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26 maggio 2011

U. Saba, Mio padre è stato per me «l’assassino» (Segre)

Analisi del testo tratta dal volume Leggere il mondo, Ediz. Scolastiche Bruno Mondadori, vol. 8, pp. 80-81

di Segre - Martignoni


Mio padre è stato per me "l'assassino";
fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.
Allora ho visto ch'egli era un bambino,
e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d'una donna che l'ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre":
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in
antica tenzone.


Il terzo dei quindici sonetti di Autobiografia ha come protagonista il padre (incontrato per la prima volta a vent'anni), ma il suo significato complessivo è sintetizzato nel verso finale («Eran due razze in antica tenzone»), dove Saba ricorda il radicale contrasto, di cultura e temperamento, che divise i genitori ancor prima della sua nascita.
Commentando il ricorso a una forma metrica chiusa, Saba rivela come la scelta del sonetto gli sia servita proprio «a chiudere e isolare i diversi periodi della sua vita, cavando di ciascuno l'essenziale» (Storia e cronistoria del Canzoniere): la madre ebrea e il ghetto, il padre «assassino» e la zia «benefica», il primo amico, la vita militare e la guerra, Firenze e Bologna, ma soprattutto Trieste e Lina.
Prima di confluire nel secondo volume del Canzoniere, Autobiografia (scritta in realtà nel 1922) è uscita nel 1923 con la serie di sonetti I prigioni.


Analisi del testo

Il sonetto riassume il dramma che segnò l'infanzia di Saba: l'assenza del padre, conosciuto solo attraverso le recriminazioni materne («l'assassino»; «Non somigliare... a tuo padre»), poi incontrato e valutato per la prima volta in modo diverso solo a vent'anni (irresponsabile come un bambino); l'atmosfera pesante dell'ambiente familiare.
In primo piano campeggia la figura paterna, descritta nei tratti fisici e soprattutto psicologici: l'immaturità e la leggerezza (gaio e leggero...; come un pallone, vv. 9-11), il fascino ma anche l'incapacità di stabilire rapporti duraturi (più d'una donna l'ha amato e pasciuto, v. 8).
Al contrario, la madre, cui sono parzialmente dedicate le terzine, tutti sentiva della vita i pesi (v. 10). L'inversione sintattica ha una netta funzionalità semantica ed enfatizza la fatica del vivere che in Saba connota sempre la figura materna: la madre rappresenta quindi l'autorità, il dovere, la punizione, mentre il padre la trasgressione, la fuga, il principio del piacere.
Il poeta sente nelle proprie contraddittorietà interiori il persistere di due mentalità inconciliabili, che riconduce all'opposizione fra la cultura ebraica (della madre) e quella cattolica (del padre). Giunto alla maturità, anche con il supporto della terapia psicoanalitica, Saba ricomporrà il dissidio: «... i parenti m'han dato due vite, / e di fonderle in una io fui capace» (Preludio, vv. 14-15).
Con insolita severità, in Storia e cronistoria del Canzoniere il poeta ammette la «sgradevolezza» di molti versi di Autobiografia, riscattata però – aggiunge – dal «calore dell'ispirazione». Tale sgradevolezza sarebbe dovuta alla presenza di «licenze poetiche» e di «termini arcaici» dentro il consueto «linguaggio piano e famigliare». Esemplifichiamo: la preposizione articolata pel (v. 7); l'aulico e arcaico tenzone (v. 14). Si aggiungano le ardue inversioni sintattiche necessarie a piegare la rigida struttura del sonetto alla fondamentale narratività autobiografica: il dono ch'io ho da lui l'ho avuto (v. 4); Di mano ei gli sfuggì (v. 11) ecc. e il già citato iperbato con anastrofe del v. 10.
Un'interessante particolarità deriva dalla compagine metrica: è stato osservato (Pinchera) che questo sonetto è scandito per distici («coppie di versi modulati per chiave dattilica»), il che destruttura la compattezza del sonetto tradizionale.

Postato il 25 maggio 2011

02 ottobre 2007

Saba: battesimo sì, ma senza catechismo

Uno scambio di lettere del poeta col vescovo Fallani e col gesuita Bassan rivela l’anelito alla fede cristiana dell’autore del «Canzoniere», morto cinquant’anni fa
Di Filippo Rizzi
Durante la malattia della moglie voleva ricevere il sacramento assieme a lei, però il cappellano gli chiese di seguire un corso e lui rinunciò: «Sarebbe come mettere la prosa al posto della poesia...»
Lui, ebreo agnostico, era affascinato dalla figura di Gesù, che «sostituiva al terrore di Dio, l’amore». La devozione nacque fin da bambino, quando la balia lo portava in una chiesa vicina al ghetto
Un «ebreo assimilato, illuminista, agnostico», secondo una felice immagine di Giorgio Voghera, un «uomo tormentoso e nevrotico che si guardava dentro», capace di sentirsi – come amava definire se stesso negli ultimi anni della vita – «un rottame dell’Ottocento che vive nell’epoca atomica». Ma anche figlio di una terra celebrata magistralmente nell’opera che lo rese celebre, Il Canzoniere: l’amata Trieste. Tutto questo è stato ed è Umberto Saba, che proprio in questi giorni, cinquant’anni fa, il 25 agosto 1957, si spegneva a Gorizia all’età di 74 anni. E proprio dagli scritti degli ultimi tempi emergono le sue ricerche esistenziali, la passione per la psicanalisi (di quella che descriverà come «la sua psicologia estenuata»), le domande di senso sulla vita e sulla morte, domande di un «uomo che entra nell’Assoluto», come ebbe a definirlo la sua amica e confidente Nora Baldi.
Su tutto questo oggi affiora prepotentemente il suo rapporto con la fede, la religione cattolica, e in definitiva con il mistero di Gesù. E un piccolo gioiello letterario come il carteggio tra l’autore del Canzoniere e il vescovo Giovanni Fallani Chi è Gesù. Domande di Umberto Saba permette, ancora oggi, di mettere in luce e di ricostruire la sua tensione e il fascino che egli, pur nella sua veste di «ebreo e agnostico», provava nei confronti di Gesù, la sua devozione alle orazioni della sera, all’angelo custode e a quella preghiera «così bella e universale» che è il Padre Nostro. «Da queste pagine – rivela oggi il teologo e critico letterario Luigi Pozzoli – emerge tutto il rispetto per il cattolicesimo, visto da lui come patrimonio accettato e condiviso con la religiosità popolare del suo tempo. (Si veda, ad esempio, in tutte le sue poesie il rispetto per i morti, i cimiteri, le processioni mariane). E così affiora l’ammirazione per la balia cattolica, Peppa Sabbaz, una seconda mamma per lui, che la sera lo conduceva con sé a due passi dal ghetto, alla chiesa della Beata Vergine del Rosario, e gli faceva recitare il Padre Nostro in sloveno. Un Gesù che per lui, nella maturità, è "un ponte tra l’umano e il divino" ma non è il Cristo della fede che è per noi cattolici. Un Gesù di cui però non accetta l’idea della Trinità che rimarrà sempre per lui il "quasi Dio, il vicinissimo a Dio"». E – come il poeta confiderà ancora a Fallani – sarà proprio la recita pubblica del Padre Nostro di fronte alle autorità religiose e civili di Trieste il gesto di congedo con cui vorrà dare l’estremo saluto, quasi un bacio testamentario, un osculum mortis, a sua moglie Carolina Wolfer, la sua «amata Lina» durante i funerali nel novembre 1956. «Saba non era né battezzato né circonciso – ricorda don Pietro Zovatto, docente di Storia Moderna all’università di Trieste e tra i massimi studiosi della religiosità nelle opere del poeta –, anche la moglie non era un’ebrea praticante ma non aveva ricevuto il battesimo. Dunque il poeta si poneva il problema di quale rito funebre utilizzare. Non poteva sopportare, come scriverà, "l’idea di un funerale laico". E così, con il permesso del prete cattolico, reciterà prima della tumulazione della sua amata Lina il Padre Nostro. Sarà un gesto forte che creerà in un certo senso "scandalo" nella Trieste del suo tempo. Tra le autorità presenti – oltre al sindaco, il democristiano Gianni Bartoli – c’era l’allora rabbino capo di Trieste. Ma Saba sentì in quella scelta il modo migliore per celebrare l’amore sconfinato per l’amata compagna di una vita, definita non a caso nel Canzoniere come il suo "porto"». Il rapporto con la fede e il cattolicesimo non si fermerà alla splendida amicizia con Giovanni Fallani, fine dantista, futuro vescovo e presidente della Pontificia Commissione per l’arte sacra. C’è anche una corrispondenza con due religiosi, con i quali lo scrittore affronta il tema di Gesù: il francescano Saverio Tapparello e il gesuita Alberto Bassan. E una costante di questo carteggio parallelo sarà la frase conclusiva di risposta ai religio si: «Caro Padre, preghi Dio anche per me». Di particolare interesse è soprattutto l’amicizia intrattenuta per più di dieci anni con padre Bassan e terminata con la morte del poeta triestino. «In queste lettere – rivela Paola Baioni studiosa di questo carteggio e ricercatrice all’Università cattolica di Milano –, da me pubblicate solo nel 2006 nella Rivista di Letteratura italiana, viene subito fuori la grande curiosità di Saba verso la religione, la sua ammirazione per la Compagnia di Gesù di cui voleva, attraverso la consulenza di padre Bassan, molto erudito e studioso di letteratura, conoscere la spiritualità e la storia». La ricercatrice rivela pure un aspetto inedito di quell’amicizia: il desiderio di Saba di fare una dedica stampata, e quindi pubblica, della sua opera Ricordi-Racconti «al pittore Renato Guttuso (comunista) e al padre Alberto Bassan (della Compagnia di Gesù)». «Come scrisse in una lettera a Bassan, la cosa non sarà poi fatta per non creare uno scandalo: siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, gli anni di Don Camillo e Peppone. E Saba dà questa motivazione alla mancata dedica: "Perché l’imbecillità degli uomini avrebbe dati chissà quali significati"». In una delle ultime lettere a Bassan (il gesuita, classe 1919, è morto il 3 ottobre scorso ndr.) confiderà che la grandezza più bella di Gesù è stata quella di «sostituire al terrore di Dio, l’amore». Ed è proprio con l’aggravarsi della malattia della moglie che il celebre poeta accarezza l’idea di battezzarsi e di farsi cristiano «con la sua amata Lina». Un battesimo che – come scriverà Fallani – rimarrà, a differenza ad esempio di altri due intellettuali laici coetanei e con un rapporto controverso con la fede come Curzio Malaparte «solo del desiderio» o il caso eclatante del grande latinista, il comunista togliattiano Concetto Marchesi. «Nelle ultime lettere a monsignor Fallani – ricorda oggi Zovatto – Saba confida la sua idea di ricevere il battesimo assieme alla moglie, ma poi non se ne fa nulla perché il cappellano dell’ospedale gli chiede di frequentare un corso di iniziazione al cristianesimo. Vengono fuori così le leggendarie nevrosi di Saba e va a monte l’idea del battesimo». Il motivo del sacramento mancato si anniderebbe dunque nella ricerca di Saba di un gesto spontaneo e non dettato da un fatto burocratico. «Come scrisse allora il grande poeta – annota Zovatto – sarebbe stato "come mettere la prosa al posto della poesia"».
«Avvenire» del 15 agosto 2007

16 luglio 2007

Saba, un prezioso «haiku» religioso

Il poeta si sentiva un essere sofferente,come Giobbe o addirittura Cristo in croce. Esce l’«Intermezzo quasi giapponese»
di Fulvio Panzeri
Si ritorna a parlare di un "gigante" della poesia novecentesca. Ci riferiamo ad Umberto Saba di cui esce ora un preziosissimo inedito, curato egregiamente, nella competenza filologica e nella capacità di raccontare la storia del testo, da Maria Antonietta Terzoli. Si tratta di poesie cosiddette "giapponesi", che richiamano alla forma dell'haiku, per una sorta di rimando ad un ritorno della letteratura giapponese nei primi anni del Novecento, che permette a Saba di cogliere quell'istante fugace e veloce, quell'illuminazione che sta alla base del sentimento dell'haiku in un'ottica tutta strettamente italiana e tutta comunque aderente a quello che è il suo mondo poetico, in grado di unire la magnificenza del "minimo indispensabile", alla grazia di accennare alla profonda valenza del creato.
È da sottolineare che queste poesie sono state scritte, per la maggior parte, negli anni 1916-1917, con qualche prolungamento nel 1918 e la serie di quello che è conosciuto come «Intermezzo quasi giapponese» è pensata per trovar spazio nell'edizione del 1919 del Canzoniere. Solo alcune poesie vi trovano posto, per il resto la serie subisce varianti e si arricchisce di nuovi testi, fino a quest'ultima versione, rimessa in ordine da Saba nell'estate del 1928 e poi inviata ad Enrico Terracini, legato al gruppo di poeti liguri, quali Camillo Sbarbaro e Alessandro Gribaldi, ora riemersa in fotocopia, come ci racconta con la dovuta precisione la curatrice, che ci informa che, di queste poesie scritte durante la guerra, quando Saba era militare, questa «è la forma più ampia e articolata fin qui nota».
C'è, oltre ad una poesia che non risulta per niente minore rispetto alla produzione di Saba che noi conosciamo, anche un altro documento importantissimo che ci aiuta a far luce sulla religiosità del poeta triestino ed è la lettera che invia a Terracini, ad accompagnamento del fascicolo con le poesie manoscritte. La lettera è del 12 settembre 1928 e contiene un frammento di poesia religiosa che rileva l'essenzialità del sacro che la parola poetica può contenere. Saba invita infatti Terracini a «voler bene ai poeti» e poi ne spiega la ragione, partendo da una forma in prosa che poi d'improvviso si muta in poesia. Per Saba il poeta, per essere veramente tale, è «un povero essere, e degno, io credo, d'amore». C'è una consonanza tra il poeta e le figure di Giobbe e di Cristo, perché ha il coraggio di assumere in prima persona, su di sé, un valore di redenzione per tutti. La sua sofferenza, la persuasione dell'inevitabilità del suo patire, lo portano a queste considerazioni, tanto che a Terracini, spiega in questi termini la nascita del frammento che vale l'intero libro, accompagnato dai disegni di De Pisis (scelta più che mai opportuna e raffinata). Lo riportiamo perché indica il centro della straziata serenità che è nutrimento della poesia di Saba e una indicazione anche per la debole poesia di oggi. Ci restituisce l'immagine di un poeta «che dell'opera sua, della sua croce/redentrice non coglie i tardi frutti, /che come Giobbe, come Cristo in croce/ soffre per tutti».
Umberto Saba, Intermezzo quasi giapponese, Mup. Pagine 122. Euro 15,00
«Avvenire» del 30 giugno 2007