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20 luglio 2022

La storia degli uomini che tentarono di uccidere Hitler. E perché l’Operazione Valchiria fallì

Il tentativo di uccidere Hitler avvenne il 20 luglio 1944 a Rastenburg. E dimostrò come il tiranno può essere sconfitto solo dalla politica
di Carlo Galli
"Chiedo al mondo di accogliere il nostro martirio come una penitenza del popolo tedesco". Così Carl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, mentre veniva impiccato, il 2 febbraio 1945, dopo essere stato torturato per mesi dalla Gestapo. Era coinvolto ai livelli più alti (avrebbe dovuto essere il nuovo Cancelliere) nella Operazione Valchiria, la cospirazione prevalentemente militare che era arrivata a fare esplodere una bomba quasi ai piedi di Hitler, a Rastenburg, la remota località della Prussia orientale in cui il Führer aveva installato il proprio quartier generale, la "Tana del lupo".
L'attentato del 20 luglio 1944, eseguito materialmente dal colonnello Claus von Stauffenberg, fallì: il demonio protesse Hitler per l'ultima volta. Una serie incredibile di circostanze fece sì che la bomba provocasse pochissimi morti, e il lieve ferimento del dittatore. Una vendetta terribile colpì i congiurati, che non avevano organizzato con la necessaria precisione il piano Valchiria, cioè le mosse immediatamente seguenti la prevista morte di Hitler (occupazione di ministeri, radio, neutralizzazione delle SS e della Gestapo). Persa l'iniziativa a causa dell'insuccesso dell'attentato, alcuni furono fucilati la notte stessa nella caserma della Bendlerstrasse dove risiedeva il comando dell'Esercito di Riserva, a cui appartenevano i principali cospiratori; altri, in Germania e in Francia, furono catturati e costretti a parlare.
Ebbe così inizio una catena di suicidi, spontanei o coatti (fra cui anche quello di Rommel) e di deferimenti al "Tribunale del popolo", presieduto dal giudice Freisler, un mostro di fanatismo che condannò a morte generali e politici. Cinquemila furono gli inquisiti, almeno duecento gli uccisi - appesi a ganci da macello, e filmati durante l'agonia perché Hitler potesse gustare la proiezione nei dopocena - ; i parenti dei congiurati vennero internati nei campi, poiché condividevano il sangue dei "traditori".
Ma chi erano i coraggiosi che osarono attentare al tiranno? Perché agirono nell'estate del 1944, e con quali fini? Era ormai chiaro che la Germania stava perdendo la guerra: impegnata su tre fronti terrestri, virtualmente priva di Marina militare, progressivamente tagliata fuori dalle fonti di approvvigionamento energetico e di materie prime, e, nonostante i successi organizzativi del ministro Speer, in procinto di vedere i bombardamenti radere al suolo le proprie industrie e le proprie città.
L'obiettivo dei congiurati era di sostituire i vertici dello Stato, disarmare le SS, neutralizzare il Partito, e firmare un armistizio a Ovest, continuando a combattere a Est contro le "orde" bolsceviche e così salvare l'Europa dal comunismo. Un progetto di grande conservatorismo e di disarmante ingenuità. Era infatti evidente che mai gli Alleati avrebbero siglato una pace separata con la Germania, e che mai sarebbero venuti meno alla linea della "resa incondizionata". I congiurati non avevano capito quello che invece era chiaro a Hitler: che la guerra era un'avventura senza ritorno.
La loro origine sociale (prevalentemente, la nobiltà militare), il loro passato (per molti - ma non per tutti - di iniziale cauta simpatia per il nazismo, in chiave nazionalistica, a cui era seguito un allontanamento dal regime per ragioni morali), la sincera fede religiosa di parecchi di loro (protestanti e cattolici), la riluttanza a infrangere il giuramento di fedeltà a Hitler (che come tutti i militari avevano prestato), la loro struttura mentale poco elastica, anche se retta; tutto ciò rendeva difficilissima la gestione di una congiura che anche agli occhi dei nemici della Germania parve strumentale - volta a salvare il salvabile del Reich, alle cui élite i congiurati appartenevano, condividendo quindi, oggettivamente, le compromissioni delle classi dirigenti tedesche.
L'errore nel quale, nonostante il loro disperato coraggio e il loro odio verso il regime, erano caduti, è stato credere che il tirannicidio fosse la soluzione di una gravissima crisi politica e morale. Ovvero che il tiranno fosse solitario, e non il vertice di un sistema politico e sociale, e il frutto di una storia; che fermare le sue azioni equivalesse a fermare la catastrofe. La quale, al contrario, anche se l'attentato non fosse fallito, avrebbe certamente avuto luogo in altre forme, finché non fosse stata del tutto stroncata, dall'esterno, la spinta propulsiva del regime che sorreggeva il tiranno. Il totalitarismo genocida non coincideva con una persona, nemmeno con quella di Hitler: era immerso in dinamiche politiche, interne e internazionali, che avevano lontane origini e che non potevano non consumarsi fino in fondo. Neppure sacrificando Hitler si poteva evitare la sconfitta e riscattare l'onore della Germania.
Il tirannicidio è consentito da san Tommaso, dietro severe condizioni e riflessioni. Ma la sua eventuale liceità morale non è sufficiente a farne uno strumento di risoluzione delle questioni politiche. Chi, in circostanze molto diverse da quelle di quasi ottant'anni fa, è oggi sfiorato da simili fantasie esprime una comprensibile ripugnanza per guerre, autoritarismi, ingiustizie, ma non va al di là di una posizione morale. Morale, e altissima, fu anche la testimonianza dei congiurati del 20 luglio: chiedere perdono, pagare con la vita, ha lasciato un seme di libertà e di responsabilità, nella storia e nelle coscienze dei tedeschi e degli europei. Ma per sconfiggere i tiranni non basta la scorciatoia, sempre tardiva, del tirannicidio - e, d'altra parte, oggi non ci si può certo augurare che una guerra mondiale cancelli il Male nelle sue molteplici incarnazioni. Come un processo politico, e gli errori di molti, li ha generati, così i tiranni vanno combattuti con la politica, attivando tempestivamente e concretamente, con determinazione e lungimiranza, dinamiche necessariamente complesse che diano, sempre, una chance reale alla democrazia e alla giustizia.
«la Repubblica» del 19 luglio 2022

11 settembre 2017

Se nella sfida sui «diritti» alla fine vince l’egoismo

Come mostra Vittorio Possenti, la cultura occidentale non riconosce che la stagione dei diritti umani è alla fine, distrutta dai suoi stessi beneficiari
di Carlo Cardia
Il dibattito sul relativismo, che ha finito con il coinvolgere i diritti umani, muove sempre dai grandi principi, ma le ricadute negative sulla persona si sono di recente moltiplicate in modo impressionante. Per due momenti essenziali del cammino percorso si possono citare la posizione di Norberto Bobbio sulla storicità dei diritti, in opposizione alla loro naturalità, e l’approdo del filosofo americano Charles E. Larmore, che decreta la radicale scissione tra etica e diritto. Sono posizioni diverse, non sovrapponibili, perché per Bobbio i diritti nascono nella storia, e «il problema di fondo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli», tuttavia per lui l’ispirazione etica del diritto rimane forte. Con Larmore siamo alla pienezza del relativismo, visto che con serenità cancella ogni base morale delle leggi dal concetto aristotelico di vita buona. Infatti, non c’è gerarchia tra tipi di vita che possono scegliersi: «Lo Stato dovrebbe rimanere neutrale, e non dovrebbe promuovere alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità». Quasi avvertendo l’assurdità proposta, Larmore ammette che esistano scelte più agevoli, «quantomeno, chi desidera fare una vita da ladro, non avrà vita facile». Ma la conclusione produce angoscia: «Se i liberali devono rispettare lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica», cioè elaborare «principi politici che siano essi stessi neutrali » senza dover tutelare alcun bene. Una legge ridotta a procedura, una vita da condurre come piace a ciascuno. Tra questi poli si compie il cammino che allontana l’uomo da una visione forte dei diritti, provoca la loro dissoluzione attraverso diverse tappe, alcune proposte con levità da intellettuali di varia estrazione.
Conviene richiamarne una che, con la fine della vita buona, prefigura la distruzione della famiglia e il trionfo di un edonismo prossimo al libertinismo d’altre epoche. È quella di Jacques Attali, per il quale la famiglia monogamica «è solo un’utile convenzione sociale». Secondo l’economista francese, andiamo «verso una concezione radicalmente nuova di relazione sentimentale e amorosa. Nulla ci impedisce di innamorarci di più di una persona contemporaneamente. Il fatto di avere più partner e vite multiformi renderà palese l’ipocrisia della società. Ciò non avverrà senza conflitti. Tutte le Chiese cercheranno di impedire una cosa del genere, soprattutto alle donne. Per un po’ resisteranno, ma alla fine trionferà la libertà individuale». Il pensiero di Attali è come il trait-d’union tra l’esaltazione teorica della libertà di fare ciò che si vuole e la sua traduzione pratica, che porterà al deserto dei valori etici e dei diritti umani. Colpisce il fatto, nella sua riflessione, che i figli scompaiano, come scompare la figura femminile, senza che si parli dei loro diritti, dei doveri nei loro confronti, della dimensione affettiva della persona. Venuto meno il carattere teleologico dell’agire umano, la deriva relativistica prosegue e ferisce l’intima natura relazionale dei rapporti tra persone.
Questo cammino teorico e pratico è oggetto del recente libro di Vittorio Possenti (Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino 2017) di cui Avvenire ha già fornito ampia anticipazione, e che ha, tra i suoi pregi, quello di introdurci dentro l’opera di dissolvimento della stagione dei diritti, iniziata per dare all’umanità un nuovo Decalogo, e che tende invece verso i predominio dei più forti, con l’asservimento dei più deboli. Possenti ripercorre l’itinerario che ha portato filosofia e diritto ad abbandonare i valori fondanti e approdare alla mutazione dei diritti in realtà contingenti, frutto di leggi posi- tive mutevoli, espressione della volontà individuale, chiusi in una gerarchia presieduta dall’io sovrano, l’arbitrio del singolo. Dentro ci sono tante cose che conosciamo ormai per esperienza diretta: i diritti si moltiplicano, i fondamentali non si distinguono più dai secondari, i doveri si dissolvono e si spezza il rapporto con l’umanesimo occidentale, da Aristotele a san Tommaso, da Montesquieu a Maritain, al diritto si sostituisce il desiderio, poi la «pretesa», fino a sfociare nella guerra tra diritti a tutto danno dei soggetti che ancora non sanno e non possono difendersi. Tre movimenti meritano un’attenzione speciale. L’abbandono del concetto di natura umana, confusa con la fisicità, porta alla «rinuncia aprioristica degli impegni ontologici», soprattutto del valore assoluto della persona che, secondo il pensiero di Jeanne Hersch, sente di avere diritto a qualcosa proprio e solo in quanto è persona, mentre per Giuseppe Capograssi «parlare di diritti dell’uomo significa che esistono diritti che appartengono all’essenza dell’uomo e che sono a lui connaturali, e quindi inalienabili».
Un altro passaggio sta nell’azzeramento del concetto di «dignità umana », che pure è a base delle prime Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. All’universalità della dignità umana si sostituisce un nuovo paradigma: l’autodeterminazione assoluta dell’uomo che segna, con le parole di Felice Balbo, «l’ora di Barabba» nella storia, «intimamente connessa con la superba deificazione dell’immanenza».
Oggi, l’immanenza deificata ha un altro nome, si chiama «la divina autonomia dell’uomo», tutti i diritti si riducono ad uno solo, «quello dell’autodeterminazione », che non conosce confini, perché la trascendenza è stracciata dai secolarismi, né esistono più doveri verso gli altri, anzi non esistono più gli altri: ognuno vuole realizzarsi appieno, come un «uomo aumentato» che innesta nel paniere dei diritti ogni desiderio, ambizione, pretesa. L’ultimo passaggio segna il movimento dalla teoria alla pratica, investe una serie amplissima di eventi e situazioni, nonché il complesso delle relazioni sociali. Si adattano con disinvoltura svolte storiche decisive all’odierno nichilismo, e si sostiene che il politeismo etico avrebbe oggi lo stesso fondamento del politeismo religioso introdotto dalla Riforma. Di qui, la conseguenza che ne trae Uberto Scarpelli, per il quale «nell’etica non c’è verità», anzi «l’etica è nei suoi principi arbitraria». Si converrà allora con H. Tristram Engelhardt, per il quale «non resta che derivare l’autorità (morale) dagli individui». Le conseguenze sono inevitabili.
Aveva ragione ad es. Danilo Zolo, secondo cui «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico (…) che manca di conferma sul piano teorico», e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcune intrusività missionaria». Ridotti a merce dell’Occidente, i diritti umani subiscono un’ulteriore relativizzazione interna ai nostri territori, che falcidia i valori più alti costruiti dall’umanesimo, il rispetto degli altri, la solidarietà, la difesa dei più deboli, a cominciare da chi nasce e non può difendersi dal dominio degli adulti e delle loro pretese. Si legittima così l’eterologa, senza mai chiedersi se per il donatore non viga più alcun principio di responsabilità, se il figlio non abbia il diritto di conoscere il genitore naturale, che invece rimane nascosto per il resto dei giorni. Si ammette la filiazione per due persone che abbiano lo stesso sesso, senza chiedersi se il figlio non abbia il diritto naturale di avere un padre e la madre per ragioni morali, fisiche, psicologiche, sociali, conosciute da tutti. Si accetta perfino il ricorso alla maternità surrogata per dare dei figli a chi non può averne, anche se dello stesso sesso, perché se nell’etica non c’è verità si può cancellare il cammino moderno di emancipazione della donna: si può sfruttare il suo corpo, farne commercio secondo convenienza, e strumento per soddisfare desideri altrui, nasconderla al figlio che partorisce e nascondere lei al figlio nato. La guerra dei diritti assume forme impensabili, proprie del multiculturalismo senza cuore, come quando un intellettuale dichiarò che per la difesa dei diritti delle donne (musulmane o d’altra religione) sui nostri territori noi non possiamo intervenire, dobbiamo lasciare che siano esse a organizzarsi per rivendicare le proprie esigenze. S’è provocata così la risposta, tagliente e insuperabile, di Luigi Ferrajoli per il quale «sarebbe un segno di eurocentrismo» negare i diritti umani «a quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico»; ad esempio, «le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese”».
La riflessione di Possenti s’inserisce, così, in un dibattito che sta investendo la cultura occidentale ed europea, ancora restia a riconoscere che la stagione dei diritti umani può volgere al termine, distrutta dai loro stessi beneficiari, nonostante sia inscritta nelle più belle Carte Internazionali prodotte dall’epoca delle prime rivoluzioni democratiche della modernità.
«Avvenire» del 18 luglio 2017

12 ottobre 2015

Ecco quello che (ci) manca nel dialogo con l'islam

Le basi di un necessario confronto fra culture sui diritti
di Giusto Sciacchitano *
I recenti fatti terroristici compiuti in Europa, in Africa, in Asia, sia contro musulmani che contro cristiani, hanno fatto emergere sempre di più l’esigenza che oltre a combattere il terrorismo oggi rappresentato dall’Is, occorre sviluppare un dialogo con l’islam, senza il quale la stessa lotta al terrorismo di matrice islamica risulta inefficace. La questione che, però, è altrettanto impellente riguarda il contenuto di questo dialogo: di cosa possiamo e dobbiamo parlare noi occidentali e l’islam, perché il dialogo possa essere veramente concreto e produttivo per entrambi?
Subito dopo i fatti di Parigi, tutte le Autorità nazionali e internazionali hanno sottolineato la necessità di assicurare maggiore sicurezza ai propri cittadini e finanziare maggiori investimenti per realizzare un più soddisfacente inserimento degli immigrati nei nostri Paesi; dopo Tunisi e dopo Il Cairo abbiamo, con convinzione, assicurato quei Paesi che saremo con loro nella lotta al terrorismo, con ciò stesso dichiarando di volere approfondire il dialogo per superare e vincere la spirale terroristica. Tutte queste dichiarazioni e i provvedimenti adottati sono assolutamente giusti e necessari, e tra questi indico anche le recenti norme italiane sul contrasto al terrorismo islamico con l’attribuzione alla Direzione nazionale antimafia della funzione di coordinamento nelle indagini in questa materia. Credo però che non siano sufficienti, anche se il tema che qui si intende trattare - la necessità del dialogo con l’islam - richiede tempi lunghi e preparazione culturale.
La scrittrice libanese Etel Adnan, citata dal 'Corriere della Sera' in un articolo di Roberta Scorranese del 18 gennaio 2015, ha ricordato a questo proposito che lo sguardo dell’Occidente è troppo impegnato nell’economia e nelle questioni militari per prendersi il tempo di capire davvero il retroterra storico e culturale del Vicino Oriente: è come se la cultura occidentale fosse arrivata a un tal punto di completezza da pensare che altri universi siano inutili. Forse è veramente così; e se è così, è una concezione errata. Credo poi che la concezione del mondo musulmano non sia molto diversa, e in questa visione simmetrica e opposta sta la difficoltà del dialogo. La completezza della cultura occidentale, cui la Adnan fa riferimento, è certamente quella che proviene dal mondo greco-romano e dal cristianesimo, dalla filosofia del secolo dei Lumi che ha operato la netta distinzione tra Trono e Altare, tra mondo civile e mondo religioso e ha prodotto nel tempo l’affermazione dei Diritti Umani quali valori universali. Noi, e in generale l’Occidente, in nome di questi Diritti, abbiamo ritenuto che la nostra cultura fosse in grado di assimilare facilmente altre culture: nei nostri Paesi è stata esperienza comune la convivenza con popolazioni di varie etnie, religioni, sistemi giuridici e sociali diversi: noi l’abbiamo chiamata multiculturalismo e abbiamo ritenuto che questa convivenza potesse facilmente essere pacifica.
Eppure è stato Benedetto XVI che dopo avere osservato che nel mondo si confrontano tradizioni culturali e antropologiche del tutto diverse da quelle che qualifichiamo come occidentali, ha rilevato che il fenomeno chiamato interculturalismo sembra, in vaste proporzioni, mettere in discussione la razionalità occidentale che si può riflettere nella stessa rivendicazione universalista della nostra cultura . (Cartabia Simoncini. 'La Legge di Re Salomone'. Discorsi di Benedetto XVI). Queste affermazioni meritano una riflessione maggiore di quella che finora vi è stata. I fatti di Londra e di Parigi, dove persone di seconda o terza generazione hanno compiuto gravissime stragi, ci dicono chiaramente che il modello di vita loro proposto era stato rigettato, naturalmente con metodi del tutto inaccettabili alla luce della nostra cultura. Le stragi in Siria e Iraq, ma anche in Nigeria e Tunisia, ci dicono che quei Diritti Umani che noi riteniamo universali, realisticamente tali non sono. Non lo sono, soprattutto, perché i princìpi occidentali non sono visti, da molta parte di quelle popolazioni, come frutto di una loro scelta razionale.
In occasione di una visita in Nigeria, organizzata dalle Nazioni Unite e diretta a illustrare i princìpi della Convenzione dell’Onu del 2000 contro la criminalità organizzata transnazionale, che comprende la lotta alla tratta degli esseri umani e al traffico di clandestini, ci sentimmo chiarire da un delegato di quel Paese che i princìpi della Convenzione non rispondevano alle loro tradizioni e potevano essere considerati come una nuova forma di colonialismo culturale. Criminalità organizzata, terrorismo, economia sono le tre sfide globali che si stanno presentando contemporaneamente e oggi si presentano a noi come inestricabilmente intrecciate. Il dialogo con l’islam, ampio e concreto, è pertanto essenziale per le due parti. Ma è nel modo di proporre un suo modello di vita che forse l’Occidente non sa più comprendere la base della cultura islamica, che è impregnata del sentimento religioso.
In un incontro organizzato a Siracusa nel novembre 2014 dall’Istituto superiore internazionale di Scienze criminali (Isisc), giuristi italiani e iraniani si sono confrontati sul tema dei Diritti Umani nel campo penale; questo incontro - il primo tra i due Paesi - è servito per conoscere i princìpi cardine su cui si fondano i due sistemi e gettare le basi per un più profondo dialogo; ha avuto pertanto una grande importanza sul piano politico, giuridico, culturale.
L’Iran è uno Stato teocratico che si fonda unicamente sulla legge coranica, la quale non distingue tra potere religioso e potere civile; il giudice per esercitare bene la sua funzione deve essere anche un teologo; il teologo indicherà al legislatore quali norme varare perché il cittadino rimanga nella retta via. Tutta la vita del cittadino negli Stati a prevalente cultura islamica è pertanto segnata dalla religiosità dei cittadini musulmani e ogni singola attività, dalla più rilevante socialmente alla più insignificante e quotidiana, è scandita dal Corano o dagli insegnamenti del Profeta. La politica della sharia, è stato più volte ribadito nell’incontro, è essenzialmente una politica volta a promuovere la 'riconciliazione' della società, che si basa sulla conoscenza e la consapevolezza e non sull’ignoranza, e tutti gli uomini sono invitati a conoscersi e preparare il terreno per la reciproca comprensione.
Questi valori sono stati certamente il motivo per cui quell’incontro fra
giuristi verteva sui Diritti Umani in materia penale, anche se il presidente dell’Isisc ha comunque osservato che alcune riflessioni contenute nelle relazioni degli iraniani sciiti, non sono tutte condivise nelle scuole sunnite, e se va comunque ricordato che l’Iran non ha ratificato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo perché ritenuta non del tutto compatibile con la sharia. Se la semplice affermazione dei princìpi dello Stato nella visione islamica fa risaltare la grande differenza che lo separa dalla Stato di diritto occidentale, tuttavia quell’incontro è stato importante per cominciare a comprendere cosa manca nell’approccio occidentale al mondo islamico. Il dialogo finora sviluppato ha evidentemente trattato materie importanti nelle relazioni tra Stati, ma non ha toccato la profondità della cultura islamica, impregnata di senso religioso. E forse non poteva che essere così.
Nel mondo occidentale (che i musulmani indicano genericamente come mondo cristiano) le autorità civili trattano le materie che sono proprie del mondo civile (quelle in fondo ricordate da Etel Adnan) e non quelle del mondo religioso; lasciano quindi ad altre Istituzioni (per esempio, la Chiesa) il dialogo su questi temi. In questo modo però il dialogo (dal punto di vista musulmano) non è mai completo, è sempre monco. La cultura e la politica occidentali dovrebbero essere consapevoli che se si limitano a guardare a sicurezza e aspetti economici, rispetto all’universo islamico rimarranno sempre questa separatezza e una diversa valenza dei valori.
Naturalmente un’apertura deve esserci anche da parte del mondo islamico, non essendo più sufficiente la sola condanna degli atti terroristici compiuti sia in danno dei cristiani che dei musulmani. Il dialogo, certamente non facile e contrassegnato da notevoli e storiche contrapposizioni, che spetta alla cultura occidentale laica e a quella musulmana più avveduta, dovrebbe quindi essere sviluppato attorno a temi che veramente interessino e includano il 'sentire' islamico e facciano emergere l’esigenza di archiviare la violenza stragista. È questo il 'contenuto' che oggi sembra mancare. La nostra cultura dovrebbe affrontare il dialogo con l’islam - anche in chiave antiterroristica sviluppando insieme il concetto per cui altri universi non sono inutili; il Sacro di qualunque Religione deve essere rispettato: il Corano come il Vangelo.
Nelle nostre librerie è facile trovare il Libro sacro dell’islam, non il contrario. Mi ha perciò molto colpito un grande passo compiuto in Iran dalla Università delle Religioni e delle Confessioni, che si trova nella città santa sciita di Qom, la quale nell’ambito di uno studio su altre religioni, ha completato recentemente un progetto ardito e molto significativo, ossia la traduzione in lingua farsi dell’intero Catechismo cattolico. Il progetto è stato realizzato in accordo con la Nunziatura di Teheran. È fortemente auspicabile che questi passi continuino e si giunga a norme legislative che realizzino, anche in questa materia, la più ampia applicazione dei Diritti Umani. I passi reciproci debbono convergere sulla necessità della convivenza dei popoli pur appartenenti a sistemi giuridici e sociali diversi e a religioni diverse, escludendo la percezione che i valori professati da ciascuna delle due parti possano sembrare imposti all’altra come nuova forma di colonialismo culturale.
* Procuratore nazionale Antimafia Aggiunto
«Avvenire» del 7 ottobre 2015

23 luglio 2014

Diritto naturale e ragione, non ideologia

Il dibattito, oggi viziato, sulle unioni gay
di Francesco D'Agostino
Il cattolico – così si dice da parte di molti – è colui che non accetta né il divorzio, né l’aborto. Questa formula viene ormai da molti integrata con un terzo 'no': il cattolico è colui che dice di 'no' anche al matrimonio omosessuale. È davvero così? Certo che è così. Però, aggiungerebbe un cattolico dotato di un minimo di consapevolezza, il mio 'no' al divorzio, all’aborto, al matrimonio omosessuale non ha carattere confessionale. Anche chi non creda in Dio, ma sia in grado di riflettere sul diritto naturale, cioè su quella legge che vale in ogni epoca e per ogni popolo, può col buon uso della sua ragione giungere a comprendere che il matrimonio è intrinsecamente indissolubile, che l’aborto è uccisione di un’autentica vita umana, che il matrimonio omosessuale è una contraddizione in termini, che deforma la finalità generativa delle nozze.
Infatti, nei grandi dibattiti che si sono avuti in Italia all’epoca dell’introduzione del divorzio e della legalizzazione dell’aborto i cattolici non hanno usato mai argomenti biblici, magisteriali, religiosi, dogmatici, confessionali: hanno sempre fatto riferimento alla comune e universale ragione umana e sono scesi in campo, contro i divorzisti e gli abortisti, accanto a non pochi 'laici' convinti come loro che in queste, così come in tutte le questioni etiche fondamentali, l’appello alla fede è superfluo. È un fatto, però, che la dura sconfitta nei due referendum su divorzio e aborto è stata interpretata come una sconfitta dei cattolici e che questa interpretazione si è ormai definitivamente cristallizzata (anche nella mente dei cattolici stessi). Non c’è quindi bisogno di essere profeti per prevedere che i dibattiti che diventeranno cocenti nei prossimi mesi sulla legalizzazione delle convivenze omosessuali, che si vorrebbe completamente parificate a quelle coniugali (vengano o no definite 'matrimonio') vedranno ancora una volta schierati (mediaticamente) i 'cattolici' contro i 'laici'. Nelle truppe cattoliche verranno arruolati alcuni pochi laici 'tradizionalisti' (!) e in quelle laiche verranno arruolati alcuni cattolici 'contestatori' (!). Ancora una volta emergerà la vecchia e stantia contrapposizione tra i laici illuminati e razionali e i cattolici bigotti e dogmatici. Ancora una volta toccheremo con mano lo stesso paradosso che si manifestò all’epoca dei dibattiti sul divorzio e sull’aborto. I cattolici non saranno ascoltati, pur sforzandosi di mostrare il fondamento razionale delle loro posizioni e riuscendoci anche brillantemente (chiedendo, senza timore, aiuto alla scienza e alle sue inoppugnabili dimostrazioni che fin dalla fecondazione di un ovocita ci troviamo davanti a un nuovo individuo umano). I laici, invece, già in passato ottennero un ascolto ben più ampio, pur ricorrendo a poco dignitosi trucchi lessicali (parlando di 'cessazione degli effetti civili del matrimonio', anziché di 'divorzio' o di 'interruzione volontaria della gravidanza' anziché di 'aborto') e facendo uso di argomentazioni fragilissime e mistificanti (come la costruzione, del tutto ideologica, del cosiddetto 'aborto terapeutico').
Il vero sconfitto, nei grandi dibattiti etici degli ultimi decenni non è stato il cattolicesimo, ma il diritto naturale. Il vero vincitore non è stato l’illuminismo razionalistico, ma l’ideologia. È ben probabile che avverrà la stessa cosa nei dibattiti sul matrimonio gay: la 'ragione' (storica, biologica, culturale) del matrimonio eterosessuale verrà marginalizzata o addirittura esclusa dal dibattito della società civile e al suo posto trionferà l’ideologia, che imporrà il matrimonio omosessuale facendo appello a non meglio precisati 'nuovi diritti civili' e alla tutela dell’'affettività'. Quanto più acquisteranno consapevolezza di tutto questo, tanto più i cattolici potranno partecipare – come su queste colonne si fa già da tempo – nel modo giusto a questo dibattito. E il modo giusto, scontando il rischio di nuove sconfitte, è uno soltanto: quello di non lanciare anatemi, ma amare il mondo, continuando a rivendicare un buon uso della comune ragione umana (cioè del diritto naturale o, se si preferisce, in termini cristiani dell’ordine della creazione). Al di là di questa rivendicazione non c’è alcuno spazio di comunicazione morale tra gli uomini, perché quando si abbandona il sentiero della ragione resta aperto solo il pericolosissimo sentiero dell’ideologia, che è mancanza di rispetto verso la verità e degrado nel fanatismo.
«Avvenire» del 5 luglio 2014

15 luglio 2014

Ma negli Usa il passato non si cancella

di Federico Rampini
Il problema della "memoria che non scompare", è al centro della recente sentenza della Corte di giustizia europea (13 maggio 2014). Una sentenza per molti versi storica. Accolta con reazioni contrastanti, da una parte e dall'altra dell'Atlantico. "Inattesa, potenzialmente rivoluzionaria", l'ha definita il Financial Times. "Sbagliata, pericolosa per la libertà d'informazione", secondo un editoriale del New York Times. Al centro della sentenza, come spiega il giurista di Harvard Jonathan Zittrain, "c'è una questione di grande importanza, cioè la capacità di Internet di preservare per sempre qualsiasi informazione su di te, anche la più sgradevole o fuorviante".
Cos'ha stabilito la Corte di giustizia? Che abbiamo un "diritto all'oblìo, a essere dimenticati", e che Google in particolare deve rispettarlo. La sentenza si applica a Google in particolare, perché nasce dal ricorso di un cittadino spagnolo che chiese la cancellazione di un link. Quel link, dal motore di ricerca Google portava ad una condanna di bancarotta da lui subìta molti anni fa. L'importanza del pronunciamento dei giudici costituzionali è erga omnes: si applica a tutti, sul territorio dell'Unione europea. La Corte ha stabilito che se un cittadino lo chiede, Google deve togliere dal suo motore di ricerca dei contenuti dannosi o lesivi della sua reputazione. Potenzialmente una sentenza di questo genere andrà applicata anche dai social media come Facebook e Twitter.
Per l'industria tecnologica è inaccettabile e le reazioni sono stata durissime. "Si apre la porta a una censura privata su vasta scala", ha dichiarato un rappresentante a Bruxelles dell'associazione di imprese digitali. "Questa è una forma di censura, come tale sarebbe considerata incostituzionale qui negli Stati Uniti", secondo Zittrain. La distanza tra Europa e Stati Uniti, in termini di cultura giuridica, diventa sempre più ampia dopo questa sentenza. Non c'è dubbio che il principio europeo si presta ad abusi nella sua applicazione. Uno scrittore potrebbe chiedere la cancellazione dei link che rinviano alle recensioni negative sui suoi libri, per esempio. Un affarista più volte condannato per bancarotta fraudolenta potrebbe costringere Google a far sparire i link che portano al suo casellario giudiziale, in modo che i futuri clienti caschino nella trappola ignari del suo passato. Tanti politici potrebbero esigere che spariscano i link con notizie su processi per corruzione, anche se nel caso di "personalità pubbliche" Google avrebbe la possibilità di fare ricorso e l'ultima parola spetterebbe ai tribunali nazionali (il diritto di cronaca sui politici e altre celebrità è tutelato in modi diversi a seconda dei paesi, anche all'interno dell'Unione europea).
In America nulla di tutto ciò è possibile. Il Primo Emendamento della Costituzione protegge la libertà di espressione in un'accezione così estesa che non ha probabilmente eguali al mondo. E tuttavia anche gli americani si pongono il problema delle conseguenze sulla privacy, nell'era della Rete. In base alla normativa Usa risulta difficile, se non impossibile, cancellare perfino dei video che riprendono rapporti sessuali filmati clandestinamente da un partner o ex-partner. Interi siti creati da molestatori digitali (cyber-stalker) con evidenti scopi di persecuzione, sono protetti come altrettante manifestazioni della libertà di pensiero.
Giovani donne che sono state vittime di uno stupro, lo hanno denunciato, e hanno ottenuto giustizia, non possono togliere dalla Rete le tracce della notizia, e quella violenza continua a perseguitarle come un evento di dominio pubblico. I motori di ricerca su Internet, osserva un editoriale del Washington Post, "rendendo ogni tipo d'informazione accessibile dai siti dei giornali o da qualsiasi altra fonte, sono diventati una sorta di coscienza collettiva dell'umanità". Una coscienza che non perdona mai, e può trasformarsi in un incubo. La psicologa Kelly Caine della Clemson University osserva che "questo è un cambiamento epocale, non avevamo mai avuto nulla di simile. Non sappiamo quali ne saranno i costi, il rischio è di non potersi mai liberare del proprio passato, di non poter ricominciare da capo, e scrivere una pagina nuova della propria vita".
Un'obiezione sensata alla sentenza europea è questa: la Corte non ha veramente sancito la cancellazione del nostro passato, ha solo reso più difficile ritrovarlo. Le informazioni su di noi continueranno a esistere, quello che sparisce è il link che dal motore di ricerca Google (o Bing-Microsoft o Yahoo) facilita l'accesso a quelle informazioni. In questo senso, più che proteggere la privacy o il diritto all'oblìo del proprio passato, si rende più costosa la ricerca. Prima di comprare un appartamento o un'auto usata da un privato, anziché cliccare il nome del venditore su Google mi toccherà rivolgermi a un'agenzia specializzata nelle indagini, che mi presenterà una fattura salata. Si tornerebbe all'era pre-Internet, quando ovviamente esistevano gli investigatori privati per scavare nel passato o nel presente di chiunque? Un'altra obiezione è di tipo pragmatico: poiché la Corte di giustizia può regolare solo ciò che accade nell'Unione europea, i cittadini europei che vorranno continuare ad avere un accesso illimitato alle informazioni personali, troveranno il sistema per collegarsi all'Internet "americano". Un po' come accade già oggi per quei cinesi che vogliono aggirare la censura online del proprio governo, e trovano un sistema per collegarsi con la Rete così com'è accessibile da Hong Kong (lì la censura di Pechino non si applica).
Ma quest'ultima prospettiva già ci dice quanto i tempi stiano cambiando velocemente. Da una Rete globale e universale, prevalentemente concepita dagli americani in base al proprio sistema di valori, ci stiamo evolvendo verso una balcanizzazione di Internet. Da una Rete senza frontiere, ad una con posti di blocco, controlli doganali, filtri di accesso.
«la Repubblica» del 7 luglio 2014

Quanto costa la libertà malata

Il tragico inganno del divorzio breve
di Leonardo Becchetti
Proprio come in finanza la riduzione dei costi e l’aumento della velocità delle transazioni rischiano di produrre bolle speculative e crisi finanziarie, così nella vita sociale il 'divorzio breve' riducendo i costi di transazione della rottura delle relazioni sociali promette vie più brevi per essere infelici. Per costruire un’opera d’arte con materiale fragile ci vuole tempo, intelligenza e abilità. Per mandarla in frantumi basta un secondo. E provare a rimettere assieme i cocci dopo che il danno è stato fatto è difficilissimo.
Le scienze sociali e la teoria economica più recente ci insegnano che i 'beni relazionali' sono ciò che contribuisce di più alla felicità e alla fioritura di vita delle persone. E, soprattutto, che il loro fallimento produce infelicità e danni economici rilevanti. Proprio come nell’esempio dell’opera d’arte, i beni relazionali sono fragili e richiedono una particolare sapienza per poter essere edificati. Le relazioni non sono come un gelato dove disponibilità economica e volontà individuale sono condizioni sufficienti per poterne godere. Il terzo e il quarto ingrediente fondamentale di cui c’è bisogno per la creazione delle relazioni sono la volontà del partner con cui il bene relazionale si vuole costruire e l’investimento di tempo e fatica di entrambi.
Guardando la foto del mio matrimonio e le facce sorridenti di quel giorno ho pensato, qualche giorno fa, che nessuno avrebbe potuto dire allora se quell’avventura sarebbe stata un successo o un fallimento. Nelle relazioni umane non esiste nessun destino e il loro fallimento non può mai essere colpa di terzi. La storia di ogni relazione è una pagina bianca su cui scrivono i protagonisti. Il risultato finale è incerto perché la buona volontà di soltanto uno dei due non basta, ma è necessario un investimento congiunto. Io sono stato felice e fortunato sino ad oggi perché il mio 'investimento' è stato corrisposto, ma proprio per questo non posso vantarmi di nulla né mancare di delicatezza e comprensione per chi ha puntato su una relazione che, per limiti personali o del partner, non ha avuto lo stesso esito.
Lasciando da parte la dimensione religiosa e guardando soltanto a quella umana, ho letto più di un centinaio di pubblicazioni relative a lavori empirici che analizzano le determinanti della soddisfazione di vita nei più vari periodi temporali e in ogni angolo nel mondo su campioni di migliaia di persone. Non ne ho trovato uno, uno solo, dove il fallimento della relazione affettiva (lo status di divorziato o separato) non producesse un impatto negativo e significativo sulla soddisfazione di vita del soggetto al netto dell’impatto di tutte le altre variabili di solito considerate in questi studi (condizione occupazionale, età, sesso, livello di istruzione, reddito, salute, ecc.) indipendentemente da convinzioni o credi religiosi. Una delle cause maggiori dei fallimenti delle relazioni è, a mio avviso, la confusione che la nostra cultura fa tra esse e i beni di consumo privati. Le relazioni sentimentali, per quanto idealizzate e invocate, sono ormai assimilate alla compravendita di automobili dove è prassi rottamare il vecchio modello per il nuovo.
Peccato che gli studi sulla felicità ci dimostrino ad ogni latitudine che gli effetti sulla soddisfazione di vita di tale rottamazione non paiono essere egualmente incruenti.
È arrivato il tempo di capire che la straordinaria 'conquista di civiltà' della nostra libertà di fare qualunque cosa ci passa per la testa rapidamente, senza costi e facendo finta che essa non abbia alcun effetto su terze persone, va riconciliata con la sapienza del costruire relazioni, sapienza che purtroppo abbiamo smarrito. La schizofrenia di una sensibilità ecologica spiccata per ogni specie animale e vegetale che si accompagna a una crescente sciatteria nell’ecologia delle relazioni umane, è una delle caratteristiche più comiche e allo stesso tempo tragiche dei nostri tempi.
Più che una riduzione dei tempi e dei costi di transazione nel fallimento delle relazioni che rischia di alimentare una nuova bolla speculativa di infelicità sentimentale, vorrei vedere una cultura e una politica che investono e creano le condizioni per una rinnovata sapienza e civiltà delle relazioni.
«Avvenire» del 15 luglio 2014

30 giugno 2014

Gli abusivi della cattedra

Scuola e tribunali amministrativi
di Giovanni Belardell
Sono ancora i professori ad avere la responsabilità pedagogica dell’insegnamento nelle nostre scuole? È in fondo questa la domanda che nasce dalla lettura di una recente sentenza del Tar del Lazio, che ha annullato la bocciatura di uno studente di un liceo classico romano il quale aveva riportato alcune pesanti insufficienze: 3 in matematica, 4 in fisica, 3 in storia dell’arte. Al di là delle motivazioni più tecnico-giuridiche della sentenza, spicca il rimprovero del Tar agli insegnanti per non avere adeguatamente valutato la preparazione complessiva dello studente, all’interno della quale - secondo i giudici amministrativi - un 3 in matematica e un 4 in fisica sarebbero meno gravi trattandosi di un liceo classico. Anche a prescindere dall’opinione che si può avere su un’argomentazione del genere (personalmente, la reputo una sciocchezza), a lasciare di stucco è il fatto che in questo modo il Tar salga, letteralmente, in cattedra. Finisce infatti per sostituirsi agli insegnanti in quell’attività chiave della loro funzione pedagogica che consiste nella valutazione di uno studente: una valutazione che può fare a ragion veduta (o almeno così credevamo) solo chi lo abbia avuto in classe per un anno scolastico.
Una sentenza del genere va inserita in quella tendenza generale - comune a tutti gli Stati democratici contemporanei, ma in Italia più accentuata che altrove - che vede la magistratura amministrativa (e non solo) intervenire in un numero sempre maggiore di ambiti della vita sociale, dagli scrutini scolastici alle cure mediche. È il fenomeno che il politologo Alessandro Pizzorno ha definito come «resa dell’autorità sociale alla legge» (Il potere dei giudici , Laterza): in sostanza, le figure che un tempo fissavano regole e le facevano rispettare (dall’insegnante al medico, dal capofamiglia al dirigente d’azienda) si rivelano non più in grado di svolgere questa funzione. Da parte sua, chi un tempo accettava le decisioni di un’autorità sociale oggi - se non è d’accordo - ricorre sempre più frequentemente alla magistratura.
Dunque, dietro la sentenza del Tar che ha annullato una bocciatura, come dietro altre pronunce consimili, c’è il fenomeno, da tempo sotto gli occhi di tutti, della perdita di autorità e di credito sociale degli insegnanti. Oggi, di fronte alla bocciatura di un figlio, a molti rischia di apparire normale andare direttamente dall’avvocato (per non parlare dei casi limite di chi, come la coppia di genitori di Cosenza di cui ha parlato giorni fa il Corriere , ha letteralmente aggredito la vicepreside).
Quella perdita di autorità e di credito non è certo un fenomeno solo italiano; ma da noi appare tanto più forte per il fatto stesso che - nonostante i continui, vacuamente retorici, riferimenti al merito - una parte del Paese pensa ormai che valutare il merito di qualcuno (non soltanto attraverso il voto, certo, ma a volte anche con un voto) voglia dire discriminarlo, escluderlo, porlo ai margini della società. È la nostra cultura che, in preda a una deriva pseudobuonista (pseudo, perché la possibilità della scuola di contrastare le differenze legate alla diversa provenienza socioculturale si lega anche alla sua capacità di valutare il merito di ciascuno), dietro ai voti e alle insufficienze non sa vedere altro che un atto illegittimo.
Contro cui chiedere dunque l’intervento di qualche tribunale amministrativo disposto a sostituirsi agli insegnanti.
«Il Corriere della Sera» del 30 giugno 2014

01 giugno 2014

Diritto all'oblio, il rischio di un effetto boomerang per il web

La scelta di Google di acconsentire alla possibilità di essere "dimenticati" dal suo motore, apre a scenari del tutto nuovi. Anche potenzialmente pericolosi per il diritto all'informazione. Due esperti ci spiegano perché
di Alessandro Longo
Oggi parte a tutti gli effetti la stagione del diritto all'oblio sul web, con la comparsa del modulo con cui Google permette di esser cancellati dal proprio motore di ricerca. Adesso prepariamoci a viverne le conseguenze, che saranno straordinarie e potenzialmente molto pericolose per il diritto all'informazione, secondo vari esperti. Ma anche gli stessi diritti dei cittadini potrebbero essere deformati da questa nuova possibilità offerta dal motore. Che le conseguenze saranno grandi lo dimostra anche il fatto che Google ha già ricevuto circa mille richieste di cancellazione da parte di cittadini europei. Il tutto, a pochi giorni dalla sentenza della Corte di Giustizia europea a cui ora si adegua con questo modulo.
"Ci stanno arrivando tantissime richieste", conferma l'avvocato esperto di diritti internet Fulvio Sarzana. I cittadini ora possono usare il modulo per chiedere la cancellazione direttamente a Google, infatti, ma alcuni preferiscono ancora passare da un avvocato, come è stato fatto finora, per il diritto all'oblio. È poi l'avvocato a inoltrare la richiesta a Google (adesso, utilizzando il modulo). Un esempio: "una psicologa è perseguitata da un suo ex paziente che ha fatto un blog appositamente per screditarla con notizie attinenti la propria vita sessuale e le frequentazioni da lei avute nel passato. Poiché però il blog è ospitato presso server in Svezia il titolare della piattaforma ha sempre risposto che non poteva fare nulla non trovandosi i server in Italia. Oggi con la nuova sentenza dovrebbe essere possibile risolvere il problema, facendo sparire quella pagina da Google", dice Sarzana.
In Europa, si segnalano casi come quello dell'irlandese Eoin McKeogh che da anni combatte per essere dimenticato da Google, Facebook e Yahoo!. Un utente internet, restato anonimo, l'avrebbe erroneamente accusato di non aver pagato la corsa di un taxi (si tratterebbe in realtà di uno scambio di persona). In Francia, una madre sta cercando da tempo di cancellare foto discinte di sua figlia teenager. In Romania, una donna vuole fare sparire informazioni che riguardano il suo divorzio. Nel Regno Unito, un ex politico vuole eliminare i link a un libro che considera diffamatorio. Un attore vuole far sparire le notizie su una presunta relazione avuta con una minorenne. Un medico cerca di cancellare commenti negativi sul suo operato.
Come si vede, ci sono questioni personali ma anche di interesse pubblico, tutte nello stesso calderone del diritto all'oblio. Una questione complessa, dove non è facile commisurare i diritti della privacy con quelli del pubblico interesse. Ma adesso che Google passerà all'azione, con quel modulo, ogni nodo verrà al pettine e tutta la sua complessità verrà ridotta a una decisione binaria: il link sarà cancellato o conservato, sul motore di ricerca. Decide Big G.
Le conseguenze sono enormi, secondo gli esperti. "Da una parte, è bello che per la prima volta Google dimostri di ascoltare quanto chiede l'Europa, invece di limitarsi a ribadire di non essere soggetta alle nostre istituzioni in quanto soggetto americano", dice Guido Scorza, avvocato esperto di questi temi. "Dall'altra, questa vittoria per l'Europa rischia di diventare una sconfitta. Una società privata farà da arbitro nel decidere quando prevale la privacy e quando il diritto all'informazione, su cose che riguardano tutti noi. Un aspetto su cui solo i Garanti privacy o i giudici dovrebbero decidere". Per esempio, per Google non sarà facile decidere quando un personaggio è pubblico o sono di interesse pubblico le informazioni che lo riguardano e quindi non hanno diritto all'oblio. Il rischio di decisioni affrettate è comunque presente, viste le migliaia di richieste che verranno gestite. Non solo, ci sono anche effetti collaterali poco chiari: "se la pagina rimossa da Google contiene dati di terzi, anche questi saranno condannati all'oblio", dice Scorza.
Secondo Scorza e Sarzana, uno dei rischi più gravi lo corre il diritto all'informazione, giornalistica e non solo. Alcuni, anche in Italia, già vogliono usare lo strumento di Google contro articoli di giornale, come scorciatoia low cost rispetto all'azione giudiziaria. Google potrebbe insomma di fatto rendere invisibile su internet un articolo prima che un giudice possa esprimersi sul suo essere (o no) diffamante. Il motore si sostituirebbe insomma alla magistratura, calpestando diritti costituzionali.
"Teniamo conto di un paradosso: adesso c'è il diritto all'oblio, ma non alla reindicizzazione del contenuto. Anche una grossa testata, insomma, non ha diritto di chiedere a Google di rendere di nuovo visibile un articolo", dice Scorza. Concorda Sarzana: "Il modulo di Google ha un grosso problema: non prevede un contraddittorio con il sito oggetto della richiesta. Si rischia così di diventare invisibili su internet senza poter dire la propria".
Immaginiamo anche scenari più particolari. Un normale cittadino chiede il diritto all'oblio per un fatto che può ledere la sua reputazione, ma di scarso interesse pubblico: ha scritto frasi misogine o razziste, per esempio. Quindi Google acconsente. Passa qualche anno e il cittadino si candida alle elezioni. Gli utenti non potranno più sapere, comunque, quelle informazioni su di lui.
Ci possono essere inoltre conseguenze paradossali: "Google dice che si occuperà solo di siti della comunità europea. Allora potrebbe nascere un sito a S. Marino che dirà tutto quello che altrove non è ricercabile", ipotizza Sarzana. vInfine, il diritto all'oblio potrebbe essere un boomerang contro la stessa persona che l'ha richiesta. "Tra i risultati della ricerca, comparirà una scritta d'avviso che alcuni di quelli sono stati rimossi in nome al diritto d'oblio. Un po' come fa già ora Google per i siti che violano il copyright", dice Sarzana. Immaginiamo un datore di lavoro che faccia una ricerca su un candidato e veda apparire questo avviso. Potrà immaginare cose anche più gravi di quelle effettivamente eliminate: a volte il dubbio genera sospetti più gravi della trasparenza.
Insomma, adesso Google - spinto dalla sentenza della Corte di Giustizia UE - sarà chiamato a tagliare con l'accetta una questione molto complicata. Con effetti che vedremo presto, ma che potrebbero essere devastanti per il web, per i singoli e per i diritti collettivi.
«la Repubblica» del 30 maggio 2014

Floridi: "Serve un colpo di genio per tenere insieme diritto all'oblio e diritto all'informazione"

Parla il professore dell'Oxford Internet Institute, l'unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull'informatica
di Fabio Tonacci
"Serve un colpo di genio, come quello di Dick Fosbury che alle olimpiadi del 1968 si inventò una nuova tecnica per superare l’asticella, il famoso “salto dorsale”…ecco c’è bisogno di un’innovazione del genere per tenere insieme il diritto all’oblio e il diritto all’informazione". Basta questa metafora, coniata dal filosofo Luciano Floridi, professore all’Oxford Internet Institute, l’unico italiano arruolato da Google nella commissione di super esperti di privacy e leggi sull’informatica, per intuire in quale ginepraio si è infilato il colosso di Mountain View con il modulo per la richiesta di rimozione di contenuti "non adeguati", "obsoleti", "irrilevanti" per l’interesse pubblico.
Professore, quando le è stato proposto di entrare nella commissione di Google?
"Se ne parlava da qualche settimana, l’invito ufficiale è arrivato quattro giorni fa".
Sapete già nel dettaglio quale sarà il compito del comitato, in cui ci sono anche il presidente di Google Eric Schmidt e il fondatore di Wikipedia, Jimmi Wales?
"Dovremo capire quali problemi si creeranno con le nuove procedure per togliere link dalla lista dei risultati, individuare strategie di risoluzione e soprattutto prevedere quali conseguenze avranno le soluzioni adottate".
Quanto tempo avete a disposizione?
"Non molto, entro qualche mese dovremo presentare un dossier finale. In questo lasso di tempo ci incontreremo diverse volte, in Europa".
Il problema più evidente è come sia possibile conciliare le migliaia di richieste all’ “oblio” di alcuni utenti con il diritto all’informazione di tutti.
"Il punto è chiaramente quello. Qui non parliamo di contrasto tra interessi privati, ma di un confronto tra diritti egualmente importanti. Il diritto all’informazione è anche diritto alla trasparenza, del resto. Voglio dire, le notizie sul web devono essere accessibili, un archivio chiuso è come se non esistesse. Dall’altra parte in Rete finiscono anche contenuti riferiti che possono portare, ad esempio, a discriminazioni in campo lavorativo".
Chi valuterà concretamente le pratiche? In un giorno ne sono arrivate 12mila da tutta Europa.
"Non certo il nostro comitato!".
Chi allora? Sarà un algoritmo oppure un dipendente di Google in carne ed ossa?
"No comment".
Non c’è il rischio che un politico, ad esempio, sfrutti questa possibilità per ripulirsi la reputazione? Sottraendo agli elettori delle informazioni di interesse pubblico?
"Parlando da privato cittadino, credo che questo rischio ci sia".
Come si fa a decidere se una notizia che riguarda una persona è anche di interesse pubblico? Il concetto appare molto relativo…
"In effetti è così, quello che è irrilevante per me può non esserlo per un altro soggetto. Non è una questione che si risolve politicamente, con criteri decisi a priori. Bisogna mettere dei paletti, questo è sicuro. Come ho detto, servirà un colpo di genio per riuscire a tutelare tutti i diritti in gioco".
«la Repubblica» del 31 maggio 2014

15 febbraio 2014

La famiglia manipolata: preistoria non futuro

Una sentenza nello Utah
di Carlo Cardia
Prosegue qua a là, in Occidente, una destrutturazione del matrimonio che segue linee spezzate ispirate a una irragionevolezza evidente. Una delle ultime novità è venuta dallo Stato americano dello Utah, a maggioranza mormone, in cui la Corte distrettuale ha legittimato nel dicembre 2013 la poligamia di fatto, rinviando la possibilità di un suo pieno riconoscimento giuridico.
Secondo la dottrina del fondatore Joseph Smith, i mormoni nel primo Ottocento ammettono la poligamia (perché esisteva in epoca biblica, ed era stata confermata dalle rivelazioni di Smith); e cominciano a praticarla nel territorio dello Utah prima della sua costituzione in Stato nell’ambito degli Usa. Tra il 1880 e il 1890 il governo federale impone di abolire la poligamia, e il profeta Wilford Woodruff anche in seguito a una nuova visione la proibisce nel 1890. Da quel momento la comunità mormone adotta una linea severa contro il matrimonio plurimo, anche per l’impopolarità che suscita nella popolazione; però una poligamia strisciante (cioè una malcelata coabitazione) si mantiene in gruppi di mormoni integristi. Se questi sono i precedenti, la novità del 15 dicembre è determinata da tutt’altre circostanze, dal momento che in un processo per poligamia a carico di una star televisiva la difesa ha ottenuto di veder discussa la questione di merito adducendo particolari considerazioni: il principio di libertà religiosa ha consentito nel tempo di superare alcuni divieti penali, inoltre l’istituto del matrimonio è profondamente mutato in alcuni ordinamenti occidentali, al punto che oggi ne fruiscono anche i gay.
Non si vede, si è concluso, perché esso non possa estendersi, anche per motivi religiosi, a chi intende praticare la poligamia, presente nell’antica tradizione ebraica, e applicata nel mondo islamico dalla sua fondazione sino ad oggi. La Corte ha sostanzialmente recepito le osservazioni della difesa, rilevando che è pur sempre la legge dello Stato a definire sostanza e caratteri del matrimonio, ed essa oggi lo prevede monogamico. Però, la sanzione penale è divenuta obsoleta a causa dei cambiamenti dell’istituto del matrimonio, divenuto nel frattempo più flessibile e permeabile, rispetto al passato, e per differenze di religione che ricevono crescente tutela. Di conseguenza, superato il profilo penalistico, la poligamia può essere praticata di fatto: la legge, se lo riterrà, potrà un giorno ammetterla e disciplinarne condizioni e conseguenze.
Forse è questa la ragione per la quale, con poche eccezioni, la vicenda dello Utah non è stata commentata in Italia e in Europa come meritava, almeno per la sua potenzialità espansiva: essa tocca un nervo scoperto per ordinamenti che tendono a manipolare in diversi modi il matrimonio e la famiglia, fino a prevedere l’adozione di minori per coppie gay, e si trovano chiamati in causa per una possibilità che farebbe tornare indietro le lancette della storia in ordine al principio di eguaglianza tra uomo e donna. Bisognerebbe riconoscere che la lenta dissoluzione che sta investendo il matrimonio nella cultura (anche giuridica) occidentale determina una mutazione genetica della famiglia naturale: se si segue il filo rosso che unisce la procreazione fuori dell’alveo naturale al cosiddetto "divorzio breve", al matrimonio gay, alla adozione per chiunque, si scorge che tutto ciò finisce per rendere il matrimonio una sorta di porta girevole dalla quale entra ed esce chi vuole, quando e come vuole.
È venuta meno ogni coerenza antropologica con i diritti dell’uomo, della donna, soprattutto dei figli che subiscono la confusione affettiva ed educativa che deriva dai vari modelli, a cominciare da quelli che prescindono dalla complementarietà maschile e femminile.
Stiamo assistendo a un corto circuito, una sorta d’impazzimento del sistema, che porta alla metamorfosi del matrimonio e della famiglia rispetto alle qualità naturali della persona. In aggiunta, mentre i diritti umani hanno guidato e favorito l’evoluzione e la crescita dei diversi soggetti, oggi ci troviamo di fronte a una specie di torre di Babele nella quale ogni manipolazione normativa provoca la violazione dei diritti delle diverse parti: dei minori nella procreazione extranaturale e nell’adozione gay, della donna nella prefigurazione poligamica, della famiglia nel caso del divorzio breve. Si rischia di tornare alla preistoria dei rapporti interpersonali, quando si lasciava campo libero a ogni scelta senza cercare di favorire la crescita umana e solidale delle aggregazioni elementari della società. Registriamo, insomma, un formidabile regresso sulla linea dell’evoluzione della tutela della persona, e il caso dell’Utah dovrebbe suggerire una seria riflessione sui rischi di manipolazione e stravolgimento di meccanismi strutturanti per la società e la vita collettiva.
«Avvenire» del 13 febbraio 2014

03 dicembre 2013

Ma senza i cattivi non c’è storia

Autopsia di una categoria. Il negativo ha radici culturali e lo codifichiamo per assolverci: il mezzo per sconfiggerlo è il linguaggio
di Donato Carrisi
È il «Giuda necessario» a creare la parola mentre il bene non è dimostrabile
Mancano tre minuti alla mezzanotte del 25 maggio 1984. Al detenuto Peter LaFontaine viene concessa la possibilità di rendere un’ultima dichiarazione prima che sia eseguita la sua condanna a morte per mezzo di iniezione letale. Davanti ai parenti delle vittime e al procuratore che ha ottenuto per lui la pena capitale, l’uomo pronuncia un’unica frase: «Non so chi credete di uccidere, ma non sono io».
Nel 1980, LaFontaine ha massacrato con ferocia inaudita due anziani coniugi nel corso di una rapina nella loro abitazione. Le prove contro di lui sono schiaccianti e la sua fedina è un crescendo di precedenti per violenza. Durante il processo, LaFontaine arriva a minacciare giudice, giuria e perfino il suo avvocato. Il tribunale impiega meno di una settimana per emettere una sentenza di condanna a morte, un record.
LaFontaine viene tradotto nel braccio della morte. E qui gli viene diagnosticato un tumore celebrale. Negli Usa il condannato alla pena capitale deve giungere al patibolo nelle condizioni di salute ottimali, poiché la legge richiede la consapevolezza del valore della punizione che sta per subire, in ossequio a una sorta di estremo — e paradossale — scopo educativo.
LaFontaine viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico che gli salva la vita, ma la rimozione della massa tumorale produce un’amnesia. L’uomo non ricorda più nulla del passato, a cominciare dal crimine brutale per cui è stato condannato. Anzi, sostiene di non essere in grado di commettere simili atrocità. Oltre alla memoria, sembra sparita anche la sua indole violenta. Adesso è un uomo mite, dedito alla preghiera e alla lettura della Bibbia. Potrebbe sembrare una recita magistralmente architettata, ma neurologi e psichiatri si convincono che sia tutto reale e anche la macchina della verità gli dà ragione, per ben due volte. Peter LaFontaine sostiene, perciò, di essere innocente per un crimine commesso da un altro sé in passato. Il suo caso genera una domanda. Dove risiede la colpa? Nel corpo che ha compiuto le atrocità o nella coscienza delle stesse? Ed è possibile che l’operazione al cervello abbia rimosso, insieme al tumore e alla memoria, la parte malvagia dell’individuo?
Oggi le neuroscienze cercano di individuare «l’area del male» all’interno del cervello. Ammettono, cioè, l’esistenza di una sorta di predisposizione fisiologica e genetica ai comportamenti più aberranti. Perciò, forse un giorno basterà una mappa del Dna per stabilire se un individuo è buono o cattivo. O magari porteremo i nostri figli da un chirurgo per far rimuovere la parte cattiva del cervello come oggi li portiamo dal dentista per l’estrazione di un dente cariato.
Eppure la Natura sembrerebbe smentire l’origine biologica del male. L’immagine di una leonessa che aggredisce dei cuccioli di zebra ci induce a provare pietà per il più debole. Ma se con quella stessa carne la leonessa nutre i propri cuccioli, allora la valutazione muta radicalmente. Nel mondo animale il giudizio morale è sospeso, perché non esistono leoni vegetariani. E nel mondo umano? Secondo alcuni antropologi, l’unica distinzione possibile fra bene e male deriva dal fatto che solo quest’ultimo può essere dimostrato empiricamente, perché lascia riscontri evidenti dietro di sé — la scena di un crimine, per esempio. Il bene, invece, non si può provare. Infatti, come si fa a dimostrare che l’elemosina concessa al mendicante non è solo un modo per appagare il nostro bisogno di sentirci migliori degli altri, anche solo agli occhi di noi stessi? E che il sentimento che ci spinge è autentica filantropia e non superbia?
La contraddizione è più evidente nel momento in cui l’uomo si racconta. Perciò è alla letteratura che spetta l’ultima parola. E dal punto di vista letterario, il male è assolutamente indispensabile. Ogni scrittore conosce la lezione: il bene trionfa, ma è il cattivo che fa la storia. Il «Giuda necessario», che genera il conflitto e quindi l’urgenza della parola, del racconto.
Allora che sia il bene l’artificio, l’invenzione letteraria?
Dovremmo risalire al momento esatto dell’evoluzione umana in cui è stato stabilito per la prima volta che una cosa era giusta o sbagliata. Sappiamo che la preistoria cessa nel momento in cui nasce la scrittura, ma l’invenzione è strettamente legata all’esistenza di qualcosa da documentare. La funzione del male in questo processo è basilare.
Senza il male, l’umanità non avrebbe una Storia. Oppure questa si limiterebbe ancora a un piatto resoconto della realtà che ci circonda e non avremmo superato nell’evoluzione l’ominide che ritraeva la sua quotidianità sulle pareti di una caverna.
Il che equivarrebbe a dire che ci siamo evoluti grazie al male?
Man mano che avanza il nostro progresso, stabiliamo nuovi canoni per ripartire le cose giuste da quelle sbagliate. Tutto questo si riflette, inevitabilmente, nella letteratura di un’epoca. Rimanendo in America, un romanzo come A sangue freddo di Capote, per esempio, non sarebbe stato possibile prima del 1966. Nonostante le polemiche che suscitò quello sguardo opportunistico e voyeuristico sul male, che trasforma la cronaca in verità e non viceversa, in fondo è il prodotto di una società nata dal filmato dell’omicidio in diretta di Jfk. Le immagini di una testa che esplode colpita da un proiettile non vengono censurate, ma sono mandate e rimandate in onda in ossequio a un principio assoluto di libertà. Oggi l’America ha il suo primo presidente di colore, eppure evita di diffondere le foto del cadavere di Bin Laden per non turbare le coscienze. Perché, come muta la sensibilità riguardo al male, cambia anche il lessico. Alcune barriere semantiche vengono abbattute, altre erette.
L’attenzione che oggi in Italia rivolgiamo, per esempio, al femminicidio lo fa apparire come un crimine moderno. Abbiamo già dimenticato quando gli attribuivamo la definizione, quasi romantica, di «delitto passionale». Ma, senza accorgercene, stiamo ripetendo lo stesso errore. La parola femminicidio scalfisce appena la superficie del problema. Sembra più il frutto di una scelta ideologica. È più adatta a definire una statistica piuttosto che un comportamento spregevole e vigliacco. Toglie identità alle vittime che diventano «femmine uccise», appunto. Una categoria, una specie. Ma, soprattutto, è una parola che lascia impunito il colpevole. Avete notato che si discute di femminicidio, ma non si parla mai del «femminicida»? Quando invece, come deterrente, servirebbe una definizione marchiante, come pedofilo.
Escludendo i casi in cui ha un’origine patologica, il male ha radici culturali. L’unica arma per combatterlo è la parola. Perfino il togliere la vita a un altro essere umano, che è considerato universalmente il peggiore degli atti possibili, riceve una diversa considerazione se lo definiamo «eutanasia». Invece siamo ottenebrati dall’ansia di codificare il male o di attribuirgli un’origine biologica. Per assolverci.
Ma il male è solo un elemento della nostra natura sociale. Per smentire le neuroscienze, ma anche coloro che si illudono di imbrigliarlo nella morale, basterebbe una semplice riflessione. Se rimanesse un solo uomo sulla faccia della terra, potrebbe ancora provare rabbia, odio, rancore. Ma non sarebbe né buono né cattivo.
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

27 settembre 2013

Cervello immaturo, pena ridotta

di Arnaldo Benini
Con minorenni responsabili di gravi crimini, la giustizia degli Stati Uniti è più severa che qualunque altro paese industrializzato. Le condanne a morte di minorenni sono state rare, ma fino al 2012 erano in carcere da quand'erano minorenni, senza poter abbreviare la detenzione, circa 2.500 ergastolani. Con quattro sentenze fra il 1988 e il 2012 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha mitigato le pene per minorenni. Sebbene la Corte non renda pubbliche le motivazioni, Laurence Steinberg, psicologo dell'Università di Temple a Filadelfia, dopo aver esaminato i protocolli dei dibattimenti, ritiene che nella svolta abbiano giocato un ruolo importante gli studi delle neuroscienze dello sviluppo del cervello. La Corte avrebbe tenuto conto delle prove scientifiche che giovani e adolescenti non sono responsabili del loro comportamento come gli adulti a causa dell'immaturità psicologica e biologica. Qualcuno ha motteggiato che per arrivare a quel che è evidente a ogni genitore non ci voleva molta scienza. In vicende tanto delicate è in ogni caso d'aiuto che la scienza confermi il senso comune.
In considerazione dell'ottavo emendamento della Costituzione, che proibisce punizioni crudeli, la Corte Suprema nel 1988 dichiarò incostituzionale la pena di morte sotto i 16 e nel 2005 sotto i 18 anni. Nel 2010 fu giudicato incostituzionale il carcere a vita senza possibilità di sconto della pena in minori di 18 anni, a eccezione degli omicidi. Una sentenza del 2012 annullò l'eccezione. Quel che è crudele, e quindi incostituzionale, per un adolescente, non lo è per un adulto normale. Nel 2002 la Corte giudicò incostituzionale la pena di morte in ritardati mentali di qualunque età, anche se consapevoli della differenza fra lecito e illecito. Il ritardo mentale ne compromette la capacità di decidere e quindi ne attenua la responsabilità. Come l'immaturità (molto individuale), il ritardo mentale è una diagnosi comportamentale, neuropsicologica e neurobiologica. Tribunali di livello inferiore hanno tenuto in considerazione, specie a partire dall'anno 2000, gli studi sullo sviluppo del cervello degli adolescenti e sulla particolare suscettibilità dei cervelli immaturi alle influenze esterne. Per questo sono frequenti negli ultimi anni differenze di pena motivate con indagini neuro-scientifiche per lo stesso delitto (ad esempio gettare un sasso da un ponte sulla strada mentre passa un'auto, con conseguenze gravi o mortali) fra bambini, ad esempio di 6-8 anni, e adolescenti.
Le neuroscienze (con tutti i supporti tecnici) stanno acquisendo negli Stati Uniti un ruolo importante nello stabilire la legittimità delle sentenze in crimini di bambini, adolescenti e giovani adulti. È verosimile che questa pratica si applichi anche fuori degli States. Steinberg se ne rallegra, ma mette in guardia, a ragione, da errori ed esagerazioni. Nelle aule dei tribunali le scienze comportamentali dovrebbero conservare il ruolo determinante, perché la legge giudica il comportamento degli imputati e non il funzionamento del loro cervello. Per aver la licenza di guida, dice Steinberg, non basta dimostrare con la neuroimaging di avere il cervello a posto. Bisogna dar prova di saper guidare. È opportuno che le neuroscienze siano sempre più considerate nelle aule di giustizia come supporto dei dati comportamentali, e non come guida delle sentenze. Esse sono più plausibili se esami comportamentali e neuroscientifici coincidono. Le neuroscienze cognitive acquistano sempre più responsabilità civile e sociale. Ciò deve imporre ad autori ed editori di saggi e libri di neuroscienze la scrupolosa aderenza alla realtà. Annunciare, ad esempio, che con le tecniche della neuroimaging si può leggere il pensiero degli altri è sensazionale, ma non è vero. Con quelle tecniche si fanno studi straordinari e s'aiutano in modo decisivo molti ammalati. Leggere il pensiero non è possibile ora, e non lo sarà mai.

Laurence Steinberg, The influence of neuroscience on US Supreme Court decisions about adolescents' criminal culpability, Nature Review Neuroscience Vol. 14, July 2013, pagg. 513-518
«Il Sole 24 Ore» del 22 settembre 2013

19 luglio 2013

Omofobia, ma chi è davvero discriminato? Non introduciamo falsi diritti

Dibattito più aperto sulla legge al vaglio della Camera
di Francesco Belletti *
L’esame parlamentare della proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia sta per entrare nel vivo e il tempo per un dibattito serio e approfondito, ma soprattutto non ideologico, sembra ormai ridotto. Questo nonostante nella scorsa legislatura, per ben due volte, su un provvedimento analogo la Camera abbia riconosciuto pregiudiziali di costituzionalità (in altre parole, la proposta di legge è stata dichiarata incostituzionale prima dell’approvazione). Ma evidentemente c’è molta urgenza di approvare questo provvedimento, anche a rischio di dividere il Parlamento e far tremare il governo, anche senza aprire un serio dibattito sociale e affrontando con leggerezza tutte le possibili conseguenze.
L’omofobia va certamente combattuta sul piano giuridico e culturale, ma questo non mette al riparo da critiche il provvedimento in esame. Una delle criticità è contenuta nella definizione di orientamento sessuale e di identità di genere. Se sull’orientamento sarebbe possibile, in teoria, arrivare a una definizione giuridicamente valida, la definizione di identità di genere quale «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico» introduce un elemento di assoluta soggettività, difficilmente compatibile con il fondamentale principio della certezza del diritto. Proprio per questa soggettività, non condividiamo l’introduzione di una tutela rafforzata – appunto "soggettiva" – per le persone omosessuali o transessuali. L’articolo 3 della Costituzione saggiamente ci definisce tutti uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Ora, qualcuno vorrebbe imporre per legge che vi siano persone, in ragione del loro orientamento sessuale, "più uguali" delle altre. A nostro avviso, invece, gli strumenti di tutela per le persone omosessuali, come per altre categorie di soggetti "svantaggiati", sono già presenti nel nostro ordinamento. Non sentiamo dunque la necessità di introdurre questa tutela rafforzata per omosessuali e transessuali. Peraltro, gioverebbe sapere per quale motivo gli omosessuali e i transessuali sono da considerarsi – o si considerano – soggetti svantaggiati. Ma allora, non è forse soggetto svantaggiato la famiglia, che è costretta a subire maltrattamenti continui da parte dello Stato, dimenticata quando c’è da "dare" sostegno, ma sempre in prima fila quando c’è da "chiedere" e "incassare" tasse? Ecco, se c’è qualcuno di veramente discriminato, è la famiglia fondata sul matrimonio, tutelata a parole dalla Costituzione e nei fatti assente dall’azione di Parlamento e governo. C’è un altro, gravissimo aspetto già ampiamente segnalato da molti giuristi: l’approvazione di questa proposta di legge potrebbe comportare il divieto di esprimere il proprio giudizio etico, antropologico, sociale sul fenomeno "omosessualità". Inevitabile il contrasto con l’articolo 21 della Costituzione che garantisce a chiunque il diritto – questo sì – inviolabile di manifestare liberamente il proprio pensiero. Davvero vogliamo diventare come la Francia e la Spagna, dove l’ideologia ha colpito così forte al cuore il linguaggio che non si dice più "padre" e "madre", ma "genitore A" e "genitore B"? Infine, c’è una questione sociale e antropologica che riteniamo più importante di tutte: quale modello di società e di cultura deve promuovere lo Stato, quale etica e morale deve o non deve essere trasmessa alle future generazioni? Vale davvero la pena, su temi di questa portata, rispolverare un vecchio principio che ha guidato l’umanità per millenni e che in questi ultimi anni sembra diventato un’eresia: il principio di precauzione. Per queste ragioni ci rivolgiamo al Parlamento per chiedere che questioni così delicate e con così tante implicazioni siano adeguatamente approfondite e che il dibattito non rimanga una questione interna alle Commissioni parlamentari ma si apra anche al contributo di tutti i cittadini.
*presidente del Forum delle associazioni familiari
«Avvenire» del 18 luglio 2013

29 giugno 2013

Contro l'"omofobia" o contro la libertà di pensiero?

La legge proposta è superflua e rischiosa? Chiarire si può
di Francesco D'Agostino
Tra i primi disegni di legge presentati nella nuova legislatura spicca quello per la criminalizzazione dell’omofobia: è stato depositato poche settimane fa alla Camera, supportato dalle firme di più di duecento deputati, le prime delle quali sono quelle di Scalfarotto (Pd), Tinagli (Scelta Civica), Zan (Sel), Chimienti (Movimento 5 Stelle). I proponenti non negano ovviamente che violenze omofobe possano già essere punite in base alle leggi vigenti, ma osservano che tale punibilità, ove non si prevedano ulteriori specifiche norme penali, ha poca visibilità simbolica e non risponde adeguatamente alle istanze che hanno portato l’Unione Europea, già da molti anni, a proclamare una “Giornata internazionale contro l’omofobia” (che ricorre il 17 maggio) e a richiedere a tutti i Paesi europei forti iniziative in tal senso. Se, come ha detto il presidente Napolitano lo scorso maggio in un importante discorso, «il contrasto all’omofobia deve costituire un impegno fermo e costante non solo per le istituzioni, ma per la società tutta» è più che ragionevole –si dice da parte dei fautori del disegno di legge – che il Parlamento italiano rafforzi la nostra legislazione e la adegui a quella dei tanti Paesi europei che già si sono mossi in questo senso.
Non tutti ne sono convinti. Molti - anche su queste colonne lo si è scritto più volte – pensano che questo progetto di legge sia superfluo, ricordando che il nostro ordinamento giuridico proibisce severamente ogni aggressione all’ integrità fisica e morale delle persone e che sono già previsti nel nostro codice come aggravanti i “motivi abietti”, quelli che stanno alla base delle violenze e delle aggressioni omofobe. Accanto a questo argomento, inoppugnabile, ne viene avanzato anche un altro e, a mio parere, di maggior rilievo. Se approvata, la nuova normativa contro l’omofobia metterebbe in pericolo la libertà di espressione, di ricerca scientifica e di religione: e questo perché qualsiasi giudizio critico che qualifichi come innaturali tutte le pratiche non eterosessuali potrebbe essere qualificato come omofobo e diventare l’occasione per aggredire penalmente chi lo avesse formulato. Si tratta di un’obiezione particolarmente pesante, perché mette in gioco né più né meno che il rispetto dei valori fondanti di una società libera come la nostra.
È indubbio che della forza di questa obiezione i promotori del disegno di legge sembra che siano ben consapevoli. La fronteggiano infatti, ed esplicitamente, nella relazione introduttiva all’ articolato, osservando che ciò che si vuole sanzionare con il loro disegno di legge non sono idee, ma «condotte», specifiche e puntuali, tali da tradursi nell’istigazione a commettere vere e proprie violenze. E per non lasciare equivoci, essi scrivono che non solo non si intende sanzionare opinioni fondate e argomentate, ma nemmeno «mere» opinioni, «quand’anche esse esprimano un pregiudizio».
Sono sufficienti queste dichiarazioni per fugare le perplessità? No. Da più parti si sottolinea che potrebbe essere denunciato come istigazione all’omofobia anche il semplice definire «perversione» l’omosessualità (utilizzando un’espressione oggi desueta, ma condivisa fino a pochi anni fa da decine di studiosi di psicopatologie sessuali) o il qualificarla «peccaminosa» (come fece, venendo poi sanzionato, un pastore luterano svedese dal pulpito della sua chiesa). Il nocciolo del problema quindi è piuttosto spinoso. È indubbio che alla convinzione diffusa e sacrosanta che ritiene intollerabile ogni forma di discriminazione sociale contro gli omosessuali, si accompagni da parte di molti militanti di movimenti gay la pretesa di squalificare ideologicamente e reprimere giuridicamente ogni forma di indagine antropologica, psicologica, filosofica, religiosa a carico dell’omosessualità stessa. È una pretesa indebita e inaccettabile, che può arrivare a sostenere che chi si dichiara contrario alle nozze gay va ritenuto oggettivamente un omofobo.
Se i firmatari del disegno di legge contro l’omofobia sono davvero convinti che le «opinioni» devono restare libere e insindacabili, «quand’anche esse esprimano un pregiudizio», basta, per intanto che facciano una cosa: introducano nel disegno di legge un articolo di legge, nel quale si riconosca senza la possibilità di alcun equivoco l’insindacabilità giudiziaria di qualsiasi giudizio, antropologico, psicologico, religioso, pur se severamente critico, sugli stili di vita omosessuali; affermino che oltre che le pratiche materialmente violente, solo l’istigazione alla violenza contro gli omosessuali e alla loro discriminazione sociale potrà essere punibile: ma niente di più.
In buona sostanza, si tratta di estendere all’omosessualità la “clausola di garanzia” che è implicitamente in vigore negli stati liberali moderni per gli stili di vita eterosessuali, anche nelle loro forme estreme. Non ho il diritto di incitare chi mi ascolta a far perire tra le fiamme chi vive da libertino (come il Don Giovanni di Mozart), ma ho l’assoluto diritto di criticare il libertinismo sessuale, anche con le parole più dure, senza essere accusato di «sessuofobia». Tutto qui. Se dietro il dibattito sulla repressione dell’omofobia non si innestano atteggiamenti ideologici e soprattutto anticlericali, lo si dimostri.
«Avvenire» del 27 giugno 2013

03 febbraio 2013

Quei genitori sindacalisti dei figli. «Lo cambi di banco? Ti denuncio»

Cresce il contenzioso a scuola
di Riccardo Bruno
Da Milano a Palermo: docenti sotto accusa per un rimprovero o per aver requisito un cellulare. I prof: insegnare impossibile
MILANO - Lo studente, che si nasconde dietro il nome del pilota Fernando Alonso, chiede aiuto su Internet: «Un prof mi ha ritirato il cellulare e se l'è tenuto, posso denunciarlo?». Risposta pronta di Woody: «Sì. È Furto!!! Potresti registrare una conversazione, lo porti a dire che te lo ridarà quando vuole lui!!! Fallo, avrai il coltello dalla parte del manico!!! Odiosi prof!!!». Benvenuti nel campo di battaglia della scuola italiana. Studenti in guerra contro insegnanti. Come sempre. Ma, ed è questa la novità, sempre di più spalleggiati dai genitori. Liceo di Roma: alla professoressa gli studenti fanno sparire gli occhiali, lei perquisisce gli zaini. Quando a casa i ragazzi raccontano tutto, qualche papà invece di sgridare il figlio va dai carabinieri e denuncia l'insegnante per abuso dei mezzi di correzione. Noale, Venezia, scuola media: un ragazzino viene scoperto a imbrattare le aule. La dirigente scolastica lo convoca, la madre non la prende bene. Le si presenta davanti, l'afferra per il collo e la spinge contro il muro. La donna torna a casa, la preside va al pronto soccorso.

FAMIGLIE ANSIOSE - Imperia, scuola elementare. La bimba, sei anni, graffia e punta la matita contro i compagni. La maestra la fa sedere vicino alla cattedra. I genitori minacciano un esposto alla Procura: così la danneggiano psicologicamente. «Li ho chiamati, ragionando è stata trovata una soluzione. Abbiamo fatto dei gruppi, che a turno girano nella classe». In questo modo Franca Rambaldi, a capo dell'ufficio scolastico provinciale, è riuscita a calmare le acque. «Le famiglie sono troppo ansiose, vanno subito in crisi, si irritano facilmente, alla minima difficoltà partono all'attacco». I genitori non si fidano più degli insegnanti, credono che tocchi a loro sopperire all'educazione inadeguata, alle carenze della scuola. Insomma, si sentono «sindacalisti dei propri figli». «Se non si restituisce dignità alla professione degli insegnanti, se non si rinnova la partecipazione dei genitori e degli studenti, allora la microconflittualità è destinata a crescere», ipotizza amaramente Gianna Fracassi, segretaria della Flc-Cgil.

PROF ALL'ANTICA - I docenti si sentono sotto assedio. «Non metta per favore il mio nome, non voglio avere problemi...». Chi parla insegna in un liceo psicopedagogico della provincia di Milano. È una prof all'antica. «Lo ammetto, sono un po' rigida. Ma le regole vanno rispettate». Ogni giorno è una trincea. Capitolo primo: «Vedo una studentessa durante la lezione che armeggia con il cellulare. Le chiedo di consegnarmelo. Lei si rifiuta, glielo ritiro. Il papà va dalla preside, dice che gliel'ho strappato, che non era mio diritto...». Capitolo secondo: i compiti in classe. «Vogliono le fotocopie, controllano le correzioni. Cercano di incastrarti, di sindacare il tuo lavoro...». A una collega di Treviso, istituto professionale, è andata peggio. Anche lei preferisce restare anonima. «C'è un ragazzo che insulta i compagni. Io lo rimprovero, ma, mi creda, in modo tranquillo. Il padre si arrabbia, inizia a mandare lettere: mi accusa di essere un cattivo docente, di manipolare gli studenti. Scrive al preside, al provveditore...». Va a finire che viene chiamata a Roma, audizione alla sezione disciplinare del ministero. «Prima di me ascoltavano un pedofilo... Per fortuna i ragazzi hanno testimoniato in mio favore...». Dice che di storie così ce ne sono tante. Racconta che, sempre a Treviso, hanno scoperto degli studenti che per gioco facevano la pipì a terra. Il preside ha ordinato loro di pulire. I genitori hanno minacciato denuncia: violazione delle norme igieniche.

DISAGIO IN CLASSE - I sindacati raccolgono ogni giorno casi e lamentele. «In classe si vive con molto disagio - osserva Massimo Di Menna, della Uil scuola -. Il docente conquista a fatica il riconoscimento della sua funzione. E molti sono spinti a pensare: ma chi me lo fa fare...». Giacomo Siracusa, insegna a Palermo, scuola primaria. «Una mia collega ha impedito a un bambino di dare fastidio ai compagni. I genitori hanno invece detto che l'aveva picchiato, l'hanno portato al pronto soccorso. Si sono fatti fare il referto. Tutto inventato. Siamo scoraggiati, amareggiati». Il segno di quanto sia serio il conflitto lo danno i dati del 114, il numero dell'Emergenza infanzia gestito dal Telefono azzurro. Tu ti aspetti che chiamino per violenze o episodi gravi. E invece uno su cento telefona per denunciare «difficoltà relazionali con gli insegnanti». Episodi come questo. Una madre di un bambino di 9 anni si sfoga con l'operatrice: «Mio figlio ha problemi di adattamento, ma gli insegnanti invece di aiutarlo lo puniscono ingiustamente...». Il 114 raccoglie la testimonianza, contatta la scuola. La dirigente spiega che «la madre è una persona poco collaborativa, che urla e insulta...». Viene organizzato un incontro, c'è anche il servizio sociale. La situazione migliora: la madre diventa più disponibile, il bambino finalmente si integra. La soluzione in fondo era semplice: bastava guardarsi negli occhi e dialogare.
«Corriere della Sera» del 2 febbraio 2013

08 dicembre 2012

Quali valori sono «non negoziabili»

di Francesco D'Agostino
​La categoria della "non negoziabilità" è emersa per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata il 24 novembre del 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede. La Nota era firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, nella qualità di Prefetto della Congregazione e venne approvata da Papa Giovanni Paolo II. Nel paragrafo 3 della Nota si ribadisce che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno». Se però, aggiunge la Nota, il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali», egli è ugualmente chiamato «a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili». Nel prosieguo della Nota, e in particolare nel paragrafo 4, si procede a una esemplificazione di questi principi, dopo aver ribadito che «la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona». Le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, nelle quali è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona, sono quelle che emergono nelle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, quelle che concernono la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, protetta nella sua unità e stabilità e alla quale non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza; quelle che garantiscono la libertà di educazione ai genitori per i propri figli. L’esemplificazione ovviamente non è esaustiva. La Nota infatti continua richiamando la tutela sociale dei minori e la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (come la droga e lo sfruttamento della prostituzione), includendo in questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà. E infine si richiama come essenziale in questa esemplificazione il grande tema della pace. Non deve destare meraviglia il fatto che l’espressione principi non negoziabili, elaborata da Joseph Ratzinger Cardinale, sia stata da allora ripresa molte volte da Joseph Ratzinger come Papa Benedetto XVI e, naturalmente, in altri documenti del Magistero, fino al punto che tale espressione è ormai divenuta frequente ogni qual volta si discuta sulle posizioni in merito alle quali la Chiesa e i cattolici non possono e non devono transigere. È chiaro, in base ai testi che abbiamo citato, che l’ammonimento del Papa a difendere fino i fondo questi principi è rivolto in primo luogo ai cattolici che partecipano alla vita politica. Ma è lecito interrogarsi se i giuristi non debbano sentirsi anche loro destinatari di un invito così autorevole. La risposta, ovviamente, è positiva. I giuristi non solo possono, ma devono assumere i principi indicati da Benedetto XVI (la promozione del bene comune, l’impegno per la pace, la difesa della vita e della famiglia, il pieno riconoscimento della libertà di educazione) come giuridicamente non negoziabili e assimilarli a quei principi che, nel loro lessico tradizionale, costituiscono l’ossatura del diritto naturale. Ai giuristi è infatti sufficiente rilevare che, se non si assumono questi principi come non negoziabili, la costruzione di un qualsivoglia sistema giuridico diviene impossibile. Facciamo alcuni esempi. Un potere rescisso dal bene comune può pure imporsi sulla faccia della terra (e storicamente si è imposto innumerevoli volte), ma non come ordinante e pacificante (secondo quella che è la vocazione del diritto), bensì nella sua dimensione di forza bruta e cieca. Se la vita non è tutelata giuridicamente dal suo inizio fino alla sua fine naturale, l’esistenza dell’individuo cade inevitabilmente nelle mani di poteri biopolitici, governati dalla logica glaciale della funzionalità riproduttiva. Se la famiglia non viene riconosciuta come l’ordine antropologico primario, antecedente a qualsivoglia ordine politico, perché, a differenza di questo, è dotato di una naturalità non convenzionale, l’identità personale di ogni essere umano diviene evanescente e cade nella disponibilità delle forze occasionalmente prevalenti. Se si nega ai genitori la libertà di educare ai propri valori i figli per affidarla unicamente allo Stato, la formazione delle nuove generazioni verrà inevitabilmente modellata sui paradigmi impersonali della politica e non su quelli personali dell’unico luogo, cioè il contesto familiare, nel quale l’individuo può farsi riconoscere e riconoscere l’altro in una logica di comunicazione totale. Negoziare su tali principi implica mettere in discussione non opzioni individuali per il bene (cosa che è sempre, in linea di principio, lecita), ma l’esistenza stessa di un bene umano universale, al quale tutte le persone hanno il diritto di attingere. Se è diverso l’orientamento al bene umano proprio dei politici, rispetto a quello proprio dei giuristi, non può essere diverso l’impegno di testimonianza che nei confronti del bene devono assumere gli uni e gli altri. La coerenza eucaristica, che il Papa cita come ammonimento ai credenti, va tradotta e professata dai giuristi cattolici come una vera e propria coerenza antropologica o, se si vuole, di servizio limpido e infaticabile al bene dell’uomo.
«Avvenire» del 7 dicembre 2012

07 novembre 2012

Testo dell'ultimo interrogatorio del film La Rosa Bianca (2005)

A parlare sono Robert Mohr, l'investigatore, e la protagonista, Sophie Scholl
Testo del film da 1h 02’ a 1h 07’
Robert Mohr (investigatore): «Voi tenete all'incolumità del popolo tedesco?»
Sophie Scholl (protagonista):«Sì».
- Non avete mai piazzato una bomba come Eiser nella distilleria. Avete usato gli slogan sbagliati, ma i vostri mezzi sono pacifici.
Sophie Scholl: - Allora perchè volete punirci?
- Così prevede la legge. Senza legge non c'è ordine.
Sophie Scholl: - La legge tutelava la libertà di parola prima dell'arrivo dei nazisti. Oggi Hitler punisce quella libertà con la prigione e la morte. Questo lo chiamate ordine?
- A cosa dovrei attenermi se non alla legge?
Sophie Scholl: - Alla coscienza.
- Sciocchezze! Questa è la legge e queste sono le persone. Come investigatore devo verificare se coincidono ... oppure trovare il punto marcio.
Sophie Scholl: - Le leggi cambiano, la coscienza no.
- Dove finiremmo se ognuno decidesse cos'è giusto o sbagliato? Se permettessimo ai criminali di destituire il Führer, resterebbe solo il caos. Libertà di pensiero, federalismo, democrazia... li abbiamo già visti. Sappiamo dove conducono.
Sophie Scholl: - Senza Hitler avremmo giustizia e ordine. Tutti saremmo difesi dal dispotismo, non solo gli opportunisti.
- Dispotismo, opportunisti? Usate termini offensivi.
Sophie Scholl: - Voi definite me e mio fratello "criminali" per dei volantini. Abbiamo cercato di convincere la gente con le parole.
- Voi e tutti quelli come voi abusate senza vergogna di ogni privilegio. Studiate a nostre spese in tempo di guerra. Io ero solo un sarto durante la vostra democrazia e sono diventato poliziotto grazie ai francesi dei territori occupati, non ai tedeschi democratici. Senza il nazionalsocialismo sarei solo un poliziotto di campagna. Quel vergognoso patto di Versailles, l'inflazione, la povertà ... Hitler ci ha salvato da tutto.
Sophie Scholl: - Ci ha trascinato in una guerra sanguinaria dove ogni vittima muore invano.
- La guerra è una lotta eroica. Voi ricevete gli stessi viveri degli uomini contro cui vi schierate, state anche meglio di me. Come osate criticare il nostro operato? Il Führer e il popolo tedesco vi proteggono.
Sophie Scholl: - E dove? In questo palazzo, forse? O arrestando tutta la mia famiglia?
- I nostri soldati stanno liberando l'Europa dalla plutocrazia e dal bolscevismo. Nessuno occuperà più il suolo tedesco.
Sophie Scholl: - Dopo la guerra, arriveranno le truppe straniere e gli altri Paesi diranno che non ci siamo opposti a Hitler.
- Cosa direte quando giungerà la vittoria finale? Quando arriveranno la libertà e il benessere che voi sognavate con la lega ?
Sophie Scholl: - Ormai nessuno crede più alla Germania di Hitler. Se finisse come dico io?
- Vi dichiarate protestante?
Sophie Scholl: - Sì.
- La Chiesa chiede assoluta devozione ai suoi fedeli.
Sophie Scholl: La Chiesa dà libertà di scelta, Hitler non ci lascia decidere.
- Perché, così giovane, correte simili rischi per idee che non hanno fondamento?
Sophie Scholl: - Io seguo la mia coscienza.
- Siete intelligente, perchè non condividete il nazionalsocialismo? Libertà, benessere, onore, un governo moralmente responsabile, in questo crediamo.
Sophie Scholl: - Dopo il bagno di sangue in cui avete trascinato l'Europa in nome di libertà e onore, non avete ancora aperto gli occhi. La Germania è disonorata per sempre, a meno che i giovani non fondino una nuova Europa.
- La nuova Europa è nazionalsocialista.
Sophie Scholl: - Se il Führer fosse pazzo? Pensate solo all'odio razzista. A Ulm avevo un insegnante ebreo, ma un giorno le SA Io fermarono... e lasciarono che tutti gli sputassero in faccia a turno. Scomparve quella stessa notte, come le migliaia di ebrei del '41, deportati nei campi di lavoro.
- Credete a queste sciocchezze? Gli ebrei emigrano.
Sophie Scholl: - I soldati che tornano da Est hanno visto i campi di sterminio. Hitler vuole eliminare tutti gli ebrei d'Europa, lo dice da 20 anni. Come potete credere che gli ebrei non sono diversi da noi?
- Portano soltanto problemi. Voi siete una generazione confusa e non capite. Forse la colpa è nostra, io vi avrei educato in un altro modo.
Sophie Scholl: - I nazionalsocialisti uccidevano i bambini ritardati con il gas o il veleno. Me lo hanno detto le amiche di mia madre. Le camionette prendevano i bambini negli ospedali psichiatrici. Gli altri bambini chiedevano dove andassero e le infermiere rispondevano che andavano in Paradiso. I bambini salivano sulle camionette cantando. Sono stata educata male perchè provo pena per questa gente?
- Si tratta di esseri inferiori. Voi avete studiato da infermiera e avrete visto dei bambini ritardati.
Sophie Scholl: - Si e sono convinta che nessuno possa arrogarsi il diritto di un giudizio che spetta solo a Dio. Nessuno sa cosa accade nell'anima di un ritardato, e la saggezza che può derivare dalla sofferenza. Ogni singola vita è preziosa.
- Dovete abituarvi all'idea che una nuova era è cominciata. Quanto voi sostenete è avulso da qualsiasi realtà.
Sophie Scholl: - Invece riguarda la realtà, la decenza, la morale e Dio.
- Dio! Dio non esiste. Dite la verità. Vostro fratello vi ha convinto dicendovi che era giusto ciò che stava facendo e voi lo avete solo aiutato. Dobbiamo scrivere così nel protocollo?
Sophie Scholl: - No, perchè non è vero.
- Io ho un figlio, ha un anno meno di voi. Anche lui aveva strane idee, ma ora è al fronte perchè ha capito che deve compiere il suo dovere.
Sophie Scholl: - Voi credete ancora nella vittoria finale?
- Se aveste riflettuto bene non vi sareste fatta coinvolgere in questa brutta storia. Rischiate la vita. Secondo il protocollo, vi leggo la seguente domanda. "Ammettete che le attività svolte insieme a vostro fratello possano essere considerate un crimine contro la comunità e contro i nostri soldati che combattono duramente e che meritino il massimo della pena?".
Sophie Scholl: - Dal mio punto di vista non è così.
- Ammettere il vostro errore non significa tradire vostro fratello.
Sophie Scholl: - Ma tradirei le mie idee e io non rinnego nulla. Siete voi ad avere una visione sbagliata del mondo. Sono convinta di avere agito nell'interesse del mio popolo. Non mi pento di questo e ne accetterò tutte le conseguenze.
Postato il 7 novembre 2012