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30 luglio 2014

Il processo Eichmann divise Israele e gli ebrei americani

Il libro di Deborah Lipstadt rievoca un evento fondamentale per la memoria dell’Olocausto. Il gerarca nazista fu sequestrato da alcuni agenti del Mossad in Argentina
di Paolo Mieli
Le critiche a Ben Gurion dagli Usa, la sua aspra replica. Come legale dell’imputato fu scelto Robert Servatius che, pur non avendo mai aderito al Terzo Reich, aveva già rappresentato alcuni collaboratori di Hitler a Norimberga. Esponenti di primo piano dell’American Jewish Committee chiesero esplicitamente di consegnare il prigioniero alla Germania e di evitare il processo a Gerusalemme. Nel corso dell’istruttoria la Corte domandò numerosi documenti a diversi Paesi: l’Urss e la Gran Bretagna non li concessero
Il pomeriggio del 23 maggio 1960, mentre alla Knesset era in corso un dibattito sul bilancio, David Ben Gurion chiese la parola e annunciò che era stato catturato Adolf Eichmann, definendolo «uno dei più grandi criminali di guerra nazisti». «È già in Israele in stato d’arresto», aggiunse, «e sarà tra breve processato». Pronunciate queste parole, il primo ministro lasciò l’aula, che restò attonita per qualche secondo e poi fu travolta da un’onda inimmaginabile di commozione. «Mai come quel giorno, dai tempi della Dichiarazione di indipendenza, gli israeliani avevano provato un senso di unità nazionale così profondo», ha scritto Tom Segev nel libro Il settimo milione (Mondadori). L’indomani, un quotidiano laico, «Maariv», titolò così: «Il Potente Iddio, a cui spetta la vendetta, è apparso». È da questo istante che prende le mosse uno straordinario e coraggioso libro di Deborah E. Lipstadt, Il processo Eichmann, che esce oggi da Einaudi. La Lipstadt è una studiosa assai nota per essere stata sottoposta a sua volta, nel 2000, in Gran Bretagna, ad un procedimento giudiziario per un’azione legale intentata a lei e alla sua casa editrice, la Penguin, da David Irving. Quell’Irving che era stato a sua volta accusato dalla Lipstadt di aver dolosamente negato l’esistenza delle camere a gas e lo sterminio sistematico degli ebrei ai tempi di Hitler. Il dibattimento ebbe ampia risonanza e quando si concluse - con una sentenza di trecento pagine che assolveva la studiosa - il «Daily Telegraph» scrisse: «Questo processo è stato per il nuovo secolo quel che il processo di Norimberga o il processo Eichmann furono per le generazioni precedenti». Di qui l’autrice si è sentita in dovere di tornare sul caso Eichmann.Il criminale nazista era già stato catturato dagli Alleati alla fine della guerra senza però che se ne conoscesse l’identità; era poi fuggito in una zona remota della Germania dove aveva lavorato - sempre sotto falso nome - in un’azienda di legname. Sarebbe poi riuscito ad espatriare all’inizio degli anni Cinquanta, per scomparire una decina di anni, e poi essere ritrovato in Argentina nel 1960, rapito dal Mossad, portato in Israele dove, dopo un processo, sarebbe stato mandato a morte nel 1961. Nel ricostruire questa storia, la Lipstadt si è concentrata su alcune questioni di dettaglio, degne di interesse.
L’autrice sostiene che il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, che avrebbe poi rivendicato una parte decisiva nella cattura di Eichmann, ebbe invece un ruolo marginale nella vicenda. Anzi, una sua lettera del 23 settembre 1959 (sei mesi prima dell’arresto del criminale) all’ambasciatore israeliano a Vienna suggeriva che egli si trovasse ancora nel Nord della Germania. Il merito di aver scoperto che Eichmann viveva in una povera casa (senza elettricità, né acqua corrente) di via Garibaldi alla periferia di Buenos Aires, va a Lothar Hermann, un tedesco quasi cieco, ebreo a metà, trasferitosi in Argentina nel 1939 dopo essere riuscito a uscire da un campo di concentramento dove era recluso. Una sua figlia adolescente, Sylvia, aveva iniziato a frequentare un giovane che diceva di chiamarsi Klaus Eichmann. Proprio così: il padre, in fuga dalla Germania, aveva cambiato nome e cognome (quello nuovo era Ricardo Klement), ma il figlio aveva tenuto quelli veri. La notizia per vie traverse era giunta al capo dei servizi segreti israeliani, Isser Harel, che l’aveva presa sottogamba, anche perché Tuvia Friedman, un altro cacciatore di nazisti, sosteneva di avere le prove che Eichmann si trovasse in Kuwait. E la «rivelazione» di Friedman era finita addirittura sui giornali, mettendo a rischio la successiva operazione di Buenos Aires. Poi però Harel (che ha raccontato questa storia in La casa di via Garibaldi, pubblicato da Castelvecchi) si convinse della bontà dell’informazione di Hermann, spedì in loco un commando che, ottenuto il via libera da Ben Gurion, catturò Eichmann la sera dell’11 maggio, per strada. Secondo uno degli uomini che lo bloccarono, Peter Malkin (lo scrive in Nelle mie mani, pubblicato da Sperling&Kupfer), Eichmann quella sera si lasciò sfuggire «il grido primitivo di un animale intrappolato», provò a dire di essere Ricardo Klement, ma, poco dopo, ammise la sua vera identità. Durante il volo che lo avrebbe portato a Tel Aviv, un agente del Mossad offrì ad Eichmann una sigaretta, ma un capo meccanico presente sull’aereo, orfano di genitori uccisi dai nazisti, si mise a piangere e protestò contro quel gesto: «Lei a lui dà le sigarette, lui a noi ha dato il gas». Israele comunicò al mondo che la cattura di Eichmann era opera di alcuni «volontari» e si scusò (tramite il ministro degli Esteri, Golda Meir) per la violazione della sovranità del Paese latinoamericano. Il presidente argentino Arturo Frondizi si arrabbiò per quel rapimento. E diede incarico al suo rappresentante alle Nazioni Unite, Mario Amadeo (ammiratore dichiarato di Francisco Franco e di Benito Mussolini), di chiedere l’immediata restituzione di Eichmann. Gli Stati Uniti sulle prime appoggiarono la richiesta di Frondizi, ma, in vista della campagna elettorale, il vicepresidente Richard Nixon, in procinto di candidarsi contro John Kennedy, nel timore di perdere l’appoggio della comunità ebraica, ordinò all’ambasciatore Henry Cabot Lodge di definire le scuse della Meir un «atto sufficiente di riparazione». I giornali americani, invece, si scatenarono contro Israele. Il «New York Times», il «Washington Post», il «New York Post» scrissero che lo Stato ebraico aveva adottato «la legge della giungla», dando prova di un «grande disprezzo delle norme internazionali», che il processo sarebbe stato «inquinato dall’illegalità» e inficiato dallo «spirito di vendetta». I quotidiani tedeschi furono invece molto più prudenti, anche perché il cancelliere Konrad Adenauer - che pure era circondato da ex nazisti (o, forse, proprio per questo) - aveva da tempo avviato una politica molto generosa nei confronti di Israele, atta a scoraggiare i sentimenti antitedeschi dei superstiti della Shoah. Per non dar adito ad equivoci, la Germania rifiutò di pagare le spese processuali per la difesa di Eichmann (le pagò Israele).
Durissime furono, invece, le reazioni degli ebrei antisionisti come il rabbino Elmer Berger. Il celebre psicologo Erich Fromm qualificò il tutto come un «atto di illegalità del genere esatto di cui gli stessi nazisti si erano resi colpevoli». Anche esponenti di primo piano dell’American Jewish Committee polemizzarono apertamente con Ben Gurion, accusandolo di volersi erigere a rappresentante dell’intero popolo ebraico. Essi chiesero esplicitamente di consegnare Eichmann alla Germania e di evitare di tenere il processo in Israele. Suggerivano inoltre agli israeliani di «smorzare i toni sulle sofferenze degli ebrei durante la soluzione finale» così da non «dare la stura a nuove manifestazioni antisemite». Parole che oggi difficilmente potrebbero essere pronunciate da un ebreo (e anche da un non ebreo). Ben Gurion rispose con durezza che l’ebraismo americano stava «perdendo ogni significato» e che soltanto un cieco poteva non vedere quanto fosse prossima la sua «estinzione». Queste loro prese di posizioni - proseguiva Ben Gurion - dimostravano che gli ebrei statunitensi si disponevano a ricevere «il bacio della morte», che avrebbe suggellato il loro «lento declino nell’abisso dell’assimilazione».In Israele il caso Eichmann andò a incrociare un processo che aveva diviso il Paese negli anni precedenti, quello a Israel Kasztner. Kasztner era un ebreo ungherese, che nel 1944 aveva negoziato proprio con Eichmann una cessione di autocarri in cambio della vita di un consistente numero di ebrei. L’operazione «sangue in cambio di merci» (così fu definita) aveva consentito la messa in salvo di 1.700 persone e altre ancora avevano evitato di finire ad Auschwitz a seguito di quella trattativa. Dopo la guerra, Kasztner era espatriato in Israele dove aveva militato nel Mapai, divenendo portavoce del governo. Ma un altro ebreo immigrato in Palestina dall’Ungheria, Malchiel Gruenwald, si era messo a far circolare ciclostilati nei quali Kasztner veniva accusato di aver favorito i propri familiari e altri ebrei ricchi, nonché di essere stato per tutti gli altri (cinquecentomila) finiti nei Lager una sorta di «assassinio vicario» dei nazisti. Il governo aveva fatto causa a Gruenwald, ma il suo avvocato, Shmuel Tamir, era riuscito a capovolgere i termini del procedimento giudiziario, trasformandolo in un processo agli ebrei che avevano in qualche modo «collaborato» con i nazisti. Il dibattimento, rievoca Lipstadt, fece venire allo scoperto «una percezione da tempo diffusa in Israele secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto avevano fatto qualcosa di disdicevole per salvarsi la vita». Il giudice, Benjamin Halevi, condivise pressoché apertamente le tesi di Tamir, assolse Gruenwald e disse, nei modi più chiari, che Kasztner, negoziando con Eichmann, aveva «venduto l’anima al diavolo». Poco tempo dopo Kasztner era stato ucciso davanti alla porta di casa, a Tel Aviv. E non aveva potuto sapere della successiva sentenza della Corte suprema che avrebbe capovolto le decisioni di Halevi, condannando il suo accusatoreAdesso, proprio quando, come ha scritto Sergio Minerbi nel libro La belva in gabbia (Lindau), in Israele «si era diffuso il desiderio di sbarazzarsi dell’amarezza» per il caso Kasztner, con un colpo di scena, proprio al giudice Halevi, diventato nel frattempo presidente del tribunale distrettuale di Gerusalemme, sarebbe spettato di presiedere il processo ad Adolf Eichmann. Halevi pretendeva di far valere questo diritto, in molti si erano schierati dalla sua parte e avevano sostenuto che non era lecito «adattare» le leggi di uno Stato alle circostanze. Altrettanti, però, fecero rilevare come non ci si dovesse «nascondere dietro i formalismi» e che la politica dovesse operare delle scelte. Tra questi ultimi, Ben Gurion. La Knesset fece propri questi dubbi e varò un’apposita legge, con la quale disponeva che il nuovo dibattimento dovesse essere guidato da un magistrato appartenente all’Alta Corte di giustizia (fu scelto Moshe Landau). Per i due giudici che avrebbero affiancato Landau, si restò alle disposizioni di sempre, che assegnavano il diritto di scelta ad Halevi. Il quale fece due nomi: il proprio e quello di Yitzhak Raveh. Tutti e tre erano ebrei tedeschi, laureati in Europa prima di emigrare in Palestina.Il processo iniziò l’11 aprile del 1961. Elie Wiesel, lì in veste di reporter per il «Jewish Daily Forward», si disse colpito dal fatto che Eichmann non appariva «diverso dagli altri esseri umani». Cyrus Leo Sulzberger, sul «New York Times», notò che «sembrava più ebreo, secondo le definizioni convenzionali, delle due abbronzate guardie israeliane» schierate a sua protezione. Protezione davvero eccezionale. Eichmann era recluso nella prigione di Yagur: una guardia fu incaricata di sorvegliarlo, un’altra di sorvegliare la prima e una terza di occuparsi della seconda. Nessuno dei tre aveva perso parenti nell’Olocausto, né parlava tedesco. Come suo difensore fu scelto Robert Servatius, che, pur non essendo mai stato nazista, aveva già svolto il ruolo di avvocato della difesa dei collaboratori di Hitler al processo di Norimberga. Il ruolo di pubblico ministero toccò a Gideon Hausner, privo di competenza in quel campo specifico (era specializzato in diritto commerciale), ma in stretti rapporti con Ben Gurion. Nel corso della fase istruttoria, la Corte israeliana chiese un’imponente documentazione a molti Paesi: l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna non la concessero. Servatius nella prima fase del dibattimento fu assai abile nel sollevare una serie di obiezioni procedurali, alle quali però Hausner seppe rispondere con efficacia. Una legge israeliana del 1950 e una delibera delle Nazioni Unite rendevano legale il processo.
I testimoni a favore di Eichmann, che non potevano entrare in Israele senza rischiare l’incriminazione (o peggio), avrebbero potuto deporre all’estero. I corrispondenti dei giornali americani, in principio assai critici nei confronti del processo, lodarono la pertinenza e la quantità di precedenti fatti valere da Hausner. Eichmann si difese con grande abilità raccontando che nei primi anni del regime hitleriano, quando era in Austria, aveva avuto intensi rapporti con i leader sionisti per un piano che avrebbe consentito agli ebrei di espatriare, qualora si fossero rassegnati a lasciare in «patria» i loro averi. A tal fine avrebbe anche «soggiornato» a lungo in Palestina (ma si scoprì che, dopo un giorno ad Haifa, era stato espulso dagli inglesi alla volta dell’Egitto). Hausner smontò quel racconto grazie alla testimonianza di Aharon Lindenstrauss che, per conto degli ebrei, aveva «trattato» con Eichmann, venendone apostrofato «vecchio sacco di merda». Hannah Arendt, però, liquidò l’impianto di ricostruzione di Hausner come «cattiva storiografia e retorica a buon mercato». Deborah Lipstadt - che pure prende le distanze dalla Arendt - definisce «indubbio» che Hausner abbia presentato «gran parte della storia in modo errato», e imputa all’esposizione del pubblico accusatore «superficialità storica e autocelebrazione».Un momento assai complicato fu quello dell’interrogatorio all’eroe Moshe Bejski, che raccontò di come in Polonia 15 mila ebrei furono costretti ad assistere all’impiccagione di un bambino. Hausner gli domandò a bruciapelo: «Perché, essendo in 15 mila contro poche centinaia di guardie, non vi ribellaste passando all’attacco’». Bejski chiese di potersi sedere e rispose evocando il terrore di chi spera di aver salva la vita, ma soprattutto, ove mai scegliesse di ribellarsi, non saprebbe poi dove cercar riparo. Con quella domanda, il processo rischiava di sfuggire di mano ad Hausner e di trasformarsi in un procedimento d’accusa contro le vittime. Ma la Lipstadt sostiene che il pubblico ministero volesse «dimostrare l’ingiustizia intrinseca di questa domanda». Hausner, scrive, «era perfettamente consapevole del fatto che gli israeliani nati in Israele e che nel 1948 avevano sconfitto cinque eserciti, non capivano perché gli ebrei di numero tanto superiore rispetto ai loro aguzzini non avevano fatto lo stesso» con i nazisti. E aveva portato la questione allo scoperto proprio per far sì che comprendessero quanto eccezionali fossero stati gli episodi di rivolta, come quello del ghetto di Varsavia nella primavera del 1943. Per dimostrare questo assunto, Hausner chiamò sul banco dei testimoni Abba Kovner, capo della Resistenza di Vilnius. Ma qui vennero a confliggere la parte politica e quella strettamente giudiziale del dibattimento. Dopo che Kovner ebbe parlato, il giudice Landau con grande irritazione richiamò Hausner, accusandolo di aver «divagato molto rispetto all’argomento di questo processo» portando quell’uomo sul banco dei testimoni. E quando Zvi Zimmerman, alleato politico di Ben Gurion, andò alla sbarra per riferire quel che di Eichmann gli avevano detto persone della Gestapo, Landau diede in escandescenze: «Il valore di questa prova è, direi, quasi nulla’ Questi, di fatto, sono pettegolezzi», disse ad alta voce. Il presidente del tribunale era a tal punto spazientito che sembrò pendere dalla parte di Servatius, sia nel caso dell’interrogatorio a Leon Wells (che parlò nello specifico degli ebrei costretti a cancellare le tracce delle uccisioni in massa), sia nel caso di quello a Michael Musmanno, i quali non riuscirono a dire con precisione in che modo quel che raccontavano fosse legato alla persona di Eichmann.
Ci riuscì, invece, il decano protestante di Berlino, Heinrich Grueber, il quale raccontò di un tedesco che aveva dato una mano a degli ebrei. Però al momento di farne il nome non volle, per non mettere a repentaglio, disse, la sua incolumità. Il fatto che, nella Germania degli anni Sessanta, fosse ancora rischioso dire di aver aiutato gli ebrei provocò sconcerto. Il testimone aggiunse che stava parlando per esperienza, dal momento che, quando la stampa tedesca aveva rivelato la sua intenzione di testimoniare contro Eichmann, aveva ricevuto uno «spesso dossier» di «minacce» e «lettere di insulti».In quegli stessi giorni il processo entrò nella fase decisiva, quella in cui si esaminava il ruolo svolto da Eichmann in Ungheria nel 1944, dove aveva organizzato il «trasferimento» ad Auschwitz di 437 mila ebrei. Eichmann aveva suggerito di cominciare con quelli della Carpazia, cosicché i loro correligionari di Budapest si «tranquillizzassero» al pensiero che ad essere colpiti fossero solo gli ortodossi. Poi aveva aperto una trattativa con il negoziatore Joel Brand per «vendergli» un milione di ebrei e nello stesso tempo aveva suggerito al comandante di Auschwitz, Rudolph Höss, di «trattarne» con il gas il maggior numero possibile. Infine si era tornati sul caso Kasztner - su cui la Lipstadt ha parole di grande comprensione - e quando si era presentato a testimoniare Pinchas Freudiger, membro del consiglio ebraico ungherese, dopo che un uomo dall’aula lo aveva accusato di essere responsabile della morte della propria famiglia, il processo era precipitato nel caos. Aggravato dal fatto che il giudice Halevi (quello che aveva condannato Kasztner) chiese a uno di quei testimoni se avessero mai pensato di uccidere Eichmann. Senza ottenerne risposta. Con il che Halevi aveva raggiunto lo scopo di dimostrare che in qualche modo i dirigenti dei Consigli ebraici - tranne rare eccezioni - avevano delle «colpe» per quel che era accaduto al loro popolo.
Il 20 giugno, dieci settimane dopo l’inizio del processo, Eichmann salì sul banco degli imputati. Fu assai vago e, ad un tempo, loquace. Il giudice fu costretto più volte a interromperlo: «Non le è stata chiesta una lezione generale. Le è stata posta una domanda specifica». Ma lui decise di insistere con la sua vuota verbosità. E ottenne un risultato. Il «New York Times» scrisse che non appariva «astioso o insolente», dal momento che «si crogiolava in frasi burocratiche» e che, dunque, non «valeva la pena di odiarlo». Hausner, secondo Lipstadt, commise molti errori nell’interrogarlo. Va ad Halevi merito di averlo indotto a pronunciare la frase che lo avrebbe condannato. Fu quando Eichmann, per dimostrare di non essere stato antisemita, raccontò di aver favorito la fuga di una coppia di ebrei viennesi e, per spiegare in che modo, si lasciò sfuggire: «In ogni legge esiste qualche scappatoia». Da quel momento non poté più cavarsela dicendo che era stato soltanto ligio alle leggi del suo tempo. Per lui non c’era più scampo.
A dicembre Eichmann viene condannato a morte. Alcune autorità morali del Paese, Martin Buber, Yeshayahu Leibowitz, Gershom Sholem, chiedono che ci si fermi lì. Ben Gurion che pure aveva dato battaglia per non includere la pena di morte nel codice penale di Israele, discute della questione con Buber, ma non si fa convincere. Decisiva è la presa di posizione del poeta Uri Zvi Grinberg: «Buber può rinunciare al castigo per la morte dei suoi genitori, se sono stati assassinati da Eichmann, ma né lui né altri Buber possono chiedere un’amnistia per l’assassinio dei miei genitori». Il 31 maggio 1962 Eichmann salirà sul patibolo.
Merito di questo libro è di aver ripercorso le tappe del processo senza fermarsi ai celebri reportage di Hanna Arendt, usciti sul «New Yorker» e poi raccolti nel libro La banalità del male (Feltrinelli). Ma un capitolo è dedicato alla stessa Arendt. Un capitolo non simpatizzante: «La Arendt tra l’altro mancò dall’aula per buona parte del processo», fa notare Lipstadt, «il suo fu un abuso di fiducia nei confronti dei lettori». Si mette in risalto come la Arendt scrivesse della «commedia di parlare ebraico», descrivesse i poliziotti israeliani come «simili agli arabi», «brutali», gente che «obbedirebbe a qualsiasi ordine», imputasse ai sionisti («senza offrire alcun dato per giustificare tale accusa») di «parlare un linguaggio non del tutto diverso da quello di Eichmann», avesse parole sprezzanti per i Consigli ebraici, il cui capitolo definì «fosco, patetico e sordido». Anche se, alla fine, la Arendt fu favorevole alla pena di morte. E diede il suo contributo a far sì che, se a Norimberga al centro dell’attenzione erano stati i carnefici, adesso giungesse «l’ora delle vittime». Gli ebrei. È questa, scrive Lipstadt, l’eredità più significativa del dibattimento che si concluse nel 1962 con le ceneri di Eichmann sparse nel mare.
«Corriere della Sera» del 13 maggio 2014

30 gennaio 2014

Memoria, un dovere europeo

Il dibattito
di Andrea Riccardi
Bisogna ancora ricordare la Shoah? Le memorie ufficiali possono diventare polverose. Talvolta l’ufficialità di tante «memorie» nel nostro Paese provoca fastidio tra i giovani. I testimoni ci hanno finora aiutato a sentire vicina la drammaticità della Shoah. Con la loro scomparsa, siamo in una nuova stagione. Tuttavia anche i testimoni hanno faticato nel dare la loro testimonianza.
Ho conosciuto bene un’ebrea romana, catturata nella razzia del 16 ottobre 1943 e tra i pochi ritornati dalla Germania, Settimia Spizzichino. Al ritorno constatò come la gente non volesse ascoltarla, perché si sentiva piena di problemi e vittima della guerra. Settimia tacque per decenni, silenziata dal vittimismo degli altri. Solo negli ultimi due decenni tanti testimoni hanno potuto parlare ed anche Settimia comunicò ai giovani l’orrore della Shoah.
Ho conosciuto un altro ebreo romano, sfuggito alla razzia, nascostosi in Laterano e poi altrove, temendo un’invasione tedesca nell’area lateranense: Michele Tagliacozzo. Michele, dalla fine della guerra, raccolse documenti sulla Shoah per provare quell’infamia: storico e amico degli storici più giovani, a cui forniva materiale. Spizzichino e Tagliacozzo hanno conosciuto stagioni e modi differenti in cui rendere testimonianza.
Sono convinto che abbia ragione lo storico Lucien Febvre, quando diceva: «Per vivere occorre anche dimenticare». Ma la vicenda della Shoah s’impone tra i tanti altri ricordi destinati a cadere. Non solo per l’orrore industriale della macchina di morte nazista. Ma anche perché segna l’inizio della storia contemporanea. Il processo di unificazione dell’Europa e il radicamento del continente nella democrazia partono da Auschwitz, anzi dal rifiuto della Shoah. Infatti la Shoah non è solo un fatto tedesco, come talvolta si dice. No, è una storia europea, cui hanno partecipato volenterosi collaboratori, italiani, francesi, austriaci, ucraini, croati, slovacchi, cechi, ungheresi, lituani, estoni, lettoni, polacchi ed anche altri. È una storia europea complessa, non riducibile alla sola vicenda delle vittime e dei carnefici.
Oggi ricordare vuol dire indagare la complessità storica e raccontarla. Tanti collaborarono al massacro. Ci fu l’appropriazione dei beni ebraici, su cui poco si è scritto. Molti europei hanno lucrato sulla Shoah. Non pochi hanno tradito o venduto gli ebrei. I «mostri» nazisti non erano soli. Di fronte al male, imposto da un regime totalitario, però si può scegliere da che parte stare. La storia della Shoah mostra che, anche in casi di estrema coercizione, si può resistere.
È la storia del riconoscimento dei «Giusti tra le nazioni», che nasce dall’iniziativa d’Israele dal 1962: piccoli e grandi hanno salvato gli ebrei lottando a mani nude. Ne sono stati individuati circa 25.000 con una procedura accurata. Ma il loro numero è maggiore. Aharon Appelfeld ha scritto: «Ogni uomo che si è salvato durante la guerra, si è salvato grazie a una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta incontro». Ha concluso: «Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio, ma abbiamo visto i giusti».
Ho studiato la Shoah a Roma dagli anni Settanta e ho avuto l’opportunità di incontrare parecchi «Giusti», specie chi nascondeva gli ebrei negli istituti ecclesiastici. Perché lo facevano, talvolta introducendo famiglie negli ambienti claustrali e creando convivenze inedite tra ebrei e religiosi? Rispondevano con naturalezza e senza senso eroico: «Come non farlo? Era volontà del papa». Alla mia richiesta di una prova della volontà di Pio XII, mi rispondevano con un sorriso: erano tempi calamitosi e nessuno creava una simile prova. Approfondendo negli anni successivi questa storia in cui «metà Roma nascondeva l’altra metà», mi sono reso conto della forte iniziativa spontanea (di religiosi, suore, preti, prelati) all’origine dell’ospitalità clandestina. Intorno alle parrocchie e agli istituti, si sviluppava anche quella di alcune famiglie romane. Molti scelsero di rischiare.
Non si può dividere la base dal vertice. L’iniziativa spontanea s’incrociava con la volontà dei «superiori»: Pio XII e i suoi collaboratori. In alcuni casi, costoro stimolarono l’ospitalità, in altri la consentirono (come nascondere uomini tra le monache di clausura senza permesso?), sempre la sostennero e la coprirono diplomaticamente di fronte ai tedeschi. È la storia di un mondo di «giusti» che si accorse (forse tardivamente) dell’orrore dell’antisemitismo e che resistette. Fu un piccolo popolo di giusti (anche organizzato: come nutrire tanti nascosti?). Il papa e i suoi collaboratori sentirono la responsabilità di gestire un ampio mondo clandestino di ebrei, antifascisti, renitenti alla leva, ricercati dai nazifascisti.
L’ha rilevato anche Anna Foa. L’imperativo era salvare vite umane. Il dibattito sui «silenzi di Pio XII» ha quasi nascosto questa realtà che ora ritorna alla luce. Parlarne non porta a diminuire il dramma, ma a capire meglio la storia di quello che Settimia Spizzichino chiamava «il più grande furto della storia»: gli anni rubati a milioni di esseri umani.
«Avvenire» del 27 gennaio 2014

23 gennaio 2013

A quali condizioni ha senso il giorno della memoria

Shoah
di Giorgio Pressburger
​È servito agli esseri umani ricordare eventi luttuosi per evitare il ripetersi di questi eventi? No. Con l’andare del tempo la ferocia è aumentata, la capacità di uccidere o di torturare è diventata sempre più diffusa e a portata di tutti. È servito all’umanità dimenticare quegli eventi, non saperne più nulla, ignorarli, come se mai fossero accaduti?
È servito sapere che sono avvenuti e far finta che non sia successo nulla? No. Allora la natura umana, la propensione alla violenza, alla ferocia, all’assassinio è ineliminabile, la civiltà non avanzerà mai, nel diventare meno crudele, meno violenta, meno egoista? Rassegnarsi a un’idea simile sarebbe terribile. Non riconoscerne la realtà e andare avanti alla cieca è altrettanto vano e illusorio. Ed è probabilmente per questo che è nata la decisione di dedicare almeno un giorno dell’anno al ricordo degli orrori messi in atto settant’anni fa, all’epoca in cui sono nati i genitori di uomini che oggi hanno circa trent’anni. E le vittime a quell’epoca erano i nonni di quei trentenni, i loro zii, i cugini.
Ora i mezzi di comunicazione di massa sciorinano ogni giorno numeri spaventosi sugli esseri umani uccisi il giorno prima. Ne parlano come di noccioline, a volte ne esagerano la portata soltanto per incutere orrore e paura, non per offrire una possibile maniera di far cessare i massacri o per offrire una conoscenza obiettiva dei fatti. Molte cose vengono falsificate in una direzione o nell’altra. Si mostrano feretri, corpi dilaniati soltanto come simboli, non come corpi di persone umane esistite, ciascuna con la sua storia, lo svolgersi della sua vita tra tanti stenti, tanto faticare, tanto gioire, tanto pensare, tanto piangere. Ovviamente nulla di questo è volto a migliorare l’uomo, a impedire il ripetersi, l’estendersi del male, della violenza, degli eccidi. Tutto questo mette fortemente a repentaglio l’utilità vera dei Giorni della Memoria, del moltiplicarsi di monumenti eretti per rammentare lotte, sacrifici, ideali.
Che cosa si può fare per impedire che in questo modo tutto finisca in retorica, in vuoti cerimoniali consumati in un giorno, per continuare, nei rimanenti 364 giorni dell’anno a perpetrare gli stessi delitti, gli stessi abusi e le stesse violenze appena ricordati? Sarebbe meglio allora creare Giorni dell’Oblio? O usanze comuni per dimenticare, come si fa a San Pietroburgo dove si festeggiano matrimoni con tanto di spumante e calici, nel grande cimitero in cui sono seppelliti i cinquecentomila morti periti durante l’assedio della città per opera dell’esercito nazista? Nobile cerimonia in onore della vita che continua, ma è quella la strada giusta per il ricordo? Può anche darsi.
Però occorre pure ricordare quei morti che si avviavano verso le camere a gas di Auschwitz cantando preghiere. Lì si trattava del progetto di cancellare dalla faccia della Terra un popolo intero additato come portatore di male. C’è la possibilità di rievocare quei delitti senza precedenti nella Storia dell’umanità? Interi popoli sono scomparsi nel fiume spietato del tempo e della Storia, ma non così, cioè come esecuzione di un piano scientifico, meditato, ponderato e preparato fin nei minimi dettagli.
Sono passati settant’anni, i ragazzi di oggi non riescono a immaginare nemmeno lontanamente che cosa potesse essere avvenuto nei campi di sterminio dove sono portati in visita, Tutto può essere soltanto una sorta di messa in scena, uno spettacolo allestito apposta. E per giunta ci sono anche gruppi di individui che negano tutto, negano che quegli eventi siano veramente accaduti. Lo negano già da tempo, nonostante gli ultimi sopravvissuti siano ancora oggi tra noi, parlino, si muovano. Fautori di ideologie, gruppi di sedicenti religiosi corrono in aiuto a costoro, allenati come sono alla menzogna. Ricordare o dimenticare, ricordare e condividere quei ricordi con quelli che erano stati gli autori di quei delitti?
È il giorno delle tante, infinite domande quello che noi chiamiamo il Giorno della Memoria. Come è potuto accadere quello che ricordiamo? E come dobbiamo ricordarlo? Non sarebbe meglio ricordare, (come fanno gli ebrei durante il Pesach, la Pasqua ebraica) in che modo quel popolo è riuscito a liberarsi dalla schiavitù? Noi viviamo ancora in quella schiavitù, nella schiavitù della violenza, dell’eccidio, del sopruso ufficialmente autorizzato. Quando e come ce ne libereremo? Dobbiamo trovare la strada che ci conduca verso la liberazione da questa schiavitù, o sarà l’intera umanità, non un singolo popolo, a scomparire.
«Avvenire» del 21 gennaio 2013