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10 ottobre 2015

C'è del marcio nella grandeur britannica

J'accuse
di Roberto Festorazzi
A metà dell’Ottocento, il socialista e 'cartista' inglese Ernest Jones replicò alla vanteria secondo la quale sull’Impero di Sua Maestà il sole non tramontava mai, con la battuta scudisciante che in quella superficie sterminata di domini e possedimenti pure il sangue non asciugava mai. L’elenco dei crimini compiuti dai colonialisti britannici, nell’arco di quattro secoli, è impressionante: si va dalla tratta degli schiavi alla repressione delle sollevazioni dei repubblicani irlandesi, dalle tre guerre dell’oppio cinesi al soffocamento delle insorgenze indiane. Sarebbe in ogni caso sbagliato pensare che la morsa di ferro degli inglesi abbia allentato la presa all’avvicinarsi della decolonizzazione: al contrario, alcuni degli episodi più efferati della dominazione britannica si sono svolti, per così dire, fuori tempo massimo, tanto che si può parlare di un vero e proprio colpo di coda dell’imperialismo targato 'Union Jack'.
Ce ne offre un esempio illuminante lo storico marxista inglese John Newsinger, il cui Libro nero del colonialismo britannico viene ora proposto in edizione italiana (21 Editore, pagine 390, 15,00 euro). L’autore mostra anzitutto come anche il Regno Unito abbia i suoi 'armadi della vergogna'. Soltanto in anni recenti, infatti, in occasione della causa intentata contro il governo di Londra da quattro kenioti vittime di orrende torture negli anni Cinquanta del secolo scorso, dal sancta sanctorum degli archivi coloniali di Hanslope Park, nel sudest dell’Inghilterra, è emersa un’intera, imbarazzante collezione di carte 'smarrite': 294 scatoloni contenenti 1.500 fascicoli riguardanti le atrocità compiute in Kenya sulle etnie ribelli, in particolare i Kikuyu. È la pagina di tenebra della rivolta dei Mau Mau, che provocò, entro la fine del 1954, lo sradicamento della popolazione in maggioranza Kikuyu dai distretti ove era insediata, e l’internamento di 77.000 persone.
Per stroncare la guerriglia dei Mau Mau, il governo britannico ricorse a misure spietate. Risultato, 1.090 ribelli impiccati e altri 11.503 uccisi nel corso di scontri, per non parlare dell’endemico ricorso alla tortura. Tanto che Newsinger arriva a chiedersi «come sia stato possibile che governi inglesi guidati da figure rispettabili quali Winston Churchill, Anthony Eden e Harold Macmillan siano stati in grado di gestire lo scandalo senza che l’opinione pubblica chiedesse spiegazioni». La risposta a questa domanda retorica giunge appena poche righe dopo: «Il ministro delle colonie Alan Lennox-Boyd, negli anni Trenta simpatizzante dei fascisti, dopo il suo ritiro ammise con franchezza di essersi lui stesso impegnato attivamente in «operazioni di insabbiamento a favore delle forze di sicurezza».
Altre pagine ignominiose sono quelle riguardanti la gestione 'terroristica' delle carestie che colpirono vari territori sottoposti al dominio inglese. L’ultima, in ordine di tempo, fu quella che s’abbatté sul Bengala, nel 1943-44, provocando la morte per fame di 3,5 milioni di uomini, donne e bambini. Churchill fu inflessibile nell’impedire che scorte di granaglie destinate alla Madrepatria, e provenienti da altre zone dell’Impero, fossero dirottate per soccorrere le masse indiane. A un suo fedele sostenitore, dentro il Partito conservatore, come Leo Amery, non celerà il suo disprezzo razzistico per i poveri sudditi della regione asiatica: «Io gli indiani li odio. Sono un popolo di bestie, con una religione da bestie». Non era andata molto diversamente, un secolo prima, con la spaventosa carestia che ferì l’Irlanda, a causa di un fungo infestante che distrusse i raccolti di patate. I tuberi costituivano la principale fonte di sostentamento per la popolazione dell’isola, che venne falcidiata dalla denutrizione.
I governanti di Londra, asserragliati nelle gabbie mentali del loro liberismo darwiniano, non mossero un dito per aiutare gli irlandesi. Risultato: un milione di morti e un altro milione costretto, per sopravvivere, a emigrare al di là dell’Atlantico. Un altro, grande peccato storico che grava sulla coscienza della nazione britannica è quello riguardante la tratta degli schiavi. L’autore quantifica in almeno 3 milioni la cifra complessiva dei neri trasportati su navi inglesi, dall’Africa alle Americhe, dal 1690 fino all’abolizione della schiavitù, nel 1807.
Newsinger è polemico verso la corposa tendenza culturale, in atto oggi in Gran Bretagna, che punta alla rivalutazione del passato coloniale come veicolo di civilizzazione. Un’atmosfera da revival che ha contagiato anche l’attuale premier conservatore, David Cameron, secondo il quale è giunta «l’ora di smettere di scusarsi». Una posizione poco giustificabile, perché sarebbe invece arrivato il momento di fare i conti con una sanguinosa eredità di sangue che ha ipotecato lo stesso percorso della decolonizzazione, con esiti ben visibili ai giorni nostri. Del resto è un fatto che, complice il silenzio del circuito mediatico inglese, molta parte dei sudditi di Sua Maestà ignori completamente l’ecatombe provocata dalla carestia del Bengala. Una strage rimossa che meriterebbe il nome di genocidio.
«Avvenire» del 3 ottobre 2015

08 novembre 2013

Napoleone vinto anche da Dio

Il rapporto con Cristo e la Chiesa cattolica dell'imperatore morto due secoli fa secondo il cardinale Giacomo Biffi
di Giacomo Biffi
Materialista e saccheggiatore di chiese e di conventi, miscredente e fedifrago, anticlericale e sequestratore del papa: questa è l’opinione che molti hanno di Napoleone Bonaparte, opinione tanto diffusa quanto acriticamente accolta. Se andiamo alle fonti, e in particolare a queste conversazioni, scopriamo qualcosa di strabiliante. Napoleone grida con fierezza: «Sono cattolico romano, e credo ciò che crede la Chiesa».
Durante gli anni di isolamento a Sant’Elena Napoleone si intratteneva spesso con alcuni generali, suoi compagni di esilio, a conversare sulla fede. Si tratta di discorsi improvvisati che – come rivela uno dei suoi più fidati generali, il conte de Montholon – furono trascritti fedelmente e poi dati alle stampe da Antoine de Beauterne nel 1840. Dell’autenticità e della fedeltà della trascrizione possiamo essere certi, visto che, quando de Beauterne pubblica per la prima volta le conversazioni, sono ancora in vita molti testimoni e protagonisti di quegli anni di esilio. Napoleone ammette con candida onestà che quando era al trono ha avuto troppo rispetto umano e un’eccessiva prudenza per cui «non urlava la propria fede». Ma dice anche che «allora se qualcuno me lo avesse chiesto esplicitamente, gli avrei risposto: "Sì, sono cristiano"; e se avessi dovuto testimoniare la mia fede al prezzo della vita, avrei trovato il coraggio di farlo».
Soprattutto attraverso queste conversazioni impariamo che per Napoleone la fede e la religione erano l’adesione convinta, non a una teoria o a un’ideologia, ma a una persona viva, Gesù Cristo, che ha affidato l’efficacia perenne della sua missione di salvezza a «un segno strano», alla sua morte sulla croce. Perciò non ci stupiamo se Alessandro Manzoni nell’ode Cinque Maggio dà prova di conoscere la sua fisionomia spirituale quando scrive: «Bella Immortal! Benefica/ Fede ai trïonfi avvezza!/ Scrivi ancor questo, allegrati;/ che più superba altezza/ al disonor del Golgota/ giammai non si chinò». L’imperatore si sofferma a lungo con il generale Bertrand, dichiaratamente ateo e ostile alle manifestazioni di fede del suo superiore, regalandoci un’inaudita prova dell’esistenza di Dio, fondata sulla nozione di genio, una lunga conversazione sulla divinità di Gesù Cristo. Degni della nostra ammirazione sono anche le considerazioni sull’ultima Cena di Gesù e i confronti tra la dottrina cattolica e le dottrine protestanti.
Alcune affermazioni di Napoleone mi trovano singolarmente consonante. Ad esempio, quando dice: «Tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito», cogliendo così la sostanziale alterità tra l’evento cristiano e le dottrine religiose. Oppure la convinzione che l’essenza del cristianesimo è l’amore mistico che Cristo ci comunica continuamente: «Il più grande miracolo di Cristo è stato fondare il regno della carità: solo lui si è spinto ad elevare il cuore umano fino alle vette dell’inimmaginabile, all’annullamento del tempo; lui solo creando questa immolazione, ha stabilito un legame tra il cielo e la terra. Tutti coloro che credono in lui, avvertono questo amore straordinario, superiore, soprannaturale; fenomeno inspiegabile e impossibile alla ragione».
Alla luce di queste pagine non possiamo non ammettere che Napoleone non solo è credente, ma ha meditato sul contenuto della sua fede maturandone una profonda e sapienziale intelligenza. Questa a sua volta si è tradotta in fatti molto concreti: ha domandato con insistenza al governo inglese di ottenere la celebrazione della Messa domenicale a Sant’Elena; ha espresso gratitudine verso sua madre e de Voisins, vescovo di Nantes, perché da loro è stato «aiutato a raggiungere la piena adesione al cattolicesimo»; ha concesso il suo perdono a tutte le persone che lo hanno tradito. Infine, le conversazioni riferiscono le convinzioni di Napoleone sul sacramento della confessione e i suoi rapporti con il papa Pio VII, rivelando che «quando il papa era in Francia (...) era esausto per le calunnie in base alle quali si pretendeva che io lo avessi maltrattato, calunnie che smentì pubblicamente». Queste conversazioni non solo hanno lasciato un segno indelebile nella memoria dei generali compagni di esilio, ma hanno anche concorso alla loro conversione.
Napoleone Bonaparte, Conversazioni sul cristianesimo, prefazione di Giacomo Biffi, Edizioni Studio Domenicano 2016 (€10)
«Avvenire» del 29 ottobre 2013

20 agosto 2012

La venerabile Maria Cristina di Savoia, regina oscurata dalla ragion di Stato

di Franco Cardini
Vogliamo cominciare, magari per scherzo, a tirare le fila e le somme del celebratissimo centocinquantenario dell’Unità d’Italia? Di retorica se n’è fatta molta; di ricerche storiche serie, forse, un po’ meno: ma questa è in casi del genere più la regola che l’eccezione. Quel ch’è stato triste, soprattutto, è l’aver perso un’occasione. L’Italietta uscita dall’Unità non riuscì a dominare la situazione ch’essa stessa aveva determinato: avrebbe dovuto procedere a una grande riforma agraria e invece provocò una valanga di quasi quindici milioni di emigranti; varò una scellerata politica coloniale fatta di sconfitte, di false partenze e di frustrazioni; fu causa non ultima, con la spedizione in Tripolitania e in Cirenaica, che si ripercosse sulla stabilità balcanica, della Prima guerra mondiale; frustrata per una falsa vittoria, produsse il prototipo delle grandi dittature del Novecento e generò la Seconda guerra mondiale; provò a ripartire, e i frutti furono gli Anni di piombo, la Seconda Repubblica che non si sa se è mai cominciata o già finita e la crisi attuale. Non sarebbe stato il caso di chiedersi serenamente che cosa non ha funzionato o che senso aveva avuto il passare dall’alleanza francese a quella inglese e quindi a quella tedesca, salvo poi il voltafaccia del 1915? Invece, il conformismo e la dissimulazione hanno vinto. Va tutto bene, bandiere al vento e patriottico zumpapà.
Eppure, fra 2009 e 2011 non eravamo partiti male. Per esempio, avevamo cominciato col chiederci se davvero la scelta unitaria era l’unica, se il federalismo di Gioberti e di Cattaneo erano poi strade così impraticabili. Qualcuno si era domandato se i governi dei vari Stati preunitari erano poi davvero così inetti o così feroci: a cominciare da quello del papa-re. Quelle voci sono state frettolosamente zittite. Si è preferita la strada della retorica conformista. E così, una volta data una risposta retorica e astratta ai problemi che il Risorgimento aveva lasciato aperti, si è dovuto tacere sulla domanda posta dai fallimenti successivi. E allora a bocce ferme, come si dice, bisognerebbe ripartire dall’esame di questi Stati italiani preunitari e dai loro protagonisti. E forse ci aspetterebbero delle sorprese. Anche sul piano dei personaggi minori. Come ad esempio Maria Cristina di Savoia, della quale il 14 novembre prossimo potremmo celebrare il secondo centenario della nascita: e almeno i piemontesi, i sardi, tutti i meridionali nonché in genere i cattolici dovrebbero farlo: perché questa ragazza immaturamente scomparsa a ventiquattro anni da regina delle Due Sicilie, spirata in odore di santità e a proposito della quale esiste una causa di beatificazione ancora aperta, è pur degna di essere ricordata più di tanti utopisti, politici spregiudicati e avventurieri che hanno fatto l’Italia. Perché mai per esempio tanto schiamazzo attorno a Virginia Oldoini contessa di Castiglione, meritevole soprattutto di aver accordato le sue giovani grazie a Napoleone III, e attorno a Maria Cristina invece tanto silenzio, rotto soltanto dal libro La reginella santa che gli dedicò nel 2000 Luciano Regolo?
Maria Cristina di Savoia era figlia secondogenita di Vittorio Emanuele I (1759-1824, re di Sardegna tra 1802 e 1821) e di Maria Teresa d’Asburgo-Este (1773-1832). Il re di Napoli Francesco I l’aveva presa in considerazione come possibile sposa per il proprio figlio Ferdinando (futuro Ferdinando II), insieme ad altre candidature. Sembra che già dal 1817 si fosse pensato a un’unione, quando Ferdinando aveva sette anni e lei cinque. Ferdinando si affezionò all’idea delle nozze, ancor prima di salire al trono nel 1830; ma vi erano perplessità da parte della madre di lei, sia per notizie poco rassicuranti sulla salute del principe napoletano (soffriva di epilessia) sia per oscuri e funesti presagi. Ferdinando poteva però contare sull’appoggio di Carlo Alberto, a sua volta re di Sardegna dal 1831. Alla fine, dopo tira-e-molla diplomatici di varia natura, ma soprattutto dopo la morte della madre, Maria Cristina (pressata da Carlo Alberto e dal confessore della defunta genitrice, padre Terzi) vinse gli scrupoli religiosi per il matrimonio e accettò. Aveva detto più volte di preferire alle gioie e alla pompe del mondo il ritiro nel chiostro e la pace del cuore, specie dopo la morte della madre. Finalmente, il 21 novembre 1832, avvenne a Genova il rito religioso. Per la verità, secondo Harold Acton, «Quando fu l’ora di vestirsi per la cerimonia (Maria Cristina) scoppiò in lacrime e le sue dame non sapevano in qual modo confortarla. Maria Cristina rispose che non poteva cacciare da sé il terrore del matrimonio, per il quale non aveva la minima inclinazione». Poi però, per tutta la cerimonia, tenne un contegno perfetto. Il suo riserbo e la sua misura meritarono l’elogio che il giovane conte Camillo di Cavour le dedicò in una lettera. Contrariamente a quanto in seguito si disse, soprattutto quando montò la leggenda nera contro Ferdinando, l’unione fu nel complesso piuttosto felice.
Certo, il carattere dei due era diverso: timida e riservata lei, esuberante e vitale lui; ma in un certo senso si completavano a vicenda. Grazie alla sua influenza, il re incrementò il suo impegno nella direzione delle opere di carità. Tranne i “liberali” più estremisti, il consenso e la simpatia nei confronti della giovane regina erano unanimi; ma gli scontenti l’accusavano di essere bigotta, superstiziosa, soggetta al controllo dei gesuiti, strumento della reazione clericale e monarchica in quanto pegno dell’alleanza tra Savoia, Borboni e Asburgo (sua sorella maggiore, Maria Anna, era andata sposa all’imperatore Ferdinando I d’Austria). Dopo tre anni di matrimonio, la mancanza di un figlio faceva soffrire Maria Cristina, che pregava senza posa per ottenere quella grazia. Finalmente, nel 1835, avvertì il sorgere della gravidanza. Passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici ch’era luogo più sereno di Napoli: ma forse presagiva qualcosa. All’avvicinarsi del parto scriveva alla sorella: «Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire». Purtroppo era vero: infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute dopo il parto. Prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco (futuro Francesco II) e porgendolo al re suo marito, disse: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui». Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, la sovrana si addormentò per sempre. I solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il suo corpo fu tumulato nella basilica di Santa Chiara. Il dolore del re per la morte della sposa fu vivissimo e del tutto sincero.
La fama di pietas di Maria Cristina si consolidò nei decenni successivi: nota era, fra l’altro, la sua devozione alla Vergine Maria. Fu istruito un processo di canonizzazione: e sembra che tra i documenti vaticani raccolti per la circostanza vi siano anche tracce di qualche probabile miracolo. Ma, dopo l’Unità d’Italia, le circostanze politiche e le pressioni anticlericali non favorivano certo l’elevazione sugli altari di una regina. per giunta borbonica. Più tardi, nel 1937, Pio XI ne dichiarò eroico l’esercizio delle virtù cristiane autorizzandone il culto come “venerabile”. Poi tutto si fermò. C’è da chiedersi se, dopo tanti anni di silenzio, non sarebbe il caso di riprendere il discorso ora che la situazione è molto mutata e di riavviare la causa di beatificazione. Il bicentenario della nascita potrebbe essere una buona occasione.
«Avvenire» del 20 agosto 2012

29 febbraio 2012

Il comunismo non fu rivoluzionario, ma una reazione al capitalismo

di Giampietro Berti
Il succo del nuovo libro di Paolo Ercolani, La storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche (La scuola di Pitagora, pagg. 498, euro 25; presentazione di Luciano Canfora), può essere espresso in questi termini: va riconosciuta la vittoria netta del liberalismo sul marxismo, ma si tratta di una mezza vittoria (e dunque di una mezza sconfitta del marxismo), in quanto oggi la società capitalistica non è più quel regime disumano teorizzato dal liberalismo ed esistente fino agli inizi del Novecento, e ciò per merito anche dei seguaci di Marx, che hanno costretto il capitalismo a riformarsi in chiave di Welfare State. Inoltre l’affermazione planetaria del mercato è lontana dall’aver realizzato pace, benessere e dignità per tutti: insomma se il comunismo sta malissimo, anche il capitalismo non se la passa bene. In tutti i casi, la sua vittoria è ben lungi dall’essere definitiva. Non siamo affatto alla fine della Storia (come voleva Francis Fukuyama) perché il suo svolgimento è in continuo divenire: si può dunque ancora sperare ...
Abbiamo riassunto in modo schematico un libro di lunga ricerca e di meditata riflessione, assai pregevoli. Tuttavia la morale rimane questa: la vittoria del capitalismo non è definitiva, tanto come non è definitiva la sconfitta del marxismo, che, comunque, ha svolto nella storia una parte benefica. Si tratta di una conclusione che non può essere accettata. Ci spieghiamo. Chi ha affermato con certezza che la Storia avrebbe trovato il suo compimento non è stato il liberalismo, ma il marxismo. Essendo forma secolarizzata dell’escatologia giudaico-cristiana, il marxismo si è fondato sulla convinzione messianica che il comunismo è la verità ultima dell’umanità, la sua effettiva realizzazione storica: il capitalismo sarebbe stato sopraffatto dal comunismo.
È avvenuto invece il contrario: non vi è stata la caduta del capitalismo e l’avvento del comunismo, ma la sconfitta del comunismo e la vittoria del capitalismo. Si può dire senz’altro che la liberaldemocrazia è ben lungi dall’aver ottenuto un’affermazione definitiva, fino a costituire l’ultima fase della storia dell’umanità, ma ancor più si deve ricordare che la sconfitta del comunismo è irreversibile.
Inoltre è molto discutibile l’idea di Ercolani che l’Occidente moderno sia stato attraversato da due opposte tradizioni di pensiero, quella liberal-individualistica e quella giacobino-socialista, dal momento che esse non hanno avuto lo stesso ruolo. Il capitalismo è il protagonista della storia moderna, il comunismo è la reazione che ha accompagnato questo protagonismo. Bisogna dunque rovesciare questa «universale» credenza e dire che il comunismo non esprime una rivoluzione ma una reazione, essendo un protagonismo di seconda battuta che reagisce a un precedente protagonismo: il capitalismo è rivoluzionario, il comunismo è reazionario. È il capitalismo che ha cambiato il mondo, non il comunismo.
Non possono dunque essere posti sullo stesso piano il liberalismo individualistico e il giacobinismo socialista. Se c’è stata una corrente politico-ideologica che ha contribuito in modo positivo alla dialettica storica dell’Occidente, essa non va rintracciata nel radicalismo comunista (che intendeva abolire il capitalismo, distruggendo il liberalismo), ma nel riformismo socialista (diretto a modificare il capitalismo rimanendo all’interno della logica liberal-democratica).
Le contraddizioni del liberalismo, poste in rilievo da Ercolani, non possono fare il paio con la responsabilità storico-filosofica di Marx, per il quale il socialismo si sarebbe realizzato attraverso la statalizzazione integrale dei mezzi di produzione, l’abolizione del mercato e la pianificazione economica. È certo che Marx non ha teorizzato il Gulag, ma è altrettanto certo che ha teorizzato un sistema politico-sociale che, ovunque è stato applicato, ha prodotto sempre lo stesso risultato: dispotismo e miseria.
«Il Giornale» del 29 febbraio 2012

27 novembre 2011

Protestanti all’assalto di Roma

di Carlo Cardia
Un sogno che ha attraversato il Risorgimento, e conosce la sua consunzione nel periodo della Sinistra liberale, riguarda il tentativo di protestantizzare l’Italia. È un sogno piccolo, fatto per lo più da stranieri che sanno poco di storia e geografia, o da qualche inglese che si prende troppo sul serio, tuttavia incontra qualche consenso e suscita simpatie qua e là.
Ed è un sogno che occorre tener distinto dalla conquista della libertà religiosa che riguarda tutti i culti, e opinioni in materia religiosa. Giorgio Spini ricorda che nel cammino verso la libertà religiosa, si stabilisce un collegamento tra i valdesi delle valli piemontesi, gli evangelici toscani, le correnti liberali, al fine di ottenere libertà religiosa ed eguaglianza per tutti i cittadini. Quando, però, la libertà religiosa si afferma, il fronte si divide perché il programma missionario che tende a diffondere il protestantesimo in Italia si scontra con il movimento liberale (cattolico o laico) e con i ceti popolari che non vogliono sentir parlare di una religione diversa da quella cattolica. Un ruolo a parte è svolto dall’Inghilterra che sostiene la causa italiana per più ragioni, per motivi di equilibrio europeo, per indebolire l’Austria ed attenuare l’egemonia francese sulle terre italiane; ma si sostiene anche perché, sulla base di vecchi pregiudizi, ritiene che l’Italia possa liberarsi del cattolicesimo e quasi protestantizzarsi.
Come i cattolici sono malvisti in Inghilterra dopo la liberalizzazione del 1829, altrettanto in Italia non basta la libertà religiosa concessa dal 1848 perché i protestanti si sentano a casa loro, tanto meno realizzino i propri obiettivi missionari. Certo, la libertà religiosa concede a protestanti, ebrei, e chiunque altro, uno statuto di cittadinanza eguale per tutti, pone riparo ai torti storici subiti dai valdesi e dagli ebrei. Si aprono chiese e scuole protestanti in varie città, in Roma è eretto il tempio anglicano in via Nazionale, con una singolarità: nel mosaico del pittore Edward Burne-Jones, sant’Andrea è raffigurato con il volto di Abramo Lincoln, san Giacomo con il volto di Giuseppe Garibaldi, san Patrizio con il volto del generale Ulysses Grant, comandante delle truppe nordiste nella guerra di secessione americana.
Ma l’attività missionaria trova un muro quando si accosta al popolo, al tessuto sociale cattolico più fitto, alla stessa Italia liberale, perché i protestanti prendono atto di una realtà a loro sconosciuta: gli italiani sono rimasti cattolici, o sono diventati laici (liberali, massoni, anticlericali, non importa), ma in entrambi i casi non vogliono sentir parlare di religione protestante: i cattolici perché la considerano eretica, gli altri perché al solo sentir parlare di religione vedono rosso. L’espansione protestante si infrange contro questo blocco sociale e religioso, con episodi minori, o più gravi.
A Roma il 20 luglio 1872, nell’ambito di una manifestazione ostile agli ordini religiosi, un pastore protestante crede di poter fare propaganda per la propria fede e parla alla folla affermando che la religione è fondamento della vita civile. La folla risponde gridando: «Abbasso tutte le religioni, giù tutte le botteghe religiose», e ad un suo tentativo di replica viene sospinto dai dimostranti che tentano di buttarlo nella fontana di Trevi, ma è salvato dai carabinieri. Ben più gravi i fatti che accadono a Barletta nel 1865, quando il predicatore Gaetano Gianni prende casa per avviare l’opera di propaganda religiosa tra la popolazione.
Ma questa provoca gravi disordini che portano il 19 maggio a una specie di linciaggio con il quale sono devastati i locali della sotto-prefettura e uccise sei persone (tra cui un cattolico). L’anno successivo i giudici condannano severamente 28 aggressori. Il sogno protestante affiora, sia pur confusamente, in personalità come Francesco Crispi, il quale dichiara alla Camera nel 1866 che «il cattolicesimo finirà; ed allora il cristianesimo, che falsi ministri deturpano, purgandosi dei vizi della Chiesa romana, riprenderà l’antico prestigio e diventerà facilmente la religione dell’Umanità. Ma finché in Roma ci saranno il papa e i cardinali, finché in Roma papa e cardinali avranno un potere politico, cotesta riforma non sarà possibile».
Queste previsioni non si avverano, è sconfitto il disegno di «protestanti e massoni di tutto il mondo, convinti che, crollato il potere temporale dei papi, anche quello spirituale abbia i giorni contati». Le ragioni sono sostanzialmente due. La prima, indicata da Giorgio Spini, ha natura politica, perché «di novità in fatto di cristianesimo la Terza Italia non voleva saperne: a meno che non si trattasse del culto nuovo della Madonna di Pompei, iniziato giusto in quegli anni da Bartolo Longo e coronato subito di trionfo immenso.
Alla Destra storica l’Italia evangelica tornava sgradita in quanto ostile all’ordine tradizionale di cose: alla Sinistra restava incomprensibile e peggio per la sua ostinazione veramente assurda a preferire il Vangelo al verbo positivista o all’Inno a Satana. Non sembrava davvero che le restasse molto da fare, fuorché togliere l’incomodo e scomparire insieme a tanti altri sogni risorgimentali». L’altra ragione è più di sostanza, perché il cattolicesimo ha permeato in profondità la spiritualità e la cultura egli italiani.
Per quanto ci si impegni ad aprire chiese protestanti, e diffondere la Riforma, ci si accorge che nulla è più alieno dalla sensibilità popolare dell’individualismo nato in Paesi lontani che cancella dalla religione i segni esteriori, la consuetudine con il divino, i legami che uniscono la Chiesa alla vita quotidiana, familiare, personale; così come la venatura pessimistica protestante collide con l’ottimismo cattolico che scende nell’intimo, e rassicura la coscienza con gioiosa serenità. I passaggi ad altra Chiesa si registrano ma l’influenza protestante rimane sotto una soglia minima, quasi esistano anticorpi che salvaguardano l’anima popolare cattolica.
«Avvenire» del 24 novembre 2011

16 settembre 2011

Se la sinistra partigiana diventa nazionalista. Le radici antiche e liberali dell’amor di Patria


L'Italia non è cosa vostra. La gauche che adesso ama il Tricolore è un controsenso. Ma anche certa destra deve ripensare la sua idea di italianità. Da decenni certi intellettuali studiano solo la Resistenza. Comuni, signorie, ducati: prima dell'Unità non c'era il deserto dei tartari
di Dino Cofrancesco

Marcello Veneziani ha ragione nel dire ai “cari neopatrioti di sinistra”: «l’Italia non è cosa vostra». Da sessant’anni la storiografia progressista è vissuta di «processi al moto unitario», di «Risorgimento interrotto» (o tradito), di «conquista regia», di «estraneità delle masse alla costruzione dello Stato nazionale», di «mancata riforma agraria», di «colonizzazione del Sud» eccetera.
Quello di sinistra era un versante politico «convinto che la storia d'Italia cominciasse dalla Resistenza e dalla Costituzione e il resto fosse solo foresta nera». Mi chiedo, però, se la minoritaria destra nazionale, sempre pronta a sbandierare il tricolore davanti agli antinazionali, avesse davvero le carte in regola per fare del patriottismo una cosa sua. Per un ventennio ho letto le pagine culturali del Secolo d’Italia (raccolte poi in pesanti volumi) e, a parte le celebrazioni retoriche dei martiri del Risorgimento e delle guerre mondiali, vi ho respirato un’aria che non era certo né cavouriana, né mazziniana. Il progetto politico-culturale sembrava quello di una grande federazione di tutte le correnti di pensiero antimoderne-italiane e tedesche, soprattutto-mobilitate per contrastare l’irresistibile ascesa dell’illuminismo. Cattolici tradizionalisti e lefevriani si alternavano a evoliani nostalgici dell’Impero: non c’era critico di destra di Giovanni Gentile che non venisse ricordato e “rivalutato” e se si parlava dei liberali conservatori, come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, era per metterne in luce la demistificazione della democrazia e l’ispirazione elitistica, interpretata in senso autoritario.
Sono da condividere le parole di Veneziani: «Chi si sente davvero italiano abbraccia la sua storia, si riconosce nel suo carattere, ama la sua civiltà e rispetta le sue tradizioni. Non sono le leggi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo e la percezione di sentirsi, pur nella diversità un popolo. Le norme sono astratte, neutre, a-nazionali, possono trasferirsi da Paese a Paese; invece la vita, le opere, le città, le parole e le memoria di un popolo no». Tali parole fanno a pezzi non solo il «patriottismo costituzionale» alla Habermas ma, altresì, le tesi dei vari Rusconi che non dubitano che un regime politico - democratico, liberale o altro - sia cosa ben diversa dalla “comunità politica” ma poi vorrebbero cancellare da quest’ultima i protagonisti dei periodi «nefasti», come il fascismo.
L’Italia, certamente, è la sua storia: storia di comuni, di signorie, di province soggette al dominio straniero: prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari. Le produzioni culturali, artistiche, scientifiche, religiose, letterarie del «Paese calpesto e diviso» rappresentano una tradizione che sarebbe stolto rinnegare. Va detto, però, che la ricchezza e la varietà delle creazioni dell’«itala gente dalle molte vite» riacquistarono senso e significato alla luce dell’evento epocale - e tale apparve all’opinione pubblica occidentale - costituito dal Risorgimento. Gli anni delle guerre di indipendenza non furono segnati solo da contrasti politici e istituzionali talora profondi ma videro il nostro ricongiungimento all’«Europa vivente», con il trionfo di una versione nazionale del liberalismo, alla quale concorsero laici e cattolici, Cavour e Minghetti, Mamiani e Lambruschini, Manzoni e De Sanctis, Silvio Spaventa e Carlo Cattaneo. Risorgimento e «liberalismo italiano» sono la stessa cosa: se viene meno il secondo, il primo diventa un fantasma non innocuo, incapace di dare alla nazione un fondamento di legittimità.
Le rivoluzioni atlantiche - inglese, francese, americana - non rinnegarono il passato ma fondarono una legittimità politica in cui la comunità si riconosceva pienamente nelle sue istituzioni e queste si modellavano su concreti diritti liberali e democratici. La “rivoluzione italiana” non riuscì a darsi un «mito di fondazione» condiviso giacché se ne contestò ben presto l’anima liberale col risultato che, nella sua dottrina dello Stato, a fondamento del sistema giuridico-politico, non furono posti i «diritti soggettivi», le «libertà dei moderni», ma un «interesse generale» che le varie famiglie ideologiche (cattolici ultramontani, democratici radicali, socialisti, nazionalisti etc.) interpretavano a modo loro.
«Il Giornale» del 16 settembre 2011

26 luglio 2011

E un bel giorno 150 anni fa fu inventato il pedale

di Franco Gàbici

Se è vero che una rondine non fa primavera, è anche vero che non bastano due ruote per fare una bicicletta, almeno come la intendiamo oggi. Nel 1790, infatti, un certo Mede De Sivrac aveva costruito una macchina che poteva assomigliare alla bici, ma si trattava di un marchingegno molto semplice costituito da una trave di legno sulla quale erano state fissate due ruote. Chi usava questa macchina, che fu chiamata «celerifero», doveva mettersi in arcione alla trave e se voleva muoversi doveva usare le gambe. Questo nuovo strumento, dunque, non era altro che un modo tutto nuovo di camminare pur restando seduti! Il «celerifero», dunque, non aveva pedali e non aveva nemmeno il manubrio, per cui se si voleva cambiar direzione si doveva scendere, puntare la macchina nella direzione desiderata e rimontare sulla trave, dove era stato sistemato un cuscino per la comodità del pilota.
Sembra che De Sivrac non abbia avuto l’idea di brevettare la sua idea e così per molto tempo artigiani di ogni specie si impossessarono del modello facendogli assumere le forme più svariate e stravaganti. La nuova macchina, infatti, non era ancora considerata un vero e proprio mezzo di trasporto ma uno stravagante passatempo dettato dalla moda del momento.
Una ventina d’anni dopo il tedesco Karl von Drais perfezionò il «celerifero» dotandolo del manubrio girevole ed è proprio il caso di dire che si trattò di una vera "svolta" nella storia della bicicletta perché finalmente con il «celerifero» si poteva sterzare. E Drais, soddisfatto della sua invenzione, chiamò «draisina» il nuovo veicolo che in Francia fu brevettato con il nome di «velocipede».
Ma la bicicletta vera e propria, come noi oggi la intendiamo, secondo alcuni sarebbe nata centocinquant’anni fa, nel 1861, e il condizionale è d’obbligo perché non tutti concordano sulle date e questa imprecisione nel datare le tappe storiche della bicicletta è ribadita dal fatto che nel 1990 si è costituita la International Cycling History Conference (Ichc), un sodalizio internazionale che si raduna ogni anno per fare il punto sugli argomenti intorno alla bicicletta e per mettere un po’ di ordine nella cronologia delle invenzioni dei suoi accessori. Ogni paese, infatti, vorrebbe aver dato i natali alla bicicletta e Curzio Malaparte pianse di umiliazione e di tristezza quando venne a sapere che la bicicletta non era stata inventata da un italiano!
Nel 1861, dunque, un geniale fabbro francese di nome Ernest Michaux si trovò fra le mani una «draisina» da riparare e il giovanissimo fabbro (aveva solamente quattordici anni!) non si limitò a rimetterla in sesto ma apportò alcune modifiche sostanziali. Dopo averla notevolmente ingrandita, applicò alla ruota anteriore due pedivelle per azionarla e sostituì il rudimentale cuscino sul quale sedeva il guidatore con una vera e propria sella dalla caratteristica forma allungata.
Questa nuova macchina, che si diffuse moltissimo specialmente in Francia, venne chiamata «michaudine» ed Ernest, insieme al padre Pierre, fondò una azienda per la produzione. Ma purtroppo padre e figlio non ebbero fortuna. Ernest, infatti, morì in un ospedale parigino in assoluta povertà e la stessa sorte toccò a suo padre.
La fisionomia della bicicletta avrebbe cambiato radicalmente aspetto pochi anni dopo quando Meyer inventò le ruote con i raggi e quando cominciarono ad essere montate ruote dello stesso diametro. Un’altra importante innovazione fu l’introduzione di ingranaggi con trasmissione a catena e la ruota libera, che permetteva al ciclista di sospendere la pedalata, un esercizio che non doveva essere molto agevole. Mancavano, infatti, i cuscinetti a sfera e i pneumatici e soprattutto l’assenza di questi ultimi trasformava l’andare in bicicletta in un vero supplizio. Chi pedalava, infatti, doveva mettere in conto le fastidiose vibrazioni indotte da un mezzo che a ragione si era guadagnato l’epiteto di «boneshaker» (scuoti-ossa). I pneumatici furono inventati da John Dunlop, un geniale veterinario scozzese che nel 1888 aveva applicato il primo esemplare di pneumatico al triciclo di suo figlio.
Un strumento del genere, votato alla velocità, poteva però trasformarsi in un gioco pericoloso e così, a completare la carta d’identità della bicicletta, arrivarono anche i freni, che resero molto più sicuro questo mezzo regalato dalla moderna tecnologia.
In Italia il primo costruttore di biciclette fu il meccanico milanese Edoardo Bianchi. Le biciclette di Bianchi attirarono l’attenzione della regina Margherita che invitò il meccanico nella Villa reale di Monza perché voleva imparare a usarle. E Bianchi, in quell’occasione, costruì per la regina la prima bicicletta da donna, di colore celeste e con lo stemma in oro dei Savoia sul telaio. La bici aveva le manopole d’avorio e fu presentata alla regina dentro a uno speciale astuccio in legno foderato di velluto rosso. La notizia fece il giro del mondo e Bianchi, che nel frattempo era stato nominato «Fornitore ufficiale della real casa», fu costretto a impiantare una vera e propria catena di montaggio per soddisfare le richieste che gli venivano da tutta Europa.

«Avvenire» del 24 luglio 2011

30 aprile 2011

Un altro Risorgimento ...

ALLUCE


Pierluigi Baima Bollone, citando A. M. Di Nola, riporta un’abitudine di Vittorio Emanuele II: lasciava crescere l’unghia dell’alluce per un intero anno, poi la tagliava e la affidava al suo orafo «affinché le incastonasse in oro e diamanti, per poi farne dono alle sue amanti». Di tali gioielli se ne contano una quindicina. La domanda è: che scarpe portava, il re, in simili circostanze? (cfr. Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia, Priuli & Verlucca, p. 264).
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MAZZINI


«Dalla qualità delle azioni compiute dall’uomo sulla terra come anche nelle altre esistenze, dipendono le condizioni dell’esistenza seguente e quanto meglio avremo agito tanto più presto si compirà il nostro pellegrinaggio». Cavo questa citazione di Mazzini dal libro di Pierluigi Baima Bollone Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia (Priuli & Verlucca, p. 225). Si tratta di una chiara affermazione del «karma», la forza trascendente che condiziona il «samsara», cioè la catena delle reincarnazioni che si concluderà nel «nirvana». Se si compiono delle cattive azioni, ci si reincarna in un essere inferiore (una donna, un animale…). Se si agisce diversamente, si sale di grado e si accorcia la catena, così che si possa, al più presto, chiudere il ciclo e rientrare nel Nulla. Mazzini, comunque, non era buddista né induista. La sua Religione dell’Umanità Progressiva era un mix piuttosto confuso di tutte le religioni e credenze, spiritismo compreso.


dal sito http://www.rinocammilleri.com/ del 28 e 30 aprile 2011

17 marzo 2011

La Carboneria: la fuliggine dei cospiratori

Alle origini di un movimento che fu non un’organizzazione unitaria, ma un arcipelago di gruppi settari con idee, liturgie e rituali comuni. Un documento del 1819 diceva: «Il nostro scopo è annientare il cattolicesimo»
di Mario Iannaccone
In questi giorni di rievocazioni risorgimentali spesso si sente parlare di Carboneria, la setta politico­spirituale alla quale aderirono numerosi patrioti come Pietro Maroncelli, Ciro Menotti e Giuseppe Mazzini. Non fu mai un’organizzazione unitaria ma piuttosto un arcipelago di gruppi settari che da Nord a Sud si costituì attorno a idee, liturgie e riti comuni. Un direttorato centrale, segretissimo, chiamato Alta Vendita, sembra sia esistito per qualche tempo verso il 1830. La Carboneria fu considerata una sorta di massoneria popolare anche per il suo mito di fondazione che – lasciando in pace per una volta cavalieri e costruttori di cattedrali – si richiamava al lavoro di umili artigiani dei boschi. Si sviluppò infatti dalle corporazioni dei taglialegna (fendeurs) e dei carbonari (charbonniers) del Giura e della Franca Contea. Come era accaduto per le corporazioni muratorie, i riti genuinamente cristiani delle fraternità artigianali furono riletti da esterni, intellettuali e professionisti, 'accettati' nell’associazione. Da questo processo, a metà Settecento, si svilupparono progetti settari che snaturarono le narrazioni e i simboli delle fraternità di mestiere e soccorso. Così, i carbonari 'accettati', inventarono una rilettura gnostica della storia di San Teobaldo di Provins, protettore dei carbonari e dei legnaiuoli, aggiungendovi anche intenzioni politiche (liberali, repubblicane persino comuniste).
Il primo a introdurre la setta in Italia fu un tale Pierre-Joseph Briot nel 1806. Presto le 'baracche' (sedi) che contenevano le 'vendite' (logge) carbonare si riempirono di commercianti, professionisti e membri del basso clero ridotti alla strada dagli espropri napoleonici, spesso convinti d’aderire a un’associazione cristiana. Tra il 1815 e il 1831, la Carboneria partecipò a insurrezioni, attentati, complotti contribuendo, con altre organizzazioni, a imporre idee liberali. C’erano carbonari che nutrivano idee ben più radicali di quelle che s’affermarono all’Unità, altri che s’erano fatti iniziare per ragioni contingenti, politiche, e non furono mai messi al corrente delle vere intenzioni dei capi.
Gli adepti si suddividevano in tre gradi (apprendista, maestro, gran maestro). Quando si chiedeva l’ammissione si era 'pagani' in cerca della luce. Si giurava bendati davanti ad un pugnale, si accettava un nome iniziatico. I testi carbonari celebravano Gesù quale profeta dell’uguaglianza (come tra gl’Illuminati di Baviera). Peculiari della Carboneria erano i «riti forestali»: far legna nel bosco, tagliare i ceppi, cuocere la materia vegetale per ricavarne, con faticoso 'travaglio', il carbone che illumina e scalda e infine distribuirlo nelle 'vendite' grazie ai 'cugini' e alle 'cugine'; queste le azioni che simbolizzavano l’attività del carbonaro che politicamente venivano sintetizzate nelle 'parole sacre' di Libertà e Uguaglianza. Certe 'vendite' si distinsero anche per un acceso spirito anticattolico. Un’istruzione segreta del 1819 diceva: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della Rivoluzione francese.
L’annientamento per sempre del cattolicesimo ed ancora dell’idea cristiana». Nel 1821, Pio VII condannò la Carboneria con la bolla Ecclesiam a Jesu Christo paragonandone i membri ai manichei. Dopo la fallita insurrezione del 1831, i più convinti confluirono nella Giovine Italia e poi nella massoneria. Né va trascurato il lavorìo culturale dei carbonari: il Dante illuminato gnostico (come il Leonardo da Vinci) del carbonaro Reghellini affascinò Dante Gabriele Rossetti e Giovanni Pascoli, arrivando fino a noi. Sparuti gruppi di carbonari sopravvissero fino al 1950 circa e forse anche oltre, soprattutto nella diaspora dell’emigrazione, in Sud America, in strani sincretismi di teosofismo e culto funerario di Mazzini. Oggi, qualcuno ha fatto rivivere i 'riti forestali' in una recuperata Carboneria del XXI secolo, nella quale si «brinda ai lieti calici» dentro rinnovate «baracche». Sarà che il commercio del carbone ha bisogno di stimoli ...
Dopo la fallita insurrezione del 1831, molti confluirono nella Giovine Italia e nella massoneria. Frange sono sopravvissute fino al 1950
«Avvenire» del 17 marzo 2011

16 marzo 2011

Se la cultura è il vero collante

Dal catalogo della mostra «Alle radici dell’identità nazionale. Italia nazione culturale» (ed. Gangemi) anticipiamo uno stralcio del saggio introduttivo di Marcello Veneziani che ha curato l’ope­ra e la mostra con Marco Pizzo, direttore dell’Istituto storico del Risorgimento. La mostra sarà inaugurata oggi alle 12, al Vittoriano dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Stasera per la notte tricolo­re, Giordano Bruno Guerri (ore 21) e Ve­neziani (ore 22.30) terranno all’Archi­vio storico capitolino due lectio magi­stralis su storia e controstoria dell’unità d’Italia
di Marcello Veneziani
L’Italia non è un Paese qualunque e lo ha sempre saputo. Gli italiani hanno avvertito nei secoli il peso della speciale diversità nazionale, a volte godendola come una benedizione, a volte subendola come una maledizione, comunque vivendola come un’eccezione. È raro pensare l’Italia all’interno di una normalità e di un canone generale; l’Italia è sempre stata percepita al suo interno e spesso anche al suo esterno, come qualcosa di meno e di più di una nazione tra le altre. Euforiche esaltazioni e deprimenti esterofilìe accompagnano il Paese da secoli; primati morali e civili giobertiani e sconfortate critiche gobettiane e azioniste da «esuli in patria»; elogi nazionalistici di stampo gentiliano e scettici scoramenti di stampo prezzoliniano hanno tracciato un’andatura a zig zag tra i due estremi.
Le polarità entro cui si esprime la percezione dell’Italia, si potrebbero ricondurre alla linea arcitaliana, secondo la definizione di Curzio Malaparte, e alla linea antitaliana, espressa dal Giovanni Amendola di Quest’Italia non ci piace; due linee che hanno attraversato la cultura civile e politica, ma anche letteraria e filosofica italiana, almeno dai tempi di Labriola e Salvemini ai tempi di Montanelli e oltre. La percezione onesta e veritiera d’Italia si ricava facendo la media tra le due linee opposte e radicali che sovrastimano e sottostimano l’identità italiana, pur esprimendo ambedue una forte passione civile e un alto grado di verità. Dal Dopoguerra in poi l’identificazione dell’amor patrio con il nazionalismo e il fascismo ha ulteriormente scavato dopo la guerra un fossato di rimozione patriottica e di negazione identitaria che ha pervaso per lunghi decenni la cultura, la vita civile e l’auto-rappresentazione dell’Italia repubblicana. Veniamo da decenni di amnesia dell’amor patrio.
La risposta è stata il tentativo di rifugiarsi in macro-identità sovranazionali, come l’Occidente, la Chiesa e l’Europa, l’affiliazione ideologica e mentale al modello americano e alla protezione atlantica o al modello sovietico e all’internazionale socialista; il trincerarsi nelle piccole patrie di partito, nei movimenti e sindacati di massa. O le fughe esotiche in patriottismi remoti, relegati in regni del passato o in regimi e leader lontani dall’Europa. Gli italiani sono stati per lungo tempo voyeurs delle patrie altrui, hanno amato e desiderato la patria d’altri. Perfino il sogno di una gita a Chiasso, come scriveva Arbasino, è servito per mimetizzare l’esterofilia o l’italofobia nel più rassicurante ed efficiente ordine svizzero a due passi da casa. Una forma di emigrazione interiore o dispatrio, per dirla con Luigi Meneghello, ha spesso accompagnato questa fuga dall’identità italiana. L’auto-denigrazione, e meno frequentemente l’auto-esaltazione, costituiscono così i flussi psicologici alternati che fanno da base all’ormai proverbiale anomalìa italiana, diversamente intesa e declinata.
Cento anni fa, in occasione del cinquantennale dell’Unità d’Italia toccò a Pascoli tessere l’elogio solenne della Grande Italia in occasione della nascita del Vittoriano, nel giugno del 1911. Quel cinquantenario fu vissuto come un giubileo civile, l’anno santo della patria che celebrava il suo Altare. Il mito letterario e civile dell’identità italiana era allora assai vivo, anche grazie all’impronta lasciata da Carducci e da Oriani e all’opera di d’Annunzio, De Amicis e dello stesso Pascoli. Curiosamente non parteciparono alle sue celebrazioni solenni le tre forze politiche che saranno poi basilari nella repubblica italiana e nella nostra Costituzione: i cattolici, i repubblicani e i socialisti. Di tutt’altro segno fu la celebrazione del centenario, il 1961. Un Paese prosperoso e ottimista, nel boom economico e demografico, accolse svogliatamente le celebrazioni che ebbero un’intonazione prevalentemente cattolica, lasciando a Torino il compito di ricordare con più enfasi storica e civile l’evento risorgimentale. Democristiani erano in quell’anno il presidente della Repubblica, Gronchi, il capo del governo, Fanfani, e il presidente del comitato per le celebrazioni, Pella. E fresca era la benedizione che Giovanni XXIII aveva dato alla «provvidenziale» unità d’Italia e a Roma sua capitale, vista fino allora in cagnesco, come un abuso e uno sfregio alla Chiesa.
Ora l’occasione del suo compleanno, i 150 anni, è propizia per ripensare l’Italia, la sua identità, la sua nascita, le sue origini e il suo sviluppo nel nostro tempo e dopo i travagli del Novecento. Una particolare vivacità ha assunto il dibattito sull’identità italiana per la tentazione ricorrente alla disunione, che assume a Nord i tratti della secessione e a Sud le forme della disaffezione o della pubblicistica anti-risorgimentale, con strascico di polemiche anti-unitarie in ambo i versanti. Paradossalmente sono state queste polemiche anti-unitarie a riproporre in modo non scontato e retorico il tema dell’Italia unita e delle sue radici. Avremmo seguito la stanca china delle stucchevoli cerimonie, cadute nell’assordante silenzio del Paese - sommerso tra il globale e il locale, il tribale e il privato - se non ci fossero state quelle riletture polemiche, quei contrasti, a ridare smalto e passione alla questione dell’unità nazionale.
Il tema peculiare della mostra sulle radici dell’identità italiana è questo: l’Italia è - unica al mondo - una nazione culturale. La sua storia politica e civile, la sua storia militare e territoriale, è preceduta e sovrastata dalla sua storia culturale. L’Italia sorge come nazione culturale, non nasce dalle armi e dal potere, ma dal suo vivere e creare. L’unico principe italiano che abbia conquistato il mondo non è un condottiero ma un’opera letteraria: è Il Principe di Machiavelli. L’Italia è un’identità geo-culturale prima che storica; arte, lingua e pensiero. L’italianità è un’indole prima di essere una cittadinanza; è un carattere, una mentalità, più che un’appartenenza a un sistema pubblico. Con ragione, Pasquale Stanislao Mancini nel 1851 in una prolusione all’Università di Torino sulla «nazionalità come diritto delle genti», parlò di «personalità nazionale»: l’Italia resta una delle personalità nazionali più spiccate al mondo.
«Il Giornale» del 16 marzo 2011

Il Bel Paese in carne ed ossa

I ragazzi e il giorno dell'unità
di Alessandro D'Avenia
Si avvicinava il 17 e, essendo per la scuola gior­no di vacanza, si stava per consumare una delle dimostrazioni di autoreferenzialità (in ger­go calcistico: autogol) della scuola. Un giorno in cui si è 'pieni' di una storia, si riduceva, me con­nivente, a un giorno di 'vuoto' (vacatio, vacan­za); un giorno di appartenenza a un giorno di in­appartenenza. Solo chi appartiene a qualcuno si appartiene e desidera che qualcuno gli appar­tenga. Questa è l’origine di ogni genuina pietas (la cura verso coloro ai quali apparteniamo): chi non cura la sua appartenenza diventa 'spietato' (sen­za pietà) verso i suoi stessi cari. Chi non appar­tiene a una famiglia, a una città, a una patria non si appartiene e non riesce ad accogliere, perché non sa cosa dare. Può solo prendere e pretende­re e, se non ci riesce, recrimina o fugge.
Ma Edoardo, uno dei miei alunni, mi ha risve­gliato, come accade quando mi adagio su solu­zioni comode: «Prof per i 150 anni dovremmo fa­re una lezione speciale». Farò lezione sul testo di Petrarca «Italia mia, benché il parlar sia indarno». Il poeta – già allora e più di oggi – la scorge vul­nerata nel suo «bel corpo» e chiede a Dio: «che la pietà che Ti condusse in terra / Ti volga al Tuo di­letto almo paese». Petrarca chiede rinnovata pietà e i miei ragazzi negli scritti che ho chiesto loro per l’occasione parlano di «cura». Proprio il dram­ma dell’in-appartenenza spinge dei liceali a par­lare dell’Italia in modo che non mi aspettavo: il coraggio di rimanere anziché fuggire, per pren­dersi «cura» di quel «bel corpo». La «pietà» invo­cata da Petrarca e la «cura» indicata dai ragazzi so­no la stessa cosa. Ancora una volta passato e futuro si stringono e mi costringono a rinascere, anche in mezzo al disfattismo dilagante. Per poter essere 'originali' bi­sogna avere delle origini: solo chi appartiene può appartenersi e scoprirsi. Alcuni dei miei ragazzi sentono il dramma dell’in-appartenenza e inve­ce di starsene a guardare, paralizzati dalla malinconia stanca degli adulti, propongono la terapia: prendersi cura dell’Italia. Non vogliono esserne figli disamorati, ma padri innamorati.
Ne avranno la possibilità solo attraver­so il lavoro, teso a costruire non solo il bene privato, ma soprattuto il bene co­mune: quel lavoro che è servizio e che, da professore, vivo, provando a prendermi cura dei ragazzi, il mio Bel Pae­se in carne e ossa. Mi è così tornato in mente che la letteratura che insegno comincia con il patrono (padre e protettore), di que­sta nostra terra: Francesco. Un vero sognatore, innamorato di Dio, della realtà e degli uomini. Di padre umbro e madre straniera, il santo e poeta in­venta il primo testo che accomuna tut­ti gli italiani: un canto di lode che, at­traverso il sole, le stelle, il vento, l’ac­qua, il fuoco, la terra, gli uomini e per­sino la morte, resi fratelli e sorelle, si leva fino al Padre di tutta la realtà. Lo compone nella sua lingua madre, la lingua che la sua terra gli ha insegna­to, un volgare di marca umbra purifi­cato da eccessivi dialettalismi, capa­ce di raggiungere ogni tipo di pubbli­co. Un pubblico che ancora non si sa­peva popolo, ma che quel canto in versi ritma­ti, impreziosito da moduli retorici letterari e da elementi linguistici latineggianti, strinse tutti al calore dello sguardo di un unico Padre. Così Francesco inventava l’Italia.
A questo giovane intrepido cavaliere e giullare in­namorato, attraverso il suo Cantico, chiederò il 17 il dono della pietà/cura di un Paese che lui ha so­gnato. Solo se, come Francesco, avremo il corag­gio di dimenticarci del nostro orticello e di ri­mettere al centro della nostra esistenza il bene co­mune, questo Paese potrà ritrovare sé stesso: le sue origini e la sua originalità, senza acconten­tarsi di miti di fondazione che suscitano comode e passegge­re emozioni, ma non faticose, quotidiane, esaltanti trasformazioni.
«Avvenire» del 16 marzo 2011

14 marzo 2011

La scuola come "fabbrica" di cittadini

della redazione
150 anni d'Italia. Andiamo vedere cosa la scuola sia stata per gli italiani e perché in tutte le stagioni politiche dalla destra storica in poi ci si sia accapigliati, in parlamento e fuori, per decidere come gestire l’insegnamento. Ecco le opinioni di Carlo Lottieri e Mario Cervi Mentre si litiga sulla scuola, può non essere una cattiva idea dare uno sguardo indietro. Approfittare di anniversari e centocinquantesimi per vedere cosa la scuola sia stata per gli italiani e perché in tutte le stagioni politiche dalla destra storica in poi ci si sia accapigliati, in parlamento e fuori, per decidere come gestire l’insegnamento. Il primo dato di fatto è che l’istituzione scolastica è stata vista sin da subito come un qualcosa che potesse fare da stampella a una nazione poco nazione. Non è un caso che la mostra che aprirà il 17 marzo a Torino, proprio intitolata «Fare gli italiani» consideri la scuola una delle 13 isole tematiche del suo percorso. Ecco qualche dato, pescando solo tra quelli su cui la storiografia, è più concorde. Il censimento del 1861 rivelò che sopra i cinque anni il 78% degli abitanti della neonata Italia era analfabeta. Nel 1864 a frequentare una scuola secondaria in tutto il Paese erano solo 27mila studenti, gli studenti universitari erano 6mila. La legge Casati, promulgata nel 1860, venne estesa a tutto il territorio e portò l’istruzione obbligatoria a 2 anni. Tenendo conto della diversissima situazione sociale degli italiani, distinse fortemente l’istruzione umanistica e quella tecnica. Da subito, date le tensioni politiche col Vaticano, l’istruzione pubblica venne fortemente contrapposta a quella religiosa. La legge Coppino del 1877 rese gratuita l’istruzione elementare per i bambini dai 6 ai 9 anni, stabilì forti sanzioni per chi disattendeva l’obbligo. Parimenti però limitò in maniera drastica tutti gli insegnamenti visti come poco laici. Nel 1901 il 50% della popolazione sopra i 5 anni sapeva leggere. Era stata però imboccata una strada che vedeva lo stato arroccato in una situazione di monopolio. E su questo la discussione è ancora rovente.
Ma quali sono i problemi della scuola? L'abbiamo chiesto a due firme prestigiose come Carlo Lottieri e a Mario Cervi.
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Fin dall’800 lo Stato confonde istruzione con omologazione
di Carlo Lottieri
Dal 1861 cala su regioni disomogenee un progetto livellatore. Parte dalle elementari
Quando il Regno d’Ita­lia creato dall’espan­sionismo dei Savoia e dall’idealismo un po’ sconclusionato di Garibaldi vide la luce, la nota espressio­ne di Massimo D’Azeglio su­gli italiani «da farsi» ebbe il merito di fotografare alcuni elementi della situazione ve­nutasi a creare. A dispetto di una storia articolata e di interessi divergenti, l’Italia del 1861 calava istituzioni unita­rie su città e regioni del tutto disomogenee. La realtà cede­va il posto all’ideologia, dato che il progetto nazionale, «fa­re gli italiani», era impregna­to di un costruttivismo sociale - un delirio da pianificatori - che avrebbe ristretto le liber­tà e causato enormi danni. La scuola pubblica obbliga­toria appartiene a questa logi­ca: non tanto e in primo luo­go, come spesso si sente dire, sulla base di motivazioni umanitarie, ma invece al fine di realizzare una società che fosse coerente con gli schemi culturali e gli obiettivi politi­co- militari dell’élite al pote­re. L’Italia di metà Ottocento era cattolica e vernacolare: per nulla disposta, dunque, a «morire per la patria». La reli­gione civile e patriottarda aveva allora bisogno di mae­stri che fossero manipolatori delle coscienze: non già edu­catori scelti dalle famiglie, ma imbonitori d’apparato, nutriti di quella religione se­colarizzata che coincide con la celebrazione della Patria. Al riguardo ci sono tre libri che meglio di tanti altri aiuta­n o a cogliere il significato che la scuola statale, in Italia e al­trove, è venuta ad assumere: Cuore del socialista-naziona­le Edmondo De Amicis, un indigeribile libro per ragazzi ca­rico di suggestioni che- ovvia­mente - piaceranno tantissi­mo agli alfieri della cultura fa­scista; Niente di nuovo sul fronte occidentale del pacifi­sta Erich Maria Remarque, che mostra come l’inutile strage delle trincee sia stata preparata dal lavaggio del cervello operato dai professo­ri tedeschi innamorati del Se­condo Reich; e, infine, I mi­sfatti dell’istruzione pubblica di Denis de Rougemont, un delizioso libretto sullo squallore di scuole gestite come uf­fici postali, dove si evidenzia che la massificazione demo­cratica ha bisogno di una cul­tura mediocre e istituzioni totalizzanti. La situazione ora è diversa, ma non del tutto. Anche se la classe docente del nostro tempo è più propensa a cele­brare il terzomondismo che il primato degli Italiani, e an­che se indulge a u n pacifismo sciocco piuttosto al militari­smo di primo Novecento, è pur vero che oggi come allora l’esercito malpagato degli insegnanti pubblici continua a lavorare per il Re di Prussia: fuor di metafora, sono cam­biati gli slogan ed è mutata la retorica, ma i docenti statiz­zati seguitano a sposare le po­sizioni più conformiste e, nei fatti, più vantaggiose per il blocco sociale dello status quo . Se nelle scuole pubbliche a troppi studenti sono propinati banalità ecologiste e solida­rismo d’accatto, per avere un’istruzione di altro tipo questo ambito va restituito al­le famiglie, agli studenti, ai professori stessi. Le scuole devono essere tolte allo Stato e ridate alla società, affinché competano liberamente: scegliendo i propri insegnanti, delineando i propri programmi, definendo i propri proget­ti educativi. Perché un uomo è davvero molto più che un semplice cittadino.
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Il vero difetto non è in classe ma nella troppa burocrazia
di Mario Cervi
Un inutile gigantismo paralizza da sempre la capacità di insegnare bene

L’articolo di Carlo Lottie­ri mi dà lo spunto per esprimere qualche per­sonale opinione sul dilemma scuola pubblica-scuola privata. Ritengo sia utile distinguere la questione storica dai concreti temi d’attualità. Lottieri ritiene che il Risorgimento abbia impo­sto un’ideologia «civile e patriot­tarda » ad un Paese «cattolico e vernacolare». Pollice verso dun­que per Cuore, «indigeribile libro per ragazzi ». Pur essendo in­digeribile un bel po’ di strada quel testo l’ha fatta. I personag­gi e i racconti di Edmondo dei languori, melensi fin che si vuo­­le, appartengono di pieno dirit­to al patrimonio culturale degli italiani. Ma il vero problema è: scartato il regime oppressivo e omogeneizzante di «manipola­tori delle coscienze », a quale do­cumento ci si doveva riferire per sottrarsi al giogo? Forse al Sillabo di Pio IX? Che si scagliava contro il delirio bla­sfemo secondo il quale «la liber­tà di coscienza e dei culti è dirit­to proprio di ciascun uomo», e i cittadini «avere diritto ad una to­tale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità o ecclesiastica o civile, in virtù del­la quale possano palesemente e pubblicamente manifestare i lo­ro concetti quali che si sieno, os­sia con la voce, ossia con i tipi, ossia in altra maniera. E mentre ciò temerariamente affermano non sanno e non considerano che essi predicano la libertà del­la perdizione ». Stento a ritenere che questa impostazione potes­se giovare alla scuola italiana più del «libera Chiesa in libero Stato» di Cavour. Le mie esperienze scolasti­che- per passare ai temi concre­ti - risalgono al ventennio mus­soliniano. Al di là di orpelli sce­nografici il fascismo non aveva molto permeato l’insegnamen­to. I buoni ginnasi e licei erano severissimi, con un numero al­to di bocciature. Fatta eccezio­ne per rare prese di posizione dettate da convinzioni di fede, la scelta della scuola privata derivava, per gli abbienti, dalla vo­glia di sottrarre i loro pargoli ai rigori della pubblica, e di recu­perare anni perduti. Adesso im­pera il facilismo, ma immagino che qualche traccia dell’antico andazzo rimanga se le «private» reclamizzano alla grande la lo­ro capacità di abbreviare i per­corsi scolastici. Sono propenso a sfrondare il dibattito sulla scuola da gran parte dei conte­nuti ideologici di cui lo si vuole rivestire. Certo ci sono insegnanti di si­nistra che al loro credo impron­tano le loro le azioni, ci sono sta­ti e ci sono libri di testo orientati anch’essi a sinistra. Il Giornale montanelliano denunciò i casi peggiori di faziosità. Che tutta­via non era la faziosità sabauda che Lottieri imputa ai padri del­la Patria e alla classe dirigente risorgimentale, era invece una faziosità a sfondo comunista, le­gata al concetto implicito o esplicito che l’Urss, madre dei popoli, avesse una scuola de­gna d’imitazione. Il grande cor­po della scuola italiana - che ha numerosi difetti, ma è migliore di tante straniere- non è caratte­rizzato a mio avviso dalla faziosi­tà. Semmai è caratterizzato dal suo gigantismo burocratico e dalle pulsioni antimeritocrati­che d’un sindacato ipercorpora­tivo. Viene ripetuto che le «pri­vate » fanno risparmiare al con­tribuente molti soldi, surrogan­do le «pubbliche». È possibile ma stento a capirlo. Gli inse­gnanti pubblici italiani sono in assoluto i più numerosi d’Euro­pa, in rapporto agli alunni. Co­me mai hanno bisogno di rinfor­zi? Sono stato e sono orgoglioso per avere conseguito la maturi­tà in un prestigioso liceo pubbli­co. Vorrei che anche i ragazzi d’oggi provassero gli stessi senti­menti e che le Alte Autorità li in­coraggiassero a provarli.
«Il Giornale» del 14 marzo 2011

09 marzo 2011

Ma fu anche massone, anticlericale e donnaiolo

di Cesare Cavalleri
Nella bibliografia per il 150° dell’Unità d’Ita­lia non poteva mancare un pamphlet anti­patizzante verso Garibaldi, e vi ha provve­duto Luca Marcolivio, direttore del settimanale web «L’Ottimista», pubblicando Contro Garibaldi (Vallecchi, pp. 216, euro 12). Il sottotitolo, «Quello che a scuola non vi hanno raccontato», spiega l’in­tento del lavoro. Marcolivio, infatti, dà per nota l’e­popea garibaldina, non traccia un quadro storico completo, e si concentra sulla figura di Garibaldi in una sorta di controcanto rispetto a quello che, effettivamente, a scuola ci hanno raccontato.
Assai poco gloriose le gesta del nizzardo in Suda­merica, in sospetto presso governi e presso gli in­sorti di Brasile, Argentina, Uruguay, che pure occa­sionalmente si servirono dei suoi quadri paramili­tari, formati soprattutto da avanzi di galera o da futuri inquilini di galera. Marcolivio, peraltro, non dà credito alla leggenda secondo cui la famosa zazzera di Garibaldi serviva a coprire un orecchio mozzato, punizione – laggiù – per i ladri di bestia­me: l’orecchio era effettivamente danneggiato, ma a seguito di uno scontro a fuoco con la guardia co­stiera di Montevideo. Garibaldi non aveva opinioni politiche proprie.
Dapprima si entusiasmò per l’idea repubblicana di Mazzini, e la partecipazione a un’insurrezione ordita dalla Giovine Italia, a Genova, nel 1834 (in­surrezione regolarmente fallita) gli fruttò la con­danna a morte che lo costrinse a prendere la via del mare verso il Sudamerica. L’unica conquista garibaldina d’oltremare fu Anita, vero e corrispo­sto amore della sua vita, che gli diede i primi figli e condivise le sue battaglie fino a quando morì, ven­tottenne, in fuga con l’eroe, a Mandriole di Raven­na, nel 1849. Il capitolo delle donne di Garibal­di è troppo affollato e largamente boccacce­sco, per cui non ne parliamo qui. Quanto al profilo politico, Mar­colivio illustra assai bene come Garibaldi, nella spedizione dei Mille, fu vittima con­senziente del doppio­gioco dei Savoia: da Marsala a Napoli non fu una cavalcata trionfale, ma un percorso di stragi, di ru­berie e di corruzione degli ufficiali borbonici, al punto che, a Napoli, Garibaldi fu accolto come li­beratore addirittura dal Ministro degli Interni bor­bonico, Liborio Romano. Il dato costante della vita di Garibaldi è la sua ade­sione alla massoneria, fino ai gradi più alti, con gli aiuti che ne ricevette. Ciò non gli impedì, a Napoli, di rendere omaggio alla Madonna di Piedigrotta e di assistere alla liquefazione del sangue di san Gennaro, che peraltro, anni dopo, definirà «una u­miliante composizione chimica». Il culmine del grottesco fu raggiunto nei suoi ultimi anni quando, trasportato in barella sulle piazze, amministra­va addirittura dei battesimi rigorosamente 'laici'.
L’ambiguità politica di Garibaldi caratterizza an­che i suoi rapporti con il Parlamento, di cui fu fiero oppositore, pur non rinunciando a farsi eleggere di volta in volta. Guerriero di dubbie capacità, pri­vo di un disegno istituzionale, acerbissimo anti­clericale, dissoluto lussurioso: ce n’è d’avanzo per demolire Garibaldi.
Eppure, resta un interrogativo: come si spiega l’ec­cezionale popolarità del Generale, il credito internazionale, il consenso di scrittori come Dumas e Hugo? Soltanto propaganda, autocelebrazione, e­sacerbato narcisismo, strumentalizzazione da par­te dei «poteri forti» dell’epoca? Fatto sta che, nonostante le buone ragioni addotte da Marcolivio, è difficile non conservare per Garibaldi una certa simpatia. Proprio per ciò che ci è stato insegnato a scuola, e che è entrato nel nostro immaginario interiore. Un pamphlet ridimensiona autorevolmen­te la leggenda, ma lo zoccolo duro resiste.
Un pamphlet tenta di demolire il mito. Però nonostante tutto è difficile non avere simpatia per il patriota e la sua leggenda
«Avvenire» del 9 marzo 2011

06 marzo 2011

Benigni e «Fratelli d'Italia», dubbi su una lezione di storia

di Alberto Mario Banti
Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che - con gentile soavità - insieme a Troisi scherzava su Fratelli d'Italia ... Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell'Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l'esegesi dell'Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un'apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall'Inno. E - come ha detto qualcuno - ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.
Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt'altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell'Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l'infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po' che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c'è dell'altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori - stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all'Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l'azione politica degli ultimi quarant'anni.
Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?
E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull'altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l'idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l'idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l'idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l'integrità della nostra comunità.
Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com'è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l'identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che - in quanto diversi - sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.
Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l'esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c'è da restare veramente stupefatti.
Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell'internazionalismo, del pacifismo, dell'europeismo, dell'apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni - pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo - sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l'area geopolitica di riferimento.
Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell'Italia dal Risorgimento al fascismo.
«Il manifesto» del 20 febbraio 2011

28 gennaio 2011

"L’Unità d’Italia? Da 150 anni gronda sangue dei terroni"

Da direttore di Gente a paladino del Mezzogiorno col libro sui misfatti dei Savoia, Pino Aprile racconta come i 150 anni dell’Unità d’Italia grondino sangue dei terroni. A lui Al Bano al Festival di Sanremo dedica un inno, ma c’è chi lo minaccia di morte
di Stefano Lorenzetto

La rappre­sentazione plastica di come sia impossibi­le mettere d’accordo polentoni e terroni l’ho avuta davanti al­la vetrina di una libre­ria di Verona. Sicco­me per la copertina del suo Terroni, edito da Piemme, Pino Apri­le ha scelto una silhouette capovolta dello Sti­vale, con la Sicilia a nord e la Campania a sud, una zelante commessa ha pensato bene di correggergliela esponendo il volume col tito­lo a rovescio. In un solo colpo la libraia ha così ristabilito il primato del planisfero, con­fermato il sottotitolo dell’opera ( Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud di­ventassero «meridionali» ) e ribadito senza volerlo la battuta di Marco Paolini riportata nelle pagine interne: «Quando non si vuole capire la storia, la si trasforma in geografia». Uscito dalla tipografia Mondadori prin­ting di Cles, Trento, Val di Non (a dimostra­zione che l’Italia unita almeno per gli editori è cosa fatta), Terroni è diventato nel giro di dieci mesi bestseller, oggetto di scontro, ma­nifesto dell’orgoglio sudista, testo sacro per i revisionisti del Mezzogiorno, strumento di lotta politica e ora persino brano del Festival di Sanremo: Al Bano, 67 anni, pugliese di Cel­lino San Marco, inserirà nel suo Cd l’inno Gloria, gloria scritto da Mimmo Cavallo e ispirato al saggio di Aprile, 60 anni, pugliese di Gioia del Colle.
Non basta. Terroni è l’edizione multime­diale per iPad, con foto, interviste e ortspezzoni dal film E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri, in uscita a febbraio. Terroni è lo spettacolo teatrale che andrà in scena il 21 marzo al Quirino di Roma, «per rispondere a Umberto Bossi e alla sua arroganza, per dire basta a questo massacro che dura da 150 an­ni », proclama dalle pagine di Facebook l’at­tore- regista Roberto D’Alessandro, cresciu­to alla scuola di Gigi Proietti. Terroni, insom­ma, è tifo da stadio: non a caso l’autore, pur avendo ormai perso il conto delle ristampe («almeno una ventina»),rivela d’averne ven­duto 150.000 copie, mentre su Wikipedia un biografo infervorato gliene attribuisce addi­rittura mezzo milione, il che, anche a voler considerare le brossure veicolate da Mondoli­bri e gli e­book scaricati da Internet, appare piuttosto esagerato.
Pino Aprile è stato vi­cedirettore di Oggi e poi direttore di Gente. Prima d’avere come tar­g­et fisso Carolina di Mo­naco («ho scoperto che era calva: scoop mondiale »),s’era sempre oc­cupato di terrorismo e politica. Da pensionato pensava di dedicarsi al­la passione della sua vi­ta: il mare. Ha diretto il mensile Fare vela e ha scritto tre libri dai titoli sanamente monomaniacali: Il mare minore, A mari estremi e Mare, uo­mini, passioni. Poi gli è scappato Terroni ed è fi­nit­o nell’oceano in tem­pesta: «Ho accettato fi­nora quasi 200 presen­tazioni. Nel frattempo sono giunti all’editore altri 500 inviti. In teoria avrei l’agenda piena di appuntamenti sino alla primavera del 2012, se non ricevessi altre richieste. Invece conti­nuano ad arrivarne. Mi chiamano anche all’estero. La prima tra­sferta è stata in Svezia, quindi Londra, Zurigo, Manchester, New York... Sono distrutto».
Ma la invitano solo i circoli dei calabresi o anche quelli degli emigrati veneti?
«Università, centri di cultura, associazioni italiane, come la Dante Alighieri».
È il libro di saggistica che resiste da più mesi in classifica o sbaglio? «Vero. Spero che mi venga perdonato».
Com’è nata l’idea di Terroni?
«Avevo delle domande, cercavo delle rispo­ste. Se davvero a fine Ottocento i meridiona­li erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lun­go e successivamente con la fuga, emigran­do? Solo dopo molti anni ho pensato di far­ne un libro».
Ha ricevuto offese o minacce?
«Offese tante. Qualcuno mi chiede se non ho paura. E di che? Su Facebook un tale mi ha scritto: “Farai la fine di D’Antona”. Ho cer­cato di rintracciarlo, ma risultava inesisten­te. Del resto quella è una lavagna collettiva su cui compare di tutto: un estimatore mi ha dedicato lo slogan pubblicitario “Terroni, non ci sono paragoni”. È seccante la suppo­nenza di chi crede di sapere già tutto e non è nemmeno sfiorato dal dubbio».
Alla presentazione di Torino s’è quasi sfiorata la rissa. «Eravamo nella Sala dei Cinquecento, gli al­tri sono rimasti in piedi... Una persona ha in­veito contro Roberto Calderoli, che non era presente, per gli insulti rivolti dal ministro le­ghista ai napoletani. Gli interventi di Marcel­lo Sorgi, Massimo Nava e Pietrangelo Butta­fuoco sono filati via lisci. Quando ha comin­ciato a parlare Giordano Bruno Guerri, che ha scritto un libro sul brigantaggio postunita­rio, la stessa persona lo ha offeso. Lo storico è sceso dal palco per regolare i conti e il conte­statore s’è zittito. Meno male: Guerri discen­de dai pirati etruschi, ha profilo da pugile e mani da cavatore di ciocco».
Si può dire che Terro­ni abbia fatto venire al Sud la voglia di se­cessione che fino a ie­ri serpeggiava solo al Nord?
«No. È stato detto che Terroni incita i meridio­nali alla sollevazione. Fi­guriamoci! Il Mezzogior­no non ha voce: tutti i giornali nazionali, ec­cetto La Repubblica, si pubblicano al Nord e le tre reti televisive private sono di un editore lom­bardo che, da capo del governo, ha voce in capi­tolo pure in quelle pubbliche. Per la legge di prossimità, la stampa trova più interessante il miagolio del gatto di ca­sa rispetto al ruggito del leone nella savana. Il Nord scopre che cosa sta accadendo dalle mie parti solo quando s’in­terroga sul successo di Terroni o del film Benve­nuti al Sud . Ma Terroni è il dito che indica la lu­na, non la luna. Ci sono libri che cambiano il cuore degli uomini. Mi spiace, il mio non è fra questi: sono nato di feb­braio e non ho avuto per padre putativo un mite falegname. La voglia di secessione del Sud ger­moglia come reazione agli insulti dei mini­stri del Nord. È meno forte e diffusa che in Lombardia o nel Veneto, ma cresce».
Quali sentimenti suscitano in lei i 150 an­ni dell’Unità d’Italia? «Di delusione, talvolta di disgusto. In quale Paese può restare in carica un ministro che ha trattato la bandiera nazionale come carta igienica? O un sindaco che ha marchiato con simboli di partito la scuola dei bambini? L’Italia unita era da fare, perché ogni volta che cade una frontiera gli uomini diventano più liberi, più ricchi, più sicuri, più felici. Ma non era da fare con una parte del Paese schie­­rata contro l’altra. La ricorrenza dei 150 anni poteva diventare l’occasione per fare onesta­mente una volta per tutte i conti con la sto­ria. Così non è».
Che cosa pensa dei Savoia?
«Si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione,era animata dal pio desiderio di unificare l’Ita­lia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Bog­gio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an­ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari».
Bruno Vespa mi ha confessato la sua sor­presa nello scoprire solo di recente che nel regno borbonico le imposte erano soltanto cinque, contro le 22 introdotte dai Savoia.
«I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita,il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Pie­monte per il 4. Negli Sta­ti via via annessi all’Ita­lia nascente, appena ar­rivavano i piemontesi spariva la cassa».
E di Giuseppe Garibal­di che cosa pensa?
«Romantico avventurie­ro, di idee forti, sempli­ci, a volte confuse, ma più onesto di altri nel de­nunciare, solo a cose fat­te però, le stragi e le rapi­n­e compiute nel Mezzo­giorno. Qualche proble­ma di salute, per l’artro­si che gli rendeva dolo­roso cavalcare: a Napoli arrivò in treno. Qualche disavventura familiare: la giovane sposa incinta di un altro. Qualche pa­gina oscura nel suo pas­sato sudamericano: la tratta degli schiavi dalla Cina al Perù. Ne hanno fatto un santino. Ma va bene così, ogni nazione ha bisogno dei suoi miti fondanti. Basta sapere chi erano veramente».
E di Camillo Benso conte di Cavour che cosa pensa?
«Grande giocatore, spe­cie nell’imprevisto. Non voleva la conquista del Regno delle Due Sicilie: gli bastavano il Lombar­do- Veneto e i Ducati. Già la Toscana gli pare­va in più. Ma quando l’avventura meridiona­le ebbe inizio, in breve la fece propria, persuase il re, neutralizzò Ga­ribaldi, ammansì chi si opponeva. Qualche suo vizietto sarebbe stato da galera. Come molti padri del Risorgimento, non mise mai piede al Sud: lo conosceva per sentito dire».
La peggiore figura del Risorgimento?
«Il generale Enrico Cialdini, poi deputato e senatore del Regno. Un macellaio che mena­va vanto del numero di meridionali fucilati, delle centinaia di case incendiate, dei paesi rasi al suolo. Prima di diventare eroe pluride­corato del Risorgimento, fu mercenario nel­la Legione straniera in Portogallo e Spagna. Uccideva i suoi simili a pagamento».
Quali sono gli episodi risorgimentali più rivoltanti,che l’hanno fatta ricredere sul­la sua italianità?
«Non si può smettere di essere italiani. Però mi sono dovuto ricredere circa il racconto bello e glorioso sulla nascita del mio Paese che avevo imparato a scuola. Da adolescente fremi d’indignazione per gli indiani stermi­nati sul Sand Creek e da grande scopri che i fratelli d’Italia nel Meridione fecero di peggio. La mitologia risorgimentale cominciò a vacillare quando lessi La conquista del Sud di Carlo Alianello. Vi si narrava la storia di una donna violentata e lasciata morire da 18 bersaglieri, che già le avevano ammazzato il marito. Il figlioletto che assistette alla scena, divenuto adolescente,si vantava d’aver ucci­so per vendetta 18 soldati di re Vittorio Ema­nuele a Custoza. Poi il massacro di Pontelandolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, due delle decine di paesi di­­strutti, con libertà di stupro e di saccheggio lasciata dal Cialdini ai suoi soldati, fucilazio­ni di massa, torture, le abitazioni date alle fiamme con la gente all’interno. E le migliaia di meridionali squagliati nella calce viva a Fe­­nestrelle, una fortezza-lager a una settantina di chilometri da Torino, a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi. Per garantire ulteriore tormento ai pri­gionieri, erano state di­velte le finestre dei dor­mitori. Viva l’Italia!».
Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, mi confidò che era an­cora terrorizzato da certe storie atroci udi­te da bambino, quan­do il nonno gli rac­contava che, giovane bersagliere in Cala­bria, aveva trovato un suo commilitone crocifisso su un ter­mitaio dai briganti.
«Le ha anche racconta­to che cos’aveva fatto quel bersagliere? Era in un Paese invaso senza manco la dichiarazione di guerra. Maria Izzo, la più bella di Pontelan­dolfo, fu legata nuda a un albero, con le gambe divaricate, stuprata a turno dai bersaglieri e poi finita con una baio­nettata nella pancia. A Palermo uccisero sotto tortura un muto dalla nascita perché si rifiuta­va di parlare. Riferirono in Parlamento d’aver fucilato, in un anno, 15.600 meridionali: uno ogni 14 minuti, per die­ci ore al giorno, 365 giorni su 365. Ma il conto delle vittime viene prudentemente stimato in almeno 100.000 da Giordano Bruno Guer­ri. Altri calcoli arrivano a diverse centinaia di migliaia. La Civiltà Cattolica , rivista dei gesuiti, nel 1861 scrisse che furono oltre un milione. La cifra vera non si saprà mai».
Da Terroni :«“Ottentotti”, “irochesi”, “be­duini”, “peggio che Affrica”, “degenera­ti”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”: così i meridionali vennero definiti, e de­scritti con tratti animaleschi, dai fratelli del Nord scesi a liberarli». Io sono vene­to. Ha idea di quante ce ne hanno dette e ce ne dicono? Razzisti, analfabeti, beoti, ubriaconi, bestemmiatori, evasori fisca­li, sfruttatori di clandestini. Non crede che se cominciamo a tenere questo gene­re di contabilità, non la finiamo più?
«Devono finirla i Bossi, i Calderoli, i Borghe­zio, i Salvini, i Brunetta. Quella degradazio­ne dei meridionali ad animali preparò e giu­stificò il genocidio. Ricordo le parole di un intellettuale di Sarajevo: “Non è stato il fra­casso dei cannoni a uccidere la Jugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio del­la violenza, prima che sulla violenza”. Un mi­nistro della Repubblica ha minacciato il ri­corso ai fucili. In Italia, adesso. Non a Sa­rajevo, allora».
Lei scrive che Luigi Federico Menabrea, presidente del Consiglio dei ministri del Regno, nel 1868 voleva deportare in Pata­gonia i meridionali sospettati di brigan­taggio. Che cosa dovrebbero dire i veneti deportati per davvero da Benito Mussoli­ni n­elle malariche paludi pontine per bo­nificarle?
«Menabrea voleva deportare i meridionali per sterminarli. I veneti nelle paludi pontine non furono deportati: ebbero lavoro, casa, terra risanata con i soldi di tutti e a danno di quelli che vi morivano di malaria da secoli per trarne pane. Ma vediamo il lato positivo: fra poveri s’incontrarono.E dove il sangue si mischia, nasce la bellezza. La provincia oggi chiamata Latina ha dato all’Italia la più alta concentrazione di miss da calendario per chilometro quadrato. E pure Santa Maria Goretti, che si fece uccidere per difendere la propria femminilità».
Scrive anche: «La Calabria non appartie­ne, geologicamente, al Mezzogiorno, ma al sistema alpino: si staccò con la Corsica dalla regione ligure-provenzale e migrò, sino a incastrarsi fra Sicilia e Pollino». Recrimina persino sull’orografia?
«O è un modo per dire che a Sud vogliono venirci tutti?».
Si dilunga sul caso di Mongiana, che in effetti è impressionante. Però che cosa dimostra? Da Nord a Sud, ogni distretto industriale piange i suoi dinosauri.
«Mongiana, in Calabria, era la capitale side­rurgica d’Italia e oggi contende alla confinan­te Nardodipace lo scomodo primato di Co­mune più povero d’Italia. I mongianesi, sra­dicati dal loro paese, si sono trovati a lavora­re nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati ren­devano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri­masto neppure un fabbro. Il più ricco distret­to minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto struttu­rale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meri­dione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili­brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa co­sa con la cantieristica navale, l’industria fer­roviaria, l’agricoltura».
In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, la città di Gaeta vuol chiedere un risarcimento per l’assedio savoiardo del 1861: 500 milioni di euro. Mi ricorda il Veneto, che pretende i danni di guerra dalla Francia per il saccheggio napoleo­nico del 1797: 1.033 miliardi di euro.
«C’è una differenza: al risarcimento di Gae­ta s’impegnò il luogotenente, principe di Ca­rignano, in nome del quale il generale Cialdi­ni, responsabile di quelle macerie, garantì per iscritto: “Il Governo di Sua Maestà prov­v­ederà all’equo e maggiore possibile risarci­mento”. Quando gli amministratori comu­nali andarono per riscuotere, il nuovo luogo­tenente, Luigi Farini, già distintosi con mo­glie e figlia nel patriottico furto dell’argente­ria dei duchi di Parma, consigliò loro di rivol­gersi “alla carità nazionale”».
Lei è arrivato al punto da dichiarare che Giulio Tremonti ruba al Sud per dare al Nord. Forse dimentica che il Veneto ha solo 225 dirigenti regionali mentre la Si­cilia ne ha 2.150. L’855 per cento in più. Che si aggiungono ai 100.000 dipendenti ordinari. Allora le chiedo: chi ruba a chi, se non altro lo stipendio?
«I fondi per le aree sottoutilizzate sono, per legge, all’85 per cento del Sud, e invece sono stati abbondantemente spesi al Nord. I 3,5 miliardi di euro con cui è stata abbuonata l’Ici a tutt’Italia erano quelli destinati alle strade dissestate di Calabria e Sicilia. I citta­dini della Val d’Aosta spendono il 10.195 per cento in più della Lombardia, pro capite, per i dipendenti regionali. Ma è una ragione a statuto speciale, si obietta. Giusto. Pure la Sicilia lo è. Il che non assolve né l’una né l’al­tra. Ma il paragone si fa sempre con l’altra».
Il sociologo Luca Ricolfi in Il sacco del Nord documenta che ogni anno 50 miliar­di­di euro lasciano le regioni settentriona­li diretti al Sud. E lei me lo chiama furto?
«Intanto i conti andrebbero fatti sui 150 an­ni. E poi lo stesso Ricolfi spiega che quei dati, valutati diversamente, portano a conclusio­ni diametralmente opposte. Non tutti sono d’accordo sul metodo scelto da Ricolfi. Va­da a farsi due chiacchiere col professor Gian­franco Viesti, bocconiano che insegna politi­ca economica all’Università di Bari».
S’ode a destra uno squillo di tromba: Ter­roni. A sinistra risponde uno squillo: Vi­va l’Italia! di Aldo Cazzullo. Che l’ha ac­cusata d’aver paragonato i piemontesi ai nazisti solo per vendere più copie.
«Incapace di tanta eleganza, a Cazzullo con­fesso che scrivo nella speranza di essere let­to. E non capisco perché il suo editore spen­da tanti soldi per pubblicizzare Viva l’Italia! se lo scopo è quello di non vendere copie. Il mio libro s’è imposto col passaparola».
Non nominare il nome di Marzabotto in­vano, le ha ricordato Cazzullo.
«Che differenza c’è fra Pontelandolfo e Marzabotto? Mettiamola così: il mio edito­re ha nascosto l’esistenza di Terroni, l’edi­tore di Cazzullo ha fatto il contrario. Nessu­no dei due ha ottenuto il risultato sperato».
Anche Ernesto Galli della Loggia e Fran­cesco Merlo hanno maltrattato il suo pamphlet.
«Libera critica in libero Stato: non si può pia­cere a tutti. A me piace non piacere a Galli della Loggia, per esempio. Prima ha parlato di “fantasiose ricostruzioni”. Poi, al pari di Merlo e di qualche altro, ha obiettato che le stragi risorgimentali nel Sud erano note e da considerarsi “normali” in tempo di guerra. A parte che a scuola tuttora non vengono stu­diate, allora scusiamoci con i criminali nazi­sti Herbert Kappler e Walter Reder per l’in­giusta detenzione; critichiamo gli Stati Uniti che hanno inflitto l’ergastolo all’ufficiale americano responsabile dell’eccidio di My Lai in Vietnam; chiediamoci perché si con­danni il massacro dei curdi a opera di Sad­dam Hussein. Insomma, solo l’uccisione in massa dei meridionali è “normale”?».
Sergio Romano sul Corriere della Sera s’è dichiarato infasti­dito dai «lettori meri­dionali che deplora­no i soprusi dei pie­montesi, l’arroganza del Nord, il sacco del Sud, e rimpiangono una specie di età del­l’oro durante la qua­le i Borbone di Napoli avrebbero fatto del lo­ro regno un modello di equità sociale e svi­luppo economico». E vi ha ricordato che, per unanime consen­so­dell’Europa d’allo­ra, «il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio go­vernati da una aristo­crazia retriva, pater­nalista e bigotta».
«Senta, foss’anche tutto vero, e non lo è, questo giustifica invasione, sac­cheggio e strage? Mi pa­re la tipica autoassolu­zione del colonizzatore: ti distruggo e ti derubo, però lo faccio per il tuo bene, neh? Infatti, l’Ita­lia riconoscente depo­ne ogni anno una coro­na d’alloro dinanzi alla lapide che ricorda il co­lonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, il carne­fice di Pontelandolfo e Casalduni, e nega ai pae­si ridotti in cenere - ri­masero in piedi solo tre case - persino il rispetto per la memoria».
Lei ha fatto il servizio militare?
«Arruolato, C4 rosso, se non ricordo male: mi dissero che, se fosse scoppiata la guerra, sarei finito in ufficio. I miei polmoni non da­vano affidamento: postumi di Tbc e quattro pacchetti di Gauloises al giorno».
Se scoppiasse una guerra, difenderebbe l’Italia o no?
«Oh, ma che domande sono? Lo chieda a Bos­si e a Calderoli! Io sono un italiano che preten­de la verità critica su com’è nato il suo Paese e la fine della sperequazione e degli insulti a danno del Sud. La questione meridionale non esisteva 150 anni fa, il Consiglio naziona­le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popolazione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale».
Silvius Magnago, lo storico leader della Svp, mi disse: «La patria è quella cui si sente di appartenere con il cuore. La mia Heimat è il Tirolo. Heimat, terra natia. Voi italiani non possedete questo concet­to. Non potete capire». Che cosa signifi­ca patria per lei? E qual è la sua Heimat?
«Lo dico nell’esergo del mio libro, con paro­le rubate allo scrittore francese Emmanuel Roblès: patria è “là do­ve vuoi vivere senza su­bire né infliggere umi­liazione” ».
Sarebbe favorevole a un’Italia divisa in cantoni, come la Sviz­zera?
«No. Una frontiera non migliora gli uomini. Al più, può peggiorarli. Ma se la Lega, dopo vent’anni di strappi, re­cidesse l’ultimo filo che tiene ancora unito il Pa­ese, un attimo prima il Sud dovrebbe andarse­ne, contrattando l’usci­ta, per evitare di essere derubato di nuovo».
Su quali basi andreb­be ­rifatta l’Unità d’Ita­lia?
«Eque. La forma garanti­sce poco la sostanza: va­da a spiegare ai giovani che la nostra è una Re­pubblica fondata sul la­voro. O che la legge è uguale per tutti. O che le Ferrovie dello Stato assi­curano il servizio in tut­to il Paese: Matera, ame­na località europea, è ignota alle Fs, lì il treno non è mai arrivato».
Fosse lei il presiden­te del Consiglio, che farebbe per ripulire Napoli dai rifiuti?
«Nominerei commissa­rio Vincenzo Cenname, il sindaco che ha fatto di Camigliano, provincia di Caserta, un esempio virtuoso nello smalti­mento, grazie alla raccolta differenziata che copre il 65 per cento del totale. Cenname s’è rifiutato di affidarne la gestione a un ente pro­vinciale, la cui inefficienza è testimoniata dalle immondizie che vengono lasciate nel­le strade per scoraggiare la raccolta differen­ziata a favore degli inceneritori. Per questo Cenname è stato rimosso dal prefetto, quasi fosse a capo d’una Giunta camorrista».
Siamo alla domanda delle cento pistole: i terroni hanno voglia di lavorare sì o no?
«Capisco che la domanda lei deve porla e im­magino che le costi dar voce agli imbecilli. Se fossi maleducato, risponderei: ma mi faccia il piacere! Non lo sono e quindi rispondo: quei 5 milioni di meridionali che stanno nel­le fabbriche del Nord, dall’abruzzese Sergio Marchionne in giù, come li vede? Sfaticati? Quei 20 milioni di emigrati nel mondo, che per la prima volta nella loro storia millenaria presero la via dell’esilio volontario dopo i di­sastri dell’Unità d’Italia, sono andati altrove a far nulla? La mia regione fu l’unica in cui per l’aridità della terra fallì il sistema di pro­duzione dell’impero romano, imperniato sulla villa. Ebbene di quei deserta Apuliae , de­serti di Puglia, la mia gente nel corso dei seco­­li, col sudore della fronte, ha fatto un giardi­no, rubando l’umidità alla notte con i muretti di pietra e piantando 60 milioni di ulivi. Mica co­me Bossi, che non ha la­vorato un giorno in vita sua. Anzi, sa che le dico, senza offesa, eh? Ma mi faccia il piacere!».
Il 52 per cento della popolazione di Terzi­gno, provincia di Na­poli, campa a carico dell’Inps. Sarà mica colpa dell’Inps? «Se mi togli tutto, mi at­tacco a quello che c’è. Assistenza? Assistenza! Non mi piace, ma non ho altra scelta. A Parma, 170.000 abitanti, il mini­stero ha deciso di eroga­re lo stesso i soldi per la metropolitana progetta­ta per 24 milioni di uten­ti, poi ridotti a 8, infine abbandonata, per ver­gogna, spero, nonostan­te lo studio costato 30 milioni di euro. È la città della Parmalat, la peg­gior truffa di tutti i tem­pi. Però la truffa del fal­so invalido scandalizza maggiormente. Be’, a me le truffe danno fasti­dio tutte. Quella del po­vero la capisco di più».
La metà delle cause contro l’Inps si con­centra in sei città del Sud: Foggia, Napoli, Bari, Roma, Lecce e Taranto. A Foggia è pendente circail 15 per cento dell’intero contenzioso nazionale dell’istituto. Tut­ti i 46.000 braccianti iscritti alle liste di Foggia hanno fatto causa all’Inps. Dipen­derà mica dai Savoia.
«Per quanto possa sborsare l’Inps da Terzi­gno a Lecce, non si arriverà mai ai miliardi di euro che ci costano le multe pagate per colpa degli allevatori padani disonesti, grandi elet­tori della Lega. O assolviamo tutti, ed è sba­gliato, o condanniamo quelli che lo merita­no. Con una differenza: la truffa delle quote latte è già accertata. Aspettiamo di vedere co­me finiscono i procedimenti contro l’Inps».
C’è poco da aspettare: a Foggia, su 122.000 cause presentate, 25.000 sono state spontaneamente ritirate dagli avvo­cati. Erano state avviate per lo più a no­me di persone morte o inesistenti.
«Ma non è detto che tutte le altre siano im­motivate. Ripeto: aspettiamo».
Non sarà che lei mi diventa il Bossi del Sud?
«Già l’accostamento è offensivo. Io non giu­dico il mio prossimo dalla latitudine e ho sempre lavorato; né ho festeggiato tre volte la laurea, senza mai prenderla. Mi hanno of­­ferto candidature, ma ho ringraziato e rifiu­tato, perché inadatto: sono incensurato, ho pagato la casa con i miei soldi e voglio mori­re giornalista».
Eppure Giordano Bruno Guerri ha scrit­to che Terroni è sostenuto da piccoli ma combattivi gruppi neoborbonici e dal Partito del Sud di Antonio Ciano, assesso­re a Gaeta, e potrebbe diventare il testo sacro di una futura Lega meridionale, contrapposta a quella di Bossi.
«Il libro, una volta uscito, va per la sua stra­da, come i figli. Non puoi dirgli tu dove anda­re. Terroni non è sostenuto: è letto. E chi lo legge ne fa l’uso che vuole, a patto di non attribuirlo a me. Stimo Ciano e seguo con attenzione il Partito del Sud, i Neoborboni­ci, l’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo, l’associazione Io resto in Cala­bria di Pippo Callipo, il movimento Io Sud di Adriana Poli Bortone. Ma resto un osservato­re interessato ed esterno. Ero anche amico di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucci­so dalla camorra con nove colpi di pistola. Ricordo i suoi funerali, con quei fogli tutti uguali attaccati alle saracinesche dei negozi chiusi e ai portoni delle case: “Angelo,il pae­se muore con te”. Oggi per fortuna Pollica va avanti nel suo nome. In una ventina d’anni da sindaco, Angelo aveva arricchito tutti, senza distruggere niente del territorio, vero capitale del paese. Ammiravo il suo corag­gio, la sua fantasia, la sua capacità di trasfor­mare le idee in fatti. Ho pianto accompa­gnandolo al cimitero. Se avesse potuto ve­dermi, si sarebbe messo a ridere».
Per chi vota?
«La prima volta votai Dc per ingenuità, su consiglio d’un amico. Delusione feroce. Poi a sinistra, senza mai avere un partito, cosa che ritengo incompatibile col giornalismo. Infine quasi stabilmente per i repubblicani di La Malfa, padre, ov­viamente. Alle prossi­me elezioni forse non vo­terò, anche se so di fare un regalo ai peggiori».
Non mi pare che la si­nistra, con l’unico presidente del Consi­glio originario di Gal­lipoli, abbia migliora­to la condizione del Sud.
«Massimo D’Alema ha il collegio elettorale a Gallipoli e la moglie pu­gliese. Ma è romano. E poi, ripeto, l’essere di qui o di là non significa nulla. Il meridionali­smo è una dottrina solo italiana, nel mondo. È stata praticata da uomi­ni eccelsi per cultura e moralità,ma è un’inven­zione di italiani del Nord, specie lombardi. Solo dopo una genera­zione sono sorti i meri­dionalisti meridionali. Che mi frega di dove sei? Fammi vedere cosa fai!».
Lei lamenta l’invasio­ne burocratica piemontese del Meridio­ne, però Mario Cervi le ha ricordato che og­gi il Sud amministra col proprio persona­le la macchina buro­cratica e giudiziaria dello Stato nell’Italia intera. E i risultati non sono brillanti. «Tutti, ma proprio tutti gli enti, le banche, le aziende pubbliche o parapubbliche d’Italia sono in mano a settentrionali, in particolare lombardi, a parte un napoletano e tre romani. Vuol dire che se cotanti capi non riesco­no a raggiungere buoni risultati la colpa è dei sottoposti? Se si vince è bravo il generale e se si perde sono cattivi i soldati? Quando dirigevo un giornale, la mia regola era: chiunque abbia sbagliato, la colpa è mia».
«Il Giornale» del 23 gennaio 2011