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21 novembre 2016

Le alleanze necessarie senza «post verità»

L’argomento più comune in questa vigilia referendaria è: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì
di Pierluigi Battista
In questa concitata vigilia referendaria si porta un argomento molto frusto e che, come dire, elude per principio ogni considerazione di merito sul quesito del referendum. E cioè: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì.
È un argomento abbastanza sciocco, perché il referendum, per sua natura, mette insieme identità diverse visto che per raggiungere l’agognato 50% più uno è impensabile che si possa contare solo su quelli che già la pensano come te. È un argomento sciocco senza fondamento storico. Per dire: Pci e Msi nel ’53 sono stati insieme d’amore e d’accordo, aggregati nella stessa «accozzaglia», solo perché, essendo ambedue all’opposizione, si sono battuti contro la (peraltro benemerita) cosiddetta «legge truffa»? Oppure: si può dire che nel ’74 Lotta Continua e il Pli di Giovanni Malagodi facessero parte della stessa combriccola essendo schierati a favore del divorzio nel referendum voluto dalla Chiesa e da Fanfani? È un argomento sciocco, chiunque voglia usarlo: oggi si direbbe una «post-verità».
È quasi inevitabile che a farne più uso sia il fronte che sostiene il governo padre della riforma, cioè il Sì, giacché il No tende ad aggregare le forze che non sono del governo. Però se si usasse per stupida ritorsione l’argomento che mette in uno stesso multiforme cesto Grillo e Salvini, Berlusconi e Monti ecc., si avrebbe lo stesso stupido accostamento di opposti. Per dire: Denis Verdini e Luciano Violante, Marcello Pera e il post-vendoliano Gennaro Migliore, Flavio Briatore e Gad Lerner, il finanziere del fondo Algebris Davide Serra e il segretario della Cisl Marco Bentivogli, Vittorio Feltri e Michele Santoro, Giuliano Ferrara e Roberto Benigni, Giorgio Napolitano e il cosentiniano Vincenzo D’Anna, Vladimir Luxuria e Angelino Alfano, il poco amato dalla sinistra Vezio Crisafulli e il sindaco di Sel di Cagliari Massimo Zedda, Emma Bonino e Beatrice Lorenzin. Ma che senso avrebbe? Nessuno. Sarebbe una sciocca contropartita per opporsi a una sciocchezza di segno opposto. Invece il referendum, per sua essenza, e non essendo un pronunciamento popolare sul governo che si vorrebbe (a questo ci pensano le elezioni politiche), deve mettere insieme forze diverse e contrastanti destinate a convergere su un unico punto, rappresentato dal quesito referendario. E poi vinca chi ci riesce, senza post-verità.
«Corriere della sera» del 20 novembre 2016

18 novembre 2016

La secessione dalla correttezza nel silenzio della cabina elettorale

L’analisi
di Pierluigi Battista
Gli elettori americani hanno votato, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice. E per molti, che pubblicamente avevano dichiarato di voler votare Clinton, proprio alle urne si è consumata la vendetta contro il «politicamente corretto»
Molti elettori americani, raccontano gli inviati in Ohio e nel Michigan, o nel Wisconsin, confessano di aver mentito nei sondaggi e di aver tenuto nascosto che avrebbero votato per Trump. «Non volevo che mi criticassero», dice uno. «Non volevo litigare», dice un’altra. «Mi avrebbero fatto vergognare», ha confessato un altro ancora. Ma perché? Cosa li ha trattenuti dal dire la verità? Volevano tenere segreta la loro scelta «impresentabile», ecco perché. Non avrebbero mentito se avessero scelto Clinton, perché sapevano che la loro scelta sarebbe rientrata nei canoni della correttezza (politica). Sapevano che esistono delle regole che impongono ciò che si può dire e ciò che non si può dire e che «io voto Trump» avrebbe infranto queste regole non scritte. E in cuor loro sapevano che chi imponeva quelle regole faceva parte del mondo che ha il potere delle parole. E contro i depositari del potere delle parole, contro il solito establishment, è partita la rivolta.
La «secessione delle plebi» come ha osservato acutamente Massimo Cacciari. La secessione segreta ma inesorabile dal mondo del «politicamente corretto». La secessione dal «regno della parola» come si intitola un libro che sta per uscire in Italia (Giunti) di Tom Wolfe, uno scrittore che ha infilzato i tic e le autocensure del politicamente corretto come nessun altro. Un regno in cui comandano antipatici pedagoghi, educatori odiosi che bacchettano sulle dita i riottosi e i trasgressori. E i pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano. Si votano invece, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice, quelli che stanno fuori, che stanno contro, che parlano una lingua libera dalle ingiunzioni del politicamente corretto. Votano Trump. O votano Brexit senza dirlo ai sondaggisti ma nel segreto dell’urna per mettere in pratica una secessione radicale dai gruppi dirigenti della società che parlano una lingua spocchiosa e innaturale, elitaria e censoria, autoritaria e intransigente: la lingua del politicamente corretto, appunto.
Il politicamente corretto ha anche qualche merito: impone di non offendere chi è più debole, chi viene messo ai margini attraverso il linguaggio. Quando esagera, diventa uno strumento intollerante. Vietare all’Università il «Tito Andronico» di Shakespeare perché, bollandolo di sessismo, contiene scene di stupro e offende le studentesse che hanno subito molestie sessuali non è solo una sciocchezza, ma esaspera la rivolta, offre un’arma a chi sente come asfissiante il controllo delle parole nella dimensione pubblica e si rifugia in una resistenza privata che arriva fino al voto segreto e scandalosamente inaccettabile. Nella dimensione pubblica viene lasciato campo libero ai guardiani occhiuti del verbo della correttezza politica. Ma lontano dallo sguardo sociale si prepara la vendetta.
Dicono che non è vero, che l’emergere dei movimenti «populisti» stia al contrario sdoganando il politicamente scorretto e la cattiveria. Sicuri? Nel mondo dei social, dove circolano cose feroci e anche immonde sulle donne, sui neri, sui gay, sugli immigrati, i troll più scatenati sono quasi tutti degli anonimi, che dalla caverna segreta del rancore vomitano insulti contro il mondo del politicamente corretto senza mai rivelare la loro identità. Si nascondono, non vogliono dire la verità, sanno che nella dimensione pubblica non potrebbero sopportare nemmeno una parte della riprovazione che viene loro riservata quando sono protetti dell’anonimato. Non è vero che tutto è stato sdoganato e che siamo, come scrive Antonio Padellaro sul Fatto, all’apologia spudorata del «rutto libero».
E poi chi si separa dal dominio del politicamente corretto, sente che i suoi custodi e sacerdoti sono immersi nell’ipocrisia del doppio standard, che sono severi con gli altri e quando fa loro comodo non hanno pudore. Deplorano la violenza verbale, le espressioni smodate e non controllate quando i bersagli dell’aggressione sono i «buoni», ma non hanno nessuna remora a sostenere uno dei «nostri», Robert De Niro, quando dà del «porco» e del «maiale» a Trump augurandosi di potergli spaccare la faccia: questo è accettabile, è cool, è miracolosamente «corretto». Ma nella secessione delle plebi, questo doppio standard del linguaggio rende ancora più odiose le ingiunzioni del politicamente corretto. E la vendetta arriva. Nel segreto. Contro tutti.
«Corriere della sera» dell'11 novembre 2016

Il trionfo della post verità nei media e in politica

Brexit, Trump e non solo
di Pierluigi Battista
Come cambiano rapidamente gli umori, la sensibilità pubblica, le parole. Abbiamo da poco onorato il mito del fact-checking, l’idea di un riscontro puntuale e meticoloso della veridicità delle affermazioni divulgate da un politico, ma adesso stiamo sprofondando con rapidità inesorabile nella «post-verità». Secondo gli Oxford Dictionaries «Post Truth», post-verità, è diventata l’espressione chiave di un anno che ha conosciuto una dopo l’altro, secondo una sequenza da brivido, la sorpresa Brexit e la sorpresa Donald Trump. E cosa accomunerebbe le due sorprese? La scoperta che il consenso di massa è sempre più incardinato su informazioni non veritiere, se non deliberatamente falsate, e che però vengono considerate vere malgrado la loro dimostrabile infondatezza. Dimostrabile, se si perdesse tempo e fatica per verificarne la natura fallace o menzognera. Invece è sempre più diffusa la tendenza a non chiedere alcuna dimostrazione. Chi la spara grossa vince, la politica post-fattuale celebra i suoi trionfi. La democrazia diventa prigioniera di qualcosa che contraddice la massima di ogni politica democratica: «conoscere per deliberare». Deliberare. Ma conoscere? La politica è sempre più impastata di suggestioni, impressioni, qualcosa che richiama emozioni e rancori, pregiudizi e simboli, ma poca, scarsissima fattualità. Sarebbe buona cosa che non si facesse un uso militante della nozione di «post-verità» dipingendola come monopolio esclusivo dei cosiddetti «populisti».
Senza andare indietro nel tempo, quando la politica ideologica aveva anch’essa pochissimi rapporti con la bruta e cruda fattualità e molto con l’alterazione delle ideologie e delle astratte visioni del mondo, quante volte anche da parte dell’establishment antipopulista si è ceduto alla tentazione della suggestione non veritiera. Quanta enfasi allarmistica e tutt’altro che fattuale ha alimentato la propaganda contraria alla Brexit in cui si dipingevano scenari catastrofici in caso di vittoria del «leave»? Così come il controllo fattuale avrebbe potuto verificare che la minaccia di Trump di deportare oltre il confine americano almeno tre milioni clandestini ha come base d’appoggio la già avvenuta espulsione di un paio di milioni di immigrati irregolari durante i due mandati di Obama, e che quindi l’emozione negativa riversata su Trump è antitetica all’emozione positiva suscitata dalla precedente amministrazione democratica. Ma non c’è dubbio però che siano i movimenti antisistema a sentirsi a proprio agio nei vapori della politica «post-verità». E c’è una ragione politico-psicologica per questo squilibrio: il complottismo antisistema si fonda sul sospetto gridato come fosse verità negata che le forze del «sistema» occultino per i loro loschi interessi i fatti «veri». È il «sistema» che nasconde la pericolosità dei vaccini, è il sistema che non vuole ammettere, schiava dei luridi interessi farmaceutici, che il bicarbonato curi il cancro. È il sistema che racconta la «menzogna dell’11 settembre». Si crede alle colossali falsità dei politici populisti perché si vuole credere in una verità alternativa a quella ufficiale. È questo il veleno culturale che circola nella politica di massa del ventunesimo secolo, perché il supporto di Internet e dei social, oltre a dare una meravigliosa pluralità di informazioni a portata di mouse, satura la Rete di una quantità enorme di informazioni false, distorte, o addirittura inventate di sana pianta. Ecco il trionfo della post-verità. A essere sfidata è la politica ma anche il sistema dei media, che dovrebbe moltiplicare i suoi sforzi di accuratezza nel racconto dei fatti, ma troppo spesso non lo fa, lasciando spazio alla «post-verità».
«Corriere della sera» del 16 novembre 2016

03 ottobre 2015

Martinazzoli: la democrazia è malata

L'analisi
di Mino Martinazzoli
INTELLETTUALE PRESTATO ALLA DC. C’è giustamente un’immagine pensosa di Mino Martinazzoli – l’uomo politico bresciano, più volte ministro e segretario Dc, scomparso il 4 settembre 2011 – sulla copertina de «La legge e la coscienza», il volume appena pubblicato da La Scuola (pp. 128, euro 10,50; prefazione di Tino Bino) che raccoglie tre interventi dello «strano democristiano» dedicati rispettivamente a Mosé, a Nicodemo e alla «Colonna infame». E infatti pure in queste riflessioni – qui pubblichiamo uno stralcio del testo «Mosé: la libertà e la legge» – risalta lo spessore del pensiero di Martinazzoli, sempre alla ricerca dubbiosa delle ragioni anche etiche ed evangeliche del potere politico e non solo preoccupato delle alchimie strategiche della sua gestione. Come scrive nella postfazione Pietro Gibellini: «Era davvero un intellettuale prestato alla politica ... Forse non ha torto chi ha parlato di lui come un profeta».


Giunti a un’epoca della storia che dichiara come diritto la dignità di ogni creatura, non dovemmo indietreggiare. Dovremmo, piuttosto, essere certi che questa è la legge per cui la storia ha un senso e ha una ragione l’avventura umana e ha un fondamento il diritto. Questo voleva dire Antonio Rosmini scrivendo che il diritto altro non è che la persona umana, che non c’è distacco tra l’uno e l’altra, ma identità. Non la persona ha diritto, ma la persona è il diritto.
Ma come tutelare, come garantire l’esistenza concreta, il riconoscimento effettivo, l’espansione serena dei diritti dell’uomo? Con quale forza, con quale persuasione, con quale attitudine pacificatrice, con quale legittimazione? Nel mondo globale, nella geografia dell’ingiustizia e della violenza, nell’urto inestricabile delle ragioni e dei torti, dei bisogni e delle pretese, quale tribunale, quale entità quando tutto congiura perché rimanga fragile, inascoltata, respinta l’idea di una regola comune, di uno jus gentium, di un diritto internazionale che non sia quello della guerra della sopraffazione o, per contro, dell’acquiescenza all’umiliazione che continua là dove continua, all’offesa che continua, là dove continua? A questo disperante assillo non c’è risposta, se non si ritorna alla persona. Questa volta non al suo diritto ma alla sua responsabilità, al modo di intendere il valore impareggiabile della sua libera determinazione. La domanda riguarda l’etica prima che la politica.
A me pare che ci sia un nesso che lega questo problema al nostro modo di intendere il fatto democratico, l’esperienza democratica. Conosciamo bene cosa è costato quel viaggio lungo e penoso, fatto di corsi e ricorsi, di vittorie e di sconfitte; sappiamo quali distruzioni e quante desolazioni hanno portato l’Occidente alla scoperta della democrazia dei moderni. C’è, alla radice, questa rivelazione del cristianesimo intorno alla uguale natura umana degli uomini e alla loro irrevocabile fratellanza. Ma sappiamo come questa idea, che evoca la libertà di tutti e non dei pochi, si sia contaminata e addirittura alterata e corrotta nella terribile vicenda del potere.
Tuttavia, a un prezzo che ci appare quasi incalcolabile, e per una consistenza sempre a rischio, l’esperienza democratica ha guadagnato la sua sorte. L’esperienza meno penosa, la più persuasiva che gli uomini hanno maturato per mettere il conflitto al riparo dalla violenza. Nella sua forma, nella sua struttura la democrazia moderna è il risultato della lotta per la distinzione dei poteri. Origina dalla separazione tra religione e politica e vuole compiersi in un incessante lavoro di delimitazione e di equilibrio di tutti i poteri, quelli dello Stato, dell’economia, della società, delle Chiese.
In un contesto così fertile, la libertà può espandersi e intuire il suo prolungamento nell’esigenza di porre le condizioni perché a nessuno sia negata la sua esperienza. È lo spirito delle democrazie sociali che intendono rimuovere la disuguaglianza che si frappone come ostacolo all’espansione della libertà. Questo incessante lavorio dell’intelligenza umana ha dato frutti, ha ridotto ingiustizie e aumentato gli ambiti di una cittadinanza tendenzialmente universale. Lo Stato del potere e dell’autorità è diventato lo Stato della Costituzione che detta al legislatore il fine e il limite del suo legiferare. L’idea di un patto tra eguali è stata alla base di queste costituzioni. E i padri della rivoluzione americana, i pensatori del federalismo, evocavano l’alleanza di Mosé e scrivevano il nome di Dio nelle Costituzioni.
Ma oggi la geometria del patto si è fatta solo orizzontale, e si declina soprattutto nello schema del contratto. Nella società degli individui, della radicalizzazione del soggetto, la legge della convivenza umana lascia il campo alla totalità del contratto. Lo jus pubblicum, il diritto pubblico, abdica in favore del diritto privato. Se un’idea fondamentale del bene comune non è più pensabile nella società, se la stessa relazione sociale non è più rintracciabile se non nella sua frantumazione, la legge si priva di qualsiasi movente etico e rimane nella sua astratta ma presunta universalità solo per garantire sempre maggiori spazi alla libertà contrattuale degli individui. La legalità, non la ricerca di una libertà giusta e dunque della giustizia, diventa la misura dello Stato democratico, tutto esaurito nella formale legittimità delle sue procedure e delle sue maggioranze. Il punto di approdo sta nell’annullamento della dimensione propriamente pubblica e nella riduzione del politico al privato.
È, a guardar bene, il nocciolo della profezia di Tocqueville sulla decadenza della democrazia. In questa decadenza si annuncia una fragilità, una stanchezza tanto più rischiosa nel tempo di una globalità che allarga, se non governata secondo una ragione umana, gli spazi della sregolatezza e dell’ingiustizia. Proprio di fronte alla sfida più tagliente, lo spirito della democrazia è chiamato a dimostrare la sua grandezza piuttosto che la sua rinuncia. Ma ha bisogno di riconoscere, per farlo riconoscere, il suo valore più intimo. Che si dichiara non nell’aritmetica del contratto ma nel sentimento di un’obbligazione che lega la responsabilità di ciascuno alla sorte intera dell’umanità, al rosario incalcolabile delle creature che hanno camminato, camminano e cammineranno sullo splendore e sul dolore della Terra. La verità di questo legamento ci dice che la libertà di cui disponiamo e il limite che riconosciamo non sono il risultato di uno scambio, ma sono, esattamente il dono intero che abbiamo ricevuto. L’uomo non nasce solo, non nasce in natura ma dentro la società umana. Di questa società è parte per un riferimento di diritti e doveri. Tra questi diritti è certo essenziale quello dell’autonomo dispiegarsi della libertà personale dentro la relazione sociale, il farsi, cioè, dell’autonomia sociale.
Chesterton scriveva che quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che non credano più a niente, credono a tutto. E si spiega anche così lo straordinario potere seduttivo delle tentazioni totalitarie. Un’insidia che può germinare senza bisogno di maturazioni violente nelle fibre profonde di una vita senza durevolezza, flessibile e transitoria nelle due mode, vistosamente esibite negli ipermercati mediatici delle filosofie di stagione sotto l’etichetta accattivante della «libertà di scelta» individuale, un valore rumorosamente celebrato ma più raramente indagato. E intanto diventa friabile il diritto all’esistenza dell’«altro» più debole e il diritto della Terra ad essere abitata, non depredata.
«Avvenire» del 30 settembre 2015

05 settembre 2015

Il corpo degli altri

di Ezio Mauro
Come in guerra, contano solo i corpi. I corpi, l'acqua che li porta e la terra: come se fosse da difendere o da riconquistare, adesso che i corpi la attraversano. Naturalmente ci sono i numeri, che danno la dimensione del fenomeno che chiamiamo migrazione, e le sue proiezioni politiche. Ma parlano il linguaggio della razionalità, dunque contano poco, di fronte alla forza simbolica dei corpi e alle paure che suscitano. I corpi degli altri, naturalmente. Noi siamo un insieme, una collettività, una società, una serie di appartenenze e di identità di gruppo che consentono di agire attraverso i nostri rappresentanti, senza spingere i corpi in prima linea. Loro - gli altri - non sono nulla di tutto questo. Non persona, non individuo, non cittadino, senza qualcuno che li rappresenti e spieghi i loro diritti o anche soltanto le loro ragioni: né un partito, né uno Stato, né un sistema d'informazione. Così per forza i corpi agiscono e insieme spiegano se stessi.
Corpi disarmati, nudi, senza nient'altro che una pretesa ostinata e incontenibile di sopravvivere, aprendosi uno spazio nella porzione di terra che consideriamo nostra, dopo essere scampati al mare.
Mentre guardiamo quei corpi azzerando per loro ogni valenza umanitaria, giuridica, civile, cioè eliminando l'universalità dei diritti dell'uomo e la soggettività del cittadino, noi azzeriamo senza accorgercene la politica, la mettiamo fuorigioco. Se non ha a che fare con persone, individui, cittadini ma con cose - strumenti scomodi d'ingombro - la politica infatti è impotente, anzi inutile. Così i corpi possono mostrarsi in tutta la loro evidenza: neri, diversi, straccioni, disperati, affamati, disposti a tutto. Senza la mediazione della politica agiscono in proprio come messaggio d'allarme per la popolazione indigena che siamo noi. Soprattutto la parte più fragile, sola e indifesa, anziani che vivono nei piccoli centri e magari non sono mai usciti dal Paese, e oggi trovano gli " altri" sulle panchine delle aiuole sotto casa. Una fascia di cittadini che si sente minacciata dalla contiguità della diversità, teme confusamente per la sicurezza, per le infiltrazioni jihadiste, per il lavoro, in realtà per la perdita di uniformità, nella paura che venga meno la coesione di esperienze condivise, di fili biografici intrecciati in una unità di luogo, di storia, di esperienza e di tradizione. Come perdere la memoria, e con la memoria il futuro.
Senza la politica in gioco, una sua sottospecie domina intanto il campo. Sono i piazzisti della paura, che non vogliono rispondere a queste inquietudini diffuse ma coltivarle, per trarne un grasso quanto ignobile reddito elettorale. Dunque non propongono soluzioni, ma immagini fantasmatiche, come le ruspe, slogan che non reggerebbero ad una prova di governo ma sono perfetti per raggiungere la solitudine delle paure domestiche dallo schermo tivù. Sono commercianti di corpi, ne hanno bisogno per trasformarli in ideologia nel senso più classico: l'impostura di un blocco sociale che costruisce il dominio attraverso un sistema di credenze erronee e di pregiudizi. Ma la debolezza culturale della sinistra, che non ha saputo elaborare un pensiero autonomo sulle migrazioni, sugli ultimi, capace di rassicurare la parte più debole ed esposta dei cittadini - i penultimi - e di ricordare nello stesso tempo i doveri di una democrazia occidentale, fa sì che quell'ideologia sia diventata dominante, e costituisca il substrato di ogni ragionamento politico corrente, senza più distinzioni. Ciò significa che la posta in gioco delle future elezioni - tutte, dalle comunali alle politiche - è già fin d'ora fissata sulla paura e sulla sicurezza, dunque sull'uso di quei corpi più che sul destino di quelle persone, che sembra non interessare a nessuno. È un problema politico, ma può diventare un problema della democrazia, chiamata a dare una doppia risposta, con una contraddizione evidente: deve rispondere al sentimento diffuso d'insicurezza dei suoi cittadini, e non può non rispondere alla domanda di disperazione e di libertà che viene dai migranti. Può la democrazia restare insensibile ad uno di questi suoi doveri contrapposti e rimanere intatta, o almeno innocente, dunque credibile?
Quando tutto ritorna agli elementi primordiali - il mare, la terra, i corpi, l'acqua, i muri, il commercio di uomini, il filo spinato - la democrazia entra in difficoltà, come se fosse soltanto un'infrastruttura della modernità, incapace di governare questa regressione a condizioni estreme non previste dal sistema politico, istituzionale, culturale che ci siamo faticosamente costruiti nel dopoguerra per garantire noi e gli altri, e per proteggerci nel nostro tentativo di vivere insieme. Valori che abbiamo sempre professato come universali alla prima grandiosa prova dei fatti - un'emergenza demografica, politica, umanitaria - ripiegano su se stessi e rattrappiscono, perché sembrano riservati solo a noi. Le garanzie per i garantiti: che non le vogliono spartire, hanno paura di condividerle, e ne svalutano il valore globale nell'uso privato e parziale.
Quei corpi segnalano infatti prima di tutto la differenza e la difficoltà (che ne deriva) di condividere il concetto di libertà, la sua traduzione pratica. Camminando in Occidente, se fossero accolti, i corpi riscoprirebbero di avere dei diritti, di poter diventare cittadini attraverso il rispetto delle costituzioni e delle leggi, di poter crescere nell'autonomia attraverso il lavoro: di ritornare uomini. Ma quando arrivano in Europa cercano molto meno, pretendono soltanto libertà, una sponda sicura dove appoggiare il futuro dei loro figli. Anzi, quando sbarcano sul nostro suolo inseguono qualcosa di ancora più primitivo e disperato, la sopravvivenza. Perché spogliati della cittadinanza, della soggettività dei diritti, di ogni condizione giuridica se non quella di clandestino, come spiega Giorgio Agamben sono "nuda vita di fronte al potere sovrano". Vita che vuole vivere, nient'altro. C'è qualcosa di evidentemente sacro in questa interpellanza che ci giunge da una condizione così radicale ed estrema. E c'è dunque qualcosa di sacrilego nel considerare ciò che è una riduzione violentemente elementare dell'individuo-cittadino alla nuda vita, soltanto come un corpo. Corpi che possono essere marchiati fisicamente, numerati e catalogati nella loro estraneità da bandire, perché portatori della forma nuovissima e definitivamente incancellabile del peccato originale: il peccato d'origine.
Nel momento in cui accettiamo di fissare fisicamente questa differenza come discrimine nell'utilizzo della libertà, reso parziale, e dei diritti, non più universali, noi non ci accorgiamo che simmetricamente questa operazione sta agendo anche su di noi. E sta agendo con modalità diverse ma sulla stessa scala primordiale che applichiamo agli altri, dunque interviene anche per noi sulla fisicità, addirittura sul nostro corpo, se solo sapessimo vederlo. Tutte le nostre reazioni e le nostre separazioni dal fenomeno migranti, l'affermazione della nostra diversità fissa silenziosamente anche noi in un'identità bio-politica come quella che attribuiamo agli altri, soltanto rovesciata: risveglia infatti il fantasma dell'uomo bianco, qualcosa che l'Italia non aveva ancora vissuto nelle sue mille convulsioni e anche nelle sue tentazioni xenofobe. Non ci chiediamo infatti mai che cosa significano quei muri (di filo spinato o d'indifferenza) per chi giunge fin qui dalla disperazione e ci guarda da fuori, respinto. Testimoniano paura, privilegio, egoismo, parzialità nell'esercizio dei diritti. Quel muro tiene fuori i corpi altrui. Ma nello stesso tempo recinta i nostri, li perimetra e li rinchiude, riducendo la nostra identità a quella fisica del bianco indigeno, ciò che certamente noi siamo - la maggioranza di noi - ma che non ci accontentiamo di essere, perché abbiamo rivestito quel carattere originario di sovrastrutture culturali, storiche, politiche che hanno dato forma ad una figura articolata e in movimento, aperta, autonoma e complessa.
L'uomo bianco, nella regressione identitaria delle paure, viene dopo l'uomo occidentale ed europeo, è una sua riduzione unidimensionale, dunque una sconfitta. Rinasce come figura biopolitica quando neghiamo i valori dell'Occidente, i doveri dell'Europa: garantire sicurezza, ordine e governo a chi lo chiede (soprattutto se è un cittadino disorientato e spaventato), ricostruire la proporzione dei fenomeni tra le cause e l'effetto, rispondere a quella domanda biblica ma anche politica di libertà e di umanità che arriva dalle migliaia di vite nude ammassate sui barconi, in fila davanti a un recinto, accampati in una stazione in attesa di un treno europeo. In nome di una fiducia ostinata, contro la storia contemporanea, nell'universalità della democrazia dei diritti, della democrazia delle istituzioni. Una democrazia che, mentre tiene fuori i dannati credendo di difendere se stessa, rischia di perdere l'anima occidentale dell'Europa, riducendosi a un corpo di leggi inutili e di principi ipocriti: anch'essa un corpo vuoto.
«la Repubblica» del 5 settembre 2015

13 luglio 2014

L'uso democratico della rete: la sfida della complessità

Anche nell'era dei nuovi strumenti digitali e dei social network, il principio della rappresentanza resta indispensabile
di Gino Roncaglia

La rilevanza di Internet come spazio pubblico di confronto, discussione ed elaborazione politica e come una fra le sedi del processo di costituzione dell'opinione pubblica è ormai indiscutibile. Tuttavia, se da questo generico riconoscimento si passa alla considerazione del ruolo specifico che può avere la rete come strumento di partecipazione politica, la questione diventa assai più complicata: occorre infatti esplicitare e considerare una serie di premesse troppo spesso trascurate.
Innanzitutto, Internet è una realtà estremamente articolata, e non ha senso parlarne senza distinguere con attenzione i molteplici strumenti di interazione sociale e di mediazione informativa disponibili. Quel che è possibile realizzare utilizzando un certo strumento (ad esempio una piattaforma Wiki) potrebbe non essere realizzabile usandone un altro (ad esempio un forum o un blog). In secondo luogo, molto spesso le funzionalità teoricamente offerte da un determinato strumento non sono concretamente fruibili senza alcune precondizioni (a livello di infrastrutture, di possibilità di accesso, di competenze, di impegno di tempo...) che a loro volta sarebbe assai fuorviante considerare come scontate. In terzo luogo, sappiamo bene come il buon funzionamento dei sistemi politici dipenda da equilibri spesso delicati, rispetto ai quali modifiche apparentemente 'locali' possono avere conseguenze sistemiche impreviste e indesiderate.
Occorre dunque guardarsi dalle generalizzazioni e riconoscere che il problema degli usi politici della rete ha un altissimo livello di complessità, che sarebbe assai pericoloso trascurare.

Consideriamo ad esempio il ruolo che può avere la rete rispetto a tre prerequisiti 'classici' per un buon funzionamento di una democrazia:

1) La necessità di competenze e strumenti che permettano ai cittadini di comprendere e formulare opzioni politiche e di decidere in maniera consapevole e informata (strumenti che rispondano dunque alle esigenze di formazione e di informazione dell'opinione pubblica)

2) l'esistenza di regole condivise che prevedano le forme, i tempi, i limiti dell'esercizio della sovranità e limitando l'influenza di condizionamenti esterni, impropri o portatori di interessi di parte (regole 'costituzionali', dunque, al cui interno ha un ruolo fondamentale la separazione fra i poteri)

3) la previsione di strumenti di partecipazione e di rappresentanza politica che garantiscano la possibilità di esprimere liberamente e confrontare efficacemente opinioni diverse; permettano la costituzione di corpi via via più articolati e complessi - associazioni, partiti, movimenti, e che infine prevedano istituzioni rappresentative alle quali siano affidati sia un ulteriore livello di mediazione, sia le deliberazioni finali.
In altri termini, la democrazia non si limita a dar voce (o voto) al singolo, ma deve offrire gli strumenti che consentano a quella voce e a quel voto di formarsi in maniera libera e informata e di confrontarsi - e non solo di contrapporsi - con le voci e i voti altrui, fino a produrre una sintesi intorno alla quale si possa coagulare un sostegno il più largo possibile. Di questo processo, la mediazione politica è componente essenziale, e opera a diversi livelli: all'interno dei partiti (nei quali pure si confrontano opinioni diverse, anche se auspicabilmente accomunate da riferimenti ideali e valori comuni), e naturalmente all'interno delle istituzioni rappresentative: dal municipio fino al Parlamento Europeo.
È purtroppo fin troppo facile osservare che la situazione dell'Europa e dei paesi che la compongono si discosta in molti casi - talvolta in maniera notevole - da questo modello. In particolare, la disponibilità delle basi culturali necessarie a un'effettiva partecipazione politica è troppo spesso limitata: fra i 'costi dell'ignoranza' va considerato anche quello - enorme - legato alla cattiva qualità di scelte politiche poco e male informate. Uno fra i più comuni effetti di questo deficit di conoscenze, competenze e capacità di elaborazione è nel fatto che la percezione degli interessi immediati e locali (più semplici da comprendere e immediatamente accessibili) prevale sulla comprensione degli interessi generali e di lungo periodo (per loro natura più complessi e fondati su competenze e conoscenze assai meno accessibili e diffuse). Accade così che la complessità della costruzione dell'edificio europeo sembri in molti casi superiore alla capacità di comprensione e di analisi sia dei cittadini europei sia delle loro classi dirigenti; e gli organismi di partecipazione e rappresentanza - i partiti e le istituzioni - appaiono, sia a livello nazionale sia a livello europeo, di volta in volta o come strumenti per garantire la difesa di interessi immediati e locali o come corpi separati e lontani dai cittadini, senza riuscire a conquistare la dimensione che dovrebbe essere loro propria, quella di soggetti collettivi capaci di garantire da un lato partecipazione allargata, dall'altro elaborazione politica di largo respiro. La capacità di costruzione di una opinione pubblica europea che non sia una semplice aggregazione più o meno occasionale di opinioni pubbliche locali ne risulta inevitabilmente minata.
D'altro canto, l'Europa sconta senz'altro ritardi e incertezze anche rispetto al secondo e al terzo dei prerequisiti che abbiamo ricordato: la costruzione di un contesto di regole condivise che abbia l'effettivo respiro di una 'Costituzione' comune, e la costruzione di un sistema politico e istituzionale che sia effettivamente capace di garantire al lavoro di mediazione politica e negoziazione normativa livelli soddisfacenti di partecipazione e rappresentanza da parte dei cittadini.
La rete può aiutare a superare questi problemi? Partiamo proprio dal tema della costruzione di una opinione pubblica europea attraverso strumenti formativi, informativi e di confronto culturale adeguati. Non vi è dubbio che Internet - medium globale per eccellenza - può giocare a questo riguardo un ruolo importante. Sarebbe tuttavia pericoloso sottovalutare un problema specifico che presenta oggi la rete: la difficoltà del passaggio dalla frammentazione e dalla granularità delle informazioni alla strutturazione complessa. Un problema che potrà essere certo corretto in futuro, anche attraverso lo sviluppo di strumenti nuovi, ma che caratterizza molti fra gli strumenti dello stesso 'Web 2.0', il web sociale orientato alla produzione dei contenuti da parte degli utenti.
Il Web 2.0 è infatti caratterizzato da una vasta partecipazione degli utenti al processo di costruzione dei contenuti informativi, ma da una bassa complessità 'verticale' dei contenuti informativi prodotti. Dai messaggi di stato sui social network ai post di un blog, dai filmati su YouTube alle immagini su Flickr o Picasa, gli utenti tendono indubbiamente a inserire in rete una grande quantità di informazioni; ma si tratta soprattutto di informazioni granulari: singoli contenuti informativi relativamente poco complessi. Ne risultano edifici informativi fra i quali esistono infiniti percorsi 'orizzontali', ma che non sviluppano effettiva complessità verticale.
Non c'è alcuna necessità per cui il mondo dei contenuti digitali debba essere granulare e frammentato: è al contrario probabile (ed è senz'altro auspicabile) che con il tempo impareremo via via a costruire sempre meglio anche informazione complessa e strutturata. Ma il Web non ha ancora raggiunto l'era delle cattedrali, e deve ancora fare proprio il motto di E. M. Forster "Live in fragments no longer!".
La granularità dei contenuti non può non ripercuotersi sulla qualità del dialogo politico in rete, soprattutto a livello europeo. Selezionare contenuti di qualità e utilizzarli per costruire edifici informativi complessi non è un compito facile. Nel suo piccolo, anche la rivista che state leggendo vorrebbe essere un esempio di un lavoro di questo tipo: ma come costruire il livello 'superiore' a quello dei singoli articoli e dei singoli interventi, come evidenziare percorsi e connessioni tematiche, come favorire lo sviluppo di un dibattito che non si limiti a commenti occasionali su questo o quell'articolo ma produca a sua volta una elaborazione complessa e articolata, possibilmente attraverso una partecipazione larga e informata? Come è facile capire, non si tratta affatto di un compito facile: servirà lavoro, servirà tempo, serviranno probabilmente strumenti nuovi per l'organizzazione 'di alto livellò dei contenuti. Da soli e nella loro forma attuale, strumenti come i blog o i social network difficilmente potranno contribuire in maniera significativa a garantire, nell'immediato, la costituzione di una opinione pubblica capace di affrontare la sfida complessa e affascinante rappresentata dal processo di costruzione dell'Europa.
A maggior ragione, questo discorso vale quando si parla della rete come strumento di partecipazione politica. Certo, dal punto di vista pratico un meccanismo di 'consultazione permanente' dei cittadini attraverso la rete è perfettamente concepibile. Le infrastrutture tecnologiche ci sono. E supponiamo pure - ipotesi per ora sicuramente infondata - che chiunque abbia accesso diretto alla rete e sappia usarla al meglio. Basta questo a garantire una democrazia funzionante?
Evidentemente no: non basta votare, occorre mettersi d'accordo innanzitutto su cosa votare. Occorre insomma una fase di negoziazione redazionale che permetta di elaborare ad esempio i testi delle proposte di legge, che permetta di arrivare a documenti e politiche condivise partendo da opinioni singole e differenti. Gli strumenti oggi disponibili (un buon esempio è Liquid Feedback, software aperto e non proprietario orientato alla formulazione e alla discussione regolata di proposte), sono certo interessanti ma ancora assai lontani da quel che sarebbe necessario .
Ma anche la disponibilità di buoni strumenti per la negoziazione redazionale non basterebbe. L'obiettivo di una piattaforma efficace di democrazia diretta non dovrebbe essere infatti solo quello di predisporre singole proposte all'interno di un gruppo ragionevolmente omogeneo e informato di persone, ma quello assai più complesso di garantire sia il processo di negoziazione redazionale sia quello di deliberazione, e di farlo su scala nazionale e su scala europea. E per farlo servirebbero strumenti molto, ma molto più complessi. Strumenti in grado di garantire l'identificazione dei singoli (non basta la firma digitale: potrei dare - magari a pagamento o in cambio di favori - il mio dispositivo di firma digitale a qualcuno che si troverebbe a poter votare al posto mio), e di farlo per ogni singola azione sul sistema (votazioni, messaggi ecc.). La piattaforma dovrebbe essere a prova di intrusioni e manipolazioni esterne di qualunque genere. Dovrebbe permettere di riconoscere e verificare le competenze, di cui in molti casi occorre tenere conto (per fare solo un esempio, negli Stati Uniti la maggioranza della popolazione non crede alla validità della teoria dell'evoluzione: siamo sicuri di voler fare scrivere a loro i programmi scolastici o universitari?). E tutti questi strumenti dovrebbero essere utilizzabili, in maniera facile e sicura, da parte di un'utenza di decine di milioni di persone.
E' bene dire chiaramente che non solo non abbiamo niente di simile, ma non lo avremo neanche nel prossimo futuro. Ed è assai dubbio che strumenti del genere possano esistere senza riprodurre in qualche forma al loro interno livelli di mediazione basati sul riconoscimento di competenze e sul ricorso a meccanismi di delega rappresentativa. E' infatti davvero ragionevole supporre che ciascuno di noi voti effettivamente su ogni provvedimento, anche su quelli su cui non ha alcuna competenza? E quanto tempo sarebbe necessario a ciascuno per farlo in maniera informata? Non si rischierebbe di produrre una 'elite digitale' che decide per tutti?
La rete, insomma, potrà essere in futuro - e in parte già è - uno strumento prezioso di partecipazione politica. Bisogna lavorare - e si può farlo - per rafforzare e migliorare gli strumenti di rete utilizzabili a questo fine. Ma la rete non è e non può essere uno strumento di disintermediazione politica, perché il livello della mediazione, della negoziazione, della rappresentanza - se vogliamo restare in una democrazia - resta indispensabile.

* Eutopia è la prima rivista web europea. Analisi politica, storia, economia, costume: articoli scritti in diverse lingue dai migliori autori di diversi paesi. Eutopia, per immaginare quale Europa vogliamo, per cominciare a pensare europeo.
«La Repubblica» del 7 luglio 2014

25 febbraio 2014

Internet ha cambiato la democrazia. La vecchia politica fa male a resistere

di Sebastiano Maffettone
Adoro il puzzo stantio delle vecchie librerie, e scartabellare tra i volumi, anche in una bancarella, mi riempie di gioia. Tuttavia, compro il novanta per cento dei libri in rete su Amazon. YouTube e simili hanno smantellato l’industria discografica e oramai le canzoni si ascoltano e si acquistano con il computer. Lo stesso sta succedendo negli Stati Uniti, e c’è da giurarlo tra poco anche da noi, con Netflix e il cinema. L’informazione tradizionale e l’università sempre più risentono della concorrenza in rete, così come paghiamo le bollette delle nostre utenze via web e non c’è ditta o attività commerciale che non apra un bel sito da cui acquistare. La finanza poi è addirittura impensabile senza la rete. Persino le religioni oramai ne fanno largo uso: il Papa twitta, e il culto che fa più nuovi proseliti nel mondo, l’Evangelismo, è quella che ha più antica dimestichezza col web. Insomma, sopravvalutare la rilevanza della rete è difficile.
Come dubitare allora che una rivoluzione del genere non finisca per cambiare anche la politica? D’altronde casi che lo mostrano non mancano, e senza distinzione di razza e cultura. La primavera araba non meno che Occupy Wall Street , gli indignados spagnoli e i cinquestellati italiani, la campagna presidenziale di Obama e quanto succede in questi giorni in Ucraina, in maniera diversa caso per caso lo confermano. Sono stato così felice di partecipare ad Alpis - un seminario di studiosi di tecnologie digitali con particolare focus sulla progettazione partecipata - per avere l’opportunità di discutere con scienziati tecnici di temi e problemi di assoluta rilevanza come quelli che riguardano le conseguenze politiche e istituzionali della trasformazione legata all’impatto della digitalizzazione nel nostro mondo.
Fenomeni tanto pervasivi generano reazioni culturali spesso radicali, che condannano il mondo della tecnologia informatica come una fonte di pura alienazione. Per persone meno estremiste culturalmente parlando, un compito importante rimane quello di analizzare i mutamenti nell’ecologia istituzionale (il termine è di Yochai Benkler) all’interno di una società liberal-democratica. Il che, detto in un italiano più leggibile, equivale a cercare di capire che cosa sta cambiando e su quale base nei rapporti di forza tra individui, gruppi e istituzioni. Sin dall’inizio l’età della rete è stata vista da molti come una speranza per la democrazia, una democrazia spesso malata. Si è creduto così che la possibilità da parte del pubblico di partecipare alla vita democratica aumentasse a dismisura attraverso la rete. Dopotutto, strutturare una opinione pubblica rilevante in rete costa assai meno di quanto non costi edificare un network televisivo. Ma c’è anche chi ha temuto l’avvento prossimo venturo di monopoli dell’informazione digitali, nuove e potentissime istanze del Grande Fratello, che tutto sanno sulle nostre preferenze, gusti e valori.
Ma fin qui siamo ancora a livello di distinzioni preliminari troppo generali. È invece più interessante rovistare nei lavori degli informatici per sapere effettivamente che prospettive reali ci sono. Fiorella De Cindio, informatica dell’Università di Milano, propone un modello di habitat digitale che è stato già in parte sperimentato in campagne elettorali. Si tratta di costituire innanzitutto un’architettura di sistema che permetta la partecipazione diffusa della cittadinanza agli eventi politici in termini di quella che i teorici della politica chiamano democrazia deliberativa. Qualcosa del genere presuppone la cooperazione al progetto da parte di scienziati sociali. Un habitat digitale appropriato richiede infatti la compresenza di persone e gruppi esterni alla rete con quelli che invece sono online. Una volta accertata la trasparenza della procedura, tocca agli scienziati sociali concettualizzare l’identità degli utenti, le loro motivazioni, il senso della partecipazione politica, la maniera in cui il pubblico vede la comunità, le possibilità degli individui di accedere alle procedure online e così via. Tutto ciò dovrebbe fare emergere progressivamente gli interessi pre-politici dei soggetti coinvolti per vedere come essi siano in rapporto con l’offerta politica del momento.
Procedure e modelli come questi possono essere adoperati con diversi scopi. Si può pensare che la rappresentanza tradizionale sia definitivamente morta, e che i gruppi online debbano votare volta per volta sui dilemmi politici senza vincoli di lealtà politica precedente e senza coerenza tra una votazione e l’altra. Oppure, più moderatamente, si può ritenere che le forze politiche tradizionali abbiano bisogno di un’iniezione di fiducia per essere rivitalizzate. Comunque la si pensi, la ricerca di nuovi spazi di democrazia deliberativa - tra cui quelli in rete - sembra essere una necessità e non un lusso in momenti di crisi politica.
«Corriere della Sera» del 25 febbraio 2014

10 ottobre 2013

Quant'è astratta la democrazia atea

Il nuovo libro del direttore di «MicroMega» ignora la continua commistione tra fedi secolari e religiose nel mondo globale
di Marco Ventura
Flores d'Arcais vuole relegare i credenti in una condizione di minorità politica
«La democrazia è atea, imprescindibilmente». Paolo Flores d'Arcais pianta la sua tesi al centro del libro «La democrazia ha bisogno di Dio» Falso! (Laterza). La sbatte in faccia ai tanti per i quali, da Tocqueville in poi, la democrazia non sta in piedi senza Dio. La democrazia di Flores d'Arcais è il regno dell'autonomia e dell'autosufficienza dell'uomo. Si fonda su un «ethos repubblicano» che è «potere-di-tutti-e-di-ciascuno». È una società di «liberi/eguali» in cui valgono solo fatti, logica e razionalità; una comunità «che si dà da sé la propria legge», dove il cittadino argomenta «sotto la propria responsabilità, con la propria testa, utilizzando i soli strumenti che lo rendono con-cittadino».
Ne discende l'incompatibilità con la democrazia di fonti d'ispirazione superiori, «dogmatica volontà irrelata», sovranità divina alternativa a quella umana. Se vuole stare nella dinamica democratica, non resta al credente che abbandonare ogni pretesa di dedurre norme direttamente o indirettamente dalla propria fede. Dio può sopravvivere alla democrazia, secondo l'autore, solo accettando l'«esilio dorato nella sfera privata della coscienza» e ingiungendo ai suoi rappresentanti in terra di non interferire col governo repubblicano. Dio, infatti, non può che dividere la società e drammatizzare i conflitti; producendo una «ghettizzazione reciproca di stampo iper-feudale, cuius religio eius lex», oppure una «guerra civile di religione, per imporre come legge, erga omnes, la volontà del proprio Dio».Giacché sempre di questo si tratta, scrive il filosofo: di ammantare della Maestà di Dio le proprie «ubbie, frustrazioni e altri spurghi dei fondali psichici». I tentativi di sostenere il contrario, per Flores d'Arcais, sono fallaci; o peggio, pericolosi. Vengono dall'intransigenza cattolica di Wojtyla e Ratzinger, dal cripto islamismo di Tariq Ramadan; soprattutto, dai «democratici stanchi di lottare», come l'«agnostico» Habermas. L'ambizione di legittimare Dio nella sfera pubblica è invariabilmente, per l'autore, «mero revival di tradizionalismo teocratico», rinuncia all'autodeterminazione, «atavico richiamo di nostalgia gregaria stratificata nella più antica materia grigia, pronto a riemergere con prepotenza non appena vacilli la speranza».Nella logica repubblicana, il credente è «civicamente minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi» all'autorità religiosa di riferimento. Se vuole integrarsi nel sistema democratico, egli deve pertanto appendere Dio all'attaccapanni, come fa lo scienziato prima di entrare in laboratorio: uscendo così dalla propria «condizione permanente di minorità».
L'alternativa dell'autore, la democrazia «priva di fondamenti», sembra a sua volta una fede, prodotta dalla medesima immaginazione che partorisce Allah o Shiva. Flores d'Arcais afferma invece che la sua è «una ideologia» sopra le parti, che «fa corpo unico con la democrazia», un «habitus psicologico e morale» che non ha pretesa di universalità, agli antipodi delle tante divinità che soggiogano l'uomo.
Il limite della proposta di Flores d'Arcais sta nel suo dualismo. Nella divisione del mondo in due emisferi: i credenti da una parte; i non credenti dall'altra. E nel destino inevitabile di ciascun universo: il credente dovrà liberarsi negando l'Altro da sé con cui si relaziona; mentre spetterà al non credente respingere la tentazione di contemplare alcunché oltre la «nuda identità astratta» della cittadinanza.
Si tratta di un dualismo potente, radicato, i cui argini sono tuttavia rotti ogni giorno dalle correnti della realtà. Credenti e non credenti si mischiano. Fedi religiose e fedi secolari si confondono. Gli dei si moltiplicano. In seno alla stessa comunità, spesso all'interno della stessa persona. Chi è emancipato? Chi responsabile? Chi capace di decidere «con la propria testa»? È succube o consapevole la ragazza francese che porta il velo? È emancipato o schiavo il redentorista che langue in una cella cinese? È cittadino o fedele l'ateo che idolatra Wall Street? Le categorie «credente» e «non credente» fotografano solo in piccola parte la realtà. Lo stesso autore deve issarsi sopra la fenomenologia del credere, costruendo un'astrazione che funzioni a prescindere, un ideale che si sottrae al giudizio della realtà.
La provocazione di Flores d'Arcais non è per questo meno stimolante: sfida il credente a dimostrarsi libero e il non credente a onorare il sogno dell'autore; riposa su un'esigenza di emancipazione, di non «indifferenza etica», che innesca una competizione virtuosa. Potrebbe mettere fuori gioco i credenti, l'autore, nella pagina finale, quando condanna l'«illusione che un Altro ci possa salvare in luogo del nostro impegno, della faticosa passione di essere cittadini». È invece una conclusione che abbracceranno molti credenti non inquadrabili nella categoria di chi ha privatizzato Dio per farsi cittadino. Perciò può servirci, la democrazia atea di Flores d'Arcais, per mettere in discussione schieramenti e ideologie. Ma non ci è utile per capire e governare un mondo che centrifuga credenti e non credenti, scompigliando ogni fede. Se prescindono da questa realtà, non ci servono né la democrazia atea, né quella religiosa.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2013

26 aprile 2013

Opinione pubblica contro Palazzo: il Web conta più dei franchi tiratori

Si parla parecchio di M5S, ma la pressione della Rete è fortissima anche sui giovani neoeletti democratici
di Aldo Cazzullo
I veri leader-ombra, gli inediti protagonisti di questa tribolatissima elezione presidenziale sono i social network
Sarebbe fuorviante chiedersi se i cento voti mancati a Romano Prodi fossero dalemiani, mariniani, renziani. Così come l'altro ieri era inutile rintracciare i congiurati che hanno affossato Franco Marini. E non solo perché nel Pd nessuno obbedisce più a nessuno.Il vero leader-ombra, l'inedita protagonista di questa tribolatissima elezione presidenziale è l'opinione pubblica. Amplificata dalla rete e dai social network, la cui pressione sui neoeletti, in particolare i giovani, è fortissima. Certo, non è la prima volta che il Palazzo si arrocca a difesa di un assetto già spazzato via dalla storia. Nel 1992 la rete non esisteva ancora, il «popolo dei fax» non riusciva certo a farsi sentire con la stessa forza; ma già allora l'intesa tra una Dc e un Psi in pieno declino saltò anche per la rivolta popolare. Ma ad Arnaldo Forlani mancò qualche decina di voti; a Marini, centinaia.Le forme di intervento dei cittadini, in teoria escluso dalla scelta del capo dello Stato, sono state molte. L'altro ieri, un sit-in fuori da Montecitorio per contestare Marini da sinistra. Ieri una manifestazione per osteggiare Prodi da destra. Non sono stati begli spettacoli, nessuno dei due. Le grida, gli insulti, le voci metalliche dei megafoni, la gogna (magari a volte meritata) che attendeva i parlamentari all'uscita, sono scene che non fanno onore al Paese. Ma infinitamente più sonora è stata la contestazione salita dal web.Si è parlato parecchio, e inevitabilmente, dei grillini. Si è parlato meno dei giovani neoeletti del Pd; che non sono meno connessi con il web e i cittadini; e sono molti di più. Tanti di loro non hanno compreso perché, dopo aver inseguito Grillo per il tempo di una quaresima, Bersani gli abbia voltato le spalle proprio quando si apriva uno spiraglio su Rodotà, per accordarsi con Berlusconi. E ieri non hanno apprezzato il ripiegamento su Romano Prodi; che per loro non è più «fresco» di Andreotti. Ma la protesta della rete, l'irruzione della rabbia popolare in Transatlantico non riguardano solo la sinistra. Ieri è stata la giornata della rabbia della destra. E se le 550 mila mail che giovedì hanno mandato in crisi il sistema informatico della Camera chiedevano quasi tutte l'elezione di Rodotà, gran parte di quelle arrivate ieri gridavano al «golpe» del Pd; che in realtà ha solo la forza di colpire se stesso.Dentro le mura del Palazzo, si agitano bande spaventate, disorientate, assediate. Colpisce ? se fosse possibile un paragone ? il capovolgimento dell'approccio rispetto ai meccanismi dell'elezione del Pontefice. In Vaticano la discussione è tutta sul profilo della persona da scegliere, sulle sue qualità umane, sulla percezione che il mondo avrà di lui. In Transatlantico l'uomo da scegliere conta molto meno; la vera questione è trovare i voti per eleggerlo. Prodi era il candidato di maggior statura che l'Italia potesse esprimere in questo momento, a parte Mario Draghi, che però ci serve come il pane a Bruxelles. Ma era il candidato scelto per ricompattare il Pd, non il Paese. Il partito democratico ha ridotto l'elezione del capo dello Stato a una sorta di congresso interno, in cui tutte le correnti hanno perso. E forse la corrente più forte si è rivelata quella affascinata da Grillo, o comunque dalla rete.La pressione del web e dell'opinione pubblica, però, può anche essere fuorviante. Perché, al di là delle legittime indignazioni reciproche, quel che sta più a cuore agli italiani in questo momento è eleggere un presidente della Repubblica che tenga insieme il Paese in un momento drammatico e lo rappresenti con dignità nel mondo. Non a caso nella notte è tornata a circolare l'ipotesi ? tardiva ? di chiedere un sacrificio a Giorgio Napolitano. Una cosa è certa: se devono essere i cittadini a determinare l'elezione del capo dello Stato, tanto vale che lo facciano direttamente. C'è da augurarsi di non rivedere mai più lo spettacolo di questi giorni. E che il prossimo presidente della Repubblica non esca dalle invocazioni o dalle invettive di un computer o di un telefonino, ma dal voto popolare.
«Corriere della Sera» del 20 aprile 2013

Il sospetto universale

Se ogni accordo è un inciucio
di Ernesto Galli della Loggia
«L'inciucio!». Molti italiani si stanno ormai abituando a giudicare la politica nell'ottica di quest'unica categoria demonizzante, e quindi a vedere le cose e gli uomini della scena pubblica del loro Paese in una sola luce: quella del sospetto universale.
La prima caratteristica della categoria dell' inciucio , quella che la rende così facilmente utilizzabile, è la sua indeterminatezza. L' inciucio , infatti, come insegnano i suoi denunciatori di professione, si annida dovunque. Potenzialmente esso riguarda tutto e tutti. Può consistere nella sentenza di un tribunale, in un articolo di giornale, nella decisione di qualunque autorità, in una trasmissione televisiva, in tutto. Ma soprattutto è inciucio la trattativa, l'accordo, il compromesso espliciti, così come pure - anzi in special modo! - l'intesa tacita che su una determinata questione si stabilisce per così dire spontaneamente tra gli attori politici di parti diverse. Tanto più che perché di inciucio si possa accusare qualcuno non c'è bisogno di alcuna prova. Per definizione, infatti, l' inciucio si svolge nell'ombra, al riparo da occhi indiscreti. E dunque, paradossalmente, proprio la circostanza che di esso non si abbiano tracce visibili diviene la massima prova della sua esistenza. In questo senso la categoria d' inciucio , nella sua indeterminatezza e nella sua indimostrabilità, costituisce una sorta di versione in tono minore di un'altra ben nota categoria, da decenni ai vertici dei gusti del grande pubblico: la categoria dei «misteri d'Italia» con la connessa tematica del «grande complotto». Ogni vero inciucio , infatti, contiene inevitabilmente un elemento di «mistero», e d'altra parte ogni «mistero» non implica forse chissà quanti inciuci?
Un ulteriore vantaggio che offre poi l' inciucio in termini polemico-propagandistici è che esso, di nuovo, può sottintendere tutto, il fare ma anche il non fare. Agli occhi dei suoi teorici esso è anzi soprattutto questo: è il non fare, il disertare, l'abbandono della posizione di fronte al nemico. Un aspetto, questo, che indica assai bene quale sia l'idea della democrazia che hanno i denunciatori di professione dell' anti inciucio . È un'idea per così dire bellica della democrazia, radicalmente fondata sul concetto di ostilità. Per non essere l'anticamera dell' inciucio (sempre in agguato!), la democrazia deve essere scontro permanente, continua denuncia dell'avversario e dei suoi disegni, illustrazione delle sue indegnità morali, smascheramento; ogni discorso deve sbugiardare, denudare, indicare al pubblico ludibrio.
La massima virtù civica non è la probità, è l'indignazione. Chi non si adegua, chi invece guarda alla democrazia come a quel sistema che si fonda, sì, sulle «parti» e sulla loro contrapposizione, ma anche, specialmente nei tempi difficili, sulla ricerca dell'accordo, sulla tessitura di compromessi, sulla moderazione di toni, sul riconoscimento dell'opinabilità di tutti i punti di vista (compreso il proprio, naturalmente) e della buona fede altrui, ebbene costui è già un potenziale «inciucista», un «traditore», un «venduto», degno di essere consegnato ai dileggi parasquadristici di cui per esempio sono stati vittime gli onorevoli Franceschini e Fassina nei giorni scorsi. Poiché in una tale ottica la mediazione non è il momento inevitabile di ogni prassi democratica; al contrario: ne diviene la più indegna negazione. Naturalmente ordita con i più torbidi scopi.
Inutile dire quanto abbia aiutato a radicare l'idea e la categoria d' inciucio la scoperta della spartizione, concordata per anni dietro le quinte, a opera dell'intera classe politica, di privilegi e benefici di ogni tipo e misura. Cioè la scoperta della «casta». Una realtà verissima e certo scandalosa: se si può muovere un rimprovero all'uso pubblico della quale, però, è di non avere sottolineato abbastanza che l'intera società borghese italiana è in verità una società di caste. Che la radice del male, dunque, non sta tanto nella politica quanto nella cultura, nella mentalità profonda delle classi dirigenti (e non solo) del Paese. Per cui in Italia tendono a essere una «casta» i giornalisti, i giudici, gli avvocati, gli alti burocrati, i professori, i manager, i funzionari dei gabinetti ministeriali, e così via: in vario modo tutti impegnati accanitamente a sistemare i propri figli possibilmente nello stesso mestiere, a impedire l'accesso ai nuovi venuti, ad accumulare privilegi, retribuzioni, eccezioni di varia natura, auto blu, simboli di status, diarie, cumuli pensionistici, trattamenti speciali, ope legis , e chi più ne ha più ne metta. Viceversa, declinata unilateralmente la categoria di «casta» porta a conseguenze strabilianti. Per esempio a quella di proclamare «un uomo al di fuori della politica» (Beppe Grillo) una persona certo degnissima come Stefano Rodotà, ma che comunque nei suoi ottant'anni è stato deputato dal 1976 al 1994, deputato europeo per un altro periodo, presidente del gruppo parlamentare della Sinistra indipendente, vicepresidente della Camera, ministro nel governo ombra Occhetto, presidente del Pds, e infine presidente di un'Authority, carica notoriamente di strettissima nomina politica. Qual è insomma, viene da chiedersi, il criterio d'inclusione nella «casta»? Forse non essere nelle grazie degli «anticasta»?
Ma il punto decisivo - lo sappiamo benissimo, senza che ce lo ricordino i professionisti dell' anti inciucio - è che nella politica italiana c'è Berlusconi. Vale a dire il bersaglio di un'indignazione obbligatoria - del quale, a dire di costoro, bisogna a ogni occasione chiedere l'ineleggibilità, la revoca dell'immunità, l'incriminazione, e quant'altro - mentre il solo evitare di farlo, non parliamo dell'avere un qualsivoglia rapporto con lui o con la sua parte, significherebbe, sempre e comunque, l' inciucio più vergognoso. Quando si discute di Berlusconi o con Berlusconi, infatti, se non si vuole passare per collusi il sistema è semplice: ogni sede pubblica deve divenire l'anticamera di una Corte d'assise. Il fatto che da vent'anni egli abbia un seguito di parecchi milioni di elettori (spesso la maggioranza) appare ai custodi della democrazia eticista un dettaglio irrilevante. Non già l'espressione di un problema della storia italiana, di suoi nodi antichi che solo l'iniziativa, le risorse e le capacità della politica, se ci sono, possono sciogliere. No: solo un problema di codice penale o poco più. E in ogni caso, male che vada, un'occasione d'oro per lucrare un po' di consenso mettendo sotto accusa chi si trovasse a pensare che le cose, come spesso capita, sono invece un po' più complicate.
«Corriere della Sera» del 24 aprile 2013

Tutti aggrappati alla Rete

Così la nuova politica finisce in balìa dei tweet
di Aldo Cazzullo
I followers stanno sostituendo i sondaggi
La «democrazia on line» non esiste. È un ponte sospeso sul vuoto. Ma è anche una suggestione irresistibile, una forza che sta cambiando la storia. Può distruggere la democrazia tradizionale, quella rappresentativa. Ma può concorrere a costruire una democrazia nuova, davvero partecipata. Purché la si usi con discernimento e con rispetto reciproco. Senza cedere all’esaltazione e alla paura. Insomma, senza ripetere quel che è accaduto in questi giorni. Non è negativo che l’opinione pubblica entri nel Palazzo, anzi. Purché non si confondano i 4 milioni di italiani che twittano con l’insieme dell’opinione pubblica. E si trovi la serenità di decidere da uomini non sordi ma liberi.
Il totem della Seconda Repubblica furono i sondaggi. Berlusconi orientava le sue scelte in base alle rivelazioni di Pilo o di Crespi. Le rare volte in cui indulgeva a passeggiare in Transatlantico, ai suoi deputati o a quelli pronti a passare con lui sussurrava in un soffio: «Sapessi, i sondaggi... ». I capi della sinistra, che andavano maturando i rancori culminati venerdì nel killeraggio di Prodi, trovavano sempre sondaggisti che li davano in netto vantaggio, fino all’apertura delle urne.
Il totem della Repubblica che sta nascendo in questi giorni è la Rete. E il fenomeno non riguarda solo i Cinque Stelle, nati senza soldi e senza l’appoggio dei media, come nella conferenza stampa di ieri (una delle prime) Grillo ha ripetuto spesso. Si è parlato molto dei grillini, e poco dei giovani del Pd. Che appartengono
alla stessa generazione, passano anche loro molto tempo davanti a Facebook e agli altri social network, e
rendono conto non a capipartito mai così screditati ma a poche centinaia di amici, che li hanno votati alle primarie e li influenzano via web.
Si spiega anche così non solo la bocciatura di Marini, ampiamente annunciata,ma pure l’incredibile affondamento di Prodi. Considerato l’uomo di maggior statura che la sinistra potesse mettere in campo (Napolitano a parte). Votato anche da Vendola (che il giorno dopo diceva: «Ho verificato di persona che in Cina Romano è una star, come faccio a spiegarlo alla Rete?»). Ma visto dalla generazione del web come un antico democristiano. Tra i 101 franchi tiratori ci sono certo anche i vindici dei vecchi capi. Ma ci sono anche, se non soprattutto, i terminali di un movimento per cui Prodi ha il fascino che per un sessantottino aveva Rumor.
Il fenomeno non è reversibile. Ma può essere indirizzato nella giusta direzione. L’epoca interconnessa è una straordinaria opportunità, che ha già sconvolto non solo la politica. Aziende abituate ai porti tranquilli degli oligopoli si sono trovate a navigare in mari tempestosi. Soloni avvezzi a pontificare senza contraddittorio si sono dovuti calare in un gioco che ha incrinato le loro sicumere (anche se talora non il loro narcisismo). L’importante è non scambiare un fenomeno di avanguardia con l’intera società, le opinioni frammentate e volubili con la complessità degli interessi economici e sociali.
Il problema non è solo l’esclusione di chi la Rete non la usa, o non ha il tempo di usarla. Riguarda anche la formazione del personale politico. Il mondo invecchia, e ai disastri della sinistra non è estraneo il fatto che nella segreteria dove un tempo si confrontavano Amendola, Ingrao, Pajetta, Terracini — uomini temprati dalle carceri fasciste, dall’esilio, dalla guerra di liberazione, dal condizionamento terribile di Stalin — oggi siedono personaggi il cui spessore si deve soprattutto alle amatriciane. Colpiva vedere in Transatlantico, in una folla di parlamentari fissi sul tablet o sullo smart-phone, due deputati quasi sempre soli, senza che gli altri rivolgessero loro la parola, forse intimiditi dall’intensità delle loro storie di formazione. Uno era Antonio Boccuzzi, l’operaio scampato al rogo della Thyssen. L’altro era Mario Tronti, uno studioso che ha scritto più libri di quanti un deputato medio abbia letto, che nel ’68 esercitava il potere sulle anime e che i ribelli di oggi non sanno chi sia.
Ma la tenuta e la sagacia di un uomo politico non si possono ridurre all’arte di indignare e divertire on line. Lo stesso Grillo non è certo un prodotto dei computer, che un tempo distruggeva in scena così come dileggiava Rodotà per la sua pensione. Il capo - con Casaleggio - dei Cinque Stelle deve la sua popolarità alla tv, e la sua presa sulle folle alla lunga pratica dell’Italia maturata nelle discoteche. Fin dai primi Anni Ottanta Grillo non arrivava sul palco all’ultimo momento, come fanno quasi tutti gli artisti. Passava volentieri un po’ di tempo con la gente del posto. Si faceva raccontare curiosità, proverbi dialettali, tic linguistici. Chiedeva: «Come si dice qui “vaffa”? Come fate per mandar qualcuno a quel paese?». Poi impostava il primo quarto d’ora di spettacolo su quel che aveva imparato, davanti a un pubblico estasiato dalla star televisiva che parlava la loro lingua, si metteva al loro livello. Nei decenni successivi Grillo ha affrontato a teatro i temi che ora ha portato in politica, dalla corruzione ai beni comuni, e cominciava lo show facendo l’appello di coloro che avevano ottenuto biglietti omaggio: «Dov’è l’onorevole? Si vergogni! Lei è l’assessore? Almeno si alzi in piedi per ringraziare!». Stava già mettendo a punto i meccanismi del suo successo, di cui i (vergognosi) privilegi castali rappresentano il detonatore ma la cui essenza è la rivolta contro le élite, e il retrotesto è: i vostri guai non dipendono da voi, dai ritardi italiani nel mondo globale, ma da loro; tagliati i loro vitalizi, estirpate le loro tangenti, ci saranno banda larga e decrescita felice per tutti.
È lo stesso Casaleggio a sostenere che la Rete vada orientata, per non dire manipolata. Siti, blog, profili degli agitatori diventano discariche di odio e frustrazione, in cui ogni intervento comincia con un insulto. Questo deturpa un’opportunità meravigliosa, e trasforma Internet in una piazza elettronica dove tutti parlano, molti gridano, qualcuno inveisce, e nessuno ascolta. Non c’è da stupirsi se si cerca di sfuggire al vuoto ancorandosi ad approdi saldi, rivolgendosi a uomini davvero autorevoli perché giunti al vertice dopo un lungo e tormentato percorso. Si spiega anche così l’innamoramento collettivo per papa Francesco, e la credibilità che Giorgio Napolitano si è guadagnato non solo nell’establishment internazionale ma anche tra la gente. Anche la sua rielezione è stata criticata on line. Ma è davvero questa l’attitudine prevalente nell’opinione pubblica? Non c’è anche il sollievo per la fine di una vicenda così distruttiva? Gli italiani desiderano cambiamenti perché sono indignati dagli scandali, offesi dai privilegi, angosciati dal futuro. Paradossalmente, il presidente rieletto avrà più forza di qualsiasi altro candidato per fare le riforme rinviate da troppo tempo. Tra le quali ci potrebbero essere il ritorno ai collegi uninominali e l’elezione diretta del capo dello Stato. Per riportare la «democrazia on line» al suo ruolo naturale di stimolo e di controllo. E restituire la parola a tutti i cittadini che non sanno cosa sia What’s App, ma hanno comunque a cuore il bene comune.
«Corriere della Sera» del 22 aprile 2013

10 luglio 2012

Guerra democratica, un'illusione che dura da vent'anni

Raccolti in volume gli articoli di Massimo Fini dal 1987 a oggi
di Paolo Rastelli
Il polemista contro l'idea dei diritti umani imposti con le armi: dalla Serbia alla Libia
Come sa bene chi abbia letto la sua biografia di Catilina, se c'è una cosa che Massimo Fini ammira è il coraggio. E, sia detto per inciso, c'è un po' da compatirlo, visto che di questi tempi si tratta di merce rara. Ebbene, di coraggio ne ha avuto lui stesso parecchio a dare il via libera alla pubblicazione de La guerra democratica, raccolta di suoi articoli scritti tra il 1987 e il 2012 su varie testate.
Con questo libro in un colpo solo il giornalista attacca due dei capisaldi del politically correct dei nostri anni: il mito della democrazia occidentale in quanto migliore dei sistemi politici possibili per tutti, quindi in qualche modo da esportare costi quel che costi per il bene dei popoli che non la conoscono e non la praticano e quello della protezione dei diritti umani imposta con le armi e quasi sempre coniugata con la «lotta al terrorismo» e le operazioni di «peacekeeping».
Per spiegare lo spirito dell'opera, conviene forse lasciare la parola all'autore che lo fa da par suo, cioè benissimo: «Dopo il collasso del contraltare sovietico le democrazie, Stati Uniti in testa, hanno inanellato, in vent'anni, otto guerre di aggressione. La "guerra democratica" non si dichiara ma si fa, con cattiva coscienza, chiamandola con altri nomi. Col grimaldello dei "diritti umani" si è scardinato il diritto internazionale sul presupposto che l'Occidente, in quanto cultura superiore (moderna declinazione del razzismo), portatore di valori universali, i suoi, ha il dovere morale di intervenire ovunque ritenga siano violati. Il nemico, allora, non è più, schmittianamente, uno "iustus hostis", ma solo e sempre un criminale. Essenzialmente tecnologica, sistemica, digitale, condotta con macchine e robot, la "guerra democratica" evita accuratamente il combattimento, che della guerra è l'essenza, perdendo così, oltre a ogni epica, ogni dignità, ogni legittimità, ogni etica e perfino ogni estetica».
Si può essere d'accordo oppure no con queste tesi, ma sono comunque parole da meditare in questi giorni in cui ciò che sta succedendo in Siria scuote le coscienze del mondo e si parla sempre più spesso di un intervento contro il regime di Bashar Assad. La lezione della Libia (anche se le elezioni di questi giorni fanno ben sperare) è ancora fresca: un intervento dell'Occidente in difesa dei diritti umani si è trasformato rapidamente in un sostegno a favore di una fazione impegnata in una guerra civile (gli insorti). E quello che si è ottenuto, dopo il rovesciamento di Gheddafi, è una società scossa da scontri tribali in cui i diritti umani, come hanno documentato gli articoli degli inviati del «Corriere», non sembrano molto più rispettati, con l'unica differenza che ora i perseguitati sono gli ex seguaci del dittatore ucciso.
Insomma, che si tratti di grandi temi su cui la riflessione è necessaria, è indubbio. Ciò vale soprattutto nel caso dell'Italia, dove un articolo della Costituzione, il numero 11, impedisce le guerre che non siano difensive e quindi aggiunge un ulteriore fattore di grande peso. Di fatto, se Fini ha ragione e quelle dell'Occidente sono guerre di aggressione mascherate, allora molto semplicemente noi italiani non possiamo dirci la verità senza mettere in discussione uno dei cardini del nostro diritto e siamo costretti, ancora più degli altri Paesi occidentali, a raccontarci che andiamo in armi in altri Paesi per il loro bene, anche se non è vero e almeno una parte delle loro popolazioni non ci vuole. Ma non dirsi la verità quando di mezzo ci sono questioni di vita e morte, è rischioso: morire senza sapere bene perché lo rende insopportabile soprattutto nelle democrazie, che con la possibilità di cadere in battaglia (in questo Fini ha ragione) vogliono sempre meno avere a che fare.
Il giudizio di Fini sulle guerre democratiche (Serbia, Kosovo, Kuwait, Afghanistan, Iraq) è sferzante e lui è un grande polemista: i suoi articoli sono quindi sempre godibili. Raccolti in un libro, però, rischiano la ripetitività, grande nemico delle antologie monotematiche.
«Corriere della sera» del 9 luglio 2012

30 giugno 2012

Internet la democrazia necessaria

di Juan Carlos de Martin
Sul rapporto tra Web e democrazia si è scritto e detto molto, a partire da Obama 2008 per arrivare ai successi del Movimento 5 Stelle in Italia e del Partito Pirata in Germania. È stata una discussione spesso poco produttiva. Un anno fa , ad esempio, in molti criticarono la tesi che Twitter e Facebook avessero direttamente causato la Primavera araba.
Peccato, però, che nessuno di serio sostenesse tale tesi. Come è chiaro, infatti, anche al più entusiasta fan dei social network, tali strumenti sono facilitatori di determinati movimenti sociali, non certo cause prime. Per non parlare del fatto che Twitter e Facebook possono anche essere usati a fini di sorveglianza, delazione e propaganda. Insomma, un ruolo complesso, impossibile da ridurre a formule semplicistiche né in un senso (Internet non conta nulla) né nell’altro (Internet provoca rivoluzioni).
Più di recente, parlando di Movimento 5 Stelle e di Partito Pirata, si è diffusa una posizione anch’essa, a mio avviso, di scarsa utilità analitica: “la democrazia non può ridursi a Internet”, spesso accompagnata da allusioni a presunti pericoli della Rete. Di nuovo, tutti d’accordo: ovvio che la democrazia non possa ridursi a Internet. Ma proprio per questo, osservazione poco utile.
Molto più fruttuoso porsi, invece, la domanda: Internet, mezzo di comunicazione con aspetti oggettivamente diversi rispetto alle tecnologie precedenti (telefono, radio, TV), quale ruolo può avere nella democrazia di inizio 21° secolo? Più specificamente, quale ruolo nel plasmare le interazioni tra Stato e cittadini? Quale ruolo nel rendere possibili partiti diversi dagli attuali? Quale ruolo nello strutturare nuove e più efficaci forme di dialogo tra eletti ed elettori? Quale ruolo nel dar forma a una sfera pubblica migliore, non solo a livello locale e italiano, ma anche europeo e globale? Il tutto - e così prevengo un’altra osservazione piuttosto diffusa - tassativamente non in alternativa alle forme pre-esistenti di interazione - di persona e tramite i media tradizionali - ma al fianco di esse, in costante arricchimento reciproco.
Sono queste alcune domande chiave se vogliamo parlare di Internet e democrazia. E sono domande a cui è terribilmente difficile dare risposta perchè, data la potenza di Internet, ci impongono - se si vuole essere seri - un ripensamento radicale di come strutturare, per esempio, un partito politico. Prendiamo proprio il partito come caso di studio: con Internet a disposizione (oltre a sedi fisiche, volantini, eccetera), nel 2012 come faremmo un partito politico se potessimo partire da zero? Domanda che non significa affatto, come a volte qualcuno sembra credere, voler intaccare la dignità dei partiti, ne’ men che meno ignorare la loro storia o la mole di conoscenze disponibili sull’argomento, anzi. Significa porsi onestamente la domanda di come sarebbe ottimale strutturare un partito avendo a disposizione una tecnologia che consente, con bassi costi e grande intuitività, di mettere in contatto - in tutti i modi: uno-a-uno, unoa-molti, molti-a-molti - militanti e dirigenti, eletti ed elettori, simpatizzanti e iscritti, partito e altri partiti, partito e istituzioni, eccetera. Per scambiare informazioni, per discutere, per educare, per decidere, per raccogliere fondi. Significa chiedersi seriamente cosa conservare e cosa buttare della forma partito attuale; cosa tenere identico e cosa mutare poco o tanto. Perchè è chiaro a chiunque conosca la Rete che il potenziale di miglioramento rispetto alla situazione attuale è molto grande.
Fatta questa analisi, sulla forma partito come sugli altri aspetti Internet e democrazia, il resto (software incluso) segue. Ma è un’analisi ardua, sia per le difficoltà concettuali che pone, sia per le ovvie resistenze dell’esistente, che non ama mai farsi mettere in discussione, soprattutto se il cambiamento rischia di toccare la mappa del potere. Una sfida impegnativa. Tuttavia i primi che l’affronteranno con serietà si ritroveranno in mano i mattoni con cui verrà costruita la democrazia dei prossimi decenni. Superiamo dunque le reazioni istintive, che ci lasciano in superficie, e concentriamo le energie a progettare il futuro. E’ un compito particolarmente rilevante per le forze politiche che sinceramente credono nella democrazia: se non si guadagneranno la guida del cambiamento, infatti, saranno - per legge inesorabile della politica - altri a farlo. Col rischio che questi altri usino la Rete più per cementare il proprio potere che per favorire lo sviluppo di una democrazia più compiuta di quella attuale. E’ un rischio che non possiamo permetterci di correre. Per cortesia, dunque, mettersi intorno alla lavagna coi computer sulle ginocchia: c’è molto da pensare, c’è molto da fare.
«La stampa» del 25 giugno 2012

15 novembre 2011

Povera democrazia, svuotata dai tecnocrati

Chissà cosa direbbe Pericle nel vedere la sua amata e tanto deturpata democrazia violentata da quattro professori
di Marcello Veneziani
Ma che succede alla democrazia? È ancora una priorità assoluta, un bene primario da tutelare, oppure sta lentamente ma inesorabilmente declinando? Lo dico guardando a quel che accade in Italia, col Parlamento che si arrende alla Borsa e abdica alla sovranità politica in favore di quella tecnico-economica, invocando un premier che il popolo sovrano non ha mai votato. Ma il processo è più grande e più profondo, e non riguarda solo la traballante democrazia italiana e le sue anomalie. Percorre le democrazie occidentali, mai come oggi dipendenti dai mercati e delle banche centrali.
Un tempo si sosteneva che Democrazia e Mercato fossero un binomio inscindibile. Non c’è libero mercato senza democrazia liberale, e viceversa, non c’è democrazia liberale senza libero mercato. Questa era la tesi liberale prevalente. Ma l’identificazione non è così pacifica e così automatica: abbiamo visto regimi autoritari, la Cina dopo Mao, ancora comunista ma semi-liberista, ma anche il Cile di Pinochet, un regime autoritario con una linea economica liberista ispirata da Milton Friedman, e poi i regimi sauditi e alcuni latino-americani, dove il Mercato è garantito da regimi illibertari. Mao-thatcherismo, mercatismo islamico, liberismo paramilitare...
Nei Paesi occidentali crescono gli oligopoli, i poteri delle multinazionali, il dominio del mercato finanziario sul mercato dei beni reali. E gli assetti transnazionali, a cominciare dall’Europa, tendono inesorabilmente, sotto il tambureggiare delle crisi economiche e delle emergenze finanziarie, a ridurre le sovranità popolari e nazionali, a commissariare i Paesi che non si adeguano alle direttive, lasciando in definitiva ai tecnici, agli eurocrati e alle banche centrali il ruolo di guida. E intanto continua a restringersi nelle democrazie occidentali la partecipazione dei cittadini alle scelte, al voto e alle idee politiche; cresce da anni l’astensione, la disaffezione.
Che succede, sta tramontando la democrazia? Le emergenze che si affacciano nel futuro, legate all’ambiente, all’energia, alla Borsa, alla salute, alla sicurezza, ai flussi migratori, esigono decisioni rapide, talvolta autoritarie e spesso impopolari. O diventano sontuosi alibi per giustificare il restringersi della libertà nel nome della sicurezza. La democrazia rischia così di essere commissariata tramite golpe bianchi e dorati, magari provvisori, ma le emergenze sono così molteplici e consecutive da rischiare di cronicizzarsi e di esigere governi che usino la democrazia come un rivestimento.
Non si tratta di evocare congiure di poteri oscuri e dietrologie pittoresche. E non si tratta nemmeno di assestarsi a difendere ad ogni costo la sovranità popolare; la democrazia non è un valore assoluto, un principio teologico. È semplicemente la forma che ci pare la meno dannosa di tutte, perché consente di rimediare agli errori, di avvicendare chi è al potere e di rendere il più possibile trasparenti le decisioni e gli assetti di potere. Non esistono governi dei popoli, tutti i governi sono governi dei pochi; la vera differenza è che ci sono governi dei pochi nell'interesse dei molti e governi dei pochi negli interessi di pochi. Ci sono poi decisioni rapide e impopolari che non possono passare dal dalle mediazioni e dal Parlamento: ad esempio dimezzare il numero dei parlamentari per migliorare il tessuto stesso della democrazia (oltre che i costi della politica) è un’esigenza vera ma non potrà mai essere varata dal Parlamento medesimo. E allora cosa resta da fare? Resta da porre l’accento sull’autonomia sovrana dell’esecutivo, garantire governi meno ricattabili e meno dipendenti dai parlamenti, garantiti per la legislatura, con un mandato forte e ampio, revocabile solo in caso di grave pericolo. Governi che rispondono del loro operato in ogni sede, ma solo alla fine del mandato politico ricevuto. Non conosciamo altra soluzione per garantire stabilità, efficienza e decisione, senza cadere in soluzioni antidemocratiche.
La tendenza verso cui stiamo andando, e qui torno al caso italiano, è esattamente opposta: i parlamenti possono impallinare i governi ma poi non offrono governi alternativi e dunque consegnano la sovranità a poteri che non sono legittimati democraticamente e non rispondono ai cittadini medesimi. E poi, in Italia, senza avere un presidenzialismo eletto dal popolo, abbiamo un presidenzialismo implicito, sotto traccia, con un Capo dello Stato elevato a regista dei ribaltoni politico-istituzionali. Fino a sospendere la democrazia e svuotare la sovranità popolare.
A questo punto la democrazia va blindata con una corazza a due strati, decisionista e comunitaria: ovvero un presidenzialismo esplicito, decisionista, autorevole, con ampi poteri per tutto il mandato ricevuto; e sul piano della coesione sociale una democrazia comunitaria che tutela e promuove i valori e gli interessi comuni.
Sul piano dei principi le fonti del potere sono tre: la maggioranza, l’esperienza e la competenza. Ovvero il verdetto del voto popolare (democrazia), l’esperienza della storia, il patrimonio acquisito e le usanze di una civiltà (tradizione) e il ruolo dei decisori (élite e capi responsabili). Una buona politica regge sull’equilibrio tra queste tre fonti di potere; le singole decisioni sono assunte nel nome di almeno una delle tre fonti, a patto che non siano contraddette dalle altre due. Questa è la teoria; la buona pratica è ciò che meno si allontana da quei principi. La guida dell’Europa presente, e dell’Italia in particolare, è lontana dalla sua triplice legittimazione. Solo oligarchie e poteri autoreferenziali. Ma i poteri non democratici crescono non solo per la loro forza espansiva ma anche per la debolezza della politica. Quando la politica non ha la forza della decisione e il carisma della comunità, quando non interpreta bisogni reali e passioni civili e ideali, allora cede il passo ai Tecnici. Rigenerare la politica è l’impresa difficile dei prossimi anni.
«Il Giornale» del 14 novembre 2011

06 novembre 2011

Benedetto XVI: il principio della maggioranza non basta

Viaggio apostolico del Santo Padre in Germania
di Benedetto XVI
Discorso al Parlamento Federale, nel Reichstag di Berlino il 22 settembre 2011
Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: "Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3, 9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. "Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?" ha sentenziato una volta sant’Agostino (De civitate Dei IV, 4, 1). Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: "Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…" (Contra Celsum GCS Orig. 428 (Koetschau); cfr A. Fürst, Monotheismus und Monarchie. Zum Zusammenhang von Heil und Herrschaft in der Antike. In: Theol. Phil. 81 (2006) 321 – 338; citazione p. 336; cfr anche J. Ratzinger, Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter (Salzburg – München 1971), p. 60).
In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.
Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano (Cfr W. Waldstein, Ins Herz geschrieben. Das Naturrecht als Fundament einer menschlichen Gesellschaft - Augsburg 2010, pp. 11 ss.; 31 – 61). In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto "gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo".
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: "Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…" (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – "un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti", allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico (Waldstein, op. cit. 15 – 21). Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle "risorse" di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.
Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva detto prima che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte – dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. "Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana", egli nota a proposito (citato secondo Waldstein, op. cit., p. 19). Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?
A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.
Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Vi ringrazio per la vostra attenzione.
Postato il 6 novembre 2011