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01 agosto 2017

L’umanità ritrovata della Germania di oggi

Rinascita di una nazione
di Claudio Magris
I tedeschi hanno costruito uno dei Paesi europei più saldi e vivibili e non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Continente
Non è sempre facile, alla fine di una guerra, dire, passato il primo momento, chi l’ha vinta. La Germania è stata disastrosamente sconfitta in due guerre mondiali. La prima l’ha ridotta — anche a causa delle inique, vendicative e idiote condizioni del trattato di pace di Versailles, duramente criticate dal grande lord Keynes — a una devastante miseria e a disordini che hanno contribuito all’ascesa del nazismo. Ma non molti anni dopo la Germania nata dalle rovine era una potenza più grande degli Stati che nel 1918 l’avevano vinta e che poco più tardi avrebbero avuto difficoltà, tutti insieme, a fronteggiare il suo micidiale attacco sferrato su tutti i fronti.
Lanciata alla conquista del mondo e all’esecuzione del progetto criminoso più efferato della Storia, lo sterminio del popolo ebraico, la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale era rasa al suolo, aveva perduto vasti territori a Est ed era divisa in due Stati contrapposti, uno dei quali sotto la tirannica tutela sovietica. In pochi anni e soprattutto a partire dal cosiddetto miracolo economico, la Repubblica Federale era un Paese florido e sostanzialmente tranquillo; l’Inghilterra — che aveva contribuito a salvare il mondo dal nazismo resistendo per un certo periodo da sola, con indomita forza d’animo, al Terzo Reich che appariva vittorioso su ogni fronte — alla fine della guerra si era trovata ad aver perduto l’Impero britannico ossia il suo ruolo mondiale e a vivere un periodo di dure ristrettezze economiche, affrontate peraltro con grande sapienza dal Welfare ma difficili.
La Terza Guerra Mondiale — la cosiddetta guerra fredda, ma calda e rovente per i 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei vari teatri extraeuropei dello scontro, mediato ma sanguinoso — si è conclusa non solo con la sconfitta, ma con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’universo politico sovietico. Ma a vincerla è stata in fondo la Russia, che in pochi anni è divenuta la potenza mondiale più determinata e a poco a poco determinante nel complesso gioco internazionale di forze, mentre gli Stati Uniti, che dal collasso sovietico sembrava dovessero uscire come il Paese destinato a dominare il mondo per chissà quanto tempo, sono indubbiamente una formidabile potenza, ma spesso incerta e malaccorta nei propri passi. In Cina il comunismo — con l’eroica Lunga Marcia e con la guerra che ha dissolto il regime di Chiang Kai-shek come un castello di burro — ha vinto ma ha creato un sistema di capitalismo selvaggio e sfruttatore, in cui il comunismo, eroico vincitore nelle guerre e disastroso perdente nelle paci, è il duro potere che controlla il funzionamento di un mercato spietato.
La Germania, la sconfitta per antonomasia nell’ultimo classico conflitto mondiale, è oggi uno dei Paesi più saldi e vivibili dell’Europa. La stagione del terrorismo rosso è ormai lontana e scomparsa; vi sono sacche di povertà, abilmente occultate ma limitate; non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Paese e dell’Europa. A differenza di molte altre scadenze elettorali europee – come quelle recenti in Austria, Olanda, Francia, che hanno rischiato di far traballare o peggio l’Ue – in Germania l’eventuale alternanza al governo, la continuazione della coalizione e la vittoria dell’uno o dell’altro partito hanno i loro pregi e difetti, ma nessun carattere che metta in pericolo l’ordine e l’equilibrio del Paese e del continente.
Le elezioni, in Germania, non pongono davanti alle alternative drammatiche che talora si presentano in altri Paesi. La scelta fra Angela Merkel e Martin Schulz non è sconcertante come quella fra Donald Trump e Hillary Clinton, in cui era comprensibilmente difficile, anche e forse soprattutto per un autentico democratico, decidersi tra l’aggressivo, rozzo e regressivo populismo di una parte e l’ipocrita, pseudoliberal superficialità dell’altra, assai poco attenta ai reali e pericolosi disagi di alcuni settori del paese, disagi responsabili della stessa crescita del populismo.
Nella sostanziale stabilità tedesca gioca forse un ruolo la particolare tradizione del capitalismo tedesco, quel «capitalismo renano» legato alla produzione più che alla speculazione finanziaria, alla continuità della produzione e delle imprese, al dialogo fra impresa e sindacato. Qualità che tendono a rendere meno selvaggio e feroce l’anarchico dominio del mercato. Qualità ovunque sempre più desuete e che vacillano pure in Germania, anche se lo si maschera furbescamente con abili maquillages — ad esempio i dati sulla disoccupazione, talora sostanzialmente falsati dai casi di lavoro sottopagato, che andrebbe considerato nella voce «disoccupazione», o come il gioco a proprio favore con l’euro.
E’ stato giustamente osservato che la Germania, con la sua solidità, potrebbe dimostrarsi più sensibile ai problemi e alle necessità comuni dell’Unione Europea — anche se dovunque l’egoismo dei singoli Stati rilutta a una solidarietà veramente europea, a risolversi in patriottismo europeo. Può anche darsi che l’ombra del passato nazista induca la Germania a non mostrarsi troppo interventista e autorevole. Ma deve pur venire, e anzi dovrebbe essere già venuto il momento in cui, se necessario, possano essere utilizzate, insieme alle altre, pure forze militari tedesche. Comunque nel complesso il Paese «cattivo» per eccellenza appare più umano di molti altri.
Se è difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso le guerre passate, è ancor più difficile capire — nell’attuale vera e propria quarta guerra mondiale che divampa in tutto il globo - chi combatte contro chi,sia l’alleato e chi il nemico, con tanti alleati amici dei nemici dei loro alleati. Forse mai come oggi emerge la verità di quel pensiero che Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky, attribuisce a Francesco Giuseppe, il quale - egli scrive — non amava le guerre, «perché sapeva che si perdono».
«Corriere della sera» del 13 giugno 2017

11 ottobre 2015

Perché è importante l'alt europeo agli imperi digitali

Primo freno UE al saccheggio dei dati
di Gigio Rancilio
L'ultima sentenza della Corte di Giustizia europea – quella che ieri ha stabilito che gli Usa non garantiscono un livello di protezione adeguato dei dati personali raccolti via web – non riguarda solo avvocati, professori e appassionati di tecnologie. Riguarda tutti noi. Ci riguarda come utenti di Internet, come cittadini italiani ed europei. Riguarda, in parte, anche il nostro futuro economico e tecnologico, e il rapporto – anche commerciale – tra Europa e Stati Uniti. Qualcosa di ben più complesso, quindi, di una battaglia contro Facebook o della partita di un giovane avvocato austriaco che con la sua denuncia ha deciso di sfidare uno dei colossi del web, mettendo in moto tutto questo.
In questi anni, infatti, l’America di Facebook, Google, Twitter e Apple è diventata il centro del mondo digitale. Il crocevia dei dati mondiali raccolti ogni secondo su web e social. Miliardi di informazioni personali su ognuno di noi che rappresentano la vera ricchezza di molti di questi giganti della tecnologia. I dati degli utenti europei vengono però conservati su computer (i cosiddetti server) posti fisicamente in Irlanda, e ogni giorno trasferiti in America per trattarli in maniera globale. Lo scandalo Datagate, con tutti i suoi annessi e connessi, ha messo sotto gli occhi del mondo le falle del sistema americano, relativo alla sicurezza e al trattamento dei dati personali degli utenti. Da qui la sentenza della Corte di Giustizia europea che annulla quanto sostenuto nel 2000 dalla Commissione europea, rimettendo al centro dell’agenda degli Stati Uniti – come ha ricordato il Garante italiano della privacy, Antonello Soro – «il tema dei diritti fondamentali delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei».
Che una sentenza obblighi gli Stati a tutelare maggiormente la privacy dei cittadini è sempre una buona notizia. Perché troppo spesso noi sottovalutiamo il problema o perché ci sentiamo impotenti davanti ai colossi che minano la nostra privacy, oppure perché crediamo di non avere niente da temere. Uno dei rischi derivanti semmai da questa sentenza è che l’Europa non riesca a dare vita a una politica comune di protezione dei dati digitali e che ognuno dei Paesi europei faccia di testa sua, mettendo in difficoltà tutti gli altri. Una vera incognita è, poi, rappresentata da ciò che faranno gli Stati Uniti, la cui ricchezza tecnologica dipende in larga parte anche dai dati digitali posseduti dalle sue aziende.
Perché qui non si tratta di spostare fisicamente un computer (migliaia di computer) da una nazione a un’altra per aggirare la sentenza. La fretta con la quale Facebook e tutti gli altri colossi web chiedono norme chiare riguarda la paura di perdere il controllo (e i soldi, molti soldi) sulla gigantesca raccolta di dati che fanno ogni giorno. E di doversi sottoporre a regole sempre più severe decise da nazioni che hanno a cuore più di altre la privacy dei cittadini.
Sarà fantascienza, ma provate a immaginare cosa succederebbe se l’Europa vietasse a Google, Facebook, Twitter e a tutte le altre aziende che controllano la Rete di usare a fini commerciali i nostri dati che consciamente e (troppo spesso) inconsciamente lasciamo ogni giorno sul web. Nell’attuale impero digitale, retto da una potentissima oligarchia, ci sarebbe una rivoluzione con conseguenze serie e persino inimmaginabili. Perché in Rete i veri soldi sono i dati. Tolti quelli, molti giganti non sarebbero più tali. E gli Stati Uniti d’America, che non sono già più l’unica e incontrastata potenza globale, non sarebbero più nemmeno il centro del mondo digitale.
«Avvenire» del 7 ottobre 2015

23 marzo 2014

Turchia, Erdogan oscura Twitter Ma il Paese gli si rivolta contro

Svolta autoritaria. Dopo le rivelazioni sulla corruzione e a pochi giorni dal voto amministrativo
di Monica Ricci Sargentini
Anche il presidente Gül scrive sul social network: inaccettabile
«Sradicheremo Twitter» aveva gridato l'altro giorno durante un comizio a Bursa il premier turco Recep Tayyip Erdogan. «Me ne frego - aveva aggiunto - di quello che dirà la comunità internazionale». Parole pesanti, cui nessuno aveva dato peso pensando a una boutade da campagna elettorale. Invece giovedì, poco prima della mezzanotte, chi ha tentato di cinguettare si è ritrovato davanti un gelido comunicato dell'Autorità per le Comunicazioni Tecnologiche che annunciava il blocco del social network per ordine di un tribunale. Ma «il colpo di stato digitale» del premier, come è stato definito dai suoi oppositori, si è rivelato un boomerang. In poche ore la rete è stata invasa dalla rabbia degli internauti che, come ai tempi dei «çapulçu» (vandali) di Gezi Park, hanno dato prova di grande senso dell'umorismo: «Hey Tayyip, hai mai visto Gli uccelli di Hitchcock?» si legge in un fotomontaggio in cui uno stormo di uccellini azzurri con la testa coperta da maschere antigas, tengono per il becco alcune corde che stringono il primo ministro. Sotto ogni uccello c'è uno degli hashtag delle campagne che più hanno fatto infuriare Papa Tayyip, come #occupygezi e #diktator. Gli utenti del social network, circa 13 milioni, sono stati abilissimi a condividere le informazioni su come modificare le impostazioni in modo da poter cinguettare nonostante il divieto. Secondo il sito online di Hürriyet , nelle prime 10 ore di blocco sono stati registrati 500mila cinguettii dalla Turchia, il 30% di un giorno normale. Risultato: gli hashtag #TwitterisblockedinTurkey e #TurkeyBlockedTwitter sono diventati un «trending topic» mondiale. «Mi sembra che siamo tutti qui - twittava soddisfatto ieri mattina @MuratYetkin2 - il bando è stato aggirato in meno di 12 ore». Ma l'apoteosi per gli internauti è stata quando è apparso il tweet del capo dello Stato Abdullah Gül, cofondatore con Erdogan del partito islamico Akp: «Una chiusura totale delle reti sociali non può essere approvata - ha scritto -. Spero che questa situazione non duri a lungo». In barba al divieto hanno cinguettato anche il vicepremier Bülent Arinç e il sindaco di Ankara Melih Gökçek, considerato un utilizzatore maniacale del social network.
Sull'Akp, il partito filoislamico al governo, si è abbattuta una valanga di critiche, con paragoni a Iran e Corea del Nord dove le piattaforme social sono severamente controllate. Preoccupati gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e la Ue. Per la commissaria Ue alle nuove tecnologie Neelie Kroes: «L'interdizione da Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero». Amnesty International parla di un «attacco senza precedenti alla libertà di espressione in Turchia». E Emma Sinclair-Webb, una ricercatrice di Human Rights Watch per la Turchia, dice che «la decisione del primo ministro Erdogan dimostra fin dove il premier si spingerà per censurare la diffusione delle registrazioni dannose dal punto di vista politico, che stanno circolando in rete». Finora nulla è bastato. Dal 17 dicembre ad oggi è stata approvata una legge che consente di chiudere le pagine web in meno di quattro ore e una normativa che di fatto mette il potere giudiziario nelle mani del governo. Nonostante ciò le intercettazioni sono continuate a uscire sui social network. E voci non confermate annunciano l'imminente uscita di nuove prove «schiaccianti» e perfino di video a luci rosse compromettenti per ministri e forse per lo stesso premier. E questo, a pochi giorni dalle cruciali elezioni amministrative del 30 marzo, ha esasperato oltremodo il premier.
Ieri il ministro turco dei Trasporti e delle Comunicazioni, Lufti Evan, ha spiegato di star semplicemente rispettando gli ordini del tribunale: «La Turchia non è un Paese che vieta internet. Dobbiamo essere uniti contro insulti e illegittimità». Ma il principale partito di opposizione ha sporto denuncia penale contro il premier per violazione delle libertà costituzionali dei cittadini. E un ricorso è stato presentato dall'associazione avvocati turchi, che ha chiesto l'annullamento della decisione. Twitter ha assunto un avvocato esperto di crimini informatici, lo stesso che aveva seguito in passato la causa contro il bando di YouTube. «Il premier reagisce agli attacchi in maniera scomposta e autolesionistica - ha commentato Janiki Cingoli, direttore di CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) che negli ultimi anni ha lavorato molto sul fenomeno Turchia - Non ci si può disconnettere dal mondo». E forse ora l'ha capito anche Erdogan. Quale sarà la prossima mossa del sultano di Ankara?
«Corriere della Sera» del 22 marzo 2014

22 luglio 2013

Il dilemma dell’Europa capitalismo vs democrazia

Una discussione tedesca, i destini di tutti
di Maurizio Ferrara
L’integrazione politica ci salverà?
Non ci vuole molta perspicacia per capire che il futuro dell’Europa dipende oggi dalla Germania. Il governo di Berlino è stato sinora alquanto riluttante a rivelare i propri piani strategici. In vista delle elezioni di settembre, Angela Merkel e gli altri leader politici si sono infatti sforzati di «de-politicizzare» il tema europeo, per non spaventare gli elettori ed evitare rigurgiti di nazionalismo e populismo. Al di fuori dell’arena elettorale, il dibattito tedesco è tuttaviamolto vivace. Negli ultimimesi si è accesa ad esempio una vera e propria controversia fra due intellettuali di grande calibro: il sociologo Wolfgang Streeck e il filosofo Jürgen Habermas. Oggetto del contendere è, appunto, il futuro dell’Unione Europea. Secondo Streeck, l’integrazione economica sta uccidendo la democrazia per difendere il capitalismo: meglio ripristinare al più presto i ripari dello Stato nazionale. Per Habermas invece l’approfondimento politico della Ue è l’unica via per salvare la democrazia e riconciliarla con il mercato. Pur toccando temi «alti» di teoria sociale, lo Streeck-Habermas Debatte ha avuto grandissima eco nei mezzi di informazione ed è un vero peccato che le barriere linguistiche ne abbiano sinora ostacolato una maggiore diffusione internazionale.
Streeck è uno dei più noti sociologi europei e ha diretto a lungo il prestigioso Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia. Negli anni Settanta è stato allievo di Adorno: ha dunque assimilato il pensiero neomarxista della celebre Scuola di Francoforte. Pochi mesi fa, Streeck ha pubblicato un libro dal titolo: Gekaufte Zeit, ossia «tempo comprato» (o «guadagnato», secondo l’edizione italiana). Con questa espressione sibillina l’autore vuole caratterizzare la strategia seguita dal «tardo capitalismo» (un concetto di marca tipicamente francofortese) per venire a patti con la democrazia, addomesticare i conflitti e scongiurare la propria crisi strutturale. Negli anni Sessanta, il sistema capitalistico comprò tempo con il welfare state keynesiano. Dopo la crisi petrolifera si servì del debito pubblico come grande ammortizzatore delle tensioni sociali e politiche. Poi è scoppiata la Grande Crisi. Ecco così l’ultima mossa: la trasformazione della Ue in una macchina al servizio del capitale (finanziario), al fine di soffocare le istanze della società tramite politiche di austerità e ricreare condizioni favorevoli al profitto tramite liberalizzazioni e concorrenza.
La prosa di Streeck è colorita, le sue accuse velenose. Durante la crisi il capitale finanziario ha collocato i suoi gendarmi (come Monti, Draghi, Papademos) direttamente nelle stanze dei bottoni, ha ordito intrighi machiavellici per tenere in sella leader impresentabili come Berlusconi. La Ue ha iniziato a ricattare apertamente i governi nazionali, costringendoli a conformare le loro decisioni agli interessi della finanza globale. L’obiettivo finale di questo tardo «tardo-capitalismo» è quello di liberarsi definitivamente della democrazia, consolidando un governo sovranazionale libero da condizionamenti, ispirato da un software «hayekiano» di sostegno al libero mercato.
Se il quadro è questo, l’unica soluzione (per la sinistra, ovviamente) secondo Streeck è quella di far saltare tutto, soprattutto l’euro, mettendo a nudo la favola del capitalismo «socialmente responsabile» e tornando al conflitto di classe socialdemocratico entro le mura dello Stato nazionale.
In una lunga recensione apparsa lo scorso maggio, Habermas ha rivolto critiche molte incisive alle tesi di Streeck. Come è noto, anche Habermas viene dalla Scuola di Francoforte, e infatti condivide l’idea che capitalismo e democrazia siano in costante tensione fra loro. Nel corso del tempo, tuttavia, il grande filosofo ha preso le distanze dal neomarxismo, avvicinandosi alla prospettiva weberiana e alla tradizione del liberalismo pragmatico ed egalitario. Streeck ha ragione, sostiene Habermas, a criticare l’eccesso di influenza del capitale finanziario e ad attaccare il «federalismo esecutivo» della Ue di oggi, quasi del tutto scollegato dai tradizionali circuiti della rappresentanza. Ma il sociologo del «Max Planck» sbaglia due volte: primo, nel formulare una implausibile teoria della cospirazione; secondo, nel raccomandare l’«opzione nostalgica» di un ritorno al passato. Secondo Habermas, la democrazia può salvarsi solo grazie all’Europa, più precisamente grazie alla realizzazione di una genuina Unione Politica. Ciò che il filosofo ha in mente è una «Comunità di Stati», i quali continuerebbero a giocare un ruolo di primo piano nell’attuazione delle politiche pubbliche e nella salvaguardia delle libertà civili. Una comunità, tuttavia, capace di fornire ai cittadini europei una Wir-Perspektive (una prospettiva del «noi»), uno stimolo a tenere in conto gli interessi di tutti e non solo quelli dei propri connazionali.
Per procedere verso questa meta, Habermas ritiene assolutamente necessario superare lo status quo su due fronti cruciali. Il primo è istituzionale: «detronizzare» il Consiglio Europeo e rivitalizzare il metodo comunitario. Il secondo è sostanziale: accettare un più elevato livello di redistribuzione fra Stati tramite il bilancio dell’Unione. Mutualizzazione del debito, eurobond, unione bancaria e così via: solo con questi strumenti è possibile uscire dalla crisi salvaguardando democrazia e solidarietà.
È chiaro che il principale ostacolo alla realizzazione di questo progetto è, al momento, proprio la Germania. Ed è su questo punto che Habermas svolge il ragionamento forse più interessante. Come già altre volte nell’ultimo secolo e mezzo, la Germania si trova oggi in mezzo al guado: troppo piccola per dominare il continente, troppo forte per giocare da sola. L’interesse politico di Berlino dovrebbe essere il rafforzamento della Ue proprio per compensare la propria incompleta egemonia ed evitare che questa generi pericolose tensioni. Inoltre — qui Habermas cita un altro grande sociologo tedesco, Claus Offe — la Germania è stata il maggiore beneficiario della moneta unica: esiste dunque anche un obbligomorale a imboccare la strada della solidarietà. I partiti tedeschi debbono rassegnarsi a «politicizzare» la questione europea, parlando chiaro agli elettori. Per questo Habermas arriva al paradosso di auspicare il successo del nuovo partito Alternative für Deutschland, esplicitamente antieuropeo: servirebbe per spingere allo scoperto tutti gli altri, a far emergere i reali scenari alternativi, con i loro costi e benefici.
Non so se questo auspicio sia condivisibile: lo sciovinismo tedesco non ha mai aiutato l’Europa ed è stato sempre disastroso anche per la Germania. Ma le tesi di fondo di Habermas (e, dunque, le sue critiche a Streeck) mi sembrano corrette. Se non sale verso l’Europa, la democrazia rischia di farsi soffocare dagli imperativi del mercato. Se non si libera delmetodo intergovernativo, la Ue non può dar vita ad una Wir-Perspektive capace di sorreggere più solidarietà e coesione. La disponibilità della Germania è indispensabile per creare una genuina Unione Politica. E il metodo e la filosofia Merkel sono oggi un ostacolo a tale disponibilità.
A questo punto, aspettiamo le elezioni di settembre. Poi, però, alziamo la voce e incalziamo Berlino. Nella primavera del prossimo anno si rinnova il Parlamento di Strasburgo. La Germania ha il dovere politico e morale di spiegare a tutti gli elettori europei come intende usare la propria ingombrante semi-egemonia.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

19 marzo 2012

Toglietemi tutto. Dante no

Le aberrazioni del politicamente corretto
di Alessandro D'Avenia
​Io sono lì che aspetto da anni una circolare ministeriale che mi costringa a leggere e commentare la Divina Commedia per intero – sì perché i programmi prevedono la lettura di una ventina di canti in tutto nel triennio – e dei "consulenti speciali" del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite propongono di depurare la Commedia da ciò che non è politicamente corretto. Un po’ come mettere le mutande ai personaggi della Sistina o il bikini alla Venere di Milo. Io sto a lì a lottare terzina dopo terzina, cercando di evidenziare la grandezza profetica e poetica del poema, nonostante i suoi limiti storici spesso valicati (un suicida a guardia del Purgatorio, più di un non cristiano in Paradiso...), senza bisogno di nascondere nulla, e questi mi vogliono rubare terzine. Mi vogliono togliere Giuda dal XXXIV dell’Inferno perché dicono che «Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore... e giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, traditore. Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell’antisemitismo».
A parte l’evidente e brutale semplificazione, mi sembra che anche Gesù fosse ebreo, anche Maria, anche i discepoli. Che facciamo per par condicio depuriamo anche loro? Dicono che se proprio non eliminiamo queste terzine dobbiamo almeno spiegarle come si deve, noi professori, che proprio non lo sappiamo fare: «Studiando la Divina Commedia i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti». Io sono un professore, mica una SS. Chissà se chi avanza queste «purificazioni» dantesche ha mai aperto i commenti alla Commedia in uso nelle scuole, o se ha aperto anche la Commedia. Per rimanere in tema: Giuda all’Inferno è insieme a Bruto e Cassio. Giuda è punito come esemplare traditore in ambito spirituale (Cristo è fondatore della Chiesa) così come Bruto e Cassio in ambito politico (per Dante, Cesare è il primo Imperatore). Siamo infatti tra i traditori.
Qualsiasi commento serio e professore sano di mente questo lo sa e lo spiega. Non ne approfitta certo per fare apologia nazista. Io do retta piuttosto a un ebreo come George Steiner che, in apertura del suo testo più bello, Vere Presenze, afferma che «ogni discussione seria sulla natura dell’immaginazione poetica e sulle sue relazioni con l’interrogazione filosofica e la spiritualità è una postilla a Dante».
Io do retta piuttosto a un ebreo come Primo Levi che pone in esergo al suo capolavoro le parole «Considerate se questo è un uomo», dedicando poi un intero capitolo ai versi danteschi su Ulisse, che ne costituiscono l’appiglio di umanità proprio quando l’umano è del tutto naufragato. Proprio lui, in fila per un tozzo di pane, nel tentativo di ricordare versi sepolti nella memoria riesce a estraniarsi dall’inferno del lager: «Come se anch’io sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono». E sarebbe disposto a rinunciare alla zuppa, pur di saldare i lacerti di versi che ricorda appena.
Io do retta a un ebreo come David Grossman, che nel suo testo «Conoscere l’altro dall’interno», nel tentativo di capire le ragioni del nemico che gli ha ucciso il figlio in guerra, spiega che solo quando riusciamo a leggere la realtà «con gli occhi del nemico, allora quella realtà in cui noi e il nostro nemico viviamo e agiamo diventa improvvisamente più complessa, realistica; possiamo riprenderci parti che avevamo espunto dal nostro quadro del mondo». Non è "purificare" Dante che ci guarirà dall’odio e dai nostri eventuali pregiudizi, ma saranno proprio le sue terzine, spesso scomode, ad aprire il nostro sguardo «aumentando – continua Grossman – così le nostre probabilità di evitare errori fatali, e diminuendo quelle di incorrere in una visione egocentrica, chiusa e limitata». Magari solo per contrasto. Ogni ideologia tende alla chiusura, all’espunzione, all’eliminazione. Solo chi affronta tutto senza paura, anche il pensiero del presunto "nemico", può avviare una vera conciliazione. Mentre i "consulenti speciali" delle Nazioni Unite depurano Dante, io sono ancora qui che aspetto la circolare ministeriale.
«Avvenire» del 13 marzo 2012

20 novembre 2011

Adesso Frau Merkel avrà un suddito in più

Il governo Monti ha già rinunciato a gover­nare. La rinuncia è in una dichiarazione di sudditanza alla dottrina monetaria te­desca che è all’origine dell’attuale disa­stro finanziario...
di di Giuliano Ferrara
Il governo Monti ha già rinunciato a gover­nare. La rinuncia è in una dichiarazione di sudditanza alla dottrina monetaria te­desca che è all’origine dell’attuale disa­stro finanziario capace di scuotere fatalmente il futuro della moneta comune e dell’Unione: non c’è ragione, ha detto il professore,di intro­durre cambiamenti nel ruolo della Banca cen­trale europea. Fatto, anzi disfatto. Governare vuol dire prendere un problema e risolverlo, af­frontare le questioni strategiche e non limitar­si al minimalismo. Il problema d’emergenza in nome del quale è stato tolto di mezzo Berlusco­ni, capo di un esecutivo eletto, e rimpiazzato con un ministero parlamentare vecchia scuo­la, per di più tecnico e connotato fin dall’origi­ne da uno sfregio alla sovranità nazionale trave­stito da cortesia e incoraggiamento europei, il governo del Preside con il suo Consiglio di fa­coltà, si chiama «titoli pubblici di debito dello stato italiano espressi in euro». Gli eccessivi rendimenti richiesti dal mercato finanziario, la ormai famosa Lady Spread, sono un attenta­to progressivo al lavoro, alle imprese, alle fami­glie, e minacciano una crisi di liquidità capace di inchiodare all’immobilismo il sistema del credito e portarci dritti in recessione, con una tendenza deflazionistica di lungo periodo che confermerebbe, invece di invertirla, la cronica in­capacità di crescere a tassi di svi­luppo accettabili dell’economia reale italiana.
Questa la vulgata universalmente accettata. Que­sto il «FATE PRESTO» gridato in prima pagina dal giornale della Confindustria, poveretta. A scon­to dei catastrofismi demenziali e politicamente, anzi faziosamen­te, motivati, questa vulgata è an­che la verità.
Non è una verità piccola. Richie­de riflessione e coraggio rimette­re in discussione l’ortodossia ger­manica della moneta comune, che non è comune perché alla sua prima vera prova diventa un fatto­r­e di affossamento di mezza Euro­pa, Francia compresa, e di tutela della sola economia tedesca con la sua virtuosa possanza. Le cro­nache riferiscono che Berlino è di­visa: gli industriali sono tentati di cambiare le cose, perché sanno che le conseguenze della crisi da debito si faranno sentire anche per le loro esportazioni, ma la Cancelleria e le euroburocrazie modellate sulla Bundesbank so­no succubi della paura dell’infla­zione, che negli anni Venti pro­dusse la grande catastrofe tede­sca. Non solo, lo stato tedesco esprime una concezione del mer­cato, la famosa «economia socia­le di mercato» di cui Monti è testi­mone accademico per l’Italia, che è in flagrante contraddizione con la mondializzazione della re­te finanziaria e con la scelta di da­re una moneta cosiddetta comu­ne a economie che non hanno molto in comune e che non di­spongono di un potere politico fe­derale in grado di armonizzarle nei loro pilastri: il welfare, le tas­se, la previdenza e la libertà dei commerci e della produzione dai lacci corporativi.
Lo scontro, sot­tolineato in questi giorni in modo clamoroso dall’invito pressante degli anglosassoni a cambiamen­ti radicali nella gestione della cri­si da debito dell’euro, è tra un mo­dello capitalistico di crescita e un modello socialistoide di stagna­zione, fondato su tasse e prelievi punitivi socialmente e concepiti nell’insana idea che il debito non è un problema, è una colpa. Ha scritto il Wall Street Journal, ed è solo l’ultimo caso tra mille, che «il fardello del debito italiano non ha le sue radici nei recenti eccessi del governo- specie se confronta­ti con altri paesi del mondo- ben­sì deriva in gran parte da politiche introdotte più di trent’anni fa, che posero le fondamenta per l’euro». Abbiamo al governo un campio­nario della classe dirigente che ha assecondato e messo in opera quelle politiche, che crede in quel modello, e che si appresta a fare del motto «tasse & equità» il nuo­vo mantra controriformista e illi­berale della nazione.
E invece gli italiani per tre volte avevano vota­to la libertà economica, che non ha saputo realizzarsi per i bestiali difetti e le anomalie della classe di­rigente berlusconiana. Con il pa­radosso che un governo inchioda­to al dottrinarismo rigorista cieco di Tremonti ora è sostituito, e di­cono senza ridere che sia per ga­rantire la cura della crescita, da un governo che di quel dottrinari­smo è il portavoce storico. Le vo­glio proprio vedere le riforme libe­rali di Monti. Voglio vedere come si trasformerà in sviluppo il ripri­stino di buoni rapporti protocolla­ri con la Merkel a Berlino.
Voglio vedere se andremo oltre la ricapi­talizzazione del debito pubblico, con una finta soluzione della cri­si, fatta tutta a spese del ceto me­dio e della povera gente. Comin­ciamo male, e se la destra non riu­scirà a definire una linea seria di uscita dalla crisi dopo la fase equi­voca del governo di tregua e di so­spensione della democrazia, fini­remo peggio.
«Il Giornale» del 20 novembre 2011

26 luglio 2011

Quelle comunità così moderne e così vulnerabili

di Pierluigi Battista
La tragedia norvegese sta facendo esplodere, anche, una grottesca e mediocre guerra delle attribuzioni contrapposte. Alla smania frettolosa, compiaciuta e spaventosamente disinformata con cui i cantori dello scontro di civiltà hanno subito gridato al terrore di marca islamista si replica con altrettanta sicumera sulla pista della cospirazione nazista: con obbligatoria venatura di fondamentalismo bianco-razzial-cristiano, perfetta antitesi di un'immaginaria pista musulmana. Prima ancora di accertare i fatti, scoppia la febbre dell'identificazione del Nemico, della ricerca di spiegazioni rassicuranti, di semplificazioni che diano ordine a ciò che appare privo di senso, una logica all'orgia di sangue e di morte che ha sconvolto in poche ore una nazione passabilmente tranquilla come la Norvegia. Ma l'inferno norvegese rischia di diventare il paradiso di ogni dietrologia e di ogni più dozzinale complottismo. Il Nemico identificato con aprioristica certezza regala una trama alla follia pura e all'insensatezza. È un meccanismo di autodifesa, è la segnalazione di un pericolo che, con un volto ben riconoscibile, si può arginare. Chiude la società in una fortezza rassicurante: indica e isola i colpevoli, e contemporaneamente spinge chi è assediato alla massima coesione. Identificare all'Islam, senza il beneficio del dubbio, la colpa della strage favorisce infatti la messa sotto accusa della società delle frontiere aperte. Richiama all'ordine una società accusata di aver abbassato la guardia. Militarizza gli animi e le menti contro il pericolo musulmano sempre in agguato. Gridare invece al complotto neonazista alimenta la guerra contro il nuovo mostro interno che inquieta l'Europa. Alimenta un meccanismo ideologico di segno contrario, ma formalmente identico: dirotta l'allarme sociale su un bersaglio preciso, su un'organizzazione segreta che nella parte più buia e ottusa della nostra società cospirerebbe contro la democrazia con una diabolica strategia stragista. E non occorre nemmeno menzionare gli studi con cui etnologi e antropologi hanno studiato il meccanismo del «capro espiatorio» per capire come il bisogno di un Nemico chiaro e identificabile serva alle società per elaborare il lutto e distribuire la colpa. Nella guerra delle interpretazioni, a venir scartata subito finisce così per essere l'ipotesi più perturbante e sconvolgente, e cioè che il delirio dei singoli, la follia delle menti bruciate dalle ossessioni da un morbo paranoico resti pur sempre la chiave per comprendere un gesto catastrofico, segno di una psicopatologia che si ammanta di una veste mistico-ideologica apparentemente coerente. Le indagini appureranno la dinamica della strage, l'identità dell'assassino, i comportamenti di chi avrebbe dovuto tutelare la vita di giovani orrendamente massacrati in un'isola dove erano riuniti per un convegno politico. Se l'autore della strage ha avuto dei complici, ciò naturalmente corroborerebbe l'ipotesi di un criminale disegno stragista. Ma se invece, come parrebbe, il killer avesse fatto tutto da solo, meditando e compiendo un' ecatombe senza appoggi e complicità, sia i dietrologi antislamici, sia quelli che già nel web fantasticano di un'internazionale nera pronta a mettere a ferro e fuoco l'Europa, avrebbero perduto un'occasione preziosa per tacere. In poche ore e con informazioni ancora sommarie hanno già messo i fatti al servizio dei loro pregiudizi e un terribile massacro a disposizione dei loro schemi ideologici, delle loro paure e soprattutto del loro modo di alimentarla e dilatarla, la paura collettiva. Senza considerare però che la paura più vera è quella dell'inspiegabile, della nostra vulnerabilità nei confronti del gesto di un folle. Nemmeno nobilitato dalla grandezza di un complotto.


«Corriere della sera» del 24 luglio 2011

23 aprile 2011

Vade retro test

Gli studenti finlandesi, presunti primi della classe europei nella matematica, non capiscono più né algebra né geometria

di Giorgio Israel

E’ ormai un luogo comune indicare la Finlandia come un modello di scuola innovativa, di successo e che riesce a conquistare le prime posizioni nelle classifiche internazionali Ocse-Pisa (Programme for International Student Assessment), in particolare nella matematica; e quindi come un modello da seguire per avere successo nelle valutazioni. Ma proprio questo esempio dimostra quanto lo slogan delle “valutazioni oggettive” e della “misurazione delle qualità” sia fondato sulla sabbia.
Diverse recenti analisi sviluppate da matematici e studiosi di problemi dell’insegnamento finlandesi (tra cui ricordiamo articoli pubblicati dal 2006 in poi da G. Malaty, E. Pehkonen, O. Martio e altri) mettono in luce una realtà molto diversa. Come intitola un appello firmato nel 2006 da Kari Astela, professore all’Università di Helsinki, e da più di altri duecento professori, “le classifiche Pisa dicono soltanto una verità parziale circa le abilità matematiche dei bambini finlandesi”, mentre, di fatto, “le conoscenze matematiche dei nuovi studenti hanno subito un declino drammatico”. I matematici K. Tarvainen e S. Kivelä, in un articolo intitolato “Gravi difetti nelle abilità matematiche finlandesi” hanno sottolineato che gran parte dei firmatari dell’appello di Astela sono professori di politecnici o università tecniche e quindi non insegnano una matematica “accademica”, bensì una matematica richiesta nelle pratiche tecniche e nelle scienze dell’ingegneria.
Da parte sua, George Malaty ha osservato che “in Finlandia sappiamo che non avremmo avuto alcun successo in Pisa se i test avessero riguardato la comprensione dei concetti o delle relazioni matematiche”. Da più parti è stato severamente osservato che le varie riforme introdotte in Finlandia hanno finito col generare un “oggetto didattico” che con la matematica propriamente detta ha in comune soltanto il nome e che serve a superare bene i test Ocse-Pisa ma ha avuto effetti disastrosi sulla cultura matematica diffusa, oltre che su un declino accertato della conoscenza superiore nelle università e nei politecnici.
L’insegnamento della matematica in Finlandia ha conosciuto varie riforme. In sintesi: la riforma “New mathematics” implementata dal 1970 al 1980, la “Back-to-Basics” (1980-1985), seguita da altre due riforme che hanno prodotto un orientamento sempre più deciso verso un approccio pratico, e cioè “Problem solving” (1985-1990), e la più radicale, “Everyday mathematics” (1990-95).
La tendenza è stata quindi verso un approccio concreto ispirato a una visione puramente operativa della matematica, rivolta a scopi pratici e tendente a gravitare attorno al calcolatore, per giunta visto in un senso molto radicale, e cioè non come ausilio bensì come modello di riferimento. Ciò ha condotto, come vedremo, a sostituire le procedure di calcolo codificate nell’aritmetica e nell’algebra con quelle ideate ad hoc per far funzionare la macchina.
Sintetizziamo rapidamente le caratteristiche dell’“oggetto didattico” detto “matematica” che queste riforme hanno man mano costruito.
In primo luogo, non si fanno quasi più dimostrazioni. L’insegnante si limita a trasmettere i risultati come manuali d’istruzioni senza proporne quasi mai la prova logica. E’ superfluo dire che questa scelta, oltre a produrre un tipo di insegnamento nozionistico – che soltanto un estremo semplicismo rende accettabile – atrofizza le capacità logico-deduttive dello studente. Inoltre, insegnare la matematica senza dimostrazione è come pretendere di addestrare uno scultore senza mai mettergli in mano uno scalpello.
In secondo luogo, la geometria è quasi sparita dall’insegnamento, il che non stupisce perché la geometria senza dimostrazioni non ha senso. Questa sparizione produce un’altra conseguenza molto negativa: l’atrofizzazione delle capacità di intuizione spaziale che sono stimolate in modo decisivo dal pensiero geometrico.
Veniamo ora agli effetti dell’esasperata tendenza a vedere la matematica come un insieme di procedure di “problem solving”.
Per inchiodare nella testa all’allievo questo approccio, fin dalle elementari le operazioni dell’aritmetica sono introdotte in modo puramente grafico, ovvero strettamente pensate come un procedimento di incolonnamento delle cifre e di applicazione di regole meccaniche. E’ noto come la tendenza a concepire le operazioni in termini di “incolonnamento” si è fatta strada anche nel nostro insegnamento primario, con effetti pessimi. Difatti, identificare un’operazione con una rappresentazione grafica impedisce di comprenderne il concetto e svilisce il ruolo del calcolo mentale. Ma nella scuola finlandese questa discutibile tendenza è arrivata al punto di escludere il simbolo “=” a favore della lettera “V” che sta per “Vastaus”, in finlandese “Risultato”. L’alunno è chiamato a incolonnare i dati e a scrivere il risultato in un apposito riquadro denotato con il simbolo “V”. Come osservano gli autori citati, alla fine del percorso primario un bambino finlandese non conosce il simbolo e il concetto di uguaglianza e concepisce pertanto ogni espressione matematica come la richiesta di ottenere un “risultato”.
La sostituzione del simbolo “=” con quello di “risultato” implica quindi l’identificazione del concetto di “uguaglianza” con quello di risultato, e questo è talmente volgare e ignorante da non meritare commenti, se non l’osservazione che così vengono cancellati più di duemila anni di matematica e di logica per tornare allo stadio della matematica pratica, approssimata e puramente operativa dei babilonesi. Con tutto il rispetto per le conquiste di questi ultimi, straordinarie in relazione con i tempi, far fuori il grandioso impianto concettuale della matematica da Euclide in poi non è un progresso, bensì un autentico imbarbarimento.
Viste queste premesse “anti concettuali”, era inevitabile che nella scuola finlandese venisse smantellata anche l’algebra. Così, non si insegnano più le proprietà fondamentali dell’aritmetica: associatività, distributività, commutatività, ecc. Al loro posto viene somministrato un insieme di istruzioni per l’uso detto “Ordine delle operazioni”, chiaramente copiato dalle procedure usate dai computer. Prima occorre calcolare le espressioni tra parentesi, poi moltiplicare, poi dividere, infine sommare o sottrarre da sinistra a destra. Come osserva Malaty, il risultato è che uno studente non è in grado di scrivere correttamente un testo matematico e questo produce problemi gravissimi all’università. Di fatto, l’“Ordine delle operazioni” mette in mora l’algebra. Difatti, non si saprebbe come operare con espressioni del tipo 2x + 3y + 3x + y, visto che non sono date regole per associare e distribuire i termini. Il modo di cavarsela (e di smantellare l’algebra) è il seguente. Dapprima si osserva come l’esperienza suggerisca che la somma di due mele e di tre mele sia cinque mele, ovvero 2 mele + 3 mele ha come risultato 5 mele. Analogamente 2 kg + 3 kg ha come risultato 5 kg e 2 metri + 3 metri valgono 5 metri. Insomma, l’esperienza suggerisce che è possibile sommare grandezze omogenee e quindi in generale calcolare 2x + 3x ottenendo 5x. Ma, in tal modo, x non è più il simbolo algebrico di un numero bensì il simbolo di un oggetto. Pertanto, immaginando che nell’espressione di partenza x sia una mela e y una banana, se ne conclude che l’espressione 2x + 3y + 3x + y vale 5x + 4y (5 mele + 4 banane). Inutile dire che in tal modo l’algebra è completamente distrutta, sostituita da un insieme di procedure pratiche basate su analogie empiriche di valore assai inferiore alle manipolazioni che venivano fatte prima degli Arabi. Tralasciamo, per non entrare in tecnicismi, molte altre scelte che, nell’intento esasperato di rendere tutto molto “concreto”, introducono veri e propri errori.
Lo smantellamento non si ferma qui e investe direttamente anche l’aritmetica. Abbiamo già parlato del modo di pensare le operazioni. Ma il disastro peggiore di tutti è la sostanziale abolizione del concetto di frazione. Difatti, nell’insegnamento finlandese della matematica i numeri sono concepiti soltanto in espressione decimale, e questo per ovvi motivi, in quanto è soltanto in questa forma che possono essere digitati su un calcolatore. Ma questo rappresenta un’autentica catastrofe, perché il concetto di numero non si identifica con la sua espressione decimale che, nella maggior parte dei casi ne rappresenta soltanto un’approssimazione: 1/3 non è la stessa cosa di 0,3333333… La forza incomparabile della matematica sta nel poter manipolare in modo esatto dei numeri dati al di là della loro rappresentazione numerica decimale (per lo più approssimata) ed è questo che permette alla matematica di ottenere formulazioni generali che servono a rappresentare le leggi naturali. Si tratta quindi di qualcosa che ha un valore eminentemente “concreto”: la fisica e le nostre scienze applicate non esisterebbero senza la matematica “esatta”, cui è subordinato il calcolo numerico approssimato. I Greci si attennero alla geometria per perseguire l’ideale di esattezza che non riuscivano a realizzare nei numeri. Ci sono voluti secoli per sviscerare la struttura dei numeri e riuscire a pensare “numeri” come 1/3 al di là della loro approssimazione decimale. Ora si propone nientemeno che cassare tutto questo.
Racconta Martio (in un suo articolo pubblicato sul “The Teaching of Mathematics nel 2009) che chi entri oggi in una macelleria finlandese e chieda 3/4 di kg di carne non viene capito: occorre dire 750 grammi. E osserva: “La matematica non riguarda soltanto i professionisti. La matematica è usata sempre di più nelle professioni ordinarie e i problemi connessi sono diversi da quelli dei test Pisa. In Finlandia, come in molti altri paesi, il curriculum matematico include concetti e abilità che vi sono stati messi perché qualcuno ha ritenuto che fossero utili. Nella maggior parte dei casi il tempo ha dimostrato che queste abilità speciali non corrispondono più alle richieste della società. L’architettura del curriculum finlandese e le pratiche di insegnamento richiedono considerevoli cambiamenti per venire incontro alla sfida”. Come spesso accade, confondendo la concretezza con l’empirismo si distruggono le basi stesse di ciò che rende una scienza come la matematica efficace sul piano concreto. Così l’“Everyday mathematics” rischia di diventare poco utile, salvo per operazioni di livello minimo, come quelle alla cassa del macellaio.
Nel 2003 sono state svolte ricerche per valutare gli effetti del curriculum matematico finlandese proponendo a ragazzi di 15-16 anni alcuni test (diversi da quelli Ocse-Pisa) che erano stati già proposti nel 1981. Ecco alcuni risultati.
La moltiplicazione (1/2)·(2/3) che il 56,4 per cento riusciva a fare nel 1981, veniva eseguita correttamente nel 2003 soltanto dal 36,9 per cento. Ancor più impressionante il crollo relativo alla corretta esecuzione della divisione (1/5):5 : si passa dal 49,2 per cento al 27,5 per cento. Mentre nel 1981 il 55,1 per cento riusciva a giustificare il fatto che (592)3 = (593)2, nel 2003 soltanto 31,7 per cento riusciva a farlo. Potremmo continuare. Ma forse il risultato più devastante è l’esito (nel 2003) delle risposte alla domanda “spiegate con parole vostre il significato di (4/5)·5”. Soltanto il 6,5 per cento rispose correttamente a questa domanda e il 5,4 per cento “quasi correttamente”. Il restante 88,1 per cento diede risposte sbagliate o gravemente sbagliate.
Concludiamo qui con alcune osservazioni generali.
Sarebbe bene smettere una volta per tutte con il metodo di prendere come “prova scientifica” i test Ocse-Pisa in modo cieco e acritico, senza preoccuparsi della loro sostanza, e su questa base fragile imbastire in modo apodittico considerazioni generali e impartire ricette e comandamenti. Gli “esperti” di didattica e di istruzione che non sono in grado di entrare nel merito farebbero bene a tacere una volta per tutte: il loro chiacchiericcio è una delle fonti principali dei guai dei vari sistemi dell’istruzione.
Inoltre, questo esempio – e moltissimi altri se ne potrebbero dare – dovrebbe suggerire di accantonare l’inconsistente slogan della “misurazione oggettiva” basata sui test. I test contengono una fortissima componente soggettiva di arbitrarietà, derivante dalle scelte e dalle visioni di chi le formula. In questo caso, come si è visto, derivante da una visione molto particolare della matematica, che nessuna persona competente potrebbe avallare.
Riempirsi la bocca delle parole “oggettivo” e “misura” dà un tono molto scientifico ma non è una cosa seria. L’autentica valutazione è qualcosa di infinitamente più complesso della misurazione della superficie di un appartamento. Essa coinvolge una gran quantità di aspetti qualitativi, spesso non quantificabili ma che possono essere analizzati e giudicati seriamente senza numeri, e tra i quali ha un posto centrale il contenuto della disciplina in oggetto. La valutazione ha senso soltanto se è concepita come un processo interattivo volto a produrre una cre scita culturale. Ma se è gestita da “esperti” incompetenti a entrare nel merito si traduce in un autentico disastro.

«Il Foglio» del 23 aprile 2011

04 febbraio 2011

Libertà condizione di accordi e aiuti: finito il tempo dei compromessi

Il mancato riferimento ai cristiani nel documento della UE
di Mario Mauro *
Dietro al rinvio, per nulla scontato, dell’accordo sulla dichiarazione conclusiva a tutela delle libertà religiose in seno al Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea c’è un chiaro scontro causato da chi, come la Gran Bretagna e alcuni Paesi scandinavi, ritiene che menzionare appositamente le comunità cristiane nel testo sia rischioso perché potrebbe comportare un irrigidimento da parte delle componenti islamiche nei Paesi musulmani. Credo si tratti dell’ennesimo tradimento compiuto dalla maggioranza dei governi europei nei confronti di quegli ideali che hanno permesso la nascita e il fiorire di quel progetto che chiamiamo Europa unita.
È doveroso precisare come, all’interno del Consiglio europeo, non vi sia un pensiero unico e totalizzante: il rinvio del testo, risultato a questo punto molto positivo, è merito di quei governi, (guidati da quello italiano), che si sono opposti con fermezza a una soluzione che sarebbe stata inutile, anzi, avrebbe bloccato sul nascere le importantissime novità che erano arrivate dal Parlamento europeo. «Ho ritenuto, proprio perché il testo proposto non menziona le comunità cristiane come vittime di gravi atti di violenza, che la credibilità europea sarebbe stata seriamente minata dalla sua eventuale approvazione». Questo è quanto dichiarato ieri dal ministro Frattini. Nella risoluzione comune approvata con una vastissima maggioranza il Parlamento europeo aveva infatti dichiarato con forza che le minoranze cristiane nel mondo sono perseguitate e aveva chiesto soprattutto che l’Ue si muovesse concretamente per proteggerle. Il testo di questa risoluzione è una novità per l’Unione europea non solo perché riprende in modo chiaro tutte le problematiche legate alle sofferenze che i cristiani subiscono oggi nel mondo ma anche perché questo stesso testo è stato votato da una vasta maggioranza del Parlamento. Per la prima volta viene chiesto che l’Ue vincoli i propri accordi di cooperazione con i Paesi terzi al rispetto da parte di questi Paesi della libertà di religione garantendo le comunità religiose come i cristiani, che sono menzionati in modo esplicito.
Soldi e accordi in cambio di diritti. Nel documento «si chiede inoltre all’esecutivo Ue, alla luce dei recenti eventi e della necessità crescente di analizzare e comprendere l’evoluzione delle tematiche culturali e religiose nelle relazioni internazionali e nelle società contemporanee, di predisporre una capacità permanente di ricerca strategica, elaborazione di politiche e formazione in materia di religioni e di convinzioni in seno al Servizio europeo per l’azione esterna». Per questo si caldeggia l’inserimento di «un capitolo sulla libertà religiosa nella relazione annuale sui diritti dell’uomo». Il modello suggerito è quello della «Commissione Usa per la libertà religiosa internazionale, che controlla la protezione della libertà religiosa nel mondo fornendo consigli e proposte strategiche al presidente e al segretario di Stato americani». Questa, anche in Europa, è la direzione da prendere con decisione.
* presidente dei deputati Pdl al Parlamento europeo

«Avvenire» del 4 febbraio 2011

L’Europa che si volta dall’altra parte rinuncia alla forza dei suoi valori

Il mancato riferimento ai cristiani nel documento della UE
di David Sassoli *
È stata la rinuncia a costruire un mosaico comune di norme e valori, in grado di presentare l’Europa sulla scena internazionale con la voce di chi non ha paura di chiamare cristiani i cristiani, musulmani i musulmani ed ebrei gli ebrei. Il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione ha fallito per paura e interessi. E ha ribadito quanto l’Europa degli Stati prevalga sullo spirito comunitario e sugli interessi comuni. Il Parlamento europeo, d’altronde, aveva fatto la propria parte con equilibrio e orgoglio chiedendo di legare il rispetto della libertà religiosa agli accordi di cooperazione. Libertà civili e religiose camminano di pari passo. Parliamo di diritti fondamentali, di beni sociali fonte anche di stabilità. Una risoluzione votata a grande maggioranza, stravolta dall’Alto rappresentate, Catherine Ashton, con il documento sottoposto al Consiglio dei ministri degli Esteri. Non una parola sui cristiani vittime delle persecuzioni (Iraq) e del terrorismo (Egitto), sui diritti di tutte delle minoranze, sull’impegno in difesa delle libertà religiose. Criticare «le violenze interreligiose in Medioriente» è davvero troppo poco. Si è trattato, dunque, di uno schiaffo al Parlamento e della conferma che il governo italiano non è in grado di concertare, per mancanza di autorevolezza e iniziativa, dossier impegnativi neppure con i governi di centrodestra che – è bene ricordarlo – guidano la maggior parte degli Stati europei. Il governo italiano non riesce a imporre le proprie priorità nell’iniziativa europea. Vale per la politica estera dell’Unione; vale sulla politica industriale, fiscale, energetica, agricola. La lista dei fallimenti, anche nell’ultima settimana, è significativa: sul regime linguistico dei brevetti, sul caso Battisti, sulle missioni Ue in Egitto e Tunisia. Il mancato documento sulle libertà religiose e le violenze contro i cristiani dimostra quanto marginale sia il ruolo della Farnesina. Il tema della libertà religiosa meritava ben altra attenzione da parte dell’Europa, così come ricorda un recente rapporto consegnato dal segretario di Stato americano, Hillary Clinton, al Dipartimento di Stato. Politica estera e azione dei movimenti per la libertà religiosa corrono di pari passo. E il Dipartimento di Stato non ha esitato a mettere sul banco degli imputati alcuni Paesi – Corea del Nord, Iran, Myanmar, Cina, Sudan, Eritrea, Arabia Saudita e Uzbekistan – dove con più violenza quei diritti vengono negati. «Siamo pienamente consapevoli – ha dichiarato Michael Posner, funzionario del Dipartimento presentando il rapporto – che anche Paesi con solide garanzie giuridiche, compresi gli Stati Uniti, non siano immuni da atti di intolleranza». L’Europa, invece, si volta dall’altra parte, dimenticando che la sua forza risiede in quel sistema di valori che oggi è utile per dare governo ai processi di globalizzazione. Ogni rinuncia equivale a marginalizzarci, facendo prevalere i vecchi tabù di un’Europa stanca.

* presidente della Delegazione del Pd al Parlamento europeo
«Avvenire» del 4 febbraio 2011

02 febbraio 2011

Accade un mondo ma non lo si vuol vedere

L'incendio nordafricano e l'Italia che ben pochi considerano
di gabriella Sartori
Si è incendiato il Nord Africa e brucia l’Egitto, Paese arabo da sempre considerato perno dell’amicizia con l’Occidente: un incendio che, per una miriade di fondate ragioni, fa paura, specie all’Europa, così geograficamente vicina, così politicamente (e culturalmente) lontana. Soprattutto colpevolmente distratta.
Distrazione non solo europea. E non solo politica. Ma distrazione colpevole su tutta la linea. Perché, anche stavolta, di questo improvviso irrompere sulla scena di una rivolta popolare così ampia, così densa di allarmanti interrogativi per il futuro, quasi nessuno degli 'esperti' s’era accorto, lo aveva previsto. E adesso, di fronte all’eruzione in corso, non trovano nulla da dire se non quello che qualsiasi profano vede a occhio nudo: è un rivolgimento, una rivoluzione, che resterà sui libri di storia. Ma in che modo, con quali conseguenze, nessuno lo sa. Eppure, averlo capito in tempo sarebbe stato necessario e utile, anche se non sufficiente.
Così non è stato; ma non è una novità.
Perché, solo per stare agli ultimi decenni, nessuno, o quasi, aveva previsto in tempi utili avvenimenti epocali quali il crollo del Muro di Berlino, non l’11 settembre 2001 a New York, non l’impennarsi del terrorismo, non la crisi finanziaria mondiale ancora in corso. Sono state tutte immense 'sorprese'. E si potrebbe continuare con gli esempi.
Dunque, perché mai gli 'esperti' non riescono a fare il loro mestiere? Per fortuna, qualcuno, fra loro, si pone onestamente la domanda. E dà risposte convincenti: se gli esperti non riescono più a vedere 'avanti' come sarebbe loro compito, forse è perché si concentrano nello studio degli Stati, (governi, capi di stato, strutture economiche, politiche, culturali e simili), trascurando però quello dei popoli che li abitano. Sembra l’uovo di Colombo, ma probabilmente è vero.
Tanto più in tempi di internet, di globalizzazione, ecc. .In altre parole: se non ti sforzi di andar a vedere, a sentire come vive e cosa pensa la massa delle persone, quella reale, non quella che ti passa il circuito dell’informazione più o meno 'ufficiale', più o meno paludata, non potrai mai capire dove e come sta andando il mondo.
È una lezione anche per l’attualità più stretta del nostro Paese: a volere credere ai mass media l’Italia è una nazione fatta di Ruby e dintorni (tutti i talk show che se ne sono occupati hanno, in effetti, aumentato l’audience),di immondizia per le strade, di mafiosi, di evasori al cubo, di politici corrotti e incapaci, e simili.
Non che tutto questo non sia vero: ma c’è anche un’altra Italia (ed è maggioritaria) che sui mass media non compare. Un’Italia per bene che non fa audience: soprattutto perché il grosso dell’informazione non le dà spazio.
Nessuno chiede di non denunciare i mali che affliggono il nostro Paese, diceva saggiamente il cardinal Tettamanzi ai giornalisti milanesi riuniti per la festa del loro protettore S. Francesco di Sales, ma questa che domina in questi giorni è una visione mutilata della realtà. Anzi: l’Italia vera è un’altra, fatela vedere. Ed è un peccato che a quella riunione mancassero i corrispondenti esteri, nonché quasi tutti gli 'esperti' di cui sopra: i quali, tranne rare eccezioni, nel delineare il profilo del nostro Paese, più che ad andare a vedere come sono davvero gli italiani, (per le strade, nelle famiglie, nelle aziende, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni di volontariato, nelle università) si limitano a ripetere quello che ne apprendono sui nostri mass media o frequentando solo certi circoli...
E dunque, anche da noi c’è un vuoto di informazione sulle reali condizioni del nostro Paese. Che, se fosse davvero quello di Ruby & Co., sarebbe già scomparso da un pezzo. Perché, invece, sta ancora in piedi? Perché è sostanzialmente diverso da come lo si dipinge, anche se gli 'esperti' non lo sanno, non lo vedono e, se lo vedono, non ne parlano. E questo è un danno, anche per loro: potrebbero venire, per l’ennesima volta, sonoramente smentiti. È una constatazione, ma anche una speranza.
«Avvenire» del 2 febbraio 2011

29 gennaio 2011

Curtius: il latino può salvare l’Occidente

di Davide Rondoni
Nel suo monumentale e prezioso Letteratura europea e medioevo latino, Ernst Robert Curtius cita lo studioso Pirenne, il quale in accordo con il Toynbee e altri importanti voci, fa coincidere con l’età dei Carolingi l’inizio di una nuova strada per l’Europa. E precisa il ruolo della dinastia in una nuova situazione causata dalla «trasformazione degli equilibri che l’Islam aveva causato». Gli effetti economici e politici della conquista araba sono, per questi studiosi, la causa dell’inizio di una nuova era chiamata secondo un «concetto ingiustificato» Medioevo. Altri hanno altre datazioni, ma basta quella considerazione per tracciare una delle possibili linee di valore attuale dello studio di Curtius. Uno dei suoi grandi propugnatori in Italia è stato Ezio Raimondi, conquistato dalla idea di Curtius attento sempre a presentare la «fenomenologia della letteratura» che è cosa ben diversa «dalla storia letteraria, dalle letterature comparate e dalle scienze della letteratura». E proprio anche per impulso della lezione raimondiana una piccola ma valorosissima casa editrice trentina La Finestra, che ora pubblica un epistolario del maestro con un distinto allievo, Karl Eugen Gass.
Ernst Robert Curtius è nato a Thann in Alsazia il 14 aprile 1886, Simmel e Wölfflin a Berlino, Lask e Windelband a Heidelberg lo hanno avviato allo studio della letteratura e della filosofia, ma fu Gustav Gröber a Strasburgo a introdurlo alla filologia romanza. Studioso di antico francese e dei moralisti francesi di epoca illuminista, Curtius fa conoscere in Germania anche la letteratura transalpina del Novecento: è tra i primissimi lettori e critici di Proust, ma le frequentazioni dirette e intellettuali spaziano da Bergson a Ortega Y Gasset, da Charles Du Bos a Valéry Larbaud. Considera da subito dei classici Thomas Stearns Eliot e James Joyce, è amico di Max Scheler, Leo Spitzer, Carl Schmitt.
Gli studi di letteratura antica e medievale, di Dante, della tarda latinità lo porteranno alla costruzione di Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (1948), frutto di almeno un ventennio di studi, che si intensificheranno all’inizio degli anni Trenta, quando prende corpo il dialogo con Karl Eugen Gass, morto a 32 anni nella seconda guerra mondiale.
Nella prefazione alla seconda edizione del grande studio, Curtius affermava che sua intenzione non è solo raggiungere finalità puramente scientifiche (che pure il suo contributo filologico ottenne in gran copia) ma esprimere la «preoccupazione per la salvaguardia della cultura occidentale», mettendo in luce «con nuovi metodi l’unità di questa tradizione nello spazio e nel tempo. Nel caos spirituale contemporaneo è divenuto necessario, ma anche possibile, dimostrare questa unità. Ma ciò può esser fatto – aggiungeva ancora Curtius – solo da un punto di vista universale.
Questo punto di vista è offerto dalla latinità». La lingua latina come lingua della cultura di tredici secoli e come sostrato che rende comprensibili le lingue e le culture successive è per Curtius il grande vettore di una avventura conoscitiva e, come lui dice, spirituale. Tale avventura, come avviene per tutti i grandi maestri, avviene nello sforzo della ricerca e ugualmente, nella disponibilità alla conversazione con gli allievi. E anche in questo si può cogliere un altro elemento di attualità del problema posto da Curtius, rispetto al caos e ai cambiamenti con cui dobbiamo oggi anche noi fare i conti. «Non si può nascondere una certa emozione, dicono gli editori Marco Albertazzi e Stefano Chemelli (curatore del volume insieme a M. Buffa), quando si offre, in anteprima, un carteggio importante, che fa risuonare la voce europea di un dialogo eletto. Siamo di fronte a una testimonianza nuova che interessa il mondo tedesco, in uno strettissimo rapporto con la realtà italiana, nel momento cruciale e magnetico dei Trenta e dei Quaranta del Novecento.
Il testo comprende inoltre altri due inediti: una serie di pensieri e aforismi del Curtius, ritrovati nel fondo Hübinger dell’Università di Bonn, e una preziosa rassegna di brevi saggi che Karl Eugen Gass aveva dedicato rispettivamente a Federigo Tozzi, Emilio Cecchi, Aldo Palazzeschi, Riccardo Bacchelli, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti e Renato Serra, scritti nel tardo 1940 per l’edizione della sera della Kölnische Zeitung ».

Ernst Robert Curtius e Karl Eugen Gass, Carteggio (1933-1944) e altri scritti, La Finestra editrice, pp. 400, € 38 ,00
«Avvenire» del 29 gennaio 2011

08 gennaio 2011

L'Europa più debole se tace su Battisti

di Giuseppe Porro *
Caro direttore, il recente diniego dell’Unione Europea a intervenire nel caso Battisti è, sotto un profilo formale, ineccepibile: l’Ue infatti non ha competenza a occuparsi di un trattato di estradizione fra Italia e Brasile, in quanto la materia è regolata da norme bilaterali tra i due Paesi. Ma se esaminiamo più a fondo il caso, vediamo che i motivi di un intervento Ue ci sono, eccome. Il Brasile si è rifiutato di estradare Battisti perché di fatto lo considera un perseguitato politico, condannato in Italia sulla base non di un equo processo ma di valutazioni politiche e quindi non giuridiche: insomma da un Paese non rispettoso di un principio democratico fondamentale quale è appunto l’equo processo. Inoltre il Brasile, come si è letto, teme che, una volta in Italia, Battisti subisca pesanti maltrattamenti. Lo schiaffo per il nostro Paese è evidente. Ma lo è anche per l’Unione Europea. Poiché i casi sono solo due: o l’Italia è sprofondata nella barbarie, oppure le accuse brasiliane sono gravemente infondate. In entrambi i casi l’Ue non può astenersi dalla vicenda. Ipotizziamo che nel nostro Paese non viga un equo processo.

In tal caso, ai sensi dell’articolo 7 del Trattato Ue, il Consiglio dell’Unione, a maggioranza qualificata, può intervenire a sanzionare uno Stato membro (anche togliendogli il diritto di voto nel Consiglio stesso) quando tale Paese violi i valori comuni che sono alla base del processo di integrazione europea e cioè (Titolo I, art. 2) il «rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani…». Se viceversa, come è evidente, l’Italia ha giudicato Battisti nel rispetto dei diritti a un’equa giustizia, come può l’Ue tollerare che il Brasile dica al mondo che tra i suoi 27 Paesi membri ce n’è uno che non rispetta un valore democratico così rilevante? Come può l’Ue continuare a svolgere, come giustamente fa, un’azione a livello internazionale per la tutela della democrazia, se non la tutela a casa propria? Si noti, inoltre, che nel sistema Ue vige il cosiddetto mandato d’arresto europeo, una procedura di stretta collaborazione tra le autorità giudiziarie dei Paesi membri, che fa sì che un Paese membro debba consegnare, su richiesta dell’autorità giudiziaria di un altro Paese membro, una persona ricercata. Obbligo che può essere disatteso ove il Consiglio Ue constati che in un Paese membro c’è una grave violazione dei già richiamati valori comuni europei. Nessuno finora ha contestato alcunché all’Italia. Lo fa il Brasile. E l’Ue tace?

Il caso Battisti dovrà trovare la giusta collocazione e dimensione nei rapporti con un Paese importante e amico (caso Battisti a parte) come il Brasile. Ma forse l’Ue ha perso un’ottima occasione per dimostrare al mondo che essa è ben di più di un’organizzazione internazionale, bensì un insieme di Stati, uniti da valori comuni che vanno affermati, sottolineati e difesi ovunque e sempre.
*Ordinario di Diritto Internazionale Università di Torino
«La Stampa» dell'8 gennaio 2011

17 dicembre 2010

La Corte europea: «L’aborto non è un diritto»

La sentenza sull’Irlanda dei giudici di Strasburgo Accolto, però, uno dei tre ricorsi contro i divieti
di Pier Luigi Fornari
Diritto di aborto? Non rientra nella Con­venzione europea dei diritti dell’uomo, né si può far derivare da essa.
È quanto emerge dalla sen­tenza della Corte di Stra­sburgo sul cosiddetto 'caso A, B e C', emessa ieri dai ma­gistrati insediati nel capo­luogo dell’Alsazia. Sentenza non priva di zone d’ombra, nella quale l’Irlanda viene assolta (con il voto di undici giudici contro otto) da due ricorsi presentati per i limiti posti alla interruzione vo­lontaria della gravidanza e viene condannata all’unani­mità a risarcire 15mila euro ad una donna convalescen­te di cancro, che ha ritenuto la sua vita messa a rischio dalla continuazione della gravidanza, recandosi poi in Gran Bretagna per porvi ter­mine. A detta dei giudici eu­ropei, sarebbe stato in que­sto caso violato l’articolo 8 della Convenzione relativo al «diritto al rispetto della vi­ta privata e familiare».
Comunque nello stesso ver­detto si afferma esplicita­mente che quel medesimo articolo non «può essere in­terpretato in modo da con­sacrare un diritto all’aborto». Lo European centre for Law and Justice (Eclj), che è in­tervenuto come terza parte a sostegno di Dublino, acco­glie con soddisfazione il fat­to che la Corte abbia ricono­sciuto un «diritto alla vita del nascituro».
Da rilevare nel pro­nunciamento di Strasburgo il passo in cui si sostiene che «l’Irlanda vie­tando l’aborto per motivi di salute e di benessere della donna sulla base di profonde idee mo­rali del suo popolo sulla na­tura della vita e sulla conse­quente protezione da garan­tire alla vita dei nascituri», rientra nel «margine di ap­prezzamento », cioè in quel­la sfera che è di competenza degli Stati sulle questioni e­tiche. Anche considerando che Dublino è l’unico Stato che consente l’interruzione volontaria della gravidanza solo nel caso di rischio di vi­ta della donna, la Corte non ritiene che la tendenza pre­valente in Europa a favore dell’aborto limiti «la sovra­nità » di quel Paese di appli­care una legislazione restrit­tiva in materia. Un passaggio successivo della decisione di Strasbur­go afferma, però, che le au­torità dell’Irlanda «hanno mancato di adottare delle di­sposizioni legislative o rego­lamentari che istituiscano u­na procedura accessibile e efficace attraverso la quale la ricorrente avrebbe potuto stabilire se poteva abortire in Irlanda sulla base dell’ar­ticolo 40.3.33 della Costitu­zione ». Nella norma della Carta fon­damentale irlandese citata si sostiene che «lo Stato affer­ma il diritto alla vita del na­scituro e, tenuto conto del­l’eguale diritto alla vita del­la madre, garantisce nella propria legislazione il rico­noscimento e, per quanto possibile, l’esercizio effetti­vo e la tutela di tale diritto, attraverso idonee disposi­zioni normative». I magi­strati del Consiglio d’Euro­pa, a cui aderiscono 47 Stati membri, nel loro verdetto hanno ritenuto che le auto­rità irlandesi sono venute meno ai loro obblighi «posi­tivi di assicurare alla ricor­rente un rispetto effettivo della sua vita privata». Vi sa­rebbe stata, secondo la sen­tenza, una violazione del­l’articolo 8 della Convenzio­ne, ma solo nei confronti di una delle tre donne che han­no voluto ricorrere a Stra­sburgo contro l’Irlanda.
Dublino dovrà pagare 15mila euro a donna malata di cancro che interruppe la gravidanza all’estero. «Mancano procedure chiare a cui ricorrere in tali casi»
«Avvenire» del 17 dicembre 2010

06 dicembre 2010

La democrazia Potemkin

Invettiva di un europeo libero contro la burocrazia senz’anima né testa di Bruxelles
di Roger Scruton
Discorso tenuto alla Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro, Roma, il 15 ottobre 2010
Noi europei apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Riusciamo a figurarci ben pochi mali peggiori di un governo che sia invece esso a controllare incontrollatamente noi. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall'Unione europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori. Alcune delle decisioni più importanti che pesano sulle nostre esistenze promanano dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, un organismo composto da giudici non eletti molti dei quali provengono da paesi privi di una solida tradizione di stato di diritto.
Voi italiani ne avete fatto recentemente esperienza quando è stato deciso che il crocifisso dovesse essere rimosso dalle aule scolastiche giacché ritenuto lesivo appunto dei diritti umani. La maggior parte di noi, dunque, a fronte delle irreversibili "direttive" emanate a migliaia dalla Commissione europea e delle "sentenze" pronunciate per ragioni ideologiche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, considerano tutto questo una vera e propria minaccia per la democrazia, eppure sembra non esistere alcuna riforma di quelle istituzioni in grado di ovviare al problema. Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti a un punto in cui la maggior parte delle leggi che ci riguardano vengono imposte da persone che nessuno ha mai eletto e che non rispondono affatto dei propri errori.
Alcuni si sono adattati a coesistere con questo problema, ritenendo che i benefici portati dall'Unione europea superino i costi. Altri - specialmente gli "euroscettici" del mio paese - pensano invece che i costi superino i benefici. Per questi ultimi, la confisca del processo decisionale operata da élite non elette è un difetto fatale dell'intero progetto eurofederale. Da qualsiasi delle due parti ci si schieri, è comunque evidente che la spinta verso una governance mondiale configura un movimento che si allontana dalla democrazia. Ora, possiamo pure ritenere la globalizzazione un fenomeno inevitabile, ma non è necessario pensare che essa debba includere anche il governo del mondo. Per il vero democratico, la politica deve controbilanciare la globalizzazione, non esserne assorbita.
Immaginiamoci un villaggio che commerci con i propri vicini, vicini con i quali convive pacificamente. Tutte le decisioni che incidono su quel villaggio vengono prese da un consiglio elettivo. A propria volta, questo consiglio invia un rappresentante al governo centrale affinché questi promuova gli interessi di detto villaggio presso l'Assemblea nazionale. Questo processo, ci dice la storia, è il migliore che possiamo instaurare per via democratica.
E' peraltro possibile immaginare l'esistenza di più livelli rappresentativi fra il villaggio del nostro esempio e il governo a cui esso fa capo: rappresentanze, cioè, a livello di contea, di regione, di cantone o di qualsiasi altra sia l'unità amministrativa adottata. Ma il principio è chiaro: democrazia significa controllo dal basso, con il popolo che decide.
Supponiamo però adesso che si affermi un movimento di riforma politica il quale dice che il villaggio è una unità troppo piccola per prendere le decisioni che sono necessarie al bene comune. A scopo elettorale, il villaggio deve venire quindi considerato adesso come parte di una grande città che dista dieci chilometri. Le argomentazioni a favore di questa modifica sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato vengono infatti seriamente compromesse dallo stato di fattuale indipendenza in cui vive il villaggio.
C'è per esempio bisogno di una strada che tagli fuori la città ormai congestionata dal traffico. Ma l'unico tracciato possibile per costruirla corre in prossimità del villaggio, a totale detrimento della tranquillità fino a quel momento goduta dai suoi abitanti. Naturalmente, il villaggio si opporrà al progetto della strada e questa non verrà costruita. Ma se invece il villaggio è inglobato in una città, i voti dei suoi abitanti verranno superati da quelli dei residenti urbani e la strada si farà.
L'aumento della capacità d'intervento governativa viene insomma acquisito a scapito della democrazia del villaggio. L'esempio illustra bene un principio di ordine generale: più è ampia la capacità d'intervento governativa, minore è la possibilità di controllo che il popolo ha sullo spazio che direttamente lo circonda.
Ve n'è riprova estremamente chiara nelle questioni inerenti le pianificazioni e le infrastrutture. I villaggi svizzeri hanno mantenuto parecchi dei diritti democratici altrove invece confiscati dai governi centrali. Ne deriva che è comprovatamente impossibile costruire grandi autostrade attraverso i numerosi passi alpini che connotano il paese, dal momento che le popolazioni locali votano costantemente contro di esse.
Il traffico della Svizzera rurale è notevolmente più lento che altrove e lì i confini tra i villaggi assai più netti e marcati. In Francia, invece, le autostrade vengono imposte dal governo, la terra acquisita per decreto e nell'intera faccenda nessuno fuorché l'Assemblea nazionale ha gran voce in capitolo.
Ne consegue che in Francia il traffico scorre più rapidamente, l'economia nazionale ne trae vantaggio e la vita lungo le autostrade è un inferno. La Francia è dunque più o mena democratica della Svizzera? Alcuni direbbero che il potere dei villaggi e dei cantoni elvetici impedisce la realizzazione di progetti che sarebbero altrimenti positivi per l'intero paese e che quindi esso si oppone alle aspirazioni della maggioranza.
In Francia, invece, la capacità del governo centrale di superare gli interessi locali indica che il bene comune può essere promosso nonostante gli egoismi localistici e che quindi la maggioranza svolge un ruolo assai più grande nelle decisioni che la riguardano direttamente.
Altri però direbbero che questa sottrazione dei poteri e dei processi decisionali alle comunità locali a tutto vantaggio del governo centrale configura una perdita di democrazia giacché indica che le decisioni non vengono più prese da coloro che ne sono direttamente toccati in misura maggiore e che dunque la voce delle autentiche comunità umane è ascoltata solo di rado. Ché ne pensiamo noi?
Quando un gruppo di stati nazionali si unisce per dare vita a una unione dotata di poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di decisione su materie d'interesse nazionale in cambio di una voce in decisioni che interessano quell'unione nel suo insieme. Quando e in relazione a cosa ciò è giustificato? Un trattato fra due stati confinanti finalizzato alla difesa dei reciproci territori in caso di attacchi esterni è un contratto franco e leale.
Nessuno dei contraenti perde più di ciò che guadagna e ognuno mantiene il controllo sovrano sugli affari interni. Un simile contratto di mutua difesa non implica alcuna resa di sovranità ed è esso stesso soggetto al controllo democratico. I popoli di ciascuno dei due stati contraenti il patto possono infatti votarne la rescissione in qualsiasi momento. Raramente si sono dunque considerati i trattati bilaterali una minaccia alla democrazia: al contrario, sono stati visti come esiti naturali del processo appunto democratico con cui i cittadini conferiscono ai governi a cui sono soggetti la libertà e il dovere di agire per parte loro.
Anche i trattati multilaterali possono di per sé non costituire minacce alla sovranità degli stati nazionali o all'intero processo democratico. Anche quando quei trattati istituiscono infatti organismi burocratici esclusivamente dediti al perseguimento dell'accordo che ne sta alla base - come per esempio avviene per la Nato, essi non minacciano la democrazia fintanto che non si spingono oltre i propri scopi statutari.
I paesi firmatari di quegli accordi mantengono la propria sovranità in qualsiasi ambito, inclusi quelli che rientrano nelle provvisioni del patto comunemente e concordemente sottoscritto. Benché il trattato ponga loro dei vincoli, questi obblighi si verificano soltanto in determinate circostanze specifiche e sono liberamente accettati dagli organi legislativi dei paesi sottoscrittori come giusto prezzo pagato per ottenere i benefici che ne conseguono.
I trattati multilaterali sono un modo concreto per amministrare la globalizzazione. Man mano che su di essi si esercitano pressioni esterne sempre crescenti, gli stati nazionali possono unirsi siglando accordi e stabilendo procedure comuni che permettano di resistere a dette pressioni: trattati che proteggono gli spazi abitati comuni, le risorse naturali comuni (come la pesca e l'acqua) e le comuni esigenze di sicurezza. Qui il punto qualificante è che un trattato, proprio come un contratto, conferisce potere di veto a ciascuno dei suoi firmatari. Se i termini di esso non vengono onorati da uno dei contraenti, gli altri sono liberi di chiamarsi fuori ponendo così fine al patto stesso.
In questo modo, i trattati possono essere, efficacemente adoperati per controllare la globalizzazione poiché l'assoggettano alla disciplina della democrazia esattamente come il processo politico attivo in Svizzera è soggetto a quella disciplina della democrazia locale che in merito alle decisioni riguardanti le comunità appunto locali esige il consenso di queste stesse.
Ma non tutti i trattati hanno il carattere dei contratti. A far data dalla Seconda guerra mondiale (1939-1945) è divenuta pratica comune un nuovo tipo di trattato: un accordo mediante il quale le parti contraenti si accordano per abdicare al proprio potere decisionale negli ambiti che rientrano nelle leggi del patto stesso, trasferendo agli organismi istituiti dal trattato ciò che i propri elettorati nazionali non sono in grado di controllare.
L'Unione europea ne è il caso paradigmatico. Come la Corte penale internazionale, l'Organizzazione mondiale del commercio e la Corte europea dei diritti dell'uomo, la Ue è una forma di globalizzazione e non un modo per resistere a essa. Benché create mediante trattati, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei soggetti che vi aderiscono, imponendo agli stati nazionali leggi e regolamentazioni che i loro cittadini mai avrebbero votato, ma che pure non possono respingere.
Consideriamole normative circa la libertà di movimento istituite dai Trattati di Roma. Danno ai cittadini della Ue il diritto si spostarsi in qualunque luogo dell'Unione al fine di cercare lavoro o stabilire la propria residenza là dove trovano lavoro. Quando gli originari Trattati di Roma furono firmati, nei paesi sottoscrittori vigeva una sostanziale parità fra redditi e livelli occupazionali, e nessuno immaginava che il risultato di quelle decisioni sarebbero state le migrazioni di massa da un capo all'altro del continente. Se fossero stati consultati, i cittadini italiani avrebbero certamente votato a favore di un emendamento ai Trattati che escludesse la clausola relativa al diritto di libera circolazione per le persone oppure negando l'ingresso della Romania nella Ue. Ma i cittadini non sono stati consultati.
Di conseguenza, gli italiani si trovano oggi costretti ad accettare l'immigrazione nel proprio paese di gente proveniente dalla Romania senza che nessuno prenda in seria considerazione il fatto che la maggioranza di essi è fortemente contraria. Con ciò non intendo dire che gli italiani abbiano ragione. Ma questo è ciò che essi pensano, oltre che ritenere un proprio diritto democratico l'imporre, attraverso i propri rappresentanti politici, controlli sui flussi migratori: dopo tutto, si tratta del loro paese. E però questo diritto è stato loro confiscato. Qualsiasi partito votino alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare alcunché per rivendicare il proprio paese a se stessi.
E', questo, solo un esempio delle lagnanze che si levano oggi in tutti gli. stati membri della Ue nell'Europa occidentale e settentrionale. Abbiamo perso cioè il controllo dei nostri confini e non vi è modo compatibile con la permanenza di ognuno di noi nella Ue per riguadagnarlo. Per di più, non vi è modo per emendare le istituzioni della Ue affinché esse se ne facciano carico.
Le norme incorporate nei Trattati di Roma non sono leggi ordinarie: non possono cioè essere corrette in sede parlamentare e così, una volta in vigore, divengono di fatto irreversibili; oppure reversibili solo attraverso la dismissione dei Trattati e di tutta la sovrastruttura d'istituzioni e di procedure che sono state costruite su di essi: E questo nessun partito politico ha il coraggio di farlo, giacché le conseguenze sono incalcolabili.
Ora, coloro che hanno progettato i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli del fatto che la Ue stava perdendo credibilità presso i popoli d'Europa. Ma erano altresì membri di un nuovo ceto politico, transnazionali quanto alle proprie fedeltà, ben ricompensati nelle proprie vite professionali e completamente dipendenti dai privilegi assicurati loro dai meccanismi eurofederali.
Del resto, questo ceto politico è anche parte in causa dell'economia globale. Riesce a relazionarsi più facilmente con le multinazionali che con le comunità locali, contratta apertamente con le élite estere e onora disinvoltamente gli incarichi fittizi che si è dato dentro la Ue. Un tipico membro di questo nuovo ceto politico è l'attuale Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Ue, cioè di fatto il suo ministro degli Esteri, Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, britannica.
In Gran Bretagna nessuno sapeva chi fosse finché non n'è stata annunciata la nomina. La Ashton non si è mai candidata a elezioni per nessuno degli incarichi che ha ricoperto: dal Partito laburista e dalla rete di organizzazioni non governative che fa capo a esso ha fatto carriera fino a raggiungere la Camera dei Lord senza mai nemmeno una volta attirare l'attenzione su di sé ed é stata nominata come nostra rappresentante agli Affari esteri senza che nessuno nel mio paese abbia avutola possibilità di proferire parole nella vicenda, a eccezione dei suoi colleghi dentro quel medesimo nuovo ceto politico.
Questo ceto politico è dunque davvero molto più interessante per le multinazionali che per la gente comune, dato che controlla una macchina legislativa in grado di aggirare i cittadini. Attraverso il lavoro lobbistico che svolgono le burocrazie di stanza a Bruxelles, il mondo dei grandi affari mondiali ha insomma il potere di modificare a proprio favore le leggi di qualsiasi stato nazionale.
Appartenenti a questo ceto politico, coloro che redigono i trattati della Ue sono naturalmente inclini a salvaguardare queste posizioni. Gran parte dei loro sforzi è infatti stata profusa per creare un tipo di "democrazia presunta" in cui un Parlamento modello Potemkin finge di vagliare leggi e di esercitare su di esse diritto di veto, ma in cui nessuno degli stati membri della Ue può di fatto esercitare potere.
I Trattati comunitari ci assicurano continuamente che nell'Unione vige il principio di "sussidiarietà", in base al quale le decisioni debbono essere sempre assunte al più basso livello possibile: ma essi implicano anche che sono la Ue e le sue Commissioni a decidere quale sia quel livello. Da ciò deriva che in essi la sussidiarietà è semplicemente un sinonimo di quel controllo onnipervasivo esercitato dall'alto al basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali e che ci permette di esercitarli solo quando alcuni funzionari non eletti ci permettono di farlo.
Ciò che vediamo all'opera nella Ue, così come in ogni nuova forma di tribunale internazionale o di agenzia legislativa tipo l'Organizzazione mondiale del commercio e le sussidiarie dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Invece di difendere la sovranità nazionale dall'invasione globale, oggi il processa politico auspica ulteriore invasione globale ai danni dello stato nazionale.
E perché no? ci si domanderà a questo punto. Che c'è di tanto male? Dato che viviamo in una società globale, non c'è forse bisogno di un governo globale che risolva i nostri problemi comuni? Il lato problematico di questo approccio è che esso ignora il fatto da cui dipende la legittimità di ogni democrazia: il fatto dell'identità nazionale. In una democrazia, i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale: un "noi" fondato da una eredità e da una storia, evidente nella lingua, nella religione e nell'attaccamento al territorio e alla comunità.
In Europa, questo "noi" è un "noi" nazionale, ed è in nome di esso che gli uomini politici possono ottenere il consenso delle persone in merito a decisioni politiche che a breve termine possono pure danneggiarle. Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l'interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova l'interesse di un ceto politico internazionale o quello di una rete globale di multinazionali. Ma il numero delle leggi nazionali che quel ceto politico internazionale impone loro sotto la pressione degli interessi economici che lo influenzano cresce di continuo.
Cosa fare? E' mio parere che in assenza di cambiamenti radicali la Ue entrerà in un periodo di crisi. Le sue decisioni verranno disattese e respinte in numero sempre maggiore, e le persone faranno di tutto per riconquistare i poteri erroneamente consegnati a essa.
In un modo o nell'altro, la Ue deve insomma cessare di essere un agente della globalizzazione per divenire un centro di resistenza a essa: un modo, cioè, d'imporre l'ordine politico all'entropìa sociale ed economica. E penso che questo potrà accadere solo attraverso la restaurazione della sovranità nazionale in tutti gli ambiti in cui essa è andata persa, ancorché come ciò possa essere concretamente fatto é materia da uomini politici, non da semplici filosofi.
(traduzione italiana di Marco Respinti)
«Il Foglio» del 21 ottobre 2010

21 novembre 2010

Se aprire alla Turchia mette in crisi l’Europa

Islam e Occidente. L’adesione che l'unione non può permettersi
di Antonio Puri Purini
Le istituzioni comunitarie devono ritrovare la serenità necessaria per definire i loro interessi generali e accelerare il processo d’integrazione. Specularmente, Ankara deve accettare la sovranazionalità come un autentico principio fondante
Un grande interrogativo di questi tempi riguarda l’adesione della Turchia all’Unione Europea. Non è un impegno troppo ambizioso per Europa e Turchia, che non hanno condiviso (se non nell’antichità) lo stesso spazio storico, culturale, morale? Non è un cimento troppo impegnativo per una classe politica europea congelata nella ritualità delle proprie convenzioni? Questa tormentata adesione batte il passo perché ostaggio dell’irrisolto rapporto fra l’Europa e l’Islam e della stessa debolezza dell’Unione Europea. Quando il Consiglio europeo di Helsinki riconobbe nel 1999 lo status di Paese candidato alla Turchia, prevaleva l’ottimismo sulla possibilità che questa avrebbe trovato la propria collocazione in Europa. Si pensava che il negoziato d’adesione sarebbe comunque durato oltre un decennio, che la controversia greco-turca su Cipro si sarebbe risolta, che il rafforzamento delle istituzioni comunitarie avrebbe preceduto l’allargamento (non viceversa come avvenuto), si sottovalutavano le diversità. Di fatto, meccanismi politico-burocratici imperniati sulla continuità prevalevano sul sentimento profondo dei popoli e sulle ragioni della storia.
Nessuno sembra aver seriamente riflettuto sulla circostanza che la Turchia è l’erede orgoglioso di un grande impero multinazionale; che ha un secolare passato islamico alla ricerca di un proprio spazio; che riveste un ruolo importante in Medio Oriente ed in Asia centrale; che è una cerniera fra mondo occidentale e mondo islamico; che aspira ad uno status di rilevanza globale. Inoltre, tra pochi anni, quando potrebbe essere diventata membro dell’Unione Europea, la Turchia, Paese musulmano malgrado la laicità voluta da Kemal Ataturk, avrà ben oltre 80 milioni di abitanti. Era inevitabile che si acuisse la contrapposizione fra coloro che sono convinti che l’adesione della Turchia rappresenterà una svolta positiva nei rapporti fra l’Europa e l’Islam, e coloro secondo cui segnerà invece la fine dell’integrazione europea.
Una cosa è certa: la prospettiva dell’accesso della Turchia è diventata una sfida lacerante per l’Unione Europea, è intrecciata con la problematica presenza dell’Islam in Europa, è dominata da crescente irrazionalità ed emotività. Perfino le opinioni pubbliche ipnotizzate dal cortile di casa, come quella italiana, hanno compreso che l’adesione della Turchia introdurrebbe un elemento d’imprevedibilità nella vita europea. Non bisogna essere un addetto ai lavori per capire che comporterebbe uno stravolgimento degli equilibri istituzionali definiti all’interno dell’Unione Europea: dalla composizione del Parlamento europeo al calcolo della maggioranza di voto. Può tutto questo essere assorbito come se si trattasse dell’adesione degli Stati baltici o della Slovacchia? Non tutto il male viene per nuocere. Anche la questione turca obbliga l’Europa a prendere coscienza di se stessa, ad incoraggiare la formazione di una identità europea, a porsi il problema dei propri confini, ad affrontare insieme il rapporto con l’Islam.
Lascia però sorpresi che la contraddizione storica fra Europa e Turchia non sia stata affrontata prima e che emergano proprio adesso interrogativi latenti da decenni. La Turchia è membro originario, dal 1949, del Consiglio d’Europa, sulla base di una interpretazione geografica e convenzionale delle frontiere europee. La condivisione, che a quell’epoca era esclusivamente formale e non sostanziale, della difesa dei diritti dell’uomo e della supremazia del diritto tutelati da quell’organismo, così come il ruolo di pilastro dell’Occidente esercitato dalla Turchia contro l’Urss, sono sempre apparsi motivi sufficienti per sostenerne l’appartenenza all’Europa. La prima domanda d’associazione della Turchia alle Comunità europee, che allora perseguivano obiettivi più limitati rispetto a quelli successivamente delineati dal Trattato di Maastricht, venne presentata nel 1959 dall’allora primo ministro turco Menderes (poi fatto impiccare dai suoi generali). Colpi di Stato militari e repressioni politiche rallentarono questo processo che venne ripreso in mano negli anni Ottanta dall’allora primo ministro Turgut Orzul e negli anni Novanta dal governo conservatore islamico del primo ministro Erdogan. Dopo il riconoscimento a Helsinki che la Turchia ottemperava ai cosiddetti criteri di Copenaghen, è iniziato nel 2005 il negoziato d’adesione che dovrebbe concludersi nell’arco di un decennio.
La sua struttura è molto complicata: prevede 35 diversi capitoli negoziali; uno (sulla scienza) è stato concluso; otto sono congelati, fra cui quelli relativi alla libera circolazione delle persone e all’agricoltura; gli altri procedono a rilento. Nel frattempo, anche se la Turchia rimane una democrazia ed una cultura musulmana diversa, le riforme adottate negli ultimi anni per venire incontro alle richieste dell’Unione Europea hanno reso l’economia turca competitiva, modernizzato il sistema bancario, migliorato la democraticità del sistema politico. L’impegno preso con Ankara è chiaro ma il negoziato rimane un processo aperto. Parallelamente, l’adesione suscita dubbi crescenti in un’opinione pubblica resa inquieta di fronte alla prospettiva che i valori occidentali cedano, anche nel caso turco, ad un relativismo etico spinto, e preoccupata per un’immigrazione islamica difficile da integrare. Al tempo stesso, i turchi hanno dato spesso l’impressione di considerare l’adesione come una questione di potenza e non come una partecipazione sincera ai pilastri fondanti, compresa la sovranazionalità, dell’Unione Europea. Si sono rafforzate, soprattutto in Francia e Germania, le posizione a favore di un clamoroso dietrofront: la sostituzione della piena partecipazione con un rapporto privilegiato. Altri Paesi, fra cui l’Austria ed i Paesi Bassi, si sono accodati a questa linea. Tale ipotesi (sotto la formula «tutto tranne le istituzioni»), avanzata dal cancelliere Angela Merkel, viene, almeno per il momento, respinta da Ankara. Tuttavia, è un’ipotesi da non scartare. L’adesione richiede l’unanimità degli Stati membri. La mancata ratifica di un singolo Stato la rende impossibile. La Costituzione francese prevede addirittura un referendum. Dubito che l’opinione pubblica degli Stati più incerti cambierà idea. Dieci anni dopo Helsinki è in sostanza subentrato un reciproco disincanto: alla crescente diffidenza europea corrisponde l’accresciuta diffidenza turca verso la prospettiva di legare il proprio destino all’Europa.
Molti governi conoscono questi ostacoli ma preferiscono rifugiarsi nella formula «della capacità europea di armonizzare e amalgamare sistemi politici e culturali diversi » come si legge in un recente intervento comune dei due ministri degli esteri Frattini e Davutoglu. Ma ci rendiamo conto di cosa stiamo parlando? È pensabile di poter amalgamare la Turchia in Europa quando le divisioni fra gli europei rimangono profonde ed anzi rischiano di accrescersi? Queste argomentazioni si scontrano con la fondamentale necessità di rafforzare l’unità dell’Unione Europea e d’impedire l’affermazione del populismo suscitato dalla prospettiva di ulteriori allargamenti dell’Unione. L’Europa non può affrontare impreparata un’avventura che rischia d’alterare la sua stessa fisionomia: nella coesione, nella governance, nel bilancio, nella sovranazionalità. I cittadini non possono essere più tenuti all’oscuro sulla sua rotta. Ai governi spetta la scelta fra due opzioni. Da un lato un’Europa integrata secondo il modello dei Padri fondatori: questo significa che il progetto politico europeo deve conservare la propria impostazione originaria. Dall’altro un’Europa equiparabile ad un grande spazio di stabilità economica e militare: questo significa invece accettare, in nome della convivenza con l’Islam, tutte le conseguenze - anche economiche, sociali, religiose - derivanti da un così impegnativo allargamento.
Non saremmo mai dovuti arrivare a questo. Sulla Turchia, gli Stati europei hanno dato la precedenza a considerazioni strategiche ed economiche, si sono fatti influenzare dagli Stati Uniti, sono stati vittima della retorica (dal dialogo mediterraneo a quello interculturale), hanno accantonato quesiti scomodi compreso quello se la Turchia fosse un Paese veramente europeo. Hanno sottovalutato l’impatto politico, istituzionale, economico, culturale dell’adesione sul funzionamento dell’Unione. Nel frattempo, si è aggiunto il problema del fattore islamico in Europa, che riguarda direttamente la Turchia per la presenza di milioni di cittadini turchi in Germania. L’Islam fa paura a molti: pesa la circostanza che il mondo islamico si è autoisolato negli ultimi secoli rispetto al dialogo (quello era davvero interculturale) avviato da Avicenna ed Averroè. L’opinione pubblica sa che la Turchia è orgogliosa della propria laicità, ma anche che è un Paese islamico dove i cristiani hanno la vita difficile. Osserva con preoccupazione i sintomi di una crescente simbiosi fra nazionalismo ed Islam in Turchia. Teme che l’entrata della Turchia porterà all’irruzione dell’Islam in Europa. Si domanda quindi se può esistere un Islam europeo caratterizzato dalla tolleranza rispetto ad un modello turco segnato dall’intransigenza. Il presidente della Germania Christian Wulff ha affrontato questo problema, ma ha ricevuto parecchie critiche quando, in un recente discorso, ha sostenuto che l’Islam appartiene alla Germania.
La sfida è impegnativa. L’Europa deve dimostrare di non essere una civiltà allo stremo delle forze, ma uno spazio definito dalle stesse tradizioni culturali e dagli stessi sistemi politici. Oggi le priorità dovrebbero essere la coesione interna, l’integrazione, l’unione politica: sono snodi fondamentali anche per garantire la sostenibilità dell’euro nel lungo termine. Il resto è secondario. Come pensare allora d’includere la Turchia in un’Unione che dev’essere crescentemente e necessariamente politica? L’ex cancelliere Willy Brandt soleva dire che si può crescere insieme solo nell’ambito di una medesima appartenenza. Un’Unione politicamente unita, spiritualmente consapevole della propria identità storica ed impostazione umanistica, consapevole della secolare divisione nei rapporti fra l’Occidente e l’Islam, decisa sulla via dell’integrazione, potrebbe - forse, molto forse - correre il rischio d’assorbire una realtà diversa e composita come la Turchia. Tuttavia, la pallida Europa dei nostri giorni, vittima degli interessi contrapposti, non è in grado di farlo.
Di fronte alla dissoluzione dell’idealismo che ha permesso l’abolizione delle frontiere e la moneta unica, l’Europa deve ritrovare innanzitutto la serenità necessaria per definire la sostanza dell’interesse generale europeo ed accelerare l’integrazione. Specularmente, anche la Turchia deve rendersi conto che la scelta europea è una scelta di civiltà e non di potenza. Ha il dovere di accettare la sovranazionalità come un principio fondante della vita europea, accettare che il commercio o la concorrenza siano responsabilità comunitarie, considerare normale che, accanto ai minareti, in Turchia vengano costruite delle chiese, smettere di rifiutare ai cristiani dei diritti elementari.
La storia obbliga l’Europa ad assumersi la responsabilità di scelte difficili: evitare dei muri intorno alle proprie frontiere, sostenere la formazione di un’identità europea per respingere le forze centrifughe, dialogare con l’Islam, consolidare un sentimento di solidarietà e di comune appartenenza fra gli europei, riconoscere che le frontiere dell’Europa sono state raggiunte. L’Europa non può mettere tutto questo a repentaglio in funzione dei rapporti con la Turchia e con l’Islam: occorre quindi spiegare alla Turchia che l’adesione non è un interesse collettivo europeo. È una linea più dignitosa che non puntare sulla mancata ratifica del trattato d’adesione da parte di uno o più Stati membri. Tanto vale che anche l’Italia, dove l’adesione ha molti sostenitori ma è sempre mancato un vero approfondimento sulla presenza turca in Europa, affronti questo tema in un’ottica europea e non mercantile. La responsabilità di una mancata adesione non sarebbe comunque né della Turchia, né dell’Europa: come diceva Gianbattista Vico «le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano».

L'autore
Antonio Puri Purini è stato rappresentante permanente dell’Italia presso il Consiglio d’Europa dal 2008 al 2009, quindi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale dal 1999 al 2005, poi ambasciatore d’Italia a Berlino per quattro anni, dal 2005 al 2009
«Corriere della sera» del 15 novembre 2010