Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

26 marzo 2016

Convivenza, è la scuola dove la sfida si decide

di Eraldo Affinati
Ogni bomba che esplode in Europa ci riporta indietro nei secoli, in un vortice di reciproche incomprensioni. Crollano i ponti. Si alzano i muri. Tornano i fantasmi del passato. Tutto il lavoro umano che è stato compiuto in questi anni difficili sembra vanificato nel sangue dei corpi dilaniati.
Eppure noi dobbiamo continuare a scommettere sul futuro: non abbiamo altra scelta.
Il tema resta sempre quello educativo: raccogliere il testimone da chi ci precede per consegnarlo a chi verrà dopo, nella speranza che non sia un tronco bruciato, ma una moneta d’oro. La scuola diventa il luogo elettivo del confronto antropologico, il campo operativo della sfida decisiva: nessuno deve rinunciare alla propria identità, ma tutti dovrebbero rispettare quella altrui. È necessario trovare delle piattaforme comuni d’intesa e la nostra Costituzione indica grandi ed essenziali princìpi. I linguaggi non devono essere specialistici: si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. Io credo di poter interpretare così l’umanesimo integrale di papa Francesco.
L’altra sera, all’indomani degli attentati in Belgio, ero a cena con Khaliq, originario della Sierra Leone, mio ex studente alla Città dei Ragazzi di Roma, riuscito a sopravvivere dopo aver perso i contatti con la famiglia originaria. Oggi ha un lavoro, una moglie e un bambino di pochi mesi. Ogni mattina, all’alba, prega in ginocchio sotto lo sguardo incantato di Sharif, il figlio piccolo. Cosa ne faremo dello stupore di questo nuovo italiano di fronte alla fede del padre? Quali scenari costruiremo intorno alla sua meraviglia?
Se pensassimo che basterà concedergli l’assistenza sanitaria e iscriverlo alle elementari, allora Molenbeek, il quartiere di Bruxelles che ha favorito e protetto prima la fuga, poi la latitanza di Salah Abdeslam, non ci avrà insegnato niente.
Il lavoro che ci aspetta è molto più profondo: pre-politico, pre-giuridico, pre-sociale, pre-religioso. Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dello sguardo altrui. Il che significa creare i presupposti per una relazione umana libera dal pregiudizio e dall’ideologia.
Faccio un solo esempio concreto. Da quest’anno la nuova riforma dell’istruzione italiana prevede che gli studenti delle medie superiori svolgano, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, un periodo di tirocinio attivo presso aziende, enti o associazioni. Si tratta di una preziosa opportunità che non dovremmo sottovalutare. Nei mesi scorsi, grazie al sostegno attivo di molti volontari della Penny Wirton, una scuola di lingua italiana per immigrati, ho cercato di formare un gruppo di liceali romane a questo tipo di insegnamento. Vedere Chiara o Sonia, della terza C, impegnate di pomeriggio a scandire le sillabe con Mohamed e Ismail, analfabeti nella lingua madre, rafforza la nostra tensione partecipativa: in quale altro luogo gli adolescenti egiziani, appena arrivati dal Delta del Nilo, avrebbero potuto trovare una simile accoglienza?
«In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti eguali», scriveva don Lorenzo Milani. Adesso, quasi cinquant’anni dopo, i ragazzi annunciati dal priore di Barbiana sono fra noi. E hanno il medesimo antico, identico problema dei piccoli mugellani: imparare la lingua. Che non significa solo saper coniugare il verbo essere e avere. Vuol dire crescere, diventare adulti, unire il pensiero e l’azione, dare senso all’esperienza, capire la preghiera del padre, prima ancora di accettarla o rifiutarla. Soltanto se loro, sparute avanguardie di popoli in movimento, avranno compiuto questo percorso interiore non da soli ma con noi, potremo dire, tutti insieme, di aver fatto terra bruciata intorno ai terroristi.
«Avvenire» del 26 marzo 2016

04 luglio 2013

Big Data, solo utili cerotti nella lotta al terrorismo

Intelligence & privacy
di Evgeny Morozov
Indagare i comportamenti online non può essere decisivo
I Big Data avrebbero potuto impedire l’11 settembre? Forse. Dick Cheney ne sembra convinto. Facciamoci però un’altra domanda, assai più inquietante: che cosa accadrebbe se i fatti dell’11 settembre si verificassero oggi, nell’era dei Big Data, quando su tutti i diciannove dirottatori degli aerei vi sarebbero inevitabilmente ampie documentazioni digitali?
I fratelli Tsarnaev, gli artefici dell’attentato alla maratona di Boston, appartengono a questa nuova generazione di terroristi, di casa nel mondo di Twitter e di YouTube. Alcuni dei video preferiti da Tamerlan, il maggiore dei due, erano di chiara natura estremista. Se qualcuno avesse analizzato in tempo reale le abitudini dei fratelli nell’uso di Internet, si sarebbe forse potuta evitare una tragedia. Una volta la propensione al terrorismo si valutava dai libri che si leggevano o dai sermoni che si ascoltavano, oggi dai click e dalle app. Non che i libri o i sermoni non siano importanti (lo sono ancora), solo che oggi se ne fa uso in formato digitale, e in questo modo lasciano tracce che permettono di stabilire delle tendenze. I libri che hai acquistato oggi su Amazon sono più radicali di quelli che hai comprato ilmese scorso? In questo caso potresti essere una persona da tenere d’occhio.
La buona notizia — almeno per i sostenitori dei Big Data — è che non dobbiamo necessariamente capire che cosa significhino questi click o questi video. Dobbiamo solo stabilire una relazione tra i terroristi sconosciuti di domani e i terroristi noti di oggi. Se i terroristi che conosciamo hanno un debole per l’hummus di ceci, ad esempio, potremmo attivare dei controlli su chiunque lo acquisti, senza per questo formulare un’ipotesi sul perché piaccia tanto. (In effetti, per un breve periodo tra il 2005 e il 2006, l’Fbi ha fatto proprio questo, sperando di scoprire delle cellule terroristiche iraniane sotterranee: ha passato in rassegna i dati raccolti sui clienti dai negozi di alimentari della zona di San Francisco, alla ricerca di chi comprava cibi mediorientali).
Grazie ai Big Data possiamo smettere di preoccuparci di capire e possiamo concentrarci sulle azioni preventive. Invece di sprecare preziose risorse pubbliche per stabilire i perché — esplorare cioè i motivi per cui i terroristi diventano terroristi — possiamo concentrarci sul prevedere il quando, in modo da poter agire tempestivamente. E una volta che un individuo viene considerato sospetto, sarebbe utile conoscere tutti coloro che appartengono alla sua cerchia sociale: catturare solo uno dei fratelli Tsarnaev avrebbe potuto rivelarsi insufficiente a fermare l’attentato di Boston. La cosa più semplice è quindi registrare tutto: non si sa mai, potrebbe sempre tornare utile.
All’inizio di quest’anno, a una conferenza sul cloud computing, Gus Hunt, Chief Technology Officer della Cia (Central Intelligence Agency), ha affermato che «si conosce il valore di un’informazione solo quando la si collega con qualcos’altro che si verifica in un punto del futuro». Quindi, «dato che non è possibile collegare punti che non abbiamo, siamo sostanzialmente spinti a cercare di raccogliere tutto e a continuare a farlo all’infinito». La «fine della teoria», che pochi anni fa Chris Anderson aveva predetto sulle pagine del magazine «Wired», ha raggiunto la comunità dell’intelligence: proprio come Google non ha bisogno di sapere perché alcuni siti attraggano più link da altri siti, garantendosi così una posizione migliore sul suo motore di ricerca, le spie non hanno bisogno di sapere perché qualcuno si comporti come se fosse un terrorista. Che agisca come un terrorista è più che sufficiente.
Come fa notare l’esperto di media Mark Andrejevic in Infoglut, il suo nuovo libro sulle conseguenze politiche del sovraccarico di informazioni, adottare i Big Data da parte dell’intelligence comporta un costo immenso, anche se poco evidente (lo stesso vale per chiunque li adotti, che operi in settori pubblici o privati). È il costo del trascurare l’approfondimento dei singoli casi, che simanifesta nella riluttanza a indagare le cause delle azioni, passando a occuparsi direttamente delle loro conseguenze. Andrejevic sostiene che se Google può anche permettersi una tale ignoranza, le istituzioni pubbliche non possono farlo.
«Se l’imperativo del data mining è quello di continuare a raccogliere sempre più dati su tutto — scrive Andrejevic — la sua aspirazione è riuscire a utilizzare questi dati, non quella di coglierne un senso». L’obiettivo sia del data mining che dell’analisi predittiva è infatti quello di generare modelli utili che vadano oltre la capacità umana di rilevazione e comprensione. In altre parole, non c’è bisogno di indagare sul perché le cose sono come sono, purché si possa fare in modo che siano come le vogliamo. Questo è piuttosto triste. Se la politica si ponesse l’obiettivo di rinunciare a capire, diventerebbe impossibile fare delle serie riforme.
Dimentichiamo per un momento il terrorismo e prendiamo in considerazione i reati comuni. Perché avvengono? Potremmo rispondere che si verificano perché i giovani non hanno un lavoro adeguato. Oppure perché non abbiamo porte abbastanza robuste. Con una spesa relativamente limitata si potrebbe creare un programma nazionale per il lavoro o equipaggiare le case di videocamere, sensori e serrature migliori. Che cosa fare?
Per un tecnocrate la risposta sarebbe semplice: dovremmo scegliere l’opzione più economica. Ma se fossimo uno di quei — rari — politici responsabili? Solo perché i reati diventano più difficili da compiere non significa che i giovani disoccupati abbiano finalmente trovato lavoro. Le telecamere possono ridurre la criminalità — anche se la cosa è dubbia — ma non vi sono prove che diano maggiore felicità a tutte le persone coinvolte. I giovani problematici si sentiranno come prima senza sbocchi, solo che ora probabilmente indirizzeranno la loro rabbia l’uno contro l’altro. Da questo punto di vista, controllare le strade senza indagare sulle cause del crimine è una strategia poco efficace, almeno nel lungo periodo.
I Big Data sono molto simili alle telecamere di sorveglianza dell’esempio precedente: ci aiutano, forse, a rendere meno frequenti gli attacchi al buon funzionamento del sistema. Ma possono anche farci trascurare il fatto che il problema in questione richieda un approccio più radicale; ci fanno guadagnare tempo, ma ci danno anche una falsa sensazione di controllo.
Possiamo a questo punto tracciare una distinzione tra i Big Data (i numeri che si nutrono di correlazioni) e la Grande Narrazione (un approccio narrativo, antropologico, che cerca di spiegare perché le cose sono come sono). I Big Data sono economici, mentre la Grande Narrazione è costosa. I Big Data sono ordinati, la Grande Narrazione confusa. I Big Data consentono di agire, la Grande Narrazione è paralizzante.
La promessa dei Big Data è permetterci di evitare le insidie della Grande Narrazione. Ma questo è anche il loro maggior difetto. Con un problema di grande impatto emotivo come il terrorismo, è facile credere che i Big Data facciano miracoli. Ma quando consideriamo questioni più banali, diventa chiaro che il super-strumento è piuttosto debole, perché affronta i problemi in modo assai poco fantasioso e ambizioso. Peggio ancora, ci impedisce di discuterne pubblicamente.
Come i cerotti, i Big Data sono importantissimi. I cerotti sono però inutili quando il paziente ha bisogno di un intervento chirurgico. In questo caso insistere con i cerotti potrebbe anche portare a un’amputazione. Ma non c’è modo di saperlo con certezza: così mi dicono i Big Data.
(Traduzione di Maria Sepa)
«Corriere della sera» del 30 giugno 2013

13 luglio 2012

Kamikaze per fede, la fobia del nemico

di Davide Gianluca Bianchi
​Vi è un paradosso tragico nella vicenda degli attentatori suicidi che la cronaca di questi ultimi anni ci ha regalato con insistente ricorrenza: questi giovani – quasi sempre fra i 25 e 30 anni – annientano se stessi e altri innocenti in nome di valori religiosi e ideali di giustizia, che sono destinati a rimanere una chimera nella loro esperienza personale. Non solo: proprio in conseguenza dei loro metodi di lotta, questi stessi valori rischiano di essere screditati agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, anche per gli aspetti più meritevoli d’attenzione.
Questo paradosso ci allontana, quasi ci respinge dalla loro realtà, e ci impedisce di studiarla. L’ansia di anteporre un giudizio di condanna fa premio sul desiderio di capire, che fatalmente rimane inappagato. Senza cedere a questa inerzia, Domenico Tosini, docente di Sociologia all’Università di Trento, in Martiri che uccidono. Il terrorismo suicida nelle nuove guerre (Il Mulino) ne ha studiato la fenomenologia seguendo il metodo delle scienze sociali: sono attentatori suicidi coloro che sanno – anzi scelgono – di morire nell’azione violenta di cui sono autori; per loro, la morte non è solo un rischio implicito, come sempre avviene nella lotta armata; è una certezza perché il corpo dell’attentatore è esso stesso un’arma d’offesa, è il veicolo essenziale dell’iniziativa assassina.
Professor Tosini, il terrorismo suicida è d’origine esclusivamente religiosa, o si conoscono altre matrici dello stesso fenomeno?
«La religione non è una condizione necessaria: Il PKK turco e le Tigri Tamil dello Sri Lanka, per esempio, applicano questi metodi pur avendo una cultura secolare. Ciò detto non si può non riconoscere che negli ultimi trent’anni – arco di tempo che prendo in analisi nel libro – la maggior parte dei terroristi suicidi erano ispirati da un credo. Erano quasi sempre islamisti estremisti, vale a dire jihadisti di confessione sunnita o sciita».

Perché nella sua analisi si è limitato agli ultimi trent’anni: in fondo si sarebbero potuti includere anche i kamikaze giapponesi della Seconda guerra mondiale. Non trova?
«Senza dubbio. E volendo si potrebbe arrivare fino all’età antica, citando due esempi famosi: in Giudea, ai tempi della dominazione romana, vi erano dei guerriglieri – come si direbbe nel linguaggio moderno – denominati “sicarii” che erano attentatori suicidi. In Persia nell’XI e XII secolo una setta sciita, nota con il nome di “assassini”, praticava questa forma di lotta armata, così come i guerriglieri vietnamiti del recente conflitto. Tuttavia, all’inizio degli anni ’80 è iniziata una stagione nuova con la lotta del partito sciita di Hezbollah, che nel Sud del Libano si opponeva all’invasione israeliana. Hezbollah è il frutto maturo di una radicalizzazione che negli ultimi decenni ha attraversato tutto l’Islam politico: per quanto riguarda i sunniti, in buona misura grazie alla riflessione di Sayyid Qutb (1906-1966), un autore egiziano degli anni ’60 che veniva dai “Fratelli musulmani” (a lui si ispirava al-Jihad, la formazione paramilitare che nel 1981 assassinò Sadat: in questa stessa organizzazione ha militato Ayman al-Zawahiri, che ha assunto la leadership di al-Qaeda dopo la morte di Bin Laden). In riferimento agli sciiti, l’estremismo ha tratto spinta naturalmente dalla rivoluzione vittoriosa dello ayatollah Khomeini in Iran».

Cos’ha di nuovo questa forma di terrorismo?
«Una complessa identificazione del fronte nemico: quest’ultimo viene ripartito in “nemico interno”, che coincide con i regimi corrotti e autocratici che l’Islam radicale cerca di spodestare (si pensi a Reza Pahlavi, lo Scia persiano al potere fino al 1979, oppure ai regimi sconfitti dalla “Primavera araba”) e “nemico esterno” che a questi regimi si appoggia. Quest’ultimo è rappresentato dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti che attraverso i loro addentellati politici ed economici tenterebbero di continuare una sorta di dominazione coloniale. Al-Qaeda ha condiviso questa analisi, aggiungendovi una tattica di lotta del tutto inedita: se prima il nemico veniva combattuto sul suolo arabo, per spingerlo ad abbandonarlo, al-Qaeda l’ha inseguito a casa propria raggiungendo un livello d’aggressività senza precedenti (si pensi non solo all’11 settembre ma anche alle bombe sui treni spagnoli del 2004 e agli attentati nella metropolitana di Londra nel 2005). È quello che nel libro chiamo “jihadismo pan-islamico globale”».

Cosa può fare l’Occidente per evitare l’insorgere del terrorismo suicida?
«È un quesito a cui ho cercato di rispondere nel mio libro, perché è evidente che il fenomeno, in ampia misura, è una risposta violenta alla pessima percezione che si ha di noi – e in particolare degli Americani – in quei Paesi: dal loro punto di vista è una lotta contro l’Occidente, per l’interferenza che questi esercita nelle loro comunità. In primis direi quindi che gli occidentali dovrebbero evitare di occupare militarmente i Paesi musulmani (solo in Afghanistan e Iraq, dopo l’invasione americana, si sono avuti il 68% del totale degli attentati suicidi verificatisi dagli anni ’80 fino ai giorni nostri). In aggiunta dovremmo togliere il nostro sostegno ai regimi autoritari e corrotti, favorendo l’autonoma democratizzazione delle popolazioni musulmane».
«Avvenire» del 12 luglio 2012

05 settembre 2011

Violenza e terrorismo nascono nelle moschee

Il 99 per cento delle notizie che riguarda attentati terroristici e azioni violente si verificano nelle moschee in tutti i paesi del mondo
di Magdi Cristiano Allam
Appello fraterno da italiano che ama l'Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l'annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.
Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l'imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all'interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l'imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.
Il 30 agosto a Copenaghen, all'uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell'Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall'imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.
Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all'interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l'artiglieria dell'esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell'ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.
Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all'interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.
La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all'ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.
Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.
«Il Giornale» del 5 settembre 2011

04 gennaio 2011

Battisti resterà libero. Di uccidere la giustizia

di Mario Cervi
L’annunciata decisione del presidente brasiliano Lula di non concedere l’estradizione di Cesare Battisti è un’offesa grave sia alle istituzioni italiane sia alle famiglie di chi per mano di terroristi rossi è morto. La motivazione addotta per giustificare il no alla consegna d’un criminale condannato all’ergastolo per quattro omicidi è grottesca. Non lo si vuole restituire all’Italia, è stato spiegato, per «preservarne l’incolumità». Quasi che le carceri della Penisola, internazionalmente note per avere porte girevoli come quelle dei grandi alberghi, fossero tetri e spietati strumenti d’una legge repressiva. Ma ci si fida molto, a quanto pare, della parola di Battisti che aveva con drammatica enfasi detto: «Se torno in Italia mi ammazzano». Per verità la sua vocazione è stata quella dell’assassino, non dell’assassinato.
Il nostro, catturato nel 1979, è evaso nel 1981 dal carcere di Frosinone - pur con tutti i suoi esasperati garantismi la giustizia italiana gli faceva paura - e ha trovato rifugio in Francia. Fu protetto, quando soggiornava a Parigi, da François Mitterrand: socialista borghese incline da capo dello Stato a non disturbare i pistoleros rossi che gli chiedevano asilo purché si astenessero da ulteriori ammazzamenti. Battisti ha trovato poi indulgenza, oltreoceano, nel presidente Lula che con l’imminente scadenza di fine anno si congederà dalla carica, e la lascerà alla sua erede Dilma Rousseff. Lula, che vanta un passato di stampo castrista ma nell’azione di governo s’è in complesso dimostrato efficiente e pragmatico, vuole dunque un addio di sinistra, ideologicamente inequivocabile. Battisti libero, le vittime sottoterra, e i vivi - incluso Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979, paralizzato nella sparatoria dell’attentato - a protestare: temo inutilmente. Di sicuro l’Italia si muoverà per far ravvedere il Brasile, ma il tema è di quelli in cui un facile buonismo di solito trionfa.
Ne abbiamo viste tante, e la vicenda Battisti conferma una verità che ritengo indiscutibile. Se si commette un crimine «rivoluzionario», e se ci si aggiunge un pizzico d’intellettualità «maudite» (Battisti è anche autore di libri) si gode d’una sorta di immunità. I ruoli cambiano ma la regola rimane. In alcune occasioni di ieri l’Italia si è comportata come il Brasile oggi. Anni or sono una terrorista o amica di terroristi, Petra Krause, era nelle prigioni svizzere. In Italia si scatenò una furibonda campagna progressista in favore della donna «malatissima», si sosteneva che in confronto ai penitenziari elvetici la Lubianka sovietica era una residenza di lusso. Dopo forsennate insistenze accompagnate dalla garanzia che non la si sarebbe liberata, la Krause venne in Italia e liberata fu quasi subito, mentre la sua salute migliorava rapidamente. Non molto diversa la sorte di Silvia Baraldini, condannata negli Usa come terrorista, consegnata all’Italia - anche lei con la promessa di farle espiare qui la pena americana - e presto fuori.
Non mi spiace il lieto fine per queste due ribelli che si sono giovate del soccorso rosso nazionale e internazionale. Ma almeno non si erano macchiate le mani di sangue. Ne grondano invece, stando a quanto hanno accertato le sentenze, le mani di Cesare Battisti. Il sangue di Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria, di Lino Sabbadin, macellaio di Mestre, del gioielliere Pierluigi Torregiani, dell’agente penitenziario Andrea Campagna. Troppo poco, quel sangue, per concedere l’estradizione?
«Il Giornale» del 30 dicembre 2010

02 ottobre 2010

Le nuove radici dell'odio

di Michele Brambilla
E’ naturale che l’agguato a Belpietro susciti – oltre che solidarietà incondizionata per la vittima – una domanda: stiamo vivendo tempi simili a quelli che prepararono i maledetti Anni Settanta?
Molti osservano che le modalità del fallito attentato sono talmente (e fortunatamente) maldestre da marcare una netta diversità con la tragica efficienza delle Brigate Rosse. E’ un’osservazione che porterebbe a tranquillizzarci e a minimizzare l’allarme.
Ma è un’osservazione sbagliata. Anche i primi brigatisti erano goffi artigiani del terrore. Cominciarono a incendiare qualche auto nei garage, poi disseppellirono vecchi fucili dei partigiani, quindi passarono a qualche sequestro “dimostrativo” che si concludeva, dopo qualche ora, con il rilascio dell’ostaggio. Poi però ci fu il salto di qualità. E quando si cominciò a uccidere, si cominciò a farlo senza la “geometrica potenza” (terribile espressione) dispiegata in via Fani. Chi sottolinea l’imperizia dimostrata dall’oscuro attentatore del direttore di Libero forse non sa, oppure dimentica, che all’inizio degli Anni Settanta ci fu un episodio del tutto simile: un estremista di Lotta Continua (che pure era cosa ben diversa dalle Brigate Rosse) venne bloccato con un revolver in mano sulle scale del condominio in cui abitava il deputato missino Franco Servello.
I motivi di preoccupazione quindi ci sono tutti, anche perché l’episodio dell’altra sera segue ad altri fatti gravi. Il fumogeno lanciato contro Bonanni e la statuetta scagliata in faccia al presidente del Consiglio, tanto per dire i primi due che vengono in mente: fatti che avrebbero potuto anche avere conseguenze peggiori. Ma poi: per convincersi che non c’è dubbio che si stia vivendo un brutto clima, basterebbe riflettere sul fatto che i direttori di giornali (e non solo quelli di destra) sono costretti a girare con la scorta. In quale altro Paese europeo, in questo momento, i direttori di giornali debbono guardarsi le spalle quando portano a scuola i figli?
Tutte queste considerazioni inducono quindi a pensare che il rischio di un ritorno agli Anni Settanta c’è. La storia però non si ripete mai uguale, e quindi vanno sottolineate almeno due differenze fondamentali. La prima è che i cosiddetti anni di piombo appartenevano a un’epoca in cui lo scontro ideologico era fortissimo e non solo in Italia. Il mondo figlio del dopoguerra era spaccato in due: da una parte il blocco occidentale, dall’altro quello comunista. Il comunismo è stato all’inizio del Novecento il sogno e la speranza per milioni di persone: ma quel sogno, laddove si era realizzato, si era trasformato in una dittatura. Una parte dell’umanità il comunismo lo subiva, e avrebbe fatto di tutto per liberarsene; ma un’altra parte l’avrebbe voluto importare dove c’era la democrazia. Qualcuno per via elettorale; ma qualcun altro per via rivoluzionaria. Stiamo parlando di un «qualcun altro» che era fortunatamente una minoranza: ma una minoranza agguerrita che - è scomodo ricordarlo, ma è così - poté godere per molti anni di un sotterraneo consenso nelle fabbriche e soprattutto della vile compiacenza di tanto milieu intellettuale.
Così nacque il terrorismo di estrema sinistra degli Anni Settanta: per inseguire il folle progetto di una rivoluzione proletaria armata. Il terrorismo di estrema destra nacque per reazione al «pericolo rosso»: quello delle Br, ma prima ancora anche quello di una vittoria per via elettorale. Questo terrorismo «nero» si nutrì di una varia umanità: esaltati neonazisti, nostalgici fascisti, generali golpisti, uomini dei servizi segreti in combutta con i bombaroli. Il risultato fu la guerra che ahimè ricordiamo ancora.
Tutto questo è uno scenario oggi riproponibile? Lo escluderemmo. Le ideologie che divisero così duramente il mondo sono per fortuna morte e sepolte.
L’altra differenza è che negli Anni Settanta i toni accesi, le cronache mistificatorie e le campagne di odio venivano scatenate principalmente da una sola parte dei media, e cioè da quelli di estrema sinistra e da quei molti «borghesi» che a un simile andazzo si accodarono nella meschina speranza di potersi appuntare sul petto - a rivoluzione proletaria compiuta - qualche medaglia da militante antemarcia. Oggi l’insulto, la delegittimazione dell’avversario, la scelta sistematica di un «nemico» da offrire in pasto ai lettori, insomma il killeraggio mediatico è purtroppo ampiamente trasversale. Si dimentica, o si finge di dimenticare, che il quinto comandamento («Non uccidere») include pure la calunnia, perché si uccide anche con le menzogne, magari sulla vita privata o sulle personali inclinazioni sessuali.
Insomma ecco in che cosa è simile, il nostro tempo, agli Anni Settanta: nel rischio reale che qualche testa calda traduca in piombo il veleno. Ed ecco in che cosa è invece profondamente diverso: nel fatto che certi toni un tempo riservati ai fogli estremistici ormai sono i toni consueti del dibattito politico e giornalistico. Passate le grandi ideologie, le nuove radici dell’odio stanno in una guerra tra interessi di parte combattuta senza più un minimo di rispetto né per la verità né per le persone. Così l’Italia è ripiombata in un clima che gli altri Paesi occidentali hanno consegnato da un pezzo alla storia.
«La Stampa» del 2 ottobre 2010

30 settembre 2010

Tornano i cattivi maestri

di Luigi La Spina
Peccato. Sembrava che, dopo tanti anni, la parola, anche in Italia, si fossa liberata dalla prigione ideologica e linguistica che l’aveva costretta. Che si potesse ricostruire un periodo storico o analizzare un problema d’attualità senza i meccanici collegamenti mentali del pregiudizio e della semplificazione.
Che il cambio delle generazioni riuscisse a spazzar via, da una parte, il livore accusatorio di una memoria ferita e, dall’altra, l’ossessione giustificazionista di una memoria che ancora rimorde. Invece, colpisce ritrovare nelle parole, ancora di oggi, i vecchi stilemi che una volta potevano fare molta paura e che, ora, e speriamo di non illuderci, sembrano soprattutto suonare stonati e suscitare un moto di noia, ma anche un po’ di tristezza.
Ci riferiamo a piccoli e non tanto piccoli segni che sono ritornati a comparire sui nostri giornali, sulle tv dei serali tornei verbali, nelle giungle anarchiche degli sfoghi adolescenziali su Internet. Gli esempi sono numerosi e frequenti, ma partiamo solo dall’ultimo in ordine di tempo, forse il meno importante, il meno colpevole e, persino, il più trascurabile. Ma, proprio per questo, significativo della persistenza, nella medietà di certa comunicazione giovanile, di tic mentali di cui speravamo esserci definitivamente liberati. Si tratta dell’intervista, sulla «Stampa» di ieri, a Rubina Affronte, la ragazza che ha lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni, durante la festa nazionale del Pd, a Torino. La giovane, che ha solo 24 anni, giustifica la negazione del diritto di parola nei confronti del sindacalista segretario della Cisl con queste motivazioni: «Era importante non farlo parlare. Non era impedire di parlare a una persona. Ma a chi, con quelle parole, mette in pericolo i diritti fondamentali di milioni di lavoratori».
Fa soprattutto un po’ di tristezza, lo ripetiamo, ritrovare su quella bocca, sulla bocca di una ragazza di 24 anni, la sintesi, magari confusa e certamente ingenua, dei tre fondamentali e perversi schemi mentali che, in anni speriamo lontani, provocarono tanti lutti e tante sciagure nel nostro Paese. Il primo riguarda la trasformazione di una persona in un simbolo; di un uomo, spogliato dalla sua concretezza fisica ed elevato a un tale livello di astrazione che lo priva della sua identità, per ridurla alla generica categoria di un nemico senza volto. Così, questa mutazione impedisce di avversare le sue idee con altre idee, come si fa nella vita reale, e induce alla contraddizione di violare un diritto concreto, quello della parola o della stessa vita di una persona, in nome di un diritto astratto che si presume conculcato a una generalità di altre persone. Con la possibilità di negare la responsabilità del gesto, perché sublimato nel cielo dell’incolpevole irrealtà.
Proprio qui scatta la seconda trappola di quel vecchio schema mentale: quella di pretendere, con arrogante autodafé, di rappresentare una intera categoria sociale senza averne avuto alcun mandato, né alcun motivo per presupporne il diritto. Si tratta di un vero esproprio, per nulla autorizzato, della volontà altrui, di cui, invece, ci si fa vanto di intuirne la necessità, persino quella che non si manifesta nella coscienza della categoria di cui si presume di anticiparne i desideri. C’è, infine, il terzo peccato mortale di quella antica e perversa logica: il semplicismo di chi collega fatti singoli, separati nello spazio e nel tempo, distinti nella concretezza della situazione storica, in una generica e comoda macchinazione unitaria, sapientemente eterodiretta da menti perverse, onniscenti e onnipotenti. L’esagerazione della potenza avversaria, singola eccezione in quella babele di volontà disperse, contraddittorie e multiformi che si agitano sul palcoscenico del nostro mondo globalizzato, serve a esaltare, in una patetica regressione infantile, la virtù salvifica di un solo gesto, quello del piccolo Davide, capace di vincere il gigante Golia.
Al di là del modesto esempio citato, queste catene linguistiche che non riusciamo a spezzare definitivamente imprigionano ancora le menti di molti giovani e meno giovani che si vorrebbero pensare ormai libere di giudicare le persone, nella loro responsabilità individuale e concreta e i fatti, nella loro specificità. Menti capaci di distinguere la realtà dei nostri giorni da quella degli Anni 70 e 80. Una distinzione quanto mai necessaria, proprio perché la memoria di quegli anni fa ancora male.
«La Stampa» del 30 settembre 2010

10 maggio 2010

Il terrorismo e quella storia da riscrivere

di Sergio Luzzatto
Quando entriamo in una libreria Feltrinelli, non ci facciamo nemmeno più caso. Gettiamo uno sguardo distratto a quelle fotografie che pure spuntano dappertutto, più ostentate che discrete, più classiche che impertinenti: l'eroe eponimo, Giangiacomo, ritratto a fianco dell'una o dell'altra icona della rivoluzione mondiale, Fidel Castro in testa. Oggi, il paradosso di quel percorso biografico – il rampollo d'una prestigiosa dinastia industriale, l'imprenditore miliardario, l'editore geniale, divenuto rivoluzionario di professione e caduto da bombarolo – si perde fra gli scaffali delle sue librerie trasformate in sfavillanti ipermercati della cultura, cloni italiani delle maggiori catene straniere, luoghi simbolo del mercato capitalistico globale.
Così, può ben capitarci di dimenticare che cosa le librerie Feltrinelli abbiano rappresentato nell'Italia di quaranta anni fa. E che cosa Giangiacomo Feltrinelli sia stato negli anni immediatamente precedenti la sua fine, la morte presso un traliccio elettrico di Segrate nel marzo del 1972.
In generale, può capitarci di dimenticare quanto stretto sia stato il legame fra due vicende storiche sostanzialmente distinte, irriducibili l'una all'altra, eppure profondamente interconnesse, inseparabili l'una dall'altra: la vicenda dei "movimenti" dell'estrema sinistra, nell'Italia dal Sessantotto al Settantasette, e la vicenda delle organizzazioni terroristiche "rosse".
In altre parole, rischiamo oggi (9 maggio: anniversario del delitto Moro) di dimenticare come la storia del terrorismo italiano vada fatta – piuttosto che attraverso chissà quali modelli sociologici, o inseguendo chissà quali dietrologie misteriche – con gli strumenti inossidabili della buona storiografia. Fresco di stampa, un libro pubblicato da Donzelli vale da promemoria al riguardo. È una raccolta di saggi scritti fra il 1980 e il 1984 da un professore di storia contemporanea dell'Università di Padova, Angelo Ventura. Per una storia del terrorismo italiano recita, modestamente, il titolo. Si tratta in realtà di un libro ricchissimo di spunti, non foss'altro per la singolare condizione del suo autore: storico di mestiere, ma anche testimone del clima politicamente acceso (per usare un eufemismo) che si respirava a Padova durante gli anni di piombo. E vittima di quel clima, se è vero che nel settembre 1979 Ventura subì lui stesso, per opera di un commando del Fronte comunista combattente, un attentato terroristico: il professore ne uscì ferito anziché ucciso soltanto perché era armato, rispose immediatamente al fuoco, mise in fuga i sicari di chi aveva giurato di "farlo fuori".
Va detto che i saggi di Ventura hanno qualcosa di irrimediabilmente datato. Scritti a caldo, risentono – più che del coinvolgimento emotivo dello storico-vittima – di un'interpretazione "giudiziaria" del terrorismo rosso che non ha retto alla prova dei tribunali: il «teorema Calogero», così definito dal nome del magistrato che il 7 aprile 1979 imputò Toni Negri e altri leader nazionali di Autonomia operaia quali capi delle organizzazioni terroristiche di sinistra che insanguinavano l'Italia.
Il giudice Calogero ipotizzò allora (e lo storico Ventura sottoscrisse) uno scenario secondo cui Negri aveva ereditato direttamente da Renato Curcio, nel '74, il comando politico del partito armato, se non addirittura la direzione strategica delle Brigate rosse; mentre Autonomia operaia sarebbe stata la facciata legale dell'entità di cui le Br erano il braccio clandestino. Ipotesi azzardata, o comunque smentita dalle sentenze nelle aule di giustizia.
Al netto di questa interpretazione inesatta, i saggi di Angelo Ventura colpiscono per la capacità del professore universitario di farsi – a ridosso degli eventi, anzi dentro, quando il terrorismo rosso ancora non apparteneva al passato – una sorta di "storico del presente". Ci sono, negli studi pubblicati da Ventura trent'anni fa e raccolti ora da Donzelli, sollecitazioni di metodo e abbozzi di analisi di cui si potrà fare tesoro nel momento in cui si vorrà ricostruire compiutamente la storia del terrorismo italiano. A cominciare dall'idea che tale storia richieda (parole del 1984) «una lettura globale», dove le imprese del terrorismo rosso vengano studiate contestualmente alle imprese del terrorismo nero, alle trame eversive dei poteri occulti, ai rapporti con la criminalità organizzata, ai collegamenti internazionali sia dei terroristi sia dei servizi segreti.
C'è poi l'aureo principio per cui la storia del partito armato, in quanto storia "normale" di un movimento politico, va ricostruita anzitutto studiando, "banalmente", gli individui che lo hanno promosso, le idee che essi hanno elaborato, i gruppi che li hanno sostenuti sul campo.
Angelo Ventura studia i rivoluzionari italiani del Sessantotto e dintorni alla maniera in cui un maestro degli studi novecenteschi di storia, Franco Venturi, era andato studiando i rivoluzionari del Sette o dell'Ottocento, i giacobini francesi, i populisti russi: cioè a prescindere da ogni sociologismo, guardando agli uomini in carne e ossa, ai loro materiali di lavoro e di lotta, alle loro azioni o realizzazioni concrete. Insomma praticando una storia (diceva Venturi, in polemica con tante bardature di metodo o di pseudo-metodo) «senza additivi»: nomi, luoghi, date...
Bisognerà pur scrivere, un giorno, una biografia non giornalistica né familiare di Giangiacomo Feltrinelli, e si potrà utilmente prendere le mosse da quella che Ventura abbozzò già nel 1984: non la caricatura del miliardario divorato dai sensi di colpa o dell'antifascista ossessionato dalla paura di un golpe, ma il ritratto dell'imprenditore internazionale davanti al quale si aprivano tutte le porte, del mecenate di un'embrionale struttura rivoluzionaria europea, dell'editore di libri-vangelo sulle modalità della guerriglia, del padrone di una rete di librerie fiancheggiatrici del partito armato. Così pure, bisognerà scrivere un giorno una storia non giornalistica né autobiografica di Potere operaio, l'organizzazione extraparlamentare di sinistra che traghettò migliaia di giovani italiani dai miti e dai riti del Sessantotto verso i lidi della prospettiva insurrezionale o della scelta terroristica. E torneranno utili le pagine di Ventura, dove le res gestae dei vari Toni Negri o Franco Piperno vengono puntigliosamente restituite all'hic et nunc di una vicenda fin troppo determinata: intrecci personali, direttive politiche, raduni clandestini, prospettive militari.Il libro di Ventura vale inoltre da repertorio antologico degli "scritti di piombo" che tanti cattivi maestri vergarono e stamparono in quegli anni. Per esempio, il documento del 1974 in cui Negri mise a punto la formula, poi recepita dalle Brigate rosse, di «Stato imperialista delle multinazionali». O l'articolo di Potere operaio (maggio-giugno 1972) dove si invitava i proletari a colpire «il corpo fisico del potere» non soltanto ai vertici, al livello dei «generali», ma al livello dei «sergenti», «i sottufficiali dell'apparato di dominio capitalistico»: ingegneri, poliziotti, giudici, professori «imputabili perché esistono, perché il loro mero esistere è il presupposto della violenza organizzata del dominio».
Sì, i «servitori dello Stato» avevano la colpa di esistere. Fu questo – ricostruisce Ventura – l'approdo ideologico di una sparuta avanguardia marxista-leninista, ma anche di una più diffusa cultura anti-istituzionale e nichilistica che fin dall'inizio degli anni Sessanta aveva deplorato le politiche riformatrici del primo centro-sinistra, irriso le garanzie giuridiche e lo Stato di diritto, flirtato con il radicalismo di destra trastullandosi con i volumi di Nietzsche e di Carl Schmitt. Oggi, a distanza di molti decenni, certi intellettuali "operaisti" dell'epoca (gli Alberto Asor Rosa, i Massimo Cacciari) faranno bene a non guardare dentro il libro di Ventura: ritroverebbero i se stessi di allora, e non avrebbero ragione di andarne fieri.
«Il Sole 24 Ore» del 9 maggio 2010

03 maggio 2010

La memoria cancella i mostri

Gli anni di piombo dalla parte delle vittime
di Lucia Bellaspiga
Sergio Ramelli, 18 anni, studente all’Istituto tecnico 'Molinari' di Milano, aveva subìto un vero e proprio 'processo politico', come si diceva allora: un suo tema contro le Brigate Rosse era stato requisito dai compagni e affisso in bacheca come prova della sua appartenenza ideologica. Non gli bastò nemmeno cambiare scuola: militante nel Fronte della Gioventù, fu ritenuto 'colpevole' e il 13 marzo del 1975 venne aggredito sotto casa da un commando di studenti di Avanguardia Operaia, giovani come lui ma di idee opposte. Tanti contro uno, armati di pesanti chiavi inglesi, gli fracassarono il cranio e lo abbandonarono a una morte che sopraggiunse il 29 aprile, dopo 48 giorni di agonia.
Erano studenti di medicina.
Anni di piombo, li chiamarono allora, e a ripercorrerli oggi sembrerebbero impossibili, incredibili, irripetibili, un incubo da cui siamo usciti definitivamente e che non tornerà più. Ma tutto ciò che nella storia è avvenuto una volta, sta lì a dirci che potrà sempre ripetersi, a ricordarci che l’uomo è stato capace di tanto («meditate che questo è stato», scrive Primo Levi) e ancora lo sarà. C’è un dovere della memoria, dunque, che non è solo rispetto per le vittime, quali che siano le idee che professavano, ma monito a non ripetere l’errore.
Milano ha appena celebrato – pur tra le polemiche – questo fosco anniversario e lo ha fatto nel migliore dei modi, all’interno del 'Molinari', di fronte ai rappresentanti dell’istituto e degli studenti, e alla presenza di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, magistrato ucciso nel 1980 dalle Br, oggi deputato del Pd: aveva 24 anni quando al funerale del padre dall’altare pronunciò parole di perdono che anni dopo avrebbero trionfato sulla disperata disumanità degli assassini, convertiti al Vangelo dal quel «segno vincente di pace». Studenti e professori del 'Molinari', deposte le paure dei giorni scorsi, hanno trovato il coraggio di ricordare Ramelli citando i maestri della non-violenza, da Martin Luther King al Dalai Lama fino a Gandhi, ma anche solo le parole di mamma Anita, non presente per motivi di salute, da trentacinque anni rimasta a chiedersi perché. 'Mai più giovani uccisi per delle idee' è il titolo di una borsa di studio istituita per l’occasione dalla Provincia di Milano, e non è un caso che a presiedere la giuria sarà Mario Calabresi, figlio di Luigi, il commissario Medaglia d’oro ucciso a Milano nel 1972. «In quegli anni – ha ricordato il presidente della Provincia, Guido Podestà – non caddero solo attivisti degli opposti estremisti, anche semplicemente una frase, un giornale, un libro, potevano costare la vita...», come in quel 1975 accadde anche allo studente di sinistra Alberto Brasili, accoltellato da coetanei di destra perché la sua ragazza assomigliava a una giovane ritratta sui manifesti del Pci. Fu un vero conflitto, condotto quotidianamente nelle strade da giovani di destra e di sinistra, in cui sono morte 69 persone e mille sono rimaste ferite. Una guerra combattuta non contro gli uomini, ma le idee. Ad ogni costo. Dieci anni dopo l’uccisione di Ramelli, Democrazia proletaria organizzò un convegno, agli atti del quale restano gli echi di quella stagione oscura: «Credo che l’importante sia distinguere la violenza giusta da quella ingiusta... non rifiutare per principio ogni violenza, ma cercare di orientarla bene», arrivò a sostenere il filosofo Ludovico Geymonat.
«La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose», scrisse un giorno Walter Tobagi, giornalista martire. Il 27 maggio 1980, durante un incontro al Circolo della Stampa di Milano sulla responsabilità dei giornalisti di fronte al terrore, si chiese «chissà a chi toccherà domani». Il giorno dopo moriva per mano dei brigatisti. A lui e a tutti i cronisti uccisi nel segno della difesa della libertà di stampa è dedicata lunedì 3 maggio la Giornata della memoria: il monito a una categoria, la nostra, che non sempre di memoria è dotata e che troppo spesso rinuncia al coraggio delle idee, vivendo il passato come fosse tutto un eterno, indistinto presente.
«Avvenire» del 1 maggio 2010

13 aprile 2010

Amnesty a braccetto col “jihad difensivo”

di Giulio Meotti
Amnesty International è stata per anni una fonte vitale di consolazione per molte migliaia di uomini e donne che hanno subito incarcerazione e torture per la loro coraggiosa dissidenza. E’ riuscita a ottenere la liberazione di molti prigionieri politici, mettendo alla gogna odiosi regimi oppressivi. Ma la fotografia pubblicata dal quotidiano inglese Daily Mail risplenderà a lungo come una macchia viva nella storia di Amnesty.
Si vede Moazzam Begg, detenuto di Guantanamo e fanatico sostenitore dei talebani, davanti a Downing Street, sede del primo ministro britannico, assieme ai sorridenti responsabili di Amnesty. Begg era in visita come testimonial dell’organizzazione dei diritti umani. I capi di Amnesty conoscevano le simpatie terroristiche del loro ambasciatore tagliagole. Avrebbero dovuto chiedere scusa e la vicenda sarebbe stata archiviata come l’ennesima figuraccia del già discreditato jet set umanitario. Ma Amnesty ci ha appena spiegato che la “jihad difensiva” non è “antitetica” con la battaglia dei diritti umani. E lo ha detto in risposta a una petizione sul rapporto di Amnesty con Cageprisoners, la ong fondata dal fondamentalista Begg e che si batte per il rilascio di conclamati jihadisti e assassini. Moazzam Begg fu catturato dagli americani in Afghanistan, dove dei talebani ancora oggi dice che è “il miglior governo possibile in quel paese”.
Rinchiuso a Guantanamo, Begg è poi rientrato in Inghilterra per iniziare la battaglia di Cageprisoner. Oggi Begg chiede il rilascio di gente come Abu Hamza, un veterano della guerra santa in Afghanistan, dove ha perso un occhio e le braccia mentre maneggiava un grosso quantitativo di esplosivo. Quell’Abu Qatada che fu l’ispiratore di Mohamed Atta, uno dei capi dell’11 settembre, nel cui appartamento di Amburgo furono trovate decine di audiocassette del clerico giordano. Abu Qatada, “l’ambasciatore di Bin Laden in Europa”, che nel 1999 lanciò una fatwa per uccidere gli ebrei. Oppure la scienziata pachistana laureatasi al Mit di Boston, Aafia Siddiqui, da poco condannata per aver cercato di ammazzare degli agenti americani. Citando sempre da Amnesty International, “Moazzam Begg e altri nel gruppo Cageprisoners hanno idee molto chiare, ad esempio se si debba parlare con i talebani o sul ruolo del jihad in chiave difensiva. Queste idee comportano che non dobbiamo lavorare con queste persone? La nostra risposta è no”. Parole che da sole dicono di un netto scadimento di Amnesty International.
A denunciare Amnesty sono state tre coraggiose attiviste femminili come Amrita Chhachhi, Sara Hossain e Sunila Abeysekera: “Il jihad difensivo è usato dai talebani per legittimare la decapitazione dei dissidenti, gli attacchi alle minoranze, alle scuole, gli attacchi ai siti religiosi e la fustigazione pubblica delle donne”. Legittimando il jihad e i talebani, Amnesty si ricopre di vergogna e del dolore sparso dai terroristi in Afghanistan. Lo scopo precipuo della nobile organizzazione di Peter Benenson era quello di difendere chi veniva oppresso per le proprie opinioni. Amnesty oltrepassa ora la sottile linea rossa che separa la difesa dei diritti umani anche per i terroristi dall’apparire compiacenti o collusi con le loro idee mostruose che seminano morte. L’apologia di Amnesty spinge la ollusione fra umanitarismo e jihadismo a livelli perfino grotteschi. E si dimenticano le vittime che avrebbero bisogno dell’Amnesty di una volta.
«Il Foglio» del 3 aprile 2010

07 aprile 2010

Quando intellighentia faceva rima con violenza

Un saggio dello storico Angelo Ventura racconta il brodo di coltura degli anni di piombo. Ecco chi predicava l’odio fuori e dentro il Pci. Asor Rosa e Mario Tronti invocavano attacchi diretti al capitale e odiavano la parola popolo
di Giuseppe Bedeschi
Nel 1978 (l’anno terribile della strage di via Fani e poi dell’uccisione di Aldo Moro), Alberto Ronchey scrisse in un editoriale del Corriere della sera: «Nella base militante del Pci, malgrado il costituzionalismo dello stesso Togliatti, l’attesa dell’ora X e la doppiezza dei tempi di Pietro Secchia hanno avuto conseguenze prolungate, fino alle Brigate Rosse». L’affermazione di Ronchey suscitò sdegnate proteste nel mondo comunista, che rivendicò la propria ferma opposizione al terrorismo rosso.
Gruppi di intellettuali marxisti-leninisti, esasperati dal «cedimento» del Psi alle «forze capitalistiche» negli anni del centro-sinistra, chiesero con sempre maggiore decisione una politica «di classe». Si distinsero fra costoro personalità come Alberto Asor Rosa e Mario Tronti (che oggi vengono ripescati e presentati come maitres à penser sul Secolo d’Italia). Costoro invocavano (in riviste e in opuscoli che ebbero larga diffusione negli anni sessanta e settanta) un attacco diretto al «capitale», senza i tatticismi snervanti del Pci; e quindi propugnavano uno «spirito di scissione» contro coloro che parlavano indistintamente di «popolo» (e non di classi irriducibilmente contrapposte), o di «valori» della cultura (come se questa non fosse un prodotto della società capitalistica). La cultura - scriveva Tronti nel 1965 - «è sempre borghese... Se la cultura è ricostruzione della totalità dell’uomo, ricerca della sua umanità nel mondo, vocazione a tenere unito ciò che è diviso - allora è un fatto per sua natura reazionario e come tale va trattato». Occorreva quindi un «lavoro di dissoluzione di tutto quanto già c’è... L’Uomo, la Ragione, la Storia, queste mostruose divinità vanno combattute e distrutte, come fossero il potere del padrone». Non diversamente Asor Rosa, in uno scritto dal significativo titolo Elogio della negazione, affermava che «il riferimento al punto di vista operaio distrugge (...) la possibilità di mantenere in piedi l’unità intellettuale e spirituale della cultura».
Eppure Ronchey aveva detto una cosa giustissima: le origini di tale terrorismo erano da cercare nella «doppiezza» del PCI, coltivata per tanti anni da Togliatti e dal gruppo dirigente comunista. Tale «doppiezza» era consistita nel fatto che, nel secondo dopoguerra, Togliatti escluse recisamente che in Italia si potesse «fare come in Russia» (del resto, era la stessa divisione del mondo decisa a Yalta a chiudere questa prospettiva), e conseguentemente avviò il Pci a una lunga marcia all’interno della società civile e delle istituzioni repubblicane, per conquistarle a poco a poco dall’interno; ma al tempo stesso Togliatti conservò un legame di ferro con l’Urss, e ancorò profondamente il Pci nel mondo comunista plasmato da Stalin. Per questo verso il modello sovietico, presentato ogni giorno dal Pci come una «democrazia superiore», restava la bussola anche dei comunisti italiani. La maggioranza dei quali interpretava quindi come un vero artificio la togliattiana «via italiana al socialismo», cioè la vedeva come una mossa puramente tattica in attesa dell’ora X.
Contribuivano a queste credenze anche tutte le analisi che i marxisti-leninisti italiani, grandi e piccoli, diffondevano a piene mani circa la natura del nostro Stato: e cioè che esso era uno Stato creato e controllato dalla borghesia, per tutelare i suoi sordidi interessi. Tale Stato pretendeva di essere qualcosa di universale, e invece era solo uno strumento al servizio di una parte, sicché doveva essere scardinato e distrutto, come Lenin aveva insegnato in Stato e rivoluzione (e il leninismo rimase a lungo la dottrina dei comunisti italiani, se è vero che Berlinguer, in una famosa intervista a Scalfari, rivendicò orgogliosamente la qualifica di «leninista»).
Certo, questo non era ancora il terrorismo rosso, ma era il suo presupposto ideale, la sua anticamera teorica e politica: Potere operaio, Autonomia operaia, le Brigate Rosse imbracceranno le armi e metteranno in pratica l’appello alla distruzione del capitale e dello Stato, la dissoluzione della cultura, la pedagogia della violenza e della morte, che erano stati predicati dai suddetti teorici, ma che avevano profonde radici nella sinistra comunista.
Queste considerazioni mi sono state dettate dal bel libro, ancora fresco di stampa, di Angelo Ventura (uno storico che dovette soffrire nella propria carne la violenza brigatista): Per una storia del terrorismo italiano (Donzelli, pagg. 179, € 26). Lo storico padovano ci ricorda altresì l’attacco che alcuni santoni della sinistra italiana mossero contro i magistrati che indagavano sul terrorismo rosso e sulle sue connessioni con precisi ambienti intellettuali e universitari. Si distinse fra costoro Giorgio Bocca, autore di un pamphlet (dice Ventura) «costruito con documenti e fatti scelti su misura per dimostrare una tesi precostituita, e, quando ciò non basta, col ricorso alla tecnica dell’insinuazione e alla disinvolta manipolazione della verità». Così - dice ancora lo storico padovano - la tesi del complotto, secondo la quale un non meglio precisato potere politico avrebbe regolato la regia dell’inchiesta giudiziaria contro gli esponenti di Autonomia operaia, era un puro falso, sostenuto sulla base di supposizioni fantasiose. Allora Bocca non aveva nessuna difficoltà (anzi!) ad attaccare i magistrati, nello sforzo sistematico di minimizzare le responsabilità degli ispiratori e dei complici del terrorismo rosso.
«Il Giornale» del 7 aprile 2010

16 marzo 2010

Br: il terrorista è gnostico

di Roberto Beretta
Il muro tra monaci e terroristi è sottile, con gli eretici ancor meno. Magari non farà piacere, la tesi di Alessandro Orsini – giovane sociologo che non ha vissuto gli anni di piombo ma ne ha studiato gli eventi con piglio innovativo –, e tuttavia va apprezzata la profondità d’analisi sull’arduo nodo dei rapporti tra terrorismo e religione.
Professor Orsini, secondo lei i terroristi sono gnostici. In che senso?
«La gnosi è una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: la stessa caratteristica che si trova in tutti i documenti brigatisti, i cui autori pensavano di essere un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia. Forse negli anni Settanta questa tesi non faceva impressione, ma le medesime convinzioni tornano nella rivendicazione del delitto D’Antona nel 1999 e in quello Biagi nel 2002, ben dopo la caduta del comunismo».
Beh, la dottrina delle minoranze che guidano la storia è sempre stata un caposaldo marxista, senza bisogno di ricorrere alla gnosi…
«È vero, ma non basta a spiegare le Brigate rosse. Le Br sono una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una "società perfetta"; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità "a codice binario" che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male».
Qui siamo nel manicheismo puro. C’entra qualcosa il fatto che non pochi brigatisti venissero da un’esperienza cattolica?
«Questo è un punto trascurato ma importantissimo. In effetti, una certa cultura cattolica ha procurato forze alla contestazione e poi al terrorismo. Un brigatista ha raccontato che durante gli attentati si sentiva come Cristo che si lascia crocifiggere per redimere l’umanità (si chiama "sindrome dell’eroe messianico"). Per un altro uccidere era come salire sulla pira accesa, sacrificarsi per il bene del mondo. In un documento bierre del settembre 1977 si legge che "la rivoluzione significa continuità, solidarietà, amore". Il brigatista Patrizio Peci è convinto che la violenza politica "è anche un problema di altruismo e generosità: si tratta di rischiare tutto per una causa che si crede giusta, dimenticando la convenienza personale"… Non a caso nel mio libro parlo di "rivoluzionari di vocazione"; non erano affatto pazzi: erano invece persone animate da un grandissimo amore verso il prossimo, filantropi assetati di "assoluto", purificatori del mondo, angeli sterminatori. Il terrorista prova un dolore lancinante di fronte all’ingiustizia nel mondo; solo che pensa che si può cambiare soltanto con la violenza».
Un monaco «giustiziere».
«Un monaco, come no? C’è una certa analogia tra religiosi e brigatisti, nella setta rivoluzionaria del resto si viveva come in alcuni movimenti fondamentalisti. Ma era una vita mostruosa, non eroica: si doveva operare uno stacco totale con l’esperienza precedente, interrompendo tutte le relazioni, senza poter più vedere nemmeno i figli. Le donne non potevano avere relazioni fuori dalla setta e, se incinte, dovevano abortire. Insomma, un percorso che faceva regredire a livello primitivo; non per niente gli omicidi erano delegati a chi era arrivato più a fondo in questo cammino. Mario Moretti ammoniva gli aspiranti brigatisti che entro 6 mesi sarebbero stati uccisi o arrestati, andando incontro al martirio. Ripeto: i terroristi sono persone altruistiche, iper-generose. Le lettere di Mara Cagol (di origini cattolicissime) alla madre in questo senso sono impressionanti. Uccidere per la rivoluzione è il più nobile dei gesti; una manifestazione d’amore verso l’umanità in attesa di redenzione. L’approccio alle Br non può dunque essere solo ideologico o razionale, come calcolo di costi e benefici».
Ci sono radici «cattoliche» nel terrorismo?
«In effetti nella storia del cristianesimo s’è verificata una profonda intolleranza verso gli eretici, l’unica categoria che non meritava compassione e che era giusto persino uccidere. I brigatisti – pur ispirati da rigoroso ateismo – esprimono l’anima anti-moderna della Chiesa. Difatti i Br hanno in orrore alcuni aspetti della cultura occidentale: libero pensiero, individualismo, libertà di religione…».
Ma, se il suo ragionamento è vero, perché tale terrorismo «religioso» esplode proprio dopo il Vaticano II, ovvero nella fase più «dialogica» e «moderna» del cattolicesimo?
«Beh, non bastano le radici religiose a spiegare il terrorismo... C’è stato anche uno sconvolgimento sociologico, economico, industriale, da cui è nato un terremoto di reazioni. E comunque, se la Chiesa nel Concilio ha preso le distanze dai fenomeni di intolleranza verso le altre religioni o il mondo, cambiare le mentalità è ben più complesso».
Il terrorismo è un fenomeno solo occidentale?
«No. C’è stata anche l’Armata rossa giapponese, per esempio. Io stesso ero convinto che le Br fossero un fenomeno tipicamente italiano, di contrapposizione tra capitalismo e comunismo, ma non è così. Il modo migliore per comprenderlo resta lo studio delle sette cristiane durante le persecuzioni dell’impero romano. Il brigatista si crede tanto più rivoluzionario quanto più si sente immerso nelle catacombe. Inoltre una delle caratteristiche della religione radicale come del terrorismo armato è l’indignazione permanente, attraverso cui si trova conferma della propria purezza interiore; un’altra è il desiderio di essere perseguitati, in quanto la violenza dello Stato testimonia la diversità irriducibile dei brigatisti. Poi ci sono la purificazione dei mezzi attraverso il fine, il principio della segretezza, il terrorismo preventivo interno, l’auto-distruzione sacrificale, e così via».
E la coloritura marxista-leninista?
«Indispensabile. Ogni setta costituisce la contestazione di una chiesa, che rappresenta invece la disposizione a scendere a compromessi con la storia. E le Brigate rosse nascono come setta che si distacca da una chiesa: il Pci. I brigatisti avevano ragione nel sostenere di essere i veri rivoluzionari, i soli continuatori di Marx, perché le Brigate non sono una deviazione, bensì una pagina importante del marxismo-leninismo. La storia delle Br eterodirette è una bugia clamorosa».
E oggi?
«Finora la lettura delle Br è stata monopolizzata da studiosi comunisti, il che ha impedito di coglierne la dimensione "religiosa". Invece non dovremmo occuparci solo di teorie o ideologie, ma anche di un sentimento che si sviluppa fuori dall’accademia o dai partiti. In molti settori della vita civile italiana, per esempio, esiste tuttora una sorta di ammirazione dei brigatisti: "Sbagliano – si dice – ma perché il momento non è ancora maturo". Non si è preso davvero coscienza che, ovunque i "bonificatori del mondo" (dai puritani a Lenin, dai giacobini a Pol Pot) arrivano al potere, il risultato sono fosse comuni, violenza, gulag… La rivoluzione gnostica ha sempre portato a una diffusione del terrore. Anzi, la cultura rivoluzionaria è essa stessa educazione alla violenza, perché ragiona con una mentalità a codice binario, manichea».
«Avvenire» del 16 marzo 2010

28 novembre 2009

La lunga incubazione dei due terrorismi alla scuola dell'odio

Un'indagine sulla stagione di violenza innescata dall'estremismo di destra e di sinistra
di Dino Messina
La scena del libro si apre sulle scalinate della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma. C'erano le elezioni universitarie e qualcuno aveva parlato di brogli. Durante una rissa provocata dagli studenti di destra venne colpito il diciannovenne Paolo Rossi, socialista di 19 anni, figlio di partigiani, scout cattolico, che cadde da un muretto e morì dopo una lunga agonia. Era il 27 aprile 1966. E quel ragazzo era la prima vittima di scontri tra fazioni avverse dalla fine degli anni Quaranta. Guido Panvini, giovane, brillante e misurato storico dell'Università di Macerata, autore dell'eccellente Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta (1966-1975), appena pubblicato da Einaudi, si chiede se la categoria della guerra civile, a lungo avversata, non si possa applicare anche al decennio da lui analizzato, ma dà subito una risposta per bocca di Silvia Giralucci, figlia di Graziano, militante del Movimento sociale ucciso a Padova dalle Brigate rosse il 17 giugno 1974: «Io non credo che ci fosse una guerra civile in atto, semplicemente perché la quasi totalità dei morti che ci sono stati negli anni di piombo non erano armati». Parole illuminanti che tuttavia non esauriscono la questione posta da Panvini. Lo studioso in questo libro sviluppa e inquadra in una dimensione ampia e complessa anche i risultati di una sua ricerca sulla pratica della schedatura degli avversari politici negli anni dal 1969 al 1980, pubblicata tre anni fa dalla rivista «Mondo Contemporaneo» con il titolo Alle origini del terrorismo diffuso. Abituato a consultare archivi, giornali e fonti di prima mano, Panvini si muove in quel terreno poco indagato della violenza politica, degli scontri tra partiti, parlamentari ed extraparlamentari, e fazioni rivali che crearono il clima propizio per la nascita e lo sviluppo del terrorismo di destra e di sinistra. Un processo lungo che cominciò con le parole e finì nella violenza. Nel 1966 Pino Rauti, leader di Ordine Nuovo, e Guido Giannettini, collaboratore del «Secolo d'Italia» e agente del Sid, pubblicano sotto pseudonimo Le mani rosse sulle forze armate. La parola d'ordine di quell'area politica era «Indonesia Indonesia», con allusione al massacro dei comunisti perpetrato dal generale Suharto. Lo stesso anno nacque a Livorno il Partito comunista italiano marxista leninista, che promosse l'incontro con gli ex partigiani e la pratica della «vigilanza rivoluzionaria». Nel clima di scontro sociale che si faceva sempre più acceso, nel maggio 1969, sette mesi prima della strage di piazza Fontana, sul giornale «Avanguardia Operaia» si incitava all'odio del «capoccia, del dirigente» e si affermava: «È importante individuare il nemico, personalizzarlo, dargli nome e cognome». Non è un caso, quindi, se nel 1985 nel corso dell'inchiesta sull'omicidio di Sergio Ramelli, il ragazzo simpatizzante di destra ucciso sotto casa a Milano a sprangate dieci anni prima, venne trovato in un abbaino abbandonato da alcuni militanti di Avanguardia Operaia un lungo elenco di «nemici». La pratica della schedatura, con la pubblicazione di nomi, abitudini, tipo e targa di macchina, che poi divenne l'Abc del terrorismo, fu sviluppata dai gruppi di destra e di sinistra ben prima dell'esplodere della lotta armata clandestina: agli elenchi dei militanti di sinistra pubblicati dal «Candido» corrispondevano le liste nere di «Lotta Continua». Nella strategia di esporre il nemico rientra il ritratto apparso su «Lotta Continua» il 1° ottobre 1970, circa due anni prima dell'omicidio: «Luigi Calabresi, 30 anni, abitante a Milano, in via Largo Pagano. Il numero di telefono non è riportato sull' elenco ma, fino a poco tempo fa, su richiesta, veniva comunicato dal centralino». La chiamavano «controinformazione», era incitamento al linciaggio. In un'epoca di stragi e settimanali scontri di piazza, persino il Pci sentì l'esigenza di mettere in piedi un proprio apparato informativo - la sezione Problemi dello Stato affidata a Ugo Pecchioli - che raccoglieva dati sugli estremisti di destra, ma cui giungevano anche informazioni su formazioni clandestine di sinistra che non sempre furono trasmesse alle autorità competenti. Ordine nero, guerriglia rossa è la storia di un decennio da un inedito punto di vista. Gli anni in cui tanti giovani di sinistra consideravano legittimo l'uso della spranga e dello «stalin» (il bastone corto da nascondere sotto l'impermeabile). Per contro, in una semplice simbologia della violenza, i neofascisti usavano il coltello e l'asta del tricolore. Il limite delle analisi politiche ma anche delle inchieste di polizia, fu di aver sposato la teoria degli opposti estremismi, ponendo l'accento più sulle manifestazioni di piazza che sulla pericolosità delle diffuse organizzazioni semiclandestine.

Lo storico Guido Panvini svolge attività di ricerca presso l'ateneo di Macerata.
Nel suo libro Panvini ricostruisce il processo di militarizzazione della lotta politica che portò agli anni di piombo.
Guido Panvini, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi, pp. 292, € 30
«Corriere della sera» del 17 settembre 2009

Gli anni Settanta non furono soltanto violenza, ma i terroristi continuano a tenere in ostaggio la nostra memoria

di Dino Messina
"l bel libro sul padre di Benedetta Tobagi, la fiction di De Maria 'La prima linea', la ristampa del bel libro di Licia Pinelli sul marito Pino, il saggio storico di De Luna sugli anni Settanta sono solo alcuni dei tanti titoli recenti o recentissimi che evocano i nostri 'anni di piombo', quelli nei quali uno come me si svegliava la mattina con la paura di leggere sui giornali la notizia di un morto ammazzato dai terroristi - Brigate Rosse o Prima Linea non cambiava niente - o di qualche terrorista ammazzato dalla polizia, che in qualche modo aveva conosciuto o sfiorato".
Questo è l'incipit dell'articolo che Goffredo Fofi ha pubblicato oggi sull'"Unità", nel quale ho trovato due perle di saggezza. La prima è il giudizio sul film di De Maria, "di apprezzabile misura morale e civile ma cinematograficamente morto". Niente male come stroncatura. Il vecchio critico cinematografico dei "Quaderni piacentini" morde ancora. La seconda perla è una riflessione sugli anni Settanta, o meglio sul racconto che ne facciamo oggi: "In un momento in cui la destra non è mai stata così potente e addita il '68 come causa di tutti i mali, sono ancora la superficialità morale, l'emotività eroicistica del terrorismo a far credere che ci fossero solo loro o che fossero loro l'anima del movimento, l'essenza del movimento. Di fatto, i terroristi e i loro amici e nemici continuano a ricattarci tutti...".
Gli anni Settanta anche se si conclusero con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro ('78), l'assassinio dei giudici Emilio Alessandrini (1979) e Guido Galli (1980), del giornalista Walter Tobagi (1980) e di tanti altri valenti servitori dello Stato e della società, non furono soltanto violenza. Ricordo che il decennio si aprì nel '70 con lintroduzione delle regioni e la legge sul divorzio, che nel '78 vi furono la legge Basaglia sull'abolizione dei manicomi e la legge sulla legalizzazione dell'aborto, che nel 1976 entrò in campo un grande protagonista politico come Bettino Craxi, e via dicendo...
Mi sembra giusto quel che pensa Fofi, che sia ricattatorio pensare agli anni Settanta soltanto come al decennio del terrorismo. Ci fu ben altro. Anche se la violenza monopolizzò a un certo punto l'attenzione generale, a destra come a sinistra non erano i terroristi 'la meglio gioventù".
«Corriere della sera» del 15 novembre 2009

22 novembre 2009

La Giustizia e la memoria

di Giovanni Bianconi
L'aspetto più rilevante della decisione presa ieri dal Supremo tribunale brasiliano è l'aver stabilito che Cesare Battisti non è un perseguitato politico. Lo hanno detto - seppure a maggioranza risicata, cinque a quattro - dei giudici che hanno svolto considerazioni giuridiche prima che politiche. L'ex militante dei Proletari armati per il comunismo è stato condannato al carcere a vita per omicidio plurimo e aggravato. È stato processato in Italia come migliaia di altri appartenenti al «partito armato» passati dalle nostre corti d'assise tra gli anni Settanta e Ottanta. Sulla base di leggi dette in alcuni casi «d' emergenza», ma considerate conformi allo Stato di diritto. Anche quella che prevede il giudizio in contumacia (nel caso di Battisti, peraltro, da lui stesso provocata con l'evasione). Questa è la realtà, e se all'improvviso i giudici di un Paese straniero avessero detto il contrario, si sarebbe tradotto in una sorta di discriminazione nei confronti degli altri condannati per fatti di terrorismo; che nel frattempo hanno quasi tutti scontato le pene e sono tornati liberi, ergastolani compresi (con qualche curiosa eccezione). E sarebbe stata un'ulteriore ferita inflitta alle vittime - di Battisti e del suo gruppo, ma anche di tutte le altre colpite dalla violenza eversiva - a cui lo Stato ha dato giustizia attraverso quelle sentenze. La battaglia politica sul «caso Battisti», invece, non è chiusa, e dipenderà dalle mosse del presidente Lula e del suo ministro della Giustizia che dieci mesi fa aveva concesso all' ex terrorista riparato in Brasile lo status di rifugiato politico. Ma dopo la decisione del Supremo tribunale saranno - per l'appunto - scelte non più basate sul diritto, ma su considerazioni di tutt'altro genere; e in ogni caso con un verdetto nel quale è stabilito che l'Italia ha rispettato regole e leggi. Qualcosa di simile è accaduto in Francia, cinque anni fa. Anche lì, dove Battisti s'era pubblicamente nascosto diventando uno scrittore di grido, alla fine di una lunga causa i magistrati lo avevano dichiarato estradabile. Poi, in attesa dell' esecuzione di quella sentenza, qualcuno pensò di liberarsi dell'impopolare questione lasciando che l'ex terrorista potesse scappare. Riacciuffato due anni dopo al di là dell'oceano, è cominciato il tira e molla ancora in corso. Ci si può anche chiedere se sia giusto che l'unica risposta istituzionale alla stagione del terrorismo sia, a tanti anni di distanza e dalla fine di quel fenomeno, quella giudiziaria; ma che intanto, dall'altra parte del mondo, dei giudici abbiano stabilito che quella risposta non è stata persecutoria né illegittima, per l'Italia è una buona notizia.
«Corriere della sera» del 19 novembre 2009

19 novembre 2009

Gli altri terroristi latitanti o in fuga

di ???
Alcuni come Alessio Casimirri, il brigatista del commando che rapì e uccise Aldo Moro, l'hanno fatta definitivamente franca: ottenuta la cittadinanza del Paese extraeuropeo dove sono fuggiti (Casimirri è nicaraguense a tutti gli effetti e gestisce un noto ristorante sulla costa), sono diventati non più estradabili in Italia. Molti altri, per lo più esponenti dell'eversione 'rossà, hanno trovato rifugio in Francia, forti della promessa dell'ex presidente Francois Mitterand che nel 1985 assicurò il «riparo da ogni sanzione di estradizione» a quegli italiani accusati di aver partecipato ad azioni terroristiche se avessero rotto con il passato e avessero iniziato una nuova vita inserendosi nella società francese. La lista di terroristi o ex terroristi come Cesare Battisti, fuggiti dall'Italia negli anni Ottanta e Novanta, è composta da un elenco di circa 140 nomi. Nel frattempo, però, gli anni sono passati e per alcuni sono caduti in prescrizione i reati per i quali erano stati condannati dalla giustizia italiana, come è stato per l'ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone, per il quale la latitanza è finita un paio di anni fa. Dai dati incrociati del ministero dell'Interno sui latitanti e del ministero della Giustizia sulle richieste di estradizione dei terroristi italiani che hanno trovato rifugio all'estero emergono due date che sono due punti di svolta rispetto alla 'dottrina Mitterand': il 2002 e il 2008. Nell'agosto di sette anni fa Paolo Persichetti, ex militante dell'Unione comunisti combattenti, viene estradato dalla Francia, convinta a consegnarlo alle autorità italiane per il sospetto (poi rivelatosi infondato) di un suo coinvolgimento nel delitto di Marco Biagi. Quando nel 2002 a Roma e a Parigi si insediano due governi di destra, i terroristi rifugiati in Francia cominciano a temere: è dell'ottobre di quell'anno l'accordo tra il ministro della Giustizia Roberto Castelli e il suo omologo di Place Vandome Jacques Perben per la riconsegna all'Italia di una dozzina di terroristi che si sono macchiati di fatti di sangue. Nell'elenco figurano Cesare Battisti, arrestato dalle autorità francesi nel 2004 e poi fuggito in Brasile alla vigilia della decisione del Consiglio di Stato sulla sua estradizione, e la br Marina Petrella, condannata all'ergastolo per l'omicidio di un commissario di polizia nel 1981, arrestata nel 2007 ed estradanda per decisione del governo francese. Il 2008 è però l'anno che scompiglia nuovamente lo scenario: il presidente francese Nicolas Sarkozy decide la revoca dell'estradizione della Petrella per «motivi umanitari», viste le precarie condizioni di salute dell'ex br al cui capezzale arriva la first lady Carla Bruni. Da allora - fanno sapere al ministero della Giustizia - la lista dei terroristi di cui l'Italia ha chiesto l'estradizione è ferma lì, in attesa di risposte. In quell'elenco ci sono i nomi di: gli ex Br Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi; gli ex Br Giovanni Alimonti e Maurizio di Marzio, condannati rispettivamente a 22 e 15 anni per una serie di attentati che hanno provocato morti; l'ex Br Enzo Calvitti, condannato a 21 per il tentato omicidio di un funzionario di polizia; Vincenzo Spanò, ritenuto uno dei leder dei Comitati organizzati per la liberazione proletaria (Colp); Massimo Carfora, membro dei Colp, condannato all'ergastolo; Walter Grecchi, autonomo, condannato a 14 anni per l'omicidio del poliziotto Antonino Custrà; Giovanni Vegliacasa, ex membro di Prima Linea; Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere assieme a Sofri e Bompressi per l'omicidio del commissario Calabresi, è latitante dal 2000. In terra francese ci sarebbero anche personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, sospettate di contatti con le nuove Brigate Rosse; Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese delle Br 'Walter Alasià. Altre destinazioni frequenti dei latitanti sono Sud e Centro America: in Nicaragua, oltre a Casimirri, ha trovato rifugio anche Manlio Grillo, ricercato per il rogo di Primavalle nel quale morirono i due fratelli Mattei. Il suo ex compagno di Potere Operaio, Achille Lollo, vive invece indisturbato in Brasile: nel '93 il Tribunale supremo federale rigettò la richiesta di estradizione presentata dall'Italia. Non estradabile perchè divenuto cittadino svizzero il br Alvaro Lojacono, condannato all'ergastolo per il delitto Moro, così come la cittadinanza giapponese ha reso impossibile all'Italia ottenere Delfo Zorzi, militante di Ordine Nuovo, condannato in primo grado all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana e poi assolto in appello.
«L'Unità» del 18 novembre 2009

La chiusura di una stagione

di Michele Brambilla
Cesare Battisti verrà estradato. Non dovrebbero esserci più dubbi perché il presidente Lula ha già detto che non si opporrà alla sentenza del Tribunale supremo federale. È una buona notizia. Intanto, per rispetto della giustizia: sarebbe stata una figuraccia, per l’Italia, vedersi negato un così elementare diritto.
E poi perché il personaggio in questione non ha fatto nulla per meritarsi la benché minima misericordia (giudiziaria, s’intende: quella del cuore non è affare né della magistratura né della politica).
Anche se non è bello infierire sugli sconfitti, non riusciamo a dimenticare che questo terrorista riciclatosi come scrittore della Gauche caviar si sia distinto, in questi ultimi anni, per il ghigno beffardo dell’impunito, per la spocchia, per il disprezzo mostrato nei confronti delle sue vittime, per i ripetuti ricatti, l’ultimo dei quali è stato l’immancabile sciopero della fame.
Resta lo sconcerto per il tempo perduto. È sconcertante, ad esempio, che il Brasile abbia potuto avanzare sospetti sul tipo di carcerazione che l’Italia avrebbe riservato a Battisti. Abbiamo tanti difetti, ma non quello di essere paragonabili, nel trattamento dei detenuti, al Cile di Pinochet o alla Cuba di Batista. Che poi certe illazioni siano venute da un Paese che fino a poco tempo fa «risolveva» il problema dei bambini di strada con gli squadroni della morte, rende ancora più grottesca la discussione che s’è protratta fino a ieri.
Ancor più incomprensibile è il tempo perduto nel disquisire sul vero status di Battisti: assassino o perseguitato politico? Ma quale perseguitato politico. Chi parla di processi-farsa non sa di che parla. Battisti è stato ritenuto responsabile di quattro omicidi. Quattro. Vogliamo pensare che i nostri magistrati - che avranno tanti limiti, ma che sul terrorismo hanno dato forse la miglior prova di sé - abbiano sbagliato quattro volte?
Certe pretestuose eccezioni si possono capire solo tenendo conto dei problemi interni - e di alcune relazioni internazionali - del Brasile di oggi. E tenendo conto pure - ahimè - della pressione esercitata da un certo mondo radical chic così attivo in tanti salotti buoni del nostro Paese e della Francia, dove Battisti ha trovato a lungo una complice ospitalità. Ma proprio per tutti questi motivi oggi è il giorno di riconoscere al governo italiano di essere infine riuscito a farsi rispettare, e alla giustizia brasiliana di avere infine fatto la sua parte.
C’è dunque da augurarsi che su questa ormai vecchissima vicenda - i delitti compiuti da Battisti risalgono a trent’anni fa - l’epilogo sia arrivato. C’è una sorta di maledizione che ha portato l’Italia - e solo l’Italia, fra i Paesi investiti dal Sessantotto e dai tragici anni che seguirono - ad avere ancora i conti aperti con quel passato. Oggi, anche se passerà quasi completamente sotto silenzio, è il quarantesimo anniversario della morte dell’agente di polizia Antonio Annarumma, ucciso a Milano da un tubolare di ferro lanciatogli contro da alcuni dimostranti in via Larga. È un fatto dimenticato, ma altamente simbolico per almeno tre motivi: perché fu il primo morto ammazzato in scontri tra polizia e manifestanti; perché accadde prima di piazza Fontana, e quindi manda in crisi, e non poco, lo schema secondo il quale la violenza di piazza fu un’inevitabile reazione allo stragismo di Stato; e infine perché oltre che il sangue cominciò a circolare quel giorno la tristemente famosa disinformazione per la quale la polizia era sempre cattiva e i dimostranti sempre buoni: si fece di tutto, contro ogni evidenza, per sostenere che Annarumma era morto in un incidente stradale.
Insomma dall’inizio di quella stagione tremenda sono passati quarant’anni. E siamo ancora qui a parlarne. L’Italia ha bisogno di girare pagina una volta per tutte, e l’estradizione di Battisti speriamo sia una tappa importante verso l’archiviazione, perlomeno, del terrorismo di estrema sinistra. Resta, e profondissima, la ferita delle stragi impunite. E qui è solo lo Stato italiano che può contribuire a fare chiarezza, alzando il velo su tanti segreti. Uno Stato che, come ha detto il presidente Napolitano, «porta su di sé il peso» della verità incompiuta.
«La Stampa» del 19 novembre 2009

La doppia vita del terrorista

La fuga dalla Francia al Sud America
di Marco Neirotti
«E’ una vergogna. E per oggi non parlo». Otto parole. Le disse in francese a La Stampa il 30 giugno 2004 quando il presidente della prima Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello diede parere favorevole alla sua estradizione. Cesare Battisti era un terrorista latitante da vent’anni, con due condanne all’ergastolo, l’accusa di quattro omicidi. E si indignava sprezzante del fatto che magistrati di un Paese come la Francia, che l’aveva accolto, coccolato, trattato al contrario dei suoi colleghi locali (per altro con meno sangue alle spalle) lo restituisse allo Stato che voleva finire di regolare i conti con la sua «rivoluzione». A Parigi si sentiva un intellettuale, dal rosso delle sparatorie era passato al giallo dei libri. Uno scrittore per il quale si era speso perfino Daniel Pennac: «Penso che occorra un’amnistia per voltare finalmente la pagina degli anni di piombo». Ma le toghe la pensarono diversamente dagli intellettuali. Così se ne andò anche da lì. Brasile. Ma nemmeno lì i suoi conti tornano.
Da Sermoneta, provincia di Latina, dove nasce e cresce, nel 1976 si trasferisce a Milano: qui partecipa ai gruppi dell’antagonismo e poi alla fondazione dei Pac, i Proletari Armati per il Comunismo. Incomincia la stagione del sangue. L’accusa è per quattro omicidi: Udine, 6 giugno 1978, vittima Antonio Santoro, agente di polizia penitenziaria. Mestre, 16 febbraio 1979, vittima Lino Sabbadin, professione macellaio, militante del Movimento Sociale Italiano. Milano, 16 febbraio 1979, vittima Pierluigi Torreggiani, gioielliere. Milano ancora, 19 aprile 1979, vittima Andrea Campagna, agente della Digos.
Due mesi dopo, il 26 giugno 1979, in un’operazione contro i Proletari Armati viene arrestato e portato in carcere. Si assume le «responsabilità politiche e militari del movimento». Cominciano i processi, che finiranno con due ergastoli confermati in Cassazione nel ‘91 e nel ‘93 per due omicidi compiuti personalmente e altri due in complicità. Il 4 ottobre 1981 un gruppo terroristico assalta il carcere di Frosinone, dove è detenuto, e Battisti fugge in una compagnia mista, dove figura anche un camorrista. Ripara a Puerto Escondido, da lì torna in Europa e sceglie Parigi. Ma si allontana un’altra volta, destinazione Messico. E’ lì quando fioccano le condanne definitive. Nell’ottobre 1990 torna a Parigi. Pochi mesi e lo arrestano su richiesta italiana. Lo dichiarano non estradabile e lo rilasciano. Ed ecco lo scrittore, il giallista, pubblicato senza successo anche da noi. Lo protegge una corte di personaggi in vena d’apparire, come la giallista Fred Vargas.
Quando esce dal carcere, una tra i suoi legali, Irene Terrel, non è ancora soddisfatta: «Giustizia è fatta, ma non è finita qui». Infatti non è finita proprio. Il 30 giugno 2004 la Corte d’Appello, presidente Gurtner, ribalta la decisione: Battisti Cesare deve essere estradato. Lui, pallido, sbarra gli occhi. E’ incredulo. Ma non perde tempo. E’ in libertà provvisoria, in attesa delle pratiche. Sabato 14 agosto firma per l’ultima volta il registro in commissariato. Lo ritrovano in Brasile il 18 marzo 2007: è a Copacabana. Lo hanno scovato i Ros dei carabinieri, collaborando con i colleghi francesi. Lo arrestano. E Battisti chiede asilo politico: il 14 gennaio di quest’anno la conferma: status di rifugiato, concesso dal ministro della Giustizia Tarso Genro, che lascia stupefatti tutti, dalla gente che guarda la tv fino al presidente del Senato Alves Finho.
Fra pochi mesi saranno trascorsi trent’anni dalla prima vittima. Una parte di intellettuali francesi continua a spiegarci che non sappiamo voltare pagina. Chissà perché nessuno si è mosso per Ben Salem, ladro tunisino, condannato da noi a quattro anni e mezzo, catturato in Francia dove lavorava, là incensurato, tenuto in carcere in attesa di estradizione, senza nemmeno la libertà vigilata.
«La Stampa» del 19 novembre 2009

13 novembre 2009

"Io, mio padre e gli eroi sconfitti di Prima Linea"

Col figlio del giudice Alessandrini al film su Segio. «Superficiale come lo erano gli assassini di papà»
di Mario Calabresi
Quella mattina di trent’anni fa Marco l’ha dimenticata da tempo. La mattina che ha cambiato la sua vita forse non l’ha mai ricordata, cancellata subito dal dolore. Ieri l’ha rivissuta due volte: ha visto un bambino con la cartella blu sulle spalle scendere da una Renault 5 arancione, ha visto un uomo che solo vagamente somigliava a suo padre, il giudice Emilio Alessandrini, accompagnarlo fino al cancello della scuola e piegarsi per baciarlo. Lo ha visto risalire sull’auto e dirigersi verso l’incrocio dove lo avrebbero ammazzato.
Ma la prima scena raccontava solo il pedinamento e non ha dovuto assistere all’omicidio. Marco per un attimo ha tirato un sospiro di sollievo, anche se sapeva che la storia non può cambiare, così si è messo a guardare l’orologio in continuazione aspettando che la scena si ripetesse ed è sbottato: «Ma è di una lentezza esasperante».
Poi ha visto il bambino che lo impersonava scendere di nuovo dalla macchina e si è irrigidito aspettando che Sergio Segio e Marco Donat-Cattin cominciassero a sparare, mettessero fine alla vita di uno dei magistrati migliori che Milano abbia mai avuto.
Intorno a noi non c’era nessuno. Soli, io e Marco, in un cinema deserto di Torino, all’ora di pranzo per vedere il film sulla storia del gruppo terroristico «Prima Linea», tratto dal libro «Miccia corta» di Segio.
Mentre entravamo Marco cercava di sigillarsi al dolore, ripetendomi: «E’ una fiction, si tratta solo di una fiction». Aveva preso l’aereo da Pescara, la città di suo padre in cui si è rifugiato con la madre subito dopo i funerali, per venire a vedere quella pellicola che da mesi è accompagnata dalle polemiche. «Il produttore mi aveva mandato la sceneggiatura da leggere, prima che cominciassero a girare, per avere un mio parere. Ma non ero riuscito a immaginare niente e non ho voluto dire nulla. Non volevo mettermi nella posizione di un giudice. Ci si può astenere nei processi veri, figuriamoci in un caso come questo. Così sono stato zitto».
E zitto è rimasto a lungo, anche quando la proiezione di «La Prima Linea» è terminata e ci siamo messi a camminare verso l’uscita. Poi ha cominciato ad elencare le mancanze, le licenze artistiche, a commentare i dettagli. Tutto con molto garbo e con un linguaggio forbito che lo fa sembrare più grande dei suoi 38 anni. E’ un avvocato, oggi anche consigliere comunale del Partito democratico a Pescara. Solo tre ore dopo, prima di partire per Trento dove deve partecipare all’intitolazione di un’aula del palazzo di giustizia a suo padre, si è lasciato andare: «Diciamo la verità: è un film superficiale, come superficiali erano quei terroristi degli Anni Settanta. Perdonami la franchezza: erano dei deficienti, degli idioti in senso tecnico che giocavano alla guerra. Solo noi sappiamo quanto devastanti sono state le conseguenze dei loro gesti irresponsabili».
L’omicidio del giudice Alessandrini, avvenuto il 29 gennaio 1979, è il punto di svolta del film e della storia di sangue del gruppo terroristico «Prima Linea», perché gli fece perdere qualunque sostegno e solidarietà esterna, anche se la pellicola gira intorno all’ultima azione di Segio: l’assalto al carcere di Rovigo per far evadere la sua compagna Susanna Ronconi.
Proprio ieri Segio ha preso le distanze dal film, pur riconoscendogli «un’iniziale intenzione coraggiosa»: l’aver scelto di raccontare la storia da un punto di vista interno alla lotta armata, «dal punto di vista dei vinti». Ma poi accusa la pellicola di non aver spiegato in quale contesto sia nato il terrorismo, di non aver messo l’accento sugli «apparati statali compromessi, sullo stragismo». Eppure il film ricostruisce la storia mettendo in fila le stragi da Piazza Fontana (1969) fino al treno Italicus (1974), passando per la strage della questura di Milano e di Piazza della Loggia, come se il terrorismo rosso sia stato soltanto una reazione e non covasse da lungo tempo. Come se tra questi episodi non si fosse già cominciato ad ammazzare: il commissario Luigi Calabresi, mio padre, a Milano nel 1972, o i due esponenti del Msi Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola a Padova nel giugno del 1974.
Del commando delle Brigate Rosse che giustiziò questi ultimi due faceva parte proprio la Ronconi. Avevo chiesto a Silvia, la figlia di Giralucci che fa la giornalista e ha anche lei 38 anni, se voleva vedere la pellicola, ma era impegnata con il suo di film. Non si è per nulla scandalizzata per l’uscita di «La Prima Linea»: «E’ giusto raccontare il terrorismo con un linguaggio universale, capace di arrivare anche ai giovani». Per questo sta girando un documentario su Padova alla fine degli Anni Settanta, sulle «notti di fuoco» che sconvolsero la città, sull’Autonomia Operaia e il processo 7 aprile.
«Forse se Segio non fosse stato interpretato da Scamarcio e la sua compagna terrorista, Susanna Ronconi, da Giovanna Mezzogiorno - sussurra Marco mentre i due stanno facendo l’amore dopo aver appoggiato la pistola sul tavolo - questo film sarebbe passato sotto silenzio. Invece regala a quei due un’aria romantica che onestamente non meriterebbero».
Ho provato ad immaginare un ragazzo di vent’anni che vede il film e sente pronunciare queste parole da Giovanna Mezzogiorno che rivendica la scelta del terrorismo: «Non sogno mai che vinciamo, ma lo faccio perché è tutto sbagliato, capovolto. I padroni sono sempre più padroni, le persone stanno male come prima e le teste continuano ad essere schiacciate dal potere». E poi il ragazzo di oggi vede quelli di allora fare il gesto della P38, alzare le chiavi inglesi, tirare fuori le pistole dal comodino, raccontare che le hanno avute da chi era andato in montagna - a rivendicare l’eredità della Resistenza e della lotta partigiana -, fare le scritte sui muri contro i crumiri, incendiare le auto, fare le rapine e poi trovarsi intorno ad un tavolo, con una bottiglia di vino, per pianificare i primi attentati. Un’escalation che arriva all’apice con le gambizzazioni prima e gli omicidi poi.
Tutto con una naturalezza e una normalità sorprendente. Quella che la poesia «Gli attentatori» della premio Nobel polacca Szymborska descrive in modo perfetto: «Per giorni interi pensano a come uccidere (...) e a quanti ucciderne (...). Oltre a ciò mangiano con appetito i loro cibi (...), si lavano (...), telefonano (...), scherzano un po’ (...), guardano la luna e le stelle (...) e dormono saporitamente fino all’alba, purché ciò che hanno in mente non si debba far di notte». Così nel film li si descrive pigri e assonnati, vogliono dormire ancora cinque minuti prima di andare a sparare.
Non posso nascondere che ho avuto paura, paura che qualcuno venga attratto ancora dalla violenza. C’è solo da sperare che i ventenni di oggi siano più saggi e vaccinati di quelli di ieri. O che anche per loro la parte più emozionante sia quello spezzone di filmato di repertorio in cui si vedono i funerali di Alessandrini nel Duomo di Milano, con una folla immensa che accompagna la bara del magistrato assieme al presidente Pertini.
Certo il film è pieno di personaggi che denunciano la follia del terrorismo (lo stesso Scamarcio dice: «Il terrore ci aveva preso la mano, continuavamo ad uccidere, la spirale ci imprigionava. E’ giusto rinunciare alla propria umanità?»), la condanna della violenza è ripetuta più volte, tanto che secondo Marco Alessandrini «non ci sono toni apologetici». «Ma - aggiunge - l’operazione è stata furba nella scelta degli attori e la loro storia d’amore tormentata li rende romantici. E poi tutte queste scene in cui camminano lenti dopo aver sparato, con le pistole in mano, in mezzo al fumo: difficile non vedere un effetto mitizzante».
«Finalmente il punto di vista dei vinti», ripete invece Segio sul suo blog, ma è ancora una volta il loro punto di vista. E non riesco a non chiedermi chi siano davvero i vinti: coloro che hanno ammazzato o Marco, che dopo quella mattina è scappato da Milano, ha cambiato casa, scuola, amici ed è rimasto senza padre, cancellando la memoria per cercare di cancellare il dolore: «Solo dei funerali ricordo qualcosa, ma mi resta l’immagine e il rimpianto di un padre amico che me le dava tutte vinte, che amava giocare con me». O suo padre che ha finito di vivere a soli 36 anni, di portare il panettone a Natale al centralinista non vedente del Palazzo di Giustizia (dopo la sua morte non ci ha mai più pensato nessuno). O la madre, rimasta chiusa nel riserbo e nella solitudine per tre decenni. O Silvia Giralucci che andò al funerale del padre due settimane dopo aver compiuto tre anni, indossando il vestitino che il papà le aveva regalato per il compleanno.
Il film si conclude con la scritta che ricorda che Segio è stato condannato all’ergastolo, ma poi è definitivamente uscito dal carcere dopo 22 anni e oggi fa volontariato. Segio-Scamarcio appare sì vinto ma ha l’aria di un eroe sconfitto, coltiva dubbi dopo aver sparato in faccia ad Alessandrini ma questo non gli impedirà l’anno dopo di ripetere il gesto con il giudice Galli (e questo il film non lo racconta).
«La vita va avanti - sorride Marco mentre mi saluta -, pensa che mia madre dopo trent’anni di ergastolo ha ripreso ad uscire e soprattutto ha smesso di fumare. Lo faceva in maniera accanita e continuativa, adesso mi sembra più serena. Non gliel’ho detto, ma sono molto contento per lei. Anche perché lei il film non lo vedrà ed è meglio così».
«La Stampa» del 13 novembre 2009