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29 ottobre 2025

Più poveri, (anche) di relazioni

Oltre 9,3 milioni di italiani si sentono soli. Soprattutto gli over 65 non hanno legami: il ritiro sociale per la mancanza di sostegni
di Giulio Sensi
Il welfare di fronte a questa nuova sfida. La rivista Nessi: volontariato scuola di cura
Per alcuni italiani un po’ di solitudine è un desiderio, ma per molti, troppi, è una condanna. Perché amplifica le povertà e le difficoltà. La densità di relazioni sociali è in realtà un’apparenza, perché con la crescita dell’età media aumenta anche la solitudine che avvolge la vita delle persone, soprattutto anziane, di quelle con disabilità e immigrate. Ma nella spirale della solitudine scivolano anche i giovani. I dati statistici e le ricerche sulle persone sole di Eurostat e Istat parlano chiaro: nel nostro Paese in 9,3 milioni si sentono soli e quasi la metà ha più di 65 anni. Evidenze riprese e commentate da Percorsi di secondo welfare che ha dedicato al tema il primo numero della sua nuova rivista divulgativa «Nessi». «Fra le sfide sociali di cui spesso parliamo - spiega Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di secondo welfare e docente all’università degli Studi di Milano - va aggiunta quella della solitudine, per come cambia la struttura familiare e per come è cambiata la società. Essere soli amplifica i rischi presenti e futuri. Significa essere più poveri: di relazioni, di contatti, avere meno possibilità di interazione con altri e questo tipo di povertà si aggiunge ad altre forme non solo materiali. Ma che toccano varie sfere della vita delle persone, alimentare, lavorativa, sanitaria, e dei legami sociali».
Le situazioni toccano la quotidianità di tanti. Chi si trova in emergenza per un problema sanitario, un lutto o la perdita del lavoro non sa a chi rivolgersi, come affrontarlo, come gestire le ansie generate e superarlo. Non avere relazioni su cui poter contare cronicizza i problemi e spinge a una sorta di ritiro sociale: ci chiudiamo in casa, si esce poco, non ci rivolgiamo a servizi e non condividiamo ciò che viviamo, amplificando la sensazione che quel problema sia insormontabile. «Invece, nel dialogo e nel confronto con gli altri - spiega Maino - non solo si possono trovare soluzioni, ma rendersi conto che altri sperimentano situazioni analoghe. E questo dà sollievo».
Un tempo i «legami forti» familiari e non solo - erano visti con sospetto, perché fautori di forme di nepotismo o familismo amorale, restringendo il desiderio di autonomia. Ma oggi possono produrre senso di appartenenza. «Sono anche quelli da cui ci si aspetta maggiormente solidarietà e sostegno in caso di bisogno. Per questo - sostiene la sociologa Chiara Saraceno, che ne ha scritto per Nessi - giocano un ruolo importante, anche se con diversa intensità, lungo tutto l’arco della vita. Possono essere più o meno numerosi e soprattutto più o meno differenziati per tipo di legame, che siano i familiari più prossimi o gli amici più vicini. La povertà di legami forti, quindi, non riguarda solo la mancanza di relazioni familiari significative, il sentirsi soli, incompresi, non amati in famiglia. Riguarda anche l’assenza di persone su cui si può contare anche fuori e talvolta in alternativa della famiglia».
Le trasformazioni sociali hanno ridotto la cerchia prossima familiare e parentale dei legami sociali, ma sono stati messi in discussione anche quelli di vicinato, amicali e i rapporti nelle comunità in cui viviamo. Tutto questo avrà un impatto anche dal punto di vista della capacità di reagire ai cambiamenti che ognuno ha nella vita: quando va tutto bene i problemi sono relativi ma, in un sistema in cui il welfare è sempre più fragile, non poter contare sul sostegno degli altri è un’ulteriore grande sfida.
Da questo punto di vista il futuro non è roseo: Istat ha stimato che nel 2043 gli anziani soli raggiungeranno 6,2 milioni, il 57,7 per cento dei 10,7 milioni di persone che si prevede vivranno sole. La solitudine e la povertà relazionale possono essere affrontate. «Si vive più a lungo - commenta ancora Maino - ed è una bella cosa, ma emergono nuove fragilità, che possono portare fino alla perdita dell’autonomia. Così si invecchia non necessariamente in buona salute e da soli. Ma la solitudine colpisce anche altre fasce della popolazione. Sempre più i giovani scontano una serie di fragilità, trovandosi senza legami che facilitano la loro capacità di affrontare le vulnerabilità. E questo si amplifica quando si hanno difficoltà economiche o disabilità». Non tutte le risposte possono arrivare dai professionisti della salute. Ma tante esperienze nel Paese dimostrano che per contrastare questa povertà dobbiamo semplicemente costruire più relazioni. Attingere a quella che è definita la «prescrizione sociale» di cui si parla sempre di più, ovvero il collegamento delle persone con attività sociali che generano benessere. E poi rafforzare le comunità, creando spazi di condivisione. Per i giovani è raccomandabile fare volontariato e sperimentare la responsabilità nei confronti degli altri. Questo impegno può consolidare la cultura della cura di cui tutti avremo, prima o poi, bisogno.
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2025

17 gennaio 2017

I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi

Il delitto del Ferrarese
di Antonio Polito
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. La santa alleanza per l’educazione è venuta meno: la scuola è l’epicentro del conflitto. La cultura del narcisismo
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di
libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi. E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato.
Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere. I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori. Ma il guaio è che è il loro mondo a essere quello ufficiale e riconosciuto, vezzeggiato e corteggiato, perché sono loro i nuovi consumatori.
Al centro di questo mondo c’è una cultura del narcisismo, per usare l’espressione resa celebre da Christopher Lasch. Lo spirito del tempo ripete come un mantra slogan da tv del pomeriggio: «sii te stesso», «realizza tutti i tuoi sogni», «non farti condizionare da niente e nessuno», «puoi avere tutto, se solo lo vuoi». Più di un’educazione sentimentale è un’educazione al sentimentalismo. Al culto del sé, del successo facile, e del corpo come via al successo, sul modello dei calciatori e delle stelline. I genitori, anche i migliori, sono rimasti soli. È finito il tempo in cui «i metodi educativi in famiglia non venivano smentiti o condannati dal contesto», protesta Massimo Ammaniti ne Il mestiere più difficile del mondo, il libro scritto con Paolo Conti e pubblicato dal Corriere. Oggi invece la smentita è continua.
Nessun rifiuto, nessun limite, nessun «no» che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori. Il fallimento educativo che ne consegue è una delle cause, non una conseguenza, della crisi italiana. Ne è una prova il fatto che a parlare del disagio giovanile oggi siano chiamati solo gli psicologi e gli psicanalisti, e non gli educatori: come se il problema fosse nella psiche dell’individuo e non nella cultura della nostra società, come se la risposta andasse cercata in Freud e non in Maria Montessori o in don Bosco. È dunque perfino ovvio che l’epicentro di questo terremoto sia la scuola. E che il conflitto più aspro con i nostri figli avvenga sul loro rendimento scolastico. A parte una minoranza di dotati e di appassionati, per la maggioranza dei nostri figli lo studio è inevitabilmente sacrificio, disciplina, impegno, costanza. Tutte cose che non c’entrano niente con il narcisismo del tempo.
Chiunque abbia figli sa quanto sia dolorosa questa tensione. I ragazzi fanno cose inaudite pur di sottrarsi. L’aneddotica è infinita. C’è la giovane che riesce a ingannare i genitori per anni, fingendo di fare esami che non ha mai fatto ed esibendo libretti universitari contraffatti. C’è il ragazzone che scoppia a piangere come un bambino ogni volta che il padre accenna al tema dello studio. C’è quello che dà in escandescenze. Quello che mette il cartello «keep out» sulla porta della cameretta. Quello che non toglie le cuffie dell’iPod. Padri e madri non sanno che fare: fidarsi dei figli e del loro senso di responsabilità, rischiando di esserne traditi? O trasformarsi in occhiuti sorveglianti, rischiando di esserne odiati? Lo spaesamento è testimoniato dall’espressione che usiamo correntemente nelle nostre conversazioni: «Ciao, che fai?». «Sto facendo fare i compiti a mio figlio». «Far fare», un unicum della lingua italiana, una costruzione verbale che si applica solo alla lotta quotidiana con gli studi dei figli.
Bisognerebbe invece fare qualcosa. Ci vorrebbe una santa alleanza tra genitori, insegnanti, media, intellettuali, idoli rock, stelle dello sport, per riprendere come emergenza nazionale il tema dell’educazione, e sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo. Ma i miei figli cantano, insieme con Fedez: «E ancora un’altra estate arriverà/ e compreremo un altro esame all’università/ e poi un tuffo nel mare / nazional popolare/ La voglia di cantare non ci passerà».
«Corriere della sera» del 13 gennaio 2017

09 settembre 2016

Pregiudizi e verità sull’amore, una rivoluzione incompiuta

Il tempo delle donne
di Barbara Stefanelli
Le donne sono riuscite a spingere il mito della maternità e l’utopia del piacere verso un’idea nuova che dia felicità?
Il primo anno abbiamo parlato di lavoro, perché l’indipendenza economica delle donne resta la più potente rivoluzione possibile per spingere l’Italia verso una modernità che non si fermi alla vetrina di poche. Il secondo di maternità, scoprendo in diretta quanto siano importanti i padri per una condivisione dei compiti (e delle emozioni) che superi lo schema mai decollato della conciliazione pensata solo al femminile. Quest’anno il Tempo delle Donne — festival, festa, convegno del Corriere della Sera — ha scelto di indagare sull’amore e sul sesso in Italia. E molti ci hanno chiesto perché. Perché proprio questo tema al centro di un’inchiesta lunga e radicale, che ha coinvolto decine di giornalisti e che si apre ora al confronto con le lettrici e i lettori?
Una risposta la prendiamo in prestito dal libro che ha segnato il 2016: La scuola cattolica, di Edoardo Albinati, il quale ha messo a nudo il corpo degli uomini lungo centinaia e centinaia di pagine ancorate al delitto del Circeo. Scrive Albinati: «Si direbbe che il sesso riguardi solo la vita privata degli individui, unicamente la loro camera da letto, e invece scuote da cima a fondo l’intera società per poi rimodellarla in forme nuove, riposizionando tutti i valori, riformulando i rapporti (...). La passione sessuale è l’origine stessa della personalità».
Se questo è vero, come crediamo, qual è lo stato delle cose mezzo secolo dopo il ‘68 che fece della liberazione sessuale un punto di ripartenza nelle relazioni tra gli uomini e le donne? Quella «nuova economia morale» — che l’Europa abbracciò in nome di un riconoscimento incondizionato del piacere femminile e del diritto di tutti a una ricerca personale non più domata da codici eterodiretti che si erano fermati ai valori dei bisnonni — ha davvero cambiato le parole e i pensieri degli italiani 53 anni dopo i Comizi d’amore raccolti da Pier Paolo Pasolini?
I cambiamenti ci sono stati e ciascuno li può misurare accostandoli ai racconti che le famiglie custodiscono di generazione in generazione. Conosciamo l’euforia della sperimentazione, tra gli Anni 60 e 70, e le inquietudini che la solitudine etica può generare rispetto agli alti scudi della «morale comune» o del «comune senso del pudore». Oggi — spiega Carmen Leccardi in uno studio dedicato a Le trasformazioni della morale sessuale e dei rapporti tra i generi — ci troviamo di fronte a nuove forme di regolazione sociale della sessualità, di natura individualizzata, e non a un’assenza di norme. Ma la chiamata alla responsabilità in tema di scelte morali è impegnativa, spesso faticosa, perché lascia spazio tanto a incertezze e timori quanto a movimenti organizzati di opposizione. Nel ventunesimo secolo — commenta Marta Boneschi a conclusione di Senso, straordinario racconto-resoconto dei costumi degli italiani che attraversa la cronaca, la Tv, il cinema, i romanzi, i giornali «per soli uomini», le parole delle encicliche e quelle dei primi siti porno, le piazze, le aule parlamentari — «l’esperienza del sesso si presenta densa di problemi e ansie, non meno che alla fine dell’Ottocento». E questo nonostante un’onda gigantesca sia passata sulle nostre vite, ribaltando le leggi e rovesciando le parole per dirlo. Nel dizionario Bergoglio del 1896, lo stupro è «corrompimento di verginità»; nel Garzanti 1994 «un atto sessuale imposto con la violenza»; una vergine era «una femmina pura e innocente», sarebbe diventata «una donna che non ha mai avuto rapporti sessuali».
I bilanci in campo sentimentale e sessuale sono riservati, resistono a una sintesi generazionale, è vero, tuttavia dopo mesi di inchiesta una sensazione diffusa si impone ed è quella di una rivoluzione incompiuta. «Noi donne — ragiona Barbara Mapelli, femminista, partendo da un suo ricordo del raduno al Parco Lambro con quell’atmosfera da "cuccagna" collettiva, per tornare ad attingere alle pagine di Albinati — volevamo scrollarci dalle spalle e dalla vita il pesante basto della sessualità non riconosciuta, non consentita, repressa: ciò che volevamo era più che legittimo, ma forse lo abbiamo vissuto con ingenuità e presunzione, come se bastasse voltare una pagina...».
Restano spazi oscuri nel profondo dei corpi; salgono e risalgono in superficie pregiudizi e stereotipi dei quali sorridiamo in tempi di tregua; non arretra il baratro del controllo sulle donne dove si spinge feroce una parte degli uomini per spegnere il disagio, la paura di essere fuori tempo massimo. Ed è qui — nel terreno franato di un’educazione sentimentale, sessuale, di genere sempre temuta, o solo sottovalutata, e di conseguenza allontanata anche dai nostri figli — che le radici della violenza crescono ancora e ancora, sorprendendoci quasi ogni giorno.
Non avevamo arredato case dove potevamo amare ma anche andare via, in pace e rispetto? E «la democrazia sessuale» non si era sostituita a ogni forma di omofobia? Ancora: le donne — prime protagoniste di quella rivoluzione — sono riuscite a ridisegnare il mito della maternità e l’utopia del piacere, a svestire e rivestire mito e utopia in un’idea nuova, affrancata da ideologie contrapposte, l’unica capace di rifondare la nostra ricerca individuale di felicità?
A questa domanda la risposta è sì: ci stiamo provando, ma non possiamo fermarci. Come non possiamo — e non vogliamo — smettere di scrivere e riflettere sull’amore. Il viaggio è lungo e non prevede una fine, perché le cose cambiano e noi con loro. Ma questo scarto non toglie senso alla ricerca e alla narrazione della ricerca stessa. Al contrario.
C’è una seconda ragione che ha dato forza a questa inchiesta del Corriere. L’abbiamo immaginata e approfondita nel tempo perché eravamo liberi e libere di farlo. Nella stagione del burka da vietare, del burkini non da vietare ma per noi incomprensibile, degli agguati a come viviamo e siamo, in questa stagione di paure e crisi tutte ingarbugliate, indagare sul sesso e sull’amore, sulle relazioni tra uomini e donne, tra uomini e uomini, tra donne e donne, è un’espressione della nostra identità. Di quella cultura — europea e d’Occidente — alla quale apparteniamo, nella quale ci riconosciamo guardandoci l’un l’altra, alla pari. Una cultura di libertà che non dobbiamo soltanto difendere quando siamo sotto attacco, nell’elaborazione del lutto, ma tornare ad affermare con forza, nella riflessione su come stiamo e come vorremmo stare, insieme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2016

29 luglio 2014

L’altra faccia del precariato che i giovani a volte non vedono

Quando l’educazione non prepara al mondo del lavoro
di Roger Abravanel
Che in Italia il precariato sia molto aumentato non è una novità per nessuno. È anche cosa nota che in Italia il precariato sia particolarmente ingiusto, perché la normativa sul lavoro ha creato un «apartheid» - secondo la definizione di Pietro Ichino - tra precari «cronici» (partite Iva, contratti a progetto), soprattutto giovani e donne, e lavoratori garantiti come in nessun altro Paese al mondo - lavoratori maschi di età media che lavorano in fabbriche che si stanno chiudendo in tutti i Paesi sviluppati e nel settore pubblico.
Eppure esiste anche un’altra faccia del precariato: per cento persone che perdono il lavoro ce ne sono 98 che il lavoro lo trovano. Come è possibile? Per capirlo basta analizzare le statistiche dei nuovi contratti di lavoro, per esempio quelle del 2012, quando sono state registrate ben 10 milioni di nuove assunzioni. Molte hanno brevissima durata, 3 milioni sono sotto il mese, ma ce ne sono almeno 2 milioni che durano più di un anno, un numero pari a quello dei lavoratori a tempo indeterminato. In media le persone che trovano lavoro ne trovano due all’anno, e quindi i 10 milioni di assunzioni corrispondono a 5 milioni di persone che cambiano due lavori all’anno.
Nei 5 anni di crisi si è perso 1 milione di posti di lavoro, il che equivale a 4.000 ogni settimana. Dato però che ogni settimana 200.000 persone vengono assunte (10 milioni diviso 52 settimane), vuole dire che per cento persone che vedono terminare il proprio contratto ce ne sono 98 che, invece, trovano una occupazione (200.000 su 204.000). Molte di queste saranno diverse dai 100 che hanno perso il lavoro, ed è anche possibile che alcuni tra questi ultimi non lo ritrovino più.
Ovviamente, per le cento persone che si ritrovano senza un’occupazione, questo è un male: i trenta-quarantenni che rimangono disoccupati non possono pianificare la propria vita, e per i cinquantenni si tratta di una vera tragedia. Ma la stessa situazione non è invece così negativa per le 98 persone che trovano lavoro. Molti di loro hanno perso il proprio impiego solo la settimana o il mese prima e rientrano nella categoria dei «precari a vita», vittime dell’«apartheid» cui si faceva riferimento. Ma molti di costoro tornano a cercare un lavoro per la prima volta dai tempi del loro debutto nel mercato del lavoro: e per questi ultimi si tratta di una vera opportunità. In particolare, questa rotazione dovrebbe aprire grandi opportunità ai giovani tra i 18 e 24 anni, che hanno meno bisogno di pianificare il proprio futuro.
E invece questo non avviene, perché i giovani rappresentano solo una piccola parte di quei dieci milioni di assunzioni che avvengono ogni anno: una parte molto inferiore a quella che dovrebbe essere. Questo avviene perché molti giovani non sono preparati e non possiedono quelle «soft skills» che i datori di lavoro ritengono necessarie: capacità di comunicare, risolvere problemi, lavorare in team e una forte etica del lavoro. La scuola italiana non insegna loro queste abilità. Ciò che avviene, quindi, è che alla fine il datore di lavoro si orienti sull’«usato sicuro» e non assuma i giovani.
I ragazzi e le ragazze italiani che possiedono queste competenze perché hanno avuto la fortuna di studiare in una buona scuola e/o università, hanno lavorato durante gli studi e si sono presentati non troppo tardi sul mercato del lavoro, hanno invece molte possibilità: ma anche loro devono rivedere l’approccio alla ricerca di una occupazione. Devono soprattutto dimenticare lo Stato e le sue agenzie del lavoro - che non funzionano -, oltre alle raccomandazioni di parenti e degli amici. Come sempre, dove lo Stato non funziona subentrano il mercato e l’innovazione. Le agenzie interinali come Adecco e Manpower si sono trasformate in questi anni in veri e propri protagonisti del mercato del lavoro, con un ruolo ben più ampio di quello, più tradizionale, di assumere i lavoratori di cui l’azienda non vuole farsi carico direttamente per risparmiare i contributi e mantenere la flessibilità di licenziarli. Sono dei gestori della vita professionale di un lavoratore capace, che, se si dimostra serio e con le giuste competenze , alla fine, con il loro aiuto, può rimediare un lavoro, anche a tempo indeterminato. Queste agenzie sono infatti diventate dei veri esperti della selezione del personale, perché hanno dei professionisti molto capaci a capire quelle soft skills che per le aziende oggi sono più importanti delle competenze professionali e che non si possono leggere in un curriculum. Eppure molti giovani italiani ancora oggi le considerano solo come agenzie «interinali».
C’è, inoltre, Internet che aiuta a rendere enormemente più trasparente il mercato del lavoro. Per esempio, gli italiani stanno scoprendo i social network non solo per la vita personale, ma anche per quella professionale. Ben 7 milioni hanno messo il proprio curriculum su LinkedIn, una piattaforma digitale che permette a un datore di lavoro di «pescare» un lavoratore navigando nelle rete alla ricerca delle caratteristiche giuste e chiedendo referenze a chi lo conosce. Grazie alla tecnologia, LinkedIn «distruggerà» il mondo delle raccomandazioni all’italiana.
Eppure, di questi 7 milioni i giovani sono una minoranza. Più in generale non sfruttano a sufficienza la Rete, anche se dovrebbero essere avvantaggiati. Preferiscono «usare Facebook per mostrare i propri muscoli o le proprie curve, piuttosto che LinkedIn per trovare un lavoro», dice il responsabile delle risorse umane di una grande azienda italiana. Il precariato è drammatico per molti lavoratori. Ma presenta anche un’ altra faccia che dovrebbe favorire i giovani. Eppure questo non avviene, essenzialmente per colpa del nostro sistema educativo che non li prepara al mondo del lavoro.
«Corriere della sera» del 29 luglio 2014

25 luglio 2014

L'Italia moderna? È nata dal fuoco della Grande guerra

L'immane carneficina del primo conflitto mondiale rafforzò l'identità nazionale. Perché il "cameratismo" si diffuse dalle trincee a tutto il Paese
di Francesco Perfetti
Negli
La prospettiva dello scontro che sarebbe diventato la «Grande Guerra» era stata da tempo presa in considerazione dai vertici politici e militari delle potenze europee nella presunzione che un conflitto, breve e limitato, avrebbe stabilizzato la situazione internazionale.
Era un calcolo sbagliato. Lo si vide subito. La guerra coinvolse sempre più Stati, dilagò oltre i confini europei e costò decine di milioni di caduti sui campi di battaglia e, dopo, a operazioni militari concluse, altri milioni di morti o invalidi.
La guerra mondiale, però, non fu soltanto una carneficina da ricordare con orrore. Comportò, in positivo e in negativo, effetti duraturi e dirompenti. Per l'Italia, a esempio, rappresentò, sì, la conclusione del processo risorgimentale, ma anche il rafforzamento dell'identità nazionale. Prima dell'intervento, il Paese era diviso fra neutralisti e interventisti, immerso in un clima di latente guerra civile. Quasi per incanto, a guerra iniziata, si instaurò un clima di concordia nazionale. Il movimento delle «radiose giornate» del maggio 1915 aveva interessato una minoranza egemonizzata da élites culturali. La maggioranza della popolazione, in campagna come in città, era rimasta estranea alla battaglia per la neutralità o per l'intervento. Ed è comprensibile. Il processo di trasformazione economica e sociale e la fase di decollo economico avevano da poco aperto la strada alla partecipazione delle masse alla vita politica e sociale sia con l'estensione del suffragio sia con una pur limitata militanza partitica sia, infine, con le prime significative espressioni di conflittualità sindacale.
Durante il conflitto le cose mutarono. Il protrarsi dello stato di belligeranza, il succedersi delle chiamate alla leva, la necessità di modificare abitudini secolari o di cambiare lavoro e residenza, il riflettersi, insomma, degli effetti di un conflitto, divenuto esso stesso di massa, su tutte le fasce della popolazione, accelerarono la trasformazione della società. Piero Melograni in uno splendido e insuperato volume apparso nel 1969 - Storia politica della Grande Guerra (Mondadori), punto di svolta nella storiografia in materia - osservò che la guerra divenne la «prima esperienza collettiva degli italiani», di tutti gli italiani, non soltanto degli uomini impegnati al fronte.
Attraverso la dura vita della trincea facilitò lo sviluppo di un processo di robusta integrazione, favorendo la nascita - assai bene analizzata, a livello generale, da George L. Mosse - di quel sentimento del «cameratismo» che dopo il conflitto avrebbe rappresentato il collante capace di tenere insieme, uniti nella rivendicazione dei sacrifici sopportati al fronte e nella difesa dei valori per i quali si erano battuti, gli ex combattenti, espressione di un tipo umano inedito, nato, cresciuto e temprato in mezzo alle «tempeste d'acciaio». Attraverso la condivisione di sofferenze e disagi al fronte e il forzato annullamento o la riduzione delle distanze sociali, la guerra fece sì che gli individui coinvolti nel conflitto - con diverse mentalità, gusti, abitudini, esigenze e costretti a operare insieme sui campi di battaglia o a vegetare gomito a gomito nelle trincee - si adeguassero a una vita di relazione nuova, basata sull'uniformità del vestiario e dell'alimentazione, oltre che sulla necessità di superare le barriere linguistiche che, per la persistenza dei dialetti e la sopravvivenza di sacche di analfabetismo o semianalfabetismo, ancora li dividevano e li rendevano estranei l'uno all'altro.
In tal modo la guerra contribuì a far acquisire alla popolazione - anche quella non impegnata al fronte - il sentimento di appartenenza a una comunità nazionale nei confronti della quale non era pensabile rimanere estranei. Sotto questo profilo essa, sul terreno dei comportamenti collettivi, gettò le premesse per un massiccio e coinvolgente ingresso, o desiderio di ingresso, delle masse nella vita politica con il proposito, se non proprio di impadronirsi del Paese e di gestirlo, quanto meno di influire sui centri decisionali del potere. Non basta. Sul terreno economico, la guerra determinò il brusco passaggio da una società ancora legata a una struttura di produzione di tipo agrario a una società che dell'industria, in particolare quella pesante, doveva fare, per motivi bellici, il punto di forza, con tutto ciò che tale trasformazione finì per comportare: dalle migrazioni interne dalla campagna verso la città sino alla modifica della composizione della manodopera nelle strutture industriali che videro crescere in misura significativa la presenza femminile e il lavoro giovanile; dal consolidarsi di intrecci fra interessi industriali e bancari all'imposizione di vincoli legislativi e disposizioni regolamentari che, dopo la conclusione del conflitto, avrebbero rappresentato un pesante intralcio ai processi di riconversione verso un'economia di pace; e via dicendo. Sul terreno politico, infine, la guerra favorì le aspirazioni al rafforzamento dell'esecutivo e, più in generale, a quelle soluzioni che, a tutti i livelli, comportavano unicità di decisione.
La «Grande Guerra» si rivelò insomma, nel bene e nel male, un grande evento modernizzatore. Anche se - per il triste bagaglio di morti delle generazioni più giovani e per la pericolosa eredità di pulsioni rivoluzionarie e di suggestioni autoritarie e avventuristiche - lasciò, come mai nessun altro conflitto nella storia passata e recente aveva fatto, sul terreno di una società come quella italiana, in profonda e accelerata trasformazione, molte questioni aperte, da quelle più legate alla necessità di recuperare le condizioni di normalità a quelle connesse all'esigenza di rispondere a tante sfide innovatrici.
«Il Giornale» del 24 luglio 2014

23 luglio 2014

Il matrimonio indissolubile? Un’idea dei liberali laicisti

di Giuseppe Dalla Torre
​I promotori del referendum abrogativo della legge divorzista, nel 1974, lo avevano detto e ripetuto, ma rimasero inascoltati. Ora è sotto gli occhi di tutti la crescente diffusione del divorzio e la banalizzazione di una pratica che, all’origine, si pretendeva come del tutto eccezionale: per i cosiddetti “casi pietosi”.
Si tratta di un fenomeno che non si arresta, anzi. Prova ne sia l’iter parlamentare della proposta sul cosiddetto “divorzio breve”, all’esame della Commissione Giustizia della Camera, che riduce a dodici mesi il periodo di separazione necessario per poter proporre domanda di divorzio, ridotto ulteriormente a nove mesi nel caso di separazione consensuale in assenza di figli minori.
Addirittura si affaccia, da autorevoli sponde governative, il programma di sottrarre ai giudici i procedimenti di separazione e di divorzio di natura consensuale, sicché, in assenza di figli minori o portatori di handicap (ma solo se “gravi”), lo scioglimento del matrimonio potrebbe essere disposto direttamente dagli avvocati delle parti attraverso una sorta di “accordo conciliativo”. Tutto ciò al fine di evitare il giudizio e di giungere rapidamente alla soluzione.
A guardare con gli occhi della storia, l’Italia repubblicana è riuscita là dove il legislatore liberale laicista ed anticlericale, tra Ottocento e Novecento, non solo non era andato, ma addirittura non era voluto andare. In effetti dopo la codificazione del 1865, che aveva introdotto il matrimonio civile nel nostro ordinamento e lo aveva imposto come obbligatorio a tutti coloro che intendessero sposare, vi furono alcune iniziative tese a introdurre il divorzio; del resto il modello del matrimonio civile, desunto dalla Francia rivoluzionaria prima e napoleonica poi, conteneva in sé la possibilità dello scioglimento.
Le ragioni per cui il legislatore liberale non accondiscese al divorzio non furono di carattere religioso; in particolare non furono legate alla natura sacramentale propria del matrimonio tra battezzati e al precetto evangelico per cui l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito. Furono, al contrario, ragioni rigorosamente legate a una razionalità e a una etica laiche: la prima andava a sottolineare la struttura profonda e fondamentale del matrimonio come rapporto stabile e solidale tra un uomo e una donna il quale, in una complementarietà che giunge fino all’integrazione più intima, è aperto alla procreazione; la seconda guardava al matrimonio come forma di eticità naturale, considerandolo non come mero contratto, disponibile dalle parti contraenti, ma come prodotto della loro volontà di dar vita a un rapporto giuridico trascendente le persone degli sposi e da queste indisponibile. Non a caso nella relazione al Senato del Regno sul progetto di codice civile, il ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti del tempo, Giuseppe Pisanelli, affermava tra l’altro che «più che un contratto, il matrimonio è un’alta istituzione sociale, che cade sotto le prescrizioni dello Stato».
In sostanza il legislatore italiano allora, e per lungo tempo, ebbe chiaro che il matrimonio non è un fatto solo personale, come non è neppure un fatto meramente privato. Non è un fatto solo personale, perché coinvolge necessariamente altri soggetti (il coniuge, i figli, ma anche i membri della famiglia allargata), creando affidamenti, aspettative, attese, speranze, che il diritto è chiamato a garantire: con certezza, sempre, ovunque. Ma non è neppure un fatto meramente privato, perché la famiglia che da esso trae origine ha funzioni educative, sociali, assistenziali, in generale solidaristiche, che hanno una innegabile rilevanza pubblica. Non a caso qualora la famiglia manchi, o qualora sia incapace ad esercitare le funzioni sue proprie, è la società che deve farsene carico.
Dunque quello che, ai tempi dell’introduzione della legge sul divorzio prima e del referendum poi, venne definito come il solito deprecabile ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi, era invece il frutto di scelte chiare e ponderate del legislatore liberale; scelte che certamente finivano per essere solidali con le sensibilità del mondo cattolico. Il sopraggiungere del Concordato lateranense prima e della Costituzione repubblicana poi, col suo forte impianto giusnaturalistico che vede nella famiglia una società naturale fondata sul matrimonio (art. 29), furono ragioni ulteriori che contribuirono a mantenere l’Italia nella felice condizione di un’isola non toccata da processi culturali, di costume e legislativi di altri Paesi.
Nel 1970 la legge sul divorzio, confermata poi dal referendum del 1974, venne a mutare profondamente la situazione. Sugli effetti di quella svolta normativa si potrebbero dire molte cose, tanto furono numerosi e incisivi. Dal punto di vista giuridico quella legge segna, tra l’altro, l’inizio di un processo che con diverse tappe si prolunga sino a noi, con una profonda incidenza sulla cultura e sul modo di percepire le realtà di matrimonio e famiglia, di procreazione, di solidarietà familiare, fino a quella della identità maschile e femminile. Del resto è ben nota ai sociologi e ai giuristi la funzione pedagogica della legge, che col permettere o col proibire induce il consolidarsi di raffigurazioni dei rapporti e di modelli di comportamento. Sicché è da chiedersi, ad esempio, quanti siano oggi coloro che sposano non solo con la volontà di un matrimonio indissolubile, ma prima ancora con la consapevolezza che l’indissolubilità è una proprietà intrinseca del matrimonio come istituto naturale.
A ben vedere dall’introduzione del divorzio è iniziata una erosione del matrimonio inteso come istituto di rilevanza pubblica; come istituto che, almeno potenzialmente, interessa tutta la società. Il matrimonio è stato retrocesso sempre più alla stregua di un mero contratto privato: come tale a contenuto aperto, modificabile dalla volontà delle parti anche nei suoi elementi fondativi e caratterizzanti, legato al permanere o meno di utilità personali, e conseguentemente recessibile per mutuo consenso o in via unilaterale. Addirittura un contratto assai meno garantito di altri: si pensi solo ai doveri nascenti per i coniugi e tuttora sanciti dall’art. 143 del codice civile, vale a dire la fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia, la coabitazione; nella pratica, infatti, tali doveri risultano sostanzialmente sguarniti di ogni efficace garanzia, sicché il rispetto del loro adempimento rimane in molta parte rimesso alla buona volontà degli sposi.
Al di là di ogni buona intenzione, l’effetto di tutto è, tra l’altro, un affievolimento delle relazioni di solidarietà, un illanguidimento delle reti sociali e, in ultima analisi, un indebolimento dell’individuo, rimasto sempre più solo. Si apre una sfida enorme per l’uomo e la società di domani; una sfida in cui la Chiesa e l’intera comunità ecclesiale possono avere un ruolo di eccezionale rilevanza nel mostrare e testimoniare, prima ancora della sacramentalità, la fisionomia propria dell’istituto sul piano naturale, e nel provocare la nostalgia per il fascino della sua bellezza.
«Avvenire» del 3 giugno 2014

Nell'agonia del matrimonio la crisi delle società occidentali

Referendum del 1974
di Francesco D'Agostino
​Si sono rimarginate, nel mondo cattolico, le ferite aperte dalle campagne referendarie sul divorzio e sull’aborto? Sono rimaste aperte quelle ferite, si sono cronicizzate o si sono invece definitivamente sanate? Per rispondere a questa domanda, è probabilmente opportuno distinguere la questione divorzio da quella dell’aborto: e il fatto che quest’anno ricorra l’anniversario della prima delle due battaglie referendarie giustifica, almeno provvisoriamente, questa distinzione. Sembra un’evidenza consolidata che oggi, per la quasi totalità degli italiani, quella dell’indissolubilità del matrimonio non sia più una questione reale e aperta. Gli anni passati dall’approvazione della legge Fortuna-Baslini e dal referendum sul divorzio (ben quaranta!) sono davvero tanti, cronologicamente e ancor più sociologicamente: per tutti coloro che oggi hanno raggiunto la mezza età, pensare a un’Italia "senza divorzio" è come pensare a un’Italia (come, ad esempio, quella "sabauda") che si sa bene che è esistita, ma con la quale non si ha più un rapporto personale e reale. Se però rinunciamo a valutazioni generalizzanti (che, pure, sono più che legittime) e prendiamo in considerazione situazioni di carattere particolare, vediamo che le cose non stanno sempre così.
Consideriamo il mondo dei giuristi cattolici (la cui associazione, l’Ugci, cioè l’«Unione Giuristi Cattolici Italiani», costituita subito dopo la fine della guerra, gode tutt’ora di ottima salute). Come molte altre ben note associazioni cattoliche (mi limito a citare l’Azione Cattolica o le Acli) anche l’Ugci entrò con forza nei dibattiti intensissimi che precedettero l’approvazione della legge sul divorzio e fu tra le associazioni che promossero il referendum per l’abrogazione della nuova legge divorzista. Vi entrò in modo pubblico ed esplicito, con delibere unanimi, tutte caratterizzate da presupposti dottrinali assolutamente limpidi, quali la difesa del dettato costituzionale (col suo esplicito riferimento alla famiglia come «società naturale») e l’affermazione del fondamento giusnaturalistico e quindi non confessionale dell’ indissolubilità (presupposto che spiega la presenza, tra i promotori del referendum, di personalità non riferibili alla Democrazia cristiana e all’associazionismo cattolico, tra le quali, a quel tempo, la più nota all’opinione pubblica era probabilmente la senatrice socialista Merlin). Non mancarono però, nemmeno per l’Unione giuristi cattolici, lacerazioni e sofferenze, riconducibili alle posizioni di diversi intellettuali (e non pochi teologi) che davano al principio dell’indissolubilità una valenza altissima sì, ma essenzialmente spirituale; una valenza che essi ritenevano paradossalmente umiliata, quando, per tutelarla, si fosse fatto primario riferimento a uno strumento "coercitivo" come quello della legge dello Stato. Furono posizioni di minoranza, che però attivarono orientamenti e prese di posizione, che si manifestarono con evidenza ancora più forte quando, alcuni anni dopo, il problema referendario si ripropose a carico della legge sull’aborto.
L’interpretazione storiografica prevalente in merito all’introduzione del divorzio in Italia è quella che la vede come una delle tappe decisive e irreversibili del processo di secolarizzazione che nella seconda metà del Novecento ha caratterizzato il nostro Paese (e non poteva non caratterizzarlo, secondo i fautori di questa lettura). Non voglio prendere posizione al riguardo, anche se mi rendo benissimo conto di quanto forte sia questa lettura degli ultimi decenni: credo però che non si tratti di una lettura che ben si adatti al mondo del diritto: e mi riferisco non solo ai giuristi cattolici e alle loro controversie interne, ma all’universo, ben più ampio, dei giuristi non cattolici (ma non per questo necessariamente anticlericali) cultori del diritto di famiglia. Se ci immergiamo nelle diatribe dense e intricate di quaranta e più anni fa, percepiamo un dato che ha un suo rilievo: sia i giuristi antidivorzisti, che quelli divorzisti erano convinti di combattere una battaglia a favore del matrimonio. Semplicemente, si dividevano – e accanitamente – sulle modalità strategiche ottimali per vincere questa battaglia. Gli anti-divorzisti partivano ovviamente dall’idea che il matrimonio andasse difeso come indissolubile, non però perché il divorzio ne minacciasse il ruolo sociale (ritenuto concordemente insostituibile), ma perché la legislazione divorzista indeboliva fatalmente la sua finalità generazionale e danneggiava il coniuge più debole (la donna). Ma anche i divorzisti erano pienamente convinti che bisognasse difendere il matrimonio: in questo senso anche essi sostenevano che non si dovesse mai procedere al riconoscimento di un divorzio meramente «consensuale». Per i giuristi cattolici "divorzisti" la migliore difesa del coniugio era però quella capace di riconoscere la dissolubilità come soluzione estrema per i casi di fallimento completo e oggettivo di un’unione coniugale, casi in cui il permanere del vincolo non potesse sotto alcun profilo giovare più né al coniuge più debole, né ai figli.
Negli anni dei dibattiti sul divorzio sembra che né i giuristi antidivorzisti, né quelli divorzisti abbiano avvertito il fenomeno che si stava manifestando in tutte le società occidentali (indipendentemente dalla presenza in esse di normative divorziste più o meno ampie), un fenomeno che in pochi anni sarebbe cresciuto in modo irresistibile: quel vistoso e inaspettato processo che la sociologa francese Irène Théry ha efficacemente denominato démariage, cioè dematrimonializzazione. Possiamo anche fare ricerche sul numero sempre più crescente dei matrimoni che si concludono con un divorzio (e dare così ragione agli anti-divorzisti, che hanno sempre richiamato l’attenzione su quanto una legislazione sullo scioglimento del matrimonio lo renda fragile come istituto). Quello però che non possiamo negare è che la questione prioritaria oggi non è il dilagare dei divorzi, ma l’agonia del «matrimonio legale», che porta irresistibilmente con sé il dilagare di una crisi demografica, della cui gravità solo ora, e a fatica, l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza. Siamo arrivati a un punto tale che quella che fino a pochi anni fa era solo una facezia, peraltro di dubbio gusto ("oggi il matrimonio è agognato solo dai gay") si sta manifestando come una dinamica sociale di pesante rilievo. L’affermazione palesemente provocatoria fatta nel 1974 da Amintore Fanfani sul Corriere della Sera e cioè che, dopo il divorzio, sarebbe arrivato in Italia il matrimonio tra omosessuali (affermazione che all’epoca attirò sul leader democristiano espressioni di sdegno e di irrisione) andrebbe oggi ritenuta "profetica".
Lo smarrimento dei giuristi, posti di fronte a questa dura realtà, è impressionante. Lo dimostrano i deboli dibattiti italiani, di queste ultime settimane, sul "divorzio breve", nei quali la voce dei giuristi si è sentita ben poco. L’individualismo che caratterizza le società secolarizzate consente che si dia al matrimonio (istituto eminentemente relazionale e di conseguenza radicalmente anti-individualista) un rilievo residuale, tutt’al più simbolico, di minima valenza sociale. Possono avere un futuro le società «dematrimonializzate»? Certamente no. Ma un’eventuale (e ormai urgente) «rimatrimonializzazione» delle società occidentali richiede che tutto l’istituto del matrimonio vada profondamente ripensato e preso sul serio, anche per quel che concerne le dinamiche divorziste. Ossessionati come siamo dai problemi dell’economia sembra che non siamo più capaci di percepire come alla base dell’economia stia la famiglia e alla base della famiglia stia il matrimonio e la sua capacità di "durare". Avevano ragione i giuristi cattolici antidivorzisti: quella del matrimonio è questione antropologica, prima che confessionale. E poiché le difficoltà del presente, prima che confessionali, sono antropologiche, c’è da essere profondamente inquieti.
«Avvenire» del 17 giugno 2014

Diritto naturale e ragione, non ideologia

Il dibattito, oggi viziato, sulle unioni gay
di Francesco D'Agostino
Il cattolico – così si dice da parte di molti – è colui che non accetta né il divorzio, né l’aborto. Questa formula viene ormai da molti integrata con un terzo 'no': il cattolico è colui che dice di 'no' anche al matrimonio omosessuale. È davvero così? Certo che è così. Però, aggiungerebbe un cattolico dotato di un minimo di consapevolezza, il mio 'no' al divorzio, all’aborto, al matrimonio omosessuale non ha carattere confessionale. Anche chi non creda in Dio, ma sia in grado di riflettere sul diritto naturale, cioè su quella legge che vale in ogni epoca e per ogni popolo, può col buon uso della sua ragione giungere a comprendere che il matrimonio è intrinsecamente indissolubile, che l’aborto è uccisione di un’autentica vita umana, che il matrimonio omosessuale è una contraddizione in termini, che deforma la finalità generativa delle nozze.
Infatti, nei grandi dibattiti che si sono avuti in Italia all’epoca dell’introduzione del divorzio e della legalizzazione dell’aborto i cattolici non hanno usato mai argomenti biblici, magisteriali, religiosi, dogmatici, confessionali: hanno sempre fatto riferimento alla comune e universale ragione umana e sono scesi in campo, contro i divorzisti e gli abortisti, accanto a non pochi 'laici' convinti come loro che in queste, così come in tutte le questioni etiche fondamentali, l’appello alla fede è superfluo. È un fatto, però, che la dura sconfitta nei due referendum su divorzio e aborto è stata interpretata come una sconfitta dei cattolici e che questa interpretazione si è ormai definitivamente cristallizzata (anche nella mente dei cattolici stessi). Non c’è quindi bisogno di essere profeti per prevedere che i dibattiti che diventeranno cocenti nei prossimi mesi sulla legalizzazione delle convivenze omosessuali, che si vorrebbe completamente parificate a quelle coniugali (vengano o no definite 'matrimonio') vedranno ancora una volta schierati (mediaticamente) i 'cattolici' contro i 'laici'. Nelle truppe cattoliche verranno arruolati alcuni pochi laici 'tradizionalisti' (!) e in quelle laiche verranno arruolati alcuni cattolici 'contestatori' (!). Ancora una volta emergerà la vecchia e stantia contrapposizione tra i laici illuminati e razionali e i cattolici bigotti e dogmatici. Ancora una volta toccheremo con mano lo stesso paradosso che si manifestò all’epoca dei dibattiti sul divorzio e sull’aborto. I cattolici non saranno ascoltati, pur sforzandosi di mostrare il fondamento razionale delle loro posizioni e riuscendoci anche brillantemente (chiedendo, senza timore, aiuto alla scienza e alle sue inoppugnabili dimostrazioni che fin dalla fecondazione di un ovocita ci troviamo davanti a un nuovo individuo umano). I laici, invece, già in passato ottennero un ascolto ben più ampio, pur ricorrendo a poco dignitosi trucchi lessicali (parlando di 'cessazione degli effetti civili del matrimonio', anziché di 'divorzio' o di 'interruzione volontaria della gravidanza' anziché di 'aborto') e facendo uso di argomentazioni fragilissime e mistificanti (come la costruzione, del tutto ideologica, del cosiddetto 'aborto terapeutico').
Il vero sconfitto, nei grandi dibattiti etici degli ultimi decenni non è stato il cattolicesimo, ma il diritto naturale. Il vero vincitore non è stato l’illuminismo razionalistico, ma l’ideologia. È ben probabile che avverrà la stessa cosa nei dibattiti sul matrimonio gay: la 'ragione' (storica, biologica, culturale) del matrimonio eterosessuale verrà marginalizzata o addirittura esclusa dal dibattito della società civile e al suo posto trionferà l’ideologia, che imporrà il matrimonio omosessuale facendo appello a non meglio precisati 'nuovi diritti civili' e alla tutela dell’'affettività'. Quanto più acquisteranno consapevolezza di tutto questo, tanto più i cattolici potranno partecipare – come su queste colonne si fa già da tempo – nel modo giusto a questo dibattito. E il modo giusto, scontando il rischio di nuove sconfitte, è uno soltanto: quello di non lanciare anatemi, ma amare il mondo, continuando a rivendicare un buon uso della comune ragione umana (cioè del diritto naturale o, se si preferisce, in termini cristiani dell’ordine della creazione). Al di là di questa rivendicazione non c’è alcuno spazio di comunicazione morale tra gli uomini, perché quando si abbandona il sentiero della ragione resta aperto solo il pericolosissimo sentiero dell’ideologia, che è mancanza di rispetto verso la verità e degrado nel fanatismo.
«Avvenire» del 5 luglio 2014

I figli dei divorziati divorziano di più?

I quarantenni d’oggi, i primi cresciuti dopo la fine del matrimonio indissolubile, lo dimostrano: separarsi può essere necessario, ma i bambini non dimenticano
di Roselina Salemi
Lo ricordo come fosse ieri. Erano seduti sul divano, vicini, ma con qualcosa di distante, io ero sulla poltrona. Quelle parole. Lia, ti dobbiamo dire una cosa. Io e il papà non siamo più felici assieme. Abbiamo deciso di separarci. Io ho cominciato a gridare. Avevo otto anni, adesso ne ho quarantanove e faccio fatica a parlarne. Il matrimonio dei miei è fallito, e poi è fallito anche il mio».
I figli del divorzio, come Lia, hanno avuto il tempo di divorziare. A quarant’anni dall’approvazione della legge (maggio 1974) sono di sicuro un campione da studiare. Sono i primi ad aver sperimentato la fine della coppia indissolubile, destinata (o costretta) ad amarsi per la vita. Nessuno li ha contati e ogni storia è un caso a sé. Ma il divorzio ha cambiato definitivamente il modo di essere figli, padri e madri. Ha plasmato una generazione concreta e disillusa, meno disposta a credere nel miraggio dell’amore che dura. Una generazione che manifesta i suoi timori meditando a lungo sulla convivenza e sul matrimonio, mantenendo amici e abitudini da single anche in coppia, considerando i sentimenti “provvisori”. La psicologa e psicoterapeuta della coppia Francesca Santarelli la chiama «un’inconscia spending review sentimentale, un mettere le mani avanti: siamo vaccinati, non soffriremo. Alcuni vedono la separazione come un trauma da evitare ai propri figli e cercano di restare dentro un matrimonio in crisi pur di proteggerli, altri diventano ex mariti e mogli ansiosi e carichi di sensi di colpa. Infelici in ogni caso».

Elizabeth Marquard, sociologa che da bambina ha vissuto con dolore l’addio dei genitori, ci ha riflettuto parecchio. Il risultato è Between two worlds: the inner lives of children of divorce, (“Tra due mondi: la vita interiore dei figli del divorzio”, Crown Publishers), uno studio su 1.500 figli di coppie scoppiate. Conclusione: il divorzio può essere necessario, ma non è mai buono. L’unico studio europeo (finlandese, del National Public Health Institute), su 1471 studenti intervistati a 16 e poi a 32 anni, non è incoraggiante. I figli degli amori finiti hanno un tasso alto di separazione, divorzio e comportamenti a rischio rispetto a quelli delle coppie stabili (situazioni critiche nel 65% dei casi). Il prezzo maggiore lo pagano le donne: più sintomi psicosomatici e depressione. Per la ricerca, il divorzio dei genitori costituisce una «base di vulnerabilità». I figli di chi si è lasciato si lasciano con impressionante frequenza.

Gian Ettore Gassani, presidente della Associazione Matrimonialisti Italiani, ha una lunga esperienza con le famiglie cresciute senza padri («Gli uomini se ne andavano, c’erano sanguinose battaglie legali e l’affido, di solito, andava alla madre») ed è convinto che i figli dei divorziati siano «in parte responsabili del calo dei matrimoni, che nel ’74 erano 430mila, e oggi sono 200mila. Le nozze si affrontano con più cautela: non si compra la casa, si opta per la separazione dei beni». Asia Argento, regista di Incompresa, film toccante e personale che parte da una tempestosa separazione (lei ha vissuto quella dei genitori, si è sposata e ha divorziato due volte) dice: «Non credo a chi sostiene di aver avuto un’infanzia perfetta. Nessuno l’ha avuta. Ricostruiamo i ricordi in modo da accettare la nostra vita, li adattiamo, come potremmo, sennò, vivere?». Non potremmo, e i figli delle coppie divorziate hanno faticato più degli altri. «Sono stati costretti a entrare prima nel mondo degli adulti», spiega la psicologa Ilaria Genovesi, «hanno sentito il dovere di proteggere la madre abbandonata o i fratelli piccoli, hanno imparato a maneggiare le parole, attenti a che cosa dire a un genitore o all’altro. Timori che lasciano il segno».

Anna, 35 anni, fa stampe per tessuti, è elegante, sicura di sé. Eppure non ha mai comunicato in modo profondo con gli uomini. In tutti vede il padre traditore, capace di rompere con la famiglia e litigare sui soldi. «Ricordo sempre il dolore di mia madre, quando ha scoperto che papà si era innamorato di una donna più giovane», racconta. «L’eredità che mi ha lasciato è la diffidenza. Il mio matrimonio è durato tre anni». Flavia e Alessio, architetti quarantenni, figli di divorziati, sono l’archetipo della coppia “liquida”: case separate, progetti a breve termine, più amicizia amorosa che passione. Dice lei: «Stiamo bene. Tra noi c’è stima, lealtà e l’accordo tacito che non avremo bambini». Dice lui: «Il divorzio dei miei si è trascinato per anni, mi ha avvelenato l’adolescenza. Ho avuto un lungo periodo di canne, sbronze, pessimi voti. Ho impiegato molto per lasciarmi alle spalle quella devastazione». Marco, 42 anni, due figli, sta divorziando da Elena. Pensava che il suo matrimonio fosse solido: «Invece è stato come rivivere la rottura dei miei: stesse recriminazioni, l’ossessivo ripetere “non siamo più d’accordo su niente”. E non capisco ancora come sia potuto succedere».
«Anche se è impossibile tracciare una statistica», dice Gassani, «un elemento che caratterizza i figli dei divorziati c’è. Quando si separano, gli uomini cercano di essere padri migliori di quelli che hanno avuto. Ne ho visti tanti combattere per strappare mezza giornata in più con i figli». E le donne? «Meno angosciate delle madri ed economicamente indipendenti», sostiene Francesca Santarelli, «sanno che possono affrontare il cambiamento». Solo da poco, però, cominciamo a capire le ricadute. «Anche nel più pacifico dei casi, la separazione dei genitori è considerata un abbandono. Ho in cura uomini e donne che portano i segni di ferite lontane nel tempo», ammette Ilaria Genovesi.
Ci saranno sempre più figli del divorzio (+ 75% in 10 anni, dati Istat) ma, conclude Santarelli, «il problema non è più la fine della coppia, è il modo di lasciarsi. Nonostante il pessimismo, riaffiora in chi deve decidere se accettare o no la sfida dell’amore, una voglia di provarci, di non farsi condizionare dalle colpe dei padri, dagli errori delle madri»


Niente alibi, il danno resta
di Umberto Galimberti
Quando due genitori si separano o divorziano pensano al loro rancore, al diritto di rifarsi una vita secondo lo schema che hanno in testa in ordine alla loro felicità, pensano ai soldi e alla divisione dei beni. E ai figli? Di solito ai figli non pensano, quando addirittura non li utilizzano come strumenti di ricatto.
Può essere che certe separazioni siano auspicabili rispetto all’inferno che si viene a creare in una famiglia dove l’odio ha preso il posto dell’amore, ma si abbia il pudore di non pensare che la scelta scivoli indifferente sulla testa e nel cuore dei loro figli senza conseguenze. La ragione è molto semplice: i bambini quando sono piccoli si relazionano ai genitori esclusivamente su base affettiva, e il venir meno di questa base destruttura in maniera radicale la loro identità, che avvertono misconosciuta o almeno messa in secondo piano rispetto a ciò che interessa ai loro genitori. E non avendo strumenti a disposizione per farsi sentire, subiscono il disinteresse genitoriale, iniziando ad assaporare fin da piccini la sofferenza della loro impotenza. Quando invece sono adolescenti, il danno non è minore, nell’età in cui, come vuole la natura, ci si stacca dei genitori ma col bisogno d’essere accompagnati nei primi passi di autonomia, i figli adolescenti si sentono abbandonati e subdolamente invitati a prender la parte del padre o della madre, quando ancora sono incerti circa la loro identità in continua trasformazione. Da piccoli, la separazione toglie loro la fiducia di base essenziale per la costruzione di un’identità sicura di sé. Da adolescenti, mentre devono abbandonare l’identità infantile per guadagnare quella adulta, viene loro meno il modello di riferimento rappresentato dai genitori che, fragorosamente o silenziosamente, fanno assaporare ai figli la sfiducia nell’amore, proprio nell’età in cui si affacciano alle prime esperienze amorose. Già si fa fatica a crescere, e costringerli a sobbarcarsi le scelte sbagliate dei propri genitori in una stagione della vita dove sia i piccoli sia gli adolescenti ancora non sanno chi sono e non hanno strumenti per capire perché vien loro meno la protezione di cui hanno assoluto bisogno, significa caricare di difficoltà la loro crescita.
Detto questo, non dico che non ci si debba separare o divorziare, rammento
solo a chi lo fa di non rimuovere il danno che i figli ineluttabilmente subiscono, anche se con le loro facce un po’ enigmatiche e molto sfiduciate non lo danno a vedere. E i loro genitori non vedono, accecati come sono dalla loro passione d’amore o di odio, di cui i figli non portano alcuna responsabilità.
«La Repubblica - Supplemento D» del 21 luglio 2014

15 luglio 2014

Quanto costa la libertà malata

Il tragico inganno del divorzio breve
di Leonardo Becchetti
Proprio come in finanza la riduzione dei costi e l’aumento della velocità delle transazioni rischiano di produrre bolle speculative e crisi finanziarie, così nella vita sociale il 'divorzio breve' riducendo i costi di transazione della rottura delle relazioni sociali promette vie più brevi per essere infelici. Per costruire un’opera d’arte con materiale fragile ci vuole tempo, intelligenza e abilità. Per mandarla in frantumi basta un secondo. E provare a rimettere assieme i cocci dopo che il danno è stato fatto è difficilissimo.
Le scienze sociali e la teoria economica più recente ci insegnano che i 'beni relazionali' sono ciò che contribuisce di più alla felicità e alla fioritura di vita delle persone. E, soprattutto, che il loro fallimento produce infelicità e danni economici rilevanti. Proprio come nell’esempio dell’opera d’arte, i beni relazionali sono fragili e richiedono una particolare sapienza per poter essere edificati. Le relazioni non sono come un gelato dove disponibilità economica e volontà individuale sono condizioni sufficienti per poterne godere. Il terzo e il quarto ingrediente fondamentale di cui c’è bisogno per la creazione delle relazioni sono la volontà del partner con cui il bene relazionale si vuole costruire e l’investimento di tempo e fatica di entrambi.
Guardando la foto del mio matrimonio e le facce sorridenti di quel giorno ho pensato, qualche giorno fa, che nessuno avrebbe potuto dire allora se quell’avventura sarebbe stata un successo o un fallimento. Nelle relazioni umane non esiste nessun destino e il loro fallimento non può mai essere colpa di terzi. La storia di ogni relazione è una pagina bianca su cui scrivono i protagonisti. Il risultato finale è incerto perché la buona volontà di soltanto uno dei due non basta, ma è necessario un investimento congiunto. Io sono stato felice e fortunato sino ad oggi perché il mio 'investimento' è stato corrisposto, ma proprio per questo non posso vantarmi di nulla né mancare di delicatezza e comprensione per chi ha puntato su una relazione che, per limiti personali o del partner, non ha avuto lo stesso esito.
Lasciando da parte la dimensione religiosa e guardando soltanto a quella umana, ho letto più di un centinaio di pubblicazioni relative a lavori empirici che analizzano le determinanti della soddisfazione di vita nei più vari periodi temporali e in ogni angolo nel mondo su campioni di migliaia di persone. Non ne ho trovato uno, uno solo, dove il fallimento della relazione affettiva (lo status di divorziato o separato) non producesse un impatto negativo e significativo sulla soddisfazione di vita del soggetto al netto dell’impatto di tutte le altre variabili di solito considerate in questi studi (condizione occupazionale, età, sesso, livello di istruzione, reddito, salute, ecc.) indipendentemente da convinzioni o credi religiosi. Una delle cause maggiori dei fallimenti delle relazioni è, a mio avviso, la confusione che la nostra cultura fa tra esse e i beni di consumo privati. Le relazioni sentimentali, per quanto idealizzate e invocate, sono ormai assimilate alla compravendita di automobili dove è prassi rottamare il vecchio modello per il nuovo.
Peccato che gli studi sulla felicità ci dimostrino ad ogni latitudine che gli effetti sulla soddisfazione di vita di tale rottamazione non paiono essere egualmente incruenti.
È arrivato il tempo di capire che la straordinaria 'conquista di civiltà' della nostra libertà di fare qualunque cosa ci passa per la testa rapidamente, senza costi e facendo finta che essa non abbia alcun effetto su terze persone, va riconciliata con la sapienza del costruire relazioni, sapienza che purtroppo abbiamo smarrito. La schizofrenia di una sensibilità ecologica spiccata per ogni specie animale e vegetale che si accompagna a una crescente sciatteria nell’ecologia delle relazioni umane, è una delle caratteristiche più comiche e allo stesso tempo tragiche dei nostri tempi.
Più che una riduzione dei tempi e dei costi di transazione nel fallimento delle relazioni che rischia di alimentare una nuova bolla speculativa di infelicità sentimentale, vorrei vedere una cultura e una politica che investono e creano le condizioni per una rinnovata sapienza e civiltà delle relazioni.
«Avvenire» del 15 luglio 2014

11 marzo 2014

Gender, deriva culturale che vuole negare la realtà

di Vittorio Possenti
Il tentativo di inserire un nuovo ostacolo tra scuola e famiglia con l’iniziativa dell’Unar di diffondere nelle scuole opuscoli all’insegna dell’ideologia del gender (Lgbt) è una prova ulteriore del terremoto antropologico in atto che cerca di indirizzare l’insegnamento secondo nuove ideologie, e dei rischi per il compito educativo primario che spetta alla famiglia.
La rivoluzione in corso scalza tradizioni millenarie e attraverso i grandi media mondiali propaganda una "nuova antropologia secolare". Questa rifiuta l’idea di una natura umana comune a tutti, e ritiene che l’essere umano sia una mera costruzione sociale in cui emergono la storicità delle culture, la decostruzione e la relatività delle norme morali, la centralità inappellabile delle scelte individuali. Nel caso della famiglia e della procreazione ciò implica che maternità e paternità siano realtà costruite socialmente, che possono essere liberamente ridefinite. Non vi sarebbe alcuna definizione stabile dei relativi ruoli, ma tutto risulterebbe sfuggente e malleabile. Si vuole insegnare che la famiglia padre-madre-figlio è una forma come un’altra di convivenza.
Lo tsunami antropologico si appella alla tecnica, alla libertà insindacabile dell’individuo, alla manipolazione del linguaggio, nel chiaro intento di formare una nuova comprensione dell’essere umano. La nuova antropologia secolare in grande spolvero non solo espone una versione dell’esistenza umana lontana dall’antropologia della tradizione, ma riesce ad influenzare i programmi e le politiche di molte organizzazioni internazionali, e ad essere presente in modo massiccio sui media mondiali. È divenuta l’antropologia di tante scienze sociali, ed un’ispirazione per la giurisprudenza.
Ne segue una seria difficoltà a far circolare una visione antropologica diversa, poiché quella "secolare" è considerata ovvia, autoevidente e scarsamente bisognosa di argomenti avvaloranti. Si avverte ad ogni livello, compreso quello del gender, il tentativo di cambiare la realtà attraverso alterazioni del linguaggio. L’operazione linguistica è facile da scoprire: basta escludere i termini naturali e venerabili di padre e di madre, di uomo e di donna, ed adottare quelli neutri di genitore A e di genitore B per manipolare la realtà. Quest’ultima rimane quella che è e che è sempre stata, ma nel contempo attraverso operazioni nominalistiche si cerca di trasformare la testa delle persone mediante un cambiamento di linguaggio. Si dice: maschi e femmine si nasce, uomini e donne di diventa; hai 14 anni e sei maschio, ma se vuoi puoi diventare donna.
In certo modo il gender ha reso obsoleto il primo femminismo, quello della competizione fra uomo e donna secondo cui la donna, per essere se stessa, si deve costituire quale antagonista dell’uomo. Nella questione del gender la base biologica è pienamente disponibile per il soggetto: la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è ritenuta primaria. La differenza sessuale non si fonderebbe su una realtà biologica: anzi i confini tra uomo e donna non sarebbero naturali ma mobili e culturali, e l’identità sessuale diventa una scelta libera, mutabile anche più volte nella vita di una persona. In tal modo la teoria del gender può essere impiegata per favorire il punto di vista di determinate categorie. E ciò può diventare un’agenda politica per il futuro, in modo da contrattare continuamente il confine tra il culturale-modificabile e il naturale-immodificabile.
In breve l’essere umano non avrebbe più alcuna natura o essenza ma sarebbe solo un prodotto sociale, l’esito esclusivo della costruzione della propria identità. Ma chi propugna l’ideologia del gender ha mai osservato un bambino od una bambina che giocano, e che nel gioco esprimono intensamente la loro differenza? All’origine di tale ideologia stanno le culture della piena liberazione sessuale degli anni 60 (W. Reich), della cancellazione delle differenze, della psicanalisi trionfante, l’incrocio tra antropologia americana e strutturalismo francese.
Era la società repressiva che occorreva assolutamente abbattere: «Fate all’amore, non fate la guerra», come se il fare all’amore tolga di per sé la quota di violenza insita in noi. Salvo poi ad accorgersi che né il desiderio era saziato, né la violenza esorcizzata. Se sostiamo ancora un momento sul piano antropologico, si coglie che nella questione del gender, ed in quella connessa dell’unione omosessuale cui si vuole attribuire il nome e lo status di matrimonio, si manifesta in sommo grado il rifiuto del principio di realtà, del common sense e uno scatenato nominalismo, secondo cui basterebbe cambiare i nomi per cambiare le cose.
Chiamare matrimonio e famiglia l’unione omosessuale che è intrinsecamente infeconda, significa appunto non voler fare i conti con la realtà e dare rilievo ai nomi invece che alle cose. E questo non è un buon biglietto da visita per una civiltà che può continuare a fiorire se non "delira", ossia se non esce dai solchi del reale. Secondo la mia opinione i tribunali ed i parlamenti che istituiscono la "famiglia omosessuale" oltrepassano quanto a loro è consentito e diventano espressione di un positivismo giuridico illimitato, in cui niente vale di per sé e tutto è contrattabile.
Cancellando le differenze tutto diventa una melassa indistinta dove A vale B, anche se A e B sono diversi. L’obiettivo primario rimane quello di dissolvere l’identità maschile e quella femminile, che rimanendo distinte formano la realtà dell’umano. Al principio dell’umano non sta infatti l’uniformità ma la differenza. Naturalmente i sostenitori del gender si appellano alla non discriminazione.
Ma dal fatto ovvio e condivisibile che è doveroso respingere ogni discriminazione in ambito civile, sociale, lavorativo e offrire pari opportunità non segue affatto l’esistenza di un diritto a tutto: anzi trattare diversamente cose diverse è un necessario atto di giustizia, di ragionevolezza e di chiarezza. Dire che Anna è donna e madre, e Paolo uomo e padre è la pura verità, e sarebbe follia negarlo. Quindi stiamo attentissimi a non impiegare indiscriminatamente il pur importante criterio di non-discriminazione, perché alla fine ne sortiranno mortali assurdità.
Per egualizzare tutto e neutralizzare tutto possiamo chiamare mele le pere in modo da cancellare ogni differenza tra i frutti? In altre parole, al di sopra del criterio valido di non discriminare ingiustamente negli ambiti civili e lavorativi sta il principio di realtà che esige che soggetti e situazioni che sono e rimangono diversi non siano confusi ma accostati e trattati diversamente.
«Avvenire» del 5 marzo 2014

19 febbraio 2014

Sei nei casini? Prendi lezioni da Dante

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita... Come ha fatto Dante a tirarsi fuori dai casini? Ce lo spiega Matteo Rampin, autore di un libro che paragona i gironi infernali della Divina Commedia ai problemi quotidiani, proponendo soluzione concreta a tutti i vizi che ci complicano l'esistenza
di Paola Scaccabarozzi
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Come ha fatto Dante a tirarsi fuori dai casini? Si può leggere la "Divina Commedia" come un trattato di psicologia moderna? Sì, se i gironi danteschi diventano metafora della nostra psiche. Questa l'idea di Matteo Rampin, psichiatra e psicoterapeuta, autore del libro Nel mezzo del casin di nostra vita? Indizi e tracce per trovare la via d'uscita (Ponte alle Grazie, 12 euro). Il proposito: risolvere trentatré problemi infernali, "i più frequenti intoppi, intralci e inghippi che sorgono nelle relazioni umane, analizzando come si formino e come possano prendere sembianze mostruose ingigantendosi, nonostante i nostri sforzi contrari, fino a renderci la vita un inferno". Il presupposto: la similitudine tra i gironi dell'inferno di Dante e le trappole che noi stessi ci costruiamo nella vita di tutti i giorni: "Come i gironi dell'inferno vedono le anime dei peccatori condannate al contrappasso (al colpevole viene inflitta una pena uguale o simile a quella commessa), noi siamo spesso tormentati proprio da quelle cose che avevamo creduto capaci di renderci felici. Queste trappole perverse funzionano così: ciò che proviamo a fare per uscire dalla trappola è ciò che ci conficca ancora più in fondo a essa. È la teoria delle "tentate soluzioni che mantengono il problema", codificata negli anni '60 dal celebre Mental Research Institute californiano", spiega Rampin. Vediamo qualche esempio pratico:

SESSO, O IL GIRONE DEI LUSSURIOSI
Il primo capitolo/girone si apre con un tema importante: "Del senso del sesso. Dove si scopre a che scopo si scopi". Al centro dell'analisi ci sono i problemi nelle relazioni sentimentali che secondo l'autore hanno matrice biologica, sono cioè legati alla sopravvivenza della specie (corteggiamento, riproduzione, allevamento della prole...). Una delle situazioni più classiche è infatti la crisi di coppia, causata da lui che va in cerca di avventure. Tipica reazione femminile è attaccarsi ancor più al fedifrago manifestando, in alcuni casi, comportamenti di sottomissione che possono sortire effetto opposto a quello desiderato: lui si allontana sempre più, seguendo l'istinto che dice di continuare a rincorrere la preda che fugge. La soluzione, per lei, è quindi smettere di inseguirlo e giocare d'anticipo: se vuole che l'uomo le sia fedele deve rendergli le cose difficili sul piano sessuale, cioè evitare di accontentarlo sempre perché l'uomo è attratto da ciò che non conosce, e perde interesse rapidamente dopo una volta soddisfatta la sua curiosità. "E se lui mi lascia?" chiedono alcune. Succede raramente, e se succede, significa che lui era un inetto, incapace di tollerare la minima frustrazione. Dunque, meglio perderlo che trovarlo.

CARNE & CORPI, O IL GIRONE DEI GOLOSI
Sotto analisi, le inutili fissazioni riguardo al corpo. Un problema frequente di molti è il fallimento sistematico delle diete. Questo accade perché la proibizione di un certo cibo aumenta il desiderio di quell'alimento. Alla fine, il desiderio del proibito si trasforma in una vera e propria ossessione, un tarlo che farà perdere il controllo e riacquistare tutti i chili faticosamente perduti. La soluzione? Inserire regolari momenti di perdita volontaria del controllo, cioè ogni giorno concedersi delle piccole infrazioni alla dieta, per mettersi al riparo da improvvise, ma inevitabili e ben più problematiche perdite soverchianti del controllo.

SANGUE, O IL GIRONE DEGLI IRACONDI
Tema: i problemi connessi all'aggressività. Un esempio noto a tutti è l'escalation di aggressività che si produce quando si discute partendo da posizioni contrapposte. Ma è proprio il voler avere ragione a tutti i costi ciò che ci rende ciechi riguardo alle cose che noi stessi stiamo sostenendo. A un certo punto della discussione ci interessa di più che si dica che abbiamo ragione, rispetto all'avere ragione per davvero. In questo modo, però, ci si irrigidisce sempre più, si perde di vista l'obiettivo della disputa e si arriva allo scontro. L'unico risultato è l'insoddisfazione di tutti i contendenti. L'escalation, invece, si risolve arretrando di un passo, dicendo "hai ragione tu" anche se in quel momento non lo pensiamo, e osservando come, di conseguenza, l'interlocutore cambia prospettiva o atteggiamento. In questo modo riusciamo a smontare anche la nostra aggressività e rabbia con l'enorme vantaggio di ottenere una prospettiva più equilibrata.

SOLDI, O IL GIRONE DEGLI AVARI
Quella che un tempo veniva denominata "avarizia" oggi è la smania di possedere, lo shopping compulsivo, le condotte fanaticamente volte all'accumulo di beni materiali. Si tratta di una trappola perché avere una cosa ci spinge a desiderarne subito un'altra. Evidentemente, il possesso di un bene non rende felici, mentre il desiderio di possederlo dà un'eccitazione che a volte viene scambiata come benessere. Soluzione: essere avari nel concedersi le cose, così le si apprezzerà di più.

DORMIRE, MORIRE FORSE SOGNARE, O IL GIRONE DEGLI ACCIDIOSI
L'accidia è una specie di pigrizia o inerzia che si manifesta sotto forma di disimpegno, sfiducia rinunciataria, o nell'abitudine a rimandare sempre le cose da fare. A proposito di quest'ultima abitudine, la trappola più frequente consiste nel prendersi molto tempo per fare le cose che non si sono fatte quando era il momento. Ma non funziona, anzi: più tempo uno si concede, e meno combina. Il discorso vale anche nello studio. Soluzione: autoimporsi pochissimo tempo a disposizione, meno di quello realmente necessario per portare a termine le cose programmate. Così facendo si riesce finalmente a giungere al dunque.

GLI ALTRI, O IL GIRONE DEGLI INVIDIOSI
Chi prova invidia se ne vergogna e non ammetterà mai di appartenere a questa categoria. In realtà è molto diffusa. Spesso nasce dall'errore di paragonarsi agli altri per avere un metro della propria felicità. Logico che, se ci si guarda attorno, si troveranno sempre persone che sembrano più felici, è una spirale senza fine. Soluzione: rendersi conto che molto spesso le persone che a prima vista sono invidiabili (i ricchi, chi "ha successo") a ben guardare sono anch'essi vittime delle trappole che abbiamo appena elencato perché perennementi insoddisfatti e alla ricerca di una felicità che sfugge loro continuamente di mano. Invidiarle, quindi, non ha senso.

D'IO, O IL GIRONE DEI SUPERBI
Il vizio più "luciferino" è la superbia, l'orgoglio, in termini moderni. Consiste nel prendere il nostro "io" e farne un "dio", sacrificare qualsiasi altra cosa (e persona!) al soddisfacimento delle nostre esigenze. Oggi è molto in voga lo slogan "fai quello che ti senti di fare". Peccato che sia un'illusione pericolosa, perché le cose che ci piacciono e che possiamo fare sono pochissime, dal momento che anche gli altri vogliono fare quelle che piacciono loro. Inseguire se stessi a tutti i costi porta all'egoismo, o al culto dell'ego, che è la fonte di ogni infelicità, perché l'unica cosa che rende felici è liberarsi dalla schiavitù dell'ego. Come farlo? Dandosi da fare per migliorare il mondo: dare una mano agli altri, occuparsi degli altri invece che preoccuparsi di se stessi. Rendere felici, rende felici.
«La Repubblica» del 19 febbraio 2014

02 gennaio 2014

Tyler Cowen: "Perché Internet sta distruggendo la classe media"

Intervista all'economista americano: "La Rete rafforza solo i grandi successi e contribuisce alla disuguaglianza"
di Riccardo Staglianò
Il lusso supremo è potersi sdraiare in una Med-Bay. Pensate a una Tac che però guarisce ogni malattia. I fortunati abitanti di un satellite artificiale della Terra possono farlo quando vogliono. I poveri, che vivono in quel sottomondo che nel frattempo è diventato il nostro pianeta, come disperati in fuga verso una Lampedusa intergalattica sono disposti a tutto per potercisi curare.

Elysium, ovvero la diseguaglianza nel 2154, secondo Hollywood. C'è più di un punto in comune con Average Is Over, "La media è finita", il nuovo libro di Tyler Cowen, economista eclettico della George Mason University che preconizza una polarizzazione sempre più feroce della società. Ma, rispetto alla finzione cinematografica, puntualizza che a livello globale la disparità economica si è ridotta: "È cresciuta all'interno di certi Paesi, mentremiliardi di persone uscivano dalla povertà. E poi, tornando al film, se quella sarà la vita dei ricchi, è di una noia mortale. Con la paura perenne che qualcuno tolga loro i privilegi. Quale che sia il nostro conto in banca stiamo meglio che su Elysium".

Lei però profetizza un futuro prossimo diviso in due classi: i rimpiazzati dalla tecnologia e quelli che le sopravviveranno. Dove mette il confine?
"Ognuno si faccia una domanda semplice: computer e software intelligente aumentano il valore del mio lavoro o gli fanno concorrenza? Se la risposta è la seconda, è solo questione di tempo prima che vi battano. Ma non caratterizzerei la divisione col termine "classe", almeno non nell'accezione europea. Buona parte della classe medio-bassa del futuro sarà formata dabohemiansbene istruiti la cui vita non assomiglierà a quella dei poveri urbani di oggi. Ci saranno anche molte opportunità, compresa tanta buona istruzione disponibile online, gratis o quasi. Quanti vorranno lavorare duro per avere salari più alti? Direi tra il 10-20 per cento, mentre gli altri si accontenteranno".

Nello scenario che lei descrive vige una iper-meritocrazia. Dovremo festeggiare o preoccuparci dei suoi eccessi?
"La premessa è che ogni cosa fatta con un computer è facile da misurare e valutare. I risultati quindi saranno agrodolci. Di recente sulNew York Times c'era la storia di un ragazzino mongolo che ha seguito un corso online di fisica al Mit, rivelandosi bravissimo. Di colpo si è aperto per lui un futuro radioso. Ma così, chi viene valutato negativamente da piccolo, rischia di non avere una seconda possibilità. La meritocrazia è psicologicamente pesante perché ci ricorda costantemente i nostri fallimenti. Di ogni giornalista oggi, a differenza di prima, si sa esattamente quante persone leggono i suoi articoli sul web. E sarà così in sempre più settori".

Stiracchiando il suo titolo, si può dire che anche la classe media sparirà. Sei lavori persi su dieci vengono dai suoi ranghi. Dichi è la colpa?
"Di cosa, piuttosto. Sia negli Stati Uniti che in Europa, al di là della crisi della domanda, ci sono tre forze all'opera contro la partecipazione al lavoro: 1) l'automazione grazie a software sempre più intelligenti; 2) la globalizzazione, intesa soprattutto come la competizione della Cina; 3) modimigliori per valutare il valore di un lavoratore. Con i quali si scopre che molti non valgono il proprio salario. Non sorprende quindi che vengano licenziati, non trovino nuovi posti o finiscano con i sussidi. Tendenze che non spariranno. Anzi".

Jaron Lanier, tecno-entusiasta pentito, ha scritto che è stato Internet a distruggere la classe media. A riprova mette a confronto gli organici di giganti della new economy rispetto a quelli della old economy. Ha ragione?
"Anch'io usai un esempio analogo nel libroThe Age of the Infovore. General Motors impiegava centinaia di migliaia di persone, Facebook e Twitter solo migliaia. L'automazione oggi sostituisce più lavoro di quanto ne crei, dal momento che lavorare coi pc necessita più addestramento e preparazione. Freelance e part-time conosceranno un'esistenza finanziaria più precaria che in passato. Questo mentre il numero di posti manifatturieri decresce. Peraltro l'automazione entra oggi in comparti che le si credevano immuni, come la professione legale, l'insegnamento universitario, il trasporto su gomma e i fast food".

Un recente articolo di Newsweek spiegava come, da una parte, le reti esaltino e diano accesso teorico al meglio di ogni professione, creando star. Mentre dall'altra, l'automazione cancelli le professioni a basso valore aggiunto. C'è una via d'uscita da questa morsa?
"Credo che il timore riguardo alle reti sia un po' esagerato. In realtà la rete aiuta anche gli sconosciuti a trovare un pubblico. Rafforza i grandi successi, ma valorizza anche le piccole nicchie. Resta fuori, anche qui, la parte media. Complessivamente, tuttavia, non abbiamo mai avuto tanta scelta, e ciò è buono".

A chi mette in guardia dalla sempre più forte concorrenza intellettuale delle macchine c'è chi ribatte "basta che gli umani imparino a fare cose più sofisticate ". Lei crede che sia facile, che tutti possano diventare più creativi?
"Mi spiace dirlo, ma credo proprio di no".

E allora non c'è niente che si possa fare per difenderci? Prima sono stati gli operai cinesi, ora i robot...
"È una gran cosa vedere che gli operai cinesi oggi guadagnino meglio. Se un Paese introducesse forme protezioniste, l'effetto sarebbe di far fuggire altrove il capitale e i lavoratori starebbero comunque peggio. Il protezionismo non ha mai funzionato nel lungo periodo. Né è pensabile bandire i robot: pensate ai vantaggi per un anziano che presto potrà andare in giro su auto senza pilota. E lei ci starebbe a rinunciare al suo smartphone? Più fattibile invece è ridurre il costo di adattamento a questi cambiamenti inarrestabili. Ad esempio rendere più abbordabili gli affitti liberalizzando le costruzioni e consentendo una maggiore densità urbana. O, quanto all'Italia, tra le altre cose, aprire il settore dei servizi a una maggiore concorrenza e riformare i governi locali ".

L'esito finale che immagina è una società con una disuguaglianza economica ancora maggiore. Ma, come ci ricorda Robert Reich, il 70 per cento del Pil deriva dai consumi della classe media. Che conseguenze sociali può avere il suo progressivo immiserimento?
"I redditi sono sempre più diseguali, ma il trend più importante è l'invecchiamento della popolazione. E ciò rende la società non meno, ma più stabile. Non dimenticate che la diseguaglianza è in aumento dagli anni 80 eppure i tassi di criminalità si sono abbassati. New York, la città più disuguale, è anche la più sicura. Il nostro periodo di turbolenze, gli anni 60, sono stati il momento d'oro per la classe media. Perciò mi aspetto un futuro socialmente stabile, sin troppo. Mai sottostimare l'attrattiva del disimpegno o il potere degli anziani di imporre il proprio volere su una società. E i vecchi aumentano anno dopo anno".
«La Repubblica» del 31 dicembre 2013

24 novembre 2013

Tre sfumature di Generazione X: i libri di Cazzullo, Piccolo e Scurati

Bookcity
di Tommaso Pellizzari
Coincidenze editoriali (e anagrafiche): in forma di romanzo o saggio il bilancio di un’epoca, in tinte e toni molto diversi
Sarebbe potuta essere solo una coincidenza editoriale. Ma c’è anche un coincidenza anagrafica a mettere in fila tre libri usciti in questo periodo. E a far pensare che di tutto si tratti, tranne che di una coincidenza. Perché i libri di Francesco Piccolo («Il desiderio di essere come tutti», Einaudi), Aldo Cazzullo («Basta piangere! Storia di un’Italia che non si lamentava», Mondadori), e Antonio Scurati («Il padre infedele», Bompiani) sono libri di autori nati tra il 1964 e il 1969, cioè pienamente all’interno di quella Generazione X che dalla primavera di quest’anno e per la prima volta nella storia, con Enrico Letta ha messo un suo esponente al governo del nostro Paese. Un passaggio simbolico non casuale, visto che tutti e tre i libri raccontano in qualche modo proprio questo: l’essere la Generazione X diventata adulta.
Lo fanno con forme, stili, modi e gradazioni diverse. Scurati sceglie il romanzo puro, anche se nella storia di Glauco, lo chef che racconta quanto la paternità sia ormai diventata culturalmente (se non geneticamente) innaturale per il maschio medio del XXI secolo, non è inverosimile immaginare riflessioni simili dello scrittore diventato padre non da molto. Francesco Piccolo invece punta sul romanzo dichiaratamente autobiografico, e non solo perché scritto in prima persona.
Il passaggio dall’Italia di Moro a quella di Berlusconi attraversando la morte di Berlinguer è il racconto dell’evoluzione culturale di un intero Paese. Piccolo racconta in particolare quella del suo mondo, la sinistra, e dell’approdo alla comprensione di quello che per lo scrittore casertano è stato l’errore fondamentale dell’ultimo trentennio: l’illusione della diversità (quando non superiorità) rispetto ai democristiani una volta, ai berlusconiani oggi. E, parlando di coincidenze, guarda caso tutto questo avviene proprio mentre il Pd sta per eleggere a segretario un giovane ex dc, già concorrente di quiz televisivi, ospite di Maria De Filippi in giubbotto di pelle e convinto sostenitore della teoria che è proprio andando a prendere i voti presso quelli diversi dalla sinistra che si vincono le elezioni.
Aldo Cazzullo ha invece scelto la strada del saggio. Il suo «Basta piangere!» è un invito alla sua generazione (e alle successive, con le quali la sorte naturale non è stata più benevola) a non lamentarsi del presente. Non solo perché non serve a nulla, ma anche perché - ed è la parte più originale del libro - non è affatto detto che il presente sia così peggiore di altri presenti del passato.
La qual cosa permette di mantenere invariate le posizioni di Scurati, Piccolo e Cazzullo anche se li volessimo collocare in un ipotetico continuum che descrivesse invece gli «stati d’animo» dei loro libri. Non vi è dubbio che le riflessioni dello chef Glauco Revelli (valga per tutte la consapevolezza di appartenere «a una generazione di uomini senza biografia») inducano più di una vertigine esistenziale. L’esatto contrario del percorso di Francesco Piccolo, passato da una giovinezza di certezze assolute (per la verità più subìte che scelte) a una maturità di rasserenata tolleranza e apertura.
Alla riga 1 di «Basta piangere!» Cazzullo scrive invece di non avere «nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora, è meglio adesso». Una collocazione forte, definitiva e di certo controcorrente rispetto a quello che adesso si chiama «sentiment» del nostro Paese. Nelle 137 pagine successive spiegherà perché. E lo rifarà domenica, alle 12, nella Sala Buzzati del Corriere della Sera, via Balzan 3 (ingresso libero solo su prenotazione, telefonando allo 02 87387707 o scrivendo a rsvp@fondazionecorriere.it). Insieme a lui, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, coordinati dal direttore di Sette Pier Luigi Vercesi. E se lo scopo fosse fare sparire una volta per sempre la X, incognita-simbolo di quella generazione?
«Corriere della Sera» del 23 novembre 2013

22 ottobre 2013

Lettera ai figli del piagnisteo: la vostra Italia è meglio della nostra

Anticipiamo un brano del nuovo libro di Aldo Cazzullo: una riflessione sulla società di oggi e sulle aspettative dei ragazzi
di Aldo Cazzullo
Noi vivevamo in un Paese più povero, che però non si lamentava
Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso.Un adolescente dell'Italia di oggi è l'uomo più fortunato della storia. Anche se nato in una famiglia impoverita dalla crisi, ha infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento.
Vive in una casa riscaldata, illuminata, con il bagno e l'acqua corrente, che i miei nonni da giovani avrebbero osservato con la bocca spalancata dallo stupore.
Va al mare, in campeggio, in discoteca, all'estero su voli low cost, ai fast food o nei ristoranti etnici dove mangia piatti esotici: tutte cose che i miei genitori non conoscevano o non potevano permettersi.
Ha la tv a colori con decine di programmi a qualsiasi ora del giorno e della notte, un computer connesso con il mondo intero, il telefonino con cui scaricare qualsiasi canzone o film immaginabile, una varietà di social network per ritrovare i vecchi amici o entrare in contatto con gli sconosciuti. Noi, quando eravamo ragazzi tra gli anni Sessanta e Settanta, avevamo la tv in bianco e nero, e aspettavamo con ansia le otto di sabato sera per vedere i cartoni animati della tv svizzera, tifando invano contro lo struzzo e per Wile E. Coyote (che chiamavamo Willy). Avevamo letto Pinocchio e il libro Cuore. Sandokan e Orzowei ci parvero la modernità.
L'Italia su cui aprivamo gli occhi non era il paradiso in terra. Anzi, era senz'altro peggiore di quella di oggi. Era un Paese scosso da tensioni, talora da tragedie. Era un Paese più inquinato: fabbriche in città, acciaierie in riva al mare, ciminiere, smog. Era un Paese più violento: bombe fasciste, agguati brigatisti, sequestri come quello di Cristina Mazzotti. Era un Paese più maschilista, in cui i «femminicidi» non facevano notizia: chi trovava la moglie con un altro e la ammazzava non commetteva un crimine ma un «delitto d'onore», spesso non finiva neppure in galera. Era un Paese più semplice, con meno aspettative e meno pretese. Non si festeggiava Halloween ma si piangevano i Morti. La marcia più alta era la quarta. C'erano la leva obbligatoria e i maneggi per evitarla, la visita militare, la naja, il car, il nonnismo. I calciatori andavano in vacanza in Riviera sotto l'ombrellone e non in Polinesia. La mafia ufficialmente non esisteva, ma in Sicilia era molto più potente di adesso, anche perché in pochi la combattevano. A Napoli c'era il colera. Ma in ogni città c?erano molti più bambini, e non erano chiusi in casa, a giocare con il Nintendo o l'iPhone o l'iPad, a simulare sport con la Wii, a festeggiare il compleanno con gli animatori ingaggiati dalla mamma, i palloncini, le facce dipinte e i giochi organizzati. Si giocava per strada: a nascondino, ai quattro cantoni sul sagrato della chiesa, a palla avvelenata con le ragazze, a pallone con i maschi, fino a quando non interveniva il vigile o il padrone dell?auto che faceva da porta. Avevamo sempre le ginocchia e i gomiti sbucciati.
L'Italia di allora era molto più modesta e povera dell'Italia di oggi. Ma era un Paese che non si lamentava. Per questo mi piacerebbe raccontarlo ai nostri ragazzi, che si lamentano molto, a volte con ragione e a volte no.Lo so che i nostri giovani hanno di che piangere. L'Italia tratta in modo scandaloso i suoi figli. Ne fa pochi. Li fa studiare male. Li grava di debiti. Non gli offre un lavoro. Soprattutto, non li prepara alle difficoltà che incontreranno.
Viziamo troppo i nostri ragazzi. Tentiamo di accontentarli in ogni capriccio, di anticipare le loro richieste, di prevenire i loro desideri. Li sfamiamo al di là di quanto desiderino. E quando si affacciano sul mondo sono già sazi. (Spesso, anche grassi). Provate a fare un giro davanti a un liceo romano o milanese: non c'è una bicicletta. Hanno tutti lo scooter, o il papà che li porta in macchina. E la colpa, se si deprimono davanti ai primi ostacoli, non è loro; è nostra.
Noi avevamo invece una fortuna: il collegamento tra le generazioni era solido. Non avevamo vissuto la fame e la guerra; ma sapevamo che c'erano state. Non abbiamo memoria diretta della ricostruzione e del boom; ma ne avevamo assorbito l'energia. I nonni non erano simpatici vecchietti che venivano in visita ogni tanto, portando regali e inventandosi qualsiasi cosa per strappare un sorriso ai nipoti. Vivevamo con loro. Mia bisnonna Matilde, detta Tilde, sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le mie prime pene d'amore. Nonno Lorenzo aveva fatto la Grande Guerra e visto i compagni di prigionia morire di tifo; non mi potevo lamentare per il morbillo (che i ragazzi di oggi non sanno cosa sia). L'altro nonno, Aldo, a 12 anni faceva il garzone in una macelleria, e andava a piedi per sedici chilometri da Canale ad Alba: non aveva la bicicletta né i soldi per la corriera, e non sarebbe mai salito sulla corriera senza biglietto. Neppure nonno Aldo era la persona giusta con cui lamentarsi se non mi compravano il motorino.Quel poco che avevamo era infinitamente più di quello che avevano avuto i nostri genitori e i nostri nonni. Era questa consapevolezza che ci impediva di piagnucolare. Anche perché in casa c?era sempre qualcuno che, se ti vedeva triste, abbattuto, scoraggiato, ti diceva: «Adesso basta piangere!».
«Corriere della Sera» del 20 ottobre 2013

28 agosto 2013

Fatta la legge, i gay in Europa non si sposano più. Lo dicono i numeri

di Roberto Volpi
“After ten years of same-sex marriage, approximately 9 out of 10 gay and lesbian people in the Netherlands have still not chosen to enter a legal marriage”. E’ la conclusione cui approda uno studio di William C. Duncan dell’Institute for Marriage and Public Policy condotto a dieci anni dall’introduzione in Olanda del matrimonio omosessuale (nel 2001). Nello stesso studio si dà conto, riportando il parere di Vera Bergkamp, “head of a Dutch gay rights organization”, della mancanza di entusiasmo per il matrimonio omosessuale in quello che è “il primo paese al mondo a riconoscere il matrimonio omosessuale”. E questo è precisamente il punto. Il matrimonio omosessuale, quantitativamente parlando, sta disattendendo le attese. Non ha sfondato in Olanda. In Spagna, dopo la punta di oltre 4 mila nel 2006, primo anno dopo l’approvazione nel 2005, la cifra dei matrimoni omosessuali si è assestata sopra i 3 mila senza più superare i 3.500 all’anno: cifre nettamente inferiori anche rispetto alla più contenuta delle previsioni. Stesso andamento in Inghilterra: boom nel primo anno (anche lì il 2006) dopo quello dell’approvazione, poi un calo progressivo e un assestamento che ha portato i “same-sex marriage” a pesare per poco più del due per cento sul totale dei matrimoni. Proporzione del 2 per cento attorno alla quale si assestano, e spesso al di sotto, anche gli altri paesi europei dov’è stato introdotto.
Mancanza di entusiasmo, dunque. “Lack of nuptial enthusiasm among gay couples”, come la definisce Vera Bergkamp, che cerca di darsene una spiegazione. Anzi, tre. Minore pressione sugli omosessuali esercitata da famiglia e amici; meno coppie gay che si sposano per avere bambini delle corrispondenti coppie eterosessuali; più individualismo e meno orientamento alla famiglia tra molti omosessuali.
Onestamente, tre ragioni che per un verso sanno di acqua fresca e per l’altro di giustificazione a posteriori. In conclusione: nel tempo della drammatica caduta del matrimonio eterosessuale gli omosessuali, dopo l’orgoglio, la lotta, il riconoscimento, il giubilo per la vittoria del riconoscimento del “diritto a sposarsi” si sposano assai meno di quanto lo facciano gli eterosessuali – che praticamente non si sposano più. E questo per le più che ovvie ragioni spiegate da loro stessi: sentono meno la spinta dei figli e sono mentalmente meno orientati al matrimonio di quanto non lo siano gli eterosessuali.
Detto in termini spicci: si profila, all’interno dell’“inverno” del matrimonio, il fallimento di quello omosessuale. Se proprio quel fallimento non è già nelle cose. A dirlo sono come sempre i numeri. Tornando all’Olanda: dopo dieci anni in flessione, dal riconoscimento dei matrimoni omosessuali appena una coppia omosessuale su cinque (che dunque già convive) risulta sposata. Niente a che vedere con l’analogo dato riguardante le coppie etero, che risultano sposate nella proporzione di otto su dieci.
I trionfi del matrimonio omosessuale, dunque, appaiono soprattutto mediatici e preventivi. Caso significativamente assai diverso da quanto avvenuto per altre “conquiste civili”. L’introduzione in Italia del divorzio e dell’interruzione volontaria di gravidanza, per fare un esempio, e giudizi di merito a parte, furono innovazioni legislative cui seguirono anni di formidabile adesione. Nella pancia della società italiana c’erano i divorzi impossibilitati e gli aborti clandestini, che “emergevano” alla legalità. E’ del resto un fenomeno che la statistica sociale ben conosce: quando all’orizzonte legislativo si staglia il riconoscimento di un nuovo diritto, il ricorso a esercitarlo è subito impetuoso, in quanto esiste una situazione pregressa da sanare, poi il fenomeno tende a stabilizzarsi e flettere o perfino crescere. Ma il matrimonio omosessuale non ha conosciuto neppure dei veri e propri exploit iniziali, se non in termini assai blandi, per cominciare immediatamente a declinare e mostrare una tendenza alla stabilizzazione attorno alla soglia minima della rilevanza in tutti i paesi europei dov’è consentito.
Un tale, comune andamento svela quel tanto di artificiosità, di invenzione tutta politica che c’è nel matrimonio omosessuale. Quell’eccesso legislativo, nel senso dei diritti, che va tanto di moda perseguire ma che più che corrispondere a dati di realtà solletica e tende a ingraziarsi segmenti di società particolarmente attivi che, della realtà, si ergono a interpreti e rappresentanti, non sempre essendolo veramente. Mentre invece il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei loro diritti è qualcosa che ha un senso pieno e avvertito come tale, il matrimonio no: sono i comportamenti concreti a svelare questa verità. I loro stessi atteggiamenti concreti. Quando non addirittura gli stessi, concreti giudizi delle organizzazioni direttamente coinvolte. Le loro stesse, oneste, ammissioni.
«Il Foglio» del 29 maggio 2013