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23 luglio 2014

America 1964, un paese per tutti

Diritti civili
di Umberto Gentiloni
Con il Civil Rights Act finiva 50 anni fa la discriminazione razziale. Così la battaglia di Martin Luther King, fatta propria da Kennedy e conclusa da Johnson, ha portato fino alla presidenza di Obama
Mezzo secolo fa il presidente Lyndon Johnson firmava il Civil Rights Act per porre fine alla discriminazione razziale negli Stati Uniti. Un gesto che chiude un’epoca in un paese segnato dalle norme «Jim Crow» (da un genere di canzone che alla fine dell’Ottocento prendeva in giro i colored) sulla segregazione razziale emanate dagli Stati del Sud tra il 1876 e il 1964.
il punto centrale di questo impianto si può riassumere nello slogan «separati ma uguali», sotto il quale venivano proposte forme di discriminazione manifesta o indiretta. Basti il richiamo ai cartelli per le «donne di colore» o le «signore bianche» o le indicazioni nei locali per i servizi o gli ingressi utilizzabili dagli afro-americani. Una distinzione lessicale che scava nel profondo delle coscienze, accompagnata a una ostentata separatezza volta a escludere o discriminare «nelle strutture private aperte al pubblico alcune categorie di persone sulla base del colore della pelle».
Su questo delicato confine interviene il legislatore: definire comportamenti e regole anche all’interno di quelle strutture private non direttamente soggette alle leggi dello Stato federale. Si trattava di frantumare muri e barriere, mettere in discussione le forme di presunta superiorità che avevano portato fino alla pubblicazione di una guida per luoghi e spazi per i cittadini di colore (The negro motorist green book di Victor H. Green). Una sfida difficile con resistenze diffuse. Il Civil Rights Act venne accusato di favorire la centralizzazione attorno a uno strapotere del governo federale o ancora di aprire la strada alla possibile penetrazione di idee socialisteggianti.
Dopo la contrapposizione sui principi si passò alla strategia dell’attesa: diluire le scelte per costruire un contesto in grado di recepirle senza traumi. Fu la voce di Martin Luther King, nel 1963, dalla prigione di Birmingham in Alabama dove era recluso insieme con altri attivisti, a spedire al mittente ogni ipotesi di rinvio: «Se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni perché non può andare al parco divertimenti […]; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire scomodamente in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi […]; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di non essere nessuno; se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare».
Un tempo lontano: agli afro-americani venivano riservate le ultime file negli autobus, erano esclusi da scuole e ospedali per bianchi, potevano entrare nei musei in giorni stabiliti, erano chiusi in un perimetro riservato nei tribunali e avevano una Bibbia distinta per il giuramento in aula. E ancora, in un elenco di esempi che potrebbe essere molto più lungo: non potevano provare i vestiti prima di un acquisto, né pubblicare annunci o inserzioni sui quotidiani. Negli elenchi telefonici il suffisso «col» (colored) marcava i cittadini di colore dal resto della comunità.
L’equilibrio precario si ruppe quando la protesta cominciò a interessare luoghi di divertimento, pub o ristoranti: strutture aperte al pubblico per servizi o generi di prima necessità. La forma del sit-in anche per alcune settimane mostrò il volto di un’America pronta a lottare per diritti e riconoscimenti. John Kennedy, inizialmente titubante, venne letteralmente trasportato dalle dinamiche della mobilitazione. In un celebre discorso alla tv (11 giugno 1963) condannò apertamente le forme di segregazione fino all’annuncio dell’impiego della guardia nazionale per intervenire nelle scuole e nelle università: «I soldati americani che sono in Vietnam o a Berlino Ovest non sono solo bianchi. Per questo, gli studenti americani di qualsiasi colore devono avere accesso a tutte le istruzioni pubbliche, senza dover richiedere la protezione dell’esercito».
Un punto di non ritorno che diede vita a un progetto di legge fondato sul diritto di voto, sull’istruzione e sull’accesso al mondo del lavoro. L’omicidio di Dallas sembrò interrompere il cammino, ma le origini sudiste di Johnson, la sua esperienza politica e il suo pragmatismo lo fecero arrivare dove Jfk non era ancora giunto. La legge passò dopo 80 giorni di confronto e il più lungo ostruzionismo della storia del Senato; il passo più importante recita: «Tutti gli individui avranno pieno e pari diritto di accesso a qualsiasi struttura aperta al pubblico, come definita in questa sezione, senza nessuna discriminazione». Un simbolo che ebbe un’enorme importanza, ben al di là dei contenuti della legge. «Rappresentò la realizzazione della promessa e dell’impegno di Lyndon Johnson», ha dichiarato Obama parlando alla Johnson’s Presidential Library di Austin in Texas lo scorso aprile. «Grazie ai suoi sforzi tutti hanno avuto nuove opportunità e nuove possibilità di accesso all’istruzione. Si sono aperte nuove porte, per voi e per me».
«La Stampa» del 23 luglio 2014

15 luglio 2014

Nadine Gordimer: piccola e minuta, avversario gigante dell'apartheid

di Luigi Sampietro
È morta Nadine Gordimer. Era malata da tempo. Era nata il 20 novembre 1923 da un gioielliere ebreo di origine lituana e da madre ebrea inglese, a Springs, un sobborgo di Johannesburg, nel Transvaal.
Insieme a Alan Paton, a Dan Jacobson (morto anche lui quest'anno) e a Jack Cope, la Gordimer faceva parte di quel gruppetto di scrittori che segnalarono al mondo, più di mezzo secolo fa, la nascita di una letteratura sudafricana moderna.
Nel 1991 vinse il premio Nobel al culmine di una carriera che l'aveva vista – lei, piccola e minuta – come uno dei più combattivi avversari dell'apartheid. Ricordo di averla brevemente incontrata a Londra, in occasione di un convegno sugli scrittori del Commonwealth, nel 1998, e di averle chiesto se avesse mai sofferto di persona a causa della discriminazione razziale allora esistente: «No», fu la sua risposta. Ma subito aggiunse: «No. O almeno ne ho sofferto così poco che non vale la pena di parlarne, in confronto a quello che è toccato ai neri. Però i miei libri per un po'sono stati messi al bando dalle autorità politiche, cosa molto sgradevole per qualsiasi scrittore».
Tra le sue opere, quasi tutte pubblicate in Italia da Feltrinelli a partire dal 1961 con, sono da ricordare in special modo Un mondo di stranieri, Occasione d'amore, Un ospite d'onore e Il conservatore (che le valse il Man Booker Prize 1974), a cui si devono aggiungere Luglio, Una forza della natura e Storia di mio figlio, fino al recentissimo Racconti di una vita, uscito pochi mesi fa.
Per sintetizzare nel giro di un paio di frasi il senso e la qualità della sua opera, al di là delle nobili intenzioni di carattere civile e politico, si leggano le sue stesse parole: «I miei racconti nascono da quella che può essere definita la coda di un evento colta nel momento in cui sguscia via e scompare alla vista. Può trattarsi di uno sguardo, di una frase catturata a mezz'aria…». Non a caso, anche negli anni difficili, in cui la Gordimer dichiarava che «in Sudafrica non si poteva amare» e che persino l'idea di amore fraterno era un sofisma, per cui molti erano ridotti «a pensare di potersi dare solo all'amore fisico che non si può contraffare e non ha nessuna maschera», fu sempre l'esempio di Marcel Proust – l'idea stessa della unicità e individualità dello scrittore, con le sue idee e le sue sensazioni irripetibili – a guidare la sua mano sulla macchina per scrivere.
«Il Sole 24 Ore» del 14 luglio 2014

18 dicembre 2013

Mandela oggi eroe di tutti, ma non lo è sempre stato

di Maria Grazia Bruzzone
Cercando su Twitter l’hashtag #mandela, accanto al più semplice a sorpresa ne vengono fuori altri tre che al nome aggiungono aggettivi: #mandela communist, #mandela terrorist e #mandela racist, addirittura. Come è possibile? Eppure è così, ed è un segnale. Perché oggi tutti, ma proprio tutti i capi di Stato osannano il Nobel per la Pace e si accingono a portare omaggio all’eroe della vittoria contro l’apartheid amatissimo dai più, simbolo universale della lotta al razzismo, per la libertà , icona della non violenza. Ma non è sempre stato così. Anzi. E una fetta dell’opinione pubblica sembra ancora di diverso parere – almeno negli Stati Uniti dove Mandela è stato nella lista CIA dei terroristi fino al 2008 - ma forse anche altrove.
A ricordare quanto la figura del leader sudafricano sia stata controversa fino a un tempo relativamente recente è un post del sito tedesco Deutsche Welle. Oltre a vari blog e siti, dall’italiano Linkiesta, al Washington’s Blog, a Global Research.
Ma anche NBC, Daily Beast, Newsweek. CNN dedica un lungo post per replicare, puntualizzando, alle accuse che girano su Twitter. Mentre sul sito russo RT un post ricorda fra l'altro i legami del presidente del SudAfrica con Fidel Castro e persino con Gheddafi che, (come del resto l’URSS), finanziava l’ANC, l’African National Congress a lungo alleato del partito comunista sudafricano. E un altro ripropone citazioni scomode per lo più ignorate dai media.
DW racconta che i governi e politici tedeschi, specie i conservatori ebbero a lungo un atteggiamento molto cauto, per non dire ostile. E non erano i soli. “La definizione di Mandela come ‘terrorista di Stato’ era apertamente accettata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna’, ricorda l’ex ministro degli Esteri Genscher, che quando nel 1985 sostenne all’ONU la richiesta di rilascio di Mandela (che era in carcere dal 1962) venne accusato di appoggiare un assassino e terrorista. La risoluzione non venne approvata.
Nel 1980, sull’onda dello slogan Free Mandela, era cominciata una campagna internazionale antiapartheid, mentre in Sud Africa i prodotti importati cominciarono ad essere pesantemente boicottati da gruppi religiosi e associazioni civili e studentesche. Con danni evidenti per il business della Germania, primo partner commerciale del Paese. L’atteggiamento della politica e delle grandi aziende – che continuavano ad assumere come manager solo bianchi – comincia a cambiare solo nel 1989 con l’avvento della Perestroyka in URSS, e dopo un decennio di scontri che piombarono il Sud Africa in una guerra civile che sembrava inarrestabile.
“Ma fino al 1996 verso Mandela e l’ANC in Germania vi fu un certo scetticismo”.
Nel 1990 Mandela, dopo 27 anni, era stato finalmente fatto uscire di prigione nel tentativo di riportare la calma nel Paese dilaniato da una violenza che minacciava ormai gli interessi economici dei bianchi.
“Mandela era l’unica via d’uscita dalla storia fascista del Paese, per evitare una guerra civile troppo estesa e consentire la sopravvivenza degli interessi storici degli afrikaans” scrive Linkiesta.Che smonta il mito di un Madiba non violento in toto.
“Politico abile, umile, a tratti cinico, teatrale e paziente. Non solo è riuscito a convincere i neri a non vendicarsi: ha evitato che le famiglie bianche vedessero svanire rendite e possedimenti tramite le restituzioni. È stato un brillante uomo del compromesso: i bianchi hanno ceduto il potere politico, e in cambio è stato lasciato loro quello economico. Qui è il carisma di Mandela: ‘Credetemi, e il Paese nascerà’ ”.
“Ma non si pensi che abbia raggiunto i suoi obiettivi solo con la riconciliazione. Mandela non è Madre Teresa o Gandhi, che lo si accetti o meno. Mandela ha impiegato per anni la violenza come arma politica – non di “negoziazione”, perché secondo lui «chi non è libero non negozia». Già nel 1985 gli era stata offerta la libertà in cambio della rinuncia alla violenza, ma rifiutò. Nel 1990, mesi dopo la sua liberazione, il presidente americano George Bush gli chiese di abbandonare la lotta armata, ma Mandela sostenne che essa sarebbe continuata finché il governo sudafricano non avesse iniziato a smantellare l’apartheid.
Oggi si tende a passarci sopra. Come si tralascia il fatto che Mandela sia stato cancellato dalla lista dei terroristi della CIA soltanto nel 2008, fatto ricordato da vari tweets. La CIA del resto aveva giocato un importante ruolo nel suo arresto nel 1962 scriveva il NYTimes nel 1990, linkato nel post del Washington’s Blog.
Newsweekha confermato la vicenda nei giorni scorsi, e anche la rete tv NBC se ne è occupata.
Nella lista dei terroristi Mandela fu messo nel 1980 da Ronald Reagan (che arrivò a dire che il regime razzista sudafricano era ‘essenziale al mondo libero’) e nel 1985 Dick Cheney, allora parlamentare Repubblicano, votò contro la risoluzione ONU che ne chiedeva la liberazione, scrive oggi The Daily Beast titolando "Ora lo onorano, allora lo odiavano". E aggiungendo che nel 2004, dopo che Mandela criticò la guerra in Iraq, Cheney ebbe a dichiarare:‘Il suo furioso antiamericanismo e il suo sostegno a Saddam Hussein non stupisce, visto il suo dedicarsi al comunismo e al suo elogio dei terroristi’.
L’ex vice di George.W Bush non si è affatto pentito del suo giudizio né del suo voto contrario alla liberazione di Mandela: ‘Non ho nessun problema col mio voto di 20 anni fa' ha detto, a quanto riferisce l’HuffingtonPost.
Molti elettori conservatori la pensano probabilmente come lui, a giudicare dai tweets. Di più. Ritengono che Mandela fosse non solo comunista e terrorista ma addirittura razzista. Accuse che la CNN smentisce drasticamente nel suo lungo post ultra-pedagogico dove distingue fra le accuse, quello su cui si basano e la verità.
Viene ricordato che nel 1962 si era in piena Guerra Fredda e il mondo era diviso in due: con gli Usa o con l’URSS e la Cina. Un anno prima era stato alzato il Muro di Berlino. La vicinanza di Mandela con i movimenti marxisti data dagli anni ’40, cominciò con la sua amicizia, durata un’intera vita, con Joe Slovo, un ardente comunista. Ma Mandela non fu mai comunista fino in fondo. E’ vero – secondo lo storico Sampie Terreblanche sentito da CNN - che dopo la sua liberazione andò dall’amico Fidel Castro (fu la sua prima visita, ricorda RT- ma nel suo lungo tour diplomatico non si recò in Urss, o in quel che restava). E a una cerimonia per il rilancio del partito comunista sudafricano dichiarò che l’ANC ‘Non è un partito comunista’. Insomma, aveva capito dove era meglio posizionarsi, per il bene del suo Paese.
Razzista? "Il giorno prima di essere mandato nella prigione di Robben Island in un discorso in parlamento disse che era ‘contro ogni forma di razzismo’. Il suo amico Slovo era bianco, come molti altri rivoluzionari che si unirono al gruppo. Nel processo politico che portò alla fine del regime trattò col suo predecessore bianco, l’ex presidente conservatore e segregazionista Frederick Willelm de Klerk, che poi condivise il Nobel con lui. Abbracciò il rugby, sport popolare e eredità degli afrikaaners sostenendo la squadra di soli bianchi. E alla fine del match con la nuova Zelanda andò sul campo indossando la maglietta del capitano della squadra. Un gesto che ispirò il film di Clint Eastwood Invictus del 2009.
La folla cominciò a cantare il suo nome. Erano quasi tutti bianchi.
Parlare come fa Global Research di ipocrisia a proposito degli omaggi a Mandela da parte di tutti leader, da Clinton a Blair, da Cameron …a Obama – che non ha chiuso Guantanamo e non si cura dei civili uccisi dai droni Usa in Pakistan e Yemen - appare a questo punto eccessivo.
Per quante contraddizioni vi possano essere nella quasi beatificazione di Mandela a cui assistiamo, ben vengano le icone che veicolano nel mondo messaggi e valori che possono renderlo migliore.
«La Stampa» dell'8 dicembre 2013

27 settembre 2012

«Questo antirazzismo mi fa paura»

La strage di Tolosa e gli stereotipi dilaganti del «politicamente corretto»
di Stefano Montefiori
Finkielkraut: è una forma di censura sul pensiero che rimuove la minaccia dell’integralismo islamico
Una giornata francese può cominciare, alle 7 e 15, con Z comme Zemmour alla radio, dove l’opinionista Eric Zemmour loda Putin perché, appoggiando il massacratore Assad in Siria, «protegge la minoranza cristiana»; si continua con Élisabeth Lévy che in un talk show difende «l’uomo bianco Dominique Strauss-Kahn», accusato di violenza sessuale dalla cameriera nera; la sera, a teatro Fabrice Luchini legge passi scelti di quel Philippe Muray che ridicolizzava la «sinistra morale» e la sua ossessione per i diritti dell’uomo. Non è che, anche in Francia, il politicamente scorretto si sia ormai «rovesciato in nuovo conformismo», come sospettava SandroModeo sulla «Lettura» del 17 giugno? Lo chiediamo a Alain Finkielkraut, il filosofo 63enne critico della modernità che, a partire dal Nuovo disordine amoroso scritto con Pascal Bruckner nel 1977, ha combattuto per tutta la vita contro le barriere imposte dalle mode e dal pensiero dominante. Se Zemmour è ormai diventato una starmediatica in virtù di provocazioni quotidiane, Finkielkraut è lo schivo intellettuale pioniere della lotta ai «benpensanti».
Non crede che la sua lunga battaglia contro il politicamente corretto sia ormai vinta? «Al contrario, oggi il politicamente corretto è più forte chemai, perché ci sono ancora realtà che è meglio non vedere, se non si vuole essere accusati di razzismo. L’antirazzismo è divenuto il principale veicolo del politicamente corretto e io stesso, mentre gliene parlo, ho paura di quel che dico».
Addirittura? «Ma certo. Quando l’ideologia dominante nel mondo intellettuale era il comunismo, potevi dirti anticomunista. La pagavi cara, certo, come l’ha pagata cara Albert Camus, ma era possibile. Al comunismo teorico si poteva opporre la realtà sinistra del mondo sovietico. Ma di fronte all’antirazzismo, io sono disarmato. Ho questo in comune con l’antirazzismo ideologico: per me il razzismo è abominevole. Però, di certe cose si dovrebbe poter parlare».
Lei fa un paragone con il comunismo, che ha commesso crimini spaventosi; francamente l’antirazzismo non sembra altrettanto nefasto. «Sì, ma dobbiamo anche prendere atto dei danni culturali che l’antirazzismo sta provocando. Per l’antirazzismo ideologico esiste una solidarietà di destino tra tutti i bersagli della discriminazione. Non è vero, l’antisemitismo per esempio oggi in Europa èmolto più diffuso tra gli arabo-musulmani che tra i cristiani. Ma non si può dire, perché questo smentirebbe in modo feroce l’ideologia dominante».
Se ne è avuta la prova con l’affare Merah? «Quello è un esempio perfetto, perché prima di tutto c’è stato questo riflesso automatico per cui il problema non è mai l’islamismo o il terrorismo, il problema siamo noi. Il dogma del politicamente corretto è “non abbiamo nemici, abbiamo dei demoni dentro di noi”. E infatti, ricordiamoci dei primi momenti del caso Merah (quattro adulti e tre bambini uccisi il marzo scorso a Tolosa e Montauban, ndr), della velocità quasi entusiasta con la quale l’estrema destra venne subito designata come responsabile. “Le Monde” se la prese con il governo di destra, con l’argomento che, a forza di alimentare “il sospetto dell’altro”, aveva preparato il terreno al passaggio all’atto. Peccato che l’autore degli attentati fosse invece un terrorista islamico, Mohamed Merah. Da quel momento in poi la grande preoccupazione — anche legittima — è stata di non fare generalizzazioni pericolose. Ma così non si è parlato del cuore della questione».
E cioè? Che cosa ci dicono i morti di Tolosa, secondo lei? «Dopo l’attentato sono arrivate le vere cattive notizie. Potevamo sperare che quell’assassino fosse un pazzo, un terrorista autoproclamato e isolato. Invece Merah è apparso come un eroe, un martire, agli occhi di tanti. Cito un caso: quel dottorando in fisica di 24 anni, figlio di un ingegnere e di una docente universitaria, che fracassa la mascella di un uomo “con la faccia da sionista”, davanti alla sua famiglia, aggiungendo che per lui “Merah è un resistente”. L’antisemitismo cresce e, se l’immigrazione continua così, si amplificherà ancora. È accettabile?».
Nella trasmissione «Répliques», che conduce da 25 anni su France Inter, lei si è lamentato anche del clima che accompagna il matrimonio tra omosessuali. «Tutti dicono “La Francia è in ritardo”, “siamo in ritardo”. Ma ritardo rispetto a chi, a che cosa? Alexis de Tocqueville dice “la democrazia è il progresso continuo dell’uguaglianza delle condizioni”. Ma se la democrazia si riduce a questo movimento inarrestabile, allora non ha più niente di democratico, perché siamo condannati a seguire l’onda. Al contrario, sul matrimonio degli omosessuali, mi piacerebbe che ci fosse una vera discussione, che non opponesse per forza progressisti e retrogradi. Tutte le sensibilità dovrebbero potersi esprimere, senza che sia deciso prima chi sta all’interno della democrazia e chi ne è fuori».
Lei è un reazionario? «Non mi riconosco in questa espressione, ma detesto chi la usa per criminalizzare la nostalgia. Dopo tutto, la nostalgia dovrebbe avere diritto di cittadinanza. Ci sono cose che è lecito rimpiangere».
Per esempio? «I nomi. Ho il gusto dei nomi banali. Mi chiamo Alain. Ogni tanto esclamo “quanto è bello il mio nome”, e mia moglie mi prende per pazzo. Io sono figlio di ebrei polacchi e mia moglie, di origine bulgara, si chiama Sylvie. Una volta si davano nomi comuni, e francesi, ai bambini, perché si era in Francia. Questa mania dei francesi di denazionalizzare i nomi, e questo modo che hanno tanti immigrati di dare nomi del Paese d’origine ai loro bambini non mi piace. Quando sento che Mohamed è il nome proprio più frequente nella regione parigina mi allarmo, e quando sento l’ex alto commissario del governo Martin Hirsch dire in tv che l’integrazione sarà completa il giorno in cui dei genitori cattolici chiameranno il loro figlio Mohamed, mi dico che a forza di politicamente corretto la Francia cammina con le gambe per aria».
Che cosa pensa, quindi, della nuova Francia di François Hollande? «Non sfrutterà qualche buona idea del governo precedente, come il dibattito sull’identità nazionale, anche se venne organizzato in modo maldestro. Io credo che una riflessione collettiva su quel che siamo sarebbe necessaria, magari non sotto il patrocinio del governo. Ma gli intellettuali non sono messi meglio dei politici, basta vedere le reazioni di molti storici al progetto, insieme innocente e necessario, di un museo della storia di Francia».
E l’Europa? «Appena uno prova a dire che la civiltà europea e la civiltà turca non sono uguali, viene accusato di razzismo, e si sente rispondere che l’Europa non è un club cristiano. L’Europa non vuole porsi come civiltà, preferisce parlare di euro e procedure. Ma credo sia tempo di prendere atto dell’esistenza di un’identità europea. Dopo tutto è la grande lezione dei dissidenti dell’Europa centro-orientale. Di fronte all’oppressione totalitaria venuta dalla Russia, Kundera difendeva l’identità europea. Dobbiamo essere coscienti di questo patrimonio e rivendicarlo. Senza vanità, e senza la vergogna imposta dal politicamente corretto».
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 22 luglio 2012

29 gennaio 2011

“Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”

Marco Paolini porta in scena, nella tv laica e di sinistra, l’orrore dell’eugenetica e dell’eutanasia. Racconta quel che fecero i nazisti, ma il suo sguardo è tutto rivolto all’oggi
di Marina Valensise
E’ tutto pronto al Paolo Pini di Milano, l’ex ospedale psichiatrico tra Quarto Oggiaro e la Comasina, attrezzato come teatro, ostello della gioventù, spazio per mostre e luogo di ristoro. La nuova vita del manicomio inizia negli anni Novanta, diciott’anni dopo l’entrata in vigore della legge 180, la legge Basaglia, dal nome dello psichiatra triestino che chiuse i manicomi italiani. Stasera e domani qui, nella Sala delle cucine, si parlerà di eugenetica e di eutanasia, di scienza e di morale. E’ in scena “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”, ultima narrazione di Marco Paolini, il più intenso tra gli autori del teatro civile italiano. Lo spettacolo è un monologo sulle teorie eugenetiche e eutanasiche messe in atto dai nazisti, e dai loro successori, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale per sterilizzare e poi eliminare disabili mentali e psichici, disadattati, storpi, ragazzi malformati con tare ereditarie. Al fine di migliorare la razza e di tagliare costi sociali.
Raccontando l’orrore nazista, Paolini vuole restituire il dolore dell’esperienza, il senso di responsabilità, il dilemma della scelta, la dimensione stessa del diverso. Ma soprattutto vuole offrire una prospettiva storica al dilemma che ancora oggi attanaglia le coscienze in fatto di eugenetica e di eutanasia. E infatti non è solo un uomo schivo, attore pudico e carismatico, capace di stare in scena per ore da solo e ammaliare il pubblico con una recita mai uguale a se stessa. “Dopo due ore di racconto, chiedo sempre agli spettatori come stanno, di cosa vogliono parlare”, confessa Paolini. “A volte mi risponde un medico, a volte un genitore, a volte un insegnante, a volte un cieco, un sordo… Solo se imposti le cose su una base di integralità, puoi discutere sull’onda delle emozioni, sopportando idee opposte, e avendo la civiltà di sviluppare i rispettivi argomenti sino in fondo, senza strillare”.
A conferma di questo suo civismo militante, domani sera, vigilia della Giornata della memoria, il canale tv La7 trasmetterà in diretta “Ausmerzen”, seguito da un dibattito fra il pubblico, animato da Gad Lerner, la star della rete Telecom che considera Paolini “un traguardo”. Così, nel salotto buono televisivo saldamente in mano alla sinistra laica e politicamente corretta stanno per irrompere due ore di televisione integrale (niente interruzioni pubblicitarie) su un tema impegnativo, al centro delle preoccupazioni non soltanto della chiesa e di intellettuali laici non allineati al pensiero dominante in materia, ma anche delle battaglie culturali di questo giornale. E’ possibile porre un limite all’onnipotenza della scienza? O in nome della tecnica e della produttività del sistema dobbiamo continuare a negare impunemente la dignità della persona umana? E qual è il rapporto che corre tra economia e società? Eliminare i deboli, gli idioti, i malati mentali, gli infelici, gli inguaribili, come fecero i nazisti per migliorare la razza e contenere la spesa sociale, è davvero un’esclusiva abietta dello stato totalitario? O una tentazione che percorre anche i regimi liberi e le democrazie? E che cosa succede quando la “brava gente” si mette in testa di avere ragione?
Paolini è un apostolo del teatro civile. Studia per anni le sue narrazioni, preparandole scrupolosamente con ricerche, interviste, testimonianze a tutto campo – si tratti del “Racconto del Vajont” o del “Sergente nella neve”, del “Gioco del Rugby” o del “Galileo”. E’ uno che crede nelle virtù catartiche del dramma, come un antico cittadino della polis, ma senza pose apocalittiche, e tenendo a bada le emozioni: “Vogliamo parlare di eutanasia oggi? Volevo fare un testamento biologico, ma sono rimasto sconcertato dal tono con cui si è discusso del caso Englaro, dal furore integralista di parole d’ordine brucianti”, dichiara in modo programmatico. “Non credo che in questo modo si sia reso un servizio alla mente umana. Personalmente, avrei voluto che non si coprisse con tanto fracasso un argomento dal quale pochi di noi sono colpiti direttamente. Ringrazio Dio di non essere fra quanti si trovano a vivere una situazione del genere, e come forma di rispetto chiederei innanzitutto di abbassare la voce. Non voglio entrare a gamba tesa nel dibattito, ma dare una prospettiva che aiuti a riflettere. A questo serve una narrazione come la mia: a fornire una base razionale, non solo emotiva, per dire: guardate cosa abbiamo alle spalle, guardate l’orrore commesso dai nazisti in nome dell’eutanasia, dell’eugenetica e della presunzione di risolvere ogni malattia su base scientifica”.
Anagraficamente, Paolini è un veneto che ama il sud e odia la Lega; “un veneto di minoranza” o, come dice lui, “che usa la lingua non per ergere muri o discriminare il forestiero, come fanno oggi gli impiegati alle poste di Conegliano, ma per ragionare con gli altri, anzi per fare in modo che il teatro ricrei la società, e gli uomini non impazziscano”. Caratterialmente, è un bellunese ruvido, montanaro, chiuso e così geloso di sé che rifiuta di confessare il suo mondo interiore: “Perché farmi giudicare per le mie opinioni, quando non ne ho una grande stima?”. Nemmeno sotto torchio rivelerebbe cosa davvero lo muova. “Non voglio mettere l’accento su ciò che penso, ma su ciò che faccio. Perché se pensi certe cose, ma non riesci a farle sentire, è velleitario dire quali siano le tue intenzioni”. Insomma, è un attore e un artista, nutre la convinzione che il teatro sia ancora quel luogo d’elezione utile a smascherare il potere e le sue mistificazioni, per dare un ordine al reale e un senso al mondo. E infatti è persuaso che solo una rappresentazione corale permetta il confronto tra tesi contrapposte, favorendo una dialettica ispirata alla ragione e all’uso pubblico della ragione, al riparo da sofismi, scorciatoie, da derive demagogiche: “Se dovessi scegliermi un ruolo del teatro classico”, confessa, “mi assegnerei quello del coro”.
Paolini pone col suo racconto i dilemmi che vuole suggerire alle coscienze contemporanee. Irradiarle nelle case degli italiani è l’ultimo exploit della piccola nave corsara che sta smuovendo le acque del nostro mare mediatico. “Servizio pubblico è anche quello di una tv privata e commerciale che abbia un rapporto onesto e costruttivo col suo pubblico”, dice infatti il direttore di rete de La7 nel suo ufficio romano in via della Pineta Sacchetti. In epoca di tagli, ristrutturazioni e controllo draconiano dei bilanci, è stato proprio lui, Lillo Tombolini, a convincere del progetto Gianni Stella, feroce risanatore, soprannominato dai dipendenti “er canaro”, e oggi strenuo difensore di Paolini. “Da uomo intelligente, si è convinto da solo”, si schermisce Tombolini. “Paolini, infatti, restituisce una realtà che nessuna lettura ti può dare. Impossibile spezzare l’emozione con lo spot”.
Il sodalizio tra Paolini e La7 nasce negli anni passati e si consolida col “Sergente nella neve”, racconto sulla ritirata dei soldati italiani in Russia, tratto dal libro autobiografico di Mario Rigoni Stern, trasmesso in diretta nel 2007 da una cava dismessa nei pressi di Zovencedo, in provincia di Vicenza. “Come faremo a riempirla di pubblico? Mi domandavo allora”, ricorda Tombolini. “C’era un freddo cane, pioveva, tirava un vento gelido. Per arrivare alla cava bisognava percorrere un viottolo sterrato nel bosco. A un certo punto, vidi decine di ragazzi arrivare a piedi, dopo una salita di tre chilometri. Paolini li aspettava intorno a un fuoco. ‘Venite a scaldarvi’, gridava, offrendo vin brûlé”. Questo per dire il calore, il legame comunitario, il contatto diretto, ingredienti base del suo teatro.
Dopo il successo del “Sergente”, Tombolini avrebbe voluto allestire un altro teatro su strada, con palco su via Mario Fani, per il trentennale del rapimento Moro. “Solo un anno per prepararlo? Troppo poco”, rispose Paolini, che avrebbe voluto intervistare tutto il Trionfale e conoscere uno per uno gli abitanti del quartiere romano per entrare con loro nel ricordo di quel giovedì 16 marzo 1978, giorno in cui fu rapito lo statista dc e uccisi i cinque uomini della sua scorta. Il fatto è che Paolini non è solo un teatrante eccentrico che studia i suoi spettacoli come uno studente universitario si prepara l’esame; quando sale sul palcoscenico ha l’ambizione di un cronista, che tenga a bada sia l’attore sia il teatro, “perché se l’attore e il teatro sono troppo presenti distraggono lo spettatore, e se ci metti troppo pathos, scateni nel pubblico l’adrenalina”. Così gran parte della sua preparazione consiste nel cercare il giusto tono della voce, nel costruire una presenza scenica non troppo invadente, per raccontare l’orrore rendendolo plausibile.
Per esempio “Ausmerzen”, “verbo gentile”, come dice Paolini, “che evoca la terra e il mese di marzo, quando i pastori, prima della transumanza, sopprimevano le pecore e gli agnelli troppo lenti, tant’è che in tedesco significa ‘sopprimere chi rallenta la marcia, chi è troppo lento per seguire il branco’” (ma è anche sinonimo di ‘sradicare, abbattere, eliminare, rifiutare, dimenticare, espungere, estirpare, radiare’) è la cronaca agghiacciante dello sterminio di massa, che prepara la soluzione finale, raccontata col distacco paradossale di uno che avrebbe potuto esserne sia la vittima sia il responsabile, e la freddezza di chi mettendolo in scena cerca di aiutare la gente a affrontare i dilemmi che pone. “Lo spettacolo segue le origini delle idee eugenetiche”, spiega infatti Paolini. “Racconta ciò che accadde in Germania tra il 1934 e il 1939, l’accelerazione della macchina burocratica tedesca verso la sterilizzazione di massa, quando l’eugenetica diventa disciplina universitaria, e poi il salto dalla sterilizzazione all’eliminazione. C’è la storia del primo bambino disabile sequestrato e soppresso. La fase ufficiale del programma T4 dura due anni, dal primo settembre 1939 all’estate 1941. Esiste persino un bilancio di 70.292 vittime, ma si tratta di stime. E c’è anche il racconto della così detta “eutanasia selvaggia”, termine che rischia di sembrare un alibi, ma indica la morte negli ospedali psichiatrici di altre 230 mila persone tra il settembre del 1941 e il settembre del 1945. La guerra finisce ai primi di maggio del 1945, ma la macchina eutanasica non si ferma, anzi continua a funzionare per anni. Tant’è vero che fino al 1948, negli ospedali psichiatrici tedeschi l’indice di mortalità resta altissimo. In Italia, invece, di quei dati non ci sono stime, mancano le statistiche”.
Farà sicuramente effetto assistere al racconto-spettacolo di Paolini dalle cucine dell’ex manicomio Paolo Pini, luogo in cui i malati di mente, una volta dimessi, hanno trovato alloggio, e persino lavoro, come addetti all’ostello, al ristorante, alla sala mostre, grazie a una cooperativa sociale e a varie organizzazioni di volontariato riunite sotto il nome di “Olinda”, che era quello scelto da Italo Calvino per la città immaginaria che cresce senza periferia, come una grande piazza aperta in cui convivono le persone più diverse. “E’ normale oggi per i milanesi venire qui a bere un caffè o mangiare un piatto di pasta in compagnia di persone che pur avendo problemi psichiatrici anche gravi, affetti da disturbi psichici e vissuti per anni come barboni in mezzo alla strada facendosi espellere ovunque, hanno finito per integrarsi, e oggi riescono persino a lavorare, con effetti terapeutici notevoli”, dice al Foglio lo psichiatra ticinese Thomas Emmenegger che del Paolo Pini è il direttore. Emmenegger crede in “un’impresa sociale”, dove ogni singola attività, legata al mangiare, al dormire, al pensare, alimenta un sistema complesso di cittadinanza, permettendo di mitigare competitività e produttività con altre forme di compensazione. Così il teatro per esempio surroga alle carenze dell’ostello, e il ristorante a quelle del teatro. E in questo luogo deputato alla solidarietà, che accoglie i disabili, gli psicotici, gli ossessivi, li nutre, li integra come parte di un tutto, restituendo loro un ruolo attraverso il lavoro, il racconto di Paolini non è solo un percorso, una testimonianza, ma una lezione di pedagogia civile.
“Cent’anni fa per finire in manicomio bastava che ci fossero troppi figli in famiglia, che qualcuno avesse un problema”, dice Paolini. “Molti ragazzi, di cui racconto in ‘Ausmerzen’, se avessero avuto un insegnante di sostegno si sarebbero salvati la vita. L’Italia è l’unico paese in Europa a non avere le classi differenziate. In Germania pure i sordi ce le hanno. Noi siamo gli unici matti che provano a tenere i disabili e i ritardati mentali in classe con gli altri bambini. Tutti ci studiano per copiarci, ma noi oggi rischiamo di rinunciare a questo modello perché non ce la facciamo più. In una certa regione del nord c’è persino un assessore alla Sanità che ha stabilito di escludere dai trapianti di organi i pazienti con un quoziente intellettuale inferiore al 60. Si rende conto? E invece ci servirebbe uno scatto d’orgoglio per riconoscere le cose buone che siamo riusciti a fare alla faccia dei paesi più ricchi di noi”.
Non per niente, “Ausmerzen” nasce da un’idea del fratello di Marco Paolini, Mario, di due anni più giovane, pedagogista di professione. “Lui lavora sin dai tempi del servizio civile coi portatori di handicap, mentre io sono un imbranato”, dice il fratello maggiore, “non sarei capace di star dietro ai bambini ritardati”. Mario oggi si occupa anche di formazione degli educatori dei bambini “con disabilità complesse”, come si dice in gergo, incapaci cioè di accedere a un lavoro, vuoi per un deficit neurologico, come una paralisi cerebrale infantile, vuoi perché privi di competenze linguistiche, per effetto di carenze relazionali. Insomma, vive a diretto contatto con un campione di popolazione che ai tempi di Hitler veniva considerata “geneticamente inguaribile” e perciò passibile di misure radicali. “Oggi sappiamo molte più cose di un tempo”, dice al Foglio Mario Paolini, citando i suoi maestri, Andrea Canevaro ed Enrico Montobbio, pionieri nella cultura dell’integrazione. “Ci sono conoscenze che scadono come un vasetto di yogurt. Perciò, non è corretto usare giudizi tranchant quando ci si occupa di disabili: meglio sentirsi compagni di strada, formare operatori che dedichino molto tempo all’istruzione. In passato, le persone disturbate, che avevano comportamenti aggressivi e autolesionistici finivano in manicomio. Oggi si è capito che il lavoro per molti di loro può avere un effetto terapeutico”.
Mario ha il viso dolce di un sacrestano veneto e il verbo pieno del cittadino ispirato. Solo pochi anni fa ha scoperto cos’era successo nella Germania nazista. Nel 2002, leggendo gli atti di un convegno su psichiatria e nazismo, tenuto nel 1998 nell’ex ospedale psichiatrico di San Servolo, venne a conoscenza del famigerato “Aktion T4”, il programma eutanasico e eugenetico nazista, così chiamato dall’indirizzo della villa berlinese, in Tiergartenstrasse 4, sede della Fondazione per la salute e l’assistenza sociale, che ebbe per legge il mandato di sterilizzare prima e sopprimere poi le persone affette da malattie ereditarie considerate inguaribili o da gravi malformazioni fisiche. “Mi consideravo un ottimista, ma quando lessi quegli atti mi resi conto di essere un cretino”, dice sgomento il pedagogista Paolini. “Stavo facendo un mestiere senza sapere che settant’anni prima gente come me aveva commesso quel che aveva commesso. Così, cominciai a studiare, a documentarmi, e mi accorsi che nella storiografia ufficiale di tutto ciò non c’era quasi traccia. L’università continuava a sfornare laureati in Psicologia e Scienza dell’educazione con una scarsissima conoscenza di questi fatti, che non erano l’ennesima nefandezza compiuta dai nazisti, ma l’effetto di una serie di procedure sviluppate in base al movimento eugenetico che a quei tempi accomunava la classe medica, più o meno consapevole delle sue conseguenze”. Mario Paolini cita “Die Freigabe der Vernichtunglebensunwerten Lebens” (“Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”), saggio del 1920 i cui autori, Alfred Hoche e Klaus Binding, rispettivamente un medico e un giudice, sostenevano il diritto dello stato di uccidere “persone mentalmente morte” e eliminare i “gusci vuoti di essere umani”. Insomma, erano i precursori nazi delle tesi care oggi a mille e mille eutanasici libertari.
Sconvolto dalla scoperta, Mario Paolini trovò un appassionato alter ego in Giovanni De Martis, consulente d’azienda col pallino della storiografia, presidente dell’associazione Olokaustos e fondatore dell’omonimo sito, oggi fra i più informati sul tema. Così un bel giorno propose al fratello Marco di girare un documentario con la loro società di produzione. “Partimmo insieme per la Germania”, ricorda oggi De Martis. “Andammo a intervistare il professor Von Cranach, direttore dell’Istituto psichiatrico di Kaufbeuren, massimo conoscitore dell’archivio di quella che negli anni Trenta fu la clinica dello sterminio. E andammo a trovare pure Alice Ricciardi von Platen, la studiosa che per prima, come membro della commissione medica al secondo processo di Norimberga (che finì per comminare lievi pene ai medici, agli psichiatri, al personale sanitario coinvolto) aveva ricostruito l’intero programma eutanasico nazista. Girammo molto, in senso fisico e cinematografico, ma poi finì tutto nel cassetto”.
Il documentario non venne mai realizzato. La cosa parve morire lì. Ma i materiali raccolti erano tali che premevano per essere utilizzati. Mario Paolini continuava a raccontare la storia dei nazisti assassini dei propri figli disabili, dello stato totalitario che organizza il sequestro, la sterilizzazione poi la soppressione fisica dei “pesi morti”, fissando parametri, procedure, stratagemmi vari, che serviranno come prova generale allo sterminio degli ebrei. Nel luglio 1933, cinque mesi dopo la nomina di Hitler alla Cancelleria, venne emanata la legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie. L’esecuzione era affidata al ministero dell’Interno attraverso i tribunali speciali per la sanità ereditaria, formati da due medici e un giudice distrettuale. Tra il 1933 e il 1939 si calcola siano state sterilizzate dalle 200 mila alle 350 mila persone. Più tardi poi, con l’invasione della Polonia e l’inizio della guerra, partì l’“Aktion T4”, che si protrasse fino al 1941 quando, sospeso per le proteste, venne continuato in altro modo. De Martis, intanto, continuando a fare ricerche, finì per scrivere una prima bozza di sceneggiatura, intitolata “Apolide”. Da questa bozza nacquero le due letture pubbliche tenute da Paolini nel 2008 al Paolo Pini di Milano e a Trieste. Il testo di stasera è l’ultima rielaborazione, passata al vaglio del pubblico e modificata in funzione delle sue reazioni. “Marco ha un’eccezionale capacità di sintesi” dice De Martis. “Rimuginando il testo, riesce a rielaborarlo di continuo finché non trova l’espressione migliore”.
Il racconto di stasera dunque, è stato già provato su gruppi di spettatori a Castelfranco Veneto, a Padova, a Quarto d’Altino, poi in Puglia, a Zara e Mantova. In scena con Paolini ci sarà anche una tedesca di ventitré anni, Naomi Brenner, che non è un’attrice ma una psicologa, che ha tradotto le fonti sensibili, per restituire la verità dei termini con tutte le sfumature necessarie. “Detesto il politicamente corretto”, dichiara infatti Paolini. “La mia non è un’operazione della memoria, e nemmeno un’archeologia confinata a sessant’anni fa. Vuol essere un racconto attuale. Come li chiamo questi disabili, con le parole che usavano i nazisti? Con quelle che usiamo noi? Con quelle che vorrebbero loro? La narrazione non può essere una cosa tranquilla come un saggio: citare le stesse parole che usavano i nazisti significa giocare con termini difficili”, spiega Paolini, che pur essendo un maniaco della preparazione, lascia spazio all’improvvisazione. “Il racconto è un flusso continuo. A volte mi esce una parola, a volte un’altra, a volte mi dico che schifo, attenzione, ho esagerato. Io sono un musicista, sto suonando le parole e mi vengono fuori sbagliate. Qualcuno è turbato, qualcuno protesta… cazzo. Allora a volte usi detestabili eufemismi, per esempio, il termine ‘infelici’ apre un abisso, perché fornisce una giustificazione mostruosa. E comunque, meglio sbagliare e poi vergognarsi, che starci a pensare, sennò non apri più bocca”.
Per il suo racconto, Paolini dunque si serve di documenti ufficiali, di atti processuali, di circolari della Cancelleria del Reich. Ricostruisce il modo in cui i nazisti organizzarono il censimento, racconta dei tribunali speciali che procedettero alla valutazione dei malati, per autorizzare la consegna o per organizzare il sequestro delle persone da “curare”, sterilizzandole prima e eliminandole in seguito. Descrive il modo in cui l’apparato dello stato nazista coinvolse i medici di base, che dovevano persuadere le famiglie a consegnare loro i figli, con la scusa di internarli in strutture ospedaliere create ad hoc per curarli meglio, salvo poi comunicarne ai genitori il decesso, avvenuto previa somministrazione di un cocktail di scopolamina e di luminol, negando loro però il diritto di riottenerne le spoglie, con un imbroglio sulla decorrenza dei termini. Intanto, i corpi di quelle vite indegne di essere vissute erano finiti nei forni crematori, prodromo alla soluzione finale. Insomma, una storia tremenda. L’eutanasia di massa, perpetrata in nome della razza, del miglioramento della specie, della “razionalità” del sistema sanitario e dell’intera società, venne decisa senza alcun consenso individuale. Era il trionfo dell’equivoco nazista, e cioè dell’idea che ci fossero vite indegne di stare al mondo, che lo stato e i funzionari pubblici determinavano, al di là della volontà dei loro stessi portatori o dei loro cari. “Lo stesso inventore dell’eugenetica Francis Galton (1822-1911) non pensò mai che questa scienza scellerata potesse tradursi in una pratica tanto violenta”, avverte oggi Giovanni De Martis. Ma la così detta eutanasia eugenetica non era un’esclusiva della Germania nazista. Era un progetto diffuso, praticato con successo da molti paesi del civilissimo occidente, la Svezia, la Svizzera, la Danimarca, la Gran Bretagna, e persino l’America. E mentre Paolini insiste sulla peculiarità dell’eutanasia nazista, che anticipa lo sterminio di massa, quello che gli sta a cuore è anche l’urgenza di riflettere su un dilemma che, nonostante le differenze, continua ad attanagliare il nostro presente.
“Non credo che la soluzione sia una deliberazione del Parlamento, che ce la caveremo con una legge. Chiunque affronti questa storia sta d’un male cane. Per questo, penso che raccontarla serva da contrappeso a ogni scorciatoia, rendendoci più attenti, più sensibili. D’altra parte, è imbarazzante interpretare documenti o storie come questi in un paese che rischia di farsi governare dall’onda emotiva. Fare una cosa del genere in tv è quasi criminale, perché fai stare male la gente”, avverte Paolini. “Ma il teatro è società. E allora un contrappeso ci vuole. Bisogna incivilire il confronto, parlare di eugenetica per dire che alla fine non migliora la vita. Se io riesco a ricreare la società col teatro, col dibattito, con la tv, tutto questo forse può servire a sconfiggere l’eugenetica, a superare la retorica del miglioramento, a riconoscerla e smascherarla. Forse se ci si frequenta di più non si impazzisce”.
Ma cosa nutre l’ambizione di Marco Paolini? Cosa c’è dentro la testa di questo pazzo che ha il coraggio di portare in tv l’orrore dell’Aktion T4 in un monologo di due ore? Chi è veramente questo montanaro bellunese che invoca il rispetto per la finitezza, il senso del limite, e difende senza condizioni la creatura umana? E’ un cristiano, un cattolico? Un ex comunista? Un cane sciolto? Un laico pentito? Un ateo devoto? Noi non l’abbiamo incontrato al Paolo Pini, dove di “Ausmerzen” non c’è stata nemmeno una prova, ma a Catania, dove Paolini era in tournée fino all’altro ieri col suo “ITIS Galileo”, ospite del Teatro Stabile. Niente di più incongruo di un bellunese nella città etnea. Ma basta una battuta, uno sguardo assorto sull’arborescenza che cresce spontanea sotto certi lastroni inamovibili, sigillati sul lastrico medievale di Palazzo Platamone, attuale sede dell’assessorato alla Cultura, per capire che il saltimbanco aedo del teatro classico, è un uomo attento, dotato di ironia: “La natura è improgettabile. Tra vent’anni i curatori di qualche museo berlinese verranno qui a inchinarsi di fronte a questa installazione spontanea intitolata ‘Erbacce’”.
La visita continua nell’atelier dell’assessore alla Cultura, Marella Ferrera, a Palazzo Biscari. La stilista-assessore mostra la nuova collezione, abiti tessuti a mano, con reti cucite su una composizione di centrini, e intarsi all’uncinetto formati da particolari di vecchie foto in bianche e nero che spiccano al centro. Sono le tracce dei ricordi e dei dolori delle spose per procura che cent’anni fa sbarcavano a Ellis Island, pronte a farsi impalmare da chiunque, persino da un perfetto sconosciuto oriundo siciliano o conterraneo, pur di ottenere un visto d’ingresso negli Stati Uniti. Era questo il nuovo mondo, il futuro riservato a milioni di emigrati (15 in tutto). “Ognuno di questi vestiti è come la rete da pesca di una piccola barca in cui è rimasto impigliato qualcosa”, commenta assorto Paolini. L’intervista col Foglio diventa la prova generale della tenuta scenica, del tono di voce, dell’intensità orale che servirà mettere in scena al Paolo Pini. “Nel 1920, quando le spose siciliane approdavano a Ellis Island, era il momento in cui gli americani applicavano l’eugenetica per rilasciare il visto d’ingresso agli emigranti”, dice Paolini. “Per entrare, dovevi compilare una serie di questionari, e dichiarare strane cose, per esempio se avevi l’abitudine di mangiare la verza, oppure il cavolo. Era un modo per discriminare i settentrionali dai meridionali, e scegliere i primi a scapito dei secondi”.
Per preparare “Ausmerzen”, Paolini ha letto pure il “Mein Kampf”: “Hitler aveva la fobia dei matti, raccontava di quelli che mangiano la cacca, ma aveva capito benissimo cosa stava succedendo in America. ‘Gli Stati Uniti, scriveva, sono più avanti di noi tedeschi: rifiutano certe razze per l’immigrazione’. Il che dimostra che non è il nazismo a creare il clima in cui poi si formano le idee radicali di sterilizzazione e eliminazione dei disabili, ma è il razzismo che si respira nei così detti paesi civili a creare il nazismo”.
E’ il primo colpo contro il luogo comune. Anche le democrazie, come dimostra la storia dei visti siciliani, hanno le loro zone d’ombra. “Esistono le idee eugenetiche legate a Galton alla fine dell’Ottocento”, insiste infatti Paolini, mentre gli occhi pervinca iniziano a brillare, cancellando i tratti della stanchezza. “Uno dei primi a interessarsi alle idee eugenetiche fu Mr. Bell, l’inventore del telefono. Il suo problema erano i sordi che bloccano il mercato. Commissionò uno studio sugli abitanti di una certa isola, mi pare Virgin Island (lo racconta De Martis), ed ebbe la conferma che la sordità è una caratteristica ereditaria. Sicché per risolvere un problema legato al mercato, Bell proporrà di sterilizzare i sordi, per impedirne la riproduzione, consentendo con ciò a tutta la popolazione di utilizzare il telefono. Perciò l’idea di respingere chi non è provvisto di caratteristiche genetiche gradite non nasce in una dittatura o in uno stato totalitario, ma in una democrazia a forte immigrazione”.
Del resto, era la stessa epoca in cui gran parte della popolazione dell’Italia meridionale venne sottoposta a osservazione dal frenologo Cesare Lombroso, che definendo i tratti fisiognomici del tipo bruzio, per corroborare la lotta al brigantaggio, fondò la scienza della criminologia. “Effettivamente, basta guardare le foto della Prima guerra mondiale, per vedere come rinviassero ancora a un carattere somatico prevalente”, replica Paolini. “I reggimenti sardi sull’altipiano di Asiago erano somaticamente diversi dai loro ufficiali piemontesi. Di fatto, gli italiani si guardano per la prima volta nelle palle degli occhi sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. L’emigrazione interna ancora non esisteva. Un friulano alto, bianco robusto e un calabrese nero riccio e secco come i fichi di settembre, erano increduli di appartenere allo stesso paese. All’inizio, tra loro c’è diffidenza”. Poi però la trincea crea un legame. “La guerra certo lega, perché se fai la stessa tribolazione diventi fratello, e poi in quella tribolazione circolano idee nuove, le idee socialiste, le idee di solidarietà, nella sopportazione dei triboli fraternizzi persino con quelli che combattono dall’altra parte”.
Allora torna la domanda: il razzismo è una tendenza propria al nazionalsocialismo, dell’idea di uno stato fondato sulla purezza etnica o anche altro? “Non parliamo di tendenza, per favore”, esclama Paolini. “E’ pericoloso!”. E per dimostrarlo torna agli anni Settanta, quando si discuteva sull’innato e sull’acquisito, discettando su natura e cultura. “Di chi è la colpa se tu sei un delinquente, della società o della genetica? Ce lo domandavamo da ragazzi. La questione era chiara: chi sosteneva che sono i geni a determinare il carattere era di destra; se invece dicevi che era la società, passavi per uno di sinistra. La distinzione appariva in embrione in un libro di Erich Fromm e costellava le nostre discussioni adolescenziali tra chi citava le tesi di Konrad Lorenz, e chi replicava con quelle di Bertrand Russel. Tutte cose che approcciavamo ingenuamente, bevendoci brutte traduzioni. Oggi non si ragiona più così. Non si osa nemmeno. Però, se ci pensi, la genetica piano piano è diventata un elemento cardine nella soluzione dei nostri problemi. E’ al centro della possibilità di migliorare la nostra vita non solo per vincere le malattie, ma come strumento di controllo sociale, di controllo delle nascite, di orientamento anche estetico, nella selezione del sesso dei nascituri. Siamo arrivati allo shopping procreativo, a decidere come voglio il mio bambino. Ne discutiamo e ci arrabbiamo pure, perciò è importante sapere cosa il passato abbia prodotto di mostruoso, in questo senso. Ma se poniamo al genetista la domanda che assillava i ragazzi negli anni Settanta, e cioè quanto è determinato dall’impronta genetica e quanto invece è effetto dell’educazione e della società, lui sorriderà, spiegandoci che il nostro Dna non può fornirci più del sei per cento di ciò che noi siamo”.
Percentuale irrisoria. “Le differenze cromosomiche tra la più bianca antartica e la più nera aborigena delle popolazioni, mi dirà oggi il genetista, sono racchiuse in un numero infinitamente piccolo di elementi del corredo genetico della specie umana. Il che vuol dire che la velleità di creare un popolo in base a un patrimonio genetico comune, come quella della Germania nazista, si fonda su un assurdo, su un dato scientificamente falso; perché alla fine, se solo il sei, il sette, l’otto, diciamo pure il dieci per cento dipende dal corredo genetico, se guardandoci intorno ci scappa da dire, ‘questa è una società di stronzi’, il problema purtroppo non è risolvibile geneticamente, ma rinvia al discorso della scuola. In altre parole, non è che se mettiamo a posto il Dna l’Italia va meglio; perché il 90 per cento dipende da quello che guardiamo, sentiamo leggiamo. Perciò, puoi pure sceglierti il bambino che vuoi allo shopping genetico, ma sta’ tranquillo che se tu sei stronzo per educazione e per cultura, viene fuori stronzo anche lui. Dunque, non è questione di Dna o di concepimento, ma del lavoro che devi fare su te stesso. Su questo non c’è scampo. Certo, se interpreti la procreazione come marketing cui scegli il prodotto, la vera domanda è: vale ancora la pena di riprodurre una specie umana che ragiona in questo modo? Mi sembra di no. C’è una linea di demarcazione tra le preoccupazioni per la salute e il capriccio, il vizio, l’idea che il mercato mi mette a disposizione un prodotto e io sono come un bambino davanti alla vetrina, di un negozio, senza più i genitori di una volta che sapevano tirargli uno scappellotto, se cominciava a gridare voooglioooo quello!!!!!”.
La genetica così però ne esce a pezzi? “Certo, può tutelarci dalla malattia, ma non risolve la stronzaggine. Ora, i problemi che abbiamo di fronte sono per la maggior parte educativi, comportamentali. Non richiedono l’investimento da parte di una multinazionale e nemmeno il colpo di scena che migliori la specie. Tocca fare manutenzione, arte ordinaria, sulla quale non ci sono scorciatoie, come frequentare la scuola dell’obbligo, imparare a parlare senza ruttare o senza alzare la voce. Il che significa introdurre un’autolimitazione, fatto di per sé privo di appeal, ma necessario”.
Così, partendo dall’opposizione tra natura e cultura, e passando per lo studio del genoma, si arriva allo spettacolo di stasera. “Io racconto un pensiero mostruoso. Racconto di come brava gente possa arrivare a mettere in opera pratiche criminali avendo demolito, ma molto progressivamente, ogni freno inibitore. Alla fine, so che la causa di tutto questo è, da un lato, nelle idee eugenetiche, dall’altro nel mancato bilanciamento offerto da un sistema solido dotato di un senso del limite. Il mancato contrappeso all’eugenetica, che permette lo sterminio, però, non è un’idea scientifica. E’ un’idea morale e culturale: è il tessuto sociale in grado di avere il senso del limite. Un dittatore può anche avere la velleità di pensare che in questo modo si debellano le malattie e si migliora la specie, soprattutto se la specie avesse contezza che il miglioramento non avviene attraverso un colpo di scena, ma attraverso un costante lavoro di manutenzione, grazie al peso dell’esperienza, grazie all’autorevolezza della nazione, al ruolo dell’adulto… noi oggi però viviamo un’epoca che vede l’abiura degli adulti”.
Abiura degli adulti, dice proprio così Marco Paolini, usando una bella espressione per un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti, e cioè la morte della vecchiaia, il trionfo spasmodico della giovinezza, inseguita fuori tempo massimo da chiunque. “Gli adulti abiurano perché vogliono essere giovani. Questo ci chiedono il mercato e i modelli dominanti: tenerci giovani. E in questo c’è la complicità degli adulti, che rifiutano di farsi sorpassare, non mollano la sedia. Fare coming out, oggi, significa dichiararsi adulti”. Insiste Paolini, con sottinteso politicamente scorrettissimo. Dichiararsi adulti è ciò che richiede vero coraggio sociale, altro che dichiararsi gay. “Assumersi il compito della responsabilità, smascherare tesi grottesche. D’accordo la genetica, ma dove arriveremo? Dammi un contrappeso. D’accordo la ricerca sulle staminali e la possibilità di debellare malattie. Non voglio censurare alcuna opzione che mi permetta di battere queste strade. Dopodiché non voglio essere semplicemente il malato ansioso e spaventato che si rivolge al medico e non capendo di cosa stia parlando e, vedendo che magari la cura non funziona, un attimo dopo va dal mago. Io rispetto il dolore e l’ansia delle persone, ma non è un mondo di adulti quello che avrà bisogno del dottor Di Bella o chi per lui, per avere speranza, per trovare quel magico plus di energia che a volte manca nell’approccio con un medico bravo, ma incapace di trasmettere fiducia. Noi siamo fragili, perché siamo disposti ad affidare la soluzione dei problemi a chi non ha queste capacità. Mentre un adulto delle generazioni più solide, che accettavano la finitezza, non apriva subito a chiunque bussasse alla sua porta. Ecco, secondo me è questo che ci manca degli adulti, l’esperienza che, sulla base di qualcosa che non posso aver imparato solo io, ma anche la mia gente, permette di selezionare, di accettare una cosa, di decidere se vale la pena di fidarmi. Oggi non abbiamo più questa diffidenza istintiva che difende, siamo tutti creduli. Siamo fragili. Questo è il pericolo rispetto all’eugenetica. La Germania degli anni Trenta era fragile. Soffriva le conseguenze di una crisi economica devastante. Non voglio stabilire un nesso di tipo deterministico, ma è chiaro che una condizione di sofferenza diffusa che interessa molte fasce della popolazione, la perdita di sicurezza, l’inflazione galoppante, offrono il destro all’idea di eliminare gli inutili, di buttare a mare chi non produce, chi non ha pagato il biglietto e costa troppo. E se stai male è più difficile resistere alla lusinga di un pensiero cattivo, che anche i sani hanno, perché è un pensiero che alberga nel cuore di ogni persona, non solo dei cattivi. Solo che, se hai il contrappeso dell’educazione, o di un sistema di relazioni, lo puoi isolare, neutralizzare. Puoi vergognartene. In un momento di crisi, invece, quel pensiero diventa condiviso. E se poi il governo, arrivato al potere nel 1933, lo esprime nei manifesti, nei libri di scuola, nei corsi universitari, alla fine quando vedo tanti professori che dicono la stessa cosa, io di quel pensiero recondito non mi vergogno più, perché ormai ha assunto una cittadinanza”.
E’ strano parlare di miseria, solitudine, sofferenza, per spiegare il trionfo dell’eugenetica nazista, e farlo nel meridione. Qui da sempre manca il lavoro, e tutti si ricordano i poveri che mendicavano scalzi l’olio fritto nelle case dei ricchi. Eppure i matti, gli scemi del villaggio qui sono sempre stati una presenza familiare, come Cipì, che s’aggirava in pieno agosto, in un paesino della Calabria, coperto di strati di cappotti e impermeabili, le mani avvolte in sacchetti di plastica, e gli occhi da ebete puntati su di noi bambini che pure capivamo benissimo cosa voleva dirci con quei suoi strani suoni gutturali. “Attenzione”, risponde Paolini sorridendo. “L’unica forma di resistenza all’eutanasia di stato si ebbe nei paesini della Pomerania, del Baden Württemberg, della Sassonia, nei villaggi dei minatori della Ruhr, dove tutti si conoscono e il matto del villaggio ha un nome proprio. Sono pochi i casi dove il pulmino coi vetri oscurati che andava a prelevare i disabili, gli idioti, gli idrocefali, gli schizofrenici o gli psicotici girava a vuoto, senza poter fare il suo carico umano, perché gli abitanti di quei paesini erigono barricate”.
Paolini cita il libro di Alice von Platen, ma insiste sulla complicità dei medici. Dice che ci furono obiezioni di coscienza, ma molti inganni, ricatti, intimidazioni. Se rifiutavano di consegnare il figlio ritardato o storpio, le famiglie rischiavano di perdere la tessera annonaria. Gli unici episodi di resistenza avvennero in piccole comunità solidali che dei loro matti e dei loro storpi si prendevano cura. Oggi non se ne vedono più. “La società liquida rende tutti perfettamente uguali e omologabili. E appena arriva l’alluvione, ti parlo da veneto, in questi paesi dove si vive bene e tante case vanno sott’acqua, si dice ‘ci hanno lasciato soli’, lo stato non ci aiuta. Ma a parte i tempi tecnici per l’arrivo della Protezione civile, io dico, il tuo vicino di casa dov’era? Non ne hai? Se l’argine si rompeva trent’anni fa, sarebbe accorso per primo a darti una mano. Ma se tu i vicini non li vedi da sedici anni, questo ti rende più fragile, ti espone a idee bislacche come il pensare che il tuo rapporto col mondo passi per uno schermo al silicio, invece che dalla porta di casa. Oggi a noi manca la società vicinale, manca il prossimo, che determinava la prevalenza della vita pubblica su quella privata”.
A questo serve il racconto di Paolini, a ricordarci cosa è successo nella Germania di Hitler e a farci riflettere sul perché, a richiamarci al senso del limite e alla nostra responsabilità di uomini liberi, anche se nessuno oggi riesce a farsi soverchie illusioni. “Rispetto alla mostruosità di queste cose”, conclude Paolini, “un attore è come un’aspirina. Sono consapevole che devi avere un senso del limite pauroso, pur muovendo in una zona in cui se non fai vivere questa cosa qui, se non l’accendi, nessuno ti ascolta. E come faccio io ad accenderla? Non lo so. So solo che ho smesso di fare ‘Vajont’ perché nessuna tecnica teatrale mi permetteva di ripeterlo a teatro tutte le sere, mantenendo la mia integrità psicofisica. Ripetendo una cosa che costa fai del male, picchi duro, picchi i bambini. Mi sono accorto che ci sono cose che trascendono il mestiere, perché ti fanno soffrire davvero. Devi stare attento a non esagerare. Se ti fai coinvolgere ti si spezza la voce e rendi un cattivo servizio. Ci sono parti in cui corro dei rischi, trattenere il respiro sarebbe un po’ troppo liberatorio per chi guarda. L’unica cosa che posso fare per raccontarla bene questa storia, e provocare domande che turbano senza offendere, è creare un tono, fare in modo che siano parole sommesse, senza l’urtante presunzione che rende impossibile ragionare con gli altri. E poi, il vero soggetto di questo racconto non sono i cattivi processati a Norimberga, ma la brava gente, la gente come noi, quelli come me e te. Se creo indignazione, offrendo al pubblico solo un bersaglio, forse ho sfuocato l’obiettivo. La vera preoccupazione è che si impazzisce in gruppo e si rinsavisce da soli, ma ci vuole tempo”.

«Il Foglio» del 25 gennaio 2011

26 luglio 2010

Da 50 anni il «Buio» illumina

Nel 1960 usciva il romanzo anti-razzismo
di Goffredo Fofi
Leggemmo Il buio oltre la siepe (nell’originale To kill a mockingbird, 'Uccidere l’uccello beffatore') che rileggiamo oggi a cinquant’anni di distanza dalla prima edizione americana, nella prima edizione italiana del 1962, quando il vento della rivolta nera cominciava a scuotere gli Stati Uniti, ma ancora in lenta progressione, tra ingiustizie evidenti e risposte necessarie. Esse sarebbero state sia violente (Malcolm X) che nonviolente (Martin Luther King) e nel corso del decennio avrebbero visto molte vittime, distrutto molte esistenze ma alla fine avrebbero portato a un radicale cambiamento nelle condizioni di vita della maggioranza degli afroamericani.
Insieme ad alcuni film dello stesso periodo (di Stanley Kramer, di John Cassavetes e altri, spesso interpretati dall’attore nero Sidney Poitier), fu il romanzo di Harper Lee, che narrava in modi più dolci una storia non troppo diversa da quella di Non si fruga nella polvere di William Faulkner, a ricordarci la situazione di tremenda disparità in cui erano costretti i cittadini statunitensi di pelle nera. In modi decisamente più duri negli Stati del Sud, che avevano edificato la loro ricchezza sulla mano d’opera degli schiavi 'importati' a viva forza dall’Africa. Il romanzo di Faulkner è del 1948, quello di Harper Lee del 1960 e i fatti che narra si svolgono nel lontano 1932. Non molte cose erano cambiate nella condizione dei neri nel corso di tanti anni. Harper Lee non è stata una scrittrice professionale ed è noto che fu la sua amicizia sin dall’infanzia con lo scrittore e giornalista Truman Capote (almeno due film sulla vita di Capote ce l’hanno ricordato) a spingerla a lasciare il lavoro di impiegata per scrivere il suo grande romanzo. Capote aveva ambizioni enormi e in parte le realizzò: A sangue freddo (1966) resta uno dei libri del secolo, anticipatore di tante inchieste con la misura del romanzo, non fiction novel, venute in seguito, e la Lee lo assistette in quella tormentata elaborazione. Capote aveva ascoltato più volte dalla voce dell’amica le storie che Il buio racconta, e l’aiutò a trovare il tono giusto per evocarle, quel tono vagamente orale o da vecchia cronaca paesana che dà ancora fascino al libro. «Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro»: così comincia la narrazione e prosegue con la semplicità maestosa dei grandi fiumi, attenta ai fatti grandi e piccoli, ai particolari significativi, al dialoghi fitti e veloci. E però legata a lei, Harper, qui Scout, la bambina curiosa, che ha qualcosa di Huck Finn e qualcosa della Frankie di Invito di nozze (Member of the Wedding, 1946), il capolavoro anch’esso meridionale di Carson McCullers. Curiosa, insistente, spesso impertinente, nella piccola cittadina cotoniera dell’Alabama in cui cresce la bambina Scout vive le sue avventure, tra gli otto e i nove anni di età, con Jem, il fratello maggiore, e l’estate anche con Dill, il petulante nipote di una vicina, ed è assistita e protetta da Calpurnia, la brusca cameriera di colore, e dal padre Atticus, avvocato. La madre è morta quando Scout era molto piccola, di lei Scout non ha ricordi ed è proprio quest’assenza a dare alla figura di Atticus il peso di un padre saggio che sa comportarsi, quando è il caso, da fratello maggiore nei confronti dei suoi due orfani: un padre che non li esclude dal confronto con le realtà della vita, anche quelle brucianti del razzismo, della violenza, ma che li aiuta a capire, a giudicare, a comportarsi degnamente. Atticus deve difendere un nero accusato ingiustamente di violenza carnale a danno di una ragazza bianca e questo gli crea (e crea per i suoi figli) una situazione di pericolo. La fine del nero sarà tragica e a salvare i bambini dalla vendetta bianca sarà il misterioso abitante di una casa vicina, un giovane pazzo che vi è segregato dal padre e con il quale i bambini hanno intessuto nel corso del romanzo un silenzioso rapporto di messaggi e attenzioni. Qui quell’elemento gotico che è di Faulkner e di tanta letteratura meridionale americana si inserisce splendidamente nella vicenda e nel suo coro di figure secondarie.
Con matura tranquillità, Harper Lee ha scritto con Il buio oltre la siepe uno di quei romanzi destinati a durare, perché oltre le contingenze della grande Storia è riuscita a creare una storia di formazione con personaggi esemplari, resi credibili dalla viva esperienza su cui si basano, figure precise e necessarie, caratteri definiti che ben rappresentano i bisogni che sono del lettore giovanissimo come di quello adulto: gli affetti fondamentali, la sete di giustizia, il senso della comunità e della sua crescita, ma anche la suspense che appartiene al romanzo d’avventura e di investigazione (al centro c’è pur sempre un processo). Il limite, perché un limite c’è, è il punto di vista, che è del bianco, anche se del più aperto tra i bianchi; e non poteva essere altrimenti. Dall’altra parte, scritto da un nero e dalla parte dei neri, si veda il capolavoro – uno dei grandi romanzi del Novecento non solo americano – che è Uomo invisibile di Ralph Ellison (1952).
Il buio oltre la siepe, di cui la Feltrinelli ha da poco pubblicato la trentacinquesima edizione (pagine 290, euro 8), ebbe la fortuna di un bellissimo adattamento cinematografico di Robert Mulligan (1962), di perfetta ricostruzione ambientale e di perfetta interpretazione. Meritò un Oscar al suo protagonista Gregory Peck, che non fu in generale un grande attore bensì un serio professionista e soprattutto un uomo degnissimo, molto attivo in tante battaglie americane per i diritti civili e contro la guerra nel Vietnam, il quale finanziò nell’ombra gruppi di punta democratici e nonviolenti di una società ancora dominata dal pregiudizio razziale, dalle disparità sociali e culturali, dallo sfruttamento e dalla violenza. Per il ruolo di Atticus non si poteva trovare un interprete migliore, un perfettamente cosciente e partecipe, di ciò che rappresentava, nel miglior ruolo che gli sia mai capitato di interpretare.
«Il buio oltre la siepe», libro autobiografico di Harper Lee, accese l’attenzione sulla dura discriminazione dei neri negli Usa. Una storia portata sugli schermi da Gregory Peck
«Avvenire» del 18 luglio 2010

13 luglio 2010

Il riciclaggio dei docenti: da antisemiti a democratici

Molti professori «ariani» conservarono il posto, mentre ai colleghi israeliti non fu restituito. Il saggio Giorgio Israel ricostruisce le tortuosità e le contraddizioni con cui l' Italia si liberò delle leggi razziali
di Paolo Mieli
La fine del fascismo non segnò la fine della persecuzione degli ebrei
Nel 1998 Giorgio Israel e Pietro Nastasi scrissero un libro, Scienza e razza nell’Italia fascista (Il Mulino), nel quale puntavano l’indice contro la «clamorosa insufficienza della storiografia» nel campo degli studi sulle leggi razziali del 1938. Riconosciuto a Renzo De Felice il merito di aver intrapreso, già all’inizio degli anni Sessanta, lo scavo sull’argomento con la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi), i due autori si applicavano a temi che erano stati successivamente solo sfiorati. Infatti fino agli anni Novanta la materia era stata a lungo disattesa - con qualche eccezione come i saggi di Roberto Finzi L’università italiana e le leggi antiebraiche (Editori Riuniti) e di Michele Sarfatti Gli ebrei negli anni del fascismo. Vicende, identità, persecuzione (Einaudi) - e meritava perciò molti approfondimenti. Poi, nel decennio successivo, nuovi libri (e nuovi documenti) hanno proiettato sul tema ulteriori fasci di luce. È il caso - per citare solo alcuni - di L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane (Zamorani) di Annalisa Capristo; di Scienza e fascismo (Carocci) di Roberto Maiocchi; de L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (Il Mulino) di Marie-Anne Matard-Bonucci; dell’assai interessante Leggi del 1938 e cultura del razzismo a cura di Marina Beer, Anna Foa e Isabella Iannuzzi; e di alcuni saggi pubblicati su «Nuova Storia Contemporanea» da Paolo Simoncelli (sul suicidio di Tullio Terni) e da Eugenio Di Rienzo; oltre a uno assai importante di Tommaso Dell’Era su «Qualestoria». C’era di che tornare sull’argomento ed è quel che ha fatto Israel (stavolta senza Nastasi) con Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime, edito anche questo dal Mulino.
Il nuovo libro si sofferma meritoriamente sulla tortuosità e le contraddizioni con cui l’Italia, dopo l’uscita di scena di Mussolini, si liberò delle famigerate leggi. Il fascismo cadde come è noto il 25 luglio del 1943, ma nessuno si preoccupò di chiudere in tempi brevi la stagione dell’antisemitismo di Stato. Lo notò già Piero Calamandrei in una pagina del suo diario agli inizi dell’agosto di quello stesso 1943. Il padre gesuita Pietro Tacchi Venturi, a nome della Segreteria di Stato vaticana, intervenne addirittura nei confronti del governo Badoglio per suggerire cautela nell’abrogazione di quelle leggi. Al ministro dell’Interno Umberto Ricci, Tacchi Venturi fece presente che «secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica» quella legislazione aveva «bensì disposizioni che vanno abrogate», ma ne conteneva «pure altre meritevoli di conferma». Così il processo di abrogazione delle leggi razziali fu, secondo Israel, di una «lentezza esasperante» e si dovette attendere il 20 gennaio 1944 (!) per la promulgazione di un testo organico abrogativo. Un testo, peraltro, «sofferto e insufficiente». Tant’è che per regolare le eredità degli ebrei deceduti in seguito ad atti di persecuzione ci fu bisogno di un’apposita legge del maggio 1947. Per l’estensione alle vittime delle leggi del ‘38 dei provvedimenti già emanati per i perseguitati politici si dovette attendere addirittura una legge del 10 marzo 1955. Per una serie di riconoscimenti agli israeliti colpiti dalla Repubblica sociale italiana si aspettò l’11 gennaio del 1971, quando erano trascorsi oltre ventisette anni dalla seduta del Gran Consiglio che provocò la destituzione di Mussolini. È quindi evidente, sottolinea l’autore, che «la caduta del fascismo non segnò per gli ebrei italiani un trionfale reingresso nella comunità nazionale». È altresì indubitabile che per alcuni decenni la sensibilità pubblica nei confronti di quel che era stata la persecuzione antisemita in Europa - e nella fattispecie in Italia - fu piuttosto tenue. L’atmosfera, in quel periodo del dopoguerra, era molto diversa da come la si ricorda oggi. C’è una lettera (1 luglio 1946) del fisico Enrico Persico al suo amico e collega Franco Rasetti che merita di essere citata: «L’epurazione», scrive Persico, «come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle università. Ma basta con questi disgustosi argomenti». Persico aveva ragione: tranne rarissime eccezioni, tutti i «fascistoni» che avevano avuto a che fare con le leggi razziali andavano «trionfalmente» a costituire il «nuovo» corpo accademico dell’Italia postfascista. Per contro in quello stesso dopoguerra i professori ebrei conobbero nuove difficoltà e il loro reinserimento fu assai problematico. Un caso per tutti quello del giurista Guido Tedeschi, che quando erano entrate in vigore le leggi razziali stava per passare da professore straordinario a professore ordinario nell’Università di Siena. Nel ‘38 Tedeschi riuscì a emigrare a Tel Aviv e quando nel ‘44 chiese di far ritorno nell’ateneo senese gli risposero che, siccome i tre anni di straordinariato dovevano essere continuativi, avrebbe dovuto ricominciare daccapo l’iter accademico senza che fossero tenuti in alcun conto i motivi per cui si era data un’interruzione della sua carriera universitaria. Tedeschi restò a Tel Aviv. Più grave fu il caso del biologo Tullio Terni, epurato nel ‘38, riammesso nel ‘45 ma subito sottoposto a nuovo processo di epurazione con l’accusa di essere stato fascista. Quando fu definitivamente reintegrato - non senza essere stato però radiato dall’Accademia dei Lincei - il massimo responsabile dell’ateneo di Padova, temendo le annunciate reazioni della cellula comunista universitaria, gli scrisse: «Come Rettore ti dico di venire, come uomo ti sconsiglio di farlo». Il 25 aprile 1946, nel primo anniversario della Liberazione, Terni si suicidò con una fiala di cianuro che aveva conservato per il caso in cui, da fuggiasco, fosse stato catturato dai nazisti.
Ma i tormenti che patirono Tedeschi, Terni e molti altri docenti ebrei non furono tali per gran parte dei professori che dal 1938 in poi li avevano (più o meno direttamente) perseguitati. Anzi. Nel clima che contrassegnò un lunghissimo periodo del dopoguerra si formò negli ambienti accademici e universitari un solido blocco a difesa delle personalità compromesse. E secondo Israel «quell’andazzo» perdura anche adesso, cosicché «è assai facile trovarsi di fronte a reazioni virulente per aver soltanto osato ricordare i trascorsi razzisti di alcuni maestri di cui ancora oggi gli allievi, o gli allievi degli allievi, coltivano un’adorazione intatta!». È il caso dell’importante demografo Corrado Gini (di cui ha scritto Francesco Cassata ne Il fascismo razionale, pubblicato da Carocci) che nel 1951, riferendosi ai docenti ebrei costretti a emigrare alla fine degli anni Trenta, li definì persone «che hanno avuto la fortuna di trovare al momento propizio un rifugio in America» e far valere lì dei meriti che non erano stati loro riconosciuti nelle università europee. Un’osservazione apparentemente asettica che però, osserva Israel, «lascia di sasso per il suo irridente cinismo». Stessa situazione quella della più importante allieva di Gini, Nora Federici, che nel 1941 aveva definito il razzismo come uno dei capisaldi della politica demografica, aderendo alle idee imperanti in quel momento, scrive Israel, assieme a «tutti i grandi nomi della demografia, da Marcello Boldrini a Paolo Fortunati, da Franco Savorgnan e Livio Livi». Per quel che riguarda Livio Livi, va ricordato che suo figlio, Massimo Livi Bacci, ha sempre sostenuto che suo padre non fosse razzista, nonostante avesse accettato, proprio al momento del varo delle leggi razziali, di far parte del Consiglio superiore per la demografia e la razza. Comunque dalla seconda metà degli anni Quaranta, prosegue Israel, «tutta la demografia si difese compattamente senza il minimo accenno di autocritica» ed «è sorprendente e triste constatare che dopo quel che era accaduto tra il 1938 e il 1945 non si affacciasse almeno un embrione di spirito critico a determinare qualche riflessione e un processo di revisione». Non solo. Alla morte di Nora Federici - nel 2001 - Massimo Livi Bacci si compiacque del fatto che, dopo la caduta del fascismo, non le fossero state fatte pagare «colpe che non erano sue». «Erano colpe sue, eccome se lo erano», è il commento di Israel.
Lo stesso accadde tra i matematici. Né a Francesco Severi né a Enrico Bompiani fu chiesta ragione dei loro comportamenti al momento dell’estromissione dall’università di Tullio Levi-Civita, di Federigo Enriques, di Guido Castelnuovo. Tra l’altro, chiosa l’autore, la permanenza dopo il ‘45 di personaggi come Severi e Bompiani nei posti di comando «non fu un bene anche dal punto di vista scientifico».
Uguale il discorso per quel che riguarda le scienze biologiche. Qui finiscono nel mirino Giuseppe Montalenti e, soprattutto, Alessandro Ghigi, autore di «uno dei più imbarazzanti testi del razzismo fascista»; l’Istituto nazionale per la fauna selvatica prende il suo nome «senza che mai nessuno si sia dato la pena quantomeno di ricordare i suoi trascorsi e di prenderne le distanze». E al riguardo Israel fa notare «la diversità di trattamento riservata a Giovanni Gentile, di cui tutto si può dire salvo che si fosse compromesso attivamente con le politiche razziali, al quale non si può addebitare alcuno scritto razzista, che fu eliminato con un’esecuzione sommaria e poi persino accusato di compromissione con il razzismo mentre nulla del genere è stato mai fatto nei confronti di personaggi ben più gravemente compromessi». Israel giudica scandaloso il caso del matematico Mauro Picone, che in una lettera del 1939 arrivò a scrivere: «Urge che gli scienziati di razza ariana collaborino il più attivamente possibile per mostrare come la scienza possa egualmente progredire anche senza l’intervento giudaico». Nel dopoguerra Picone la fece franca e poté evitare di fare ammenda. Nel 1946, in ricordo di Guido Fubini, ebbe la sfrontatezza di scagliarsi contro «gli stolti, infami provvedimenti razziali», da lui a suo tempo applauditi e ora definiti «eterna vergogna». Nel 1958, in un necrologio per Guido Ascoli, Picone ritenne opportuno tornare sull’argomento con queste parole: «La sua (di Ascoli, ndr) vita universitaria ebbe, purtroppo, dal 1938 al 1945, ben sette anni di dolorosa interruzione, a causa di quegli insensati provvedimenti razziali che privarono l’Italia, in quel lungo difficilissimo periodo, dell’opera preziosa di cittadini di altissimo valore morale, spirituale ed intellettuale». Incredibile. Ma il caso più scandaloso, sostiene l’autore, fu quello del fisiologo Sabato Visco, la cui vicenda, assieme a quella di Nicola Pende, mette in luce, secondo Israel, «il carattere ingiusto e scomposto con cui fu condotta la transizione dal fascismo al postfascismo». Invece «di assolvere i peccati minori o commessi da persone di scarso rilievo e facilmente ricattabili, vi fu una corsa all’assoluzione dei personaggi più in vista e tra questi dei più potenti, che spesso erano proprio i più compromessi». Una corsa in cui si distinsero i principali partiti dell’Italia democratica, compresi i comunisti: «Faceva premio su tutto l’esigenza di accaparrare alla propria parte politica personaggi ritenuti capaci di garantirle un’egemonia culturale e istituzionale». Sabato Visco non solo aveva fatto pubblica professione di razzismo, ma era stato capo dell’ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del Minculpop, membro del Consiglio superiore della demografia e della razza ed era stato persino in predicato di divenire direttore de «La difesa della razza». Dopo il 25 luglio del ‘43, Visco fu il più lesto di tutti a cancellare le impronte che aveva lasciato nella stagione delle leggi razziali. C’è una lettera del 7 settembre 1943, scritta da Sergio Sergi, allora direttore dell’Istituto di antropologia dell’Università di Roma nonché fidato uomo di Visco, in cui si chiede che la documentazione dell’Ufficio razza (appena sciolto) sia trasferita nel suo Istituto, per «evitare la dispersione» di quel «preziosissimo materiale scientifico». «Non è malizioso supporre», commenta Israel, «che Sergi si fosse prestato a rendere un servizio al preside della sua Facoltà (Visco, ndr) recuperando quel materiale - prezioso dal punto di vista della storiografia del razzismo, più che da quello della scienza - che poi sparì, come inghiottito nel nulla». E, grazie a quella sparizione, proprio nel periodo in cui Terni si suicidava, Visco «riuscì non soltanto a tornare alla sua cattedra universitaria, ma a riprendere gran parte delle precedenti posizioni di potere, soprattutto quelle che gli stavano più a cuore e cioè di preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e di direttore dell’Istituto nazionale della nutrizione». Con un riferimento indiretto alla vicenda padovana di Tullio Terni, l’autore ricorda che Visco «non trovò alcuna cellula comunista a diffidarlo minacciosamente dal rientrare nell’Università e non subì neppure le contestazioni riservate a Pende; eppure tutti sapevano chi fosse e che cosa aveva fatto». L’autore mostra di conoscere in dettaglio la vicenda. Probabilmente - ma di questo nel libro non parla - perché suo padre, Saul Israel, allievo prediletto del celebre fisiologo Giulio Fano, era stato indotto alle dimissioni in seguito alle battute antisemite di Visco. Giorgio Israel però ha il merito di trattare questo caso, che riguarda da vicino la storia della sua famiglia, in modo asciutto, non dissimile da quello adottato per le altre vicende di cui si è detto. A titolo di ipotesi si rileva che «sicuramente troppe persone - incluse quelle che avevano testimoniato in suo favore (di Visco, ndr) - erano sotto ricatto e, ove avessero tentato di prendere le distanze da lui, avrebbero visto messe in luce le loro responsabilità». E ci si sofferma sulla sua abilità nel trovare appoggi sia all’interno della Democrazia cristiana che del Partito comunista italiano. Per quel che riguarda il Pci si ricorda come in un dibattito parlamentare dell’ottobre del 1957 il comunista Mario Alicata facesse ricorso alla testimonianza «autorevole» di Visco per contrastare l’allora ministro della Pubblica istruzione Aldo Moro. Di passaggio Israel nota come anche Alicata avesse dei trascorsi fascisti, che attraverso l’esaltazione di Visco contribuiva a «seppellire». Nel 1952, ricorda Israel, Visco riuscì a ottenere una cospicua dotazione annua per la sua «mediocre creatura», l’Istituto della nutrizione, a spese del grande Giuseppe Levi «che non ebbe i fondi sufficienti a ricostituire un centro in cui sviluppare le sue ricerche che avevano già raggiunto elevati risultati di livello internazionale». Nell’ambiente accademico internazionale, soprattutto tra gli italiani, non si era comunque persa memoria di chi fosse davvero Visco. Così nel 1954 quando alla morte di Enrico Fermi egli inviò a nome della Facoltà di scienze dell’Università di Roma un messaggio di cordoglio alla vedova, fuggita dall’Italia proprio per le leggi razziali, Emilio Segrè scrisse a Enrico Persico: «Tra i telegrammi ce n’era uno della facoltà di Roma firmato da Visco; ti comunico che mentre si ringrazia la facoltà, si trova che il firmatario non è gradito e che avrebbe fatto meglio a non farsi ricordare». A questo punto l’autore del libro si pone una semplice, inevitabile, domanda: era «possibile che coloro che erano riusciti a conservare le loro posizioni o addirittura ad acquisirne di nuove, entrando a far parte della nuova classe dirigente "democratica" del Paese, e che avevano tanti scheletri da nascondere, potessero favorire in qualsiasi modo una memoria fedele di quanto era successo?». O non erano questi ed altri personaggi «piuttosto interessati a contrastare una ricostruzione storiografica corretta degli eventi di cui erano stati colpevoli protagonisti?». È chiaro che un tale genere di studi merita di non essere trascurato. E speriamo che tra qualche anno possa essere messa a disposizione dei cultori della memoria delle persecuzioni antiebraiche una nuova edizione, ancor più arricchita, di questo testo.
«Corriere della Sera» del 15 giugno 2010

12 giugno 2010

Com’è razzista quel Novecento letterario

di Bianca Garavelli
Che il Novecento sia stato un secolo di violento razzismo non ci sono dubbi. Quel che non si conosce ancora abbastanza è il suo impatto su intellettuali e scrittori. Un convegno, a settanta anni dalle leggi razziali italiane (1938) ne ha indagato conseguenze e reazioni, attraverso l’imporsi dell’idea forte di 'razza' nella società e nella cultura: ora le due curatrici, Sonia Gentili e Simona Foà, ne espongono i cospicui risultati in un volume dalle due anime, storica e letteraria, che in alcuni casi si intrecciano.
Come in quelli, complementari ed emblematici, di Primo Levi e Umberto Saba. Del primo leggiamo una testimonianza di grande forza emotiva, che ne rievoca l’arresto, l’interrogatorio, il tragico dilemma nel trovare risposte che conciliassero la sua dignità e il suo legittimo desiderio di salvarsi.
Confessare di essere un partigiano o di appartenere alla comunità ebraica? La prima risposta significa fucilazione immediata, la seconda «spalanca uno scenario che oggi non è lecito semplificare». Levi infine sceglie la seconda risposta, e ne scopre di persona le drammatiche conseguenze. Sarà da questa esperienza che riuscirà a trarre il suo giudizio sul fascismo e sulla storia italiana. Un giudizio che si concentra nel ritratto del suo grigio aguzzino, centrale nel racconto Ferro, incluso nel volume Il sistema periodico: «un fascista da manuale, stupido e coraggioso, che il mestiere delle armi aveva cerchiato di solida ignoranza, ma non corrotto né reso disumano». Se Primo Levi fu travolto dalla persecuzione, Umberto Saba riuscì a salvarsi: da alcune lettere scopriamo le sue vicissitudini e la protezione che trovò proprio da un gruppo di intellettuali italiani, Enrico Falqui e Curzio Malaparte, che intervennero in suo aiuto presso Mussolini, con l’appoggio di Ungaretti e Soffici. Un coalizzarsi di menti contro una proterva idea di razza la quale invece dilaga nella narrativa coloniale del Ventennio, indagata in una lunga rassegna da Graziella Pagliano, in cui spiccano casi sorprendenti: Riccardo Bacchelli nel 1934 pubblica il romanzo Mal d’Africa, che parla della natura selvaggia dei neri, ma affermandone l’innocenza e giustificandone il cannibalismo; il popolarissimo Sem Benelli che nel romanzo Io in Africa (1936) chiede protezione per una bambina meticcia, perché «le nazioni sono piene di incroci a cominciare da noi». E Mura, pseudonimo di una scrittrice, Maria Volpi, che affronta per la prima volta il tema della relazione mista, nel romanzo Sambadù, amore negro (1934), il cui protagonista maschile, ingegnere nero di successo, subisce una metamorfosi sconcertante subito dopo il matrimonio, diventando sempre più selvaggio, fino alla decisione di tornare in Africa. Ma il caso più interessante è quello di Vitaliano Brancati, il cui innamoramento del fascismo e il successivo disamorarsi di ogni suo retorico inganno si intreccia con le grandi presenze di Giuseppe Antonio Borgese, il suo maestro, e Thomas Mann, che di Borgese divenne il genero.
Sonia Gentili analizza i passaggi di questa singolare evoluzione, che vede dapprima in Mussolini l’incarnazione dell’'uomo razza', un 'superindividuo' che riassume in sé i caratteri di una razza dominante, e perciò rappresentato sulla cima del monte più alto del mondo nella prima opera di Brancati, il testo teatrale Everest del 1928. L’immagine arriva al totale rovesciamento, ma restando fondata sull’idea di razza, nel grottesco, 'gogoliano' romanzo Il vecchio con gli stivali del 1944, in cui i fascisti stessi sono una razza, determinata non da tratti somatici ma da abiti e oggetti, stivali, cinture, distintivi, contro cui il protagonista riversa tutto il suo odio. Come mostra Sonia Gentili, entrambe le immagini provengono dall’idea di «connessione sovrapersonale che spezza i limiti dell’io», che fonda l’«ideologia della guerra» abbracciata dal primo Thomas Mann.

A cura di Sonia Gentili e Simona Foà, CULTURA DELLA RAZZA E CULTURA LETTERARIA NELL’ITALIA DEL NOVECENTO, Carocci, pp. 302, € 28,50
«A» del giugno 2010

La Spagna di Zapatero razzista e antisemita

Nel Paese che ha tranciato tutti i legami culturali col passato nel nome della laicità forzata l’unica religione tollerata è l’islam. E prendersela con Israele è diventato lo sport nazionale
di Giorgio Israel
Mio padre era un ebreo di Salonicco, detta la Gerusalemme balcanica, perché due terzi della popolazione era ebraica: discendenti di ebrei provenienti dalla Spagna dopo la drammatica espulsione del 1492. Dopo secoli parlavano ancora lo spagnolo medioevale e le più di cinquanta sinagoghe della città portavano i nomi delle regioni o città di provenienza dell’antica Sefarad (la Spagna). All’avvento del potere greco, dopo la caduta dell’Impero ottomano, un incendio distrusse il quartiere ebraico e buona parte della popolazione emigrò. Quelli che restarono furono poi deportati e sterminati dai nazisti. Mio padre, ormai italiano, ripeteva di non avere alcun interesse a rivedere Salonicco, dove non c’era più traccia ebraica, mentre desiderava con tutto il cuore visitare la Spagna, la terra d’origine. Morì prima di poterlo fare. Quando lo feci io mi sembrava di andare in sua vece. Visitando le case medioevali di Toledo mi stupiva la similitudine architettonica con le case della famiglia a Salonicco, come erano riprodotte negli schizzi di mio padre o nelle foto d’epoca. Nelle sinagoghe rimaste vedevo le tracce di un grande evento storico brutalmente sradicato da un tragico atto di intolleranza.
Quando comunicai le mie impressioni ad amici spagnoli la delusione fu enorme. Pensavo che la testimonianza di una persona il cui padre parlava uno spagnolo antico e cui era stato trasmesso dopo quasi cinque secoli un intatto attaccamento a un paese e a una civiltà, avrebbe destato curiosità e interesse. Disinteresse assoluto. Incontravo piuttosto sguardi increduli: come se avessi detto a un romano che ero pronipote di Giulio Cesare.
Eppure la Spagna e l’Europa debbono tanto al lascito di una presenza ebraica che ha avuto un ruolo centrale nella trasmissione della cultura e della scienza greche. Al contrario, mentre il disinteresse per questo passato è totale, è assai diffuso l’interesse per le radici musulmane. Ma non ci si inganni: senza la minima sensibilità culturale e per mere ragioni politiche.
Da allora mi sono sempre più convinto che la Spagna sia un nobilissimo Paese tristemente allo sbando, che ha spezzato l’una dopo l’altra le sue radici culturali, ormai persino incapace di comprenderle storicamente. Le ha spezzate in un processo storico che è culminato in una terribile guerra civile, contrassegnata da una spietata divisione ideologica e che è stato il laboratorio non soltanto dell’offensiva nazifascista, ma anche dello stalinismo, il quale ha ivi consumato (va riletto Furet in merito) uno dei suoi più feroci bagni di sangue di trotzkisti e anarchici, che per parte loro non erano stinchi di santo. È stata una guerra civile seppellita da quarant’anni di dittatura che ha prodotto un deserto culturale e morale da cui si è creduto di uscire azzerando le divisioni e consegnandole al passato. Di certo era l’unica via possibile, a condizione di fare dell’oblio delle divisioni un fatto politico e non un fatto storico e culturale. Perché senza coscienza storica non esistono i parametri per comprendere e affrontare le sfide del presente. Così la Spagna è passata con incosciente velocità dal cattolicesimo tradizionale all’abolizione della famiglia, all’aborto libero delle minorenni, fino a un grottesco politicamente corretto che riscrive a scuola la favola di Biancaneve in versione femminista. Questo è il modello culturale e socio-economico che, secondo il ridicolo provincialismo di certi intellettuali progressisti nostrani, doveva essere assunto come riferimento.
Uno dei cadaveri che ingombrano in modo sempre più asfissiante il presente della Spagna è l’antisemitismo. La Spagna è forse il paese più anti-israeliano d’Europa e non c’è giorno in cui il diritto di opporsi alle politiche dello stato d’Israele o anche di contestare «l’errore» di averlo fondato non venga riaffermato asserendo che esso non può e non deve essere confuso con l’antisemitismo. È una solfa che ben conosciamo: l’antisionismo non è antisemitismo. Ma anche se ciò fosse vero - contrariamente a quanto dice saggiamente il nostro Presidente della Repubblica - per avere il diritto di fare questa distinzione bisognerebbe essere cristallini. Invece la storia dell’ultimo decennio (a dir poco) ci consegna l’immagine di un antisionismo spagnolo smaccatamente antisemita e razzista. Ci vorrebbero pagine per fornire una documentazione. Ma non dimentichiamo gli articoli del Pais (2002) in cui si definiva Sharon «assassino selettivo che non si sa perché lasci in vita Arafat»: «non per la sua religione: quello che noi chiamiamo Antico Testamento è implacabile». Non è antisemitismo questo? E come definire la vignetta del Mundo (2006) che riproponeva la solita tematica antigiudaica, rappresentando un soldato israeliano con un dente e un occhio in meno che portava sulle spalle due sacchi stracolmi di occhi e di denti? Potremmo continuare con le foto di manifestazioni in cui pullulano cartelli con la scritta «Judíos asesinos». Ma è assai più significativo il fatto che giornali di primissimo piano inquinino da anni le menti con editoriali e vignette intrisi di osceno antisemitismo.
Ora a seguito della vicenda al largo di Gaza, una feroce ondata di intolleranza si è diffusa in Spagna. Antisionismo? Chiamereste così la decisione di interdire alla delegazione israeliana di partecipare alla Marcia Gay che si svolgerà a Madrid dal 1° al 5 Luglio? Non è piuttosto smaccato razzismo? E che dire di quel che è successo alla Università Autonoma di Madrid, dove due conferenzieri israeliani hanno rischiato il linciaggio, non fischi e contestazioni ma il linciaggio fisico? Un editorialista del quotidiano ABC - un giornale che rappresenta una delle poche voci razionali del paese - si è chiesto: «perché un centinaio di pacifisti tentò di linciare il professor Eytan Levy, se non è militare né membro del governo né noto sionista? Per settarismo e per ignoranza». Ebbene, persino un editorialista che, con le migliori intenzioni condanna la «divisione feroce e irrazionale» dell’opinione pubblica, da mostra di una simile confusione morale. Come se, nel caso in cui il professore fosse stato militare, membro del governo o semplicemente sionista il linciaggio potesse essere comprensibile...
In un editoriale comparso il 9 giugno sul quotidiano catalano Vanguardia il professor Francesc de Carreras dell’Università di Barcellona reitera il tentativo di contestare che attaccare Israele e «mettere in dubbio l’opportunità dell'ONU di creare lo Stato di Israele» sia antisemitismo. Lo fa confezionando una storia dell’antisemitismo in pillole che dovrebbe fare vergogna a un ordinario di diritto costituzionale: a suo dire, gli ebrei furono perseguitati nell’antichità perché erano un gruppo «strano» («raro»)… Inutile dire che tra le persecuzioni sofferte dagli ebrei neppure cita l’espulsione del 1492 che pure dovrebbe rappresentare per uno spagnolo qualcosa di analogo a quel che è Auschwitz per i tedeschi.
Tanto di cappello ai pochissimi, come Hermann Tertsch e Gabriel Albiac che su ABC resistono a questa folle tempesta e chiedono perché il rettore dell’Università Autonoma di Madrid non si sia dimesso. Ma parlare così costa loro l’epiteto di nazisti. E allora vorrei chiudere con una domanda personale, ammesso che vi sia qualcuno interessato a rispondere: è ancora possibile per una persona col mio cognome e che non si sogna di fare professioni di antisionismo recarsi in Spagna assieme ai propri figli, che hanno la doppia nazionalità italiana e spagnola, senza rischiare di essere linciato?
«Il Giornale» del 12 giugno 2010