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28 agosto 2013

Anche l'etica “laica” ha bisogno di fede

di Piero Benvenuti
Sembra che il vessillo dello scienziato necessariamente ateo, o quantomeno agnostico, sia stato raccolto dal professor Umberto Veronesi, autore di Credo nell’Uomo, non in Dio, un e-book pubblicato recentemente nella biblioteca online del “Corriere della Sera”. L’argomento è noto: lo scienziato, che utilizza il metodo scientifico per l’indagine del reale attenendosi ai soli dati sperimentali, dovrebbe astenersi dal credere in un Dio la cui esistenza non è dimostrabile con lo stesso metodo. Curiosamente nel libro si afferma anche che la scienza non si interessa alle domande di senso – perché esiste qualcosa? – ma si limita a chiedersi come ciò che esiste funziona e si manifesta. Affermazione perfettamente condivisibile, ma che conduce a un pasticcio logico quando venga considerata unitamente alla precedente: sembrerebbe che uno scienziato, per il solo fatto di aver scelto di esserlo, non dovrebbe interessarsi alla trascendenza. Poco conta che scienziati del livello di Planck, Einstein, Heisenberg, Lemaitre, Pauli e molti altri abbiano indagato con passione per tutta la loro vita non solo le “leggi” della natura, ma anche il senso ultimo dell’esistenza.
In effetti, il libro non brilla per originalità e profondità delle argomentazioni, tanto che alla fine della breve lettura si prova una certa nostalgia per Nietzsche o per Feuerbach. Vale comunque la pena di analizzare le conseguenze dell’etica “laica” presentata con tanta sicurezza da Veronesi, soprattutto per vedere se la scienza non possa dare qualche contributo più costruttivo dei pareri personali dell’oncologo alla definizione delle nuove problematiche che l’uomo d’oggi è chiamato ad affrontare.
La proposta di etica “laica” esclude, coerentemente per un ateo o un agnostico, la prima parte dell’annuncio evangelico – Shemà Israel, amerai il Signore tuo Dio – e ne fa invece propria la seconda, anche se leggermente modificata – “rispetterai” il prossimo tuo come te stesso. Nell’opinione dell’autore l’etica “laica” avrebbe un valore superiore a quella cristiana, perché totalmente libera, non condizionata da una aspettativa di un premio futuro – il Paradiso – o di un castigo eterno: lo si evince leggendo il passaggio nel quale afferma che, nella sua esperienza, i malati terminali non credenti affrontano la morte più serenamente di quelli credenti. È un’annotazione interessante che, al di là della sua discutibile significatività statistica, dovrebbe farci riflettere su quanto noi cristiani abbiamo contribuito a distorcere il gioioso messaggio evangelico insistendo più sul “fuoco dell’Inferno” che sul significato della speranza salvifica. In quest’ottica, cerchiamo di analizzare le conseguenze di una scelta etica così “dimezzata” che agli effetti pratici, al pari della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, sembra allinearsi con quella cristiana.
Considerare ogni uomo e ogni donna “uguali”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero è “giusto” sia per il non credente – su basi puramente razionali suffragate dalla scienza – sia per il cristiano, il quale però aggiunge come principale motivazione la consapevolezza di essere tutti figli generati e amati dallo stesso Padre. Ecco la fondamentale differenza dell’etica cristiana rispetto a quella totalmente laica: quest’ultima si fonda su un “patto” tra uomini e come tale sarà sempre relativa alla situazione storico-culturale e agli uomini che l’hanno enunciata, mentre quella cristiana nasce dalla “rivelazione” che la creazione è un atto di Amore che, se liberamente riconosciuto, ci permette di cooperare con il Creatore agendo secondo un principio etico universale.
La differenza operativa delle due etiche emerge quando ci si discosta dal semplice criterio di uguaglianza tra uomini e donne – principio accettato da tutti – e si passa alla questione più delicata del rispetto della persona in tutte le condizioni e fasi della vita. Lo dimostra Veronesi stesso quando definisce “inaccettabile ingerenza” il parere negativo espresso alla luce dell’etica cristiana sulla proposta di referendum abrogativo della legge 40, mentre il suo parere personale, presentato come antesignano della scienza, sarebbe invece perfettamente accettabile. Dal punto di vista della logica dovrebbe essere proprio il contrario, perché se le religioni e la filosofia hanno competenza a esprimere pareri etici, così non è per la scienza sperimentale che si occupa, per suo statuto, solo di fenomeni misurabili. A meno che non si voglia sostenere il principio che tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche eticamente lecito: le conseguenze paradossali di un tale principio, pur senza arrivare ai casi estremi della bomba atomica o degli “uteri in affitto”, sono evidenti.
Sia chiaro, nessuno vuole rigettare a priori le innovative e a volte stupefacenti possibilità che la scienza – in particolare la medicina – ci offrono, ma proprio perché le conseguenze a lungo termine di certe scelte, soprattutto quelle che più si avvicinano alla radice della vita, sono difficilmente prevedibili, è necessario che le linee guida abbiano veramente valore universale e non siano lasciate all’alea di un referendum o al giudizio personale di un magistrato. Veronesi nel suo libro non affronta direttamente questo problema, limitandosi a esaltare la scienza e l’etica “laica” e, pur ammettendo le positive dichiarazioni post-conciliari della Chiesa nei riguardi della scienza e dell’evoluzione, non sembra intravedere la possibilità di un percorso comune.
Cosa possono fare scienziati e teologi di buona volontà per evitare simili situazioni di stallo? Una via che mi sembra percorribile è quella di impegnarsi ad analizzare con coraggio le implicazioni teologiche ed etiche di quanto la cosmologia attuale ci sta rivelando. Il quadro evolutivo unitario, ormai ben consolidato, ci dice che la nostra esistenza e la nostra coscienza sono intimamente legate all’evoluzione del cosmo che, sostenuto nell’esistenza assieme al tempo e allo spazio, si è sviluppato lungo un periodo di circa quattordici miliardi di anni in forme e strutture sempre più complesse, seguendo inconsapevole le leggi che lo governano, secondo “caso e necessità”, come affermava Jacques Monod (citato da Veronesi).
Quando la complessità – almeno su questo pianeta – ha raggiunto la capacità di autocoscienza, essa si è subito posta domande di senso: da dove vengo? Chi mi ha generato? Qual è il mio destino? Ma è solo negli ultimi tempi che l’uomo, grazie ai progressi di conoscenza, è riuscito a comprendere la globalità e unitarietà dell’evoluzione intravedendone i meccanismi e, di fatto, a interrompere, limitatamente a ciò che avviene sulla Terra, il suo corso “naturale” e inconsapevole. Le mutazioni genetiche e l’ambiente, che durante miliardi di anni hanno plasmato la storia dell’evoluzione, sono oggi nelle nostre mani, possiamo indirizzarle a nostro piacimento. Tra non molto saremo in grado di generare parti del nostro corpo e sostituirle a quelle malfunzionanti, forse potremo aumentare la nostra capacità cerebrale o di memoria ... Chi può dire quali di queste opzioni siano veramente benefiche, a lungo termine, per l’umanità?
È un problema di difficilissima soluzione, sia per il credente sia per il laico, e già oggi si nota la confusione: si scende in piazza contro gli Ogm e la sperimentazione sulle cavie (Veronesi è favorevole ai primi e vuol limitare ma non escludere del tutto la ricerca sugli animali) e al tempo stesso si difende come diritto inalienabile la possibilità di sperimentare sugli embrioni umani ed eliminarli se le “condizioni” non sono accettabili dallo sperimentatore, genitori inclusi.
La limpida indicazione del messaggio etico cristiano, coniugato con le conoscenze scientifiche acquisite, ci rende consapevoli oggi più che mai di cosa significhi l’invito genesiaco «andate e dominate la Terra»: significa diventare co-creatori del mondo, modificare, se possibile e senza timore, l’evoluzione, adottando però lo stesso criterio del Creatore, amando cioè tutto il creato e aspirando a esclamare con Lui alla fine di ogni giornata: «E vedemmo che era cosa buona». Naturalmente avere un principio guida, per quanto chiaro e forte esso sia, non vuol dire avere in tasca la soluzione per ogni problema e il cristiano deve sapersi confrontare con coraggio e umiltà con le diverse posizioni per discernere la via da seguire.
Questo è il dialogo serrato che dovrebbe instaurarsi tra teologia e scienza, la teologia stimolando la scienza a valutare le conseguenze globali a lungo termine del suo operare, senza fermarsi a risultati parziali, e la scienza provocando la teologia a dare senso al progredire inarrestabile della conoscenza. Arroccarsi su posizioni esclusive, invocando un neo-illuminismo “laico” che non ammette “interferenze”, non solo è anacronistico, ma non sembra neppure di grande utilità per l’uomo.
«Avvenire» del 27 agosto 2013

08 dicembre 2012

Quali valori sono «non negoziabili»

di Francesco D'Agostino
​La categoria della "non negoziabilità" è emersa per la prima volta nel Magistero della Chiesa nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata il 24 novembre del 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede. La Nota era firmata dal cardinale Joseph Ratzinger, nella qualità di Prefetto della Congregazione e venne approvata da Papa Giovanni Paolo II. Nel paragrafo 3 della Nota si ribadisce che «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno». Se però, aggiunge la Nota, il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali», egli è ugualmente chiamato «a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili». Nel prosieguo della Nota, e in particolare nel paragrafo 4, si procede a una esemplificazione di questi principi, dopo aver ribadito che «la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona». Le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, nelle quali è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona, sono quelle che emergono nelle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, quelle che concernono la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, protetta nella sua unità e stabilità e alla quale non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza; quelle che garantiscono la libertà di educazione ai genitori per i propri figli. L’esemplificazione ovviamente non è esaustiva. La Nota infatti continua richiamando la tutela sociale dei minori e la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (come la droga e lo sfruttamento della prostituzione), includendo in questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà. E infine si richiama come essenziale in questa esemplificazione il grande tema della pace. Non deve destare meraviglia il fatto che l’espressione principi non negoziabili, elaborata da Joseph Ratzinger Cardinale, sia stata da allora ripresa molte volte da Joseph Ratzinger come Papa Benedetto XVI e, naturalmente, in altri documenti del Magistero, fino al punto che tale espressione è ormai divenuta frequente ogni qual volta si discuta sulle posizioni in merito alle quali la Chiesa e i cattolici non possono e non devono transigere. È chiaro, in base ai testi che abbiamo citato, che l’ammonimento del Papa a difendere fino i fondo questi principi è rivolto in primo luogo ai cattolici che partecipano alla vita politica. Ma è lecito interrogarsi se i giuristi non debbano sentirsi anche loro destinatari di un invito così autorevole. La risposta, ovviamente, è positiva. I giuristi non solo possono, ma devono assumere i principi indicati da Benedetto XVI (la promozione del bene comune, l’impegno per la pace, la difesa della vita e della famiglia, il pieno riconoscimento della libertà di educazione) come giuridicamente non negoziabili e assimilarli a quei principi che, nel loro lessico tradizionale, costituiscono l’ossatura del diritto naturale. Ai giuristi è infatti sufficiente rilevare che, se non si assumono questi principi come non negoziabili, la costruzione di un qualsivoglia sistema giuridico diviene impossibile. Facciamo alcuni esempi. Un potere rescisso dal bene comune può pure imporsi sulla faccia della terra (e storicamente si è imposto innumerevoli volte), ma non come ordinante e pacificante (secondo quella che è la vocazione del diritto), bensì nella sua dimensione di forza bruta e cieca. Se la vita non è tutelata giuridicamente dal suo inizio fino alla sua fine naturale, l’esistenza dell’individuo cade inevitabilmente nelle mani di poteri biopolitici, governati dalla logica glaciale della funzionalità riproduttiva. Se la famiglia non viene riconosciuta come l’ordine antropologico primario, antecedente a qualsivoglia ordine politico, perché, a differenza di questo, è dotato di una naturalità non convenzionale, l’identità personale di ogni essere umano diviene evanescente e cade nella disponibilità delle forze occasionalmente prevalenti. Se si nega ai genitori la libertà di educare ai propri valori i figli per affidarla unicamente allo Stato, la formazione delle nuove generazioni verrà inevitabilmente modellata sui paradigmi impersonali della politica e non su quelli personali dell’unico luogo, cioè il contesto familiare, nel quale l’individuo può farsi riconoscere e riconoscere l’altro in una logica di comunicazione totale. Negoziare su tali principi implica mettere in discussione non opzioni individuali per il bene (cosa che è sempre, in linea di principio, lecita), ma l’esistenza stessa di un bene umano universale, al quale tutte le persone hanno il diritto di attingere. Se è diverso l’orientamento al bene umano proprio dei politici, rispetto a quello proprio dei giuristi, non può essere diverso l’impegno di testimonianza che nei confronti del bene devono assumere gli uni e gli altri. La coerenza eucaristica, che il Papa cita come ammonimento ai credenti, va tradotta e professata dai giuristi cattolici come una vera e propria coerenza antropologica o, se si vuole, di servizio limpido e infaticabile al bene dell’uomo.
«Avvenire» del 7 dicembre 2012

11 novembre 2011

La morale? Non è figlia dei neuroni

di Roberto I. Zanini
​Klaus Demmer non ha dubbi: «Per affrontare le sfide del nostro tempo servono sacerdoti pii e colti... E un laicato cattolico preparato». Proprio oggi Demmer, docente emerito di Teologia morale alla Gregoriana, tiene una lectio magistralis nella medesima università pontificia, sul tema: "Le teologia morale contemporanea, sfide e prospettive". Una sorta di omaggio per i suoi 80 anni, che si affianca alla pubblicazione di un volume della San Paolo (Pensare l’agire morale), a cura di Aristide Fumagalli e Vincenzo Viva, con i contributi di un gruppo di teologi morali italiani suoi ex allievi. Magro, dall’aspetto simpatico e ascetico al contempo, Demmer, che è sacerdote Missionario del Sacro Cuore, insiste sulla necessità di dar vita nella Chiesa a una «nuova consapevolezza dell’essere cristiani».

Professor Demmer, nell’immagine del Sacro Cuore, Gesù indica se stesso come fulcro della vita del cristiano. Oggi lo si considera un linguaggio superato dai tempi.
«Si tratta di una devozione sviluppatasi fra ’700 e ’800, ma se compresa, ancora oggi apre un accesso molto umano al mistero inscrutabile di Dio. Tendiamo a dimenticarci che il centro gravitazionale del cristianesimo è l’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine del Sacro Cuore si rende visibile il mistero del Dio onnipotente che ama l’uomo in maniera incondizionata. Come dice Eberhard Jungel, in questo miracolo è l’eccellenza del cristianesimo».

Come può comprendere queste cose l’uomo di oggi, sempre più lontano dalla spiritualità?
«Il problema non riguarda solo questa devozione, ma è tutto l’accesso al mistero cristiano che risulta ostacolato e difficile. Oggi è come se l’uomo fosse monodimensionale, succube della dittatura di un’unica forma di pensiero, legata a ciò che è concreto, scientificamente dimostrabile. Ciò che riguarda lo spirito viene denigrato, escluso».

Conta solo ciò che si spiega attraverso la scienza...
«E così tutti i fenomeni che hanno una parvenza di spiritualità vengono tacitamente "naturalizzati", resi dimostrabili. Ecco allora che le neuroscienze riducono l’essere umano ai suoi soli processi cerebrali. L’uomo e quindi la sua morale, è il semplice prodotto del suo cervello, dei suoi geni. E anche per la libertà non c’è più spazio».

Per la libertà?
«Sì! Perché se tu sei in quanto funzione dei tuoi geni e dei tuoi collegamenti neuronali, sei automaticamente chiuso nella gabbia di una sorta di predestinazione secolarizzata. La tua vita, le tue scelte, anche quelle morali e della fede, tutto di te si può spiegare in termini biologici, tutto è già scritto nel tuo Dna. E quel che è più grave è che insieme alla libertà soggettiva svanisce anche il concetto di colpa, di responsabilità».

Quale impegno ci aspetta per uscire da questo collo di bottiglia?
«Prima di tutto penso sia fondamentale una filosofia sensibile alle sfide del nostro tempo e finalmente capace di dialogare con la teologia. La collaborazione fra teologia e filosofia è fondamentale per riesaminare tutte le categorie essenziali, a cominciare dai concetti di finalità, ordine, sostanza... Del resto è insito nella storia del cristianesimo: il teologo ha bisogno del filosofo. Oggi serve una teologia arricchita da concreti elementi filosofici».

Questo come si traduce in termini pastorali?
«Prima di tutto è necessario un clero capace di combinare una profonda devozione con un alto livello di cultura. E questo deve trasparire. Il fedele deve percepire che il sacerdote è uomo di cultura capace di competere con gli intellettuali. Ciò che assolutamente non serve è un clero semplicista, bigotto».

E i laici?
«La Chiesa deve prendersi cura di una forte educazione teologica del laicato. I laici sono impreparati alle sfide del nostro tempo, confusi dalla massiccia quantità di messaggi in contrasto con le ragioni della fede. Per la Chiesa è una sfida essenziale».

C’è bisogno di far conoscere nuovamente chi è il vero Dio?
«Molte volte la gente ha un’idea infantile di Dio. Coloro che combattono la fede hanno spesso una concezione bigotta e falsa di Dio. Per questo c’è urgenza di preti e laici preparati».

Ma la fede non passa solo attraverso la cultura.
«La cultura è una via, un accesso. La fede passa attraverso la testimonianza di vita di uomini convinti».

Quindi la cultura senza testimonianza...
«Non vale nulla. Ma la testimonianza si deve adeguare ai tempi che corrono. Per questo dico che il prete moderno deve essere pio e colto».

In una società che non sa più interpretare il male deve essere anche capace di insegnare il discernimento?
«È essenziale. Per troppo tempo si è insegnato a valutare la colpa e il peccato come qualcosa che si misura a peso, quando invece la malizia del cuore non si può misurare. I confessori devono tornare a prendere sul serio questa malizia, che è diabolica e se non lo si comprende non si riesce a spiegare come riesca a generare assenza di spirito di riconciliazione e di perdono. Come produca una generalizzata durezza di animo, che è l’esatto contrario del Cristo che ama offrendo il suo cuore».

Senza perdono non si costruisce la società?
«Nemmeno la famiglia. Molti matrimoni falliscono per questo motivo. Ci sono aspettative deluse, non si perdona e ci si separa, secondo il significato della parola "Diavolo": ciò che divide. Tanti matrimoni si potrebbero salvare se ci fossero coppie esperte capaci di accompagnare le coppie in crisi; se ci fosse una preparazione al matrimonio capace di calarsi nelle sfide della modernità. La Chiesa deve imparare a preparare e accompagnare. Vale per la famiglia come per la formazione dei nuovi sacerdoti. Vivere il celibato in solitudine risulta difficile. E la mia esperienza in Germania con i preti protestanti sposati (anche fra omosessuali) e divorziati mi rende certo di una cosa: non è l’abolizione del celibato che risolve il problema».
«Avvenire» del 9 novembre 2011

31 luglio 2011

La pozzanghera del malaffare

I partiti, la corruzione, il paese
di Ernesto Galli della Loggia
Perché insistere a chiedere all'onorevole Bersani risposte sincere ed esaurienti sui gravissimi sospetti di corruzione che da settimane colpiscono il Pd? Perché correre il rischio di sembrare di avercela per partito preso con la sinistra, quasi che così si volesse fare un favore alla destra? Perché attirarsi l'accusa di essere al servizio niente di meno che di una «macchina del fango» rivolta contro l'opposizione?
Una prima risposta a chi si facesse queste domande (e temo che l'onorevole Bersani sia tra questi) la fornisce il Fatto di ieri: un giornale con il quale spesso si è costretti a non essere d'accordo ma al quale va riconosciuta una notevole indipendenza politica. Ebbene, sul Fatto di ieri Ferruccio Sansa - un giornalista che è a sinistra e ha lavorato al Messaggero , a Repubblica , al Secolo XIX - racconta con abbondanza di particolari come per esperienza personale «chi tocca il centrosinistra muore»: e cioè che «i fastidi che (gli) hanno procurato le inchieste sul centrosinistra non hanno eguali» rispetto a quelle sul centrodestra, dove per «fastidi» si devono intendere «le calunnie, gli insulti, le telefonate a direttori ed editori» che le suddette inchieste gli hanno attirato in un ambiente come quello di Genova, pesantemente e capillarmente dominato dalla macchina politico-burocratica del Pd.
Ecco, fuori dai diffusi opportunismi e dai riguardi malriposti questa è l'Italia vera, quella descritta da Sansa: come sa bene chiunque conosca il Paese, le sue città, i suoi ambienti e le pratiche abituali con cui viene governato. Non foss'altro che per questo, un minimo di decenza vuole che i giornali (proprio come ha fatto il Corriere con il ministro Tremonti per la penna di Sergio Romano) non facciano sconti a nessuno; né alla destra né alla sinistra, e che gli stessi giornali si muovano con la medesima incisività: spregiudicata e forse un po' sbrigativa, se si vuole, ma questo è un altro discorso; che se lo si fa, però, allora lo si deve fare innanzi tutto quando riguarda l'avversario, non già se stessi.
Ma c'è una ragione ancora più importante, d'importanza decisiva, per cui la grande stampa d'informazione non può fare alla sinistra gli sconti che abitualmente e da anni non fa alla destra, pur avendo naturalmente l'obbligo di sottolineare tutte le diversità, se eventualmente emergono, tra i due tipi di corruzione.
La ragione è presto detta. Tutto lascia credere che l'inquinamento della nostra vita pubblica abbia ormai raggiunto livelli spaventosi, quasi vicini al punto di non ritorno. L'esperienza dice altresì che anche a sinistra, cadute le antiche barriere protettive, il fenomeno non ha virtualmente più argini significativi. Di fatto, da anni, le inchieste giudiziarie sui legami tra politica e affari sono divenute l'elemento assolutamente centrale della lotta politica italiana, mentre strumento principe di tale lotta sono sempre più i dossier che ognuno cerca di fabbricare illegalmente sul conto di tutti gli altri. Principalmente per questo è cresciuto di pari passo il ruolo virtualmente politico della magistratura, in modi e misura con ogni evidenza abnormi, e magari, lo si può ammettere, contro la volontà degli stessi magistrati anche se certo non di tutti.
Ruolo di fatto politico, che è divenuto anch'esso elemento assolutamente centrale, e patologico, della lotta tra i partiti: oggetto di polemiche continue, di dispute e ritorsioni ossessive che hanno finito per assorbire quasi ogni altra questione sul tappeto. Corruzione politica da un lato, e prassi e regole dell'azione giudiziaria dall'altro: ecco due giganteschi nodi di problemi che se non vengono sciolti sono destinati a strangolare la democrazia italiana. Ma l'esperienza ormai di decenni mostra che da sole né la destra né la sinistra riescono a farlo. Vittime l'una e l'altra dei rispettivi pregiudizi, delle rispettive convenienze, dei rispettivi legami più o meno espliciti: la destra convinta di poter riuscire prima o poi a mettere il morso alla magistratura, la sinistra convinta che alla fine le inchieste giudiziarie l'avvantaggeranno in modo risolutivo.
S'illudono entrambe. Ma mentre nutrono le loro illusioni il Paese è paralizzato, e, se si muove, è per correre alla rovina. La sola possibile soluzione per sciogliere i due nodi di cui sopra è nella fine delle illusioni sia della destra che della sinistra, e nell'affermarsi dell'idea che è necessario uno sforzo comune per trovare un'intesa all'insegna delle reciproche concessioni: un'intesa, come ripete da tempo il presidente Napolitano, che su tali questioni è un obbligo di carità di patria, di solidarietà nazionale, oltre che una necessità per la salvezza della Repubblica. Su questi temi la grande stampa d'informazione non può né deve avere indulgenza per nessuno, oltre che per le ragioni dette sopra, anche per ciò: perché tanto la destra che la sinistra devono convincersi che i due problemi fin qui considerati riguardano entrambe, che anche in questo caso non ha senso chiedersi per chi suona la campana perché la campana suona per tutti. Se la sinistra si ostina a negarlo non fa che allontanare il bene del Paese per ritrovarsi alla fine in un vicolo cieco.
«Il Corriere della Sera» del 31 luglio 2011

A proposito di questione morale

Quell’arma impropria
di Alessandro Giuli
Riproponiamo un articolo di Alessandro Giuli pubblicato sul Foglio del 10 agosto 2005 su un tema tornato di grande attualità in questi giorni

La questione morale è una cosa serissima e a volte pericolosa da maneggiare. I francesi lo sanno bene, avendo loro una tradizione nobile e rispettata di pensatori moralisti (“les moralistes”); e perché hanno conosciuto per primi nell’età moderna la forza rivoluzionaria della morale che tracima nel moralismo della volontà generale (“très moralisante” e giacobina). Hanno avuto il Terrore con i suoi Robespierre e Marat e Saint Just che scriveva furibondo “provate la vostra virtù o entrate nelle prigioni”; Saint Just che intimava: “I prìncipi devono essere moderati, le leggi implacabili”, i princìpi senza appello”. “E’ lo stile ghigliottina”, commenterà Albert Camus nel suo “Uomo in rivolta”. E c’è sempre qualcosa di puro, aspro e ghigliottinante dietro la parola “morale” quando la s’intreccia alla parola “giustizia” per contrapporla al presunto nulla-morale di un nemico del momento. Quando insomma, come dice Geminello Alvi interpretando la frase evangelica “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” (Matteo 5,6), si dimentica che la giustizia è tale se “evolve a un risanare nell’armonia. E cambia nome, diviene quel più di bontà e prudenza che è la misericordia”. Perché “chi giudica è sempre e solo il demonio” (“L’anima e l’economia”, Mondadori 2005).
In Italia la questione morale è storicamente come uno sciame di cattivi pensieri in una mente troppo piccola per trattenerli tutti e metterli in ordine. Ma è pure un palpabilissimo romanzo d’appendice in cui giocano a rincorrersi scandali innegabili, tecnocrazie giudiziarie, sovietismi inconsci, e non da ultimo certi familismi finanziari che si proteggono con piglio calvinista dall’aggressione di altre famiglie ricche più basse (che poi magari vincono e diventano calviniste e chiuse). Il meccanismo si affaccia a cadenza ciclica, crea scompiglio e svapora. Di volta in volta la questione morale viene evocata come un’urgenza imperativa e negletta. In tempi non lontani, è stato così all’alba degli anni Ottanta quando Enrico Berlinguer evocò, appunto, la questione morale in un’intervista a Eugenio Scalfari. Era il 28 luglio 1981 e il segretario del Partito comunista italiano disse al fondatore (e allora direttore) di Repubblica: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti”.
E poi: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni a partire dal governo, il risultato è drammatico”. “Essi hanno degenerato recando così danni gravissimi”. Di qui l’orgoglio della diversità comunista (“Il Pci non li ha seguiti in questa degenerazione, ecco la prima ragione della nostra diversità”), e la nuova bandiera da issare: “La questione morale è il centro del problema italiano”. E siccome si era allora in piena turbolenza da infiltrazioni massoniche piduiste, Berlinguer aggiunse: “Oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare o spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela”. Lo sciame sarebbe tornato dopo il crollo del muro di Berlino, nei primi anni Novanta, con Mani pulite. Con la frana della così detta Prima repubblica, indebolita dalla corruzione e sgretolata dalle procure. Fu la stagione del dipietrismo tonante, quando perfino Achille Occhetto si convinceva che “per fortuna siamo alla fine del regime”.
Mentre l’anima giustizialista del Pci-Pds gonfiava il petto e, come ha scritto il senatore Giovanni Pellegrino nel suo “La guerra civile” (Bur-Rizzoli 2005), accadeva che le inchieste di mafia e corruzione aperte dalla magistratura venissero “doppiate” dalla nomenklatura post-comunista (“i pentiti prima venivano sentiti da Caselli, poi da Violante”, all’epoca presidente della commissione Antimafia). Adesso, nuovamente, l’eterno ritorno del sospetto si spande sulla quotidianità italiana. Sul groviglio politico-finanziario che avvolge, come fosse nato dalle radici di un unico rampicante, la scalata in Rcs e le offerte d’acquisto per la banca Antonveneta e la Bnl (con o senza l’aiuto del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio); le nomine dei vertici Rai e la sopraggiunta e presto decaduta collaborazione finanziaria tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi (isolato a sinistra, soltanto il senatore ds Franco Debenedetti ha disapprovato pubblicamente il contegno del fratello Carlo). Un patto inedito, conveniente e chiacchieratissimo. Un patto unilateralmente sciolto da CdB per ragioni, appunto, di opportunità morale e dopo ch’era insorta, sconfessandolo con dimissioni e brontolii, la crema militante (o anche solo simpatizzante) della sua associazione Libertà e Giustizia. Sylos Labini, Giovanni Sartori, Enzo Biagi.
Ma perfino il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha voluto sigillare la protesta con un fondo contro “il diavolo” Cav. Ricavandone nell’ordine: la palinodia di CdB; una risposta tra il vittimista e lo spazientito del Cav. e l’opportunità di replicargli, a brutto muso per una volta ancora. E’ stato invece, come tutti sanno, il prodiano Arturo Parisi a disseppellire la questione morale facendone il lamento dei giusti (per autoproclama) contro il risorgente malaffare che coinvolgerebbe anche i Ds, con quel loro presunto baratto per portare Claudio Petruccioli alla presidenza della Rai e con quel loro atteggiamento per lo meno tollerante verso Chicco Gnutti, Stefano Ricucci e altri “scalatori” (il prediletto è Giovanni Consorte di Unipol). Si sa come l’hanno presa i Ds, e fra loro sopra tutto quelli che non hanno mai aderito al “partito delle procure”. Tipo Emanuele Macaluso, figura storica del socialismo riformista. Macaluso ha scritto che Parisi avrebbe “vomitato” quanto Prodi teneva in pancia. Chissà se è vero. In ogni caso l’accusa dei prodiani ha trovato il suo vento e si è levata. Sostenuta dagli editoriali della domenica di Eugenio Scalfari su Repubblica (“La morale perduta”; svolgimento: “Quest’intenso discutere di morale mi allarma. Sono infatti convinto che quando la morale diventa argomento di vivace discussione, essa stia scomparendo dai comportamenti degli individui e dei gruppi sociali”. Segue predica morale con citazione berlingueriana, tocco antiberlusconiano, polemica su Bankitalia e sulla timidezza dell’opposizione. Coda d’insoddisfazione per il contegno dalemiano) e di Barbara Spinelli su La Stampa. Spinelli se possibile è quasi definitiva e le rincresce molto “la grande illusione che Mani pulite fosse servita a qualcosa” perché “il malaffare permane” e “ha ragione Arturo Parisi quando parla di questione morale”. Così, mentre l’Unità si fida poco finanche del passo indietro di De Benedetti, faccende di dimensione e consistenza vaga, imprecisa, vengono trattate con tetraggine d’altri tempi.
Emanuele Macaluso si è arrabbiato, dicevamo. Secondo lui “non è così semplice la cosa e la questione morale va inquadrata nella storia politica d’Italia”. Perché “c’è sempre stata la questione morale, in uno Stato come il nostro sostanzialmente immorale, mai di diritto perché ha convissuto con mafia e scandali. A cominciare dalla fine dell’Ottocento con quello della Banca Romana”. Di fondo “c’è una storia tipica fatta di moralismi e trasgressioni le più incredibili. In cui lo Stato italiano ha sempre oscillato tra le leggi eccezionali e le tolleranze. Ed emergenza e tolleranza non fanno uno Stato di diritto. Proprio il contrario. Eppoi basta pensare alle inchieste parlamentari sulla mafia condotte mentre lo Stato trattava con la mafia. Idem con il terrorismo: abbiamo questa doppiezza su cui bisogna riflettere preliminarmente”. Detto questo, è vero che dalla fine dei Settanta qualcosa cambia nel Pci che si propone come forza di rottura non solo ideologica ma adesso prevalentemente morale. L’intervista di Berlinguer – è sempre Macaluso – coincide con l’emergenza P2. L’impasto di una loggia massonica dove figuravano iscritti di tutti i tipi. Dai capi dei carabinieri a finanzieri, politici, poliziotti, servizi eccetera. Una specie di raduno di uomini che rappresentavano lo Stato ma in un recinto parallelo. Berlinguer aveva la preoccupazione fondamentale di una crisi dei partiti, del sistema politico. Partiti che decidevano su tutto. La sua idea era di fare un passo indietro. Eravamo dentro una crisi del sistema cominciata con la morte di Aldo Moro. Non c’era ricambio politico. Ma ci siamo ancora dentro, in questa crisi endemica”. Forse perché “Berlinguer commise l’errore di non capire che il problema non era solo di far fare un passo indietro ai partiti, ma di rendere agibile il sistema con le alternative di governo, cioè con un Pci che non si limitasse allo strappo con i partiti comunisti dell’Est. Berlinguer ebbe la remora di non dire chiaramente che il partito poteva essere forza di governo, con una piena adesione alla socialdemocrazia europea.
Ebbe l’idea di poter superare la crisi di sistema sollevando la questione morale e cercando l’acquisizione, nella coscienza storica, della diversità comunista”. Ma se ci fu inadeguatezza allora, esiste oggi ed è esistita fino a ieri l’altro una coazione a ripetere secondo la quale Mani pulite è stata la prosecuzione (incompiuta) con mezzi giudiziari della battaglia morale che ancora agita i girotondi e i Sylos Labini. “Mani pulite è dentro quella logica. Arriva quando il sistema è già in coma e nel pieno della crisi totale dei partiti. Non è vero che la crisi arriva da Mani Pulite, già nel 1992 il fenomeno era visibile nella Lega che portava a Roma 80 parlamentari. Tangentopoli arriva veramente nel 1993, ed è l’epilogo di quella crisi. Una rinuncia della politica che fu evidente in occasione del famoso discorso di Bettino Craxi, quando il leader socialista pose alla Camera la questione su quanti sapevano del sistema di finanziamenti illeciti. Craxi disse quello che disse e nessuno si alzò, allora fu chiaro cos’era la rinuncia della politica. Qualcuno ha pensato che il braccio della magistratura potesse aiutare la riconversione del sistema politico. Io non ho mai creduto all’asse Pds-Ds-Magistratura. C’è stato qualcosa, vabbè, con Violante. Ma era il convincimento che, siccome la magistratura in assenza della politica aveva preso il suo ruolo, tutto sommato quel ruolo avrebbe favorito il ricambio. Neanche per sogno, invece”.
Oggi è diverso ma in fondo, dice Macaluso, “siamo ancora lì. Non c’è stata la ricostruzione di un sistema di partiti, che si sono frantumati come si è frantumato il progetto berlusconiano del 1994. Come la società civile che doveva surrogare quella politica in crisi. Tutte balle. Oggi ancora una volta si è rinunciato a una battaglia per ricostruire le grandi forze politiche e collegarle al mondo. La questione di cui più si parla, il comportamento di Bankitalia, suggerisce che è inutile pigliarsela con i giudici quando è la politica a mancare. In America quando hanno dovuto colpire certi fenomeni hanno colpito approntando una legge adeguata. Una risposta della politica. Da noi la politica non è stata in grado di concludere nulla dopo lo scandalo Parmalat”. Pure il sottofondo moralistico è rimasto uguale? Il caso di De Benedetti fa scuotere la testa a Macaluso. “La sinistra pensa che De Benedetti possa essere il proprio oracolo. Invece lui, nella pratica di intrecciare affari e politica, è come Berlusconi. Lo ha sempre fatto, ha sempre avuto le mani in pasta nella costruzione di governi attraverso associazioni e giornali. Sempre con l’obiettivo di influenzare la politica, sempre tenendo fermi i suoi affari. Questa la logica. Oggi la cosa è venuta un po’ più allo scoperto per il legame tra i due. Ecco cosa rimprovero alla sinistra: di avere pensato che l’Ingegnere potesse essere un patriarca della sinistra”. Quanto alle insinuazioni sui Ds, “non sono iniziative d’occasione. Coloro che attaccano sono gli epigoni di una storia. Usano metodi che in passato furono usati da esponenti del Pci contro i loro stessi compagni. Cosa è l’intervista al Corriere di Parisi? Il tentativo di solleticare il girotondismo, da una parte, e dall’altra certe forze della borghesia per dire loro: badate non vi fidate di questi ex comunisti. Il discorso è indirizzato alle fasce plebee (anche se in mezzo c’è qualche professore universitario), perché di plebeismo si tratta nel caso dei girotondi. Ma anche però alla Confindustria e ad altri poteri per dire: state attenti che questi qui, i Ds, poi si mettono d’accordo con gli uomini che sono arrivati all’ultimo momento. I Ricucci i Fiorani i Consorte. E siccome Parisi sapeva certamente che i vari Della Valle avevano fatto le loro polemiche contro i lanzichenecchi, ha pensato bene di dire: noi siamo un’altra cosa. Il professore vi può garantire anche questo.
E’ stato tutto un gioco per fottere i Ds. I quali Ds sono un po’ coglioni, non si accorgono delle cose, anche se ora reagiscono”.
Altro ex Pci disincantato, Duccio Trombadori, altro uomo di sinistra estraneo alle prefetture di polizia morale. Esplicito. Secondo Trombadori “Berlinguer tentò di far uscire il Pci dalla osservanza ad Est e dalle sue proprie contraddizioni, invece che per la strada maestra della socialdemocrazia, accentuando una linea tradizionale di stampo radical-azionista: dunque virtuista, ideologicamente antifascista e tendenzialmente forcaiola. Il rinnovamento socialista-democratico dell’Italia, e la vocazione nazionale popolare del Pci, veniva subordinata al pregiudizio della bonifica dei partiti come se questi ultimi fossero i veri e i soli responsabili della nota corruttela istituzionale. Il singolare connubio di azionismo laicista e massonico e radicalismo comunisteggiante segnò anche la politica “europea” di Berlinguer per svincolare il suo partito dal confronto con la alternativa socialista e liberale che in Italia gli indicava Craxi”. Questo “grande peccato d’origine” ha fatto da battistrada ai successivi sviluppi storico-politici “di cui il Pci è stato oggetto e soggetto per varie circostanze fino ad oggi facendo dell’Italia quel ‘paese anormale’ che è, con buona pace di Massimo D’Alema che, sia pure con qualche variante, è stato seguace diretto della linea berlingueriana. O almeno lo fu senza mai rompere”. Anche per Trombadori “nei primi anni Ottanta, le accuse di Berlinguer avevano una consistenza. Ma tutto fu estremizzato al punto tale da far precipitare gli equilibri politici fino allo sfascio della Prima repubblica”.
Quel messaggio antipolitico “non poteva poi non piacere a certi esponenti del managerialismo di Stato, vissuti all’ombra ma non del tutto compromessi con le logiche di partito. Come per esempio quei tecnocrati democristiani per lo più ‘di sinistra’ che ritrovavano nella linea berlingueriana una specie di verginità per un capitalismo di Stato che intendeva mantenere il suo potere attraverso l’appoggio del partito comunista”. Antonio Socci, giornalista Rai, editorialista del Giornale, ha toccato questo capitolo in un’inchiesta scritta nel 1987, insieme con Roberto Fontolan, per il settimanale “Il Sabato”. Titolo, “Tredici anni della nostra storia”. Un lavoro che ha procurato a Socci notorietà e un sacco di antipatie. Nella puntata numero 14 Socci incrocia la questione morale. Ci arriva un poco di striscio ma ci arriva, e lo fa partendo dai “grandi potentati contro le formazioni politiche”. Siamo alla metà dei Settanta e nel mondo della finanza azionista (“tecnocrazia e grande industria”, all’epoca nome e cognome della Fiat) prende forma il progetto di laico-illuminista (così nella definizione di Giorgio Galli che Socci riporta) di “colonizzare il Pci portandolo su posizioni liberal (per questo nasce nel ’76 la Repubblica di Scalfari e Caracciolo, cognato di Agnelli). E comprarsi la Dc (come fosse in svendita) per farne un partito repubblicano di massa: i due poli. Così matura la candidatura di Umberto Agnelli nella Dc. I risultati del 20 giugno 1976 portano il Pci al 33,8 per cento (la Dc è al 38,9). Ci sono dunque le condizioni per realizzare quel patto fra produttori che assesterebbe un brutto colpo al sistema dei partiti. E la sua forma non può essere che quella di un accordo tra una Dc ‘agnelliana’ e un Pci scalfarizzato. I giochi sembrano ormai fatti. A far saltare il piano saranno Moro e Andreotti”.
Da qui muove una ricognizione su “Andreotti il guastafeste” scelto da Aldo Moro per reggere il governo che, con l’astensione del Pci, procederà al risanamento di conti pubblici voraginosi e all’abbattimento di una spaventosa inflazione. Eppure, scrive Socci che fino al 1980 le varie “aree tecnocratiche” si trovano “coalizzate” contro la segreteria Dc. Nel 1980, dopo la sconfitta di Andreotti, l’Italia è in mano ai potentati economici e finanziari (i partiti sono impotenti e sconfitti): si prepara il grande scontro interno al Palazzo”. Molto in breve: l’inchiesta ripercorre l’incredibile vicenda di Moro (anno 1978), rapito nel giorno in cui il governo Andreotti (il Pci nella maggioranza) doveva presentarsi alle Camere. Poi, tra un’allusione e l’altra, tra una deduzione e la successiva sul ruolo della P2 contro la Dc di Moro e Zaccagnini: “Fatto sta che, scomparso Moro, l’istigazione di Scalfari verso il Pci ebbe finalmente successo. ‘Dal ’79 in poi’ racconta Scalfari ‘la questione morale’ ha preso il posto del compromesso storico nell’agenda berlingueriana. Quella è stata secondo me la svolta di fondo, nella evoluzione del Pci… In questi dieci anni’, conclude, ‘il nostro gruppo di opinione e soprattutto le testate giornalistiche che lo rappresentano, la Repubblica, l’Espresso e Panorama, ha adempiuto egregiamente, per la sua parte, al ruolo di laicizzare la chiesa comunista’. E’ un brano rivelatore – ora è di nuovo Socci – il grande cavallo di battaglia è proprio lo spauracchio dello scandalismo: la questione morale viene da loro contrabbandata come la degenerazione del sistema dei partiti, che va dunque ‘riformata’. (Ma lungi da loro per esempio l’idea di ‘moralizzare la finanza o la Grande industria). Il tam tam si farà assordante verso il 1980 grazie anche ai giornali del gruppo Rizzoli (controllato da Licio Gelli): la via d’uscita che questi indicavano doveva essere una sorta di golpe istituzionale che portasse al governo dei tecnici […]”.
Cronologicamente:
1) Alla fine del 1979 il Pci abbandona Andreotti; nell’agosto dell’80 scoppia la bomba alla stazione ferroviaria di Bologna, culmine di una “spettacolare e sospetta escalation del terrorismo”;
2) Collassa la credibilità dei partiti, “causa di sfacelo e corruzione. Con il novembre 1980 la parola d’ordine assordante è: questione morale”.
3) Flaminio Piccoli diventa segretario della Dc, il suo vice e futuro successore è Ciriaco De Mita, “la prospettiva per quelle lobbies che vollero questa svolta nella Dc”. Sarà De Mita a nominare Romano Prodi al vertice dell’Iri.
4) Il Corriere della Sera fa da grancassa alla richiesta di un “governo dei tecnici” guidato da Bruno Visentini.
“Con i partiti ridotti a fantasmi di se stessi (o burattini di molti burattinai)” – concludono Socci e Fontolan – “tre grandi lobbies sono ormai padrone assolute della piazza”. Queste lobbies, ora convergenti ora no, nell’inchiesta risultano essere la P2 di Gelli “che controlla i giornali del gruppo Rizzoli”, il gruppo Agnelli (“giornali, Confindustria, Mediobanca eccetera) e il gruppo “De Benedetti, Caracciolo, Scalfari”. Oggi Antonio Socci conferma che in quegli anni “Berlinguer, invece di parlare di quello politico, all’improvviso prese a parlare un linguaggio moralistico-metafisico”.
E’ in quegli anni, negli anni Settanta, che “si affacciò l’idea tecnocratica di ascendenza azionista, secondo la definizione di Augusto Del Noce, che ha sempre contestato i grandi partiti popolari usciti vincitori o sconfitti dalle elezioni del 1948: Dc, Pci e Psi. Questa casta d’illuminati ha sempre creduto che per destino dovesse rappresentare il governo vero dell’Italia. Fino ad allora s’erano dovuti accontentare della Banca d’Italia, di ministeri economici e giornali. Poi, finalmente, si sono sentiti pronti a prendere le redini dell’Italia”. La realtà che ha oggi davanti a sé Antonio Socci è completamente diversa. Persino da Tangentopoli. “Oggi gli schieramenti non sono così netti”. Secondo lui “l’unica risonanza di tipo moralistico è in effetti percepibile intorno alla vicenda De Benedetti-Berlusconi. Lì sì, è come ci fosse un problema di sangue. Ciò che in una splendida inchiesta di Luca Ricolfi, ricercatore all’Università di Torino, viene chiamato ‘razzismo etico’: una posizione ideologica tipica del centrosinistra, che consiste nel ritenere moralmente inferiore gli avversari”. Quanto al resto, “mancano gli ingredienti, gli elementi materiali per costruire il teatrino. Le plebi non si lasciano infiammare dai nomi di Ricucci e degli altri. Non è neppure chiaro chi siano. In più non c’è l’alto grado di impatto emotivo rappresentato dai risparmiatori penalizzati da Parmalat”. Il presupposto, dice Socci è che “il meccanismo giustizialista, dal punto di vista filosofico, ha un’essenza giacobina, manichea e gnostica. Ha bisogno di una chiara, nettissima delimitazione delle parti in causa. Bianco e nero.
La regola fondamentale del gioco è questa: deve essere abbastanza chiaro per il pubblico quali sono i due fronti. Da una parte deve esserci il male assoluto (a suo tempo Craxi), dall’altra il bene assoluto (a suo tempo Di Pietro). Oggi non li vedo questi giocatori. La cosa funziona ancora per Berlusconi, il brutto sporco e cattivo. Ma adesso non si capisce granché da che parte stia Berlusconi. Certo, se riusciranno a tirarcelo, allora sì, allora il giochetto potrebbe funzionare”. Fermo restando però che “neanche i bambini crederebbero a Prodi nel ruolo di bene assoluto mentre solleva una ‘questione morale’. Al massimo può avvalersi di un piccolo spunto propagandistico per una campagna elettorale che parte alla lontana. Una furbatella. Ma onestamente, Prodi nelle vesti del giacobino giustizialista non è credibile, è dal 1978 che fa il ministro. Non è che sia precisamente una vestale”. C’è infine un elemento che Socci vuole illuminare: “Rispetto a quanto scrivevo dieci anni fa, contro il moralismo usato come arma ideologica, riconosco che c’è comunque un problema oggettivo di moralità. L’alternativa non può essere tra il giustizialismo e la totale mancanza di regole e d’un minimo di correttezza. Nel caso attuale non riuscirei a scrivere dove come e perché le regole non hanno funzionato”. Qualcuno si avvantaggerà della situazione? Lo farà in senso “antipolitico” come sembrò durante Tangentopoli? “Sia nella vicenda di Berlinguer sia in Tangentopoli il vero monstrum era l’Italia dei partiti. Quella vissuta in un sistema bloccato in cui non c’era ricambio né controllo. Fondamentalmente era un’Italia politica con grande cultura d’appartenenza, con realtà popolari. Oggi non è così. Anzi paradossalmente se dovessimo dire cosa c’è rimasto dell’Italia dei partiti, diremmo Ds e An. Tangentopoli ebbe successo anche perché cadde in concomitanza con una finanziaria da novantamila miliardi di vecchie lire, il prelievo forzoso dei conti correnti e così via. La gente si sentiva fisicamente, personalmente derubata. Ma ormai la questione morale è uno slogan, potrebbe anche essere impugnata dal centrodestra, come in effetti avvenne nel caso Telekom Serbia (al di là della mazzetta presa o meno, la questione investì la liceità di finanziare il dittatore Milosevic). Di più: da un punto di vista culturale sarebbe proprio la destra la legittima proprietaria della questione morale-politica. I “partiti forchettoni” era una formula adottata dal vecchio Msi. In fondo quale è stato l’effetto più grande, oltre alla distruzione della Dc, di Tangentopoli? La fine dell’arco costituzionale e la ‘legalizzazione’ del Msi”.
«Il Foglio» del 26 luglio 2011

La questione morale: come tutto ebbe inizio

I fascisti inconsapevoli
s. i. a.

In un libro "il monolitico conservatorismo dello stato" e l'inizio della marcia verso l’orgoglio antropologico
Pubblichiamo il capitolo conclusivo del libro Anni ’70. I peggiori della nostra vita (I Grilli Marsilio, pp. 204, €15.00) di Giuliano Cazzola, Simonetta Matone, Filippo Mazzotti, Domenico Sugamiele, con un’introduzione di Maurizio Sacconi.

Non esistono istituzioni che possano bastare a se stesse. Osservare il quarantennale paradosso italiano di un contesto istituzionale formalmente immobile come una stalagmite, e nel frattempo percorso da tensioni interne tali da averlo sfigurato, non deve far dimenticare come simili sviluppi ed esiti così infausti non sarebbero mai stati possibili se a mancare fosse stato il carburante indispensabile: il consenso. Non il consenso della maggioranza, che, per quel poco che conta, probabilmente non c’è mai stato. Il consenso della componente politicamente attiva, e perciò apparentemente maggioritaria, e dell’apparato culturale che ne è insieme il fomentatore e il ritratto.
Ancora una volta si finisce per dover cercare dalle stesse parti di sempre. Se si solleva il velo di un’opinione pubblica improvvisamente attratta da un moralismo che non l’aveva in precedenza mai sedotta, che scopre che ciò che le interessa nella conduzione dei pubblici uffici e delle cariche elettive non sono il riscatto degli oppressi, il progresso sociale e l’equità, ma la semplice, banale onestà, ci si imbatte di nuovo in loro: gli aedi mediatici della moralizzazione, e le loro truppe, la borghesia urbana impiegatizia che grida al ladro per dire quanto sia morale lei stessa, condividono lo stesso passato che affligge noi tutti. Sono le stesse persone che ce l’hanno inflitto. E’ la stessa generazione che ha mantenuto il suo tratto distintivo, l’unico probabilmente vero e costante nel mutare delle circostanze e delle rappresentazioni: la convinzione di essere “la meglio gioventù”. E si è limitata a cambiarne la declinazione, il richiamo per anatre di cui ha bisogno per riconoscersi: non più la solerzia per le cause operaie o terzomondiste, ma la dirittura morale, l’incorruttibilità, con un piglio che ai tempi belli quella stessa generazione avrebbe qualificato con una parola semplice semplice, pronunciata tante volte a sproposito ma in questo caso no: fascista.
E c’è poco da strabuzzare gli occhi, perché, del fascismo, il popolo di Mani pulite e i suoi tardi epigoni odierni condividono tutto: dall’estrazione piccoloborghese, con relative frustrazioni, all’odio verso regole e procedure istituzionali, alla fascinazione per quelli che vanno per le spicce. Non sarebbe del resto una novità. Quanti di quegli studenti, così simili ai nostri eroi, che assediarono Montecitorio nelle radiose giornate del maggio 1915 per invocare l’ingresso dell’Italia in guerra, si ritrovarono di lì a qualche anno di nuovo a Roma a fare un’altra, altrettanto grottesca, marcia?
Com’è potuto accadere che gente tanto profondamente ideologizzata, e tanto indifferente a una legalità tacciata infinite volte di essere borghese, e tanto indulgente verso fenomeni d’illegalità ben più violenti e gravi, abbia trovato il proprio ultimo segno di identità di gruppo in qualcosa di così lontano dai suoi presupposti ideologici?
Anche in questo caso ci sono una data, un luogo e dei protagonisti: la data è il 28 luglio 1981; il luogo sono le pagine di Repubblica, il quotidiano che si è incaricato di accompagnarli dalla rivoluzione sognata alla parodia d’insurrezione del 1992-1993; i protagonisti sono due, l’intervistatore è Eugenio Scalfari, l’intervistato, il più colpevole dei due, Enrico Berlinguer.
“Penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?”, domanda il primo. E il secondo, portando a compimento, per usare parole sue, una mutazione genetica della cultura a cui apparteneva, che egli andava imputando ad altri, risponde: “Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?”.
Diversità. Ci mise qualche anno in più del suo intervistatore, ma alla fine anche il segretario trovò la parolina magica che gli avrebbe permesso di mettersi in comunicazione con le schiere degli anni settanta, “untorelli” li chiamava fino a qualche anno prima, e di spalancare loro le porte della chiesa rossa che avevano fino ad allora guardato in cagnesco.
Rimesse nell’apposito sacco le pive di un compromesso storico abortito, Berlinguer è in quel momento pronto per partire verso nuovi, ancora più entusiasmanti, sbagli. Intona, perciò, il proprio canto alla melodia che gli ex untorelli vogliono ascoltare e spiega loro che il comunismo è roba per borghesi, non deve far paura. Il Pci non è il partito della classe operaia, quella semmai è la truppa. E' il partito di quelli che non rubano, che non occupano lo stato, che non spartiscono poltrone. E' il partito della parte migliore del paese. E' il loro partito.
E così, quella conversione dalla questione sociale a quella morale, quella marcia verso l’orgoglio antropologico iniziata dal suo intervistatore, trovò il suo portabandiera. Se il cugino socialista era uscito dagli anni settanta con un anno di anticipo, nel ’79, guardando in avanti, sotto le bandiere della grande riforma, il dirimpettaio comunista ne usciva con un anno di ritardo e con lo sguardo rivolto, tanto per cambiare, nella direzione sbagliata. Nasce allora quel timbro di classe dirigente alternativa, che si legittima da sé con un’onestà e una competenza autoattribuite, una classe dirigente che merita il potere in quanto tale, a prescindere dai contenuti, che gli eredi di Berlinguer non sono ancora riusciti a staccarsi di dosso. Una classe dirigente che trae le proprie radici da una Costituzione immaginaria, che anch’essa sbiadisce. Dalla missione della democrazia progressiva di Togliatti, quella di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, al banalissimo compito di interpretare le grandi correnti d’opinione e controllare l’operato delle istituzioni.
Non è un caso che il tratto distintivo che la fame d’identità generazionale, l’ansia di diversità antropologica, ha assunto ai giorni nostri è quello di una sorta di idolatria della Costituzione, elevata al rango metafisico di misura di tutte le cose, eden perduto in cui ognuno poteva trovare il proprio ubi consistam e niente era in grado di turbare i sonni di chi, da una politica finalmente restituita al suo rango e capace di scegliere, ha tutto da perdere e nulla da guadagnare.
Una Costituzione che non esiste nella realtà storica, nella quale c’è semmai un saggio compromesso tra forze diverse e nemiche ma capaci di unirsi, in virtù delle necessità storiche, contro un altro nemico più forte e feroce di ciascuna di loro. A patto, come fu, di rinunciare, anche grazie al compromesso costituzionale, all’eventualità di una sopraffazione reciproca nel futuro.
Ma questo non conta per chi, quando parla della Costituzione o della legalità, sta soltanto parlando di se stesso e a se stesso per raccontarsi, ancora una volta, della propria superiorità morale. E ha bisogno di ripeterselo così spesso, magari, perché di essere tanto diverso e migliore non è poi così sicuro.
Una Costituzione che appare in due forme che, come spesso accade per ciò che rinvia a quell’epoca, non possono essere entrambe vere e sono, invece, entrambe false: la Costituzione, in una sua accezione totalizzante, come programma politico che relega i partiti al ruolo subalterno di esecutori di un percorso scritto una volta per tutte oltre sessant’anni fa e che ha conosciuto negli anni settanta il suo apice. Un’impostazione che oggi serve soltanto a distinguere strumentalmente fra le culture politiche legittime e quelle che non lo sono, quasi che la legittimità non derivi dal consenso popolare ma da radici che affondano in un mondo che non c’è più.
E poi la Costituzione come pura forma, regole del gioco che surrogano una politica il cui solo ruolo residuo è quello di rispettare forme che tengono il luogo di contenuti che si decidono altrove. Anche in questa seconda accezione la politica vede svanire il suo primato, costretta in un limbo in cui tutto ciò che può fare è non decidere. E, perciò, astenersi dal mutare i rapporti di forza sociali che ci sono, accettando la sorte minimale di arbitro formale della contesa fra nomenclature e brandelli di establishment, il cui arbitro sostanziale deve restare il conformismo dei valori, perpetuato da un’industria culturale che non ha mai fermato i propri motori e mai annacquato il proprio pessimo vino.
Ed è in nome di una Costituzione che non c’è, che li vediamo ancora oggi, i ragazzi di Valle Giulia, scendere in piazza e tenersi per mano, per lo più intorno a qualche tribunale. E dirsi l’un l’altro di quanto alti fossero i loro ideali e quanto siano ancora migliori della società che li circonda, e gridare come forsennati mentre fanno, e raccontano di fare, la loro ennesima finta rivoluzione.
«Il Foglio» del 27 luglio 2011

07 maggio 2011

Se il mondo riscopre Dio, patria e famiglia

Dietro ai grandi eventi di questi giorni, dalla beatificazione di Wojtyla al "compleanno" d’Italia, c’è l’eterno ritorno dei valori della tradizione

di Marcello Veneziani

La beatificazione del Papa e la fol­la dei devoti a Roma, l’intervento in Libia e il compleanno d’Italia, il matrimonio nella famiglia rea­le inglese in mondovisione, il ri­nato patriottismo Usa dopo la morte di Bin Laden. Quattro even­ti planetari in una sola settimana hanno riacceso in forme diverse le luci su un’antichissima trinità: Dio, patria e famiglia. Era da tem­po che non si rivedevano insie­me.
Che fine hanno fatto Dio, patria e famiglia? Sono stati per secoli l’orizzonte di vita e di senso dei popoli, poi si sono ritirati nel ruolo di bandiera ideale per movimenti conservatori e tradizionali. Ora sanno di arcaico e finito, servono più per etichettare posizioni antiquate altrui che per rivendicare le proprie. Con che cosa furono sostituite? Potremmo rispondere con nulla, o con il nulla eretto a orizzonte. O, storicamente, che furono sostituite con libertà, eguaglianza e fratellanza. O più semplicemente che furono barattate con l’individuo, i suoi diritti e la libertà sovrana di sentirsi cittadino del mondo, senza legami a priori. Sembra impossibile pensare a Dio, patria e famiglia. Chi li vive non li pensa e chi li pensa li ritiene già morti. Eppure Dio, patria e famiglia occupano ancora il pensiero supremo di metà umanità e la loro orfanità è avvertita come un vuoto dall’altra metà. Dio, patria e famiglia popolano i pensieri reconditi, i ricordi e i rimorsi più forti, animano l’arte,il sogno e la letteratura,resistono come nostalgia e sentimenti. Perché occupano rispettivamente la sfera del pensiero e della fede, della vita pubblica e civile, della vita intima e sentimentale. Si chiamano in modi diversi; per esempio senso religioso, senso comunitario e senso delle radici. L’uomo ha tre dimensioni originarie, che sono la sua umanità, la sua natura e la sua cultura: la dimensione verticale che ci spin-ge a tendere verso l'alto, la dimensione orizzontale che porta a situarci in una comunità e la dimensione interiore che induce a ritrovarsi nelle origini. In questo triplice viaggio verso il cielo, la terra e le radici, ci imbattiamo in figure e presagi che richiamano Dio, patria e famiglia. E se fosse necessario ripensarli e riviverli nel nostro presente e nel futuro prossimo? Se nascessero dalla loro scomparsa la presente disperazione, il cinismo e gli abusi, le paure e le chiusure? Se avessimo bisogno di quell’orizzonte per essere uomini e per legarci davvero tra noi? Davanti alla tabula rasa bisogna tornare all’abc.
Come si possono pensare oggi Dio, patria e famiglia con la sensibilità del presente, senza tornare al passato? In primo luogo attraverso la libera scelta, nessun automatismo imposto da natura o storia, autorità o legge. Ma una libera e radicale scommessa tra caso e destino, tra libertà di assegnare significato o no all’origine, ai nostri legami, al nostro senso del sacro e del divino. Abbiamo bisogno di dare un senso alla vita, riconoscendovi un disegno intelligente; poi di avvertire un luogo come la nostra casa, la nostra matrice; quindi di nutrire legami speciali di comunità e tradizione.
In secondo luogo dobbiamo risalire dalla buccia al midollo, all’essenza di quel senso religioso, comunitario e delle origini. Con amore totale per la verità, costi quel che costi, non cercando coperture retoriche e rassicuranti bugie. È onesto pensare che le forme storiche, lessicali e rituali in cui si manifestano Dio, patria e famiglia possano morire e mutare. Ma il tramonto di alcune fedi secolari, di convinzioni e strutture, non significa la fine di quegli orizzonti e del nostro bisogno. È importante distinguere tra le forme che passano e i contenuti che restano; capire cosa salvare, cosa rigenerare e cosa lasciar morire.
In terzo luogo, oggi Dio, patria e famiglia vanno pensate non solo in loro presenza ma anche in loro assenza, attraverso la loro mancanza, e gli effetti che questa produce. Non possiamo negare che si tratta di princìpi sofferenti, sempre più cagionevoli e incerti. Non possiamo chiamarci fuori, fingere una purezza che non abbiamo; dobbiamo saper riconoscere che nella loro penuria ci siamo dentro anche noi, fino al collo; scontiamo anche noi cadute e incoerenze. Non ci sono incontaminati guardiani dell’ortodossia e dell’osservanza; anche noi esitiamo e spesso voltiamo le spalle. Dunque, nessuna pretesa di superiorità e di purezza rispetto agli altri; sia questa ragione di realismo e umiltà popolare.
In quarto luogo va tenuto a mente che nessuno può imporre il monopolio, il primato, l’esclusiva, del suo Dio, della sua patria e della sua famiglia. Amare Dio, patria e famiglia non vuol dire negare quelli degli altri; ma rispettarli tutti, a partire dai propri. Se neghi il Dio, la patria e la famiglia degli altri, neghi i tuoi. Se neghi ogni dio, ogni patria e ogni famiglia, neghi l’umanità, la dignità e l’identità tua, altrui e del mondo da cui provieni. Chi rinfaccia gli orrori compiuti in nome di Dio patria e famiglia, confonde la malvagità umana con i pretesti in cui è stata rivestita nei secoli. Anche la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e i diritti umani sono stati usati per imporre il terrore giacobino, le dittature comuniste, il fanatismo ateo; contro Dio, patria e famiglia.
Infine, i corollari: via la cupa ortodossia, meglio l’ironica leggerezza. Via la scolastica ripetitiva, meglio l’educazione popolare a quei principi. Via il superbo individualismo o la sua variante settaria, meglio iscriversi nell’alveo popolare di un comune sentire e di una tradizione provata dall’esperienza.
Non so se questo basterà per rigenerare nel tempo presente e in quello che viene l’amor patrio,familiare e divino. Ma non vedo altro all’orizzonte che meriti di suscitare passioni ideali e nulla che ricordi davvero la storia e la vita autentica, la cultura e la natura dell’uomo. Se fosse questo il compito ideale e civile, politico e morale di oggi? Pensateci, perlomeno. Per non morire nemocristiani, cioè figli di nessun cristo.

«Il Giornale» del 4 maggio 2011

24 febbraio 2011

Oggettività del bene

L'etica pubblica pretende «verità»
di Francesco D'Agostino
Le furiose polemiche sul capo del gover­no che stanno avvelenando l’Italia di­mostrano chiaramente quanto sia fragile il paradigma del liberalismo etico (non di quel­lo politico, che ha ben altra consistenza) che è dilagato nel nostro Paese negli ultimi an­ni. Nella sua formulazione più radicale (con­divisa – ahimè! – anche da alcuni politici cat­tolici) il liberalismo potrebbe essere rias­sunto nella drastica distinzione tra 'pecca­ti' e 'reati'. I primi dovrebbero essere rite­nuti da tutti (o almeno da tutti i veri libera­li) pubblicamente irrilevanti, almeno in una società pluralista che non solo riconosce, ma si compiace della irriducibile molteplicità e diversità dei singoli stili di vita e vuole tutti rispettarli. Altro discorso quello avente per oggetto i 'reati', atti da valutare, indipen­dentemente dalla moralità privata di chi li commette, come socialmente inaccettabili e meritevoli quindi di essere severamente pu­niti. Ebbene è rimarchevole come questo pa­radigma non abbia retto alla prova dal 'ca­so Berlusconi' e sia stato drasticamente mes­so da parte dai tantissimi che l’hanno per anni e anni verbosamente esaltato (al pun­to che i pochi che oggi continuano a difen­derlo riconoscono di non essere più di quat­tro gatti).
La distinzione che oggi va di moda fare non è più quella tra 'reati' e 'peccati', ma tra le azioni criminali (i 'reati'), le azioni che van­no contro la moralità privata (i 'peccati') e le azioni che vanno contro l’etica pubblica. Per chi assume questa posizione, costituisce un’indubbia difficoltà il fatto che manchi la parola adatta a designare questo tertium ge­nus: violare l’etica pubblica non è propria­mente un 'peccato' e non è nemmeno un 'reato': è però qualcosa di tanto grave, da giustificare la richiesta dell’uscita dalla sce­na politica di chi se ne renda responsabile. Ma chi sarà chiamato ad accertare questa responsabilità, se si rinuncia a ogni riferi­mento al codice penale e ai precetti etici con­solidati?
C’è un rischio che non va minimizzato: quel­lo che il giudizio sull’etica pubblica vada in definitiva affidato alla 'sensibilità' persona­le e sia di fatto ridotto a questione di mera immagine o in definitiva di 'buon gusto'. È indubbio che la sensibilità abbia il legittimo peso, ma è un peso che rileva, in un’epoca mediatica come la nostra, solo a livello di immagine (come sanno benissimo i politi­ci, che conquistano voti anche e forse so­prattutto attraverso la 'faccia' che esibisco­no in televisione). Ma se si vuole dar credito all’etica pubblica, come all’unica etica con­divisibile nelle società pluraliste, bisogna fondarla oggettivamente, perché sobrietà, o­nestà, decoro, correttezza, senso dello Stato, interesse prioritario per il bene pubblico, o – in una parola sola – esemplarità di vita, non possono ridursi ad atteggiamenti psicologi­ci o essere elaborati come valori ideologici: essi devono possedere una loro 'verità'.
Verità: e qui la parola temutissima dal libe­ralismo etico torna prepotentemente in pri­mo piano. Solo chi sia convinto che l’etica pubblica sia un’etica 'vera' può invocarne il rispetto. Altrimenti questa invocazione si trasforma in una mossa occasionale, di ca­rattere propagandistico-politico, che non merita altro se non corrispondenti contro­mosse, altrettanto occasionali e propagan­distiche.
Ecco perché l’appello all’etica pubblica non ci salverà, se non sarà radicato in una seve­ra presa di coscienza dei guasti che il relati­vismo etico libertario ha prodotto nel nostro Paese: guasti che sono stati sintetizzati nel­la durissima espressione «disastro antropo­logico », usata dal cardinal Bagnasco e ri­presa da monsignor Crociata per descrive­re il momento presente che vive l’Italia. Non abbiamo solo il compito di bonificare la no­stra classe politica, ricordandole i principi non negoziabili dell’etica pubblica, abbia­mo soprattutto il compito di rammentare a tutti, a partire dalle scuole, che il bene non coincide con i nostri desideri, ma possiede una sua dura oggettività. L’esaltazione del­l’etica senza verità indebolisce le coscien­ze e si è rivelata indifendibile. Prendiamo­ne definitivamente atto con un lodevole sforzo di onestà intellettuale: nella crisi che stiamo soffrendo, questo è l’unico, ragio­nevole e nuovo punto di partenza che pos­siamo prefiggerci.
«Avvenire» del 17 febbraio 2011

08 febbraio 2011

Se la morale è un fatto di neuroni

La mente, il cervello e la deriva nichilista
di Giorgio Israel
Nella Monadologia Leibniz propone una confutazione della tesi che il pensiero sia generato dal cervello con la seguente metafora. Si immagini di essere ridotti alle dimensioni di un insetto piccolissimo rispetto al cervello o, equivalentemente, che il cervello sia un grandissimo locale rispetto al quale la nostra persona risulti molto piccola. Potremmo allora entrare nel cervello come in un gigantesco mulino meccanico. Potremmo esaminarne in dettaglio il funzionamento, studiarne gli ingranaggi, le ruote dentate, i movimenti. È evidente, osserva Leibniz, che per quanti sforzi si facciano non potremmo mai "vedere" un'idea, un pensiero, una sensazione. Insomma, il cervello, in quanto oggetto fisico, apparirebbe come una macchina, quanto si vuole complessa, ma i cui elementi costitutivi sono oggetti materiali e non pensieri o idee, che appartengono a una diversa sfera del reale.
Questo genere di obiezioni è stato riproposto molte volte nel pensiero filosofico. Facendo riferimento a immagini tecnologiche più avanzate rispetto a quella che vede come prototipo della macchina l'orologio, Henri Bergson ha parlato del cervello come una sorta di "ufficio telefonico centrale" che di per sé non aggiunge nulla a quel che riceve e che non ha nulla di un apparato atto a fabbricare rappresentazioni. Nel suo L'uomo neuronale, il neurobiologo Jean-Pierre Changeux ha confutato Bergson menzionando esperienze che dimostrano il parallelismo tra il movimento di un oggetto e la sua percezione mentale. Egli cita un'esperienza in cui un soggetto è posto di fronte a due oggetti che si ottengono l'uno dall'altro per rotazione e deve segnalare il momento in cui percepisce trattarsi dello stesso oggetto: si constata che il tempo necessario a tale percezione è proporzionale al tempo della rotazione. Ma questo - come analoghi esperimenti - dimostrano soltanto che nel cervello accade qualcosa che è materialmente correlato al processo percettivo, e questo nessuno si sognerebbe di negarlo. In realtà, la confutazione di Changeux, basata sul parallelismo di processi di movimento, avvalora la tesi di Bergson che il cervello sia un centro di azione motoria, che ha per funzione principale il ricevere stimoli e trasmetterli mediante processi motori. Bergson avrebbe potuto rispondere a Changeux alla maniera con cui Galileo replicò a Simplicio: "Vedete adunque quale sia la forza del vero, che mentre voi cercate di atterrarlo, i vostri medesimi assalti lo sollevano e l'avvalorano". E oltretutto qui si parla di rappresentazioni di oggetti materiali e non di idee astratte - dell'idea di sfera o dell'idea di bellezza o di Dio. L'osservazione che le rappresentazioni visive mobilitano soprattutto i neuroni dell'emisfero destro mentre le idee più astratte quelle dell'emisfero sinistro, così come le correlazioni tra attività mentali e irrorazione sanguigna stabilite dagli esperimenti di risonanza magnetica, non soltanto sono molto generiche, ma non dicono nulla circa l'origine e le modalità di fabbricazione dei pensieri.
Per quanto ci si affanni a confutare la metafora di Leibniz e quelle analoghe, il risultato è un insuccesso. Per lo più a essa si oppone che, se fossimo ridotti alle proporzioni di minuscoli insetti, non vedremmo il cervello come un mulino meccanico, ma come un sistema biologico neuronale e i pensieri apparirebbero come ciò che viene prodotto e trasmesso da neuroni e sinapsi. Insomma, vedremmo la vera sostanza fisica del mentale e la mente sparirebbe nel cervello. Ma questa non è una confutazione, bensì l'affermazione di una credenza, una professione di fede in un'ontologia materialista.
Proviamo noi a sviluppare e rafforzare questa "confutazione" con riferimento a macchine più moderne, per convincerci meglio della sua inconsistenza. A prima vista, l'informatica contemporanea fornisce un'immagine vivida di come le idee si producano e si trasmettano mediante processi fisici. Scrivo questo articolo su un computer che codifica i miei pensieri e li incide su un oggetto materiale. Lo spedisco alla redazione del giornale. Le idee corrono come impulsi elettrici su cavi e addirittura nell'aria. È affascinante pensare che le onde elettromagnetiche trasportino nello spazio concetti astratti. Questi pervengono a un altro computer che li decodifica traducendo il "materiale" inviato in un insieme di lettere e parole che la redazione potrà leggere. Non è forse questa una rappresentazione efficace e trasparente dei processi neuronali? Certamente sì, anche se questi ultimi si svolgono con modalità diverse da quelle informatiche, perché la maggiore complessità del processo non toglie nulla al fatto che esso ha una natura strettamente materiale, fisico-chimica. Ma è possibile dire che tale processo "produce" e "trasporta" concetti? Qui dobbiamo fermarci. Forse può apparire evidente che li trasporti, ma la questione è più complessa, perché il trasporto richiede un'operazione decisiva: la traduzione delle parole in un codice che consenta la trasmissione materiale e che dovrà essere in possesso di chi le riceve affinché siano per lui intellegibili. Questo codice è disponibile sia per chi invia sia per chi riceve il messaggio, perché è così che nei fatti è stato progettato il processo informatico. Ma qual è il codice con cui tradurre i processi neuronali? Nessuno ha la minima idea di come si possa tradurre una reazione fisico-chimica o una trasmissione elettrica in un linguaggio che esprima l'"idea". In fin dei conti, non esiste neppure una vaga idea di come ciò possa farsi. Se davvero fossimo in presenza di pensieri in codice bisognerebbe interpellare "chi" - Dio o il caso? - ha creato il sistema di traduzione delle idee astratte in processi neuronali, così come ha fatto l'uomo per i processi informatici; o scoprirne il segreto. Sarebbe un compito impossibile perché presupporrebbe quello che neppure in fisica si sa fare, e cioè descrivere in modo esatto il comportamento di ogni singola particella del cervello.
Ma ancora qui siamo agli aspetti meramente esteriori della questione, al processo di "trasmissione". Se si passa alla questione della "produzione" dei concetti la faccenda si complica. Qui entra in gioco l'esistenza della persona che ha scritto l'articolo (e di chi lo legge). Senza l'autore dell'articolo e le "idee" che egli ha "pensato" non c'è assolutamente nulla. Ma tali idee e il loro senso sono assolutamente indipendenti e antecedenti al processo della loro trasmissione ed elaborazione materiale nello spazio. Nel modello informatico considerato non c'è produzione di alcuna idea. Esattamente come nel mulino di Leibniz, è impossibile scorgervi alcuna idea, a meno che non ci si collochi "fuori" e cioè nel mondo di chi quelle idee ha prodotto.
Insomma, siamo ridotti all'antica teoria dell'homunculus. Per concepire un cervello che pensa occorre immaginare un altro soggetto a esso interno che sia l'autore dei pensieri che il cervello si limita a manipolare e trasmettere. Se si mira a una spiegazione puramente materiale il processo regredisce all'infinito. Ecco perché, come ebbe a dire Paul Ricoeur - nel libro-dialogo con Changeux La natura e la regola - la formula "il cervello pensa" è insostenibile e assomiglia a un ossimoro. Changeux, per quanto materialista, fu costretto ad ammettere: "Evito di impiegare simili formule".
Ma allora siamo costretti ad ammettere che, per quanti progressi si siano fatti nella conoscenza di ciò che accade nel cervello quando pensiamo - e sono progressi grandi, importanti e benvenuti - quanto alla dimostrazione della tesi metafisica circa il carattere materiale del pensiero siamo al punto di partenza. E vi è ogni motivo per ritenere che vi si resti per sempre. Difatti, è irragionevole pretendere che dalla scienza si possano ricavare teoremi metafisici, nella fattispecie la verità del materialismo. È meglio accettare la realtà come si offre nella sua evidenza. E l'evidenza della mente non è minore di quella della materia. Per dirla con Bergson: "L'esistenza di cui siamo più certi e che conosciamo meglio è incontestabilmente la nostra, perché di tutti gli altri oggetti abbiamo nozioni esteriori e superficiali, mentre percepiamo noi stessi interiormente, profondamente". Meglio sarebbe quindi accettare e sviluppare, nella loro ricchezza, le riflessioni delle scienze umane, rispetto a ciò che di modestissimo offrono i tentativi di dissolverle in capitoli delle neuroscienze, aggiungendo il prefisso "neuro": neuro-filosofia, neuro-etica, neuro-economia, neuro-estetica, neuro-teologia.
Occorrerebbe essere consapevoli che qui si gioca una delle poste più cruciali nel confronto con il relativismo e il nichilismo dilaganti. Difatti, cosa resta del valore oggettivo e universale della morale in una neuro-morale che la riduce a una particolare conformazione cerebrale? Nulla. I principi morali o etici sarebbero mero prodotto dell'evoluzione e, come tali, soggetti al processo evolutivo, o addirittura manipolabili dall'uomo nelle forme da questi ritenute più opportune. Se l'idea di un Dio trascendente fosse prodotto di conformazioni neuronali, essa sarebbe un evento casuale e sopprimibile, come peraltro sostengono alcuni neuroscienziati. Naturalmente se ciò fosse vero, e dimostrato come tale, vi sarebbe poco da dire. Ma non lo è, lungi da ciò, si tratta di tesi inconsistenti. Così accettarle è solo la manifestazione di una dannosa soggezione nei confronti di uno scientismo che agisce come cavallo di Troia del nichilismo. Tantomeno bisogna farsi intimidire dalle veementi accuse di un certo pensiero postmoderno nei confronti dell'"essenzialismo" della cultura occidentale, accusata di avere introdotto, con la difesa dei valori "assoluti", forme di "razzismo" e di discriminazione. Anche tale soggezione è da dismettere, perché nessun errore può cancellare il fatto che la cultura cosiddetta "essenzialista" ha posto le basi morali di una società basata sul rispetto della persona.
«L'Osservatore Romano» del 4 febbraio 2011

07 febbraio 2011

Ecco quelle femministe che firmano appelli senza pudore e coerenza

Le femministe accecate dall’odio aderiscono ai manifesti contro il "Sultano del bunga-bunga". Ma dimenticano che la libertà sessuale delle donne è uno dei cardini dell’emancipazione
di Vittorio Sgarbi
Dispiace dovere ricordare a donne colte e scrittrici alcuni testi memorabili e inequivoci che indicano, in modo chiaro, volontà e decisioni della donna non nel tempo della liberazione sessuale ma nella storia. La Moll Flanders di De Foe ha idee molto precise, e faticherebbe a credere a una dichiarazione di dignità delle donne palesemente ipocrita. Dice Moll Flanders: «Donna che sia dalla rovina stretta, sugli uomini può sempre far vendetta». Ripensando a personalità e atteggiamenti come questi, finalmente una donna si è svegliata e ha restituito libertà e dignità a numerose donne che, desiderose di avere successo o fortuna, sono state sbrigativamente considerate «prostitute». Troppo facile parlare, come fa Dacia Maraini della «quotidiana offesa alla dignità femminile», per scelte e comportamenti da alcune non condivisi, ma assolutamente liberi, come appunto ci insegna la storia di Moll Flanders. Guardiamo con soddisfazione, dunque, alla presa di posizione di Luisa Muraro che invita a «non far scadere la politica nel moralismo» e, immagino, a non confondere la sfera pubblica con quella privata. Dacia Maraini, invece, non resiste, e non si rende conto che la sua indignazione, negli stessi termini, si sarebbe potuta sicuramente indirizzare ad Alberto Moravia e a Carmen Llera, a Pier Paolo Pasolini e a Pino Pelosi. Glielo dice in modo semplice Chiara Gamberale: «Un movimento non può nascere contro qualcosa come il comportamento delle ragazze di Arcore… come donna non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa la propria testa, il proprio corpo e il proprio cuore in modo diverso da come ho scelto di fare io».
Ma se nella Maraini è sbiadito il ricordo delle battaglie per la liberazione sessuale, senza moralismi, non lo è quello della cattiva abitudine di aderire a manifesti e documenti, come quello osceno contro Luigi Calabresi. Ancora oggi c’è una irresistibile tentazione a firmare appelli, senza pudore.
Oggi è la volta di quello risibile, se non fosse seriosamente proposto, dell’Unità contro il «sultano del Bunga Bunga». Leggo anche la firma di Lucrezia Lante della Rovere, e l’ho sentita vibrante di sdegno ad Annozero. Mi è venuto naturale pensare a Moll Flanders e al moralismo che avrebbe condannato anche lei sentendo parlare di «prostitute» per tutte le ragazze entrate ad Arcore (come ha affermato, fra le altre, la deputata del Pd Ferrante), in una intollerabile e letterale azione di «sputtanamento», scientificamente perseguita dalla procura di Milano, in nome del Popolo italiano. Una palese e violenta diffamazione, nel sostenere la quale sono state chiamate tutte le donne che ritengono bellezza e spregiudicatezza una colpa (per dire, la Maraini afferma che: «praticamente ogni anno ho scritto uno o due articoli contro lo spazio che la televisione dà al concorso di Miss Italia che per me è una delle forme della reificazione del corpo femminile»).
Oggi siamo alle prostitute «nominate» dalla Boccassini e alla richiesta (anche di molti uomini di sinistra) di un intervento della Chiesa, demonizzata quando si pronuncia contro il mondo gay, le unioni omosessuali e il Gay Pride, e invocata a pronunciarsi contro l'immorale Berlusconi. Ciò che accade (dimenticando che non è ostentato ma è rivelato, urbi et orbi, da una aberrante inchiesta giudiziaria) «addolora» anime belle, e corpi un tempo liberi come quelle della Melandri che giudica le notti di Arcore spettacoli indecorosi, osceni, umilianti per la donna (benché non fossero spettacoli ma «riti» privati).
Mi viene in mente il vescovo di Caltanissetta che, mentre io gli opponevo l’innocenza dei rapporti sessuali di due persone libere, senza tradimenti di terzi, sotto il sole, sulla riva di un fiume, considerati peccati per la religione cristiana (mentre io avrei giudicato un peccato astenersi) mi disse: «Dio soffre». E io immaginai, come ora la Melandri e Lucrezia Lante della Rovere in collegamento dai loro eremi, Dio su una nuvola che, tra guerre, stragi, terremoti, catastrofi, violenze, crimini, malattie, incidenti si preoccupava e soffriva per due giovani che facevano l’amore sulle rive del Po o dell’Anapo. Allo stesso modo mi pare assurda la posizione di due, tre e più donne che credevo libere.
Alla Melandri ho urlato: «bigotta!»; alla Maraini ricordo Moravia, a Lucrezia Lante della Rovere ricordo l’innocenza libertina di sua madre e la reincarnazione, nelle scelte della sua vita, proprio della figura di Moll Flanders. E spero che un giorno una donna libera, anche la stessa Lucrezia Lante della Rovere, rinsavita e serenamente viziosa interpreti quel personaggio. Mentre oggi, forse, si è calata nei panni e nel pensiero di una Concita de Gregorio, dimentica del «culo in jeans» esibito da Oliviero Toscani. Lasciamole ora alla contrizione. E inviamo un pensiero libertino a Lorenzo da Ponte, a Mozart, a De Sade, a Bataille, a Balthus, a Klossowski, a Genet, per non impigliarci nel facile moralismo della letteratura d’appendice di Concita.
Ma consentitemi di chiedere ora a Lucrezia Lante della Rovere qualcosa sui suoi rapporti sessuali con Luca Barbareschi; e, per quanto io so, in che cosa la concezione della donna di Barbareschi si differenzi da quella di Berlusconi. Non dovrò essere io a rivelare che, con lei e con altri, Barbareschi ha sempre rivelato, amichevolmente e con complicità (e senza farne mistero), di avere rapporti liberi e plurimi, uomini, donne e trans.
Egli stesso mi ha presentato ragazze pronte a chiamare e a sedurre altre, le sue Nicole Minetti. Dovrò dirne i nomi? Con Lucrezia ha condiviso questa concezione di libertà sessuale senza sentirsi in colpa, felice del piacere e, soprattutto, senza pensare di compiere reati. In Italia, in Francia, in America, in Marocco, in Tunisia, e in molti luoghi dove gli incontri amorosi non sono, né a lui né a lei, mai apparsi crimini. Io conosco persone che possono confermare ciò che affermo. Ma, credo che, senza vergogna, potrà raccontarlo lo stesso Barbareschi. Ed è questa, ad evidenza, la ragione principale del suo riavvicinamento a Berlusconi. O dovremo immaginare che, prendendo le distanze da Berlusconi, Lucrezia Lante della Rovere le voglia prendere anche da Luca Barbareschi, e dal suo modo di vivere? Pentita? E pronta a rinnegare la «amorale» mamma?
L’esito della visione del mondo di queste donne che hanno scelto la Binetti (invece della Minetti) e Bindi come modelli di libertà femminile è nell’atteggiamento punitivo ed esorcistico di don Aldo Antonelli che ha listato a lutto alcune vie di Avezzano: «Lutto per il paese, umiliato da un premier immondo, affarista e licenzioso». A parità di comportamenti davanti a Dio lo farà anche per Barbareschi.
«Il Giornale» del 7 febbraio 2011

04 febbraio 2011

Le vie segrete della corruzione

Dal punto di vista antropologico, malversazioni e favoritismi sono confusioni indebite tra regalo e contratto. E li riducono a una sete nichilistica di dominio e avidità
di Marcel Hénaff
Le forme della corruzione sono molteplici – e dunque la metafora dell’Idra è quanto mai appropriata.
Possiamo indicarne alcune: ostruzione, estorsione, malversazione, falsificazione di documenti, prevaricazione, depravazione, concussione, intimidazione. Oltre alle forme, ne esistono anche di generi diversi: clientelismo, nepotismo, favoritismo, traffico di influenza. L’elenco è aperto.
Ed è degno di nota, va detto subito, che la parola 'corruzione' ci induca immediatamente a pensare a queste pratiche, anche se esistono altre accezioni del termine riferite al mondo naturale (corruzione come putrefazione di un frutto o infezione di un organismo) e al mondo degli artefatti (corruzione come degradazione di documenti o deterioramento di un prodotto). Se, pronunciando questa parola, pensiamo subito a una deviazione dell’azione umana, è perché essa designa qualcosa che ci preoccupa e che ci mette in grave stato di inquietudine. Il tema è molto vasto e ha già meritato la riflessione di numerosi pensatori, ansiosi di formulare i fondamenti etici di un universo finalmente libero da questo flagello. Il mio intento qui è di occuparmi di un solo aspetto del problema; si tratta però di un aspetto maggiore che è quello a cui si pensa spontaneamente quando si pronuncia la parola 'corruzione': quello che ha luogo attraverso il danaro, o che passa attraverso uno scambio di servizi che garantisce benefici finanziari o vantaggi sociali in grado di permettere l’accesso a beni a cui si ambisce. È importante soffermarsi sulla definizione proposta dall’Ong Transparency International: la corruzione consiste nell’abuso a fini privati di un potere conferito da un’istituzione. Definizione interessante perché identifica un aspetto essenziale del problema: ciò che scaturisce dalla sfera pubblica o da quella collettiva è considerato fuori del circuito mercantile, interdetto a un’operazione di profitto individuale (il che non vuol dire fuori dell’ordine economico, visto che tutte le istituzioni o organizzazioni, comprese quelle pubbliche, vengono gestite e presuppongono investimenti. È evidente). Per comprendere il rapporto pubblico/privato, vediamo qualche esempio di abuso: profittare della propria posizione di eletto per favorire un commercio a beneficio di parenti o di complici; profittare della propria posizione di funzionario per ottenere vantaggi da parte di un legittimo richiedente di servizi amministrativi; distogliere fondi o beni di un’azienda per uso personale (corruzione attiva) o accettare di non opporsi a un’operazione del genere a favore di terzi (corruzione passiva). In tutti questi casi, è chiaro che c’è scambio. In compenso, non si parla di corruzione quando si tratta di uno scambio fraudolento tra privati, perché in quel caso si tratta di furto; o intimidire un/una collega per desiderio di imporre il proprio punto di visto: questo è quel che si chiama abuso di potere.
La corruzione propriamente detta sembra sempre legata a un rapporto illegittimo tra sfera istituzionale (statale o meno) e interessi particolari. Resta da capire come definire questo tipo di transazione, che cosa ne costituisce la molla, quali tipi di relazioni umane ne traggono vantaggio. Ecco la mia ipotesi: ciò che è in gioco è il rapporto di dono ma in forma pervertita, cioè sotto una forma che, in maniera costante, opera un cortocircuito tra scambio generoso e scambio remunerato. (...) Gli scambi di doni sono patti il cui rispetto esige la più grande coerenza etica. Il rapporto di dono non ha dunque nulla in sé che predisponga alla corruzione. Lo abbiamo detto: il problema nasce dall’irruzione del dono tradizionale e dal suo 'abuso' nei rapporti di scambio così come sono definiti dal contratto moderno. Il problema è nella confusione perversa che si crea tra i due generi. Il contratto moderno è l’erede del contratto così come è stato definito da lungo tempo dal diritto romano. La questione è immensa. Ci basti ricordare qui qualche tratto fondamentale del contratto di vendita che si oppone punto per punto allo scambio di doni: prima di tutto, i beni scambiati devono essere definiti in qualità e quantità e il loro prezzo deve essere fissato da un accordo reciproco; essi sono scelti dall’acquirente.
Secondo, i beni devono essere consegnati in un tempo determinato e il contratto dura per un periodo convenuto.
Terzo, l’obbligo reciproco è strettamente giuridico e il suo mancato rispetto comporta sanzioni legali. Quarto e ultimo, anche se i rapporti tra i contraenti sono positivi, non è nella natura dei beni scambiati di rappresentare la persona stessa del venditore. Dunque, nel rapporto mercantile si scambiano beni e si cerca di restare neutrali; nel rapporto di dono, si scambiano simboli e, per loro tramite, si creano legami sociali. (...) Se si dà un’occhiata alla carta mondiale del livello di percezione della corruzione, sembra evidente che si tratta di una carta della virtù pubblica dominata dal mondo scandinavo e anglo­americano. È tuttavia in questi stessi Paesi (prima di tutti gli Stati Uniti), che il neocapitalismo ha inventato le forme più aggressive e in cui i mercati finanziari hanno trovato le tecniche più sofisticate (come quella dei derivati) per generare profitti colossali sfuggendo a ogni regolamento e tassazione. Che dire del sistema delle lobby statunitensi che permette, in piena legalità, di investire milioni di dollari nelle campagne dei partiti politici per orientare le decisioni legislative dei rappresentanti?
Legalizzare metodi del genere non significa rendere virtuoso ciò che, nei Paesi che hanno preso i voti più bassi, continua a essere considerato come corruzione? Quale dei due è il sistema più corrotto? Il mappamondo della virtù potrebbe essere anche, almeno in parte, quello dell’ipocrisia.
Infatti, dove si situa la corruzione più grande e l’ingiustizia peggiore? Nel regalo discreto accettato da un piccolo funzionario di un Paese africano o del Medio Oriente in una rete chiusa di racket, oppure nei miliardi di dollari che – almeno per certi tipi di investimento – transitano senza controllo tra i grandi mercati borsistici e la finanza globalizzata e capaci, come nel 2008, di mandare in rovina interi Paesi? È anche in queste filiere di opacità che si insinuano gli enormi capitali della finanza mafiosa. La corruzione che affligge il terzo mondo è un intreccio di tradizioni legate alle forme della reciprocità, alla miseria economica e all’assenza di deontologia amministrativa. La corruzione nei Paesi sviluppati, oltre a non ignorare le pratiche della reciprocità, tende soprattutto a conferire una forma legale a questi abusi, a renderle impercettibili – ma, cosa grave sopra ogni cosa, ubbidisce a una sete profondamente nichilistica di dominazione e di avidità.
«È peggio il sistema delle lobby Usa che finanziano i partiti per orientare le decisioni legislative, o il 'regalo' accettato dal funzionario africano?» «Lo scambio di 'favori' nel Terzo mondo è legato alla miseria, nei Paesi sviluppati tende invece ad assumere forma legale e divenire impercettibile»
«Avvenire» del 4 febbraio 2011