Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post

10 dicembre 2017

"Le magnifiche 100", ovvero le parole "immateriali" che danno senso alla vita

Il libro di Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli è una galleria di vocaboli, quelli necessari come l'aria. E che dovremmo riportare alla loro condizione di un tempo, quella di rappresentare la realtà
di Silvana Mazzocchi

Duttili, magiche o concrete, crudeli o salvifiche, dolci o amare, imbonitrici o sferzanti. Sono le parole "indispensabili", quelle che tutto possono. Quelle che hanno infinite personalità, capaci di mischiare i sensi di ogni narrazione, individuale o mediatica.
Sono molte le parole che popolano la nostra vita quotidiana, e tante sono così importanti da essere fondamentali. Eccone alcune: bene e male, amore e odio, religione e destino, caso e caos, tempo e spazio, queste e molte altre evocano temi universali. E aiutano ciascuno di noi a vivere e a comunicare con gli altri. Sono tutte descritte, sezionate e celebrate in Le magnifiche 100 (Bollati Boringhieri), un'originale galleria di parole "immateriali" che Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli, docente di linguistica ed esperto di scienza il primo e biologo e divulgatore il secondo, hanno scelto per raccontare tra letteratura e scienza, cultura popolare e arte, le cento parole, universali e pervasive, che sono necessarie come l'aria ad ogni essere umano. Perché noi non le tocchiamo, ma l'essere immateriali non impedisce loro di "fabbricare il mondo". Sono antiche e insieme moderne perché si rinnovano e si mischiano continuamente, quelle antiche e quelle rese ibride dalla continua evoluzione del linguaggio. Parole solo apparentemente immobili nel loro significato e invece dotate di mille sfumature e significati che spariscono nell'uso quotidiano. Parole irrinunciabili quelle della "galleria", parole che, se sparissero, renderebbero il mondo un luogo opaco e senza luce. Futuro, libertà, dolore, ignoranza, progresso, giovinezza, come potremmo vivere senza? Una dopo l'altra, per cento volte, gli autori scavano in ogni parola e, creando un ponte tra cultura umanistica e scientifica, ci regalano un catalogo colto e sapiente sui temi universali dell'umanità. Lettura corroborante e preziosa, proprio come Le magnifiche 100.

L'importanza delle parole ...
"Le parole posseggono una straordinaria capacità evocativa sul piano personale e capace di schiudere orizzonti sul piano collettivo. Con il loro valore magico, le loro infinite personalità, il loro ruolo salvifico aprono strade, segnano destini, disegnano confini. Oggi però, soprattutto, li abbattono. Basterebbe pensare alle tantissime "parole macedonia" coniate in tempi recenti o recentissimi, testimoni di un mondo che da una parte continua a erigere muri, dall'altra contribuisce a farne crollare uno dietro l'altro. La mescolanza, l'ibridazione, la negoziazione toccano ormai un po' tutto, dai generi televisivi e letterari alle scuole di pensiero, dai movimenti religiosi agli schieramenti politici, dai costumi sessuali alla pratiche alimentari: chi manifesta una mascolinità contaminata da tratti tipicamente femminili, truccandosi e smaltandosi le unghie come David Beckham, è un metrosessuale (dall'ingl. metrosexual, incrocio di metropolitan ed heterosexual); un flexitariano (dall'ingl. flexitarian), che non è né vegetariano né vegano, mangia carne o pesce al massimo due, tre volte alla settimana. A favorire tutto questo è stato anche Internet: navigando in rete proviamo la netta sensazione di poter attingere alle varie forme di conoscenza senza che si frappongano barriere fra un settore e l'altro, fra un campo esperienziale e l'altro. A proposito, quanti sanno veramente che cosa vuol dire algoritmo, biodiversità o intelligenza artificiale?".

Avete scritto delle "magnifiche 100", quelle che "aiutano a vivere", proviamo a elencare le 10 più importanti.
"Quelle che tentano di dare una risposta ai temi di sempre. Innanzitutto vita e morte, e religione e destino. Quindi caos e caso, che sembrerebbero riferirsi a concetti incompatibili con la scienza, quando è proprio in ambito scientifico, teorico o applicato, che trovano invece usi e riscontri di primaria importanza; bene e male, che riesce sempre più difficile mettere a fuoco per ricavare almeno un'idea dei loro contenuti semantici (soprattutto nel difficile momento che stiamo vivendo, in cui il linguaggio sembra essersi in gran parte svuotato di significato); tempo e spazio, affascinanti per la loro polisemia e indissolubilmente legati l'uno all'altro a partire dalla rivoluzione prodotta dalla teoria della relatività di Einstein; infine amore e odio, la cui sostanza sentimentale, secondo alcuni scienziati di un centro di ricerca londinese, il Wellcome Laboratory of Neurobiology, stazionerebbe nella stessa area della corteccia frontale (e viene allora in mente il catulliano "odi et amo", 'odio e amo'). Secondo alcuni maligni, fra cui Boncinelli, esiste ovunque l'odio, ma non necessariamente l'amore: "L'uomo cresce a pane e odio"".

Cultura umanistica e scienza, le parole le fanno incontrare?
"Richard Dawkins, nel rimproverare alla letteratura la sua incapacità di riconoscere i debiti accumulati nei confronti della scienza, ha scritto: "Se Keats e Newton si incontrassero, sentirebbero le galassie cantare". A scanso di equivoci, occorre ricordare che gli scienziati hanno fatto cantare le galassie e pure il vuoto cosmico anche senza ricorrere a poeti, che abbelliscono la torta, ma non la costituiscono. Le parole avrebbero la stessa funzione unificante, potrebbero riprendersi il potere aggregante di un tempo, se non versassero in una condizione di sostanziale abbandono: se non avessero in parte abdicato al loro ruolo di rappresentazione del reale, se non avessero per certi versi rinunciato a un'ipotesi di costruzione del futuro in grado di farsi interprete di sguardi indagatori o visionari, se non si fossero lasciate intimorire dalle minacce dell'omologazione e dalle pretese di chi vorrebbe rendere incolore il mondo, metterebbero senz'altro d'accordo umanisti e scienziati. Per svolgere al meglio il loro compito, per dimostrarsi realmente al servizio degli uni e degli altri, dovrebbero però ergersi a tutela, più che delle semplici differenze, delle caleidoscopiche sfumature del dubbio e dell'incertezza. La colpa in ogni caso non è delle parole ma degli utenti, cioè noi. Cerchiamo tutti di essere più seri!".

Massimo Arcangeli, Edoardo Boncinelli, Le magnifiche 100, Bollati Boringhieri, pagg 356, euro 20
«la Repubblica» dell'8 dicembre 2017

11 settembre 2017

Se nella sfida sui «diritti» alla fine vince l’egoismo

Come mostra Vittorio Possenti, la cultura occidentale non riconosce che la stagione dei diritti umani è alla fine, distrutta dai suoi stessi beneficiari
di Carlo Cardia
Il dibattito sul relativismo, che ha finito con il coinvolgere i diritti umani, muove sempre dai grandi principi, ma le ricadute negative sulla persona si sono di recente moltiplicate in modo impressionante. Per due momenti essenziali del cammino percorso si possono citare la posizione di Norberto Bobbio sulla storicità dei diritti, in opposizione alla loro naturalità, e l’approdo del filosofo americano Charles E. Larmore, che decreta la radicale scissione tra etica e diritto. Sono posizioni diverse, non sovrapponibili, perché per Bobbio i diritti nascono nella storia, e «il problema di fondo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli», tuttavia per lui l’ispirazione etica del diritto rimane forte. Con Larmore siamo alla pienezza del relativismo, visto che con serenità cancella ogni base morale delle leggi dal concetto aristotelico di vita buona. Infatti, non c’è gerarchia tra tipi di vita che possono scegliersi: «Lo Stato dovrebbe rimanere neutrale, e non dovrebbe promuovere alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità». Quasi avvertendo l’assurdità proposta, Larmore ammette che esistano scelte più agevoli, «quantomeno, chi desidera fare una vita da ladro, non avrà vita facile». Ma la conclusione produce angoscia: «Se i liberali devono rispettare lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica», cioè elaborare «principi politici che siano essi stessi neutrali » senza dover tutelare alcun bene. Una legge ridotta a procedura, una vita da condurre come piace a ciascuno. Tra questi poli si compie il cammino che allontana l’uomo da una visione forte dei diritti, provoca la loro dissoluzione attraverso diverse tappe, alcune proposte con levità da intellettuali di varia estrazione.
Conviene richiamarne una che, con la fine della vita buona, prefigura la distruzione della famiglia e il trionfo di un edonismo prossimo al libertinismo d’altre epoche. È quella di Jacques Attali, per il quale la famiglia monogamica «è solo un’utile convenzione sociale». Secondo l’economista francese, andiamo «verso una concezione radicalmente nuova di relazione sentimentale e amorosa. Nulla ci impedisce di innamorarci di più di una persona contemporaneamente. Il fatto di avere più partner e vite multiformi renderà palese l’ipocrisia della società. Ciò non avverrà senza conflitti. Tutte le Chiese cercheranno di impedire una cosa del genere, soprattutto alle donne. Per un po’ resisteranno, ma alla fine trionferà la libertà individuale». Il pensiero di Attali è come il trait-d’union tra l’esaltazione teorica della libertà di fare ciò che si vuole e la sua traduzione pratica, che porterà al deserto dei valori etici e dei diritti umani. Colpisce il fatto, nella sua riflessione, che i figli scompaiano, come scompare la figura femminile, senza che si parli dei loro diritti, dei doveri nei loro confronti, della dimensione affettiva della persona. Venuto meno il carattere teleologico dell’agire umano, la deriva relativistica prosegue e ferisce l’intima natura relazionale dei rapporti tra persone.
Questo cammino teorico e pratico è oggetto del recente libro di Vittorio Possenti (Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino 2017) di cui Avvenire ha già fornito ampia anticipazione, e che ha, tra i suoi pregi, quello di introdurci dentro l’opera di dissolvimento della stagione dei diritti, iniziata per dare all’umanità un nuovo Decalogo, e che tende invece verso i predominio dei più forti, con l’asservimento dei più deboli. Possenti ripercorre l’itinerario che ha portato filosofia e diritto ad abbandonare i valori fondanti e approdare alla mutazione dei diritti in realtà contingenti, frutto di leggi posi- tive mutevoli, espressione della volontà individuale, chiusi in una gerarchia presieduta dall’io sovrano, l’arbitrio del singolo. Dentro ci sono tante cose che conosciamo ormai per esperienza diretta: i diritti si moltiplicano, i fondamentali non si distinguono più dai secondari, i doveri si dissolvono e si spezza il rapporto con l’umanesimo occidentale, da Aristotele a san Tommaso, da Montesquieu a Maritain, al diritto si sostituisce il desiderio, poi la «pretesa», fino a sfociare nella guerra tra diritti a tutto danno dei soggetti che ancora non sanno e non possono difendersi. Tre movimenti meritano un’attenzione speciale. L’abbandono del concetto di natura umana, confusa con la fisicità, porta alla «rinuncia aprioristica degli impegni ontologici», soprattutto del valore assoluto della persona che, secondo il pensiero di Jeanne Hersch, sente di avere diritto a qualcosa proprio e solo in quanto è persona, mentre per Giuseppe Capograssi «parlare di diritti dell’uomo significa che esistono diritti che appartengono all’essenza dell’uomo e che sono a lui connaturali, e quindi inalienabili».
Un altro passaggio sta nell’azzeramento del concetto di «dignità umana », che pure è a base delle prime Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. All’universalità della dignità umana si sostituisce un nuovo paradigma: l’autodeterminazione assoluta dell’uomo che segna, con le parole di Felice Balbo, «l’ora di Barabba» nella storia, «intimamente connessa con la superba deificazione dell’immanenza».
Oggi, l’immanenza deificata ha un altro nome, si chiama «la divina autonomia dell’uomo», tutti i diritti si riducono ad uno solo, «quello dell’autodeterminazione », che non conosce confini, perché la trascendenza è stracciata dai secolarismi, né esistono più doveri verso gli altri, anzi non esistono più gli altri: ognuno vuole realizzarsi appieno, come un «uomo aumentato» che innesta nel paniere dei diritti ogni desiderio, ambizione, pretesa. L’ultimo passaggio segna il movimento dalla teoria alla pratica, investe una serie amplissima di eventi e situazioni, nonché il complesso delle relazioni sociali. Si adattano con disinvoltura svolte storiche decisive all’odierno nichilismo, e si sostiene che il politeismo etico avrebbe oggi lo stesso fondamento del politeismo religioso introdotto dalla Riforma. Di qui, la conseguenza che ne trae Uberto Scarpelli, per il quale «nell’etica non c’è verità», anzi «l’etica è nei suoi principi arbitraria». Si converrà allora con H. Tristram Engelhardt, per il quale «non resta che derivare l’autorità (morale) dagli individui». Le conseguenze sono inevitabili.
Aveva ragione ad es. Danilo Zolo, secondo cui «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico (…) che manca di conferma sul piano teorico», e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcune intrusività missionaria». Ridotti a merce dell’Occidente, i diritti umani subiscono un’ulteriore relativizzazione interna ai nostri territori, che falcidia i valori più alti costruiti dall’umanesimo, il rispetto degli altri, la solidarietà, la difesa dei più deboli, a cominciare da chi nasce e non può difendersi dal dominio degli adulti e delle loro pretese. Si legittima così l’eterologa, senza mai chiedersi se per il donatore non viga più alcun principio di responsabilità, se il figlio non abbia il diritto di conoscere il genitore naturale, che invece rimane nascosto per il resto dei giorni. Si ammette la filiazione per due persone che abbiano lo stesso sesso, senza chiedersi se il figlio non abbia il diritto naturale di avere un padre e la madre per ragioni morali, fisiche, psicologiche, sociali, conosciute da tutti. Si accetta perfino il ricorso alla maternità surrogata per dare dei figli a chi non può averne, anche se dello stesso sesso, perché se nell’etica non c’è verità si può cancellare il cammino moderno di emancipazione della donna: si può sfruttare il suo corpo, farne commercio secondo convenienza, e strumento per soddisfare desideri altrui, nasconderla al figlio che partorisce e nascondere lei al figlio nato. La guerra dei diritti assume forme impensabili, proprie del multiculturalismo senza cuore, come quando un intellettuale dichiarò che per la difesa dei diritti delle donne (musulmane o d’altra religione) sui nostri territori noi non possiamo intervenire, dobbiamo lasciare che siano esse a organizzarsi per rivendicare le proprie esigenze. S’è provocata così la risposta, tagliente e insuperabile, di Luigi Ferrajoli per il quale «sarebbe un segno di eurocentrismo» negare i diritti umani «a quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico»; ad esempio, «le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese”».
La riflessione di Possenti s’inserisce, così, in un dibattito che sta investendo la cultura occidentale ed europea, ancora restia a riconoscere che la stagione dei diritti umani può volgere al termine, distrutta dai loro stessi beneficiari, nonostante sia inscritta nelle più belle Carte Internazionali prodotte dall’epoca delle prime rivoluzioni democratiche della modernità.
«Avvenire» del 18 luglio 2017

05 gennaio 2017

Il successo di Alberto Angela, una lezione per la Rai

L’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico
di Paolo Conti
Partiamo dalle cifre: 14 milioni di persone hanno visto, martedì alle 21 in prima serata su Raiuno, «Stanotte a San Pietro» di e con Alberto Angela, con un ascolto medio di 6 milioni di persone e uno share di oltre il 25%. Era dal 2003, sottolineano a viale Mazzini, che un programma di divulgazione culturale non otteneva un successo clamoroso come questo. La Rai, lo sappiamo, è in una vistosa crisi legata alla progressiva decadenza della tv generalista e alla parallela crescita dell’offerta digitale e dei grandi distributori di contenuti su tutte le piattaforme, Netflix è forse l’esempio più eloquente.
Il risultato di Alberto Angela è la prova plastica di ciò che tanti continuano, e inutilmente, a raccomandare alla Rai: l’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico. Ma la qualità, la serata di Angela lo dice, non è noia (come teorizzano certi «maghi del palinsesto» pronti a mettere mano ai reality per fare cassa e ascolti) ma intrattenimento, scoperta, legame con le radici culturali, racconto storico-artistico, bellezza tecnica delle immagini. Difficile, certo, perché ci vuole conoscenza e professionalità. Ma non impossibile.
È ovvio che mezza Rai oggi alzi il vessillo della vittoria, con certi numeri è fin troppo facile. Il problema è il passo successivo: cioè continuare a credere in questa scommessa editoriale, in un cambiamento di rotta che può portare solo dati positivi non solo in termini di share ma anche nella società diffusa. Un prodotto di qualità attira diverse generazioni davanti al video, favorisce lo scambio delle idee e delle opinioni, spinge ad altre avventure culturali. Festeggiare è ovvio, a patto che domani non si dimentichi tutto nel nome dell’ennesimo, triste, Talent visto e stravisto.28 dicembre 2016
«Corriere della sera» del 28 dicembe 2016

09 giugno 2016

I musei d’impresa italiani: una risorsa da valorizzare

Tra creatività e industria
di Vincenzo Trione
Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi nel nostro sterminato patrimonio artistico-culturale
Alcuni esempi: il Museo del Cappello Borsalino di Alessandria e la Galleria Campari di Sesto San Giovanni; la Casa Martini di Pessione e la Fondazione Pirelli di Milano; il museo della plastica PLART di Napoli e quello sul tessile di Busto Arsizio; quello sulla Birra Peroni di Roma e quello della Kartell di Noviglio; quello sulla macchina del caffè di Binasco e quello sulla liquirizia Amarelli di Rossano; quello della Ferrari di Modena e Maranello e quello della Perugina di Perugia; quello sulle motociclette di Tradate e quello sul cavallo giocattolo di Grandate; quello sull’Alfa Romeo di Arese e quello sulla Ducati di Borgo Panigale; la Zucchi Collection di Milano e l’Officina Profumo Farmaceutica di Firenze; la Collezione Maramotti di Reggio Emilia e il Museo Ferragamo di Firenze. Senza dimenticare i musei sul web, come il Valentino Garavani e il Magneti Marelli.
Sono, questi, alcuni tra i più importanti musei d’impresa italiani. Rappresentano un’unicità a livello internazionale. Disseminati sul territorio nazionale (soprattutto al Nord), per iniziativa di aziende più o meno grandi, sono dedicati a diversi settori del made in Italy: cibo, design, moda, motori, editoria, artigianato. Sono strutture espositive legate indissolubilmente a un determinato marchio, perché vi appartengono o ne sono finanziate o perché narrano le storia di quel marchio e dei suoi prodotti. Non vanno giudicate come piccole gallerie nelle quali un’azienda consacra se stessa, proponendo il défilé delle sue eccellenze. Nella maggior parte si tratta dei casi di autentici micromusei, le cui «azioni» sono sorrette dal rispetto di precise strategie di marketing: innanzitutto vogliono potenziare la reputazione del brand image e a consolidare i legami con i contesti che li ospitano.
Rappresentano, inoltre, gli spazi ideali dove si compie una sorta di «pacificazione» tra produttore e consumatore. Attraverso questi musei, un’impresa non vuole vendere qualcosa a un cliente, ma intende raccontare se stessa. Mira a portarsi al di là della celebrazione dei suoi interessi privati, per trasformare le sue «esperienze» in momenti della memoria collettiva. Tra i tratti comuni: la forte attenzione assegnata allo storytelling, come rivela il ricorso ad allestimenti seduttivi e coinvolgenti. Tra i limiti di queste realtà piuttosto eccentriche: una certa approssimazione nelle metodologie archivistiche adottate; una qualche debolezza sul piano curatoriale nei criteri utilizzati per progettare esposizioni e mostre; spesso la mancanza di figure indispensabili come quelle di conservatori, mediatori culturali; il ricorso a direttori non sempre attrezzati dal punti di vista storico-critico; infine una paradossale ingenuità sul fronte comunicativo e autopromozionale.
Nonostante queste «genericità», i musei d’impresa possono diventare una straordinaria risorsa per il nostro Paese. Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi in quella fitta punteggiatura di rivelazioni che è il nostro sterminato patrimonio artistico-culturale. Attendono di essere iscritti all’interno della ricca rete di cui fanno parte anche i musei tradizionali, quelli d’arte contemporanea e le fondazioni impegnate a documentare le traiettorie delle tendenze odierne. Diversamente da Brera, dagli Uffizi o da Capodimonte, questi micromusei non hanno bisogno di risorse economico-finanziarie. Ma chiedono di essere ascoltati e valorizzati da istituzioni come il Ministero dei Beni Culturali, oggi molto (forse troppo) attive, ma talvolta impegnate soprattutto a misurarsi con situazioni e con gesti di immediato impatto mediatico.
«Corriere sella sera» dell'8 giugno 2016

04 febbraio 2016

Statue coperte per Rohani, i parvenu del «pudicamente corretto»

di Andrea Carandini
È bello il volto di Rohani, compreso tra la barba e il turbante. Brutte sono invece le statue inscatolate sul Campidoglio per non mostrare peni, pubi, natiche, bacini e seni, parti con cui l'umanità ha da sempre giocherellato anche riproducendosi. È da rispettare un politico che non voglia vedere nudità, ma basta che non entri in un nostro museo, ché nella vita urbana la gente gira vestita anche nel secolare Occidente. C'è tanto da vedere in Italia senza nudità esposte, a partire dalle architetture, tutte sempre svestite ma per fortuna astratte così da non indurre in tentazione.
Questo fare da beghine mi rende contento di appartenere a una società aperta, democratica e liberale, alla civiltà europea che con l'antesignano Vico e soprattutto con Herder ha scoperto lo storicismo, ma soltanto nel XVIII secolo. Infatti tra Voltaire che dà del barbaro a Shakespeare e Herder che capisce i valori più diversi nel mondo vi è un salto di cultura che distingue la mia sensibilità da una sensibilità classicistica ormai remota.
In cosa sta il modo nostro di sentire attuale? Nel fatto che è possibile apprezzare le diverse civiltà umane, sprofondate nel tempo e sparse per il globo, anche quando non se ne condividono i costumi. Leggo godendo l'Iliade, ma non percepisco più come Achille. Studio da una vita i Romani ma la schiavitù è orribile. La tetralogia di Wagner mi emoziona ma l'unisono con Sigfrido dove è?
Le diverse fioriture umane e gli usi strani a esse congiunte sono dovute sempre a nostri simili, metà angeli e meta diavoli - esiste forse il male assoluto? -, e noi possiamo godere e soffrire di queste differenze, patendo ogni volta che qualcuno, autoproclamatosi angelo, ha accusato altri d'essere diavoli. Ciò è avvenuto, su enorme scala, alla fine del IV secolo d.C., quando imperatori cristiani hanno abolito un paganesimo che abbiamo dovuto riscoprire nel Rinascimento.
La tolleranza va bene, ma forse è poco! Preferisco vedere cosa vi è di buono e cosa di cattivo in ogni primavera umana, senza che ciò implichi la rinuncia a quello che sono nel mio contesto e che avverto come casa mia. Capisco dignità e indignità, condividendo le prime e allontanandomi dalle seconde, ma sono pronto a difendere, anche con la forza, la civiltà a cui appartengo, ove qualcuno si proponesse di distruggerla. Da questo punto di vista, anche piccoli atti simbolici andrebbero rintuzzati.
Chi viene in Italia dovrebbe comportarsi come noi quando siamo invitati a cena. La casa dell'amico o dello straniero ci può piacere o meno, possiamo gradire o non gradire che si preghi prima di mangiare, che si dica “buon appetito”, ma non ci sediamo per terra se ci sono seggiole e non trinciamo quadri se l'arte non ci piace.
Infatti, a parte pochi valori e principi primi che rientrano nel terreno comune dell'umanità e che uniscono gli uomini in grande parte dei luoghi e dei tempi, gli usi e i costumi variano in un inesauribile caleidoscopio e noi di ciò possiamo godere e soffrire, sempre sapendo che la plurimità prevale nell' umano rispetto all'unità e noi abbiamo il diritto che i mores di casa nostra siano rispettati da coloro che vengono a visitarci.
A questa consapevolezza di ciò che è uno e di ciò che è plurimo nell'uomo l'umanità non pervenuta allo storicismo può iniziarsi grazie alle civiltà tolleranti esistite nel passato e anche grazie dall'Europa di oggi. Ma se noi, al contrario, scimmiottiamo intolleranze e censure altrui, in una insopportabile presunta correttezza politica, rinunciamo a noi stessi e a uno dei ruoli benefici che potremmo svolgere nel mondo con modestia, nonostante i tanti errori di tracotanza commessi.
Si può vivere bene anche senza conoscere il Discobolo di Mirone, ma conoscendolo si vive in modo più pieno, a contatto con i Greci antichi, il che non obbliga nessuno oggi a denudarsi e a lanciare il disco in uno stadio. Atene e Roma non sono modelli ma neppure civiltà da cancellare: fanno parte del repertorio umano globale di cui l'intero globlo è ormai erede. I Cinesi non si appassionano ancora oggi al diritto romano? E quegli omini minuscoli in vastissima natura dei paesaggi della tradizione pittorica cinese non sono di ammonimento a noi e a loro che che abbiamo finito per asservirla e rovinarla?
I politici e i funzionari che hanno ordinato la copertura delle statue nude in Campidoglio si sono vergognati da parvenus della nostra tradizione culturale, sperando magari nell'oro persiano, ma così facendo hanno ampliato la confusione, che già nel mondo abbonda.
Viene da sorridere pensando che Berlusconi ha aggiunto il pene mancante a un Marte nudo e che Renzi abbia nascosto bellezze spogliate sul Campidoglio: impudicizie e pudicizie improprie del made in Italy.
«Il Sole 24 Ore» del 28 gennaio 2016

02 febbraio 2016

Rouhani e le statue coperte: la libertà non si contratta

La visita a Roma
di Pierluigi Battista
Era il presidente iraniano che avrebbe dovuto adattarsi
Speriamo che quelle statue vengano svestite al più presto. Restituite alla loro nudità. Che poi significa restituite alla loro libertà. Averle ricoperte per non offendere l’ospite, il presidente iraniano Rouhani, è stato un segno di cedimento culturale. Una macchia. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Non dobbiamo pensare che la nudità dell’arte sia qualcosa di spregevole o di vergognoso.
Consideriamo giustamente ridicoli i braghettoni con cui in passato il bigottismo cercava di coprire il nudo delle statue. E quel nudo ci racconta che nel nostro «stile di vita» la libertà artistica è parte integrante e imprescindibile della libertà tout court. Chi chiede che le nostre stature siano coperte manifesta un’arroganza culturale che dovremmo respingere, una pretesa di superiorità morale che possiamo spedire tranquillamente al mittente.
Invece ci mettiamo sempre in difesa. Ammettiamo che, certo, quei nudi possono rappresentare qualcosa di sconveniente. Che dovremmo nasconderli per non dare all’ar-cigno ospite una brutta impressione. Non vogliamo capire che la libertà d’espressione non è una cosa da maneggiare come fosse cosa impura. Non vogliamo capire che una battaglia culturale non è un atto bellicoso, ma un atto d’amore nei confronti di ciò che siamo e che siamo diventati pagando prezzi immensi.
La libertà di vestirsi e di svestirsi, la libertà di comportarsi senza seguire i precetti e i dogmi, la libertà di separare politica e religione. Era lui, il presidente Rouhani, che avrebbe dovuto adattarsi per non offenderci, e non il contrario. E non dovrebbe essere un contratto in più, o una mossa diplomatica, a farci rinnegare, tra l’altro con modalità che sfiorano il ridicolo, quello che siamo, anche in manifestazioni estetiche apparentemente innocue. Senza sfregiare, sia pur simbolicamente, i monumenti di cui andiamo orgogliosi.
«Corriere della sera» del 26 gennaio 2016

30 settembre 2015

Fermiamo la "biblioclastia" una volta per tutte

La "biblioclastia"
di Giuliano Vigini
Le distruzioni dell'Is ripetono la lunga storia dei roghi di libri
Può apparire soltanto un particolare di poco conto di fronte all’ininterrotta sfilata di notizie e immagini dei massacri di vite umane compiuti dall’Is. Ma non lo è. Dopo che agli inizi dell’anno era stata bruciata la principale biblioteca della città irachena di Mosul, e distrutte o saccheggiate altre biblioteche, ora il nuovo califfato aggiunge orrore a orrore, passando al setaccio abitazioni private o sedi pubbliche per scovare i libri degli “infedeli” e farne uno scoppiettante falò. Così migliaia di libri, di contenuto religioso, ma anche scientifico e letterario (come si sa, non è meno violento l’odio jihadista per la scienza e la letteratura), rinnovano l’antico spettacolo dei roghi di libri, che spesso hanno cancellato la memoria storica di interi popoli. Mosul, Palmira e chissà quante altre località dell’Iraq o della Siria stanno conoscendo anche questo volto dei nuovi fanatismi, che colpiscono la cultura “deviata” e i luoghi che la conservano, a cominciare dalle biblioteche.
Tanti celebri film e libri – da Brave new world (1932) di Huxley a 1984 (1950) di Orwell a Fahrenheit 451 (1966) di Truffaut – ci hanno già in vario modo ricordato che l’intolleranza verso la cultura è un pericolo sempre in agguato, perché la barbarie non si stanca mai di rinnovarsi. Così anche oggi continua a levarsi un’interminabile e densa scia di fumo, senza delimitazioni di confini e latitudini, perpetuando una storia di secoli.
Non si sa esattamente quando questa triste storia sia cominciata, ma si ricorda che già Tebe era stata distrutta nel 1.358 a.C.; Ninive, rasa al suolo nel 612 a.C., e soprattutto Alessandria, incendiata nel 48 a.C.: formidabili biblioteche, indipendentemente dal numero di rotoli e documenti conservati, comunque molto cospicui. Che dire, poi, della fine di altre biblioteche antiche, come quelle di Tiro o di Pergamo, di Persepoli o Cartagine, di Gerusalemme o Antiochia, di Atene o Roma? La censura trasformata in vera e propria biblioclastia (ossia in odio persecutorio e distruttore di libri) trova già nell’editto (303) di Diocleziano giustificazione e impulso per altri scempi. Dal Concilio di Nicea (325) in poi, il divieto, la condanna, il sequestro e l’eliminazione di tanti scritti eretici, eterodossi e comunque giudicati nocivi o pericolosi per la fede e i costumi diventa una pratica abituale. Per non parlare poi dell’Inquisizione medioevale e moderna. Ma, per tornare al presente, anche la storia del Novecento presenta un teatro d’azione impressionante; dal Vicino Oriente all’Europa (Germania, Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Polonia...), dalla Cina all’India, dal Cile all’Argentina, dal Messico alla Cambogia, dall’Iraq a Cuba, è tutto un susseguirsi di incredibili devastazioni, oltre a quelle legate agli eventi naturali (incendi, terremoti, alluvioni...).
Milioni e milioni di manoscritti, libri, documenti che non ci sono pervenuti per ragioni ideologiche o politiche, religiose o morali. Classici greci e latini, scritti cristiani e anticristiani, testi dell’ebraismo e dell’islam, opere di storia e documentazione (tra questi, anche tanti libri aztechi e maya) finiti nel nulla per la furia, la follia e, non ultima, l’ignoranza degli uomini. Un’ulteriore conferma che la libertà di pensiero e d’espressione è stata e resta ancora in molti luoghi della terra per alcuni un tabù inviolabile, per altri una speranza.
Purtroppo, tra l’inasprirsi e l’estendersi delle guerre (aveva forse ragione Chesterton che l’espressione “scoppiare la guerra” è impropria, perché la guerra è la condizione normale delle cose; è la pace che deve scoppiare) e l’acuirsi di tanti fenomeni di intolleranza religiosa e culturale rendono tale speranza molto più precaria. Ma per fortuna possiamo pur sempre contare su tante biblioteche nel mondo che continuano a testimoniare il valore insostituibile della loro presenza: quello che significa, cioè, conservare e valorizzare la memoria del passato e del presente, svolgere una funzione al servizio di un’umanità che vuole conoscere, imparare e ascoltare tutti coloro che desiderano parlarle.
«Avvenire» del 25 settembre 2015

27 agosto 2015

La bellezza che moltiplica lo sviluppo

Bello è possibile, ma anche strategico. La bellezza, connessa con la creatività e l’innovazione, può senz’altro contribuire a moltiplicare le opportunità di sviluppo
di Rodolfo Baggio e Vincenzo Moretti *
Bello è possibile. Per l’uomo la bellezza è un concetto di grande importanza in ogni ambito, compreso quelli considerati, da chi non li conosce a fondo, più freddi e razionali, come dimostra questa affermazione della cosmologa Janna Levin:“Una cosa che trovo particolarmente affascinante della scienza è che si tratta dell’ultimo ambito in cui le persone parlano seriamente della bellezza. […] Nella scienza resiste la meta dell’eleganza e della bellezza, perché, per ragioni che nessuno capisce completamente, è un criterio per distinguere il giusto dallo sbagliato. Se qualcosa è bello ed elegante, probabilmente è giusto”.
Gli esempi della relazione bellezza-scienza sono numerosi. Nel 1905 Einstein rivoluziona la visione del mondo nata due secoli prima con i Principia di Newton a partire dalla mancanza di simmetria delle equazioni di Maxwell sull’elettromagnetismo. E da analoghe considerazioni di bellezza, semplicità, simmetria e armonia parte Copernico nel De Revolutionibus Orbium Caelestium.
Oggi sappiamo che il comune apprezzamento per la bellezza e la creatività presente nella scienza e nelle arti ha anche una ragione fisiologica. Recenti studi sul funzionamento del cervello effettuati con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) mostrano come una funzione importante sia svolta dai neuroni specchio che ci permettono di afferrare al volo ciò che accade, di provare empatia per le emozioni altrui e di imparare per imitazione. Come sostiene Morelli, l’analisi delle diverse forme di esperienza estetica mette in luce lo stretto legame fra l’essere umano e il mondo che lo circonda e la sua struttura, mediato dal principio di immaginazione.
La nostra tesi è che la bellezza – connessa con la creatività e l’innovazione – possa moltiplicare le opportunità di sviluppo. Vediamo di scoprire in che senso e perché.

Il processo creativo come processo sociale
Innovazione e creatività sociali si basano come sappiamo sul capitale umano, l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite da un individuo e dirette al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Le interazioni tra persone che sono portatori di conoscenze e contributi diversi favoriscono creazioni migliori e più numerose. I fattori ambientali, i contesti, i frame, sono elementi cruciali per la creatività, come racconta Isacsoon nel suo “The Innovators”. In buona sostanza, essendo tali fenomeni processi sociali, possono essere pienamente compresi solo aggiungendo alle caratteristiche individuali la valutazione delle condizioni ambientali e degli effetti dei legami esistenti. Bourdieu estende questo concetto definendo il capitale sociale come “l’aggregato delle risorse reali o potenziali che sono collegate al possesso di una rete durevole di relazioni più o meno istituzionalizzate di conoscenza e riconoscimento reciproci”.
Qual è in definitiva la configurazione ideale per una visione sistemica che favorisca l’emergere di idee creative? La soluzione migliore sembra essere quella di una rete composta da una serie di comunità coese che facilitano scambi intensi, e che abbiano pluralità di collegamenti che favoriscono la condivisione di nuovi modi di vedere e di pensare, evitando così il rischio di eccessiva chiusura di una comunità connessa ma isolata perché bloccata su quanto circola al proprio interno.

Bellezza, creatività e innovazione
Nel processo che lega la creatività, base necessaria per l’innovazione, alla capacità di connettere elementi diversi, i fattori che maggiormente colpiscono la mente umana – come quelli estetici -, sono particolarmente favoriti. L’evidenza empirica che la bellezza aumenti le capacità di risoluzione creativa dei problemi è abbastanza solida ed è connessa alla struttura del cervello che controlla i processi di memoria, alla preparazione e alle competenze individuali.
Richard Florida sostiene che alla base di un ambiente favorevole alla creatività e allo sviluppo di innovazione stanno tre elementi: il talento individuale (formazione, competenze, esperienza), un ambiente tollerante e quindi multiculturale, e le infrastrutture tecnologiche necessarie. E Godoe allarga la prospettiva ridefinendo l’utilità economica che è alla base di molti modelli sulle dinamiche dell’innovazione, evidenziando gli elementi fondamentali in: fattori estetici (definiti come “il piacere e l’attrazione associati con la bellezza”), immaginazione, creatività e serendipity, che Merton definisce come “l’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente”.
In questo contesto l’innovazione gioca un ruolo determinante non solo nello sviluppo economico (sia a livello generale che a livello di singole organizzazioni) ma anche per il sistema sociale coinvolto; per quanto non sempre evidenziato si tratta di un aspetto di enorme portata dato che dal punto di vista sociale l’innovazione riguarda la soddisfazione dei bisogni non solo materiali ma anche di relazione, nonché i sistemi di governo (sia pubblici che privati) in grado di regolare l’allocazione di beni e servizi in modo da soddisfare entrambi, con tutto quanto ciò significa in termini di creazione di capitale sociale, creatività, cultura, cooperazione, solidarietà, diversità.

Bellezza e lavoro ben fatto
Qualsiasi lavoro ha senso e significato se è fatto bene. Senza un cambiamento profondo della cultura e dell’approccio al lavoro, a ogni livello, non è possibile cogliere, e dunque moltiplicare, le opportunità offerte dallo sviluppo della società digitale. Rispettare il lavoro e chi lavora, riconnettere il lavoro con la dignità, l’identità, il senso delle persone e delle strutture è oggi più che mai indispensabile per allungare l’ombra del futuro sul presente. Esiste una connessione anche etimologica tra l’idea di bello e quella di bene (il termine latino bellus è il diminutivo di una forma antica di bonus). La bellezza può essere insomma per l’Italia l’occasione (nel senso di tempo giusto, di kairòs) per cogliere le opportunità e moltiplicarle, per “fornire una diversa struttura portante” e ricollocare in “un nuovo sistema di relazioni reciproche” le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate allo sviluppo.
Il messaggio è: ciò che va quasi bene non va bene; il lavoro ben fatto è la via per lo sviluppo culturale, sociale ed economico di qualità e come realizzazione di sé; le connessioni tra fare bene le cose e fare cose belle sono le chiavi per dare alle città intelligenti, resilienti, digitali, smart italiane caratteristiche e potenzialità senza eguali.
Il messaggio implica la necessità di ripensare le città, i territori, i distretti industriali, sociali, culturali italiani come tanti centri da riorganizzare, rigenerare, rivalorizzare alla luce delle opportunità offerte dall’Internet dell’energia e dall’Internet delle cose, e cominciare a farlo concretamente, valorizzando le risorse storiche, culturali, ambientali, naturali, produttive lì presenti.
In un mondo sempre più “condannato” a trovare il tratto distintivo, il vantaggio competitivo, il quid che un paese, un’istituzione, un’azienda posseggono in via esclusiva o comunque in misura superiore rispetto agli altri, fare bene le cose, fare belle le cose è la via per valorizzare il genius loci italiano e tornare a regalare al mondo cultura, innovazione, bellezza.

We have a dream
Baia di Napoli, anno di grazia 2065. Cinquant’anni dopo la costituzione delle aree metropolitane, l’antica Napoli appare trasformata dalla riconfigurazione intelligente dei rapporti tra gli esseri umani e le macchine prodotta dallo sviluppo e dall’uso consapevole delle tecnologie digitali. Il sogno di sperimentare un modello imperniato sulla bellezza come moltiplicatrice di opportunità – OxB = O2 -, come creatrice di senso, di ricchezza e di sviluppo (culturale, sociale ed economico), come valorizzazione del patrimonio umano, culturale e sociale disponibile, come promozione del senso civico e della cittadinanza attiva, è diventato realtà.
La città di Bacoli (Acropoli; Parco Archeologico; Castello Aragonese; Terme Romane; Resti Villa Romana Sottomarina; Sacellum; Tomba di Agrippina; Centum Cellae; Piscina Mirabile) che Baggio e Moretti (i due autori dell’articolo, ndr) utilizzarono nel 2015 come esempio di bellezza sprecata senza eguali al mondo, è oggi al primo posto nella graduatoria mondiale del turismo culturale di alta qualità.
Tra pochi mesi l’intera Baia di Napoli – da Sorrento a Monte di Procida passando per le aree agricole interne, i tre vulcani attivi e le isole di Capri, Ischia e Procida -, sarà proposta come buona pratica da imitare per attivare i necessari processi di isomorfismo. Ancora pochi anni e l’obiettivo di assicurare bellezza e prosperità a tutti gli italiani sarà stato realizzato.
Per ora è soltanto un sogno, ma l’equazione bellezza-lavoro ben fatto-creatività-innovazione-sviluppo sembra tenere, almeno in base al ragionamento qualitativo e logico-deduttivo seguito fin qui. In realtà più che di equazione bisognerebbe parlare di un sistema con un numero imprecisato di equazioni, dati i molteplici fattori che concorrono alla possibile soluzione: efficienza di infrastrutture fisiche, di comunicazione ed economico-finanziarie; struttura delle relazioni sociali ed economiche; efficacia dei sistemi di governo.
Valutare questi impatti non è cosa facile, anche perché le metriche per stimare questi fattori e le loro relazioni sono praticamente inesistenti. Un aiuto potrà venire probabilmente dall’utilizzo di tecniche di simulazione che consentono, come già avviene in molti campi, di costruire scenari possibili e analizzarne le conseguenze.
Su questo si può lavorare e si lavorerà in futuro. Per il momento speriamo di aver mostrato come l’equazione fondamentale alla base di un programma di ricerca di questo tipo sia ben fondata.

* Rodolfo Baggio, fisico con PhD in tourism management, è docente universitario e ricercatore: studia i sistemi complessi e le reti turistiche e le trasformazioni che le tecnologie informatiche hanno portato al turismo
Vincenzo Moretti, sociologo, lavora alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, dove si occupa di innovazione. Racconta l’Italia che rispetta il lavoro e chi lavora, che mette rigore e passione nelle cose che fa
«Il Sole 24 ore - sullp. Nòva» del 26 luglio 2015

15 luglio 2014

Giovani, trasversali, ribelli: evviva i nuovi pensatori

A partire dal gruppo riunito attorno al sito L'intellettuale dissidente, nella Rete si fanno largo ragazzi che riscoprono la battaglia delle idee
di Marcello Veneziani

Il trionfo del single sulla famiglia non riguarda solo la vita intima e domestica. Riguarda anche il pensiero, l'arte e la letteratura, per non dire la vita civile. Oggi è impensabile rintracciare una famiglia di pensiero, una corrente filosofica e artistica o addirittura una scuola o un circolo.
Ci sono vaghe etichette, provvisorie aggregazioni, soprattutto mediatiche, o al più si stringono patti più o meno mafiosi per entrare o escludere dal giro. Ma l'idea di un movimento percorso da una tensione ideale comune, espresso in una rivista o in un manifesto, è finita. Pensate a cosa fu il '900 tutto attraversato da correnti e riviste che volevano cambiare il mondo, l'arte, il pensiero. Poi negli ultimi due decenni del secolo scorso si esaurirono le ultime confraternite e sorse il celibato intellettuale. L'intellettuale appare da allora una tenia solium, un verme solitario, molesto al corpo sociale, senza famiglia, nocivo dentro e inutile fuori.
Poi un giorno ti capita di imbatterti in un gruppo di ragazzi. Età media 22 anni, un sito, una pagina facebook, un circolo e alcune pubblicazioni spartane. Uniti da una testata, L'intellettuale dissidente, che sembra riportarti a quarant'anni fa e che vent'anni fa sarebbe apparsa tardivo deja vu. E invece oggi appare qualcosa tra il vintage e il rivoluzionario. Dissenso era la parola d'ordine negli anni settanta, perfino Fini dirigeva un foglio giovanile chiamato Dissenso (che ribattezzammo Dissenteria). Fa impressione soprattutto vedere oggi ragazzi di vent'anni affibbiarsi senza ritrosie l'epiteto di intellettuale... Da cosa dissentono questi intellettuali ragazzi? Dal dominio della tecnocrazia e della finanza, dalla perdita del pensiero nel nome della tecnica e del denaro, dall'utopia dei consumi illimitati, dagli egoismi e gli utilitarismi. E cosa propongono? La comunità, la decrescita, un rapporto equilibrato con le risorse naturali, e addirittura l'uomo nuovo che fu la speranza delle tre rivoluzioni novecentesche: il fascismo, il comunismo e l'americanismo. Una loro affiliazione denominata Sorte, acrostico di Solidarietà romana sul territorio, raccoglie aiuti a chi ha bisogno. E il loro Circolo è intitolato a Proudhon, come i circoli Proudhon di cent'anni fa che furono il laboratorio in cui si incontrarono idee radicali di destra e di sinistra, fino a partorire il socialismo nazionale (da non confondere col nazismo). Difatti, mi dicono, la loro provenienza è mista e i libri citati pure. Da de Benoist a Preve, da Evola a Marx, da Giacinto Auriti a Serge Latouche. Marxisti evoliani, gramsciani-gentiliani, e via con gli ossimori. Insomma soreliani. Li sintetizza bene Diego Fusaro che avendo superato i trent'anni è il decano: per lui Marx è un idealista, Gentile è un marxista, Gramsci è un gentiliano, tutti hegeliani. Semplifico l'intreccio, peraltro ben argomentato. Invocano a gran voce il ritorno alla prassi e alla storia. Per riassumere il loro messaggio: rifacciamo il Novecento, ma stavolta facciamolo meglio. E non opponiamo gli estremi ma lasciamoli convergere, considerando che il vero antagonista è il Centro tecnocratico globale, la cinica Macchina che produce deserti. Non manca, è vero, un vago sapore complottista nelle loro analisi, la convinzione che ci siano centrali più o meno occulte che dispongono gli eventi e i flussi e sono sempre le stesse, ormai ricorrenti, quasi proverbiali. Hanno pubblicato due libri a più voci, Pensiero in rivolta (Barney ed.) e La storia non dorme mai. Elogio dei vinti (Historica) con ritratti doppi di personaggi agli antipodi, tipo Pound-Pasolini, Maiakowskij-D'Annunzio, Chavez-De Gaulle. Tra i giovani autori Sebastiano Caputo, Lorenzo Vitelli, Martina Turano, lo stesso Fusaro.
Il folto gruppo dell'Intellettuale dissidente non è isolato. Se navighi su internet trovi un arcipelago di Isole Ribelli. Ne cito alcune che conosco. Arianna, innanzitutto, che oltre al sito ha anche una feconda casa editrice. Poi siti variamente dissidenti, da Barbadillo a l'Intraprendente, ai siti ispirati a Massimo Fini (la voce del ribelle), Maurizio Blondet (Effedieffe), Ida Magli (Italianiliberi). O siti più classici, come Totalità o Storia in rete, revisionista. Per non aprire l'universo dei siti catto-tradizionalisti, o in difesa della vita, da ProVita in giù. Certamente ne ho saltati alcuni, anche significativi, per non dire di altri siti, blog e pagine facebook raccolti intorno a un autore; ma questo non è un censimento, è un percorso soggettivo. Costellazioni diverse e non sovrapponibili, ma percorse da un comune disagio e un comune veicolo. Il comune disagio è l'Europa che catalizza i dissensi e dietro l'Europa il Potere Globale, tecno-finanziario e la riduzione di ogni differenza a un Pensiero unico, dove la parola di troppo è pensiero. E il comune veicolo è la Rete, considerando che l'editoria cartacea non offre loro spazi e opportunità; così vivono di rapina, in senso buono s'intende, perché trascinano i testi di carta compatibili nei loro siti. Da vecchi barbogi che ne han viste tante e hanno collezionato delusioni, diciamo pure che sono cose già viste, già dette, già fatte e disfatte, e velleitarie. Sarebbe facile sottolineare alcune letture acerbe e altre ormai marce. Ma ciascuna generazione sbaglia a suo modo e non può imporre l'esempio dei propri errori per scoraggiare quelli altrui. Nessuno può vivere al posto d'altri o pretendere che chi viene dopo di noi parta dal punto in cui siamo arrivati noi.
Il lato positivo è che questi «intellettuali dissidenti» et similia sono ragazzi pensanti e critici, non sono rassegnati e non vivono di automatismi, anche se non mancano riflessi condizionati e allergie giovanili. Riaprono la dimensione comunitaria, riscoprono la dignità della politica e la forza delle idee, vogliono decidere l'avvenire e non subirlo, rimettono in discussione i dogmi acritici del presente e l'irreversibilità della macchina che corre e non si può arrestare; riscoprono - loro, in gran parte antiliberali - il fascino della libertà nel dissenso. Insomma, esprimono una vitalità da incoraggiare. Poi magari si dirà che è la disoccupazione intellettuale a incentivare il dissenso, come area di parcheggio e di protesta, sfogatoi in attesa di collocazione. Vediamo in faccia la realtà: è schiacciante la prevalenza del cretino nella rete, la sua egemonia è contesa solo dal volgare (ma spesso le due cose si fondono, per empatia). Pensate ai siti turpi o alle sette fanatiche che gremiscono la rete. Una ragione in più per apprezzare questi ragazzi che dissentono, riflettono, paragonano e non insultano. E in piena era digitale coltivano l'oscena pretesa di dirsi intellettuali.
«Il Giornale» del 14 luglio 2014

13 luglio 2014

Musei, la formazione al potere

Beni culturali
di Alessandro Zaccuri
Il prezzo del biglietto, la gratuità che va e viene, gli orari di apertura. E se il vero problema dei musei fosse di essere troppo “museali”? «Bisogna investire sulla vitalità dei musei, farli essere luoghi attraenti, combinando competenza, comunicazione e formazione permanente», rilancia Francesco Tedeschi, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica, incaricato negli anni scorsi di catalogare la collezione di Intesa Sanpaolo e di selezionare le opere per la sezione dedicata al Novecento nelle Gallerie d’Italia di piazza della Scala a Milano. «Che non vuole essere un museo in senso tradizionale – spiega – ma un percorso espositivo aperto a variazioni». Un successo, anche perché alle Gallerie d’Italia si entra gratis. «Non si tratta solo di questo – obietta Tedeschi –. La collezione è di richiamo, il luogo ha un forte fascino, ma credo che porti risultati anche l’attenzione dedicata all’accoglienza. Dalle visite guidate ai supporti multimediali, dalla presenza di personale qualificato in ciascuna sala ai laboratori: tutto serve per dare maggior leggibilità e vivacità al patrimonio della cultura visiva contemporanea. Il biglietto a pagamento, del resto, non è l’unico modo per indurre il visitatore a riconoscere l’importanza dell’arte».

In che senso?
«Pensiamo a importanti musei, come la National Gallery di Londra, dove non si paga per entrare, ma è normale che i visitatori lascino un contributo. È un flusso dal basso, che va a unirsi a quello dei grandi investitori istituzionali. Ed è l’indicatore di un grado di civiltà: nel momento in cui il patrimonio artistico è percepito come valore comune, tutti contribuiscono in modo spontaneo alla sua conservazione e valorizzazione, riconoscendo il costo del servizio».

Su questo dovrebbe investire l’Italia?
«Non solo in termini finanziari, ma di energie e tempo. Si tratta di un percorso che riguarda in prima istanza la scuola, in ogni suo ordine e grado, dove la storia dell’arte dovrebbe essere disciplina fondamentale, per formare la coscienza dei valori culturali, ma è un processo che non si esaurisce nella scuola. Vanno pensati progetti di formazione e autoformazione costanti, che le persone possono coltivare anche in età matura. A questo proposito, anche la frequentazione dei musei da parte di chi ha più di 65 anni non deve essere pensata solo in una logica di svago o di intrattenimento. Negli anziani c’è un desiderio di arricchimento personale al quale occorre andare incontro».

E le famiglie?
«Rappresentano uno snodo essenziale. Se guardiamo alle esperienze straniere, vediamo che i musei investono sulle famiglie, con progetti di formazione articolati e complessi. Molti musei francesi, per esempio, dispongono nei loro siti internet di sezioni rivolte direttamente ai bambini, in modo da creare attraverso il gioco una prima possibilità di avvicinamento. L’obiettivo è comunque quello di formare gli adulti insieme con i giovani, permettendo così agli adulti di partecipare, a loro volta, ai processi educativi. Un modello che in Italia è stato fatto proprio, tra l’altro, dal Mart di Rovereto, ma che ha bisogno di diffondersi di più. Il principio per cui il patrimonio culturale e artistico è di tutti e, in quanto tale, richiede di essere valorizzato anche sul piano economico rimane sacrosanto, spesso però rischia di rimanere una formula vuota».

Perché il nostro patrimonio è troppo vasto, si dice, troppo difficile da gestire ...
«Il punto vitale è forse proprio questo. In Italia sussistono le condizioni ideali per cui l’antico possa dare profondità al contemporaneo e, di rimando, il contemporaneo faccia cogliere la vitalità dell’antico. Nulla è mai chiuso in una categoria finita. Le testimonianze del passato vivono nel presente. Il museo rappresenta o può rappresentare il “presente del passato”: con lo scorrere del tempo la nostra percezione delle opere che ci hanno preceduto cambia, e questo cambiamento ci obbliga ad aggiornarci. In questo senso il museo non può più permettersi di essere “museale” e gli storici dell’arte hanno un compito e una responsabilità per trasmettere una materia viva».

Sì, ma con quali ricadute pratiche?
«La svolta, a mio parere, si è consumata già nel 1993, quando la legge Ronchey ha sancito l’apertura dei musei pubblici all’apporto dei privati. Quel provvedimento non ha soltanto creato le premesse di un nuovo mecenatismo, ma ha contribuito a creare una mentalità più dinamica. Una quota considerevole del nostro patrimonio artistico è rappresentata dalle collezioni di privati, i quali, però, sono sempre più desiderosi di condividere le loro opere, magari trovando per esse un’adeguata collocazione espositiva in strutture pubbliche. Un fenomeno già assai diffuso da tempo in molti paesi e che di recente sta prendendo piede anche da noi, specie nel settore dell’arte contemporanea».

La diffidenza verso i privati è ingiustificata, dunque?
«I veri problemi sono semmai altri. Ne segnalo uno, spesso sottovalutato. Nell’attuale riduzione di risorse sta diventando sempre più difficile allestire mostre importanti, retrospettive o tematiche, che siano anche occasione di ricerca per gli studiosi, offrendo spazi di documentazione e revisione critica. Oggi si preferiscono gli eventi di richiamo, non di rado deludenti dal punto di vista della qualità. Si punta sulla singola opera, sul singolo artista, spesso addirittura sulla suggestione evocata da un nome. Tutto questo non educa il pubblico, sottrae risorse e, purtroppo, finisce per mettere in ombra i musei».
«Avvenire» del 7 luglio 2014

26 novembre 2013

Elogio del classico

Chi ha fatto buoni studi, se non è capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse in grado di idearne alcuni. Certo ci vorrebbe un liceo più moderno di quello ideato da Gentile
di Umberto Eco
Si legge che diminuiscono sensibilmente le iscrizioni al liceo classico Quello che rende perplessi è che la ragione addotta è che non offre sbocchi professionali. Mi pare che, se uno intende arrestarsi alla maturità senza entrare all’università, il classico offra le stesse possibilità di ogni altro liceo. Se si cerca un lavoro immediato dopo le medie superiori allora è meglio un buon diploma di ragioniere o di geometra, professioni di cui si ha sempre bisogno. Se invece si pensa all’università, il classico offre la possibilità di fare qualsiasi facoltà, ingegneria compresa, e quindi il problema non esiste, ovvero si sposta sugli sbocchi professionali dopo l’università, ed è certo che forse diventare dentista piuttosto che professore di filosofia apre maggiori possibilità di comperarsi una barca. Ma so di gente laureata in lettere che ha fatto grandi carriere, in banca e alle massime magistrature dello Stato, si veda, tanto per dirne una, Ciampi. Pertanto nasce il sospetto che la differenza noi sia tra l’educazione classica e quella no, bensì tra avere la testa di Ciampi o quella di qualcun altro.
Ma non vorrei fare del razzismo. Ricordo che il vecchio Adriano Olivetti, quando si stava non solo costruendo (ancora) delle macchine da scrivere, ma già si lavorava ai primi grandi computer, quelli che occupavano uno stanzone e funzionavano ancora a valvole e schede perforate, assumeva certamente dei bravi ingegneri, altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici. Lo mandava a farsi pratica in fabbrica per sei mesi, lavorando da operaio (ma più che altro per fargli capire cos’era una industria) ma poi lo metteva a lavorare ai grandi progetti, o addirittura all’amministrazione. Ricordo che aveva così formato un futuro grande manager che aveva fatto una tesi su Hegel.
Perchè Olivetti faceva così? Perché aveva già capito che una buona educazione (media e universitaria) non insegna solo a fare quello che si sa già (e certamente una scuola per elettricisti deve anzitutto insegnare a riparare un impianto elettrico così come si presenta oggi), ma a essere abbastanza immaginativi per capire dove va a parare il futuro (e il buon elettricista dovrebbe avere abbastanza flessibilità e fantasia per capire cosa potrebbe accadere se domani l’illuminazione e il riscaldamento non fossero più prodotti dall’energia elettrica).
Prepararsi al domani vuole dire non solo capire come funziona oggi un programma elettronico ma concepire nuovi programmi. E accade che gli studi classici (compreso sapere che cosa aveva detto Omero, ma soprattutto la capacità di lavorare filologicamente su un testo omerico - e avere fatto bene filosofia e un poco di logica) sono quelli che ancora possono preparare a concepire i mestieri di domani.
Certamente vorrei un classico concepito in modo più moderno di quello ideato nel secolo scorso da Gentile (che poco aveva compreso delle scienze), dove ci fosse un poco più di matematica, e naturalmente di lingue contemporanee oltre al greco (e forse si potrebbe superare la distinzione artificiosa tra classico e scientifico), ma chi ha avuto una buona educazione classica ha sempre trovato qualcosa da fare, anche se non era quello che tutti si aspettavano in quel momento.
Solo chi ha il respiro culturale che può essere offerto da buoni studi classici è aperto all’ideazione, all’intuizione di come andranno le cose quando oggi non lo si sa ancora.
In altre parole, vorrei dire che chi ha fatto buoni studi classici, se non è forse capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse capace di idearne alcuni.
Ma certamente è una sfida. Chi ha paura del classico è meglio prenda altre strade, perché la vita è crudele e – anche se non è politicamente corretto dirlo -appartenere alle élites è rischioso e faticoso. Si può avere una vita felice a soddisfazioni anche estetiche studiando ebanisteria, e guai se non ci fosse chi lo fa.
«L'Espresso» del 3 ottobre 2013

24 novembre 2013

Tre sfumature di Generazione X: i libri di Cazzullo, Piccolo e Scurati

Bookcity
di Tommaso Pellizzari
Coincidenze editoriali (e anagrafiche): in forma di romanzo o saggio il bilancio di un’epoca, in tinte e toni molto diversi
Sarebbe potuta essere solo una coincidenza editoriale. Ma c’è anche un coincidenza anagrafica a mettere in fila tre libri usciti in questo periodo. E a far pensare che di tutto si tratti, tranne che di una coincidenza. Perché i libri di Francesco Piccolo («Il desiderio di essere come tutti», Einaudi), Aldo Cazzullo («Basta piangere! Storia di un’Italia che non si lamentava», Mondadori), e Antonio Scurati («Il padre infedele», Bompiani) sono libri di autori nati tra il 1964 e il 1969, cioè pienamente all’interno di quella Generazione X che dalla primavera di quest’anno e per la prima volta nella storia, con Enrico Letta ha messo un suo esponente al governo del nostro Paese. Un passaggio simbolico non casuale, visto che tutti e tre i libri raccontano in qualche modo proprio questo: l’essere la Generazione X diventata adulta.
Lo fanno con forme, stili, modi e gradazioni diverse. Scurati sceglie il romanzo puro, anche se nella storia di Glauco, lo chef che racconta quanto la paternità sia ormai diventata culturalmente (se non geneticamente) innaturale per il maschio medio del XXI secolo, non è inverosimile immaginare riflessioni simili dello scrittore diventato padre non da molto. Francesco Piccolo invece punta sul romanzo dichiaratamente autobiografico, e non solo perché scritto in prima persona.
Il passaggio dall’Italia di Moro a quella di Berlusconi attraversando la morte di Berlinguer è il racconto dell’evoluzione culturale di un intero Paese. Piccolo racconta in particolare quella del suo mondo, la sinistra, e dell’approdo alla comprensione di quello che per lo scrittore casertano è stato l’errore fondamentale dell’ultimo trentennio: l’illusione della diversità (quando non superiorità) rispetto ai democristiani una volta, ai berlusconiani oggi. E, parlando di coincidenze, guarda caso tutto questo avviene proprio mentre il Pd sta per eleggere a segretario un giovane ex dc, già concorrente di quiz televisivi, ospite di Maria De Filippi in giubbotto di pelle e convinto sostenitore della teoria che è proprio andando a prendere i voti presso quelli diversi dalla sinistra che si vincono le elezioni.
Aldo Cazzullo ha invece scelto la strada del saggio. Il suo «Basta piangere!» è un invito alla sua generazione (e alle successive, con le quali la sorte naturale non è stata più benevola) a non lamentarsi del presente. Non solo perché non serve a nulla, ma anche perché - ed è la parte più originale del libro - non è affatto detto che il presente sia così peggiore di altri presenti del passato.
La qual cosa permette di mantenere invariate le posizioni di Scurati, Piccolo e Cazzullo anche se li volessimo collocare in un ipotetico continuum che descrivesse invece gli «stati d’animo» dei loro libri. Non vi è dubbio che le riflessioni dello chef Glauco Revelli (valga per tutte la consapevolezza di appartenere «a una generazione di uomini senza biografia») inducano più di una vertigine esistenziale. L’esatto contrario del percorso di Francesco Piccolo, passato da una giovinezza di certezze assolute (per la verità più subìte che scelte) a una maturità di rasserenata tolleranza e apertura.
Alla riga 1 di «Basta piangere!» Cazzullo scrive invece di non avere «nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora, è meglio adesso». Una collocazione forte, definitiva e di certo controcorrente rispetto a quello che adesso si chiama «sentiment» del nostro Paese. Nelle 137 pagine successive spiegherà perché. E lo rifarà domenica, alle 12, nella Sala Buzzati del Corriere della Sera, via Balzan 3 (ingresso libero solo su prenotazione, telefonando allo 02 87387707 o scrivendo a rsvp@fondazionecorriere.it). Insieme a lui, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, coordinati dal direttore di Sette Pier Luigi Vercesi. E se lo scopo fosse fare sparire una volta per sempre la X, incognita-simbolo di quella generazione?
«Corriere della Sera» del 23 novembre 2013

15 ottobre 2013

Buttiamo Gramsci. Appello per una cultura non organica

di Corrado Ocone
Devo dire che ho sempre un po’ di ritrosia nel parlare di destra e sinistra: sia perché le giudico categorie fuorvianti, come le altre, ad esse connesse, di conservatori e progressisti (chi oggi in Italia vuole conservare maggiormente lo status quo, la destra o la sinistra?); sia anche perché mi sembra che esse siano un legato del quel periodo ideologico che, iniziato con la Rivoluzione francese, ha poi messo capo, in qualche modo, alle tragedie del “secolo breve”. Non nego però che, da un punto di vista empirico, cioè di mera utilità pratica, le categorie in questione servano, quasi come una segnaletica delle forze in campo. Venendo poi in Italia, le cose si complicano ulteriormente perché sembrano esistere, in questo momento, almeno due sinistre, e almeno due destre. Con l’aggiunta che la sinistra moderata ed europea dà spesso l’impressione di essere succuba dell’altra, quella che potremmo chiamare giacobina , o “indignata” in modo permanente e effettivo, che fa riferimento ad un blocco di potere costituito da certa magistratura, vari organi di stampa e da un vasto fronte di intellettuali e opinione pubblica così detta “riflessiva”. A destra troviamo ugualmente due fronti: uno in qualche modo tradizionalista, comunitarista e diffidente del mercato (il suo motto potrebbe essere “Dio, Patria e Famiglia”), e un altro liberale e liberista. Il tutto con la presenza trasversale, a destra come a sinistra, di gruppi di cattolici che, con la loro adesione più o meno forte ai dogmi della Chiesa, complicano maggiormente il quadro.
Si può dire, in ogni caso, che la sinistra moralista è quella che esercita sul dibattito culturale una vera e propria “egemonia”, imponendo i temi, le retoriche e gli stilemi di pensiero e anche i nomi dei protagonisti. Che non sempre, o raramente, sono i più meritevoli o originali. Si assiste pertanto al paradosso di un Paese in maggioranza di destra la cui cultura politica è quasi esclusivamente appannaggio della sinistra (è la tesi sviluppata dallo storico Roberto Chiarini in un istruttivo volume appena uscito per i tipi di Marsilio: Alle origini di una strana repubblica). E si assiste anche ad un sovvertimento della realtà che ha portato, ad esempio, uno studioso pur bravo come Massimiliano Panarari a parlare, con sommo plauso degli ambienti radical chic, di una “egemonia sottoculturale” che sarebbe stata non solo esercitata ma studiata a tavolino dalle “tv berlusconiane” negli ultimi anni: una tesi che fuorvia perché omette di dire che essa si applica al limite non al mondo delle élites culturali ma a quello delle persone poco colte o istruite, che in quanto tali sono sempre esistite e sempre esisteranno in una società di massa (a parte il fatto che qualcuno, ad esempio il sottoscritto, potrebbe non concordare sul tono valutatativamente negativo dell’espressione “egemonia sottoculturale” credendo che molte manifestazioni ad essa riconducibili siano state invece un veicolo di laicizzazione e deideologizzazione del costume nazionale).libertà
In ogni caso, preso atto di questa situazione di predominio intellettuale della sinistra, ogni tanto da destra si ode un’imprecazione fatta di frasi del tipo: “dobbiamo occuparci di più della cultura”, “non dobbiamo sottovalutarla e lasciarla nelle mani della sinistra”, “dobbiamo creare una nostra rete di intellettuali”. Anche se capisco i motivi che spingono a farle, ritengo che queste affermazioni non convengano ad un fronte liberale. Esse sono espressione, infatti, col segno cambiato, di un modo di ragionare “gramsciano”. Per Gramsci, in effetti, l’intellettuale, al pari di ogni altro cittadino militante, deve mettere le sue competenze, nello specifico il suo sapere, a disposizione della parte politica propria: deve contribuire certo all’elaborazione della linea politica, ma deve anche essere una “cinghia di trasmissione” di essa una volta approvata. Egli, in questo modo, deve essere il costruttore dell’ “egemonia” del Partito sulla società, cioè deve contribuire a far sì che esso conquisti i cittadini a partire dalle teste, imponendo loro un modo di ragionare “corretto” o “appropriato”. La conseguenza di ciò è che l’uomo di cultura, lungi dal rispondere a quello che dovrebbe essere il suo demone, la “verità” (potremmo dire in maniera meno impegnativa una visione “disinteressata” e “imparziale” sul mondo e sulle cose), sottomette questa ad esigenze politiche, a torto ritenute superiori. Ovviamente, oggi quasi nessuno si definirebbe un “intellettuale organico” con compiacimento. Fatto sta, tuttavia, che un modo di ragionare siffatto è stato interiorizzato profondamente ed è diventato una sorta di luogo o senso comune nella società.
Ecco, una destra liberale, la destra tout court, dovrebbe dare il suo contributo per superare il gioco a somma zero che porta ad opporre intellettuali di destra a intellettuali di sinistra. Dovrebbe fare invece una campagna liberale, appunto, per la liberalizzazione e depoliticizzazione (e in Italia anche destatalizzazione) della cultura. Sul tema dell’“autonomia della cultura” essa potrebbe dare veramente un apporto non effimero al cambiamento.
«Il Giornale» del 15 ottobre 2013

La vera egemonia è quella di Gentile

Il suo pensiero influenza tuttora la filosofia italiana. Da lui Gramsci imparò l'importanza di organizzare la cultura
di Marcello Veneziani
Con Giovanni Gentile finì la grande filosofia italiana. Dopo di lui o non fu grande, o non fu vera filosofia, o non fu italiana. La grande filosofia italiana finì con lui. Dico la filosofia di Vico, e prima di Vico il pensiero di Bruno, Telesio e Campanella, dopo Vico di Rosmini e di Gioberti; ma anche la filosofia di Dante e di Leopardi.
Dopo Gentile la filosofia rielaborò il lutto della sua stessa morte, dopo averne decretato l'agonia e poi annunciato la sua scomparsa. Dopo Gentile l'idea che la filosofia ricercasse la verità e che anzi la verità stessa sgorgasse dal processo attivo del pensiero, scomparve del tutto: il pensiero della crisi disconobbe la verità e la sua ricerca.
Dopo Gentile il pensiero non ebbe più fiducia in se stesso, si risolse nella razionale o irrazionale disperazione, variamente denominata, o si occupò dell'autopsia di se stesso, dell'analisi e della scomposizione dei saperi. Dopo Gentile la filosofia si occupò di linguaggi e procedure. Si negò alla verità, allo spirito e al pensiero assoluto (...)
Benedetto Croce esercitò nella prima metà del Novecento un'influenza che nemmeno Gentile ebbe nei suoi pur rilevanti ruoli pubblici. Croce fu chiaro e acuto scrittore di estetica e filosofia, lettere e storia, critico arguto e scopritore di autori, opere e talenti; assunse col tempo il ruolo inappuntabile di coscienza critica e maestro di libertà; ma la potenza del pensiero gentiliano non trova pari nel Novecento italiano, solo epigoni. Così Antonio Gramsci, fu acuto ideologo, lucido pensatore politico che ripassò la letteratura e la storia nella padella del marxismo militante, intellettuale di prim'ordine e sociologo della cultura e della storia, traduttore del marx-illuminismo in prassi politica e contesto nazionale. Ma non fu filosofo. O lo fu nel solco di Gentile, traducendo il materialismo di Marx in filosofia della prassi, tramite l'attualismo di Gentile. Gramsci rielaborò l'internazionalismo marxista in una filosofia d'impronta nazionale e popolare, da cui derivò l'italomarxismo. Ma la stessa conversione nazionale del marxismo avvenne all'ombra, rimossa e ingombrante, di Gentile. La filosofia della prassi ebbe in Gentile la matrice romantica e in Gramsci la versione neo-illuminista. La stessa idea gramsciana dell'intellettuale organico in cui coincidono cultura e politica - idea condivisa da Piero Gobetti - trova il suo riferimento più rigoroso in Gentile. E l'idea gramsciana, nucleo centrale del suo pensiero, che la conquista della società passi dalla conquista della cultura, fu anch'essa squisitamente gentiliana, non solo sul piano filosofico ma anche sul piano pratico, se si considera che quel progetto fu perseguito attraverso la riforma della scuola, l'organizzazione della cultura, l'enciclopedia italiana. L'idea gramsciana dell'egemonia culturale si situa tra la teoria e l'esperienza di Gentile e poi di Bottai; e deriva dall'interventismo culturale d'inizio secolo, il cosìddetto idealismo militante, più la lezione rivoluzionaria di Lenin a cui restò fedele.
Del resto, il fatto che Gentile abbia, nonostante l'Interdetto tuttora semi-vigente, figliato una vasta e spesso irriconoscente discendenza filosofica, che non ebbero né Croce né Gramsci né gli altri filosofi italiani del Novecento, dimostra la vitalità del pensiero gentiliano, soprattutto in partibus infidelium. Croce ebbe vasti estimatori, Gramsci ebbe molti seguaci politici, militanti di partito ed esegeti ideologici; ma né l'un né l'altro ebbero significativi filosofi che ne proseguirono e ne innovarono la teoria, e non solo perché ambedue non avevano cattedre e istituti con relativi allievi. Ma soprattutto perché l'una fu una grande visione della cultura nella storia e l'altra una grande cultura politica in funzione del Partito-Principe. Il maggior allievo di Gramsci, suo traduttore-traditore in politica, fu lo stesso Togliatti. Di Croce fu vasta l'ammirazione e l'influenza, piccola l'eredità filosofica, minuscola l'eredità politica, in un ramo dell'esile partito liberale. Tra le asprezze reciproche tra i due ne ricordiamo solo una, venata di tenerezza, di Gentile a Croce, del 1942: «Si calmi intanto: diamine, siamo due vecchi ormai, e i giovani ci guardano».
Come in un corpo coerente e tutto proteso all'unità, l'impianto teorico dell'attualismo si annoda alla filosofia civile, anzi si unisce nel nome di quella filosofia dell'identità che è l'impronta principale, e forse l'illusione maggiore, di Gentile. L'identità di pensiero e storia ha una matrice non solo idealistica e mazziniana, ma anche marxiana. La fecondità del pensiero gentiliano e la sua influenza si espressero in due versanti: la potenza teoretica dell'attualismo, unita a un atto di fiducia nell'assoluto del Pensiero, il cui grembo tutto contiene e risolve, la vita e il mondo, l'educazione e la politica, l'arte e la religione. E, l'altro versante, la forza persuasiva e pervasiva della sua filosofia civile che riannoda la storia e la filosofia italiana, l'arte, la letteratura e la religione, l'etica e l'educazione nazionale, cogliendo una linea coerente e vigorosa che si esprime in opere e atti, eventi storici e frutti spirituali (...)
Dell'idealismo il maggior continuatore-innovatore dell'idealismo hegeliano, non solo in Italia, fu Gentile, erede e originale come fu Plotino rispetto a Platone. Dopo di lui Hegel fu imbalsamato nella galleria dei filosofi estinti. O affisso a testa in giù nelle bacheche del marxismo, come esigeva il rovesciamento hegeliano proclamato dallo stesso Marx. Riconoscendo la forza filosofica del marxismo e cogliendone insieme la sua debolezza, il giovane Gentile capì sia l'imponenza filosofica del marxismo, che avrebbe poi pervaso il secolo, sia il suo inevitabile fallimento storico, perché il materialismo marxista fu soppiantato da un materialismo più coerente e nichilista, dissociato dalla tensione storica e ideale.
Non previde Gentile che quel materialismo globale alla fine avrebbe corroso anche lo spiritualismo politico, sconfitto lo Stato etico e travolto la dimensione nazionale. L'importanza della critica gentiliana a Marx non sfuggì a Lenin. Scrivendo il profilo di Marx, il giovane Gentile, fu l'unico filosofo vivente da lui citato. Lo scritto di Lenin risale al 1915 e fu pubblicato nel 1950 in Italia presso le edizioni di Rinascita. Ma il curatore dell'opera, Palmiro Togliatti, fece sparire il riferimento di Lenin a Gentile. Erano ormai lontani i tempi in cui Togliatti recensiva con attenzione su Ordine Nuovo l'opera gentiliana Guerra e fede (nel 1919); c'erano stati di mezzo la nascita del partito comunista, il fascismo, la guerra mondiale e la guerra civile.
«Il Giornale» del 15 ottobre 2013

22 luglio 2013

Gli snob della cultura

Un libro (sbagliato) di Vargas Llosa riapre il caso L’inutile resistenza dei «puristi della democrazia»
di Pierluigi Battista
Prima accusavano i romanzi, oggi i videogiochi e i tablet Ma il progresso è un’osmosi
Mario Vargas Llosa, uno dei più grandi e meritatamente celebrati scrittori contemporanei, un paio di secoli fa sarebbe stato considerato uno scribacchino intento ad attentare alla purezza della Grande Cultura. Nel suo ultimo libro La civiltà dello spettacolo (Einaudi) Vargas Llosa tuona contro le nefandezze della cultura di massa, irride quell’insieme di abitudini degradate che connotano apocalitticamente la democrazia culturale fatta «esclusivamente di film, programmi televisivi, videogiochi, concerti rock, pop e rap, video e tablet». Praticamente i suoi colleghi romanzieri nell’Europa all’inizio dell’Ottocento erano considerati allo stesso modo: dei poco di buono, sabotatori della nostra civiltà. Cambiano i bersagli dell’invettiva, ma il lamento sulle brutture della democrazia culturale, quello non cambia mai.
Vargas Llosa sostiene che la cultura contemporanea, a differenza del passato, ha assunto le forme di un gigantesco e abietto videogioco. C’è un bellissimo passaggio de La cultura degli europei di Donald Sassoon che però dovrebbe farlo riflettere. Anche il romanzo «è stato infatti considerato un genere inferiore: la preoccupazione per le conseguenze dell’allargamento del mercato culturale è sempre presente nella storia della cultura. Ogni passo avanti nella divulgazione, ogni rivoluzione tecnologica, ogni innovazione sono accompagnati da crisi di panico per l’imminente crollo della civiltà». E Sassoon continua, con esempi che sono esattamente quelli evocati da Vargas Llosa: «Al giorno d’oggi genitori e insegnanti piangono lacrime di gioia se un bambino preferisce i romanzi alla televisione o ai videogiochi; all’inizio dell’Ottocento invece molti letterati guardavano con preoccupazione alla crescente passione per i romanzi nelle famiglie borghesi, temendone i possibili effetti sui soggetti più impressionabili, cioè donne e bambini». E infatti lo stesso Flaubert, che con Madame Bovary ha descritto le conseguenze rovinose della lettura di storie sentimentali nella mente «impressionabile» dei nuovi lettori, ha voluto scolpire nel Dizionario dei luoghi comuni la massima simbolo di tutti i detrattori della democrazia culturale: «I romanzi corrompono le masse».
La critica alla democrazia culturale è un campionario di luoghi comuni, spiace notarlo nel commento a un libro di un grandissimo scrittore. I puristi della cultura ammonivano sulle nefaste conseguenze dell’invenzione del pianoforte, destinato a soppiantare la sacralità della musica d’organo. Poi se la sono presa con il pianoforte amuro, versione piccolo borghese di quello a coda. Poi se la sono presa con il fonografo, che avrebbe distrutto, grazie alla «riproducibilità tecnica» descritta da Walter Benjamin, ogni «aura» artistica alla musica. Se l’erano presa con l’opera lirica e il melodramma, e invece i nuovi borghesi dell’Ottocento, che beneficiavano delle nuove opportunità della democrazia culturale insegnarono ai fanfaroni dell’aristocrazia la buona educazione e la regola del silenzio a teatro, prima usato come esibizione volgare di superiorità sociale (nei palchi nobiliari si chiacchierava durante lo spettacolo, si mangiava, si flirtava, si orinava addirittura). Altro che degradazione portata dal mercato. Grazie al mercato, Mozart, vessato da mecenati meschini e filistei ma che erano stati la sua unica fonte di sostentamento, poté comporre Il flauto magico: sarebbe diventato ricco grazie al suo ingegno, se la morte precoce non avesse strappato quel genio dal palcoscenico del mondo. Persino l’invenzione «gutenberghiana» dei caratteri a stampa incitò i conservatori ai soliti sospiri malmostosi sull’imminente «fine della civiltà». C’è sempre la fine di qualcosa ogni volta che si allarga la platea dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori. C’è sempre la fine di qualcosa quando una barriera si infrange, un privilegio santificato dalla Tradizione viene meno. Con l’invenzione della fotografia si gridò alla fine dell’arte. Con l’invenzione del cinema si pianse sulla fine del teatro. Con l’irrompere del romanzo, tra l’altro contaminato con il giornalismo popolare, si lamentò la fine delle Lettere.
Chi grida alla fine di qualcosa ha un’idea hegeliana nella testa. Pensa che lo Spirito del Mondo si incarni in una forma, e in una forma soltanto, escludendo tutte le altre. L’hegelismo culturale presta attenzione solo alla forma dominante e ne fa l’unica espressione di un’epoca. Non tollera la varietà, la pluralità, la coesistenza. Non concepisce che la democrazia culturale sia una sfida continua, uno stimolo pressante al cambiamento. Pensa che la competizione sia un Male, uno stress inutile, una profanazione nel Tempio della Cultura. E infatti a gridare alla «fine» di qualcosa di eccelso sono sempre i nemici della democrazia culturale, quelli che pensano che il mercato sia qualcosa di inverecondo, qualcosa che involgarisce e corrompe gli autori e i fruitori della cultura. Ma il loro è un pregiudizio: le cose nella storia non sono andate assecondando le loro fosche e ripetitive profezie apocalittiche.
Senza l’invenzione della fotografia non avremmo avuto l’Impressionismo e forse tutte quelle forme dell’arte che vogliono rappresentare qualcosa di diverso dalla «realtà» e dal realismo fotografici. Quando venne inventato il cinema, il mondo ha conosciuto una stagione fertilissima nella drammaturgia e nel teatro. Quando venne introdotto il sonoro nel cinema Luigi Pirandello proclamò perentoriamente che era la «fine» della settima arte. Poi è arrivata la televisione, che non ha provocato l’esaurimento del cinema. Teatro, cinema e televisione «convivono ». Con le stesse tecniche che hanno consentito l’invasione dei videogiochi deplorati da Vargas Llosa, con pochi clic è possibile visitare i più bei musei del mondo, con una riproduzione meravigliosa delle opere d’arte e spiegazioni di ottimo livello. È una degradazione culturale? Oppure ad affollare i musei, il British Museum, gli Uffizi, il Louvre, il MoMa a New York sono persone, classi, popoli che mai prima di adesso hanno potuto apprezzare anche l’ombra di un’opera d’arte? Degradazione rispetto a quale standard precedente?
Le persone più colte e più sofisticate hanno tutte le possibilità di non uscire da una dimensione raffinata ed elitaria della loro esistenza: tenendo la tv rigorosamente spenta possono continuare e leggere tutti i libri che desiderano, andare ai concerti, visitare musei ancora non raggiunti dallo scalpiccio e dal cattivo odore delle grandi masse corrotte e volgari, avere in casa una fantastica cineteca di film rari e pressoché sconosciuti al popolo succube della tv, frequentare i ristorantini raffinati dove si servono i prodotti Doc consigliati da Slow Food senza mai mettere piede in una fetentissima hamburgeria tanto amata da sciami di giovani incolti e schiavi della civiltà dei consumi frivoli. Chi glielo impedisce? Gli hegeliani nemici della democrazia culturale sono dei paranoici inveterati: hanno paura di tutto e soprattutto si ribellano preventivamente all’ondata della cultura di massa che potrebbe sommergerli. Ma nessuno vuole toccarli. Loro conoscevano perfettamente l’opera omnia di Cajkovskij, ma non dovrebbero deplorare il fatto chemilioni di spettatori siano arrivati al suo Concerto per violino e orchestra attraverso la visione di quel film straordinario e commovente che è Il concerto di Radu Mihaileanu. Certo, la confusione è sempre in agguato e può capitare, come è capitato realmente, che si confonda Mozart con un jingle di Carosello e che qualcuno, ascoltando per caso le note della Nona di Beethoven, abbia esclamato: «Questa è la colonna sonora di Arancia Meccanica!». Ma in fondo anche Kubrick è stato un grande artista, l’equivoco può essere dissipato.
Si è perduta l’«aura», certo. Ma solo per chi ne apprezzava la presenza. E non è sempre colpa della «tecnica» che riproduce serialmente un’opera, attentando alla sua irriducibile «unicità». Se le chiesemoderne sono mediamente più brutte e incolori di quelle costruite in passato non è colpa della civiltà degradata dalla democrazia culturale, ma dall’indebolirsi della fede e delle convinzioni religiose. Si pubblicano romanzi peggiori di decenni fa come pure, con encomiabile ironia autocritica, suggerisce Vargas Llosa? Può darsi, ma non è detto che la colpa sia degli editori troppo attaccati al quattrino e al guadagno facile. Chi è preoccupato per le sorti della civiltà dovrebbe angosciarsi perché la scuola non funziona, o perché i giovani ricercatori sono asfissiati dalle caste baronali. Invece di invocare i finanziamenti pubblici a pioggia e indiscriminati per la cultura, dovrebbe concentrarsi in quei settori (sale da concerto, orchestre, teatri lirici) che non riescono a reggere con i soli proventi del mercato e dunque rischiano di morire, impoverendo, qui davvero, il patrimonio culturale dell’umanità. Ma senza dimenticare — lo spiega sempre Sassoon con dovizia di particolari — che proprio l’istituzione di quelle orchestre, di quei teatri aperti alla borghesia, fu interpretata come la fine di un mondo, quella in cui imperversava la musica sacra o la musica da camera.
Ma è difficile per gli intellettuali, così propensi a fustigare la corruzione del mercato e le novità della democrazia culturale, accettare questa realtà. Victor Hugo era uno scrittore celebrato come un monumento nazionale e i suoi funerali furono maestosi e commoventi. Eppure Hugo era malvisto dai suoi colleghi perché troppo «popolare» con i suoi Miserabili e quando chiesero ad André Gide chi fosse a suo parere il più grande scrittore moderno lui rispose, sconfortato: «Hugo, purtroppo!». Tutta la storia si concentra in quel «purtroppo». Purtroppo Arthur Conan Doyle malediceva il suo editore accusato di voler pubblicare soltanto i suoi libri con Sherlock Holmes, una miniera d’oro: si sentiva schiavo del successo ottenuto con la letteratura «minore» e voleva che gli venisse pubblicata un’opera d’arte di rango «superiore» e che nessuno, presumibilmente, avrebbe letto. Forse considerava le avventure di Sherlock Holmes la «fine della letteratura»: l’orrore della democrazia culturale.
«Corriere della sera - suppl. LA lettura» del luglio 2013

26 dicembre 2012

Humanitas & humanities

Motivazioni dello studio della cultura classica
di Elisabetta Degl'Innocenti
È un confronto pressoché quotidiano quello degli insegnanti con la richiesta degli studenti delle motivazioni del loro studio: richiesta che si fa più pressante nei riguardi delle discipline umanistiche, insidiate da alcuni decenni da un processo di marginalizzazione nella scuola e di perdita di ruolo nella società. La domanda "a che cosa serve il latino?" (per non parlare del greco), sollevata da studenti e genitori e accompagnata da dubbi sull"`utilità" anche di altri studi umanistici, si colloca nella drastica riduzione quantitativa e qualitativa delle discipline classiche nei sistemi scolastici europei, dagli anni sessanta del secolo scorso. L’Italia non ha confinato il latino in un solo indirizzo specialistico (come l’Austria o la Danimarca), né l’ha reso opzionale (come la maggioranza degli stati europei); tuttavia l’ha lentamente ridimensionato nel corso degli anni, fino alla notevole contrazione della recente riforma Gelmini. Lo scarso attaccamento che italiani ed europei sembrano dimostrare nei confronti delle lingue e della cultura dei loro progenitori contrasta con il rapporto che altri popoli instaurano con il loro "latino e greco". Tullio De Mauro - nell’introduzione al saggio della Nussbaum di cui parleremo - ha ricordato che in Cina, Giappone, India, nei paesi arabi e in Israele la conoscenza delle rispettive lingue classiche (il cinese e il giapponese classici, il sanscrito, l’arabo del Corano, l’ebraico biblico) è considerata centrale nei processi educativi e praticata come elemento di identità nazionale. Eppure sono proprio questi alcuni dei paesi protagonisti oggi di tumultuosi progressi economici, dai quali provengono scienziati, tecnici ed economisti di altissimo livello. Nel saggio Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2011) Martha C. Nussbaum analizza le logiche che ispirano i sistemi scolastici dei paesi avanzati. La filosofa americana lancia un grido d’allarme sulla "silenziosa crisi" che sta colpendo i sistemi formativi a livello mondiale, da lei identificata nella perdita di ruolo delle discipline umanistiche. Ciò deriva da un asservimento della missione educativa a logiche economicistiche, secondo una visione semplificata del rapporto tra scuola e sviluppo economico. La scelta del PIL come indicatore prevalente del successo economico di un paese (peraltro messa in discussione da economisti come Amartya Sen) ha infatti indotto i governi a privilegiare le discipline direttamente funzionali alle innovazioni tecnologiche e alla crescita economica, a netto discapito delle discipline umanistiche, percepite come "fronzoli superflui". Ora, sempre secondo la Nussbaum, la dissociazione o il disequilibrio tra le due culture deprime le potenzialità di innovazione, di creatività, di pensiero indipendente, necessarie a conseguire risultati in campo tecnico-scientifico ed economico, e, al tempo stesso, ostacola il formarsi di cittadini pienamente inseriti nella vita democratica, capaci di esercitare i propri diritti. Alla deprecata "istruzione per il profitto" la Nussbaum oppone un’"istruzione per la democrazia". Secondo la Nussbaum, infatti, le capacità intellettuali favorite dagli studi umanistici sono «fonda-mentali per mantenere vive e ben salde le democrazie [...] per consentire [loro] di far fronte, in modo responsabile, ai problemi che le attendono come parti di un mondo interdipendente». Ella le identifica in tre aree: la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere i localismi e affrontare i problemi mondiali come cittadini del mondo, la capacità di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell"`altro". L’educazione per la buona cittadinanza e la democrazia non è del tutto alternativa a quella per il profitto, perché - aggiunge la Nussbaum - l’interesse di «una democrazia moderna [per] un’economia forte e una cultura di mercato fiorente [...] richiede proprio l’apporto degli studi umanistici e artistici, allo scopo di promuovere un clima di attenta e responsabile disponibilità, nonché una cultura di innovazione creativa». Il taglio esplicitamente politico dell’analisi della filosofa americana rappresenta una novità nel dibattito sui destini della cultura classica, perlopiù condotto su un piano culturale. Not for profit è divenuto subito un successo planetario e il clima prevalente è di consenso alle posizioni della Nussbaum, ma non mancano le critiche. C’è chi le attribuisce una visione troppo ottimistica e forse illusoria della democrazia, salvata dalle discipline umanistiche grazie al metodo del confronto socratico e del critical thinking. Alessandro Pagnini ha scritto che quella della Nussbaum sembra una «teologia secondo la quale il bene finirà per trionfare in virtù della sola conversazione», ricordando che «Pol Pot leggeva Rousseau e Sartre, e che il neonazista della recente strage di Oslo leggeva Kafka!» (Humanities alla luce della ragione, in "Il Sole 24 Ore Domenica", 4 settembre 2011). Un’altra obiezione rivolta alla Nussbaum è che il suo saggio sembra riproporre l’antinomia tra la cultura scientifica e quella umanistica. Il problema delle "due culture", posto per la prima volta nel 1959 dal celebre saggio di Charles P. Snow, risulta oggi complicato dal parcellizzarsi delle scienze e delle tecnologie, che sembrano generare non due o tre, ma una pluralità di culture. Da ciò le preoccupazioni di chi vede - citiamo ancora Pagnini - nella «pur sacrosanta rivendicazione del valore formativo delle humanities» il rischio che possa di nuovo assumere i tratti di una pretesa egemonica, soprattutto in paesi i cui sistemi formativi non forniscono un’adeguata «forma mentis scientifica, che faccia con naturalezza pensare le cose in modo oggettivo e le faccia prima di tutto confrontare con le evidenze». È questo, in particolare, il caso dell’Italia, viziata da un persistente deficit di cultura scientifica. Non mancano d’altra parte i richiami alla primigenia unità di cultura umanistica e cultura scientifica. La scissione tra le due culture non è "naturale", ma si colloca storicamente alla metà del XIX secolo, e il valore di quella unità – scrive Bruno Arpaia – appare se ci chiediamo per esempio come sia possibile oggi «parlare di sentimenti o di emozioni senza sapere nulla di sinapsi e neuroscienze» (Non due, ma mille culture, in "Il Sole 24 Ore Domenica", 10 luglio 2011). Tra coloro ai quali va riconosciuto il merito di condurre con convinzione questa battaglia per l’unità del sapere stanno certamente i classicisti. Tra gli altri si distingue il Centro Studi La permanenza del Classico dell’Università di Bologna, diretto da Ivano Dionigi, cui si deve un convegno sui rapporti tra scienza e cultura classica tenutosi nel 2005, nel quale intervenne il fior fiore dell’intellettualità classicista, filosofica e scientifica italiana e internazionale. Nel contributo Classici perché, classici per chi (comparso nella miscellanea di saggi Nuove chiavi per insegnare il classico, 2008) Dionigi ricorda la diversità degli statuti disciplinari scientifico e umanistico, uno basato su un paradigma sostitutivo in quanto incrementato da nuove scoperte, l’altro su un paradigma cumulativo in quanto incrementato dalla memoria storica, ma depreca l’autonomia "sciagurata" tra classici e scienza. C’è un terreno sul quale in particolare gli umanisti rivendicano da sempre una comunanza metodologica ed epistemologica con gli scienziati: la filologia. Nel saggio Filologia e libertà (2008) Luciano Canfora attribuisce a questa disciplina quei requisiti di indipendenza di pensiero e di lotta contro il dogmatismo che ne fanno «la più eversiva delle discipline». Canfora ricorda che il «metodo Lachmann», punto di svolta della storia della filologia, venne salutato al suo apparire a metà dell’Ottocento come metodo scientifico, in grado stabilire una "legge", identificata con lo stemma codicum, cioè con l’albero genealogico dei codici tramandati di un testo. Ma poi – prosegue lo studioso – quel metodo fu messo in discussione dagli studi successivi e la "norma" dello stemma divenne l"eccezione", mentre quella che prima era considerata l’eccezione, cioè la contaminazione dei codici, divenne la norma: un capovolgimento che sembra parallelo a quello che riguardò matematica, fisica, astronomia, le cui "norme" vennero messe in discussione dagli inizi del Novecento. Da un protagonista delle rivoluzioni culturali novecentesche, Albert Einstein, viene un’altra riflessione sul legame tra cultura scientifica e cultura umanistica. Nella sua autobiografia intellettuale Einstein ricorda il rapporto profondo che esiste tra concetti, cioè tutto quel che sappiamo e pensiamo, e parole, che apprendiamo dalla tradizione. E la tradizione da cui sono nate le nostre parole (lo sottolinea De Mauro nella già citata prefazione alla Nussbaum) è quella greco-latina, dalla quale proviene in maniera pressoché esclusiva il lessico intellettuale delle lingue europee. Conoscere quelle parole nella precisione e densità del loro significato è indispensabile per parlare con un linguaggio non stereotipato o banale, per accedere ai testi del proprio patrimonio culturale, per progredire nella conoscenza. Ma, se sono vere e da tanti condivise tutte queste qualità della cultura classica, perché assistiamo al suo declino? Basta a spiegarlo l’interpretazione economica della Nussbaum, che si lega alle conseguenze dell’attuale mondo globalizzato? Quali effetti provoca la globalizzazione sul piano culturale, sul senso comune delle persone, sul loro modo di interpretare la realtà e se stessi? E questi effetti confliggono con la cultura umanistica e classica in particolare? Salvatore Settis (nel saggio Futuro del "classico", 2004) individua nel postmoderno il sistema culturale che corrode dall’interno la cultura classica, soprattutto attraverso due elementi che lo caratterizzano: la perdita di senso storico, cioè l’appiattimento sul presente percepito come virtualmente simultaneo a qualunque momento del passato; il citazionismo, cioè la scomposizione della tradizione in frammenti decontestualizzati e sottoposti ai più arbitrari rimontaggi. I due elementi si combinano in quanto le "citazioni" – per esempio gli elementi architettonici classici inseriti in edifici di oggi, o le vignette che raffigurano George W. Bush vestito da imperatore romano – corrispondono a «un uso della storia per exempla, e non secondo una concatenazione di eventi, stabiliti mediante l’indagine storica e legati da nessi di causa ed effetto». Così, nell’orizzonte globalizzato l’antichità classica si guadagna il suo piccolo posto in mezzo a tante altre antichità (indiane, cinesi, maya), oppure viene «ridotta a un retroterra nebbioso e indistinto, conservando semmai solo una qualche funzione ornamentale» (i "fronzoli superflui" di cui parla anche la Nussbaum). Le amare constatazioni di Settis si accompagnano alle sue accuse contro certi sostenitori della classicità, involontari alleati dei suoi peggiori nemici. Attribuire al classico un carattere paradigmatico e di perenne attualità, investirlo della responsabilità di esprimere un valore identitario in risposta alle ansie della globalizzazione, farne la bandiera della civiltà occidentale come contenitore di radici comuni: tutto ciò da una parte esprime una concezione eurocentrica ed egemonica, destinata a fallire nel mondo globalizzato, dall’altra banalizza la stessa cultura classica perché ne semplifica la complessità, riducendo ad unum ciò che invece è plurale. Insomma, proiettare la classicità su un piano universale equivale a "estirparla dalla storia", esattamente come fa la cultura postmoderna. Un analogo rifiuto dell’"iconizzazione" del classico è espresso da Giuseppe Cambiano. Per rispondere alla domanda posta dal titolo del suo saggio Perché leggere i classici (2010), Cambiano contesta uno dopo l’altro i luoghi comuni sulla validità della cultura classica, lasciandoci in un disarmante disorientamento. Non è vero che i classici sono dotati di intramontabile verità e bellezza: anch’essi soffrono di finitudine e precarietà. Non è vero che sono per forza attuali, perché le risposte che, per esempio, i filosofi antichi danno alle esigenze del presente possono essere viziate da quella che egli chiama la "cosmetica" dei classici, cioè da un’operazione di occultamento di ciò che non è considerato ideologicamente valido al momento, oppure possono essere più proficuamente sostituite dalle risposte offerte dalla filosofia contemporanea. Non è corretto neppure affermare che nella cultura classica risiedono le radici della cultura occidentale: questa metafora esprime una concezione teleologica, secondo la quale il presente è il frutto inevitabile del passato e non avrebbe potuto essere diverso da quello che è, mentre sappiamo che la storia scritta dai vincitori tende a cercare nel passato solo ciò che li giustifica e li esalta. E dunque? La soluzione sta nell’accettare la realtà multiforme della classicità e nel rifiutarne l’immagine di modello armonico a senso unico, o compatibile con nostre scelte di valore. Sta, in altre parole, nel farla emergere nella sua irriducibile complessità, «come rete di alternative che di volta in volta sono state fatte valere e si fanno ancor oggi valere» (Cambiano), nella consapevolezza che non esiste un "classico" perché ogni epoca se n’è inventata un’idea diversa (Settis). Bisogna insomma accettare che gli antichi sono "altro" da noi e rapportarsi a loro con procedimenti simili a quelli che l’antropologia usa per studiare culture diverse dalla propria, considerandoli un "altrove" (nel tempo) analogo a quello di altre culture extraeuropee (l’altrove" nello spazio). Questi procedimenti di "straniamento" consentono di misurare la distanza che ci separa dai Greci e dai Romani per esempio in materia di amore e sessualità, o di giudicare con i nostri parametri la schiavitù e i giochi gladiatori, o di confrontare il nostro concetto dei diritti femminili con la condizione giuridica delle matrone (come fa Maurizio Bettini, Noi e i romani. Un problema di giusta distanza, nel volume collettaneo Nuove chiavi per insegnare il classico, 2008). Un relativismo culturale, dunque, nel quale la cultura classica "vale" per noi quanto le grandi civiltà asiatiche o le culture cosiddette "primitive"? In realtà, il confronto che stabiliamo con i nostri maiores è profondamente diverso. Il fatto è – afferma ancora Cambiano – che essi si sono così profondamente sedimentati nella nostra cultura da fornire oggi un patrimonio di "credenze comuni" (concetti filosofici, principi giuridici, tòpoi letterari e artistici, pratiche di vita quotidiana ecc.) che costituiscono non un blocco omogeneo, anzi «una sorta di multiculturalismo nel cuore stesso di quella cultura che si crede unitaria, e che siamo abituati a chiamare occidentale», ma tuttavia esplicitamente o implicitamente condiviso. In questa polarità tra alterità e persistenza del classico risiede la motivazione più profonda del suo studio, e del nostro insegnamento. Come dice Settis, «sia perché lo sentiamo nostro, sia perché lo riconosciamo "diverso" da noi; sia in quanto esso è intrinseco alla cultura occidentale e indispensabile a intenderla, sia in quanto ci apre la porta a studiare e comprendere le culture "altre"; sia perché serbatoio di valori in cui possiamo ancora riconoscerci, sia per quello che esso ha di irriducibilmente estraneo». In conclusione, possiamo rispondere ai nostri studenti che la cultura classica "serve" per gli strumenti di critical thinking (su cui tanto insistono gli americani), per «l’apertura e la radicalità delle argomentazioni, il conflitto delle idee, la fiducia nella capacità della ragione di decidere di questo conflitto, l’instancabile curiosità nell’esplorare prospettive e orizzonti di conoscenza» (Mario Vegetti, Di fronte ai classici, 2003). Serve perché ci aiuta a pensare, parlare e leggere bene, comprendendo il significato del patrimonio letterario (il che, di questi tempi, rappresenta un’emergenza educativa nazionale). Serve perché, con la sua identità plurale, costituisce una sorta di pre-globalizzazione che aiuta a "trascendere i localismi", e, con il suo cosmopolitismo, offre strumenti per affrontare i problemi mondiali come "cittadini del mondo", come dice la Nussbaum. Serve perché, con la sua alterità, ci abitua a un sano relativismo nemico del pensiero unico e perché, come si augura ancora la filosofa americana, offre la raffigurazione simpatetica della categoria dell’altro. E, ancora, serve perché aiuta ad acquisire una profondità di senso storico e per l’eredità insieme linguistica e di fondamenti e strutture del pensiero europeo. Serve, infine, perché ci aiuta ad abitare le città e le campagne del nostro paese e di tanti paesi di quello che fu un tempo l’impero romano, il cui immenso patrimonio archeologico non può essere compreso se non se ne conosce la cultura; il che, come ricorda Ivano Dionigi, tra l’altro offre, o offrirebbe, straordinarie prospettive economiche.
Autori vari, «Cultura umanistica e scuola: riflessioni e analisi», Pearson Italia, 2011 (pp. 49-54)