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16 settembre 2016

I «social», palazzo di vetro senza pietà

La tragedia di Tiziana, suicida per un video
di Chiara Giaccardi
Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole.
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale.
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, il broadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione social è un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra.
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti.
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.
«Avvenire» del 16 settembre 2016

04 marzo 2014

Il cyber-bullismo fa paura agli adolescenti

s. i. a.
Un pericolo. Molto Serio. ll cyber-bullismo e il sexual-bullying on-line sono avvertiti come tali dal 72% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni e i social network, sono ritenuti, per il 61% degli adolescenti, la modalità d'attacco preferita.
È quanto emerge da una ricerca sul bullismo anche sessuale su internet condotta dalla cooperativa onlus Pepita che ha lanciato la campagna educativa «Io clicco positivo». L'indagine, condotta con interviste dirette a scuola, in oratori e discoteche, a circa 2.000 minorenni, è stata presentata oggi in un incontro, organizzato da Renzo Magosso dell'Associazione lombarda dei giornalisti (Alg), al Circolo della Stampa di Milano.
E si è parlato di tanti fatti di cronaca: giovanissimi accusati di essere gay o ragazzine fatte passare per prostitute e che talvolta non reggono più e decidono di farla finita; pestaggi violenti ripresi e messi in Rete, messaggi e filmati personali finiti on-line con conseguenze gravi per chi ne è inconsapevole protagonista. Di solito si colpisce la vittima con la diffusione di foto e immagini denigratorie o tramite la creazione di gruppi contro.
L'85% degli interpellati ha ammesso di aver mentito o di mentire su internet riguardo alla propria età; il 98% dispone di un cellulare che si collega alla Rete e il 95% di questi si collega con WhatsApp. Il 70%, altro dato preoccupante, naviga senza alcun controllo dei genitori e il 10% ha assistito a episodi di cyber-bullismo o si è sentito un cyber-bullo. E ancora: solo il 10% di chi è stato vittima di cyber-bullismo ha avuto il coraggio di parlarne con qualcuno e il 70% dei ragazzi che hanno un profilo Facebook ignora che tutto il materiale pubblicato diventa di proprietà del social-network e che anche cancellando foto, video o post il tutto rimane comunque on line.
«Gli adolescenti non devono essere lasciati soli nel senso della solitudine - ha sottolineato Luisa Poluzzi, direttore generale di Gsa (Giornalisti specializzati associati) - bisogna trovare un punto di incontro nel loro linguaggio perché a quella età il gruppo diventa importantissimo. Tendono a escludere il resto del mondo e allora può capitare un cortocircuito che li fa diventare vittime o cyber-bulli».
Per il presidente di «Pepita» Ivano Zoppi la campagna «Io clicco positivo» vuole creare il messaggio più lungo del mondo e cioè che di cyber-bullismo bisogna parlare tutto l'anno. I ragazzi posseggono tanti strumenti, ma spesso non hanno la capacità di usarli correttamente, di distinguere il male dal bene e qui è forte il richiamo agli adulti, agli educatori, di stare vicino a questi ragazzi».
«Avvenire» del 26 febbraio 2014

15 febbraio 2014

Quando la rete diventa una trappola per giovani

di Luigi Ballerini
Il suicidio non è mai una soluzione, semmai è proprio la decisione che preclude ogni possibile soluzione, che impedisce ogni altra mossa. Eppure alla quattordicenne di Padova che domenica scorsa si è lanciata nel vuoto mettendo fine alla sua giovane vita, quel gesto deve essere apparso come una soluzione.
Non è solo una storia di solitudine, questa, è più che una storia di solitudine. La ragazza era infatti in pessima compagnia. Già altre volte aveva manifestato le sue intenzioni sulle pagine virtuali del social network Ask.fm e proprio lì aveva incontrato coetanei che l’avevano incitata ad andare avanti, a non desistere dai suoi propositi di annientamento. Era peggio che sola, aveva compagni virtuali che le scrivevano «fai schifo come persona» e «ucciditi». Compagni anonimi, beninteso, perché Ask funziona così: tutti possono dire di tutto senza mostrare la faccia, nascondendosi dietro a uno pseudonimo. C’è la complicità di un certo modo di vivere la rete in questa morte, di alcuni utenti della rete che l’hanno utilizzata per il peggio andando a infierire su una ragazza già fragile e disorientata.
Ieri ricorreva il «Safer Internet Day», la giornata per una rete senza rischi. E proprio di uno scorretto uso di Internet da parte dei giovani si occupa il recentissimo studio che il Moige, il Movimento italiano dei genitori, insieme all’Università Lumsa ha promosso su un campione di circa mille studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Sei ragazzi su dieci hanno ammesso di fare sexting (neologismo dato dalla combinazione di sex e texting), ossia di scambiare foto e video on line a sfondo sessuale.
Nove minori su dieci navigano in rete quotidianamente e il 18% afferma di trascorrere on line più di tre ore al giorno (con l’8% dei bambini che hanno meno di dieci anni connessi a internet per più di cinque ore). E a proposito di "compagnie" apprendiamo che il 26% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di utilizzare la rete per fare nuove amicizie e che l’8% possiede più amicizie nel web che nella vita reale.
Tale quadro sostanzialmente conferma i dati che sono emersi dall’indagine su «Le abitudini e gli stili di vita degli adolescenti» della Società Italiana di Pediatria che dal 1997 fornisce un interessante spaccato di vita dei nostri ragazzi. L’ultimo report del 2013, che ha analizzato un campione nazionale rappresentativo di 2.081 studenti frequentanti la terza media, ha documentato che il 69% dei ragazzi si connette ogni giorno a internet e che il 17% ci passa più di tre ore. Inoltre il 79,8% ha un profilo Facebook aperto, il 21,5% ha postato in rete foto e filmati fatti da sé e l’11% ha pubblicato una immagine di sé "provocante".
Se da una parte non possiamo vivere di anacronismi – pensando che i ragazzi non debbano stare in rete e sottovalutando le potenzialità della tecnologia – dall’altra è bene, come adulti, riflettere su ciò che sta succedendo, perché se si verificano certi comportamenti un motivo c’è e vale la pena provare a scoprirlo. I social network possono offrire ad alcuni l’illusione di non essere mai soli, e permettono di non passare per quel buon compromesso, quelle obbligazioni e quelle mediazioni che una relazione reale inevitabilmente chiede.
In Facebook è tutto immediato e in certa misura più facile: posso prendere e mollare un altro con un click, senza dover dare spiegazioni né ragioni, in modo istantaneo. In quel non-luogo che è la rete ci si può anche circondare di soggetti che la pensano esattamente come noi, evitando ogni confronto - spesso costruttivo - con chi la vede diversamente. Si elimina così il contraddittorio, il dibattito, resta solo il consenso. La ricerca di tale consenso assume poi la forma tirannica del pollice su, del "mi piace".
Pur di collezionare il maggior numero possibile di "mi piace" da parte dei propri contatti alcuni diventano disposti a tutto, persino a postare foto e video che non vorrebbero mai veder pubblicate sulla prima pagina di un quotidiano, ma in rete sì, perché in rete si diventa più disinibiti, la mancanza di prossimità fisica risparmia l’impatto diretto con l’altro e il suo giudizio.
Assistiamo pertanto a un grande paradosso: siamo sempre più connessi per sentirci meno soli e contemporaneamente diventiamo sempre più soli. Per alcuni si genera tale circolo vizioso in cui il virtuale presso cui ci si rifugia per scampare alla solitudine diventa il fattore stesso che la promuove. Una volta fatto fuori l’altro reale della relazione, con le sue caratteristiche e i suoi connotati ben precisi, ci si accontenta anche di un altro qualunque, che persino nel pieno anonimato assume una potenza incredibile.
Pensiamo al social network Ask, che proprio dell’anonimato ha fatto la sua ragion di esistere. Come può essere importante il parere su di me da parte di chi non so nemmeno chi sia? Come posso continuare a cercare conferme? Eppure gli iscritti mondiali sono tra i 60 e i 70 milioni, con l’Italia che risulta tra i principali utilizzatori, assieme a Brasile, Turchia e Stati Uniti. Secondo cifre non ufficiali Ask pare frequentato da più di un milione di nostri adolescenti e questo numero è ancora in crescita.
Dimmi se ti piaccio, molti chiedono angosciati a un altro ignoto. Anzi, dimmi che ti piaccio. E se la sua risposta è positiva si esaltano, se negativa si deprimono, fino a forme estreme di scoraggiamento come quelle che poi diventano tristi fatti di cronaca. Ma noi siamo fatti così: non possiamo fare a meno di un altro, non possiamo prescindere dall’altro. Se non c’è - o se attivamente facciamo in modo che non ci sia - lo dobbiamo allucinare o inventare o ricercare dove sembra nascondersi.
L’aiuto ai più giovani, quando ne hanno bisogno, parte proprio da qui, dal recupero del reale, certi della sua potenza e della sua prevalenza sul virtuale. Occorre allora incoraggiare i loro passi nel reale, sostenerli, favorire la loro iniziativa e intraprendenza, mentre talora abbassiamo le loro aspettative anche noi adulti prede di una visione cinica della vita.
E se questo loro movimento fatica ad avviarsi, tocca a noi proporre e offrire prospettive e mete interessanti, luoghi reali dove poter fare esperienza del vantaggio della presenza di un altro con cui trafficare, magari anche litigare, dentro un rapporto che coinvolga tutto il corpo, fatto di sensazioni, movimenti e pensieri. Una volta presente un reale interessante e coinvolgente, il virtuale si metterà senza obiezioni al suo servizio, si sottometterà cosicché non dovremo temere più nulla. Le potenzialità verranno volte alla costruzione, non alla distruzione, e i rapporti, concreti e sensibili, ne potranno beneficiare per il meglio.
«Avvenire» del 12 febbraio 2014

25 agosto 2013

Generazione 2.0: addio alla televisione

I giovani multimediali
di Giacomo Gambassi
Il primo cellulare arriva a nove anni. Internet è una calamita di tempo e di incontri. La tv piace ma al piccolo schermo si riserva poco più di un’ora al giorno. E i videogiochi sono sempre più quelli online. I ragazzi italiani si tuffano nei media affascinati da quanto è sinonimo di 2.0 e insofferenti all’idea di essere spettatori in un mondo che è parte del loro Dna. Nativi digitali, li definiscono i sociologi. E loro sono i protagonisti del libro bianco sul rapporto fra media e minori che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è in procinto di pubblicare.
Un dossier che fotografa le abitudini delle giovani generazioni multimediali e che lancia un allarme: nella Penisola si deve fare i conti con un gap tecnologico e culturale che separa gli under diciotto dagli adulti, «figli di Gutenberg» e ancora distanti dalla mentalità hi-tech tipica di bambini e adolescenti. Sarà anche per questo vuoto che sei genitori su dieci imputano ai mezzi di comunicazione di contribuire al disorientamento giovanile e chiedono di «incrementare il bagaglio di indicazioni alle famiglie per responsabilizzarle a un uso consapevole dei media», si legge nello studio.
L’indagine ha visto la sua genesi nell’aprile 2009 quando l’Agcom ha approvato il progetto che un anno più tardi è stato affidato a un gruppo di lavoro composto da esperti dell’Authority e ricercatori del Censis. I risultati mostrano «gli aspetti positivi e quelli problematici» della relazione fra ragazzi e contenuti audiovisivi che, spiega l’Agcom, deve «contemperare la necessità di tutela dei minori con le potenzialità offerte dallo sviluppo tecnologico», ma che interroga anche su quali vie vadano percorse per coniugare «il diritto a una crescita equilibrata» con «la libertà d’espressione, la libertà di impresa e la garanzia della democrazia». Una sfida in cui gioca un ruolo centrale la media education, ossia la formazione a un impiego intelligente degli strumenti.
Secondo il libro bianco, il telefonino è il mezzo più vicino ai minori. Il 99% lo possiede. E negli ultimi anni si è abbassata l’età in cui il cellulare finisce nelle loro mani. La metà dei ragazzi intervistati lo utilizza per oltre un’ora al giorno. E «soprattutto per inviare sms», confidano i baby eredi di Meucci che, in gran parte, definiscono lo smartphone un dispositivo «utile per sviluppare amicizie». Dietro la scelta dei genitori di regalare un telefonino c’è anche l’esigenza di «sicurezza per comunicare con i figli in ogni momento». Però padri e madri ammettono di non conoscere come e quando i ragazzi utilizzano l’apparecchio e di non sapere in quale modo intervenire per impedire contatti pericolosi. «La sensazione – scrive l’Agcom – è che i genitori privilegino l’idea che la dotazione del cellulare possa consentire un maggior controllo dei figli, sottovalutando la complessità della tecnologia e come il consumo dei dispositivi wireless si possa incardinare rapidamente nelle diverse pratiche della vita quotidiana dei minori».
Il web è visto come un compagno d’avventura. E gli under diciotto «trainano l’online nelle famiglie italiane», sottolinea il dossier. Non è un caso che i nuclei familiari che hanno più dimestichezza con la tecnologia siano quelli con almeno un minore. Otto ragazzi su dieci con meno di 11 anni raccontano di collegarsi regolarmente a Internet, mentre si arriva al 98% fra gli adolescenti. I siti più visitati sono i motori di ricerca insieme con le pagine dedicate ad animali, giocattoli, viaggi e bellezza. L’attività preferita in Rete è il gioco online ma affidandosi a videogame individuali. La metà dei ragazzi ammette di utilizzare il web per le ricerche scolastiche, ma il principale richiamo è rappresentato dai social network. Lo dimostra un altro dato: il 93% degli adolescenti è iscritto a Facebook. E anche YouTube è ormai di casa: perché i filmati si guardano soprattutto sul pc.
Di fatto si sta realizzando una migrazione verso la tv via computer che allarga la sua attrattiva fra i nativi digitali. Certo, la televisione tradizionale continua a incidere su stili e comportamenti, ma i figli «consumano» meno tv dei genitori: si va dalle tre ore al giorno degli adulti ai sessanta minuti degli under diciotto. L’Agcom spiega che, almeno fino ai 13 anni, la maggioranza dei ragazzi guarda il piccolo schermo con i genitori, mentre due su dieci hanno a fianco i nonni. Non accade lo stesso fra gli adolescenti che amano i film (48%), lo sport (43% dei maschi) e i telefilm (32% delle femmine), mentre solo il 10% cita i reality. Fra i più piccoli il genere prediletto è il cartone animato (85%), mentre chi ha fra gli 11 e i 13 anni apprezza le serie tv. Fanalino di coda la radio. Un terzo dei ragazzi dice di non ascoltarla mai e chi si sintonizza su una stazione lo fa dal pc o dal telefonino. Come a dire: è la Rete l’habitat naturale delle giovani generazioni.
«Avvenire» del 24 agosto 2013

24 agosto 2013

Ragazzi e privacy in rete: perché siamo così miopi?

Un adolescente su due dà informazioni personali in rete, ditegli di smettere
di Marta Serafini
«La Big Data è lieta di presentarvi Face Hawk». Inizia così un video che sta girando in queste ore sulle bacheche statunitensi, in polemica con il Datagate e con l’uso che le grandi star del tech fanno dei nostri dati sensibili. Tutte le nostre foto, i nostri status, i nostri pensieri più intimi e le nostre informazioni personali vanno a formare il disegno di un uccello che spicca il volo. E se hawk è il falco che vola via (e che magari prima o poi andrà down, giù, come si dice in gergo militare quando viene abbattuto un elicottero), il problema è che siamo noi stessi a non preoccuparci più di tanto della nostra privacy. Tra gli scatti delle cosce e dei piedi al mare e il selfie, l’autoscatto selvaggio su Instagram e l’annuncio dell’inizio delle nostre ferie, ci dimentichiamo che ciò che pubblichiamo rimarrà lì per sempre.
C’è chi dice che noi italiani in rete siamo particolarmente esibizionisti. A sostenerlo è uno che i social network ci lavora:«Siete un popolo spensierato, non vi curate della vostra immagine e la spontaneità fa parte del vostro Dna», avverte Damien Patton, a.d. di Banjo, che il 26 e 27 settembre sarà a Roma per TechCrunch Italy.
Un problema etnico dunque? «No, forse è più una questione di altitudine. I tedeschi sono infatti più rigidi degli spagnoli. Negli Usa si discute da tempo del problema, mentre in Sud America alla maggioranza non sembra importare più di tanto se intere vite finiscono online».
In realtà — avverte il Garante delle Privacy — la questione è un po’ più complicata di così. «Da parte degli utenti c’è un atteggiamento contradditorio: vengono avvertiti i rischi della condivisione sfrenata, ma poi c’è disimpegno sul fronte dei comportamenti quotidiani», sottolinea Antonello Soro. Le cose, però, sono migliorate: «Rispetto agli albori dei social network, quando tutti condividevano tutto senza freni, c’è maggiore consapevolezza. Piuttosto ciò che dovrebbe preoccuparci è l’uso dell’anonimato per dare libero sfogo alla tracotanza e all’insulto».
Già. Ma se hatespeech e cyberbullismo sono problemi tipici soprattutto degli adolescenti (quest’estate in Gran Bretagna sono stati tre i suicidi in seguito ai ricatti e insulti sfrenati su social network e videochat), le statistiche mostrano uno spaccato inquietante. Secondo una ricerca del sito statunitense Mashable, il 55 per cento dei ragazzi americani fornisce agli sconosciuti informazioni personali. Il 71 per cento poi non ha alcun problema a mettere nelle impostazioni del proprio profilo Facebook l’indirizzo di casa e quello di scuola. E solo sei su dieci chiudono la propria pagina. Comportamenti tipici dei nativi digitali di tutto il mondo che troppo spesso usano questi mezzi di comunicazione senza alcun controllo. Sui social network, infatti, ci stanno soprattutto loro, i ragazzi. Degli oltre 22 milioni di utenti italiani di Facebook, più di 3 milioni sono minorenni (il 15 per cento, secondo l’Osservatorio social media di Vincenzo Cosenza). Non stupisce dunque che il Garante della Privacy abbia lanciato una campagna per un uso consapevole dei social. Ma è sufficiente informare? «Siamo consapevoli che non basta. E vogliamo avviare con il ministro dell’Istruzione progetti di educazione digitale».
«Attenzione, però — avverte Luca Mazzucchelli, psicologo esperto di comportamenti digital — introdurre ore di media education è un’ottima idea. Sicuramente più intelligente degli sceriffi del web o di leggi contro l’anonimato. Ma purtroppo c’è un fattore difficile da combattere». Ossia?
«Il progresso tecnologico ha azzerato lo spazio tra il pensiero e l’agito, rielaboriamo meno quello che viviamo. E pensiamo poco alla conseguenza delle nostre azioni».
Una faccenda che riguarda anche noi adulti. Che troppo agiamo (e parliamo) e poco pensiamo alla soluzione dei problemi.
«Corriere della Sera» del 24 agosto 2013

05 luglio 2013

«Brutti voti a scuola? Troppo azzardo on line»

di Paolo Ferrario
C’è una stretta correlazione tra le attività svolte su Internet e i risultati scolastici. In particolare, passare troppe ore sul web alla ricerca di sesso virtuale o giocando d’azzardo aumenta le probabilità di essere bocciati. A questa conclusione sono arrivati i ricercatori dell’Esc Team di Milano, centro specialistico per la cura della dipendenza dal web, che, a gennaio, hanno realizzato un’indagine su un campione di 2.396 studenti tra i 13 e i 19 anni. Tre gli ambiti principali indagati: tempo trascorso ogni giorno collegati ad Internet, attività svolte on line e rendimento scolastico al termine del primo quadrimestre dell’anno. I risultati dicono che i nostri adolescenti vivono permanentemente collegati alla rete: il 66,5% degli intervistati non sospende mai la connessione mentre studia e il 59,1% non la interrompe nemmeno quando va a dormire. E ancora. Il 20% si connette a Internet ogni dieci minuti (soprattutto attraverso smartphone), il 20,5% si collega ogni ora, il 17,2% ogni 3-4 ore, il 15,7% ogni 30 minuti, mentre il 22,5% si connette alla rete web 1 o 2 volte al giorno. Circa il tempo passato su Internet, il 30,6% dei ragazzi dice di trascorrere on line tra 1 e 2 ore al giorno, il 29,4% tra le 3 e le 4 ore, l’11,5% meno di un’ora. L’11,2%, invece, resta connesso per almeno 5-6 ore durante la giornata, che salgono a 7-8 per il 4,5% e superano le 8 ore per l’8,9% del totale. Alla domanda sul tipo di attività svolta in rete (due le risposte possibili), i ragazzi hanno risposto, per il 90%, dichiarando di connettersi per navigare sui social network. Inoltre, il 36,4% ricerca informazioni, il 20,9% gioca on line, l’8,5% si connette per attività di tipo sessuale (video pornografici) e il 4,5% gioca d’azzardo. Sono proprio queste due ultime tipologie a suscitare la maggiore preoccupazione tra gli intervistatori. Incrociando i dati sulle attività on line e quelli sul rendimento scolastico (solo il 30,7% del campione non ha insufficienze mentre il 27,80 ne ha 3 o più), si scopre che il 60,8% di chi utilizza Internet per scopi sessuali rischia la bocciatura e lo stesso vale per il 53,6% di chi gioca d’azzardo on line. Chi poi svolge entrambe queste attività ha praticamente la certezza di perdere l’anno. Le percentuali variano al cambiare delle attività. Per i video giochi, ad esempio, il rischio bocciatura riguarda il 39,5% del totale. Ed è proprio la qualità del tempo trascorso in rete, più che la quantità, la variabile discriminante. I dati della ricerca dicono, infatti, che il 53,8% degli studenti intervistati, ad oggi privo di debiti scolastici, si connette almeno una volta all’ora e il 51,4% resta collegato per almeno tre o più ore nel corso della giornata. A conferma di ciò, i ricercatori evidenziano il fatto che solo il 25,7% di chi naviga alla ricerca di informazioni è esposto al rischio di perdere l’anno scolastico.
«Avvenire» del 4 febbraio gennaio 2013

11 febbraio 2012

La ricerca EU Kids Online

Principali risultati

Questo report presenta i risultati di una ricerca innovativa e unica nel suo genere, disegnata e condotta dalla rete EU Kids Online network nel rispetto di standard rigorosi. Il progetto è stato finanziato dal Safer Internet Programme della Commissione Europea con l’obiettivo di fornire una solida base di dati empirici alle istituzioni che promuovono la sicurezza online.
- A partire da un campionamento casuale stratificato, 25,142 di età compresa tra i 9 e i 16 anni, fruitori di internet, e altrettanti genitori (uno per ragazzo), sono stati intervistati tra la primavera e l’estate del 2010 in 25 paesi europei.
- L’indagine ha esplorato i principali rischi di internet: pornografia, bullismo, ricezione di messaggi a sfondo sessuale, incontri sia virtuali che faccia a faccia con persone conosciute online, diffusione e fruizione di UGC (User Generated Content) potenzialmente dannosi, uso improprio di dati personali.
- In questo rapporto, il termine “ragazzi” si riferisce a bambini e adolescenti di età compresa tra i 9 e i 16 anni che utilizzano internet e che risiedono nei 25 paesi europei coinvolti nella ricerca. Con “utilizzo della rete” intendiamo l’accesso a internet in qualsiasi contesto e da qualsiasi tipo di piattaforma. Usi di internet e attività online L’uso di internet è profondamente radicato nelle vite quotidiane dei ragazzi: il 93% dei ragazzi fra i 9 e i 16 anni va online almeno una volta alla settimana (il 60% tutti i giorni o quasi). I bambini cominciano a usare internet sempre prima – l’età media in cui si inizia a andare online è 7 anni in Danimarca e Svezia, 8 negli altri paesi nordici, e 10 in Grecia, Italia, Turchia, Cipro, Germania, Austria e Portogallo. In tutti i paesi europei, un terzo dei bambini di 9 e 10 anni e più dei due terzi (l’80%) dei quindici-sedicenni usano internet quotidianamente. In Italia il 60% dei ragazzi usa internet tutti i giorni o quasi.
- I contesti di accesso e uso di internet più comuni sono il contesto domestico (87%), e scolastico (63%). Ma l’accesso a internet si sta diversificando – il 49% dei ragazzi (ma il 62% dei ragazzi italiani) lo usa in camera propria e il 33% accede a internet tramite telefono cellulare o smart phone. L’accesso a internet da un device mobile è una pratica diffusa fra un ragazzo su cinque in Norvegia, Regno Unito, Irlanda e Svezia, ma riguarda solo il 9% dei ragazzi italiani.
- I ragazzi svolgono molte attività online potenzialmente vantaggiose: i ragazzi europei dai 9 ai 16 anni usano internet per i compiti (85%), per giocare (83%), per guardare video (76%) e comunicare con i propri amici nei programmi di messaggistica istantanea (62%). Una percentuale inferiore condivide online immagini (39%) o messaggi (31%), usa una webcam (31%), accede a siti di condivisione di files (16%) o blog (11%).
- Il 59% dei ragazzi fra i 9 e 16 anni ha un profilo su un sito di social network - 26% dei bambini di 9-10 anni, 49% degli 11-12enni, 73% dei 13-14enni e 82% dei 15-16enni. I siti di social network sono più popolari nei Paesi Bassi (80%), in Lituania (76%) e Danimarca (75%), mentre sono meno diffusi in Romania (46%), Turchia (49%) e Germania (51%). Il 57% dei ragazzi italiani ha un profilo su un sito di social network.
- Il 26% di chi usa i siti di social network ha un profilo pubblico; la percentuale è più alta in Ungheria (55%), Turchia (46%) e Romania (44%); la percentuale di chi ha un profilo pubblico è del 35% in Italia. Il 29% dei ragazzi europei (il 34% dei ragazzi italiani) che hanno un profilo in un sito di social network ha più di 100 contatti, ma molti ne hanno meno.
- Il 43% degli utenti di siti di social network mantiene un profilo privato, visibile solo agli amici. Il 28% afferma di avere un profilo parzialmente pubblico, visibile anche a amici degli amici e alle reti di appartenenza. In particolare, il afferma di avere un profilo pubblico così che tutti possano vederlo.

Competenze e alfabetizzazione digitale
- Ci sono alte probabilità che un maggiore uso faciliti l’alfabetizzazione digitale e l’acquisizione di competenze che favoriscono usi sicuri della rete. Un terzo dei ragazzi di età compresa fra i 9 e i 16 (36%) dichiara che l’affermazione “so più cose io su internet rispetto ai miei genitori” è ‘molto vera’, un terzo (31%) dice che è ‘abbastanza vera’ e un terzo (33%) dice che ‘non è vero’. I ragazzi italiani hanno meno competenze nell’uso di internet rispetto alla media dei coetanei europei.
- I bambini più piccoli tendono a avere meno competenze e a sentirsi meno sicuri nella navigazione. Tuttavia, la maggior parte dei ragazzi di 11-16 anni è in grado di bloccare contatti indesiderati (64%) o trovare online informazioni e consigli per la navigazione sicura (64%). Circa la metà sa modificare le impostazioni di privacy del profilo in un sito di social network (56%), confrontare siti internet per giudicarne la qualità (56%) e bloccare lo spam (51%).

Rischi e danni della rete
I rischi non si traducono necessariamente in esperienze dannose, come affermano i ragazzi intervistati. Ai ragazzi che usano internet è stato chiesto se e quali rischi abbiano incontrato online, e in che misura siano stati infastiditi da questi, dove l’essere infastiditi è stato definito come qualcosa che “ti ha fatto sentire a disagio, turbato, o qualcosa che pensi che non avresti dovuto vedere”. I risultati variano in base all’età e al sesso dei ragazzi, alla tipologia di rischio e da un paese all’altro. Per questi motivi bisogna essere prudenti nel generalizzare l’incidenza dei rischi di internet nei diversi paesi europei.
- Il 12% dei ragazzi europei dichiara di essere stato infastido o turbato da qualcosa visto su internet. Fra quanti hanno dichiarato di essere stati infastidiiti o turbati, c’è il 9% dei ragazzi tra i 9 e i 10 anni. Tuttavia, la maggior parte dei ragazzi che usano internet non riferisce di aver provato fastidio o essere stato turbato online.
- Le situazioni o i contenuti rischiosi non sono necessariamente percepiti e vissuti come dannosi o negativi. Ad esempio, l’esposizione a contenuti sessuali o la ricezione di messaggi sessuali è diffusa fra circa il 12% del campione, ma tali esperienze non sono considerate dannose se non da una minima parte dei ragazzi che le hanno sperimentate.
- Al contrario, essere vittima di bullismo online attraverso la ricezione di messaggi sgradevoli o offensivi è un rischio poco diffuso, che riguarda solo il 6% dei ragazzi, ma ha maggiori probabilità di turbare la loro sensibilità.
- L’8% dei ragazzi ha incontrato faccia a faccia persone conosciute online; tuttavia, solo sporadicamente simili episodi generano conseguenze negative sui soggetti protagonisti.
- I maschi, e in particolare gli adolescenti, sono più esposti a immagini a sfondo sessuale, mentre le ragazze hanno una maggiore probabilità di ricevere messaggi sgradevoli e offensivi. Le ragazze tendono a essere generalmente più turbate dai rischi incontrati online.
- La ricerca ha indagato una varietà di rischi online, dettagliati in seguito. Se si guarda all’insieme dei rischi esplorati dalla ricerca, il 41% del campione si è imbattuta in uno o più contenuti o contesti d’interazione potenzialmente pericolosi.
- L’esposizione ai rischi cresce con il crescere dell’età: il 14% dei bambini di 9 e 10 anni hanno incontrato uno o più rischi online, contro il 33% dei ragazzi di 11 e 12, il 49% dei 13-14enni e il 63% dei 15-16enni.

Pornografia
- Il 14% dei ragazzi dai 9 ai 16 anni (il 7% dei coetanei italiani) dichiara di aver visto su internet nell’ultimo anno immagini “a sfondo sessuale – per esempio, che mostrano persone nude o che hanno rapporti sessuali.”
- Un terzo dei ragazzi che hanno visto immagini a sfondo sessuale o pornografiche è rimasto infastidito da quest’esperienza; la metà di quanti si sono dichiarati infastiditi era abbastanza o molto turbato da quello che ha visto. In Italia, i ragazzi in fastidi o turbati da immagini sessuali sono il 2% del campione, il 26% di quanti hanno visto immagini pornografiche online.
- Se consideriamo tutte le piattaforme mediali, il 23% dei ragazzi europei (il 12% dei ragazzi italiani) dichiara di aver visto contenuti a sfondo sessuale o pornografici negli ultimi 12 mesi – internet è ora una fonte di contenuti pornografici al pari di televisione, film e video.
- Gli adolescenti vedono contenuti pornografici online e offline quattro volte più spesso dei bambini, e le immagini a sfondo sessuale che vedono online sono generalmente più esplicite. Ma i bambini sono più turbati dalle immagini online a sfondo sessuale di quanto non siano gli adolescenti.
- Il 53% dei ragazzi europei che sono rimasti infastiditi dopo aver visto immagini a sfondo sessuale online ne ha parlato con qualcuno – il 33% l’ha detto a un amico, il 25% a un genitore. Tuttavia, il 25% ha semplicemente smesso di usare internet per un po’ e pochi hanno modificato le impostazioni di filtro o di contatto.

Bullismo
- Per quanto riguarda il cyberbullismo, il 6% dei ragazzi europei fra i 9 e i 16 anni (e il 2% dei coetanei italiani) ha ricevuto online messaggi sgradevoli e offensivi, e il 3% ha inviato ad altri messaggi di questo tipo. Oltre la metà di coloro che hanno ricevuto messaggi sgradevoli e offensivi hanno dichiarato di essere stati abbastanza o molto turbati da quest’esperienza.
- Considerato che il 19% dei ragazzi è stato vittima di atti di bullismo online o offline (mentre solo è 6% è stato vittima di cyberbullismo), e il 12% ha compiuto atti di bullismo on- o offline a danni di un coetaneo (contro il 3% di chi ha computo atti di cyberbullismo) nell’ultimo anno, il bullismo sembra essere un fenomeno più diffuso offline che online.
- La maggior parte dei ragazzi che è stata vittima di bullismo online ha chiesto supporto alle proprie reti sociali: solo un quarto dei ragazzi non ne ha parlato con nessuno. Più della metà ha anche adottato strategie di difesa online – come cancellare i messaggi offensivi, o bloccare il bullo. Quest’ultima misura viene ritenuta particolarmente efficace dai ragazzi.

‘Sexting’
- Il 15% dei ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 16 anni (il 4% dei ragazzi italiani) ha ricevuto da coetanei “messaggi o immagini a sfondo sessuale” e il 3% (l’1% in Italia) ha dichiarato di aver inviato o pubblicato online messaggi di questo tipo.
- Fra quanti hanno ricevuto tali messaggi, un quarto (il 26% in Italia) dichiara di esserne stato infastidito. La metà di quest’ultimi inoltre, ha riferito di essere rimasto abbastanza o molto turbato da quest’esperienza. Quindi, complessivamente, il 12,5% dei ragazzi che hanno ricevuto messaggi a sfondo sessuale, circa il 2% di tutti i ragazzi, sono rimasti abbastanza o molto turbati dal sexting.
- Fra i ragazzi che sono stati turbati dal ‘sexting’, oltre un terzo ha bloccato la persona che ha inviato messaggi sessuali (40%) o ha cancellato i messaggi indesiderati (38%) Nella maggior parte dei casi il ragazzo ha dichiarato che queste azioni lo hanno aiutato a risolvere la situazione. Strategie di risposta costruttive come quelle appena citate andrebbero quindi promosse fra i minori.

Incontrare offline persone conosciute online
- Il rischio più comune riportato dai giovani internauti è l’interazione con persone mai incontrate offline. Il 30% dei ragazzi europei di età compresa fra i 9 e i 16 che usano internet (e il 27% dei coetanei italiani) ha dichiarato di aver comunicato in passato con qualcuno che non hanno mai incontrato faccia a faccia; un’attività che può anche essere percepita come divertente ma che è potenzialmente rischiosa.
- Incontrare offline persone conosciute online è molto più raro. Nell’ultimo anno, il 9% dei ragazzi europei (il 4% dei ragazzi italiani) ha incontrato offline qualcuno conosciuto online. L’1% di tutti i minori (vale a dire un ragazzo su nove fra quanti hanno incontrato offline persone conosciute online) dichiara di essere stato infastidito da quest’incontro.
- I bambini di 9 e 10 anni hanno meno possibilità di incontrare faccia a faccia qualcuno conosciuto online, ma è più facile che ne siano infastiditi (il 31% dei bambini che ha partecipato a incontri con contatti online dichiara di esserne rimasto infastidito).

Altri rischi
- Il secondo rischio più diffuso è l’esposizione a contenuti generati dagli utenti potenzialmente dannosi. Il 21% dei ragazzi europei di età compresa fra gli 11 e i 16 anni (il 18% dei coetanei italiani) ha avuto contatto con uno e più tipi di UGC potenzialmente pericolosi: contenuti che incitano all’odio (12%), all’anoressia (10%), a forme di autolesionismo (7%), al consumo di sostanze stupefacenti (7%), al suicidio (5%).
- Il 9% dei ragazzi fra gli 11 e i 16 anni (il 6% in Italia) è stato vittima di un uso improprio dei propri dati personali online – uso non autorizzato della propria password (7%) o delle proprie informazioni personali (4%), o sono stati vittime di truffe online (1%).
- Il 30% dei ragazzi (il 17% dei ragazzi italiani) fra gli 11 e i 16 anni dichiara di aver sperimentato ‘spesso’ o ‘molto spesso’ una o più esperienze connesse a usi eccessivi della rete (ad esempio trascurare gli amici, la scuola o perdere ore di sonno).

Differenze cross-nazionali
- Comparando i dati raccolti nei diversi paesi, emerge come in Estonia, Lituania, Norvegia, Repubblica Ceca e Svezia, circa i due terzi dei ragazzi si siano imbattuti in una o più situazioni rischiose nel corso delle loro pratiche di navigazione. Una più bassa incidenza di rischi si riscontra invece in Portogallo, Italia e Turchia.
- Ad essere maggiormente infastiditi o turbati da esperienze online sono i ragazzi danesi (28%), estoni (25%), norvegesi e svedesi (23%) e rumeni (21%). Le percentuali più basse di danni effettivi si riscontrano invece in Italia (6%), in Portogallo (7%), e in Germania (8%).
- Un confronto trasversale dei dati rivela che l’incidenza dei rischi online aumenta all’aumentare del tasso di diffusione della rete tra i ragazzi. Tuttavia, un maggiore utilizzo porta anche maggiori opportunità e, indubbiamente, benefici più consistenti.
- In paesi come la Lituania, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Francia e la Svezia, i ragazzi svolgono sulla rete un numero di attività superiore alla media dei 25 paesi europei analizzati; al contrario, un utilizzo più povero di internet si riscontra in Turchia e in Irlanda. In altre parole, l’uso di internet porta con sé sia opportunità che rischi, e non è affatto semplice tracciare una linea di demarcazione tra le occasioni positive e quelle potenzialmente dannose che la rete offre costantemente ai suoi fruitori.

Consapevolezza dei genitori
- Accade molto spesso che i genitori non siano consapevoli dei rischi sperimentati dai propri bambini.
- Il 40% dei genitori i cui figli dichiarano di aver visto immagini a sfondo sessuale, esclude che i propri ragazzi si siano imbattuti in simili situazioni. In Italia (e in Portogallo) la percentuale sale al 54% e risulta la più alta tra tutti i paesi.
- Il 56% dei genitori i cui bambini hanno ricevuto messaggi offensivi online, non ne è a conoscenza; anche in questo caso in Italia la percentuale supera la media europea e si attesta al 81%.
- Nel caso dei ragazzi destinatari di messaggi sessuali, il 52% dei genitori esclude che la navigazione online dei propri figli sia stata disturbata da esperienze di questo tipo; in questa tipologia di rischi, l’abitudine alla condivisione dell’esperienza appare più diffusa in Italia e la percentuale di genitori inconsapevoli non supera in questo caso il 48%.
- Infine, il 61% dei genitori di ragazzi che hanno incontrato faccia a faccia persone conosciute online, ignora quanto sperimentato in prima persona dai propri figli. In Italia la percentuale di genitori inconsapevoli che i propri figli abbiano incontri con per sone conosciute online sale al 67%.
- Sebbene l’incidenza di questi rischi riguardi sempre una minoranza, il livello di sottovalutazione e inconsapevolezza dei genitori non è affatto trascurabile.

La mediazione parentale
- A molti genitori capita di farsi raccontare dai propri figli ciò che fanno su internet (70%) e di accompagnarli durante la navigazione (58%). Tuttavia, dalle risposte dei ragazzi emerge che il 13% dei genitori non ha attivato alcuna strategia di mediazione tra quelle esplorate nel questionario.
- Più di metà dei genitori ha agito in maniera positiva suggerendo ai propri figli come comportarsi con i propri contatti online (56%), parlando delle situazioni che possono turbarli (52%) o di quelle che già li hanno infastiditi (36%).
- Il 90% dei genitori dichiara di limitare alcune attività online dei propri figli, come la diffusione dei loro dati personali (85%), l’uploading (63%) e il downloading (57%).
- Solo il 50% dei genitori monitora ex post i percorsi di navigazione dei propri ragazzi; se confrontato con strategie attive di mediazione, come suggerimenti volti a promuovere la sicurezza della navigazione o limitazioni nelle attività svolte online, tale comportamento risulta in assoluto il meno diffuso tra i genitori europei.
- Risulta inoltre scarsamente diffusa l’abitudine all’uso di strumenti tecnici per la sicurezza: solo il 28% dei genitori blocca o filtra siti web e il 24% adopera software in grado di tracciare i percorsi di navigazione dei propri figli.  Sia i ragazzi che i genitori considerano utile la mediazione parentale, specialmente quelli di età compresa tra i 9 e i 12 anni.
- Molti genitori (85%) si sentono sicuri e capaci di aiutare i propri figli nel caso in cui questi si imbattano in situazioni spiacevoli in rete. I genitori dimostrano inoltre una discreta fiducia nelle capacità di autodifesa dei ragazzi (79%) e il 15% dichiara di aver mutato le proprie strategie di mediazione a seguito di esperienze negative dei figli.
- Il 68% dei ragazzi ritiene che i propri genitori sappiano molto o abbastanza delle loro attività sul web. Tuttavia, il 28% dichiara di ignorare talvolta i consigli dei propri genitori e l’8% di ignorarli completamente.
- Meno della metà dei ragazzi (44%) ritiene che la mediazione dei propri genitori limiti le loro attività sul web, e l’11% reputa che queste limitazioni siano consistenti. In alcuni paesi come la Turchia, l’Irlanda e la Bulgaria, i ragazzi si sentono maggiormente vincolati nell’esplorazione della rete rispetto a quanto dichiarato dai loro coetanei ungheresi e olandesi. Il 15% dei bambini vorrebbe che i propri genitori facessero di più, mentre il 12% preferirebbe una mediazione parentale più lieve.
- Molti genitori (73%) ritengono largamente improbabile che i propri figli possano imbattersi in situazioni spiacevoli nei sei mesi successivi alla somministrazione del questionario.

Altre fonti di consigli sulla sicurezza
- Quasi la metà dei bambini intervistati dichiara che i propri insegnanti sono interessati alle loro attività online, e nel 73% dei casi questo interessamento ha preso la forma di una mediazione attiva.
- Le differenze d’età sono degne di nota: il coinvolgimento degli insegnanti è inferiore tra i bambini di 9-10 anni.
- Ci sono notevoli variazioni nazionali nel ruolo svolto dagli insegnanti: il massimo coinvolgimento si registra in Norvegia (97%) e il minimo in Italia (65%).
- Il 73% dei bambini dichiara di essere stato aiutato o supportato nell’uso della rete dai propri coetanei.
- È proprio la rete dei pari a offrire una mediazione tecnica alle attività di navigazione e un aiuto reciproco in caso di difficoltà.
- Il 44% dei bambini dice di aver ricevuto dei suggerimenti riguardo la sicurezza del web dai propri amici, e il 35% dice di aver offerto a sua volta supporto.
- Se si confrontano le fonti di mediazione, buona parte dei suggerimenti sembrano arrivare dai genitori (63%), dagli insegnanti (58%) e infine, dai coetanei (44%).
- Per gli adolescenti e per i ragazzi provenienti da famiglie con uno status socio-economico non elevato, i consigli ricevuti dagli insegnanti sono maggiori di quelli ricevuti dai genitori.
- La cerchia di parenti e familiari è importante quanto la rete dei pari nell’offrire suggerimenti riguardo un uso sicuro e consapevole della rete (47%).
- Raramente i bambini ricevono informazioni dai media tradizionali (20%) e ancora meno rilevanti sono i canali informativi online (solo il 12% ha raccolto informazioni sulla sicurezza a partire dai siti web).
- I genitori ottengono consigli sulla sicurezza prevalentemente da parenti e amici (48%), dai media tradizionali (32%), dalla scuola frequentata dai ragazzi (27%), dagli internet service providers (22%) e dai siti web (21%).
- Appena il 9% dei genitori dichiara di non volere informazioni ulteriori. Molti vorrebbero invece riceverne in misura maggiore di quanto ne ricevano attualmente dalla scuola frequentata dai figli, e, in rari casi, dai produttori o venditori di tecnologie della comunicazione.

Implicazioni per le policy
Questi risultati hanno delle precise implicazioni per i vari stakeholders impegnati nella promozione della sicurezza online:
- La priorità consiste nel mettere a conoscenza i genitori della natura dei pericoli che la rete può riservare ai propri figli e insieme nella promozione del dialogo e della condivisione delle esperienze d’uso delle tecnologie di rete.
- La scuola rappresenta il contesto in cui i genitori raccolgono più frequentemente informazioni utili a promuovere la sicurezza online dei propri figli; ne consegue la necessità di orientare investimenti ingenti verso le istituzioni educative. Dal momento che l’uso di filtri famiglia è relativamente basso, anche i produttori devono impegnarsi affinché si incrementi la consapevolezza pubblica, la fiducia e la facilità d’uso di tali strumenti.
- A seguito della crescente personalizzazione dell’uso della rete, il ruolo dei genitori e degli insegnanti si fa di conseguenza più complesso perché diventa più difficile accedere alle esperienze dei ragazzi. Ne consegue una maggiore responsabilità dei produttori che sempre di più hanno il dovere di gestire la pericolosità delle attività online intervenendo a livello di progettazione e design delle tecnologie in circolazione. Anche i bambini si trovano ad essere responsabili della propria sicurezza online e per questo motivo diventa indispensabile promuoverne l’autonomia, la capacità di reagire positivamente alle situazioni rischiose e tutte le competenze che sono necessarie all’esercizio di una cittadinanza digitale consapevole.
- Devono inoltre essere incentivati gli sforzi dell’industria nel supportare e promuovere i contenuti positivi e la sicurezza della rete. Gli strumenti tecnici che bloccano, tracciano o filtrano la navigazione devono rappresentare il punto di riferimento delle politiche di protezione dei minori adottate dalle industrie. Contemporaneamente è indispensabile promuovere la consapevolezza dell’esistenza di tali strumenti, facilitandone l’accessibilità e migliorandone l’usabilità.
- I ragazzi devono essere incoraggiati ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza, prestando particolare attenzione alla promozione della loro autonomia e di tutti i prerequisiti culturali necessari all’esercizio di una cittadinanza digitale consapevole.
- Dal momento che sono pochi i bambini che dichiarano di essersi imbattuti in situazioni pericolose online e ancora meno numerosi sono coloro che dichiarano di esserne rimasti infastiditi o turbati, le future politiche di promozione della sicurezza devono essere mirate a quelle fasce di popolazione che appaiono maggiormente a rischio. Inoltre, è necessario che gli interventi volti a incrementare la consapevolezza dei più piccoli, specialmente coloro che frequentano le scuole primarie, siano adatti alle loro necessità.
- Gli interventi di alfabetizzazione digitale necessitano supporto costante e continuo aggiornamento rispetto alle nuove potenzialità tecnologiche a disposizione così da assicurare che tutti I bambini possano contare su una base formativa standard. L’obiettivo è contemporaneamente quello di incrementare l’insieme delle attività che i bambini realizzano sul web, così da garantire una massimizzazione delle opportunità.
- Poco meno del 50% dei bambini di età compresa tra i 9 e i 16 anni si dichiara soddisfatto dell’offerta di contenuti online disponibile, e la percentuale è ancora più bassa tra i più piccoli. Ricade dunque su tutti gli attori politici la responsabilità di assicurare una offerta più ampia e accessibile di contenuti positivi e appropriati all’età dei bambini, specialmente nelle comunità linguistiche di piccolo dimensioni.

Nota metodologica
- Questo report è il risultato del lavoro del gruppo di ricerca EU Kids Online. Coordinato dalla LSE e supportato da un comitato consultivo internazionale, il network include 25 paesi e altrettante unità di ricerca, ciascuna delle quali lavora in stretta collaborazione con i principali stakeholder nazionali.
- Una prima versione di questo rapporto è stata presentata in occasione del Safer Internet Forum che si è tenuto il 21 octobre 2010. I risultati qui riportati si riferiscono a tutti i 25 paesi coinvolti nella ricerca.  I paesi coinvolti nel progetto EU Kids Online sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e UK. Fatta eccezione per i casi in cui esistono indicazioni differenti, i risultati sono ponderati sulla base di una media che include tutti i paesi del network.
- È ampiamente condivisa la consapevolezza delle difficoltà che si incontrano nell’indagare le esperienze più private o di eventuale disagio vissute dai ragazzi. Al fine di ridurre il più possibile la problematicità della ricerca, le interviste sono state condotte in modalità faccia a faccia nei contesti domestici. La parte del questionario contenente le domande più sensibili è stata autocompilata dai ragazzi, per evitare che le loro risposte potessero essere viste dai genitori, da altri membri della famiglia o dall’intervistatore.
- I vari materiali della ricerca, i dettagli sulla metodologia e sull’etica della ricerca sono interamente reperibili sul sito www.eukidsonline.net. Per rimanere aggiornati sulle prossime pubblicazioni di EU Kids Online è possibile iscriversi alla mailing list.
Postato l'11 febbraio 2012

08 febbraio 2012

Adolescenti in Rete: per 8 genitori su 10 non corrono pericoli

di di Alessandra Mangiarotti
Antonio Brighenti ha 49 anni e due figli adolescenti: «La raccomandazione che faccio loro più di frequente quando escono di casa? Casco in testa e se fate tardi telefonate». Scusi, e quanto a Internet? «Beh, cosa devo raccomandare? Di non starci troppo, forse».
La strada virtuale fa meno paura di quella reale. Almeno ai genitori italiani. Illusi, analfabeti digitali o solo meno apprensivi rispetto agli altri europei? Otto su dieci (e qualcosa di più, l’82% rispetto a una media comunitaria di circa il 70%) lo hanno dichiarato ai ricercatori del progetto Eu Kids Online (leggete qui la sintesi della ricerca): «È altamente improbabile che mio figlio possa imbattersi in una situazione spiacevole su Internet».
L’indagine, finanziata dall’Unione europea e coordinata dalla London School of Economics and Political Science, ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi (e loro genitori) di 25 Paesi Ue. Abitudini e rischi presentati ieri per il Safer Internet Day: dalla pornografia al bullismo, dal sexting (l’invio di messaggi a sfondo sessuale) agli incontri con persone conosciute online. Sei ragazzi italiani su dieci, tra i 9 e i 16 anni, navigano tutti i giorni in Internet o quasi. Per fare i compiti (85%), giocare (83), guardare video (76) o «parlare» con gli amici (62): il 57% ha un profilo su un social network. E navigare è spesso un’esperienza privata: il 62% (media Ue del 49) lo fa nella propria camera.
Giovanna Mascheroni, referente italiana del progetto Eu Kids Online e ricercatrice dell’Università Cattolica, spiega: «Il 63% dei genitori si autopromuove sostenendo di suggerire ai ragazzi come comportarsi su Internet, parlando di quello che può turbarli (56%) o li ha turbati (26%)». Il 70% ha fiducia nelle capacità di autodifesa dei propri ragazzi anche se il 39% di loro ignora però ogni consiglio. «Ma quello che più ci allontana dal resto d’Europa è proprio la convinzione che su Internet non possa capitare nulla di male. Non solo: molti genitori sovrastimano i rischi legati alla pornografia e ne ignorano altri come il bullismo online (sconosciuto all’81%), giudicato esperienza molto dolorosa dai due terzi dei ragazzi».
Il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio Neri, pone l’accento sulla scarsa alfabetizzazione dei genitori e sui numeri degli adescamenti online: «Se solo sapessero… Dalla ricerca Eu Kids Online emerge che il 4% dei nostri ragazzi (9% la media Ue) incontra persone conosciute online. I nostri dati Ipsos parlano di un 14%: anche se solo la verità sta nel mezzo, sono tantissimi. I genitori devono parlare di più ma anche il governo deve inserire nell’agenda digitale percorsi di tutela».
Negli Usa sono stati inseriti filtri antiporno nelle scuole e biblioteche. Nel Regno Unito David Cameron ha proposto un filtraggio preventivo, quando si sottoscrive dell’abbonamento ad Internet. «In Italia sistemi di controllo parentale esistono da anni ma non c’è una grande cultura in questo senso, soprattutto per i social network», afferma Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale.
«Anche perché in Italia bisogna fare attenzione a non ridurre l’accesso a Internet — aggiunge Giovanna Mascheroni —: i nostri ragazzi hanno meno competenze rispetto ai coetanei europei: solo i giovani turchi sono meno alfabetizzati». Contro l’«incompetenza» anche dei genitori punta il dito Gianni Nicolì, pedagogista e responsabile scuola e università dell’Age (Associazione italiana genitori): «Vent’anni fa abbiamo iniziato con i primi corsi per genitori e figli, poi abbiamo stretto accordi con le aziende per ottenere dei filtri dinamici per la navigazione differenziata: per conoscere i rischi i genitori devono conoscere Internet».
Aggiunge lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet: «I genitori sono convinti che i loro ragazzi sanno fare meglio di loro sulla Rete ma la loro tranquillità nasce anche dal modello educativo che punta tutto sulla socializzazione precoce: hanno bisogno di credere che i loro figli sanno cavarsela.
«Il Corriere della Sera» dell'8 febbraio 2012

20 gennaio 2012

Ragazzi, non tutto è merce e il mondo non è un palcoscenico

Un 14enne, il suo sito, le foto osé delle amiche
di Umberto Folena
Chissà se Alex (nome di fantasia) si sta rendendo conto di quel che ha fatto. Se sa che cosa significhi essere «indagato» dalla Procura minorile della sua città, Bolzano. Se i suoi genitori gli stanno spiegando quel che egli non deve aver compreso nei suoi primi 14 anni di vita. Se le compagne di scuola sono sollevate o dispiaciute per la chiusura del sito dove Alex collocava, da collezionista che ostenta la sua collezione con orgoglio, le foto in cui si mostravano seminude in pose da loro ritenute provocanti.
Chissà. Non è il primo né sarà l’ultimo episodio che dimostra come una porzione di nostri figli si affacci all’adolescenza con il cuore e la coscienza anestetizzati. Peggio: mitridatizzati. Non solo non sembrano provare pudore, vergogna, riprovazione, indignazione e altri sentimenti analoghi, ma riescono a ignorarli senza farsene sfiorare. È come se dosi minuscole ma quotidiane di "veleno" – il veleno dell’indifferenza, del corpo considerato come oggetto, della messinscena e dell’ostentazione continue come cifra dell’esistenza – li avessero resi immuni dal veleno stesso, consentendo loro di maneggiarlo con noncurante disinvoltura.
Una porzione di adolescenti, sia chiaro. L’errore, da circa cinque millenni, ossia da quando abbiamo testimonianze in merito, è il solito: far coincidere la parte con il tutto. Alex, con il suo sito internet chiuso dalla polizia postale di Bolzano, è il classico albero che cade, fa un gran fracasso e induce i pigri, i miopi e i pessimisti a oltranza a credere che sia crollata l’intera foresta. Alex non è solo, ma non è neppure maggioranza. È però una minoranza vistosa, esibizionista, fragorosa che rischia di oscurare la maggioranza di quattordicenni che vivono accanto ad Alex senza farsene sfiorare, senza condividere pressoché nulla del suo mondo.
Alex però c’è, ingombrante e inquietante. È un segno dei tempi che sarebbe imperdonabile ignorare. Alex, e le sue amichette felici di finire nel suo sito, orgogliose delle proprie forme acerbe offerte allo sguardo di tutti, giovani e vecchi, sono l’icona indigesta del mondo come palcoscenico, dove tutto va esibito. Alex e amiche l’hanno "imparato". Vedono e ascoltano adulti i cui sforzi sono protesi tutti e soltanto all’apparire; al riuscire a strappare sguardi e commenti ammirati; al circondarsi di oggetti totemici la cui magia conferisca il potere di sedurre e comandare. Alex e amiche semplicemente si adeguano, a modo loro, da quattordicenni.
Dispiace doverlo ammettere, ma aveva ragione Guy Debord (noioso, rancoroso, antocontemplativo... tutt’altro che un "maestro", per noi) quando, nel 1967, affidava al suo libro La società dello spettacolo una terribile profezia. Dello slittamento dall’essere all’avere avrebbe scritto Erich Fromm nel 1976, con ben altro spessore. Debord vedeva oltre: lo slittamento era triplice, dall’essere all’avere e dall’avere all’apparire, quell’apparire «da cui ogni "avere" effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima». Tutto diventa spettacolo, nella società – oggi di Alex e amiche – in cui lo spettacolo, suggerisce Debord, è il «rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini».
Chissà se, come ieri un’agenzia di stampa affermava sicura, il fenomeno del sexting – l’ostentazione mediatica di sé come corpo ridotto a merce da esibire e osservare – «dilaga tra i giovanissimi». C’è, non va sottovalutato, ma forse non è così «dilagante». La speranza è che qualcuno spieghi ad Alex e alle sue amiche che non tutto è merce e c’è qualcosa che appartiene soltanto a noi, e non va esibito. Che la vita non è un grande spettacolo e la società non è un colossale palcoscenico, anche se qualcuno ha interesse a farcelo credere per renderci più docili, creduloni e manipolabili. Il corpo, il cuore e la coscienza, strettamente uniti, sono soltanto nostri e vanno donati, con generosità e prudenza, al momento opportuno a chi ne è veramente degno.
Già , ma chi? Chi può spiegarglielo non può essere che un adulto, autorevole perché credibile. Un educatore vero. Ciò di cui c’è più che mai un disperato bisogno, dietro le quinte del palcoscenico.
«Avvenire» del 19 gennaio 2012

20 novembre 2011

Bimbi ai tempi del web: l'Italia ultima a scoprirlo

di Luciana Cimino
A che età mettere i bambini davanti al web, e in che modo? E poi, che rapporto hanno i genitori italiani con le nuove tecnologie? La scuola e i professori sono pronti ad accompagnare gli studenti nell’uso consapevole dei nuovi mezzi di comunicazione? Sono alcune delle domande che si pone un’indagine realizzata in 25 paesi europei nell’ambito dal Safer Internet Programme della Commissione Europea.
Dall’indagine emerge come i bambini e gli adolescenti italiani abbiano minori competenze digitali rispetto ai loro coetanei europei e i loro genitori siano meno consapevoli dei rischi sperimentati sul web dai propri figli (l’81% dei genitori i cui bambini hanno ricevuto messaggi offensivi on line non ne è a conoscenza contro il 56% della media europea; il 67% dei genitori, contro una media europea del 61%, ignora che i propri figli hanno incontrato, faccia a faccia, persone conosciute on line). Ed ancora: gli insegnanti italiani sono in Europa quelli meno coinvolti nelle attività on-line degli studenti (65% contro una media del 73%). Partendo da questi dati la Società Italiana di Pediatria (Sip) ha lanciato ieri il “Manifesto per un uso positivo e sicuro del Web”, che contiene proposte per rafforzare le competenze digitali dei bambini e degli adolescenti italiani non solo per prepararli ad un futuro competitivo ma soprattutto per ridurre i rischi associati all’uso della rete.

GLI STATI GENERALI DELLA PEDIATRIA
L’occasione per discuterne sono gli Stati Generali della Pediatria in corso: 18 tavole rotonde che si svolgono in contemporanea in altrettante regioni italiane, nel corso della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente. Con il coinvolgimento di genitori, giornalisti, magistrati, istituzioni, insegnanti e forze dell’ordine. «Come pediatri sentiamo il dovere di impegnarci per promuovere un uso più utile e sicuro del web, un obiettivo che richiede il coinvolgimento di tutti i cosiddetti “stakeholders” che ruotano attorno al bambino, soprattutto genitori e insegnanti - commenta il presidente della Sip Alberto G. Ugazio - Centrale, in particolare, è il ruolo della scuola sia per favorire una maggiore “alfabetizzazione digitale” sia per offrire un supporto conoscitivo ai genitori, spesso meno capaci dei figli di navigare sul web».

ITALIA IN RITARDO
Dall’indagine europea risulta infatti evidente come l’Italia sia debba ancora fare molta strada nel suo rapporto tra minori e internet. Nel dettaglio scopriamo infatti come da noi si cominci a navigare più tardi (a 10 anni contro i 7 di Danimarca e Svezia) e da soli, nella propria stanza, senza la supervisione di un adulto. Molti gli usi positivi della rete: le attività online riguardano per l’85% ricerche scolastiche, l’83% utilizza internet per giocare, il 76% per guardare video, il 62% lo usa per comunicare con gli amici tramite messaggistica istantanea. In media il 59% degli intervistati (il 57% in Italia) ha un profilo personale su social network, che conquistano anche i più piccoli, nonostante il divieto di alcuni, come Facebook, ai minori di 13 anni. Hanno profili personali il 26% dei ragazzi tra i 9-10 anni e il 49% tra gli 11 e i 12, fino ad arrivare al 73% tra i 13-14 anni e all’82% tra i 15-16 anni.

PERICOLI IN RETE
Ma non mancano le insidie. Il 41% dei ragazzi si è imbattuto in contenuti o contesti potenzialmente pericolosi, il 12% dichiara di esserne stato turbato. Pornografia, bullismo, sexting (messaggi o immagini a sfondo sessuale inviati da coetanei), incontri offline con persone conosciute online, contenuti inneggianti anoressia, odio, droghe, suicidio, internet addiction, riguardano una fetta altissima del campione. Per quanto riguarda l’alfabetizzazione digitale e il possesso di specifiche competenze che garantiscono una maggiore sicurezza nella navigazione, i ragazzi italiani sono all’ultimo posto dopo la Turchia, preceduti da Romania, Ungheria, Cipro. Tra i genitori poi c’è molta approssimazione e incompetenza. Due dati su tutti: il 73% dei genitori ritiene non vi siano nella rete pericoli di incontri che possano turbare i minori e nel complesso il 36% dei ragazzi ritiene di saperne di più su Internet rispetto ai propri genitori. Anche sulla scuola siamo all’ultimo posto: il massimo coinvolgimento tra professori, rete e studenti si registra in Norvegia (97%) il minimo in Italia (65%). «Politiche orientate soltanto a limitare l’esposizione ai rischi online sono dannose perché rischiano di acuire il divario digitale - dicono dalla Sip - Occorre invece promuovere usi positivi della rete, fornire ai ragazzi le conoscenze e gli strumenti necessari per affrontare i rischi. La media education deve diventare una priorità dei percorsi formativi della scuola italiana». Per questo la Società italiana di Pediatria ha promosso un Manifesto di «proposte concrete» da sottoporre a governanti e educatori. Tra queste, rendere la banda larga disponibile ovunque, mettere una lavagna interattiva multimediale in ogni classe, integrare i materiali didattici con gli e-book, avvicinare i bambini all’uso del pc fin dalle elementari, promuovere la formazione sulle nuove tecnologie di insegnanti e genitori, favorire le lezioni sul web.
«L'Unità» del 20 novembre 2011