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24 ottobre 2019

L’unica legge diventa quello del più forte

di Pierluigi Battista
Se il giudice avesse detto: non costituisce diffamazione dare su Twitter del «pallone gonfiato», per di più «irrispettoso della vita delle persone e degli animali» e persino dell’«idiota» a due personaggi pubblici come Fedez e Chiara Ferragni, allora non ci sarebbe notizia. Invece ha aggiunto che nel caos della Rete ogni giudizio o pregiudizio è equiparato a una miriade di giudizi e pregiudizi che, postati e frullati in un affastellamento di messaggi senza autorevolezza e senza rigore, non sono sottoposti allo stesso regime di rigore che si pretende siano applicati in strumenti comunicativi meno confusionari, a cominciare dai giornali. Il che da una parte è vero, perché i social network nel loro insieme formano un’insalata indigeribile di ingredienti improbabili in cui ciascuno si sente il diritto di sparare sentenze a vanvera. Dall’altro è pericoloso dedurne che un territorio senza rigore e coerenza possa proprio per questo diventare anche senza legge. Al di là dei singoli casi, in cui può esserci o meno diffamazione e questo lo può legittimamente decidere un giudice, il rischio è la motivazione che nella Rete non ci sia nulla da fare e perciò da sanzionare. Il rischio che senza il rispetto di una qualsiasi norma, chiunque può dire qualunque cosa godendo di un diritto di immunità che non esiste in un altro settore della comunicazione. Un territorio in cui l’unica legge diventa la legge del più forte, di chi urla di più, di chi ha più seguaci che fanno coro attorno a un’affermazione che non può essere più giudicata con gli strumenti del diritto, che saranno pure inadeguati e obsoleti ma almeno possono porre un freno all’arbitrio più sregolato. E dato che l’invasività della Rete è destinata a intensificarsi, regalare l’impressione dell’assoluta sregolatezza potrò diventare persino un incentivo. Tanto, a quali conseguenze si può andare incontro?
«Corriere della sera» del 23 ottobre 2019

28 agosto 2017

La fake news del ritorno di fascismo e comunismo

Passato e presente
di Pierluigi Battista
Il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne
Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l’uno né l’altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell’anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei social e nei giornali di quest’epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un’altra parte rispetto alla tua. E’ tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all’indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell’estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. E’ vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2017

26 agosto 2017

Da Colombo a Franco, cancellare la memoria non cambia la storia

Noi e monumenti
di Antonio Carioti
Un incendio ha distrutto sul monte Giano la pineta piantata nel 1939 per formare la parola Dux
I monumenti sono materia delicata non in quanto tali, ma per il significato che viene loro attribuito. Ce lo ricorda l’incendio che ha danneggiato sul monte Giano, non lontano da Rieti, la pineta piantata nel 1939 in modo da formare la parola Dux, ben visibile all’orizzonte, in onore di Benito Mussolini. Quel bosco, tutelato come patrimonio paesaggistico, è considerato una semplice reliquia, alla stregua dell’obelisco dedicato a Mussolini nel Foro Italico di Roma: del resto la città di Imperia mantiene un nome che ricorda la guerra d’Etiopia, mentre in Calabria ci sono tuttora monumenti ai gerarchi fascisti Michele Bianchi e Luigi Razza.

Statue militari
Diverso è il caso delle statue di militari o leader confederati negli Stati Uniti. Esse furono il suggello della conciliazione tra le parti che si erano combattute nella guerra di Secessione, ma appunto per questo riflettono il vizio d’origine di quel compromesso: i bianchi del Sud accettarono la supremazia, rispetto ai loro Stati, di un’autorità federale che aveva abolito la schiavitù, ma ottennero in cambio di autogovernarsi secondo leggi che segregavano i neri e li privavano dei diritti più elementari. Difficile negare le ragioni degli afroamericani che vedono in quei monumenti (a volte eretti nella seconda parte del Novecento proprio in sfregio ai movimenti per i diritti civili) gli emblemi della loro lunga oppressione. Appare ragionevole la soluzione di ricollocarli in siti meno prestigiosi, musei o cimiteri, per ridurli a testimonianze storiche, ma non sarà facile sfuggire a due pericoli simmetrici: favorire l’atteggiamento strumentale dei razzisti, che gridano al sopruso contro il Sud; alimentare una visione puerile e manichea del passato, che ne condanna i protagonisti sulla base della sensibilità odierna.

Il dittatore Franco
I segnali di una deriva del genere non mancano. Si può capire che Ferrol, in Spagna, non ami essere ricordata come città natale del dittatore Francisco Franco e per questo chieda all’artista Banksy di illustrarla con un suo graffito (magari proprio sui muri della casa del caudillo): è lo stesso problema della nostra Predappio, che vuole rimediare con un museo storico sul fascismo. Ma colpisce che si arrivi a voler cancellare i monumenti a Cristoforo Colombo per via delle sofferenze subite dai nativi americani: ben oltre meriti e demeriti del navigatore genovese, significherebbe delegittimare l’intera opera europea di esplorazione e trasmigrazione nel Nuovo Mondo, da cui sono scaturiti tutti gli Stati oggi esistenti dallo stretto di Bering a Capo Horn, proprio mentre si afferma invece che la spinta a spostarsi sul globo è una tendenza naturale degli esseri umani. Sarebbe semmai più saggio moltiplicare i memoriali dedicati ai nativi. Anche perché maledire la storia non basta a cancellarla. Più utile e istruttivo è sforzarsi di conoscerla in tutti i suoi aspetti, anche sgradevoli. E soprattutto cercare di comprenderla.
«Corriere della sera» del 25 agosto

01 agosto 2017

Dobbiamo smettere di considerare normale lo «sballo»

La droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare
di Antonio Polito
Ci sbalordisce la morte di una ragazza di 16 anni per una pasticca di ecstasy. Proviamo stupore, insieme con il dolore. Ma come, morire per una pillola, che gira ovunque nelle notti della movida, che serve solo a divertirsi un po’ di più. Morire per una sostanza che forse una volta o due ha preso anche nostro figlio? Il fatto è che la nostra soglia di tolleranza sulle droghe si è abbassata. Abbiamo smesso di credere che tutte le sostanze psicotrope, tutte, facciano male, quale più quale meno, a chi più a chi meno, ma nessuna esclusa. Abbiamo fatto nostra una distinzione che proviene da un’epoca lontana, quella tra droghe «leggere» e «pesanti», e che forse non ha più riscontro né nelle logiche del mercato né in quelle dei ragazzi che ne fanno uso. Di conseguenza la nostra cultura ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di «sballare», di tanto in tanto: «a scopo ricreativo», diciamo con un eufemismo.
Più che distinguere tra le sostanze che assumono i nostri ragazzi, dovremmo infatti chiederci perché lo fanno, identificare il pensiero che li muove, il bisogno che li spinge. Non è difficile, ce lo dicono loro cos’è che cercano. È evasione, fuga dalla realtà, voglia di dimenticare per un po’ le cose della vita che comportano fatica, frustrazione, o dolore. Ci si fa per «staccare la spina». E poi lo si rifà non perché abbia funzionato, e la realtà sia veramente sparita per qualche ora, ma per il contrario, perché la droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare. Tra l’accettare come «normale» questa ansia di evasione dei nostri figli, anche per una sera, e accettare l’uso delle sostanze stupefacenti più «leggere», il passo non è lungo. La battaglia contro le droghe non può essere vinta se non è anche una battaglia contro le idee e i miti che ci sono dietro. Spesso le sostanze che vanno per la maggiore rispondono allo spirito del tempo. Furono uno strumento per l’allargamento della coscienza, quando l’acido bruciava la mente di una generazione nelle poesie di Allen Ginsberg. Poi furono annientamento della coscienza, nella stagione plumbea dell’eroina. Poi ancora una ricerca di iper-stimolazione della coscienza, ai tempi della coca e degli yuppie.
Oggi ciò che si cerca è un’ipnosi della coscienza. Ma sono sempre una forma di dipendenza, e come tale andrebbero sempre combattute perché rubano libertà ai giovani. Per noi genitori non ci possono essere ambiguità. Gli adulti «devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione». L’ha detto al Corriere Roberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ed è proprio così. Invece tergiversiamo. Spacchiamo il capello. Distinguiamo, magari per accontentarci della riduzione del danno. Non si vuole aprire qui il dibattito sulla legalizzazione dello spinello. Forse è meglio aspettare e vedere come va in Uruguay, dove la sperimentazione è già partita, e in Canada e California dove partirà. Ma i liberalizzatori certamente sottovalutano due aspetti. Il primo: stabilire che a 18 anni si può «sballare» e pretendere che a 17 e 11 mesi sia vietato, legalizzare cioè per gli adulti lasciando il divieto per i minorenni, non ha senso. Daremmo un messaggio pericoloso ai nostri figli: non è che fa male la droga, siete voi che siete troppo piccoli per goderne. Per diventare grandi, non vorranno fare altro, come già avviene con alcol e sigarette. Il secondo problema è che nelle notti dei nostri ragazzi non si fa poi tutta questa differenza tra sostanze, shottino chiama spinello che chiama pasticca che chiama cocaina.
Ci sono circa mille sostanze in circolazione. Funziona tutto ciò che fa «sballare», dal coma etilico al sesso promiscuo. Al Sert di Genova ci sono un centinaio di ragazzi in cura tra i 13 e i 19 anni, con dipendenze soprattutto da hashish, e circa 600 più grandi per «fumo» e cocaina. La metà ha cominciato nelle notti della movida. Viene in mente la mamma di Lavagna, un posto non lontano da Chiavari, dove viveva la ragazza morta l’altra sera a Genova per una pasticca. Quella mamma che aveva denunciato ai finanzieri gli spinelli del figlio, e che l’ha visto saltare giù dal balcone durante la perquisizione. Al funerale disse, seppure sconvolta dal dolore, che aveva fatto la cosa giusta, perché «non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo a combattere la dipendenza». Il fatto che quella mamma abbia perso così crudelmente la sua battaglia, non vuol dire che noi non la si debba continuare.
«Corriere della sera» del 30 luglio 2017

11 settembre 2015

Bugie e violenza sui social la colpa è un po’ di tutti noi

Impariamo a fare pulizia contro le notizie inventate per seminare odio
di Gigio Rancilio
Un tempo i giornali che facevano cattiva informazione venivano tenuti ai margini. Oggi sul web sembra quasi non ci sia più distinzione. Apparentemente vale tutto, valgono tutti. Il primo che arriva o che urla più forte «vince». Se poi diamo retta alla media dei commenti che circolano sui social network, non solo non si salva quasi nessuna testata giornalistica ma "la verità" sembra il più delle volte albergare solo e soltanto nel mondo digitale.
Non ci interessa però addentrarci in una sorta di sfida tra informazione tradizionale e digitale, ma provare – per una volta – ad affrontare il tema della qualità dell’informazione in maniera diversa. Nessun direttore marketing e nessun stratega del web probabilmente approverebbe. Per entrambi, il lettore – tradizionale o digitale – va sempre blandito. Invece, se sul web e sui social network l’informazione di qualità fatica sempre più a trovare spazio, sommersa da tante sciocchezze e da molte bufale, la colpa – caro lettore – è anche tua. Magari non tua, ma del tuo vicino, di un tuo amico o un di un tuo parente.
Lo dicono i numeri: il 45% di chi frequenta i social non sa cosa commenta o commenta senza leggere il post col quale sta interagendo, mentre il 47% degli italiani legge la realtà che lo circonda soltanto in base alla propria esperienza o a quella di un amico. In pratica, il mondo è «solo» ciò che percepisce e pazienza se c’entra soltanto in minima parte con la realtà. Lo so che può suonare un po’ offensivo e per questo chiedo in anticipo scusa, ma se i social sono intasati di bugie e di violenza la colpa è anche tua, mia, nostra. Di chi commenta con leggerezza pseudo notizie senza verificarle e di chi magari condivide articoli falsi, creati ad arte per generare odio. Forse non lo sapete, ma in Rete ci sono centinaia di siti e pagine Facebook costruiti ad hoc per seminare odio con notizie false.
E lo fanno non a fini "politici" (cosa di cui già ci sarebbe molto poco di cui vantarsi) ma per guadagnare soldi. Un esercito dell’odio a fini commerciali – e per questo ancor più cinico e senza scrupoli – che però esiste (scusa, se te lo ricordo) solo e soltanto perché qualcuno di noi o molto vicino a noi lo rende di successo, leggendo e condividendo le falsità che pubblica. Qualche giorno fa uno di questi untori moderni che seminavano la peste sul web è stato arrestato. E ha ammesso candidamente di avere inventato decine di notizie false che accusavano gli immigrati di centinaia di nefandezze per fare soldi. Già, ma chi ha cliccato su quelle notizie o le ha diffuse senza il minimo dubbio, rendendosi in qualche modo complice, perché l’ha fatto? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma le statistiche ci dicono che ognuno di noi conosce qualcuno che l’ha fatto sul proprio profilo Facebook. In giro purtroppo, stando alla sola Italia, sono ancora attivi moltissimi siti e pagine così.
Senza contare quegli utenti che intervengono su web e social per offendere e scatenare odio, colpendo chiunque con frasi e parole irripetibili e inaccettabili. I guru del web tollerano queste figure perché, continuando ad attaccare tutti a testa bassa sulla Rete, «fanno traffico». Ma le persone per bene hanno il dovere di emarginarle. Abbassare i toni e fare un po’ di pulizia serve a tutti. In primis ai lettori dotati di coscienza.
«Avvenire» del 10 settembre 2015

05 settembre 2015

Lo choc di una foto in pagina e il dovere di restare umani

Le mille ragioni di una scelta tormentata
di Umberto Folena
Una delle sintesi più felici di quanto accaduto mercoledì sera nelle redazioni di tutto il mondo, sperando che apprezziate la sottile arte del paradosso, è racchiusa in questo titolo del quotidiano on line Il Post, diretto da Luca Sofri: «Non la mostriamo, perché è terribile; tanto terribile che forse andrebbe mostrata». La foto, Il Post, la mostra. Ma spesso l’altra sera le cose sono andate proprio così. L’immagine di Aylan, il bambino siriano prono sulla spiaggia turca di Bodrum, è terribile. La morte va mostrata o corriamo il rischio di spettacolarizzarla? E se il morto è un bambino, come la mettiamo con la Carta di Treviso che detta le norme di comportamento dei media riguardo i minori? La morte può essere mostrata senza banalizzarla, o è sempre meglio soltanto evocarla? Quella foto aggiunge o toglie qualcosa alla tragedia di chi scappa dalla guerra e muore mentre cerca di salvarsi la vita? Se la mostriamo, possiamo apparire insensibili; se non la mostriamo, reticenti. E ancora: questa foto è un fatto, è destinata a diventare un’icona e quindi è impossibile ignorarla; ma perché non ispirarci al teatro greco, in cui gli atti violenti non avvenivano mai sul palcoscenico ma erano sempre e soltanto evocati, sia pure con crudezza estrema?
C'è chi ha cambiato idea, l’altro ieri. E non solo Mario Calabresi, che pure ha sentito il bisogno di spiegare come sia arrivato alla sua decisione: «Si può pubblicare la foto di un bambino morto – scrive il direttore della Stampa – sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri ho sempre pensato di no». Ma in questo caso mi sarebbe sembrato di girare la testa dall’altra parte: «Così ho cambiato idea. Il rispetto per questo bambino pretende che tutti sappiano». Gli scatti a disposizione delle redazioni erano tre. Avvenire ne ha usati due, ma in modo diverso: in prima pagina sul giornale di carta e sull’on line il poliziotto che tiene delicatamente in braccio il corpicino di Aylan; a pagina 4 il bambino riverso sulla battigia. Foto diverse, dal diverso impatto emotivo. La buona comunicazione tiene conto del mezzo e dei destinatari: il lettore fedele (abbonamento o edicola), che accede alle pagine interne, sappiamo chi sia e pensiamo di potergli proporre l’immagine più forte; chi guarda la copertina, in edicola o nelle rassegne stampa televisive, e chi accede al sito non possiamo sapere chi sia, ignoriamo la sua sensibilità, meglio quindi essere prudenti, ed ecco il poliziotto con il bimbo in braccio. Ogni scelta è discutibile e tutti ne sono consapevoli. Nessuna arroganza, va detto, nel modo in cui i media di tutto il mondo spiegano la propria scelta: se pubblicare o no le foto, e quali pubblicare delle tre.
Il Manifesto, maestro nell’arte del calembour, mostra il bambino prono: «Senza asilo», un titolo che vale un editoriale. Anche La Stampa sceglie l’immagine più forte. Corriere della sera, Messaggero e Fatto Quotidiano scelgono quella con il bimbo in braccio al poliziotto.
Il Giornale non ha nulla in prima e il poliziotto in 3, con una didascalia francamente imbarazzante in cui si spiega che il bambino «è vestito come potrebbe essere uno europeo». Libero ignora del tutto la foto senza fornire spiegazioni. L’agenzia Ansa, nel suo sito, mostra solo la foto del poliziotto perché le altre «potrebbero urtare la sensibilità dei lettori». All’estero quasi tutti la mostrano e con motivazioni simili tra loro. Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, fa eco a The Independent: «Forse servirà, questa foto, affinché l’Europa apra gli occhi». La Libre Belgique racconta di una lunga discussione in redazione, del principio di non esibire mai la morte e della decisione di fare un’eccezione per «mostrare l’insopportabile». L’olandese De Volkskrant è sicuro, «questa foto nuda e cruda ha rotto gli argini, ha cambiato il corso della storia». Anche The New York Times la pubblica e il direttore, Dean Baquet, ammette: «Ne abbiamo discusso». Tra i grandi quotidiani, soltanto il tedesco Süddeutsche Zeitung opta per il no, ammettendo: «Nessuna risposta è propriamente giusta». Non una semplice foto dunque ma, secondo molti, un’icona che passerà alla storia, come il bambino ebreo che alza le mani davanti al soldato tedesco, come la bambina vietnamita che scappa urlando dal suo villaggio, devastata dalle ustioni.
Come poterla ignorare, sia pure con tutti i dubbi del caso? Una decisione comunque difficile. Persone che lavorano con gli stessi bambini e con la stessa passione giungono a conclusioni opposte. Andrea Iacomini (Unicef) ammette: «Non si può tacere». Ma Ernesto Caffo (Telefono Azzurro) è sempre e comunque contrario a ogni forma di «spettacolarizzazione della morte, in particolar modo se si tratta di un bambino». Peter Bouckaert di Human Rights Watch è a favore ma aggiunge: «Non è una decisione facile». Flavio Lotti della Tavola della pace invece non ha dubbi: «Guardiamole! Anche se strazianti». Un’ultima sintesi può essere affidata a Daniele Biella di Vita. La foto «urta la coscienza ma, a questo punto, serve come ultimo allarme e baluardo per restare umani e soprattutto obbligare i decisori politici europei ad agire». Restare umani, questo è il problema.
«Avvenire» del 4 settembre 2015

La forza della lentezza nel cuore dell’Europa

La marcia dei migranti
di Pierluigi Battista
La marcia ha un impatto simbolico fortissimo, più di un banale corteo, o del solito comizio. I reietti, i dannati della terra, i profughi in fuga da fanatici e tiranni e che non vogliono rinunciare a percorrere quei 250 km che li separano dalla libertà, scendono dai treni e si mettono in marcia da Budapest. Usano la forza lenta e inesorabile delle loro gambe per trasmettere un messaggio travolgente. La marcia resta sempre qualcosa di memorabile. Questa che si snoda con le lacrime agli occhi di chi non si piega all’ultimo diktat, ancora di più. Le bandiera dell’Europa sventolata con un pathos che nessun europeo ha mai provato ci commuove e ci emoziona. Un popolo in marcia. Sembra il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Impossibile girarsi dall’altra parte e far finta di niente.
Una marcia può servire una buona causa o può servire finalità abiette. Può dare forza a un sogno, come quella che invase Washington sotto la guida di Martin Luther King contro lo scandalo della segregazione razziale («I have a dream»). O può essere uno stru-mento formidabile di ricatto e di pressione, come quella dell’ottobre del ‘22 condotta dalle camicie nere e che terrorizzò il Re e il fragile palazzo romano.
Questa marcia dà invece una forza irresistibile a chi usa l’unica risorsa di cui dispone, la disperata energia delle proprie gambe, per raggiungere una meta, per lasciarsi definitivamente alle spalle l’incubo atroce della guerra e della persecuzione, vittime incolpevoli di uno scontro immane tra chi non tiene in nessun conto il valore della vita, e figurarsi della libertà. Una determinazione possente di chi si mette in marcia e non vuole accettare l’ultima sconfitta dopo aver lasciato per terra e per mare i bambini che non ce l’hanno fatta, le persone tradite e maltrattate da mercanti d’umanità senza scrupoli. Sono lì, a un po’ di decine di chilometri da un traguardo sognato, e qualcuno può pensare che si vogliano fermare proprio adesso, che non sono capaci di portare a compimento la loro anabasi, di non saper replicare l’epopea dei contadini di Faulkner e di Steinbeck, la marcia verso l’Ovest di chi sui miseri carri non aveva nient’altro che la propria miseria da trascinare per ricominciare daccapo, per raggiungere una meta?
La forza di una marcia come questa è più poderosa di un treno che non vuole partire dalla stazione di Budapest, dove hanno soppresso i convogli «destinazione Ovest». La marcia è faticosa, massacrante, selettiva. Ma è una lezione che si imprime nella memoria. Che mette a tacere gli indifferenti e i paurosi. Che ci interroga sulla nostra passività, sulla nostra acquiescenza di fronte alle atrocità compiute non lontano da qui e il cui peso, anche militare ed economico, siamo incapaci di sostenere. Senza capire da cosa scappano questi nostri fratelli in marcia, cosa chiedono, cosa non possono più sopportare mentre in Europa, la cui bandiera viene sventolata dai profughi, domina l’immobilismo e l’ipocrisia. Ecco il messaggio di chi marcia, la forza dei loro passi. E la vergogna di chi è costretto, finalmente, a guardare in faccia la realtà.
«Corriere della sera» del 5 settembre 2015

04 settembre 2015

La spiaggia su cui muore l’Europa

Mentre la polizia ceca “marchia” i migranti, Italia, Francia e Germania chiedono all’Ue di rivedere le norme sull’asilo. Una foto scuote il mondo
di Mario Calabresi

Aylan, 3 anni, è morto annegato mentre, con altri migranti, da Bodrum cercava di raggiungere Kos (Nilufer Demir/DHA/Reuters)



 
Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».
Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.
Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.
Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni - per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.
Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.
«La Stampa» del 3 settembre 2015

27 agosto 2015

Il giornalista killer come i tagliagole non si accontentano di uccidere, vogliono anche la celebrità

La strage in Virginia e i precedenti
di Guido Olimpio
Stessa tecnica (e motivazione) di Coulibaly e degli altri terroristi Isis. Fissare il loro delirio in un video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto
WASHINGTON - Non basta il gesto violento, crudele. Vogliono anche «fissarlo» in una foto o in video perché resti a testimoniare quanto hanno fatto. Il killer dei due giornalisti in Virginia ha filmato l’agguato con una piccola telecamera, quindi lo ha rilanciato sulla rete. Si è comportato come molti terroristi, a cominciare da Mohammed Merah, l’assassino di Tolosa, o Amedy Coulibaly, protagonista della presa d’ostaggi nel negozio kosher di Parigi.
Ma non solo. Il giovane studente di origine sud coreana, autore del massacro al Virginia Tech, aveva inviato ai media una videocassetta dove posava con le sue pistole. Cercava pubblicità e notorietà, indicava i suoi nemici. Ancora: Eliot Rodger, prima di partire per una folle incursione nelle vie di Santa Barbara, ha registrato il suo «manifesto» poi postato sul web. Di nuovo un modo per spiegare al mondo quanto avrebbe compiuto poco dopo. Omicidi e «spettacolo», messaggi che sono pretesti per atti brutali. Un modus operandi che oggi accomuna lo sparatore americano e il tagliagole dell’Isis.
Non è un caso che nel “manifesto” inviato ai media due ore dopo aver assassinato i reporter, Bryce Williams ricordi, in chiave positiva, proprio Seung Hui Cho, il protagonista dell’attacco del Virginia. Lo definisce una fonte di ispirazione, una persona capace di fare più vittime di Eric Harris e Dylan Klebold a Columbine, idoli di molti stragisti statunitensi. E non solo.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

Sparatoria in Virginia, le due telecamere e il tabù infranto

I media: la ferocia social
di Aldo Grasso
Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni
Si fa presto a dire la morte in diretta, ma una scena così atroce non si era mai vista. Un killer uccide a colpi di pistola la giornalista televisiva Alison Parker, 24 anni, di una rete locale della Cbs e il cameraman Adam Ward, 27 anni, mentre stanno effettuando un’intervista. Sono immagini terrificanti: il volto della giornalista, che vede l’assassino avanzare e sparare, esprime l’orrore più grande che si possa immaginare. Seguiamo i suoi ultimi disperati tentativi di sfuggire la morte: la giovane si gira urlando, cerca di nascondersi, grida «oh mio Dio», prima che la telecamera del cameraman cada a terra. Cascando, la telecamera riesce a inquadrare per un attimo il volto dell’assassino. Dallo studio, la regia taglia la diretta: la conduttrice è sotto choc, senza parole. Riprende poi fiato: «Non siamo sicuri di cosa sia successo lì. Cercheremo di capire cosa fossero quei suoni». Poi arriva l’annuncio della morte della reporter e del collega.
Ma non basta: l’incubo più grande deve ancora arrivare. Vester Lee Flanigan, un afroamericano che aveva lavorato per quel network utilizzando il nome Bryce Williams, posta sui social il filmato del delitto visto dalla sua prospettiva, quella dell’omicida (come fanno i tagliagole dell’Isis). Nel video, girato con il telefonino, si vede spuntare una pistola in primo piano, prima che inizi l’assurda resa dei conti.
Per la prima volta la morte in diretta ha due punti di vista, quello delle vittime e quello dell’assassino. Come se un tetro gioco di specchi raddoppiasse la tragedia. Il nesso tra la morte e la sua rappresentazione in diretta è uno dei temi cruciali che attraversano le riflessioni sui media, uno di quei temi cui il cinema ha dedicato attenzione, a partire da L’asso nella manica di Billy Wilder a La morte in diretta di Bernard Tavernier, da Dentro la notizia di James L. Brooks ai cosiddetti «snuff movie», filmati amatoriali in cui vengono esibite torture con conseguente, inevitabile epilogo. Da tempo, per i media la morte non è più un tabù: dev’essere raccontata, mostrata, esibita quasi per la paura che una tragedia non vista resti invisibile, cioè inesistente. Ma i media siamo noi, sempre più pornograficamente addestrati a pedinare la morte in diretta. Inutile dare la colpa ai social network, alla mania narcisistica di dover certificare la nostra giornata con foto, video, messaggi.
Da tempo (per noi italiani, almeno dalla tragedia di Vermicino) qualcosa si è spezzato per sempre, la morte si è fatta spettacolo, il nostro occhio si è indurito. Il catalogo delle atrocità è così sterminato che le domande legittime rattrappiscono sul nascere: un «accrescimento senza progresso», diceva Musil, che si risolve nella tranquilla connivenza della tragedia e del suo contrario.
Il dramma di Moneta, in Virginia, ci dice soltanto che un nuovo tabù è stato abbattuto, che un nuovo limite è stato infranto. Ovunque censurata e dissimulata, la morte sembra risorgere in tv nelle vesti dell’imprevisto o come offerta sull’altare delle emozioni. Le immagini condivise sui social dall’assassino sono tanto più terribili quanto più svuotate di qualsiasi sostanza etica: le atrocità crescono, ma nessuno vuol rinunciare a fornire il proprio contributo al patrimonio della ferocia umana.
Non è lo spettacolo che «deve» andare avanti, è la vita. Da molti anni, molta parte della nostra vita si svolge con l’apporto attivo della tv e dei social network. I media sono i nostri nuovi ambienti di socializzazione, «luoghi» in cui impariamo a comportarci, a divertirci, a soffrire. Persino a filmare il duplice delitto che stiamo per commettere.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2015

21 agosto 2014

La decapitazione: i mostri dell’orrore e la scelta di non essere complici

Il video e la Rete
di Beppe Severgnini
Mostrare o non mostrare il filmato dell’esecuzione di James Foley? I limiti della condivisione, il diritto alla libertà e il gioco dei terroristi
La decapitazione di James Foley, recitata come la scena di un film, è sconvolgente: attori goffi, orrore vero. Un giornalista quarantenne, insaccato in una veste arancione, scannato nel deserto da un uomo - definizione che non merita - bardato di nero. Gesto mostruoso e preistorico; strumenti sofisticati e nuovi. Colori, luce, inquadratura, movimenti, tempi: tutto appare studiato per essere visto e diffuso. Se così fosse - e così è, quasi certamente - perché aiutare i carnefici? Gli abbiamo già fornito la tecnologia. Vogliamo diventare i loro portavoce? Questa è la domanda che si pongono molti in queste ore: i governi occidentali, i macchinisti della rete (Google per YouTube, Twitter), le grandi testate, le televisioni, chiunque abbia un collegamento internet veloce. #ISISMediaBlackout è diventato virale.
La dichiarazione recita così: «Quando terroristi o criminali di guerra disperatamente pubblicizzano i loro crimini, non aiutateli. Quando i social media, giornalisti e osservatori condividono immagini macabre per riportare i fatti, svolgono lavoro di PR per costoro. Descrivete i loro crimini, non pubblicate la loro propaganda».
Molti hanno aderito, altri hanno protestato: in nome della libertà. Libertà assoluta di sapere, di vedere, di esprimersi, di decidere. Chi ha ragione?
«Che i terroristi di Isis, da tempo abili nell’uso dei social network, possano contare su piattaforme gratuite per rilanciare i loro tremendi messaggi, e lo facciano sfruttando il passaparola degli utenti, è una distorsione terribile», scrive Marta Serafini sul blog «6 Gradi» di Corriere.it . E aggiunge: «Certo si lascia ad aziende e società commerciali una responsabilità enorme». E’ così, ma è inevitabile: strumenti nuovi, fenomeni nuovi, decisioni nuove. Scappare non serve: la realtà è più veloce di noi, e ci costringe ogni volta a scegliere.
Alcune testate di lingua inglese (New York Times, Wall Street Journal, Financial Times) hanno messo la notizia della decapitazione in basso, carattere piccolo, con foto d’archivio? Sembra un eccesso di zelo, e una curiosa scelta giornalistica. YouTube e Twitter hanno rimosso il filmato dell’esecuzione? E prima che ciò accadesse diversi media - tra cui il Corriere della Sera - hanno evitato di pubblicarlo? E’ giusto. Non perché lo ha chiesto la Casa Bianca. E’ giusto perché diffondere quel video è l’obiettivo dei carnefici: ostacolarli è un dovere. Le foto del massacro nella scuola di Beslan (2004)? Le immagini dei resti delle vittime dell’aereo abbattuto sull’Ucraina il 18 luglio? Sconvolgenti: ma servivano a raccontare due follie, e a evitarne altre.
I libertari assoluti non ci stanno: bisogna guardare/ascoltare/leggere tutto per poter decidere! Rimuovere quel video? Una censura. Domanda: condividiamo forse filmati pedopornografici prima di condannare la violenza sessuale sui bambini? Saremmo contenti se le immagini strazianti di un nostro familiare venissero date in pasto alla morbosità del mondo? Perché di questo si tratta, parliamoci chiaro. Assuefatti al sangue e alla violenza cinematografica - che l’America vezzeggia e vende senza scrupoli, non dimentichiamolo - vogliamo di più: sangue e coltello veri, non succo di pomodoro e lame di gomma. Anni fa a Los Angeles ho conosciuto Judeah Pearl, uomo dolce e mente finissima (studioso della causalità, ha vinto nel 2012 il Turing Prize, il Nobel dell’informatica). E’ il padre di Daniel, il giornalista americano decapitato in Pakistan nel 2002 da al-Qaeda. Chiediamo a lui se è nobile e utile, in nome della libertà d’espressione, scambiarsi il filmato dell’esecuzione di James Foley.
Leggo tra i commenti su Corriere.it : «Mostrare, assolutamente mostrare anzi da far vedere in TV in fascia protetta, che tutti vedano cosa vuol dire decapitare un uomo usando un coltello, che sentano le urla, il rumore gorgogliante dei fiotti di sangue che zampillano, e lo sguardo lucido e soddisfatto del carnefice che tiene per le mani la testa sgocciolante e che soprattutto si rendano conto di quanto tempo ci vuole e di quanto sia lungo l’orrore, e poi vediamo quanti simpatizzanti restano».
Resterebbero e aumenterebbero, vorrei dire al lettore. Tra di noi, infatti, non ci sono solo Di Battista inadeguati e presuntuosi («Quando non hai mezzi per combattere una guerra regolare, resta solo il terrorismo»). Ci sono persone che, davanti a problemi complessi, s’accontentano di risposte semplici e orrende (il mondo è ingiusto? Un genocidio lo purificherà!). Perché, noi che impediamo la propaganda nazista, dovremmo tollerare - anzi, sostenere - quella dell’estremismo islamico?
«L’orrore, l’orrore!», evocato dal protagonista di «Cuore di tenebra», aleggia sempre sul mondo: sta agli uomini liberi portare, faticosamente, la luce. Decidendo cosa fare e cosa non fare; cosa dire e cosa non dire; cosa ascoltare e cosa non ascoltare; anche cosa guardare e cosa non guardare. Papa Francesco ha ragione. E’ in corso «una terza guerra mondiale a puntate», e non è finita. Ma la vinceremo, anche questa volta.
«Corriere della Sera» del 21 agosto 2014

24 luglio 2014

I soldi massonici del direttore Benito

Storia
di Gerardo Padulo
​«È antico canone di buona tattica che si debbano eliminare i nemici interni prima di affrontare quelli esterni» ebbe a scrivere il 25 settembre 1914 sulla rivista Rassegna contemporanea il duca Giovanni Antonio di Cesarò, deputato radicale e nipote di Sidney Sonnino, e, per caso, il giorno innanzi Benito Mussolini aveva scritto sull’Avanti! che «noi [socialisti] siamo il nemico interno». Nella logica del nemico interno è utile dare conto di alcuni articoli, ignorati dagli storici, che Mussolini scrisse tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1914 sull’Avanti! e che sono pubblicati nel settimo volume dell’Opera omnia curato nel 1953 da Edoardo e Duilio Susmel.
Gli articoli sono intitolati Hervè promette…, La lavata di capo… e Pazienza o impotenza. In essi il direttore polemizza con la stampa democratica (La Gazzetta del popolo di Torino, Il Secolo di Milano, Il Giornale del mattino di Bologna e Il Messaggero di Roma, giornali a tutti noti come massonici) per dire sostanzialmente questo: i giornali democratici propongono alla pubblica opinione i socialisti francesi, che si sono schierati per la difesa della patria, esaltandoli come modello da seguire per i socialisti italiani.
Nel primo articolo Mussolini polemizza anche col socialista francese Hervè e sostiene: «Non è con questi sistemi» che si può «cattivare simpatie» alla causa della Francia. Se l’Italia vorrà Trento e Trieste «dovrà mettere in campo un esercito di almeno due milioni di uomini»; e, d’altra, parte, all’interno del movimento socialista, la tradizione garibaldina è «finita». «Garibaldi è morto – scrive Mussolini – e non ha avuto successori. Non poteva averne. Egli era unico nella storia. Il garibaldinismo odierno è una povera parodia. Fra Giuseppe Garibaldi e… Alceste De Ambris c’è… una piccola soluzione di continuità». Date queste premesse, la «democrazia italiana una e trina e, …triangolare» «s’inganna» se crede che, vantando i socialisti francesi, possa impressionare i socialisti italiani.
Nella nota del 2 ottobre Mussolini se la prende col Secolo e scrive: Il Secolo dice che «non spetta precisamente alla democrazia di assumersi la responsabilità di eccitare alla guerra a qualunque costo. […] La democrazia non vuole assumersi la responsabilità di eccitare alla guerra e sta bene. Nessuno le contesta questo diritto. Ma allora, spetta forse al Partito socialista di assumersi tale responsabilità? Se la democrazia […] non osa accettare la responsabilità di eccitare alla guerra, pretende forse […] che tale tremenda responsabilità sia assunta dai socialisti italiani? […] Se la democrazia, prudente o impotente, non osa gridare a piena voce, per tutti i quadrivi delle cento città d’Italia, il fatidico: a Trieste! A Trieste!, pretende di farsi sostituire da noi socialisti che irredentisti non fummo e non siamo?».
Poco dopo, il 15 novembre Mussolini fonda il Popolo d’Italia, si mette a fare il garibaldino e a predicare la guerra rivoluzionaria. Il passaggio di Mussolini dalla neutralità assoluta alla guerra rivoluzionaria si comprende meglio se si segue la traccia dei soldi e quella delle parole. Per i soldi basta dire che Giuseppe Pontemoli, autorevole esponente del Grande Oriente d’Italia, anticipa 20.000 lire per comprare la rotativa con cui sarebbe stato stampato il nuovo quotidiano. Per le parole, conviene riportare quelle misurate con le quali Gino Bandini, direttore del settimanale massonico L’Idea democratica, il 25 ottobre commenta la metamorfosi.
Dopo aver premesso che Mussolini resta un avversario ma leale e rispettabile per «sincerità, dirittura di coscienza e fermezza di carattere» e che la sua crisi non è un fatto personale ma «crisi di partito», «di non scarsa importanza», Bandini nota: «Ma desideriamo rilevare la parte saliente degli argomenti che determinarono la virile risoluzione di Mussolini. Egli […] ci afferma che, nel caso di una guerra contro l’Austria, il socialismo italiano lascia aperta la via: più ancora che, se interrogato sulla convenienza di muover guerra all’Austria, il proletariato italiano risponderebbe con un nuovo plebiscito»: cosicché «contro l’Austria la neutralità assoluta cade automaticamente. È quello che noi abbiamo sempre pensato. E ci conforta sentirlo oggi ripetere da una tale voce». La conclusione è che quel che si è «maturato nella coscienza di Mussolini, non potrà non rivelarsi a traverso un procedimento necessariamente più lento, alla coscienza collettiva del popolo italiano» e, dunque, «il bel gesto ci appare, soprattutto, un gesto iniziale».
La conversione di Mussolini, in verità, non produsse una grande emorragia nelle file socialiste né fu seguita da gran parte del popolo italiano alla guerra.
Comunque, con un po’ di tempo la logica degli eventi fu chiara anche all’Avanti! che il 24 gennaio 1915 dedicò l’articolo di fondo alla combine tra sedicenti rivoluzionari e «borghesia massonica». Molti contemporanei alla fine capirono quello che c’era da capire. Gli storici, no. Non ancora.
«Avvenire» del 22 luglio 2014

01 giugno 2014

Diritto all'oblio, il rischio di un effetto boomerang per il web

La scelta di Google di acconsentire alla possibilità di essere "dimenticati" dal suo motore, apre a scenari del tutto nuovi. Anche potenzialmente pericolosi per il diritto all'informazione. Due esperti ci spiegano perché
di Alessandro Longo
Oggi parte a tutti gli effetti la stagione del diritto all'oblio sul web, con la comparsa del modulo con cui Google permette di esser cancellati dal proprio motore di ricerca. Adesso prepariamoci a viverne le conseguenze, che saranno straordinarie e potenzialmente molto pericolose per il diritto all'informazione, secondo vari esperti. Ma anche gli stessi diritti dei cittadini potrebbero essere deformati da questa nuova possibilità offerta dal motore. Che le conseguenze saranno grandi lo dimostra anche il fatto che Google ha già ricevuto circa mille richieste di cancellazione da parte di cittadini europei. Il tutto, a pochi giorni dalla sentenza della Corte di Giustizia europea a cui ora si adegua con questo modulo.
"Ci stanno arrivando tantissime richieste", conferma l'avvocato esperto di diritti internet Fulvio Sarzana. I cittadini ora possono usare il modulo per chiedere la cancellazione direttamente a Google, infatti, ma alcuni preferiscono ancora passare da un avvocato, come è stato fatto finora, per il diritto all'oblio. È poi l'avvocato a inoltrare la richiesta a Google (adesso, utilizzando il modulo). Un esempio: "una psicologa è perseguitata da un suo ex paziente che ha fatto un blog appositamente per screditarla con notizie attinenti la propria vita sessuale e le frequentazioni da lei avute nel passato. Poiché però il blog è ospitato presso server in Svezia il titolare della piattaforma ha sempre risposto che non poteva fare nulla non trovandosi i server in Italia. Oggi con la nuova sentenza dovrebbe essere possibile risolvere il problema, facendo sparire quella pagina da Google", dice Sarzana.
In Europa, si segnalano casi come quello dell'irlandese Eoin McKeogh che da anni combatte per essere dimenticato da Google, Facebook e Yahoo!. Un utente internet, restato anonimo, l'avrebbe erroneamente accusato di non aver pagato la corsa di un taxi (si tratterebbe in realtà di uno scambio di persona). In Francia, una madre sta cercando da tempo di cancellare foto discinte di sua figlia teenager. In Romania, una donna vuole fare sparire informazioni che riguardano il suo divorzio. Nel Regno Unito, un ex politico vuole eliminare i link a un libro che considera diffamatorio. Un attore vuole far sparire le notizie su una presunta relazione avuta con una minorenne. Un medico cerca di cancellare commenti negativi sul suo operato.
Come si vede, ci sono questioni personali ma anche di interesse pubblico, tutte nello stesso calderone del diritto all'oblio. Una questione complessa, dove non è facile commisurare i diritti della privacy con quelli del pubblico interesse. Ma adesso che Google passerà all'azione, con quel modulo, ogni nodo verrà al pettine e tutta la sua complessità verrà ridotta a una decisione binaria: il link sarà cancellato o conservato, sul motore di ricerca. Decide Big G.
Le conseguenze sono enormi, secondo gli esperti. "Da una parte, è bello che per la prima volta Google dimostri di ascoltare quanto chiede l'Europa, invece di limitarsi a ribadire di non essere soggetta alle nostre istituzioni in quanto soggetto americano", dice Guido Scorza, avvocato esperto di questi temi. "Dall'altra, questa vittoria per l'Europa rischia di diventare una sconfitta. Una società privata farà da arbitro nel decidere quando prevale la privacy e quando il diritto all'informazione, su cose che riguardano tutti noi. Un aspetto su cui solo i Garanti privacy o i giudici dovrebbero decidere". Per esempio, per Google non sarà facile decidere quando un personaggio è pubblico o sono di interesse pubblico le informazioni che lo riguardano e quindi non hanno diritto all'oblio. Il rischio di decisioni affrettate è comunque presente, viste le migliaia di richieste che verranno gestite. Non solo, ci sono anche effetti collaterali poco chiari: "se la pagina rimossa da Google contiene dati di terzi, anche questi saranno condannati all'oblio", dice Scorza.
Secondo Scorza e Sarzana, uno dei rischi più gravi lo corre il diritto all'informazione, giornalistica e non solo. Alcuni, anche in Italia, già vogliono usare lo strumento di Google contro articoli di giornale, come scorciatoia low cost rispetto all'azione giudiziaria. Google potrebbe insomma di fatto rendere invisibile su internet un articolo prima che un giudice possa esprimersi sul suo essere (o no) diffamante. Il motore si sostituirebbe insomma alla magistratura, calpestando diritti costituzionali.
"Teniamo conto di un paradosso: adesso c'è il diritto all'oblio, ma non alla reindicizzazione del contenuto. Anche una grossa testata, insomma, non ha diritto di chiedere a Google di rendere di nuovo visibile un articolo", dice Scorza. Concorda Sarzana: "Il modulo di Google ha un grosso problema: non prevede un contraddittorio con il sito oggetto della richiesta. Si rischia così di diventare invisibili su internet senza poter dire la propria".
Immaginiamo anche scenari più particolari. Un normale cittadino chiede il diritto all'oblio per un fatto che può ledere la sua reputazione, ma di scarso interesse pubblico: ha scritto frasi misogine o razziste, per esempio. Quindi Google acconsente. Passa qualche anno e il cittadino si candida alle elezioni. Gli utenti non potranno più sapere, comunque, quelle informazioni su di lui.
Ci possono essere inoltre conseguenze paradossali: "Google dice che si occuperà solo di siti della comunità europea. Allora potrebbe nascere un sito a S. Marino che dirà tutto quello che altrove non è ricercabile", ipotizza Sarzana. vInfine, il diritto all'oblio potrebbe essere un boomerang contro la stessa persona che l'ha richiesta. "Tra i risultati della ricerca, comparirà una scritta d'avviso che alcuni di quelli sono stati rimossi in nome al diritto d'oblio. Un po' come fa già ora Google per i siti che violano il copyright", dice Sarzana. Immaginiamo un datore di lavoro che faccia una ricerca su un candidato e veda apparire questo avviso. Potrà immaginare cose anche più gravi di quelle effettivamente eliminate: a volte il dubbio genera sospetti più gravi della trasparenza.
Insomma, adesso Google - spinto dalla sentenza della Corte di Giustizia UE - sarà chiamato a tagliare con l'accetta una questione molto complicata. Con effetti che vedremo presto, ma che potrebbero essere devastanti per il web, per i singoli e per i diritti collettivi.
«la Repubblica» del 30 maggio 2014

Floridi: "Serve un colpo di genio per tenere insieme diritto all'oblio e diritto all'informazione"

Parla il professore dell'Oxford Internet Institute, l'unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull'informatica
di Fabio Tonacci
"Serve un colpo di genio, come quello di Dick Fosbury che alle olimpiadi del 1968 si inventò una nuova tecnica per superare l’asticella, il famoso “salto dorsale”…ecco c’è bisogno di un’innovazione del genere per tenere insieme il diritto all’oblio e il diritto all’informazione". Basta questa metafora, coniata dal filosofo Luciano Floridi, professore all’Oxford Internet Institute, l’unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull’informatica, per intuire in quale ginepraio si è infilato il colosso di Mountain View con il modulo per la richiesta di rimozione di contenuti "non adeguati", "obsoleti", "irrilevanti" per l’interesse pubblico.
Professore, quando le è stato proposto di entrare nella commissione di Google?
"Se ne parlava da qualche settimana, l’invito ufficiale è arrivato quattro giorni fa".
Sapete già nel dettaglio quale sarà il compito del comitato, in cui ci sono anche il presidente di Google Eric Schmidt e il fondatore di Wikipedia, Jimmi Wales?
"Dovremo capire quali problemi si creeranno con le nuove procedure per togliere link dalla lista dei risultati, individuare strategie di risoluzione e soprattutto prevedere quali conseguenze avranno le soluzioni adottate".
Quanto tempo avete a disposizione?
"Non molto, entro qualche mese dovremo presentare un dossier finale. In questo lasso di tempo ci incontreremo diverse volte, in Europa".
Il problema più evidente è come sia possibile conciliare le migliaia di richieste all’ “oblio” di alcuni utenti con il diritto all’informazione di tutti.
"Il punto è chiaramente quello. Qui non parliamo di contrasto tra interessi privati, ma di un confronto tra diritti egualmente importanti. Il diritto all’informazione è anche diritto alla trasparenza, del resto. Voglio dire, le notizie sul web devono essere accessibili, un archivio chiuso è come se non esistesse. Dall’altra parte in Rete finiscono anche contenuti riferiti che possono portare, ad esempio, a discriminazioni in campo lavorativo".
Chi valuterà concretamente le pratiche? In un giorno ne sono arrivate 12mila da tutta Europa.
"Non certo il nostro comitato!".
Chi allora? Sarà un algoritmo oppure un dipendente di Google in carne ed ossa?
"No comment".
Non c’è il rischio che un politico, ad esempio, sfrutti questa possibilità per ripulirsi la reputazione? Sottraendo agli elettori delle informazioni di interesse pubblico?
"Parlando da privato cittadino, credo che questo rischio ci sia".
Come si fa a decidere se una notizia che riguarda una persona è anche di interesse pubblico? Il concetto appare molto relativo…
"In effetti è così, quello che è irrilevante per me può non esserlo per un altro soggetto. Non è una questione che si risolve politicamente, con criteri decisi a priori. Bisogna mettere dei paletti, questo è sicuro. Come ho detto, servirà un colpo di genio per riuscire a tutelare tutti i diritti in gioco".
«la Repubblica» del 31 maggio 2014

03 marzo 2014

Il web premia la qualità. Due righe e parte il tam tam

Eli Pariser ha fondato il sito che ha superato il «New York Times» per numero di interazioni: «Sappiamo soddisfare la curiosità dei lettori». Le mosse di Facebook
di Serena Danna
Vince la rivoluzione del modello Upworthy Poche notizie ben fatte, decisivo è il titolo
Nella sala più affollata dell’Highline Stages, l’edificio ultramoderno di Meatpacking sede della Social Media Week di New York, Eli Pariser, 34 anni, illustra al pubblico risultati e strategie di Upworthy, il sito internet che il mediattivista — noto a molti per l’illuminante libro sugli algoritmi di Google Il filtro (Il Saggiatore) — ha lanciato nella primavera del 2012 insieme all’ex direttore operativo del sito The Onion, Peter Koechley. Se centinaia di giornalisti, operatori del web e strateghi del marketing sono accorsi sotto la neve alle otto del mattino ad ascoltare Pariser c’è un motivo: Upworthy è il sito cresciuto più rapidamente nella storia di internet. In novembre ha realizzato 87 milioni di utenti unici, quasi il triplo del «New York Times», e generato 17 milioni di condivisioni su Facebook, pubblicando solo 225 articoli. Per intenderci, un sito come Yahoo! nello stesso mese ha postato sul social network quasi 115 mila articoli producendo meno di 4 milioni di interazioni.
Agli investitori iniziali, tra cui spicca Chris Hughes, l’ex cofondatore di Facebook oggi editore-direttore di «The New Republic», si sono aggiunti recentemente Bill e Melissa Gates, finanziando con la loro Fondazione una sezione dedicata alla lotta alla povertà. Pariser spiega così l’obiettivo principale di Upworthy: «Aiutare le persone a trovare contenuti seri ma divertenti da condividere, come il video di un idiota che fa surf sul suo terrazzo».
Lo staff (non giornalistico) di Upworthy scova su internet materiale interessante, lo rititola in sedici modi diversi (utilizzando tecniche basate sui Big Data) che sottopone all’esame di un gruppo ristretto di lettori per capire quale funziona meglio, infine lo lancia sui social network. Il primo picco di accessi s’è verificato grazie a un video dell’attuale portavoce del presidente irlandese, che — nel 2010 — aveva criticato un conduttore radiofonico americano contrario alla riforma sanitaria di Obama. A distanza di due anni, Upworthy l’ha ripubblicato con il titolo «Un esponente del Tea Party ha deciso di litigare con il presidente di un Paese straniero. Non gli è andata molto bene» e quel giorno il sito ha raggiunto un milione di visitatori. Pariser parla di curiosity gap: «Dobbiamo soddisfare la sete di curiosità dei lettori. Per riuscirci è meglio confezionare bene pochi contenuti di qualità piuttosto che bombardare il pubblico con migliaia di articoli di basso livello».
I titoli di Upworthy hanno tutti la stessa struttura: due brevi frasi di grande impatto emotivo come «Non ascoltiamo abbastanza le voci dei nativi americani. Ecco un messaggio significativo che arriva proprio da loro». Il modello è talmente riconoscibile che ha già prodotto numerosi cloni (Distractify, ViralNova) e addirittura parodie sul web. «Oggi che l’informazione nuota nella stessa piscina di Kim Kardashian — spiega Pariser, riferendosi a una delle protagoniste del gossip americano — tocca fare la differenza. Che per noi significa portare l’attenzione delle persone su argomenti importanti. Invece che focalizzarci sulle notizie di giornata o sulle tendenze, preferiamo stare sui grandi temi».
Tra gli argomenti ricorrenti di Upworthy si ritrovano, infatti, il riscaldamento globale, la lotta contro le malattie, il lavoro minorile. La storia più letta nel 2013 riguarda Zach Sobiech, un musicista americano morto di cancro a 18 anni. Il titolo in italiano suona così: «Questo meraviglioso ragazzo è morto. Ma quello che lascia è spettacolare». Il giorno dopo la messa online, Sobiech è balzato al primo posto nella classifica degli artisti più scaricati su iTunes e l’associazione per la ricerca sul cancro legata al suo nome ha raccolto centinaia di migliaia di dollari. La cifra del sito potrebbe stare tutta nel neologismo inglese tradotto da noi impropriamente con «spettacolare»: Wondtacular, un incrocio tra wonderful (meraviglioso) e spectacular (spettacolare). Secondo Pariser, presidente della piattaforma di attivismo politico MoveOn.org, nessuna storia che riguarda l’umanità può essere non interessante: «Se non leggono il tuo articolo sull’Afghanistan — afferma — non significa che l’Afghanistan “non fa notizia”, ma che l’articolo è scritto, titolato o proposto male».
In questi giorni sta facendo molto discutere il successo riscosso dalle storie sulla crisi ucraina pubblicate da BuzzFeed e da Huffington Post, che hanno raggiunto un numero di accessi pari ad articoli su popstar e cronaca nera (generalmente tra i più letti in Occidente). Pezzi che rivelano un paradigma simile: foto e titolo a effetto con un testo molto semplice ed efficace sviluppato per punti. In uno sprezzante commento su Politico.com — «Il giorno in cui abbiamo preteso di occuparci dell’Ucraina» — Sarah Kendzior ha parlato di disaster porn (pornografia del disastro), annunciando la nascita di un nuovo «genere giornalistico»: l’apocalittico. Su una linea più morbida Emily Bell, docente della Scuola di giornalismo della Columbia University, si è chiesta se «proporre le tecniche usate per una gallery su cavalli che assomigliano a Miley Cirus per spiegare complesse questioni geopolitiche» sia «troppo triviale», o, al contrario, un modo per adattare il mondo contemporaneo ai modelli di fruizione del pubblico giovane.
Se la questione posta da Bell rimane aperta, ciò che sembra ormai evidente è il ruolo chiave svolto dalla viralità nel campo dell’informazione. Prodotti come Upworthy e BuzzFeed, il sito nato come vetrina di teneri gattini e diventato un controverso modello di giornalismo, stanno colonizzando l’informazione online, al punto che anche le più autorevoli testate tradizionali cedono spesso alla tentazione delle «liste». Accade perché un’informazione basata sulla condivisione dei lettori deve puntare a essere virale. «Prima di internet le storie diventavano popolari se venivano riprese da altri giornali, citate in pubblicazioni autorevoli o ritagliate dai lettori — ha scritto la popolare blogger Annalee Newitz su io9 —. Oggi diventano influenti se le persone le condividono su Facebook, Twitter, Pinterest, Reddit. Nella maggior parte dei casi, nessuno legge una storia se non viene postata online da qualcuno».
Secondo Newitz non sono solo i memi (singole unità di informazione che condividiamo perché ci fanno ridere o stare bene) a diventare virali, ma «tutte le storie che contengono verità certe o utili e non ci chiedono di pensare». Insomma, la foto di un gattino che si stiracchia al sole ha in comune con un video di prova dell’iPhone 5 e con un’inchiesta sulla National Security Agency una caratteristica fondamentale: «Non sono documenti aperti a interpretazioni — aggiunge Newitz — ma chiariscono la confusione tipica dell’essere umano come facevano i sondaggi di Nate Silver (il blogger statistico del “New York Times”, ndr) durante le elezioni americane». Insomma, se si vuole diventare virali bisogna evitare l’ambiguità.
Alla base della condivisione di articoli, foto, video sui social network non c’è l’interesse individuale nell’argomento ma la nostra reputazione: «Le persone si scambiano i contenuti che sono specchio dei loro gusti e preferenze. Ci preoccupiamo della moda — sottolinea Elsperth Rountree, tra i fondatori di Know Your Meme — perché è il nostro biglietto da visita in società, vale anche per quello che condividiamo online».
Jonah Berger, autore di Contagious (Simon & Schuster), fa un passo in avanti individuando sei principi che rendono i contenuti virali: il valore sociale, l’effetto promemoria (ricordarci qualcosa di molto importante), la risonanza emotiva, l’osservabilità (essere un tema evidente agli occhi di tutti), l’utilità e lo stile narrativo. Utilizzare la condivisione come principale parametro per valutare la forza di un prodotto crea tuttavia due problemi. Il primo riguarda il pubblico e gli investimenti pubblicitari: il traffico che si basa su contenuti contagiosi non ha un pubblico di riferimento. Scrive Bryan Goldberg su Pando- Daily: «Un mese un pezzo su adorabili animaletti attirerà sul sito donne di mezza età, quello dopo una gallery su Miley Cirus svestita richiamerà adolescenti maschi: in che modo una testata può costruire una profonda e solida relazione con i brand se il suo pubblico non ha consistenza?».
L’altro nodo riguarda chi davvero detiene il potere: dato che il trampolino virale per eccellenza è rappresentato dai social network, è evidente come i siti dipendano da essi. Quando Facebook — dopo studi elaborati sui memi — ha cambiato l’algoritmo che gestisce il Newsfeed (le notizie che compaiono sulla bacheca e la cui visibilità dipende dalla maggiore o minore condivisione da parte dei propri amici) affermando di voler privilegiare contenuti di qualità a discapito delle foto «contagiose», molti siti hanno avuto un crollo delle condivisioni.
Al di là degli annunci, non sono chiari i nuovi parametri utilizzati da Zuckerberg per stabilire la gerarchia degli articoli sulle bacheche: di certo c’è solo la sua volontà di ribadire il ruolo di deus ex machina nel gioco della condivisione online.
«Il Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 2 marzo 2014

05 ottobre 2013

Scienza web, c'è una fabbrica delle "bufale" a pagamento

Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico
di Simone Cosimi
Un autentico Far West fra le riviste accademico-scientifiche online cosiddette open access. I cui contenuti sono cioè disponibili più o meno gratuitamente al pubblico, specializzato o meno. Una situazione in mano al lucro, fatta di tante ombre e pochissime sicurezze, portata alla luce da un'inchiesta basata su uno studio scientifico del tutto privo di fondamento. A firmare sia l'inchiesta che l'operazione sotto copertura, il collaboratore di Science e biologo molecolare John Bohannon. La finta ricerca, dedicata al presunto effetto di alcune molecole estratte dai licheni sulle cellule tumorali, è stata volontariamente costellata di errori elementari. Tanto che qualsiasi recensore "con non più di una conoscenza in chimica da scuola superiore e l'abilità di capire lo sviluppo dei dati" avrebbe dovuto cestinarla in un batter d'occhio. Peccato non sia andata così: negli ultimi otto mesi, fra gennaio e agosto, ben 157 riviste online su 304 hanno accettato di pubblicare la clamorosa bufala scientifica. Spesso senza richiedere alcuna modifica al misterioso autore. La ricerca fittizia architettata dal cronista del magazine è stata infatti respinta da soli 98 comitati scientifici mentre devono ancora rispondere all'appello 49 testate. Di queste, 29 sembrano abbandonate a sé stesse e la restante ventina ha fatto sapere al giornalista di essere ancora in fase di valutazione.
L'inchiesta, pubblicata su Science, non ha lasciato nulla al caso. Bohannon ha realizzato versioni superficialmente diverse dello stesso paper - così si chiamano i documenti scientifici che vengono sottoposti all'approvazione delle riviste specializzate - pur tenendo fermi i contenuti, le conclusioni e i dati. "Il paper - spiega nel suo lungo servizio - ha preso questa struttura: la molecola X estratta dalle specie Y di licheni inibisce la crescita delle cellule tumorali Z. Per sostituire queste variabili ho creato un database di molecole, licheni e cellule cancerogene e ho scritto un programma per computer al fine di generare documenti diversi fra loro. A parte queste differenze, il contenuto scientifico di ogni paper è identico". Il documento contiene in particolare un paio di esperimenti segnati da stravaganti inesattezze: uno è pieno di errori, l'altro, in teoria dedicato ad approfondire come l'uso di quelle molecole renda più sensibili le cellule alla radioterapia, perfino privo di conclusioni. Fra l'altro, Bohannon ha curato nel dettaglio ogni aspetto dell'operazione, visto che ha inoltrato le centinaia di proposte di pubblicazione, al ritmo di una decina a settimana, sotto falsa identità. Ha ideato infatti un ricercatore africano di fantasia, battezzato Ocorrafoo M. L. Cobange, in forze all'altrettanto fantomatico Wassee Institute of Medicine. Come se non bastasse ha curato anche l'aspetto linguistico, dando al documento - grazie a una serie di risciacqui su Google Translate - un tono grammaticalmente corretto ma che desse l'idea di un autore non madrelingua inglese. Insomma: c'erano tutti i segnali per sbugiardarlo a una prima e perfino parziale lettura della sua proposta.
Quanto ai destinatari, sono finite nel mirino riviste formalmente dedicate alle scienze farmaceutiche o alla biologia, alla medicina generale e alla chimica. Nomi come European Journal of Chemistry o Journal of International Medical Research. Testate all'apparenza affidabili e spesso legate, a scorrere la catena di controllo, a titanici gruppi industriali come Elsevier, il più grande editore mondiale in ambito medico, Sage o Wolters Kluwer. E invece spesso contraddistinte da board scientifici piuttosto oscuri, sedi misteriose e magari localizzate nei Paesi del Terzo mondo. Un terzo addirittura in India, che sembra il vero motore di questo genere di business della bufala, o almeno dell'imprecisione. Uffici e persone con cui è difficile entrare in contatto. Se non, questo il dato che accomuna il settore, nel caso del pagamento della tassa di pubblicazione. Quando una ricerca viene ritenuta affidabile e ne viene dunque deliberata la pubblicazione, il ricercatore è infatti tenuto a pagare un obolo che, nel caso di Bohannon, oscilla fra i 150 e i 3100 dollari. D'altronde è il modello finanziario sul quale si regge la Babele della scienza open access: "Dalle umili e idealistiche origini, circa un decennio fa, le riviste scientifiche open access si sono trasformate in un'industria globale, sorretta dalle tasse di pubblicazione richieste agli autori piuttosto che dai tradizionali abbonamenti - ha scritto Bohannon - molte di queste sono torbide. L'identità e la residenza dei direttori e dei revisori, così come i finanziamenti dei loro editori, sono spesso appositamente oscurati". In sostanza, mentre le riviste scientifiche tradizionali si affidano a salati e spesso inaccessibili abbonamenti, quelle a libera consultazione vivono di questo scivoloso meccanismo. Che conduce a una facile equazione: più pubblicazioni uguale più guadagni.
"Se fossero finite nel mirino le classiche riviste in abbonamento - ha detto David Ross, biologo dell'università della Pennsylvania che più di un anno fa ha dato a Bohannon lo spunto per l'indagine - credo fortemente che si sarebbero ottenuti gli stessi risultati. Ma senz'altro l'open access ha moltiplicato questa sottoclasse di riviste e il numero delle ricerche che pubblicano. Tutti pensiamo che la consultazione libera sia un'ottima cosa, la questione è come arrivarci davvero". Risultati sconfortanti, dunque, dal test: per il 60 per cento dei paper sottoposti al giudizio delle varie riviste non sembra esserci stata infatti alcuna revisione collettiva. In caso di rigetto la notizia può essere magari letta positivamente, ma nei tanti via libera collezionati - la regola, non l'eccezione - significa davvero che nessuno ha neanche letto lo sconclusionato documento. Anche quando qualche modifica è stata richiesta, ha raccontato il biologo, si è trattato spesso di spicciole questioni di formattazione, modifiche testuali, allungamento dell'abstract o di fornire qualche immagine in più. Appena 36 comitati hanno mosso obiezioni sulla sostanza scientifica della ricerca firmata dal professor Ocorrafoo Cobange.
«La Repubblica» del 5 ottobre 2013

24 settembre 2013

“La legge sull’omofobia? Come i processi di Mao”

Parla Scruton
di Giulio Meotti
“Si sta creando una neolingua come contro l’anticomunismo ai tempi della Guerra fredda. Una lingua di legno”
“George Orwell ha già detto tutto nei suoi famosi ‘due minuti di odio’ del romanzo 1984”, dice al Foglio il filosofo e commentatore inglese Roger Scruton. “La questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta ‘omofobia’ come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. E’ un nuovo crimine intellettuale, ideologico, come lo fu l’anticomunismo durante la Guerra fredda”.
Settantenne docente di Filosofia alla St. Andrews University, autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore inglese (è stato definito dal Sunday Times “the brightest intellect of our time”), Scruton commenta così la legge in discussione al Parlamento per la criminalizzazione dell’“omofobia”. Anche Amnesty International si sta spendendo a favore della norma. “A me questa legge sull’omofobia ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati. In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di ‘odio’ e ‘discorso dell’odio’ ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì ‘inversione morale’: se deplori il welfare manchi di ‘compassione’; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un ‘omofobo’; se credi nella cultura occidentale sei un ‘elitista’. L’accusa di ‘omofobia’ significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università”.
Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di “Neolingua”. “La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa. Qui l’atto linguistico fondamentale solo superficialmente coincide con la grammatica assertiva. Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo. Come conseguenza, la neolingua ha sviluppato una sua speciale sintassi che, sebbene strettamente connessa a quella normalmente usata nelle descrizioni ordinarie, evita accuratamente anche solo di sfiorare la realtà o di confrontarsi con la logica dell’argomentazione razionale. E’ quello che Françoise Thom ha cercato di illustrare nel suo studio, ‘La langue de bois’ (la lingua di legno). Alcune delle peculiarità sintattiche sono state messe in rilievo da Thom: l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti; la preferenza della forma passiva e della costruzione impersonale; l’uso di comparativi al posto di predicati; l’onnipresenza del modo imperativo”.
Con la legge sulla omofobia, dice Scruton, “si tratta di instillare nella mente del pubblico l’idea di una forza maligna che pervade tutta l’Europa, albergando nei cuori e nella testa della gente che può essere ignara delle sue macchinazioni e dirottando sul sentiero del peccato anche il progetto più innocente. La neolingua nega la realtà e la indurisce, trasformandola in un qualcosa di estraneo e resistente, un qualcosa ‘contro cui lottare’ e che deve ‘essere vinto’. Il linguaggio comune riscalda e ammorbidisce; la neolingua raggela e indurisce. Il discorso comune genera, con le sue stesse risorse, i concetti che la neolingua proibisce: corretto-scorretto; giusto-ingiusto; onesto-disonesto; tuo-mio”.

Una forma di “rieducazione”
Scruton dice che c’è una paura dell’eresia che si espande nei paesi europei. “Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista ‘pericolosi’. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più ‘inclusiva’, evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione. Questo politicamente corretto è una censura soft in cui si manda la gente al rogo per i pensieri ‘proibiti’. Le persone che hanno un ‘giudizio’ sono condannate con la stessa violenza di Salem”. Quello del processo alle streghe nel Massachusetts. La lettera scarlatta.
“Chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei ‘diritti dei gay’ è regolarmente accusata di ‘omofobia’. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta ‘omofobia’, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: ‘Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana fondamentalista e omofobica’”.
Secondo Scruton, si tratta di una operazione ideologica che ricorda appunto quella durante la Guerra fredda: “Allora erano necessarie definizioni che stigmatizzassero il nemico intestino e ne giustificassero l’espulsione: era un revisionista, un deviazionista, un sinistrorso immaturo, un socialista utopista, un social-fascista. Il successo di queste ‘etichette’ nell’emarginare e condannare l’oppositore ha corroborato la convinzione comunista che si può cambiare la realtà cambiando il linguaggio: per esempio, si può inventare una cultura proletaria con la parola ‘proletkult’; si può scatenare la caduta della libera economia semplicemente gridando alla ‘crisi del capitalismo’ ogni volta che il tema venga sollevato; si può combinare il potere assoluto del Partito comunista con il libero consenso della gente definendo il governo comunista un ‘centralismo democratico’. Quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la ‘liquidazione dei kulaki’! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è ‘rieducazione’. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità”.
Da ultimo, dice Scruton, è lo scontro fra il “pragmatista” e il “razionalista”: “Non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che ‘noi’ si sia d’accordo. Ma chi siamo ‘noi’? E su cosa ci troviamo d’accordo? ‘Noi’ siamo tutti per il femminismo, liberali, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; ‘noi’ non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. ‘Noi’ decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo”.
«Il foglio» del 24 settembre 2013

Campagne elettorali del futuro chi non è interconnesso è perduto

Incontro con Michael Slaby e Betsy Hoover, artefici del successo digitale di Obama: così cambierà la comunicazione politica
di Marco Bardazzi
Se le ultime due campagne elettorali americane vi sono sembrate tecnologiche, aspettate di vedere le prossime. Chiunque siano i candidati che si sfideranno nel 2016 per la successione a Barack Obama alla Casa Bianca, lo scenario digitale su cui si muoveranno farà sembrare archeologia le innovazioni introdotte dal presidente nel 2008 e 2012. Le parole d’ordine? Non più soltanto «social» e «partecipazione», ma anche «reti delle reti», «mappe relazionali», «interconnessioni».
Le direttrici dell’evoluzione della comunicazione politica made in Usa si intuiscono conversando con Michael Slaby e Betsy Hoover, due tra i principali artefici del successo di Obama in campo digitale. Lui è stato alla guida dello staff digitale del futuro presidente nel 2008, «quando eravamo - racconta - una sorta di start-up politica, gli sfidanti trasandati che nessuno si aspettava potessero vincere». Poi ha fatto il bis nel 2012, come capo dell’innovazione e dell’integrazione nel quartier generale obamiano a Chicago. Lei ha guidato l’organizzazione digitale dello staff di Obama for America 2012. Su quelle esperienze hanno costruito carriere da consulenti di strategie politiche, non solo negli Stati Uniti. In questi giorni girano l’Italia e ieri erano in visita a La Stampa, per uno scambio d’idee sul futuro digitale con il direttore Mario Calabresi e la redazione.
Per Slaby e Hoover è ormai chiaro che la politica, come tanti altri ambiti umani, in futuro sarà preclusa a chi non abbia almeno una consapevolezza di base su come mutano le relazioni nell’era del web. Ma organizzare le comunità e coinvolgere più gente attraverso i social media, come Obama ha fatto nel 2008 e poi su larga scala nel 2012, non basta più. «La frammentazione con cui avevamo a che fare in quegli anni - spiega Slaby - ora è sfociata in nuove interconnessioni. Dobbiamo ripensare completamente le modalità con cui raggiungere le persone. Non c’è più il messaggio da diffondere in stile broadcast, come se fosse comunicazione aziendale. Siamo di fronte a nuovi scenari di partecipazione che richiedono nuove mappe».
Come esploratori che si avventurano per la prima volta in terre ancora sconosciute, gli strateghi americani associano l’attività politica alla cartografia: le piattaforme social stanno creando reti di cui ciascuno di noi è un nodo, e queste realtà vanno mappate per capire quali rotte seguire. Uno staff elettorale efficiente dovrà essere in questo senso un equipaggio capace di muoversi in un mare di rapporti personali, per trovare i soggetti da coinvolgere in una campagna elettorale. Ovviamente, avvertono i consulenti digitali di Obama, ciò che funziona negli Usa non può essere replicato acriticamente dovunque. Ma le regole di base sono le stesse.
«A chi decide di candidarsi a una carica e pensa a una strategia digitale - spiega Betsy Hoover - suggerisco in primo luogo di fare un passo indietro e riflettere sul fatto che l’obiettivo di fondo deve essere coinvolgersi con gli elettori, trovarli e restare in rapporto con loro nel tempo. Con questo in mente, occorre cominciare a pensare a che tipo di linguaggio serve, quali piattaforme usare. Occorre poi investire nel proprio programma digitale. Costruire una squadra, trovare le persone giuste per eseguire la strategia».
Le tecnologie, i social come Facebook o Twitter in questo scenario divengono «moltiplicatori di forze», dice Slaby, come lo sono stati nel progetto «Narwhal», il nome in codice che era stato dato all’apparato tecnologico messo in campo nel 2012 nel quartier generale di Obama. «Lo scopo, ieri come nelle prossime elezioni, deve essere quello di dare più potere agli elettori, perché giochino un ruolo di primo piano nell’organizzazione elettorale». Comprendere le nuove mappe delle relazioni, i rapporti tra i «nodi» delle reti di reti, serve a raggiungere in modo più efficiente questo traguardo.
Ricette che funzionano anche in Italia? Slaby pensa di sì. Lo scenario politico italiano lo conosce abbastanza da poterlo giudicare. L’anno scorso ha tenuto a Montecitorio una lezione di comunicazione ai politici di casa nostra. All’inizio di settembre era a Cernobbio, seduto al fianco di Gianroberto Casaleggio, a parlare a una platea dove lo ascoltava anche il premier Enrico Letta. «C’è molta innovazione interessante in Italia», spiega. «L’esistenza e il successo del Movimento 5 Stelle sono la prova che la gente è interessata e anche affamata di avere nuovi modi per essere coinvolta». Un discorso simile vale per il fenomeno Matteo Renzi, che Slaby ha incontrato e che considera un’altra novità positiva per il Paese. Se uno poi gli chiede se lavorerebbe come consulente per il sindaco di Firenze, o magari per Letta, l’ex stratega di Obama sorride divertito e non esclude nulla.
Ma i due giovani esperti americani mettono in guardia chiunque pensi che la politica nell’era digitale sia solo una faccenda di tecnologia, organizzazione, risorse. «L’interconnessione ci rende più appassionati che mai alle cose che stanno davvero a cuore», dice Slaby. E più abili nello smascherare chi si serve dei social solo per fare le classiche promesse da politico.
«La Stampa» del 24 settembre 2013

19 luglio 2013

Un falò qualunque

di Massimo Gramellini
Quando, nella notte fra il 12 e il 13 luglio, una tanica di benzina irritata a dovere da un fiammifero si mangiò l’intero primo piano di un liceo romano, irresistibile fu la tentazione di dare coloritura ideologica alla vicenda. Il liceo era il Socrate, porto sicuro per gay e minoranze vessate. In passato l’estrema destra ne aveva deturpato i muri perimetrali con slogan omofobi e l’incendio sembrava innestarsi perfettamente in quella trama. Si parlò di atto terrorista e di attacco al libero pensiero, ci si dilungò sulla valenza simbolica dell’attentato, si azzardarono paragoni potenti fra i libri accartocciati dal fuoco e i falò delle antiche biblioteche. Finché ieri la realtà ha bussato alle porte del commissariato di polizia: quattro studenti, accompagnati dagli avvocati che avevano già calcolato la convenienza processuale del gesto, hanno confessato di avere incendiato la loro scuola come vendetta per una bocciatura.
È una lezione importante per noi tromboni e trombette che nel commentare l’attualità siamo indotti a spremere dai fatti un valore universale e a spiegare la violenza con motivazioni ideologiche, ancorché bieche. Se un giorno si scrivesse la storia umana dal basso, forse scopriremmo che le rivoluzioni e le guerre nascono sempre da impulsi primordiali - la fame, l’invidia, il desiderio di dominare o di vendicare un torto vero o presunto - intorno a cui i vincitori incartano i grandi ideali di democrazia e libertà. Non erano omofobi, gli incendiari del Socrate, ma persone incapaci di accettare una sconfitta. Un vuoto di carattere che provoca meno indignazione, forse perché (e qui un po’ riparte la trombetta) è molto più diffuso.
«La Stampa» del 17 luglio 2013

23 gennaio 2013

A quali condizioni ha senso il giorno della memoria

Shoah
di Giorgio Pressburger
​È servito agli esseri umani ricordare eventi luttuosi per evitare il ripetersi di questi eventi? No. Con l’andare del tempo la ferocia è aumentata, la capacità di uccidere o di torturare è diventata sempre più diffusa e a portata di tutti. È servito all’umanità dimenticare quegli eventi, non saperne più nulla, ignorarli, come se mai fossero accaduti?
È servito sapere che sono avvenuti e far finta che non sia successo nulla? No. Allora la natura umana, la propensione alla violenza, alla ferocia, all’assassinio è ineliminabile, la civiltà non avanzerà mai, nel diventare meno crudele, meno violenta, meno egoista? Rassegnarsi a un’idea simile sarebbe terribile. Non riconoscerne la realtà e andare avanti alla cieca è altrettanto vano e illusorio. Ed è probabilmente per questo che è nata la decisione di dedicare almeno un giorno dell’anno al ricordo degli orrori messi in atto settant’anni fa, all’epoca in cui sono nati i genitori di uomini che oggi hanno circa trent’anni. E le vittime a quell’epoca erano i nonni di quei trentenni, i loro zii, i cugini.
Ora i mezzi di comunicazione di massa sciorinano ogni giorno numeri spaventosi sugli esseri umani uccisi il giorno prima. Ne parlano come di noccioline, a volte ne esagerano la portata soltanto per incutere orrore e paura, non per offrire una possibile maniera di far cessare i massacri o per offrire una conoscenza obiettiva dei fatti. Molte cose vengono falsificate in una direzione o nell’altra. Si mostrano feretri, corpi dilaniati soltanto come simboli, non come corpi di persone umane esistite, ciascuna con la sua storia, lo svolgersi della sua vita tra tanti stenti, tanto faticare, tanto gioire, tanto pensare, tanto piangere. Ovviamente nulla di questo è volto a migliorare l’uomo, a impedire il ripetersi, l’estendersi del male, della violenza, degli eccidi. Tutto questo mette fortemente a repentaglio l’utilità vera dei Giorni della Memoria, del moltiplicarsi di monumenti eretti per rammentare lotte, sacrifici, ideali.
Che cosa si può fare per impedire che in questo modo tutto finisca in retorica, in vuoti cerimoniali consumati in un giorno, per continuare, nei rimanenti 364 giorni dell’anno a perpetrare gli stessi delitti, gli stessi abusi e le stesse violenze appena ricordati? Sarebbe meglio allora creare Giorni dell’Oblio? O usanze comuni per dimenticare, come si fa a San Pietroburgo dove si festeggiano matrimoni con tanto di spumante e calici, nel grande cimitero in cui sono seppelliti i cinquecentomila morti periti durante l’assedio della città per opera dell’esercito nazista? Nobile cerimonia in onore della vita che continua, ma è quella la strada giusta per il ricordo? Può anche darsi.
Però occorre pure ricordare quei morti che si avviavano verso le camere a gas di Auschwitz cantando preghiere. Lì si trattava del progetto di cancellare dalla faccia della Terra un popolo intero additato come portatore di male. C’è la possibilità di rievocare quei delitti senza precedenti nella Storia dell’umanità? Interi popoli sono scomparsi nel fiume spietato del tempo e della Storia, ma non così, cioè come esecuzione di un piano scientifico, meditato, ponderato e preparato fin nei minimi dettagli.
Sono passati settant’anni, i ragazzi di oggi non riescono a immaginare nemmeno lontanamente che cosa potesse essere avvenuto nei campi di sterminio dove sono portati in visita, Tutto può essere soltanto una sorta di messa in scena, uno spettacolo allestito apposta. E per giunta ci sono anche gruppi di individui che negano tutto, negano che quegli eventi siano veramente accaduti. Lo negano già da tempo, nonostante gli ultimi sopravvissuti siano ancora oggi tra noi, parlino, si muovano. Fautori di ideologie, gruppi di sedicenti religiosi corrono in aiuto a costoro, allenati come sono alla menzogna. Ricordare o dimenticare, ricordare e condividere quei ricordi con quelli che erano stati gli autori di quei delitti?
È il giorno delle tante, infinite domande quello che noi chiamiamo il Giorno della Memoria. Come è potuto accadere quello che ricordiamo? E come dobbiamo ricordarlo? Non sarebbe meglio ricordare, (come fanno gli ebrei durante il Pesach, la Pasqua ebraica) in che modo quel popolo è riuscito a liberarsi dalla schiavitù? Noi viviamo ancora in quella schiavitù, nella schiavitù della violenza, dell’eccidio, del sopruso ufficialmente autorizzato. Quando e come ce ne libereremo? Dobbiamo trovare la strada che ci conduca verso la liberazione da questa schiavitù, o sarà l’intera umanità, non un singolo popolo, a scomparire.
«Avvenire» del 21 gennaio 2013