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08 marzo 2011

Inedito: la vera storia di Fiume

D'Annunzio scrisse a Benito
di Giordano Bruno Guerri
Il Vate contava sulle "squadre" fasciste del futuro Duce. Che non credeva nel successo. Salvo appropriarsene... La lettera: "Caro Benito, parto confidando nel tuo appoggio"
Il carteggio fra Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini venne pubblicato nel 1971, da Mondadori, con il titolo D’Annunzio, Mussolini e la politica italiana 1919-1938. Nonostante l’autorevolezza dei curatori, Renzo De Felice e Emilio Mariano, è un’opera ormai introvabile e bisognosa di aggiornamenti storiografici: anche per il nuovo materiale - documentario e fotografico - acquisito negli anni.
L’ultimo documento è arrivato al Vittoriale degli Italiani ieri, inatteso, durante la cerimonia per il 73° anniversario della morte del poeta. Una giornata di festa, con la piantumazione di venti cipressi, per sostituirne altrettanti caduti dalla morte di d’Annunzio a oggi e che miglioreranno la posizione del Vittoriale nella classifica dei dieci più bei parchi d’Italia. Poi la donazione da parte del maestro Ettore Greco di una potentissimo bronzo raffigurante, a grandezza naturale, un San Sebastiano, perché quest’anno ricorre il centenario del Martyre de Saint Sébastien scritto da d’Annunzio, musicato da Debussy e interpretato da Ida Rubinstein. Poi l’innalzamento delle bandiere di Pescara, città natale, e di Gardone Riviera - in omaggio ai Gemellaggi Dannunziani, che comprendono già 39 luoghi - alla presenza dei sindaci Luigi Albore Mascia e Andrea Cipani. Infine - ma trascuro molti altri eventi - l’ormai tradizionale donazione di nuovi documenti: la famiglia Cosimi ha depositato quelli del capitano (poi generale) Mario Sani, uno dei principali collaboratori del Comandante d'Annunzio; il collezionista e studioso luganese Giovanni Maria Staffieri, generoso sostenitore del Vittoriale, ha fornito un carteggio fra il poeta e la pittrice Romaine Brooks. Ma Staffieri aveva anche una sorpresa, per me, per amicizia. «La conosci questa?», mi ha chiesto, sornione, all’ultimo momento. E mi ha messo in mano dei fogli con l’inconfondibile calligrafia, su carta con motto «Per non dormire».
È una lettera scritta a Mussolini il 7 settembre 1919, cinque giorni prima della presa di Fiume. Finora si credeva che l’annuncio fosse stato dato al duce del fascismo nascente l’11 settembre, («Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi»). Il nuovo documento, di eccezionale bellezza nella sonorità della lingua, dimostra che i legami fra i due erano più stretti e assidui di quanto si pensasse, e che d’Annunzio sperava davvero nell'aiuto di Mussolini e delle sue squadre in via di formazione, oltre che sul suo appoggio giornalistico: «Confido nel vostro appoggio e sostegno fra coloro che, vili, temeranno questa mano armata. La Storia serberà allori per coloro che avranno operato per il glorioso epilogo. Viva l’Italia!».
In realtà Mussolini non credeva che l’impresa sarebbe riuscita, e si limitò a un sostegno formale, tanto che già il 20 settembre il vate gli scrisse una lettera piena di insulti che il duce ebbe la sfrontatezza di pubblicare, censurata e rimontata, facendola passare per una lettera di lodi. Poi si limitò a promuovere una sottoscrizione per Fiume che fruttò quasi tre milioni di lire. In ottobre consegnò a d’Annunzio, di persona, le prime 857.842 lire, e non si è mai saputo quanto abbia versato del resto; sospettato di essersi tenuto gran parte del denaro per finanziare il fascismo, ottenne una dichiarazione pubblica nella quale il Comandante riconosceva di averlo autorizzato a trattenere una cifra imprecisata per i suoi «combattenti»: i quali, a Fiume, erano una minoranza.
Per troppi anni, fino ai più recenti, si è considerata l’impresa fiumana soltanto come un episodio di acceso nazionalismo, o addirittura la culla del fascismo. In realtà Fiume fu anzitutto uno straordinario, avanzatissimo, esperimento libertario, a partire dalla Costituzione scritta dal poeta e dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Anche per questo Mussolini - che stava preparando l'alleanza con i poteri forti, monarchia, Chiesa, esercito, proprietari - non vi credette, e lasciò senza intervenire che nel 1920 Giolitti ordinasse il «Natale fiumano di sangue», facendo attaccare la città dall’esercito.
Nei primi giorni del 1921 cominciò la lenta evacuazione dei militi dannunziani. Il Comandante si trattenne fino al 18 gennaio, in uno stato di scoramento ma anche di orgoglio. Ciò che aveva creato sarebbe rimasto nella storia. «Nudi alla meta», aveva detto d’Annunzio in una delle sue innumerevoli arringhe, aggiungendo che «Chi s’arresta è perduto» e intimando di «Marciare non marcire»: slogan che ricompariranno presto sui muri delle case durante un ventennio del quale il poeta era stato un inconsapevole precursore, insegnando che era possibile ribellarsi allo Stato anche con le armi e a considerare il Capo un demiurgo capace di cambiate la vita di tutti, oltre che la patria.
Mussolini imparò, dalla lezione di Fiume, che era possibile mettere in crisi la classe dirigente liberale facendo ricorso alla retorica del patriottismo, mentre Vittorio Emanuele III dovette rendersi conto di non poter contare sulla totale fedeltà dell’esercito, constatazione che ebbe un peso rilevante nei giorni della marcia su Roma. Come ha scritto Emilio Gentile, l’ideologia realistica di Mussolini «era assolutamente estranea al fervore morale, allo spirito libertario ed autonomista (…) e al confuso ma sincero ribollimento di propositi rivoluzionari dell’ambiente fiumano». Dal fiumanesimo i fascisti presero solo l’apparato esteriore, aggiungendovi il manganello e l’olio di ricino. E mai si sarebbe sentito, durante il regime, il saluto finale che d’Annunzio lanciò dal balcone del municipio: «Viva l’Amore! Alalà!».
Per paradosso sarà proprio Mussolini a annettere Fiume all’Italia, nel 1924, con il Trattato di Rapallo. Ma il risultato non sarebbe stato possibile senza l’impresa di d'Annunzio. Che, giustamente, nella lettera pubblicata qui per la prima volta, conclude: «Finalmente la nuova impresa suggellerà la fine della splendida saga dei Mille, aggiungendo eroi ad eroi».

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"Caro Benito, parto confidando nel tuo appoggio"
La lettera di Gabriele d’An­nunzio a Benito Mussolini. Il Vate annun­ciava la sua decisione irrevocabile di assaltare Fiume. La città verrà presa il 12 settembre 1919.
Pubblichiamo la lettera datata 7 settembre 1919 di Gabriele d’An­nunzio a Benito Mussolini. Il Vate annun­ciava la sua decisione irrevocabile di assaltare Fiume. La città verrà presa il 12 settembre 1919

Mio caro Mussolini, siamo finalmente giunti alle bat­tute finali per il giorno da me tanto atteso. I fanti ardono, pronti al Santo Sacrifizio, uniti nei cuori ai loro compagni futuristi.
Sono queste notti frenetiche di duro lavoro, per garantire la conquista della «Cima» per la quale sarà dolce morire.
Il sottotenente Granjacquet mi ha offerto il comando assoluto, che ho accettato e del quale mi onoro. Una febbre insopportabile affatica le mie membra, rendendo tutto più arduo; ma nulla mi può fermare. I motori ormai caldi attendono solo la ferma mano che li guidi a compi­mento estremo. Finalmente la nuova impresa suggellerà la fina della splendida saga dei Mille, aggiungendo eroi ad eroi. Confido nel vostro appoggio e so­stegno fra coloro che, vili, temeran­no questa mano armata. La Storia serberà allori per coloro che avran­no operato per il glorioso epilogo. Viva l’Italia!
7 settembre 1919
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* Presidente del Vittoriale degli Italiani
«Il Giornale» dell'8 marzo 2011

28 gennaio 2011

Gabriele D'Annunzio, Forse che sì, forse che no (1910)

« - Forse - rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente.»

Così inizia quello che Roncoroni definì emblematicamente — scegliendolo come titolo del suo intervento a un convegno dedicato al Forse — «l’ultimo romanzo» del Vate. Fu infatti lo stesso d’Annunzio a definire il successivo La Leda senza cigno (1916) un semplice “racconto”.
La donna a pronunciare quel “forse” è Isabella Inghirami, probabilmente nella realtà la contessa Giuseppina Mancini, come risulta dal taccuino del 14 agosto 1908: «Il vento agita il velo bianco di Giusi». La stesura del romanzo era iniziata con qualche difficoltà già l’anno prima, ma il lavoro non pareva decollare. Quel “forse” sarà un leitmotiv e già ben descrive i continui ripensamenti di Isabella che, innamorata di Paolo Tarsis, prova continui rimorsi per quel suo sentimento: sarà questa indecisione a renderla ancor più affascinante e desiderabile agli occhi dell’amato. Il suo carattere è mosso dall’alternarsi di momenti di ritrosia ad attimi di lascivia furibonda; sente però sempre su di lei il senso di colpa, così profondo e persecutorio da generare nella sua mente stati allucinatori e paranoie. La sorella Vana, nella sua mente, da nome diventerà fantasma e voce. Vana è una visione ossessiva e continua, perché (è questa la causa dei mali di Isa) anche Vana è innamorata di Paolo, pur non essendo corrisposta. Vana, pagina dopo pagina, occuperà sempre più spazio nella mente della sorella, che sentirà sempre più prepotentemente, nella notte stellata come nella sua anima, i passi agitati della solitaria vergine suicida. Amore e gelosia le agiteranno. Suicidio e follia le separeranno.

In quel maggio del 1907, fra il 24 e il 26, Gabriele d’Annunzio è nella terra dei Gonzaga, dove forse spera di trovare sollievo ai tormenti d’amore. «Domattina potrei partire con la stessa automobile per Mantova» scrive all’amante Giuseppina, contessa nata Giorgi e sposa a Lorenzo Mancini. Quell’autobiografico “forse” (recuperato dai suoi carteggi) simboleggia anche il modus operandi e l’arte di d’Annunzio; egli pesca eventi dai suoi taccuini e dalle sue lettere; trasfigura paesaggi e ambienti visti; condensa immagini appartenenti a esperienze diverse; sovrappone e ricompone innumerevoli situazioni e vicende amorose e personali della sua vita nell’arte. È nota fin dai tempi del suo primo romanzo (Il piacere, 1888-1889) l'abitudine scrittoria che lo spinge a inserire nelle opere, con molti rischi — ricordiamo nel caso del Forse la disputa quasi legale con gli Inghirami —, importanti frammenti della sua vita, come ad esempio quelli allora tratti dalle lettere a Barabara Leoni.
Stupisce in d’Annunzio non tanto questo suo far arte della vita, quanto quel suo far dell’arte vita stessa. Spesso infatti la voce e il pensiero di Paolo Tarsis (o dei suoi personaggi romanzeschi) diventeranno ispiratori di frasi e pensieri che poi il Vate inserirà nelle lettere da spedire alle amanti. Risulta complesso quindi, da questa ambiguità, ricostruire filologicamente la sua arte deducendola dalla sua vita, magari separandole. E se inizialmente nel Forse la già citata Manicini e la Franci (amica e per una notte amante) diventano rispettivamente Isabella e Vana, successivamente a ispirare le gesta delle due protagoniste saranno anche le altre donne che in quei mesi accompagneranno i viaggi d’amore del poeta: Nathalie de Goloubef, Beatrice Alvarez de Toledo e il marito Illan de Toledo (Aldo nel romanzo). Verrà ricordata anche la Duse e il loro viaggio in Egitto. Nel lungo flashback sulle avventure di Paolo e Giulio, alle immagini egiziane si aggiungeranno immagini algerine, prese dai libri del pittore Formentin sui viaggi in Algeria, e visioni di paesaggi remoti, raggiunti in quegli anni dall’esploratore inglese Henry Savane Landor (conosciuto da d’Annunzio a Firenze). Compariranno anche citazioni alle anticipazioni futuriste del Marasso di La nuova arma. La macchina (1905), e richiami alle imprese del volo eroico dei fratelli Wright (settembre 1908): Giulio Cambiaso è Orville Wright, precipitato durante un tentativo di record di volo; Paolo Tarsis è invece Wilbur Wright, che vendicherà la morte del fratello-amico sorvolando e superando traguardi mai raggiunti prima.
Il Forse è ambientato fra le «più moderne vicende» dell’epoca ma questo modernismo non dev’essere frainteso. La macchina viene quasi glorificata: nell’iniziale precipitosa corsa verso Mantova della macchina rossa lanciata in una furibonda gara mortale; nella gara verso il cielo sull’ordigno dedaleo lanciato «a un’altezza non raggiunta mai»; nei voli d’amore sull’Arno e su Pisa; nella folle corsa nei pressi di Covigliaio verso Firenze e verso Isabella e poi ancora nell’attraversamento del mare «d’Ulisse e d’Enea» sull’Ardea verso la morte, poi vinta dalla quasi gridata «volontà di vivere». Ma questo continuo alternarsi di «rapidità che striscia» e «di rapidità che si solleva» non deve però trarre in inganno: non bisogna fraintendere il Modernismo con il Futurismo, che proprio in quegli anni stava nascendo. La celebrazione del meccanismo perfetto è anche demistificazione. Fra rombi guerreschi e settuple consonanze si scopre come a essere glorificato sia l’uomo, nonostante tutto, più che il mezzo. È un uomo silenzioso, assorto e chiuso nei suoi pensieri ermetici. Sopra la pulsazione del motore e il riso della donna c’è «un silenzio senza confine», una «solitudine aerea», il dolore e l’attesa. La volontà è l’unica difesa e arma dell’uomo; una volontà temeraria, perfetta, rude, tesa, cieca, tortuosa, vacillante, disperata, angusta e vittoriosa; la volontà di giungere, di piangere, di martirio, di ripulsa, di vivere e di gioco. Ma l’unica potenza senza limiti capace di disarmarla è l’amore: il turbinio dell’amore. L’amore implacabile vince Isabella, vince Vana, Aldo e Paolo; è l’amore a sfidare «la morte compagna d’ogni gioco che valga la pena d’esser giocato». Perché nulla è certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore. L’amore e l’amicizia sono i protagonisti, e nello strazio e nella voluttà sono una sola febbre. Quella voluttà selvaggia, sanguigna, letale, nemica e nuova, piloterà il funzionamento del «congegno esatto» che dipende scioccamente anche dallo «scocco di una scintilla», dal «distacco di un filo», dalla rottura di un’elica o dal «distacco di una tavoletta contrapposta al tubo di scarico». Ciò che sospinge la macchina è insomma l’uomo, e solo nella competizione folle e nella follia di un atroce senso di colpa fraterno, l’impossibilità di voler ridiscendere o di svoltare immediatamente sull’erta ripida e stretta, viene detto “destino”. Senza uomo la macchina è una «carcassa inanime».
A questo modernismo (a tratti anche drammatico) dei temi, tipico dell’euforia meccanica dei primi anni del ‘900 e prima degli eventi bellici, si aggiunge la classicità, la citazione erudita e il recupero dei classici. Esemplare il volo verticale di Cambiaso: «E affascinato dal cielo si portò più in alto. La vicinanza del sole ardente ammorbidì la cera odorosa che teneva unite le penne. Si strusse, la cera» (Ovidio) e «non più col disco di bronzo ma con l’ala di canapa […] forse tal fu la prima penna caduta dall’omero d’Icaro» (d’Annunzio). Così inizia la descrizione dell’aereo di Giulio che inizia a precipitare: con la rievocazione della vicenda di Dedalo e Icaro delle Metamorfosi (tema già peraltro utilizzato per chiudere la serie di Ditirambi). Sono innumerevoli gli altri esempi possibili. Grande è l’eco delle immagini antiche che rimbombano fra le mura del palazzo dei Gonzaga, come anche nei nomi Dauno e Pilumno; rievocazioni e citazioni che si confondono ancora una volta con gli appunti registrati sul taccuino: «In un soffitto del Palazzo a Mantova è rappresentato un labirinto d’oro in campo oltremarino; e vi ricorrono parole dubitose: “Forse che sì” “Forse che no” ».
E fra il giallo del sole su Mantova e Brescia, e il blu del mar d’Enea e Ulisse, si compierà il romanzo dannunziano.
Il libro inizia nelle strade verso la “Mantua” virgiliana e si può dire che finisca col decollo dalla spiaggia della virgiliana Ardea. L’evocatività di Ardea, decadente già ai tempi di Virgilio e dell’Eneide, ma soprattutto le pagine con le descrizioni della ruina della reggia estense e di Volterra — «costruita di quella pietra etrusca che imprigiona il sole, sopra una voragine infernale che sembra scavata dall’irosa fantasia dantesca» (a Emilio Treves, 30 ottobre 1909) — meglio di qualsiasi studio critico e di qualsiasi altro romanzo ci consentono, fra l’altro, di ripercorrere in chiave decadente e romanzesca Le città del silenzio.
Le descrizioni nel Forse del Palazzo di Mantova e quelle del Palazzo di Volterra devono essere considerate il più chiaro manifesto del Decadentismo italiano, colto in tutta la sua cupa forza evocativa e nel momento più profondo: lontano dalle fuorvianti aspirazioni aristocratiche, eroiche (tutte europee) di Effrena o Sperelli e lontano dagli eccessi di A rebours o dall’ostentato gioco aforistico di Wilde. D’Annunzio in queste sue pagine così prossime all’esilio francese e così vicine all’Uomo, alla fragilità della mente e alla follia (a Volterra discuterà a lungo con uno psichiatra per rappresentare la pazzia di Isabella), si proclamerà «leso dalla vita». Il Forse che sì, forse che no è «un romanzo di passione mortale», dirà lui stesso in una lettera a Treves datata 30 agosto 1908. Il Forse dà vita alle figure shakespeariane, disseppellisce i mostri dell’Inferno dantesco facendoli vagare per Volterra (come dimenticare Andrea de’ Mozzi?), ha il coraggio di denunciare il “lordume” che si cela dietro ogni sentimento e dentro ciascuno di noi. C’è il fazzoletto dell’Otello, la prova del tradimento subito e dell’affronto. Ciò che in William era lirica creazione e geniale immaginazione metaforica, qui diventa tragico simbolo e realtà: c’è Iago in Isabella e in Vera. E in Paolo, come in noi stessi, convivono l’amore, la dolcezza, l’invidia, la gelosia e la violenza: incubi e vizi di ogni uomo. «Ma chi può giudicare l’amore? E chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento, e dove il bene cessi d’essere il bene, e per che modo una nuova vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l’amore per piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere?». Forse, proprio in questa consapevolezza del dubbio e dell’incertezza, sta tutta la modernità di quest’opera. Il ripetersi come un'eco di quel nome simbolico (Vana), ricorda il drammatico ripetersi dell’onomatopeico «Nevermore» del Corvo di Poe; Vana compare riflessa nei cristalli della galleria degli Specchi nel palazzo dei Gonzaga (specchio, tema già caro al d’Annunzio della Contemplazione), dove si specchia Isabella con il volto di Tamar [cfr. Samuele, II, XIII.] della quale il fratello Ammon (Aldo nel romanzo) si innamorerà. La presenza e l’ombra di Vana incombono su ogni cosa.
C’è in Tarsis l’incapacità di compiere, fino in fondo, atti eroici: l’incertezza accompagna ogni atto di forza. Nulla, nessuna impresa è possibile senza davvero temere la morte e senza davvero sentirsi ancorati alla preziosità della vita; pur stando fra le nuvole, verso la morte, la vita si fa improvvisamente sentire nel bruciore del piede che vuole essere lenito. Parafrasando il Vate direi che nel Forse di eroico c’è solo il sentimento dell’amicizia, non l’uomo — le ultime righe del romanzo liquidato nel 1910 erano diverse e ben più significative: «… scivolò fino alla riva, e tenne il piede immerso nel mare». Nel 1927 il nuovo finale (l’attuale) diventò: «… parve che gli medicassero la piaga immersa gli spiriti del mare». Questa modifica (l’unica poiché gli altri furono ritocchi di punteggiatura) ha spesso fatto fraintendere il messaggio di tutto il romanzo. Sembrerebbe infatti che quegli attenti spiriti del mare rappresentino l’eroicità dell’uomo. Invece non devono essere sopravvalutati i riemersi caratteri del superuomo, riconoscibili in quel già citato medicamento: tutto il romanzo è basato sull’umana incertezza, presente in ogni azione, in ogni personaggio. Possiamo giustificare e comprendere quella correzione al finale se pensiamo alla mutata situazione politica italiana del ’27 rispetto ai tempi dell’intera stesura del romanzo. Resta tuttavia un dubbio: perché la Mondadori ha scelto di pubblicare la versione del ’27, narrativamente meno coraggiosa? Il finale del 1910, non rappresenta forse un caso stilisticamente eccezionale nella prosa di d’Annunzio e che pertanto andrebbe preferito al rimaneggiamento successivo, che andrebbe messo in nota?
In tutte le immagini del romanzo, come in un certo Naturalismo che evoca Balzac e i suoi personaggi, v’è la corrispondenza fra l’animo e le cose: un viso d’angelo si trasforma in demone, una creatura tremante si trasforma in titanica sibilla michelangiolesca… «Vedi? vedi? […] sono io così, dentro di te? È così la tua arsura?» chiede Isa al compagno disperato mentre guardano una «terra senza dolcezza, una landa malvagia, un deserto di cenere». «Il casale tristo come i tufi […] con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta» e le Balze, rispecchiano la desolazione di un paesaggio tutto interiore. Il paesaggio triste simboleggia la tragica storia dei protagonisti, e anche le stelle cadenti nella notte di san Lorenzo, come sgorgate lacrime di fuoco bianche, colano sulla faccia della notte e si precipitano dall’alto come silenziosi e terribili responsi di morte, come un profetico pianto di stelle, sul triste destino dei protagonisti. Tutto è ammantato da un’aura misteriosa che accompagna la sventura. La natura è «chiamata a far da testimone», e le cose misteriosamente paiono contenere un sovrasenso, in un regime di coincidentia oppositorum, così da far apparire in tutte le manifestazioni del visibile la molteplicità e l’incertezza dell’animo umano.
Ed è significativo che proprio quel paradisiaco hortus conclusus di Isabella (il suo amato giardino di gelsomini), confini con la «reggia della Follia»: il manicomio.

Fonte: http://www.italialibri.net/opere/forsechesiforsecheno.html

Postato il 28 del gennaio 2011

23 gennaio 2011

G. D'Annunzio, L'opera distruttiva della Nemica

Brano tratto da Il trionfo della morte (1894)
di Gabriele D'Annunzio
Di sotto alla tenda piantata su la ghiaia, ancóra seminudo dopo il bagno egli guardava Ippolita ch'era rimasta al sole presso le acque avvolta nell'accappatoio bianco. Guardando, egli aveva negli occhi a tratti scintillazioni quasi dolorose; e la gran luce meridiana gli dava un senso nuovo di malessere fisico misto a una specie di vago sgomento. Era l'ora terribile, l'ora pànica, l'ora suprema della luce e del silenzio, imminente su la vacuità della vita. Egli comprendeva la superstizione pagana: l'orrore sacro dei meriggi canicolari su la plaga abitata da un dio immite ed occulto. In fondo a quel suo vago sgomento si moveva qualche cosa di simile all'ansietà di chi sia nell'attesa di un'apparizione repentina e formidabile. Pareva egli a sé stesso quasi puerilmente debole e trepido, come diminuito d'animo e di forze dopo una prova sfavorevole. Immergendo, il suo corpo sul mare, dando la fronte al sole pieno, percorrendo a nuoto una breve distanza, esperimentandosi nell'esercizio già prediletto, misurando il suo respiro sul soffio dello spazio illimitato, egli aveva sentito per indizii indubitabili l'impoverimento del suo vigore, la declinazione della sua giovinezza, tutta l'opera distruttiva della Nemica; aveva sentito ancóra una volta il ferreo cerchio restringersi intorno alla sua attività vitale e ridurne ancóra una zona all'inerzia e all'impotenza. Il senso di quel languore muscolare gli diveniva più profondo come più egli guardava la figura della donna alzata nella luce del giorno.
Ella aveva disciolti i suoi capelli perché si asciugassero; e le ciocche ammassate dall'umidità le cadevano su gli omeri così cupe che sembravano quasi di viola. Il suo corpo svelto ed eretto, come avvolto nelle pieghe di un peplo si disegnava metà sul campo glauco del mare e metà su la chiarissima trasparenza celeste. Appena si scorgeva fuor della capellatura il profilo della faccia reclinata e intenta. Ella era tutta assorta in un suo piacere alterno: - metteva i piedi nudi su la ghiaia scottante, mantenendoveli sin che fosse per lei sostenibile l'ardore; e poi cosi caldi li tuffava nell'acqua blanda che lambiva la ghiaia. E in quella duplice sensazione ella pareva gustare una voluttà infinita, obliosamente. - Ella si temprava. si fortificava, comunicando con le cose libere e sane, lasciandosi penetrare dalla salsedine e dal raggio. Come mai poteva ella essere, nel tempo medesimo, così inferma e così valida? Come mai poteva ella conciliare nella sua sostanza tante contrarietà e assumere tanti diversi aspetti in un giorno, in un'ora sola? La donna taciturna e triste che covava dentro di sé il male sacro, il morbo astrale; l'amante cupida e convulsa il cui ardore era talvolta quasi spaventevole, la cui lussuria aveva talvolta apparenze quasi lugubri d'agonia; quella stessa creatura, alzata sul lido del mare, poteva raccogliere e sostenere ne' suoi sensi tutta la naturale delizia sparsa nelle cose che la circondavano, apparire simile ai simulacri della Bellezza antica inchinati sul cristallo armonioso di un Ellesponto.
La superiorità di quella resistenza era palese. Giorgio la considerava con un rammarico che a poco a poco addensandosi assumeva la gravità di un rancore. Il sentimento della sua debolezza s'intorbidiva di odio, mentre la sua perspicacia si faceva sempre più lucida e quasi vendicativa.
Non erano belli i piedi nudi ch'ella a volta a volta scaldava su la ghiaia e rinfrescava nell'acqua; erano anzi difformati nelle dita, plebei, senz'alcuna finezza; avevano l'impronta manifesta della bassa stirpe. Egli li guardava intentamente; non guardava se non quelli, con uno straordinario acume di percezione e di esame, come se le particolarità della forma dovessero rivelargli un segreto. E pensava: «Quante cose impure fermentano nel suo sangue! Tutti gli istinti ereditaria della sua razza sono in lei, indistruttibili, pronti a svilupparsi e ad insorgere contro qualunque constrizione. Io non potrò mai far nulla per purificarla. Io non potrò se non sovrapporre alla realità della sua persona le figure rnutevoli dei miei sogni, ed ella non potrà se non offrire alla mia ebrezza solitaria i suoi indispensabili organi ... » Ma, mentre il suo pensiero riduceva la donna a un semplice motivo d'imaginazioni e toglieva ogni valore alla forma palpabile, per la stessa acutezza della percezione particolare egli sentiva d'esser legato appunto alla qualità reale di quella carne e non solo a quanto eravi di più bello, ma specialmente a quanto eravi di men bello in lei. La scoperta d'una bruttura non rallentava il vincolo, non diminuiva il fascino. I lineamenti più volgari esercitavano su di lui un'attrazione irritante. Egli conosceva bene questo fenomeno che s'era più volte ripetuto. I suoi occhi più volte avevano visto con estrema chiarezza nella persona d'Ippolita emergere i difetti anche men notevoli; e n'eran rimasti attratti per lungo tempo, quasi forzati a fissarli, a considerarli, ad esagerarli. Ed egli aveva provato nei suoi sensi e nel suo spirito un turbamento indefinibile, seguito quasi sempre dall'insorgere subitaneo d'un desiderio impetuoso. Era ben questo il più fiero segno della grande ossessione carnale operata da una creatura umana su un'altra creatura umana.

[Ippolita raggiunge Giorgio sotto la tenda, esercitando su di lui la sua seduzione irresistibile]

Un mondo si dissolveva in lui mentre ella gli si appressava, serpentina Il e insidiosa, allungandoglisi al fianco su la stuoia di giunchi. Ancóra una volta la realtà si convertiva confusamente in una favola piena d'imagini allucinanti. Il riverbero del mare empiva d'un tremolio d'oro la tenda, mescolava mille pagliuzze d'oro ai fili del tessuto. Appariva per l'apertura l'immensità della calma, la grande immobilità delle acque sotto il quasi lugubre fulgore. E a poco a poco anche quelle apparenze vanirono. Nel silenzio egli non udi se non il ritmo del suo proprio sangue; nell'ombra egli non vide se non i due grandi occhi fissi sopra di lui con una specie di furia. Ella lo avviluppava intero, con un contatto molteplice, quasi ch'ella partecipasse della qualità d'una nube. Ed egli respirò, da tutti i pori di quella pelle ardente, la fragranza marina: come la sublimazione d'un sale a traverso una fiamma. E nel folto di quella capellatura ancóra umida trovò il mistero delle foreste di alghe più remote. E, nello smarrimento finale della conoscenza, credette di toccare il fondo di un abisso battendo l'occipite su la roccia...
Udi, poi, come di lontano, tra un fruscìo di vesti, la voce d'Ippolita che diceva:
- Vuoi rimanere ancóra qui un poco? Dormi?
Aprì gli occhi; mormorò, trasognato:
- No, non dormo...
- Che hai?
- Muoio.
Egli tentò di sorridere. Travide la bianchezza dei denti nel sorriso di lei.
- Vuoi che ti aiuti a vestirti?
- Ora mi vesto. Va, va... Ora ti raggiungo - egli mormorò, come sonnacchioso.
- Allora io vado su. Ho troppa fame. Vèstiti e vieni.
- Sì, ecco...
Egli sussultò forte, sentendo all'improvviso le labbra di lei su le sue labbra. Aprì di nuovo gli occhi; tentò di sorridere.
- Pietà! [...]

[Ippolita si allontana risalendo verso la casa. Giorgio, prostrato, angosciato dal pensiero di ritrovarsi con la donna, è invaso dal desiderio di morire]

Una sensazione intraducibile gli diede lo spettacolo delle cose intorno, quando egli riaprì gli occhi. Gli parve come s'egli rivedesse quelle cose in una esistenza diversa, dopo un tempo indefinito. La ghiaia sotto la sferza del sole aveva la bianchezza della calce. Su l'immenso lugubre specchio delle acque il cielo incandescente sembrava d'attimo in attimo abbassarsi aggravato da uno di quei cupi silenzi che accompagnano l'aspettazione d'una catastrofe ignota. I promontorii arenarii, con i loro gironi deserti, su da le scogliere nerastre levavano a guisa di torri i culmini arborati ove gli, olivi stavano contro il fuoco in attitudini d'ira e di follia. Proteso dagli scogli, simile a un mostro in agguato, con i suoi cento arti il Trabocco aveva un aspetto formidabile. Per mezzo all'intrico delle travi e dei cordami apparivano i pescatori chini verso le acque, fissi, immobili come bronzi. E pesava su le loro tragiche vite l'incanto mortale.
D'improvviso, nell'ardore e nel silenzio, giunse agli orecchi del giovine la voce della donna che dall'alto dell'Eremo chiamava.
Egli si scosse e si volse, con una palpitazione soffocante. La voce ripeté il richiamo, limpida e forte, quasi che volesse affermare il suo potere.
- Vieni!
Com'egli saliva su per la costa, dalla bocca fumida d'una delle gallerie si propagò per l'aria un rombo ripercotendosi nell'insenatura. Egli s'arrestò presso il binario, di nuovo provando una leggera vertigine, mentre gli balenava nel cervello vanito un pensiero folle. "Coricarsi ora a traverso le rotaie... La fine di tutto in un attimo!” Fragoroso, veloce e sinistro, il treno passò gittandogli in faccia il vento della corsa; e fischiando e rombando scomparve nella bocca della galleria opposta, che fumigò nera nel sole.


ANALISI DEL TESTO
(tratto parzialmente dal manuale Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia dalla storia al testo, Vol III, 2/a, Paravia)

Giorgio Auríspa inetto a vivere.
Giorgio Aurispa è un inetto a vivere, malato di una oscura malattia interiore come tanti eroi romanzeschi di quegli anni: e il banco di prova della sua malattia, il reagente che la fa venire pienamente alla luce, è il rapporto con la donna. Ma qui occorre allargare il discorso, coinvolgendo problemi più vasti. Giorgio è un artista, un'anima superiore e raffinata: rappresenta ancora la figura dell'esteta, la prima costruzione ideologica di D'Annunzio. Ma già nel Piacere lo scrittore dimostrava piena coscienza della debolezza, dell'insufficienza di tale costruzione: ne coglieva i limiti, l'inadeguatezza dinanzi ad una situazione sociale e culturale quale quella che si delineava a fine secolo, l'età del trionfo della borghesia industriale in Europa, dell'aggressività imperialistica, del colonialismo, del dominio di classe più brutale. L'esteta, colui che vive solo nel mondo dell'arte, estraniandosi dalla realtà, è un essere debole, fragile, sterile, destinato fatalmente alla sconfitta, all'inutilità. D'Annunzio, nella sua acuta percezione dei processi reali, ricerca una nuova definizione dell'intellettuale, che deve essere libero dal peso del vittimismo e della sconfitta, eredità ancora romantiche, di un'età ormai tramontata (Werther, Ortis). Per questo fa del suo eroe il protagonista di un'inquieta ricerca. Giorgio cerca un nuovo senso alla sua condizione di intellettuale, una nuova collocazione. La sua ricerca lo porta a riaffondare nelle radici etniche ancestrali del suo popolo, a ricreare in sé il suo primitivo misticismo, oppure ad inseguire una pienezza vitale nella fusione panica con la natura. Cerca anche una salvezza nel verbo 'dionisiaco" di Nietzsche. Ma su questa tormentata ricerca pesa continuamente il ricordo dello zio Demetrio, il suo padre ideale, arti. sta ed esteta anch'egli, morto suicida per insofferenza della volgarità irrimediabile della vita, che sembra sempre proporgli il modello della sua rinuncia e della sua sconfitta.

Ma soprattutto, alla ricerca di un senso più pieno della vita, si oppone l'ostacolo della donna. La donna è la Nemica. Le ossessioni di Giorgio attribuiscono mille volti diversi, contraddittori, ad Ippolita: ora rappresenta la lussuria insaziabile, che lo svuota della sua energia vitale; ora egli la guarda con in, invidia, da intellettuale isterilito dall'eccessivo uso del pensiero, per il suo sano vigore, per la sua aderenza naturale, innocente alle cose semplici, che a lui è preclusa; ora la donna rappresenta la malattia (soffre di attacchi isterici ed epilettici), ora la volgarità piccolo borghese che offende il culto della bellezza proprio dell'esteta.
Giorgio, debole ed irresoluto, ne è affascinato e attratto, e al tempo stesso la odia, perché la vede come l'ostacolo che gli impedisce di attingere a quella trasfigurazione ideale a cui aspira. Questa però non è la realtà oggettiva della donna: Ippolita, si è visto, è solo una costruzione mentale del protagonista. In realtà l'immagine della donna-Nemica che Giorgio si costruisce è solo un alibi per mascherare un'impotenza a vivere che preesiste, una malattia che è anteriore ad ogni scontro con il mondo, e che il rapporto problematico con la donna vale solo a portare alla luce. Una malattia non fisica, ma letteraria, il male incurabile dell'artista che si sente diverso, incapace di vivere nel mondo borghese moderno, dominato dall'utile e sordo alla bellezza, e che perciò non può essere che votato all'inutilità e all'autodistruzione.

Giorgio Aurispa, nonostante la ricerca di un superamento da parte dello scrittore, è l'ultimo esponente di una stirpe di eroi romantici, un "Werther" 1894. Per questo deve essere soppresso, come in una sorta di sacrificio rituale, perché D'Annunzio possa liberarsi del suo peso ingombrante e proseguire la sua strada alla ricerca di una nuova immagine di intellettuale più consono ai tempi, non più vittima tormentata, ma energico dominatore. Per questo il racconto si chiude col suicidio di Giorgio. E la sua morte aprirà la strada ad una nuova figura esemplare, mitica, quella del superuomo, che qui è solo adombrata dalle aspirazioni del protagonista, ma non può ancora essere raggiunta.

Giorgio è quindi portatore di una falsa coscienza: l'immagine della «Nemica», della donna come ostacolo all'affermazione di una vita superiore, è un alibi costruito dal personaggio che mente a se stesso. Questo carattere di costruzione mentale fittizia che ha la donna, costruzione in cui si proiettano le ossessioni dell'eroe e la sua incapacità di vivere, è forse l'aspetto più vivo e moderno del romanzo, ed apparenta l'inetto» Giorgio Aurispa ai quasi contemporanei eroi sveviani di Una vita (1892) e Senilità (1898), in cui parimenti l'immagine di una donna, pura costruzione mentale dei protagonisti, diviene il luogo geometrico delle loro ossessioni e pretesto dei loro autoinganni.

Però la lucidità critica di D'Annunzio è nettamente inferiore a quella di Svevo. Sembra che D'Annunzio non abbia il coraggio di portare fino in fondo il gioco, costruendo impietosamente il ritratto di un uomo che mistifica la realtà effettuale e si costriúsce continuamente alibi. Ciò che accadeva già con Andrea Sperelli nel Piacere: D'Annunzio non riesce ad essere coerentemente critico per tutto il romanzo verso il suo eroe. Ora sembra veramente prendere le distanze da lui con lucidità, come in questo episodio, ora invece sembra restare prigioniero di una complicità più ambigua nei suoi confronti, o addirittura dare pieno credito alle sue costruzioni mentali ed accettarle, per cui Ippolita finisce per apparire davvero la «Nemica», la potenza femminile distruttrice delle energie vitali del maschio. Vi è indubbiamente il peso dei condizionamenti culturali: D'Annunzio si rivela qui succubo di una mitologia letteraria, quella della donna fatale, tanto diffusa nelle pagine dei decadenti che erano la sua fonte e il suo modello.
Postato il 23 gennaio 2011

02 ottobre 2010

D’Annunzio segreto

di Luigi Mascheroni
Se meritò come soprannome di «Vate», cioè profeta, è perché aveva il dono di precedere gli altri, nel pensiero, nel vivere, nel gusto. Abituato a non curarsi di ciò che gli si parava di fronte, lasciò un segno sugli eventi che accaddero dietro di lui. In letteratura, in politica, nello stile.
Orbo di un occhio ma Veggente, Decadente eppure modernissimo, Superuomo e casalingo, notturno e appartato, in realtà divo e vip ante litteram, Gabriele D’Annunzio si rivela sempre l’opposto dell’uomo di cui ci si ricorda o che gli storici si preoccupano di ricordaci. Entri al Vittoriale degli Italiani, la cittadella che tra gli anni Venti e Trenta del Novecento si fece costruire sul lago di Garda, e ti aspetti il mausoleo del poeta-soldato o l’alcova del dandy-esteta. Ma poi ti imbatti nel «D’Annunzio segreto», che è il nome del nuovo museo aperto nel Vittoriale da Giordano Bruno Guerri, storico e biografo dannunziano, da due anni attivissimo presidente della Fondazione che gestisce il complesso monumentale di Gardone Riviera.
Collocato sotto l’Anfiteatro, all’interno di uno spazio un tempo adibito a magazzino, il museo viene inaugurato oggi dopo mesi di ricerche, ristrutturazioni, progetti. E un’idea: aprire le centinaia di cassetti e armadi rimasti intatti dopo la morte dello scrittore, per mostrarne per la prima volta al pubblico, e d’ora in poi in maniera permanete, l’incredibile contenuto. Oggetti fino a oggi invisibili che tornano a raccontare la vita intima del loro Signore e Padrone.
Eccoci qui, allora, a visitarlo in anteprima, mentre l’architetto Angelo Bucarelli sta ultimando l’allestimento. All’entrata sei monitor su cui scorrono filmati di repertorio provenienti dall’Istituto Luce e dall’archivio Rai, e poi avanti, come urlò una volta, «verso la vita». Che nel caso di D’Annunzio, come in pochi altri, coincide con l’arte. Nelle imprese, nelle opere, negli oggetti d’uso comune. Ecco perché è lui il vero padre del gusto e dello stile italiano.
Appena dentro, in una grande teca è racchiuso il lato femmineo di D’Annunzio: tutti gli oggetti e i capi di abbigliamento che sceglieva per le sue amanti, le «badesse di passaggio» obbligate, quando entravano al Vittoriale, a spogliarsi dei propri abiti e a indossare quelli che il «Priore» D’Annunzio aveva preparato per loro: vestaglie trasparenti, scialli, accappatoi, sandali dorati, profumi, ciprie, pettini, spazzole, specchi, portagioie e forbici d’argento.
Poi un’enorme vetrina a parete con il guardaroba del Vate, o perlomeno la parte fino a oggi segreta: abbiamo contato 40 paia di scarpe, tutte artigianali, da camera, da sera, da giorno, da cerimonia, da notte (un modello, fatto a mano, con un piccolo fallo rosa sulla linguetta e sotto, a rafforzare il concetto, un pesce), bianche, nere, in cuoio, di pelle, coi lacci, con le ghette, basse, alla caviglia, a scarponcino, e poi una dozzina di stivali, e poi ancora bastoni, guanti, foulard, fazzoletti, calzascarpe, tube, bombette, cappelli e cappelliere, bretelle, babbucce orientali, vestaglie, giacche da notte, camicioni.
Uno larghissimo, bianco, che indossava in tarda età, quando aveva vergogna a mostrare il proprio corpo, lungo fino ai piedi ma con un’apertura sul davanti, per potere usare in ogni momento la sua «catapulta inarrestabile». E poi decine di manichini con abiti, frac, cappotti, tutti ideati e firmati da D’Annunzio. Il quale, negli ultimi anni di vita, cosa poco nota, iniziò a disegnare e produrre abiti sartoriali. Ideò, ed è qui in mostra, persino un’etichetta: «Gabriel Nuntius Fecit». Più che un esteta, uno stilista.
Come disse una volta a Giancarlo Maroni, l’architetto del Vittoriale: «Sono miglior arredatore che poeta». E infatti le pareti e le colonne che dividono gli spazi del museo sono ricoperte con le tappezzerie e i tessuti disegnati da lui stesso per la villa, la «Prioria», oppure, come un racconto nel racconto, con le riproduzioni degli autografi del poeta. C’è una colonna con gli «Appunti di ginnastica da camera» con gli esempi dei vari esercizi schizzati dallo stesso D’Annunzio e una colonna con tutti i bigliettini che Ariel o Gabriel, a seconda dello pseudonimo, lasciava alla sua amata cuoca, Albina, che chiamava Suor Intingola e alla quale, magari, lasciava 300 lire di mancia, equivalenti allo stipendio di un mese, per una buona frittata. Una delle poche cose di cui il poeta, frugale e astemio, era goloso. Lettere come questa: «Mia cara Albina, l’accordo di queste tre cose fritte è sublime. Avevo sognato questo piatto stamani. Ma la tua arte misteriosa va al di là del sogno», datato 26 settembre 1930. Oppure: «Per me non c’è al mondo nessun sapore più squisito della pernice fredda. Ho mangiato tutto ed ho leccato gli ossetti col rammarico che anche una pernice fredda abbia una fine».
In un angolo ci sono i bauli da viaggio, con gli scompartimenti per le scarpe, gli stivali, le camicie... In una teca c’è il necessario per la toilette: rasoi d’argento, asciugamani cifrati, pennelli da barba, spazzolini, flaconi di profumo, acqua di colonia delle marche preferite: Florodor o Chantilly, fatte arrivare da Parigi. Ci sono i gioielli – che Giordano Bruno Guerri è andato in mattinata, scortato, a prelevare nel caveau di una banca di Gardone, dove erano custoditi da decenni – tra i quali collane da donna, gemelli dipinti a mano, medaglie, l’anello d’oro che D’Annunzio portava al dito il giorno del volo su Vienna, e che per lui era un oggetto scaramantico... E c’è la vetrina dedicata ai suoi adorati cani: museruole, frustini, guinzagli, i collari chiodati con le placchette d’argento con incisi i nomi degli animali, che in tarda età il poeta chiamava tutti con nomi che iniziavano per «DAN»: Danzetta, Danchi, Danneggio, Dangiero.
C’è un biglietto, senza data, inviato all’Hotel Cristallo di Cortina alla sua ultima compagna, Luisa Baccara, dalla lettura del quale si fatica a capire se D’Annunzio sia più preoccupato per i suoi levrieri o per l’amata: «Ho avuto una tragedia di sodali. Stop. Danni e Dannozzo fuggirono rimanendo nella montagna due giorni. Stop. Credo che fuggiranno anche le tartarughe. Stop. Prego mandarmi tue buone notizie. Un abbraccio. Ariel».
«Il Giornale» del 2 ottobre 2010

28 luglio 2010

Quando Montale rideva del Vate

Torna D’Annunzio con una nuova edizione dell’«Alcione» ed è l’occasione per fare il punto sull’influenza dello scrittore sui poeti italiani del Novecento. Scoprendo magari che alcuni di loro ne hanno fatto talvolta anche la parodia, come Palazzeschi, Folgore e Moretti misurandosi con la «Pioggia nel Pineto»
di Pietro Gibellini
«Alcione» e no: questo era il tito­lo dello scritto di Sergio Solmi nel numero speciale che 'Let­teratura' dedicava a D’Annunzio nel 1939, per il primo anniversario della morte del poe­ta. Solmi stilava un bilancio personale e in­sieme generazionale, dipingendo un quadro chiaroscurato, in cui s’intrecciavano conti­nuità e fratture, adesione e repulsione. E lo riproponeva, poi, nell’edizione dei suoi stu­di, riuniti nel 1963, Scrittori negli anni; nel ti­tolo del saggio e in quello del libro è implici­tamente formulato un metodo critico e sto­riografico ed un discreto e fermo invito a va­gliare la durata della poesia nel tempo.
Che forma prenderebbe, oggi, un discorso su Alcione e noi? Certo, l’approccio novecentesco al linguaggio dannunziano nel suo complesso fu cauto o decisamente impron­tato al diffidente distacco o al gioco ironico che si riservano a un modello lessicale trop­po sussiegoso e autoritario, con le sue dora­ture classicheggianti e déco. Non stupisce perciò che, nel virtuosistico rifacimento ita­liano degli Exercices de style di Raymond Que­neau, Umberto Eco sia ricorso alla pàtina dannunziana (lo dichiarava espressamente) per rendere il registro 'précieux' dell’estro­so transalpino: C’était aux alentours d’un juil­let de midi. Le soleil dans toute sa fleur régnait sur l’horizon aux multiples tétines […] Un au­tobus à la livrée verte et blanche, blasonné d’un énigmatique S, vint recueillir du côté du parc Monceau un petit lot favorisé de candi­dats voyageurs aux moites confins de la dis­solution sudoripare, suonava il modello; ed Eco: «Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezzava con accecante virilità le o­pime mammelle dell’orizzonte ambrato. […] Carro falcato, cocchio regale, gravido di e­nigmatica e sibilante impresa, l’automotore ruggì a raccoglier messe umana molle di mol­li afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu chiami Monceau, o Ermione».
Come un inconfondibile sigillo, il nome di Ermione richiama la raccolta alcionia, il libro esemplare della poesia dannunziana. La 'du­rata' di quel testo è riscontrabile anche nel­la società televisiva, sia pure attraverso la deformazione parodica: un filo d’aceto pio­ve sulle verdure, mentre una voce suadente parafrasa la Pioggia nel pineto, sostituendo alle ginestre fulgenti e ai mirti divini qualche cetriolino o peperone. Da un verso dell’On­da aveva mutuato il nome uno shampoo, qualche anno fa: « libera e bella, / numerosa e folle, / possente e molle, / creatura viva / che gode / del suo mistero fugace». La noto­rietà del testo, è necessaria al suo uso pub­blicitario e al volgarizzamento musicale: «Vorrei trovare / parole nuove / ma piove pio­ve / sul nostro amor» recita la canzonetta ri­prendendo le «parole più nuove / che parla­no gocciole e foglie / lontane» nella Pioggia nel pineto, nella poesia che si è prestata più d’altre al rimaneggiamento, destinata com’e­ra all’esercizio mnemonico nella scuola d’un tempo e cavallo di battaglia per le recite de­gli aspiranti attori. Il suo controcanto più celebre è La pioggia sul cappello (1922) di Luciano Folgore : «pio­ve sul melo e sul tiglio, / piove sul padre e sul figlio, / piove sui putti lattanti, / sui sandali rutilanti, / su Pègaso bolso, / sull’orïolo da polso, / piove sul tuo vestitino / che m’è co­stato un tesauro». Ma persino Montale, s’in­tende il Montale di Satura, opera sulla lirica dannunziana l’unico suo deciso remake pa­rodico, un Piove del 1969: «Piove / non sulla favola bella / di lontane stagioni, / ma sul­la cartella / esattoriale, / piove sugli ossi di seppia / e sulla greppia nazionale. / Piove / sulla Gazzetta Ufficiale / qui dal balcone a­perto,/ piove sul Parlamento, / piove su via Solferino, / piove senza che il vento / smuo­va le carte. / Piove in assenza di Ermione / se Dio vuole, / piove perché l’assenza / è u­niversale». La parodia, nel suo senso più pieno e ricco (continiano), comprende però una gamma di sfumature e di registri di cui quello comi­co è il più vistoso ed estremo: vi può rientra­re (ma in modo assai meno esplicito che nel­l’imitazione folgoriana) una Fontana mala­ta di Aldo Palazzeschi, la poesia del 1909 che concentra l’evocazione della Pioggia nel pi­neto in una zona più circoscritta, non senza incroci con altre reminiscenze dannunzia­ne: «Tossisce, / tossisce, / un poco / si tace, / di nuovo / tossisce / … / non s’ode / romo­re / di sorta».
Formalmente più tenue, ma tanto più rile­vante, è il rinvio contrastivo alla lirica dan­nunziana esibito fin dall’attacco di A Cesena di Marino Moretti: il poeta visita la sorella sposata da poco tempo, sufficiente però a sciogliere ogni residuo sogno romantico nel­la prosa del quotidiano (più che la sorella, la disillusione tocca il cuore del poeta, il vero in­felice); e la costanza della pioggia è il corri­spettivo musicale della malinconia, rispec­chiata dalla grigia giornata come in un pae­saggio dell’anima: il poeta potrebbe ben di­re, con Verlaine, «Il pleure dans mon coeur / comme il pleut sur la ville». Dice invece: «Pio­ve. È mercoledì. Sono a Cesena / ospite del­la mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena»; in questo incipit è già evidente lo scarto dalla fonte, che pure viene richia­mata per lievi ma precisi tocchi (il leit-motiv della pioggia, la presenza di un’interlocutri­ce femminile). Con una tecnica gozzaniana, Moretti trasforma il calendario in versi, dan­do subito le coordinate spaziali e temporali dell’avvenimento: siamo a Cesena, di mer­coledì, e la pioggia sta fuori di casa (o dentro l’anima). Col passaggio dal plein air all’in­terno domestico, viene sconvolto soprattut­to lo statuto noetico della Pioggia dannun­ziana, dove si verificava l’epifania del mito.
È il libro esemplare della poesia dannunziana ed è entrato nella memoria collettiva al punto che un suo verso fu usato per una campagna pubblicitaria
«Avvenire» del 28 luglio 2010

09 maggio 2010

Il poema satirico da cui partì il grido «Eja alalà»

Presentato ieri al Vittoriale lo «scherzo» in versi in cui il Vate inventa il motto più famoso del ’900
di Giordano Bruno Guerri
Trovare versi inediti di Gabriele d’Annunzio è una festa, prima che un’emozione. Una festa che si è celebrata ieri al Vittoriale degli Italiani, insieme al ritrovamento di altri importanti documenti e all’inaugurazione di un’opera d’arte, di cui diremo. Lo «scherzo poetico» a rime baciate e intrecciate - che viene pubblicato qui per la prima volta – è un manoscritto autografo in 28 fogli, dalla misura singolare: 41,5x15,5 centimetri: lunghi fogli di carta ingiallita, vergati in inchiostro bruno con numerose correzioni.
Priva di titolo, quest’opera rischia di passare alla storia come un «poemetto giovanile», perché così è stato presentato nel catalogo della casa d’aste Bloomsbury. In realtà, «giovanile» è Primo vere, composto e pubblicato dal liceale Gabriele nel 1879, a 16 anni, e già di qualità tale da portarlo agli onori delle cronache letterarie dell’epoca.
Il componimento che potete leggere in queste pagine è databile fra il 1893 e il 1897, ovvero quando d’Annunzio aveva 30-34 anni: certo non aveva ancora scritto i suo capolavori poetici, a partire dall’Alcyone – di inizio Novecento - ma non era né un ragazzino né un giovane autore in attesa di fama. Il Piacere, il romanzo che lo portò alla celebrità, non solo italiana, è del 1889, L’Innocente del 1891. Quanto alla vita privata, nel 1893, a trent’anni, Gabriele aveva già avuto i suoi quattro figli: tre maschi dalla moglie Maria Hardouin d’Altemps di Gallese, e Renata (1893) dalla relazione adulterina con Maria Gravina Cruyllas di Ramacca Anguissola.
Se ci spingiamo fino al 1897, la grande passione per e con Eleonora Duse era già iniziata da due anni, e d’Annunzio era stato eletto deputato alla Camera. In agosto gli era stata offerta la possibilità di candidarsi, nel collegio di Ortona a Mare, in seguito all’annullamento per vizi formali dell’elezione del liberale Filippo Masci, che aveva vinto con appena cinquanta voti di scarto. I conservatori convinsero d’Annunzio, senza sforzi, a rappresentarli nella sua terra contro il repubblicano Carlo Altobelli che, ironia della sorte, lo aveva difeso nella causa di adulterio intentata dal marito della Gravina. A dispetto di quanto il poeta aveva scritto sulla vita parlamentare come vera fogna della moralità nazionale, la prospettiva di entrare a Montecitorio balenò con scintillio irresistibile ai suoi occhi.
Si impegnò molto nella campagna elettorale, e questo spiega la sua presenza, particolarmente assidua quell’anno, in Abruzzo. Il luogo dove questo «scherzo poetico» venne composto forse è Francavilla, ma probabilmente venne declamato nel palazzo del barone Francesco Bonanni d’Ocre, a Fossa, in provincia dell’Aquila: un gioiello di bellezze artistiche e architettoniche purtroppo devastato dal terremoto del 2009.
Fossa è relativamente lontana sia dalla circoscrizione di Ortona sia da Francavilla. Ma il palazzo del barone Bonanni era prediletto per gli incontri di artisti abruzzesi, fra cui Francesco Paolo Michetti, intimo di d’Annunzio. Ecco l’incipit: «A Francavilla / siamo venuti / per darvi un saggio / in tre minuti / (ci vuol coraggio) / della favilla / inestinguibile / immarcescibile / che in core ci arde». Il componimento è palesemente scritto per un’occasione conviviale, piena di amici e parenti: sono citati, per esempio, la sorella Anna con il marito Filippo, insieme a una sfilza di nomi che faranno la gioia degli studiosi abruzzesi e dei legami del poeta con la sua terra d’origine.
Soprattutto, però, «Il testo è di un interesse assoluto, perché contiene in nuce stilemi poetici, temi e topoi del d'Annunzio più maturo», come ha scritto Annamaria Andreoli per il catalogo d’asta Bloomsbury. Agli appassionati di storia interesserà che compaia per la prima volta l’«eja alalà», grido di guerra e di esultanza degli antichi soldati greci che d’Annunzio trovò più consono all’anima latina del barbaro «hip hip hurrah!». Nel poemetto viene usato in un modo giocoso: In alto i cuori! / Eja, alalà; / Passa – o Signori! – / la Nobiltà. Poi ne farà un uso molto più impegnativo.
D’Annunzio lo aveva scoperto in Eschilo e in Pindaro, e finora si riteneva lo avesse usato per la prima volta nella tragedia La Nave (1907) e nella Fedra (1908). Lo usò ancora, urlandolo, nell’agosto del 1917, quando guidò tre raid notturni sulle basi austriache di Pola, e lo riscrisse nella Canzone del Quarnaro, del 1918. Poi il grido sarebbe stato adottato - come altre invenzioni di d’Annunzio, che se ne sdegnava – dagli squadristi fascisti: i quali ne fecero il grido della «violenza inutile» e del «castigo ingiusto», come dichiarò il poeta nel 1921. Del resto né i fascisti, né tanto meno Mussolini, avrebbero mai usato la formula scelta da Gabriele per un suo discorso dal balcone, durante l’impresa di Fiume: «Viva l’Amore! Alalà!»
«Viva l’Amore! Alalà!», grido anch’io, pensando all’abbraccio d’amore di cui ha goduto il Vittoriale degli Italiani nella manifestazione di ieri. Oltre al Poemetto – donato dall’ambasciatore Antonio Spada in rappresentanza dell’Associazione Amici dei Musei di Brescia, abbiamo festeggiato il ritrovamento di oltre seicento documenti d’archivio: le lettere di Alessandra di Rudinì e di Giuseppina Mancini, dal 1903 al 1927. Nel 1963 li aveva sottratti al Vittoriale nientemeno che il suo presidente di allora (non voglio neppure farne il nome), e erano considerati perduti, tanto più che non ne esistevano trascrizioni o copie.
Gabriele d’Annunzio aveva dedicato buona parte del suo tempo, a Gardone Riviera, a recuperare e catalogare la sua corrispondenza, e non potevo tollerare quel vuoto nel nostro Archivio. Nei panni di Sherlock Holmes – seppur con mille sigarette smozzicate dall’emozione al posto della pipa - ho cominciato a indagare tra i numerosi collezionisti di d’Annunzio, e la sorte mi ha aiutato facendomi incontrare il generoso e appassionato Giovanni Maria Staffieri, che mi ha consentito di recuperare i preziosi documenti e di riportarli a Casa: senza alcuna spesa, né per lo Stato né per il Vittoriale. Adesso sono in via di trascrizione e di catalogazione, prima di venire messi a disposizione degli studiosi.
*Presidente del Vittoriale degli Italiani
«Il Giornale» del 9 maggio 2010

24 aprile 2010

D’Annunzio e Pascoli: greci o cristiani?

Esce in libreria una nuova edizione dei Poemi convi­viali di Pascoli curata da Maria Belponer (Rizzoli).
di Pietro Gibellini
Anticipiamo qui un passo dalla prefazione di Pietro Gibellini, centrata sul confronto Pascoli-D’Annunzio
Che alla mèta di un’arte nuova e antica i due scrit­tori aspirassero per vie diverse si ricava dalle due poetiche. Quella del più pensoso Pascoli è affi­data alla prosa del Fanciullino (1897). Raccogliendo stimoli dell’amico Angelo Conti, Pascoli riprendeva l’immagine già classica del dèmone interiore che ispira il canto, costruendo il concet­to dell’eterno fanciullo che abita dentro il poeta dandogli lo sguardo vergine che rende in­cantevole e com­movente la realtà quotidiana e fa grandi anche le cose piccole. Ma attraverso l’a­mato Leopardi, e le sue radici vichiane, Pasco­li sa che, ritro­vando in sé l’e­terno fanciulli­no, ritrova l’ani­mo della Grecia antica, mitopoie­tica fanciullezza dell’umanità: e la prosa termina ap­punto con l’immagi­ne antica del cieco O­mero condotto per mano dal fanciullo. Obbedendo al suo istinto di verseggiatore, D’Annunzio formula invece la sua poetica nelle ballate di un componimento di Alcyone. Ideale risposta al Fanciullino, il Fanciullo alcyonio (1902) è il testo che meglio compendia il senso dell’intero poema: il deus puer tutto interiore si oggettiva in una divinità adole­scente che ha i tipici tratti di Ermete (ma anche di Or­feo e di Pan) e che col suo flauto interpreta l’ambizione onnivora del poeta, cantore di ogni genere (lirico, epi­co, didattico) e di ogni stile e motivo (natura ed arte, luce ed ombra, anche se la parte solare dòmina in Alcyone e l’altra, qui solo sfiorata, caratterizzerà la tar­da stagione, dalla prosa poetica del Notturno in poi).
Alla fine fugge alla vista del poeta: tornerà forse il «nu­do fanciul pagano», ma dopo aver lasciato il flauto per por mano all’arco. In effetti la vera immersione nella classicità non avviene nell’itinerario turistico e archeo­logico di Maia, ma nell’ebbrezza di Alcyone, dove la mitopoiesi si fa visione, e il diario dell’estate marina diventa immersione nel mito, dove la compagna di u­na passeggiata prende figura di Ermione, e una caval­cata trasforma il poeta in centauro. La «mammella an­tica » cui si dice abbeverato il poeta di Alcyone gli fa tra­vestire miticamente l’hic et nunc, gli fa guardare l’oggi da una remota antichità in cui tutto è fabula, traduzio­ne latina di mythos: «la favola bella / che ieri / m’illuse, che oggi t’illude». Della civiltà greca resta, dunque, l’immaginario: poche o punte le reminiscenze storiche o letterarie (ché tra le fonti prevalgono semmai Ovidio e Régnier).
E, a sua volta, non è forse una risposta al Fanciullo, o ai tre libri delle Laudi, la prefazione ai Conviviali? Il verso virgiliano «nonnullos arbusta iuvant humilesque myri­cae », già utilizzato per il titolo della raccolta d’esordio, offre il suo primo emistichio per l’epigrafe dei Convi­viali; arbusti maggiori delle tamerici, dunque poemetti diversi per estensione e tono dalle Myricae, ma pur sempre lontani dalla poetica del grande e dell’alto che trionfa nelle Laudi, nel poeta attratto da­gli alberi dai no­mi poco usati ­bossi, ligustri, a­canti - cui Mon­tale opporrà, pascoliana­mente, i suoi gialli e sempreverdi Limoni.
Sicché anche la scelta del bic­chiere in luogo dell’ànfora pro­fessata nel proe­mio appare, anco­ra una volta, una presa di distanza dal Vate abruzzese, specie là dove afferma che l’a­vidità spinge gli uomini a lottare condannando tutti alla sete: un assunto sviluppato nei versi del Poeta degli I­loti, che appare un chiaro controcanto al superomi­smo guerresco di Maia (e alla preconizzata conversio­ne del Fanciullo dal flauto all’arco, programma del fu­turo passaggio dal ruolo di Imaginifico a quello di Poe­ta- soldato). E assumendosi la taccia di arcade, Pascoli ricorda certo i versi del Commiato alcyonio nel quale Gabriele lo immaginava assorto nella lettura delle Georgiche o delle vicende del pius Enea, guerriero suo malgrado. Sottesa, c’è l’implicita precisazione del suo esser «figlio di Virgilio»: un grande ideale non solo campestre, ma irenico e pre-cristiano. Non per questo egli si sente meno «figlio degli Elleni»: i suoi Conviviali attraversano la civiltà greca dai primordi omerici fino all’ellenismo e all’incipiente cristianesimo; e Pascoli sa che quei Poemi (come i paralleli studi danteschi di Mi­nerva oscura) sopravviveranno al loro autore.
Giovanni Pascoli, POEMI CONVIVIALI, Rizzoli, pp. 376, € 7,50
«Avvenire» del 24 aprile 2010

13 marzo 2010

"Quel fantasma di Matteotti tra Mussolini e D’Annunzio"

di Carlo Delcroix
Pubblichiamo un brano del memoriale di Carlo Delcroix (1896-1977), eroe della Prima guerra mondiale e grande Invalido, scritto nel 1959 e rimasto finora inedito: D'Annunzio e Mussolini (Le lettere, pagg. 96,euro 9,50: in libreria da oggi)

Fummo accolti nel parlatorio e Mussolini era con lui. D’Annunzio parlava per quanto l’altro era silenzioso, e per lunghe ore tenne vivo il discorso con una felicità e una continuità che non mi sorpresero, anche se non potevo allontanare il ricordo di un’altra sera, quando la sua voce metallica mi aveva passato il petto con parole di tristezza e di morte. Fra il 21 dicembre del ’23 e il 24 maggio del ’25 il poeta aveva avuto forse il tempo di perdonare, e certamente Mussolini aveva avuto modo di apprezzare il suo silenzio, se mai non avesse abbastanza ascoltato il suo richiamo. Nell’intervallo le fortune del fascismo erano state sul punto di declinare e, se d’Annunzio avesse unito la sua voce al coro di denunzie e di accuse, avrebbe potuto essere il colpo di grazia. Approfittare di una di quelle questioni morali, di cui egli stesso aveva fatto l’esperienza su altro terreno, ripugnava al suo spirito e al suo stile, ma fu certo portato dalla preoccupazione per il paese a considerare almeno imprudenti gli appelli di coloro che per primi avevano predicato e praticato la violenza di cui reclamavano la condanna.
Il poeta aveva orrore del delitto, pur avendone fatto pronunziare l’elogio da qualche suo personaggio, e ne sapeva incapace Mussolini il quale, solo perché sospettato, aveva finito per ammalarsi e ancora mostrava sul volto il pallore della morte a cui era sfuggito per poco. Contrariamente alle generali supposizioni, quello non fu un incontro politico, e lo stesso Mussolini ebbe poi a confidarmi che in tre giorni il poeta aveva fatto un solo accenno alla sua condotta di governo, per rallegrarsi con lui di aver fermamente tenuto il posto sotto l’imperversare di una così lunga tempesta e di averlo intrepidamente ripreso dopo l’insidia del male. Non era invece senza significato politico il fatto che i mutilati d’Italia gli rendessero omaggio alla presenza del capo del governo, e forse per questo d’Annunzio, che non aveva voluto venirci incontro sul lago, ci volle nella sua casa e si trattenne con noi così a lungo.
Fin dal momento di prender posto negli stalli quattrocenteschi del parlatorio, diede a vedere di volersi distinguere, mettendosi su un basso sgabello in mezzo alla stanza, e Mussolini lo vinse in cortesia restando in piedi dietro di lui. Io gli feci consegnare da A.G. Santagata, che l’aveva modellata, una grande riproduzione in argento della medaglia del pellegrinaggio, e con evidente compiacimento ne lesse a voce alta la dedica, chiamando per nome il capo del governo affinché l’ammirasse. Chi sapeva dei loro sostenuti e qualche volta burrascosi rapporti, non poteva non essere colpito da quel tono di pacata dimestichezza, di intimità quasi affettuosa che Mussolini ricambiava con un contegno insieme deferente e sicuro.
Non si sarebbe riconosciuto il d’Annunzio severo e crucciato di certi messaggi e discorsi in quel conversatore brillante, spiritoso, non però fatuo, a cui serviva qualunque argomento a far sentire una superiorità non scaduta. Non so come si venne a parlare della piaga dei postulanti in Italia, e grande fu il mio imbarazzo quando mi domandò all’improvviso chi ne fosse più assillato fra lui e Mussolini. «No, non accetto l’inferiorità nemmeno in questo»: replicò con energia quando io onestamente dichiarai che, mentre egli scoraggiava i sollecitatori facendo pubblicamente sapere dei mucchi di lettere bruciate ogni mattina sul macigno del Grappa, il capo del governo era ovviamente interessato a incoraggiarli rispondendo a tutti. Fu un momento di imbarazzo che diventò emozione più tardi, quando nel guardare fuori della finestra il sole al tramonto, egli mi si rivolse con un’altra voce: «E dire che io, il poeta delle odi navali, sono finito in questa pozzanghera, come un ranocchio. E un ranocchio che non canta, perché io non canto più».
Venti anni dopo anche Mussolini sarebbe finito in così «breve sponda» e, se quella sera non avesse avvertito nel rammarico del poeta un accenno di rimprovero, chissà quante volte gli sarebbe risuonato dentro nella ben più triste solitudine dei suoi ultimi giorni, quando non senza destino si ridusse a Gargnacco, praticamente prigioniero.
«Il Giornale» del 12 marzo 2010

01 novembre 2009

Carteggi, foto e testamenti: ecco tutti i segreti del Vate

Nei fondi acquistati dal Vittoriale, documenti che illuminano opere quali Il piacere e Notturno. Con rivelazioni piccanti. Comunicazione, marketing e l'ingresso di privati hanno consentito di arricchire la collezione
di Giordano Bruno Guerri
Gabriele d’Annunzio ha edificato, ampliato e arredato il Vittoriale e i suoi giardini per 17 anni, curando ogni dettaglio. E non solo perché era la sua casa. Lui - che sedusse per tutta la vita donne, folle, lettori, ammiratori - voleva continuare a sedurre anche dopo la morte, e non gli bastavano le proprie opere letterarie. Il Vittoriale degli Italiani è un gigantesco, fantastico monumento a se stesso, alla propria vita, e - soprattutto - un modo per continuare a sedurre nei secoli a venire.
Il Poeta, il Vate, il Comandante, l’Amante Guerriero è riuscito nell’intento. Lo scopro ogni giorno negli occhi dei visitatori, soprattutto in quelli degli studenti: intere scolaresche che da ogni parte d’Italia vengono portate in pullman a Gardone Riviera. Entrano con l’aria un po’ mesta di chi deve svolgere un compito noioso: escono eccitati, quasi febbrili, per quello che hanno visto. Perché sono tante, nel mondo, le case/museo di scrittori, artisti e personaggi illustri. Ma nessuna, oltre al Vittoriale, ha la caratteristica di essere conservata com’era il 1° marzo 1938, quando d’Annunzio morì: persino gli occhiali che gli caddero dalla testa sono ancora lì, sul tavolo dove stava lavorando. Immensa è la suggestione dell’arredamento, apparentemente folle ma ragionatissimo, creazione di un genio rivoluzionario - anche - del gusto.
Un museo, però, non può né deve essere una cosa inerte, statica. Per questo da quando, un anno fa, il ministro Sandro Bondi mi ha designato alla presidenza del Vittoriale, ho intrapreso una serie di iniziative che - con l’aiuto di sponsor privati - renderanno l’«offerta» sempre più ricca: per esempio un nuovo museo, «D’Annunzio segreto», metterà in mostra tutto ciò che da sempre è chiuso negli armadi e nei cassetti: i meravigliosi vestiti del Poeta e delle sue donne, le calzature, la cancelleria, le stoviglie e le tovaglie preziose, migliaia di oggetti finora non visibili. E, a proposito di vedere, oggi il Vittoriale di notte è una macchia buia: un’illuminazione esterna realizzata da un grande artista della luce lo renderà superbo e visibile e visitabile anche di sera, uno splendore sul lago di Garda. Poi ci sono gli studenti, che non possono più accontentarsi di opuscoli e materiale cartaceo, e che avranno a disposizione apparecchiature per la realtà virtuale, computer, tavoli touch-screen. Con queste e con molte altre iniziative, fra cui lo sfruttamento commerciale del marchio, credo di poter realizzare - in modo culturalmente corretto e imprenditorialmente sano - l’indicazione di Sandro Bondi e di Mario Resca, nuovo direttore per la Valorizzazione dei siti museali: usare la comunicazione e il marketing perché i musei siano più attraenti, quindi più frequentati. La ricetta funziona: è bastato un minimo di comunicazione e di marketing perché i visitatori - in calo preoccupante - aumentassero nel corso dell’ultimo anno.
La ricetta funzionerà ancora di più con l’imminente privatizzazione del Vittoriale. È un esperimento pilota deciso anni fa, quando la casa di d’Annunzio fu assurdamente messa nell’elenco degli «enti inutili», e che dovrà servire da esempio virtuoso. «Privatizzazione», naturalmente, non significa né che il Vittoriale verrà venduto, né che il consiglio d’amministrazione potrà farne un albergo a sei stelle. Significa che il Vittoriale rinuncerà al contributo ministeriale, cioè al denaro pubblico, ma potrà far entrare nel consiglio di amministrazione fondazioni e privati disposti a investirci: per la cultura e non per il guadagno.
Un magnifico esempio della collaborazione tra pubblico e privato è già stato realizzato, l’estate scorsa, proprio al Vittoriale. Il quale dispone di un immenso patrimonio bibliotecario e archivistico, continuamente esplorato da studiosi e studenti: ai 33.000 volumi appartenuti a d’Annunzio si sono aggiunti 8.000 volumi di studio; sono sterminati l’archivio iconografico e quello dei ritagli, oltre la filmoteca e la nastroteca; i documenti d’archivio sono molte centinaia di migliaia, in parte ancora in corso di catalogazione. Ma d’Annunzio scriveva più di un grafomane (per fortuna) e suoi inediti, soprattutto lettere, continuano a spuntare qua e là.
Mi è venuto un groppo in gola, l’estate scorsa, quando l’archivista del Vittoriale, Roberta Valbusa, mi ha comunicato che la casa d’aste Bloomsbury di Roma annunciava la messa all’asta di un importante lotto di corrispondenza, documenti e fotografie - tutto inedito - fra il Poeta e Luisa Baccara. La corrispondenza fra Ariel, come si firmava, e Luisa si trovava già quasi tutta al Vittoriale, ma quelle carte erano sfuggite, chissà come, all’eredità lasciata al museo dalla Baccara. La base d’asta era di circa 50.000 euro: dove la trovo io, in pochi giorni, una simile cifra? I bilanci del Vittoriale sono in attivo (caso rarissimo), ma quel poco che viene accantonato serve per i restauri. Da qui la necessità di nuove iniziative che permettano, oltre la conservazione, anche lo sviluppo.
Bene, in Italia abbiamo una buona legge, che permette di porre un vincolo a simili aste: in pratica, dopo il vincolo, uno dei numerosi collezionisti di d’Annunzio può anche acquistare, ma poi è sottoposto all’occhiuta vigilanza dello Stato e non può né rivendere liberamente né tantomeno portare all’estero i documenti. L’interesse dei privati, dunque, scema. La dottoressa Ornella Foglieni, sovrintendente dei beni librari della Lombardia, ha subito messo il vincolo, e a quel punto si trattava di trovare - in poche ore - 50.000 euro.
Era il giorno di Sant’Antonio, ma non per questo ho telefonato all’ambasciatore Antonio Spada, membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Cab (Credito Agrario Bresciano), amico del Vittoriale come tutta la Fondazione Cab. Mi ha dato la risposta più ovvia, che è difficile trovare una cifra simile in così poco tempo. Dopo mezz’ora mi ha richiamato, avendo sentito il segretario della Fondazione Agostino Mantovani e il presidente, Alberto Folonari: i 50.000 euro c’erano. Da allora mi permetto di chiamare Sant’Antonio l’ambasciatore Antonio Spada.
Non è mica finita. Passa una settimana, neanche il tempo di festeggiare, e Bolaffi annuncia che a Torino verrà messo all’asta un altro lotto d’Annunzio-Baccara, altrettanto prezioso e appena meno costoso: 35.000 euro. Ve la faccio breve: con una faccia tosta di cui non sarei capace per esigenze personali, ho ripetuto la trafila. Il miracolo si è ripetuto. (Un terzo miracolo sta forse per avvenire, ma taccio per scaramanzia).
Dal 14 settembre, durante lo svolgimento di un convegno sull’impresa di Fiume, i due lotti si trovano al Vittoriale, e è in corso la catalogazione. Si tratta di documenti importanti, che completano il molto già presente nel nostro archivio su una delle vicende sentimentali e intellettuali più singolari e fascinose del Novecento, anche con particolari assai piccanti. In più ci sono tre testamenti di d’Annunzio, tre pagine autografe del Notturno, zeppe di correzioni che daranno la febbre ai filologi, una meravigliosa lettera del 1931 in cui il Poeta annuncia di avere riletto, dopo 42 anni, Il Piacere: «E, in ogni pagina, trovo un segno di me, un ricordo di me vivo. Io fui Andrea Sperelli, compiutamente. E, nel fondo, nei gusti, nella mutevolezza, nella grazia, nella malinconia, non sono mutato. Me ne addoloro e me ne vergogno, me ne compiaccio e me ne rammarico. (...) È il primo libro d’un giovane scellerato, ma riconosco che è pieno zeppo d’ingegno». Insomma, pane abbondante da mettere sotto i denti degli studiosi, che probabilmente troveranno l’intero carteggio nei Nuovi Quaderni del Vittoriale, di cui ho ripreso la pubblicazione, insieme alla nuova guida al museo.
Poiché le imprese audaci suscitano simpatia, appena si è saputo dell’acquisizione dei nuovi documenti, altri ne sono arrivati, spontaneamente. Il generoso, amabile, dottor Vittorio Pirlo, classe 1915, che conobbe d’Annunzio nel 1927, è uno dei pochi che lo ricordano, nitidamente, vivo: ha voluto contribuire al completamento del carteggio Baccara mettendo a disposizione del Vittoriale un centinaio di autografi della pianista. Il dottor Paolo Alberto Fortunato, figlio dell’ufficiale del Genio Navale che sistemò la nave Puglia sulle colline del Vittoriale (ebbene sì, abbiamo anche una nave, altro che Fitzcarraldo), ha messo a disposizione tutta la documentazione: foto, documenti, autografi di d’Annunzio, fotografie, che arricchiranno il piccolo museo all’interno della nave.
Altre carte arriveranno presto, ma debbo ancora mantenere il riserbo. Dico ai quattro venti, invece, che: tutto ciò capita quando un museo è vivo e vitale, quando si coniugano cultura e imprenditoria e quando il bene pubblico si sposa - finalmente e felicemente - con l’iniziativa privata.
«Il Giornale» del 1 novembre 2009

06 febbraio 2007

Il Vate? Depresso

Escono l'epistolario di Gabriele D'Annunzio e la ricostruzione dell'amicizia che lo legò al medico Antonio Duse: che curò il poeta nel corpo e nello spirito
di Pietro Gibellini
Quali sono i più grandi epistolografi della nostra letteratura? Petrarca, Tasso, Leopardi forse Foscolo. E certo D'Annunzio, non solo per la quantità delle sue missive, che riempiono bauli, ma per la qualità sempre felice e sorvegliatissima della sua scrittura. Ci pensavo qualche mese fa, presentando all'università di Torino Il fiore delle lettere di Gabriele d'Annunzio pubblicato dalle edizioni dell'Orso di Alessandria a cura di Elena Ledda e con una prefazione di Marziano Guglielminetti (l'ultimo lavoro di quel fine critico, poi rapito da una morte prematura). L'antologia è ordinata per temi (Lettere familiari, d'arte, di guerra, d'amicizia) alla maniera di Petrarca, evocato anche nei titoli dei raggruppamenti (Familiares, Variae, Seniles). Per temi Lucia Vivian ordinava una scelta dell'avvincente carteggio di Gabriele con la sua amante veneziana del 1915-18, Olga Levi, edito da Marsilio col titolo La rosa della mia guerra. Ma a ben vedere, le lettere amorose o decisamente erotiche, che D'Annunzio vergò ad abundantiam in guerra e in pace, finiscono per relegare purtroppo in ombra altri interessanti carteggi, altri temi registri e affetti che vi circolano: l'amicizia, per esempio.
E all'insegna di un'amicizia delicata e profonda è l'epistolario che impreziosisce la monografia che l'Ateneo di Salò ha dedicato all'illustre concittadino che curò nel corpo e nello spirito il solitario artista del Vittoriale: Antonio Duse medico di piaghe e dottore di stelle. Titolo suggestivo, che proviene, appunto, da una limpida silhouette di Duse tracciata da Gabriele: «Dallo sforzo ritmico del rematore alla immobile insidia dell'uccellatore, egli ha studiato e studia tutti i gradi e i modi dell'esercizio umano. Uno de' miei dilettissimi trecentisti lo chiamerebbe Medico di piaghe e Dottore di stelle». Il volume l'hanno curato due dannunzisti di lungo e lunghissimo corso, e anzi innamorati del poeta-soldato: Elena Ledd a e Vittorio Pirlo. Già bibliotecaria del Vittoriale, Ledda ha al suo attivo numerosi studi. Nipote di Duse, Vittorio Pirlo ha dedicato la sua passione al Comandante e al suo Lago, seguendo per anni il teatro del Vittoriale e illustrando documenti alla mano particolari curiosi del vulcanico Gabriele: dai gusti in cucina alla passione per la velocità.
A cinquant'anni dalla morte del chirurgo, i due autori hanno voluto tramandarne la memoria, togliendolo un po' da quell'ombra discreta in cui aveva protetto la sua relazione con il Poeta. Duse non era parente della grande attrice legata a D'Annunzio, anche se la sua famiglia affondava come la divina Eleonora le radici in terra veneta. Figlio d'arte, Antonio succedette al padre come primario dell'ospedale salodiano, che contribuì ad ampliare e migliorare. La sua generosità l'aveva visto soccorrere i terremotati di Messina, i soldati feriti nel deserto libico e nelle trincee alpine. Fra i suoi pazienti, nomi illustri quali Pompeo Molmenti, Ugo da Como, il principe Scipione Borghese, gli scultori Angelo Zanelli e Renato Brozzi, il musicista Gian Francesco Malipiero, e soprattutto Gabriele. Fu al suo capezzale dopo la misteriosa caduta dell'agosto 1922 che tagliò fuori Gabriele dagli eventi che condussero alla marcia su Roma. Registrò le frasi pronunciate dal poeta man mano che dal delirio della commozione cerebrale risorgeva la coscienza: sprazzi di luce, liberi da un prefissato disegno logico e che Duse fermava sul suo diario mosso da scrupolo clinico e da vera devozione (lo pubblicai presso Giunti col titolo di una frase di quell'ispirato delirio, «Siamo spiriti azzurri e stelle»). Rileggendo più tardi quelle note, Gabriele maturò l'idea di una scrittura libera, di un quasi joyciano flusso di coscienza cui diede sbocco nella sua tarda e modernissima opera, il Libro segreto che muoveva proprio da quella tremenda caduta: se l'autore spacciando l'incidente per mancato suicidio fingeva, non mentiva pe rò affatto parlando di sé come di un uomo spesso «tentato di morire». A fianco di Gabriele, il dottor Antonio rimase fino alla morte, nel 1938, e anche post mortem conservò quel riserbo che gli aveva meritato la piena confidenza del Vate. Quanti segreti grossi e piccoli tenne per sé: l'operazione d'ernia inguinale che il Comandante volle spacciare per una meno "volgare" appendicectomia; la rimozione di una cisti nello scroto per cui Gabriele millantava scherzosamente di avere tre testicoli al pari di Bartolomeo Colleoni; la misteriosa farmacia cui il vate ricorreva anche per combattere il suo male più insidioso, quella angoscia ricorrente e immotivata che oggi chiamiamo prosaicamente depressione. Basta uno stralcio di lettera per dare il senso di quella complice e profonda amicizia: «La mia tristezza, spesso, si fa così cupa che mi vien l'impeto di sommergerla nel lago, o nel seno di una donna ignara. Non sorridere. Ma è delitto vero il disperdere così angosciosamente le forze vive di un cervello che sembra aver raggiunto - dopo la fenditura - la sua piena virilità».
Paziente ma anche brescianamente schietto, Duse risponde al Vate che resta esposto alla pioggia chiedendo il suo consenso: «Sono convinto che lei peggio fa e meglio sta!». E non deve forse a Duse la passione per i piccioni viaggiatori il vecchio recluso del Vittoriale divenuto «colombofilo» anzi «colombiere» come dice con parola più precisa ed elegante? Perché l'austero Duse emerge dal libro come un appassionato ornitologo, rigoroso scienziato che mise insieme una superba raccolta di uccelli impagliati ma anche appassionato roccoliere e cacciatore che non disdegnava un odoroso spiedo con polenta, che riuscì a far apprezzare anche al sobrio Gabriele, che non mancava di vizi ma peccava raramente di gola.
L'impressione dominante che resta di lui è quella di un medico di vocazione, attento ai pazienti umili non meno che agli illustri. Accanto alla lode che gli fece l'Imaginifico chiamandolo « medico di piaghe e dottore di stelle», piace ricordare, non meno bella, quella implicita nel modo proverbiale, rudemente bresciano, usato dai suoi salodiani per indicare un malato incurabile: «Nol la guaris piö gna' el Duse».

Gabriele D'Annunzio
Il fiore delle lettere
Edizioni dell'Orso
Pagine 597. Euro 60,00

Vittorio Pirlo, Elena Ledda
Antonio Duse. Medico di piaghe e dottore di stelle
Ateneo di Salò. Pagine 209. S.i.p.
«Avvenire» del 3 febbraio 2007

28 giugno 2006

Cari elegantoni d’Italia, D’Annunzio vi batte tutti

di Aurelio Picca
Viaggio semiserio nell’abbigliamento di scrittori e intellettuali: dai cappelli di Tommaso Landolfi alle magliette di Luchino Visconti e ai maglioni di Moravia. Ma la classe del Vate resta, naturalmente, inimitabile
Mezz’ora di gloria (e di successo) in fatto di eleganza, non si rifiuta più a nessuno. Infatti, l’adagio seriale di Andy Warhol dalla televisione si è spostato agli abiti, alle cravatte, alle camicie ricamate di monogrammi, alle scarpe, alle calze, alla biancheria intima per poi, però, tornare alla televisione: perché i «modelli» dove li notiamo se non sul piccolo schermo? (a parte chi frequenta le sfilate di moda, o è un patito dell’aperitivo o è un habitué dei salotti mondani). Dunque quello dell’eleganza è un bel problema che, soprattutto, ci impone una domanda: chi è oggi l’uomo, il personaggio, lo scrittore, il manager, il calciatore più elegante del reame? Per conto mio scarterei interrogativo e risposta per affermare che solo i felini sono eleganti. Stop. Tutto il resto è noia (Califano, a esempio, è un elegantone che si veste solo di stracci, cioè con abiti usati comprati in un negozietto dalle parti di Borgo Pio a Roma). Anzi, tutto il resto non è noia, è stile. Infatti, ormai, si scambia l’eleganza - che non può prescindere dal physique du rôle e dalla interiorità - con lo stile che è accumulo e ripetizione di forme «inespressive», anche se i capi sono sartoriali e dunque cuciti con stoffe pregiate o «inglesi». Così, mentre attraverso i Colli Albani e mi avvio verso Grottaferrata, che era una passeggiata di Andrea Sperelli (vedasi alla voce Il piacere) per raggiungere A.R. ex allievo del sarto Carlo Palazzi, mi convinco che il prototipo di eleganza pura, oggi, esce dalle mani di quel genio di Rick Owens. Una eleganza, la sua, fatta di primitivismo e solennità, di nudità e corazza, di solitudine e sicurezza dello spazio che si attraversa. Eppure, penso, ce ne sono stati e ce ne sono di tipi convinti di essere eleganti... Luchino Visconti, a esempio, era maledettamente elegante con quelle maglie setate di Fedeli sotto giacche rigate e sdrucite. Così lo era Mastroianni: occhiali a goccia, magliettina filo di Scozia blu mare sotto giacca righine marina - presumo acquistata dallo scomparso Pino Vinci a piazza del Popolo. Invece l’eleganza di Alberto Arbasino non si legge in quegli abiti da superburocrate pretelevisivo, tagliati dentro una rigidità tutta mentale e caracinesca (da Caraceni), no, la sua è l’eleganza del dettaglio: ha sempre con sé un fazzoletto di cotone dittatorialmente bianco. Insieme al sottoscritto è l’unico che rammento vada in giro con un fazzoletto in tasca e non infilato nel taschino della giacca. Di Tommaso Landolfi si diceva che la sua era una eleganza «stropicciata». Indossava il cappello (modello Borsalino) con una disinvoltura talmente naturale e istintiva che pareva il becco di un’aquila o la colt di un pistolero. Giovanni Verga amava il nero come Owens, appunto, e come Mimì Rea. Capelli candidi, silenzio e nero. Grandissimo. Alberto Moravia a cinquant’anni (vedetelo ripreso da Pasolini in Comizi d’amore) si vestiva in bianco e nero come un funzionario del Popolo, poi, a ottanta, sfoggiava rossi, gialli, bianchi, righe: eccentrico e coatto insieme. Giuliano Ferrara, secondo me, è fighissimo con quelle ciclopiche camicie bianche con il colletto morbido che se ne va all’insù con o senza cravatta. E con quei pullover a un filo di lana e non di cachemire. Mughini, all’incontrario, veste solo «tendenza»: «Comme des Garçons», scarpe Altieri, giacche e pastrani Paul Harnden, eppure tanto stile lo ingolfa come se indossasse solo e sempre una maglia grossa fatta con i ferri. Comunque sono costretto a confessare che il cappotto modello dandy più bello (doppiopetto sei bottoni, revers a lancia, martingala tirata su sbuffo largo con polsini quindici centimetri rovesciati) l’ho visto indossato da Alain Elkann. Ma ci sarebbe anche da ridere e sorridere con i completi di Vespa, con gli «imbrogli» di righe e colori di Lerner, con gli abituzzi di Carlo Conti, con i minimal di Benigni, con la forfora di Mario Sconcerti, con l’abuso universale del gessato... Così quando arrivo nella sartoria del mio amico A.R. oltre il Tuscolo e il Castello della Molara dove si giocò una delle battaglie dei lanzichenecchi già carichi del sacco di Roma, non posso che azzerare le passate e presenti e future ambizioni eleganti dei Nostri, soprattutto contemporanei, e rituffarmi nella unica, insuperabile, malata, accumulativa eleganza di Gabriele D’Annunzio. Allora sfoglio il suo ormai introvabile Guardaroba (La Nuova Italia) e ricordo: a Fiume, nelle ore del commiato, quando dal mare lo bombardavano, ordinò tre dozzine di cravatte. Il Comandante era vestito con un cappotto di lana robusta con una trama sottile trasversale, monopetto, due bottoni e cintura da baricentro alto per lui che invece era minuto e basso. Collo di pelliccia di volpe, tasche a taglio o «carrettiera», polsini rovesciati. Quando scriveva La pioggia nel pineto amava indossare soltanto camicie di seta bianco avorio e camicie di tela di batista bianca. Ne possedeva centinaia: con sparati plissettati, con polsi e colli inamidati, in piquet... Ai tempi fiorentini della Capponcina aveva armadi pieni di vestaglie e camicie da notte: lino, seta, spugna. Possedeva un arsenale di cappelli: berretti, bombette, cilindri, lobbie, fedore, pagliette. E così per scarpe e stivali. Sempre a Fiume, disegnò egli stesso la camicia rossa (garibaldina) con la scritta (a sinistra, dalla parte del cuore) «Fiume». E da vecchio, invece, si vestiva come uno scolaretto, ma elegantissimo e bischero, una specie di Gianburrasca di cielo e di mare con quei pantaloni bianchi, con la giacca blu sei bottoni «marina», con il collo della camicia da moschettiere o maestro di cerimonia o petrarchista o santo o abate o bambinetto tocco di mente. Quel collo di camicia largo ad ali e la cravatta a fiocco. Ormai è sicuro: gli esseri eleganti al mondo sono tre: i felini, i modelli di Rick Owens e la Maison apollinea di D’Annunzio. Il resto è noia. È stile.
«Il Giornale» del 28 giugno 2006