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10 settembre 2016

Libri & tablet, la connessione necessaria

di James Bradburne
«Tua figlia erediterà il tuo Tablet?» è il titolo dell’intervento che James Bradburne, da un anno direttore della Pinacoteca di Brera, terrà venerdì 9 settembre al III Festival della Comunicazione di Camogli, ideato e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e organizzato dal Comune e da Frame, in collaborazione con la Regione Liguria (www.festivalcomunicazione.it). Quattro giornate con oltre un centinaio di appuntamenti tra incontri, laboratori, spettacoli, mostre ed escursioni e più di 130 ospiti (tra cui Luca Doninelli, Claudio Magris, Pietrangelo Buttafuoco, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Massimiliano Fuksas, Claudio Bisio , Michele Serra, Evgenij Morozov. Sabino Cassese, Lucrezia Reichlin, Monica Maggioni, Carlo Freccero, Piero Angela, Mario Calabresi, Aldo Cazzullo, Roberto Cotroneo, Ferruccio de Bortoli, Massimo Gramellini, Aldo Grasso, Beppe Severgnini, Marco Travaglio...). A tema il world wide web e in particolare la domanda «Pro e contro il web», secondo uno spunto lanciato da Umberto Eco. Durante il Festival Roberto Benigni riceverà il premio «Comunicazione».​


Da anni mi interrogo sulle conseguenze della rivoluzione digitale sia nella vita privata che nel mondo del lavoro e alla triennale Icom del 1991 ho tenuto la mia prima conferenza sulle sfide del mondo museale nella conservazione dell’eredità digitale. Sono uno studioso e un bibliofilo e, per una felice coincidenza, sono anche il direttore generale della Biblioteca nazionale braidense. Dagli albori della cultura umana, la parola e l’immagine sono avvinte in un abbraccio dialettico di yin e yang in cui nessuna delle due è del tutto indipendente. Il Mouseion di Alessandria, eretto da Tolomeo II Filadelfo intorno al 280 a.C. includeva la famosa Biblioteca di Alessandria. Non dovrebbe quindi sorprendere il mio profondo interesse per il futuro del libro, della lettura e delle biblioteca.
E di questi tre elementi vorrei parlare oggi. Incomincerò dal libro. Che cosa rende il libro speciale, a prescindere dai contenuti? Innanzitutto il libro, così come lo conosciamo oggi, il codex, ha dato il via a una delle rivoluzioni tecnologiche più significative dei suoi tempi, perché permetteva al lettore di muoversi avanti e indietro nel testo senza dover riavvolgere la pergamena. A distruggere la Biblioteca di Alessandria non fu il fuoco, ma il fatto che i fragili e ingombranti rotoli di papiro non fossero stati trascritti. Allo stesso modo, frammenti importanti nostro passato sono andati persi perché i contenuti dei dischi in vinile non sono stati trasferiti su nastro, su Cd o digitalizzati. Nonostante questi rischi, i libri, in pergamena o di carta, rimangono manufatti molto duraturi.
Resistono bene alle ingiurie del tempo e hanno bisogno soltanto delle tecnologie più semplici come un dizionario e una grammatica per essere decodificati. Portano la loro età con dignità, persino con orgoglio. Annotazioni, cancellature, danni, ingiallimenti dovuti alla fiamma o alla luce solare, persino tarli e muffa raramente distruggono un libro, anzi rendono il libro profondamente diverso dal tablet. I tablet sono belli perché perfetti, contenitori gioiello, capolavori di ingegneria, la cui virtù consiste nell’essere costantemente al passo con i tempi, nel non registrare il passare del tempo. Un tablet con uno schermo incrinato non diventa più affascinante e prezioso, un tablet che non è più in grado di accedere ai file scritti anche solo pochi anni prima non ci è per questo più caro.
Un tablet che può contenere un migliaio di libri interattivi non ha lo stesso valore affettivo delle favole di Gianni Rodari che tua madre ti leggeva da piccolo. Arriviamo così al secondo punto: che cosa significa leggere? In passato i libri erano spesso letti ad alta voce. Quando un erudito del II secolo d.C andava a trovare un amico al mare, portava con sé un libro che di solito veniva dato a uno schiavo perché venisse trascritto e poi restituito. Il libro era letto ad alta voce, analizzato e discusso. Proprio perché letto ad alta voce, veniva utilizzata la scripta continua, un’ininterrotta sequenza di lettere. Le parole, infatti, furono un’invenzione di alcuni monaci irlandesi dell’VIII secolo che avevano fatto il voto del silenzio. Leggere era un atto sociale fondamentale, costruttivo.
Nella lettura, la semplice informazione diventava conoscenza. Facendo giganteschi balzi in avanti, la rivoluzione digitale recente sembra averci portato molto indietro. Invece di leggere ad alta voce, i genitori danno ai loro figli dei tablet. L’interazione faccia a faccia è diventata un’interazione anonima con un dispositivo. Invece di essere creatori attivi di contenuti e discorsi, siamo diventati semplici consumatori di notizie, brevi frasi dal forte impatto mediatico in televisione e tweet su uno schermo. Come osservato da Leon Wieseltier nel 2013, «nell’universo digitale, la conoscenza è diventata pura informazione. Chi saprà ancora che la conoscenza sta all’informazione come l’arte sta al kitsch, che l’informazione è il tipo più infimo di conoscenza, dato che è il più esteriore?
Un grande pensatore ebreo del primo Medioevo si chiedeva perché Dio se davvero avesse voluto che conoscessimo la verità su tutto, non ci dicesse semplicemente la verità su tutto. La sua saggia risposta fu che se ci avesse semplicemente detto ciò che abbiamo bisogno di sapere, noi non l’avremmo conosciuto davvero, in senso stretto. La conoscenza può essere acquisita soltanto con il tempo e con il metodo». È legittimo chiedersi come tutto questo possa influenzare la nostra capacità di essere coinvolti nei rapporti umani, la nostra partecipazione come cittadini attivi al dibattito sociale sul futuro di un mondo che ci sta lentamente sfuggendo di mano. I media 'social' hanno creato un mondo che è sempre meno sociale. Clicco, quindi sono.
La conoscenza senza sforzo. 142 caratteri. «Mi piace» Greenpeace. La politica… della distrazione. Questo ci porta alla terza e ultima riflessione: perché le biblioteche sono importanti nell’era digitale? Anche se condividono molte caratteristiche, la cultura della biblioteca non è identificabile tout court con la cultura del museo e una biblioteca non è semplicemente un museo di libri. Oltre ad essere un luogo di raccolta e conservazione, le biblioteche sono istituzioni molto attive sul territorio, da sempre luoghi di dibattito, discussione e dialogo. La biblioteca è una casa per lo scrittore e scrivere è una forma di attivismo sociale che lega gli scrittori del passato e del presente ai lettori del presente e del futuro in una grande repubblica delle lettere. La lettura e la scrittura sono infatti intimamente legate, più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione culturale.
Vedere un film al cinema non implica che si sia in grado di girarne uno, ammirare Raffaello non significa che si sappia dipingere; giocare a Grand Theft Auto III non mi dà la capacità di inventare un videogioco. Posso essere coinvolto, commosso, o persino interagire, ma non sono un creatore. Leggere e scrivere sono diversi. Se so leggere, so scrivere – le due abilità sono indissolubilmente connesse. La biblioteca deve abbracciare per la sua natura sia il mondo del libro stampato che quello digitale, senza esitazioni né reticenze – questo non è il tempo per un nuovo, nostalgico movimento Arts and Crafts (delle arti e dei mestieri). La biblioteca deve essere un centro di produzione, un campione di cultura del saper fare, un posto dove le menti siano libere, curiose, e critiche.
La biblioteca è il luogo dove dobbiamo reclamare il nostro diritto come cittadini di essere produttori di cultura, non solo consumatori, ed estendere il nostro diritto a tutti i mezzi di comunicazione, alla musica, ai film, al teatro, alla danza, ai videogiochi. Dobbiamo stabilire nuovamente una connessione tra la parola e l’immagine, riappropriandoci del piacere della creazione. Il libro, la lettura e le biblioteche costituiscono il nucleo, sono l’essenza e la sostanza stessa di questa ambizione.
«Avvenire» del 31 agosto 2016

22 giugno 2016

Privacy, il Garante: "No a oblio web per le pagine drammatiche della Storia"

Soro: "Per reati gravi prevale l'interesse pubblico all'accesso alle notizie"
s. i. a.
La storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy Antonello Soro nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
L'interessato, che ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google - spiega il Garante - chiedendo la rimozione di alcuni indirizzi e suggerimenti di ricerca. Google non ha accolto la richiesta e così l'ex terrorista si è rivolto al Garante, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti del passato e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita causa gravi danni personali e professionali. L'Autorità ha dichiarato infondato il ricorso, perché le informazioni fanno riferimento a "reati particolarmente gravi", che hanno "valenza storica" e per cui è "prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie".
L'Autorità - spiega la Newsletter del Garante - ha rilevato che le informazioni di cui l'ex terrorista chiedeva la deindicizzazione "fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso". Secondo il Garante, poi, "le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva" e "riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista".
Inoltre, "nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante, ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità - conclude la Newsletter - ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un 'url' di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento".
«la Repubblica» del 21 giugno 2016

26 marzo 2016

Twitter, il ring della bella lingua

di Giacomo Gambassi
Dieci anni di cinguettii. Era il 21 marzo 2006 quando veniva cinguettato il primo tweet della storia che poi sarebbe stato ritwittato più di 66mila volte. Diceva: «Just setting up my twttr» (“sto solo impostando il mio Twitter”). L’autore era jack, pseudonimo di Jack Dorsey, un informatico del Missouri e fondatore del servizio di “microblogging” che ha fatto dei messaggi brevi, simil-sms, il suo punto di forza. Lunedì l’uccellino azzurro – simbolo del social network – festeggia i dieci anni online ma l’anniversario coincide con una fase di difficoltà: gli utenti attivi sono fermi a quota 320 milioni (a fronte di 1,5 miliardi di Facebook); a gennaio sono crollati i titoli di Twitter; e quattro manager hanno abbandonato l’azienda. In Italia gli utenti registrati sono 8,3 milioni mentre quelli attivi sono la metà. Per rilanciare la piattaforma si pensa di abbattere la barriera dei 140 caratteri: a breve potrebbero essere condivisi messaggi fino a 10mila caratteri.
Un ortaggio coltivato nella Terra dei fuochi, quell’angolo della Campania avvelenato dai rifiuti tossici, è stato ribattezzato mortaggio. Per descrivere un supergoloso del web, al limite della bulimia, qualcuno ha inventato l’aggettivo gugoloso. Le millecinquecento pagine del romanzo Guerra e pace di Lev Tolstoj sono state riassunte nella frase: “Lui ama lei, lei ama un altro e intanto Napoleone invade la Russia”. E che dire di alcuni tormentoni entrati nell’immaginario collettivo come Staisereno (l’hashtag indirizzato da Matteo Renzi all’allora premier Enrico Letta poco prima di silurarlo da Palazzo Chigi nel 2014)? Twitter compie dieci anni lunedì e, a conti fatti, può essere considerato una sorta di piccolo manuale del “buon italiano”. Perché «favorisce la creatività espressiva, aiuta a coniare nuove parole, incoraggia la brevità, insegna a riassumere testi complessi e permette di divertirsi con i grandi titoli della letteratura», sostiene il docente di linguistica italiana all’Università di Cagliari, Massimo Arcangeli. Al social network su cui possiamo scrivere messaggi di non più di 140 caratteri lo studioso che collabora con la Società Dante Alighieri e l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha dedicato il libro Breve storia di Twitter (Castelvecchi; pagine 176; euro 16,50) in cui ne elogia le potenzialità linguistiche e persino didattiche.

Eppure, professore, oggi Twitter è in crisi. Crolli in borsa, fughe di cervelli, crescita troppo lenta sono le difficoltà con cui si confronta il social.
«Ciò è dovuto al fatto che è un sistema comunicativo asimmetrico. Posso avere un milione di persone che seguono il mio profilo ma non seguirne alcuno. Questo contrasta con la logica della partecipazione e della condivisione al centro delle maggiori reti sociali come Facebook. E su Twitter si fa fatica a creare processi a catena, a meno che non siamo di fronte a grandi eventi».

In quali avvenimenti la piattaforma è stata protagonista?
«Penso alle diverse primavere arabe. Attraverso questo strumento è stato possibile diffondere in modo estremamente rapido messaggi in tutto il mondo, magari accompagnati da un’immagine. E sta proprio nella brevità la sua carta vincente che, però, rappresenta anche il maggiore limite».

A proposito di brevità, come viene letta da uno studioso della lingua?
«Oggi abbiamo più che mai bisogno di tornare a fare riassunti. Molti giovani e adulti hanno seri problemi nel comprendere e sintetizzare un testo. Ecco, Twitter consente di unire l’utile al dilettevole e in questi anni si è sviluppata un’autentica twitteratura, vale a dire il vezzo di “accorciare” e quindi far conoscere i classici. I risultati sono non solo spassosi ma anche sorprendenti. Cito l’iniziativa della Società Dante Alighieri con cui nel 2013, in occasione dei 700 anni della nascita di Boccaccio, si invitava a riassumere una novella del Decameron in un tweet. C’è chi ha riscritto in chiave di cronaca nera le storie della quarta Giornata, chi ha proposto con piglio post-futurista alcuni racconti del genio toscano, chi si è cimentato in esperimenti micronarrativi dai tratti surreali. Tutto ciò mostra come Twitter sia in grado di stimolare l’inventiva e come da questa piattaforma passino più facilmente che da altre la prosa e la poesia “alte”. Del resto su Twitter la qualità dei testi è di gran lunga superiore a quella dei principali social network».

In quale modo ha inciso sul lessico?
«Twitterini o cinguettatori sono vocaboli che l’uccellino azzurro ha partorito. Ma non sta tanto qui la svolta. Se devo concentrare un’idea in una manciata di caratteri, non solo devo sforzarmi di elaborare un contenuto che sia efficace ma anche di renderlo stilisticamente appetibile e frizzante. Così Twitter si trasforma nell’arena dove le metafore, gli aforismi e comunque l’uso brillante della lingua sono di casa. Osserviamo gli hashtag che si sono imposti: sono “bussole” o titoli che condensano quanto abbiamo in mente».

Si può parlare di twittabolario, ossia di un dizionario di neologismi forgiato sul social?
«Twitter si basa sul gioco di parole e ha contribuito a creare nuovi termini, più o meno scherzosi, corredati di una propria definizione. Si tratta di approcci utili allo sviluppo della lingua. In Rete circolano alcune raccolte curiose di parole scaturite grazie alla piattaforma. Ad esempio bugivéra, ossia un qualcosa che non è né bugia, né verità, oppure logopista, cioè chi mette sotto i piedi il logos».

Ma non mancano gli errori grammaticali o sintattici. Ha fatto epoca il “qual’è” con l’apostrofo dello scrittore Roberto Saviano in un tweet del 2011.
«La lingua delle reti sociali va considerata diversa da quella scritta. È una lingua che nasce già fortemente contaminata dall’oralità. Non possiamo giudicare con la stessa severità un refuso di un testo ufficiale e uno presente su Twitter o Facebook. Può accadere che, a causa della rapidità, non facciamo tutti i necessari controlli prima di mettere online un tweet o un post. Per questo serve una certa indulgenza ».

Anche il Papa si affida a Twitter. Come lo utilizza Francesco? «Dall’account @Pontifex_it sono passati 712 tweet dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al soglio pontificio, allo scorso 18 febbraio. La classifica dei sostativi più ricorrenti è guidata da vita (oltre 80 attestazioni) e amore (oltre 70); seguono cuore, gioia, misericordia, fede, preghiera, famiglia, pace, speranza e peccato (oltre 40). Sono parole di uso comune: e non c’è da stupirsi. Se l’italiano è intriso di Vangelo, il cristianesimo è da sempre molto permeabile al lessico fondamentale della nostra lingua. Fra le peculiarità lessicali di Bergoglio spicca qualche termine insolito, come tenerezza e pazienza. Aggiungo che con il suo stile pacato il Papa restituisce dignità a un mezzo che spesso è impiegato per offendere o prendere a sciabolate gli avversari».

E Twitter ha permesso di riscoprire il cancelletto, diventato il simbolo di questo strumento per il fatto di indicare le parole- chiave.
«Come nel caso della chiocciola legata all’email, anche il cancelletto è un segno antichissimo. Le sue origini affondano nel pavimento di una grotta marina neanderthaliana prossima a Gibilterra dove si trova un cancelletto formato da tredici linee. Non sappiamo quale fosse la sua funzione ma in latino diventerà il compendio della parola numero: una N sbarrata. Così lo troviamo, secondo l’impostazione anglosassone, nel tastierino del cellulare. In Twitter entra perché è un simbolo poco usato e per di più visivamente carino. Ritengo che il cancelletto, a differenza del suo nome che richiama alla chiusura, rappresenti sul nostro social un’apertura alla comunicazione. Un invito per tutti a mettersi in dialogo con la parola e con gli altri».
«Avvenire» del 19 marzo 2016

02 gennaio 2016

Error 451, ecco il numero che ci segnalerà la censura online

L'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete (IETF) ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Il neo arrivato, omaggio allo scrittore Ray Bradbury, dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta è bloccata per "ragioni legali"
di Rosita Rijtano
451 sono i gradi Fahrenheit a cui brucia la carta, secondo l'immaginifica fantasia dello scrittore Ray Bradbury, che nel suo romanzo (dal quale François Truffaut trasse il film "Fahrenheit 451") tratteggia una società distopica dove è vietato leggere e avere dei libri. E 451 sarà anche il numero dell'errore che presto potremo vedere sugli schermi dei pc quando ci sarà negato l'accesso a una pagina web censurata. Perché l'Internet Engineering Task Force (IETF), cioè l'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete, ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Tradotto per i meno tecnologici: in pratica, si tratta di quei messaggi che servono per comunicarci le informazioni riguardanti il trasferimento dei dati tra il nostro computer personale e il server web che ospita il sito su cui vogliamo navigare. E che per convenzione vengono condivisi dalla comunità hi-tech. Quelli con un numero compreso tra il 400 e il 599 segnalano: attenzione, qualcosa non funziona.
Si va dal famoso e fin troppo comune 404, seguito dal perentorio "not found" che sta a indicare una risorsa non disponibile, all'autorizzazione negata del 401, passando per il 500, errore interno del server, e il 504: il gateway timeout, che generalmente si verifica a causa di una grande mole di lavoro. L'elenco dei "crac" è lungo. E si è appena arricchito grazie all'aggiunta di un nuovo elemento. L'errore 451, appunto. Il neo arrivato dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta viene bloccata per via di "ragioni legali", come la censura governativa. E configurarsi, quindi, al pari di un'etichetta ad hoc per denunciare il sempre più pervasivo controllo statale sul web. Uno strumento tutt'altro che inutile. La cui gestazione, però, ha avuto tempi lunghi. Infatti, la sua introduzione è stata proposta per la prima volta già nel lontano 2013, proprio per omaggiare lo scrittore dell'Illinois morto quell'anno. Autore dell'input? Tim Bray, un ingegnere di Google, che aveva a sua volta ripreso un'osservazione di Terence Eden. I fatti: dopo il blocco per violazione di copyright di Pirate Bay da parte delle autorità britanniche, sugli schermi di chi abitava in Inghilterra e voleva visualizzare la pagina compariva il messaggio "403" che significa "il server ha capito la richiesta, ma si rifiuta di soddisfarla". Tuttavia, notava Eden, non era il sito di file sharing a impedire l'accesso agli internauti inglesi. Bensì il governo del Regno Unito. Da qui l'invocata necessità di una maggiore accuratezza."Non potremo mai disfarci del tutto delle restrizioni legali sulla libertà di parola. D'altra parte, credo che quando tali divieti sono imposti, ciò deve avvenire in modo trasparente", spiegava Bray in un'intervista al Guardian.
Ma la sua idea non è stata accolta dal gruppo di tecnici e ricercatori dell'IETF. Fino ad oggi. Le ragioni del cambio di posizione le scrive Mark Nottingham, presidente dell'IETF HTTP Working Group: "Da quando il controllo su Internet è diventato più visibile e prevalente, ci è giunta voce che i responsabili dei siti avrebbero gradito l'opportunità di fare questa distinzione. Ancora più importante: i membri della comunità volevano avere la capacità di scoprire i casi di censura in modo automatico". Non si tratta di un'esigenza di poco conto se si pensa che, secondo il report stilato dall'organizzazione non governativa Freedom House, nel 2015 la libertà online è diminuita in tutto il mondo per il quinto anno consecutivo. Sui 65 governi presi in esame sono stati ben 42 quelli che hanno chiesto alle compagnie private o agli utenti internet di limitare, o cancellare, i contenuti sul web per ragioni politiche, religiose e sociali. Contro i 37 dell'anno precedente. Si è alzato anche il livello di sorveglianza e in molti hanno provato a limitare o proibire strumenti che proteggono la privacy, ad esempio la crittografia. Il declino maggiore? In Francia, dove dopo la strage di Charlie Hebdo è stata adottata una legge liberticida, paragonata al Patrioct Act statunitense post 11 settembre 2001. Così, commenta Stefano Zanero, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, l'approvazione del 451 a mo' di standard diventa "un modo elegante di protestare ed esprimere preoccupazione per questa deriva". Oltreché uno strumento di precisione.
Certo, come ci spiega Salvatore Previti (analista programmatore senior), "il fatto che un codice esista non significa che verrà usato. In teoria, potrei programmare il mio server web per ritornare qualsiasi codice io voglia. È solo una convenzione". Un esempio noto e divertente è l'Hyper Text Coffee Pot Control Protocol (HTCPCP): un protocollo di rete per il controllo, il monitoraggio e la diagnostica delle caffettiere, pubblicato per il pesce d'aprile del 1998. Con tanto di errore 418 (usato da Google per i suoi scherzetti) che avverte "il server" a cui vogliamo collegarci "è una teira e non è in grado di preparare il caffè". In questo caso la faccenda è più seria. "Sospetto che in alcune giurisdizioni, i governi disabiliteranno l'uso del 451 per nascondere ciò che stanno facendo. Non possiamo fermarlo", ammette lo stesso Nottingham. Ma non lascia spazio al cinismo: "Se lo fanno, mandano un forte segnale a te, in qualità di cittadino, su quale sia il loro intento. E penso valga la pena saperlo".
«La Repubblica» del 1 gennaio 2016

11 ottobre 2015

Perché è importante l'alt europeo agli imperi digitali

Primo freno UE al saccheggio dei dati
di Gigio Rancilio
L'ultima sentenza della Corte di Giustizia europea – quella che ieri ha stabilito che gli Usa non garantiscono un livello di protezione adeguato dei dati personali raccolti via web – non riguarda solo avvocati, professori e appassionati di tecnologie. Riguarda tutti noi. Ci riguarda come utenti di Internet, come cittadini italiani ed europei. Riguarda, in parte, anche il nostro futuro economico e tecnologico, e il rapporto – anche commerciale – tra Europa e Stati Uniti. Qualcosa di ben più complesso, quindi, di una battaglia contro Facebook o della partita di un giovane avvocato austriaco che con la sua denuncia ha deciso di sfidare uno dei colossi del web, mettendo in moto tutto questo.
In questi anni, infatti, l’America di Facebook, Google, Twitter e Apple è diventata il centro del mondo digitale. Il crocevia dei dati mondiali raccolti ogni secondo su web e social. Miliardi di informazioni personali su ognuno di noi che rappresentano la vera ricchezza di molti di questi giganti della tecnologia. I dati degli utenti europei vengono però conservati su computer (i cosiddetti server) posti fisicamente in Irlanda, e ogni giorno trasferiti in America per trattarli in maniera globale. Lo scandalo Datagate, con tutti i suoi annessi e connessi, ha messo sotto gli occhi del mondo le falle del sistema americano, relativo alla sicurezza e al trattamento dei dati personali degli utenti. Da qui la sentenza della Corte di Giustizia europea che annulla quanto sostenuto nel 2000 dalla Commissione europea, rimettendo al centro dell’agenda degli Stati Uniti – come ha ricordato il Garante italiano della privacy, Antonello Soro – «il tema dei diritti fondamentali delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei».
Che una sentenza obblighi gli Stati a tutelare maggiormente la privacy dei cittadini è sempre una buona notizia. Perché troppo spesso noi sottovalutiamo il problema o perché ci sentiamo impotenti davanti ai colossi che minano la nostra privacy, oppure perché crediamo di non avere niente da temere. Uno dei rischi derivanti semmai da questa sentenza è che l’Europa non riesca a dare vita a una politica comune di protezione dei dati digitali e che ognuno dei Paesi europei faccia di testa sua, mettendo in difficoltà tutti gli altri. Una vera incognita è, poi, rappresentata da ciò che faranno gli Stati Uniti, la cui ricchezza tecnologica dipende in larga parte anche dai dati digitali posseduti dalle sue aziende.
Perché qui non si tratta di spostare fisicamente un computer (migliaia di computer) da una nazione a un’altra per aggirare la sentenza. La fretta con la quale Facebook e tutti gli altri colossi web chiedono norme chiare riguarda la paura di perdere il controllo (e i soldi, molti soldi) sulla gigantesca raccolta di dati che fanno ogni giorno. E di doversi sottoporre a regole sempre più severe decise da nazioni che hanno a cuore più di altre la privacy dei cittadini.
Sarà fantascienza, ma provate a immaginare cosa succederebbe se l’Europa vietasse a Google, Facebook, Twitter e a tutte le altre aziende che controllano la Rete di usare a fini commerciali i nostri dati che consciamente e (troppo spesso) inconsciamente lasciamo ogni giorno sul web. Nell’attuale impero digitale, retto da una potentissima oligarchia, ci sarebbe una rivoluzione con conseguenze serie e persino inimmaginabili. Perché in Rete i veri soldi sono i dati. Tolti quelli, molti giganti non sarebbero più tali. E gli Stati Uniti d’America, che non sono già più l’unica e incontrastata potenza globale, non sarebbero più nemmeno il centro del mondo digitale.
«Avvenire» del 7 ottobre 2015

01 luglio 2015

Chi ha paura delle app

Il neoluddismo di tassisti, catene di hotel o cantanti. Ma le proteste sono sterili di fronte a servizi migliori
di Pierluigi Battista
Le autorità francesi che hanno arrestato due responsabili di Uber stanno ripetendo lo stesso gesto disperato di chi, all’alba della rivoluzione industriale, spaccava i nuovi telai meccanici per salvare l’integrità di un mondo che stava sparendo. Persero allora e perderanno adesso. La modernità industriale non si arrestò per i gesti dei luddisti. Oggi arrestano chi sfida monopoli e corporazioni. Ma la sentenza è già scritta. Tutto va avanti a velocità impetuosa, ma Uber, negli Stati Uniti, è già considerato un dinosauro da nuove e più spregiudicate «app» che saranno i nuovi dinosauri di dopodomani. È come se i costruttori di carrozze avessero chiesto l’intervento della polizia per bloccare la nascente industria automobilistica.
Battaglie romantiche, come quelle degli spazzacamini travolti dalla nascita dei nuovi impianti di riscaldamento e dalle nuove cucine. Oggi il fronte dei conservatori che detestano la folla di nuove imprese da attivare digitando uno smartphone o un tablet è ampio, variegato. Mica solo i soliti tassisti. Protestano i grandi hotel perché con il cellulare sempre più persone cercano e trovano stanze senza intermediazioni e in pochi secondi. Boccheggiano le agenzie di viaggio perché basta una app per fare biglietti, costruire itinerari, prenotare aerei, organizzare spostamenti. La cantante Taylor Swift è diventata la beniamina di tutti gli addetti alle case discografiche terrorizzati dalla Apple che come Spotify permetterà con un abbonamento risibile di acquistare tutta la musica del mondo. Già l’irruzione di iTunes aveva destabilizzato quel mondo. Chissà se staranno meditando l’assalto a Cupertino.
Le case automobilistiche guardano con apprensione al fenomeno del car sharing che oramai, nelle grandi città e per quelli che hanno meno di trent’anni, è diventato il modo più veloce e meno dispendioso per muoversi. Cominciano a protestare negli Stati Uniti le grandi compagnie dei pullman perché con una semplice app si sale su mezzi comodi e affidabili per ogni tratto di strada anche non contemplata dagli itinerari tracciati dai monopolisti del trasporto su ruota. Protestano gli scrittori che si ribellano contro Amazon che pratica politiche di sconti molto aggressive, che i consumatori amano perché rende più facile ed economica la strada verso un libro, ma che gli autori considerano un deplorevole cedimento alle ragioni del mercato e una minaccia alle belle librerie di una volta (che chiudono).
Protestano le grandi tv perché con l’irruzione di Netflix, la televisione verrà consumata con modalità completamente diverse da quelle tradizionali. Protestano gli editori e i giornalisti perché i loro articoli, benché protetti dalla «riproduzione riservata», circolano gratuitamente per la Rete e ci sono applicazioni che già oggi permettono di sfogliare «il meglio di» senza passare per l’acquisto del giornale. Tra un po’ protesteranno anche gli autostoppisti che, grazie a quella geniale invenzione che è BlaBlaCar, rimpiangeranno il romanticismo del pollice perduto sul ciglio della strada: ah com’era bello l’autostop di una volta. Magari fossero solo i tassisti, eterni simboli della corporazione aggressiva che oggi fanno la guerra santa, aiutati dai tribunali, contro Uber. Si lamentano e dicono che questo non è progresso, ma sottrazione di lavoro a gente perbene che resterà presto disoccupata. Però è anche occupazione nuova, giovane, intraprendente che arriva.
Nuovi lavori, nuove invenzioni, nuove idee, nuova occupazione. Si contano a milioni in America (ne ha scritto Massimo Gaggi per «La Lettura») i nuovi lavoratori che, senza fissa dimora a tempo indeterminato, mordono l’immobilismo di ristoranti e lavanderie, poliambulatori e fiorai. Dando una mano ai consumatori, facilitando la vita, rispondendo a un bisogno sociale. Il mercato è anche questo: sovranità del consumatore che può avere migliori servizi a buon prezzo. Ecco perché i due dirigenti di Uber arrestati in Francia danno un sapore di arcaico, di ferocemente retrivo nella battaglia che le corporazioni e i monopoli stanno ingaggiando contro le piccole app che stanno sconvolgendo il mondo. Potranno alzare i ponti levatoi, distruggere i telai meccanici come facevano i luddisti, potranno sacrificare i consumatori sull’altare dello status quo e della conservazione. Ma alla fine il destino è segnato. Questione di anni, o forse di mesi. Ed è anche giusto che sia così.
«A» del marzo 2015

18 gennaio 2015

I frutti del web sono di tutti, "ma ci vogliono nuove regole"

"La rete non deve essere selvaggia. Abbiamo bisogno di leggi. Basta che siano ragionevoli. Intervista al Lawrence Lessig, il padre dei Creative Commons: indica la via democratica a Internet
di Francesca De Benedetti
Sul caminetto di casa Internet c'è una fotografia. Con un uomo, Tim Berners-Lee, che di internet è il padre. E accanto a lui, in cammino tra le strade innevate del New Hampshire, Lawrence Lessig. Accademico di spicco, Lessig insegna legge all'università di Harvard, dove dirige l'Edmond J. Safra Center for Ethics, mentre a Stanford ha creato il Center for Internet and Society. Ma, per il mondo, Lawrence Lessig è innanzitutto il fondatore delle licenze Creative Commons, l'intellettuale della "Free culture" (da cui il titolo di uno dei suoi libri più famosi), l'avvocato che si è speso perché la Rete realizzasse un'opportunità di democratizzazione della conoscenza e di produzione creativa. Nella foto di famiglia non si vede, ma è come se ci fosse, Aaron Swartz, il "genio" della Rete, l'attivista per la conoscenza libera, morto suicida proprio due anni fa, l'11 gennaio 2013. Collaborò con Lessig ai Creative Commons quando era appena adolescente, e il professore non ha dubbi: è anche per la combattività che gli ha trasmesso quel ragazzo che lui, a cinquantatré anni, con un passato da giovane repubblicano alle spalle, si è messo in testa che il mondo bisogna provare a cambiarlo alla radice. Gli ha dedicato la sua "marcia ribelle" contro la corruzione, la "NHRebellion". Già, perché negli ultimi anni il professore sta concentrando la sua battaglia soprattutto contro il sistema dei "Pac" (Political action committee), finanziamenti privati che condizionano la politica americana.

Professor Lessig, da quel 2001 in cui lei fondò Creative Commons la cultura digitale è diventata più aperta e democratica oppure no?
"Devo dire che il movimento a difesa della conoscenza aperta è maturato molto, raggiungendo vittorie impensabili prima. Un esempio? Proprio Grazie a Aaron Swartz siamo riusciti a fermare Sopa (Stop Online Piracy Act: la proposta di legge per irrigidire la normativa sul copyright, ndr). Ma la politica subisce ancora troppe pressioni, ed è per questo motivo che vedo come prioritaria in questo momento la lotta contro la corruzione. Semmai la cultura politica, quella sì, è sicuramente cambiata e i progressi nella direzione di una cultura più libera sono evidenti. I giovani hanno raccolto l'opportunità dirompente che la tecnologia offriva loro. Opportunità di creare, di essere coinvolti, di partecipare".

Intanto però è la tecnologia che non smette di cambiare noi e il nostro modo di vivere. L'"internet delle cose", l'iperconnessione, la raccolta e l'analisi massiccia di dati: nuove sfide non richiedono nuove regole?
"La sfida è trasformare un mondo con regole folli in uno con leggi ragionevoli. Perché la soluzione non è una Rete sregolata, ma regolata da leggi che tengano conto dell'impatto di una tecnologia in continua evoluzione sulla società. Il mercato va mantenuto aperto e competitivo. Solo così possiamo assicurarci che la tecnologia non diventi uno strumento per mettere a rischio e minare i fondamenti sociali e democratici che le leggi stesse dovrebbero tutelare".

Ai tempi dei Creative Commons lei denunciò che l'accesso alla cultura era condizionato da poteri privati e leggi inadeguate. La difesa a oltranza della proprietà intellettuale avrebbe impedito di cogliere appieno le opportunità della Rete. Ma ora sul copyright si gioca anche uno scontro tra industrie culturali di vecchia e nuova generazione, come nel caso di Google News. La Silicon Valley di Google e di Facebook è amica, nemica oppure falsa amica della cultura libera?
"Finché cerca di garantire ampio accesso alla conoscenza, possiamo anche definirla amica. Ma Google e Facebook sono pur sempre aziende. Se fare soldi li porterà altrove, non avranno alcun interesse a garantire la cultura libera. Per tutelare la libertà dobbiamo rimanere vigili. L'ombra del monopolio c'è ed è significativa, in termini economici ma anche politici: i monopoli influenzano le decisioni politiche. Un mercato competitivo è fondamentale ".

Le corporation da una parte, i governi con la sorveglianza di massa dall'altra: da entrambi i fronti la nostra privacy sembra minacciata. Lei crede che i valori democratici siano a rischio per un eccessivo controllo della Rete, oppure no?
"Uno degli sviluppi più preoccupanti degli ultimi dieci anni è proprio questo. Guardiamo cosa è successo in America: col terrorismo e il diffondersi del panico il governo ha compromesso e indebolito le strutture portanti della Rete e il risultato paradossale è che così facendo l'ha fatta diventare meno sicura. In altre parole ciò che consente al governo di sorvegliare massicciamente ha anche reso più facili gli attacchi cinesi e nordcoreani. Con la giustificazione della lotta al terrore, il governo ha imbastito un sistema di sorveglianza impensabile prima, facilitando un controllo estremo. Difficile tornare indietro, ma necessario: la sicurezza non può compromettere la privacy e i diritti fondamentali".

Obama ha preso posizione per la " net neutrality ", cioè perché internet rimanga uguale per tutti e non diventi una Rete a due velocità che discrimina tra ricchi e meno ricchi. Fa bene il governo a intervenire?
"Sì, deve intervenire. Quella della "libertà selvaggia" è un'illusione. Perché internet rimanga davvero aperto e consenta la concorrenza è necessaria un'azione di governo. La scelta di Obama è incoraggiante, vedremo cosa succederà a febbraio quando anche la Fcc (la Commissione governativa sulle comunicazioni, ndr ) voterà, ma i segnali sono positivi".

L'europarlamentare del Partito Pirata, Julia Reda, incaricata di elaborare il testo della futura riforma europea del copyright, proprio dopodomani presenterà la sua bozza. Su questo tema, secondo lei, la direzione che sta prendendo il Vecchio continente è quella giusta?
"Il dibattito europeo è molto incoraggiante. Il Partito Pirata e il parlamento Ue stanno svolgendo un ruolo importantissimo nell'aprire e nello strutturare la discussione sul copyright, oltre che nell'arginare i monopoli. In America questo non è avvenuto, mancano nelle istituzioni gruppi così strutturati che cerchino di limitare il potere dei colossi. Avete una grande opportunità. Allo stesso tempo però anche l'industria culturale in Europa, e in particolare in Francia, è estremamente potente: condiziona il modo in cui la legge si evolverà, tende a difendere rigidamente princìpi pensati nel secolo scorso. La vera sfida invece è pensare alle regole del futuro in termini evolutivi, proiettandosi nel mondo che sarà. Sono speranzoso che in Europa coglierete questa sfida".
«la Repubblica» del 18 gennaio 2015

09 settembre 2014

Usa: tramonta la tutela sul web, così la Rete rischia la deriva illiberale

L'allarme
di Massimo Gaggi
Arriva la svolta sui domini internet: più libertà o più potere alle dittature?
Molti pensano che l’evidente ritrosia di Barack Obama a continuare a svolgere, da presidente e comandante militare della maggiore potenza planetaria, il ruolo di gendarme del mondo ha contribuito a farci scivolare tutti in una situazione caotica, con la moltiplicazione di conflitti, violenze, atti barbarici. Ribelli, terroristi e regimi dittatoriali approfittano del vuoto di potere, della assenza di un credibile guardiano dell’ordine internazionale, per cercare di modificare gli equilibri a loro favore.
Analisi solo in parte fondata (Obama è comunque costretto a operare in un contesto molto più complesso di quello che avevano davanti i suoi predecessori «imperiali», da Eisenhower a Reagan, e ha alle spalle un’America economicamente più debole e stanca di guerre), ma di certo il presidente ha peccato per eccesso di prudenza. E adesso molti cominciano a chiedersi se lo stesso errore non lo stia facendo anche nella gestione del sistema di distribuzione dei domini di Internet, la linfa vitale dell’era digitale. L’amministrazione del Web fin qui è stata affidata all’Icann, una società privata non profit di diritto americano basata in California con un «board» di 16 membri scelti tra esperti e le altre associazioni del settore. Un sistema certamente anomalo ma che ha funzionato e ha garantito, fin qui, la libertà della Rete dalle interferenze governative. Salvo quella del governo Usa: Icann opera sulla base di un contratto con il dipartimento del Commercio Usa che però, fin qui, si è limitato a esercitare un discreto ruolo di sorveglianza. Dopo molte pressioni internazionali, anche in sede Onu, nel marzo scorso però Obama ha deciso di rinunciare a questo privilegio: contratto e sorveglianza Usa cesseranno dall’autunno 2015.
L’organismo tecnico dovrebbe difendersi da solo dalle interferenze dei governi espresse da un comitato intergovernativo che ha un ruolo solo propositivo. Ma un mese fa alcune regole sono state silenziosamente cambiate e ora per l’Icann diventa più difficile ignorare le richieste dei vari regimi mentre nel comitato intergovernativo, spesso riunito all’improvviso e con molte assenza, sono già emerse proposte liberticide. Il rischio che Paesi come Cina, Russia e Iran mettano in piedi maggioranze per avallare censure della Rete nei loro Paesi o addirittura per oscurare vicini «scomodi» (Hong Kong o l’Ucraina) sta diventando consistente. Ora sono le stesse imprese del Web, la Internet Commerce Association, a lanciare l’allarme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2014

02 settembre 2014

Sette europei su 10 vedono film senza pagare

di Alessandro Longo
La pirateria non è un'anomalia di sistema, un cancro da estirpare: è diventata una prassi consolidata, seguita dalla maggior parte degli utenti internet, e rischia di essere persino funzionale allo sviluppo della creatività e dell'industria cinematografica. Emerge questa realtà - che contrasta le tesi dagli alfieri del copyright - se mettiamo assieme una serie di studi fatti negli ultimi anni da diversi istituti di ricerca, università e dalla Commissione europea.
Cominciamo da quest'ultima: un suo studio di quest'anno (http://bookshop. europa. eu/it/a-profile-of-current-and-future-audiovisual-audience-pbNC0414085) rivela che il 68 per cento degli utenti europei vede film gratis su internet (streaming o download). Non solo: il 50 per cento di loro dice di non pagare i film perché non può permetterselo per tutti quelli che intende vedere. Questa affermazione suggerisce che i film visti gratis non sono davvero una perdita di introiti per l'industria, visto che quelle persone non potrebbero mai pagarli (semmai, rinuncerebbero a vederli se non potessero farlo gratis). Ne deriva anche che la disponibilità di film gratis aiuta a diffondere la cultura cinematografica tra i ceti meno abbienti, che non avrebbero alternative alla pirateria. Sempre secondo lo studio europeo, infatti, la maggioranza degli utenti che vede gratis i film ha un reddito inferiore ai mille euro al mese e sono tipicamente giovani e con un alto livello di istruzione. E' l'identikit di una generazione che nonostante la laurea è sotto occupata e può soddisfare i propri interessi culturali anche (o solo) grazie alla pirateria.
Ci sono poi studi secondo cui la pirateria fa da volano alla visione legale dei film (al cinema e in dvd), a mo' di veicolo pubblicitario non convenzionale. Il primo che va in questa direzione è stato di Gfk, commissionato dall'industria cinematografica tedesca per certificare la crescita delle vendite nelle sale dopo la chiusura del portale pirata Kino.to. Studio mai pubblicato ufficialmente perché aveva scoperto una verità opposta; ma è finito comunque su internet per vie traverse e quindi ormai è di dominio pubblico (http://www. repubblica. it/tecnologia/2011/07/29/news/pirateria_cinema-19494246/). In seguito, uno studio dell'università del Minnesota ha aggiunto che non è possibile provare un rapporto causa-effetto tra pirateria e calo degli incassi cinematografici (http://papers. ssrn. com/sol3/papers. cfm?abstract_id=1986299).
Più di recente, una ricerca congiunta tra la ISM (International School of Management Campus München) e l'università di Copenhagen ha analizzato l'effetto della chiusura di Megaupload (celeberrimo sito pirata) e ha trovato evidenze interessanti. Ha rilevato l'aumento del business solo per i maggiori film blockbuster e nessun vantaggio per la maggioranza dei film. Per quelli di nicchia, non commerciali, ha scoperto che anzi l'impatto è stato negativo, perché secondo i ricercatori la pirateria fa in questo caso da cassa di risonanza per le opere di qualità poco pubblicizzate, "diffondendo l'informazione dai consumatori che hanno poco interesse a pagare a quelli che invece ne hanno molto", si legge nella ricerca. Inoltre, sempre nell'ottica del rapporto tra pirateria e diffusione della cultura, uno studio dell'Authority inglese Ofcom (http://stakeholders. ofcom. org. uk/market-data-research/other/research-publications/user-generated-content/) dice che una normativa copyright troppo rigida soffoca le nuove forme di creatività su internet, che spesso usano e reinventano opere protette da diritto d'autore.
Forse anche tra l'industria cinematografica sta cominciando ad attecchire l'idea- fino a ieri eretica- che la pirateria non sia una pratica del tutto avulsa dal normale business: nell'apprendere che il suo Il Trono di Spade è stato la serie tv più piratata dell'anno, il Ceo di Time Warner Jeff Bewkes, gran guru della televisione americana, l'ha definita "un'ottima notizia", "meglio che vincere un Emmy", arrivando ad aggiungere che la pirateria ha fatto da "passa parola"; ha concordato con lui il registra della serie, David Petrarca.
Qualcuno che potrebbe avere buoni motivi per attaccare la pirateria è anche Netflix, la principale piattaforma online di film (legali) al mondo. La pirateria gioca infatti sullo stesso terreno di Netflix (internet), ma è gratis e quindi potrebbe essere il peggiore avversario sleale che si possa immaginare per una piattaforma legale. Ebbene, il chief technology officer di Netflix Jon Nicolini ha detto che la pirateria è la minaccia numero uno per il business; ma invece di invocare leggi draconiane ha suggerito che per combatterla bisogna sforzarsi di migliorare l'offerta legale di film. "Il modo migliore di combattere la pirateria non è sul piano legale o giudiziario, ma dando buone opzioni legali, ai consumatori". Ragguardevole posizione da parte di una piattaforma che è nota per la sua ampia offerta di film e serie tv, ben più generosa di quella disponibile su analoghi servizi in Italia. Dove, per altro, Netflix ha appena dichiarato che arriverà solo nel prossimo anno, più tardi rispetto ad altri Paesi europei, in primo luogo perché da noi sono poco diffuse le connessioni internet veloci. Siamo il Paese con la peggiore copertura in fibra ottica e le connessioni più lente (in media, tra gli utenti), secondo la Commissione europea.
Insomma, tutti questi elementi suggeriscono un rapporto complesso e non scontato tra il cinema e la pirateria. E che le soluzioni possono essere trovate in azioni diverse dalla guerra ai pirati. "Fa fede l'esempio del mercato musicale, dove grazie alla maturità dell'offerta legale e dello streaming, la pirateria si è ridotta a una nicchia. E dove il mercato è tornato a crescere, dopo dieci anni di crisi, anche in Italia, come riportano i dati di Fimi", dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d'autore e storico promotore di campagne contro la normativa copyright dell'Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), poi in effetti approvata e in vigore dal 31 marzo (http://www. repubblica. it/tecnologia/2013/12/12/news/regolamento_copyright_scheda-73437061/). "Di conseguenza si può prevedere che anche per il cinema la pirateria diverrà sempre più un fenomeno di nicchia. E questo, senza adottare sistemi maldestri e invasivi come quelli della delibera Agcom", conclude Sarzana.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014

30 luglio 2014

Gli indignati della privacy

La Rete si è mobilitata dopo la decisione di Facebook. Siamo tornati al solito anatema contro i «persuasori occulti»
di Pierluigi Battista
I giganti del web accusati di modificare gli algoritmi per influenzare emozioni e bisogni degli utenti. Sciocchezze: tutto è manipolazione, anche l’amore
Negli anni ruggenti del consumismo, e nel pieno rigoglio della «società del benessere» (bei tempi!), molti pauperisti, tradizionalisti, reazionari, antagonisti, anticapitalisti, e con loro una corona di tantissimi intellettuali chic, non si stancavano di denunciare con fervore militante le oscure mene dei «persuasori occulti» descritti allora da Vance Packard. Ne svelavano i turpi disegni di «manipolazione» dell’umanità per trasformare i cittadini in docili strumenti nelle mani dell’industria, cera molle da plasmare e deportare sotto ipnosi pubblicitaria nei templi del consumo dove si sarebbero gonfiati profitti e ricchezze smisurate. La pubblicità veniva indicata come un’arma del demonio, tecnica sofisticatissima per plagiare gli inermi consumatori e manovrata dai dominatori del mondo che avevano fatto del consumo una nuova forma di schiavitù.
Tempi lontani, quelli dei «persuasori occulti» e di Packard. Più di cinquant’anni fa. Acqua passata, un’epoca chiusa, l’ultimo grido di dolore dei sacerdoti del vecchio ordine prima del definitivo trionfo della modernità consumistica. O no?
No. Proprio in questi giorni si è infatti accesa, ricalcando sin nei minimi dettagli l’anatema contro i «persuasori occulti» di tanti anni fa, una tambureggiante campagna contro i mastodontici artefici di un nuovo, repellente «mercato delle emozioni». Sotto accusa è in primo luogo la spericolata azione degli zelanti colonnelli di Zuckerberg che nell’oscurità hanno dolosamente modificato un po’ di profili Facebook per capire come influenzare gli umori degli utenti ignari di tanto oltraggioso attentato alla loro privacy (proprio la privacy di chi si iscrive volontariamente a Facebook, cioé il regno dell’antiprivacy? Quella). Ma sull’onda dell’indignazione è poi partita una furiosa lotta contro i «manipolatori» dei sentimenti, i nuovi prepotenti oligarchi che imperano sullo spirito pubblico. E che avrebbero fatto di così criminoso questi colossi di Google e di Yahoo!, di Microsoft e di Twitter e di Amazon da meritarsi tanta risentita deplorazione? Avrebbero ideato, coadiuvati dai tecnomaghi degli algoritmi che per farci del male non esitano a setacciare la nostra personalità spiando i nostri comportamenti sul web e sui social network, un modo per manipolare la popolazione del mondo e riprogrammarla come una gigantesca ed eterodiretta folla di consumatori compulsivi.
Sono inorriditi perché in questa azione di spionaggio una volta Google ha osato testare — che vergogna — le preferenze inconsapevoli dei suoi innumerevoli ospiti, variando con «41 sfumature di blu» lo sfondo delle sue pagine web: addirittura. Sono scandalizzati perché i colossi che sfornano in batteria i migliori «persuasori occulti» in circolazione cercano di «migliorare i loro prodotti», di essere più attraenti, più belli, in grado, nientemeno, di stabilire un «contagio emotivo» con i propri clienti, come ha scritto «Business Insider»: arrivando a mutare, perfidamente, la «composizione del messaggio » nelle campagne pubblicitarie, «il posizionamento delle immagini», «le immagini associate».
Tutto questo non sembra una grande novità, la «composizione del messaggio» è da sempre il cuore della retorica pubblicitaria. Ma per gli indignati siamo al colmo delle nefandezze dei «persuasori», impegnati a manipolare il «mercato delle emozioni» a grande vantaggio dei «fatturati». E che mettono a punto con i loro algoritmi tecniche sofisticatissime di identificazione di target mirati. Così, onnipotenti e incontrollati, questi colossi prendono nota delle nostre predilezioni, delle nostre conversazioni, delle foto e dei selfie delle nostre vacanze, delle nostre relazioni, per colpirci nei nostri punti deboli, infilarsi nel nostro inconscio, orientare subliminalmente i nostri consumi, fare arricchire l’industria usando gli espedienti più loschi. E poi ci si lamenta per la diffusione delle paranoie complottiste. Prendiamo in giro il deputato grillino che denuncia i microchip che la Cia avrebbe provveduto a impiantare nei cervelli di milioni di esseri umani.
Ma siamo sicuri che con l’indignata riprovazione contro gli algoritmi che «manipolano le nostre emozioni» per farne sordido mercato non stiamo già costeggiando quei lidi della nevrosi cospirazionista?
Anche perché è proprio l’assunto che non funziona. Anzi, sono gli stessi criteri di giudizio, o di pregiudizio, che andrebbero rovesciati. Cominciando ad esempio con l’osservare che la «manipolazione emotiva» così enfaticamente temuta non è poi questa cosa tremenda che viene descritta dai nuovi allarmisti. In ogni relazione umana c’è un tasso ineliminabile e nemmeno tanto sgradevole di più o meno consapevole vis manipolatoria: è proprio un male? Anche la seduzione è manipolazione: manipolazione allo stato puro. Nella relazione sessuale non ne parliamo neanche: dalla manipolazione al soggiogamento emotivo il passo è brevissimo. Nel corteggiamento amoroso cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, veri professionisti della manipolazione, per condizionare con le nostre manovre tattiche e strategiche le scelte di una persona che peraltro ci ha già stregato, manipolando senza permesso la nostra struttura emotiva.
Anche la scrittura e la lettura, l’arte e la visione, sono attività che modificano la psicologia degli esseri umani, ne orientano i desideri, danno voce alle loro pulsioni più profonde, elaborano forme di dominio, di conflitto, di identificazione mimetica tra gli esseri umani, tra chi scrive e chi legge, tra chi dipinge e chi guarda. Secondo René Girard attraverso l’arte e la letteratura si finisce per desiderare ciò che desiderano gli altri, ci si conforma agli altrui stili di vita e l’imitazione culturale diventa una seconda natura, che della natura sembra ricalcare l’autenticità, l’istintività, l’immediatezza ma è invece il prodotto di una inconscia, eppure imperativa, opera di «manipolazione».
Molti secoli prima dell’invenzione degli algoritmi, la scienza della retorica aveva già definito la «persuasione» come l’arma più potente della comunicazione umana grazie all’ordine in cui disporre il discorso, all’uso sapiente delle figure retoriche, all’eloquenza, all’arte oratoria: molto più potente della pura consequenzialità logico- razionale degli argomenti, proprio perché capace di parlare alle emozioni, di «manipolarle» a puntino. E il teatro, la forza dell’attore, la potenza della recitazione a chi parlano, quali effetti vogliono produrre sull’uditorio, se non un effetto di trascinamento e di incantamento? Anche la politica, nella sfera simbolica, crea consenso e suscita passioni che smuovono e manipolano l’emotività. In una campagna elettorale c’è tantissima «manipolazione ». La politica mobilita gli animi per un vessillo, un ideale, un inno, un’immagine, una parola, persino per un colore (la bandiera rossa; l’azzurro di Berlusconi). E forse non è mai esistito al mondo un elettore che abbia deciso di optare per un partito perché convinto dalla lettura del punto 19, comma 14, paragrafo 7 del capitolo 86 di un dettagliato programma di governo. Infatti chi denunciava i «persuasori occulti» della pubblicità non poteva che coinvolgere nella sua scomunica anche la politica moderna. E pure l’immagine di JFK, così seducente, così affascinante, così «manipolatoria», venne sottoposta al severo giudizio dei tradizionalisti stupiti che un’icona giovane potesse essere tanto trascinante e idolatrata.
Anche il giornalismo lavora sulla retorica. La prima cosa che ti insegnano è l’«attacco» di un pezzo, che deve essere forte per catturare l’attenzione del lettore e trascinarlo fino alla fine di un articolo con una prosa avvincente (nel racconto dei fatti e delle notizie). E basta chiedere a un editore quanta cultura ci vuole per scegliere la copertina giusta di un libro, il suo disegno, i suoi colori, il suo «manipolare» i desideri di chi entra in una libreria e sceglie proprio quel volume, bello da vedere prima ancora che da leggere.
La pubblicità ha qualcosa di geniale perché è un’arte che lavora sul punto di incrocio tra psicologia ed estetica. Chi ha inventato la forma della bottiglietta della Coca- Cola o la mela morsicata della Apple ha capito molte più cose dell’animo umano di quanto non siano capaci i paladini di un presunto umanesimo pre-industriale. E forse non c’era bisogno di Andy Warhol per capire quanta forza mitica e artistica di una merce sia concentrata nelle scatolette stilizzate della Campbell’s: una zuppa che diventa il simbolo della nostra vita.
Intercettando i desideri più potenti dell’umanità, le merci sin dal loro apparire hanno imposto l’invenzione di appositi palcoscenici in cui potessero esibire tutta la loro forza magnetica: le scintillanti vetrine dei negozi, senza le quali non comprenderemmo quanti investimenti emotivi siano racchiusi nella moderna mania dello shopping. Karl Marx, che alla modernità borghese sciolse commoventi inni, parlava ammirato della «fantasmagoria delle merci». I manifesti pubblicitari che nel primo Novecento impegnarono i nostri migliori illustratori e disegnatori come Gino Boccasile sono una pietra miliare della nostra storia dell’arte. Gabriele d’Annunzio diede il nome ampolloso di Rinascente al nuovo santuario delle merci a basso prezzo fabbricate in serie. I migliori registi accoglievano entusiasti, e non solo per ragioni economiche, l’invito a dirigere le straordinarie microstorie con cui Carosello ha costruito la sua leggenda. E la storia della grafica pubblicitaria fa tutt’uno con quella dell’arte.
Tutta orrenda «manipolazione»? Manipolazione, certo. Orrenda, è tutto da discutere. L’idea di un grande complotto delle multinazionali che vogliono influenzare la nostra psicologia non è solo ideologicamente rozza, ma si fonda anche su un’antropologia elementare e quasi caricaturale, come se la vita delle società umane non fosse permanentemente esposta al gioco incrociato delle influenze, ai venti della «manipolazione», alle relazioni private e pubbliche che modificano la psicologia dei gruppi e dei singoli individui. Come se il valore emozionale della personalità fosse lo specchio di una creatura semplice, mentre chi cerca di orientare i valori e le emozioni è descritto come un mostro che vuole vampirizzare le sue povere vittime. Ma no, i mostri multinazionali invadano pure i nostri profili nei social network. Saremmo felici di consumare le loro merci seducenti e fantasmagoriche. E auguri di buon lavoro ai nuovi «persuasori occulti».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del 27 luglio 2014

Facebook cambia l’autofiction

Tendenze. Esauriti i blog, in affanno la «twitteratura», il social network è la frontiera degli scrittori
di Vanni Santoni
Narrazioni di sé come se fossero vere (e non lo sono). Ma qualcuno ci crede
Mentre non sembra aver fine l’esodo dei giovanissimi da Facebook, e la piattaforma utenti del social network si fa più adulta, le modalità d’uso cambiano. Se rimangono diffusi gli utenti «didatti», che rilanciano articoli di interesse sociale, e quelli «realisti», che continuano a riportare la cronaca della propria esistenza, in molti casi l’autonarrazione si affina e diventa sempre meno istintiva. In questo contesto, un fenomeno tutto italiano sono le «autofiction finzionali»: storie narrate per mezzo di status, le quali per avere piena fruizione prevedono l’accettazione (almeno nell’attimo di sospensione dell’incredulità che avviene al momento della lettura) del fatto che sia il vero utente a parlare. Un fenomeno reso possibile anche da ragioni tecniche: negli anni, Facebook ha lavorato per giungere alla maggior possibile sovrapposizione tra persona e profilo, cosicché chi legge gli status altrui tende a farlo pensando l’altro come «reale».
Se vanno ancora forte le pagine puramente parodiche, come Siamo la Gente, il Potere ci Temono, satira del grillismo a base di scie chimiche e rettiliani, o Amo il mio carabiniere, bizzarra pagina di un’immaginaria fan dell’Arma, la nuova frontiera sono le pagine in cui il confine tra utente e personaggio si sfrangia.
Il primo a imporsi in questo modo è stato Alessandro Gori, detto Lo Sgargabonzi, i cui status a base di humour nero e teatro dell’assurdo gli sono valsi un considerevole seguito (e una buona quantità di nemici) online, trasferitosi poi anche nei suoi eventi live. Omologo femminile dello Sgargabonzi è Christiane D’Arc, assurta a figura di culto con una timeline dove si alternano foto softcore di calcolata ingenuità e status provocatori in cui viene inevitabile chiedersi se «c’è o ci fa». Contagiati forse dalla noia delle autonarrazioni ordinarie, la cosa si è diffusa anche tra i romanzieri. Da un paio d’anni Tommaso Pincio posta status che cominciano con le parole volutamente sgrammaticate «Nel caso ci sono genti che non sanno…», corredate da un’immagine a tema, dando vita a qualcosa che sta tra una specie di surreale guida al mondo e la parodia di quegli utenti che nei loro status paiono animati da una irriducibile vena educativa. La cosa funziona, al punto che diventerà un libro, provvisoriamente intitolato Genti che non sanno, così come diventeranno un libro, previsto per il 2015 da Einaudi, gli status del «professore» di Christian Raimo. Da circa un anno Raimo, che è professore di liceo anche nella vita reale, cosa che ha alimentato l’equivoco, e con esso la forza della narrazione, pubblica con seguito crescente status che riportano i disperati tentativi di un professore ansioso e frustrato di trovare nei suoi studenti i legami emotivi che gli mancano altrove.
Morti o diventati altro i blog, si è parlato molto della possibilità di una letteratura social: ma piuttosto che dalle ardite sperimentazioni di «twitteratura» è inaspettatamente il risaputo Facebook, che aspirava a essere il luogo della «vita reale», a rivelarsi il terreno più adatto per la fiction, compresa quella che sbarca in libreria.


I quattro esempi

Alessandro Gori
Già piuttosto noto come blogger sulla defunta piattaforma Leonardo.it, Gori, altrimenti detto Lo Sgargabonzi, ha recentemente debuttato sulle colonne di Internazionale con pezzi satirici e pubblicato un libro, Le avventure di Gunther Brodolini, che, pur uscito con un minuscolo editore (Fuorionda di Arezzo) è già andato più volte in ristampa; tuttavia il fulcro del suo lavoro e della sua poetica rimangono gli status di Facebook. «Tutto cominciò,» racconta lo stesso Gori, «da uno status che scrissi quando ancora usavo Facebook come un utente normale. Per scherzo – sì, sono consapevole di avere uno humour che a molti può rimanere indigesto – scrissi ‘sono a favore della castrazione chimica per le vittime dei pedofili’. Inizialmente ci fu una messe di ‘like’ da parte di gente che non aveva letto con attenzione la frase, seguita poi dai messaggi infuriati delle stesse persone, che nel frattempo avevano capito che avevo scritto qualcosa di molto diverso (e molto più assurdo) di ciò che avevano inteso inizialmente. Lì intuii il potenziale degli status di Facebook» continua Gori, «che risiede nell’abitudine che ha la gente a prenderli sul serio, e provai con un altro, forse ancora più potente perché sfruttava quella presunzione di istantaneità tipica dei social. Scrissi ‘Ho appena dato un calcio a un cane’. Ci fu una vera e propria rivolta. Da lì pian piano il profilo dello Sgargabonzi trovò la sua linea e abbandonai gli status ‘seri’ per dedicarmi solo a quelli in linea con la mia nuova ‘persona’, in cui tutto si regge sul costringere sempre il lettore a chiedersi se ci sei o ci fai.»

Christiane d’Arc
Nonostante status come «Alle lementari (sic) erano brutti quarti d’ora quando toccava a te dire che lavoro facevano i tuoi dal momento che i genitori degli altri erano tutti coreografi di Madonna o medici senza frontiere e spesso l’una non escludeva l’altra, io peraltro non sapevo davvero che lavoro faceva mio babbo ma solo che veniva a prendermi a scuola tutti i giorni con una macchina diversa e nessuna era la sua…», la sempre più popolare Christiane D’Arc sostiene di non essere così distante dalla propria rappresentazione online: «anche se per molti versi sto parodiando correnti interne a Facebook, anzi si potrebbe dire che sono una parodia di svariate tipologie di utenti, non parlerei di ‘autofiction finzionale’, ma di pura e semplice autofiction. Quando metto una foto di me stessa in mutande, magari arricchita di scritte fatte con Microsoft Paint, non sto, o non sto solo, facendo una parodia di chi utilizza Facebook per raccontarsi in un certo modo e proporre una certa immagine di sé: sono anche seria, altrimenti il processo non sarebbe catartico. » Catartico? «Sì,» continua D’Arc: «Facebook impone a tutti i suoi utenti l’autonarrazione, ha obbligato miliardi di persone a inventarsene una, costringe chiunque ad avere un’immagine pubblica. È qualcosa da cui è necessario purificarsi, e per farlo non basta l’autoironia. Anzi, è diventata tanto diffusa, e tanto facile, che quasi sempre l’autoironia su Facebook nasconde bieca autocelebrazione. Con se stessi, in un luogo che nasce per parlare di se stessi, che chiede alla gente di farlo, non basta l’ironia: bisogna essere brutali.»

Tommaso Pincio
Gli status delle «genti che non sanno», racconta Pincio, non nascono dal nulla, ma sono figli diretti e coagulazione finale di vari percorsi d’uso di Facebook per creare piccole narrazioni, anzitutto quella dell’ Umile Trascrittore, in cui lo stesso Pincio trascriveva frasi provenienti dal parlato di politici, calciatori, soubrette e altre figure pubbliche, e le condivideva sul social network, ma nude e crude, senza virgolettarle né indicare la fonte. Lo scopo era capire com’era cambiata la percezione del testo scritto nell’epoca digitale, ma molte delle reazioni iniziali furono di assoluto sgomento e incomprensione, talvolta di profonda irritazione. Alcuni, sentendosi offesi, arrivarono persino a togliergli l’amicizia. «Trovavo altresì confortante,» spiega ancora Pincio, «che la trascrizione (che è poi la quintessenza del romanzo) venisse ancora percepita come trasgressiva. Da lì passai alle ‘genti che non sanno’: i primi status riportavano immagini retró in cui qualcuno saliva su un treno in corsa calandosi da una mongolfiera, o sempre da una mongolfiera osservava le stelle cadenti, ed erano corredate da frasi come ‘nel caso ci sono genti che non sanno come si sale su un treno in corsa da una mongolfiera…’. È logico che molti status delle ‘genti che non sanno’ suscitino ilarità, ma più che essere una narrazione umoristica credo siano un tentativo di scendere a patti con un mondo nuovo che mi ripugna e al tempo stesso mi attrae: un canto di dolore o d’agonia o di rabbia o di nostalgia, a seconda di come si preferisce vedere la cosa, o dell’umore col quale mi sveglio al mattino.»

Christian Raimo
Anche per Raimo il primo status giunse per caso: «riprendeva, esagerandola soltanto un po’, una situazione che avevo vissuto veramente a scuola. Quasi tutte le reazioni furono di gente che l’aveva presa sul serio e da lì scattò la scintilla,» racconta, e infatti tuttora molti lettori continuano a prenderlo sul serio. Anche quando arriva a chiedere ai suoi studenti di consigliargli un analista: 
«Giorgio.»
 «Sì, chi é?» «Sono il prof, Giorgio» «Ah, salve».
 «Ti disturbo?» «Ero al mare prof.» «Ah, ti sei andato a fare il ponte… e sei da solo?» «No, sto qua con un po’ di amici…» «Ah, bello… Ci stanno anche Nicola e Carolina?… li avevo provati a chiamare prima… Ma mi sa che Nicola ha cambiato numero che mi dice sempre numero non raggiungibile… tu c’hai il nuovo?…» «Prof, scusi sto in spiaggia, che voleva dirmi?…»
 «Niente, niente, ti volevo chiedere giusto una cosa semplicissima… se hai un paio di minuti…»
 «Veramente adesso prof, no… Ma non ne possiamo parlare a scuola?… » «Guarda, ti dico al volo allora…. tanto sono proprio due minuti….»«”Ti volevo chiedere… ma tua madre non faceva la psicologa… vero?» «È psichiatra».
«Eh sì, ma c’ha lo studio e parla con le persone?…»
«Fa terapia, sì»
 «Ecco, ti volevo chiedere… C’è un mio amico, che non è che sta male, ma… c’ha dei momenti come dire strani… Ti chiedevo se per caso mi potevi dare il numero di tua madre… non per fare terapia con lei, eh… ma magari lei conosce qualche sua collega… Sai quanto prende tua madre?» «Non lo so, credo cento a seduta». 
«Ah, cento… Però non sai se ci sono delle sue colleghe che sono più economiche?» «Non ho capito, prof, vuole il numero di uno psicologo?» «Ma non per me, eh..».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014

25 luglio 2014

Fisco, privacy, copyright e pubblicità: tutti i fronti aperti in Europa per Google

Dal braccio di ferro con gli editori al diritto all'oblio passando per i rischi legati allo strapotere commerciale fino alla recente decisione del Garante della privacy italiano sui dati degli utenti: il gigante di Mountain View sta forse affrontando il periodo più complicato della sua campagna nel Vecchio Continente. Ecco tutti i punti sul tavolo
di Simone Cosimi
La decisione del Garante della privacy italiano sull'autorizzazione degli utenti alla loro profilazione commerciale è solo l'ultimo dei fronti aperti fra Google e le autorità europee. L'intelaiatura legislativa del Vecchio Continente - fatta di un ping pong continuo fra ordinamenti nazionali e comunitario - e la guardia sempre alta su riservatezza e concorrenza hanno condotto nel corso della breve ma intensa esistenza del colosso delle ricerche, fondato appena 16 anni fa, a una serie di scontri. Alcuni dei quali - su tutti quelli sul diritto d'autore e sul regime fiscale - hanno a tratti assunto tinte campali e una validità generale nel rapporto fra istituzioni locali, mondo del web e Unione Europea.

Il copyright. Nel nostro Paese un primo timido accordo si è trovato con il lancio di Google Play Edicola, negozio online e applicazione di Big G dove trovare e leggere gratis o su abbonamento quotidiani, periodici e blog, pubblicazioni del Gruppo Editoriale L'Espresso incluse. Ma i contrasti più sanguinosi ruotano intorno a Google News, la piattaforma da un miliardo di lettori al giorno che aggrega i contenuti dal mare magnum informativo della rete per temi e argomenti. Rilanciando direttamente agli articoli selezionati - ammesso che vengano letti - ed evitando così ogni altro passaggio sul sito della testata. È ormai il palinsesto di ciò che c'è da sapere in un certo momento in 75 Paesi e 40 lingue del mondo. Il problema è stato risolto l'anno scorso in Francia e Germania tramite l'imposizione del pagamento di una tassa per la pubblicazione di contenuti editoriali di altrui proprietà. Una sorta di compenso forfettario destinato all'editoria. Nel primo caso si tratta per esempio di un fondo da 60 milioni di euro a vantaggio di 150 portali che possono anche sfruttare gli strumenti pubblicitari di Mountain View per una raccolta sempre più complicata. In Belgio un accordo simile era stato siglato già nel 2012.

Il diritto all'oblio. Di recente ci è arrivato anche Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Ma la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 13 maggio ha imposto anzitutto a Google, da cui passa oltre il 90% delle ricerche continentali, la predisposizione di uno strumento - poi concretizzatosi in un modulo online da raffinare nei prossimi mesi - per consentire a chi ne abbia diritto di richiedere la rimozione dai risultati delle ricerche delle pagine che lo riguardano. Questo perché i giudici del Lussemburgo hanno ritenuto che "il gestore di un motore di ricerca su internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi". E dunque debba approntare i mezzi per l'eventuale rimozione dei link, che tuttavia in questo caso rimangono visibili sul dominio statunitense Google.com. È la prima messa in pratica del cosiddetto diritto all'oblio, per togliere visibilità a pagine che ospitano contenuti ritenuti "inadeguati o non più pertinenti" e che tuttavia ha sollevato diversi grattacapi in termini di libertà di opinione e informazione. È capitato per esempio col britannico Guardian: diversi articoli giornalistici contenenti informazioni sgradite ai protagonisti citati sono scomparsi dall'indicizzazione del motore di ricerca. Nei primi mesi sarebbero arrivate oltre 70mila richieste e pare che l'Italia sia uno dei Paesi europei più attivi nelle domande.

Le tasse. Fra i primi Paesi ad affrontare la questione Web (o Google) Tax è stata, ormai due anni fa, la Gran Bretagna. In Italia il dibattito si è infiammato - per precipitare in un nulla di fatto, anzi in una mezza abrogazione a marzo col decreto Salva Roma - lo scorso autunno grazie alla proposta dell'onorevole Francesco Boccia (Pd): girava intorno all'obbligo di acquisto di beni e servizi online, cioè pubblicità, solo da titolari forniti di partita Iva italiana. Un provvedimento che in quei mesi trovò l'appoggio anche della Francia, che poi all'inizio di maggio ha inflitto una supersanzione fiscale da un miliardo di euro alla "sua" Google, e che potrebbe tornare sul tavolo nel corso del semestre italiano di presidenza europea. Il punto è che le branche nazionali delle big company del web registrano i ricavi nei mercati locali come frutto di servizi prestati a un'altra società di riferimento, spesso basata in un Paese con una tassazione più vantaggiosa. Meccanismi di elusione fiscale verso l'estero noti in gergo come "Double Irish" o "Dutch Sandwich". Amazon è in Lussemburgo, per esempio, e Google - come Facebook - in Irlanda. Il gioco, perfettamente legale, porta nelle casse dell'erario italiano pochi spiccioli rispetto alla potenza di fuoco e ai mastodontici ricavi dei gruppi. Google Italy nel 2013 ha denunciato un fatturato di 49 milioni di euro, con utili ante imposte di 3,6 milioni sui quali ha pagato 1,8 milioni di tasse.

L'abuso di posizione dominante. Si è saputo agli inizi di luglio che il prossimo commissario europeo per la concorrenza, e dunque la direzione generale che da quella carica dipende, potrebbe riaprire il dossier su Google. Nel mirino delle autorità di Bruxelles c'è infatti da anni la manipolazione dei risultati sul motore di ricerca. Modifiche che favorirebbero la visibilità dei suoi servizi a danno dei concorrenti. Lo scorso febbraio lo spagnolo Joaquín Almunia, commissario in scadenza a novembre, e Big G hanno firmato un accordo che ha salvato il colosso da una possibile maximulta in stile Microsoft dopo un'indagine durata tre anni. Nel patto, Mountain View ha accettato di concedere più spazio ai rivali fra i risultati delle sue ricerche. Si parla di pubblicità, ecommerce, servizi: se la vetrina più osservata del pianeta ne mette in mostra solo alcuni, è la tesi dei tanti ricorrenti, c'è un pachidermico problema di competizione. L'accordo ha tuttavia deluso le aspettative di molti, dagli editori ai player online. Un attacco durissimo è ad esempio arrivato lo scorso aprile da Mathias Döpfner, amministratore delegato del gruppo tedesco Axel Springer, che in una lettera aperta al presidente di Google Eric Schmidt, pubblicata sul quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto che il modello di business di Google "in ambienti poco onorevoli si chiamerebbe estorsione". Adesso Bruxelles dice di voler tornare sulla questione - se ne saprà di più a settembre - e potrebbe addirittura aprire altri due fronti interni alla questione: uno su Android, il sistema operativo montato sull'80% dei dispositivi mobili del mondo (si indagherà sugli accordi con i produttori di smartphone e tablet) l'altro su YouTube, la piattaforma di videosharing, su pressione delle etichette musicali indipendenti. Probabile tuttavia che nulla si muova davvero fino alla nomina della nuova commissione Juncker, a novembre.

La privacy. È recentissimo il provvedimento prescrittivo dell'Autorità per la protezione dei dati personali italiana guidata da Antonello Soro. Secondo la decisione la profilazione di chi utilizza il motore di ricerca o gli infiniti altri servizi di Google - dalla posta elettronica alle mappe passando per i pagamenti - dovrà essere preventivamente autorizzata da ciascun interessato a seguito di un'informativa completa. Nella quale si dovrà inoltre indicare in maniera chiara che l'identikit di ogni utente viene realizzato e memorizzato, tramite mezzi come i cookie e il fingerprinting, a fini commerciali. Big G ha 18 mesi per mettere a punto uno strumento in grado di consentire questo filtro preventivo e anche di permettere agli utenti di richiedere la rimozione dai server di informazioni che li riguardino. Pratica che dovrà essere soddisfatta fra i due e i sei mesi, a seconda del servizio. Il documento, prodotto dopo un'azione congiunta con altre cinque autorità comunitarie, era partita l'anno scorso dopo che, nel marzo 2012, Google aveva unificato e modificato le sue policy sulla riservatezza dei dati personali.
«la Repubblica» del 24 luglio 2014

23 luglio 2014

Google, in Italia utenti saranno più tutelati. Le nuove regole del Garante della privacy

s. i. a.
Mountain View non potrà profilare nessuno senza specifico consenso e dovrà dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. E' il primo provvedimento del genere in Europa. Il colosso statunitense ha 18 mesi per adeguarsi
Gli utenti che useranno i servizi o il motore di ricerca di Google in Italia presto saranno più tutelati. Il Garante della privacy ha stabilito che il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i loro dati a fini di profilazione se non ne avrà prima ottenuto il consenso. Ma non solo: dovrà anche dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. Si è conclusa quindi con un provvedimento prescrittivo l'istruttoria avviata lo scorso anno dal Garante italiano a seguito dei cambiamenti apportati dalla società alla propria politica della privacy.
Siamo dinanzi al primo provvedimento in Europa che - nell'ambito di un'azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio - non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge. E un passo in avanti. La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte - dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all'analisi statistica (Google Analytics) - procedendo pertanto all'integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all'incrocio dei dati degli utenti relativi all'utilizzo di più servizi.
Nel corso dell'istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria politica della privacy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all'insieme dei servizi offerti.
L'Autorità ha prescritto a Google l'adozione di un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l'utenza: l'indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (es. localizzazione terminali, indirizzi IP etc.), dell'indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti etc.; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi offerti.
Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell'informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l'altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che essi vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come ad esempio il fingerprinting. Quest'ultimo è un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell'utente e, a differenza dei cookie che vengono istallati sul pc o nello smartphone, le archivia direttamente presso i server della società.
Per utilizzare a fini di profilazione e pubblicità comportamentale personalizzata i dati degli interessati - sia quelli relativi alle mail sia quelli raccolti incrociando le informazioni tra servizi diversi o utilizzando cookie e fingerprinting - Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice utilizzo del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, fino ad oggi, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. In proposito, l'Autorità ha anche indicato una modalità innovativa e di facile impiego che, senza gravare eccessivamente sulla navigazione dell'utente, gli consenta di scegliere in modo attivo e consapevole se fornire o meno il proprio consenso alla profilazione, anche con riguardo ai singoli servizi utilizzati.
Google dovrà definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti "attivi", sia successivamente archiviati su sistemi di "backup". Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste provenienti dagli utenti che dispongono di un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro due mesi se i dati sono conservati sui sistemi "attivi" ed entro sei mesi se i dati sono archiviati sui sistemi di back up. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che interessano l'utilizzo del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea sul diritto all'oblio.
Una decisione che Mountain View ha commentato così: "Abbiamo collaborato costantemente con il Garante nel corso di questa vicenda per spiegare le nostre privacy policy e come ci consentono di creare servizi più semplici ed efficaci e continueremo a collaborare in futuro", fa sapere un portavoce di Google. "Analizzeremo il provvedimento del Garante attentamente per definire i prossimi passi". Il gigante avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest'arco temporale, l'Autorità monitorerà l'implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l'attività di controllo che l'Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View.
«la Repubblica» del 21 luglio 2014

15 luglio 2014

Rodotà: "Primi segnali di una svolta: il diritto alla privacy è resuscitato"

di Alessandro Longo
"Data per morta la privacy è improvvisamente resuscitata per via del Datagate, che l'ha rimessa al centro dell'attenzione. Era stata messa da parte: per ragioni di sicurezza e dimercato. Ma adesso si vedono i segnali di una svolta, a favore dei diritti dei cittadini". Stefano Rodotà, giurista e tra i massimi esperti mondiali sui diritti della privacy, ritiene che stiamo entrando in una nuova era, per l'Occidente. "Si va verso una costituzionalizzazione dei diritti di internet", afferma. "E il diritto alla privacy ne sarà il motore fondamentale".

Professore, tante notizie ultimamente hanno rimesso al centro la questione dei diritti di internet e alla privacy, che paiono due aspetti intrecciati in uno stesso nodo. Che sta succedendo?
"Il mondo ha smesso di subire passivamente la prepotenza delle istituzioni deputate alla sicurezza e dei giganti del web. La richiesta delle prime è sempre stata questa, negli ultimi anni: dateci tutti i vostri dati, vogliamo sapere tutto di voi, per potervi proteggere dal rischio terroristico. Ma poi è scoppiato il datagate, lo scandalo delle intercettazioni di massa fatte dalla National security agency americana. Sono seguite prese di posizione da parte di leader come Angela Merkel e lo stesso Barack Obama, contro le ragioni della sorveglianza. La pretesa delle agenzie di sicurezza si è rivelata non più proponibile. Altra notizia significativa, ad aprile, è la sentenza della Corte di Giustizia che ha dichiarato non valida la direttiva Ue 2006 sulla conservazione dei dati di traffico telefonico dei cittadini Ue (pensata sull'onda degli attacchi terroristici di Madrid e Londra, ndr). L'ha ritenuta infatti una grave violazione dei diritti di privacy. Significa che sul terreno della sicurezza c'è oggi un'emersione della dimensione costituzionale. La Corte di Giustizia Ue è sostanzialmente la Corte costituzionale dell'Unione europea. Ha messo in evidenza che le norme di protezione dei dati personali hanno rango costituzionale. E se ne dovranno trarre le conseguenze".


Come sta evolvendo invece la contrapposizione tra diritti degli utenti e richieste di dati personali da parte delle aziende web?
"Le pretese che vengono dal mercato sono state poco evidenti, finora. Sono quelle dei nuovi padroni del mondo, i cosiddetti over the top. Mark Zuckerberg ha detto che la privacy è finita come regola sociale. Significa: tutti i dati che mettete su Facebook sono miei. Ma anche questa pretesa è stata messa in discussione e in questo momento i grandi soggetti del web, Facebook, Google eccetera si rendono conto che la dimensione della privacy va ormai affrontata. Cominciano a dare agli utenti un maggiore controllo sui loro dati. Si è avviato un processo che fino a poco tempo fa qualcuno riteneva impensabile".

Ma come fare i conti con il fatto che la privacy negli Usa - dove queste aziende hanno una sede - è un diritto molto meno garantito che in Europa?
"Sì, continuiamo ad avere un confronto tra modello europeo e modello statunitense, anche se ora non è più così evidente. Il primo è fondato sul riconoscimento sull'idea della privacy come diritto fondamentale della persona (come riconosciuto dalla Carta dei Diritti), l'altro è orientato all'autoregolamentazione. Il modello americano, però, sta ora cedendo di fronte alla necessità di leggi in materia. Si pensi alla nuova legge che limita il diritto del datori di lavoro di fare ricerche sui dipendenti in Facebook. C'è un avvicinamento insomma tra i due modelli, perché gli americani hanno capito che la privacy è una questione di libertà e di democrazia. La consapevolezza è emersa appunto per lo scandalo delle intercettazioni, che ha pure aperto il problema della violazione delle sovranità nazionali da parte degli Usa. La questione si è resa insomma ineludibile per il Governo Usa".

Quale può essere il ruolo della politica e delle istituzioni?
"Sono abbastanza prudente, per non dire scettico, nei confronti dello "stakeholdering" (cioè delle prassi o normative frutto dell'accordo tra diversi soggetti). Su questa strada fino a ieri sono prevalsi solo gli interessi del mercato e della sicurezza. Certo bisogna tenere conto di tutti i soggetti, ma la via da seguire non è quella del puro negoziato dove ognuno cerca di imporre un pezzo i propri interessi, ma quella della dimensione costituzionale. Sono fiducioso a riguardo perché di recente è arrivata la "costituzione di internet" Marco Civil in Brasile; ma anche la dichiarazione di Delhi sui diritti in rete. Si è rimesso in moto un processo che si era arrestato e che era cominciato con gli Internet Governance Forum delle Nazioni Uniti. Dal 2008 al 2010 aveva cominciato a dare risultati, poi si era interrotto. Ora il processo è ripartito. Siamo entrati in una fase in cui comincia ad avere riconoscimenti importanti la necessità di una costituzione per internet. Il creatore del web Tim Berners Lee ha detto che ci vuole un Bill of Rights per internet e che l'accesso a internet deve essere un diritto costituzionale. "Come l'accesso all'acqua", ha detto".

Ma anche in Italia la situazione sta maturando in questo senso?
"Si sta muovendo qualcosa da parte di alcuni gruppi parlamentari, in particolare di Stefano Quintarelli (Scelta Civica), che sta cercando di riportare nel dibattito la mia proposta del 2010: integrare l'articolo 21 della costituzione aggiungendovi il diritto all'accesso a internet. All'epoca, parlamentari bipartisan ne avevano fatto una proposta di legge, che di recente è stata ripresentata (dal Pd e dal M5S, ndr). Il tema insomma è stato incardinato in sede parlamentare. Un momento importante per riparlarne sarà a giugno, con l'arrivo previsto del regolamento sulla Data Privacy. Sarà uno dei compiti importanti della presidenza europea italiana completare questo aggiornamento della normativa europea sulla privacy. Il sistema di protezione dei dati sarà rafforzato. Ne verrà una svolta che avrà effetti immediati sui rapporti tra l'Ue e altri paesi, in nome dei diritti degli utenti".
«la Repubblica» del 7 luglio 2014

Ma negli Usa il passato non si cancella

di Federico Rampini
Il problema della "memoria che non scompare", è al centro della recente sentenza della Corte di giustizia europea (13 maggio 2014). Una sentenza per molti versi storica. Accolta con reazioni contrastanti, da una parte e dall'altra dell'Atlantico. "Inattesa, potenzialmente rivoluzionaria", l'ha definita il Financial Times. "Sbagliata, pericolosa per la libertà d'informazione", secondo un editoriale del New York Times. Al centro della sentenza, come spiega il giurista di Harvard Jonathan Zittrain, "c'è una questione di grande importanza, cioè la capacità di Internet di preservare per sempre qualsiasi informazione su di te, anche la più sgradevole o fuorviante".
Cos'ha stabilito la Corte di giustizia? Che abbiamo un "diritto all'oblìo, a essere dimenticati", e che Google in particolare deve rispettarlo. La sentenza si applica a Google in particolare, perché nasce dal ricorso di un cittadino spagnolo che chiese la cancellazione di un link. Quel link, dal motore di ricerca Google portava ad una condanna di bancarotta da lui subìta molti anni fa. L'importanza del pronunciamento dei giudici costituzionali è erga omnes: si applica a tutti, sul territorio dell'Unione europea. La Corte ha stabilito che se un cittadino lo chiede, Google deve togliere dal suo motore di ricerca dei contenuti dannosi o lesivi della sua reputazione. Potenzialmente una sentenza di questo genere andrà applicata anche dai social media come Facebook e Twitter.
Per l'industria tecnologica è inaccettabile e le reazioni sono stata durissime. "Si apre la porta a una censura privata su vasta scala", ha dichiarato un rappresentante a Bruxelles dell'associazione di imprese digitali. "Questa è una forma di censura, come tale sarebbe considerata incostituzionale qui negli Stati Uniti", secondo Zittrain. La distanza tra Europa e Stati Uniti, in termini di cultura giuridica, diventa sempre più ampia dopo questa sentenza. Non c'è dubbio che il principio europeo si presta ad abusi nella sua applicazione. Uno scrittore potrebbe chiedere la cancellazione dei link che rinviano alle recensioni negative sui suoi libri, per esempio. Un affarista più volte condannato per bancarotta fraudolenta potrebbe costringere Google a far sparire i link che portano al suo casellario giudiziale, in modo che i futuri clienti caschino nella trappola ignari del suo passato. Tanti politici potrebbero esigere che spariscano i link con notizie su processi per corruzione, anche se nel caso di "personalità pubbliche" Google avrebbe la possibilità di fare ricorso e l'ultima parola spetterebbe ai tribunali nazionali (il diritto di cronaca sui politici e altre celebrità è tutelato in modi diversi a seconda dei paesi, anche all'interno dell'Unione europea).
In America nulla di tutto ciò è possibile. Il Primo Emendamento della Costituzione protegge la libertà di espressione in un'accezione così estesa che non ha probabilmente eguali al mondo. E tuttavia anche gli americani si pongono il problema delle conseguenze sulla privacy, nell'era della Rete. In base alla normativa Usa risulta difficile, se non impossibile, cancellare perfino dei video che riprendono rapporti sessuali filmati clandestinamente da un partner o ex-partner. Interi siti creati da molestatori digitali (cyber-stalker) con evidenti scopi di persecuzione, sono protetti come altrettante manifestazioni della libertà di pensiero.
Giovani donne che sono state vittime di uno stupro, lo hanno denunciato, e hanno ottenuto giustizia, non possono togliere dalla Rete le tracce della notizia, e quella violenza continua a perseguitarle come un evento di dominio pubblico. I motori di ricerca su Internet, osserva un editoriale del Washington Post, "rendendo ogni tipo d'informazione accessibile dai siti dei giornali o da qualsiasi altra fonte, sono diventati una sorta di coscienza collettiva dell'umanità". Una coscienza che non perdona mai, e può trasformarsi in un incubo. La psicologa Kelly Caine della Clemson University osserva che "questo è un cambiamento epocale, non avevamo mai avuto nulla di simile. Non sappiamo quali ne saranno i costi, il rischio è di non potersi mai liberare del proprio passato, di non poter ricominciare da capo, e scrivere una pagina nuova della propria vita".
Un'obiezione sensata alla sentenza europea è questa: la Corte non ha veramente sancito la cancellazione del nostro passato, ha solo reso più difficile ritrovarlo. Le informazioni su di noi continueranno a esistere, quello che sparisce è il link che dal motore di ricerca Google (o Bing-Microsoft o Yahoo) facilita l'accesso a quelle informazioni. In questo senso, più che proteggere la privacy o il diritto all'oblìo del proprio passato, si rende più costosa la ricerca. Prima di comprare un appartamento o un'auto usata da un privato, anziché cliccare il nome del venditore su Google mi toccherà rivolgermi a un'agenzia specializzata nelle indagini, che mi presenterà una fattura salata. Si tornerebbe all'era pre-Internet, quando ovviamente esistevano gli investigatori privati per scavare nel passato o nel presente di chiunque? Un'altra obiezione è di tipo pragmatico: poiché la Corte di giustizia può regolare solo ciò che accade nell'Unione europea, i cittadini europei che vorranno continuare ad avere un accesso illimitato alle informazioni personali, troveranno il sistema per collegarsi all'Internet "americano". Un po' come accade già oggi per quei cinesi che vogliono aggirare la censura online del proprio governo, e trovano un sistema per collegarsi con la Rete così com'è accessibile da Hong Kong (lì la censura di Pechino non si applica).
Ma quest'ultima prospettiva già ci dice quanto i tempi stiano cambiando velocemente. Da una Rete globale e universale, prevalentemente concepita dagli americani in base al proprio sistema di valori, ci stiamo evolvendo verso una balcanizzazione di Internet. Da una Rete senza frontiere, ad una con posti di blocco, controlli doganali, filtri di accesso.
«la Repubblica» del 7 luglio 2014