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31 ottobre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

14 settembre 2016

La globalizzazione ai tempi del «burqini»

Incontri (e scontri) tra culture
di Luca Ricolfi
La sentenza del Consiglio di Stato francese che, di fatto, autorizza l’uso del burqini sulle spiagge ha presto disinnescato una polemica che stava sconfinando nel ridicolo. E tuttavia, a ben pensarci, questa tempesta estiva in un bicchier d’acqua qualche utilità potrebbe anche averla. Il dibattito-lampo sul burqini, infatti, ha portato allo scoperto una debolezza fondamentale del nostro modo di rapportarci alle altre culture, che pure pretendiamo di rispettare.
Questa debolezza ha due facce, opposte e complementari, come quelle di una moneta. La prima faccia, la faccia relativista, o del rispetto fra culture, dice: non ci sono valori assoluti, nessuna cultura è superiore a un’altra, non possiamo giudicare una cultura con i nostri parametri occidentali, l’incontro con altre culture è arricchimento reciproco, ogni cultura (e ogni religione) merita rispetto, dobbiamo essere aperti verso l’altro e il diverso.
Ma la seconda faccia della moneta, la faccia illuminista, recita: i nostri principi di libertà e tolleranza hanno valore universale; la democrazia è il migliore dei sistemi di governo; libertà religiosa e di espressione non possono subire restrizioni; uomini e donne sono eguali; la sessualità deve essere libera; i diritti dell’uomo sono inviolabili e dobbiamo adoperarci per assicurare il loro rispetto su tutto il pianeta.
Curiosamente, l’incongruenza fra le due facce della moneta non disturba quasi nessuno. Ci piace pensarci così: rispettosi degli altri, ma al tempo stesso consapevoli di essere i migliori.
Per accorgerci che nel nostro modo di vedere le cose qualcosa non funziona abbiamo bisogno di eventi esterni, grandi e piccoli. Forse più piccoli che grandi. Certo le guerre umanitarie, o le democrazie imposte dall’alto, qualche interrogativo lo sollevano. Ma dove casca l’asino è sulle piccole cose, quelle su cui chiunque si sente autorizzato a dire la sua.
Uno dei primi casi, come ricorderanno molti, fu quello dell’infibulazione e più in generale delle mutilazioni del corpo femminile, che suscitò molte controversie in Francia fin dagli anni ’80: la faccia relativista, o del rispetto, imponeva di accettare i costumi delle culture “altre”; la faccia illuminista imponeva di combattere quei medesimi costumi a causa del loro carattere barbaro. Alla fine la vinse la faccia illuminista, e l’infibulazione è rimasta una pratica illecita.
Il dilemma fra le due facce della moneta si è riproposto innumerevoli volte, spesso mettendo in imbarazzo la cultura liberal che da qualche decennio è egemone in Occidente. Specie quando di mezzo vi sono le donne, non necessariamente islamiche, invariabilmente va in scena il medesimo canovaccio, e si ripresenta la medesima contraddizione. Se una donna islamica va in spiaggia in burqini, la faccia del rispetto invoca il sacrosanto diritto di ogni donna di vestirsi secondo i precetti della sua religione, ma la faccia illuminista (e femminista, in questo caso) prontamente obietta che il burqini è imposto da mariti e fratelli, e vietarlo aiuta le donne islamiche a emanciparsi, a liberarsi da ogni tutela. In questo caso a prevalere pare essere la faccia del rispetto, che rinuncia a imporre alle donne islamiche i nostri costumi (da bagno), a costo di consegnarle all’arbitrio dei loro uomini e al cupo oscurantismo del loro mondo.
Ma il dilemma fra il principio del rispetto e la fede assoluta nei valori della civiltà occidentale non si presenta solo quando di mezzo ci sono le donne. Sovente esso fa la sua comparsa anche in altri ambiti, ad esempio, in materia di libertà di espressione, e di satira in particolare.
Quando, il 7 gennaio 2015, un commando terrorista islamico uccide 12 persone in un assalto alla sede di Charlie Hebdo, colpevole di avere pubblicato vignette satiriche derisorie su Maometto, quasi tutti gli intellettuali (e i mass media) illuminati reagiscono difendendo il diritto incondizionato degli autori di satira di prendere in giro chiunque. Ma quando, come in questi giorni, oggetto della satira sono gli italiani vittime del terremoto di Amatrice, rappresentati come maccheroni insanguinati di pomodoro, il credo nel diritto di satira vacilla. Ed ecco che il pendolo, che ai tempi di Charlie Hebdo aveva risolutamente oscillato a favore della libertà di satira, riscopre improvvisamente le ragioni del rispetto: forse la liberà di satira non dovrebbe essere illimitata e incondizionata, come perentoriamente si era affermato ai tempi di Charlie Hebdo.
Ma torniamo al burqini. Chi ha ragione?
Dico subito che il mio istinto è tutto pro-burqini. Fatto salvo il principio che, per elementari ragioni di sicurezza, nessuno deve poter girare in pubblico a volto coperto, e che il principio vale erga omnes, dalla donna in burqa al malvivente con passamontagna che dà l’assalto a una banca, trovo abbastanza irragionevole che noi occidentali assumiamo verso l’Islam (o verso qualsiasi altra cultura diversa dalla nostra) un atteggiamento paternalista in materia di stili di vita. Questo per due distinte ragioni.
La prima, e la meno importante perché alquanto soggettiva, è che provo sempre un certo imbarazzo quando vedo qualcuno che spiega a qualcun altro quali sono i suoi veri interessi, o pretende di conoscerne la volontà autentica. Il fatto che non pochi di noi (islamici e non) agiscano sotto ricatto, pressioni di gruppo, ingerenze familiari – una circostanza che fa purtroppo parte della fisiologia sociale – non autorizza nessun Ente superiore, sia esso lo Stato, la Giustizia o altro, a farsi interprete delle nostre vere preferenze e della nostra vera volontà. Nessuno può obbligarci ad essere liberi contro la nostra volontà dichiarata.
Ma c’è una ragione più importante per cui ritengo che dovremmo andarci piano con i nostri giudizi sulle culture che ci appaiono diverse dalla nostra. Ed è che tali culture spesso non sono affatto diverse, bensì situate in un altro tempo. Per diversi aspetti sono la nostra stessa cultura, com’era 100, 50, o anche solo 30 anni fa. E qui non mi riferisco tanto o solo al modo di vestire, in chiesa come in spiaggia, un punto su cui basterebbero poche foto d’epoca per mostrarci quanto il pudore islamico di oggi somigli a quello occidentale di due generazioni fa. Quello che ho in mente sono i più alti valori di cui la nostra civiltà, specie europea, si fa spesso vanto, ad esempio la democrazia e il ripudio della pena di morte.
Troppo spesso ci dimentichiamo che le conquiste che a molti di noi oggi paiono naturali e irrinunciabili, in quanto condizioni minime di civiltà, sono frutto di un percorso durato secoli e che in molti paesi “civili” si è concluso da poco, o deve tuttora concludersi. Ancora alla fine della seconda guerra mondiale, il suffragio universale non esisteva in Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Giappone. Quanto alla pena di morte, essa resiste tuttora negli Stati Uniti, ed è scomparsa dagli ordinamenti dei principali paesi europei solo in tempi recenti. Nel Regno Unito, in Belgio e in Spagna era ancora in vigore all’inizio degli anni ’90; in Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca alla fine degli anni ’70 o nei primi anni ’80. In Francia l’ultima esecuzione capitale, mediante ghigliottina, avviene nel 1977, quasi dieci anni dopo le due grandi rivoluzioni del costume del sessantotto e del femminismo. Per non parlare del Vaticano, che ora invoca la sospensione di tutte le esecuzioni capitali, ma ha aspettato fino al 2001 (con Wojtyla) per decidersi ad eliminare la pena di morte dalla Legge fondamentale dello Stato Pontificio.
Naturalmente può ben darsi che molte culture non occidentali evolvano, in definitiva, verso costumi diversi dai nostri. E tuttavia non dovremmo trascurare un’altra possibilità, o meglio un'altra ricostruzione di come siano andate le cose nell’era delle frontiere aperte. L’incontro-scontro fra modelli culturali oggi in atto fra l’Occidente consumista ed iper-emancipato e i molti popoli che, con comprensibile sbalordimento, ne osservano costumi e modi di vita, sarebbe potuto essere meno traumatico, e forse anche meno violento, se l’Occidente, e in particolare l’Europa, fossero stati meno immemori del proprio recente passato, e più consapevoli della lentezza con cui evolvono le culture. L’ingenuo (o fin troppo cinico) entusiasmo con cui i paesi leader del mondo hanno aperto le loro economie e le loro frontiere sembra aver fatto perdere di vista una distinzione essenziale: il trasferimento tecnologico, tanto più nell'era di internet, può anche essere molto rapido, ma la comunicazione e l’integrazione reciproca fra culture richiedono molto più tempo. È come se i vantaggi dell’arretratezza economica, magistralmente descritti da Gerschenkron negli anni ’60 del secolo scorso, ovvero l'idea che un paese arretrato possa bruciare le tappe della modernizzazione facendo tesoro delle conquiste economiche e tecnologiche dei paesi avanzati, fossero stati attribuiti anche all'evoluzione delle culture. Pensare che miliardi di uomini, nel giro di pochissimi decenni, potessero superare differenze e barriere formatesi nei secoli o nei millenni, è stato probabilmente il più grave errore di valutazione che le élites economiche e culturali del mondo avanzato abbiano commesso dopo la seconda guerra mondiale. Globalizzazione degli scambi, allargamento a Est, apertura ai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, non erano di per sé scelte sbagliate, ma assai imprudente è stato non considerare il fattore tempo: tre decenni sono più che sufficienti per modernizzare un’economia, ma possono essere davvero pochi per mettere in comunicazione due culture.
Guardando al futuro, se davvero vogliamo attenerci al rispetto delle altre culture e delle altre civiltà, dovremmo essere preparati ad accogliere tutte le eventualità. Può darsi che i modelli occidentali, con le loro promesse di benessere e di libertà, finiscano per imporsi nella maggior parte dei Paesi del mondo, e che sia solo questione di tempo: prima o poi vedremo le donne islamiche in bikini. Ma può anche darsi che, specie in campo etico e nel costume, la civiltà libertaria e un po’ esibizionista dell’Occidente non attecchisca ovunque: in quel caso vedremo diversi burqini anche quando padri-padroni e mariti-signori saranno stati costretti a fare un passo indietro.
E poi c’è una terza possibilità, ignorata dalla sociologia ma non dalla letteratura. Può anche darsi che, a fare un piccolo passo verso il passato, siano i costumi dell'Occidente, una possibilità chiaramente adombrata nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (Sottomissione, Bompiani 2015): in quel caso vedremo le donne occidentali gareggiare a chi sfoggia il burqini più bello.
«Il Sole 24 ore» del 4 settembre 2016

09 settembre 2016

Il secolarismo francese difende le libertà di tutti

Prospettive diverse
di Paul Berman
Il principio della laïcité, che ha portato al divieto del «burkini», non viene capito negli Stati Uniti pur essendo perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano della divisione tra stato e chiesa: a prescindere da quanto facciano le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso
Quella che segue è una sintesi dell’articolo di Paul Berman pubblicato dalla rivista «Tablet»

***

Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari in Francia hanno appena varato il divieto di indossare in spiaggia il burkini islamico, ovvero il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Di conseguenza, e com’era prevedibile, assistiamo a una reazione di sgomento tipicamente americano, di stampo tradizionale e per certi versi persino folkloristico, nei confronti della Francia e della sua antipatia verso alcuni tipi di abbigliamento islamico. Lo sconcerto americano, da un decennio a questa parte, affonda le radici su un unico presupposto, immutabile e incontestato, come se nulla fosse cambiato in questi ultimi anni, e come se non fossero emersi nuovi dati.
Il presupposto è che la Francia voglia dettare norme in fatto di abbigliamento islamico perché i francesi nutrono in sostanza un forte pregiudizio nei confronti della loro minoranza musulmana. Tuttavia, l’interpretazione americana riconosce una complicazione aggiuntiva, e cioè: i francesi, che sono incorreggibili razzisti, non sembrano credere di esserlo. Al contrario, si sono convinti che, nel regolare l’abbigliamento islamico, si stiano comportando in modo straordinariamente illuminato, seguendo addirittura un principio così elevato ed ineffabile che solo il popolo francese è in grado di capirlo. Tale principio è un’assurdità tutta francese, la quale, nella sua raffinatissima nobiltà, non può essere tradotta nel vernacolo inglese, ma deve per forza esprimersi in un vocabolo francese incomprensibile, impronunciabile e intraducibile: la laïcité.
In realtà, laïcité è perfettamente traducibile, significa secolarismo. Non c’è motivo di ricorrere al termine francese nel mondo anglosassone. È un concetto perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano del muro di divisione tra stato e chiesa, in versione francese. Il principio jeffersoniano in America significa che, a prescindere da quanto facciano o vogliano proclamare le chiese, lo stato americano resta strettamente non religioso. La versione francese è identica. La scuola pubblica, per esempio, non deve diventare terreno di conquista delle chiese – o degli imam islamisti, nella situazione attuale.
Il secolarismo repubblicano non è, dopo tutto, solo un concetto negativo, il cui unico scopo è quello di tenere alla larga il fanatismo religioso. Il secolarismo repubblicano è un principio positivo, capace di offrire qualcosa all’individuo. È questo il principio della cittadinanza. Nella sua versione francese, il secolarismo repubblicano dice a ciascun individuo: i «diritti dell’uomo e del cittadino» sono i tuoi diritti, indipendentemente da quanto vadano proclamando le chiese. L’ideale repubblicano francese, nel suo secolarismo, è qualcosa di più grande ed emozionante di qualunque cosa possano offrire gli islamisti. L’ideale islamista è una promessa falsa e degradante, che corrisponde all’auto oppressione. L’ideale repubblicano francese è la liberazione – almeno in principio.
Pertanto questa laïcité così perfettamente comprensibile e traducibile, incarna l’ideale repubblicano secolare: questo vuole la maggioranza dei francesi, anche se taluni sono razzisti. L’ideale repubblicano secolare incarna quello che la maggioranza dei musulmani francese vuole, anche se taluni sono stati sedotti e fuorviati dall’odio e dalle manovre degli islamisti. Gli immigrati dall’Africa del nord sono venuti in Francia inseguendo questo ideale. Il dibattito su quali misure adottare per contenere ed emarginare il movimento islamista si è svolto nell’ambito di questo ideale. Ed è stato un dibattito fecondo.
Mi auguro che i commentari americani sulla Francia sapranno mostrare un po’ più di rispetto per la serietà con la quale è stato affrontato questo dibattito: chiedo troppo? Ahimè, temo di sì. In Francia persiste da decenni un certo qual vezzo di far mostra di anti americanismo, e in America si riscontra un’usanza altrettanto antica e curiosa di prendere in giro i francesi. Questa purtroppo è l’abitudine americana che da una decina d’anni a questa parte spinge gli analisti a vedere nel secolarismo della Francia repubblicana un mero attacco razzista contro le libertà individuali, anziché capire che si tratta di una difesa antirazzista delle libertà individuali.

(Traduzione di Rita Baldassarre)
«Il corriere della sera» dell'8 settembre 2016

06 settembre 2016

Intelligenza e diversità. Burkini e buona convivenza

di Carlo Cardia
Può sembrare una polemica leggera, quella che s’è aperta e sviluppata in alcuni Paesi europei, e di riflesso in Italia, sulla questione del "burkini", ma in fondo non lo è, soprattutto per i toni e alcune scelte che ne sono derivate. Indico due esempi. In Francia, seguendo l’orgogliosa (ma assai angusta) rivendicazione della laïcité che è propria della tradizione gallicana, si tende alla proibizione più o meno integrale del modo di vestire di alcune donne musulmane quando si trovano in luoghi di mare.
Il Paese che non tollera simboli religiosi in pubblico (ma li accetta quando sono utili come attrazioni turistiche), che proibisce il velo o la stella di Davide anche agli studenti e persino nelle gite scolastiche, che intende formare decine di migliaia di professori con l’esclusiva funzione di diffondere i valori repubblicani della laïcité, ed è giunta a suggerire il divieto per gli atleti di farsi il segno della Croce prima di entrare in un campo sportivo, o durante la gara, questa Francia ha creduto di non potersi esimere (quasi per coerenza estrema) dal vietare una vestimento che evoca un’appartenenza confessionale o culturale.
In Italia, dove non s’è fatta alcuna guerra al velo o ad altro simbolo, in virtù di una laicità serena e rispettosa di tutti, si sono levate alcune grida a favore del divieto, la peggiore delle quali è questa: il burkini in sé non sarebbe un problema, ma siccome viene indossato per motivi identitari da chi "combatte" l’Occidente, allora bisogna vietarlo. Affermazione di pura intolleranza, perché forzando fatti e intenzioni delle persone, scruta nelle motivazioni della scelta del burkini, e dichiara apertamente di voler respingere ogni altra identità, pur nel vestiario. Un brutto esempio, mi sembra, di come si possano, semplicemente, rifiutare gli altri.
Ragioniamo, allora, con pacatezza su un problema che può esistere, ma non è certamente al vertice della globalizzazione e delle sue conseguenze interculturali. Ci troviamo anzitutto in tema di libertà di abbigliamento, che ha dei limiti (pochi e precisi), ma anche un amplissimo spazio di esplicazione. E la varietà di fogge, personali e collettive, prodotta dentro e fuori l’abito della religione è una caratteristica di ogni tempo e cultura.
Noi italiani, per esempio, veniamo da una tradizione d’infinite fogge divenuteci familiari: religiosi, religiose, preti, prelati con abiti di tanti colori e linee, hanno riempito secoli della nostra storia e la vita quotidiana di tante generazioni, e forse per questo ci hanno abituato a una tolleranza innata, perfino a una certa curiosità, che si sono riversati poi su altri usi introdotti dal pluralismo etnico e religiosi degli ultimi decenni.
In ogni parte d’Europa, ad esempio, conosciamo i Sikh (provenienti dalla regione indiana del Punjab) che guidano autobus inglesi con il Turbante ben noto ai londinesi, poi monaci buddhisti che evocano in qualche modo i nostri monaci d’altri tempi, mentre nei decenni scorsi abbiamo conosciuto l’invasione degli "arancioni", anch’essi di provenienza orientale.
E nelle nostre spiagge, ha ricordato giustamente Chiara Saraceno, si sono sempre incontrati uomini e donne anziani (ma non solo) vestiti (quasi) di tutto punto e che non hanno alcuna voglia di fare il bagno.
Così come in spiaggia possono andare religiosi d’ogni appartenenza, anch’essi senza intenzione di bagnarsi, vestiti come vestono in città. I limiti alla libertà di abbigliamento mirano a finalità specifiche, evitare problemi di sicurezza e non trarre in inganno sul proprio status: quindi in linea di massima non si può circolare in pubblico celando la propria identità, o indossando divise militari o d’altro tipo per sfruttare la buona fede degli altri. In altri Paesi non si può indossare la divisa delle SS naziste, o analoghe fogge, per evidentissime ragioni. Divieti specifici, motivati da ragioni condivise.
Ciò spiega, tra l’altro, perché il problema del Burqa sia un problema del tutto diverso rispetto al velo o al burkini, e vada trattato con altri criteri. Cosa resta, allora, nella sostanza, delle discussioni d’agosto su una querelle francamente esagerata. Molto poco, se non un certo fastidio nel vedere una cosa così diversa e originale rispetto alle abitudini moderne, e che può generare in alcuni una reazione psicologica negativa.
Ma allora si tocca un punto importante. Come vogliamo affrontare e superare il grande tema della globalizzazione e dell’interculturalità se ci facciamo allarmare da fastidi e reazioni psicologiche secondarie? Possiamo accantonare accoglienza, pluralismo, diversità, solo per una eccentricità d’abbigliamento, confondendo princìpi decisivi per la nostra convivenza con questioni minori, e prive di autentico rilievo sociale e giuridico. Infine, l’ultimo argomento che viene sottilmente suggerito, è che le donne che indossano il burkini lo fanno senza fruire di una vera libertà, quasi costrette dal loro ambiente e dalla cultura che le condiziona e domina.
Riflettiamo anche su questo punto. C’è una certa presunzione nel voler decidere noi quando c’è sicura costrizione in questioni che non sono patologiche, e soprattutto manca una fiducia, necessaria nell’era della multiculturalità, nell’evoluzione dei costumi di tutti noi, quelli che vengono da fuori e quelli che vivono in Occidente da sempre.
L’evoluzione è continua, soprattutto in materia di abbigliamento, e ha investito e continuerà a coinvolgere i giovani, uomini e donne, d’ogni religione o cultura, secondo una freccia che non possiamo prevedere, e che non possiamo guidare a piacimento, o solo con divieti e proibizioni.
Il burkini, per esempio, non ha invaso le spiagge negli ultimi anni, e potrebbe declinare presto, e spontaneamente.
E infine, vorrà pur voler dire qualcosa se in Italia, che non ha posto divieti e proibizioni, non c’è mai stata una guerra del velo, o una guerra del crocifisso (anzi l’unica controversia legale che ha coinvolto il Crocifisso è stata superata dal nostro Paese con una vittoria dell’intelligenza e delle sana tolleranza a Strasburgo), mentre le tensioni e le infinite liti giudiziarie sono sorte nei Paesi dove s’è voluto stabilire cosa è giusto e non giusto anche per ciò che indossa una donna o un ragazzo, cristiano, ebreo, sikh, buddista o musulmano.
La strada dei divieti è larga, perché i divieti sono facili a farsi, ma porta sempre a far urtare gli uni con gli altri; la strada dell’accoglienza, quando non vi siano in gioco principi fondamentali o i diritti degli altri, è saggia perché alimenta buona e intelligente convivenza.
«Avvenire» del 21 agosto 2016

Sì al burkini in spiaggia purché sia una scelta

La decisione del Consiglio costituzionale francese di non vietare il costume islamico è sacrosanta, ma affronta metà del problema. Come si fa a essere certi che le donne non siano obbligate a indossarlo? La nostra cultura deve contrastare ogni imposizione
di Ernesto Galli della Loggia
Mi ha molto sorpreso il carattere fortemente unilaterale che ha avuto il dibattito sul burkini accesosi nelle ultime settimane. Un carattere unilaterale che la dice lunga sull’autocensura a cui noi europei più o meno inconsciamente tendiamo ad obbedire quando oggi ragioniamo dell’Islam: per l’appunto badando costantemente alla libertà da garantire della religione islamica ma assai poco a quella da garantire agli islamici.
Mi spiego. Dopo la sacrosante decisione del Consiglio Costituzionale francese ogni donna di fede islamica che voglia indossare il burkini è libera di farlo. D’accordo, non poteva essere diversamente. Questa però è solo la metà del problema che a suo modo il decreto antiburkini poneva e — malamente, molto malamente, ripeto — mirava a risolvere. Ho detto «ogni donna di fede islamica che voglia indossare il burkini…». Benissimo: ma la donna islamica che invece non volesse? potrà farlo? che ne è della sua volontà? L’altra metà del problema è per l’appunto questa.
È il problema posto dalla presenza nei Paesi europei di comunità come quelle islamiche caratterizzate in genere da strutture interne, familiari e non, fortemente gerarchizzate che assegnano alle donne un obbligo di sottomissione nonché una libertà di comportamento e di espressione limitato, spesso gravemente limitato (per esempio nel caso dell’abbigliamento e dei costumi sessuali e matrimoniali), rispetto a quello maschile. Si tratta di comunità, in altre parole, che sulla base di precetti religiosi (non m’interessa se fondati o no ) non riconoscono a uomini e donne né eguali diritti e doveri né eguale modalità di presenza nello spazio privato come in quello pubblico. Non solo, ma che, almeno per consuetudine, considerano normale che il maschio eserciti un potere di sanzione nei confronti della donna che non rispetti le regole suddette.
Si pone dunque un problema reale, mi pare: possono le nostre società e i nostri ordinamenti accettare che al proprio interno esistano vaste enclaves dove abitualmente (lo sottolineo: non come una sporadica eccezione, ma come loro abituale modo d’essere) non vigono alcuni basilari principi di eguaglianza? E pure ammesso (e tuttavia concesso con qualche difficoltà, lo ammetto) che nella stragrande maggioranza dei casi le donne accettino senza problemi, anzi addirittura volentieri, lo stato di inferiorità/sottomissione loro assegnato, può ciò bastare a cancellare l’anormalità del quadro complessivo e indurre quindi i poteri pubblici a non intervenire?
Mi viene in mente una fattispecie che presenta più d’una analogia con ciò di cui sto parlando. Fino a qualche decennio fa il codice penale italiano consentiva che il colpevole del reato di stupro vedesse il proprio crimine di fatto cancellato se egli si offriva di sposare la vittima, e se questa a propria volta accettava. Come forse qualcuno ricorda, un tale meccanismo «riparatore» aveva abitualmente corso in molte contrade specie dell’Italia meridionale. Nessuno però si prendeva la briga di indagare a quali e quante pressioni la vittima era stata sottoposta da parte di un ambiente, innanzi tutto familiare, il quale, se lei non avesse accettato di sposare il suo stupratore l’avrebbe considerata per sempre «disonorata». Orbene, proprio per rompere questa pressione ambientale spesso fortissima nei riguardi di un soggetto palesemente debole, della cui libera volontà non si poteva mai essere realmente certi, proprio perciò la legge fu cambiata, cancellando la possibilità del matrimonio «riparatore».
È consentito dire che più o meno allo stesso modo non è sufficientemente certo che una donna islamica che indossa il burkini lo faccia realmente di sua spontanea volontà? Insomma: il principio tipicamente liberale che purché non si rechi danno ad altri ognuno può fare ciò che vuole è, sì, un principio sacrosanto della nostra convivenza; ma lo è appunto perché si presume che ciò che si fa è effettivamente ciò che si vuole (non per nulla in vari casi la legge punisce molto severamente la coartazione, in qualunque modo conseguita, della volontà altrui; si pensi al caso del matrimonio). Ma come si capisce, tutto cambia se cambia la premessa.
Come risolvere allora questo contrasto tra una società la quale s’ispira largamente al principio che è vietato vietare, e alcune parti di questa stessa società che invece sono tuttora strette a un sistema di divieti anche molto penetranti riguardo la sfera dell’agire individuale, divieti per giunta sanzionabili e sanzionati in modo del tutto arbitrario ma efficace da autorità informali come possono essere un padre o un fratello?
Rigettata ogni idea di ricorrere a leggi che risulterebbero di fatto liberticide e controproducenti non resta che un solo modo: e cioè integrazione, integrazione e ancora integrazione, rivolta in modo speciale alle classi giovanili e portata avanti con risoluta fermezza. L’imposizione dell’obbligo scolastico a maschi e femmine con un controllo «spietato» e continuo del suo adempimento e dunque sanzioni durissime ai genitori inadempienti; un’istruzione concepita e organizzata con un corredo altrettanto obbligatorio di gite, visite a musei, spettacoli teatrali e cinematografici, attività culturali e sportive; diffusione capillare della lingua italiana mediante corsi per adulti con l’eventuale collaborazione di personale religioso islamico di provata fedeltà; e poi anche il rigoroso intervento della legge ogni volta che sia abbia il minimo sospetto di una violazione dei diritti della persona (dalla tratta delle donne ai matrimoni combinati per le minorenni, alle forme più o meno larvate di poligamia), nonché, per finire, una larga politica della concessione della cittadinanza — ma con il divieto della doppia cittadinanza — mirata in special modo ai giovani figli di stranieri nati in Italia (ormai sono decine di migliaia).
È con questi mezzi e molti altri che si può tentare quella lunga e difficile opera di migrazione culturale necessariamente conseguente alla migrazione geografica. Operazione lunga e difficile, per la quale ci vorrebbe un governo consapevole fino in fondo della sua necessità, e che non deve nascondersi il proprio obiettivo: provare a spezzare l’involucro comunitario che in un numero non indifferente di casi può rivelarsi per i singoli una terribile prigione. Altrimenti con il tempo andremo di sicuro verso il radicamento nella nostra Penisola di una, due, tre comunità straniere sempre più grandi e numerose, non comunicanti tra loro, alternative e in vari modi concorrenti con la preesistente comunità nazionale. Con l’effetto, alla lunga inevitabile, di far nascere un clima di latente guerra civile.
«Corriere della Sera» del 1 settembre 2016

26 marzo 2016

Convivenza, è la scuola dove la sfida si decide

di Eraldo Affinati
Ogni bomba che esplode in Europa ci riporta indietro nei secoli, in un vortice di reciproche incomprensioni. Crollano i ponti. Si alzano i muri. Tornano i fantasmi del passato. Tutto il lavoro umano che è stato compiuto in questi anni difficili sembra vanificato nel sangue dei corpi dilaniati.
Eppure noi dobbiamo continuare a scommettere sul futuro: non abbiamo altra scelta.
Il tema resta sempre quello educativo: raccogliere il testimone da chi ci precede per consegnarlo a chi verrà dopo, nella speranza che non sia un tronco bruciato, ma una moneta d’oro. La scuola diventa il luogo elettivo del confronto antropologico, il campo operativo della sfida decisiva: nessuno deve rinunciare alla propria identità, ma tutti dovrebbero rispettare quella altrui. È necessario trovare delle piattaforme comuni d’intesa e la nostra Costituzione indica grandi ed essenziali princìpi. I linguaggi non devono essere specialistici: si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. Io credo di poter interpretare così l’umanesimo integrale di papa Francesco.
L’altra sera, all’indomani degli attentati in Belgio, ero a cena con Khaliq, originario della Sierra Leone, mio ex studente alla Città dei Ragazzi di Roma, riuscito a sopravvivere dopo aver perso i contatti con la famiglia originaria. Oggi ha un lavoro, una moglie e un bambino di pochi mesi. Ogni mattina, all’alba, prega in ginocchio sotto lo sguardo incantato di Sharif, il figlio piccolo. Cosa ne faremo dello stupore di questo nuovo italiano di fronte alla fede del padre? Quali scenari costruiremo intorno alla sua meraviglia?
Se pensassimo che basterà concedergli l’assistenza sanitaria e iscriverlo alle elementari, allora Molenbeek, il quartiere di Bruxelles che ha favorito e protetto prima la fuga, poi la latitanza di Salah Abdeslam, non ci avrà insegnato niente.
Il lavoro che ci aspetta è molto più profondo: pre-politico, pre-giuridico, pre-sociale, pre-religioso. Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dello sguardo altrui. Il che significa creare i presupposti per una relazione umana libera dal pregiudizio e dall’ideologia.
Faccio un solo esempio concreto. Da quest’anno la nuova riforma dell’istruzione italiana prevede che gli studenti delle medie superiori svolgano, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, un periodo di tirocinio attivo presso aziende, enti o associazioni. Si tratta di una preziosa opportunità che non dovremmo sottovalutare. Nei mesi scorsi, grazie al sostegno attivo di molti volontari della Penny Wirton, una scuola di lingua italiana per immigrati, ho cercato di formare un gruppo di liceali romane a questo tipo di insegnamento. Vedere Chiara o Sonia, della terza C, impegnate di pomeriggio a scandire le sillabe con Mohamed e Ismail, analfabeti nella lingua madre, rafforza la nostra tensione partecipativa: in quale altro luogo gli adolescenti egiziani, appena arrivati dal Delta del Nilo, avrebbero potuto trovare una simile accoglienza?
«In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti eguali», scriveva don Lorenzo Milani. Adesso, quasi cinquant’anni dopo, i ragazzi annunciati dal priore di Barbiana sono fra noi. E hanno il medesimo antico, identico problema dei piccoli mugellani: imparare la lingua. Che non significa solo saper coniugare il verbo essere e avere. Vuol dire crescere, diventare adulti, unire il pensiero e l’azione, dare senso all’esperienza, capire la preghiera del padre, prima ancora di accettarla o rifiutarla. Soltanto se loro, sparute avanguardie di popoli in movimento, avranno compiuto questo percorso interiore non da soli ma con noi, potremo dire, tutti insieme, di aver fatto terra bruciata intorno ai terroristi.
«Avvenire» del 26 marzo 2016

02 ottobre 2015

Colpire l'arte è un crimine di guerra

I danni dell'iconoclastia "belligerante"
di Maurizio Cecchetti
Più di vent’anni fa un certo Pierre Pinoncelli venne condannato da un tribunale francese per «parasitisme de la glorie» e fu costretto a pagare una multa salatissima. Quale reato aveva commesso? Era entrato al museo di Nimes, dove avevano allestito una mostra di Duchamp, e aveva preso a martellate “La fontaine”, l’orinatoio, uno dei più celebri “ready made” dell’artista. La condanna, in sostanza, diceva che tentare di distruggere un’opera d’arte che ha marcato la storia dell’arte è a suo modo un crimine.
Possiamo dire che l’orinatoio di Duchamp sia “patrimonio dell’umanità”? Forse quest’opera (che nell’originale non esiste più, ma è stata replicata dall’artista in otto copie) non raggiunge quella soglia, mentre il discorso vale certamente per la “Pietà” di Michelangelo in san Pietro che, nel 1972, venne presa anch’essa a martellate da un altro mitomane. E l’abbazia di Montecassino? Quando il 15 febbraio del 1944 gli alleati bombardarono la collina riducendo in macerie il monastero, convinti che dentro ci fossero i tedeschi (che invece presidiavano soltanto il luogo dall’esterno), commisero un crimine di guerra come quello che, oggi, viene attribuito dalla Corte penale dell’Aja al tuareg Ahmad al Faqi al Mahdi per aver collaborato nel 2012 alla distruzione di mausolei e di una moschea a Timbuctu? La distruzione nel 2001 dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, per volontà dei capi taleban, va considerata un crimine di guerra? Il fondamentalismo islamico che devasta il siti archeologici di Nimrud e di Hatra, in Iraq, e di Palmira in Siria commette un crimine contro l’umanità? Ogni guerra ha in sé la distruzione di ciò che è umano: devastando la vita di uomini e donne, ma anche edifici e città. Un tempo si saccheggiavano i tesori dei vinti (o dei popoli sottomessi, come nelle conquiste coloniali): molti musei europei, dal Louvre al British, si sono arricchiti così.
Ma oggi è più chiaro a molti che depredare o distruggere l’arte è un atto di barbarie, che colpisce la bellezza, la storia e il sacro come patrimonio comune. Esiste una iconoclastia “belligerante” che sfrutta gli stessi meccanismi comunicativi della “società dell’immagine”. Distruggere l’arte, per essa, è un atto di guerra. E ciò che lo rende un crimine è quello stesso sentimento di sfida e di crudeltà che muove il terrorismo.
«Avvenire» del 28 settembre 2015

30 settembre 2015

Fermiamo la "biblioclastia" una volta per tutte

La "biblioclastia"
di Giuliano Vigini
Le distruzioni dell'Is ripetono la lunga storia dei roghi di libri
Può apparire soltanto un particolare di poco conto di fronte all’ininterrotta sfilata di notizie e immagini dei massacri di vite umane compiuti dall’Is. Ma non lo è. Dopo che agli inizi dell’anno era stata bruciata la principale biblioteca della città irachena di Mosul, e distrutte o saccheggiate altre biblioteche, ora il nuovo califfato aggiunge orrore a orrore, passando al setaccio abitazioni private o sedi pubbliche per scovare i libri degli “infedeli” e farne uno scoppiettante falò. Così migliaia di libri, di contenuto religioso, ma anche scientifico e letterario (come si sa, non è meno violento l’odio jihadista per la scienza e la letteratura), rinnovano l’antico spettacolo dei roghi di libri, che spesso hanno cancellato la memoria storica di interi popoli. Mosul, Palmira e chissà quante altre località dell’Iraq o della Siria stanno conoscendo anche questo volto dei nuovi fanatismi, che colpiscono la cultura “deviata” e i luoghi che la conservano, a cominciare dalle biblioteche.
Tanti celebri film e libri – da Brave new world (1932) di Huxley a 1984 (1950) di Orwell a Fahrenheit 451 (1966) di Truffaut – ci hanno già in vario modo ricordato che l’intolleranza verso la cultura è un pericolo sempre in agguato, perché la barbarie non si stanca mai di rinnovarsi. Così anche oggi continua a levarsi un’interminabile e densa scia di fumo, senza delimitazioni di confini e latitudini, perpetuando una storia di secoli.
Non si sa esattamente quando questa triste storia sia cominciata, ma si ricorda che già Tebe era stata distrutta nel 1.358 a.C.; Ninive, rasa al suolo nel 612 a.C., e soprattutto Alessandria, incendiata nel 48 a.C.: formidabili biblioteche, indipendentemente dal numero di rotoli e documenti conservati, comunque molto cospicui. Che dire, poi, della fine di altre biblioteche antiche, come quelle di Tiro o di Pergamo, di Persepoli o Cartagine, di Gerusalemme o Antiochia, di Atene o Roma? La censura trasformata in vera e propria biblioclastia (ossia in odio persecutorio e distruttore di libri) trova già nell’editto (303) di Diocleziano giustificazione e impulso per altri scempi. Dal Concilio di Nicea (325) in poi, il divieto, la condanna, il sequestro e l’eliminazione di tanti scritti eretici, eterodossi e comunque giudicati nocivi o pericolosi per la fede e i costumi diventa una pratica abituale. Per non parlare poi dell’Inquisizione medioevale e moderna. Ma, per tornare al presente, anche la storia del Novecento presenta un teatro d’azione impressionante; dal Vicino Oriente all’Europa (Germania, Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Polonia...), dalla Cina all’India, dal Cile all’Argentina, dal Messico alla Cambogia, dall’Iraq a Cuba, è tutto un susseguirsi di incredibili devastazioni, oltre a quelle legate agli eventi naturali (incendi, terremoti, alluvioni...).
Milioni e milioni di manoscritti, libri, documenti che non ci sono pervenuti per ragioni ideologiche o politiche, religiose o morali. Classici greci e latini, scritti cristiani e anticristiani, testi dell’ebraismo e dell’islam, opere di storia e documentazione (tra questi, anche tanti libri aztechi e maya) finiti nel nulla per la furia, la follia e, non ultima, l’ignoranza degli uomini. Un’ulteriore conferma che la libertà di pensiero e d’espressione è stata e resta ancora in molti luoghi della terra per alcuni un tabù inviolabile, per altri una speranza.
Purtroppo, tra l’inasprirsi e l’estendersi delle guerre (aveva forse ragione Chesterton che l’espressione “scoppiare la guerra” è impropria, perché la guerra è la condizione normale delle cose; è la pace che deve scoppiare) e l’acuirsi di tanti fenomeni di intolleranza religiosa e culturale rendono tale speranza molto più precaria. Ma per fortuna possiamo pur sempre contare su tante biblioteche nel mondo che continuano a testimoniare il valore insostituibile della loro presenza: quello che significa, cioè, conservare e valorizzare la memoria del passato e del presente, svolgere una funzione al servizio di un’umanità che vuole conoscere, imparare e ascoltare tutti coloro che desiderano parlarle.
«Avvenire» del 25 settembre 2015

04 giugno 2013

Tronti: «Rabbia e rancore contro il bersaglio sbagliato»

La discriminazione dei cristiani
di Alessandro Zaccuri
Impegnativo editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere della Sera» di domenica. Riferendosi alle recenti inchieste di «Avvenire», il politologo passa in rassegna alcuni tra gli episodi più clamorosi di marginalizzazione e vessazione contro i cristiani in Europa. Un fenomeno che, connesso alla volontà di ridurre la fede a «puro fatto privato», porta a misconoscere il ruolo decisivo svolto dal cristianesimo a favore dell’idea stessa di libertà di coscienza
Rabbia e rancore, scaricati sul primo bersaglio a disposizione. È in questa prospettiva che il filosofo Mario Tronti (protagonista tra i più inquieti e originali della sinistra italiana, molto noto anche per la sua recente posizione di «marxista ratzingeriano») suggerisce di analizzare il fenomeno descritto da Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale dell’altro giorno. «Mi pare – dice – che questa ventata di intolleranza anticristiana rientri in un clima generale più volte denunciato, ma che non accenna ad attenuarsi».
A che cosa si riferisce?
«Al degrado della dimensione antropologica, che è forse il dato più evidente della crisi di civiltà in cui ci stiamo dibattendo da alcuni decenni. Le società occidentali sono in preda a una deriva che coinvolge per intero la sfera dei valori, sempre più ridotta a favore di una competizione selvaggia tra gli individui. Un quadro già di per sé inquietante e che ha subìto un’accelerazione drammatica per effetto della crisi economico-finanziaria».
Sì, ma perché prendersela con la religione?
«Una volta abbandonati a se stessi, privi dei riferimenti elementari fin qui costituiti per esempio dalla famiglia, gli individui sono condannati a concentrarsi sugli obiettivi sbagliati. Nella fattispecie la coscienza cristiana, che ha svolto un ruolo tanto importante nella formazione della mentalità europea, viene percepita solo come controparte con cui polemizzare, scaricando così la rabbia accumulata altrove. Una rabbia che ormai non ha più alcuna connotazione di rivolta, ma si esaurisce in un rancore pronto ad abbattersi contro ciò che è più vicino, più familiare e, in fin dei conti, più vulnerabile».
Tutto in nome della libertà?
«In nome di una concezione distorta e antistorica della libertà, che non coglie alcune contraddizioni di fondo. La principale, a mio avviso, sta nel fatto che, prendendo di mira il cristianesimo, ci si scaglia non solo contro la tradizione che sta all’origine dell’idea stessa di libertà, ma anche contro una forza che ancora oggi potrebbe fornire una soluzione ai problemi da cui siamo angosciati. Mentre in teoria si invoca la responsabilità suprema dell’autodeterminazione, in pratica non si fa altro che rivendicare il proprio diritto all’irresponsabilità. Il diritto, in parole povere, a fare quello che si vuole: qualsiasi desiderio dev’essere sancito per legge, qualsiasi capriccio dev’essere ratificato dal costume. E qualsiasi elemento si opponga a questo meccanismo, dev’essere spazzato via. Religione compresa».
Eppure, nel frattempo, non viene riconosciuto il diritto dei medici all’obiezione di coscienza ...
«Caso delicatissimo, che invece si pretende di liquidare con il solito appello ai diritti individuali. Ma in questo modo si disgregano quegli stessi valori che per tanto tempo hanno garantito la coesione della società. Il risultato è una frantumazione che si traduce in una costante, e preoccupante, caduta etica. Il nodo è sempre lo stesso: nel momento in cui non si accetta che l’azione del singolo possa avere un limite, ci si batte perché i limiti vengano cancellati e una malintesa libertà possa dettar legge».
Ma ci sarà pure un rimedio, no?
«C’è ed è, una volta di più, qualcosa che rischiamo di lasciarci alle spalle. Si tratta di una concezione della politica diversa da quella che si sta purtroppo diffondendo, un poltiica in virtù della quale posizioni differenti possono trovarsi a dialogare senza essere condannate allo scontro. Una cultura civile, un luogo di una tolleranza autentica, quella stessa tolleranza che è sempre stata presentata come il più alto tra i valori della laicità. E che oggi dalla laicità viene tradita e abbandonata».
«Avvenire» del 4 giugno 2013

Botturi: «Non solo irrilevanza, la secolarizzazzione è una sfida»

Il dibattito sui cristiani discriminati
di Alessandro Zaccuri
Cristiani sempre più discriminati in Europa: anche Ernesto Galli della Loggia rilancia l’allarme. Gli fanno eco le riflessioni di intellettuali credenti e non credenti
Si fa presto a dire secolarizzazione. «In realtà – osserva Francesco Botturi, ordinario di Filosofia morale alla Cattolica di Milano – il quadro descritto domenica sul “Corriere” da Ernesto Galli della Loggia si presta a tutta una serie di valutazioni, che non hanno necessariamente come punto di partenza la pretesa “irrilevanza” della religione sulla scena pubblica».
Non sarà troppo ottimista, professore?
«Non direi, se non altro perché il fenomeno è in atto da tempo, risale già al Pontificato di Giovanni Paolo II e si traduce in un rinnovato atteggiamento di interesse per l’esperienza cristiana. Nel contesto occidentale, insomma, lo spazio di indifferenza che, per effetto della secolarizzazione, si era creato intorno al fatto religioso tende sempre più a ridursi, come dimostra anche l’attenzione con cui l’opinione pubblica ha seguito le recenti vicende relative alla vita della Chiesa cattolica».
Nessuna marginalità, dunque?
«Quanto sta accadendo è più complesso, perché complessa è la secolarizzazione in sé, specie in questa sua fase crepuscolare. Al rinnovo di interesse per la religione corrisponde infatti il rinfocolarsi di un atteggiamento a sua volta non inedito nella mentalità europea. Mi riferisco al tentativo di escludere la fede dall’ambito della sfera pubblica, tentativo che ai giorni nostri si presenta in modo tanto più forte quanto più il vettore della secolarizzazione tende a esaurirsi».
Può essere più chiaro?
«Si insiste molto, e giustamente, sulla tendenza a relegare la fede nell’ambito privato. Ma questa è soltanto la fase più debole e transitoria dell’intero processo. Quella che stiamo vivendo è in effetti la stagione successiva, nella quale si fronteggiano i due elementi che ho fin qui cercato di descrivere: da un lato la rivalutazione della religione come fonte di identità o comunque di senso, dall’altra un dispositivo ad excludendum, per cui alla religione stessa viene negata qualsiasi cittadinanza pubblica, con le conseguenze che Galli della Loggia ha voluto elencare. Ma in questo momento le premesse ideali o, se si preferisce, ideologiche che stavano alla base della secolarizzazione sono sempre più labili, sempre meno percepite. L’intolleranza che ne deriva ha caratteristiche eminentemente pratiche e quindi tanto più sbrigative».
C’è una via d’uscita?
«La stessa che tutto l’Occidente è oggi chiamato a percorrere: davanti al travaglio che segna il nostro tempo, siamo chiamati a uno sforzo di pensiero, nel senso di una riproposta dei valori che passi attraverso un’opera di rifondazione. Per dirla con una formula, riuscirà a sopravvivere soltanto ciò che sarà radicalmente ripensato».
Vale anche per la religione?
«Certo, ma vale anche per il suo opposto, e cioè per questa falsa tolleranza dietro la quale si maschera l’intolleranza di quanti postulano che la fede non possa esprimere alcunché di fondamentale e tanto meno di fondativo. Se davvero si vogliono sostenere queste tesi, però, non basta appellarsi allo schema della religione come sentimento privato. Si tratta di una posizione ormai datata, che non rende giustizia della criticità attuale».
Tempi duri per i cristiani?
«Siamo tutti risospinti nell’agone e non è detto che questo sia un male. L’alternativa è secca: o come credenti riusciamo a contare sul piano dei fondamenti oppure non contiamo affatto. È la logica di ogni evoluzione culturale, alla quale occorre rispondere elaborando un linguaggio pubblico, capace di rendere conto della nostra identità e, insieme, di mostrarsi sensibile al pluralismo».
«Avvenire» del 4 giugno 2013

I cristiani e la libertà minacciata

L'intolleranza verso la religione
di Ernesto Galli Della Loggia
Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche ? non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato ? ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse. Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola ? che sono i due pilastri della libertà politica ? vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo ? e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa ? rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati. Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima. È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» ? ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto ? ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».
«Corriere della Sera» del 2 giugno 2013

16 maggio 2011

La sottile differenza fra dissenso e intolleranza

Libertà di fischio? Contestazioni e libertà d'opinione

di Pierluigi Battista

Quando il fischio (preventivo) diventa intimidazione e intolleranza


Nella neolingua che ci asfissia la chiamano «libertà di fischio». Ma è un equivoco: la libertà d'opinione prevede che si fischi dopo aver ascoltato, non per mettere a tacere preventivamente le opinioni da cui si dissente. Si dice: c'è una ricca tradizione di loggionisti che a teatro sbertucciano a suon di fischi il cane che si produce in una pessima esecuzione sul palcoscenico. Ma è tutta un'altra storia. Il loggionista, melomane appassionato, fischia perché hanno suonato male. Non impedisce di suonare. Non è un intollerante. Come quelli che, sempre più di frequente in Italia, chiamano libertà la loro vociante protervia. L'ultima scena è al Salone del libro di Torino, dove un folto gruppo di donne ha impedito la presentazione di un volume anti aborto del Movimento per la vita. Era legittimo essere in disaccordo, naturalmente. Ma bisognava rispettare quelli che erano d'accordo. O semplicemente che erano interessati ad ascoltare gli oratori. Chi invece ha inalberato il vessillo della libertà di fischio ha ostacolato l'esercizio di due diritti. Quello di chi non ha potuto parlare. E quello di chi non ha potuto ascoltare. Un doppio atto di prepotenza. In Italia si fa fatica a stabilire la differenza tra libertà di dissenso e intolleranza pura. Il fischio, l'interruzione, il lancio di oggetti, la coreografia della contestazione hanno oltrepassato la ritualità delle manifestazioni in cui solitamente si consuma la liturgia delle manifestazionidi piazza con annesso, ripetitivo, cerimoniale copione del dissenso di piazza(dal 25 aprile all'anniversario della strage di Bologna). Oramai la mistica dell'interruzione preventiva, non di rado violenta, sempre intimidatoria, ha invaso presentazioni di libri (l'apice è stato raggiunto con quelle di Giampaolo Pansa), convegni, comizi, dibattiti, feste di partito, persino prolusioni accademiche non gradite, come accadde con il discorso imbavagliato di Benedetto XVI all'Università di Roma, cui si dovette rinunciare per motivi di ordine pubblico: uno straordinario successo dell'intolleranza. Hanno impedito di parlare al leader della Cisl Bonanni durante la festa del Partito democratico, a Dell'Utri che voleva esibire i suoi diari pseudo mussoliniani, a Marcello Veneziani nell'ateneo romano perché a un «fascista» viene negato il diritto di esprimere un' opinione. Non volevano addirittura che parlasse lo scrittore israeliano Amos Oz a Torino. Giuliano Ferrara venne preso a sassate (si disse solo pomodori, ma era una minimizzazione eufemistica) in un comizio bolognese. Ogni volta si è sbandierato il «diritto al dissenso» come nobile motivazione. E il diritto di parola? Quello non viene preso in considerazione. Eppure il meccanismo della «contestazione» è facilissimo, collaudato, semplice da maneggiare. Basta essere un piccolo e compatto gruppetto, avere fiato nei polmoni, conoscere il repertorio dell'insulto, saper spintonare, lanciare oggetti contundenti, odiare a sufficienza chi viene considerato indegno di esprimere un'opinione diversa bollata come «scandalosa», «offensiva», «oltraggiosa», e il gioco è fatto: chi doveva parlare non parla e chi impedisce di parlare conquista la ribalta mediatica. Un'intimidazione ben riuscita. Alla prossima occasione ci penseranno due volte prima di consegnare una sala, un tendone, una piazzetta, un'aula universitaria, un qualunque luogo raggiungibile dai fischiatori, a chi viene bollato con il marchio del reprobo e destinato a essere zittito. Ecco perché l'indulgenza verso l'intolleranza mascherata da «libertà di fischio» è pericolosa: perché alimenta la paura, istiga al conformismo quietistico, mette in guardia dal formulare opinioni che si presumono sgradite, o comunque impopolari, capaci di scatenare la furia dei professionisti del fischio. Trasformare una discussione in un problema di ordine pubblico avvilisce la democrazia, deprime il dibattito tra tesi contrapposte, annichilisce l'idea che una democrazia liberale si fondi sul sano antagonismo delle idee e delle opinioni: argomento contro argomento e non aggressioni ripetute contro le persone costrette a restar zitte mentre l'unico argomento consentito è quello del fischio. Inoltre crea un'assuefazione alla scenografia della contestazione che rompe ogni argine e si nobilita come genuina sollevazione popolare, anche quando le persone che fischiano e ululano sono sempre le stesse, itineranti di piazza in piazza per recitare sempre lo stesso, umiliante spettacolo. Uno spettacolo mal recitato. Che meriterebbe i fischi, davvero. Ma solo quando è stata pronunciata l'ultima battuta, e cala il sipario sugli intolleranti.

«Il Corriere della sera» del 14 maggio 2011