Visualizzazione post con etichetta informatica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta informatica. Mostra tutti i post

01 ottobre 2025

La guerra ibrida rimossa

Il problema della sicurezza informatica genera per i nostri sistemi di governo un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per limitare, almeno in parte, le libertà personali
di Angelo Panebianco
Guerra ibrida e libertà. La preoccupazione generale per i continui sconfinamenti russi nei cieli dei Paesi Nato ha distolto l’attenzione dell’opinione pubblica da quello che è stato sicuramente un atto di guerra contro l’europa, un atto di guerra che è anche una possibile anticipazione del futuro che ci aspetta: l’attacco informatico che ha gettato nella disorganizzazione e nella paralisi per due giorni gli aeroporti di Berlino, Bruxelles, Londra. Giustamente, abbiamo paura che ci arrivi addosso una guerra condotta con armi convenzionali (sullo sfondo c’è anche lo spettro della guerra nucleare). Ma gli attacchi agli aeroporti, la manifestazione fin qui più spettacolare e più grave della cyber war che viene ormai condotta contro i Paesi europei da anni (con una intensificazione dall’invasione dell’ucraina in poi) dovrebbero avere dimostrato a tutti che le guerre ora non si fanno solo con le armi da fuoco e i soldati sul terreno. Dovrebbero rendere l’opinione pubblica edotta del fatto che l’uno o l’altro Paese in un prossimo futuro potrebbe essere gettato nel caos e anche ridotto alla disperazione e alla fame senza bisogno di missili, droni e carri armati. E che pertanto occorre mettere in atto le contromisure per impedire che ciò un giorno avvenga.
Lo sviluppo tecnologico ha sempre avuto due facce, una luminosa e una oscura. Da un lato, migliora, e ha sempre migliorato, la condizione umana.
Dall’altro, mette a disposizione di chi vuole servirsene mezzi sempre più efficaci per distruggere comunità e per assoggettare le persone. Chi vorrebbe arrestarlo è un folle, non capisce quanti benefici esso generi (non ne vede la faccia luminosa). È però un imprudente chi non si preoccupi degli aspetti negativi (la faccia oscura). Tra gli aspetti negativi c’è quello di avere eroso il confine fra lo stato di guerra e lo stato di pace. È arrivato il tempo di una forma assai sofisticata di guerra ibrida. Le guerre convenzionali,come in Ucraina, continuano ad esserci. Ma adesso i mezzi di guerra che lo sviluppo tecnologico mette a disposizione di chi vuole servirsene consentono di attaccare anche in altri modi. Modi così subdoli che le persone possono credere di vivere in pace mentre invece sono i bersagli di una guerra non dichiarata e che non si manifesta attraverso la violenza fisica.
Le democrazie europee, sia pure con difficoltà e forse con troppe lentezze, stanno reagendo, cercano di approntare le necessarie contromisure. Certi Paesi scandinavi sembrano più avanti di altri. La Gran Bretagna ha adottato da qualche anno una nuova dottrina militare nella quale la sicurezza informatica ha, quanto meno sulla carta, un grande spazio. E anche gli altri Paesi, ivi compreso il nostro, cercano più o meno faticosamente, di attrezzarsi. Però può essere difficile per una democrazia approntare le misure adeguate a garantirsi la sicurezza se l’opinione pubblica non è sufficientemente consapevole della minaccia.
Peraltro, il problema della sicurezza informatica genera per le democrazie un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per contrarre, almeno in parte, le libertà personali?
Le democrazie occidentali, come tutti vedono, sono oggi in affanno. Minacciate dall’esterno e dall’interno. Quelle europee sono minacciate da potenze autoritarie mentre il loro storico protettore, gli Stati Uniti, non sembra più disposto a difenderle. Le democrazie sono inoltre minacciate da movimenti politici ostili alla libertà individuale (si pensi agli strappi costituzionali di Trump o a cosa sia Alternative für Deutschland che oggi, nei sondaggi, è il primo partito in Germania), fautori di una trasformazione in senso illiberale dei nostri regimi politici.
Tra le molte minacce c’è anche l’erosione, per effetto dello sviluppo tecnologico, dei confini fra stato di guerra e stato di pace. Fin quando quel confine era chiaro e netto era possibile mantenere separate sfera civile e sfera militare, l’organizzazione della vita di pace di ogni giorno e gli apparati preposti alla difesa in caso di guerra. Ma nel momento in cui entra in gioco la sicurezza informatica tutto cambia. Se imprese private, enti pubblici, sistema dei trasporti, sistema finanziario, sistema energetico, sistema della comunicazione, diventano potenziali target di attacchi, sorge l’esigenza di una difesa integrata (che è esattamente quanto oggi si tenta di predisporre). Ma una difesa integrata — indispensabile per la sicurezza — implica anche, o potrebbe implicare in futuro, una sorta di militarizzazione strisciante di ampi aspetti della vita civile. Con effetti, tutti ancora da valutare, sulla libertà di azione dei cittadini. Non c’è da fasciarsi la testa prima di essersela rotta. C’è però da riflettere su come le nuove condizioni di «non guerra/non pace» potranno essere conciliate con il mantenimento di regimi fondati sulla valorizzazione delle libertà individuali. Chi le apprezza ha sempre temuto le guerre non solo (come tutti) per le distruzioni e le sofferenze che provocano ma anche per i loro effetti negativi sulla libertà.
Sappiamo cosa comporti, da questo punto di vista, la guerra per una democrazia. La obbliga, per tutto il tempo che la guerra dura, a comprimere le libertà e a subordinare ogni aspetto della vita sociale all’esigenza della difesa. Ma solo finché dura la guerra. Possiamo facilmente prevedere che nello stesso momento in cui le armi finalmente taceranno in Ucraina (non sappiamo quando ma un giorno avverrà), riesploderanno subito in quel Paese i contrasti e i conflitti fra i partiti e le persone esigeranno — come è giusto che sia — una libertà che la guerra ha negato loro.
Ma che dire dell’erosione del confine fra guerra e pace per effetto degli sviluppi tecnologici in corso? Quali conseguenze può avere per le nostre libertà? È un terreno largamente inesplorato. Conviene occuparsene.
«Corriere della Sera» del 1° ottobre 2025

28 giugno 2014

Dopo Facebook, la bufala impazza. Tra scherzi, nomi falsi e imbarazzo

Sul web è sempre più facile imbattersi in una falsa notizia, più o meno riconoscibile. E i protagonisti potremmo essere noi. Ecco come si creano finte news "social". E i rischi possibili
di Diana Orefice
Potrebbe succedere a chiunque di ritrovarsi coinvolti in curiose e spiacevoli storie di cronaca. Un giorno, navigando tranquillamente su Facebook, Mario Rossi di Roma potrebbe leggere questo titolo: "Shock ornitofilia a Roma: Mario Rossi stuprava volatili di grandi dimensioni". E c'è anche la foto: proprio quella che Mario aveva scelto come immagine del profilo, qualche anno prima. L'articolo è stato pubblicato nel giorno in cui viene letto e ha già 1000 mi piace e 100 condivisioni, anche da parte di persone che non rientrano nella cerchia di conoscenti di Mario.
Basta però leggere non più di dieci righe per avere il sospetto che si tratti di una bufala. "Il giovane [...] sarebbe stato trovato ad abusare di poveri animali, quali volatili di grandi dimensioni come pappagalli, aironi e gufi, tutti maniacalmente tenuti dentro una stanza a luci rosse, munita di schermi a led proiettanti film hard". Se si arriva a fine pagina, non si hanno più dubbi: "Fai subito questo scherzo", incita il sito Pinibook. Si tratta di un generatore di bufale. La tecnica è semplice: basta inserire nome, cognome e luogo di nascita della vittima, caricare una foto e scrivere la città nella quale si vuole ambientare la falsa notizia. Un click su "accetto termini e condizioni" e l'articolo è pronto da diffondere sui social. E a quel punto, per chi è vittima dello scherzo, possono venire fuori delle complicazioni.
Il pericolo. Il problema, per Mario Rossi, è che non è da tutti leggere più di dieci righe. Non è da tutti nemmeno aprire il link. Rapiti dalla gravità dello scandalo, alcuni utenti del web leggono il titolo e condividono. Fidandosi del fatto che chi per primo ha condiviso l'articolo, magari un "amico", ne abbia letto il contenuto. Proprio così si creano le catene di bufale, condivise per migliaia di volte prima che qualcuno riesca a smentirle. Non basta accorgersi che la notizia è falsa: il problema è farlo sapere a quelle migliaia di persone che l'hanno presa per vera. E ora ne stanno parlando non solo su Facebook, ma con gli amici al bar.
Rischio valanga. Il rischio della bufala infatti è che una volta lanciata non se ne ha più il controllo. Mario Rossi ha subito uno scherzo potenzialmente mondiale e senza scadenza. Come lui, anche tutti quelli che fino ad oggi sono stati vittime di Pinibook: in un giorno vengono create decine di bufale. Andando ad indagare in "termini e condizioni", si scopre che tutti i falsi articoli vengono archiviati nel database, ma possono essere rimossi con una "apposita richiesta" fatta ai gestori del sito, senza ulteriori informazioni su che cosa significhi. Non c'è nessun indirizzo email e nessuna sezione "contatti" in vista. In compenso si può diventare fan della pagina facebook del generatore di bufale. Ma anche se Mario riuscisse a contattare i gestori ed ottenere la cancellazione dell'articolo, non avrebbe la garanzia di aver cancellato l'esistenza di quella notizia, perchè altri siti web potrebbero averne ripreso il testo.
Di chi è la responsabilità? Pinibook specifica che l'utente che crea la falsa notizia è responsabile di quanto inserito e consapevole che si tratti di uno scherzo. Soprattutto, l'utente garantisce che il materiale non è lesivo, quindi è vietato trasmettere commenti e foto il cui contenuto è diffamatorio, ingiurioso, lesivo della privacy o comunque illecito. In realtà, è il testo della falsa notizia, generato automaticamente dal sito e identico per ogni vittima, che potrebbe risultare diffamatorio o ingiurioso. La diffamazione (art.595 del Codice penale) è una offesa qualunque, comunicata ad altri con qualsiasi mezzo, in assenza dell'offeso. L'ingiuria, invece, ne prevede la presenza.
Naturalmente, Pinibook non genera solo notizie di "ornitofilia". Si può scegliere anche "Mario Rossi scatenato: 'Adesso basta, voglio una donna al giorno'", oppure "Mario Rossi stuprato da un branco di nani: 'Mi sento sporco'", o anche il più nobile "Scazzottata nella notte, Mario Rossi seda una rissa e diventa un eroe". Nel panorama nazionale dei generatori di bufale, c'è anche Magnaromagna. Il sito propone una gamma che va dallo "stupido incidente" all'"arrestato organizzatore festini hard". Magnaromagna, a differenza di Pinibook, non conserva i testi e non li rende rintracciabili tramite motori di ricerca. Una garanzia per la vittima: in questo caso gli autori hanno il controllo della notizia e possono decidere se stamparla in pdf o inviarla per email. Senza la possibilità, quindi, di rovinare la reputazione di un amico cliccando su "condividi". Un gesto tanto semplice quanto incontrollabile.
Come uscirne. Se la catena è già partita e il danno è fatto, Mario Rossi può almeno avvalersi della segnalazione su Facebook. Cliccando sulla freccia in alto a destra sopra il link da condividere, se si trova all'interno di un gruppo chiuso, può scegliere di denunciare l'articolo all'amministrazione del gruppo Fb. Che poi può (eventualmente) deciderne la rimozione. In bacheca, invece, bisogna scegliere la voce "non desidero vedere questo contenuto": guidandoci in una serie di scelte, Facebook indaga sulle motivazioni che ci hanno portato a questo gesto. Scartando lo spam e il semplice mancato interesse, si arriva finalmente a segnalare il link in quanto lesivo della nostra dignità. E da qui in poi si può sperare in un legittimo oblio.
«La Repubblica» del 28 giugno 2014

03 marzo 2014

I social media sono come le slot machine

È reazionario e sterile disconnettersi per ricaricare le pile o fare meditazione in stile mindfulness. Meglio disintossicarsi consapevolmente, sabotando gli strumenti di distrazione di massa digitale
di Evgeny Morozov
Il linguaggio New Age degli anni 60 è ancora in circolazione, e uno dei suoi lasciti è la parola mindfulness, che è subentrata a «sostenibilità»: nessuno sa esattamente cosa sia, ma tutti la cercano. Recentemente campeggiava sulla copertina della rivista «Time», e un lungo elenco di celebrità — Arianna Huffington, Deepak Chopra, Paulo Coelho — ne predicano instancabilmente le virtù, spesso in conferenze con titoli come «Wisdom 2.0». L’ultimo World Economic Forum di Davos ha anche organizzato un gruppo di lavoro sul tema. La rinascita della mindfulness è in gran parte sospinta dai progressi della tecnologia, con applicazioni e activity tracker per smartphone che offrono nuove opportunità per praticare meditazione, training mentale e controllo dello stress. Il caso di Huffington, una delle maggiori promotrici della (il quotidiano online che porta il suo nome ha anche lanciato una app per rilevare lo stress, dal poetico nome di «Gps for the soul», Gps per l’anima), è particolarmente curioso, perché la minaccia alla viene proprio dai social media, dai gadget elettronici e dalle app, che sono il mondo in cui Arianna Huffington è di casa.
Anche il presidente di Google Eric Schmidt ha aderito a questo club, sostenendo che dobbiamo stabilire degli orari in cui siamo «on» e altri in cui siamo «off», e annunciando la sua scelta di lasciar da parte i gadget tecnologici durante i pasti. Ci sono anche applicazioni e aziende che, a pagamento, ci aiutano a rispettare la pausa del «sabato digitale», o a intraprendere una «disintossicazione digitale», o ancora a unirci a gli «obiettori digitali» che si incontrano in luoghi privi di dispositivi elettronici. Mai prima d’ora la connettività ci ha offerto tanti modi per disconnetterci. Ci viene chiesto di disconnetterci per poter riprendere le nostre consuete attività con rinnovata energia quando torniamo nel «paese della distrazione». La ricerca della svolge in questo caso lo stesso ruolo del buddhismo — più esattamente una versione Davos del buddhismo, quella abbracciata dal mondo imprenditoriale.
Nel nostro mondo follemente complesso, dove tutto è in continuo cambiamento e spesso poco comprensibile, l’unico atteggiamento ragionevole sarebbe rinunciare a ogni tentativo di controllo e adottare un comportamento Zen: accettare il mondo così com’è e cercare la propria pace al suo interno. È facile capire come questo modo di pensare sia reazionario. Come ha detto una volta scherzosamente il filosofo sloveno Slavoj Zizek, «se Max Weber fosse vivo oggi, sicuramente scriverebbe un secondo trattato, complementare alla sua Etica protestante e lo spirito del capitalismo, intitolato “L’etica taoista e lo spirito del capitalismo globale”». I manager abbracciano la come accolgono le altre forme del «nuovo spirito del capitalismo», che si tratti di yoga sul posto di lavoro o di infradito alle riunioni: è un modo di ri-confezionare l’alienazione come emancipazione, e intanto incentivare la produttività.
Non sorprende che Arianna Huffington speri che la ricerca della mindfulness da parte della gente di Davos riesca a riconciliare finalmente la spiritualità e il capitalismo: «Una quantità crescente di prove scientifiche dimostra che questi due mondi sono alleati — o almeno che possono e dovrebbero esserlo», ha scritto in un recente articolo. «Quindi sì, voglio parlare di massimizzazione dei profitti e di risultati oltre le aspettative, e sottolineare l’idea che quel che va bene per noi come individui funziona anche per i conti delle aziende americane».
Quel che rende politicamente interessante questa ricerca della mindfulness amica del capitalismo è che incoraggia — forse inconsapevolmente — gli atti di volontaria disconnessione dal mondo di Facebook e Twitter. È vero che i predicatori della mindfulness li presentano come una pausa necessaria, di cui tutti abbiamo bisogno, per poi riconnetterci e mantenere lo status quo. In questo modo attribuiscono lo stress causato dalla distrazione e dall’essere in rete a una qualche forza autonoma e inesorabile — modernità, progresso, tecnologia — o danno la colpa alla nostra incapacità di reagire o, peggio ancora, al fatto che non abbiamo app contro lo stress sui nostri iPad.
Ma i «disconnessionisti» — come un critico ha recentemente chiamato questo fenomeno sociale emergente — non potrebbero avere uno scopo un tantino più radicale della «disintossicazione digitale»? Intanto, il termine «disintossicazione» ci fa pensare che il desiderio di essere perennemente collegati sia una patologia. I promotori della disconnessione sembrano poi avere una visione piuttosto confusa della politica. «Scollegarsi individualmente, in realtà, non è una risposta ai maggiori problemi tecnologici del nostro tempo, proprio come mangiare cibi locali e organici non risolve i problemi dell’agricoltura globale», ha scritto Alexis Madrigal su «The Atlantic». Si noti che è l’atto del disconnettersi — staccare la spina — a essere il bersaglio delle critiche, come se non ci fossero buone ragioni per vedere con sospetto la pressione a essere sempre connessi che arriva da Silicon Valley. Nel tentativo di rivelare le ansie d’élite di chi propone la «disintossicazione digitale» — sostenendo, ad esempio, che scollegarsi equivale a indossare abiti vintage e mangiare formaggio artigianale — i critici come Madrigal rischiano tuttavia di approvare le strategie di sfruttamento di Twitter e Facebook.
Si parla tanto di economia dell’attenzione, ma dobbiamo anche pensare all’economia dell’attenzione in termini politici — ed è qui che scollegarsi potrebbe essere di qualche utilità. Dopo tutto, che cosa c’è di così naturale nel modo in cui Twitter ci spinge a controllare quante persone hanno interagito con i nostri tweet? Che a Twitter interessi è ovvio: quanti più dati mettiamo in circolazione — cliccando all’infinito — tanto più gli inserzionisti saranno interessati a Twitter. Ma gli interessi di Twitter non sono necessariamente i nostri. Perché dovremmo aderire al credo del «tempo reale» — all’idea che dobbiamo sapere, non appena i dati sono disponibili, quel che il mondo pensa di ogni nostro tweet? Dobbiamo sapere che le piattaforme dei social media sono state progettate per assecondare i loro interessi commerciali, ed è per questo che ogni nostro click viene registrato. La fastidiosa tentazione di seguire il destino di ogni nostro tweet, all’infinito e nel modo più accurato possibile, è tutt’altro che scontata.
Dobbiamo sottoporre i social media a quell’esame critico che è stato applicato alla progettazione delle slot machine dei casinò di Las Vegas. Come ha mostrato Natasha Dow Schüll nel suo eccellente libro Addiction by Design: Machine Gambling in Las Vegas, mentre gli operatori dei casinò vogliono farci credere che la dipendenza dal gioco sia il risultato di una nostra debolezza morale o di qualche squilibrio biologico, sono loro ad aver progettato le macchine in modo da creare dipendenza. Nei social media — come nel caso delle slot machine o del fast food — la dipendenza è indotta, non è naturale.
Non dobbiamo confondere la strategia della disconnessione nella sua forma radicale e proiettata verso l’esterno, con quella reazionaria, ripiegata su se stessa. Il perché ci scolleghiamo è importante: possiamo continuare a pensare — secondo la tendenza attuale — che sia un modo per ricaricarsi e recuperare la produttività, o che sia invece un modo per sabotare le tattiche di induzione alla dipendenza messe in atto da quel motore dell’accelerazione - distrazione che è Silicon Valley. Il primo atteggiamento è reazionario, ma il secondo può portare all’emancipazione, soprattutto se questi atti di rifiuto danno luogo a veri e propri movimenti costruiti attorno ai temi della temporalità e dell’attenzione, lontani dai programmi di business delle brigate spirituali di Davos. Speriamo che questi movimenti producano pratiche alternative, istituzioni e progetti che ci permettano di abbandonare i dictat del «tempo reale» e di abbracciare un modo di comunicare migliore. Se per arrivarci dobbiamo staccare la spina, facciamolo. Ma non per poi poterci ricollegare come prima. Non bisogna farsi oscurare la mente dalla mindfulness.
(traduzione di Maria Sepa)
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del febbraio 2014

Il computer che batte il computer

La fisica quantistica riuscirà a cambiare tutto. Velocità di calcolo enorme, sicurezza a rischio
di Stefano Gattei
L’intervista Colloquio con Yuri Manin, uno dei maggiori matematici viventi, docente a Bonn e a Mosca, che per primo propose di sostituire la «macchina di Turing». Ma violare i codici cifrati (operazione che oggi richiede anni) diventerebbe un gioco da ragazzi
Il Novecento si apre con una profonda crisi della fisica, segnata dalla nascita di due grandi teorie: la relatività generale, che sostituisce la teoria della gravitazione universale di Newton; e la meccanica quantistica, basata sull’idea che l’energia sia trasmessa in modo non continuo, ma per pacchetti discreti (i quanti).
Entrambe le teorie hanno conseguenze spesso inaspettate e controintuitive: in base alla meccanica quantistica, per esempio, sia la radiazione sia la materia hanno caratteristiche tanto ondulatorie quanto particellari, al contrario della meccanica classica, in base alla quale la luce è trattata come un’onda e l’elettrone come una particella. Entrambe, tuttavia, hanno avuto importanti riscontri sperimentali, rivoluzionando l’impianto teorico della fisica e la nostra vita di tutti i giorni (basti pensare alla risonanza magnetica o ai telefoni cellulari).
Nei primi anni Ottanta Richard Feynman osservò che non sarebbe stato possibile simulare alcuni fenomeni governati dalla meccanica quantistica per mezzo di un computer classico. D’altra parte, i continui progressi della tecnologia portavano a una crescente miniaturizzazione dei circuiti, e in un tempo relativamente breve ogni componente si sarebbe ridotto alle dimensioni di pochi atomi. Su scala atomica, i fenomeni sono governati da leggi che non seguono la fisica classica, ma quella quantistica; Feynman suggerì allora di sostituire la «macchina di Turing», proposta nel 1936, con la sua versione quantistica che, a differenza della precedente, era in grado di simulare i fenomeni previsti dalla fisica dei quanti senza subire un calo esponenziale di velocità.
Ne discutiamo con Yuri Manin, che propose per primo l’idea, nel 1980, anche se il suo lavoro divenne noto solo successivamente a quello di Feynman, in quanto apparso originariamente in russo. Tra i maggiori matematici viventi, Manin divide oggi la propria attività tra la Germania, dove è professore al Max Planck Institut für Mathematik di Bonn, e la Russia, dove insegna al celebre Istituto Steklov di Mosca. Lo contattiamo in una pausa di lavoro e gli chiediamo come sia giunto all’idea di un computer quantistico.
«Negli anni Settanta tenevo un corso di logica matematica a Mosca, e al medesimo tempo avevo intrapreso alcune ricerche di fisica matematica: volevo trovare un ponte fra le due discipline, solitamente considerate disgiunte. Nel 1977 le mie lezioni confluirono in un libro, edito da Springer, in cui un intero capitolo era dedicato alla logica quantistica. L’edizione russa del testo apparve in due volumi, nel 1979 e nel 1980. Nell’introduzione che scrissi per il secondo proposi l’idea di un computer quantistico. Fui stimolato da due ordini di problemi: comprendere la fisica alla base della replicazione del Dna e calcolare in modo efficiente le caratteristiche fisiche di un sistema quantistico».
Quali sono le differenze tra la sua proposta e quella avanzata da Feynman nel celebre articolo «Simulating Physics with Computers» del 1982?
«Credo che la motivazione principale di Feynman fosse identica alla mia. Entrambi avevamo compreso che le potenzialità dei computer classici non potevano essere sufficienti, realisticamente, per dare conto anche dei calcoli più semplici di meccanica quantistica. Potremmo dire che, ogniqualvolta osserviamo un sistema quantistico, come per esempio nel caso della misura dello spettro di emissione dell’atomo di idrogeno, utilizziamo tale atomo come un computer quantistico per risolvere un problema matematico concreto. Certo, dal punto di vista storico, il cammino è stato inverso: è stata l’osservazione dei sistemi fisici a contribuire alla realizzazione dell’apparato matematico della meccanica quantistica».
Sfruttando alcune peculiarità della nuova fisica, non disponibili in un quadro classico, si arriverebbe a una crescita esponenziale della velocità di computazione, con ovvi vantaggi per la trattazione di problemi complessi. La realizzazione di un computer quantistico universale, sul modello della macchina di Turing, è però molto lontana.
«Non disponiamo ancora di una corretta comprensione teorica di quella che potrebbe essere la versione quantistica della macchina di Turing. Il punto è che negli anni Trenta e Quaranta, quando fu creata la moderna teoria della computabilità, vennero proposte varie definizioni degli algoritmi di computazione, alquanto diverse fra loro. Molto presto ne venne dimostrata l’equivalenza, e si arrivò alla cosiddetta “tesi di Church”: qualunque schema di computazione immaginabile in futuro sarà equivalente a quelli che già esistono. È un esempio di quella che mi piace chiamare “una scoperta sperimentale nel mondo delle idee”. Niente di tutto questo si è ancora verificato per i computer quantistici, ed è improbabile che si verifichi in tempi brevi».
Per i computer tradizionali, basati sui transistor, il costituente di base dell’informazione è il bit, mentre per i computer quantistici è il qubit (o quantum bit). Se un bit può assumere uno solo di due stati differenti (sì o no, vero o falso, zero o uno), un bit quantistico può essere codificato come combinazione di due stati, tipo gli stati di spin 1/2 o i differenti stati elettronici di un atomo. In questo modo i computer quantistici hanno la possibilità di essere in più di uno stato simultaneamente, con vantaggi enormi dal punto di vista della velocità di elaborazione delle informazioni.
«In senso proprio, le computazioni quantistiche sono processi fisici che si sviluppano su uno o più dispositivi. Teoricamente, si trattano anche processori con dimensioni “consistenti”, ma i successi ottenuti, in pratica, sono molto pochi. Già alcune dozzine di qubit sono considerate un successo (la DWave, nel 2012, aveva per esempio sostenuto di utilizzare 84 qubit). I processori quantistici lavorano sotto l’attenta supervisione di computer classici che svolgono alcuni compiti di base: fornire gli input, misurare gli output, ripetere più volte la medesima operazione. Anche per la memorizzazione dei dati si ricorre alle memorie di computer classici».
Molti codici cifrati attualmente in uso funzionano non perché teoricamente impenetrabili, ma perché violarli comporterebbe tempi estremamente lunghi anche per i computer più potenti. Nel 1994 Peter Shor dimostrò che il problema della fattorizzazione dei numeri primi (classicamente considerato intrattabile, e per questo strettamente legato ai sistemi cifrati di sicurezza) si può risolvere in un tempo ragionevole attraverso un algoritmo quantistico. Perché questo non è possibile su un computer classico?
«Uno dei modi per aumentare la velocità con cui si eseguono gli algoritmi classici è quello di ricorrere a calcoli in parallelo. Gli algoritmi quantistici, come quello di fattorizzazione di Shor, sostituiscono ai classici calcoli in parallelo dei calcoli in parallelo quantistici. La cosa è resa possibile dal fenomeno noto come entanglement (o “correlazione quantistica”): dal punto di vista matematico, significa che lo stato quantistico di un sistema è, in generale, la combinazione di molti (o addirittura di un numero infinito di) stati classici».
In altre parole: se anche i più potenti computer classici potrebbero impiegare decenni per violare un codice cifrato, i computer quantistici potrebbero farlo nel giro di pochi minuti. La loro introduzione costituirebbe allora una minaccia per la sicurezza elettronica?
«Le minacce sono determinate dagli uomini, non dai prodotti della loro scienza e della loro tecnologia. E dato che gli esseri umani utilizzano invariabilmente le migliori creazioni della loro mente collettiva per l’autodistruzione, non posso essere molto ottimista nemmeno per quanto riguarda i computer quantistici. Isaiah Berlin intitolò una raccolta dei propri scritti Il legno storto dell’umanità, con riferimento a Kant. Berlin voleva dire che tutti i progetti sociali di ampio respiro sono destinati a fallire: non è possibile costruire un edificio su un legno storto. Ma continuiamo a sperare».
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del febbraio 2014

01 febbraio 2014

Quanto è importante la memoria per non vivere in un mondo appiattito

Ai giovani mancano certe competenze nozionistiche. Lo dimostra il caso dell'Eredità e della domanda su Hitler, sbagliata da tutti i concorrenti del quiz. Per molti di loro il passato si appiattisce in una nebulosa indifferenziata. Ecco perché consiglio la Vispa Teresa a memoria a mia nipote
di Umberto Eco
Nell’ultimo “Espresso” è apparsa una mia lettera a un nipotino, in cui lo esortavo all’esercizio della memoria, invitandolo a mandare a mente “La vispa Teresa”, perché la sua generazione rischiava di perdere sia la memoria personale che quella storica e già molti studenti universitari (citavo da alcune statistiche) pensavano che Aldo Moro fosse il capo delle Brigate Rosse. Avevo scritto la lettera verso la metà di dicembre; proprio in quei giorni appariva un video su Youtube, subito visitato da 800 mila persone, mentre la notizia tracimava su vari quotidiani.
La faccenda riguardava “l’Eredità”, la trasmissione di quiz condotta da Carlo Conti, in cui vengono invitati concorrenti certamente scelti in base alla bella presenza, alla naturale simpatia o ad alcune caratteristiche curiose, ma selezionandoli anche in base a certe competenze nozionistiche, per evitare di mettere in scena individui che se ne stiano pensosamente a bocca aperta di fronte alla sfida se Garibaldi fosse un ciclista, un esploratore, un condottiero o l’inventore dell’acqua calda. Ora, in una serata televisiva Conti aveva proposto a quattro concorrenti il quesito “quando era stato nominato cancelliere Hitler” lasciando la scelta tra 1933, 1948, 1964 e 1979. Dovevano rispondere tale Ilaria, giovanissima e belloccia, Matteo, aitante con cranio rasato e catenina al collo, età presumibile sui trent’anni, Tiziana, giovane donna avvenente, anch’essa apparentemente sulla trentina, e una quarta concorrente di cui mi è sfuggito il nome, occhiali e aria da prima della classe.
Siccome dovrebbe essere noto che Hitler muore alla fine della seconda guerra mondiale, la riposta non poteva essere che 1933, visto che altre date erano troppo tarde. Invece Ilaria risponde 1948, Matteo 1964, Tiziana azzarda 1979 e solo la quarta concorrente è costretta a scegliere il 1933 (ostentando incertezza, non si capisce se per ironia o per stupore).
In un quiz successivo viene domandato quando Mussolini riceva Ezra Pound, e la scelta è tra 1933, 1948, 1964, 1979. Nessuno (nemmeno un membro di Casa Pound) è obbligato a sapere chi fosse Ezra Pound e io non sapevo in che anno Mussolini l’avesse incontrato, ma era ovvio che – il cadavere di Mussolini essendo stato appeso a Piazzale Loreto nel 1945 – la sola data possibile era 1933 (anche se mi ero stupito per la tempestività con cui il dittatore si teneva al corrente degli sviluppi della poesia anglosassone). Stupore: la bella Ilaria, richiedendo indulgenza con un tenero sorriso, azzardava 1964.
Ovvio sbigottimento di Conti e – a dire la verità - di tanti che reagiscono alla notizia di Youtube, ma il problema rimane, ed è che per quei quattro soggetti tra i venti e trent’anni - che non è illecito considerare rappresentativi di una categoria - le quattro date proposte, tutte evidentemente anteriori a quelle della loro nascita, si appiattivano per loro in una sorta di generico passato, e forse sarebbero caduti nella trappola anche se tra le soluzioni ci fosse stato il 1492.
Questo appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata si è verificato in molte epoche, e basti pensare a Raffaello che raffigurava il matrimonio della Vergine con personaggi vestiti alla foggia rinascimentale, ma ora questo appiattimento non dovrebbe avere giustificazioni, visto le informazioni che anche l’utente più smandrappato può ricevere su Internet, al cinema o dalla benemerita Rai Storia. Possibile che i nostri quattro soggetti non avessero idea delle differenze tra il periodo in cui entrava in scena Hitler e quello in cui l’uomo era andato sulla Luna? Per Aristotele è possibile tutto quello che si è verificato almeno una volta, e dunque è possibile che in alcuni (molti?) la memoria si sia contratta in un eterno presente dove tutte le vacche sono nere. Si tratta dunque di una malattia generazionale.
Nutrirei qualche speranza perché la notizia di Youtube mi è stata segnalata, tra sghignazzi e cachinni, da un mio nipote tredicenne e dai suoi compagni di scuola, che forse sapranno ancora imparare “La vispa Teresa” a memoria.
«L'Espresso» dell'8 gennaio 2014

È Internet la causa dell’ignoranza

Umberto Eco sostiene che la Rete è uno stimolo per i giovani. E invece la tecnologia della memoria artificiale è l’origine dell’appiattimento sul presente: non c’è bisogno di ricordare. E poi ha ridotto al minimo la parola scritta
di Eugenio Scalfari
Nella sua “Bustina di Minerva” sull’ultimo “Espresso” Umberto Eco racconta un fatto al tempo stesso esilarante e preoccupante. In una trasmissione televisiva di quiz condotta da Carlo Conti erano stati scelti quattro giovani e gli erano state poste alcune domande apparentemente assai facili: in che anno Hitler fu nominato cancelliere della Germania e quando avvenne l’incontro di Benito Mussolini con Ezra Pound. La facilità delle domande consisteva nel fatto che le date proposte dal conduttore consentivano ai concorrenti risposte abbastanza sicure perché alcune superavano largamente la morte sia di Hitler sia di Mussolini. Sicché i giovani prescelti, anche se ignoravano la data esatta, avrebbero dovuto escludere quella decisamente sbagliata. Invece non fu così. La risposta di una dei giovani invitati al gioco collocò l’incontro di Mussolini e Pound nel 1964, cioè vent’anni dopo la morte del Duce.
Eco così commenta l'accaduto, registrato su “You Tube”: «Quest’appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata si è verificato in molte epoche, ma ora non dovrebbe avere giustificazioni visto le informazioni che anche l’utente più smandrappato può ricevere su Internet. Evidentemente la memoria in alcuni (molti) giovani si è contratta in un eterno presente dove tutte le vacche sono nere. Si tratta dunque d’una malattia generazionale». Del resto lo stesso Eco qualche settimana fa aveva segnalato che, usando attendibili sondaggi, risultava che molti studenti universitari fossero convinti che Aldo Moro era il capo delle Brigate Rosse. Altro che malattia generazionale! Ma perché è accaduto questo? E perché colpisce (o almeno così sembra) soprattutto i giovani?
Il motivo per il quale riprendo su questa pagina le preoccupazioni di Eco (che ovviamente condivido) segnala le cause che hanno determinato la malattia. Eco l’attribuisce soprattutto alle carenze della scuola, delle famiglie, dei vari centri educativi, che non si curano della memoria. La memoria un tempo veniva esercitata obbligatoriamente: i giovani dovevano imparare a memoria una serie di poesie indicate dagli insegnanti. Non importava se capissero o no il loro contenuto, importava di tenere in esercizio le mappe cerebrali dove la memoria ha la sua sede. In seguito quest’obbligo è stato abolito: sembrava che una memoria meccanica non servisse a nulla e anzi fosse disdicevole. Ed ecco le tristissime conseguenze. Osservo tuttavia che Eco considera Internet, e in generale la memoria artificiale affidata alla tecnologia, una risorsa per stimolare i giovani mettendo a loro disposizione una massa enorme di informazioni. Su questo il mio pensiero differisce molto dal suo. Secondo me, infatti, la tecnologia della memoria artificiale è la causa prima dell’appiattimento sul presente o almeno una delle cause principali. La conoscenza artificiale esonera i frequentatori della Rete da ogni responsabilità: non hanno nessun bisogno di ricordare, il clic sul computer gli fornisce ciò di cui in quel momento hanno bisogno. C’è chi ricorda per te e tanto basta e avanza.
Ma c’è di più: la possibilità di entrare in contatto, sempre attraverso il clic, con qualunque abitante del mondo, di parlare con un residente in Australia e, a tuo piacimento, con uno che vive nei Caraibi o in Brasile o nel Sudafrica o a Pechino; sembra inserirti in una folla di contatti e di compagnia. In realtà è l’opposto: ti confina nella solitudine. Molti fruitori della Rete infatti hanno smesso di frequentare il prossimo e restano ritirati in casa a “navigare” sulle onde della nuova tecnologia. L’amore anche fisico attraverso la Rete è diventato abituale per molti. Si chiama da tempo “amore solitario” e infatti lo è.
Infine la rete ha modificato il pensiero, ha ridotto al minimo la parola scritta. Perfino il Papa si serve del linguaggio “twitter” e comunica in questo modo con molti milioni di persone con frasi che non superano i 140 caratteri. Tra il pensiero e la parola scritta c’è un rapporto interattivo. I nostri giovani leggono i giornali e i libri attraverso la Rete. Cioè leggono notizie e cultura ridotte a poche parole. Il numero delle parole usate è ormai al minimo e poiché tra il pensiero e il linguaggio c’è una interazione, ne deriva che il pensiero si è anchilosato come il linguaggio. La malattia è estremamente preoccupante e segna un passaggio di epoca. Caro Umberto credimi, è qualcosa di più che non una malattia generazionale.
22 gennaio 2014
«L'Espresso» del 22 gennaio 2014

22 luglio 2013

Fine delle password: la profezia fallita

Privacy Online: siamo sommersi da codici ma i primi a trascurare la prudenza siamo noi
di Fabio Chiusi
Bill Gates nel 2004: «Serviranno sempre meno». Invece ne restiamo schiavi Pure le più sofisticate sono vulnerabili. Soluzioni? Dalle pillole ai «tatuaggi»
La fine dell’era delle password è una profezia che risale al 2004. «Non c’è dubbio che con il tempo le persone vi faranno sempre meno affidamento», diceva Bill Gates all’annuale conferenza Rsa sulla sicurezza informatica a San Francisco. Troppi servizi a cui accedere, troppe combinazioni di numeri e lettere da mandare a memoria, secondo il creatore di Microsoft. Così gli utenti ripiegano su quelle preimpostate, o sulla stessa per mail, social network, tutto. E a guadagnarci sono i ladri di identità online.
Dopo quasi un decennio, l’ipotesi di Gates non è mai stata tanto attuale. Perché da allora il problema si è solo aggravato. La cronaca lo testimonia: dall’intrusione nel network online dei videogiocatori Sony a quelli, recenti, di LivingSocial e LinkedIn, sono milioni le password violate, con nomi, cognomi e credenziali di accesso pubblicate in rete e disponibili a chiunque sia dotato di una connessione. Poi ci sono i profili Twitter compromessi. Per quello dell’«Associated Press» è bastato un cinguettio con una notizia fasulla per causare, anche se solo per tre minuti, perdite in Borsa per 136 miliardi di dollari. Ancora, ci sono casi come quello del giornalista di «Wired», Matt Honan, con i malintenzionati in grado di intrufolarsi nel suo profilo su Amazon, poi su Apple, quindi Google, Twitter e infine di cancellare in remoto tutti i contenuti presenti sui suoi iPhone, iPad e MacBook. Risultato? «In un’ora la mia intera vita digitale è stata distrutta».
Colpa del cloud computing, la nuvola informatica che tutti i servizi unisce e rende dunque interdipendenti, nel bene e nel male. Ma anche degli utenti, che non hanno perso la cattiva abitudine di utilizzare password troppo semplici da violare: secondo una ricerca pubblicata dal produttore di soluzioni per la sicurezza SplashData lo scorso novembre, le tre più usate nel 2012 sono state le stesse dell’anno precedente. E cioè password, appunto, 123456 e 12345678. Non esattamente a prova di furto. Del resto, il 91% dei sei milioni di utenti analizzati dal consulente per la sicurezza Matt Burnett per il suo volume Password Perfect (Syngress Publishing, 2006) usa una delle mille parole chiave più comuni. Di nuovo, in testa c’è password, usata dal 4,7% degli utenti. Possibile siano tanto disinteressati alla propria sicurezza online?
I sondaggi danno risposta affermativa. Quello commissionato dal produttore software Janrain sostiene che quattro americani su dieci preferiscano pulire il bagno di casa che cambiare password. Benché, per esempio, ai ricercatori dell’Università di Erlangen, in Germania siano bastati 50 secondi per «crackare» — come si dice in gergo informatico — le password generate in automatico dagli hotspot wifi di Apple. Per il 38%, poi, è più facile risolvere il dramma della fame nel mondo che districarsi tra le decine di parole chiave che ci vengono richieste quotidianamente.
Burnett, raggiunto da «la Lettura», conferma: «Sorprendentemente, la lista delle mille password più comuni è cambiata poco o nulla negli ultimi decenni». Il problema, spiega, è che «è difficile per l’utente medio capire esattamente cosa sia una password forte e cosa una debole. Per molti, un nome e un po’ di numeri sono sufficienti». O una data significativa o un nomignolo. Ma non è così. Anzi, anche sequenze molto complesse sono semplici da violare. Lo ha dimostrato un cronista del sito tecnologico «Ars Technica»: senza alcun rudimento di hacking, e usando solamente programmi gratuitamente reperibili in rete, ha potuto decifrarne 8 mila in un giorno. «Pensavo fosse facile — annota — ma non ridicolmente facile». Il ben più esperto Giuseppe Paternò, decano della sicurezza informatica in Italia, si è spinto oltre. Come racconta via mail, «durante un test per un’emittente radiotelevisiva europea, in una giornata abbondante ho “recuperato” quasi tutte le password sufficienti per arrivare ai sistemi di messa in onda audio/video». E non solo: «Potevo, da posizione remota, cambiare i programmi, o spegnere tutto. Un danno non indifferente». Insomma, il sistema non regge più.
Ma è possibile farne a meno, come ipotizzava Gates? C’è chi ha scommesso sul sì. Motorola sta pensando di sostituire le parole chiave con un «tatuaggio digitale» o una pillola da prendere una volta al giorno per verificare la propria identità in rete. Basterebbe dotare il primo di sensori adatti, e la seconda di un interruttore permandare segnali riconoscibili dai sistemi di sicurezza una volta a contatto con gli acidi gastrici. «Perché non trasformare il proprio intero corpo in uno strumento di autenticazione?», si è chiesta — in un’intervista alla conferenza D11 — Regina Dugan, a capo dell’area Ricerca avanzata dell’azienda ed ex appartenente alla Darpa, l’agenzia della Difesa statunitense dedicata all’innovazione militare.
Meno futuribile, ma con la stessa voglia di archiviare «l’età della pietra» delle password è il progetto di Steve Kirsch, OneID. Un servizio che promette di fornire «la migliore tecnologia per rimpiazzare la combinazione username/ password», e sostituirla con un unico accesso («per domarli tutti», scrive in stile Signore degli Anelli) basato sulla «firma digitale». Per esempio, un codice Pin digitato sul proprio smartphone. Senza che i server dell’azienda custodiscano alcun dato: i segreti della propria sicurezza sono conservati direttamente sul proprio computer o telefonino, e protetti tramite crittografia. Disponibile su «oltre 200 siti», Kirsch sostiene via mail che il suo prodotto sia «una rivoluzione» nella gestione dell’identità online, «il progresso più sostanziale del settore negli ultimi 50 anni». Andrebbe cioè oltre la semplice «autenticazione a due fattori, tramite, per esempio, l’inserimento di un codice ottenuto via sms («non è altro che un’aggiunta a un sistema fallace», dice Kirsch). E rappresenterebbe la versione «affidabile» del bottone che ci permette di accedere a un servizio terzo (per esempio, il misuratore di influenza online Klout) tramite Facebook: «Oggi basta un errore di codifica commesso da Facebook perché qualcuno possa asserire la vostra identità senza il vostro consenso. Con OneID non può accadere».
Anche qui la concorrenza non manca, da Mydigipass all’applicazione per smartphone Authentify xFA,ma non tutti sono d’accordo con i proclami entusiastici di Kirsch. «Se un’azienda sostiene di offrire un prodotto che rimpiazzi le password — dice Burnett — fareste meglio a essere molto scettici». Perché «in un mondo dove i servizi online simoltiplicano e automatizzano, delle password non ci libereremo mai». Strumenti di autenticazione fisica, come le chiavette utilizzate per i servizi bancari in rete, possono sempre essere rubati. «E non potremmo mai cambiare le nostre impronte digitali se fossero digitalmente compromesse», ammonisce il consulente. Conclusione: «Invece di rimpiazzare le password, dovremmo sviluppare modi per renderle più sicure e gestirle meglio». Il problema, prima che tecnologico, è culturale. «Non la password di per sé, ma il fattore umano», nelle parole di Paternò. E la cultura dell’adozione di forme più sicure di autenticazione della propria identità online «manca anche tra gli addetti ai lavori». Senza contare che bisogna anche «trovare il giusto equilibrio tra praticità d’uso e sicurezza». Qualcosa si può fare, tuttavia: «Usare un passwordmanager come LastPass o KeePass, così da non dover ricordare tutte le singole password», consiglia Burnett; «usare una password per sito, e variare anche lo username; sfruttare i sistemi di “autenticazione a due fattori”, che prevedono l’utilizzo congiunto di diversi metodi di autenticazione, quando disponibili».
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

Politica on-demand: rivoluzione in rete

di Fabrizio Mastrofini
Le tecnologie digitali hanno già cambiato la nostra vita e la iper-connessione è destinata a crescere. Per questo è necessario un uso consapevole da parte dei cittadini e serve un’attenzione della politica per accrescere lo sviluppo riducendo ogni «divario digitale». Il lavoro è enorme e l’Unione Europea ha messo in campo un progetto di amplissimo respiro. Si chiama Onlife Initiatives - A Digital Agenda for Europe, che si concluderà nel 2020 (https://ec.europa.eu/digital-agenda/en/onlife-initiative). Ne parliamo con Luciano Floridi, docente di filosofia ad Oxford, consulente Unesco, esperto di etica e comunicazione, esponente di spicco della Onlife Initiatives.
La tecnologia serve per aiutare le persone ma anche per spiarle, come rivelano gli ultimi eventi di queste settimane. Qual è la sua valutazione?
«La tecnologia è spesso plastica, prestandosi a diversi usi, a volte contraddittori. Nel caso delle Ict (Information and Communication Technologies) questa potenziale contraddizione è ancora più accentuata proprio perché si tratta di tecnologie altamente malleabili. La loro alta flessibilità le rende utili fino al punto di essere ormai indispensabili, ma le rende anche pericolose e potenzialmente dannose. Perciò la questione etica non è se le Ict siano neutre, la tecnologia non lo è mai. E non è neppure se usi impropri di dette tecnologie siano etici se autorizzati da qualche potere politico o economico. È vero il contrario: un potere è giudicato più o meno etico sulla base delle azioni che commette o permette. La questione etica è quali debbano essere i principi regolatori che permettano, vincolino, facilitino o ostacolino determinati usi di tanta potenziale flessibilità tecnologica. Su questa fondamentale questione, il mondo si sta ancora chiarendo le idee».
Ci sono degli strumenti che la politica può escogitare a difesa dei cittadini e per il progresso?
«Nelle società dell’informazione cambia esattamente (anche) il modo in cui si concepisce la politica e si realizzano le sue attività concrete. Diciamo che allora ci si deve chiedere: che cosa possono fare i cittadini di una società dell’informazione per aggiornare la politica alle nuove esigenze che la vedono ormai globale? Una risposta breve a questa domanda è: ripensare gli agenti politici (incluso, ma non solo, lo stato nazionale di origine moderna) come sistemi-multiagente, da disegnare sulla base dei principi di giustizia e tolleranza. Chiaramente si tratta di un lavoro enorme, che va fatto anche alla luce di quanto poi i nuovi sistemi politici-multiagente saranno in grado di fare per i cittadini che li hanno creati».
Si può esercitare la democrazia in rete?
«La novità della rete non sta nel creare un nuovo partito, movimento, raggruppamento, team o come lo si voglia chiamare, un fantomatico “popolo della rete”. L’errore sta nel pensare che si possa permutare la tessera di partito con l’indirizzo ip del proprio computer. Al contrario, la rete crea nuove forme di politica perché va nella direzione del ribaltamento della condizione di default sociale, ribaltamento che unisce molte forme di aggregazione politica internazionali. Stiamo passando dal considerare il politico come la condizione di partenza, in cui si è sempre cittadine e cittadini, al non-politico come condizione di partenza, in cui si decide di esercitare il proprio ruolo di cittadine e cittadini su chiamata, di volta in volta, su specifiche questioni, per determinate ragioni o cause, in altre parole, on-demand. La rete al contempo rende possibile la politica on-demand e rappresenta, nella sua forma di comunicazione più distribuita e meno gerarchica e just in time, l’incarnazione più attuale della partecipazione (attenzione, non voto) su richiesta. Ecco perché chi parla di “popolo della rete” o magari pensa alla rete come a una modalità di politica diretta permanente, coglie solo a metà i cambiamenti in corso. Si vede il nuovo ma lo interpreta con il vecchio».
«Avvenire» del 19 luglio 2013

11 luglio 2013

Alla ricerca del significato

di Guido Vetere
Tra informatica e linguaggio c'è un rapporto molto intimo. Ma non è un rapporto facile, anzi per certi versi è conflittuale come quei legami di amore-odio che uniscono talvolta genitori e figli. L'informatica nasce dal linguaggio, o meglio da quella sua idealizzazione che è la logica. C'è infatti un filo che lega l'idea aristotelica della coincidenza di realtà, pensiero e linguaggio allo sviluppo della moderna tecnologia dell'informazione. In questo filo si intrecciano idee come l'alchimia di Raimondo Lullo che nel Trecento voleva convertire musulmani ed ebrei combinando certi simboli, il calculus ratiocinator di Gottfried Leibnitz che nel Seicento cercava le regole per dire tutte le verità, assieme a progetti più realistici come l'Analytical Engine di Charles Babbage che, sebbene rimasto sulla carta, consentì ad Ada Lovelace, nell'Ottocento, di concepire i primi programmi per computer, fino alla “Macchina di Turing”, dove, nel Novecento, prese corpo la logica del moderno calcolatore. L'informatica si può vedere come il frutto dello sforzo millenario per riportare la complessità del reale nel dominio di un linguaggio formale e computabile, al seguito di un'idea razionalista che, per quanto non abbia mai tenuto tutto il campo della filosofia, ha tuttavia prodotto i risultati tangibili che abbiamo oggi sotto gli occhi. Nel corso di questa lunghissima vicenda filosofica e scientifica, il linguaggio algebrico della logica e quello capriccioso e vago che parliamo tutti i giorni sono stati talvolta assimilati, talvolta contrapposti, ma sono rimasti uniti nella stessa ricerca.
Se è vero che i padri della moderna logica matematica non incoraggiarono l'applicazione delle loro algebre al linguaggio naturale, è però un fatto che molta linguistica novecentesca si sia sviluppata all'insegna dei formalismi logici, gli stessi che fanno oggi funzionare le macchine di calcolo. Questa consanguineità si vede bene nelle prime ricerche di Intelligenza Artificiale, nelle parole di quella psicanalista di nome Eliza programmata da Joseph Weizenbaum negli anni Sessanta, progenitrice delle chatterbot che oggi ci accolgono, gentilissime ma un po' svampite, in certi portali. L'intelligenza dei primi calcolatori si misurava con il linguaggio naturale, secondo il noto principio di Turing secondo cui una macchina intelligente non si sarebbe dovuta distinguere, nei comportamenti, dagli esseri umani. D'altra parte, per la linguistica dominante a quei tempi (leggete Noam Chomsky) il linguaggio era generato da regole scritte fin dalla nascita in quel calcolatore biologico che è il cervello, e se da una parte la sintassi chomskiana si è rivelata poco utile ai linguisti, dall'altra essa è alla base della moderna programmazione dei computer.
Nonostante questa stretta parentela, per l'informatica di oggi il linguaggio naturale è ancora un personaggio sfuggente e pieno di misteri. La competizione sui motori di ricerca, che è uno dei temi più caldi dell'Information Technology, riguarda essenzialmente il tentativo di colmare la distanza tra le parole viste dal computer come semplici sequenze di caratteri alfabetici e le stesse viste dall'uomo come portatrici di significato. Sulla soglia del significato, però, la logica vacilla, il calcolo si inceppa, la macchina cigola e si arresta. La logica è di per sé ignara di cosa concretamente le sue formule significhino, può solo dire, a certe condizioni, se esse siano vere o no. Non esiste un algoritmo per determinare che “la stella del mattino” è uguale alla “stella della sera” ed altro non è che il pianeta Venere: lasciato a sé stesso, l'automa non vede alcuna identità. Nelle macchine ci vuole conoscenza estesa, ci vogliono esperienze umane, sempre da espandere e rinnovare.
Colmare la distanza tra le parole intese dai computer e le cose, i fatti e le idee di tutti i giorni fa oggi parte del lavoro degli analisti di dati e dei disegnatori di sistemi, dei creatori, ricercatori, aggregatori e trasformatori di contenuti, di tutti coloro insomma che vivono di informazione e muovono l'economia post-industriale. Qualsiasi tecnologia, infrastruttura, protocollo o convenzione capace di aiutare concretamente persone, organizzazioni, governi, aziende, nel duro lavoro quotidiano di dar senso a quello che c'è nella rete delle macchine ha dunque un inestimabile valore.
Questo spiega il richiamo del semantic web che, ormai più di dieci anni fa, Tim Berners-Lee ha profetizzato, sul quale ancora febbrilmente si ricerca. Non si tratta però di una ricerca interamente fondabile nella scienza e ben trasferibile nella tecnologia. Come sia fatto il ponte tra simboli ed esperienze nessuno l'ha mai detto di preciso, ed anzi per qualcuno, come il linguista Leonard Bloomfield, la teoria di questa struttura non si può neppure concepire. Così, il semantic web potrebbe alla fine assomigliare ad un ponte tibetano fatto di tante assi e corde, ognuna portata da qualche umile sherpa, teso per un chiaro scopo ma privo di un chiaro progetto, e da attraversare sempre col fiato sospeso. In questo caso, l'attenzione andrebbe posta sulla qualità dei materiali, su come far stare insieme pezzi di diverse provenienze, rinunciando a qualsiasi velleità di “calcolo strutturale”. Ed è questa, sembrerebbe, la strada intrapresa già da tempo con le folksonomies, semplici sistemi di etichettatura, con i microformats, piccoli record senza pretese da codificare nelle pagine html, o dei linked data, poco più che una buona pratica per esporre strutture di dati nel web. Ciò che accomuna questi approcci è il fatto che, se portano qualche beneficio semantico, questo si deve esclusivamente all'uso concreto che ne viene fatto.
In questa “debolezza”, l'informatica di oggi somiglia in effetti a suo padre, il linguaggio naturale, dove, diceva Ferdinand de Saussure, quando vige una regola, questo fatto si deve solo al consenso sociale. Ma la computazione sta diventando così essenziale e pervasiva che potrebbe in futuro richiedere al senso la forza che il linguaggio non gli dà. La figlia informatica potrebbe rubare al padre linguaggio le chiavi della macchina semantica. L'innocuo formato di codifica che oggi usiamo per comodità può domani diventare l'unico modo per cogliere l'essenza di un fatto o di una relazione, a beneficio del ragionamento automatico e ubiquo delle macchine, ma a scapito della finezza e della creatività linguistica. Prendiamo ad esempio le reti sociali: per darci il loro servizio, esse ci chiedono in cambio di accettare certi stereotipi, cosa che siamo quasi sempre disposti a fare. E d'altra parte, come potrebbero le macchine inseguire all'infinito il linguaggio sul terreno della libertà? Che altro potrebbero fare se non chiederci di fare un passo verso la loro logica?
Se nelle nostre relazioni con gli automi e attraverso gli automi si dovrà sviluppare con un linguaggio di “sensi standard”, allora vale la pena impegnarsi perché il processo di standardizzazione semantica sia trasparente e aperto, e garantisca risultati buona qualità. In questa prospettiva si deve vedere l'interesse dell'informatica per l'ontologia, cioè per la teoria di quello che c'è nel mondo, e l'interesse per capire se nel mondo si possano intravedere contorni che abbiano col linguaggio un rapporto definito e stabile, sia pure nella dimensione della socialità. Questa ricerca non è né facile né nuova, ma è oggi necessaria per aiutare le macchine a servirci meglio.
«Il Sole 24 Ore - Suppl. Nova» del 1 ottobre 2009