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15 settembre 2016

Puro, forte e virtuoso: ecco perché il “vero” amore è solo quello tra Renzo e Lucia

di Francesco de Augustinis
Dimenticate la passione travolgente e le emozioni folli. Secondo Manzoni l'amore più forte e duraturo è quello che lega i personaggi principali dei Promessi Sposi. Che, pur mai scambiandosi un'effusione, riescono a superare una delle vicende più travagliate della letteratura.
Tra le coppie di innamorati che hanno acceso la fantasia dei lettori nella storia della letteratura, quella tra Renzo e Lucia è senz’altro una delle più famose, forse i più celebri e immortali amanti della narrativa italiana. Eppure a pensarci bene, l’amore tra Renzo e Lucia non è certo il “solito” amore che siamo abituati a vedere nelle opere di finzione, lontano anni luce dall’amore per eccellenza degli altri eroi della dea Venere Romeo e Giulietta, che poco dopo il primo incontro erano già travolti dalla passione, pronti persino a morire pur di raggiungere la propria unione. Quasi tutto al contrario, a ben vedere, nel romanzo di Manzoni: la giovane e sfortunata coppia non sta insieme che per pochi capitoli, all’inizio del racconto, per poi ritrovarsi solo verso la conclusione. Un amore distante, apparentemente distaccato, quasi freddo. Ma è davvero così? Certamente no, e anzi la storia tra gli innamorati Renzo e Lucia ha potuto arrivare intatta ai giorni nostri forse proprio grazie a questa “forza oltre la passione”. Ecco perché:

1) L’amore puro, adatto anche ai più giovani
Gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante
L’apparente assenza di passione nella storia d’amore tra Renzo e Lucia sembra palese: nessun tipo di eccesso da parte dell’uno o dell’altro, mai una dolcezza fuori dalle righe, mai un ardire, mai un’allusione. Sembra quasi l’amore platonico di certi cartoni animati anni ’90, dove i protagonisti potevano al più arrivare a sfiorarsi le labbra dopo interminabili stagioni di tormenti e sofferenze amorose. E il paragone non è casuale: secondo alcuni critici questo apparente “moralismo” di Manzoni trova una prima spiegazione nella volontà dell’autore di far si che la sua storia potesse essere letta “senza turbamento” anche della figlia Giulia, all’epoca appena adolescente, senza per questo perdere di forza e consistenza.

2) L’amore che non ha bisogno di essere stuzzicato
D’altronde l’autore stesso, nell’introduzione al Fermo e Lucia, nome della prima stesura del romanzo poi ribattezzato “Promessi sposi”, spiega questa sua rappresentazione “casta” dell’amore in questo senso. Rispondendo ad un lettore fittizio, Manzoni afferma che:
L’amore è necessario a questo ... mondo: ma ve n’ha quanto basta… e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e che col volerlo coltivare non si fa altro che farne nascere dove non fa bisogno.

In altre parole, secondo l’autore l’amore passionale già abbonda nel nostro mondo, e lo scrittore non ha il ruolo di coltivarlo o stuzzicarlo con la sua prosa, magari andando a turbare animi ancora non pronti.

Dell’amore come vi diceva, ve n’ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quel che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera imprudente l’andarlo fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso; che se un bel giorno per prodigio, mi venissero ispirate le pagine più eloquenti d’amore che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una linea sulla carta: tanto son certo che me ne pentirei.

3) Le virtù dell’amore, oltre le difficoltà
Ma più che la castità, la parte più bella dell’amore tra Renzo e Lucia, il loro “testamento” alle coppie del futuro, è che l’amore non può trionfare se non lo si tutela, come un qualcosa di “sacro”, dalle difficoltà della vita. Per questo, pur mai scambiandosi un’effusione, i due riescono a superare una delle vicende più travagliate della narrativa, contro nemici potenti, epidemie, intrighi e fatalità, e giungere uniti e intatti ai giorni nostri. Tutte prove vinte dalla tenacia, vero motivo portante della loro storia.

Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno, e che uno scrittore secondo le sue forze può diffondere un po’ più negli animi: come sarebbe la commiserazione, l’affetto al prossimo, la dolcezza, l’indulgenza, il sacrificio di se stesso: oh di questi non v’ha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un po’ più nelle cose di questo mondo.
«la Repubblica» (sezione "Il mio libro") del settembre 2016

23 luglio 2014

Matrimonio, divorzio e decristianizzazione

L'orizzonte di uno scontro antropologico
di Gabriella Cotta
​Su questo giornale sono apparsi autorevoli commenti attorno alla questione del divorzio, a quarant’anni dalla vicenda referendaria che ne suggellò la definitiva introduzione in Italia nel 1974. In uno di questi Francesco D’Agostino sottolinea giustamente, con toni amari, la connessione della modifica dell’istituto matrimoniale con il processo di dematrimonializzazione e con la drammatica denatalizzazione che ne è il risultato. Senza entrare nel merito del pensiero degli antidivorzisti che quarant’anni fa ne orientò l’impegno, di cui ha dato conto in modo più ampio anche una precedente analisi di Giuseppe Dalla Torre, vorrei portare ancora qualche riflessione su questa complessa questione. L’introduzione del divorzio in Italia, infatti, ha avuto un significato del tutto particolare poiché ha rappresentato la caduta di un caposaldo della cultura cristiano-cattolica proprio nel suo luogo d’elezione, facilitando legislazioni simili in Spagna, Portogallo, Colombia, Irlanda, Argentina, Cile: in pratica quella parte del mondo cattolico che ancora non aveva l’istituto del divorzio.
Perché sottolineare questo aspetto della questione dopo aver detto in tutti i modi – e con ragione – che la battaglia referendaria fu condotta a suo tempo per motivi del tutto laici? La contraddizione sembra palese e sembra svelare finalmente, al di là di pudichi veli argomentativi, quale fosse la vera intenzione dei referendari: mantenere l’Italia nel suo brodo di cultura cattolico, sotto l’ombrello protettivo della Chiesa, rallentandone così il processo di modernizzazione e laicizzazione.
A questo fu, di fatto, ridotta – bon gré, mal gré – la sostanza ideologica dello scontro tra le due parti e non solo da parte laica, poiché senza dubbio anche da parte degli antidivorzisti – non tra i promotori, tuttavia – ci fu una componente clericale e tradizionalista la cui posizione non era lontana da quella su accennata. Il nodo che rimase oscurato allora dalla violenza dello scontro – e che rischia di rimanere anche oggi del tutto, e volontariamente, celato – è la vera portata di tale opposizione che, formalizzata in quella fase intorno alla difficile questione del matrimonio, continua puntualmente e nascostamente a riproporsi nei diversi progetti legislativi a sfondo bioetico e biopolitico.
Per sintetizzare il senso culturale dello scontro emerso con brusca rudezza all’epoca del referendum – ma in corso già da lungo tempo nel mondo occidentale – si deve dire che si trattò, e si tratta, del contrapporsi di due visioni opposte. La prima, nata e cresciuta in ambito protestante, ispirata alla volontà di una decristianizzazione completa dell’orizzonte sociale e civile – per coerenza precisamente con le premesse religiose del protestantesimo – al cui centro sta una visione antropologica ontologicamente individualistica. La seconda, quella cristiano-cattolica, convinta della bontà della proposta antropologica del cristianesimo, giudicata valida ed esportabile anche per chi credente non sia, dunque in assenza di una adesione di fede, e accettabile senza alcuna forma di sudditanza culturale. Ricordando quanto già sottolineato da D’Agostino, il fulcro della proposta antropologica cristiano-cattolica è riducibile a una visione dell’uomo come originariamente, ontologicamente, in relazione, nato cioè "in" e "da" una relazione e destinato a vivere in un "sistema di relazioni" essendo costituito da e per queste.
Le due prospettive appena richiamate non disegnano i profili, rispettivamente, di un uomo automaticamente malvagio, né di uno automaticamente buono, ma certamente aprono orizzonti culturali profondamente diversi. La prima, orientata dal principio individualistico, appare destinata a ordinarsi, coerentemente con i suoi presupposti, in prospettive – traducibili in legislazioni, prassi, comportamenti, orientamenti economici – ispirate all’esaltazione delle libertà del singolo e, in definitiva, al principio utilitaristico, più che al senso della responsabilità e della coesistenzialità.
La seconda inscritta in un orizzonte culturale che, qualora sia ispirato realmente a un’antropologia ontologicamente relazionale, dovrebbe dar luogo a legislazioni, prassi, comportamenti, indirizzi economici orientati dal principio della coesistenzialità. Fondata, questa, sulla convinzione inestirpabile dell’uguaglianza tra individui costitutivamente relazionati agli altri per realizzare pienamente se stessi. Che la posta in gioco – con implicazioni ben più vaste di quelle cui qui si può dar conto – sia quella, epocale, del decisivo orientamento della cultura occidentale intorno ai contenuti antropologici del cristianesimo, o della loro espunzione, lo aveva ben chiaro già Nietzsche, conscio dell’auspicabile - per lui - ma comunque tragico evento della "morte di Dio". Tra gli altri, lo ripetono oggi, in modo significativo da sponde opposte, due laici: Jean-Luc Nancy nel suo "La dischiusura. Decostruire il cristianesimo", e Alain Badiou nel suo bel libretto dedicato a San Paolo e alla fondazione dell’universalismo.
«Avvenire» del 18 luglio 2014

Il matrimonio indissolubile? Un’idea dei liberali laicisti

di Giuseppe Dalla Torre
​I promotori del referendum abrogativo della legge divorzista, nel 1974, lo avevano detto e ripetuto, ma rimasero inascoltati. Ora è sotto gli occhi di tutti la crescente diffusione del divorzio e la banalizzazione di una pratica che, all’origine, si pretendeva come del tutto eccezionale: per i cosiddetti “casi pietosi”.
Si tratta di un fenomeno che non si arresta, anzi. Prova ne sia l’iter parlamentare della proposta sul cosiddetto “divorzio breve”, all’esame della Commissione Giustizia della Camera, che riduce a dodici mesi il periodo di separazione necessario per poter proporre domanda di divorzio, ridotto ulteriormente a nove mesi nel caso di separazione consensuale in assenza di figli minori.
Addirittura si affaccia, da autorevoli sponde governative, il programma di sottrarre ai giudici i procedimenti di separazione e di divorzio di natura consensuale, sicché, in assenza di figli minori o portatori di handicap (ma solo se “gravi”), lo scioglimento del matrimonio potrebbe essere disposto direttamente dagli avvocati delle parti attraverso una sorta di “accordo conciliativo”. Tutto ciò al fine di evitare il giudizio e di giungere rapidamente alla soluzione.
A guardare con gli occhi della storia, l’Italia repubblicana è riuscita là dove il legislatore liberale laicista ed anticlericale, tra Ottocento e Novecento, non solo non era andato, ma addirittura non era voluto andare. In effetti dopo la codificazione del 1865, che aveva introdotto il matrimonio civile nel nostro ordinamento e lo aveva imposto come obbligatorio a tutti coloro che intendessero sposare, vi furono alcune iniziative tese a introdurre il divorzio; del resto il modello del matrimonio civile, desunto dalla Francia rivoluzionaria prima e napoleonica poi, conteneva in sé la possibilità dello scioglimento.
Le ragioni per cui il legislatore liberale non accondiscese al divorzio non furono di carattere religioso; in particolare non furono legate alla natura sacramentale propria del matrimonio tra battezzati e al precetto evangelico per cui l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito. Furono, al contrario, ragioni rigorosamente legate a una razionalità e a una etica laiche: la prima andava a sottolineare la struttura profonda e fondamentale del matrimonio come rapporto stabile e solidale tra un uomo e una donna il quale, in una complementarietà che giunge fino all’integrazione più intima, è aperto alla procreazione; la seconda guardava al matrimonio come forma di eticità naturale, considerandolo non come mero contratto, disponibile dalle parti contraenti, ma come prodotto della loro volontà di dar vita a un rapporto giuridico trascendente le persone degli sposi e da queste indisponibile. Non a caso nella relazione al Senato del Regno sul progetto di codice civile, il ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti del tempo, Giuseppe Pisanelli, affermava tra l’altro che «più che un contratto, il matrimonio è un’alta istituzione sociale, che cade sotto le prescrizioni dello Stato».
In sostanza il legislatore italiano allora, e per lungo tempo, ebbe chiaro che il matrimonio non è un fatto solo personale, come non è neppure un fatto meramente privato. Non è un fatto solo personale, perché coinvolge necessariamente altri soggetti (il coniuge, i figli, ma anche i membri della famiglia allargata), creando affidamenti, aspettative, attese, speranze, che il diritto è chiamato a garantire: con certezza, sempre, ovunque. Ma non è neppure un fatto meramente privato, perché la famiglia che da esso trae origine ha funzioni educative, sociali, assistenziali, in generale solidaristiche, che hanno una innegabile rilevanza pubblica. Non a caso qualora la famiglia manchi, o qualora sia incapace ad esercitare le funzioni sue proprie, è la società che deve farsene carico.
Dunque quello che, ai tempi dell’introduzione della legge sul divorzio prima e del referendum poi, venne definito come il solito deprecabile ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi, era invece il frutto di scelte chiare e ponderate del legislatore liberale; scelte che certamente finivano per essere solidali con le sensibilità del mondo cattolico. Il sopraggiungere del Concordato lateranense prima e della Costituzione repubblicana poi, col suo forte impianto giusnaturalistico che vede nella famiglia una società naturale fondata sul matrimonio (art. 29), furono ragioni ulteriori che contribuirono a mantenere l’Italia nella felice condizione di un’isola non toccata da processi culturali, di costume e legislativi di altri Paesi.
Nel 1970 la legge sul divorzio, confermata poi dal referendum del 1974, venne a mutare profondamente la situazione. Sugli effetti di quella svolta normativa si potrebbero dire molte cose, tanto furono numerosi e incisivi. Dal punto di vista giuridico quella legge segna, tra l’altro, l’inizio di un processo che con diverse tappe si prolunga sino a noi, con una profonda incidenza sulla cultura e sul modo di percepire le realtà di matrimonio e famiglia, di procreazione, di solidarietà familiare, fino a quella della identità maschile e femminile. Del resto è ben nota ai sociologi e ai giuristi la funzione pedagogica della legge, che col permettere o col proibire induce il consolidarsi di raffigurazioni dei rapporti e di modelli di comportamento. Sicché è da chiedersi, ad esempio, quanti siano oggi coloro che sposano non solo con la volontà di un matrimonio indissolubile, ma prima ancora con la consapevolezza che l’indissolubilità è una proprietà intrinseca del matrimonio come istituto naturale.
A ben vedere dall’introduzione del divorzio è iniziata una erosione del matrimonio inteso come istituto di rilevanza pubblica; come istituto che, almeno potenzialmente, interessa tutta la società. Il matrimonio è stato retrocesso sempre più alla stregua di un mero contratto privato: come tale a contenuto aperto, modificabile dalla volontà delle parti anche nei suoi elementi fondativi e caratterizzanti, legato al permanere o meno di utilità personali, e conseguentemente recessibile per mutuo consenso o in via unilaterale. Addirittura un contratto assai meno garantito di altri: si pensi solo ai doveri nascenti per i coniugi e tuttora sanciti dall’art. 143 del codice civile, vale a dire la fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia, la coabitazione; nella pratica, infatti, tali doveri risultano sostanzialmente sguarniti di ogni efficace garanzia, sicché il rispetto del loro adempimento rimane in molta parte rimesso alla buona volontà degli sposi.
Al di là di ogni buona intenzione, l’effetto di tutto è, tra l’altro, un affievolimento delle relazioni di solidarietà, un illanguidimento delle reti sociali e, in ultima analisi, un indebolimento dell’individuo, rimasto sempre più solo. Si apre una sfida enorme per l’uomo e la società di domani; una sfida in cui la Chiesa e l’intera comunità ecclesiale possono avere un ruolo di eccezionale rilevanza nel mostrare e testimoniare, prima ancora della sacramentalità, la fisionomia propria dell’istituto sul piano naturale, e nel provocare la nostalgia per il fascino della sua bellezza.
«Avvenire» del 3 giugno 2014

Nell'agonia del matrimonio la crisi delle società occidentali

Referendum del 1974
di Francesco D'Agostino
​Si sono rimarginate, nel mondo cattolico, le ferite aperte dalle campagne referendarie sul divorzio e sull’aborto? Sono rimaste aperte quelle ferite, si sono cronicizzate o si sono invece definitivamente sanate? Per rispondere a questa domanda, è probabilmente opportuno distinguere la questione divorzio da quella dell’aborto: e il fatto che quest’anno ricorra l’anniversario della prima delle due battaglie referendarie giustifica, almeno provvisoriamente, questa distinzione. Sembra un’evidenza consolidata che oggi, per la quasi totalità degli italiani, quella dell’indissolubilità del matrimonio non sia più una questione reale e aperta. Gli anni passati dall’approvazione della legge Fortuna-Baslini e dal referendum sul divorzio (ben quaranta!) sono davvero tanti, cronologicamente e ancor più sociologicamente: per tutti coloro che oggi hanno raggiunto la mezza età, pensare a un’Italia "senza divorzio" è come pensare a un’Italia (come, ad esempio, quella "sabauda") che si sa bene che è esistita, ma con la quale non si ha più un rapporto personale e reale. Se però rinunciamo a valutazioni generalizzanti (che, pure, sono più che legittime) e prendiamo in considerazione situazioni di carattere particolare, vediamo che le cose non stanno sempre così.
Consideriamo il mondo dei giuristi cattolici (la cui associazione, l’Ugci, cioè l’«Unione Giuristi Cattolici Italiani», costituita subito dopo la fine della guerra, gode tutt’ora di ottima salute). Come molte altre ben note associazioni cattoliche (mi limito a citare l’Azione Cattolica o le Acli) anche l’Ugci entrò con forza nei dibattiti intensissimi che precedettero l’approvazione della legge sul divorzio e fu tra le associazioni che promossero il referendum per l’abrogazione della nuova legge divorzista. Vi entrò in modo pubblico ed esplicito, con delibere unanimi, tutte caratterizzate da presupposti dottrinali assolutamente limpidi, quali la difesa del dettato costituzionale (col suo esplicito riferimento alla famiglia come «società naturale») e l’affermazione del fondamento giusnaturalistico e quindi non confessionale dell’ indissolubilità (presupposto che spiega la presenza, tra i promotori del referendum, di personalità non riferibili alla Democrazia cristiana e all’associazionismo cattolico, tra le quali, a quel tempo, la più nota all’opinione pubblica era probabilmente la senatrice socialista Merlin). Non mancarono però, nemmeno per l’Unione giuristi cattolici, lacerazioni e sofferenze, riconducibili alle posizioni di diversi intellettuali (e non pochi teologi) che davano al principio dell’indissolubilità una valenza altissima sì, ma essenzialmente spirituale; una valenza che essi ritenevano paradossalmente umiliata, quando, per tutelarla, si fosse fatto primario riferimento a uno strumento "coercitivo" come quello della legge dello Stato. Furono posizioni di minoranza, che però attivarono orientamenti e prese di posizione, che si manifestarono con evidenza ancora più forte quando, alcuni anni dopo, il problema referendario si ripropose a carico della legge sull’aborto.
L’interpretazione storiografica prevalente in merito all’introduzione del divorzio in Italia è quella che la vede come una delle tappe decisive e irreversibili del processo di secolarizzazione che nella seconda metà del Novecento ha caratterizzato il nostro Paese (e non poteva non caratterizzarlo, secondo i fautori di questa lettura). Non voglio prendere posizione al riguardo, anche se mi rendo benissimo conto di quanto forte sia questa lettura degli ultimi decenni: credo però che non si tratti di una lettura che ben si adatti al mondo del diritto: e mi riferisco non solo ai giuristi cattolici e alle loro controversie interne, ma all’universo, ben più ampio, dei giuristi non cattolici (ma non per questo necessariamente anticlericali) cultori del diritto di famiglia. Se ci immergiamo nelle diatribe dense e intricate di quaranta e più anni fa, percepiamo un dato che ha un suo rilievo: sia i giuristi antidivorzisti, che quelli divorzisti erano convinti di combattere una battaglia a favore del matrimonio. Semplicemente, si dividevano – e accanitamente – sulle modalità strategiche ottimali per vincere questa battaglia. Gli anti-divorzisti partivano ovviamente dall’idea che il matrimonio andasse difeso come indissolubile, non però perché il divorzio ne minacciasse il ruolo sociale (ritenuto concordemente insostituibile), ma perché la legislazione divorzista indeboliva fatalmente la sua finalità generazionale e danneggiava il coniuge più debole (la donna). Ma anche i divorzisti erano pienamente convinti che bisognasse difendere il matrimonio: in questo senso anche essi sostenevano che non si dovesse mai procedere al riconoscimento di un divorzio meramente «consensuale». Per i giuristi cattolici "divorzisti" la migliore difesa del coniugio era però quella capace di riconoscere la dissolubilità come soluzione estrema per i casi di fallimento completo e oggettivo di un’unione coniugale, casi in cui il permanere del vincolo non potesse sotto alcun profilo giovare più né al coniuge più debole, né ai figli.
Negli anni dei dibattiti sul divorzio sembra che né i giuristi antidivorzisti, né quelli divorzisti abbiano avvertito il fenomeno che si stava manifestando in tutte le società occidentali (indipendentemente dalla presenza in esse di normative divorziste più o meno ampie), un fenomeno che in pochi anni sarebbe cresciuto in modo irresistibile: quel vistoso e inaspettato processo che la sociologa francese Irène Théry ha efficacemente denominato démariage, cioè dematrimonializzazione. Possiamo anche fare ricerche sul numero sempre più crescente dei matrimoni che si concludono con un divorzio (e dare così ragione agli anti-divorzisti, che hanno sempre richiamato l’attenzione su quanto una legislazione sullo scioglimento del matrimonio lo renda fragile come istituto). Quello però che non possiamo negare è che la questione prioritaria oggi non è il dilagare dei divorzi, ma l’agonia del «matrimonio legale», che porta irresistibilmente con sé il dilagare di una crisi demografica, della cui gravità solo ora, e a fatica, l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza. Siamo arrivati a un punto tale che quella che fino a pochi anni fa era solo una facezia, peraltro di dubbio gusto ("oggi il matrimonio è agognato solo dai gay") si sta manifestando come una dinamica sociale di pesante rilievo. L’affermazione palesemente provocatoria fatta nel 1974 da Amintore Fanfani sul Corriere della Sera e cioè che, dopo il divorzio, sarebbe arrivato in Italia il matrimonio tra omosessuali (affermazione che all’epoca attirò sul leader democristiano espressioni di sdegno e di irrisione) andrebbe oggi ritenuta "profetica".
Lo smarrimento dei giuristi, posti di fronte a questa dura realtà, è impressionante. Lo dimostrano i deboli dibattiti italiani, di queste ultime settimane, sul "divorzio breve", nei quali la voce dei giuristi si è sentita ben poco. L’individualismo che caratterizza le società secolarizzate consente che si dia al matrimonio (istituto eminentemente relazionale e di conseguenza radicalmente anti-individualista) un rilievo residuale, tutt’al più simbolico, di minima valenza sociale. Possono avere un futuro le società «dematrimonializzate»? Certamente no. Ma un’eventuale (e ormai urgente) «rimatrimonializzazione» delle società occidentali richiede che tutto l’istituto del matrimonio vada profondamente ripensato e preso sul serio, anche per quel che concerne le dinamiche divorziste. Ossessionati come siamo dai problemi dell’economia sembra che non siamo più capaci di percepire come alla base dell’economia stia la famiglia e alla base della famiglia stia il matrimonio e la sua capacità di "durare". Avevano ragione i giuristi cattolici antidivorzisti: quella del matrimonio è questione antropologica, prima che confessionale. E poiché le difficoltà del presente, prima che confessionali, sono antropologiche, c’è da essere profondamente inquieti.
«Avvenire» del 17 giugno 2014

Diritto naturale e ragione, non ideologia

Il dibattito, oggi viziato, sulle unioni gay
di Francesco D'Agostino
Il cattolico – così si dice da parte di molti – è colui che non accetta né il divorzio, né l’aborto. Questa formula viene ormai da molti integrata con un terzo 'no': il cattolico è colui che dice di 'no' anche al matrimonio omosessuale. È davvero così? Certo che è così. Però, aggiungerebbe un cattolico dotato di un minimo di consapevolezza, il mio 'no' al divorzio, all’aborto, al matrimonio omosessuale non ha carattere confessionale. Anche chi non creda in Dio, ma sia in grado di riflettere sul diritto naturale, cioè su quella legge che vale in ogni epoca e per ogni popolo, può col buon uso della sua ragione giungere a comprendere che il matrimonio è intrinsecamente indissolubile, che l’aborto è uccisione di un’autentica vita umana, che il matrimonio omosessuale è una contraddizione in termini, che deforma la finalità generativa delle nozze.
Infatti, nei grandi dibattiti che si sono avuti in Italia all’epoca dell’introduzione del divorzio e della legalizzazione dell’aborto i cattolici non hanno usato mai argomenti biblici, magisteriali, religiosi, dogmatici, confessionali: hanno sempre fatto riferimento alla comune e universale ragione umana e sono scesi in campo, contro i divorzisti e gli abortisti, accanto a non pochi 'laici' convinti come loro che in queste, così come in tutte le questioni etiche fondamentali, l’appello alla fede è superfluo. È un fatto, però, che la dura sconfitta nei due referendum su divorzio e aborto è stata interpretata come una sconfitta dei cattolici e che questa interpretazione si è ormai definitivamente cristallizzata (anche nella mente dei cattolici stessi). Non c’è quindi bisogno di essere profeti per prevedere che i dibattiti che diventeranno cocenti nei prossimi mesi sulla legalizzazione delle convivenze omosessuali, che si vorrebbe completamente parificate a quelle coniugali (vengano o no definite 'matrimonio') vedranno ancora una volta schierati (mediaticamente) i 'cattolici' contro i 'laici'. Nelle truppe cattoliche verranno arruolati alcuni pochi laici 'tradizionalisti' (!) e in quelle laiche verranno arruolati alcuni cattolici 'contestatori' (!). Ancora una volta emergerà la vecchia e stantia contrapposizione tra i laici illuminati e razionali e i cattolici bigotti e dogmatici. Ancora una volta toccheremo con mano lo stesso paradosso che si manifestò all’epoca dei dibattiti sul divorzio e sull’aborto. I cattolici non saranno ascoltati, pur sforzandosi di mostrare il fondamento razionale delle loro posizioni e riuscendoci anche brillantemente (chiedendo, senza timore, aiuto alla scienza e alle sue inoppugnabili dimostrazioni che fin dalla fecondazione di un ovocita ci troviamo davanti a un nuovo individuo umano). I laici, invece, già in passato ottennero un ascolto ben più ampio, pur ricorrendo a poco dignitosi trucchi lessicali (parlando di 'cessazione degli effetti civili del matrimonio', anziché di 'divorzio' o di 'interruzione volontaria della gravidanza' anziché di 'aborto') e facendo uso di argomentazioni fragilissime e mistificanti (come la costruzione, del tutto ideologica, del cosiddetto 'aborto terapeutico').
Il vero sconfitto, nei grandi dibattiti etici degli ultimi decenni non è stato il cattolicesimo, ma il diritto naturale. Il vero vincitore non è stato l’illuminismo razionalistico, ma l’ideologia. È ben probabile che avverrà la stessa cosa nei dibattiti sul matrimonio gay: la 'ragione' (storica, biologica, culturale) del matrimonio eterosessuale verrà marginalizzata o addirittura esclusa dal dibattito della società civile e al suo posto trionferà l’ideologia, che imporrà il matrimonio omosessuale facendo appello a non meglio precisati 'nuovi diritti civili' e alla tutela dell’'affettività'. Quanto più acquisteranno consapevolezza di tutto questo, tanto più i cattolici potranno partecipare – come su queste colonne si fa già da tempo – nel modo giusto a questo dibattito. E il modo giusto, scontando il rischio di nuove sconfitte, è uno soltanto: quello di non lanciare anatemi, ma amare il mondo, continuando a rivendicare un buon uso della comune ragione umana (cioè del diritto naturale o, se si preferisce, in termini cristiani dell’ordine della creazione). Al di là di questa rivendicazione non c’è alcuno spazio di comunicazione morale tra gli uomini, perché quando si abbandona il sentiero della ragione resta aperto solo il pericolosissimo sentiero dell’ideologia, che è mancanza di rispetto verso la verità e degrado nel fanatismo.
«Avvenire» del 5 luglio 2014

28 agosto 2013

Canzonissima

di Massimo Gramellini
Ieri era la storia dei due coniugi ottuagenari che dopo una vita attraversata insieme si spengono a undici ore di distanza l’uno dall’altro. Oggi è quella di Fred, centenario stonato dell’Illinois che scrive una canzone sulla moglie appena scomparsa, la spedisce a un concorso per musicisti esordienti e lo vince. Il video di «Oh sweet Lorraine», affidato alla voce vagamente melensa di qualche gorgheggiatore professionista e scandito dalle fotografie di un amore durato settantacinque anni, sta provocando proditori attacchi di commozione sul web.
Bestia contraddittoria, l’uomo. Soffre i legami stabili, li irride persino, ma ne è affascinato fino alle lacrime. Non perché confronta la vita pianeggiante di una coppia eterna alle montagne russe della propria esistenza, ma al contrario perché avverte le difficoltà dell’impresa. Quei campioni di longevità sentimentale gli appaiono i cavalieri di un poema epico. Dietro le loro gesta intuisce la pazienza nel sottoporre l’energia rivoluzionaria dell’amore nascente a manutenzioni continue, la capacità di accettare e accettarsi, di adattarsi e perdonare. Immagina ombre e precipizi, fughe e retromarce, tradimenti e rinunce, malattie e scelte sofferte. Un susseguirsi di avventure domestiche che nulla ha da invidiare ai combattimenti coi draghi o ai rischi affrontati da un guerriero o da un acrobata. I Fred e le Sweet Lorraine non hanno vissuto felici e contenti, come tendono un po’ troppo a semplificare le favole. Però hanno vissuto. E forse è proprio questa consapevolezza, inesprimibile con le parole, che muove alle lacrime chi li osserva.
«La Stampa» del 28 agosto 2013

Marte & Venere

Le rette parallele non si incontrano mai, nemmeno quando decidono di vivere insieme
di di Annalena Benini
Due rette parallele un giorno decidono di andare a vivere insieme, pensano che magari riusciranno a incrociarsi, perché è vero che lei non sa leggere le cartine e lui si rifiuta di chiedere indicazioni, ma la vita insieme è un’altra cosa. Un uomo e una donna pensano che si incontreranno (e in effetti succede, sotto lo stesso tetto), ma ognuno porta in dote pensieri paralleli, e le cose che si aspetta lei non saranno quasi mai quelle che ha in mente lui. Il sociologo e scrittore francese Jean-Claude Kaufmann, specialista di coppie e di vita quotidiana, dice che fra un uomo e una donna, è sempre la donna a essere più coinvolta. “Le si scatena l’impegno”, nonostante la libertà, l’indipendenza, la modernità: una donna entra in una casa pensando “famiglia”; nello stesso istante un uomo pensa: “Beh, vediamo un po’ che succede”. Non è una lamentela, non è un’accusa, è uno studio francese che racconta due mondi mentali diversi, in cui il capobranco è sempre una donna (“L’ottanta per cento dei compiti familiari sono suoi”, dice Kaufmann), mentre l’uomo ha un atteggiamento più freddo, e anche meno irritabile: gli va bene tutto, non cascherà il mondo se la doccia si rompe o se ci sono le formiche in cucina (almeno all’inizio), o se lei si dimentica una data importante.
Un uomo è meno esigente, una donna entra in una vita a due portandoci qualche miliardo di esigenze e di speranze: sarà una vita meravigliosa, ci ameremo, ci parleremo, lui mi capirà, non finiremo come quei due nel tavolo in fondo, che controllano Twitter sui rispettivi telefoni. Mentre lei mentalmente ridisegna l’universo, fissa obiettivi, sospira davanti a coppie di anziani sulla spiaggia che si tengono per mano, lui pensa: ci sarà una birra in frigo?, però se mi ha buttato via i giornali di ieri la lascio. E così, “il novantanove per cento delle arrabbiature è di sesso femminile”. Perché lei si aspettava di più, e lui si addormenta davanti alla televisione invece di discutere fino a notte fonda del significato, del percorso, degli aggiustamenti e della complessità di loro due insieme. “Chi è felice ha ragione”, pensa lui, semplicemente, mentre lei pensa alle correnti gravitazionali, al matrimonio, all’intensità che è già diminuita e a quelle giacche buttate su ogni sedia, come un’installazione, e non appese nell’armadio.
“Il desiderio di una donna la porta a desiderare un uomo che si comporti come una donna, che mette l’amore prima di tutto, e così spesso rimane delusa”, dice Kaufmann. Allora gli dice: parliamo. E lui strabuzza gli occhi, afferra il telecomando, si mette a ridere, ordina una pizza. E’ la differenza: lui può restare adolescente fino a cinquant’anni, dicono questi studiosi francesi particolarmente tifosi della squadra maschile, lei ha bisogno di ancoraggi, risposte, domande, concentrazione emotiva. Le due rette parallele sono destinate, insomma, a non incontrarsi mai, nemmeno quando ci si incontra ogni mezz’ora in cucina, nemmeno quando si fanno i figli insieme (in quel momento, sostiene Kaufmann, la coppia sparisce e compaiono i genitori) ed è anche grazie a questo contrasto che si riesce a divertirsi e a disperarsi. “Ma il mistero più grande sai qual è? E’ perché due stanno insieme per una vita, come noi. E’ questa la Cosa Occulta che vorrei poter dire, ed è diversa dalla tua versione e dalla mia”, ha scritto Raffaele La Capria in un racconto intitolato “La vita sommersa e quella salvata”. La tua versione e la mia non saranno mai le stesse, per fortuna, nemmeno quando entreremo in una casa insieme per la prima volta: io correrò alle finestre, tu misurerai con la mente l’ampiezza del divano.
«Il Foglio» del 18 luglio 2013

Fatta la legge, i gay in Europa non si sposano più. Lo dicono i numeri

di Roberto Volpi
“After ten years of same-sex marriage, approximately 9 out of 10 gay and lesbian people in the Netherlands have still not chosen to enter a legal marriage”. E’ la conclusione cui approda uno studio di William C. Duncan dell’Institute for Marriage and Public Policy condotto a dieci anni dall’introduzione in Olanda del matrimonio omosessuale (nel 2001). Nello stesso studio si dà conto, riportando il parere di Vera Bergkamp, “head of a Dutch gay rights organization”, della mancanza di entusiasmo per il matrimonio omosessuale in quello che è “il primo paese al mondo a riconoscere il matrimonio omosessuale”. E questo è precisamente il punto. Il matrimonio omosessuale, quantitativamente parlando, sta disattendendo le attese. Non ha sfondato in Olanda. In Spagna, dopo la punta di oltre 4 mila nel 2006, primo anno dopo l’approvazione nel 2005, la cifra dei matrimoni omosessuali si è assestata sopra i 3 mila senza più superare i 3.500 all’anno: cifre nettamente inferiori anche rispetto alla più contenuta delle previsioni. Stesso andamento in Inghilterra: boom nel primo anno (anche lì il 2006) dopo quello dell’approvazione, poi un calo progressivo e un assestamento che ha portato i “same-sex marriage” a pesare per poco più del due per cento sul totale dei matrimoni. Proporzione del 2 per cento attorno alla quale si assestano, e spesso al di sotto, anche gli altri paesi europei dov’è stato introdotto.
Mancanza di entusiasmo, dunque. “Lack of nuptial enthusiasm among gay couples”, come la definisce Vera Bergkamp, che cerca di darsene una spiegazione. Anzi, tre. Minore pressione sugli omosessuali esercitata da famiglia e amici; meno coppie gay che si sposano per avere bambini delle corrispondenti coppie eterosessuali; più individualismo e meno orientamento alla famiglia tra molti omosessuali.
Onestamente, tre ragioni che per un verso sanno di acqua fresca e per l’altro di giustificazione a posteriori. In conclusione: nel tempo della drammatica caduta del matrimonio eterosessuale gli omosessuali, dopo l’orgoglio, la lotta, il riconoscimento, il giubilo per la vittoria del riconoscimento del “diritto a sposarsi” si sposano assai meno di quanto lo facciano gli eterosessuali – che praticamente non si sposano più. E questo per le più che ovvie ragioni spiegate da loro stessi: sentono meno la spinta dei figli e sono mentalmente meno orientati al matrimonio di quanto non lo siano gli eterosessuali.
Detto in termini spicci: si profila, all’interno dell’“inverno” del matrimonio, il fallimento di quello omosessuale. Se proprio quel fallimento non è già nelle cose. A dirlo sono come sempre i numeri. Tornando all’Olanda: dopo dieci anni in flessione, dal riconoscimento dei matrimoni omosessuali appena una coppia omosessuale su cinque (che dunque già convive) risulta sposata. Niente a che vedere con l’analogo dato riguardante le coppie etero, che risultano sposate nella proporzione di otto su dieci.
I trionfi del matrimonio omosessuale, dunque, appaiono soprattutto mediatici e preventivi. Caso significativamente assai diverso da quanto avvenuto per altre “conquiste civili”. L’introduzione in Italia del divorzio e dell’interruzione volontaria di gravidanza, per fare un esempio, e giudizi di merito a parte, furono innovazioni legislative cui seguirono anni di formidabile adesione. Nella pancia della società italiana c’erano i divorzi impossibilitati e gli aborti clandestini, che “emergevano” alla legalità. E’ del resto un fenomeno che la statistica sociale ben conosce: quando all’orizzonte legislativo si staglia il riconoscimento di un nuovo diritto, il ricorso a esercitarlo è subito impetuoso, in quanto esiste una situazione pregressa da sanare, poi il fenomeno tende a stabilizzarsi e flettere o perfino crescere. Ma il matrimonio omosessuale non ha conosciuto neppure dei veri e propri exploit iniziali, se non in termini assai blandi, per cominciare immediatamente a declinare e mostrare una tendenza alla stabilizzazione attorno alla soglia minima della rilevanza in tutti i paesi europei dov’è consentito.
Un tale, comune andamento svela quel tanto di artificiosità, di invenzione tutta politica che c’è nel matrimonio omosessuale. Quell’eccesso legislativo, nel senso dei diritti, che va tanto di moda perseguire ma che più che corrispondere a dati di realtà solletica e tende a ingraziarsi segmenti di società particolarmente attivi che, della realtà, si ergono a interpreti e rappresentanti, non sempre essendolo veramente. Mentre invece il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei loro diritti è qualcosa che ha un senso pieno e avvertito come tale, il matrimonio no: sono i comportamenti concreti a svelare questa verità. I loro stessi atteggiamenti concreti. Quando non addirittura gli stessi, concreti giudizi delle organizzazioni direttamente coinvolte. Le loro stesse, oneste, ammissioni.
«Il Foglio» del 29 maggio 2013

12 agosto 2013

Castità & tradimento

L’astinenza di Sophie Fontanel, le foto hot di Anthony Weiner
di Francesco Piccolo
Il sesso è soprattutto intimità e memoria Chi non lo fa o ne fa tanto (ma virtuale) nega il senso dell’amore come esperienza
Sophie Fontanel ha scritto la cronaca di dodici anni di castità (da 27 a 39), successo discusso in Francia e in uscita in questi giorni negli Stati Uniti con il titolo The Art of Sleeping Alone. Sostiene di aver imparato migliaia di cose e di aver perfino provato piacere nel vedere Robert Redford lavare i capelli di Meryl Streep in La mia Africa (non fate i furbi, non pensate che era messa male…). In pratica, la scelta della Fontanel è nata da questo assunto: non fare sesso è meglio che fare sesso deludente.
In seguito è diventata un’esplorazione della realtà da un punto di vista inedito, e le conclusioni che ha raggiunto rimangono interessanti. Anche se per chi pratica sesso, la questione più stringente rimane che cosa è successo quella notte al termine dei dodici anni. La risposta è allo stesso tempo soddisfacente e deludente: Sophie ha incontrato la persona giusta. Tutto qui.
Sia chiaro: ho rispetto per la castità come per ogni pratica estrema, fosse anche fanatica — a meno che il fanatismo non porti (come accade quasi sempre) a un passaggio di comunicazione: da «io pratico la castità» (presa di posizione rispettabile) a «dovresti praticarla anche tu». Se non vogliono imporsi agli altri, mi sembrano interessanti i vegetariani, i buddisti, i ciclisti, i complottisti, gli scambisti e perfino quelli che vanno a vivere in campagna — insomma, chiunque è diverso da me. La castità ottiene il mio rispetto come quelli che fanno free climbing o non mangiano dolci — i primi danno la misura invalicabile dei miei limiti, i secondi li preferisco perché se andiamo a cena insieme so che parte della loro porzione potrebbe toccare a me.
Ora passiamo all’estremo opposto: il protagonista dei pettegolezzi mondiali del momento, Anthony Weiner. La sua pratica reiterata di messaggi erotici e di foto delle sue nudità, spediti con insistenza a ragazze conosciute su Internet, sono diventati lo scandalo americano dell’estate, e hanno richiamato alla memoria la storia tra Bill Clinton e Monica Lewinsky; con grande irritazione di Hillary, toccata dal coinvolgimento della sua assistente Huma Abedin, moglie di Weiner. Tutti guardano impietositi la bella Huma, incline al perdono; tutti dicono: ma come si fa a tradire una donna così? Ma la questione acclarata è che nessuno di questi contatti virtuali si è trasformato in un incontro dal vivo. È questa la difesa morale (moralistica) di Weiner. Del resto, il candidato sindaco di New York è anche il simbolo della nuova abitudine sessuale di noi tutti: il sesso virtuale. Sta diventando un’abitudine autosufficiente, cioè slegata dai vincoli dell’incontro reale e del sesso reale. Si chiama «sexting», e potrebbe avere come sottotitolo quest’altro assunto: «Non fare sesso è meglio che essere deludenti».
Il problema del sexting, infatti, è quello di spingersi molto oltre, di promettere tantissimo, di mostrare ossessioni e pratiche estreme, del tutto slegate dalla vita reale. Perfino le foto possono promettere di più della realtà. Quindi, poi, essere all’altezza delle promesse diventa una questione ansiogena, che si combatte non dando seguito alle possibilità astratte. Del resto, quasi tutti gli uomini fanno intendere di essere superdotati, ma questa dichiarazione avventata poi li rende terrorizzati di mostrarsi, perché pensano: e se non fosse così? Ovviamente non si fa sexting solo per timore, ma anche come pratica sufficiente alle proprie esigenze.
Allora, è chiaro che il personaggio Sophie (la castità) e il personaggio Anthony (il sexting) hanno qualcosa in comune: l’eliminazione del sesso reale. Di quel fatto concreto e ineluttabile che si svolge (di solito) tra due persone in carne e ossa. E in qualche modo paradossale, il sexting contiene caratteristiche più moralistiche della castità e si può sintetizzare nella frase tremante che i traditori dicono ai traditi: però non è successo niente!
La castità è una scelta liberatoria, e lo sanno bene tutti coloro che sono ossessionati dal sesso e pilotano le giornate o le settimane alla ricerca di idee buone per andare a letto con qualcuno, quelli che si rigirano di notte nel letto solitario perché pensano al corpo che amano e che dorme beatamente in un altro letto solitario. Quante scelte, quanti errori sono stati compiuti per schiavitù del desiderio, e la cosa più grave è che non ci si pente mai. Quindi, immaginare una vita libera dal vincolo asfissiante del sesso, è anche infinitamente liberatorio — il risultato a cui mirava Sophie Fontanel.
La vita sessuale di solito si esprime in due grandi categorie: fare sesso una sola volta con tante persone diverse; fare sesso tante volte con una persona. Ci possono essere molti gradi intermedi, ma nella sostanza sono questi i due aspetti radicati nel pensiero sessuale: la serialità e la relazione. La serialità è praticata da coloro che cercano un piacere sessuale generico e non coinvolto, e per questo cercano uomini o donne diverse, di continuo. Sono riconoscibili, perché dopo averci fatto sesso il loro atteggiamento verso il partner della notte precedente invece di migliorare, peggiora.
Se prima di fare sesso erano simpatici e affettuosi, dopo diventano cupi e distanti. È un po’ deprimente, perché passare una notte insieme a fare sesso metterebbe in atto un processo di complicità molto forte, almeno in teoria. Ecco, i seriali respingono proprio questo processo. Hanno un’idea tutta loro dell’intimità, non si riesce a contraddirli: i seriali ritengono che spogliarsi nudi, unire i corpi, mischiare umori, non sia intimità; mentre è intimità andare a cena insieme, o fare una passeggiata. Quindi, possono fare sesso facilmente, ma sono restii in modo patologico ad andare insieme a cena almeno una volta. La relazione sessuale è un processo inverso: le persone cercano nel mondo un’intimità. Cercano, nel fare sesso la prima volta, qualcuno che riconoscono, con cui star bene (con cui fare sesso bene) e quando lo trovano, vogliono ripetere l’esperienza di quel piacere specifico più volte possibile. Per loro, il sesso è soprattutto memoria (ripenso a te e mi eccito perché tu mi piaci), e di conseguenza intimità. Riguardo al tradimento, proprio perché nel caso della serialità non entrano in gioco i sentimenti e nel caso della relazione sì, si finisce per ritenere la serialità meno pericolosa della relazione. Ecco quindi l’atteggiamento moralistico: non sono coinvolto, quindi non ho tradito; se non sono coinvolti sentimenti, quello che ho fatto non ha nessun significato.
Ed ecco infine arrivare il sexting come passaggio ulteriore della mancanza di intimità — come pratica ancora più estrema della serialità. Si svolge a distanza, ci si scambiano propositi pornografici e foto molto azzardate, si desidera ma non si mette in atto. Ci si protegge dalla realtà, e di conseguenza si può chiedere il perdono, si può venire perdonati. Si può praticare sesso con persone che non hai mai visto (ti fai spedire foto per vederle, a volte), si può provare a mandare messaggi a persone a cui non si dovrebbero mandare, pronti alla deviazione se non è aria. Ma la domanda fondamentale, ancor più in presenza della virtualità, rimane la stessa: il sesso respinge o cerca l’intimità? A mio modestissimo parere, dovrebbe cercarla; dovrebbe essere, se non sembra troppo azzardato, il luogo principe dell’intimità. E invece sta crescendo il partito contrario: la fuga dall’intimità. Fare sesso senza coinvolgere la conoscenza (rappresentata simbolicamente dal nome: ti ricordi come mi chiamo?) vuol dire fare sesso senza mettere in campo i sentimenti. Ecco, in questo consiste il moralismo: fino a quando non sono coinvolto emotivamente e non tocco la sfera sentimentale, io non tradisco per davvero. Né me stesso né la persona che amo.
Di Weiner si è detto che ha mandato foto del suo pene nel periodo della ricostruzione del suo matrimonio; ammesso che sia così per davvero (ma qui poco importa), esplicita bene questo pensiero: se non sono coinvolto, posso ricostruire la mia relazione amorosa e scambiare messaggi espliciti con donne che nemmeno conosco (la giustificazione secolare nel frequentare prostitute nasce da questo: due sfere diverse. L’intimità non viene violata, perché i sentimenti non sono messi in gioco). Il sexting, quindi, è una pratica ancora più moralistica: mette in moto il sesso senza intimità, e in più senza nemmeno coinvolgere i corpi nella pratica. Solo da lontano. E da lontano «non è peccato». La mancanza di sesso concreto, quindi, instaura una parentela di tipo etico tra castità e sesso virtuale. Però si può ritenere la castità una scelta meno moralistica del sexting. Perché non è alla ricerca della salvezza, soltanto di un modo di stare al mondo, casomai difendendosi dalle delusioni. Invece il sesso virtuale è un modo di avere rapporti con tanti senza essere avvicinati da nessuno. Senza che possa esistere il luogo del delitto.
Il sesso virtuale sta deviando dalle funzioni che gli avevamo affidato all’inizio, così come sta accadendo con i social network: il compito dell’allargamento del tempo di frequentazione, della presenza anche durante l’assenza, era un compito che non doveva sostituire il rapporto, bensì accrescerlo. Farlo dilagare. Pian piano, abbiamo scoperto che potevamo, invece che darci un appuntamento per un aperitivo o un caffè e chiacchierare, comunicare in modo costante per tutto il giorno da lontano, e quindi non riempire il tempo dell’attesa o il tempo dell’abbandono, il prima e dopo l’incontro; ma sostituirlo. È una pratica antica: la diffusione del telefono ha fatto lo stesso. Ha sostituito gli incontri con lunghe telefonate e perfino gli incontri sessuali con pratiche autoerotiche in contemporanea. Così, il sesso virtuale ha aumentato la quantità di partner (cosa costa in fondo giocare un po’ da lontano?), ma ha diminuito la sessualità reale. È diventato soddisfacente. È un risultato in qualche modo prodigioso, ma rimane qualcosa che non funziona.
Il sesso è soprattutto intimità e memoria. Il sesso è ricerca di una conoscenza intima, è messa in moto di memoria. Perfino l’autoerotismo serve a creare una memoria fittizia di coloro che desidereremmo avere e non abbiamo — e se poi succede siamo più pronti, vediamo soddisfatto un desiderio non più astratto, ma più volte vissuto nella testa (si può anche dire: in modo letterario). Certo, parlare di sentimenti può sembrare eccessivo (si possono mettere in moto i sentimenti a ogni incontro sessuale?), quindi è più opportuno parlare di altro: coinvolgimento, curiosità, voglia di conoscere di più. Una relazione vuol dire andare a cena insieme, indagare e occuparsi della vita dell’altro. Se una persona ti interessa sessualmente, e la vuoi rivedere, in modo naturale instauri una confidenza, entri nella sua esistenza, impari i nomi dei genitori (o dei figli), patisci per una sconfitta professionale o per l’attesa di un esame medico. Non puoi fare a meno della complicità.
La questione fondamentale, alla fine, è che se si trova un essere umano con il quale il tuo corpo è in armonia, questo è un bene prezioso, un investimento magnifico, ed è assurdo trascurarlo, lasciarlo andare via. È uno spreco di piacere e felicità possibili. Per questo motivo, la serialità è, d’altra parte, una lunghissima lista di occasioni perdute. Il sesso è concretezza. È un incontro. Il sesso virtuale può essere approccio per l’incontro reale; oppure, continuazione dell’intimità sessuale: ci desideriamo così tanto che, oltre a vederci, ci mandiamo foto e messaggi erotici. Lo facciamo nell’attesa e nell’abbandono. Prima e dopo. Ma tra virtuale e virtuale, in mezzo c’è il reale.
Una regola semplice per gli incontri sessuali potrebbe essere questa: si fa sesso con persone con le quali si va volentieri a cena. Che vuol dire: relazione, curiosità, tempo da passare insieme. Che vuol dire presenza nella propria vita, in qualche modo, anche clandestino, di una persona con la quale si è stati in un letto nudi a toccarsi. È una regola minima, una formula di intimità nemmeno troppo coinvolgente, che può essere praticata da tutti. Sembra poco, ma è tantissimo.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» dell'11 agosto 2013

06 febbraio 2013

E i cattolici applaudono il gran rabbino di Francia

Gilles Bernheim, guida dell’ebraismo transalpino, promette battaglia: «Non è oscurantismo contrastare il pensiero corrente»
di Stefano Montefiori
L’«Osservatore Romano» cita la lezione della tradizione cabalistica
«Battersi, discutere, ragionare, è un modo per fare riflettere le persone, affinché non si limitino ad adeguarsi al pensiero corrente, anche se ormai il dato è tratto», dice il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, a proposito della sua opposizione al matrimonio tra omosessuali. Che la Francia avrebbe approvato le nozze gay si sapeva dall’estate scorsa, da quando il presidente François Hollande confermò che avrebbe mantenuto la promessa elettorale. Ciò nonostante, da allora Bernheim spiega perché a suo avviso si tratta di un errore, così come fanno gli altri rappresentanti religiosi: il cardinale André Vingt-Trois, il presidente del Consiglio del culto musulmano Mohammed Moussaoui, il pastore protestante Claude Baty, il metropolita greco-ortodosso Emmanuel Adamakis. Il no è espresso per motivi diversi, e un vero e consapevole «fronte delle religioni» si è formato esclusivamente per affermare il diritto di intervenire nella questione. Il Partito socialista al governo e alcune voci dell’esecutivo nei mesi scorsi hanno più volte evocato un’ingerenza indebita visto che la legge in discussione riguarda i matrimoni civili. «Ma la fede non è un oscurantismo dal quale occorre liberare gli spiriti», dissero i religiosi in una dichiarazione comune. Per il resto, ogni culto ha più volte ribadito che non c’è un’alleanza dei credenti contro i laici, che la riflessione sul matrimonio è trasversale. Le posizioni più vicine sono comunque quelle tra Chiesa cattolica e comunità ebraica. Il 18 ottobre scorso Bernheim ha pubblicato il saggio «Quel che spesso ci si dimentica di dire », che il 21 dicembre è stato lungamente citato da Benedetto XVI nel suo discorso annuale alla curia romana. «Il grande rabbino di Francia Gilles Bernheim — scrive il Papa — in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che la minaccia all’autentica forma della famiglia, costituita da un padre, una madre e un bambino, raggiunge una dimensione ancora più profonda (...); in gioco in realtà c’è quel che significa essere una persona umana». Ieri il testo di Bernheim è stato commentato anche sull’Osservatore Romano, dal rabbino di Torino, Alberto Moshe Somekh, che ha ricordato «la lezione dello Zòhar». Lo Zòhar è il libro più importante della tradizione cabalistica, nel quale si trova l’idea (in parte simile al mito platonico del Simposio) dell’amore come ricongiunzione di due creature nella loro unità preesistente. «Lo Zòhar sostiene che Dio creò esclusivamente androgini—scrive il rabbino Somekh —: "Li divise in due, separando il maschio dalla femmina, e li mise uno di fronte all’altro. E quando la donna si ricongiunse con l’uomo D. li benedisse, come nel corso della cerimonia nuziale"». «L’omosessualità non fa parte del piano della Creazione — conclude il rabbino —. Solo nell’unione solenne di marito e moglie trova dimora la Presenza Divina».
«Corriere della Sera» del 6 febbraio 2013

La lezione dello Zohar

Un commento al trattato di Gilles Bernheim sul matrimonio omosessuale
di Alberto Moshe Somekh
Ebrei e cattolici per la dignità, la stabilità e la sacralità della famiglia
Leggo con piacere il testo del rav Gilles Bernheim sull'omosessualità. È questo un tema assai delicato, trattato di rado nel mondo ebraico e ringrazio pertanto il gran rabbino di Francia per aver rotto il silenzio con tanta chiarezza, competenza e apertura. (...) Mi limiterei soltanto a fare alcune osservazioni di carattere generale e di ordine metodologico per guidarne la lettura, sgomberando anticipatamente il terreno da possibili fraintendimenti e confusioni.
L’antico diritto talmudico proibisce in linea di principio che questioni di natura sessuale vengano trattate coram populo per il timore che ascoltatori non adeguatamente preparati possano fraintendere i dettagli talvolta sottili della Legge e compiere atti illeciti pensando che siano permessi (Chaghigah, 11b). In realtà negli ultimi decenni queste tematiche sono state affrontate dai media in modo tanto plateale quanto incompleto e parziale, facendo sì che una puntualizzazione adeguata e accurata degli argomenti in questione si rendesse non soltanto permessa, ma addirittura necessaria.
A differenza di quanto avviene in altri credi, nell’ebraismo è l’azione che ha importanza teologica assai più del sentimento e del pensiero.Sul tema in oggetto la tradizione ebraica guarda negativamente all’attività omosessuale, ma non alla natura omosessuale di per sé, quale che sia la sua origine. Mentre, come si è detto, l’attività omosessuale è sempre proibita, cionondimeno dobbiamo evitare il giudizio nei confronti di coloro che soccombono.
Ben venga dunque la collaborazione con i vertici della Chiesa cattolica, con la quale per molti versi il mondo ebraico può sviluppare un’adeguata azione comune per la difesa della dignità, della stabilità e della sacralità della famiglia, richiamandosi agli insegnamenti della tradizione biblica fin dai primordi: «E l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno un’unica carne» (Genesi, 2, 24).
Un’ultima considerazione, che credo sia al centro del messaggio del rav Bernheim, riguarda lo Stato. Il Talmud ci insegna che, in linea di principio, non si devono riconoscere benefici legali a un comportamento trasgressivo (Ketubbot, 11a e a.). In un passo più specifico è scritto che a quell’epoca, millecinquecento anni fa, anche quei “figli di Noè” che non si astenevano dalle pratiche omosessuali avevano almeno il pudore di non redigere un contratto nuziale fra le parti (Chullin, 92a-b). Pur con tutta la comprensione del caso, scelte che attengono alla sfera più intima del singolo individuo, alle sue inclinazioni e alla sua coscienza personale, non possono divenire oggetto di un riconoscimento formale, né dar luogo a un iter legislativo, e tanto meno assurgere a valore di riferimento del costume sociale, pena la dissoluzione della società stessa. «Maschio e femmina li fece» (Genesi, 5, 2).
«Osservatore romano» del 6 febbraio 2013