Visualizzazione post con etichetta preservativi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta preservativi. Mostra tutti i post

21 giugno 2010

Sesso sicuro, fissazione anche in vacanza

di Antonella Mariani
A volte ritornano. Puntuale come la fine delle scuole e la pagella, ecco la nuova campagna per il sesso sicuro in vacanza firmata della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia. Lanciata con le fanfare ieri in una libreria romana, con tanto di patrocinio del Dipartimento della Gioventù, la nuova campagna, che ha l’obiettivo dichiarato di ridurre i picchi estivi di gravidanze indesiderate tra i giovanissimi, è un sapiente mix di lusinghe (test e giochi interattivi sul Web), volantinaggio (distribuzione di depliant in dieci città per un’intera settimana, a cavallo di Ferragosto), prodotti editoriali (l’edizione 2010 di Travelsex, la guida al sesso sicuro edita da Giunti) e di demagogia spicciola. Un esempio per tutti si ricava leggendo lo scoppiettante comunicato diffuso alla stampa: «I ragazzi potranno giocare e conquistarsi il Passaporto dell’amore sicuro, uno strumento che certifica le loro competenze sulla sessualità».
Un altro esempio: nel sito si può effettuare un test, la cui quarta domanda è all’incirca: «Stai preparando lo zainetto per le vacanze: porta con te quattro di questi otto oggetti», tra i quali spiccano i preservativi. Se per caso chi risponde "dimentica" l’oggetto in questione, apriti cielo: «Attenzione – avvisa il sito –. Hai scordato qualcosa che potrebbe costare molto caro. Provvedi subiti e ricordati di usarlo sempre».
Insomma, a parte ogni altra considerazione, la campagna per il sesso sicuro si trasforma in un gigantesco spot a condom e pillole, che di certo non spiacerà alle industrie produttrici... «La mia valutazione? Negativa», esclama Michele Barbato, fondatore a Milano del Camen (Centro ambrosiano per i metodi naturali) e presidente dell’Istituto europeo di educazione familiare, un network di 40 associazioni dal Portogallo alla Russia. «Di fatto è una campagna che si ammanta di scientificità ma che sostanzialmente è marketing farmaceutico». Piuttosto pesante, come valutazione. «Be’, mi piacerebbe sapere chi finanzia tutto questo, non vorrei scoprire che dietro ci sono case farmaceutiche», continua sospettoso Barbato.
Ma perché i dubbi sulla scientificità della campagna? «Perché ormai è provato che laddove si fa solo informazione al sesso sicuro senza educazione alla sessualità, si ottiene esattamente il risultato opposto a quello desiderato. È stato dimostrato che nelle scuole americane in cui si svolgevano programmi di sola informazione, a contenuto tecnico, le gravidanze tra le ragazze erano più alte rispetto alle scuole in cui i corsi non si erano tenuti». Non solo: secondo Barbato, è come se la Sigo volesse sostituirsi ad altre agenzie educative, come la scuola e le famiglie. «Ma una società scientifica che si voglia porre come soggetto educante dovrebbe riflettere sul fatto che i ragazzi hanno bisogno sì di informazione, ma soprattutto di educazione».
Quando Barbato e gli altri operatori del Camen vanno nelle scuole di Milano e provincia a parlare con gli studenti («istituti pubblici», specifica) intercettano il loro «bisogno enorme di capire ciò che la natura suscita dentro di loro».
E la supposta ignoranza dei ragazzi, punto forte su cui fanno leva le campagne della Sigo? «È vero che hanno le idee confuse – conferma Barbato –. Alle medie capisco che le domande dei ragazzi sono dettate da letture pornografiche e film per adulti. Alle superiori ci sono già le esperienze. Ma i ragazzi hanno bisogno sì di chiarezza, ma insieme di essere aiutati a vivere in serenità la sessualità dentro un progetto educativo. Se i genitori non collaborano a questo progetto, ci deve essere la scuola, gli insegnanti. L’educazione alla sessualità deve essere trasversale, coinvolgere tutte le discipline. Quando parlo di educazione, intendo il riconoscere all’altro un valore invalicabile. Ecco, se gli adulti parlano ai giovani solo di preservativi e pillole, mi chiedo, dov’è l’altra persona?». Già, dov’è?
«Avvenire» del 17 giugno 2010

28 luglio 2009

Educare all’amore non al «porre rimedio»

Studio inglese sul flop delle campagne pro-contraccettivi
di Giacomo Samek Lodovici
L’agenzia Aceprensa ha riferito i dati di uno studio, pubblicato dalla rivista scientifica British Medical Journal, circa l’impatto delle politiche inglesi per la riduzione del numero delle gravidanze e degli aborti tra le adolescenti. Questi dati mostrano l’inefficacia della strategia adottata, incentrata sull’incentivazione dell’uso dei contraccettivi. L’effetto ottenuto, infatti, è stato opposto a quello sperato: tra le ragazze di 13­15 anni monitorate per 18 mesi dalla ricerca, quelle che hanno seguito tale programma 'educativo' ha intrattenuto relazioni sessuali precoci nel 58% dei casi, e il 16% di esse ha cominciato una gravidanza; quelle che non lo hanno seguito hanno invece avuto relazioni precoci nel 33% dei casi, e il 6% di esse ha cominciato una gravidanza.
Ovviamente ci saranno diverse cause di questo fallimento. Per esempio, non di rado, queste politiche associano ai contraccettivi un’idea erronea di 'sesso sicuro', quando invece la sua efficacia anticoncezionale non è totale e la difesa nei confronti dell’Aids è tutt’altro che assoluta. Avvenire, del resto, ha già riferito nei mesi scorsi di altri studi scientifici che mostrano come le politiche anti-Aids focalizzate sui preservativi non ne arrestino la diffusione che, anzi, a volte, aumenta: se si trasmette l’idea secondo cui essi danno una protezione assoluta, il risultato (lo ha scritto anche Lancet, un’autorevole rivista scientifica) è l’incentivazione dei rapporti sessuali precoci e disimpegnati, talvolta promiscui, seriali e consumistici.
Ma soprattutto – ecco il punto che ci preme sottolineare – in queste politiche emerge una concezione rinunciataria dell’educazione all’amore e all’affettività, che quasi (e talvolta totalmente) la riduce a mera istruzione sui mezzi per evitare gravidanze e infezioni. Così, molto raramente si insegna che l’amore è progetto, donazione, responsabilità, fedeltà e – in certi casi – rinuncia.
Non solo per il bene altrui, ma anche per il proprio. In questi programmi l’amore è descritto quasi come mera attrazione e/o impulso sessuale irresistibili – e la diffusione di questa idea è un’altra causa della precocità e del degradarsi dei rapporti sessuali stessi –, di cui si possono solo 'contrastare' le conseguenze.
Manca quasi sempre una visione integrale dell’educazione, quella per cui essa deve accompagnare l’interlocutore verso la sua fioritura.
La vera educazione è infatti maieutica, fa appello alla volontà altrui per aiutarla a fortificarsi e per educarla alla libertà, addita l’ideale di una signoria su stessi, sui propri desideri e impulsi, anche (ma non solo) sessuali, non per reprimerli, bensì per assecondarli in modo conforme al bene integrale della persona. Manca, in definitiva, l’idea classica di virtù, parola che oggi suona negativa, perché la si associa a un’autorepressione, quando invece la vera virtù assume le energie delle emozioni, degli affetti e delle passioni, realizza una sintesi con la ragione e con la volontà, porta tutti gli aspetti dell’essere umano a convivere armoniosamente tra di loro. Così, grazie a tale unità delle sue dimensioni, che cooperano verso il suo bene complessivo, l’uomo virtuoso è interiormente forte.
Non è vero che una tale educazione è inefficace. Infatti, programmi educativi di questo tipo sono stati adottati con successo in vari Paesi.
Per esempio negli Stati Uniti: nei luoghi dove sono stati applicati, il numero delle gravidanze precoci è calato del 38 % e quello degli aborti è sceso del 50%. O in Uganda, dove il tasso di infezione dell’Aids è sceso dal 21% al 6%.
«Avvenire» del 28 luglio 2009

Mozione della Provincia di Roma per istallare distributori di preservativi nelle scuole

Campagna d'informazione ed educazione sessuale nelle scuole
È stata approvata dal Consiglio della Provincia di Roma la mozione per favorire iniziative di sensibilizzazione sulle malattie sessuali e sulla distribuzione di preservativi nelle scuole. La mozione impegna il presidente Zingaretti e l'assessore competente a "sostenere campagne d' informazione ed iniziative nelle scuole per sensibilizzare i ragazzi sulle malattie sessualmente trasmettibili e sull' uso del preservativo. Impegna inoltre ad installare distributori automatici di preservativi nei licei e nelle universita'".
"La mozione approvata oggi dal Consiglio – ha affermato il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti – impegna l’Amministrazione provinciale a promuovere campagne per la prevenzione dell' Aids e opportunità per gli istituti, che volessero avvalersene, di progetti per l' informazione sessuale. Rientra in questo ambito il sostegno, agli istituti superiori e alle Università che ne faranno richiesta, di installare distributori di preservativi".
"Si tratta – ha aggiunto Zingaretti – di un' altra scelta di innovazione dell' amministrazione provinciale: il prossimo anno, dunque, gli studenti del territorio avranno questa opportunità, oltre a corsi sulla legalità,, sulla memoria, sulla creatività e sull' educazione ambientale, promossi dalla Provincia di Roma in collaborazione con diverse associazione".
"Credo quindi – ha concluso il presidente Zingaretti –che l’iniziativa del Consiglio provinciale sia positiva e che si inserisca in un quadro di rafforzamento di un intervento più generale a sostegno delle scuole. Nell' invitare tutti a leggere con attenzione il contenuto della mozione, mi fa piacere che questa iniziativa abbia ricevuto apprezzamento da esponenti di tutte le forze politiche".

________________________________________________________
MOZIONE
Oggetto: Sostegno a campagne di informazione e prevenzione, mirate a sensibilizzare i giovani del territorio provinciale in relazione alle malattie sessualmente trasmississibili
Premesso che
uno stato laico, nell'affrontare malattie come l'AIDS o altre malattie sessualmente trasmissibili, deve impegnarsi a garantire tutte le politiche a tutela della salute dei cittadini e, in particolare, delle fasce economicamente o culturalmente più deboli;
in Italia, a fronte della presa di coscienza che l'epidemia si diffondeva al di fuori dei gruppi che inizialmente presentavano la maggior parte dei casi di AIDS, si era scelto non di fornire gli strumenti per limitare la possibilità di contagio bensì di indicare come unico mezzo di prevenzione l'eliminazione dei comportamenti a rischio, e che solo in un secondo tempo, ad opera prima di Associazioni di volontariato e in seguito di Enti locali particolarmente illuminati, sull'esempio di altre nazioni, si è intrapresa un’ opera di informazione ed educazione sanitaria, la distribuzione di siringhe monouso e profilattici;
nel corso degli ultimi anni però si è assistito ad un nuovo innalzamento nel numero dei contagi, statisticamente accertato dall'Osservatorio Nazionale AIDS, e che se inizialmente, in Italia, la via preferenziale di inoculazione erano le siringhe utilizzate dai tossicodipendenti, ora la trasmissione per via sessuale, e soprattutto eterosessuale, è la principale causa di contagio;
l'AIDS inizialmente veniva relegata a malattia di categoria e che l'informazione e le campagne di prevenzione vennero modellate su questa errata valutazione il cui principale risultato fu da una parte la colpevolizzazione e l’emarginazione di una fetta di popolazione, e dall'altro, la creazione di una falsa aurea d’immunità nella rimanente parte;
considerato che
una delle fasce di popolazione maggiormente esposta è quella dei giovani tra i quali, la naturale scoperta della sessualità non è accompagnata praticamente da nessuna forma di educazione sessuale né da parte delle famiglie né da parte delle istituzioni;
il problema principalmente riscontrato in diversi studi sulla popolazione, sia giovane che adulta, per l'uso dei profilattici è la relativa difficoltà di reperimento nonché il loro alto costo;
l'importanza di educare all'uso dei profilattici, facilitandone il reperimento e abbattendo le barriere culturali che ancora lo fanno considerare una sorta di tabù, garantire la qualità del prodotto e, non ultimo, fornire una adeguata informazione sia sull'uso corretto che sulla effettiva utilità nella prevenzione, significa fornire non solo uno strumento di prevenzione, ma una reale possibilità di scelta
consapevole;
il Consiglio Provinciale di Roma impegna il Presidente e l’Assessore competente
a sostenere nel territorio della PROVINCIA DI ROMA le campagne di informazione, prevenzione e sostegno alla ricerca nella lotta contro il diffondersi del virus Hiv e le altre malattie a trasmissione sessuale;
ad aderire alla campagna “Consapevolezza e Libertà”, programma di sostegno all’insegnamento dell'educazione sessuale negli istituti superiori e di installazione di distributori di preservativi nei licei e nelle università;
a sviluppare un programma completo - destinato ai giovani che vivono o studiano nel nostro territorio - per sostenere una corretta informazione sessuale, precisando che tale programma debba comprendere, tra gli altri progetti e iniziative, l'installazione nei locali o nei pressi delle scuole di istruzione secondaria superiore, in accordo con gli organi di direzione delle stesse, di distributori automatici di anticoncezionali (preservativi).
____________________________________________________________
A questa mozione sono correlati i seguenti commenti:

L’altro mondo (terza e ultima parte)

Che cosa dicono gli adolescenti “marziani”, quelli che non vivono il sesso “come una tessera di accumulo-punti”, e dei loro coetanei “confusi” si chiedono “che adulti saranno?”
di Marianna Rizzini
Poi ci sono i marziani. I marziani, rispetto a molti loro coetanei adolescenti, sembrano usciti da un passato in cui l’adolescenza non era ancora un’anticamera scomoda da divorare e accorciare con un sesso ansioso, accumulato a caso, ma uno scivolo lento fatto di cotte pazzesche, delusioni feroci, amori impossibili, pulsioni violente e non conosciute, piacere solitario, dipendenza dai primi baci, scoperte fisiche imbranate, felicità minuscole e tempi morti. Per contrasto con l’accelerazione delle vite dei loro compagni di scuola, ossessionati dal sesso e già stufi del sesso a quindici anni, i marziani sembrano presi per sbaglio non solo dalle adolescenze più lente dei loro fratelli maggiori, ma addirittura da quelle lentissime dei nonni e dei bisnonni. Sembrano allo stesso tempo “antichi” e troppo moderni, venuti in visita da un futuro in cui sono già dei quasi-adulti, più o meno affettivamente maturi. I marziani non sono casti (e se lo sono non hanno l’ansia di obliterare la verginità). Non sono frustrati, non sono isolati. Escono, si pettinano, si vestono, si truccano, guardano le ragazze, guardano i ragazzi, chattano su Facebook, hanno prime e seconde esperienze. Ma non vedono il sesso come un’attività seriale, da praticare con chi capita dove capita, magari perché non ci si può tirare indietro (pena il sentirsi esclusi, soli, abbandonati, derisi, senza mèta). Come gran parte dei loro coetanei, molti marziani hanno avuto presto le prime esperienze, e spesso senza troppa consapevolezza, ma dicono: ora cerco anche altro. Sono quelli per cui il sesso fa parte, grosso modo, della categoria “amore”, e se amore è una parola troppo grande o prematura lo chiamano “trasporto”, “voler bene”, “coinvolgimento emotivo” – illusorio o reale, duraturo o no, ma è comunque qualcosa che rende diversa dalle altre la persona con cui si fa l’amore o con cui si pensa che si farà l’amore. I marziani non nascondono la timidezza o la sofferenza, non anelano alla collezione di conquiste, si permettono momenti di noia non riempita da una tresca, e non si sentono inadeguati se non bevono quattro cocktail a stomaco vuoto per far diventare gli altri una massa indistinta di persone “bombabili” o “scopabili”.

I loro professori si domandano se sia giusto o sbagliato che da settembre, nelle scuole di Roma, vengano installati distributori di preservativi e se sia giusto o sbagliato che in quelle di Milano, con moto contrario, vengano eliminate, per i minori di sedici anni, le lezioni di educazione sessuale della Asl, giudicate troppo “crude” da alcuni genitori e insegnanti. I marziani intanto osservano da fuori se stessi e i destinatari di questi provvedimenti. Chiedono attenzione e parole per chi “non capisce”. Mattia, sedici anni, non sa “che adulti saranno quelli che alla mia età non capiscono neanche perché stanno ogni sabato con uno o una diversa, in dieci minuti, senza provare niente o soffocando quello che provano per non essere scaricati”.
Roberto, sedici anni anche lui, soffre “come un cane” per una ragazza che l’ha lasciato. Non ha voglia di guardarne altre, ora, mentre con gli amici va nei parchi di notte, nell’estate un po’ noiosa della sua città, nell’afa del nord-est. Si sente diverso da quelli “sempre insoddisfatti che pensano di stare meglio cercando una donna nuova ogni giorno, in giro e su Internet”. Si sente diverso pure dalla sua migliore amica, “che cambia un ragazzo a settimana, e dice ‘voglio il principe azzurro’ ma poi non lo cerca”. Alla fine Roberto sospira: “Sarà che i maschi tendono ad attaccarsi”. Alberto, invece, riusciva ad avvicinare le ragazze soltanto nel paesino sull’Adriatico dove andava con i suoi in agosto, “perché lì si creava una condizione in cui si parlava senza tirarsela”. Con una delle sedicenni “che non se la tiravano” ha avuto la sua prima esperienza. Sua madre si era accorta che quell’estate il figlio “aveva successo con le donne” e gli diceva: “Ricordati che non esiste solo il sesso”. Lui pensava “una cosa è l’amore, un’altra è il sesso”. Oggi vorrebbe “una con cui poter anche parlare, possibilmente”.
Maria ha sedici anni e conta i tredici mesi passati con il suo ragazzo. Trova “deprimente per le donne” l’andare a letto “ossessivamente” con chiunque e dovunque. Quando ha conosciuto il ragazzo, Maria era “in un periodo di passaggio”. “Lui, un po’ più grande di me, faceva politica nella scuola che ho cambiato dopo la bocciatura che mi ha fatta stare malissimo. La mia prima storia era finita. Ed era finito anche il periodo in cui mi sentivo single e provavo a uscire con qualcuno. Ci siamo messi insieme e siamo ancora insieme”.

Maria vuole tenere i piani separati: amici di qua, lui di là. “Con gli amici mi comporto in modo diverso che con lui, forse più scherzoso. Ho sedici anni e voglio crescere anche come persona, a parte la coppia”. Dalle sue amiche Maria ha sentito raccontare esperienze di due tipi: la storia estiva, “da non rimpiangere ma finita lì”, e la storia più lunga con il primo con cui hanno fatto l’amore. A scuola, invece, e nelle piazze del suo quartiere, al capolinea del metrò di Milano, Maria ne ha viste e sentite tante, di “ragazze che a quattordici anni fanno sesso con uno per moda. Non usano precauzioni. Sanno che esiste la pillola, il cerotto, ma non vanno al consultorio. E non c’è questo grande uso del preservativo”. Secondo Maria chi, a quindici anni, ha una vita sessuale “confusa”, e magari “per farsi coraggio si porta la bottiglia di vodka da casa e la scola tutta prima di entrare in un locale, così risparmia pure”, lo fa “per ribellione verso i genitori”. O “perché non sa che cosa fare e magari nessuno in casa ha mai parlato davvero con lei o con lui, né ha mai detto ‘leggi questo libro’”. Quest’estate Maria andrà qualche giorno in una città straniera con il ragazzo, pagandosi la vacanza con un lavoretto fatto per sua madre.
Adriana è medico ginecologo. Non sarebbe d’accordo con Sara sulla questione “dialogo in casa”. Secondo Adriana non è che in casa non si parla, ma in generale si parla “male”, scambiando la confidenza per la presenza. Adriana è “arrabbiata con le madri” che portano le figlie di tredici-quattordici anni in ambulatorio per poter dire “così non ci pensiamo più”: “Le prescriva la pillola così siamo più tranquilli, mi dicono. Come fossero gatte che si portano dal veterinario per farle sterilizzare. Dicono anche ‘tanto mi racconta tutto’, ‘tanto c’è un buon rapporto’. Le mamme si fanno raccontare tutto, ma forse perché sono nostalgiche del loro passato. O forse si fa fatica a insegnare un minimo di cultura degli affetti. Venisse una ragazzina a chiedermi la pillola perché pervasa da una passione, sarei anche contenta, sarebbe evidente il suo desiderio. Ma di ragazzine travolte da passione non ne ho viste”.

Chi aveva l’età di Sara tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta non poteva tanto facilmente partire con il ragazzo o la ragazza, e avere una vita “adulta” da adolescente. Doveva magari passare dalla trafila delle vacanze studio in Inghilterra, prima, e delle vacanze della maturità con gli amici, poi. Durante le vacanze studio era praticamente impossibile che un adolescente facesse l’amore con qualcuno, ammesso che davvero ci pensasse e non lo dicesse solo per darsi le arie – “stasera mi faccio quella”. La sorveglianza era strettissima: ragazzi in un’ala del college, ragazze nell’altra. Si facevano fulminee corse nel buio, con i cartoni di pizza gommosa in mano, per raggiungere l’altra ala prima che il vigilante di turno si accorgesse dei transfughi, ma la trasgressione consisteva nel fumare sigarette, chiacchierare fino alle tre di notte abbracciati, al massimo appartarsi per qualche bacio sotto un albero, nel gelo dell’estate britannica. Si vociferava, a volte, di qualche spagnolo temerario che “aveva dormito con la francese” o di qualche ammiratissima svedese “che era andata di sopra con il tedesco”, ma erano notizie talmente rare da sembrare leggende metropolitane. I più erano ancora in fase “primo bacio” oppure, ingolfati di hamburger e patatine, erano paghi dei giochi elettronici e delle prime manie musicali. Durante il viaggio di maturità le “prime volte” erano frequenti, ma i ragazzi e le ragazze erano (in media) più grandi e, a diciotto o diciannove anni, ormai più attrezzati psicologicamente. Molti sognavano e non realizzavano l’accumulo di conquiste, molti aspiravano a un generico amore estivo che potesse rendere meno angosciante l’inverno desiderato e terribile del passaggio dalla scuola al “nulla”: l’università o il lavoro, questi sconosciuti. Le isole greche parevano luna park con traghetti pieni di olandesi biondissimi e tedesche bellissime, e le mandrie di soli maschi cercavano i gruppi di ragazze sole con cui creare coppie: a te piace quella, a me l’altra, abbordiamole in spiaggia per stasera.

Parevano mirabilia le prime cene “da grandi”, a lume di candela sul porticciolo, con il ragazzo che versava il vino, bevanda fino ad allora schifata come una medicina. In assenza di cellulari, ci si augurava che il vino non ottundesse il barlume di lucidità rimasto per andare a recuperare l’amica dopo cena, un po’ perché sennò quella restava sola, un po’ perché non era scontato il voler far succedere qualcosa immediatamente, con uno conosciuto il giorno prima. All’alba, nelle stanzette affittate in extremis sui tetti, posto letto senza acqua calda, nugoli di amiche viaggiatrici si raccontavano la prima quasi-notte con quello della cena, in spiaggia ad aspettare il sorgere del sole. C’era chi faceva l’amore per la prima volta, chi non lo faceva per niente, chi aveva avuto un primo ragazzo in città, alla vigilia della partenza, e non pensava che a lui. I ragazzi dicevano “hello” appena passava una ragazza con i tacchi, ma poi bisognava ingegnarsi per abbordarla in modo da non apparire bisonti. Non era detto che il fare l’amore fosse la tappa finale, e tutto quello che arrivava era una specie di lotteria vinta. C’erano quelli che ci provavano subito, scansati come la peste, quelli troppo timidi, tollerati come un male necessario, e quelli che ci sapevano fare e si divertivano a mettere in piedi una bella serata. E a vedere, oggi, le orde di quattordici-quindicenni che non vedono l’ora di dirsi “non vergini” per togliersi il peso e poi “scopare a ripetizione senza capire perché e con chi” (per dirla con le parole del sedicenne Mattia, quello che si chiede anche “che adulti saranno?”), a molti ex adolescenti degli anni Ottanta-Novanta viene da dire “peccato”. Peccato che ben pochi ragazzi abbiano voglia di inventarsi una bella serata. Peccato che ben poche ragazze se la aspettino.

Camilla, in modo ancor più “marziano” di Maria, frequenta un ragazzo da un po’ ma non è ancora successo niente. Si vedono, vanno in centro con gli amici a bere una birra, chiacchierano e hanno capito di piacersi. Camilla dice: “Cerco di conoscerlo meglio prima di lasciarmi andare. E non è perché sono religiosa, cioè sono religiosa ma non bigotta, al sesso fatto solo dopo il matrimonio non so se ci credo. Voglio solo che la ragione mi aiuti a capire chi ho davanti, prima che l’emozione mi faccia prendere una cantonata per uno che magari neanche mi piace fino in fondo. Non voglio avere una storia in cui mi prendo in giro”. Camilla dice “che non ci sono più i genitori di una volta” e che “bisogna saper decidere da soli che cosa è giusto fare”. Giulio è “preoccupato” quando sente di “ragazzine quattordicenni che, per fare le maliarde, appena escono con uno gli dicono: ‘Tiralo fuori, fammi vedere’”. Ragazze che “orecchiano dalle amiche qualcosa sul sesso e lo mettono in pratica per sentirsi accettate, e giudicano sfigati quelli timidi”. Giulio ora vuole “una con cui andare d’accordo, oltre alla passione fisica”. Un paio di anni fa non era così, dice. Racconta di aver “quasi distrutto una famiglia” per aver “portato a letto due cugine, nel paese dove andavo in vacanza in Sicilia con i miei. Mi divertivo a tenere in braccio una e a mandare i bacetti all’altra, e quando sono stato con l’altra facevo il contrario. Ho fatto soffrire tutte e due. Con la prima sono stato la notte di Ferragosto, ma il giorno dopo già pensavo a sua cugina e l’ho lasciata. Un pomeriggio sua cugina mi ha accompagnato a casa dopo una partita di calcetto. Ho fatto la doccia, e dopo lei era ancora lì. L’ho fatta salire in camera e ci sono stato. Adesso non lo farei. Non mi rendevo conto”.

Angelo ha diciotto anni, ha avuto una ragazza. Ma si sentiva a disagio, “c’era qualcosa che non quadrava”. Dice di aver “scoperto di essere gay”. Non vuole “andare per locali e seguire uno a caso nel bagno”. Vorrebbe “un ragazzo a cui telefonare la sera, non uno per una notte e basta. Uno con cui andare al cinema o fare un viaggio”. Federico, diciassette anni, non ne può più degli amici con cui esce: “Devono per forza trattare male le ragazze, portarsele a letto e poi cancellarle, farle piangere dicendo ‘non ti amo e neanche mi piaci tanto’, farle innamorare e poi buttarle via. Secondo me hanno paura di fare qualche errore e di perdere una persona a cui vogliono bene, oppure non vogliono arrivare a vedere che cosa succede quando fai l’amore sempre con la stessa ragazza, quella con cui vai anche a fare una passeggiata”.
Adele ha ottantasette anni. Si considera “moderna” ma dice che, a guardare “i quindici-sedicenni di oggi che hanno già fatto tutto”, le viene in mente suo marito Giuseppe. Giuseppe, nei primi mesi di matrimonio, la prendeva in giro: “Calma, non puoi consumare la passione tutta in una volta”. Adele dice che oggi nessuno “si concede il lusso di una passione vissuta giorno per giorno, con una persona. Non è detto che, come una volta, debba essere l’unica persona per tutta la vita, ma quello che vedo mi sembra triste”. Adele ha conosciuto Giuseppe a sedici anni. Lui ci ha messo un anno a dichiararsi. Lei aveva il batticuore ogni volta che lo vedeva alle prove dell’operetta, e faceva finta di svenire sul palco della compagnia del paese, dove entrambi recitavano per diletto. Tutti avevano capito che Giuseppe voleva chiedere la mano di Adele, ma Adele si sentiva insicura perché lui già aveva avuto qualche donna.

Un giorno Giuseppe ha lasciato un guanto a casa di Adele, dove andava a trovarla per il té, in presenza dei genitori di lei. Come nei libri che Adele leggeva con sua sorella, innamorata di un marinaio, ogni volta Giuseppe diceva “sono venuto a riprendere il guanto” e ogni volta lo lasciava lì. L’ultima volta Giuseppe ha chiesto al padre di Adele se poteva sposarla. Come il giovane Mattia, Adele si chiede che adulti saranno gli adolescenti che oggi “con gli occhi vuoti, vivono il sesso come una tessera di accumulo-punti”. Li vede “girare nel nulla” e si chiede che cosa succederà quando un giorno si troveranno faccia a faccia con “un se stesso che non conoscono”.
"Il Foglio" del 13 luglio 2009

Sesso, un dente da togliere (seconda parte)

Storie di adolescenti che vivono come trentenni un po’ annoiati e a quindici anni non hanno più niente da scoprire, da sognare, da conquistare, da promettere e da trasgredire
di Marianna Rizzini
Il nonno di Chiara ha saputo che una compagna di scuola di Chiara, a quattordici anni, ha mandato via sms, ai ragazzi della sua classe, una foto in cui appare nuda. Il nonno di Chiara è preoccupato per il futuro della nipote, una che per ora le sembra “responsabile” ma che non le pare così diversa, per interessi e abitudini, dall’amica della foto. Forse per risollevarsi, ma senza convinzione, il nonno di Chiara ricorda che, quando era molto giovane, “c’erano delle ragazze che entravano nelle prime cabine di foto automatiche per strada, tiravano la tendina e si fotografavano a seno scoperto”. A chi mandassero quelle foto non si sa. Forse a un amore lontano in busta chiusa. Forse le tenevano nel portafoglio per ricordare com’era bello il loro seno a diciott’anni. Per quanto si sforzi, il nonno di Chiara non riesce ad alzare le spalle e non è convinto quando dice: “E’ come una volta, è solo cambiato il mezzo, è il segno dei tempi”. Ci ripensa e dice “forse la colpa è dei genitori assenti”, e però non sa “quanti tra i genitori presenti abbiano gli strumenti culturali e la sensibilità per sostenere e guidare un figlio che alle medie può già fare sesso con chiunque, con la massima libertà fisica e in assenza della minima maturità emotiva”.
Sara e Alessia, entrambe quindicenni, dicono che la storia delle foto “gira da tempo, lo fanno in tante”. Secondo Sara è perché “così si sentono belle”, secondo Alessia è “perché si sentono escluse”. Dopo la foto, invece, “gli altri parleranno di loro”. Il guaio, dice Alessia, è che “dopo che hai mandato la foto a uno, non puoi fare la figura di quella che non ci sta”. Alessia può dirlo perché sei mesi fa ha mandato “una foto spogliata”, così la chiama, a due amici del suo ex. Lui l’ha tradita con una di vent’anni “dopo tre mesi di sms con scritto ‘ti amo Alessia’”. La foto Alessia l’ha mandata così, per rappresaglia – una rappresaglia autolesionista, solo che non sembra rendersene conto. Non le importava che uno dei due amici del suo ex avesse preso l’invio della foto per un’avance: “Ero troppo arrabbiata e ci sono dovuta stare”. “Dovuta stare” perché tirarsi indietro “è peggio, poi quello a cui hai detto no si vendica e manda la foto ad altri dicendo che stai con tutti”. Alessia si sente “così”. Così cioè male, ma “male” non lo dice. “Adesso ne trovo un altro e appena ci scopo mando la foto al mio ex”. La vendetta a mezzo “foto spogliata” tappa il dolore, la rabbia, forse la vergogna. Solo che lei non vuole dire “sto male”.

Non si può dire, come fosse quella la vera vergogna. Di sera Alessia chatta con gli amici su Msn e pensa “al futuro”. Il futuro è quest’estate a Ischia a casa del papà di Sara, “magari incontriamo ragazzi nuovi, così dimentico quello stronzo”. Per ora Sara e Alessia si vedono tutti i pomeriggi in città. Scendono in motorino da Posillipo e vanno in centro a guardare le vetrine: negozio di scarpe, bancarella di occhiali, negozio di mutande, negozio di bikini, negozio di bikini e mutande con lo stand di asciugamani coordinati. Il giorno della foto Alessia si è fotografata in un camerino, col cellulare. Sara era fuori e quando l’amica le ha fatto vedere la foto ha detto “che sei scema?”, però poi ha pensato “quasi quasi lo faccio pure io e mi faccio pagare”. Sara dice che l’ha pensato “per scherzo”, ma sa che c’è chi lo fa davvero per soldi: “Nella mia scuola una ragazza ha messo le foto a cinque euro l’una. Alla fine ne ha fatti quasi cinquanta”. Alessia dice che quello che le ha ispirato la vendetta con “foto spogliata” era il suo “primo amore” ma non il primo con cui ha fatto l’amore: “Prima ci sono stati quelli con cui si fa esperienza, alle feste di classe”.
Esperienza. Il termine fa venire in mente un annuncio di lavoro: cercasi dattilografa esperienziata, cercasi portiere esperienziato. Qualcosa di asettico. Meccanico. Più fai esperienza più sei bravo. Punto. Come fare la scuola di sci e prendere le stellette. Alessia non appare né contenta né scontenta di quel fare sesso per accumulare bollini-esperienza (dai tredici ai quindici anni). Appare profondamente annoiata. Come se il sesso fosse un pedaggio da pagare. Una cosa che prima te la togli meglio è. Sara dice che “quando tutte le altre sono già andate a letto con qualcuno e tu no, senti che devi fare qualcosa. E’ come se nessuno ti vedesse davvero, a quel punto, finché non sei tra loro, quelli che fanno sesso. Sai che esistono altre cose nella vita, ma non te ne importa niente. Che mi importa di studiare e di trovare lavoro se sono l’unica condannata a non avere un ragazzo? Nessuno vuole stare con una che a sedici anni è ancora vergine. Ti devi sbrigare. Sennò perdi energie, non fai niente, pensi solo ‘tu sei diversa’. Il sesso è il via, dopo puoi trovare uno freddo o uno con cui parlare. Io bevevo, alle feste, e mi mettevo a ballare sul tavolo, così alla fine uno c’ha provato”. Sara dice che a essere l’unica rimasta vergine “ti viene l’angoscia. Ti senti sola. Senti che perderai pure le amiche che ormai hanno un’altra vita.

Io mi sentivo isolata. Sfortunata. Stavo a casa a chattare su Msn e facevo finta di aver già avuto un ragazzo. Quello con cui l’ho fatto, alla festa in cui ballavo sul tavolo, era vergine anche lui, per fortuna. Poi ci siamo messi insieme e ci siamo presentati alle famiglie”. Facevano una vita da coppia adulta: pranzo e cena in una casa o nell’altra, visita alle famiglie una domenica sì e una no, a turno, e un pezzo di vacanza tutti insieme. Poi si sono lasciati. Ora Sara porta a casa il secondo ragazzo, con lo stesso copione: pranzo la domenica, weekend a Ischia con mamma e papà: “Ci lasciano dormire nella stessa stanza, tanto lo sanno che scopiamo”. Se dovessero lasciarsi, sia Sara sia l’ex ragazzo, dice Sara, porterebbero a casa e in vacanza il ragazzo e la ragazza successiva: uguale, tutti uguali, tutti intercambiabili. Pure per i genitori è uguale. Forse anche loro dicono che “i ragazzi così fanno esperienza”. Forse lo pensano davvero, forse non se la sentono di opporsi, forse credono che indagare su come stiano davvero quelle coppie giovanissime e seriali sia inutile. Forse si sono distratti un attimo e risvegliati in un mondo in cui stare dietro a un figlio non può più passare dal controllo, seppur vago, delle frequentazioni. E-mail e telefonini sono terreno privato, nessuno chiama più a casa, nessuno deve più dire, imbarazzato, “buongiorno signora sono Giovanni, c’è Alessia per favore?” o, peggio, lasciare un messaggio in segreteria, incubo dei timidi di vent’anni fa. Forse serve una nuova attenzione, un nuovo occhio, un nuovo lessico, ai genitori di Sara e Alessia.

I genitori di Sara e Alessia, dal racconto delle figlie, sembrano però del tipo “mio figlio ha già la ragazza, mia figlia ha già il ragazzo”. Dicono così agli amici, sollevati, anche se magari il ragazzo, la ragazza, il figlio e la figlia hanno dodici anni, forse pensando che se i figli hanno il ragazzo o la ragazza sono al sicuro, e almeno non fanno di peggio. Chissà se sono quelli che in spiaggia mettono il costume a due pezzi e le ciabatte con il tacchetto a bambine di tre anni – che magari per altri otto potrebbero sentirsi bambine uguali ai bambini, e non già “donnine”, cloni delle donne grandi. Chissà se gli amici di Sara hanno avuto genitori e parenti che all’asilo già chiedevano “hai la ragazza?”. Sia come sia, la vita adolescente di Sara e Alessia ha un’aria (insostenibilmente) trentenne. Anzi, un’aria da vita di trentenne arrivato, demotivato e stufo delle troppe avventure: nessuna pausa, nessuna curiosità, nessun progetto emerso dalla noia forzata dei pomeriggi nella cameretta (che ora non è neppure cameretta solitaria, perché la sera su Messenger è come stare in piazza). Nessuna intenzione di mantenere un proposito, se non una promessa, nessuna pressione per farlo mantenere, nessun desiderio che vada oltre oggi, nessuna pulsione non conosciuta, niente da prevedere, niente da immaginare, tutto già visto e già vissuto. A dispetto dei quindici anni, Sara e Alessia non si permettono di sognare. Volano basso.
Alle “feste di classe” di cui parla Alessia, quelle in cui si fa “esperienza di sesso”, forse non c’è mai stato un equivalente del vecchio gioco del semaforo. Il gioco del batticuore e della faccia che diventava di fuoco, e non si sapeva come fare a nascondere la faccia e il fuoco. Era la scusa che permetteva di ballare abbracciati, in coppie diverse a ogni canzone, mentre uno a turno faceva il semaforo. Se “il semaforo” spegneva la musica e diceva “verde” era bacio sulla guancia, se diceva “giallo” era bacio sulle labbra, se diceva “rosso” era il fantomatico – per i tredicenni d’epoca semaforo – “bacio con la lingua” (ma ci si poteva rifiutare, e si rifiutava un po’ sdegnati il più delle volte).

Di fatto il gioco serviva a non più di un ragazzo alla volta per farsi avanti con una ragazza già a lungo corteggiata – con la complicità dell’amico “semaforo”, ovviamente, che aspettava di vedere il compare ballare con la prescelta per dire “rosso”, lasciando agli altri la possibilità di defilarsi con un “no, vabbè” e aspettare con ansia il loro rosso preferito, alla prossima festa.
Arrabbiata con l’ex traditore, e annoiata da un anno di “sesso per esperienza”, Alessia dice: “Ho fatto tutto. Sesso di vario tipo, insomma”. Una volta uno le ha chiesto se prendeva la pillola. Alessia ha parlato con una dottoressa amica di sua zia giovane e la dottoressa gliel’ha prescritta, ma Alessia non la vuole prendere: “La prenderò quando avrò il ragazzo fisso”. Nessuno dei ragazzi con cui è stata usava il preservativo, né lei l’ha chiesto: “I ragazzi non lo vogliono usare e a me non va di chiederlo. Perché devo restare incinta proprio io? Tanto se non stanno attenti ci vanno di mezzo pure loro. Se resto incinta però lo tengo. Nella mia famiglia non credono nell’aborto. Io ci credo ma non voglio dare questo dispiacere a mia madre”. Alessia dice “credo nell’aborto” come se si trattasse di una lontana teoria esoterica, come se non stesse parlando di sé e di un suo eventuale bambino. Sembra che parli di un’altra. Scollata, distaccata, assente. All’interlocutore viene in mente un’altra ragazza, incontrata in un altro luogo, Lisa.
Lisa ha quindici anni e mezzo e un bambino di un anno. E’ figlia di immigrati inseritissimi, scuole in Italia, italiano perfetto, amici italiani. A tredici anni Lisa è rimasta incinta per la prima volta. Sua madre e suo padre “non si erano accorti di niente”, cioè non si erano accorti che lei frequentava dei ragazzi. Sapevano che lei scendeva per strada, come gli altri coetanei del quartiere, e stava tutto il pomeriggio in giro. Pensavano giocasse e chiacchierasse, non davano un significato all’accenno di trucco e alla camminata ammiccante. Lisa guardava le ragazze grandi e pensava fossero tutte “felici, con il marito e il passeggino”. Non sapeva niente della vita, niente degli uomini. Viveva su due piani paralleli: una Lisa bambina giocava ancora con le amiche mentre una seconda Lisa andava a letto con i ragazzi, sentendosi adulta. Alla notizia della gravidanza i genitori volevano che Lisa abortisse per “continuare a studiare”, visto che “avevano fatto tanti sforzi per non farla essere una madre bambina come sua nonna, nel nostro paese”, diceva suo padre. Lisa voleva tenere il bambino “e stare con lui e il mio ragazzo in una casa per noi”.

La mamma di Lisa piangeva, il padre stava zitto. La madre aveva poi parlato con la signora da cui lavorava come colf, chiedendole di parlare a sua volta con Lisa per “farla ragionare”. La signora aveva detto a Lisa che “doveva prima costruirsi un futuro da persona matura e responsabile”, “che i figli sono persone e non un capriccio”, che sembrava “una bambina che punta i piedi dicendo ‘voglio quello’ e non una bambina spaventata che aspetta un bambino”. Lisa stava sul divano, davanti ai suoi e alla signora, ripetendo “voglio stare con lui e il bambino”. Il ginecologo della signora aveva consigliato a Lisa di andare ad abortire da un suo collega all’estero e le aveva prescritto la pillola. Lisa ha abortito, non ha mai preso la pillola ed è rimasta incinta di nuovo, ma di un altro ragazzo. Ha tenuto il bambino. Il ragazzo intanto si è messo con la sua migliore amica. La madre di Lisa ha paura che la figlia, “immatura e con un figlio piccolo, faccia altri disastri”.
“Esiste solo oggi. Domani uno può pure essere morto. Se oggi non stai con me, domani per me sei morta”. Così diceva Edoardo, quindici anni, per “conquistare” Livia, quattordici – conquistare cioè “portare a letto”, dice Edoardo, e mentre Edoardo racconta l’interlocutore si chiede dove abbia preso quel mix di parole sull’oggi, il domani e la morte, roba da poeta maledetto un po’ scaduto. Edoardo dice che “ha funzionato: Livia c’è stata subito. Sono due anni che stiamo insieme” (dai tredici ai quindici). Edoardo vuole “stare solo con Livia e andare a vivere con lei a Londra”. Si veste di nero ma non è un Emo, un ragazzo con la ciocca spiovente sulla fronte che aspira a tagliarsi i polsi, spesso per posa e a volte, purtroppo, per reale disperazione. E’ un ragazzo “innamorato”, dice. I due non prendono precauzioni e sperano che “San Gennaro ce la mandi buona”.

Silvia, la migliore amica di Edoardo, quindicenne, pensa che Edoardo sia “un guappo di cartone, un tonto”. Dice che “un’uscita con uno è un’uscita, una cosa seria è una cosa seria. Io preferisco l’uscita”. Durante l’uscita può “capitare” di fare l’amore come di non farlo, “perché non puoi dire ‘no’ a uno che vuole farlo, e se non l’hai mai fatto tanto vale, così non ci pensi più”. Riecco il sesso come peso tolto, pensa l’interlocutore. Dopo un’uscita ci si saluta: “Gli dici ‘ci vediamo’, al massimo lo risaluti su Facebook”. Se c’è una seconda uscita “allora è una cosa seria e lui ti dice che non puoi uscire senza di lui, al limite solo con tua madre, e diventa un inferno. Il ragazzo di una mia amica menava la mia amica se usciva con le altre ragazze, e lo diceva a tutti quelli dei quartieri spagnoli. Lei pur di uscire lo seguiva quando lui andava a strappare rami degli alberi di Natale alla galleria Umberto, per la gara di appiccia-fuoco: vince chi ruba più rami in giro per Napoli e fa il falò più alto”. L’uscita si rimedia nella piazza davanti al liceo più famoso della città – pure se si è in terza media o si frequenta un altro istituto. Ci si siede a gruppetti, ragazze di qua, ragazzi di là. Uno dei ragazzi comincia a fare “i cerchi” col motorino, gira intorno, gira intorno, gira intorno. Poi inchioda davanti alle ragazze, si presenta a tutte ma si siede vicino a una soltanto, e “se sei bravo da lì è fatta”.
Il segreto è andare bene a scuola. Erica, terza media alle spalle, ha capito che se studia può uscire quando le pare. Sua madre la fa uscire con un’amica ogni pomeriggio. Erica e l’amica poi si separano e ognuna esce con un ragazzo. A quattordici anni, Erica non ha ancora fatto l’amore e si sente “una rarità” nel gruppo. Non ha “il complesso”, dice, “ma non vede l’ora di “levarsi il problema”. Chissà che cosa direbbero le nonne che negli anni Sessanta sognavano la rivoluzione sessuale, a vedere che la rivoluzione sessuale è diventata un dente da togliere in fretta.
"Il Foglio" del 13 luglio 2009

Preservativo a chi? (Prima parte)

Confessioni sul sesso liberamente estorte ad adolescenti sparsi di vario ceto, età, ambiente e provenienza (nell’estate in cui si discute di distributori a scuola e circolari Asl)
di Marianna Rizzini
Senti, funziona così: noi i preservativi non li usiamo, non vogliamo usarli e nessuna ragazza ti chiede di usarli. Quindi a me fa ridere mio padre che dice ‘devi usare il preservativo quando vai con le ragazze’ e mi mette di nascosto la scatola di preservativi nel sacchetto del bagnoschiuma quando parto per la gita scolastica, come l’anno scorso”. Tommaso ha quindici anni e da un po’ sta parlando dell’argomento “io e il sesso” con un giornalista. Racconta della prima volta, della seconda volta, di altre volte, del modello di riferimento tradito dalla realtà (i film porno visti a casa del cugino). Il giornalista sta facendo un’inchiesta sugli adolescenti e il sesso intervistando ragazzi e ragazze di varie età, ambienti e quartieri (presi a caso in strade, bar, muretti, negozi a Roma, Napoli e Milano oppure pescati a caso, dal vivo e al telefono, tra fratellini, cugini piccoli, figli, nipoti, alunni di amici, conoscenti, parenti e colleghi). Il giornalista non riesce a capire perché Tommaso parli del sesso con gran distacco scientifico. Come si parla del tempo in televisione: c’è questa perturbazione, la perturbazione se ne va. E’ come se raccontare il sé quindicenne e il sesso facesse parte di un resoconto delle attività della giornata: compro un disco, sto con quella. Il preservativo Tommaso non lo usa, ma è come se ne avesse uno mentale che ricopre qualsiasi traccia di moto profondo. Non si capisce se sotto c’è eccitazione, trasporto, amore, tenerezza, euforia, curiosità, paura, angoscia, repulsione. Non si capisce dov’è, e se c’è, quel grumo indistinto di ansia, emozione, ingenuità, perentorio senso del possesso, confessato o inconfessato bisogno di fusione che tormenta l’adolescente nel ricordo di chi è stato adolescente.
Tommaso non sa nulla di ciò che accadrà a Roma e a Milano. C’è infatti un futuro modello Roma: da settembre distributori automatici di preservativi nelle scuole superiori, su mozione della provincia. E c’è un futuro (e opposto) modello Milano: da settembre stop all’educazione sessuale impartita dagli operatori Asl ai ragazzi minori di sedici anni.

E’ una circolare della stessa Asl a stabilirlo, dopo mesi di dibattito attorno a un articolo del settimanale Tempi, area Cl, in cui si raccontava lo sconcerto di molti genitori e professori rispetto al linguaggio e ai modi delle lezioni di educazione sessuale firmate dall’azienda sanitaria locale, considerate troppo precoci e troppo esplicite. La tesi dell’articolo, si legge su Tempi, era che le lezioni Asl di “educazione all’affettività insegnano tutto tranne che l’affettività”. Poi ci sono loro. I destinatari delle lezioni sul sesso (da una parte) e delle preoccupazioni sul sesso (dall’altra).
Quando Alessandro, amico di Tommaso, anche lui quindicenne, interrompe la conversazione per dire “noi non usiamo i preservativi ma dovremmo farlo, cazzo se dovremmo farlo, e se poi una resta incinta?”, Tommaso sbotta: “Devi essere un demente se lei rimane incinta, che non sai controllarti?”. Tommaso dice che per lui “è come quel film dove corrono sul tetto del treno: fai una cosa che ti diverte, che ti fa sentire bene, sei lì che ti baci con quella che ti piace e lei ti guarda e capisci che ci sta, cominci a toccarla e lo sai che se vai avanti senza preservativo è pericoloso perché lei può restare incinta, ma pure questo fa parte del sesso, e mio cugino me l’ha detto: a controllarsi si impara”. Alessandro dice che Tommaso “è incosciente e se ne frega pure dell’Aids” e che “tanta gente non sa delle malattie”. Con le ragazze, però, non usa niente. Dice che “le malattie non si prendono qui in Italia, ma all’estero. E dipende se la ragazza è stata con altri o no”. E’ normale, piatto, punto. Nel mondo di Tommaso e Alessandro sembra tutto bidimensionale: io ragazzo, tu ragazza, mi piaci, stiamo insieme, forse ci rivedremo, se resti incinta è uno scherzo del destino, per ora ciao. Impossibile chiedere: Tommaso, ma non ti viene mai voglia di pensare, per te e per la ragazza che sta con te, qualcosa al di là del brivido da treno in corsa? Impossibile perché Tommaso parla, e molto, ma resta sul piano robotico. L’interlocutore lì per lì pensa che sia un caso, il caso di Tommaso, e passa oltre.

Oltre ci sono persone di tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette anni. A diciotto-diciannove “sei fuori e capisci tutto”. Carlo, uno che è fuori e ha capito tutto, dice che “solo dopo qualche anno che fai sesso puoi dire che fai sesso davvero, prima lo fai con l’ansia di essere giudicato: le ragazze parlano tra loro, vanno sui forum di Internet e sanno che esiste questo e quello, cioè sanno che noi abbiamo la fissa del sesso orale. Che poi abbiamo la fissa, all’inizio, perché gli amici che l’hanno provato dicono che è il massimo ma uno che ne sa”. Uno non lo sa, dice Carlo, “lo immagina ma poi prova ed è vero”. Le ragazze che conosce Carlo a tredici anni sono “preparate”: “Sanno che il ragazzo chiederà quello. Molte fanno le gradasse, vanno in giro con il perizoma in vista e si aspettano uno che ci sappia fare. Pure tu pensi ‘lei ci sa fare’, anche se vedi che è piccola. E ti viene quell’ansia tremenda e pensi: chissà che vuole fare questa. Ti angosci e magari non ci esci nemmeno, con quella che ti piace: meglio stare a casa che ciccare”. Ciccare, cioè non farcela. Carlo ha avuto molta paura di ciccare: “Poi mi sono detto cicco la prima, cicco la seconda, cicco la terza, alla fine ce la farò. E ce la fai”. Dopo sono venute altre ragazze con cui non ha ciccato. Ora è “innamorato”, dice. Innamorato vuol dire: “Se incontro un’altra che mi piace ci vado, però la mia ragazza è la mia ragazza”. Viene voglia di intervistare la ragazza, ma purtroppo non c’è. Matteo, amico di Carlo, la prima volta, due anni fa, l’ha fatto “per provare. Non c’erano i miei e mi sono detto: ora o mai più. Poi capisci com’è e allora dici: ma perché devo farlo con una sola se posso averle tutte?”. Non è che tutti stanno con tutti, è che se capita va bene, va così. Che cosa succeda nella testa dei tutti che stanno con tutte è un mistero che per il momento Tommaso, Alessandro e Matteo non hanno voglia di indagare. Normale, piatto.

E uno può anche chiedere: ma queste tutte e questi tutti non sono gelosi, non si sentono traditi, non soffrono, non sperano, non hanno pensato qualcosa che si avvicinasse a un sogno se non di amore almeno di vicinanza? E però la risposta non arriva, o arriva sotto forma di “se ti va bene così è così, sennò niente”. Sotto il sesso dei tutti con tutte c’è un sentimento non pervenuto.
Era il 14 settembre 1977 e sul giornale “La città futura” si scrivevano frasi che oggi scrivono tutti: “Gli adolescenti vivono in un clima di liberalizzazione mai vissuto dai coetanei nella storia moderna. Hanno uno sviluppo sessuale precoce, più della metà dei ragazzi di quindici anni ha esperienze sessuali complete. Usano con disinvoltura la pillola e gli altri metodi contraccettivi… i quindicenni sono perfettamente consci del loro sviluppo sessuale, anche perché gli adulti hanno loro concesso, almeno in gran parte, il diritto al sesso”. L’unica cosa che tradisce l’età dell’articolo è la frase “usano con disinvoltura i metodi contraccettivi”. I genitori di chi ha quindici anni oggi avevano più o meno quindici anni allora, e magari hanno detto al figlio e alla figlia di usare pillola e preservativo. Solo che poi molti figli, dopo aver preso l’informazione, e dopo averla condivisa in teoria, nella pratica hanno fatto una pernacchia, pensando “meglio senza”.
“Mamma mi ha spiegato tutto”, dice Giovanna, quattordici anni e mezzo. “Mamma dice che aveva delle amiche femministe e si vedevano per parlare di sesso tutte assieme e io so che la contraccezione è importante”. Quando ha fatto l’amore per la prima volta, pochi mesi fa, Giovanna non ha usato nulla. Oggi dice “forse ho rischiato e mi sono sentita in colpa verso mamma, ma come facevo a dire a lui ‘metti il preservativo, per favore’. Era un bel momento, non mi andava di rovinarlo”. Giovanna ha avuto un primo ragazzo “al mare, a dodici anni, ma ci siamo dati solo un bacio. Tra la prima e la seconda media cambia tutto, ti senti che piaci ai ragazzi, allora cominci a guardarli quando si sta in spiaggia ai tavolini o sotto l’ombrellone più lontano dai genitori, e cammi con la testa alta e pure i ragazzi ti guardano.

La mia migliore amica aveva già baciato uno e io mi sentivo inferiore. Forse ero stupida perché quello del bacio non mi piaceva e allora gliel’ho detto: senti, per me finisce qui”. Giovanna dice di non capire se il sesso le piace o se le piace perché sta bene con il suo ragazzo, che però non è proprio il suo ragazzo: “Ci vediamo e non sempre stiamo insieme”. Dalla prima volta a una festa di Carnevale nella casa di un’amica – “c’erano delle stanze libere, lo sapevo che sarebbe successo” – Giovanna e il ragazzo sono stati insieme altre volte, “più o meno una o due volte al mese, non tante, perché io ho paura che torni mia madre a casa quando ci vediamo, anche se mia madre è una tranquilla”. In sé il sesso le sembra “un po’ faticoso, ma anche una cosa naturale. Non sono imbarazzata per niente a spogliarmi davanti a un ragazzo. Mi piace la passione, e la passione c’è solo con il sesso”. Giovanna dice che è “innamorata”: “Appena lui mi vede facciamo l’amore”. Dice che il suo ragazzo “è uno che va con altre, mi sa”, ma “se quando facciamo l’amore stiamo bene non importa”. Non è una coppia aperta in senso Sartre-De Beauvoir, in cui il dirsi tutto era collante (e tormento). Se lui va con altre Giovanna non vuole saperlo, se lei va con altri lui vorrebbe saperlo ma non è geloso, dice lei, che però non è mai andata con altri. “Mi piace il fatto che abbiamo dei segreti, la passione dura di più”, dice Giovanna, “ma dopo che facciamo l’amore mi viene un po’ di gelosia”. Quando le viene un po’ di gelosia Giovanna non fa niente: “Passa”. L’interlocutore si chiede quale sarà l’effetto di non avere (e non poter avere), a quattordici anni, l’ideale quattordicenne di uno che ami solo te, il sogno o l’illusione di un “noi” in qualche modo esclusivo e pieno di promesse. Chissà se Giovanna sarà più indipendente dagli uomini, non vedendoli come principi azzurri, come sperava sua madre negli anni Settanta, o più dipendente, come sembra ora. Non sembra infatti indipendenza o felicità il suo non arrabbiarsi, a quattordici anni, col ragazzo “che va con le altre”. O forse, dopo anni di assuefazione al “tutti con tutte”, sarà più vulnerabile a chiunque le prometta un qualsiasi “solo noi”. Giovanna, a quattordici anni, dice “mi piace la passione” ma non prova o soffoca quello che la prima passione portava ai quattordicenni (più tardivi) di vent’anni fa: desiderio di un mondo a due e di un “per sempre” – almeno fino alla prima disperante rottura. Giovanna non fa e non riceve promesse, e qualcosa di robotico riappare (sotto forma di non-angoscia?).

Nel 1988 Isabella, oggi più che trentenne, aveva l’età di Giovanna. A quattordici anni e mezzo aveva dato il primo bacio a un ragazzo di nome Luca, bagnino quindicenne. Lui puliva le barche del porto, un amico di entrambi aveva una barca ormeggiata dove i coetanei del gruppo passavano meravigliosi pomeriggi di noia. Una sera di festa, dopo due mesi di corteggiamento, lui l’ha baciata. Isabella oggi si chiede se le ragazze di quattordici anni che a quattordici anni hanno già fatto l’amore con due o più ragazzi abbiano avuto, prima di fare l’amore, infinite estati di fine-infanzia a undici, dodici e tredici anni. Estati di canzoni-tormentone, pile di libri di Agatha Christie, bugie dette al nonno che metteva orari troppo rigidi, comunella con l’amica per guardare da lontano, ridacchiando, il bello della sala giochi. Estati che facevano dimenticare gli altrettanto infiniti inverni di invaghimento per i Duran Duran. Isabella si chiede se le quattordicenni di oggi abbiano avuto quei bellissimi tempi morti, tempo per loro e basta, tempo per essere ragazzine informi, adoranti e non già esseri sessuati. Tempo per sviluppare una personalità a monte del primo amore, della prima passione, della prima volta.
Tommaso, il quindicenne che rideva del padre che forniva i preservativi per la gita, dice che il sesso “non è sta cosa da delirio come nei film porno che ho visto alle feste a casa di Giulio, mio cugino: le ragazze dei film porno si muovono un sacco, chiudono gli occhi, si piegano in avanti, fanno vedere che si stanno divertendo con te e che le fai impazzire e fanno tutto quello che vuoi. Dici girati e si girano. La ragazza con cui sono stato io la prima volta stava immobile, pareva terrorizzata, le ho detto girati e lei si è offesa. Diteglielo a quelli dei film porno: non è così che si fa sesso”. Tommaso dice “fare sesso” e non “fare l’amore”: “Non c’è differenza: l’amore viene con il sesso, perché poi ci si conosce meglio”. Dice invece “scopare” quando racconta “della ragazza del mio amico, una che scopa da dio. Lei gli dice ‘ho voglia di stare con te’ e poi fa tutto lei. A me invece è capitata un’imbranata assurda che sembrava una che ci sapeva fare. Io le ho detto: che si fa? Nel nostro giro quando dici a una ‘che si fa’ lei è libera di dirti: no, non è cosa. Poi tu sei libero di rivederla o no. Lei magari ci ripensa, dopo, o fa la superiore apposta. Quella con cui sono stato io quella volta ha detto sì. A me piaceva. Poi però si vergognava, non potevo neanche guardarla mentre si spogliava.

E io non sapevo che cosa fare anche se mio cugino mi aveva parlato di quello che si chiama ‘know how’: rilassati sennò crolla tutto, mi ha detto, non andare troppo in fissa sennò finisci subito. E allora mi sono incazzato”.
A Rebecca non è mai capitato uno come Tommaso, anche se ha conosciuto tanti ragazzi del genere che lei chiama “ciao, sono Luca, tirati giù le mutande”. Rebecca vuole “una storia seria”, però dice che le è capitato “un ragazzo esagerato nell’altro senso”. L’ex ragazzo di Rebecca all’inizio sembrava “speciale, preciso, uno carino che mi portava a mangiare la pizza e mi scriveva frasi sul pontile di Ostia. Ci siamo innamorati”. Rapporti fisici “nulla, al massimo qualcosa in più di un bacio, e mi pareva strano”. Un giorno lui l’ha chiamata e le ha detto “sono cristiano evangelico”. Le ha spiegato che non potevano più stare insieme perché lui doveva stare con la donna che avrebbe sposato, e solo con quella avrebbe potuto avere rapporti. Questa donna non poteva essere Rebecca perché, dice lei, “i pastori evangelici e la madre di lui non volevano”. Poi un’amica comune ha detto a Rebecca che “lui ha una specie di doppia vita e gli piacciono anche altre ragazze: fa una cosa davanti ai pastori, ma fuori fa quello che gli pare”. La comunità ha fatto un’inchiesta sul fidanzamento precoce del suo ex “perché le persone non devono stare insieme solo per attrazione fisica”. Rebecca dice che “avrebbe aspettato” e che, pur essendo “un po’ giovane” per sposarsi, avrebbe detto sì, “se per lui era importante sposarsi”. Lui però l’ha lasciata e Rebecca piange, sdraiata sul letto da giorni. Si arrabbia, si dispera, telefona alle amiche, fa insomma tutte le cose non robotiche che si fanno quando, da giovani e da vecchi, si viene lasciati – che si sia fatto o no l’amore con il lasciante.

A settembre nelle scuole superiori romane, su mozione della provincia, potranno essere installati distributori di preservativi. Da settembre, per circolare della Asl, nelle scuole di Milano non potranno più essere impartite lezioni di educazione sessuale firmate Asl a minori di sedici anni, in seguito alle polemiche nate attorno al linguaggio delle lezioni stesse, che alcuni genitori e professori giudicavano troppo crudo. Sesso, contraccezione, sesso precoce, sesso promiscuo e non promiscuo, amore, matrimonio, maternità, aborto, malattie sessualmente trasmesse: come vivono il sesso e che cosa pensano di tutto questo gli adolescenti? Marianna Rizzini è andata a intervistarne un po’ di varie età, ambienti e provenienza, pescati a caso nelle strade, nei negozi e nei bar di Roma, Milano e Napoli o tra figli, fratelli e alunni di amici, conoscenti e colleghi.
"Il Foglio" del 13 luglio 2009

11 luglio 2009

«Istruzioni» sul sesso, la rinuncia a educare

Lanciando campagne su preservativi e pillole i medici sembrano essersi arresi alla scissione tra sessualità e affetti Ai genitori il compito di riprendere le redini
di Domenico Delle Foglie
«L’educazione sessuale è come quella fisica, una materia scolastica per restare in salute. Per un corretto stile di vita non bere, non fumare, non drogarti, fai movimento, cura l’alimentazione e utilizza sempre metodi contraccettivi sicuri, pillola e preservativo » .
Non possiamo sapere quanti genitori dotati di semplice buon senso ( quelli che una volta si sarebbe detto « hanno la testa sul collo » ) e che abbiano a cuore il futuro e la crescita equilibrata dei propri figli sottoscriverebbero l’affermazione che vi riproponiamo.
Noi dubitiamo che, messa così, possano essere in tanti, salvo doverci arrendere a quella banalizzazione dilagante che vuole tutti i genitori disattenti e pronti a scaricare su altri soggetti (insegnanti in primis) la funzione educativa. Ma di sicuro la tentazione potrebbe essere forte: un problema in meno, tante domande scomode a cui si potrebbe non rispondere, alcuni dialoghi in meno da impostare e tante occasioni di dissenso dribblate. Ma alla fine i genitori potranno sentirsi a posto con la propria coscienza, dopo aver affidato alla scuola il compito di spiegare la sessualità ai propri figli? Davvero sicuri che quell’approccio a dir poco banalizzante sia la chiave giusta per impostare un dialogo anche con il più difficile degli adolescenti? Dubitare è lecito, soprattutto perché in quella frase che riassume la posizione ufficiale della Sigo ( Società italiana di ginecologia) c’è la dichiarazione di resa culturale ( e se volete persino spirituale) di un’intera generazione di tecnici e professionisti che, al di là del politicamente corretto che è lo stigma culturale di quella proposizione, ha operato una precisa scelta culturale: la separazione fra la sessualità e l’affettività, il disancoraggio definitivo della sessualità da una dimensione antropologica relazionale.
Naturalmente sappiamo bene che questa nostra posizione è attaccabile, perché questi nostri interlocutori, compresi quelli che hanno deciso di installare i distributori automatici di preservativi nelle scuole della provincia di Roma, non hanno mai pronunciato parole chiare sotto il profilo antropologico. Perché loro sono dei tecnici, anzi molti sono medici, dunque perché spiegare dove va a parare la loro proposta? Perché assumersi l’onere di chiarire che la loro è una resa, senza condizioni, a comportamenti solo presuntivamente diffusi? A cominciare dalla sessualità precoce, rispetto alla quale non si esprime il minimo giudizio, rifugiandosi in un farisaico rispetto della libertà individuale. Ma perché chiedere a ragazzi e ragazze di non bere, non fumare, non drogarsi e poi suggerire l’idea che comunque l’attività sessuale possa essere libera, senza alcun vincolo relazionale, di maturità e di affettività? Che tanto serve solo 'proteggersi' adeguatamente? Queste domande, almeno, richiederebbero risposte oneste e disinteressate. Ma le immaginiamo già: non ci sono vincoli all’attività sessuale come espressione della libertà individuale. Ne siete davvero sicuri?
E se solo immaginiamo che questo possa essere il contenuto di un insegnamento scolastico, in cui tutto vada in direzione di una conoscenza meccanica del proprio corpo e delle proprie funzioni biologiche, accompagnato dal sottinteso che tutto è possibile solo che lo si voglia e che gli altri lo facciano, allora davvero no grazie.
Tutto questo richiede una forte presa in carico da parte delle famiglie.
Sostiene Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, che « un tema simile deve far parte dell’educazione alla responsabilità e all’affettività e che al massimo bisogna aiutare i genitori a educare, dato che questo è un compito al quale non possono abdicare » . Aiutare e potenziare il ruolo della famiglia quindi, « perché – ha dichiarato il sottosegretario – tutte le ricadute negative sui ragazzi, dal bullismo alle violenze, sono dovute all’indebolimento della famiglia, grandissima risorsa e prima agenzia educativa che per fortuna in Italia ancora regge » .
Finalmente una parola incoraggiante sulle famiglie italiane. Ai ginecologi non sorge il dubbio che se in Italia abbiamo il minor numero di gravidanze di minorenni in Europa, forse è merito semplicemente delle famiglie italiane? E forse anche di una condivisione di fondo di quell’antropologia di cui il mondo cattolico, nelle sue mille declinazioni, si fa portatore? Un’antropologia che sposa la sessualità e la indirizza, partendo da due pilastri: il rapporto tra sessualità e genitorialità, la complementarietà della differenza sessuale come modo per la sua realizzazione. Ovvero l’essere maschio e femmina che vivono la sessualità con ottimismo e gioia, secondo i tempi della propria maturazione personale e di coppia, e che non escludono dal proprio orizzonte la genitorialità.
Siamo certi che questo possa essere il contenuto di un futuro insegnamento pubblico? Viste le premesse ne dubitiamo fortemente. Non solo per questo, ma soprattutto perché riteniamo spetti ai genitori offrire ai figli l’orizzonte umano entro il quale inscrivere la dimensione sessuale come una delle principali manifestazioni dell’essere persona, sarà meglio che si lasci a loro l’onere di parlarne con gli adolescenti. Di sicuro non sarà un preservativo in più o in meno a dare le risposte ai giovani figli di uomini e donne liberi. Liberi non solo di mettere al mondo i figli, ma anche di educarli all’amore e alla sessualità responsabile che sa riconoscere sempre nel partner una persona. Vi sembra che un’ora di educazione sessuale a scuola possa garantirlo e rassicurare tanti genitori preoccupati?
“Avvenire” del 9 luglio 2009

28 giugno 2009

Condom nelle scuole? Scorciatoie

L’educatrice Rosangela Carù: «I distributori automatici sono una falsa risposta Serve più relazione con l’adulto»
di Antonella Mariani
Il distributore di merendine e bibite calde, almeno, risponde a un bisogno elementare, quello di soddisfare la fame. Ma il distributore di preservativi, a quale bisogno risponde? Al di là di facili risposte, la domanda di Rosangela Carù è provocatoria: a lei, che di professione tiene corsi di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole pubbliche, la 'trovata' della Provincia di Roma – installare distributori automatici di condom negli istituti superiori – appare come una risposta sbagliata (e anche un po’ triste) a un bisogno dei giovani che pure esiste. «Ci chiedono ascolto, attenzione; vanno alla ricerca del senso delle cose e noi adulti gli rispondiamo con una macchinetta automatica. Gli neghiamo, ancora una volta, una relazione umana, un confronto, un affiancamento. È come se gli dicessimo: vuoi fare sesso? Bene, non ho tempo di parlare con te di questa tua scelta; allora in cambio del mio tempo ti do un oggetto. Allunga la mano, prendi ciò che ti serve senza pensarci troppo. Avvilente». La Carù, che lavora per il Consultorio per la famiglia del decanato di Gallarate e opera in tutta la provincia di Varese, critica la decisione della Provincia di Roma, «perché distribuire preservativi in un ambiente che per sua natura è educativo non risponde affatto a un bisogno di educazione sessuale e in certo senso legittima e incoraggia all’uso indiscriminato della sessualità anche a scuola».
Insieme alle colleghe Monica Pinciroli e Luisa Santoro, Rosangela ha scritto un libro appena edito da In dialogo (la casa editrice dell’Azione cattolica ambrosiana) Amore, sesso & Co, per vivere al top la tua adolescenza (pagine 88, euro 7,90): un volume rivolto ai ragazzini delle medie che hanno già cercato di capire qualcosa di amore, sessualità, emozioni, magari sfogliando libri o riviste o navigando in rete, o forse hanno provato a chiedere agli adulti, ricevendo risposte vaghe o imbarazzate. «La richiesta dei nostri corsi è in crescita continua. Negli ultimi tre anni delle elementari proponiamo 5 incontri con gli alunni e uno con i genitori. In prima e seconda media gli incontri sono due e in terza media sono tre. Il nostro metodo è interattivo quindi incoraggiamo gli studenti a porre domande. Le mie conclusioni? Loro operano una netta distinzione tra fare sesso e fare l’amore. L’atto sessuale in sé è considerato un divertimento e un piacere legato alla corporeità, la prova di una competenza, di cui parlare poi con i compagni. 'Fare l’amore' invece è completamente diverso, assume significati affettivi e sentimentali; è, in fondo, una cosa che sembra riguardare il futuro, l’essere adulti».
« Nei limiti del possibile – continua Rosangela Carù – cerchiamo di aiutarli ad andare oltre, a capire che la persona non è fatta solo di corpo ma di sentimenti, emozioni, interiorità. Qualcuno ci dice: ho paura di fare il grande passo. E allora spieghiamo che la paura del primo rapporto sessuale è un segnale da ascoltare: è la prova che non sono pronti, che non è ancora tempo. Aggiungiamo che non devono aver fretta di prendere dal mondo degli adulti quello che ancora non gli appartiene e che la vita è fatta di tappe, una dopo l’altra, senza accelerazioni brusche... ».
Se invece di parlare di sentimenti, Rosangela offrisse la moneta per acquistare il preservativo, sarebbe la giusta risposta alla loro domanda? «No, assolutamente. E non sarebbe nemmeno educazione alla contraccezione perché non c’è la mediazione di un adulto. Il distributore di preservativi è un modo per fare ancora più in fretta, coerente con la cultura del 'tutto e subito'. Il preservativo, in questo caso, è l’oggetto che sostituisce il dialogo e la relazione con l’adulto educatore».

«Avvenire» del 25 giugno 2009