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01 marzo 2013

Religioni e laicità, l'alleanza possibile

La proposta del filosofo canadese Taylor
di Jocelyn Maclure e Charles Taylor
L’evoluzione delle società democratiche contemporanee suggerisce che sia giunto il momento di ripensare la laicità nel suo senso e nei suoi fini. Nonostante la questione del rapporto tra potere politico e potere spirituale sia stata centrale da sant’Agostino fino all’età moderna, le sfide del presente hanno una natura diversa. Sebbene si pensi in prima istanza che l’oggetto di un regime laico sia la relazione appropriata tra Stato e religioni, il suo compito più grande e urgente è far sì che oggi gli Stati democratici si adattino in modo adeguato alla profonda diversità morale e spirituale che esiste all’interno dei loro confini. Infatti non si vedono ragioni di principio per isolare la religione, relegandola in una categoria a parte rispetto alle altre concezioni del mondo e del bene. Ma i rapporti tra persone religiose e non religiose sono spesso segnati da incomprensione, da sfiducia, a volte anche da intolleranza reciproca. Difficilmente atei e agnostici riescono a concepire che vi siano individui che aderiscono ancora oggi a credenze religiose la cui verità non può essere stabilita in modo scientifico. Persone religiose pensano che i «materialisti», nel senso filosofico del termine, siano incapaci di condurre un’autentica vita morale, di abbracciare cause che vadano oltre il proprio interesse egoistico e che di conseguenza abbiano una concezione riduttiva dell’esistenza umana. I qui pro quo e i fraintendimenti riguardano a volte gruppi specifici. Molti considerano l’islam intrinsecamente incompatibile con i valori democratici e liberali. Alcuni islamisti considerano la cultura occidentale irrimediabilmente vile e corrotta.
Tuttavia, la diversità morale e religiosa è una caratteristica strutturale e, per quanto si può giudicare, permanente delle società democratiche. Persone che adottano rappresentazioni del mondo e schemi di valori differenti, a volte inconciliabili, devono imparare a cooperare e a risolvere i propri dissidi. La cooperazione sociale nelle società differenziate trova origine nella possibilità di accordo tra cittadini ragionevoli sui principi di base dell’associazione politica. La stabilità e la coesione di queste società dipendono così dalla volontà dei cittadini, che hanno concezioni del bene divergenti, di accettare l’autorità dei principi comuni che fondano le istituzioni politiche. In un certo senso si tratta di uno sviluppo dell’ideale di tolleranza che ha permesso di porre fine alle guerre di religione. Sembra ragionevole pensare che un’etica del dialogo che rispetti le differenti prospettive metafisiche e morali sia la migliore per sostenere la morale politica minima o il «consenso per intersezione». Ma come conciliare quest’etica del dialogo col fatto che gli Stati liberali e democratici si definiscono come «società aperte», ossia società nelle quali regna la libertà di espressione? Come ha sottolineato Karl Popper, è proprio l’istituzionalizzazione della libertà di pensiero e di espressione che protegge queste società dalla stagnazione e dalla tentazione di chiudersi in loro stesse. In questo modo le persone religiose vengono puntualmente esposte a punti di vista che rimettono in questione la validità dei propri quadri di riferimento o li irridono.
Alcune opere artistiche – pensiamo ai Versetti satanici di Salman Rushdie, alle vignette su Maometto su un quotidiano danese e ai film di Martin Scorsese e Mel Gibson su Cristo – vengono infatti considerate dai credenti offensive, quando non esplicitamente blasfeme. Dobbiamo limitare la libertà di espressione in nome del rispetto verso ciò che pertiene, per alcuni credenti, alla sfera del sacro? Non siamo di questo avviso. Salvo alcuni flagranti casi di diffamazione o di incitamento all’odio, lo Stato non può restringere la libertà di espressione di alcuni con la scusa che delle idee o rappresentazioni finiscano per profanare quello che, per altri, è sacro. Lo Stato pluralista non può adottare né l’ontologia generalista, secondo la quale l’universo deve essere compreso nei termini della diade sacro-profano, né una concezione specifica del sacro. Non si vorrebbe certo vivere in una società in cui Rushdie o Richard Dawkins siano censurati. Così come la libertà di religione non comporta il diritto di non essere esposti a simboli religiosi, il prezzo da pagare per vivere in una società che tutela l’esercizio delle libertà di coscienza e d’espressione è quello di accettare di essere esposti a credenze e a pratiche che giudichiamo false, ridicole o offensive. Posto questo, quando si tratta della pubblicazione di testi o di contenuti artistici, non sarà auspicabile che si cerchi innanzitutto di comprendere come il nostro atto verrà percepito dagli altri e di anticipare il suo impatto sul legame sociale? Mentre le allusioni ironiche di Rushdie nei Versetti satanici sono al centro di un’opera che offre un ritratto penetrante della condizione umana nell’epoca della globalizzazione, è probabile che la ripubblicazione delle vignette su Maometto non abbia fatto altro che rinfocolare il conflitto.
Allo stesso modo, è possibile per i capi religiosi fornire indicazioni su come le religioni ci diano accesso a un modo unico di abitare il mondo moderno, senza per questo lasciare intendere che una vita condotta secondo una visione secolare del mondo e del bene sia inevitabilmente incompleta o corrotta. Fatto interessante, i due filosofi contemporanei più legati alla ripresa del razionalismo kantiano – John Rawls e Jürgen Habermas – sono entrambi giunti alla conclusione, dopo aver sostenuto concezioni più restrittive, che le prospettive religiose siano fonti morali che possono contribuire in modo significativo all’approfondimento della cultura democratica.
«Avvenire» del 26 febbraio 2013

23 gennaio 2013

Se il relativismo si impone come norma

L’arcivescovo segretario della Segreteria di Stato per i Rapporti con gli Stati Mamberti sulle sentenze della Corte di Strasburgo
s. i. a.
«È reale il rischio che il relativismo morale che si impone come nuova norma sociale venga a minare le fondamenta della libertà individuale di coscienza e di religione»: è quanto afferma l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario della Segreteria di Stato per i Rapporti con gli Stati a proposito delle recenti sentenze della Corte europea dei diritti su alcuni casi afferenti il rispetto della libertà religiosa nel Regno Unito.
La Corte di Strasburgo ha infatti sancito il diritto ad indossare simboli religiosi sui luoghi di lavoro, salvo il caso in cui esigenze di sicurezza e igiene lo sconsiglino, come per esempio negli ospedali, ma contestualmente ha negato il diritto all’obiezione di coscienza a una impiegata comunale che si era rifiutata per motivi religiosi di celebrare unioni civili fra omosessuali e a un terapista che si era rifiutato di fornire consulenza sessuale sempre a coppie dello stesso sesso.
«Questi casi — spiega il presule in un’intervista con Olivier Bonnel per Radio Vaticana, che riportiamo integralmente — dimostrano che le questioni relative alla libertà di coscienza e di religione sono complessi, in particolare in una società europea caratterizzata dall’aumento della diversità religiosa e dal relativo inasprimento del laicismo. È reale il rischio che il relativismo morale che si impone come nuova norma sociale venga a minare le fondamenta della libertà individuale di coscienza e di religione. La Chiesa desidera difendere le libertà individuali di coscienza e di religione in ogni circostanza, anche di fronte alla “dittatura del relativismo”. Per questo, è necessario illustrare la razionalità della coscienza umana in generale, e dell’agire morale dei cristiani in particolare. Quando si tratta di questioni moralmente controverse, come l’aborto o l’omosessualità, deve essere rispettata la libertà di coscienza. Piuttosto che un ostacolo allo stabilimento di una società tollerante nel suo pluralismo, il rispetto della libertà di coscienza e di religione ne è condizione. Rivolgendosi, la settimana scorsa, al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI sottolinea che per salvaguardare effettivamente l’esercizio della libertà religiosa, è quindi essenziale rispettare il diritto all’obiezione di coscienza. Questa “frontiera” della libertà sfiora principi di grande importanza, di carattere etico e religioso, radicati nella stessa dignità della persona umana. Sono come i “muri portanti” di qualsiasi società voglia definirsi veramente libera e democratica. Di conseguenza, vietare l’obiezione di coscienza individuale e istituzionale, in nome della libertà e del pluralismo, aprirebbe al contrario – paradossalmente – le porte all’intolleranza e ad un livellamento forzato. L’erosione della libertà di coscienza testimonia altresì una forma di pessimismo nei riguardi della capacità della coscienza umana a riconoscere quanto è bene e vero, a vantaggio della sola legge positiva che tende a monopolizzare la determinazione della moralità. È anche il ruolo della Chiesa ricordare che ogni uomo, qualsiasi sia il suo credo, è dotato dalla sua coscienza della facoltà naturale di distinguere il bene dal male e quindi di agire di conseguenza. In questo risiede la fonte della sua vera libertà.

Recentemente, la missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha pubblicato una nota sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa. Vuole illustrarcene il contesto?
Attualmente, la questione della libertà della Chiesa nei suoi rapporti con le autorità civili è all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo in due casi che riguardano la Chiesa ortodossa di Romania e la Chiesa cattolica. Si tratta dei casi Sindicatul “Pastorul cel bun” contro Romania e Fernandez Martinez contro Spagna. In questa occasione, la Rappresentanza permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha redatto una nota sintetica nella quale ha esposto il magistero sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa cattolica.

Qual è il problema in queste due cause?
In queste due cause, la Corte europea deve stabilire se il potere civile abbia rispettato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, avendo rifiutato di riconoscere un sindacato professionale di sacerdoti (per quanto riguarda la Romania), e rifiutando di nominare un insegnante di religione che pubblicamente professava posizioni contrarie alla dottrina della Chiesa (nella questione spagnola). Nei due casi, i diritti alla libertà d’associazione e alla libertà d’espressione sono stati invocati per costringere delle comunità religiose ad agire contro il loro statuto canonico e contro il magistero. Inoltre, questi casi mettono in questione la libertà della Chiesa di operare secondo le proprie regole, di non doversi sottoporre ad altre norme civili se non quelle necessarie al rispetto del bene comune e del giusto ordine pubblico. La Chiesa ha sempre dovuto difendersi per tutelare la propria autonomia di fronte al potere civile e alle ideologie. Oggi nei Paesi occidentali diventa importante sapere come la cultura dominante, fortemente caratterizzata dall’individualismo materialista e dal relativismo, possa comprendere e rispettare la natura specifica della Chiesa, che è una comunità fondata sulla fede e sulla ragione.

La Chiesa come vive questa situazione?
La Chiesa è consapevole della difficoltà di stabilire, in una società pluralista, i rapporti tra le autorità civili e le diverse comunità religiose rispetto alle esigenze della coesione sociale e del bene comune. In questo contesto, la Santa Sede richiama l’attenzione sulla necessità di conservare la libertà religiosa nella sua dimensione collettiva e sociale. Questa dimensione risponde alla natura essenzialmente sociale tanto della persona quanto del fenomeno religioso in generale. La Chiesa non chiede che le comunità religiose siano delle zone di non-diritto, quanto piuttosto che siano riconosciute come spazi di libertà in virtù del diritto alla libertà religiosa, nel rispetto del giusto ordine pubblico. Questa dottrina non è riservata alla Chiesa cattolica, i criteri che ne derivano sono fondati sulla giustizia e sono quindi di applicazione generale. Inoltre, il principio giuridico di autonomia istituzionale delle comunità religiose è largamente riconosciuto da quegli Stati che rispettino la libertà religiosa, nonché dal diritto internazionale. La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo l’ha enunciato regolarmente in diversi casi importanti. Anche altre istituzioni hanno affermato questo principio. È il caso dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) o ancora del Comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite rispettivamente nel Documento finale del 19 gennaio 1989 della Conferenza di Vienna, e nell’Osservazione generale n. 22 sul diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione del 30 luglio 1993. È utile ricordare e difendere questo principio di autonomia della Chiesa e del potere civile.

Come si presenta questa Nota?
La libertà della Chiesa sarà rispettata tanto meglio quanto più sarà ben compresa dalle autorità civili, senza pregiudizio. Sarà quindi necessario spiegare come è concepita la libertà della Chiesa. La Rappresentanza permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha quindi redatto una note sintetica che spiega la posizione della Chiesa attorno a quattro principi: la distinzione tra Chiesa e comunità politica; la libertà nei riguardi dello Stato; la libertà in seno alla Chiesa e il rispetto del giusto ordine pubblico. Dopo aver illustrato questi principi, la Nota cita inoltre estratti importanti della Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae e della Costituzione pastorale Gaudium et Spes del concilio Vaticano II.
«Osservatore romano» del 17 gennaio 2013

14 dicembre 2012

Se il bene comune è debitore a Dio

Al Pirellone la polis apre una finestra sull’Europa
di Cesare Alzati
Si tiene oggi a Milano, nella sala Pirelli dell’omonimo grattacielo sede della regione Lombardia il seminario «La religione e la Polis, a 1700 anni dall’editto di Costantino 313-2013», organizzato dall’Associazione Sant’Anselmo. Con inizio alle ore 11 parleranno, tra gli altri, Cesare Alzati, dell’Università Cattolica, Mihai Barbulescu e Iulian Damian dell’Accademia di Romania a Roma, Emre Oktem dell’università Galatasaray di Istanbul, Costante Portatadino, presidente della Fondazione Europa e Civiltà. Verrà presentato nell’occasione anche il programma promosso dall’Associazione Sant’Anselmo-Imago Veritatis insieme alla Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana tra marzo e giugno 2013 che prevede incontri con Franco Loi, Roberto Mussapi, Armando Torno sui temi della Bibbia. Anticipiamo in questa pagina alcuni stralci della relazione di Alzati
Porsi il problema degli ordinamenti istituzionali del vivere civile, della loro legittimità, del loro fondamento è un aspetto della più generale questione – ineludibile per ogni società – di cosa sia la giustizia, di quale sia la sua fonte ultima, di come si rapporti a essa il diritto positivo. La riflessione ellenistica al riguardo nel I secolo a. C. (non senza influssi del patrimonio religioso ebraico, come ha mostrato recentemente Bruno Centrone) era venuta configurando la giustizia quale riflesso a livello umano dell’ordine armonico immesso dalla divinità nel cosmo. In conformità a tale armonia celeste deve – per il filosofo neopitagorico Ecfanto – configurarsi anche la città terrena, che trova il proprio principio armonizzante nella giustizia. In modo non molto diverso si sarebbe espresso poco dopo, ormai in contesto imperiale romano, anche l’ebreo Filone. In anni assai prossimi a quest’ultimo vediamo l’Epistola ai Romani insistere fortemente sul nesso costitutivo sussistente tra giustizia e autorità, presentando la seconda come voluta da Dio quale ministra della prima. È perfettamente coerente con tali premesse l’episodio verificatosi nel 272 ad Antiochia, quando i vescovi della regione rimisero al giudizio dell’imperatore (pagano) Aureliano la definizione del contenzioso che li opponeva al loro collega, il vescovo locale Paolo Samosateno. La percezione dell’istituzione imperiale romana quale ordinamento di giustizia agli occhi dell’antica Roma trovava il proprio fondamento nella sussistenza, preservata con scrupolosa cura, della pax Deorum, ossia nel corretto rapporto tra la Res publica e la realtà trascendente del divino, che della giustizia è la fonte. Proprio la preoccupazione per la pax Deorum sta all’origine della concessione della libertà di culto ai cristiani elargita da Galerio (imperatore pagano) nel 311. Le ragioni che ispirarono la decisione sono esplicitamente enunciate nel testo del relativo editto, promulgato a Nicomedia il 30 Aprile di quell’anno: "Prima di questo momento, in verità, noi avevamo voluto ristabilire ogni cosa in conformità alle antiche leggi e alla norma pubblica dei Romani, e provvedere affinché pure i cristiani, che avevano abbandonato la religione dei loro avi, ritornassero al retto sentire ... Ma poiché in moltissimi perseveravano nel proprio proposito, e noi abbiamo constatato ch’essi né mostravano la doverosa devozione verso gli Dei celebrandone il culto, né rendevano ossequio al Dio dei cristiani ... abbiamo ritenuto opportuno accordare loro prontamente la nostra indulgenza, affinché di nuovo possano essere cristiani e ricompongano le loro comunità, in modo tale che il loro comportamento in nulla sia contrario a ciò che è doveroso ... Essi saranno tenuti a pregare il loro Dio per la salvezza nostra, della Res publica e loro, affinché per ogni dove la Res publica prosperi intatta ed essi possano vivere sicuri nelle loro sedi"... Di tale modo di sentire una testimonianza ancor più significativa ci offre un documento successivo alla vittoria su Licinio, che nel 324 fece di Costantino l’unico signore dell’Impero. La consistenza delle comunità cristiane nelle regioni orientali acquisite aveva spinto alcuni a ipotizzare iniziative di coartazione delle tradizioni religiose pagane. Costantino lo segnala esplicitamente: "Sento alcuni dire che i riti dei templi e la potenza delle tenebre sono stati cancellati". Ma - afferma l’imperatore - "nessun uomo dotato d’intelletto dovrebbe lasciarsi turbare dalla vista di molti che sono portati verso scelte contrarie ... è il Dio eccelso che detiene l’autorità assoluta nel giudizio ... Ciascuno abbia ciò che la sua anima desidera e ne sia appagato ... Che il popolo viva in pace e non sia turbato da lotte intestine, per il bene comune dell’intera ecumene e di tutti gli uomini. E anche coloro che persistono nell’errore traggano pari giovamento dalla pace e dalla tranquillità ... noi preghiamo anche per loro, affinché, grazie alla comune concordia, essi pure ottengano la gioia". Questa ricerca di armonia religiosa nella società non è il riflesso di un’aspirazione ideale: agli occhi di Costantino trova fondamento nella struttura stessa della realtà: "Il sole e la luna compiono il loro percorso secondo leggi stabilite e gli astri non attuano il loro movimento nella volta celeste in modo casuale, l’alternanza delle stagioni è regolata da leggi cicliche ... il mare è circoscritto entro rigidi confini e tutto ciò che trova spazio sulla terra e nell’oceano è costruito con meravigliosa e utile generosità". Il rilievo della dimensione religiosa per il vivere civile non è, dunque, una pretesa cristiana: è stato costantemente avvertito fino alla ideologizzazione secolaristica della vita istituzionale. Al di là dei problemi storici connessi a quanto stipulato a Milano nel 313, se il Centenario che stiamo celebrando servirà a farci riflettere sui grandi temi della nostra storia istituzionale, credo che possa considerarsi un evento di vita culturale e sociale estremamente prezioso.
«Avvenire» del 14 dicembre 2012

08 dicembre 2012

A quelli che non intendono: laicità non è secolarizzazione di Stato

Alcune strane polemiche sull'attualissima riflessione del cardinale Scola
di Carlo Cardia
In un passaggio centrale del discorso di Sant’Ambrogio quest’anno dedicato anche alla celebrazione del XVII centenario dell’Editto di Milano del 313, l’Arcivescovo della Diocesi Ambrosiana ha ricordato che «imporre o proibire per legge pratiche religiose, nell’ovvia improbabilità di modificare pure le corrispondenti credenze personali, non fa che accrescere quei risentimenti che si manifestano poi, sulla scena pubblica, come conflitti». Il cardinale Angelo Scola ha quindi segnalato il rischio di una laicità negativa che si afferma quando lo Stato pretende di agire sulla società civile, comprimendone le identità più profonde, strutturando istituti essenziali della vita collettiva in una visione secolarizzata che diviene egemonica, dimentica il contributo che la religione e le comunità religiose recano alla coesione, alla solidarietà, alla promozione della persona umana.
Si tratta di una riflessione di ampio respiro sui problemi della modernità interculturale, sulle tensioni che in alcuni Paesi affiorano, si radicalizzano, per una chiusura delle leggi e delle istituzioni alla dimensione antropologica e sociale della persona. Il tentativo di fare leggi e agire nel pubblico come se la religione non esistesse è propria della tradizione illuminista e francese, ma oggi diviene più gravido di conseguenze perché si rivolge contro la concezione umanistica della nascita, del matrimonio, dell’educazione, della tutela della vita, sfiora il destino stesso dell’uomo.
Gli esempi sono davanti a noi tutti i giorni. Con grande imbarazzo, in alcuni ordinamenti si vuole stravolgere il concetto di matrimonio radicato da sempre nella storia umana, negandone la base dell’eterosessualità, con il conseguente affidamento dei minori a coppie non eterosessuali, e la definitiva aberrante conclusione di cancellare i concetti di padre e di madre, per sostituirli con quelli di genitore 1 e di genitore 2, genitore A e genitore B. In Francia, addirittura, gli interventi a difesa della naturalità della famiglia e del matrimonio dei cattolici, dei protestanti e del gran rabbino di Francia sono stati criticati come 'invasivi' del campo della politica, quasi che le Chiese e chi ha una visione antropologica umanista delle relazioni elementari debbano tacere perché lo Stato li giudica 'incompetenti' a pronunciarsi su queste materie. In altri Paesi, le comunità confessionali si vedono imporre obblighi che violano la liberta religiosa in modo clamoroso, dovendo assicurare ai propri dipendenti i mezzi per interventi contraccettivi, abortivi, o dovendo dare in affidamento i bambini che accudiscono a coppie di persone dello stesso sesso.
In Italia e in Europa si profila una strategia punitiva verso le attività senza fini di lucro che la Chiese e altri soggetti svolgono nell’educazione, nell’assistenza, nella sanità, che rafforzano l’ossatura dello Stato sociale ad esclusivo vantaggio di chi ha di meno o, come gli immigrati, non ha niente di proprio su cui sperare o investire.
Basterebbero questi riferimenti per cogliere l’attualità e il valore strategico del discorso del cardinale Scola nell’affrontare un tema che interessa tutti. Si rimane perciò stupefatti di fronte ad alcuni interventi sulla stampa che ne hanno stravolto il significato quasi che contenesse un attacco alla laicità dello Stato, alla sua neutralità in ambito religioso. La riflessione sull’Editto di Costantino dice esattamente il contrario. La libertà religiosa è conquista preziosa per la società e per l’umanità, come lo è la laicità dello Stato, ma né l’una né l’altra possono essere deformate, rovesciate per farne strumenti di emarginazione. La libertà religiosa non può diventare la libertà di praticare il culto in privato e di tacere in pubblico, come la laicità dello Stato non può essere il grimaldello per abbattere la visione solidarista dei rapporti umani e interpretarli e disciplinarli in ottica egoistica e secolarizzata. Se la laicità dello Stato comporta la cancellazione dei credenti e la riduzione dei loro diritti, se implica l’emarginazione delle Chiese a mere associazioni prive di dimensione pubblica, che devono nascondere i propri simboli e alle quali si impongono obblighi di ogni genere, anche contrari alle rispettive identità, non siamo di fronte ad una Stato laico, ma ad un ordinamento che fa della secolarizzazione una ideologia di Stato, uno strumento per dare voce solo a quanti vogliono oscurare e spegnere la voce della fede, la pratica dell’altruismo, la solidarietà per i più piccoli.
Benedetto XVI ha ripetutamente insistito su questo punto: laicità non vuol dire chiusura e ostilità alla religione, ma deve significare libertà piena, accoglienza, condivisione di valori, crescita culturale e spirituale per tutti.

Avvenire» dell'8 dicembre 2012