di Valerio Massimo Manfredi
Ricordo che quando ero ragazzo Superman nei fumetti viaggiava nel tempo girando vorticosamente intorno alla terra in senso orario (per andare nel futuro) e in senso antiorario (per andare nel passato); ricordo il pianeta delle Scimmie in cui un astronauta tornava sulla terra dopo un lungo viaggio nello spazio (e quindi nel tempo) e trovava la nostra civiltà estinta, gli esseri umani regrediti al livello di bruti e i grandi primati evoluti al punto da dominare la terra. Ancora tutti ricordiamo il rudere della Statua della libertà che Charlton Heston si trova improvvisamente davanti mentre fugge verso un mondo in cui ricostruire la propria vita e quella della sua donna. E ricordo un vecchio romanzo di Paolo Monelli, «Avventura nel primo secolo», in cui l'anima del protagonista veniva trasferita nel corpo di un giovanotto della famiglia dei Valerii nella Roma del I secolo. E che dire di «Back to the future» di Robert Zemeckis con il giovane Mac Fly (Michael J Fox) che viaggia nel passato e nel futuro con la sua fiammante De Lorian? Insomma il sogno di viaggiare nel tempo è una delle grandi chimere dell'umanità, la possibilità di vedere che cosa accadde nel passato, o che cosa accadrà nel futuro ed eventualmente di poter influire nel corso degli eventi. Personalmente ho cercato di avvicinarmi a una simile possibilità con la ricreazione del passato, sia con lo strumento scientifico-storico che con quello letterario. Il secondo è stato per certi aspetti più efficace perché costituisce un approccio emotivo che è quello che ci permette di percepire la dimensione della vita, l'unica che in fondo ci interessa. Chiunque abbia studiato il passato in modo scientifico e da professionista resta alla fine comunque inappagato nei suoi desideri più profondi e darebbe probabilmente tutte le sue pubblicazioni scientifiche in cambio di dieci minuti trascorsi nell'Atene di Pericle o nella Roma di Augusto o di Adriano, per sentire i bambini parlare quelle lingue che noi dobbiamo apprendere con tanta fatica nelle scuole, per osservare il vero effetto delle opere d'arte nella loro cornice reale, per essere confermati o smentiti nelle nostre ipotesi. In realtà, comunque si voglia considerare questa aspirazione, la causa ne è la nostra profonda e insopprimibile esigenza di vivere di più, non solo per paura della morte ma per desiderio di conoscenza. Conoscere vuol dire essere svegli, vigili, attenti. Morire significa spegnere la luce e affondare nel silenzio, a meno di affidarsi alla fede che ci promette la luce e la conoscenza ultima, ma questo è un altro discorso e un'altra dimensione. Il professor Michio Kaku ipotizza una evoluzione umana proiettata quasi verso la divinità, un essere capace di differire la morte sine die, e di viaggiare da un universo all'altro cercando il calore che il nostro, nel suo infinito espandersi, avrebbe perduto. Parla di un nostro divenire che si estende per milioni di anni e fa venire le vertigini. Io ricordo invece la risposta di Louise Leakey quando le chiesi: «Signora, lei che ha indagato le origini più remote della specie umana, che cosa vede nel futuro dell'umanità?». Due parole, secche e dure: «Mass extinction», estinzione di massa.
«Avvenire» del 3 giugno 2007
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