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21 aprile 2026

Le scomparse

di Alessandro D'Avenia
La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all’Antigone di Sofocle e all’Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l’università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l’effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l’interpretazione dell’umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l’oggetto reagisce, il soggetto crea, l’oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l’oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l’oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l’oggetto si cambia e «si butta», come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?
Educare è aiutare a crescere qualcosa che c’è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un’origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti «mettere a dimora». Queste condizioni, la dimora dell’umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell’altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione).
Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d’arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all’obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone Dio esiste ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l’ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino.
Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato Disincanto, nome dell’album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l’uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo».
Sentirsi vivi, ripartendo dall’unica verità del dolore «un’anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto». Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l’unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi.
Quando ero bambino ho ascoltato a ripetizione Burattino senza fili di Bennato e da adolescente I still haven’t found what I’m looking for (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c’era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte.
A Roma insieme a me c’era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca. Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l’insegnante invitava studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l’amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri.
La risonanza, a differenza dell’eco che lascia l’oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d’onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d’eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma.
Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros. I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c’è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l’attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse».
Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l’incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti: l’emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi, ma degli adulti che non amano la vita. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».
«Corriere della Sera» del 20 aprile 2026

19 gennaio 2021

Tristezza mezza bellezza

di Alessandro D'Avenia
Chi conosce la montagna sa che camminare in cresta è tanto bello quanto vertiginoso: ci si sente abbracciati dal panorama e padroni dell’orizzonte, ma stare sospesi tra due voragini è l’unica via per raggiungere la meta e, se non si sta attenti a dove poggiare il piede, l’abisso è a un passo. La tristezza è uno di questi sentieri sul crinale della vita, che spesso non vogliamo affrontare, perché la nostra cultura accetta solo il «positivo» e ci priva così del coraggio per vincere la paura del negativo. Eppure la tristezza è un sentimento «positivo», perché ci «pone» in condizione di guarire dal dolore che la genera: il nostro corpo si difende dalla malattia segnalandola proprio attraverso il sintomo di dolore. Noi invece vogliamo eliminare dalla vita tutto ciò che ci sembra «improduttivo», come macchine da cui ci si attende sempre una performance ineccepibile. Ma noi siamo vivi e dobbiamo rivendicare il nostro diritto alla tristezza come vita ferita che cerca di guarire.
E così, qualche giorno fa, dopo l’ennesimo contraddittorio rinvio del ritorno a scuola in presenza (genitori e ragazzi si stanno ribellando con manifestazioni e ricorsi di cui vi racconterò la prossima settimana), sono stato colto da una profonda tristezza. Ero sanamente triste e questo era il sentiero su cui la vita mi chiamava a camminare con i miei ragazzi per non precipitare nei due abissi al lato del crinale della tristezza: l’indifferenza e la disperazione, che paralizzano l’iniziativa e l’impegno.
La tristezza rende il dolore un sentiero che, affrontato con passi accurati e possibili, permette di resistere a un male inevitabile o alla privazione di un bene. La tristezza è risonanza autentica di fronte al mondo ferito e chiamata a trovare una cura, purché non la si usi come alibi per rimanere fermi, facendola precipitare in apatia o disperazione.
E così ho dedicato un’ora intera a chiedere ai miei studenti quali aspetti positivi e/o negativi stavano sperimentando dopo mesi di Dad.
Sono emerse idee interessanti e più costruttive di quanto credessi. Alla fine una di loro ha ringraziato per l’ora così trascorsa, perché l’aveva aiutata a guardare con meno paura e rassegnazione alla sua frustrazione. Tutti concordavano sul fatto che dare un nome preciso alle fatiche del momento (la lingua madre è madre anche per questo: dire bene le cose è benedirle) e sentire l’esperienza degli altri, anche di un adulto, li aveva sollevati e incoraggiati a non lasciarsi andare (ciò che ci accomuna tutti è la perdita di motivazione, la paralisi del desiderio).
Anche io, grazie a questa vertiginosa camminata in cresta, mi sono ritrovato a riflettere con loro sugli effetti di questo periodo e ho scoperto che proprio la privazione della normalità mi sta aiutando a camminare in modo nuovo. La didattica in genere oscilla tra due metodi di apprendimento: de-duttivo (formulo un principio generale e lo verifico nel particolare) o in-duttivo (osservo il particolare e risalgo al principio che regola il fenomeno), poi si tratta di rendere i ragazzi il più partecipi possibile al processo.
In Dad ho maturato un metodo più ricco e ampio che chiamerei, con Socrate, «maiuetico» o «co-duttivo». La lezione si fa insieme, come un’orchestra che esegue un pezzo: dopo aver reso «fisicamente presente» (data la incorporeità del mezzo di comunicazione) lo spartito (lettura condivisa ad alta voce di un passo dei Promessi Sposi, imparare a memoria una poesia...), l’energia sprigionata dalla materia attraversa tutti che ne diventato «con-duttori» (come per l’elettricità). Tutti sono chiamati a interpretare lo spartito rispettando il pentagramma e gli altri strumenti: la conoscenza somiglia così a una spirale che, giro dopo giro, si approfondisce ruotando attorno all’asse centrale; i singoli diventano una comunità di ricerca; la scoperta coinvolge come in una caccia al tesoro; io sono al servizio della musica della vita tanto quanto loro, ma come maestro d’orchestra.
Non si tratta di un dibattito o di un’improvvisazione ma di una esecuzione che fa tesoro di quanto ognuno scopre, rimanendo nei limiti dettati dall’argomento (il mio compito è che quei limiti vengano rispettati: lo spartito è lo spartito) e la lezione diventa un «concertare», che significa non solo preparare un complesso di musicisti all’esecuzione di un pezzo, ma anche accordare fra loro gli strumenti.
La «co-duzione» trasforma la Dad in un «concerto»: lo spartito crea accordi (con il vissuto personale) e legami (tra le persone). Alla fine della lezione ci sentiamo cresciuti perché, come dice Agostino: «nutre la mente soltanto ciò che la rallegra».
Una gioia che è il risultato di una tristezza «ben vissuta»: un sentimento-sentiero, un sintomo che è inizio di guarigione, perché se un albero si secca, in un suolo che sembra arido, è perché non ha messo radici abbastanza in profondità.
«Corriere della sera» del 18 gennaio 2021

31 ottobre 2020

"Clarisse"

di Alesandro D'Avenia
«Incredibile, la capacità d’identificazione di quella ragazza! Era come l’appassionata spettatrice d’uno spettacolo di burattini, che prevede ogni batter di palpebre, ogni gesto della mano, ogni movimento d’un dito un istante prima che lo spettacolo cominci». Sono le parole con cui Guy Montag, il protagonista di Fahrenheit 451, descrive Clarisse, la diciassettenne che lo guarisce dalla sua cecità: egli vive in un mondo in cui gli uomini si credono liberi ma sono diventati dei burattini. Montag lavora infatti in un corpo di pompieri che non devono spegnere incendi ma dar fuoco a degli oggetti considerati pericolosissimi, perché costringono le persone a ricordare chi sono e per quale ragione respirano: i libri (il titolo del romanzo viene dalla temperatura necessaria a far bruciare la carta).
Il brano su Clarisse che ho riportato è stato scelto da una mia studentessa alle prese con un tema incentrato sul passo che li aveva più colpiti. Durante l’estate infatti, ho fatto leggere agli studenti di prima superiore tre libri incentrati su un pericolo che li minaccia oggi più che mai: la privazione progressiva e inconsapevole della libertà, che scorgo nella loro crescente difficoltà a prendere decisioni, anche le più piccole, lasciando la scelta agli altri o al caso.
I libri sono Open, Fahrenheit 451 e La fattoria degli animali. Volevo che i miei ragazzi vivessero l’esperienza di perdere la libertà in tre ambiti vitali (famiglia, cultura e politica), e scoprissero che può accadere inconsapevolmente, come ai protagonisti di queste storie, scivolati nella schiavitù senza rendersene conto. Come? Hanno rinunciato alla verità. Per vivere bisogna fare scelte e le scelte dipendono sempre dalle convinzioni che ci muovono, e quando non ne abbiamo perché abbiamo rinunciato a decidere per chi e cosa viviamo, finiamo con l’assorbire le «opinioni dominanti». Chi sceglie le «verità di maggioranza» spesso sceglie il potere non la verità, perché ci tranquillizza essere parte di qualcosa di più grande, avere una parte nel grande spettacolo. Montag, per esempio, non ha mai messo in discussione il suo lavoro e il mo(n)do in cui vive, né l’avrebbe fatto senza Clarisse.
La mia studentessa dice di avere scelto il passo su di lei perché, come accade a Montag, sta perdendo «l’attenzione». Il pompiere poche righe prima ha paragonato Clarisse a uno specchio che gli permette di vedere la verità su se stesso, la ragazza ha infatti un nome parlante (da clarus): chiaro, trasparente, puro. Grazie a lei l’uomo scopre perché è infelice e comincia a lottare... e una quattordicenne di oggi ha nostalgia di questa «chiarezza» e dice che l’ha persa a causa della «disattenzione». I nostri occhi sono ben aperti ma dedicati a chi li sa sedurre, anziché alla realtà. La rete si è accaparrata in modo «spettacolare» la nostra attenzione, che serve a profilare i nostri comportamenti e a orientarli, per venderci prodotti e convinzioni (se qualcosa è gratis il prodotto sei tu, come mostra il documentario The social dilemma). L’algoritmo che governa Google o i social costruisce attorno a noi uno spettacolo che scambiamo per il mondo (una ricerca dà risultati diversi per ciascuno): il tribalismo è la paradossale conseguenza del villaggio globale.
Abbiamo scelto, senza rendercene conto, di regalare la nostra attenzione a chi sa come usarla e manipolarla. Questo colpisce soprattutto la generazione che ha un cellulare in mano sin dall’infanzia: vi siete mai chiesti perché 13 anni sia la soglia per aprire un profilo Instagram? Perché ogni sito che aprite vi chiede di «accettare» i cookies? Perché Steve Jobs impediva l’uso degli oggetti che creava ai suoi figli? Adesso le conseguenze cominciano a essere evidenti e rilevanti a livello psicologico e sociale: gli adolescenti sono sempre meno inclini a rischiare, scoprire, fare scelte, mettersi in gioco, relazionarsi perché sono ipnotizzati da uno spettacolo che li riempie e dà dipendenza. L’espropriazione dell’attenzione (dal latino tendere a) non permette di incontrare la realtà, che è necessaria per scoprire chi siamo, i nostri limiti e la nostra grandezza. Senza attenzione, che è la «presenza del presente», il nostro io si disincarna, non sa più agire e comincia ad avere paura del mondo. Ritrovare l’attenzione è necessario per ritrovare se stessi e ribellarsi alla dolce schiavitù che ci consegna al vuoto spettacolare del consumismo. Clarisse è il nome dei nostri incontri con la realtà: un libro, un giorno senza cellulare, una passeggiata in cui scoprire che alberi e nuvole esistono ancora, una chiacchierata a cuore aperto con un amico... e tutte quelle cose che rafforzano la nostra resistenza interiore a ogni forma di dominio. Il segreto di Clarisse è la famiglia: non hanno televisori, parlano tra loro, sono liberi da ogni manipolazione. Per sapere che fine fa leggete il libro.
«Corriere della sera» del 28 settembre 2020

30 giugno 2020

Libridine

di Alessandro D'Avenia

«Non leggevo, ma dopo quel libro non ho più smesso», è un messaggio che ricevo spesso da ragazzi che mi chiedono nuovi titoli, dopo essersi imbattuti nel libro «apri-porta», quello a cui tutti dobbiamo il nostro primo indimenticabile atto di «libridine», l’eros per la vita scatenato dalla parole: «quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali» con cui Cesare Pavese indicava la sua giovanile fame di leggere. Mi scrivono infatti «l’ho divorato», senza sapere che leggere ha origine da un verbo greco che indicava la raccolta dei frutti. Leggere permette di far raccolto di sé: raccogliersi. Colto non è chi legge, ma chi si è raccolto. Chi non ha divorato un libro non ha ancora provato la fame di cui parla Pavese o non ha trovato il libro capace di soddisfarla? Faccio rispondere Leopardi: «Mi sono avveduto che la lettura non ha veramente prodotto in me né affetti o sentimenti che non avessi, che senza quelle letture non sarebbero nati da sé: ma li ha accelerati e fatti sviluppare più presto. Trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente». L’autore dello Zibaldone non scambia il fine (la vita) con il mezzo (il libro): un buon libro apre la via al possibile, lo sviluppa, accelerando pensieri e sentimenti già presenti in noi, ma ancora inespressi e inattivi. La lettura dissoda il nostro campo interiore, rivoltando strati dell’io induriti da luoghi comuni e impermeabili alla verità. Leggere permette di raccogliere (che è anche ri-accogliere) il meglio di noi stessi.
Bisogna però saper scegliere letture capaci di far maturare ciò che in noi attende compimento. Come fare? Risponde Marcel Proust: «Una delle meravigliose caratteristiche dei bei libri (che fa comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Tale è il valore della lettura, e tale è anche la sua insufficienza. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale: può introdurci in essa, ma non la costituisce. Finché la lettura resta per noi la iniziatrice le cui chiavi magiche ci aprono, nel profondo di noi, la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare da soli, la sua funzione nella nostra vita è salutare. Diventa invece pericolosa quando, in luogo di destarci alla vita personale dello spirito, tende a sostituirsi a questa». La lettura ci mette in contatto con le fonti della vita, che sono spirituali, aggettivo a volte ridotto al significato di «mentale» o «astratto», ma lo spirito sta alla nostra anima come il respiro al nostro corpo: è la vita che ci attraversa, che non ci siamo dati e non possiamo aumentare da soli. I bei libri aumentano proprio quella vita, come tutte le relazioni ri-generanti. Per questo Proust dice che hanno un ruolo essenziale: risvegliano il desiderio, che è il motore della vita spirituale e fisica. Noi vogliamo una vita infinita e la lettura ci permette di attivarne e accelerarne la possibilità. Ma allo stesso tempo lo scrittore ci avverte: i libri non bastano. Un bel libro è il testimone della staffetta tra scrittore e lettore: la ricerca dell’uno dà il via a quella dell’altro. Un libro dà vita se ha vita: se diciamo che ce l’ha cambiata stiamo dicendo che ha liberato energie imprigionate da schemi inadeguati, se diciamo che ce l’ha salvata stiamo dicendo che ci ha, in qualche modo, guarito: ma poi sta a noi continuare. Leggere non è un passa-tempo ma un apri-tempo. Io non leggo per «far passare» il tempo (è così poco quello di una vita), ma per dargli senso, intensificarlo e moltiplicarlo: dei libri belli, infatti, diventiamo la carne, come gli uomini-libro di Fahrenheit 451.
Per questo arriva un momento della vita in cui rileggere può avere risultati sorprendenti: se un libro ha fatto maturare la nostra vita interiore, la sua rilettura potrebbe salvarci dai momenti di carestia e aridità. Quando non riusciamo a dar frutto, non abbiamo bisogno di continue novità, ma di ripetute profondità, come chi non si stanca di osservare i tramonti dalla stessa spiaggia o di fare l’amore con la stessa persona. Da anni, soprattutto in tempi magri, raccolgo più dalla rilettura di Omero, di alcuni libri della Bibbia, di Dante e Dostoevskij ... che da tanti libri nuovi definiti «necessari». Questa estate, tra gli altri, risceglietene uno veramente necessario, un acceleratore d’anima, un detonatore di desideri, rileggete (o ascoltate) un libro che abbia già fatto questo con voi: lo rifarà. Bisogna liberarsi dal pregiudizio che «nuovo» significhi solo «recente», e non «ciò che dà qualcosa di inatteso a ogni incontro», come chi ci ama. Io ho cominciato a rileggere il Gattopardo. E voi?
«Il Corriere della sera» del 29 giugno 2020

14 novembre 2019

In difesa dell’infinito

di Alessandro D’Avenia
«Quando guardo il cielo stellato sembra che tutto si cristallizzi e sia in armonia e che io sia perfettamente in armonia con il tutto. Ma poi torno in me, e torna l’inferno. Non so cosa fare, come potere finalmente accettarmi come sono». Così mi scrive una ventenne studentessa di astronomia dopo la lettura del mio libro su Leopardi che, quindicenne, aveva già scritto una Storia dell’astronomia, rimasta incompiuta perché, per raggiungere l’infinito, non bastava l’erudizione ma ci voleva la poesia. E così nel 1819 generò l’Infinito, che i recenti rumorosi festeggiamenti per il 200° anniversario segnalano all’ufficio Oggetti Smarriti del nostro tempo «sfinito»: tanto scettico sul dolce naufragare che salva la vita dal non senso, da averlo ridotto all’emozione passeggera di un ragazzo triste del XIX secolo.
Ma Leopardi scrisse quei 15 versi proprio all’età della ragazza della lettera, grazie a una scoperta che, due anni prima, descriveva così: «Ho cominciato a conoscere un poco il bello, facendomi quasi ingigantire l’anima in tutte le sue parti, e dire fra me: questa è poesia, e per esprimere quello che io sento ci vogliono versi». L’origine della gioia di vivere, percepita come dilatazione dell’anima, è la bellezza, da lui trovata nei libri della biblioteca paterna e nel paesaggio circostante: «Quando vedo la natura in questi luoghi mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d’anni per darmi alla poesia». Non è l’artista a fare la bellezza ma la bellezza a fare l’artista e la bellezza raggiunse Leopardi nel suo angolo di mondo. E questo può valere per tutti, non solo per chi ha doti artistiche: solo la bellezza fa scaturire il «sempre nuovo» dal e nel «sempre uguale». Senza bellezza il «sempre uguale» quotidiano perde senso, ci soffoca e diventa l’inferno di cui scrive la ragazza. La bellezza, manifestazione del legame che unisce tutte le cose, ci mostra, per bagliori, la verità che manca alla realtà: chi ne fa esperienza non smette di cercarla, come Giacomo che trova l’in-finito nei con-fini del suo paesino, e vuole prendersene cura con la penna, ferito dalla «scontentezza nel provare le sensazioni destatemi dalla vista della campagna, come per non poter andare piùaddentro, non parendomi mai quello il fondo, oltre a non saperlo esprimere». Leopardi voleva «toccare il fondo» delle cose e dire com’è: ci riuscì in 15 versi.
L’infinito, quando non lo troviamo, è perché non lo (ri)conosciamo. Infatti l’ultimo «memorizzatissimo» verso, quello del dolce naufragio, è impossibile senza il primo che si apre con: «sempre». Il «sempre nuovo» dell’infinito è nel «sempre uguale» del finito. Sempre cari sono «quest’ermo colle» e «questa siepe», proprio «questi» qui. «Ermo» (parola poetica che ne ricorda una più nota: eremo, dal greco eremos, deserto) è aggettivo che qualifica un luogo solitario. Il colle recanatese è luogo di solitaria e silenziosa contemplazione della campagna che digrada dolcemente verso il mare: chi non sa stare con se stesso e con le cose della natura, diremmo oggi in «modalità aereo», non troverà mai l’infinito. Sempre cara è poi la siepe, un limite che ostacola lo sguardo. Quindi di «sempre caro» nell’Infinito c'è il finito, in cui Giacomo è collocato dalla vita: senza l’accettazione del destino è impossibile aprirsi a una destinazione, perché si è impegnati a provar a fuggire dai limiti della realtà. Per lui la bellezza esce come acqua dalla fontana delle cose «care», e l’infinita sete interiore trova momentanea pace «sedendo e mirando»: attraverso un silenzio paziente e contemplativo, che risveglia la vita assopita dentro di noi.
A metà poesia infatti entrano in scena il cuore e la mente, sollecitati proprio dai limiti: «nel pensier mi fingo» significa che l’immaginazione, spinta dalla bellezza indefinita («vaghezza» direbbe Leopardi) delle cose, risveglia le energie della vita. «Fingo» non è usato in negativo ma nell’accezione creativa che aveva in latino: gli artisti «fingono» le cose, cioè le immaginano e danno loro forma. Per creare la vita come opera d’arte bisogna attingere alle energie interiori che spesso restano inerti, invece Leopardi dice che «per poco il cor non si spaura». Sperimentando il senso del tutto, il cuore trema di gioia e paura: «spaurirsi» è un misto di estasi e terrore, le due reazioni umane, secondo gli studiosi delle religioni, al manifestarsi del sacro. L’infinito buono che ci portiamo dentro è consapevolezza che la nostra vita non è inutile e insensata, ma ha il valore di ciò che non solo non può essere rovinato, ma che anzi è chiamato a un pieno compimento. Leopardi riconosce il valore infinito della sua vita, guardando le cose che lottano per essere belle pur non essendo tenute a farlo. Sperimenta quello che Freud chiamerà «sentimento oceanico», un’intuizione dell’unità e del senso del tutto che perdiamo con l’infanzia. Il dolce naufragio leopardiano non è perdita di se stessi, ma ricerca del pieno possesso di sé nella relazione armonica con tutte le cose. La carezza («sempre caro») di alcune di esse è l’inizio della bellezza, perché, se è vero che le cose finite non possono soddisfare l’infinito, possono però evocarlo e invocarlo: solo il relativo scopre l’assoluto, nel cui mare non si può navigare, ma solo tuffarsi. La profondità del vivere, il suo senso pieno, non è in superficie, ma in fondo, è dentro, non fuori, come mostra l’uso degli aggettivi dimostrativi della poesia.
Le cose care sono indicate con «questo» (colle, siepe, piante, vento), aggettivo dimostrativo per ciò che è vicino a chi parla. L’infinito invece, segnalato all’inizio con «quello» («infinito silenzio»), alla fine diventa vicino («questa immensità» e «questo mare»). L’infinito, da lontano è diventato intimo, come le cose care, non è fuori, ma è qui e adesso, dentro l’anima. L’infinito che Leopardi è riuscito a nominare a 20 anni è il nostro cuore inquieto e spalancato verso qualcosa che ci supera, un abisso che ne cerca un altro: «e mi sovvien l’eterno», dice il poeta, per il quale la finitezza della vita non è una condanna, ma un infinito ancora incompiuto. È il contrario di quanto accade, quando, disprezzando i nostri limiti, cerchiamo consolazione in un cattivo infinito, che ci sfinisce perché è esteriore: l’infinito della perfezione, dell’apparenza, della prestazione, della sicurezza e tutti i falsi infiniti per i quali di «sempre caro» c’è solo il prezzo da pagare. Pretendendo l’infinito dal finito, che non può darcelo, finiamo con l’odiare anche il finito. L’infinito è invece dentro di noi, ci abita e trascende: non è semplicemente quantitativo, ma innanzitutto qualitativo, è l’eterno che inatteso «sovviene», facendoci sperimentare che la nostra vita non è un frammento insignificante del caos, ma tessera di un bellissimo mosaico.
Nel discusso e affascinante libro L’infinito: un equivoco millenario, Giovanni Semerano ridimensiona il «mito» dell’indeuropeo come lingua perduta delle origini ricostruita su base comparativa, e dimostra che «in principio» erano le lingue del vicino oriente antico, delle cui parole i Greci si nutrirono. L’infinito, apeiron nei filosofi presocratici, origine delle cose della natura, non è altro che «la terra» del semitico ’apar (polvere), il biblico ’afar: «la materia con cui il Creatore plasma il primo uomo» e in cui soffia la sua vita eterna. Nei secoli successivi il termine greco venne interpretato con «infinito», astrazione estranea ai filosofi-naturalisti in cerca del fondamento comune a tutte le cose. Vera o no l’ipotesi, Leopardi, poeta-filosofo, intuisce la polarità terra-infinito: quest’ultimo non è l’origine perduta per sempre, ma è il sempre qui e ora, siepe e mare, polvere e soffio (è proprio la voce del vento che egli «compara» all’infinito silenzio). I versi sembrano dirci sia «polvere sei e polvere ritornerai» sia «infinito sei e infinito ritornerai». Non si tratta di mera emozione/illusione dell’infinito suscitata dall’indefinito delle cose materiali, teorizzata per altro da Leopardi stesso nello Zibaldone, ma dell’intuizione vitale che il fondamento di tutto assomiglia a un abbraccio in cui naufragare. La poesia di Leopardi è lotta per dare un volto all’infinito intuito e desiderato in questi versi giovanili. Non smise mai di credere nella bellezza che illumina il finito e spinge a dar compimento a noi stessi e alle cose, e ne lasciò il testamento nella Ginestra che, per quanto fragile, profuma e consola il «deserto».
Il letto da rifare oggi è prenderci cura dell’infinito buono che Giacomo 200 anni fa ci ha messo a portata di anima. Come? Trovando ogni giorno il nostro «ermo colle» e la nostra «siepe», uno spazio/tempo di silenzio e solitudine in cui nutrire di bellezza i sensi e il cuore, per accettare chi e come siamo, e chiederci, come il pastore errante leopardiano: «ove tende questo vagar mio breve?». Solo in questo modo la vita si riempie di senso e la terra di cui siamo fatti, invece di «sfinirsi», si «infinita». Ripetete l’Infinito per difenderlo, come ha dovuto fare mio nipote di dieci anni che, faticando a memorizzare quei 15 versi, si lamentava del fatto che contenessero troppe «e». Ha ragione, l’infinito è tutta questione di congiunzioni: solo quando il finito si unisce all’eterno è dolce naufragare nella vita.
«Corriere della sera» del 3 giguno 2019

29 ottobre 2018

La noia delle cavallette

di Alessandro D’Avenia
«Metti via quel telefono!». È ormai la stanca litania che ripetiamo ogni giorno ai nostri figli per tentare di recuperarne la presenza: a casa, a tavola, in mezzo agli altri. La risposta, come a giustificare i loro occhi ipnotizzati dallo schermo, è quasi sempre la stessa: «Mi annoio». E hanno ragione, oggi più che mai. La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli «effetti speciali» digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici. È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti. Una noia «artificiale», molto diversa da quella «naturale» che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo. Ricordo ancora i pomeriggi in cui, per combatterla, mescolavo pericolosi intrugli improvvisandomi piccolo chimico o sfogliavo le pagine di Conoscere a caccia di storie e invenzioni altrui. La ricerca di senso riusciva così a «illuminare» le cose, permettendo loro di uscire dal buio e dalla piattezza. Faceva saltare i coperchi.
Oggi però il nuovo non è più sotto il coperchio, ma in superficie: le superfici luminose che ci abbagliano con le loro immagini sfavillanti, rendendoci passivamente soddisfatti. I dispositivi digitali creano dipendenza perché ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta «fisicamente» con la resistenza di quella che infatti chiamiamo «la dura realtà». La gratificazione profonda si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza: parola che, non a caso, viene da una radice che indica l’attraversare, la stessa di «pericolo» e «porta». Per fare esperienza della realtà bisogna infatti mettersi in pericolo, aprire porte, attraversare soglie. Lo schermo non apre porte ma, appunto, ci scherma dal mondo, imita le porte ma come metafore («cliccare», «home», «portale»...). Lo schermo non è una soglia ma un corridoio con infinite porte che restano chiuse, come mostra il senso di vuoto che proviamo dopo ore a navigare senza meta tra video e notizie, molto diverso dall’appagante stanchezza di chi ha scoperto o vissuto qualcosa. La gratificazione superficiale è sì immediata ma volatile, viene cancellata da un’ulteriore sollecitazione, che però deve essere più forte, potremmo chiamarla «escalation di click»: si tratta, di fatto, del meccanismo delle dipendenze. Steve Jobs e Bill Gates hanno impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi? Questi oggetti creano dipendenza, soprattutto a chi non ha ancora sviluppato la padronanza di sé. Non si tratta di triti moralismi, ma della difesa dell’intelligenza dei bambini: alle superiori noto una crescente difficoltà nell’attenzione, nella tenuta, nella perspicacia, nella comprensione. E questo, purtroppo, è l’effetto dell’eccessiva esposizione agli schermi sin da piccoli, cioè quando si è più soggetti a ciò che cattura il piacere immediato. Ho deciso di scrivere queste righe perché martedì scorso, nella mensa scolastica, ho osservato questa scena: molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo. L’accurata ricerca americana «Monitoring the Future» del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. Più i ragazzi «frequentano» gli schermi più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità.
Inoltre gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal «multitasking». Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se «abusata» si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata. Alcuni dicono che i miei articoli sono «troppo lunghi». Per leggerne uno ci vogliono al massimo 10 minuti ed escono una volta a settimana. Quindi sono troppo lunghi rispetto a cosa? Alla presa della nostra attenzione, la cui tenuta (circa cinque minuti) si è dimezzata non a caso nell’ultimo decennio. Come mai? È la conseguenza della lettura da schermo, definita «a F» o «a zigzag»: leggiamo la prima riga per intero, le prime parole delle righe successive, poi di nuovo una intera, e poi corriamo dritti alla fine. Se qualcosa ci ha colpito torniamo indietro a consolidare ciò che abbiamo intuito aggiungendo qualche altra parola. Questo modo di leggere soddisfa il bisogno di consumare novità, a scapito di profondità e comprensione. Che cosa vogliamo per i nostri figli? Intelligenza (intesa come intus-legere: leggere dentro e quindi l’attraversare tipico dell’esperienza) o una mente «da cavalletta» come è stata definita quella di chi, navigando, dimentica il compito di partenza? La mente-cavalletta non trattiene perché non fa esperienza, ma ne riceve solo l’apparenza emotiva: rimane nell’interminabile corridoio digitale, osservando tutte le porte senza aprirne realmente nessuna. I dispositivi spesso ci rendono «in-disponibili» all’esperienza: la mano piena non può ricevere né afferrare altro.
Da dove cominciare per restituire ai ragazzi la gioia dell’esperienza? Non basta aprire a forza la loro mano e limitare l’uso degli schermi, bisogna integrarli. Partiamo dalle parole, da sempre fonte di luce per riattivare i sensi e illuminare le cose. Mi soffermo oggi solo sul tema della lettura, seguendo i suggerimenti di «Lettore, vieni a casa», il recente bellissimo libro di Maryanne Wolf, tra le più importanti studiose degli effetti del cervello che legge. Il 90% di chi legge su schermo fa contemporaneamente anche altro, di chi legge su carta ci riesce solo l’1%. La lettura del libro fisico resta quindi una risorsa insostituibile per educare all’intelligenza profonda e all’attenzione. Da zero a due anni è fondamentale la lettura «in braccio» di libri di carta o simili (mia nipote, 11 mesi, ne ha uno con pagine di gomma), perché il bambino ha bisogno di: fisicità e ripetizione. Deve poter toccare, stropicciare, odorare e persino assaggiare le pagine. Le parole «incarnate», ripetute e associate al timbro di voce della madre o del padre, amplificate dal grembo o dal petto, aprono i sensi e preparano alla lettura. Tra i due e i cinque anni occorre immergere i bambini in uno spazio da esplorare liberamente, e riempirlo di libri, oggetti musicali, colori, e tutto ciò che serve al linguaggio creativo, evitando, se possibile, i baby-sitter analogici o digitali. I racconti possono diventare il rito per addormentarsi, la ripetizione delle fiabe allena i bambini sia alla logica sia al caos del mondo. Se volete prepararli alla vita leggete o ascoltate insieme (oggi su youtube trovate di tutto, anche le «fiabe sonore» di un tempo) racconti, tutte le sere, perché - diceva Chesterton - le fiabe non insegnano che esistono i draghi ma come sconfiggerli. Da cinque a dieci anni i bambini devono imparare a leggere bene e mi stupisce trovare alle superiori ragazzi ancora incerti proprio nel leggere un testo ad alta voce, il che significa che non lo capiscono e quindi non ne fanno esperienza, finendo per odiare la lettura e abbandonarsi al potere dell’immagine. Sarebbe opportuno avere tante ore curricolari dedicate alla sola lettura per il percorso della primaria e della secondaria di primo grado. Sogno scuole di lettura, prima che di scrittura, creativa: gli insegnanti dovrebbero fare pratica drammaturgica per leggere con la giusta intonazione e intensità un testo. Con gli alunni di prima superiore leggiamo insieme ad alta voce tutta l’Odissea. Ci vogliono 12 ore: ne basta una per 12 settimane. Ci lamenteremmo meno del fatto che in Italia non si legge: non legge chi legge male e non ha sperimentato la gioia delle parole-porta. Oggi occorre educare quello che la Wolf chiama il cervello «bi-alfabetizzato», che sappia muoversi sui due supporti, schermo e carta, perché richiedono attenzione e abilità diverse. Così avremo ragazzi capaci di intus-legere, di fare esperienza profonda del mondo. Il letto da rifare oggi è quello di proteggere i bambini dalla dipendenza da schermo e provare, almeno una sera a settimana, ad «accendere» le pagine leggendo ad alta voce in famiglia. Noi vogliamo figli liberi e intelligenti, non cavallette.
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2018

29 ottobre 2016

A scuola di felicità dal mio amico Leopardi

Esce lunedì L’arte di essere fragili, l’ultimo libro di Alessandro D’Avenia: “Il poeta ci insegna ad accettare la paura per potersene liberare”
di Alessandro D’Avenia
Esiste un metodo per la felicità duratura, uno stare al mondo che dia il più ampio consenso possibile alla vita senza rimanere schiacciati dalla sua forza di gravità, senza soccombere a sconfitte, fallimenti, sofferenze, anzi trasformando questi ultimi in ingredienti indispensabili a nutrire l’esistenza? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?
Giunto alla soglia dei miei quarant’anni, tempo fecondo di bilanci, il segreto di quest’arte di esistere senza paura di vivere, o meglio accettando anche la paura, credo di averlo trovato, ed è quanto di più prezioso io abbia. In queste pagine, caro lettore, vorrei raccontartelo, come in una chiacchierata fra amici, magari nella penombra di una sera senza incombenze. Anzi, preferirei che te lo raccontasse l’amico che me lo ha svelato, colui che quando avevo diciassette anni varcò la soglia di camera mia per non uscirne più. Nella nostra stanza facciamo entrare solo chi ha il diritto di vederci scoperti, senza difese, persino nudi. (…)
Pensa, lettore, a ciò che ti sta accadendo adesso, all’atto di sconsiderata fiducia che si consuma nel leggere un libro al fuoco antichissimo e moderno di una lampadina, nella condizione orizzontale del proprio letto: stai permettendo a un estraneo di entrare nella tua notte, il momento in cui abbassi le difese. Con questo gesto affronti la paura del buio e ti rendi disponibile al mistero.
Così è accaduto a me con chi mi ha svelato il segreto de la felicità, l’ultimo a cui avrei pensato, da ragazzo, di concedere la chiave della mia stanza: Giacomo Leopardi.

(...)

Aprirsi al mistero
Leopardi ebbe presa sulla realtà come pochi altri, perché i suoi erano sensi finissimi, da «predatore di felicità». A guidarlo era una passione assoluta. La custodiva dentro di sé e la alimentò con la sua fragilissima esistenza nei quasi trentanove anni in cui soggiornò sulla Terra; per questo ebbe un destino scelto e non subìto, pur avendo tutti gli alibi per subirlo o per ritirarsi da qualsiasi passione. Fu invece un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi, e cercò di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e felice una vita costellata di imperfezioni.
In queste pagine pongo domande (la letteratura serve a fare interrogativi, non interrogazioni) e rispondo a Leopardi, che mi ha a sua volta accolto amorevolmente nelle sue «stanze» (così si chiamano le strofe delle poesie) scrivendomi lettere accorate e vigorose: questo è un epistolario intrattenuto con lui in uno spazio-tempo creato dall’atto della lettura, lo spazio-tempo della bellezza, che vince sul tempo misurato dagli orologi ed espande la vita come solo amore e dolore, scrittura e lettura possono fare.
Ma questo libro è anche un atto di fedeltà a due dei progetti mai realizzati da Giacomo. Egli avrebbe voluto scrivere una Lettera a un giovane del ventesimo secolo, come accenna nello Zibaldone nell’aprile del 1827, e mi piace immaginare che a ricevere quella lettera sia stato proprio io, nato centocinquant’anni dopo quella nota, nel secolo verso il quale egli si sentiva proiettato. Leggere ciò che un altro uomo ha scritto è entrare in relazione epistolare con lui: lui ci scrive, noi, a distanza di migliaia di ore, rispondiamo. La poesia è un messaggio in bottiglia, che vive della speranza di un dialogo differito nel tempo. Questo è stata per me, adolescente naufrago nella sua stanza, la poesia di Leopardi.

Le età dell’uomo
L’altro progetto che lasciò incompiuto era un poema, in prosa e versi, sulle età dell’uomo. Costretto a vivere più in fretta di tutti noi, per via delle sue condizioni fisiche, Leopardi mi ha insegnato ad accostarmi alle età della vita con parole precise, rendendole così reali e abitabili, e mi ha aiutato a trovare gli strumenti dell’arte del vivere quotidiano in ogni tappa dell’esistenza, identificando il fine per cui esiste e la passione felice che deve attraversarla e guidarla.
Il libro è quindi diviso in sezioni che segnalano i passi dell’esistenza umana e ciò che può illuminarli dall’interno. Leopardi ha distillato, come si fa con gli ingredienti dei profumi, le tappe che ci accomunano tutti, qualunque siano longitudine e latitudine di appartenenza, qualunque sia la «dote» che la vita ci ha offerto. Queste componenti fondamentali dell’essenza della vita le chiamo: adolescenza, o arte di sperare; maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di rinascere. Arte è ciò che chi ha talento per la vita (tutti) può imparare e migliorare giorno per giorno, perché ogni tappa sia illuminata, guidata e riscaldata da un fuoco che non si spegne, quello della passione felice di essere al mondo come poeti del quotidiano e non stremati superstiti o pallide comparse. Non esclamiamo forse, di un momento di gioia: «È pura poesia»?

La semplicità
Queste pagine non contengono soluzioni semplici, perché semplice la vita non lo è mai, e non lo è stata per Leopardi in particolare, ma suggeriscono come un po’ più semplici potremmo essere noi, con uno sguardo più puro sulla vita (…) e la sua possibile felicità, che, come scrive Leopardi, non ne è che il compimento, per raggiungere il quale «è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro» (Zibaldone, 31 ottobre 1823).
Se ti fidi, lettore, prometto di aiutarti a cercare questa vita e a risvegliare questo amore.
«La stampa» del 28 ottobre 2016

22 novembre 2015

Amori finiti dell’era social: «Cancellare i ricordi non basta»

Il filosofo canadese Clancy Martin, studioso di Kierkegaard: meglio pensare a una nuova «memoria digitale» che dia spazio al lutto, al pentimento e alla rinascita
di Serena Danna
Clancy Martin ha un talento naturale nel raccontare le complicazioni che nascono dai vizi. Nonostante sia un grande esperto di Kierkegaard, lo scrittore canadese, 45 anni, che insegna filosofia all’università del Missouri, non utilizza mai il filtro della morale quando scrive di passione, che sia quella per l’alcol, per il sesso o per il furto - argomenti dei suoi libri nonché costanti della sua vita. La sua ultima opera, Adulterio in America Centrale (Indiana), racconta di una storia d’amore clandestina, che si trasforma presto in ossessione per la protagonista Brett. Martin definisce il romanzo uno studio sui «pericoli dell’amore».

Cominciamo dal primo pericolo: le conseguenze dell’innamoramento.
«Le storie d’amore brevi e intense si sono rivelate presto uno specchio utile della mia debolezza: mi ritrovo a rivelare tutti i miei difetti, a svelare i miei tentativi di essere più attraente per prolungare l’estasi di quei giorni di vertigine. Nelle relazioni durature, come quella con mia moglie e con i miei figli, sembra accadere esattamente l’opposto: scopro delle forze che non ero sicuro di avere e quel sentimento mi rassicura. La relazione amorosa rappresenta la più piena espressione della vita, contiene tutto il male e il bene e la solitudine, l’angoscia, la gioia e il conforto dell’essere umano. È questo il suo valore. Non credo ci sia nulla nella vita umana di comparabile a un rapporto d’amore».

È vero che si parla (e si scrive) troppo dell’inizio degli amori e poco della fine?
«Passiamo molto tempo a discutere di anatomia dell’innamoramento, delle unioni che funzionano e analizziamo poco la struttura dei cuori spezzati e l’ossessione che si sviluppa verso l’amor perduto. Ci piace il lieto fine e tendiamo a evitare la parte triste. Naturalmente la letteratura è piena di cantori della fine: Raymond Carver, Ferrante, Yates, Didion, Renata Adler e Moravia. Nel mio libro, la prima metà si concentra sull’innamoramento, la seconda sulla disgregazione. Tuttavia credo che dovremmo occuparci di più del lungo processo di guarigione: proprio questo segmento è il meno servito. Penso a quei giorni in cui ti alzi dal letto alle nove di sera solo per trovare qualcuno da portarci».

A proposito di ossessioni, qual è il ruolo delle tecnologie digitali nel discorso amoroso?
«Amo vedere come le persone giurano di smetterla con Facebook e poi ci tornano, e di nuovo “adesso basta”, e poi eccoli collegati. L’attacco di follia che porta a cancellare tutti i vecchi messaggi e le chat per poi piangere la loro perdita. E, una volta ri-innamorati, cominciare tutto daccapo. In realtà, non credo che la falsa memoria del digitale cambi davvero qualcosa: il significato della memoria dipende dal modo in cui ti relazioni ad essa. Non c’è dubbio che internet contribuisca all’infelice prolungamento del processo di lutto, all’insana, infinita ossessione verso l’amante che non c’è più. Sono un romanziere quindi credo nell’uso della memoria come strumento per capire il presente, per dargli un senso, come possibilità di crescita. Penso anche che il pentimento sia una cosa buona. Come dice Kierkegaard, la vita può essere compresa solo all’indietro ma guardando avanti. Passare il tempo a sviscerare le tracce digitali di una storia finita è utile quanto guardare l’album delle nozze disteso sul pavimento della propria camera da letto. Questo non significa che dovresti fare come la mia mamma, che ha bruciato tutte le fotografie del suo matrimonio (incluse quelle di noi figli!). Penso piuttosto che dobbiamo ancora trovare una strada ragionevole per integrare la nuova memoria digitale nella struttura più ampia del lutto, del pentimento e della rinascita».
«Corriere della sera» del 21 novembre 2015

12 ottobre 2014

Colpa delle stelle: affrontare la morte per fregarla, da Omero a oggi

di Alessandro D'Avenia
In prima superiore ho chiesto di portare i libri letti durante l’estate. Sul banco di una studentessa c’era “Colpa delle stelle”, uno dei libri che ha infuocato le classifiche di libri e i cuori di molti ragazzi, anche grazie al film adesso nelle sale: una storia in cui due sedicenni per vivere il loro amore devono chiedere permesso alla morte. Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei: è la scorciatoia per iniziare a leggere la segnaletica dell’inedito che ogni ragazzo è e che, a 14 anni, non si manifesta scopertamente, ma attraverso scelte (musica, libri, film, serie tv…) che troppo spesso bolliamo come “adolescenziali”, come se da adolescenti si potesse essere altro che adolescenti o l’adolescenza fosse una colpa e non una tappa necessaria a far fiorire la vita.
Ma perché per sentirsi raccontare l’amore i ragazzi scelgono di passare per il crogiolo del dolore? Vivono immersi in una cultura che nasconde il dolore e la morte (se non come spettacolo che è un modo di occultarli). Esaurite le grandi narrazioni religiose e politiche, si trovano privi di codici simbolici capaci di dar senso alla realtà limite. L’uomo è un essere narrativo e simbolico, interpretiamo e stiamo nella realtà attraverso le storie: qualunque azione umana cerchiamo di comprenderla alla luce di una narrazione (Chi è? Da dove viene? Dove va?). Alla Musa si chiedeva di raccontare dell’uomo multiforme, perché quell’uomo era narrativamente la sintesi di ciò che ad un uomo accade nella vita, persino di dare un’occhiata all’aldilà per farsi raccontare come finisce la storia nell’aldiqua. Per poter vivere la vita in anticipo l’uomo si è arrangiato con le storie: gli scrittori sanno che i loro personaggi sono io sperimentali per saggiare la realtà. La società di Omero aveva inventato un modo per superare la morte (il grande tema su cui ogni cultura è costretta a fondare se stessa): socializzarla attraverso la tomba e i racconti epici. La pietra e l’esametro epico (il verso dell’Iliade e dell’Odissea) garantiscono immortalità a un effimero che precipiterebbe nell’oblio, che è peggio della morte.
Le cose non sono cambiate. Ieri come oggi abbiamo bisogno di segni che codifichino e decodifichino la morte, permettendoci di guardarla senza rimanerne pietrificati: abbiamo bisogno, come Perseo, dello specchio dei racconti, dei simboli, per affrontare Medusa. Non si può guardare Medusa direttamente, va affrontata con lo scudo-specchio dell’invenzione culturale. Oggi la Musa canta in serie televisive, musica, libri ... narrazioni che con coerenza gravitano attorno a temi evanescenti nell’educazione simbolica della nuova generazione. A differenza della società omerica che scongiurava la morte con la memoria perenne, oggi è l’amore che sembra avere le credenziali per sconfiggerla. Ma come può se non è per sempre? Gli adolescenti sanno che non si dichiara il proprio amore specificando la data di scadenza come lo yogurt, ma dicendo “ti amerò per sempre”. Per questo cercano storie che (as-)saggino la verità di questa formula: “per sempre” è un’illusione linguistica o la necessaria conseguenza dell’essenza amorosa? Quando lavoravo al film tratto da Bianca come il latte rossa come il sangue, uno sponsor propose di cambiare il titolo, perché la parola sangue poteva spaventare il pubblico. Mi feci una risata: proprio quella parola doveva rimanere, era come togliere il lupo dalla fiaba di Cappuccetto Rosso. I ragazzi di oggi leggono sui volti, ora stanchi ora cinici, della generazione che li cresce la caduta di ogni sogno, sostituito dal morbido o liquido pragmatismo consumistico, e temono che la vita sia una promessa non mantenuta. Ma sentono nel cuore e nella carne che la vita può essere grande e non è fatta per essere riempita di oggetti e botox, ma per essere spesa fino al sangue. Ma per chi o cosa? E come?
Così mi spiego il successo di saghe come quelle di Tolkien, Lewis, Rowling, Martin… L’epica, scacciata dalla porta del nostro cuore rimpicciolito, rientra dalla finestra dei desideri trasfigurati dalla fantasia. Le ragazze (soprattutto) leggono e guardano Colpa delle stelle (mentre i maschi ammirano gli eroi post-omerici del calcio) perché vogliono sapere come si fa ad amare ed essere amate con il coraggio che sfida la morte. Vogliono mettere la testa dove il cuore ha già intuito la verità, e la morte rimane narrativamente (cioè esistenzialmente) il modo più vero per chiamare le cose alla vita. Raymond Carver, scrittore e poeta minacciato – come i protagonisti del libro – dal cancro, volle che sulla sua lapide fossero scolpiti i suoi ultimi versi: “E hai ottenuto quello che/volevi da questa vita, nonostante tutto?/Sì./E cos’è che volevi?/Potermi dire amato, sentirmi/amato sulla terra”. Quando morì aveva solo 50 anni e le parole che un adolescente spesso non riesce a trovare. Ma sa cercare.
«La Stampa» del 18 settembre 2014

12 settembre 2014

Scuola: il rischio noia se si perde la meraviglia

di Alessandro D’Avenia
​L’alternativa a una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire coinvolgimento con tutto l’essere (corpo, cuore, testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato (dal corpo, cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente compatibile con l’impegno e la fatica, cosa che la noia non potrà mai ottenere, e neanche il divertimento che si esaurisce nella consumazione dell’esperienza.
Ma che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i suoi strati? Quale presenza riesce a muovere la persona nella sua completezza chiedendole di andare oltre?
Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice:
«Ho 15 anni, ho fatto il primo anno al classico e più l’inizio della scuola si avvicina più vado in crisi. Non mi fraintenda: io ho una sete di apprendere smisurata, la mia curiosità più viene alimentata e più cresce. Io ho veramente voglia di studiare. Ma se da una parte i miei occhi ardono di scoperta, dall’altra i miei professori, con occhi di ghiaccio assolutamente inespressivi, parlano con disinteresse alla materia, senza amore verso ciò che fanno. Come facciamo a mantenere vivo l’interesse e a realizzare noi stessi in una scuola che insegna senza amore? In una scuola che pensa solo a classificarci tutti tramite voti, voti e ancora voti? Ho avuto la fortuna di assistere a una lezione di un poeta, mentre parlava di Leopardi e parafrasava alcuni suoi versi, non si poteva che rimanere lì, incantati dal suo sapere, meravigliati da come la faceva diventare parole per noi, stupiti da come "un’altra poesia da studiare" si trasformasse in "questa poesia parla di me, la voglio approfondire!" Questo è ciò che io chiamo imparare».
Occhi ardenti (movimento) contro occhi di ghiaccio (immobilità). Interesse (esserci in pienezza) contro disinteresse (esserci se non in parte). Che cosa ha di diverso quell’uomo che parla di Leopardi: incanta, meraviglia, porge la poesia come un pane buono, spinge l’eros di sapere ad andare oltre, a lanciarsi nell’alto (altum in latino è l’aperto e il profondo al tempo stesso) dell’Ulisse dantesco, per dissetare la sete dei sensi in veglia.
L’alternativa ad una scuola noiosa è una scuola "meravigliosa", cioè capace di destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva così questo sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere». Sorprende la somiglianza tra la descrizione di Aristotele e le parole della quindicenne: questa cosa mi interessa, cioè riguarda tutto il mio essere da dentro, non posso perdermela, devo andare oltre.
Ma dobbiamo capire meglio cosa sia questa meraviglia, per poterla recuperare e suscitare. La definisco un sentimento misto: sorpresa unita a pace. Qualcosa di nuovo si impone alla nostra attenzione e spiazza la nostra intelligenza, ma non basta. Siamo chiamati a fermarci, sostare, osservare, andare alle fonti di quello stupore che ci ha afferrato, per attingerne la causa. Veniamo trasformati da passanti distratti in spettatori curiosi e attenti, per questo prima parlavo di (rap-)presentazione del sapere (il professore agisce il sapere).
La generica sete di sapere che caratterizza ogni essere umano attraverso la meraviglia diventa interesse specifico: dal bambino affascinato dal gioco nuovo che cerca di aprire per capire come faccia a muoversi, al ricercatore che osserva al microscopio un grumo di cellule.
La realtà è una promessa di sapere che aggancia attraverso la meraviglia, capace di generare una ricerca (un girare attorno all’oggetto: ri-circa) di tipo sapienziale o scientifico, come dice Aristotele.
Il compito di ogni insegnante è proprio quello di presentare nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi occhi, la meraviglia verso l’oggetto in esame. Non esistono aspetti della realtà poco interessanti, esistono casomai persone poco interessate.
Quest’estate ho ascoltato da un amico appassionato di pesca il racconto di una notte passata a prendere i pesci-lama. Alla fine del racconto volevo sapere come erano fatti questi pesci, volevo capire il tipo di esca e di amo che aveva usato, volevo andare a pesca, che non è stata mai al centro dei miei interessi, ma la meraviglia del suo racconto mi aveva cambiato in pochi minuti.
L’insegnante è un narratore-attore della meraviglia verso ciò che insegna, provoca eros manifestando il suo eros. L’attenzione dell’allievo agganciata si porta verso la cosa e non verso l’insegnante, altrimenti non si tratterebbe di meraviglia ma di seduzione. Il sapere somiglierà ad un regalo impacchettato: un pacchetto ben fatto segnala qualcosa che è per me e solo per me, una sorpresa. Nessuno però si accontenta del pacchetto: va oltre, apre, riceve, ringrazia.
Questo non vuol dire che avrò una classe di occhi ardenti e assetati, ma semplicemente che darò a coloro che saranno pronti la possibilità di accendersi. Solo al fuoco della meraviglia cuore e mente vengono unificati e lanciati oltre. Solo chi coltiva questo fuoco in sé riesce a insegnare, altrimenti con il tempo si riduce ad assegnare.
«Avvenire» dell'11 settembre 2014

04 marzo 2014

Il cyber-bullismo fa paura agli adolescenti

s. i. a.
Un pericolo. Molto Serio. ll cyber-bullismo e il sexual-bullying on-line sono avvertiti come tali dal 72% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni e i social network, sono ritenuti, per il 61% degli adolescenti, la modalità d'attacco preferita.
È quanto emerge da una ricerca sul bullismo anche sessuale su internet condotta dalla cooperativa onlus Pepita che ha lanciato la campagna educativa «Io clicco positivo». L'indagine, condotta con interviste dirette a scuola, in oratori e discoteche, a circa 2.000 minorenni, è stata presentata oggi in un incontro, organizzato da Renzo Magosso dell'Associazione lombarda dei giornalisti (Alg), al Circolo della Stampa di Milano.
E si è parlato di tanti fatti di cronaca: giovanissimi accusati di essere gay o ragazzine fatte passare per prostitute e che talvolta non reggono più e decidono di farla finita; pestaggi violenti ripresi e messi in Rete, messaggi e filmati personali finiti on-line con conseguenze gravi per chi ne è inconsapevole protagonista. Di solito si colpisce la vittima con la diffusione di foto e immagini denigratorie o tramite la creazione di gruppi contro.
L'85% degli interpellati ha ammesso di aver mentito o di mentire su internet riguardo alla propria età; il 98% dispone di un cellulare che si collega alla Rete e il 95% di questi si collega con WhatsApp. Il 70%, altro dato preoccupante, naviga senza alcun controllo dei genitori e il 10% ha assistito a episodi di cyber-bullismo o si è sentito un cyber-bullo. E ancora: solo il 10% di chi è stato vittima di cyber-bullismo ha avuto il coraggio di parlarne con qualcuno e il 70% dei ragazzi che hanno un profilo Facebook ignora che tutto il materiale pubblicato diventa di proprietà del social-network e che anche cancellando foto, video o post il tutto rimane comunque on line.
«Gli adolescenti non devono essere lasciati soli nel senso della solitudine - ha sottolineato Luisa Poluzzi, direttore generale di Gsa (Giornalisti specializzati associati) - bisogna trovare un punto di incontro nel loro linguaggio perché a quella età il gruppo diventa importantissimo. Tendono a escludere il resto del mondo e allora può capitare un cortocircuito che li fa diventare vittime o cyber-bulli».
Per il presidente di «Pepita» Ivano Zoppi la campagna «Io clicco positivo» vuole creare il messaggio più lungo del mondo e cioè che di cyber-bullismo bisogna parlare tutto l'anno. I ragazzi posseggono tanti strumenti, ma spesso non hanno la capacità di usarli correttamente, di distinguere il male dal bene e qui è forte il richiamo agli adulti, agli educatori, di stare vicino a questi ragazzi».
«Avvenire» del 26 febbraio 2014

15 febbraio 2014

Quando la rete diventa una trappola per giovani

di Luigi Ballerini
Il suicidio non è mai una soluzione, semmai è proprio la decisione che preclude ogni possibile soluzione, che impedisce ogni altra mossa. Eppure alla quattordicenne di Padova che domenica scorsa si è lanciata nel vuoto mettendo fine alla sua giovane vita, quel gesto deve essere apparso come una soluzione.
Non è solo una storia di solitudine, questa, è più che una storia di solitudine. La ragazza era infatti in pessima compagnia. Già altre volte aveva manifestato le sue intenzioni sulle pagine virtuali del social network Ask.fm e proprio lì aveva incontrato coetanei che l’avevano incitata ad andare avanti, a non desistere dai suoi propositi di annientamento. Era peggio che sola, aveva compagni virtuali che le scrivevano «fai schifo come persona» e «ucciditi». Compagni anonimi, beninteso, perché Ask funziona così: tutti possono dire di tutto senza mostrare la faccia, nascondendosi dietro a uno pseudonimo. C’è la complicità di un certo modo di vivere la rete in questa morte, di alcuni utenti della rete che l’hanno utilizzata per il peggio andando a infierire su una ragazza già fragile e disorientata.
Ieri ricorreva il «Safer Internet Day», la giornata per una rete senza rischi. E proprio di uno scorretto uso di Internet da parte dei giovani si occupa il recentissimo studio che il Moige, il Movimento italiano dei genitori, insieme all’Università Lumsa ha promosso su un campione di circa mille studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Sei ragazzi su dieci hanno ammesso di fare sexting (neologismo dato dalla combinazione di sex e texting), ossia di scambiare foto e video on line a sfondo sessuale.
Nove minori su dieci navigano in rete quotidianamente e il 18% afferma di trascorrere on line più di tre ore al giorno (con l’8% dei bambini che hanno meno di dieci anni connessi a internet per più di cinque ore). E a proposito di "compagnie" apprendiamo che il 26% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di utilizzare la rete per fare nuove amicizie e che l’8% possiede più amicizie nel web che nella vita reale.
Tale quadro sostanzialmente conferma i dati che sono emersi dall’indagine su «Le abitudini e gli stili di vita degli adolescenti» della Società Italiana di Pediatria che dal 1997 fornisce un interessante spaccato di vita dei nostri ragazzi. L’ultimo report del 2013, che ha analizzato un campione nazionale rappresentativo di 2.081 studenti frequentanti la terza media, ha documentato che il 69% dei ragazzi si connette ogni giorno a internet e che il 17% ci passa più di tre ore. Inoltre il 79,8% ha un profilo Facebook aperto, il 21,5% ha postato in rete foto e filmati fatti da sé e l’11% ha pubblicato una immagine di sé "provocante".
Se da una parte non possiamo vivere di anacronismi – pensando che i ragazzi non debbano stare in rete e sottovalutando le potenzialità della tecnologia – dall’altra è bene, come adulti, riflettere su ciò che sta succedendo, perché se si verificano certi comportamenti un motivo c’è e vale la pena provare a scoprirlo. I social network possono offrire ad alcuni l’illusione di non essere mai soli, e permettono di non passare per quel buon compromesso, quelle obbligazioni e quelle mediazioni che una relazione reale inevitabilmente chiede.
In Facebook è tutto immediato e in certa misura più facile: posso prendere e mollare un altro con un click, senza dover dare spiegazioni né ragioni, in modo istantaneo. In quel non-luogo che è la rete ci si può anche circondare di soggetti che la pensano esattamente come noi, evitando ogni confronto - spesso costruttivo - con chi la vede diversamente. Si elimina così il contraddittorio, il dibattito, resta solo il consenso. La ricerca di tale consenso assume poi la forma tirannica del pollice su, del "mi piace".
Pur di collezionare il maggior numero possibile di "mi piace" da parte dei propri contatti alcuni diventano disposti a tutto, persino a postare foto e video che non vorrebbero mai veder pubblicate sulla prima pagina di un quotidiano, ma in rete sì, perché in rete si diventa più disinibiti, la mancanza di prossimità fisica risparmia l’impatto diretto con l’altro e il suo giudizio.
Assistiamo pertanto a un grande paradosso: siamo sempre più connessi per sentirci meno soli e contemporaneamente diventiamo sempre più soli. Per alcuni si genera tale circolo vizioso in cui il virtuale presso cui ci si rifugia per scampare alla solitudine diventa il fattore stesso che la promuove. Una volta fatto fuori l’altro reale della relazione, con le sue caratteristiche e i suoi connotati ben precisi, ci si accontenta anche di un altro qualunque, che persino nel pieno anonimato assume una potenza incredibile.
Pensiamo al social network Ask, che proprio dell’anonimato ha fatto la sua ragion di esistere. Come può essere importante il parere su di me da parte di chi non so nemmeno chi sia? Come posso continuare a cercare conferme? Eppure gli iscritti mondiali sono tra i 60 e i 70 milioni, con l’Italia che risulta tra i principali utilizzatori, assieme a Brasile, Turchia e Stati Uniti. Secondo cifre non ufficiali Ask pare frequentato da più di un milione di nostri adolescenti e questo numero è ancora in crescita.
Dimmi se ti piaccio, molti chiedono angosciati a un altro ignoto. Anzi, dimmi che ti piaccio. E se la sua risposta è positiva si esaltano, se negativa si deprimono, fino a forme estreme di scoraggiamento come quelle che poi diventano tristi fatti di cronaca. Ma noi siamo fatti così: non possiamo fare a meno di un altro, non possiamo prescindere dall’altro. Se non c’è - o se attivamente facciamo in modo che non ci sia - lo dobbiamo allucinare o inventare o ricercare dove sembra nascondersi.
L’aiuto ai più giovani, quando ne hanno bisogno, parte proprio da qui, dal recupero del reale, certi della sua potenza e della sua prevalenza sul virtuale. Occorre allora incoraggiare i loro passi nel reale, sostenerli, favorire la loro iniziativa e intraprendenza, mentre talora abbassiamo le loro aspettative anche noi adulti prede di una visione cinica della vita.
E se questo loro movimento fatica ad avviarsi, tocca a noi proporre e offrire prospettive e mete interessanti, luoghi reali dove poter fare esperienza del vantaggio della presenza di un altro con cui trafficare, magari anche litigare, dentro un rapporto che coinvolga tutto il corpo, fatto di sensazioni, movimenti e pensieri. Una volta presente un reale interessante e coinvolgente, il virtuale si metterà senza obiezioni al suo servizio, si sottometterà cosicché non dovremo temere più nulla. Le potenzialità verranno volte alla costruzione, non alla distruzione, e i rapporti, concreti e sensibili, ne potranno beneficiare per il meglio.
«Avvenire» del 12 febbraio 2014

03 dicembre 2013

I nostri figli sdraiati, i padri capovolti

di Antonio Polito
Michele Serra nell’ultimo libro fa il relativista sui valori etici e l’imperialista estetico. Così aliena il ruolo di genitore e si disinteressa dei gusti culturali dei giovanissimi
E se l’«universo sconosciuto» di cui ha scritto Barbara Stefanelli sul «Corriere della Sera» fossimo noi? Noi padri, intendo, e non i nostri figli adolescenti che tanto incomprensibili ci appaiono? E se, come in un racconto di fantascienza, gli umani si rivelassero i veri alieni? Devo confessare che il dubbio mi è venuto leggendo Gli sdraiati, l’ultimo libro di Michele Serra (edito da Feltrinelli). Molto bello, e molto popolare a giudicare dalle classifiche dei più venduti. E proprio per questo meritevole di una buona polemica, perché lì dentro c’è un bel po’ di senso comune della nostra generazione, di noi figli ribelli del baby boom, diventati genitori obbedienti di figli perlopiù unici, e solitamente viziati.
Il fatto è che leggendo Serra, la lunga lettera di un padre a un figlio incomunicante, ho parteggiato per il figlio. E questo è grave, per un genitore. Insomma, l’ossessione del protagonista per la cura delle portulache sulla terrazza della seconda casa al mare, per il rito annuale della vendemmia del Nebbiolo nella seconda casa di un’amica nelle Langhe, e per la scalata di un fantastico quanto simbolico Colle della Nasca (presso il quale par di potere ipotizzare una terza casa), tutte magnifiche attività borghesemente colte, o coltamente borghesi, che il padre vorrebbe imporre al figlio come prova di maturità, e di amore del bello, e di pregnanza dell’esperienza umana, paiono noiose e stravaganti a me, figurarsi al figlio. Il quale, non a torto, se ne resta sdraiato e iperconnesso sul divano della prima casa, emulando i coetanei che su Twitter si sono battezzati indivanados per distinguere la loro pigra rivolta da quella più attiva degli indignados (e che temo che Serra si sia perso perché, come da lui dichiarato, ha rifiutato la frequentazione di Twitter, giudicato troppo banale con i suoi 140 caratteri).
Ma Serra e io siamo coetanei (anche se lui ricorda il suo Sessantotto di quattordicenne mentre io, allora dodicenne, no) siamo cresciuti vicini, abbiamo lavorato nello stesso giornale («l’Unità») e sospetto che abbiamo votato a lungo lo stesso partito. E allora, mi domando, che cosa è successo perché io sia finito dalla parte del figlio invece che del padre-narratore? Io penso si tratti di questo: quel padre dichiara di essere un «relativista etico», riluttante dunque a trasmettere valori, a cercare verità, a parlare del bene e del male; ma, forse per compensare, si comporta come un assolutista estetico, comicamente ostinato nel tentativo di trasmettere un’idea di buon gusto, uno stile di vita, una concezione del bello. Da parte mia sono invece giunto alla conclusione che sia meglio fare l’opposto, e che il fallimento genitoriale della nostra generazione (e se è per questo anche della sinistra dal cui alveo veniamo) nasca proprio dall’aver tentato di sostituire l’etica mancante con un’estetica intollerante. Penso che noi padri dovremmo ricominciare a essere «etici», lasciando in compenso in pace i nostri figli sull’estetica.
Mi stupisce per esempio che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless, dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide; che il rifiuto del mezzo (online) conviva con una sostanziale indifferenza al messaggio. Questo ragazzo «sdraiato» studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta, satanica o angelica? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo dal libro, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa. Ciò che sommamente lo smuove è piuttosto come il figlio accartocci l’amato kilim, o dove e in che condizioni sparga i suoi calzini. Niente che non possa risolvere una brava colf, che sicuramente non mancherà con tutte quelle case in giro per mari e monti.
Ma anche tutta la confusione, e perfino l’odore che l’adolescente promana (del resto è perfino etimologico che un adolescente abbia odore), par di capire che sarebbero tollerati se solo il ragazzo una volta all’anno vendemmiasse il Nebbiolo, o una volta nella vita ascendesse il Colle della Nasca, cedendo così al gioco di potere del genitore. Perché, e questo è per me il punto chiave del libro, tutte queste cose non sono concepite dal padre come gusti personali, e pertanto discutibili: «Come farti capire — scrive disperato — che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini quella della quale io sono un così impacciato testimone?».
Dunque l’esperienza del padre interpreta niente di meno che «la vita degli uomini». Il ragazzo che la rifiuta quindi nega la condizione umana. Come potrebbero non sentirsi degli estranei i nostri figli, di fronte a tanta siderale distanza, a questa dicotomia umano/non umano? Invece di cercare succedanei estetici all’autorità etica cui abbiamo rinunciato, dovremmo piuttosto parlare con loro della verità. Non per convincerli della nostra, o ancor meno per piegarli alla nostra (il Sessantotto è stato davvero utile da questo punto di vista, anche se in Italia è durato troppo, dieci anni, ed è finito nel sangue di Aldo Moro).
L’educazione non si impartisce, è la libertà di una persona che incontra la libertà di un’altra. Ma se noi non abbiamo niente da dire sulla verità, di che cosa pretendiamo di parlare con i nostri figli? Come potranno cercare la loro verità, magari diversa, forse opposta, se noi ne abbiamo paura? Perché ci dovrebbero ascoltare mentre ci crogioliamo nei nostri riti di borghesi arrivati e progressisti, che non hanno più niente di cui stupirsi e più nessuna novità cui aprirsi e ai quali la verità non interessa più, perché il nostro pensiero si è fatto debole, debolissimo, quasi inesistente? Forse abbiamo paura della libertà dei nostri figli; temiamo che la usino male, ma non abbiamo niente da proporre in cambio. Forse, da «adulti politicizzati», qualche volta li odiamo persino; perché, come ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet, rimproveriamo loro «di non avere nessuna intenzione di intristirsi per le stolide e appassite ragioni» per le quali abbiamo inutilmente sofferto noi. Forse gli alieni siamo noi.
«Corriere della Sera - sippl. La lettura» del 1 dicembre 2013

10 novembre 2013

I genitori e l’adolescenza inspiegabile. Un universo sconosciuto

di Barbara Stefanelli
È capitato a tutti i genitori, almeno una volta , d i provare quella sensazione di panico che ti vela la vista quando pensi di aver perso il tuo bambino in aeroporto o in un negozio affollato. Ti sei distratto e lui non c’è più accanto a te.
Ti chiedi se qualcosa di irreparabile possa essere accaduto in pochi secondi.
In quel momento sei Stephen Lewis, il protagonista del romanzo di Ian McEwan Bambini nel tempo: il padre che non saprà mai come sarebbe cresciuta la sua piccol a Kate, smarrita a tre anni al supermarket.
Lo stesso panico torna quando diventi genitore per la seconda volta: cioè quando tuo figlio o tua figlia arrivano all’adolescenza e tu devi ripartire da zero. Non ti parlano, non sorridono, sono arrabbiati con quasi tutti, sicuramente con te che per loro non sei più la madre o il padre dell’estate prima della tempesta. Sembrano non avere più voglia di quel che nel tempo hai tentato di dare con onestà.
Stranieri, in casa.
Ma non è sempre stato così, anche quando c’eravamo noi nella stanza del figlio?
La differenza è forse che noi ci sentiamo la generazione di genitori più informati, connessi e collegati al mondo. Disposti a imparare dai nostri «nativi digitali», disposti anche — e fin troppo — ad ammettere le nostre imperfezioni quotidiane nell’esercizio di una genitorialità appassionata. È a quel punto che scatta la tentazione del controllo. La tentazione di diventare tutti insieme una Big Mother: la Grande Madre dotata di filtri da mettere ai computer e di programmi in grado di monitorare l’accesso ai siti. I nostri pre – adolescenti, adolescenti e giovani adulti ci feriscono con le loro armi tecnologiche, nascondendosi tra g l i specchi di mille schermi?
E noi, genitori moderni, rispondiamo con le stesse armi, più o meno. Lo facciamo — così ci ripetiamo — per «proteggerli da se stessi» in un mondo che è diventato infinito e infinitamente più pericoloso di quello che noi abbiamo affrontato alla loro età. In assenza di segnali, andiamo in cerca di tracce che ci riportino a loro.
Lo sappiamo, questo inseguimento è un inganno: il tormento è che sacrificare la fiducia tra noi possa diventare un male peggiore dei pericoli dai quali volevamo allontanarli. E dunque ci chiediamo che fare, sempre più confusi e storditi dalle storie di cronaca: che ci parlano di bambine pronte a scambiare un corpo giovane per i soldi di uomini classificati con un numero; che ci raccontano di anime incerte annientate da giochi omicidi su siti mai spenti.
Ci rimangono vecchie armi, forse spuntate, ma sono le nostre. Essere presenti ed esercitare un’antica attenzione, oltre il brusio delle nostre giornate difficili e il silenzio dei loro muri ostili. Rispettare l’identità dei nostri figli anche quando non ci somigliano: soprattutto quando non ci somigliano. Jay Griffiths, autrice di un libro che è un lungo viaggio-studio nella felicità perduta dei ragazzi, sprona i genitori a essere coraggiosi e a non considerare mai i figli una proprietà: a volte il contrario dell’obbedienza non è la disobbedienza ma l’indipendenza, il contrario del controllo non è il caos ma l’autocontrollo, il contrario dell’ordine non è il disordine ma la libertà.
«Corriere della Sera» del 9 novembre 2013

I genitori e l’adolescenza inspiegabile. «Eravamo diversi, non li capiamo»

di Paolo Conti
«Quando mi ritrovo davanti a genitori e ragazzi che si sono relazionalmente “persi”, la prima misura che adotto è aiutare padri e madri ad aggiornare il loro ruolo: smetterla di sentirsi genitori dell’infanzia e gestire la nuova, inevitabile, enorme distanza antropologica, culturale e relazionale che si crea con l’adolescenza. E bisogna mettere subito nel conto che se prima, nell’infanzia, il genitore arrivava sempre e comunque “prima” di qualsiasi avvenimento, nell’adolescenza è fatalmente destinato al “dopo”. Lì comincia per i ragazzi il lungo e faticoso viaggio verso il gruppo, la coppia, il collaudo della propria autonomia ...».
Il professor Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, psicoterapeuta dell’adolescenza, da trent’anni anima a Milano il Consultorio gratuito per adolescenti e genitori della cooperativa sociale «Minotauro». Quindi sa bene quanto sia complesso, come scriveva ieri il nostro vicedirettore Barbara Stefanelli nel suo editoriale, affrontare da genitori quell’«universo sconosciuto che è l’adolescenza inspiegabile» dei nostri giorni. I figli sembrano «stranieri, in casa».

Cosa può fare, professore, un genitore di fronte a ciò che può apparire un muro di silenzio?
«Prima di tutto non bisogna vivere il passaggio come se fosse una tragedia. Non c’è nulla di più accattivante che assistere alla fioritura adolescenziale di un figlio o di una figlia».

Però questo lavoro sembra sempre più duro e complicato. Proprio Barbara Stefanelli si chiede: «È stato così anche quando noi eravamo nella stanza del figlio?».
Qui il professore è molto netto: «Un genitore dei nostri giorni non può assolutamente ricorrere all’esperienza della propria adolescenza per affrontare il problema. È essenziale capirlo. Tutto è troppo, e rapidamente, cambiato per poter “lavorare” con quegli strumenti. Una giusta prospettiva educativa è, per i genitori, mettersi a cercare, a capire, senza presumere di sapere già. Cioè tentare di comprendere mode e culture. Anche proponendo domande dirette: “Ma quale valore attribuite all’abuso dell’alcol?”, per fare un esempio. E poi studiare, documentarsi, analizzare».

In questi giorni le cronache dei giornali sono pieni di storie angoscianti, prima tra tutte la prostituzione all’alba dell’adolescenza…
«Indubbiamente sono frange, anche se molti genitori vivono nel terrore che tutto questo possa accadere ai propri figli. Ed è normale. Bisogna partire da una premessa. La sessualità degli adolescenti è uscita dall’etica. Nessun genitore pensa che la verginità dei propri figli sia un valore da tutelare. Semmai si augurano che il loro incontro con la sessualità avvenga serenamente e senza senso di colpa, in ambiente protetto, persino in casa per senso di protezione. Però un adolescente di oggi non abbina necessariamente la sessualità alla costruzione di una relazione, di un amore, o allo stesso piacere»

Quindi di cosa si tratta?
«Può anche essere un semplice “collaudo” di se stessi e della corporeità. La verifica del proprio fascino, della capacità di sedurre. Insomma, del proprio potere. Ed è qui che deve concentrarsi il grosso lavoro educativo dei genitori e degli stessi insegnanti».

La domanda è sempre la stessa, ma inevitabile. Come può comportarsi un genitore?
«Mi ripeto, ma l’adulto deve studiare e capire. Per esempio sostituire alla vecchia morale sessuofobica una nuova etica affettiva. Oggi i ragazzi non vedono più i genitori come repressori. Non ne hanno più “paura”. Per parlare chiaro: vogliono un padre e una madre competenti e informati con cui discutere, per esempio, sull’uso delle sostanze stupefacenti senza che qualcuno si metta a urlare chiamando il medico o un’ambulanza. E bisognerebbe anche evitare che i ragazzi possano sentirsi deplorevoli agli occhi dei genitori. Quindi oggetto di sdegno, non più di punizioni. È quasi peggio».

Ma non si chiede troppo ai padri e alle madri di oggi?
«Un periodo di trasgressione, di sfida del limite, di fuga dall’autorità va gestito e messo nel conto».

Infine c’è il nodo della rete, della sessualità on line e degli incontri che magari si realizzano solo virtualmente…
«I genitori vedono la casa come un ambiente protetto. Invece, magari di là, nell’altra stanza, l’amata figlioletta si sta “prostituendo virtualmente” tra le quattro mura domestiche. È il frutto di una sottocultura prodotta dalla società fluida, dal narcisismo: abbiamo sostituito l’etica con l’estetica. Gli adolescenti di oggi quasi ignorano le angosce edipiche o la paura della castrazione. Conoscono solo la vergogna di non avere fascino. Infatti questo problema è alla base di tanti suicidi e di tanti disturbi alimentari. Ed è proprio qui che bisogna lavorare, puntando sulla “bellezza complessiva” della persona. Perché la vergogna di “non essere belli”, nell’universo degli adolescenti di oggi, purtroppo, è una bruttissima bestia… ».
«Corriere della Sera» del 10 novembre 2013