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03 luglio 2010

Il tema non basta più: torniamo al riassunto

di Luca Serianni
Perché i ragazzi non sanno scrivere e che cosa si può fare per migliorarne le prestazioni? Serve a poco, e oltretutto ha scarso fondamento, lamentare la decadenza dei tempi o dare la responsabilità alla televisione o ai cellulari. Occorre partire dalla scuola, che è e resta il luogo d’elezione per l’apprendimento anche della lingua materna, almeno quando si vada un po’ oltre le duemila parole che bastano per la comunicazione quotidiana.
Come mostra il sondaggio dell’Invalsi, il settore relativamente meno disastrato è quello dell’ortografia: l’insistenza fin dalle elementari sull’uso di apostrofi e accenti e la sanzione sistematica di errori come «esiggere» o «consilio» ha prodotto qualche effetto. Ma la padronanza della lingua scritta - e ovviamente della lingua parlata che si cimenti in argomenti impegnativi - va ben oltre la soglia della correttezza ortografica. Bisogna dominare almeno tre sistemi complessi: prima di tutto, grammatica, sintassi e testualità (per esempio, usando i connettivi giusti: «perché» e «sicché» introducono diversi rapporti di causa-effetto; «infatti» e «dunque» non sono quasi mai intercambiabili); poi, è necessario disporre di un ventaglio lessicale ampio, che sappia sfruttare anche la connotazione ironica o polemica di un termine meno usuale («discettare» di un argomento non significa semplicemente discuterne, perché implica un leggero senso spregiativo e vuol dire trattarne con inutile ostentazione retorica oppure in modo astratto e fine a sé stesso); infine, occorre essere in grado di argomentare una tesi, scegliendo i dati pertinenti e articolando efficacemente il loro collegamento. Quest’ultimo requisito mostra come un adeguato dominio linguistico sia indispensabile anche per illustrare una dimostrazione scientifica.
Per avvicinarsi a questi obiettivi lo strumento fondamentale è costituito dalle prove scritte. Ma quali? Il tradizionale tema è forse la prova meno idonea. Poco utile allo scopo il tema orientato sul vissuto personale dell’alunno (l’amore, l’amicizia, il tempo libero...), privilegiato nella scuola media; tendenzialmente diseducativo il tema «d’attualità» che invita a parlare di un argomento impegnativo, per esempio l’inquinamento atmosferico, senza la necessaria documentazione scientifica: più che un tema si tratta di un discorso da ombrellone. Meglio rivalutare un esercizio tradizionale come il riassunto. Non esiste solo il riassunto del semplice testo narrativo, adatto alla scuola elementare; tutti i testi, anche su argomenti impegnativi - le pagine culturali e scientifiche di un grande quotidiano offrono esempi in abbondanza -, possono essere condensati. Fare un riassunto educa alcune abilità fondamentali: a) capire quel che si è letto; b) ricavare le informazioni indispensabili, gerarchizzando i nuclei informativi in relazione allo spazio disponibile, che andrebbe sempre predefinito; c) esercitare tutti i livelli della lingua, riformulando un testo dato.
Non è un lavoro facile, tutt’altro; credo che l’ostilità tradizionale verso questo genere di prova sia un portato del vecchio condizionamento idealistico per il quale la scrittura deve far emergere la personalità del singolo, esaltando la spontaneità dello scrivente. Ma le opinioni, almeno quando aspirano alla dignità di una prova scolastica, vanno educate: devono fondarsi su dati che possano essere discussi («falsificati», come si suol dire arieggiando Popper). E devono essere costruite a partire dalla padronanza dello strumento linguistico, che va modulato in una tastiera incomparabilmente più ampia di quella che adoperiamo abitualmente.
«La Stampa» del 30 giugno 2010

24 giugno 2010

Mode (poco) didattiche

di Ezio Savino
Ironia e paradosso. Sono armi a doppio taglio, se a brandirle è un imputato alla sbarra, che pronuncia la sua difesa davanti a chi è lì per giudicarlo su crimini capitali: empietà religiosa e corruzione dei giovani, che nell’Atene dell’epoca comportavano la morte per cicuta. È il caso di Socrate.
Lo sanno bene i maturandi del Classico, ieri alle prese nella seconda prova, greco, con una pagina centrale dell’Apologia di Platone. Il paradosso scocca già nel titolo della versione: «Socrate e la politica». Se per politica si intende, etimologicamente, la «scienza della polis», la città come fulcro dell'esperienza umana e civile, la cui sostanziale fibra è la giustizia, nessun binomio è più solido e reale: Socrate ne è l’accanito cultore, il missionario che ha ricevuto l’investitura dal suo dio, Apollo. Se invece si legge quella parola come impasto di poteri, corruzioni, intrallazzi, Socrate è il modello splendente delle mani pulite, l’estraneo che rifiuta ogni connivenza. Vi ha avuto a che fare una volta sola. Bisogna avere qualche nozione di storia e del politichese del tempo, per capirlo. «Capitò» (è nel testo, ètuchen) che Socrate fosse nominato membro della Bulè, il Consiglio dei Cinquecento, a cui si accedeva per rotazione, con un sorteggio. Naturalmente agì da bastian contrario. Si oppose a una delibera della maggioranza che metteva a morte i generali, vittoriosi nello scontro navale delle Arginuse, ma ritenuti colpevoli di non avere raccolto i naufraghi. Era scoppiata una tempesta, e i capi avevano scelto di non porre a rischio la vita dei molti, per salvare i pochi. Comando impietoso, ma razionale e necessario, secondo Socrate, che non patteggia con la massa popolare, accecata dalla rivalsa democratica.
La sua ironia frizza tra le righe come un sottotesto urticante. Ostentatamente, si rivolge a chi voterà nel processo per la sua vita o la sua morte, con il generico àndres Athenàioi, «Signori ateniesi». Riserverà l’alto appellativo, dikastài, «giudici», solo a quei pochi che, nel primo verdetto, lo avranno prosciolto. Non è certo lo stile per arruffianarsi una giuria, già con il dente avvelenato contro di lui. L’ironia è ancor più pesante in quel suo ricordare che allora, quando si trattò di valutare il comportamento degli strateghi, quegli stessi signori emisero una condanna non solo illegale, ma stupida, perché azzerò lo “staff” dei generali della vittoria, i soli capaci di salvare Atene dal nemico spartano. L’imputato che, per coscienza e attaccamento al vero, si erge a giudice di chi sta per emettere la sentenza su di lui: un capolavoro di ironia e di moralità.
«il Giornale» del 24 giugno 2010

23 giugno 2010

"Fuori contesto la frase di Mussolini". Gli storici criticano la prova di italiano

Tra i quattro "documenti" proposti agli studenti come base di lavoro anche una citazione di Benito Mussolini. L'Anpi denuncia l'accostamento "capzioso" con Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II
di Michele Smargiassi
"Fuori contesto la frase di Mussolini" Gli storici criticano la prova di italiano Benito Mussolini mentre pronuncia il discorso il 3 gennaio 1925

Un tema "revisionista"? No, molto peggio: un tema insensato. Gli storici bocciano la traccia storica dell'esame di maturità sul "Ruolo dei giovani nella storia e nella politica". Tra i quattro "documenti" proposti agli studenti come base di lavoro c'è anche una citazione di Benito Mussolini, accostata ad altre di Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II, e questo fa infuriare l'Anpi (oltre a un'associazione studentesca e qualche esponente Pd) che denuncia l'accostamento "singolare e capzioso" tra i quattro personaggi storici. Ma il problema non è quello, per gli studiosi. Il pasticcio è puramente scientifico. Citazioni astratte, incoerenti tra loro, non storicizzate: morale, un invito alla retorica. "Mussolini è un oggetto storico, nessuno scandalo nel far lavorare gli studenti su un suo testo", concede Claudio Pavone, storico della Resistenza, ma subito accusa: "mi pare orribile però che si sia scelta una citazione che, tagliata in quel modo, può persino apparire seducente".
Eppure è un brano del famigerato discorso con cui Mussolini in Parlamento si assunse la responsabilità dell'omicidio Matteotti; ma uno studente particolarmente studioso lo poteva dedurre solo dalla data, 3 gennaio 1925. "Sì, ma chi non riesce a risalire a quel contesto storico di sopraffazione rischia di prendere per buona, perfino esaltante, la retorica strumentale con cui Mussolini usò il concetto di giovinezza. Accostare quella frase ad altre citazioni sotto un titolo generico, mi pare faccia parte di un certo modo pericoloso di depoliticizzare il fascismo".
Anche per Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e studioso dell'ideologia fascista, non c'è nessun problema a proporre citazioni del Duce, anzi: "Partire da Mussolini per un'analisi storica dell'uso del mito giovanilista nella cultura politica italiana mi sembra addirittura obbligatorio. È quella specifica citazione che trovo completamente sbagliata". Alternative? "Il Mussolini del '19, del fascismo nascente, dell'ideologia vitalista, del mito della giovinezza. Anzi, per dirla tutta, avrei trovato più stimolanti citazioni di leader politici giovani che parlano di giovani: Italo Balbo, Antonio Gramsci, Piero Gobetti... I personaggi scelti invece sono tutti leader anziani (uno, papa Wojtyla, non è neanche un leader in senso proprio) che parlano di gioventù da un'ottica di potere". Sbagliato soprattutto far parlare il Mussolini della crisi Matteotti: "Quello è il discorso con cui dà l'ultimo colpo alle libertà politiche in Italia, il tema della giovinezza è per lui ormai solo uno strumento retorico. La trovo una citazione fuorviante proprio rispetto alla traccia, per trattarla adeguatamente bisognerebbe partire non dai giovani ma dalla nascita di una dittatura. Anche ammesso che uno studente si ricordi il delitto Matteotti, il suo tema sarà comunque "fuori tema"".
Guido Crainz, autore di "Autobiografia di una repubblica", è della stessa idea: "Se uno studente è capace di inquadrare bene quel momento storico e decifrare la funzione retorica della frase di Mussolini, certo, va promosso col massimo dei voti. Ma mi pare già tanto se chi ha svolto questo tema è riuscito a distinguere i contesti storici delle affermazioni di Mussolini, Togliatti, Moro. In realtà io temo che tutto si riduca a un esercizio di divagazione, dove all'esaminando è richiesto semplicemente di parlare della sua personale idea di gioventù, pescando qualche appoggio in queste quattro frasi". Insomma, un tema "televisivo", è la conclusione, "da talk show a ruota libera. Un'altra conferma del modo in cui la scuola insegna la storia: come un eterno presente sul quale esercitare un po' di digressioni personali".
"Va bocciato chi ha escogitato una traccia così grottesca": il più severo di tutti è Giovanni De Luna, che divide i suoi interessi fra periodo fascista e dopoguerra. "Quattro citazioni messe assieme col manuale Cencelli, o la par condicio televisiva: il fascista, il comunista, il democristiano, il religioso, un tema bilanciato per quote proporzionali...". Scelti i quattro personaggi solo per ragioni di equilibrio, il confronto diventa astratto. Ma uno studente non deve saper contestualizzare? "Cavare qualcosa dall'accostamento tra quattro fenomeni storici lontani e così diversi uno dall'altro (l'avvio del totalitarismo, la ricostruzione postbellica, il dopo-'68 e i papa-boys) sarebbe arduo anche per uno storico. Per uno studente di liceo, temo resti solo la scappatoia della retorica".
«La Repubblica» del 23 giugno 2010

Quelle parole che grondano sangue

Ragazzi, che articolo ... Fazioso è un complimento per il caro Prosperi accecato da una traccia di maturità che - come è avvenuto solo un'altra unica volta nella storia della scuola - ha messo sullo stesso piano - sì, sullo stesso piano - Mussolini e Togliatti. Di quest'ultimo il caro Prosperi non dice una parola. Perché? Il caro Prosperi non sa neanche come funziona la prima prova scritta, visto che sulle foibe non è stato proposto un saggio breve (per cui sono previsti documenti), ma un tema, per il quale non sono previsti. Il povero studente può dire qualcosa, solo se lo ha studiato, ma, visto che le foibe sono un altro argomento tabù dell'editoria scolastica dichiaratamente schierata, (ti consiglio la lettura di un bell'articolo di C. Gatti e un resoconto della presenza dell'argomento nei libri più usati nelle scuole) il povero ragazzo non era assolutamente in grado di rispondere.
Ancora in relazione ai testi che segnala Prosperi, spicca Foibe di
Joze Pirjevec, che cancella quasi del tutto le indubitabili colpe dei comunisti (leggi una bella recensione), rifugiandosi dietro la solita storia: le foibe furono una reazione quasi naturale dopo anni di angherie del regime fascista. Come a dire che Hitler, uccidendo milioni di ebrei, non ha fatto altro che reagire al loro strapotere economico nella Germania dell'epoca ...

di Adriano Prosperi
Mussolini? Un leader, con gli altri, tra gli altri. Così appare in mezzo a un'insalata mista di statisti italiani e di papi nella traccia più politica fra tutte quelle proposte agli esami di maturità. La traccia ha il tema conduttore del "ruolo dei giovani nella storia e nella politica". E introduce brani di discorsi sotto il titolo "Parlano i leader". Che cosa è un leader, il vocabolario Zingarelli che ho sott'occhio lo spiega così: "Capo di un partito o di un movimento politico di indiscusso prestigio". Indiscusso il prestigio di Mussolini? La traccia è completata da una frase fra tutte celebre, più di tutte esecrabile nella storia di un regime nato da un delitto: è quella tratta dal discorso pronunciato da Mussolini il 3 gennaio 1925 alla Camera. Questo è il discorso del leader proposto alla riflessione e all'ammirazione dei giovani. E' proprio quello della pagina più cupa e più truce della storia italiana: la rivendicazione della responsabilità personale di Mussolini nell'assassinio di Matteotti. Fu il discorso di un capobanda, di colui che si dichiarò capo di un'organizzazione a delinquere.
Questo e non altro dicono le frasi selezionate dagli esperti del ministero. Ora, se questo è un leader di indiscusso prestigio, è inevitabile che dalla memoria del paese e dalle menti dei suoi giovani scompaia l'ombra nobilissima di Matteotti. Il suo nome evocava finora una delle presenze più sacre della storia e della politica italiana del '900. Quel nome riassumeva da solo le virtù politiche del leader degno di essere ammirato e ricordato in un paese dove le regole democratiche sono state reintrodotte solo al termine di un conflitto mondiale, al prezzo di infiniti sacrifici e dolori, riemergendo a fatica dall'abisso della vergogna e della corruzione di ogni ordine civile. Se ha senso l'esistenza di una scuola pubblica come palestra di trasmissione di valori e formazione di una maturità civile e politica, il nome di Matteotti è quello che emerge dal bilancio storico del '900 italiano come il più degno in assoluto di essere ricordato: ci sono frasi del suo discorso parlamentare che sono scolpite nei luoghi di memoria del paese e che gli garantiscono l'indiscusso ruolo di vero leader nella nostra storia politica. Su testi come quelli i giovani possono imparare a esercitare i loro diritti e doveri di cittadini nella repubblica democratica e costituzionale dove credevamo di vivere. In tempi in cui la corruzione degli ordinamenti pubblici e dei comportamenti privati deprime ogni voglia di partecipazione onesta alla cosa pubblica, si dovrebbe riproporre alla conoscenza delle giovani generazioni non l'assassino ma l'assassinato.
La pagina scritta da questa proposta rappresenta un salto di qualità nella storia della scuola pubblica italiana di cui sarebbe sbagliato non registrare l'importanza. Abbiamo lamentato finora che a questa scuola sia stato imposto un regime di tagli tali da avvilire in tutte le forme la figura dell'insegnante e da far sbiadire l'offerta della scuola pubblica come luogo germinale della coscienza civile. Ma oggi per la prima volta è stata data una sterzata netta immettendo tra i modelli di testi su cui da oggi in poi si eserciteranno preventivamente i candidati all'esame di maturità il più ignobile tra tutti i documenti della nostra storia.
Nelle tracce di storia si accosta un brano di Primo Levi a una domanda di riflessione storica sulla vicenda delle foibe. Si tratta di una proposta che si presenta sotto il segno di una complicata bilancia politica: su di un piatto la violenza dei lager nazisti, sull'altro la violenza dei partigiani comunisti. Che poi si possa fare un ottimo lavoro seguendo sul serio la traccia delle foibe è un altro discorso: sappiamo infatti quanto lavoro sia stato fatto dagli esperti su questo tema, seguendo sui tempi lunghi il filo conduttore della tragica storia dei nazionalismi scatenati al confine orientale d'Italia con la fine dell'Austria imperiale.
La letteratura sull'argomento è ricchissima: ma i nomi di studiosi come Enzo Collotti, Gianni Oliva, Joze Pirjevec (a sua cura il recentissimo Foibe, Einaudi 2009) sono rimasti al di fuori del mondo della scuola per la povertà delle biblioteche scolastiche e per la cancellazione di ogni forma di aggiornamento dei docenti: e forse sono ignorati dagli esperti anche perché sospetti di essere di sinistra. Di fatto la ricerca di un velo bi-partigiano e ambidestro qual è quello che copre le due tracce non è certo un "rappresentare tutta l'Italia". Misera Italia quella a cui si dà in pasto alla sinistra una pagina purchessia col nome del grandissimo, asciutto e severo testimone della Shoah; e si dà alla destra un colpo di grancassa sul tema che da tempo è il cavallo della propaganda contro gli eterni "comunisti" della maniacale ossessione berlusconiana.
«La Repubblica» del 23 giugno 2010

Ai temi della maturità quest’anno diamo 10

di Luigi Mascheroni
Con dieci anni di ritardo rispetto agli indicatori cronologici, la scuola italiana è entrata nel XXI secolo. Ragazzi, benvenuti nella post-maturità.
Forse senza saperlo, voi studentesse e studenti che ieri vi siete seduti nel banco per affrontare la prima prova dell’esame di Maturità 2010, avete avuto il privilegio di scrivere ben più di un semplice tema, ma in qualche modo la Storia. Quella di una Scuola che è cambiata. E che - fosse solo per il coraggio - merita dieci. In un Paese per moltissimi versi da bocciare, una promozione con il massimo dei voti.
Mollando un sonoro schiaffo morale al conformismo intellettuale e politico della sinistra, il ministero dell’Istruzione di un governo di destra quest’anno, nella scelta dei temi affidati agli studenti, ha dimostrato intelligenza, capacità di decisione e un’insolita - per il settore - apertura mentale. Dal punto di vista didattico, un’innovazione. Da un punto di vista culturale, una svolta.
L’esame di maturità, che non a caso sopravvive nelle paure, nelle attese, negli incubi e nei ricordi di ognuno di noi, immutato negli anni e oltre le generazioni, rappresenta non solo uno spartiacque della vita individuale, ma anche una trasformazione - tecnicamente si dice «riforma» - del modo di elaborare e trasmettere il «sapere» da parte di una collettività che si chiama nazione. Può sembrare un paradosso, ma contrariamente a quanto pensano molti intellettuali e diversi politici, l’esame di Stato al termine degli studi superiori è più importante per l’avanzamento della società e per il vivere civile che per la scuola in sé. Non è compiendo i 18 anni, ma passando l’esame di Maturità che un ragazzo diventa cittadino.
E da oggi, forse, avremo cittadini migliori.
Inserire, fra le tracce della prova scritta di Italiano, un momento «scomodo» e «nuovo» come le foibe; o una questione filosofica-scientifica sulla vita nell’Universo che mette faccia a faccia fisica e metafisica; o scegliendo, per il tema sul ruolo dei giovani nella politica, anche testi di Benito Mussolini e Palmiro Togliatti; o addirittura azzardare, in ambito socio-economico, un approccio anti-utilitaristico al concetto di felicità, significa da parte del ministero della Pubblica istruzione avere coraggio. Ma soprattutto aver voglia di cambiare.
Forse questi non saranno, come ha già detto qualcuno, i temi migliori di sempre della Maturità. Ma di certo sono i più «moderni». Delle tracce - appunto - che lasceranno il segno.
Tracce che manifestano apertura mentale, e dimostrano la capacità di uscire da vecchi schemi didattici e ideologici, già bocciati dalla Storia, che hanno imperversato nella nostra Scuola per decenni, ammuffiti nelle circolari e nei programmi ministeriali.
Tracce che spazzato via il conformismo intellettuale dell’intellighenzia e dei baroni, sopravvissuto molto più a lungo del necessario ai decenni rossi dell’egemonia culturale della sinistra, comunista e post-comunista.
Tracce che scavalcano i provincialismi e le paure di una Scuola a lungo mummificata nelle vulgate storiografiche e nei tabù ideologici.
Proporre alle nuove generazioni una riflessione sulla questione delle foibe o un discorso del Duce o l’eventualità di una vita aliena e persino - proprio oggi! - una opzione non-materialista alla ricerca della felicità, significa non solo essere meno faziosi e meno scontati. Vuol dire essere più moderni e più vicini alla società.
E proprio il fatto che un sociologo esperto di «trasformismi» come Sabino Acquaviva - uno che insegnava all’Università di Trento nel ’68 e oggi pubblica nella collana Farefuturo di Marsilio - sostenga che i temi della Maturità non colgono i cambiamenti in atto nella civiltà, dimostra che la società italiana, dopo tanti silenzi e tanti chiacchiere vuote, ha voglia di discutere i temi che i nostri studenti si sono ritrovati ieri sul loro banco.
Siamo esattamente dentro la Storia, non fuori. Proponendo Levi e le foibe si tenta di educare i nostri ragazzi a pensare, nel 150° anniversario dell’Unità, a un’Italia senza divisioni né odii. Proponendo un’idea di felicità che vada oltre i beni materiali, indichiamo loro un punto di vista «altro» rispetto all’attuale crisi economica mondiale; proponendo i discorsi di leader «eretici», da Mussolini a Togliatti, fino a papa Wojtyla, li prepariamo ad abbattere gli steccati ideologici di ieri, portandoli dentro la politica di oggi.
Certo. Dettare ai ragazzi dei buoni titoli per un tema, non significa automaticamente ritrovarsi in mano sei ore dopo un capolavoro letterario o filosofico. Gli studenti che hanno fatto la maturità ieri mattina sono esattamente gli stessi di ieri l’altro. Ma la Scuola, che notoriamente ragiona in termini di anni e non di ore, da oggi è un po’ diversa. Più moderna. Più libera. E più matura.
«Il Giornale» del 23 giugno 2010

Passarsi il compito alla maturità è un diritto sentimentale e civile

Astenersi intercettatori e sbirri
di Annalena Benini
L’ultima minaccia, per tentare di non far copiare all’esame di maturità, è stata: “Attenti, la Polizia Postale vi intercetta”. Una preside di liceo classico romano, consapevole del fatto che gli studenti possiedono in media otto telefonini a testa ed è impossibile sequestrarli tutti (ne resterebbe sempre qualcuno, a forma di temperino o di gomma per cancellare, con cui collegarsi a Internet, ricevere per e-mail il compito dai genitori a casa, noleggiare uno storico per farsi scrivere il tema sulle Foibe), ha tentato la carta dell’attualità: lo spionaggio delle conversazioni, la possibilità che tutti scoprano non solo che il ragazzo ha copiato Primo Levi da Internet, ma soprattutto gli improperi contro la commissione d’esame, le considerazioni estetiche sull’anziana professoressa di matematica, i commenti sulla compagna secchiona che non passa una versione neanche a morire, le conversazioni erotiche con la fidanzata del migliore amico.
Qui ci si appella al diritto alla privacy per tutti i maturandi: la libertà, la dignità e la segretezza della corrispondenza sono costituzionalmente garantite e devono restarlo anche con un cellulare nascosto la notte prima degli esami dietro la mattonella del bagno delle ragazze. La Polizia Postale si limiti a navigare nei forum on line alla ricerca delle prove vere o false di maturità, tanto le possibilità di copiare sono infinite (una volta erano fotocopie rimpicciolite dentro le scarpe, bigliettini scritti fitti fitti che solo la forza della disperazione riusciva a decifrare, adesso ci sono geniali biro con videocamera inclusa: scusa me la presti un attimo? il compagno bravo e generoso filma il proprio compito, poi la ripassa all’amico, a cui basta guardare il video fingendo di rigirarsi pensieroso la penna fra le mani). In “Tutti pazzi per amore 2” il presidente di commissione è Dario Argento, e viene chiamato Ugolino (“la bocca sollevò dal fiero pasto”), è il più cattivo docente mai esistito, quando arriva il cielo si oscura: gli studenti sono spacciati, allora la professoressa, normalmente arcigna, fa gli occhi dolci a Ugolino per distrarlo, riesce a portarlo fuori dall’aula e prima di chiudere la porta bisbiglia: “Copiate, è la vostra unica possibilità!”.
Copiare non è in discussione, anche quando si ha studiato e si è in grado di farcela da soli, anche quando esce proprio il tema che si sperava, tentare di copiare e di far copiare è parte del rito sentimentale della fine del liceo, come le lacrime quando finisce tutto, lo zaino lanciato in aria, le promesse di rivedersi presto e gli abbracci al professore detestato fino a una settimana prima, come la più lunga e bella estate della vita, che è qui che aspetta di cominciare. Intercettare telefoni di maturandi che cercano notizie su D’Annunzio sarebbe eccessivo e inutile, perché gli studenti, più svegli dei soliti logorroici che al telefono regrediscono, si eccitano e raccontano qualunque cosa, troveranno un modo tecnologico per mettersi in salvo e copiare lo stesso.
«Il Foglio» del 23 giugno 2010

22 giugno 2010

«Maturità è tutto» e allora andiamo alla vita

La scuola, la pelle, l'identità
di Alessandro D'Avenia
Dopo 13 anni di scuola Mattia è arrivato al punto: la maturità. Ha 18 anni, Mattia. Anagraficamente è maturo, la carta di identità lo afferma: quel diciottenne ha il diritto di guidare, votare, andarsene di casa (se vuole). Rimane un rito di passaggio tutto italiano: l’esame di maturità. Mattia sotto sotto se lo chiede: sono io maturo? La prof di inglese (brava lei, che crede alla letteratura, alle parole) l’ultimo giorno di scuola ha seminato il dubbio, ricordando le parole del King Lear: «L’uomo deve aspettare con pazienza / il suo momento di uscire dal mondo, /come aspetta il momento per entrarci. / Maturità è tutto (Ripeness is all). Andiamo, via!».
La prof ha detto che in questi versi il termine «maturità» (ripeness), significa sia «maturazione» sia «l’essere pronti». Nella traduzione si perde il doppio valore: punto di arrivo parziale e dinamismo continuo che rende vigili e pronti a rispondere al reale. Mattia si chiede se è maturo, se è pronto: non preparato solo per l’esame, ma pronto alla vita, alla storia unica e irripetibile che è venuto a raccontare. Tutti ce lo siamo chiesti, di là dal mutare delle forme della prova. Tutti infatti ci sorprendiamo a sognare regolarmente l’esame di maturità: come ogni rito di passaggio vero, emerge nei nostri incubi, che tentano di integrare i dubbi che abbiamo (avuto) su noi stessi.
Sono pronto per entrare nel mondo? In altre parole Mattia si sta chiedendo se gli adulti, con i quali ha avuto a che fare per 13 anni a scuola, lo abbiano reso pronto. Se «maturità è tutto», Mattia controlla lo zaino di cui 13 anni di scuola lo hanno dotato e si chiede se è pronto a intraprendere la strada della vita con vera autonomia, libertà, identità o se invece ad aggirarsi per le strade del mondo sarà una personalità fragile il cui orizzonte di senso è ancora tutto da concepire e quindi deciso da mode e pressioni culturali. Cosa significa essere maturo, cosa significa essere pronto? Tutti noi vogliamo avere amici e compagni di vita «profondi» e non «superficiali»: l’uomo metaforicamente concepito sembra avere strati di profondità.
Ecco cosa è la maturità, Mattia: avere attivato in questi 13 anni gli strati più profondi della tua identità e avere maturato la capacità di affrontare tutte le situazioni con lo strato della tua identità adeguato. La tua vita intima Mattia non si evolve e decade come il corpo, semplicemente si approfondisce, si sveglia o si risveglia a qualsiasi età. Pavese scriveva che «la maturità è questo: non più cercare fuori ma lasciare che parli col suo ritmo, che solo conta, la vita intima». Se non è accaduto, Mattia, sei rimasto superficiale e la vita ti abbatterà regolarmente. Perché la vita vuole risposte. Se la tua identità non si è radicata nel profondo e non scaturisce dal profondo, Mattia, userai la pelle per rispondere ai richiami della realtà. Ma la pelle non basta. Si sfalda a contatto con la realtà. Solo lo spirito, forte e permeabile allo stesso tempo, non si sfalda.
Mattia allora si siede su quella dannata sedia rituale e guarda i suoi esaminatori e chiede loro: siete stati voi maturi a rendermi maturo? Sapete voi chi siete e cosa fate al mondo? Mi avete inserito consapevolmente nella narrazione che la storia ha costruito attorno a me? Non è questione di prendere 60, 80 o 100. Ci sono persone il cui esame di maturità verrà ricordato negli annali, che non sanno chi sono; altri passano per miracolo, ma usciti dalle mura di scuola trovano sé stessi, perché sanno chi sono e cosa vogliono.
La vita ha le sue contingenze e le sue forme più o meno adeguate alla sorprendente varietà delle esistenze. Solo chi si possiede può donarsi al mondo. La maturità è possedersi, cioè avere accettato il compito che è la propria vita ed essere pronti ad affrontare il reale con le antenne giuste per andare a caccia delle uniche tre cose che rendono la vita piena e felice, anche se faticosa: il bene, la verità, la bellezza. Mattia, «Maturità è tutto, andiamo via». O meglio andiamo dentro, all’esame. Alla vita.
«Avvenire» del 22 giugno 2010

Alti e bassi dell'economia della felicità

Eurostat: anche se il reddito cresce tanto, la soddisfazione media resta stabile nel tempo
di Mauro Maggioni e Michele Pellizzari
Recentemente, grazie alla disponibilità di informazioni raccolte da sociologi e psicologi, alcuni economisti si sono interessati a studiare e comparare il benessere e la felicità degli individui. Uno dei risultati più interessanti che emerge dalle (poche) ricerche economiche sulla felicità rivela che nel lungo periodo mentre il reddito pro capite aumentava costantemente, la felicità è rimasta sostanzialmente invariata. I dati provengono dalle indagini Eurostat-Eurobarometro in cui si chiede: ''Nel complesso, considera la sua vita molto soddisfacente, abbastanza soddisfacente, non molto soddisfacente o per niente soddisfacente?''.
Le risposte sono ordinate da 1 a 4 (1: per niente soddisfacente; 4: molto soddisfacente) e coprono il periodo dal 1975 al 1992. Nonostante le molte oscillazioni, la soddisfazione media riportata dagli europei era, nel 1992, praticamente allo stesso livello di 20 anni prima, a fronte di un considerevole aumento del reddito pro capite nello stesso periodo. Risultati molto simili si ottengono anche per gli Stati Uniti. Questi dati sollevano naturalmente molti dubbi sulla loro qualità e tuttavia, senza entrare nel dettaglio, numerosi studi provenienti da altre discipline come la psicologia e la neurologia ne supportano l'attendibilità. Citiamo solo la critica che a noi pare più comune e che si potrebbe formulare come segue: in realtà ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può realisticamente ottenere, di conseguenza oggi siamo effettivamente più felici di 20 anni fa ma non ci riteniamo tali perche' le nostre aspettative sono cambiate, migliorate, e desideriamo sempre di più. Esistono diverse risposte a questa critica. In primo luogo, se così fosse, almeno persone nate negli stessi anni dovrebbero mostrare una crescita nel tempo della felicità riportata soggettivamente. I dati mostrano invece che, anche suddividendo il campione per coorti di nascita, la felicità riportata non cresce significativamente nel tempo. Inoltre, misure meno soggettive del benessere, come la percentuale di persone affette da depressione o il numero di suicidi, seguono andamenti molto simili alle risposte soggettive sulla felicità e sulla soddisfazione. Ma allora cosa ci rende felici? Studi che confrontano felicità e soddisfazione di persone simili indicano, con tutte le riserve del caso, che sono molte le fonti di felicità e infelicità: gli occupati sono molto più felici dei disoccupati, la sicurezza del posto di lavoro rende meno stressati e più felici, chi ha una famiglia stabile è più felice dei separati/divorziati, ma anche vivere in una città con poca povertà e poche disuguaglianze sembra rendere più felici. I soldi non danno la felicità? Forse è proprio così.
* ricercatori presso la Fondazione Rodolfo Debenedetti
«La Stampa» del 15 maggio 2003

Foibe, la traccia che fa discutere la politica

Polverini e Alemanno: "Segnale positivo". Gli amministratori del Friuli esultano: "Fatto straordinario: riportata alla luce una pagina occultata della nostra storia". Soddisfazioni da parte delle associazioni studentesche di destra e critiche invece da quelle antifasciste
s. i. a.
La traccia sulle foibe fa discutere anche la politica. Soddisfazione dal centrodestra che corona una battaglia contro la rimozione storica durata decenni. Critiche invece le associazioni antifasciste.

Esulta la destra. Renata Polverini: "È un segnale importante per i nostri giovani perchè siano partecipi di una memoria sempre più condivisa di una pagina dolorosa della nostra storia che la Regione Lazio celebra dal 2003, quando la precedente amministrazione di centrodestra istituì la Giornata in ricordo delle foibe". Anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ha commentato le tracce: "È un fatto molto positivo che si sia scelto un tema sulle Foibe. Questo contribuisce al fatto che le Foibe non appartengano ad una memoria separata ma ad una condivisa da parte di tutto il popolo italiano". "La destra italiana è fiera di aver contribuito, attraverso una pluridecennale battaglia di controinformazione e migliaia di mobilitazioni solitarie sul tema delle Foibe e dell’esodo italiano dall’Istria e dalla Dalmazia, a creare una vera e propria coscienza nazionale su quei giorni drammatici e troppo a lungo dimenticati, che oggi si traducono nel titolo di in un tema per gli esami di maturità». È quanto dichiara il deputato del Pdl e membro della commissione Cultura, Fabio Rampelli.

"Fatta la storia". Positivi anche i commenti delle opposizioni: "Oggi la scuola italiana ha scritto una pagina storica", dice il parlamentare Angelo Compagnon, segretario regionale Udc del Friuli Venezia-Giulia. Il deputato del Pd Ettore Rosato: "Una traccia di impegnativo valore simbolico ma sicuramente anche una prova difficile per gli studenti che hanno deciso di cimentarvisi. È bene che i nostri figli possano leggere tutte le pagine della storia italiana e il tema proposto ai maturandi è nello spirito della legge istitutiva del Giorno del ricordo, che appartiene a tutti. Guardiamo con serenità e senza trionfalismi all’ingresso delle tragedie del confine orientale nel quotidiano lavoro di docenti e studenti - ha concluso Rosato - consapevoli che ad essi è affidato il compito di costruire la memoria collettiva del Paese".

Azione Studentesca. La scelta di inserire quest’anno tra le tracce della Maturità il tema sulle foibe "è un evidente segnale positivo per tutta la nostra generazione". Lo afferma Azione studentesca ricordando di essere da anni impegnata per far sì che le foibe diventino un capitolo di storia contemporanea discusso tra i banchi di scuola. "L’approvazione della Legge del 2004, che istituisce la Giornata del Ricordo e ora la scelta di inserirlo tra i temi dell’esame di stato, rappresentano un primo passo - osserva il responsabile nazione dell’associazione studentesca Michele Pigliucci - per la costituzione della memoria nazionale condivisa, che certamente trova nella scuola il primario luogo per la sua formazione. La questione delle foibe stata per anni considerata marginale e faziosa, perchè la maggior parte della nostra classe docente è abituata a leggere la Storia in chiave ideologica".

La soddisfazione del territorio. "Straordinario". Così il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, definisce l’inserimento nelle tracce per la maturità di un tema di italiano dedicato alle foibe. "Il fatto che se ne possa parlare tranquillamente, vuol dire che il paese ha fatto un grande passo avanti", afferma il primo cittadino. "Del ’900 dobbiamo parlare come fatti storici e non delle rivalità. Finalmente è stata superata quella contrapposizione ed ora - prosegue Dipiazza- pensiamo allo sviluppo". "Cade ufficialmente il tabù foibe nelle scuole italiane dopo decenni di reticenze, rimozioni e falsificazioni alimentate dai libri di testo e, in taluni casi, da docenti faziosi" è invece il commento del presidente della Provincia di Pordenone, Alessandro Ciriani. "La Provincia di Pordenone - continua Ciriani - ha dato il suo piccolo contributo a questo grande risultato: in occasione del Giorno del Ricordo, celebrato con gli studenti, abbiamo distribuito alle scuole del territorio una preziosa pubblicazione firmata da storici e sopravvissuti per commemorare le foibe e l’esodo, invitando professori e dirigenti scolastici a discuterne in classe".

Antifascisti critici. "Le Foibe sono state la risposta - che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta - alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato fascista italiano aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone". Lo ha detto oggi il Comitato antifascista di Trieste: "È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di sterminio - ha aggiunto il Comitato - ma semmai di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi". Infine l'affondo "Ricordiamo che dopo il 1945 l’Italia ’nata dalla Resistenzà non processò mai propri criminali di guerra per gli eccidi, le rappresaglie con deportazioni di civili e distruzioni di interi villaggi, compiuti in Jugoslavia, Albania, Grecia, Africa".
«Il Giornale» del 22 giugno 2010

EdS 2010: funzione, scopi e usi della musica (tema di ordine generale)

La musica — diceva Aristotele (filosofo greco del IV sec. a.C.) — non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.
Il candidato si soffermi sulla funzione, sugli scopi e sugli usi della musica nella società contemporanea.
Se lo ritiene opportuno, può fare riferimento anche a sue personali esperienze di pratica e/o di ascolto musicale.

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La funzione della musica: regolare il nostro tempo e le nostre emozioni
Siamo immersi nelle note. Ma è importante che ognuno scelga le proprie, per poterne ricavare educazione, piacere e «catarsi»
di Armando Torno
Il nostro mondo è permeato di musica. Lo è infinitamente di più di quello in cui vivevano Aristotele o i grandi pensatori del mondo moderno. Il rapporto che abbiamo oggi con le note è continuo, incessante: un certo motivo aiuta la vendita di un prodotto pubblicitario, una particolare armonia ricorda una storia d’amore che ha trionfato sugli schermi, una canzone rimanda a un festival o a un tormentone estivo. Sovente sembra quasi che non sia la musica ma il rumore il sottofondo della nostra vita, come dimostrano i suoni delle «vuvzelas» che sono diventati, con sorpresa e fastidio dei più, la caratteristica dei mondiali di calcio del Sud Africa. Le riflessioni di Aristotele si basavano, dopo un’attenta analisi del mito di Orfeo, su una musica ascoltata direttamente, durante la recita di una tragedia o grazie alle esecuzioni dei suonatori a feste, convivi o cerimonie.
Sino alla riproduzione meccanica del suono, che avvenne poco più di un secolo fa, la musica si doveva cercare. Oggi accade il contrario: siamo raggiunti ovunque dalle note. Anzi, a volte non riusciamo a liberarcene, a evitarle. Chiedersi quali siano funzioni, scopi e usi della musica nella società contemporanea non è cosa semplice, perché essa è diventata la regolatrice del tempo che utilizziamo e una componente essenziale delle nostre emozioni. Per questo un buon motivo musicale aiuta la vendita dei prodotti e promuove l’immagine; per la medesima ragione la nostra giornata è cadenzata da alcune musiche, anche se non ce ne accorgiamo. A volte è la musichetta che ci saluta allo squillo del telefonino o nell’accensione del computer, altre volte precede le notizie di radio e Tv, altre volte ancora è il sottofondo che ascoltiamo inconsciamente al supermercato, in un’attesa di chiamata, al ristorante o al bar. Ormai è diventata immagine. Tutte cose che Aristotele sembra quasi aver previsto. Si era sbagliato soltanto sulla quantità.
Ma, per tornare al nostro mondo, occorre aggiungere che la musica, come tutte le componenti della vita, ha bisogno di riflessione per essere capita. Non c’entra il genere. In essa c’è sempre un messaggio che dobbiamo mettere in comunicazione con il nostro spirito, si tratti di un motivetto o di note dure del rock più aggressivo, di un’aria lirica di Verdi o di una cantata di Johann Sebastian Bach. La musica parla immediatamente al nostro cuore e quindi entra in noi attraverso vie privilegiate: per questo è importante sceglierla a seconda di ciò che desideriamo. Forse il problema dell’uomo contemporaneo è quello di ritrovare una sua armonia, quindi una sua musica, e non di essere un soggetto passivo.
Soltanto scegliendo le «nostre» note ne ricaveremo educazione, piacere, nonché quella catarsi di cui parlava Aristotele, e anche una difesa contro tutto quello che consideriamo rumore. Ho conosciuto un avvocato penalista che per trovare le parole adatte da utilizzare nelle cause più difficili passava ore con le sinfonie di Mozart. Shakespeare raccomanda di diffidare da coloro che non ascoltano le dolci armonie dei suoni, giacché sono pronti all’inganno e alla rapina. Nietzsche riteneva che senza la musica la vita sarebbe un errore. Aristotele, appunto, ne consigliava la pratica per più fini. Forse non bisogna dimenticarsi che Beethoven, in un’epoca nella quale si udivano ancora i suoni delle campane e i rumori naturali e non meccanici del mondo, ha scritto che «la musica è al di sopra di ogni filosofia».
«Corriere della Sera» del 22 giugno 2010

Finalmente un tema che consente ai ragazzi di «alzare gli occhi al cielo»

Le intelligenze extraterrestri, un banco di prova per la nostra mente. Ma parlare di UFO banalizza il discorso
di Giovanni Caprara
Finalmente anche il tema della maturità alza gli occhi al cielo scoprendo interrogativi che ci sollevano da un tradizionalismo culturale odoroso di vecchio e fuori tempo. Ma in realtà la domanda «Siamo soli?», alla quale per chiarezza e completezza io avrei aggiunto «nell’Universo», ce la portiamo nel cuore e nella mente da sempre, da quando i nostri antenati guardavano impauriti le stelle nelle notti buie, costruendo intorno ad esse mitiche storie per esorcizzare pensieri senza risposta. Anche oggi non è cambiato molto, nonostante la scienza tenti spiegazioni. I mezzi sono ancora troppo limitati. Ma al di là del trovare indizi è giusto occuparsene e ragionare su quegli aspetti che Kant oppure Hawking scandagliano bene. Il celebre astrofisico britannico fa emergere il significato dell’intelligenza che la nostra cultura spesso semplifica in modo rozzo, intollerante dell’idea che esistano tante diverse intelligenze. Oppure Davies che vede la ricerca di intelligenze extraterrestri come un banco di prova per la nostra mente e la nostra coscienza.
Ma come tutti gli autori dicono o lasciano intendere, porsi la domanda su altri esseri nel cosmo significa guardare di più in noi stessi, esercitare un confronto e considerare due aspetti importanti. Il primo è quello di accettare la nostra marginalità in un mondo popolato da miliardi di galassie, aiutandoci forse a conquistare un po’ di umiltà. Il secondo aspetto è che esalta il valore dell’uomo, della sua potenza attraverso l’intelligenza capace di indagare i grandi misteri dell’universo. La cultura scolastica è ancora carente davanti a queste prospettive, e simili discussioni aiutano ad aprire e a far crescere la nostra mente.
Non sono d’accordo, invece, sulla formulazione del secondo riferimento, non tanto nel contenuto quanto nella presentazione. Usare il termine UFO significa alterare i grandi significati proposti. E infatti i commenti radiofonici di oggi spesso giocano e traducono tutto nel «tema degli UFO», inteso più come omini verdi e marziani. In una cultura popolare così facile nel lasciarsi andare all’irrazionale e al superficiale, l’uso di questo termine diventa una chiave per orientare verso la banalizzazione del discorso. E’ solo una questione di termini, ripeto; ma le parole accendono pensieri, e possono essere cattivi.
«Corriere della Sera» del 22 giugno 2010

EdS 2010: Siamo soli? (saggio di ambito tecnico-scientifico)

DOCUMENTI
«Alla fine del Novecento la ricerca dell’origine della vita sulla Terra era pronta a riprendere il cammino, ora pienamente integrata fra gli obiettivi dell’esobiologia [= Studio della comparsa e dell’evoluzione della vita fuori del nostro pianeta], con un piccolo gruppo di biologi che continuavano a perseguire entusiasticamente la ricerca dell’universalità e uno status di pari dignità con le scienze fisiche che una biologia universale avrebbe portato con sé. In questa ricerca, però, essi si sarebbero dovuti scontrare con i biologi evoluzionisti, molto pessimisti sulla morfologia, se non sulla stessa esistenza degli extraterrestri, che smorzavano, quindi, le aspirazioni di chi cercava di estendere i principi della biologia terrestre, con tanta fatica conquistati, all’universo nel suo complesso o di incorporare tali principi in una biologia più generale»
Steven J. DICK, Vita nel cosmo. Esistono gli extraterrestri?, Milano 2002 (ed. originale 1998)

«Gli UFO: visitatori non invitati? In conseguenza delle pressioni dell’opinione pubblica, negli anni passati, furono condotte diverse indagini sugli UFO soprattutto da parte dell’aeronautica americana, per appurare la natura del fenomeno. [...] La percentuale, tra i presunti avvistamenti dei casi per i quali non è stato possibile addivenire a una spiegazione, allo stato attuale delle nostre conoscenze, è molto bassa, esattamente intorno al 1,5 - 2%. Questa piccola percentuale potrebbe essere attribuita in gran parte a suggestioni o visioni, che certamente esistono. [...] Sono numerose le ipotesi che possono spiegare la natura degli UFO. Si potrebbe, per esempio, pensare che all’origine di un certo numero di avvistamenti vi siano, in realtà, fenomeni geofisici ancora poco conosciuti, oppure velivoli sperimentali segreti, senza tuttavia escludere del tutto la natura extraterrestre. La verità è che noi non possiamo spiegare tutto con la razionalità e le conoscenze. [...] A quanto sembra, logica e metodo scientifico non sembrano efficaci nello studio degli UFO per i quali qualsiasi spiegazione è insoddisfacente e/o troppo azzardata».
Pippo BATTAGLIA -Walter FERRERI, C’è vita nell’Universo? La scienza e la ricerca di altre civiltà, Torino 2008

«Se fosse possibile assodare la questione mediante una qualche esperienza, io sarei pronto a scommettere tutti i miei averi, che almeno in uno dei pianeti che noi vediamo vi siano degli abitanti. Secondo me, perciò, il fatto che anche in altri mondi vi siano abitanti non è semplicemente oggetto di opinione, bensì di una salda fede (sull’esattezza di tale credenza, io arrischierei infatti molti vantaggi della vita)».
Immanuel KANT, Critica della ragione pura, Riga 1787 (1a ed. 1781)

«Come si spiega dunque la mancanza di visitatori extraterrestri? È possibile che là, tra le stelle, vi sia una specie progredita che sa che esistiamo, ma ci lascia cuocere nel nostro brodo primitivo. Però è difficile che abbia tanti riguardi verso una forma di vita inferiore: forse che noi ci preoccupiamo di quanti insetti o lombrichi schiacciamo sotto i piedi? Una spiegazione più plausibile è che vi siano scarsissime probabilità che la vita si sviluppi su altri pianeti o che, sviluppatasi, diventi intelligente. Poiché ci definiamo intelligenti, anche se forse con motivi poco fondati, noi tentiamo di considerare l’intelligenza una conseguenza inevitabile dell’evoluzione, invece è discutibile che sia così. I batteri se la cavano benissimo senza e ci sopravviveranno se la nostra cosiddetta intelligenza ci indurrà ad autodistruggerci in una guerra nucleare. [...] Lo scenario futuro non somiglierà a quello consolante definito da STAR TRECK, di un universo popolato da molte specie di umanoidi, con una scienza ed una tecnologia avanzate ma fondamentalmente statiche. Credo che invece saremo soli e che incrementeremo molto, e molto in fretta, la complessità biologica ed elettronica».
Stephen HAWKING, L’universo in un guscio di noce, Milano 2010 (ed. originale 2001)

«La coscienza, lungi dall’essere un incidente insignificante, è un tratto fondamentale dell’universo, un prodotto naturale del funzionamento delle leggi della natura, alle quali è collegata in modo profondo e ancora misterioso. Ci tengo a ripeterlo: non sto dicendo che l’Homo sapiens in quanto specie sia inscritto nelle leggi della natura; il mondo non è stato creato per noi, non siamo al centro del creato, né ne siamo la cosa più significativa. Ma questo non vuol dire neanche che siamo completamente privi di significato! Una delle cose più deprimenti degli ultimi tre secoli di scienza è il modo in cui si è cercato di emarginare, rendere insignificanti, gli esseri umani, e quindi alienarli dall’universo in cui vivono. Io sono convinto che abbiamo un posto nell’universo, non un posto centrale, ma comunque una posizione significativa. […] Se questo modo di vedere le cose è giusto, se la coscienza è un fenomeno basilare che fa parte del funzionamento delle leggi dell’universo, possiamo supporre che sia emersa anche altrove. La ricerca di esseri alieni può dunque essere vista come un modo per mettere alla prova l’ipotesi che viviamo in un universo che non solo è in evoluzione, come dimostra l’emergere della vita e della coscienza dal caos primordiale, ma in cui la mente svolge un ruolo fondamentale. A mio avviso la conseguenza più importante della scoperta di forme di vita extraterrestri sarebbe quella di restituire agli esseri umani un po’ di quella dignità di cui la scienza li ha derubati».
Paul C.W. DAVIES, Siamo soli? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre, Roma-Bari 1998 (1a ed. 1994)

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Postato il 22 giugno 2010

Da Mussolini a Moro, il valore della gioventù in politica: una «linfa vitale»

Ma oggi i giovani scelgono strade diverse per affermare la propria identità. E la politica rischia la gerontocrazia
di Pierluigi Battista
Pur appartenendo a generazioni diverse e forti di orientamenti culturali decisamente divergenti tra loro, Mussolini, Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II consideravano tutti la gioventù «una linfa vitale», una fonte di rigenerazione e di rinnovamento dell’impegno politico, sociale e morale. Le parole di Mussolini fanno parte del drammatico discorso in Parlamento con cui il fascismo, dopo la crisi apertasi con l’assassino di Matteotti, si consolidava come «regime» e diventava compiutamente una dittatura: ma Mussolini non aveva alcun dubbio di interpretare gli ideali della «gioventù» in politica. Togliatti sembrava invece animato da una tentazione pedagogica, dalla necessità per il suo partito di trasmettere insegnamenti etici e politici ai giovani che si avvicinavano ad esso. Moro pronunciò quelle parole nel ’69, a ridosso della contestazione giovanile del Sessantotto, per segnalare i pericoli che la politica, chiusa ai fermenti giovanili, potesse avvizzirsi e non ricevere più l’ossigeno del rinnovamento: i giovani, diceva, rappresentano una «necessità vitale».
Giovanni Paolo II confidava invece sulla capacità di «discernimento» dei giovani, sulla possibilità di rinnovare la tradizione senza però distruggerne le basi e spezzare il valore di un’eredità da non rigettare in blocco. Dalla diversità delle parole dei quattro protagonisti menzionati nella traccia traspare la comune considerazione positiva del valore della gioventù (a differenza di Croce, che la ridimensionava a uno stato di minorità in preparazione dell’unica vita vera: quella adulta).
Ma alla «gioventù» nella politica vengono assegnati ruoli storici molto diversi. E del resto lo stesso concetto di «gioventù», concetto di conio relativamente recente nella storia del pensiero e della sensibilità occidentali, appare vago e impreciso. Anagraficamente, la gioventù comprende oggi molti più anni di ieri. Inoltre, sembra che i giovani abbiano scelto, per affermarsi e affermare la propria identità socio-culturale, altre strade rispetto alla politica. Con il risultato che la politica tende a invecchiare. E talvolta, come purtroppo in Italia, a trasformarsi in gerontocrazia. Perdendo, inesorabilmente, parte di una necessaria «linfa vitale».
«Corriere della sera» del 22 giugno 2010

EdS 2010: Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader (saggio di ambito storico-politico)

DOCUMENTI
«Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (Vivissimi e reiterati applausi — Molte voci: Tutti con voi! Tutti con voi!) Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda; se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi e prolungati applausi — Molte voci: Tutti con voi!)»
Benito MUSSOLINI, Discorso del 3 gennaio 1925 (da Atti Parlamentari – Camera dei Deputati – Legislatura XXVII – 1a sessione – Discussioni – Tornata del 3 gennaio 1925 Dichiarazioni del Presidente del Consiglio)

«Diciamo le cose come stanno. I giovani che vengono al nostro partito devono essere stabilmente conquistati ai grandi ideali del socialismo e del comunismo, se non vogliamo che essi rimangano dei «pratici», o, peggio, dei politicanti. Essi devono acquistare la certezza – volevo dire la fede – che l’avvenire e la salvezza della società umana sta nella sua trasformazione socialista e comunista, e questa certezza deve sorreggerli, guidarli, illuminarli in tutto il lavoro pratico quotidiano. […] Quanto alle grandi masse della gioventù, quello cui noi aspiriamo è di dare un potente contributo positivo per far loro superare la crisi profonda in cui si dibattono. Non desideriamo affatto staccare i giovani dai tradizionali ideali morali e anche religiosi. Prima di tutto, però, vogliamo aiutarli a comprendere come si svolgono le cose nel mondo, a comprendere il perché delle lotte politiche e sociali che si svolgono nel nostro paese e sulla scena mondiale, e quindi il perché delle sciagure della nostra patria e della triste sorte odierna della sua gioventù. Tutto questo non si capisce, però, se non si riesce ad afferrare che quello a cui noi assistiamo da due o tre decenni non è che la faticosa gestazione di un mondo nuovo, del mondo socialista, che si compie suscitando la resistenza accanita di un mondo di disordine, di sfruttamento, di violenza e di corruzione, il quale però è inesorabilmente condannato a sparire».
Palmiro TOGLIATTI, Discorso alla conferenza nazionale giovanile del PCI, Roma, 22-24 maggio 1947 (da P. TOGLIATTI, Discorsi ai giovani, Prefazione di E. Berlinguer, Roma 1971)
«Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana, e si pone come un limite invalicabile le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme di vita comunitaria. I giovani e i lavoratori conducono questo movimento e sono primi a voler fermamente un mutamento delle strutture politiche ed un rispettoso distacco; i giovani chiedono un vero ordine nuovo, una vita sociale che non soffochi ma offra liberi spazi, una prospettiva politica non conservatrice o meramente stabilizzatrice, la lievitazione di valori umani. Una tale società non può essere creata senza l’attiva presenza, in una posizione veramente influente, di coloro per i quali il passato è passato e che sono completamente aperti verso l’avvenire. La richiesta di innovazione comporta naturalmente la richiesta di partecipazione. Essa è rivolta agli altri, ma anche e soprattutto a se stessi: non è solo una rivendicazione, ma anche un dovere e una assunzione di responsabilità. L’immissione della linfa vitale dell’entusiasmo, dell’impegno, del rifiuto dell’esistente, propri dei giovani, nella società, nei partiti, nello Stato, è una necessità vitale, condizione dell’equilibrio e della pace sociale nei termini nuovi ed aperti nei quali in una fase evolutiva essi possono essere concepiti.»
Aldo MORO, Discorso all’XI Congresso Nazionale della DC, 29 giugno 1969 (da A. MORO, Scritti e discorsi, Volume Quinto: 1969-1973, a c. di G. Rossini, Roma 1988)
«L’individuo oggi è spesso soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato. Sembra, infatti, talvolta che egli esista soltanto come produttore e consumatore di merci, oppure come oggetto dell’amministrazione dello Stato, mentre si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato né allo Stato, poiché possiede in se stessa un singolare valore che Stato e mercato devono servire. L’uomo è, prima di tutto, un essere che cerca la verità e si sforza di viverla e di approfondirla in un dialogo che coinvolge le generazioni passate e future. Da tale ricerca aperta della verità, che si rinnova a ogni generazione, si caratterizza la cultura della Nazione. In effetti, il patrimonio dei valori tramandati e acquisiti è sempre sottoposto dai giovani a contestazione. Contestare, peraltro, non vuol dire necessariamente distruggere o rifiutare in modo aprioristico, ma vuol significare soprattutto mettere alla prova nella propria vita e, con tale verifica esistenziale, rendere quei valori più vivi, attuali e personali, discernendo ciò che nella tradizione è valido da falsità ed errori o da forme invecchiate, che possono esser sostituite da altre più adeguate ai tempi».
GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus annus nel centenario della Rerum novarum, 1° maggio 1991 (da Tutte le encicliche di Giovanni Paolo II, Milano 2005).
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Postato il 22 giugno 2010

Alla ricerca del piacere, tra opere note e capolavori non previsti

Tema affascinante e sfuggente. Ma si poteva osare di più, facendo anche riflettere sulla dialettica tra arte e gusto
di Vincenzo Trione
Cosa significa «piacere»? Un tema di straordinario fascino, ricco di riferimenti e di corrispondenze: eppure, piuttosto sfuggente. La scelta dei testi suggeriti dal Ministero vuole coniugare conoscenze consolidate con sorprendenti «ripescaggi». Da un lato, autori ampiamente frequentati e analizzati come d’Annunzio, Leopardi, Ungaretti, Brecht. Dall’altro lato, gli inattesi recuperi di pensatori difficili e dimenticati come Paolo Mantegazza e Andrea Emo (tra le figure più originali e controverse della filosofia italiana, cui Alberto Savinio dedicò un bel ritratto).
La medesima dialettica tra «previsto» e «imprevisto» si può cogliere anche nei quadri proposti. Da una parte, capolavori già consacrati anche da una notevole fortuna mediatica (riprodotti su cartoline, t-shirt e in spot pubblicitari): come «La nascita di Venere» di Botticelli e «La Danza» di Matisse. Dall’altra parte, uno tra i dipinti meno commentati (negli anni liceali) di Picasso, «I tre musici». Cosa accomuna questi tre momenti della storia della civiltà visiva dell’Occidente? La necessità di mettere in scena il bisogno di armonia: la necessità di pensare l’opera d’arte non come fedele trascrizione dell’esistente, ma come artificio sublime, lirica ardita, abile gioco di evocazioni, esercizio teso ad abbandonare le «pesantezze» del presente, per proiettarsi verso dimensioni ulteriori. Pur seguendo sentieri diversi, Botticelli, Matisse e Picasso condividono l’idea secondo cui la pittura debba «musicalizzarsi»: debba riuscire, cioè, ad acquistare la medesima carica emozionale della musica; conquistare un’imprevista leggerezza, conducendo chi osserva verso regioni inesplorate. Nei tre dipinti, non si allude a un piacere legato alla sfera della corporeità. Si rinvia a un piacere diverso: mentale, intellettuale, di matrice spiritualistica. Non il «principio» cognitivo posto alla base della nostra esistenza affettiva e sociale (di cui ha parlato Freud). Ma una «qualità» poetica, intima, che trasporta verso i territori del fantastico, dell’immaginario, del simbolico. Questa idea viene raffigurata seguendo modalità linguistiche diverse. Eppure, i tre quadri potrebbero essere considerati anche come i fotogrammi di una sorta di film durato quattro secoli, dedicato alla rappresentazione del «volto della Bellezza».
Botticelli si fa cantore di una purezza ancora classica: dentro un eden, si staglia una divinità pudica, immagine di una religiosità assoluta. Anche Matisse prova a sfiorare la perfezione degli antichi: nella «Danza», salda motivi della statuaria greca e romana (nell’utilizzo dei colori e nel profilo delle forme) con una profonda adesione alle poetiche del’espressionismo europeo primonovecentesco. Si riprendono le sinuosità di Raffaello. L’ellisse prospettica diviene un ovale borrominiano, schiacciato sul piano. Le cromie sono «poggiate» sulla superficie quasi con noncuranza. Assistiamo a un sobrio rito dionisiaco. Una sinuosità controllata. Lo slancio non si fa mai distruzione, ma insegue un ritmo complesso, una compostezza ardita, una simmetria segreta. Diventate liquide, le anatomie si collegano in un girotondo infinito.
Con Picasso, tutto cambia. Nulla è più chiaro, leggibile, immediato. Entra in crisi il racconto praticato dagli artisti sin dal Rinascimento. Il padre del cubismo – il grande cannibale - non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa. Elabora una composizione ferma, statica, monumentale. Il suo obiettivo, però, è quello di infrangere ogni equilibrio, ritraendo “attori” instabili, aggrovigliati: addirittura mostruosi. Di un volto non mostra più solo la faccia esteriore, ma tutti i lati, simultaneamente. In questo modo, egli si fa protagonista di un’autentica rivoluzione copernicana: al punto che Apollinaire parlò di lui come del Michelangelo del XX secolo. Con Picasso, cambierà definitivamente il nostro modo di «dire» il mondo. E l’arte non sarà più solo un modo per corteggiare il piacere. La bellezza si capovolge nel suo opposto.
Sarebbe stato interessante osare di più, nella «galleria» indicata dal Ministero. Provando a far commentare agli studenti anche dipinti capaci di scuotere, di incrinare attese: di dis-piacere. Qualche nome? Da Warhol a Hirst… Su questi argomenti, potremmo richiamarci a un giudizio critico di Gillo Dorfles, il quale, in un articolo uscito sul Corriere della Sera di qualche anno fa, ha riflettuto sulla dialettica tra arte e pubblico nei secoli passati e nella nostra epoca. Viviamo in un’età segnata, per Dorfles, da un’anomalia. La situazione, nel Medioevo e nella modernità, era più lineare. Entro una determinata comunità – la Siena di Duccio di Buoninsegna, la Francoforte di Dürer –, il gusto popolare, di fatto, andava a coincidere con quello colto. La sensibilità del pubblico e quella degli umanisti, dei prìncipi e dei papi si incontravano. Dal Novecento, invece, le differenziazioni tra le diverse fasce culturali si sono fatte sempre più marcate. È diventato difficile definire con chiarezza le nozioni stesse di arte e di gusto. Spesso, siamo portati a considerare «accettabili» anche opere che non apprezziamo. Mentre siamo costretti a reputare banali e privi di autentica forza inventiva quadri che ci piacciono. L’arte oramai è diventata un fenomeno seduttivo solo per pochi.
«Corriere della Sera» del 22 giugno 2010

Ragionare sulla felicità a partire da Pil, dono di sè e misure varie del benessere

Un tema all'apparenza semplice, in realtà generico e insidioso. Difficile tenere dritta la barra del discorso
di Daniele Manca
La ricerca della felicità. Chi non vorrebbe esprimersi su una traccia che permea la vita di ognuno di noi, minuto dietro minuto, secondo dietro secondo? Certo, con il rischio della genericità. Fortunatamente tra le citazioni allegate alla traccia ce n’è una di massima utilità. E’ quella di Mauro Maggioni e Michele Pellizzari, tratta dall’articolo pubblicato il 12 maggio dalla «Stampa» «Alti e bassi dell’economia della felicità». Massima utilità perché pone la domanda «Ma allora cosa ci rende felici?». Quesito quanto mai opportuno, soprattutto a evitare il rischio maggiore in questi casi: quello di andare fuori tema. Anche perché a giudicare dalle altre citazioni c’era da rimanere a dir poco smarriti.
Il retropensiero che deve aver spinto a inserire questa traccia in ambito socio economico non può essere che relativo al fatto che da tempo sui media si discute quale debba essere la misura del benessere di un Paese e dei suoi cittadini. Se ad esempio il prodotto interno lordo, la misura della ricchezza di una nazione, sia sufficiente. O se invece vadano tenuti in conto altri indicatori non solo quantitativi ma anche qualitativi. E quindi comporre un cosiddetto indice della felicità che prendesse in considerazione non solo gli aspetti numerici della crescita di un Paese. Se non fosse così, sarebbe di difficile comprensione la giustapposizione degli articoli della Costituzione italiana e della dichiarazione di indipendenza dei Tredici Stati Uniti d’America. Nel primo caso, si mescolano aspetti personali, sociali, finalizzati a una partecipazione dei «lavoratori» alla vita economica e politica del Paese; nel secondo, si affermano diritti come la Vita la Libertà e il perseguimento della felicità. Si tralasciano, in quest’ultima frase, completamente, aspetti che attengono al sociale, all’economia e ci si riferisce solo ed esclusivamente, par di capire, all’individuo.
Tutto ciò per dire che combinare e tessere le diverse citazioni deve essere stato un esercizio non facile, a meno di non rifugiarsi nell’aspirazione alla felicità che non si raggiunge comunque mai, suggerita dal sociologo Zygmunt Bauman, o in quella ottenuta attraverso il dono agli altri, ispirata dall’economista Stefano Zamagni. Complimenti quindi agli studenti che, a partire da un tema apparentemente semplice, in realtà generico e insidioso, sono riusciti a tenere dritta la barra del discorso.
«Corriere della Sera» del 22 giugno 2010

EdS 2010: La ricerca della felicità (saggio di ambito socio-economico)

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana

«Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità».
Dichiarazione di indipendenza dei Tredici Stati Uniti d’America, 4 luglio 1776

«La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida. L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso».
Zygmunt BAUMAN, L’arte della vita, trad. it., Bari 2009 (ed. originale 2008)

«Nonostante le molte oscillazioni, la soddisfazione media riportata dagli europei era, nel 1992, praticamente allo stesso livello di 20 anni prima, a fronte di un considerevole aumento del reddito pro capite nello stesso periodo. Risultati molto simili si ottengono anche per gli Stati Uniti. Questi dati sollevano naturalmente molti dubbi sulla loro qualità e tuttavia, senza entrare nel dettaglio, numerosi studi provenienti da altre discipline come la psicologia e la neurologia ne supportano l’attendibilità. Citiamo solo la critica che a noi pare più comune e che si potrebbe formulare come segue: in realtà ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può realisticamente ottenere, di conseguenza oggi siamo effettivamente più felici di 20 anni fa ma non ci riteniamo tali perché le nostre aspettative sono cambiate, migliorate, e desideriamo sempre di più. Esistono diverse risposte a questa critica. In primo luogo, se così fosse, almeno persone nate negli stessi anni dovrebbero mostrare una crescita nel tempo della felicità riportata soggettivamente. I dati mostrano invece che, anche suddividendo il campione per coorti di nascita, la felicità riportata non cresce significativamente nel tempo. Inoltre, misure meno soggettive del benessere, come la percentuale di persone affette da depressione o il numero di suicidi, seguono andamenti molto simili alle risposte soggettive sulla felicità e sulla soddisfazione. Ma allora cosa ci rende felici?»
Mauro MAGGIONI e Michele PELLIZZARI, Alti e bassi dell’economia della felicità, «La Stampa», 12 maggio 2003
«Il tradimento dell’individualismo sta tutto qui: nel far creder che per essere felici basti aumentare le utilità. Mentre sappiamo che si può essere dei perfetti massimizzatori di utilità anche in solitudine, per essere felici occorre essere almeno in due. La riduzione della categoria della felicità a quella della utilità è all’origine della credenza secondo cui l’avaro sarebbe, dopotutto, un soggetto razionale. Eppure un gran numero di interazioni sociali acquistano significato unicamente grazie all’assenza di strumentalità. Il senso di un’azione cortese o generosa verso un amico, un figlio, un collega sta proprio nel suo essere gratuita. Se venissimo a sapere che quell’azione scaturisce da una logica di tipo utilitaristico e manipolatorio, essa acquisterebbe un senso totalmente diverso, con il che verrebbero a mutare i modi di risposta da parte dei destinatari dell’azione. Il Chicago man – come Daniel McFadden ha recentemente chiamato la versione più aggiornata dell’homo oeconomicus – è un isolato, un solitario e dunque un infelice, tanto più egli si preoccupa degli altri, dal momento che questa sollecitudine altro non è che un’idiosincrasia delle sue preferenze. [...] Adesso finalmente comprendiamo perché l’avaro non riesce ad essere felice: perché è tirchio prima di tutto con se stesso; perché nega a se stesso quel valore di legame che la messa in pratica del principio di reciprocità potrebbe assicuragli».
Stefano ZAMAGNI, Avarizia. La passione dell’avere, Bologna 2009
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Postato il 22 giugno 2010

EdS 2010: Primo Levi (analisi del testo)

La traccia ministeriale
Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch'io un'"antologia personale", non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta, retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato scritto. L'ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché placet experiri e per vedere l'effetto che fa.
Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che il mio scrivere risenta più dell'aver io condotto per trent'anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingenti; perciò l'esperimento è un po' pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione. Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a chi riesce, nell'unità di tempo, a fare e percepire più cose dell'uomo maturo medio: il tempo soggettivo diventa più lungo.
Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale, un'abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri contemporaneamente; leggeva "stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi" (Deut. 6.7); si faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna. Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi scolastici erano in minoranza: ho letto anch'io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a scrivere, così come il feto di Otto mesi sta nell'acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l'uso» della presente antologia.

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Le domande ministeriali

Primo Levi (Torino 1919-87) è l’autore di Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963), opere legate alla esperienza della deportazione, in quanto ebreo, nel campo di Buna-Monowitz presso Auschwitz, e del lungo e avventuroso viaggio di rimpatrio. Tornato in Italia, fu prima chimico di laboratorio e poi direttore di fabbrica. A partire dal 1975, dopo il pensionamento, si dedicò a tempo pieno all’attività letteraria. Scrisse romanzi, racconti, saggi, articoli e poesie.
A proposito di La ricerca delle radici, Italo Calvino così scrisse in un articolo apparso su «la Repubblica» dell’11 giugno 1981: «L’anno scorso Giulio Bollati ebbe l’idea di chiedere ad alcuni scrittori italiani di comporre una loro «antologia personale»: nel senso d’una scelta non dei propri scritti ma delle proprie letture considerate fondamentali, cioè di tracciare attraverso una successione di pagine ’autori prediletti un paesaggio letterario, culturale e ideale. […] Tra gli autori che hanno accettato l’invito, l’unico che finora ha tenuto fede all’impegno è Primo Levi, il cui contributo era atteso come un test cruciale per questo tipo d’impresa, dato che in lui s’incontrano la formazione scientifica, la sensibilità letteraria sia nel rievocare il vissuto sia nell’immaginazione, e il forte senso della sostanza morale e civile d’ogni esperienza».

1. Comprensione del testo
Dopo una prima lettura, riassumi il contenuto informativo del testo.

2. Analisi del testo
2.1 Quali sono per Levi le conseguenze degli «input ibridi» (r. 1) e dell’«ibridismo» (r. 7)?
2.2 Spiega le considerazioni di Levi sul «tempo soggettivo» (r. 13).
2.3 Perché si leggeva molto nella famiglia di Levi? Spiega, in particolare, perché leggere era «una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza» (r. 17).
2.4 Soffermati su ciò che Levi dichiara di avere ricavato dalle sue letture (rr. 24-29). In particolare, spiega l’atteggiamento di Levi nei confronti della «carta stampata» (r. 26).
2.5 Esponi le tue osservazioni in un commento personale di sufficiente ampiezza.

3. Interpretazione complessiva ed approfondimenti
Proponi una tua interpretazione complessiva del brano e approfondiscila con opportuni collegamenti al libro da cui il brano è tratto o ad altri testi di Primo Levi. In alternativa, prendendo spunto dal testo proposto, proponi una tua «antologia personale» indicando le letture fatte che consideri fondamentali per la tua formazione.

Leggi alcuni commenti di esperti.
Postato il 22 giugno 2010

Primo Levi, un titolo scombinato e un brano incomprensibile

Per chi non ha avuto la fortuna di aver letto l’antologia dell'autore, la prova non era agibile
di Giorgio De Rienzo
Chissà quale peregrina idea è nata nella mente di chi ha scelto questo brano, pressoché incomprensibile in sé della «prefazione» a La ricerca delle radici di Primo Levi: un’antologia personale di letture compilata a comando per l’editore Einaudi nel 1981. Si tratta di un’antologia disordinata in cui entrano testi delle «radici» culturali di Levi (qualche testo ebraico), quelli della sua formazione scientifica (oltre a trattati di chimica, Darwin e Russel), quelli infine della sua passione per la fantascienza. Il resto è una selezione anche un po’ banale di letture comuni: da Swift a Conrad, da Rabelais a Melville, da Eliot a Mann. Rarissime le sorprese.
Piuttosto val la pena di segnalare la pochezza delle letture tradizionali. C’è Omero, solo fra i greci, Lucrezio unico dei latini. Poi Marco Polo e si salta a Parini. L’Ottocento è tutto risolto in Porta e Belli, il Novecento in D’Arrigo e Rigoni Stern. Inutile tentare un’analisi delle preferenze, inutile giocare d’immaginazione per superare l’imbarazzo dato dall’antologia per la propria assoluta casualità. Un’osservazione è d’obbligo: c’è un’esigua biblioteca alle spalle di Levi, una pigrizia culturale che pare ostentata, forse per provocazione, contro la nostra letteratura troppo cartacea. Premesso ciò, passiamo alla traccia per l’analisi del testo.
Non conoscendo i brani dell’antologia sarà stato ben difficile per gli studenti stabilire le «conseguenze degli "input ibridi" e dell’"ibridismo"». Il «tempo soggettivo» che diventa più lungo è per Levi un tempo retrospettivo: una banalità sconcertante. Come banale è il concetto del leggere come «una fata morgana nella direzione della sapienza»: anche chi legge per divertimento compie un’operazione di conoscenza e quindi di sapienza. L’atteggiamento poi di Levi nei confronti della «carta stampata» è molto ambiguo: poco di ciò che ha letto si travasa in ciò che scrive. O uno studente ha avuto la fortuna di aver letto l’antologia di Levi (una delle sue opere meno interessanti) oppure per lui il tema non era agibile, né tanto meno collegabile alle opere più note dello scrittore. L’unica scappatoia per il maturando, viene dalla possibilità di formulare un’antologia personale delle proprie letture. E’ l’unica alternativa per un tema davvero scombinato. Ma mi pare davvero poco.
«Corriere della Sera» del 22 giugno 2010

30 maggio 2010

Se la severità rischia di far tornare il 6 politico

Maturità
di Giovanni Belardelli
La nuova norma che subordina l'ammissione all'esame di maturità al conseguimento almeno del sei in ogni materia rappresenta quel che si dice una svolta? Va davvero - come alcuni auspicano e altri invece temono - nel senso di una maggiore severità della scuola, e anche di una sua effettiva capacità di riconoscere e promuovere il merito degli studenti? Va davvero - come alcuni auspicano ed altri invece temono - nel senso di una maggiore severità della scuola, di una sua effettiva capacità di riconoscere e promuovere il merito? A parte ciò che riguarda i privatisti (che fino all'anno scorso potevano essere ammessi alla maturità senza bisogno di un giudizio di ammissione da parte dei consigli di classe della scuola dove intendevano sostenere l'esame), per tutti gli altri studenti e studentesse non credo che le cose cambieranno in modo radicale. È sostanzialmente impossibile, infatti, che per un solo cinque non si venga ammessi, come pure la legge che è ora applicata per la prima volta richiederebbe. Ed è difficile che possa essere escluso dall'esame di Stato chi ha magari due insufficienze, ma non su materie fondamentali. È probabile insomma che gli studenti con insufficienze limitate e non gravi verranno ammessi all'esame finale da una valutazione d'insieme, e non soltanto aritmetica, del consiglio di classe, come avveniva prima. Semmai adesso la nuova norma indurrà in molti casi i docenti ad attribuire una sufficienza per opportunità, una sorta di sei politico. E questa forse non è una novità positiva. In ogni caso, mi pare difficile che sia da qui, dalle norme per l'ammissione alla maturità, che può passare davvero l'introduzione di un maggior riconoscimento del merito in una scuola come la nostra, che ha da tempo seri problemi ad applicare criteri omogenei di valutazione. Una difficoltà che è testimoniata ogni anno dalle grandissime disparità nei voti conseguiti nelle diverse aree della penisola e tra i diversi istituti di una stessa città (con concentrazioni di 100 e lode che a volte non possono che apparire sospette). E questo rimanda alla cultura di una parte degli insegnanti (e dietro di essi alla cultura del Paese in cui vivono), al fatto per esempio che non sono rari i casi di professori che durante la maturità arrivano al punto di fornire essi stessi ai loro alunni il proverbiale e italianissimo «aiutino».
«Corriere della Sera» del 29 maggio 2010