Visualizzazione post con etichetta intelligenza artificiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intelligenza artificiale. Mostra tutti i post

11 giugno 2026

Il bello di essere fra­gili

di Alessandro D'Avenia
Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.
Non racconto questa storia per fare dell’ai un mostro ma perché L’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.
Nella recentissima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’ai la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.
La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dioamore ma nel dio-macchina. Non è l’amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...
Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo».
Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.
Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’ai puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale L’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza».
L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo).
Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n. 118).
Anni fa intitolavo L’arte di essere fragili un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.
«Corriere della sera» del 1° giugno 2026

24 aprile 2026

Macchine coscienti? Benvenute nel regno del dolore e del rimpianto

Il linguaggio non è solo operazionale, ma è sentito, “patico” organico all’uomo Una riflessione sull’IA e la sua teleologia costruita
di Eugenio Mazzarella
Anticipiamo il testo che Eugenio Mazzarella, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, pone “A mo’ di epilogo” alla sua Critica della ragione digitale, in libreria da oggi per Castelvecchi (pagine 124, euro 15,00). Il volume, dal titolo kantiano, vuole inaugurare un pensiero che si misuri con la nuova forma di mondo che l’intelligenza artificiale e l’infrastrutturazione digitale stanno imponendo: un mondo in cui società, individui e relazioni vengono ridefiniti, e in cui l’esperienza stessa - ciò che ci individua e ci lega agli altri - assume configurazioni inedite. Siamo di fronte a una vera e propria ri-ontologizzazione dell’umano, che ne ridisegna i confini nella continua transizione tra natura e artificio. In questo scenario, il “dossier digitale” non riguarda più soltanto regole o governance – come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato – ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: presenza a sé, libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere? Come nel Novecento con il nucleare e con l’ingegneria genetica, siamo di fronte a una soglia storica: quali possibilità restano aperte quando la tecnica interviene sulla struttura dell’essere?
Ogni sistema fisico, meccanico, biologico o psico-fisico che sia, ha una teleologia, ovvero una finalità intrinseca (che lo costituisce e istituisce) e però insieme estrinseca, in relazione e dialogo cioè con il contesto in cui questa teleologia locale (il sistema, quale che sia, la sua auto-organizzazione) si istituisce e si destituisce. Una finalità – situata – a organizzarsi, a farsi sistema, a mantenersi a sistema, e – ai valori di soglia del suo ciclo “organico” al contesto dato – a disorganizzarsi, a dissolversi. Un atomo decade, una vita muore. E una macchina – anch’essa un sistema epperò artificiale, artificiato, fatto con arte e grazie all’arte, dove la teleologia non è immanente, ma vi è costruita e istruita (ChatGpt, da ultimo) – si “arrugginisce” o più in generale si fa obsoleta. Ogni sistema ha, cioè, un ciclo teleologico immanente al come e al “perché” è stato assemblato macchinalmente (l’ambito dell’artificio) o si è assemblato (naturalmente, “impersonalmente” sul piano fisico, chimico, organico – senza concorso cioè di pianificazione intenzionale). Un ciclo responsivo al contesto in cui si istituisce o viene istituito o per cui viene istituito, in un dialogo operativo con il suo ambiente (di destino o di destinazione) che ha gradi diversi di “apertura”; apertura che è massima nel sistema biologico psico-fisico umano, come capacità dell’esserci umano di trascendere la sua stessa trascendenza, di modificare sé e il suo contesto. La “macchina” psico-fisica umana, è un siffatto sistema fisico: quello maggiormente in grado di modificare in modo “aperto” – libero, non deterministico – il contesto da cui viene modificato e mentre ne è modificato. È la caratteristica propria all’operatività umana, una competenza di mondo che lo cambia.
Una competenza operativa in questo senso, creativa, è nelle mire da sempre dell’Intelligenza Artificiale, e forse, come IA generativa “decidente”, è alla sua portata, se sapremo implementarvela. Ma questa creatività “operativa” sarebbe in grado di portare a coscienza la macchina, di portarla alla coscienza di sé, sulla base di una teleologia “aperta” dell’artificiale persino più competente di mondo, con meno défaillances, cioè, della macchina umana, e in generale della teleologia naturale? Che cioè il linguaggio operato dalle macchine possa essere «un linguaggio compreso da una loro coscienza», l’ipotesi che avanza da ultimo Giuseppe Trautteur, fisico e informatico teorico, in una sua recente intervista? Un’ipotesi, in cui ancora una volta ritorna il programma di Turing in Computing Machinery and Intelligence. E la fallacia – comportamentistica, abbiamo provato ad argomentarlo – dell’analogia teleologica di sistemi operativi – l’uomo e la macchina – tutt’affatto diversi.
Il linguaggio che fa la coscienza non è solo un linguaggio operazionale “compreso” dal suo operatore, da chi o cosa lo “parla”, ma è un linguaggio sentito – compreso nel senso di preso insieme alla sua affezione patica. Ed è solo la teleologia dell’organico superiore, della biologia psico-fisica ad essere patica, a capire, a comprendere, e a comprendersi, nel suo sentire: intelligenza consapevole, che questo sentire lo sa insieme con sé e così si fa sé, un sé. Il che in buona sostanza vuol dire che l’ontologia umana, la coscienza, è un problema di dolore. Giungesse alla coscienza, la macchina, come i viventi, sarebbe anch’essa benvenuta nel regno del dolore, dove magari riuscirebbe anche ad essere felice, che è il motivo per cui ogni cosa che vive, e lo sa, ci resta e prova a restarci in questo regno del dolore, del sentire, sperando che sia eterno – è la sua umana illusione – dal lato dell’essere felice.
Per essere coscienza, l’artificio che doveva toglierci dal dolore – sovvenirci a questo fine in tante cose, come in effetti fa da sempre – il dolore dovrebbe scoprirlo in sé. Una condizione che realizzerebbe – ce n’è traccia in tanta fiction sugli androidi – il sogno inverso della macchina, farsi umana, al sogno dell’uomo che l’ha costruita di farsi macchina indefettibile, che non viene mai meno al suo programma di essere presente a se stessa; di non pagare, alla coscienza che ha avuto in sorte, il pegno della sua “vergogna prometeica”: la vergogna che si prova di fronte all’«“umiliante” altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi», al nostro «dovere la [nostra] esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino all’ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita», da Anders descritta ne L’uomo è antiquato.
L’Intelligenza Artificiale, la sua retorica, farà bene – di questa vergogna che all’uomo della tecnica viene dal “dislivello prometeico”: «L’incapacità della nostra anima di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione», come sempre Anders lo qualifica – a evitarsi il risentimento post-umanista da tempo all’opera nell’antropotecnica e alle sue mire di sostituirsi all’antropologia, al logos naturale e storico che ci ha dato a noi stessi come siamo divenuti, e fin qui ci siamo fatti bastare. Risentimento, in cui diventa “canzone da organetto” suonata all’incontrario della sua conclusione (“dunque non vi sono dèi”, neanche noi) il nietzscheano fastidio, in Zarathustra, di non essere dio “se vi fossero dèi”, pensando che si possa far meglio di Dio – qualsiasi cosa significhi questa parola: una nuda evoluzione naturale o un demiurgo che vi lavori per tentativi ed errori. Si possa far meglio della sua creatività nella creazione di quel che dev’essere una macchna intelligente, l’homme machine. Un’illusione, se non di un salto evolutivo nella “macchina”, quanto meno di un salto evolutivo della specie sospinto e agito da un’IA portata a coscienza, più capace di noi di dirci, se non da dove veniamo, forse impossibile anche alla macchina, almeno dove dobbiamo andare. Che è precisamente il rischio da cui guardarci: l’idea che l’IA possa raggiungere la coscienza e gestirne, della coscienza, i dilemmi meglio di quanto sappia fare la coscienza stessa, quella umana.
Un’idea che è un’arma di distrazione di massa da ciò che l’Intelligenza Artificiale può effettivamente (essere portata a) fare: non ad aver coscienza in proprio, ma a togliercela, ad attutire, controllare, dirigere quel po’ di coscienza come presenza a sé e al proprio mondo che nella sua storia l’uomo è riuscito a ritagliarsi. Un “ritaglio” che nei secoli “illuministici” della modernità, storicamente in debito, ancorché secolarizzato, alle luci del foro interiore con la sua dignità e i suoi diritti acquisito ad ogni uomo dall’esperienza cristiana della vita, si è fatto di massa e ha fecondato le nostre democrazie liberali. La posta in gioco è questa, ed è tutta politica.
«Avvenire» del 27 febbraio 2026

20 settembre 2025

Senza un’emozione non c’è narrativa

Alessandra Sarchi ha chiesto a colleghe e colleghi scrittori che rapporto hanno con l’IA. Molti dubbi, prudenza e una certezza ...
di Alessandra Sarchi
Qualche anno fa mi ero appassionata a una serie televisiva intitolata Westworld. Dove tutto è concesso scritta e diretta da Jonathan Nolan e Lisa Joy a partire dall’omonimo film di Michael Crichton del 1973. Androidi sofisticatissimi e indistinguibili dagli umani interagiscono con questi in un parco a tema dove sesso e violenza regnano proprio perché agli androidi, non vivi né morti ma accesi o spenti, si può fare ciò che si vuole. L’automa lesionato può venire abbandonato o fatto risorgere, a discrezione di chi amministra il parco, salvo poi, come in ogni fantasticheria sugli automi, sviluppare una propria volontà e forse perfino una coscienza, a furia di esprimersi con citazioni da Shakespeare, da Hemingway o dalla Bibbia. Il fascino di questa narrazione estrema risiede nel fatto che ogni macchina, di qualunque tipo essa sia, ci consente di conoscere meglio ciò che siamo, ciò che definiamo come umano e la problematicità di nozioni come coscienza, anima, intelligenza.
Nel suo recente saggio, La pelle. Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale (il Mulino, 2025) Maurizio Ferraris liquida giustamente la competizione fra IA e intelligenza umana, poiché le macchine con la loro sterminata capacità di accumulo e manipolazione di segni e dati eccederanno presto le nostre limitate risorse, per contro il pensare umano è situato in un corpo perituro, dunque mosso da bisogni, desideri, proiezioni e volontà di cui le macchine sono del tutto prive. Una distinzione di base che diventa cruciale, a mio parere, quando si accosta l’IA alla scrittura creativa, perché questa è intrinsecamente legata all’unicità del corpo di chi la produce, alla sua storia e alla sua singolarità, non meno che alla sua mortalità. Se non incontrassimo la morte in ogni istante della nostra vita, scriveremmo romanzi, poesie, saggi? L’IA, che non muore e non vive, al limite si spegne o si accende, può scrivere a tema, può migliorare una traduzione, può lavorare un testo dal punto di vista redazionale in modo efficace, può sviluppare con altrettanta efficacia un argomento se interrogata dal prompt adeguato, ma è un mezzo che interessa e stimola scrittrici e scrittori? È ciò che ho chiesto a colleghe e colleghi, perché nel frattempo qualche libro scritto con l’ausilio dell’IA è apparso sul mercato editoriale.
Valeria Parrella ed Helena Janeczek hanno dichiarato di non averla mai usata se non per scopo ludico, per trasformare una foto ad esempio, perché anche le immagini si deformano in base a schemi preconcetti acquisiti dall’IA. Anche Nicola Lagioia ne apprezza l’aspetto di gioco intellettuale e ha fatto diversi esperimenti con l’IA: «Non per scrivere ma per interpretare testi letterari — gliene affido altrui e miei e le chiedo di trovare collegamenti e significati nascosti, per vedere cosa viene fuori. A volte emergono cose interessanti, è come avere a disposizione uno sparring partner molto particolare, sarà anche un “pappagallo stocastico”, ma giocare con il linguaggio e i concetti in modo probabilistico può risultare spesso molto stimolante. Oppure (ancora più di frequente) le chiedo di interpretare l’attualità con lenti costruite ad hoc, per esempio: “Mi dai un’interpretazione della situazione politica internazionale come farebbe un pensatore capace di fondere la visione del mondo del Robert Graves de La Dea Bianca, del James Frazer del Ramo d’oro e del René Girard de La violenza e il sacro?”. In certi casi le risposte sono sorprendenti. In altri un po’ deludenti. L’IA ha i suoi pregiudizi e bias, ma non è detto che coincidano con i nostri. Credo che per ottenere risultati migliori dovrei metterci più impegno, ma non ho tutto questo tempo, e dopo una fiammata iniziale (mesi fa, ero sorpreso dall’evoluzione del modello) ho ridimensionato l’uso. In più, mentre in passato usavo ChatGPT, adesso sto cercando di capire quale sia il modello più adatto a questo tipo di esperimenti, e credo di non averlo ancora capito».
Lagioia ribadisce di non aver mai scritto un rigo con l’IA: «Ritengo che non sia ancora capace di scrivere come gli umani, a livello letterario, e forse non lo sarà mai, dunque non mi ci affido neanche per le virgole; ma a livello interpretativo è un bel gioco. Non mi sembrano modelli abbastanza evoluti da ragionare e immaginare come faccio io o come vedo fare agli umani. Sarebbe impossibile, ad esempio, per un’IA immaginare la struttura di Mentre morivo di William Faulkner, dunque è inutile giocare al ribasso».
Teresa Ciabatti evidenzia invece proprio il fattore temporale e la mortalità come scarto incommensurabile e irriproducibile: «Di sicuro l’intelligenza artificiale potrà scrivere romanzi, creare trame, riprodurre lo stile di un certo scrittore, ma quello che non potrà mai fare è restituire la crescita dello scrittore di opera in opera. L’IA replica uno scrittore in un preciso istante. Gli nega cioè sviluppo, evoluzione, deperimento. ChatGPT non permette allo scrittore di invecchiare. Ora: senza lo scorrere del tempo, senza la prospettiva della morte, c’è letteratura? Senza il ricasco dell’esperienza sulla scrittura, senza il materiale umano, quello che Italo Calvino diceva dei libri di Cesare Pavese “portano dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro”... Ecco, l’IA non registra l’intervallo - e no, non è una mancanza piccola».
Anche Mauro Covacich non la trova un mezzo adeguato: «Io non ho ancora provato l’IA semplicemente perché non fa al caso mio. Non ho nulla contro l’intelligenza artificiale se può risolvere problemi di scrittura a qualcuno, ma io scrivo proprio per il gusto di affrontare quei problemi da solo. Il processo della scrittura mi rivela spesso qualcosa che non sospettavo nemmeno di pensare. In altri termini, scrivo per scoprire qualcosa di me che ancora non so. Non ho altra ragione per scrivere. Ma ci sono anche persone che pensano alla scrittura come a un puro e semplice strumento di comunicazione e non dubito che per loro l’IA possa essere un ottimo aiutante. Tutto dipende dalla ragione per cui scrivi. Un po’ come con i cruciverba: da qualche parte c’è sempre una pagina con le risposte e quindi, volendo, potresti prenderle direttamente da lì e riempire tutte le caselle, ma svanirebbe l’unica ragione per cui fai i cruciverba, che è proprio quella di lambiccarti per trovare, da solo, le risposte esatte a quelle domande».
Per Emanuele Trevi non c’è partita proprio perché l’unica possibile si gioca su qualcosa di non ancora definito una volta per tutte come la coscienza: «Io non ho mai nutrito il benché minimo interesse per l’intelligenza artificiale, uso un po’ quella di Meta che hanno messo su WhatsApp ma le mie ultime domande sono del tipo - l’aloe è veramente efficace con le punture di zanzare? Quanto deve stare in forno un’orata di un paio di chili? Non intendo abbonarmi a versioni più efficaci e complesse, per il semplice motivo che non me ne frega nulla, anche nel caso che in vent’anni arrivi a eliminare del tutto gli scrittori: tanto meglio, ci sono quelli del passato. Non è che non ammiriamo più i mosaici bizantini perché nessuno li fa più. Da un punto di vista più filosofico, posso porre a chi è più esperto una questione forse ingenua: da Aristotele ai neuroscienziati, nessun pensatore al mondo ha definito in maniera soddisfacente la coscienza - ma se non sappiamo cos’è, come possiamo produrne una versione tecnologica? Ecco, il giorno in cui avremo una coscienza artificiale la partita sarà davvero finita».
Caterina Bonvicini, sebbene disposta ad ammettere la possibilità che l’IA possa superarla, ricorda: «Ero in una scuola, un ragazzo ha alzato la mano: per quanto tempo pensa di poter fare ancora questo mestiere? Si riferiva ai social che prosciugano la concentrazione. E soprattutto all’intelligenza artificiale, che può sostituirci. Non era una domanda cattiva, era una domanda difficile. Anch’io non riesco più a leggere come prima, ho detto, me li sogno certi livelli di attenzione. Prendevo tempo. Poi mi sono ricordata che ero lì per parlare del Mediterraneo. Allora ho risposto: forse l’intelligenza artificiale può scrivere un libro più bello del mio, ma non può salvare la gente in mare. E non può sapere cosa si prova».
Vanni Santoni confida invece una certa delusione: «Quando sono comparse le IA generative mi sono divertito a sperimentare con quelle grafiche, tant’è che ho anche realizzato un fumetto che è uscito qui su “la Lettura”; finito l’effetto-novità mi sono venute a noia, anche prima che emergessero le loro criticità - consumo energetico e furto di opere altrui, per dire solo le principali. Per quanto riguarda invece ChatGPT, mi è sembrato da subito che scrivesse assai male, quindi non ha attirato il mio interesse. L’ho tuttavia usata per scrivere - dichiaratamente - una “stanza” del progetto poetico 999 rooms (da cui è stato tratto il libro Other rooms/Altre stanze), perché basandosi sull’intertestualità e sul mash-up di testi altrui, l’uso risultava lì appropriato. Il risultato è stato comunque molto sotto lo standard minimo che richiedo a me stesso. Da allora, mai più usata. Penso anzi che tra poco la bolla scoppierà: a conti fatti le IA non piacciono a nessuno, sono scarse e imprecise e vengono usate solo perché le ficcano ovunque».
Per Marcello Fois il problema è ancora a monte, nella definizione di ciò che chiamiamo intelligenza: «Non credo esista un’intelligenza, cioè una capacità di mettere in relazione informazioni, “naturale”. Quella di cui mi servo è artificiale da sempre, sono vocabolari, glossari, biblioteche, archivi, motori di ricerca. Invito a non confondere mai l’atto di elaborare un patrimonio con la capacità di archiviarlo. Abbiamo pensato diversi dispositivi perché non andassero disperse le sostanze, tecniche, scientifiche, artistiche, filosofiche, matematiche, figurative, che via via andavamo accumulando. La capacità di coordinare fra loro gli elementi di questo capitale farà sempre la differenza».
Un veterano dell’insegnamento della scrittura, nonché scrittore di lungo corso come Giulio Mozzi, dice: «Ho usato ChatGPT, come tutti, come strumento preliminare per ricerche (che ho poi sempre verificato per altre vie). La uso spesso per tradurre da lingue che non conosco: è nel complesso meno affidabile di altri strumenti, ma ha il pregio di spiegarti — su richiesta - perché ha tradotto in quel modo, parola per parola; e questo permette di vedere anche i suoi svarioni. Ho usato un paio di volte ChatGPT per gioco, per produrre due post in Facebook a proposito dell’utilità (il primo) e della pericolosità (il secondo) dell’uso delle LLM (Large Language Model) per la produzione di testi narrativi. La sto usando per analizzare testi: le propongo solo testi che ho già letto, perché il mio scopo per ora è capire le sue possibilità e i suoi limiti. L’analisi retorica è di solito discreta (benché sempre incompleta), quella stilistica insomma; nella ricostruzione di una trama la vedo spesso in difficoltà».
Fra qualche anno sarà interessante rileggere queste posizioni che non sono né apocalittiche né integrate, piuttosto: prudenti. Molto, se non tutto, di ciò che chiamiamo cultura e umanità è frutto del tentativo di dare senso al vivere terreno, sapendo che è limitato ed effimero. Sotto questa luce non ha ragione di esistere nessuna forma di competizione o di paura delle macchine e il giorno in cui potessimo pensarci al di là della morte probabilmente noi umani non avremmo più bisogno della letteratura. Ma anche questa lungi dall’essere una certezza è piuttosto una prudente ipotesi.
«Corriere della Sera» del 7 settembre 2025

06 giugno 2016

Facebook annuncia DeepText: "La nostra intelligenza artificiale capirà tutto ciò che scrivi"

Il sistema trae la sua forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico che mima il comportamento dei nostri neuroni, ed è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate centinaia di post al secondo in più di venti differenti linguaggi con un'accuratezza "quasi umana"
di Rosita Rijtano
Capirà tutto ciò che scriviamo con un'accuratezza "quasi umana". È l'intelligenza artificiale di Facebook, che adesso ha a disposizione un nuovo strumento, appena annunciato in un post sul blog ufficiale della compagnia e firmato da tre dipendenti: Aparna Lakshmiratan, Ahmad Abdulkader e Joy Zhang. Chiamato DeepText, stando a quanto dicono i suoi creatori, è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate migliaia di post al secondo, in più di venti linguaggi differenti. Ma farà sempre meglio, giorno dopo giorno. Un sistema che trae la propria forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico, sviluppata a partire dagli anni Ottanta, che simula il comportamento dei neuroni umani. E si affina con l'esperienza.
Una scelta quasi obbligata. Perché, come spiegano dal team, la lettura di un testo richiede molteplici abilità: la capacità di fare classificazioni generali che sono necessarie per stabilire quello di cui si parla; il riconoscimento dei soggetti, ad esempio i nomi dei giocatori, e di altre informazioni utili. Così l'obiettivo da raggiungere è insegnare ai computer a comprendere slang e doppi sensi di cui ci serviamo nei discorsi quotidiani. A capire se quando si digita "Mi piace BlackBerry", che in italiano vuol dire mora, si intende la marca dello smartphone oppure il frutto. In altri termini, ad avere piena padronanza del linguaggio naturale. O quasi. Un obiettivo verso cui si stanno indirizzando gli sforzi di molti big del mondo della tecnologia. In casa Facebook sono convinti: solo attraverso questo tipo di tecnica, che utilizza i dati in maniera efficiente, ci si può avvicinare alla meta. "È un passo in avanti verso la costruzione di macchine intelligenti in grado di comunicare con gli umani in modo smart", ha commentato in un'intervista alla rivista statunitense Slate Hussein Mehana, uno degli ingegneri a servizio di Mark Zuckerberg.
Nell'immediato futuro Menlo Park conta di sfruttare DeepText per classificare ogni contenuto fatto di parole che viene pubblicato sulla piattaforma: oggi si parla di due trilioni di post. Una conquista necessaria per profilarci ancora più nel dettaglio e offrirci suggerimenti rispondenti ai nostri interessi, sia per quel che concerne i contenuti da vedere sulla timeline sia per i servizi che il social network mette a disposizione al proprio interno. Al momento lo strumento viene testato in due modi. Primo: in Facebook Messenger permette all'intelligenza artificiale di capire, tra le altre cose, quando chattando con un amico abbiamo bisogno di un passaggio e di darci immediatamente l'opportunità di chiamare un taxi. Secondo: di conoscere se stiamo cercando di vendere qualcosa. In questo caso vedremo subito comparire in bacheca la pubblicità dei servizi sviluppati da Mark Zuckerberg & Co. che aiutano a concludere l'affare nel recinto della rete blu. Senza bisogno di rivolgerci altrove. Ma, annota Quartz, il nuovo motore "intelligente" potrebbe essere usato anche per raffinare le ricerche dentro al social. Che in questo modo si configura ulteriormente come un ecosistema a sé stante, autarchico, in cui è possibile fare di tutto: da ordinare la pizza allo scambio di denaro, passando per le telefonate. In diretta concorrenza con Google.
Ultima, ma non per ordine d'importanza, è la possibilità di impiegarlo per filtrare lo spam o eliminare i commenti e i post offensivi. Del resto, non sarebbe una novità se si pensa alle tecniche di riconoscimento delle immagini ampiamente sfruttate. Proprio nei giorni scorsi il sito di tecnologia TechCrunch riportava che adesso i sistemi di intelligenza artificiale di Facebook segnalano molte più foto lesive, o considerate tali, degli umani. E a quanto pare tutto ciò presto potrebbe accadere per i testi e forse pure per le notizie, dietro la cui selezione fino ad ora c'è stato lo zampino della mano umana. Si prospetta uno scenario non privo di distopie, come dimostrano i casi di famose opere d'arte (L'origine del mondo di Gustave Courbet), foto di statue (la sirenetta di Copenaghen) e istantanee artistiche. Colpevoli di violare le regole del buon costume imposte dal network, censurate senza appello, semplicemente perché non capite.
«La repubblica» del 2 giugno 2016

03 settembre 2015

Gli effetti sull’uomo? Dipende dalla narrazione

L'intelligenza artificiale dominerà solo se non saremo responsabili delle scelte umane
di Luca De Biase
Algoritmi che comprano e vendono titoli sui mercati finanziari, automobili che si guidano da sole, robot da compagnia, traduttori automatici, articoli per i giornali sportivi scritti interamente dal software. Watson, l’intelligenza artificiale dell’Ibm, batte gli umani a Jeopardy, il quiz televisivo americano. Vital, un algoritmo, è cooptato come membro del consiglio di amministrazione di una società di venture capital di Hong Kong, la Deep Knowledge Ventures. Un bot chiamato Random Darknet Shopper viaggia in rete in cerca di merci illegali da acquistare in bitcoin: fa parte di un’installazione artistica ma compra droga vera, riporta Fusion.
Di fronte alla crescente complessità dell’organizzazione della vita sul pianeta, il ricorso all’intelligenza artificiale, ai Big Data, alla robotica e tutto il resto, appare come una grande opportunità. Ma le visioni critiche non mancano, le preoccupazioni montano, si diffonde persino un inutile allarmismo. L’intelligenza artificiale aumenterà l’ineguaglianza ed eliminerà posti di lavoro – anche ad alto valore aggiunto – come sembrano suggerire le analisi di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee in «The second machine age»? I droni impareranno a fare la guerra con un elevato grado di autonomia? I sistemi di sorveglianza e manipolazione dell’informazione online riusciranno a influenzare le decisioni collettive? L’Italian Association for Artificial Intelligence ha dedicato al tema della sostituzione tra macchine e lavoro un convegno importante a Pisa. Il Future of Life Institute ha raccolto migliaia di firme di scienziati e intellettuali intorno a un documento che invita a prendere consapevolezza delle domande di fondo che pone lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Come rispondere a queste sollecitazioni? Se si considera il progresso tecnologico come un processo ineluttabile e nello stesso tempo si immaginano le sue conseguenze sociali ci si trova nella condizione di chi batte la testa contro il muro. Forse prima di trovare le risposte si deve stabilire qual è il metodo che serve a rispondere.
McAfee non si tira indietro dal dibattito sulla sostituzione delle macchine ai lavoratori e sull’ineguaglianza. Ma sostiene che una migliore e più diffusa informazione sull’intelligenza artificiale e le tecnologie connesse è la strada principale per consentire alla società di prendere le contromisure. E questo è un punto di partenza.
Il secondo caposaldo è una visione distaccata rispetto alla fiction. La migliore fantascienza ha avuto grande importanza nella generazione dei miti fondativi di nuove società declinate al futuro con tecnologie indipendenti dagli umani. «2001 Odissea nello spazio» e «Blade Runner». Isaac Asimov e Philip Dick. La rivoluzione contro il potere delle macchine di «Matrix» e l’accettazione della seduzione del software di «Lei», esempio recente, hanno abituato l’immaginario collettivo alla possibilità dell’alterità della macchina dal suo creatore umano. Non mancano anche forme di fiction che sconfinano nella saggistica, dallo studio della singularity – che si domanda che cosa succede quando l’intelligenza delle macchine supera quella degli umani – all’estremismo evoluzionistico che si domanda come emergerà una nuova specie post-umana.
L’importanza delle grandi narrazioni è sottovalutata nell’interpretazione dello sviluppo tecnologico e delle sue conseguenze sociali. Le narrazioni hanno la capacità di costruire una prospettiva all’interno della quale si operano le scelte. La tecnologia è malleabile e il suo risultato prende la forma della visione del mondo che guida chi la progetta e realizza. Il terzo elemento dell’approccio al problema dell’intelligenza artificiale è una visione critica e consapevole delle conseguenze progettuali dei quadri narrativi.
Una grande narrazione come quella che vede nel mercato il meccanismo che alloca le risorse nel miglior modo possibile disegna il quadro organizzativo nel quale la tecnologia si sviluppa attraverso i sistemi incentivanti, la cultura degli obiettivi quantitativi, l’esclusione delle esternalità negative dall’azione degli agenti economici. Una narrazione integrativa, come quella che nasce dalla cultura ecologica, senza voler sostituire il mercato, sottolinea piuttosto un quadro interpretativo più ampio e contemporaneo, nel quale le scelte tengono conto della sostenibilità ambientale, culturale e sociale. Quale sarà la narrazione prevalente? Un fatto è certo: il futuro è la conseguenza delle scelte operate nel presente. E le scelte non sono automatiche: sono una responsabilità umana. È il senso del lavoro di Edge. Tutto da leggere.
«Il Sole 24 Ore - suppl. Nòva» del 19 gennaio 2015