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11 settembre 2017

Se nella sfida sui «diritti» alla fine vince l’egoismo

Come mostra Vittorio Possenti, la cultura occidentale non riconosce che la stagione dei diritti umani è alla fine, distrutta dai suoi stessi beneficiari
di Carlo Cardia
Il dibattito sul relativismo, che ha finito con il coinvolgere i diritti umani, muove sempre dai grandi principi, ma le ricadute negative sulla persona si sono di recente moltiplicate in modo impressionante. Per due momenti essenziali del cammino percorso si possono citare la posizione di Norberto Bobbio sulla storicità dei diritti, in opposizione alla loro naturalità, e l’approdo del filosofo americano Charles E. Larmore, che decreta la radicale scissione tra etica e diritto. Sono posizioni diverse, non sovrapponibili, perché per Bobbio i diritti nascono nella storia, e «il problema di fondo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli», tuttavia per lui l’ispirazione etica del diritto rimane forte. Con Larmore siamo alla pienezza del relativismo, visto che con serenità cancella ogni base morale delle leggi dal concetto aristotelico di vita buona. Infatti, non c’è gerarchia tra tipi di vita che possono scegliersi: «Lo Stato dovrebbe rimanere neutrale, e non dovrebbe promuovere alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità». Quasi avvertendo l’assurdità proposta, Larmore ammette che esistano scelte più agevoli, «quantomeno, chi desidera fare una vita da ladro, non avrà vita facile». Ma la conclusione produce angoscia: «Se i liberali devono rispettare lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica», cioè elaborare «principi politici che siano essi stessi neutrali » senza dover tutelare alcun bene. Una legge ridotta a procedura, una vita da condurre come piace a ciascuno. Tra questi poli si compie il cammino che allontana l’uomo da una visione forte dei diritti, provoca la loro dissoluzione attraverso diverse tappe, alcune proposte con levità da intellettuali di varia estrazione.
Conviene richiamarne una che, con la fine della vita buona, prefigura la distruzione della famiglia e il trionfo di un edonismo prossimo al libertinismo d’altre epoche. È quella di Jacques Attali, per il quale la famiglia monogamica «è solo un’utile convenzione sociale». Secondo l’economista francese, andiamo «verso una concezione radicalmente nuova di relazione sentimentale e amorosa. Nulla ci impedisce di innamorarci di più di una persona contemporaneamente. Il fatto di avere più partner e vite multiformi renderà palese l’ipocrisia della società. Ciò non avverrà senza conflitti. Tutte le Chiese cercheranno di impedire una cosa del genere, soprattutto alle donne. Per un po’ resisteranno, ma alla fine trionferà la libertà individuale». Il pensiero di Attali è come il trait-d’union tra l’esaltazione teorica della libertà di fare ciò che si vuole e la sua traduzione pratica, che porterà al deserto dei valori etici e dei diritti umani. Colpisce il fatto, nella sua riflessione, che i figli scompaiano, come scompare la figura femminile, senza che si parli dei loro diritti, dei doveri nei loro confronti, della dimensione affettiva della persona. Venuto meno il carattere teleologico dell’agire umano, la deriva relativistica prosegue e ferisce l’intima natura relazionale dei rapporti tra persone.
Questo cammino teorico e pratico è oggetto del recente libro di Vittorio Possenti (Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino 2017) di cui Avvenire ha già fornito ampia anticipazione, e che ha, tra i suoi pregi, quello di introdurci dentro l’opera di dissolvimento della stagione dei diritti, iniziata per dare all’umanità un nuovo Decalogo, e che tende invece verso i predominio dei più forti, con l’asservimento dei più deboli. Possenti ripercorre l’itinerario che ha portato filosofia e diritto ad abbandonare i valori fondanti e approdare alla mutazione dei diritti in realtà contingenti, frutto di leggi posi- tive mutevoli, espressione della volontà individuale, chiusi in una gerarchia presieduta dall’io sovrano, l’arbitrio del singolo. Dentro ci sono tante cose che conosciamo ormai per esperienza diretta: i diritti si moltiplicano, i fondamentali non si distinguono più dai secondari, i doveri si dissolvono e si spezza il rapporto con l’umanesimo occidentale, da Aristotele a san Tommaso, da Montesquieu a Maritain, al diritto si sostituisce il desiderio, poi la «pretesa», fino a sfociare nella guerra tra diritti a tutto danno dei soggetti che ancora non sanno e non possono difendersi. Tre movimenti meritano un’attenzione speciale. L’abbandono del concetto di natura umana, confusa con la fisicità, porta alla «rinuncia aprioristica degli impegni ontologici», soprattutto del valore assoluto della persona che, secondo il pensiero di Jeanne Hersch, sente di avere diritto a qualcosa proprio e solo in quanto è persona, mentre per Giuseppe Capograssi «parlare di diritti dell’uomo significa che esistono diritti che appartengono all’essenza dell’uomo e che sono a lui connaturali, e quindi inalienabili».
Un altro passaggio sta nell’azzeramento del concetto di «dignità umana », che pure è a base delle prime Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. All’universalità della dignità umana si sostituisce un nuovo paradigma: l’autodeterminazione assoluta dell’uomo che segna, con le parole di Felice Balbo, «l’ora di Barabba» nella storia, «intimamente connessa con la superba deificazione dell’immanenza».
Oggi, l’immanenza deificata ha un altro nome, si chiama «la divina autonomia dell’uomo», tutti i diritti si riducono ad uno solo, «quello dell’autodeterminazione », che non conosce confini, perché la trascendenza è stracciata dai secolarismi, né esistono più doveri verso gli altri, anzi non esistono più gli altri: ognuno vuole realizzarsi appieno, come un «uomo aumentato» che innesta nel paniere dei diritti ogni desiderio, ambizione, pretesa. L’ultimo passaggio segna il movimento dalla teoria alla pratica, investe una serie amplissima di eventi e situazioni, nonché il complesso delle relazioni sociali. Si adattano con disinvoltura svolte storiche decisive all’odierno nichilismo, e si sostiene che il politeismo etico avrebbe oggi lo stesso fondamento del politeismo religioso introdotto dalla Riforma. Di qui, la conseguenza che ne trae Uberto Scarpelli, per il quale «nell’etica non c’è verità», anzi «l’etica è nei suoi principi arbitraria». Si converrà allora con H. Tristram Engelhardt, per il quale «non resta che derivare l’autorità (morale) dagli individui». Le conseguenze sono inevitabili.
Aveva ragione ad es. Danilo Zolo, secondo cui «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico (…) che manca di conferma sul piano teorico», e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcune intrusività missionaria». Ridotti a merce dell’Occidente, i diritti umani subiscono un’ulteriore relativizzazione interna ai nostri territori, che falcidia i valori più alti costruiti dall’umanesimo, il rispetto degli altri, la solidarietà, la difesa dei più deboli, a cominciare da chi nasce e non può difendersi dal dominio degli adulti e delle loro pretese. Si legittima così l’eterologa, senza mai chiedersi se per il donatore non viga più alcun principio di responsabilità, se il figlio non abbia il diritto di conoscere il genitore naturale, che invece rimane nascosto per il resto dei giorni. Si ammette la filiazione per due persone che abbiano lo stesso sesso, senza chiedersi se il figlio non abbia il diritto naturale di avere un padre e la madre per ragioni morali, fisiche, psicologiche, sociali, conosciute da tutti. Si accetta perfino il ricorso alla maternità surrogata per dare dei figli a chi non può averne, anche se dello stesso sesso, perché se nell’etica non c’è verità si può cancellare il cammino moderno di emancipazione della donna: si può sfruttare il suo corpo, farne commercio secondo convenienza, e strumento per soddisfare desideri altrui, nasconderla al figlio che partorisce e nascondere lei al figlio nato. La guerra dei diritti assume forme impensabili, proprie del multiculturalismo senza cuore, come quando un intellettuale dichiarò che per la difesa dei diritti delle donne (musulmane o d’altra religione) sui nostri territori noi non possiamo intervenire, dobbiamo lasciare che siano esse a organizzarsi per rivendicare le proprie esigenze. S’è provocata così la risposta, tagliente e insuperabile, di Luigi Ferrajoli per il quale «sarebbe un segno di eurocentrismo» negare i diritti umani «a quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico»; ad esempio, «le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese”».
La riflessione di Possenti s’inserisce, così, in un dibattito che sta investendo la cultura occidentale ed europea, ancora restia a riconoscere che la stagione dei diritti umani può volgere al termine, distrutta dai loro stessi beneficiari, nonostante sia inscritta nelle più belle Carte Internazionali prodotte dall’epoca delle prime rivoluzioni democratiche della modernità.
«Avvenire» del 18 luglio 2017

27 marzo 2016

Più che mai misericordia

Le apocalissi di oggi e l’urgente risposta
di Francesco D’Agostino
Sono tre i macro-fenomeni che stanno lacerando la modernità (o per essere più precisi, la post-modernità): la violenza terroristica, l’immigrazione incontrollabile, la destrutturazione del matrimonio e della famiglia. Sembrano tre fenomeni molto diversi tra loro e vengono infatti giudicati molto diversamente, almeno da parte dell’ opinione pubblica occidentale: all’unanime deprecazione del terrorismo (deprecazione cui si unisce, per fortuna, anche gran parte dell’opinione pubblica musulmana) si accompagna l’estrema difficoltà di trovare uno stesso registro per qualificare i flussi immigratori (quale prevale? Quello demografico, quello antropologico, quello solidaristico, quello economico, quello xenofobo…?) e la vistosa spaccatura valutativa per quel che concerne la questione della ridefinizione del matrimonio e della famiglia (ridefinizione ritenuta doverosa da alcuni, nel segno di un allargamento dell’orizzonte dei diritti, e rovinosa da altri, nel segno di una mutazione antropologica dalle conseguenze rischiosissime e imprevedibili).
Sono davvero così diversi tra di loro questi tre fenomeni? Certamente sono diversi, ma rinviano tutti e tre, ciascuno ovviamente a suo modo, a una sorta di apocalisse, nel senso etimologico del termine, da intendere quindi non come catastrofe, ma come rivelazione, inaspettata e conturbante, della sostanza nascosta dell'anima moderna, della sua lacerazione tra secolarismo estremo ed estremo fondamentalismo, tra le ragioni dell’economia e quelle della fame e della paura, tra la perdita della speranza nell’uomo e il tentativo (illusorio e grottesco) di "ricostruirlo". Dal terrorismo, dai flussi migratori, dalla fine di un mondo la destrutturazione della famiglia emerge con sempre maggiore evidenza: quel mondo in cui si è cercato di controllare e dare limiti alla crudeltà e alla guerra, quel mondo in cui l’ospitalità era intesa come un dovere di misericordia, quel mondo in cui matrimonio e famiglia erano pensati in un orizzonte non individualistico, ma relazionale, aperto non al presente, ma al futuro.
Di qui l’angoscia che ci pervade e che in particolare sfida i cristiani, uomini e donne di speranza, che percepiscono di fronte a questo duro presente l’apparente inadeguatezza della loro visione, per così dire "tradizionale", del mondo. La fine di un mondo però non va confusa con la fine del mondo. La società a base cristiana (e la nostra di oggi lo è solo in parte) si è già confrontato, nella sua storia, con crisi analoghe e forse anche più dure della crisi del nostro tempo: quando, per esempio, la tarda antichità è implosa, quando l’unità della Chiesa è andata in frantumi, prima con lo scisma d’Oriente, poi con l’avvento della Riforma, o quando, agli inizi dell’epoca moderna, ha dovuto prendere atto, anche con sbigottimento, dell’esistenza di altri continenti e di altri popoli e culture.
La gestione e a volte la soluzione di queste crisi non sono state affidate, in passato, a lucidi progetti pianificati 'a tavolino': ma quando si è cercato di procedere in questo modo si sono solo ottenuti disastri. La Chiesa, quando si è lasciata guidare dalle sue forze migliori, si è sempre invece affidata allo Spirito, che sa dove 'soffiare' e che soprattutto soffia dove vuole.
Di qui una serie di insegnamenti profondi: non esistono 'tecniche' per fronteggiare crisi epocali come quelle di cui siamo testimoni, non ha senso gestirle attivando conflitti circoscritti, ancorché di grande rilievo, né possiamo pensare di poter ridurre l’impegno degli uomini di buona volontà a pur nobili (e necessarie!) prassi educative, comunicative, solidaristiche. Allo smarrimento dell’anima moderna non si possono dare risposte 'funzionali'. Prima di interrogarci su 'come' dobbiamo agire, dobbiamo tornare a porci la domanda su 'cosa' significhi propriamente per l’uomo 'agire'. La misericordia, sulla quale papa Francesco ci impegna tutti a meditare, in questo Anno Santo, non è la chiave per ottenere la soluzione dei problemi che ci affliggono, ma è l’unico orizzonte di senso a nostra disposizione per capirli. È a nostra disposizione perché Dio ce lo ha rivelato, affidandone l’uso alla nostra responsabilità. Siamo in grado, qui e ora, di rispondere davvero alle provocazioni della misericordia?
«Avvenire» del 24 marzo 2016

04 febbraio 2016

Statue coperte per Rohani, i parvenu del «pudicamente corretto»

di Andrea Carandini
È bello il volto di Rohani, compreso tra la barba e il turbante. Brutte sono invece le statue inscatolate sul Campidoglio per non mostrare peni, pubi, natiche, bacini e seni, parti con cui l'umanità ha da sempre giocherellato anche riproducendosi. È da rispettare un politico che non voglia vedere nudità, ma basta che non entri in un nostro museo, ché nella vita urbana la gente gira vestita anche nel secolare Occidente. C'è tanto da vedere in Italia senza nudità esposte, a partire dalle architetture, tutte sempre svestite ma per fortuna astratte così da non indurre in tentazione.
Questo fare da beghine mi rende contento di appartenere a una società aperta, democratica e liberale, alla civiltà europea che con l'antesignano Vico e soprattutto con Herder ha scoperto lo storicismo, ma soltanto nel XVIII secolo. Infatti tra Voltaire che dà del barbaro a Shakespeare e Herder che capisce i valori più diversi nel mondo vi è un salto di cultura che distingue la mia sensibilità da una sensibilità classicistica ormai remota.
In cosa sta il modo nostro di sentire attuale? Nel fatto che è possibile apprezzare le diverse civiltà umane, sprofondate nel tempo e sparse per il globo, anche quando non se ne condividono i costumi. Leggo godendo l'Iliade, ma non percepisco più come Achille. Studio da una vita i Romani ma la schiavitù è orribile. La tetralogia di Wagner mi emoziona ma l'unisono con Sigfrido dove è?
Le diverse fioriture umane e gli usi strani a esse congiunte sono dovute sempre a nostri simili, metà angeli e meta diavoli - esiste forse il male assoluto? -, e noi possiamo godere e soffrire di queste differenze, patendo ogni volta che qualcuno, autoproclamatosi angelo, ha accusato altri d'essere diavoli. Ciò è avvenuto, su enorme scala, alla fine del IV secolo d.C., quando imperatori cristiani hanno abolito un paganesimo che abbiamo dovuto riscoprire nel Rinascimento.
La tolleranza va bene, ma forse è poco! Preferisco vedere cosa vi è di buono e cosa di cattivo in ogni primavera umana, senza che ciò implichi la rinuncia a quello che sono nel mio contesto e che avverto come casa mia. Capisco dignità e indignità, condividendo le prime e allontanandomi dalle seconde, ma sono pronto a difendere, anche con la forza, la civiltà a cui appartengo, ove qualcuno si proponesse di distruggerla. Da questo punto di vista, anche piccoli atti simbolici andrebbero rintuzzati.
Chi viene in Italia dovrebbe comportarsi come noi quando siamo invitati a cena. La casa dell'amico o dello straniero ci può piacere o meno, possiamo gradire o non gradire che si preghi prima di mangiare, che si dica “buon appetito”, ma non ci sediamo per terra se ci sono seggiole e non trinciamo quadri se l'arte non ci piace.
Infatti, a parte pochi valori e principi primi che rientrano nel terreno comune dell'umanità e che uniscono gli uomini in grande parte dei luoghi e dei tempi, gli usi e i costumi variano in un inesauribile caleidoscopio e noi di ciò possiamo godere e soffrire, sempre sapendo che la plurimità prevale nell' umano rispetto all'unità e noi abbiamo il diritto che i mores di casa nostra siano rispettati da coloro che vengono a visitarci.
A questa consapevolezza di ciò che è uno e di ciò che è plurimo nell'uomo l'umanità non pervenuta allo storicismo può iniziarsi grazie alle civiltà tolleranti esistite nel passato e anche grazie dall'Europa di oggi. Ma se noi, al contrario, scimmiottiamo intolleranze e censure altrui, in una insopportabile presunta correttezza politica, rinunciamo a noi stessi e a uno dei ruoli benefici che potremmo svolgere nel mondo con modestia, nonostante i tanti errori di tracotanza commessi.
Si può vivere bene anche senza conoscere il Discobolo di Mirone, ma conoscendolo si vive in modo più pieno, a contatto con i Greci antichi, il che non obbliga nessuno oggi a denudarsi e a lanciare il disco in uno stadio. Atene e Roma non sono modelli ma neppure civiltà da cancellare: fanno parte del repertorio umano globale di cui l'intero globlo è ormai erede. I Cinesi non si appassionano ancora oggi al diritto romano? E quegli omini minuscoli in vastissima natura dei paesaggi della tradizione pittorica cinese non sono di ammonimento a noi e a loro che che abbiamo finito per asservirla e rovinarla?
I politici e i funzionari che hanno ordinato la copertura delle statue nude in Campidoglio si sono vergognati da parvenus della nostra tradizione culturale, sperando magari nell'oro persiano, ma così facendo hanno ampliato la confusione, che già nel mondo abbonda.
Viene da sorridere pensando che Berlusconi ha aggiunto il pene mancante a un Marte nudo e che Renzi abbia nascosto bellezze spogliate sul Campidoglio: impudicizie e pudicizie improprie del made in Italy.
«Il Sole 24 Ore» del 28 gennaio 2016

29 novembre 2015

Scuola di Rozzano, Renzi: «Non si dialoga rinunciando al Natale»

Il premier: quel preside provoca o sbaglia. Il dirigente: sono pronto a lasciare l’incarico
di Marco Galluzzo
Alla fine, dopo che il preside è stato sommerso dalle polemiche, dopo che è stato criticato persino dai genitori dei suoi alunni, musulmani e cattolici, dopo che si è detto pronto a lasciare l’incarico — come conferma Delia Campanelli, direttore scolastico regionale lombardo —, alla fine ha sentito la necessità di intervenire anche il premier: «Il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazione e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso».
Insomma, la decisione di un preside di provincia rilancia il dibattito sulla nostra identità, sul modo di convivere con chi professa altre fedi, sul significato di integrazione. Dice Matteo Renzi al Corriere, senza mezze misure: «Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano».
Lui, il preside, Marco Parma, 63 anni, dell’istituto Garofani a Rozzano, in provincia di Milano, si difende professando buone intenzioni. Ha deciso di cancellare le feste e i canti di Natale per non compromettere la sensibilità degli alunni di altre fedi.
L’Istituto comprensivo è frequentato da un migliaio di studenti, il 20% è di origine straniera. Dopo gli attentati di Parigi ha pensato che fosse meglio rinviare il concerto di Natale dei bimbi delle elementari al 21 gennaio, trasformandolo in concerto di inverno.
Laila Magar, 45 anni, egiziana di fede musulmana, abita a Rozzano da 7 anni, con il marito e i 4 figli. I due più piccoli, i gemelli Fatma e Yassin, hanno frequentato l’Istituto Garofani: «Ma a chi dà fastidio la festa di Natale? Forse al preside, di certo non alla comunità musulmana. I miei figli hanno sempre partecipato alle feste di Natale a scuola, hanno cantato “Tu scendi dalle stelle” e gli altri canti tradizionali cattolici. Perché si vuole creare un problema che non esiste?». Suo marito, Mahmoud El Kheir, 67 anni: «Chi siamo noi musulmani per dire che cosa si può fare nella scuola italiana? Noi siamo ospiti in questo Paese. Mi auguro che l’opinione pubblica capisca che la decisione non arriva da una richiesta dei genitori musulmani».
Il preside si difende così: «Credo sia un passo avanti verso l’integrazione rispettare la sensibilità di chi ha altre culture o religioni. Questa è una scuola multietnica». Critiche sono arrivate dal Pd, da Matteo Salvini («dovrebbe semplicemente essere licenziato»), e da quasi tutti gli altri partiti.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

La tentazione degli intellettuali: l’Occidente sempre colpevole

Contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente una voce in difesa della giustizia offesa
di Ernesto Galli della Loggia
Anche di fronte al terrorismo islamista una parte dell’intellettualità italiana sembra non poter fare a meno di giudicare la civiltà occidentale sempre come la più colpevole; o perlomeno malvagia e iniqua al pari di ogni altra. Rosetta Loy, per esempio, si domanda sul Fatto di venerdì scorso con quale faccia possiamo mai sentirci autorizzati, proprio noi, abitanti di questa parte del mondo e autori di alcune tra le peggiori nefandezze della storia, a lanciare parole di accusa contro gli autori della strage di Parigi.
Se lo chiede ricordando a mo’ di esempio il terrificante sistema di sfruttamento e sterminio messo in piedi alla fine dell’800 in Congo da quel vero criminale che fu Leopoldo II del Belgio. E naturalmente lo fa in polemica con il profluvio d’inni alla triade Liberté, Egalité, Fraternité ascoltati in questi giorni.
Non tiene conto però, Rosetta Loy, di un particolare decisivo. E cioè che contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente, perlopiù ispirata dai principi cristiani, una voce in difesa della giustizia offesa. Da quella di Las Casas e poi dei Gesuiti delle «Reducciones», denunciatori degli orrori della Conquista ispanica delle Americhe, a quella - che pure lei stessa ricorda - di Mark Twain, Conan Doyle, Joseph Conrad; voce che a proposito del Congo ebbe un’eco vastissima. Talmente vasta che il governo britannico incaricò un suo diplomatico, Roger Casement, di un’indagine in loco che, resa pubblica nel 1904, illustrò apertamente «la riduzione in schiavitù, le mutilazioni e le torture subite dagli indigeni nelle piantagioni della gomma».
Voci di denuncia che tra l’altro sono state spesso proprio di intellettuali, come sono specialmente degli intellettuali ebrei quelle che oggi denunciano in Israele le ingiustizie subite dagli arabi. Accade, è accaduto qualcosa di simile altrove? A me non pare. A Rosetta Loy non so.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

14 settembre 2015

Quei precipitosi de profundis

I guai della bioetica e chi vorrebbe liquidarla
di Francesco D’Agostino
Dando notizia ai lettori di un duro articolo di Steven Pinker contro la bioetica, Chiara Lalli (nell’inserto culturale del "Corriere della Sera" del 6 settembre scorso) coglie l’occasione per attaccare la bioetica (che si sarebbe nel tempo trasformata in un «cane da guardia», il cui unico ruolo sembrerebbe essere quello di «vietare e condannare moralmente»), per vituperare i bioeticisti in generale (qualificati alla stregua degli appartenenti a una casta, anzi a un «sacerdozio laico, privo di una teoria coerente e razionale»), per stigmatizzare il Comitato nazionale per la bioetica («la caricatura di un parlamento, gravato da irrazionalità, paternalismo, giudizi intuitivi e moralistici») e infine per biasimare tutti coloro «che usano ogni possibile scusa per bloccare la ricerca».
Basta così? No, non basta: al fondo di tutte queste critiche ce ne è una radicale e gravissima, quella di dogmatismo, di utilizzazione di «concetti insensati», di carenza di argomentazioni. Alle questioni cruciali della bioetica (e Lalli cita espressamente la procreazione assistita, le direttive anticipate di trattamento, la sperimentazione embrionale) i bioeticisti direbbero di no «anche prima di analizzarle».
Come de profundis per la bioetica, proprio non c’è male. Le cose, naturalmente, sono molto più complicate di come le mettono il buon Steven Pinker e la buona Chiara Lalli. Che la bioetica sia malata (ma per ragioni diverse da quelle appena dette) lo sappiamo bene per contro nostro e non abbiamo bisogno che ce lo venga a dire uno psicologo, per quanto illustre, come Pinker. Il quale, oltre tutto, quando passa a fornire indicazioni terapeutiche per risanare la bioetica dai suoi mali, se la cava maluccio, limitandosi a esortare i bioeticisti a non cedere ai pregiudizi di parte, a non schierarsi (se non dalla parte dei ragionamenti corretti!), a non dire a quale sia la loro "squadra" di appartenenza, ma solo ad «argomentare».
Vorremmo rassicurare Pinker e Lalli: almeno in Italia, la bioetica è sempre stata molto ben argomentata, a volte perfino in modo fin troppo pedante; gli studiosi che hanno manifestato riserve verso la procreazione assistita, il testamento biologico o la sperimentazione sugli embrioni non hanno mai (lo dico e lo ripeto: mai e poi mai) usato argomenti confessionali, dogmatici, aprioristici. Possono aver usato argomenti non condivisibili e non convincenti: ma l’accusa nei loro confronti di dogmatismo ottuso non solo è ingenerosa, ma (cosa ben più grave) è indizio di una pregiudiziale, mancata lettura delle loro opere. La questione di fondo, però non è questa, ma un’altra e ancora più grave. Non solo le prese di posizioni di uno scienziato come Pinker e di una bioeticista come Chiara Lalli fanno venire alla mente una loro grave carenza di documentazione, ma inducono a pensare che questa carenza di documentazione non sia accidentale, ma intenzionale.
È quanto emerge quando Lalli, rifacendosi al pensiero di una filosofa, Bonnie Steinbock, accusa molti bioeticisti di usare l’espressione «dignità umana» come «una mazza per criticare qualsiasi innovazione tecnologica che non gradiscono». Perché questa espressione sarebbe una «mazza»? Perché, insiste Lalli, «dignità non vuol dire nulla, perché ognuno riempie quella parola di significati diversi».
Questo, forse, è davvero il punto cruciale del discorso. È ovvio che ogni termine possa essere usato in modo rozzo e deformante, da chi non riesce a coglierne il significato autentico; ma è altrettanto ovvio che basta leggere alcune pagine decisive di Kant per capire quanto sia grottesco buttare a mare il concetto di "dignità" per il cattivo uso che qualcuno possa farne: sarebbe come irridere un capolavoro della pittura universale (lascio a Lalli la scelta) per il solo fatto che in un mercatino domenicale vengono messe in vendita tele imbrattate da sedicenti pittori.
I bioeticisti (almeno quelli "buoni") non sono individui altezzosi, che stanno al mondo per mettere i bastoni tra le ruote alla ricerca scientifica, usando giudizi «moralistici, intuitivi e contraddittori»; sono persone invece che prendono sul serio la necessità di valutare eticamente non la ricerca (che ovviamente è sempre buona in sé e per sé), ma le metodologie che gli scienziati possono utilizzare. E lo fanno (o almeno questo è quello che fanno i bioeticisti "buoni") elaborando e rendendo pubbliche ragioni che essi ritengono (fino a prova contraria) "forti" e "valide", come è dimostrato dal fatto che sono molti gli scienziati che le condividono e che calibrano le loro ricerche su queste stesse ragioni. Se Pinker e Lalli, invece di strepitare, entrassero in un serrato dibattito bioetico con chi, a loro avviso, vorrebbe limitare la ricerca scientifica, mentre invece cercano solo di orientarla eticamente, come è loro dovere fare, cadrebbero tante polemiche pretestuose, con grande vantaggio di tutti.
«Avvenire» del 14 settembre 2015

12 ottobre 2014

Zamagni: Alle radici del pensiero unico

Intervista
di Edoardo Castagna
Da formula di cortesia – o d’amore, o di piaggeria – quel «ogni tuo desiderio è un ordine» è diventato principio giuridico. Non c’è gruppo di attivisti che non reclami il riconoscimento per legge dei propri desiderata, elevati a “diritti”. E guai a contestare queste pretese, magari nel nome di valori che guardano appena un po’ più in là dei gusti personali: scatta immediatamente il “politicamente corretto”, che censura chiunque osi porre un argine tra desiderio e diritto. Una reazione da “totalitarismo culturale”, da “pensiero unico”: «Un’espressione – illustra l’economista Stefano Zamagni – relativamente recente e collegata al concetto sviluppato dal politologo inglese Irving Janis fin dal titolo del suo saggio del 1972 Victims of groupthink (“Vittime del pensiero di gruppo”). Nel pensiero di gruppo, gli individui che lo compongono credono, senza alcuna costrizione, alla verità di quanto elaborato da loro stessi o da chi riconoscono come autorità di riferimento».

Come ci si arriva?
«L’idea, nata studiando le sette religiose, si è poi estesa anche ad altri ambiti. Oggi per esempio i jihadisti sono espressione di un pensiero di gruppo: sono veramente convinti di combattere per la giusta causa, e lo fanno non perché minacciati o retribuiti, ma per seguire l’indicazione del califfo. Ebbene, tra gli anni ’80 e i ’90 questo concetto ha trovato spazio anche in economia, con l’affermazione del modello teorico neoliberista. Inizialmente le cose andavano talmente bene che c’erano economisti (anche premi Nobel) che ritenevano concluso il loro compito, giacché ormai avevano trovato un modello capace di diffondere ovunque il benessere e la stabilità dei mercati».

Erano gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la «fine della storia» dopo il trionfo dell’Occidente capitalista sul comunismo...
«Sì, ma non solo: il pensiero unico neoliberista aveva dalla sua anche altre due armi di seduzione. La prima era l’eleganza dello strumento matematico. La matematica ha un forte potere persuasivo: quando un teorema “è dimostrato”, l’uomo della strada finisce per crederci, dimenticando che – come ricordano i matematici seri – ogni teorema è valido solo sotto determinate assunzioni di partenza. In ambito finanziario il “modello di Black-Scholes-Merton” è raffinatissimo dal punto di vista matematico e “dimostrava” come i mercati fossero in grado di auto-correggersi tendendo alla stabilità».

E l’altra “arma”?
«Il successo immediato: grazie a quel modello fino al 2007 si sono fatti soldi a palate. La supposta solidità teorica sembrava confermata dai fatti, e la conferma dei fatti contribuiva a diffondere il modello. Naturalmente oggi sappiamo che conteneva errori».

Quali?
«Il principale fu assumere che il rischio finanziario sia sempre esogeno, che cioè provenga sempre dal fattori esterni al sistema: lo rendo tanto più piccolo, quanto più aumento il volume delle transazioni finanziarie. È così che è nata la bolla speculativa dei derivati, sulla quale siamo franati perché invece il rischio era endogeno e quindi aumentava via via che aumentava lo spazio della finanza. I derivati sono stati creati in obbedienza al pensiero unico: per aumentare il numero delle transazioni».

E adesso a che punto siamo?
«Il re è nudo: quella teoria non è più in grado di suggerire linee d’azione. Ci troviamo in un limbo, ma io sono ottimista: la storia del pensiero economico insegna che dall’incertezza entro poco nasce un nuovo pensiero. Fu così nel ’700, quando dopo il mercantilismo si affermarono l’economia civile in Italia (Genovesi, Filangieri, Dragonetti) e l’economia politica in Scozia (Smith); fu così dopo la crisi del 1929, quando emerse Keynes. Oggi anche ex difensori del pensiero unico – come i Nobel Stiglitz, Phelps e Krugman – hanno cambiato direzione, per non parlare di Amartya Sen, che ha cominciato a criticarlo fin dagli anni ’70... Si sta preparando una nuova rivoluzione scientifica».

Ma se il politico continua a delegare al tecnico le proprie decisioni, non c’è il rischio di cadere subito negli stessi errori?
«L’economia deve essere autonoma, ma non separata dall’etica e dalla politica. Occorre ribaltare il principio del “Noma” (Non-overlapping magisteria) teorizzato fin dal 1829 da Richard Whateley, che sostiene che “i magisteri non si sovrappongono”, che per essere scienza l’economia non deve mescolarsi all’etica e alla politica. Business is business. Per evitare di riprodurre il pensiero unico bisogna garantire il pluralismo, invece negli ultimi decenni i fondi di ricerca, le cattedre universitarie, gli spazi di pubblicazione andavano solo agli “allineati”. Questa è dittatura del pensiero».

Una dittatura che non si limita al campo economico...
«Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti: se preferisco diventare donna e generare un figlio devo poterlo fare, se preferisco scegliere come dev’essere fatto il mio bambino devo poterlo fare... Eppure non c’è solo il “diritto” dell’adulto che decide: c’è anche, per esempio, quello del nascituro. Che non viene mai riconosciuto, perché non c’è nessuno che possa “negoziare” in vece di chi non ha voce».

Ma questa è la teoria liberale classica: mediazione tra diritti che confliggono…
«I vecchi liberali erano persone serie... John Stuart Mill diceva che le preferenze devono avere sfogo fino a quando compatibili con i diritti di tutti. Era lo spirito della prima rivoluzione dell’individualismo, quella illuminista di fine ’700. A fine ’900 invece la seconda rivoluzione ha imposto il pensiero unico di un individualismo non più liberale ma libertario – per il quale le preferenze dell’individuo hanno lo stesso statuto dei diritti. Ed è reso ancor più pericoloso dal fatto che oggi la tecnologia consente di ottenere quello che un tempo non si poteva nemmeno immaginare».
«Avvenire» dell'8 ottobre 2014

04 settembre 2013

Chi ha ucciso il liceo classico?

di Roberto I. Zanini
Tutto è cominciato quando hanno ucciso il liceo classico; quando si è cominciato a pensare che il principale compito della scuola fosse di fornire uno sbocco lavorativo ai giovani e, di seguito, quando si è pensato che la scuola dovesse essere pensata in funzione delle esigenze dei giovani, dei loro gusti, delle loro aspettative. È l’immagine del fallimento del sistema scolastico italiano che emerge leggendo La scuola che vorrei (Bruno Mondadori, pp. 122, euro 15), l’ultimo libro di Adolfo Scotto di Luzio, docente di Storia della Pedagogia all’Università di Bergamo, nonché esperto dei problemi della scuola e dell’insegnamento. E non si tratta di un semplice grido d’allarme. È come se si dicesse che l’intero sistema culturale e formativo italiano è all’ultima spiaggia e se non si cambia registro c’è il più che probabile rischio del fallimento totale della nostra società civile.

Eppure sono decenni che si parla di riforma ...
«Ed è giunto il momento di sfatare questo mito così per come si è costituito. A partire dagli anni ’60 si è cominciata a diffondere l’idea che la scuola fosse in crisi. Un’idea di crisi permanente che è stato l’espediente per smantellare le buone basi sulle quali si era retta la scuola e che si erano andate formando fra l’unità d’Italia e la Riforma Gentile».

Smantellare?
«Sì. Un vero e proprio sovvertimento progressivo, tanto che la scuola oggi è caduta in una crisi di senso, che mette in gioco la sua essenziale funzione politica e civile».

Ma qual è il ruolo della scuola nella società?
«Ciò che conta non è il ruolo nella società, ma la sua funzione politica e civile. La scuola è chiamata ad assolvere un ruolo nel progetto di costruzione della comunità politica».

Può essere più esplicito?
«La scuola deve saper porre le basi della convivenza civile, del nostro essere comunità. Invece si pensa che la scuola serva ad assecondare gli interessi dei singoli, le loro ambizioni di carriera e di guadagno economico creando sbocchi di lavoro. Ma se non c’è la scuola non c’è la nazione e viceversa».

Vuol dire che se il suo obiettivo diventa creare sbocchi di lavoro la scuola fallisce?
«Bisogna distinguere due aspetti. Ogni singolo studente va a scuola perché persegue interessi personali. Ma la scuola non può essere pensata per quegli interessi perché altrimenti perde il suo ruolo di istituzione essenziale che ha a che fare con le ragioni della Polis. Compito della scuola è di educare la persona attraverso la cultura».

In una società come la nostra se ne è perso il significato: cosa significa educare?
«Significa formare la persona, nutrirne la personalità, dare la capacità al giovane di stare autonomamente nel mondo, educandolo al giudizio, cioè a quella capacità che ci permette di distinguere fra ciò che è bello e meritevole della nostra ammirazione e ciò che deve essere senz’altro rifiutato».

Il relativismo dominante impedisce un simile approccio.
«Se nessuno ha più il coraggio di dire quali sono i valori che contano tutto diventa relativo. Ma possiamo senz’altro affermare che la scuola italiana è stata capace di assolvere alla sua funzione fino a quando si è fondata sulla cultura umanistica».

Perso quel punto di riferimento si è persa anche la scuola?
«Una crisi che è cominciata negli anni ’60 e si è acuita con la crisi della Repubblica degli anni ’90, quando sono state messe in discussione le basi culturali della Repubblica tirandosi dietro le eredità che ci venivano dal passato».

Lei scrive che bisogna liberare la scuola dalla tirannia dei giovani.
«In questo Paese i giovani sono diventati un pretesto, un artificio retorico. Ma l’idea che la scuola si debba costruire sulle preferenze dei giovani, su ciò che piace a loro è un vero assurdo che si è trasformato nel pregiudizio ideologico della scuola aperta al nuovo, alla tecnologia. Ma in questo modo non fa che aggravare la sua crisi, perché abdica dalla sua funzione educativa. I giovani vanno educati e sono gli adulti gli unici abilitati a educare».

Ma la crisi educativa parte proprio dall’incapacità di almeno un paio di generazioni di adulti di assolvere a questo ruolo.
«Ed è giunto il momento che gli adulti si assumano la responsabilità della loro crisi culturale, che è spaventosa. Quando si parla di scuola non è in gioco un ingranaggio burocratico, una tecnica pedagogica da mettere a punto, ma occorre partire da una seria riflessione su cosa significhi essere italiani e su cosa significhi educare giovani italiani».

Insomma, manca un progetto culturale.
«Abbiamo mortificato il liceo classico che era il fiore all’occhiello del nostro sistema scolastico e sono nati tanti licei con percorsi di studio sempre più generici. Abbiamo abolito la scuola di eccellenza sostituendola con un’idea vaga e patetica di licealità. Il liceo classico era il frutto di un’idea di scuola alla quale avevano contribuito sia l’identità laica e liberale che l’identità cattolica; un’idea di scuola che garantiva che le élite del Paese si potessero formare sul piano della scuola pubblica e allo stesso tempo consentiva a chiunque non avesse altra ricchezza che il proprio talento di frequentare una scuola di qualità. La falsa ideologia democratica che ha guidato le riforme degli ultimi trent’anni ha tolto ai poveri una scuola di grande valore autorizzando i ricchi a comprarsi la scuola migliore. E il discorso sulla meritocrazia non ha alcun senso perché non ci sono i luoghi dove applicarla, non ci sono i contenuti. Gli stessi docenti venendo da un simile percorso depotenziato finiscono per aggravare la situazione. È il risultato paradossale di un Paese che ha demolito il proprio sistema di istruzione. La riprova sono i flussi scolastici con sempre più giovani del Sud che vanno a scuola e all’università al Nord e i giovani del Nord che se possono vanno all’estero».
«Avvenire» del 3 settembre 2013

28 agosto 2013

Anche l'etica “laica” ha bisogno di fede

di Piero Benvenuti
Sembra che il vessillo dello scienziato necessariamente ateo, o quantomeno agnostico, sia stato raccolto dal professor Umberto Veronesi, autore di Credo nell’Uomo, non in Dio, un e-book pubblicato recentemente nella biblioteca online del “Corriere della Sera”. L’argomento è noto: lo scienziato, che utilizza il metodo scientifico per l’indagine del reale attenendosi ai soli dati sperimentali, dovrebbe astenersi dal credere in un Dio la cui esistenza non è dimostrabile con lo stesso metodo. Curiosamente nel libro si afferma anche che la scienza non si interessa alle domande di senso – perché esiste qualcosa? – ma si limita a chiedersi come ciò che esiste funziona e si manifesta. Affermazione perfettamente condivisibile, ma che conduce a un pasticcio logico quando venga considerata unitamente alla precedente: sembrerebbe che uno scienziato, per il solo fatto di aver scelto di esserlo, non dovrebbe interessarsi alla trascendenza. Poco conta che scienziati del livello di Planck, Einstein, Heisenberg, Lemaitre, Pauli e molti altri abbiano indagato con passione per tutta la loro vita non solo le “leggi” della natura, ma anche il senso ultimo dell’esistenza.
In effetti, il libro non brilla per originalità e profondità delle argomentazioni, tanto che alla fine della breve lettura si prova una certa nostalgia per Nietzsche o per Feuerbach. Vale comunque la pena di analizzare le conseguenze dell’etica “laica” presentata con tanta sicurezza da Veronesi, soprattutto per vedere se la scienza non possa dare qualche contributo più costruttivo dei pareri personali dell’oncologo alla definizione delle nuove problematiche che l’uomo d’oggi è chiamato ad affrontare.
La proposta di etica “laica” esclude, coerentemente per un ateo o un agnostico, la prima parte dell’annuncio evangelico – Shemà Israel, amerai il Signore tuo Dio – e ne fa invece propria la seconda, anche se leggermente modificata – “rispetterai” il prossimo tuo come te stesso. Nell’opinione dell’autore l’etica “laica” avrebbe un valore superiore a quella cristiana, perché totalmente libera, non condizionata da una aspettativa di un premio futuro – il Paradiso – o di un castigo eterno: lo si evince leggendo il passaggio nel quale afferma che, nella sua esperienza, i malati terminali non credenti affrontano la morte più serenamente di quelli credenti. È un’annotazione interessante che, al di là della sua discutibile significatività statistica, dovrebbe farci riflettere su quanto noi cristiani abbiamo contribuito a distorcere il gioioso messaggio evangelico insistendo più sul “fuoco dell’Inferno” che sul significato della speranza salvifica. In quest’ottica, cerchiamo di analizzare le conseguenze di una scelta etica così “dimezzata” che agli effetti pratici, al pari della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, sembra allinearsi con quella cristiana.
Considerare ogni uomo e ogni donna “uguali”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero è “giusto” sia per il non credente – su basi puramente razionali suffragate dalla scienza – sia per il cristiano, il quale però aggiunge come principale motivazione la consapevolezza di essere tutti figli generati e amati dallo stesso Padre. Ecco la fondamentale differenza dell’etica cristiana rispetto a quella totalmente laica: quest’ultima si fonda su un “patto” tra uomini e come tale sarà sempre relativa alla situazione storico-culturale e agli uomini che l’hanno enunciata, mentre quella cristiana nasce dalla “rivelazione” che la creazione è un atto di Amore che, se liberamente riconosciuto, ci permette di cooperare con il Creatore agendo secondo un principio etico universale.
La differenza operativa delle due etiche emerge quando ci si discosta dal semplice criterio di uguaglianza tra uomini e donne – principio accettato da tutti – e si passa alla questione più delicata del rispetto della persona in tutte le condizioni e fasi della vita. Lo dimostra Veronesi stesso quando definisce “inaccettabile ingerenza” il parere negativo espresso alla luce dell’etica cristiana sulla proposta di referendum abrogativo della legge 40, mentre il suo parere personale, presentato come antesignano della scienza, sarebbe invece perfettamente accettabile. Dal punto di vista della logica dovrebbe essere proprio il contrario, perché se le religioni e la filosofia hanno competenza a esprimere pareri etici, così non è per la scienza sperimentale che si occupa, per suo statuto, solo di fenomeni misurabili. A meno che non si voglia sostenere il principio che tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche eticamente lecito: le conseguenze paradossali di un tale principio, pur senza arrivare ai casi estremi della bomba atomica o degli “uteri in affitto”, sono evidenti.
Sia chiaro, nessuno vuole rigettare a priori le innovative e a volte stupefacenti possibilità che la scienza – in particolare la medicina – ci offrono, ma proprio perché le conseguenze a lungo termine di certe scelte, soprattutto quelle che più si avvicinano alla radice della vita, sono difficilmente prevedibili, è necessario che le linee guida abbiano veramente valore universale e non siano lasciate all’alea di un referendum o al giudizio personale di un magistrato. Veronesi nel suo libro non affronta direttamente questo problema, limitandosi a esaltare la scienza e l’etica “laica” e, pur ammettendo le positive dichiarazioni post-conciliari della Chiesa nei riguardi della scienza e dell’evoluzione, non sembra intravedere la possibilità di un percorso comune.
Cosa possono fare scienziati e teologi di buona volontà per evitare simili situazioni di stallo? Una via che mi sembra percorribile è quella di impegnarsi ad analizzare con coraggio le implicazioni teologiche ed etiche di quanto la cosmologia attuale ci sta rivelando. Il quadro evolutivo unitario, ormai ben consolidato, ci dice che la nostra esistenza e la nostra coscienza sono intimamente legate all’evoluzione del cosmo che, sostenuto nell’esistenza assieme al tempo e allo spazio, si è sviluppato lungo un periodo di circa quattordici miliardi di anni in forme e strutture sempre più complesse, seguendo inconsapevole le leggi che lo governano, secondo “caso e necessità”, come affermava Jacques Monod (citato da Veronesi).
Quando la complessità – almeno su questo pianeta – ha raggiunto la capacità di autocoscienza, essa si è subito posta domande di senso: da dove vengo? Chi mi ha generato? Qual è il mio destino? Ma è solo negli ultimi tempi che l’uomo, grazie ai progressi di conoscenza, è riuscito a comprendere la globalità e unitarietà dell’evoluzione intravedendone i meccanismi e, di fatto, a interrompere, limitatamente a ciò che avviene sulla Terra, il suo corso “naturale” e inconsapevole. Le mutazioni genetiche e l’ambiente, che durante miliardi di anni hanno plasmato la storia dell’evoluzione, sono oggi nelle nostre mani, possiamo indirizzarle a nostro piacimento. Tra non molto saremo in grado di generare parti del nostro corpo e sostituirle a quelle malfunzionanti, forse potremo aumentare la nostra capacità cerebrale o di memoria ... Chi può dire quali di queste opzioni siano veramente benefiche, a lungo termine, per l’umanità?
È un problema di difficilissima soluzione, sia per il credente sia per il laico, e già oggi si nota la confusione: si scende in piazza contro gli Ogm e la sperimentazione sulle cavie (Veronesi è favorevole ai primi e vuol limitare ma non escludere del tutto la ricerca sugli animali) e al tempo stesso si difende come diritto inalienabile la possibilità di sperimentare sugli embrioni umani ed eliminarli se le “condizioni” non sono accettabili dallo sperimentatore, genitori inclusi.
La limpida indicazione del messaggio etico cristiano, coniugato con le conoscenze scientifiche acquisite, ci rende consapevoli oggi più che mai di cosa significhi l’invito genesiaco «andate e dominate la Terra»: significa diventare co-creatori del mondo, modificare, se possibile e senza timore, l’evoluzione, adottando però lo stesso criterio del Creatore, amando cioè tutto il creato e aspirando a esclamare con Lui alla fine di ogni giornata: «E vedemmo che era cosa buona». Naturalmente avere un principio guida, per quanto chiaro e forte esso sia, non vuol dire avere in tasca la soluzione per ogni problema e il cristiano deve sapersi confrontare con coraggio e umiltà con le diverse posizioni per discernere la via da seguire.
Questo è il dialogo serrato che dovrebbe instaurarsi tra teologia e scienza, la teologia stimolando la scienza a valutare le conseguenze globali a lungo termine del suo operare, senza fermarsi a risultati parziali, e la scienza provocando la teologia a dare senso al progredire inarrestabile della conoscenza. Arroccarsi su posizioni esclusive, invocando un neo-illuminismo “laico” che non ammette “interferenze”, non solo è anacronistico, ma non sembra neppure di grande utilità per l’uomo.
«Avvenire» del 27 agosto 2013

04 giugno 2013

I cristiani e la libertà minacciata

L'intolleranza verso la religione
di Ernesto Galli Della Loggia
Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche ? non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato ? ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse. Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola ? che sono i due pilastri della libertà politica ? vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo ? e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa ? rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati. Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima. È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» ? ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto ? ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».
«Corriere della Sera» del 2 giugno 2013

30 aprile 2013

Brague: XXI secolo, fine dell'uomo?

di Daniele Zappalà
Con il saggio Le Propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Ciò che è proprio all’uomo. Su una legittimità minacciata), appena pubblicato in Francia da Flammarion, il celebre filosofo Rémi Brague ha aggiunto un nuovo tassello alla propria critica delle derive contemporanee di stampo "antiumanista", venate talora di nichilismo o di un relativismo radicale. Per il pensatore, docente a Parigi e a Monaco di Baviera, anche nel contestatissimo progetto di legge socialista francese sulle nozze e adozioni omosessuali, risuona in parte un più generale processo di fondo che, soprattutto in Europa, tende a svalorizzare la legittimità umana.
Nel suo ultimo saggio, lei rintraccia la storia di una minaccia di lungo corso contro la nostra concezione tradizionale di ciò che è "umano". Da dove proviene questa minaccia?
«In ultima istanza, paradossalmente, proviene dal successo stesso del progetto umanista, nella sua ultima tappa. Non quella che sottolineava la dignità dell’uomo, nella Bibbia, nei Padri della Chiesa e nei pensatori medievali, poi nel Quattrocento. Ma già un po’ in quella che lo lanciava alla conquista della natura, con Francis Bacon. Poi, certamente, in quella che non tollera nulla di superiore all’uomo: né natura, né angeli, né Dio. Ma in tal modo, l’uomo è privato di qualsiasi punto di riferimento. L’uomo non può più sapere se è un bene continuare a esistere e dunque se occorre proseguire l’avventura umana assicurando la riproduzione della specie».
Questa minaccia soffia sul nostro collo pure in quest’inizio di millennio?
«Eccome! È persino più presente che mai. Vi è innanzitutto la presenza di mezzi del tutto concreti per farla finita con l’umanità: le armi nucleari e biologiche, l’inquinamento terrestre e infine, più discretamente, l’inverno demografico. Quest’ultimo colpisce soprattutto le regioni più sviluppate, più istruite, più democratiche. Nel peggiore dei casi, rischia di prodursi l’estinzione pura e semplice della specie, o almeno una sorta di selezione fra le più stupide. Vi è poi il sogno di un superamento dell’umano, che è vecchio almeno quanto Nietzsche. Oggi, questo sogno di un "superuomo" è rafforzato dai progressi della biologia. Infine, c’è un dubbio dell’uomo su se stesso. L’uomo non sa più troppo bene se si distingue radicalmente dall’animale. E ancor meno se vale davvero di più. Una certa "ecologia profonda" sogna di sacrificare l’uomo alla Terra, assurta a una sorta di divinità».
Quali attori sociali o fattori agiscono per cancellare la distinzione fra ciò che è umano e ciò che non lo è?
«Il mondo scientifico ha perfettamente ragione quando cerca le tracce del pre-umano nell’uomo, o, al contrario, le prefigurazioni di comportamenti umani, ad esempio in certi grandi primati. Sarei invece più severo verso i divulgatori che sghignazzano con gioia malevola: "Vedete, in fin dei conti, non siete altro che arrivisti, delle scimmie che hanno avuto fortuna!". Fin dalla Prima guerra mondiale, degli autori influenti hanno attaccato l’idea di "umanesimo". Penso ad esempio al poeta russo Alexandr Blok, che ha inventato la parola "antiumanesimo". Negli anni Sessanta, in un clima intellettuale già preparato dalla Lettera sull’umanesimo di Heidegger, Louis Althusser e Michel Foucault, a un livello di profondità ben diverso, hanno attaccato, per ragioni diverse, ciò che chiamavano "umanesimo", senza del resto troppo definirlo».
Disponiamo di sentinelle di fronte a quest’offensiva silenziosa?
Al mio modesto posto, spero di essere uno fra loro. Ma mi guardo pure dai miei amici, i miei "alleati oggettivi". Poiché vi sono fra loro figure maldestre che tuonano contro l’antiumanesimo senza dire precisamente perché occorre difendere l’umano. Vi sono quelli che lottano per i diritti umani, il che è un’ottima cosa, ma che sono incapaci di spiegare perché l’uomo ha dei diritti. Vi sono poi coloro che non tengono affatto in considerazione ciò che vi è di vero nella protesta ecologica e nella preoccupazione di rispettare le altre creature».
Fino a che punto, il dibattito in corso in Francia attorno al progetto di legge Taubira sulle nozze e adozioni omosessuali è in risonanza con la sfida di fondo che lei analizza?
«Fino a un certo punto. La maggioranza dei difensori della legge sono animati da buoni sentimenti, come il desiderio di uguaglianza o la compassione verso persone a lungo disprezzate. Ma la legge ha una sua logica interna. Autorizzare l’adozione per le coppie omosessuali, dunque necessariamente non feconde, conduce inevitabilmente alla procreazione artificiale (detta "assistita dalla medicina") e all’affitto dell’utero (chiamato "gravidanza surrogata"). Il bambino diventa in tal modo un oggetto che si fabbrica e compra, un bene di comodo al quale si "ha diritto". Ciò conduce a cancellare la differenza non fra l’umano e l’animale, ma fra le persone e le cose. I nostri socialisti (che di fatto occorrerebbe chiamare "societalisti" come ormai in uso in Francia, si distingue qui fra chi auspica riforme sociali, per la società, e chi promuove "riforme della società", ndr) marciano così verso il trionfo estremo del capitalismo: l’uomo divenuto merce».
Per lei, delle nuove articolazioni fra la ragione, da un lato, e un sentimento al contempo umanista e religioso, sono possibili ...
«Più che possibili, sono necessarie, se l’umanità vuole innanzitutto sopravvivere. E poi, se vuole restare davvero umana, cioè razionale. Lanciare appelli alla natura o all’istinto per assicurare l’avvenire dell’umanità, affidare all’irrazionale il destino del cosiddetto "animale razionale", è una dimissione della ragione, un autentico tradimento della filosofia».
Siamo ben attrezzati, per così dire, per elaborare un "pensiero del Bene"?
«Possiamo cominciare attingendo alle fonti della nostra cultura. Ho concluso il mio libro con una meditazione dal primo racconto della creazione nella Genesi, al termine del quale Dio dichiara che ciò che Egli ha fatto è "cosa molto buona". Si potrebbe pure invocare il platonismo con la sua "Idea del Bene". Ma occorrerebbe ripensare tutto ciò in profondità, per poterlo riproporre con qualche speranza di convincere».
«Avvenire» del 30 aprile 2013

23 gennaio 2013

Se il relativismo si impone come norma

L’arcivescovo segretario della Segreteria di Stato per i Rapporti con gli Stati Mamberti sulle sentenze della Corte di Strasburgo
s. i. a.
«È reale il rischio che il relativismo morale che si impone come nuova norma sociale venga a minare le fondamenta della libertà individuale di coscienza e di religione»: è quanto afferma l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario della Segreteria di Stato per i Rapporti con gli Stati a proposito delle recenti sentenze della Corte europea dei diritti su alcuni casi afferenti il rispetto della libertà religiosa nel Regno Unito.
La Corte di Strasburgo ha infatti sancito il diritto ad indossare simboli religiosi sui luoghi di lavoro, salvo il caso in cui esigenze di sicurezza e igiene lo sconsiglino, come per esempio negli ospedali, ma contestualmente ha negato il diritto all’obiezione di coscienza a una impiegata comunale che si era rifiutata per motivi religiosi di celebrare unioni civili fra omosessuali e a un terapista che si era rifiutato di fornire consulenza sessuale sempre a coppie dello stesso sesso.
«Questi casi — spiega il presule in un’intervista con Olivier Bonnel per Radio Vaticana, che riportiamo integralmente — dimostrano che le questioni relative alla libertà di coscienza e di religione sono complessi, in particolare in una società europea caratterizzata dall’aumento della diversità religiosa e dal relativo inasprimento del laicismo. È reale il rischio che il relativismo morale che si impone come nuova norma sociale venga a minare le fondamenta della libertà individuale di coscienza e di religione. La Chiesa desidera difendere le libertà individuali di coscienza e di religione in ogni circostanza, anche di fronte alla “dittatura del relativismo”. Per questo, è necessario illustrare la razionalità della coscienza umana in generale, e dell’agire morale dei cristiani in particolare. Quando si tratta di questioni moralmente controverse, come l’aborto o l’omosessualità, deve essere rispettata la libertà di coscienza. Piuttosto che un ostacolo allo stabilimento di una società tollerante nel suo pluralismo, il rispetto della libertà di coscienza e di religione ne è condizione. Rivolgendosi, la settimana scorsa, al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI sottolinea che per salvaguardare effettivamente l’esercizio della libertà religiosa, è quindi essenziale rispettare il diritto all’obiezione di coscienza. Questa “frontiera” della libertà sfiora principi di grande importanza, di carattere etico e religioso, radicati nella stessa dignità della persona umana. Sono come i “muri portanti” di qualsiasi società voglia definirsi veramente libera e democratica. Di conseguenza, vietare l’obiezione di coscienza individuale e istituzionale, in nome della libertà e del pluralismo, aprirebbe al contrario – paradossalmente – le porte all’intolleranza e ad un livellamento forzato. L’erosione della libertà di coscienza testimonia altresì una forma di pessimismo nei riguardi della capacità della coscienza umana a riconoscere quanto è bene e vero, a vantaggio della sola legge positiva che tende a monopolizzare la determinazione della moralità. È anche il ruolo della Chiesa ricordare che ogni uomo, qualsiasi sia il suo credo, è dotato dalla sua coscienza della facoltà naturale di distinguere il bene dal male e quindi di agire di conseguenza. In questo risiede la fonte della sua vera libertà.

Recentemente, la missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha pubblicato una nota sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa. Vuole illustrarcene il contesto?
Attualmente, la questione della libertà della Chiesa nei suoi rapporti con le autorità civili è all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo in due casi che riguardano la Chiesa ortodossa di Romania e la Chiesa cattolica. Si tratta dei casi Sindicatul “Pastorul cel bun” contro Romania e Fernandez Martinez contro Spagna. In questa occasione, la Rappresentanza permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha redatto una nota sintetica nella quale ha esposto il magistero sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa cattolica.

Qual è il problema in queste due cause?
In queste due cause, la Corte europea deve stabilire se il potere civile abbia rispettato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, avendo rifiutato di riconoscere un sindacato professionale di sacerdoti (per quanto riguarda la Romania), e rifiutando di nominare un insegnante di religione che pubblicamente professava posizioni contrarie alla dottrina della Chiesa (nella questione spagnola). Nei due casi, i diritti alla libertà d’associazione e alla libertà d’espressione sono stati invocati per costringere delle comunità religiose ad agire contro il loro statuto canonico e contro il magistero. Inoltre, questi casi mettono in questione la libertà della Chiesa di operare secondo le proprie regole, di non doversi sottoporre ad altre norme civili se non quelle necessarie al rispetto del bene comune e del giusto ordine pubblico. La Chiesa ha sempre dovuto difendersi per tutelare la propria autonomia di fronte al potere civile e alle ideologie. Oggi nei Paesi occidentali diventa importante sapere come la cultura dominante, fortemente caratterizzata dall’individualismo materialista e dal relativismo, possa comprendere e rispettare la natura specifica della Chiesa, che è una comunità fondata sulla fede e sulla ragione.

La Chiesa come vive questa situazione?
La Chiesa è consapevole della difficoltà di stabilire, in una società pluralista, i rapporti tra le autorità civili e le diverse comunità religiose rispetto alle esigenze della coesione sociale e del bene comune. In questo contesto, la Santa Sede richiama l’attenzione sulla necessità di conservare la libertà religiosa nella sua dimensione collettiva e sociale. Questa dimensione risponde alla natura essenzialmente sociale tanto della persona quanto del fenomeno religioso in generale. La Chiesa non chiede che le comunità religiose siano delle zone di non-diritto, quanto piuttosto che siano riconosciute come spazi di libertà in virtù del diritto alla libertà religiosa, nel rispetto del giusto ordine pubblico. Questa dottrina non è riservata alla Chiesa cattolica, i criteri che ne derivano sono fondati sulla giustizia e sono quindi di applicazione generale. Inoltre, il principio giuridico di autonomia istituzionale delle comunità religiose è largamente riconosciuto da quegli Stati che rispettino la libertà religiosa, nonché dal diritto internazionale. La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo l’ha enunciato regolarmente in diversi casi importanti. Anche altre istituzioni hanno affermato questo principio. È il caso dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) o ancora del Comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite rispettivamente nel Documento finale del 19 gennaio 1989 della Conferenza di Vienna, e nell’Osservazione generale n. 22 sul diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione del 30 luglio 1993. È utile ricordare e difendere questo principio di autonomia della Chiesa e del potere civile.

Come si presenta questa Nota?
La libertà della Chiesa sarà rispettata tanto meglio quanto più sarà ben compresa dalle autorità civili, senza pregiudizio. Sarà quindi necessario spiegare come è concepita la libertà della Chiesa. La Rappresentanza permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa ha quindi redatto una note sintetica che spiega la posizione della Chiesa attorno a quattro principi: la distinzione tra Chiesa e comunità politica; la libertà nei riguardi dello Stato; la libertà in seno alla Chiesa e il rispetto del giusto ordine pubblico. Dopo aver illustrato questi principi, la Nota cita inoltre estratti importanti della Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae e della Costituzione pastorale Gaudium et Spes del concilio Vaticano II.
«Osservatore romano» del 17 gennaio 2013

11 gennaio 2013

Spaemann: senza fini che vita è?

«Fini naturali. Storia & riscoperta del pensiero teleologico» il saggio di Robert Spaemann edito da Ares (pagine 464, euro 19,50) viene presentato oggi a Roma, nell’aula magna Giovanni Paolo II della Pontificia Università della Santa Croce (piazza Sant’Apollinare, 49), alle ore 17. Sarà l’occasione per riflettere sull’intero percorso di studio del grande filosofo tedesco. Apre l’incontro il cardinale Camillo Ruini, cui seguiranno il rettore monsignor Luis Romera, i sociologi Sergio Belardinelli e Leonardo Allodi, mentre le conclusioni saranno dello stesso Spaemann.
di Andrea Galli
«Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al perché». Il famoso frammento che Friedrich Nietzsche scriveva sul finire dell’800 fotografava il disorientamento di fronte a un mondo in cui venivano meno i valori tradizionali, tra cui, in filosofia, la caduta verticale del finalismo o teleologia, per usare il termine introdotto oltre un secolo prima da Christian Wolff. L’idea per cui nella comprensione del mondo abbiamo bisogno non solo della dinamica causa-effetto, ma anche della domanda sul fine per cui qualcosa viene fatto o è considerato buono. Nel ’900 si è intonato da più parti il de profundis per la teleologia, con un azzardo che più passa il tempo, più si rivela tale. A dimostrare come e perché sia avvenuto l’oscuramento della teleologia, a partire dal tardo medioevo, e come sia possibile oggi un suo recupero, aveva dedicato un corso universitario tra il 1976 e il 1977 Robert Spaemann. Da quelle lezioni, trascritte dall’allievo Reinhard Löw e poi rielaborate, uscì nel 1981 il libro Die Frage Wozu (La questione del perché), che in una nuova edizione del 2005 ha preso il titolo di Natürliche Ziele (Fini naturali, che esce a giorni in libreria per le edizioni Ares. Si tratta di un’opera poderosa per ampiezza dell’analisi storica, da Platone all’epistemologia della scienza contemporanea, e per acribia polemica. Sicuramente il capolavoro di Spaemann, oggi il maggior filosofo cattolico di lingua tedesca, anche se la definizione non gli piace. Preferisce definirsi un filosofo che contemporaneamente è cattolico.

Coetaneo del Papa, per la cronaca, è nato da genitori convertiti : il padre, rimasto vedovo, fu anche ordinato sacerdote.
Professore, cos’è in pillole la teleologia?
«Con teleologia intendiamo l’interpretazione dei processi dal punto di vista della loro finalità. Quando uno entra in un ristorante e ci si chiede il perché, la risposta è: per mangiare qualcosa. C’è naturalmente anche una spiegazione intermedia di tipo materiale, di cui si è occupato già Socrate. Alla domanda rivolta a Socrate sul perché non evade dal carcere, la sua riposta è: perché le mie gambe non si muovono oltre. La risposta al perché non si muovono oltre è: perché io voglio rimanere qui. In questo caso la spiegazione scientifica sarebbe invece la descrizione della contrazione dei muscoli: solo la metà della realtà».
Allargare il nostro concetto di ragione. È un richiamo che Benedetto XVI ha fatto diverse volte, in primis nel discorso di Ratisbona del 2006. Il recupero della teleologia è una via per questo obiettivo?
«Io non direi che la teleologia è la via e l’allargamento della ragione è il fine. Piuttosto che questo allargamento ha come conseguenza la riabilitazione della riflessione teleologica. Alla domanda perché uno entra in un ristorante, non è solo ragionevole rispondere perché le sue gambe lo portano lì, ma anche affermare che ciò avviene perché c’è un fine: mangiare qualcosa. È ragionevole prendere atto di ciò e del fatto che, limitandosi alla causalità, non si ha una descrizione completa della reale».
Quali sono oggi gli ostacoli per questa riabilitazione?
«Dietro alla negazione della teleologia c’è stato e c’è ancora l’interesse al dominio della natura. La riflessione teleologica permette di capire i fenomeni, l’osservazione e lo studio della causalità dei fenomeni conferisce invece il potere di manipolarli. Francis Bacon l’ha espresso in modo efficace: “L’osservazione dei processi naturali sotto l’aspetto del loro orientamento a un fine è sterile, è come una giovane vergine votata a Dio: essa non genera nulla”. O si pensi a Thomas Hobbes, secondo cui conoscere una cosa significa “immaginare cosa possiamo farne, una volta che la possediamo”. Oggi comunque la riscoperta della teleologia è già in atto. I biologi hanno cercato a lungo di farne a meno, ma non ce l’hanno fatta. Così hanno introdotto un altro concetto, la teleonomia, un surrogato della teleologia, con cui si indicano processi che si svolgono come se avessero un fine, ma che in realtà obbediscono solo a una causalità meccanica. Per il biologo la teleologia, ha scritto John B.S. Haldane, “è come un’amante, non può vivere senza di lei, ma non vuole essere visto in pubblico con lei”».
Sempre sul versante della biologia, ha fatto rumore negli ultimi anni la critica alla all’evoluzionismo di matrice darwiniana in nome di un “intelligent design”. Considera anche questo un contributo al recupero della teleologia?
«Penso che la teoria dell’intelligent design – che parla di un progettista al di fuori del mondo – abbia messo in luce una paura che riguarda anche chi è ostile alla teleologia: la paura di Dio. La fede in Dio non è il presupposto della conoscenza di processi teleologici – che può avvenire con mezzi di ragione naturali – semmai è la sua conseguenza. Quando si ha paura di questa conseguenza, cioè di Dio, ci si rifugia spesso in soluzioni fantastiche e irragionevoli. È comunque una paura infondata. Il creatore risiede al di fuori dei processi della creazione. È come se dovessimo analizzare un film sulle vicende dell’umanità. All’origine del film deve esserci sicuramente un proiettore: senza di lui, scompare anche il film. Ma il proiettore non “entra” nelle varie scene. Chi guarda il film può riconoscere dei validi motivi per ipotizzare che ci sia un proiettore alla sua origine, ma non vi s’imbatte direttamente. Così come il fisico non si imbatte direttamente in Dio. Solamente quando parla del Big Bang, lo scienziato si trova di fronte un muro: su cosa ci sia oltre non può dire nulla. Il credente può invece fornire una spiegazione, il che fa dire che le ambizioni della ragione vengono rafforzate dal collegamento con la fede».
Perché la lingua, come lei sostiene in “Fini Naturali”, è un baluardo della teleologia?
«Perché essa è il medium nel quale appare primariamente il significato e nel quale i fatti, in modo irriducibile, non si presentano semplicemente come tali, ma significano qualcosa, stanno come simboli per qualcosa che presuppone un destinatario, qualcuno in grado di comprenderli. Ogni biologo che scrive un libro, non può spiegare la scrittura del libro in modo causale-meccanico. Discutendo una volta con un biologo a Tubinga, dopo la sua relazione ho detto che a noi non interessava capire i processi neuronali sottostanti il suo intervento, ma capire se quello che aveva detto era giusto o no. La lingua non può essere abolita e il suo carattere teleologico neppure. Nietzsche lo aveva compreso e aveva ammesso che, quando un uomo si impegola nel parlare e nell’argomentare, è spacciato: perché “la lingua contiene, fossilizzati, gli errori fondamentali della ragione”».
«Avvenire» del 10 gennaio 2013

L’Europa e il populismo di Pilato

I fini della natura e della ragione a confronto con la fede nel pensiero del filosofo Robert Spaemann e del cardinale Ruini
di Gian Guido Vecchi
«Se si rinuncia a cercare la verità, tutto diventa una questione di potere»
«Vede, sono cresciuto all'epoca del nazismo e ho visto da giovane che la maggioranza degli uomini può pensare in modo sbagliato. Io e la mia famiglia stavamo dall'altra parte. E per me è come un riflesso, ho imparato che l'uomo e il senso comune vanno difesi, sempre, nel caso anche contro la maggioranza». Robert Spaemann, 85 anni, già successore di Gadamer nella cattedra di Heildelberg, è uno dei massimi filosofi contemporanei, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger. All'università della Santa Croce di Roma, dalle 17 di oggi, verrà presentato il suo capolavoro Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico (Ed. Ares) tradotto in italiano con la prefazione del cardinale Camillo Ruini. Che riflette sul «mancato riconoscimento delle basi morali e prepolitiche dello Stato» ricordando il discorso di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino: una «ragione positivista» che si presenti come esclusiva «non può creare alcun ponte verso l'ethos e il diritto» e somiglia «agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo clima e luce da soli e non vogliamo più riceverle dal mondo vasto di Dio». Il volto affilato e lo sguardo penetrante, il professor Spaemann siede accanto a Ruini a casa del cardinale. Il suo libro ripercorre l'idea di télos come «fine» o «scopo» da Platone e Aristotele, la rinuncia alla «causa finale» e al pensiero di un finalismo nella natura e nella ragione a partire dalla rivoluzione scientifica del XVI secolo, fino alle aporie della riflessione contemporanea e alla proposta di un ritorno al vecchio télos. Questioni ardue, anche se Spaemann rovescia il cliché del filosofo lontano dal senso comune, la serva tracia che nel Teeteto di Platone deride Talete caduto nel pozzo: «Io difendo dallo scientismo il senso comune delle persone semplici, la ragione».
Le riflessioni ontologiche del libro riguardano questioni attuali. Vita, morte, temi etici, biopolitica. Molti partiti tendono a lasciare libertà di coscienza. Che ne pensate?
Spaemann: «Il Papa parla di dittatura del relativismo. E il relativismo radicale è una cosa molto pericolosa. Alcuni pensano sia la condizione della tolleranza, ma è vero il contrario. La tolleranza si fonda sul rispetto dell'uomo, della persona. Se questo scompare, se qualcosa come la natura dell'uomo non esiste, allora con l'uomo ? e la natura ? si può fare di tutto. Solo se la tolleranza si fonda su una convinzione profonda, è stabile. Del resto una cosa sono i giudizi, un'altra la decisioni di coscienza. Coscienza è convinzione che certe cose siano buone o giuste. Se c'è un confronto tra due coscienze e dicono cose diverse, si deve tollerare l'altro ma non è possibile siano ambedue corrette».
Ruini: «Il professore mette in chiaro che le convinzioni di coscienza non sono solo un fatto individuale ma riguardano il vero e il falso. L'umanità del XXI secolo si trova di fronte a questioni fondamentali che prima non erano rimesse alle nostre scelte personali, sociali, politiche. Sui grandi temi etici e antropologici, allora, è certamente una questione di coscienza, ma non solo. Io ricorrerei piuttosto al concetto di obiezione di coscienza. Una forza politica può dire: se qualcuno non è d'accordo, è concessa l'obiezione di coscienza. Ma non si può ridurre tutto alla coscienza personale dei singoli esponenti, senza che ci sia una presa di posizione e una linea da seguire. Non è adeguato alla rilevanza pratica del problema oggi».
Ne «L'infanzia di Gesù», Ratzinger sembra porre come icona dello scetticismo moderno Pilato che chiede: cos'è la verità?
Spaemann: «Sono d'accordo, la sentenza di Pilato è la vittoria del populismo sul diritto. Gesù muore a causa della mancanza di coraggio di un giudice. Se non c'è la verità tutte le questioni diventato questioni di potere. Ed è quanto accade oggi. In Europa c'è grave limitazione della libertà di opinione. Non si dice: ciò che sostieni è falso. Si dice: questo non lo puoi sostenere! Non ci si chiede se sia vero o no, ma se sia politicamente corretto o meno. E ciò che è politicamente corretto lo decide chi ha il potere».
Ruini: «Ci può essere mancanza di coraggio, ma io vedo soprattutto una grande confusione di idee: proprio perché si pensa che la verità sia un concetto vecchio, superato».
Si mettono in discussione le «sensate esperienze» e le «necessarie dimostrazioni» di Galileo. Non è antimoderno?
Spaemann: «In Hobbes dietro la conoscenza di una cosa c'è la volontà di cambiarla, di potere. Francis Bacon sosteneva che l'orientamento al fine in natura è come "una giovane vergine votata a Dio, essa non genera nulla". Ma l'esito è che ci resta solo in big bang, non c'è nulla che l'uomo sappia. Così non abbiamo bisogno di una nuova scienza, la scienza è come è, ma ci vuole una valutazione nuova dell'insieme della vita umana e della natura».
Ruini: «Il libro di Spaemann non è contro la scienza moderna ma contro l'assolutizzazione del sapere scientifico come unica forma di sapere autentico. La scienza esclude metodologicamente la questione della causa finale, ma questo non significa che se ne debba prescindere in assoluto».
Professore, si dirà: questioni astratte...
Spaemann: «La teleologia è la convinzione della ragione verso se stessa. Cartesio dice che se dai un calcio a un cane non prova dolore, è una macchina, ma ciascuno vede quando un animale soffre, lo sa. Viviamo in un mondo che tenta sistematicamente di dire che non è corretto ciò che l'uomo sa, da sempre, su se stesso. Il senso comune va difeso dalla manipolazione delle masse».C'è il rischio, eminenza, che un pensiero «orientato alla verità» venga usato ipocritamente, come falsa bandiera elettorale?
Ruini: «Il quadro è complesso, c'è anche chi cerca voti parlando contro i valori etici. Il rischio di strumentalizzazione, in politica, c'è sempre, è difficile distinguere. Ma è un rischio che si supera con la verifica di ciò che veramente le forze politiche fanno quando ne hanno la possibilità. Sul tema della famiglia, per dire, un po' tutti sono disposti a dichiarare. Se poi si va a verificare è stato fatto pochissimo...».
«Corriere della Sera» del 10 gennaio 2013

11 agosto 2012

Il guaio della società laica: obbedire alla religione del denaro

La crisi, economica e spirituale: a lezione da Edith Stein
di Pier Luigi Fornari
​Nei timori di guerra economica che affliggono questo nuovo agosto di crisi per l’economia e l’Europa, rischia di passare quasi inosservato agli occhi della stragrande parte della opinione pubblica il 70° anniversario della morte di Edith Stein, vittima del nazismo ad Auschwitz il 9 agosto del 1942, santa che Giovanni Paolo II volle compatrona del Vecchio Continente appena un anno dopo la sua canonizzazione. Eppure oggi questa ricorrenza, per il messaggio che reca con sé, si rivela davvero provvidenziale.
Edith, che sempre si è sentita profondamente tedesca, grazie anche alle sue origini ebraiche ci attualizza l’immagine di una "Germania grande" per cultura e civiltà, allontanando il fantasma della "grande Germania" che inopportunamente ha ricominciato a condizionare il tempo che viviamo e a turbare il nostro immaginario collettivo. La Germania di quelli che, come lei (e si può ricordare, tra l’altro, la sua straordinaria lettera a Pio XI) e come il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, si opposero con coraggio al nazismo. La Germania che, mezzo secolo più tardi, con la caduta del muro di Berlino è diventata l’emblema della vittoria della libertà sul totalitarismo.
La volontà espressa di santa Edith Stein-Teresa Benedetta della Croce di offrire, come seguace di Gesù, la sua vita per il popolo delle sue origini, è un’ulteriore testimonianza di quanto profondamente la storia europea sia segnata dalla tradizione giudeo-cristiana. L’aver omesso questo riferimento nella Costituzione europea è dannoso, non solo per aver alimentato un egoismo interno (Stato membro contro Stato membro), ma soprattutto perché ha fatto smarrire il senso della missione universale dell’Europa. Si può parlare di grande filosofia nel caso di Stein, che fu allieva ed assistente di Edmund Husserl, non solo perché ella argomentò con vigore contro la psicologia senza anima del suo secolo, ma anche perché (facendo tesoro della lezione del suo maestro e amico Adolf Reinach) fece emergere vanità e rischiosità di un diritto e una teoria dello Stato incapaci di cogliere la dimensione spirituale presente nelle relazioni sociali. Oggi, infatti, dobbiamo ammettere che, se non siamo in grado di percepire lo spirito presente nel "noi" che costruiamo nelle relazioni con il nostro prossimo, non abbiamo scampo. Se non siamo capaci di vedere tale dimensione spirituale con la stessa evidenza dell’albero di ciliegie che sta nel mezzo del giardino, siamo inevitabilmente condannati ad appoggiarci su un fondamento che tale non è: il denaro. O per usare il gergo dei tecnici: la volatilità dei mercati finanziari.
Qualche mese fa, in un bell’editoriale su Repubblica il filosofo Giorgio Agamben poneva molto lucidamente in connessione la nostra «scarsa fede», la nostra «malafede», con la crisi del credito, e aggiungeva: «Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri professori e funzionari delle agenzie di rating». In positivo si può aggiungere, seguendo l’insegnamento di filosofi come la Stein e Reinach, che alla base del diritto c’è una fondamentale relazione umana: la promessa, e l’accoglienza di tale promessa. La crisi economica, che ha portato il credito a livelli sempre più distanti dalle relazioni umane, non nasce forse dalla progressiva svalutazione dell’importanza dell’impegno reciproco di tali soggetti fondamentali, singoli o collettivi che siano?
La promessa che un creditore fa a un debitore è relazione umana, non è una previsione, né una scommessa su un caotico gioco di bussolotti, sul quale magari influire violentemente con una cinica avidità di denaro, come avviene spesso con i futures. La tedesca Stein scriveva, citando lo spagnolo san Giovanni della Croce, che il più grave danno che si può recare all’anima è «porre il proprio cuore, con la sua essenza più interiore (mit seinem innersten Wesen), nel denaro, invece di porlo come si deve in Dio. Porre il proprio cuore nel denaro, come se non vi fosse altro Dio».
«Avvenire» del 9 agosto 2012

Voler essere il Bene o il Male non è mettersi in ricerca (sul Web)

La presunzione di Google nel dettare un quadro di valori
di Giuseppe Romano
«Don’t be evil», non essere (o non fare) il male, stai dalla parte dei buoni: motto impegnativo da adottare in tutti i casi, tanto più se si sceglie di assumere il ruolo di Grande Fratello. È quanto ha fatto Google, il motore di ricerca americano che sa dirci tutto di tutti, compresi noi stessi, e che ai suoi albori ha coniato questa sentenza che fa pensare al giardino dell’Eden piuttosto che a palazzine di uffici, per quanto hi-tech. A simili, autoproclamati paladini del bene, nei giorni scorsi, il Wall Street Journal ha imputato un’operazione segreta per intrufolarsi nei telefonini e nei tablet di milioni di utenti. In realtà Goolge ha avuto gioco abbastanza facile nel ribattere che si è comportata scrupolosamente come sempre: accesso pieno alle informazioni, ma anonimato garantito. È questo il patto fondamentale che il motore di ricerca stringe con tutti coloro che lo utilizzano; per esempio chi possiede un account di posta Gmail, la mail di Google, accetta che tutto ciò che invia e riceve venga scrutinato e catalogato, con l’unica (ma non piccola) garanzia che le informazioni restino svincolate dai nomi dei soggetti da cui vengono tratte. È il prezzo da pagare, sostiene Google, quando si vogliono ottenere i migliori risultati per qualsiasi ricerca.
Ovviamente quella di "essere cattivi" a volte può essere una tentazione forte come schiacciare l’acceleratore se si possiede una Ferrari. Una delle più importanti caratteristiche di Google, alla base del suo successo, è stata fin dall’inizio aver distinto nettamente l’acquisizione delle informazioni dal loro sfruttamento commerciale. L’assioma era: lasciateci frugare nelle vostre cose, promettiamo di farlo per servirvi meglio, non per approfittarne. Tuttavia per i cittadini resta difficile convivere con la certezza che qualsiasi movimento e debolezza vengono registrati e catalogati perché qualcuno si è intrufolato nel nostro telefonino, e non è detto che consoli la frase «lo facciamo per il tuo bene, per tenerti informato». Quella di "non essere cattivi" è una promessa gravosa. I suoi funzionari saranno tutti e per sempre angelici? In fondo Google è un’impresa commerciale e, per dirla nuda e cruda, si fa gli affari suoi, che possiamo solo auspicare coincidano il più delle volte con i nostri. D’altra parte non sempre è facile mantenere il distacco se si possiedono valanghe di soldi e si ha il potere di intimidire governi e nazioni: sicché da una parte abbiamo la tristemente celeberrima adesione alla censura imposta dalla dittatura cinese pur di non rinunciare a quel mercato enorme, e dall’altro – storia di qualche giorno fa – la decisione di abolire le armi dagli oggetti che si possono vendere online. Lodevole iniziativa, ma perché proprio ora? I maligni la vedono connessa al desiderio di rabbonire l’antitrust che sta indagando Google per abuso di posizione dominante.
Altra "decisione sensibile" di questi giorni è compendiata nell’annuncio che Google lancerà (con l’immaginabile potenza di fuoco della sua forza economica e dell’onnipresenza nelle navigazioni di milioni di utenti) calibrate campagne di sensibilizzazione «contro l’omofobia», con lo slogan «Legalize Love». Lodevole iniziativa in senso generale (la dignità di tutti va indiscutibilmente tutelata), un po’ meno se si spinge a sostenere come un «dovere culturale» l’equivalenza civile fra tutti i tipi di unione, svilendo di fatto il matrimonio e la famiglia. Un altro mattone – e certamente non il più piccolo – all’edificio della cultura "politicamente corretta". L’aforisma «non essere il Male» può rivelarsi autolesionista, quando si connette alla presunzione di decidere in proprio che cosa è bene e cosa è male, con la pretesa di rimpiazzare altre istanze ben più autorevoli e certe. La storia insegna che addentare questa mela della conoscenza in genere è foriero di guai ...
«Avvenire» dell'11 agosto 2012

06 marzo 2012

Invasioni barbariche

Disumane teorie bioetiche
di Gian Luigi Gigli
​L’aborto è largamente accettato per ragioni che nulla hanno a che fare con la salute del feto. Al pari del feto, il neonato non ha lo status morale di una reale persona umana. Anche il fatto che feto e neonato indiscutibilmente siano da considerarsi potenzialmente persone umane, è irrilevante dal punto di vista etico. Non sempre l’adozione è nel miglior interesse di una persona. Pertanto l’aborto dopo la nascita (cioè l’infanticidio, ossia l’uccisione di un neonato) dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, inclusi i casi in cui il neonato non è portatore di disabilità.
Detto così brutalmente sembra il trailer di un film dell’orrore. Invece si tratta del riassunto fedele di un articolo apparso on line pochi giorni fa sul Journal of Medical Ethics, la prestigiosa rivista della stessa editrice del British Medical Journal.
Si va ben al di là dello stesso ignominioso Protocollo di Groningen, in base al quale dal 2002 in Olanda è permesso porre fine attivamente alla vita dei neonati con prognosi infausta che, a giudizio dei medici e dei genitori, si trovano in condizioni di «sofferenza insopportabile». Nell’articolo si afferma infatti la liceità morale anche dell’infanticidio per motivi economici, psicologici o sociali (auspicandone domani la liceità giuridica).
Non è casuale che esso sia stato pubblicato sulla rivista fondata da Tristam H. Engelhardt, il noto bioeticista che coniò la definizione di «straniero morale» per indicare tutti quegli esseri umani (non nati, gravi ritardati mentali, dementi, comatosi, stati vegetativi, etc.) che non avrebbero titolo a essere considerati persone umane perché privi della capacità di esprimere biasimo o lode e quindi, appunto, estranei alla comunità sociale.
Non è casuale neanche il fatto che uno dei due autori dello sconvolgente articolo sia affiliato alla Monash University di Melbourne, tempio della bioetica utilitarista, eretto da Peter Singer e da Helga Khuse (colei che definì l’interruzione di nutrizione e idratazione «il cavallo di Troia» per far passare l’eutanasia).
Sconvolge semmai che i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani. Anche Sergio Bartolommei, successore di Maurizio Mori alla cattedra di bioetica di Pisa, che gli autori ringraziano per i preziosi suggerimenti in fase di redazione, è italiano. Studiosi italiani, dunque, cittadini di un Paese in cui la giustificazione per motivi utilitaristici delle azioni umane non è considerata un’attenuante, né moralmente né giuridicamente, ma semmai un’aggravante.
Se è permesso l’aborto, perché non l’infanticidio?, si chiedono oggi i due autori. E se domani sarà permesso l’infanticidio, ci chiediamo noi, perché non permettere dopodomani anche l’eliminazione dei dementi e degli altri «stranieri morali»? Il vaso di Pandora, una volta aperto, fa uscire di tutto, giustificando le decisioni più barbare e inumane come il legittimo prevalere degli interessi di chi è persona rispetto a chi lo sarebbe solo in modo potenziale o non lo sarebbe più per le sue condizioni di malattia. Secondo questa logica: l’«interesse» della società prevale inevitabilmente su quello di ciascun essere umano.
Pochi giorni fa, parlando a Torino presso la Casa Valdese, lo stesso Engelhardt riconosceva che, prive di un fondamento divino, «tutte le morali sono socialmente e storicamente condizionate» e che, pertanto, in una cultura dopo-Dio riusciva difficilmente sostenibile l’affermazione secondo cui «tutti gli uomini sono stati creati uguali». Forse è il caso che qualcuno, anche tra chi non crede in Dio, incominci a dire basta alle invasioni barbariche, per non trovarci tutti a vivere nel crepuscolo disumano della civiltà occidentale.
«Avvenire» del 28 febbraio 2012