09 luglio 2007

La scienza non ci sa dire cos'è il bene

I passi di troppo di certi studiosi
di Francesco D'Agostino
La bontà è "una questione di geni". L'espressione è tanto efficace quanto arrogante e temo che sia ritenuta acquisita da molti scienziati. Personalmente, sono affascinato dalle neuroscienze e cerco di leggere quanto posso in materia; ma proprio per questo sono irritato dalle conseguenze filosofiche e morali che i neuroscienziati continuano arbitrariamente a trarre dalle loro ricerche e a sottoporre all'attenzione di una pubblica opinione sempre più smarrita.
Che la "mente" abbia la sua dislocazione fisica nel "cervello" lo sappiamo tutti, da secoli, se non da millenni. Quali siano le "zone" cerebrali che si attivano quando ricordiamo, quando ci emozioniamo e in genere quando pensiamo e prendiamo decisioni (e in particolare decisioni morali) è invece un sapere recentissimo e ancora in gran parte lacunoso, dal quale dobbiamo attenderci ancora molte sorprese. Tutto qui? Sì, si dovrebbe rispondere, aggiungendo subito che questo "tutto qui" non va inteso in senso riduttivo, perché è frutto dei progressi straordinari della scienza. Ma a molti scienziati questo "tutto qui" non basta. Per essi la scienza ha svelato, o starebbe comunque per svelare, l'origine "biologico-genetica" della moralità. Le spiegazioni metafisiche dei sentimenti morali, il riferimento a una "sostanza spirituale", come l'anima, l'ipotesi di un Dio, in cui l'essere e il bene coinciderebbero nel loro principio e che, creando l'uomo a sua immagine, avrebbe così creato l'unico essere "naturale", in grado di orientarsi consapevolmente al bene, sarebbero da ritenere oramai tutte obsolete. La generosità, l'altruismo, la solidarietà, la compassione, lo spirito di sacrificio sarebbero il mero prodotto di istanze "empatetiche" radicate nel nostro cervello e che produrrebbero un effetto semplice, ma decisivo: quello di farci "star bene".
In conclusione: i sentimenti morali sarebbero uno dei prodotti dell'evoluzione e troverebbero la loro ragione nel fatto che il possederli darebbe felicità "biologic a" agli individui. I malvagi, così sembra di capire, oltre a rendere infelici gli altri, renderebbero in primo luogo infelici se stessi. Sembra in conclusione che ci aspetti un futuro meraviglioso, nel quale tutti gli uomini diventeranno "naturalmente" buoni: basta dare all'evoluzione il tempo che le è necessario per attrezzare tutti i cervelli umani nel modo adeguato.
Se da una parte criticare queste tesi, oltre che doveroso, è anche relativamente semplice, dall'altra ben più difficile è far percepire la loro povertà ad una pubblica opinione cresciuta e consolidata nel mito della scienza come sapere totale e inconfutabile. Il problema, naturalmente, non è quello di tornare ad erigere steccati contro la scienza, ma solo quello di invitare gli scienziati a restare fedeli alla loro vocazione, che è quella di studiare fenomeni osservabili e ripetibili, inerenti alla nostra dimensione fisica, e nulla di più. Il bene ed il male, le due dimensioni della realtà più facilmente percepibili da parte di tutti gli uomini, non si riducono a dimensioni fisiche, nemmeno quando si manifestino attraverso la realtà fisica, come pur può accadere, come, ad esempio, quando il nostro corpo sente dolore.
Vogliamo usare una parola forte? Diciamo allora che bene e male sono scientificamente un mistero, perché sono dimensioni dell'esperienza nello stesso tempo assolutamente reali, ma anche assolutamente immateriali. Non illudiamo la gente che possa mai essere scoperta una dislocazione cerebrale, sollecitando la quale si possa rendere buona una persona malvagia (o viceversa rendere malvagio un uomo buono).
È alla persona e non al suo cervello che dobbiamo rivolgerci, quando facciamo appello alla sua responsabilità e l'esortiamo a dire di no al male e a perseguire il bene. Di fronte alla santità, come di fronte agli abissi della malvagità, la scienza è talmente disarmata, da non essere nemmeno in grado di mettere a fuoco la specificità del problema. È quanto invece riescono a fare, pur c on la loro fragilità, sia la filosofia che la teologia, due forme di sapere che non si illudono di poter, da sole, orientare l'uomo al bene, ma che del bene e del male sanno almeno come parlare.
«Avvenire» del 3 giugno 2007

Nessun commento: