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24 febbraio 2011

Pascoli era massone, il Grande Oriente ora ha la prova

Comperata all’asta l’affiliazione del poeta in loggia, siglata da una «promessa rituale» nel 1882
di Cristina Taglietti
Il Fanciullino torna al «Grande Oriente». La stessa Loggia massonica, che tiene molto ai suoi «testimonial eccellenti», ha annunciato di essere entrata in possesso del documento che attesta inequivocabilmente l’affiliazione del poeta alla Libera Muratoria, nella Loggia «Rizzoli» di Bologna, il 22 settembre 1882. Il documento, ritrovato nel 2002 da Gian Luigi Ruggio, curatore della casa del poeta a Castelvecchio, tra le carte dell’archivio dell’avvocato Ugo Lenzi di Bologna, massone di spicco della città, è una promessa rituale scritta di pugno dallo stesso Pascoli, la cui calligrafia è stata autenticata da una perizia. Il foglio, firmato dal poeta, riporta la dicitura «Bologna 22 settembre 1882», anno in cui il ventisettenne Pascoli si laureò sotto la guida di un altro massone eccellente, Giosuè Carducci. Sul foglio è riportato il disegno di un triangolo marcato da un segno nero. Ciascuno dei tre vertici del triangolo riporta le tre domande poste per tradizione al «profano» prima dell’iniziazione e le relative risposte vergate a mano da Pascoli. «Che cosa deve l’uomo alla patria?» è la prima domanda, a cui Pascoli risponde «La vita». La risposta alla seconda domanda «Quali sono i doveri dell’uomo verso l’umanità?» è «Di amarla». Infine a «Quali sono i doveri degli uomini verso se stessi?» Pascoli risponde «Di rispettarsi». Il documento è stato acquistato all’asta bandita mercoledì a Roma dalla casa Bloombsbury. Prezzo: 2.500 euro
«Corriere della sera» del 22 giugno 2007

18 febbraio 2011

Analisi di G. Pascoli, Il vischio

Su questa lirica puoi anche vedere una videolezione nel mio canale Youtube

di Baldi-Giusso-Razzetti-Zaccaria
Tratto da Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli, pp. 146-149
I Non li ricordi più, dunque, i mattini meravigliosi? Nuvole a’ nostri occhi, rosee di peschi, bianche di susini, parvero: un’aria pendula di fiocchi, o bianchi o rosa, o l’uno e l’altro: meli, floridi peri, gracili albicocchi. Tale quell’orto ci apparì tra i veli del nostro pianto, e tenne in sé riflessa per giorni un’improvvisa alba dei cieli. Era, sai, la speranza e la promessa, quella; ma l’ape da’ suoi bugni uscita pasceva già l’illusïone; ond’essa fa, come io faccio, il miele di sua vita. II Una nube, una pioggia... a poco a poco tornò l’inverno; e noi sentimmo, chiusi per lunghi giorni, brontolare il fuoco. Sparvero i bianchi e rossi alberi, infusi dentro il nebbione; e per il cielo smorto era un assiduo sibilo di fusi; e piovve e piovve. Il sole (onde mai sorto?) brillò di nuovo al suon delle campane: tutto era verde, verde era quell’orto. Dove le branche pari a filigrane? Tutti i petali a terra. E su l’aurora noi calpestammo le memorie vane ognuna con la sua lagrima ancora. III Ricordi? Io dissi: «O anima sorella, vivono! E tu saprai che per la vita si getta qualche cosa anche più bella della vita: la sua lieve fiorita d’ali. La pianta che a’ suoi rami vede i mille pomi sizïenti, addita per terra i fiori che all’oblìo già diede... Non però questa (io m’interruppi), questa che non ha frutti ai rami e fiori al piede». Stava senza timore e senza festa, e senza inverni e senza primavere, quella; cui non avrebbe la tempesta tolto che foglie, nate per cadere. IV Albero ignoto! (io dissi: non ricordi?) albero strano, che nel tuo fogliame mostri due verdi e un gialleggiar discordi; albero tristo, ch’hai diverse rame, foglie diverse, ottuse queste, acute quelle, e non so che rei glomi e che trame; albero infermo della tua salute, albero che non hai gemme fiorite, albero che non vedi ali cadute; albero morto, che non curi il mite soffio che reca il polline, né il fischio del nembo che flagella aspro la vite... ah! sono in te le radiche del vischio! V Qual vento d’odio ti portò, qual forza cieca o nemica t’inserì quel molle piccolo seme nella dura scorza? Tu non sapevi o non credevi: ei volle: ti solcò tutto con sue verdi vene, fimo si fece delle tue midolle! E tu languivi; e la bellezza e il bene t’uscìa di mente, né pulsar più fuori gemme sentivi di tra il tuo lichene. E crebbe e vinse; e tutti i tuoi colori, tutte le tue soavità, col suco de’ tuoi pomi e il profumo de’ tuoi fiori, sono una perla pallida di muco. VI Due anime in te sono, albero. Senti più la lor pugna, quando mai t’affisi nell’ozïoso mormorio dei venti? Quella che aveva lagrime e sorrisi, che ti ridea col labbro de’ bocciuoli, che ti piangea dai palmiti recisi, e che d’amore abbrividiva ai voli d’api villose, già sé stessa ignora. Tu vivi l’altra, e sempre più t’involi da te, fuggendo immobilmente; ed ora l’ombra straniera è già di te più forte, più te. Sei tu, checché gemmasti allora, ch’ora distilli il glutine di morte.
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Analisi del testo Il componimento fu pubblicato su «La Vita Italiana» il 16 marzo 1897, poi nei Poemetti (1897 e successive edizioni). La sorella Maria, nella sua biografia del poeta, ci illustra la genesi della poesia: «Ricordo che, dopo vari giorni di pioggia che ci aveva tenuti in casa, andammo insieme una mattina di sole a fare un giro nella Chiesa, e vedemmo fra i molti alberi in fiore, o prossimi a fiorire, o già fioriti avendo i petali in terra, un pero che non aveva né fiori, né boccioli né petali caduti, ma sui rami dei grandi ciuffi di vischio. Il povero albero evidentemente languiva sotto il carico di quella vegetazione parassitaria! Giovanni ci fece su molte considerazioni e molte allusioni al suo triste stato. E concepì il poemetto che gli uscì fresco fresco dalla penna».
Metro: terzine dantesche a rime incatenare. Schema: ABA, BCB, ecc La costruzione del testo. Il componimento, che ha il taglio narrativo proprio dei Poemetti pascoliani, è nettamente diviso in due parti. La prima, che comprende due sezioni e metà della terza, è impostata su un tono di colloquio intimo e confidenziale con la sorella, ed è immersa in un clima di innocenza, di candore, di dolcezza un po’ languida, estenuata, di disillusione accettata con pacata saggezza. La fioritura precoce degli alberi e poi la caduta dei fiori si caricano di sensi simbolici, diventano le speranze e le illusioni che consolano dal dolore, ma che sono anche effimere e destinate necessariamente a cadere perché si possa proseguire nella vita («per la vita / si getta qualche cosa anche più bella / della vita»). L’impianto simbolico si traduce in un linguaggio insistitamente analogico: «Nuvole a’ nostri occhi, / rosee di peschi, bianche di susini, / parvero», «un’aria pendula di fiocchi», «e tenne in sé riflessa / per giorni un’improvvisa alba dei cieli». All’esatta metà del componimento (al verso centrale della terzina mediana della terza sezione) compare l’elemento nuovo, che determina una svolta netta nel suo tono e nel suo significato: l’albero «ignoto», «strano» e «tristo», nato dall’unione della pianta da frutto con la pianta parassitaria. Il discorso muta destinatario: non più la sorella, ma l’albero mostruoso e inquietante. Muta di conseguenza anche il tono: non più la dolcezza confidenziale del colloquio intimo, che si esprime in un delicato lirismo e in preziose immagini analogiche, ma un discorso vibrante, aspro, risentito, percorso da una forte carica di emotività, che si traduce nella martellante serie di anafore (sette volte viene ripetuto il vocativo «albero» all’inizio di verso) ed in una sintassi fatta prevalentemente di frasi brevi e secche. Da questo momento la poesia insiste minuziosamente, con una fissità ossessiva, sulle particolarità mostruose del connubio fra le due piante (diversi rami, diverse foglie, diversi colori, assenza di fiori e frutti) e sul processo di invasione maligna da parte del vischio parassita, che ha inizio da un molle piccolo seme, apparentemente trascurabile, e finisce per soffocare l’albero rigoglioso, succhiando le sue linfe vitali, impossessandosi come vampirescamente della sua vita, trasformando fiori e frutti in una ripugnante «perla pallida di muco», in un minaccioso «glutine di morte».
I significati simbolici. La pianta da frutto invasa dalla pianta parassita è evidentemente proposta come simbolo di un doloroso destino personale: la sventura e la sofferenza hanno bloccato nel poeta la fioritura della vita, lo hanno isterilito, impedendogli la vita normale, la famiglia e la procreazione, il calore del «nido» domestico, condannandolo ad una desolata solitudine, che ha come unica prospettiva la morte. Ma, al di là delle immediate intenzioni del poeta, l’immagine del vischio suscita echi più vasti e più profondi. Nella poesia si viene a creare, grazie all’insistenza ossessiva della descrizione, un clima allucinato, sinistro, quasi da incubo, che rovescia il clima iniziale di innocenza e candore. È come se la mostruosa creatura nata dal connubio affascinasse il Pascoli, evocando misteriosi, perturbanti significati, che richiamano le atmosfere "nere" e orrorose tanto diffuse nella letteratura romantica e decadente. Anche qui, sotto forme vegetali, si ha un "mostro", una sorta di vampiro, che si insinua in un altro organismo succhiandogli la vita, inoculandogli i germi del male (non bisogna dimenticare che quello del vampiro è un tema caro a tutto l’Ottocento), oppure si può riconoscere il motivo del "doppio", dell’essere mostruoso che a nostra insaputa si annida in noi (si pensi al famoso Dottor Jekyll e mister Hide di Stevenson). Questi motivi vagamente "neri" si fondono poi con un altro grande simbolo decadente, quello della vegetazione deforme, malata e maligna, che Pascoli propone anche in un altro poemetto, Digitale purpurea. I "fiori del male" sono la trascrizione metaforica dell’inconscio, che il Decadentismo si affaccia affascinato ad esplorare, del suo proliferare maligno di impulsi oscuri, perversi, inconfessabili, della popolazione di "mostri" che lo abita, dell’ "altro" inquietante che vive in noi. Nell’immagine della pianta nata dal tristo connubio Pascoli proietta le due anime che sente in sé: quella protesa al bene e alla bellezza, ad una vita serena, equilibrata e felice all’interno del «nido» familiare, confortata dall’esercizio poetico, in concordia fraterna con gli altri uomini stretti in società, e l’anima "malata", tormentata, torbida, inquieta, decadente. L’immagine, come ha proposto Sanguineti, è anche la perfetta definizione della sua ispirazione, del carattere problematico e scisso della sua poesia: da un lato la poesia del «fanciullino», candida, ingenua, amorosamente attenta alle piccole cose, alle realtà gentili e delicate, agli affetti familiari, tutta pervasa di dolcezza e di bontà sino al sentimentalilsmo e alla melensaggine, dall’altro la poesia più torbida e decadentemente "malata", colma di inquietudini e angosce, di perversi veleni, visionaria, onirica, ipnotica.
Postato il 18 febbraio 2011

17 febbraio 2011

Analisi di Pascoli, Il temporale - Il lampo - Il tuono

Su questa poesia puoi vedere il mio video nel canale youtube dedicato

 
Nella sezione "In campagna", XII e "Tristezze', IX e X
di Bàrberi Squarotti
(tratto da Letteratura, Atlas, vol. 5B-6B, pp. 21-22)
Tre esempi di impressionismo e di simbolismo in Myricae
Le tre liriche Temporale, Il lampo, Il tuono possono essere considerare quasi tre varianti di un unico componimento, per le loro affinità a livello tematico e linguistico-stilistico. Si tratta di tre esempi molto significativi dell'impressionismo e del simbolismo che intessono Myricae e che mostrano con evidenza alcuni risvolti più propriamente tecnici della loro genesi, del loro combinarsi, del loro modo di tradursi in espressioni poetiche. Temporale atmosferico, temporale dell'anima Come diversi altri componimenti di Myricae, le tre liriche hanno per terna un fenomeno atmosferico – in questo caso, un temporale notturno – impressionisticamente rappresentato attraverso una giustapposizione di effetti visivi e uditivi, in apparenza descrittivi e naturalistici, in realtà immagini simboliche di un "temporale" del tutto "interiore" e soggettivo. Composizione e collocazione delle tre liriche Temporale e Il lampo sono più o meno contemporanei (composti nei primi anni '90 e pubblicati nella terza edizione di Myricae nel 1894), ma collocati in diverse sezioni della raccolta (Temporale è nella sezione "In campagna", subito dopo L'assiuolo e prima di Dopo l'acquazzone e Pioggia, due liriche che ne proseguono il tema; Il lampo è nella sezione "Tristezze"). Invece Il tuono, pur appartenendo alla stessa sezione de Il lampo e formando un dittico con esso, appartiene ad una fase successiva: in ordine di composizione è una delle ultime liriche di Myricae e compare solo nella quinta edizione. Diversi percorsi fra impressionismo e simbolismo Le tre liriche presentano anche significative variazioni a livello di genesi ispirativa e di impianto. Temporale ha un taglio interamente impressionistico – prima uditivo (il lontano bubbolio del tuono) e poi visivo-cromatico (le macchie di rosso, nero, bianco) – con un tocco finale di simbolismo (l'immagine del casolare bianco come un'ala di gabbiano contro il nero del cielo). Il lampo invece ha un taglio interamente simbolistico (vuole rappresentare l'uccisione e la morte del padre del poeta), ma si conclude con una vera e propria esemplificazione di tecnica di rappresentazione impressionistica (l'occhio che s'apre e si chiude come un obiettivo, quasi che nella camera oscura dell'anima ci sia una "pellicola" capace di essere impressionata dalle immagine esterne). Il tuono, infine, parte da uno spunto simbolistico (la notte nera del mondo, che riprende in anadiplosi l'immagine finale de Il lampo), per passare ad un momento di forte impressionismo uditivo (vv. 2-5) e chiudersi nuovamente in chiave simbolistica (con la struggente evocazione della madre e della culla). Linee di analisi testuale L'opposizione esterno/interno, notte/casa, nero/bianco La legge della regressione, cui obbedisce Pascoli-fanciullino, implica una costante e radicale opposizione esterno/interno, mondo/nido, che queste tre liriche illustrano in maniera esemplare. Temporale, lampo, tuono sono simboli dell'orrida, devastante violenza del mondo esterno; solo all'interno del nido vi possono essere protezione, calore, salvezza. In tutti e tre i componimenti ricorre l'antitesi profonda fra il nero della notte (la tempesta del mondo e della vita) e il bianco di una casa (la pace del nido): nel primo il nero di pece..., il nero contro il casolare bianco come un'ala di gabbiano; nel secondo la casa... bianca bianca contro la notte nera; nel terzo la notte nera contro il canto... di madre e il moto di una culla (metonimie della casa-nido). Le sequenze paratattiche di sostantivi, aggettivi, verbi: effetto di sospensione e angoscia Il fenomeno temporalesco non è dunque un evento naturale, ma un avvenimento psicologico, soggettivo. La sua sostanza è simbolica, la sua rappresentazione è impressionistica. Ciò determina, in tutti i componimenti, un fraseggio spezzato, fatto di asindeti, ellissi, frasi nominali, segmenti paratattici, sequenze di termini omologhi che creano un effetto di ripetitività angosciosa, di attonita e impaurita sospensione. Si noti: 1. in Temporale ci sono dieci sostantivi e un aggettivo sostantivato (ripetuto due volte: nero di..., il nero...), con un solo verbo (rosseggia, che oltretutto indica un colore più che un'azione) e soli tre aggettivi (lontano, affocato, chiare); 2. ne Il lampo, invece, prevalgono gli aggettivi sui sostantivi (comunque molto significativi: cielo, terra, tumulto, casa, occhio, notte); pochi, ma di grande effetto, anche i verbi: fulminei passati remoti (si mostrò, apparì sparì, s'aprì si chiuse), che rievocano "lampi" di tragedie passate; 3. ne Il tuono sono prevalenti proprio i passati remoti (rimbombò... rimbombò, rimbalzò, rotolò..., tacque, ...rimareggiò..., vanì... s'udì), che costituiscono l'asse centrale della lirica e hanno lo stesso significato dei precedenti, ma attraverso un effetto di impressionismo uditivo anziché visivo. Umanizzazione delle immagini naturali: Temporale La soggettività delle immagini naturali è sottolineata dalla loro costante umanizzazione e personificazione. Il poeta cioè fa "vivere" le immagini come fossero entità coscienti e sofferenti: effetto tipico della rappresentazione impressionistica-simbolistica, in cui è superata la distinzione realistica fra io e mondo. In Temporale notiamo l'iniziale bubbolìo (l'onomatopea appartiene a quella lingua pregrammaticale che accomuna io e mondo e di cui il fanciullino pascoliano è perfetto interprete) e le immagini dell'orizzonte che rosseggia... come affocato, del nero di pece, degli stracci di nubi, dell'ala di gabbiano assimilata al casolare, nelle quali è leggibile una traccia più o meno esplicita di presenza umana. La tragedia del cielo e della terra: Il lampo Sono cariche di umana tragedia soprattutto le immagini de Il lampo, la cui genesi, come si è già ricordato, è legata al ricordo dell'uccisione del padre. Come ne Il tuono, l'atmosfera iniziale è di immediata suggestione evocativa: la E... iniziale richiama indistintamente le voci del passato, del non detto per legarle alle parole espresse nella poesia. Il cielo e la terra, poi, dimostrano subito di essere ben altro che inerti elementi naturali. Il poeta li considera un tutt'uno (si veda il verbo al singolare: E cielo e terra si mostrò...), come un grumo cosmico di tragedia e sofferenza. Nel qual era del v. 1 c'è già l'annuncio della rivelazione di ciò che terra e cielo sono in realtà: non il Cielo e la Terra degli dèi e degli eroi, del mito e della religione, ma la terra e il cielo della sventura e del dolore umano (si noti il chiasmo ai vv. 1-3: cielo e terra – la terra... il cielo...). Perciò la terra è ansante, livida, in sussulto (v. 2), il cielo è ingombro, tragico, disfatto (v. 3): le due terne sono simmetriche ed entrambe in climax (ascendente la prima, discendente la seconda). La casa che apparì sparì e l'occhio... largo, esterrefatto che s'aprì si chiuse danno un ulteriore tocco di privata, umana sofferenza; la doppia coppia di verbi accostati in paratassi e senza neppure un segno di interpunzione rende molto incisivamente l'idea della tragedia improvvisa e irrimediabile. Opposizione nulla/culla: Il tuono Il tuono è, in qualche modo, la ripresa e la prosecuzione de II lampo. Molto significativo è, al riguardo, il suo incipit (E nella notte nera...), che richiama in un colpo solo l'inizio e la fine del componimento precedente (E... nella notte nera). La presenza umana ne Il tuono è concentrata nel verso iniziale e nei due versi finali. All'inizio l'analogia fra la notte nera e il nulla esprime tutta la negatività del destino umano nell'ottica pascoliana; alla fine il soave... canto/... di madre (iperbato e enjambement) e il moto di una culla indicano la via della salvezza nel riparo del nido (culla richiama e si oppone, per posizione e rima, al nulla del primo verso; lo stesso avviene fra i termini in rima dei vv. 3 e 6: schianto e canto). I tre tempi di Temporale In tutti e tre i componimenti è notevolissimo – ed è parte integrante del significato – l'apparato formale, soprattutto per quel che concerne le scelte stilistiche e la componente fonetico-musicale. Osserviamo, per esempio, la struttura ritmica delle tre liriche. Temporale ha un ritmo più largo nei primi due e negli ultimi due versi, grazie all'ampio intervallo fra gli accenti (che cadono sulle sillabe 2 e 6), ed un ritmo più sostenuto nei tre versi centrali, che hanno accenti più ravvicinati (sulle sillabe 1, 4, 6). Si noti anche l'alternanza tra versi con sinalefi (il v. 3 soprattutto e in parte i vv. 4, 6) e versi con pause (vv. 1, 2, 5): le prime legano i termini fra loro, le seconde scolpiscono termini e sintagmi come tanti suoni isolati. Variazioni ritmiche de Il lampo La variazione dei tempi è ancor più evidente ne Il lampo. Il v. 1 ha un ritmo largo e solenne; i vv. 2-3, invece, sono concitati e drammatici nella prima parte, in calando nella seconda; il v. 4 è di nuovo molto lento e pausato; il v. 5 è fortemente segnato dalla cesura ritmica che cade fra apparì e sparì; il v. 6 è molto pausato; il v. 7 ripropone la struttura del v. 5: ascendente nella prima parte, discendente e grave nella seconda. Allitterazione dei suoni n-t-r: l'eco della notte nera Sul piano fonetico, predominano i suoni dentali, particolarmente evidente nella parte centrale (terra, terra, tragico, tacito, tumulto, tratto, tratto, esterrefatto, ecc.) in cui si combinano con altre figure fonetiche e retoriche (tacito tumulto, ad esempio, è un ossimoro; sparì-s'aprì è un anagramma). Accanto ai suoni dentali, ricorrono con frequenza i suoni nasali (m, n) e liquidi (l, r). È come se l'intero componimento fosse attraversato dall'eco sonora della notte nera (n-t-r). Tre tempi anche ne Il tuono Il tuono è in tre tempi come Temporale. Il primo occupa i vv. 1-2 e l'inizio del v. 3 (attraverso un forte enjambement). Nella prima parte (v. 1) è caratterizzato da un fraseggio molto melodico, soprattutto grazie all'insistita allitterazione del suono nasale (ne-no-ne-me-nu), alle paronomasie nella-nera e nella-nulla, alla assonanza notte-come; nella seconda parte è più spezzato e con suoni più duri (allitterazioni e combinazioni di dentali-liquide: tratto, col fragor d'arduo dirupo / ... frana), che preparano l'andante fragoroso del secondo tempo. Infatti i vv. 3-5 e l'inizio del 6 (di nuovo con un forte enjambement) riproducono, con un grande effetto impressionistico, il rumore e il ritmo del tuono, per mezzo di rime aspre (schianto), ripetizioni (rimbombò... rimbombò), allitterazioni (ri-, ri-, ri-, ro-, ri-, re-, ri-; bo-, bo-, bo-, bo-, ba-; ecc.) ed insistenza sui suoni tronchi dei passati remoti (rimbombò, rimbombò, rimbalzò, rotolò, rimareggiò, vanì). Nella terza parte (vv. 6-7), infine, passata la tempesta, si torna al ritmo posato e ai suoni dolci dell'inizio (di rilievo soprattutto l'allitterazione madre-moto e, al centro, la lunga sinalefe -dre-e-il).
Postato il 17 febbraio 2011

Analisi di Pascoli, La digitale purpurea

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria
(tratto da Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1 D’Annunzio e Pascoli, pp. 152-154)

La donna bionda e la donna bruna. In apertura del componimento si delineano due figure femminili in antitesi, che si caricano di sensi simbolici: la fanciulla bionda, dalle vesti semplici e dallo sguardo modesto, è un'immagine di innocenza verginale, quella bruna, dagli occhi «ch'ardono», è immagine di una sensualità torbida e inquieta. Gli occhi ardenti soprattutto sono un particolare denso di significato: nella letteratura ottocentesca sono sempre indizio inequivocabile di qualcosa di misterioso e di sinistro, sono attributo demoniaco e testimoniano la disposizione luciferina di chi è pronto a sfidare e a infrangere divieti, a tentare esperienze trasgressive e profanatone (si pensi allo «sguardo di fuoco» dell'eroe byroniano). L'indizio sarà puntualmente confermato dal seguito del racconto, in cui Rachele, spinta dalla sua irrequietudine sensuale, farà appunto l'esperienza insidiosa del proibito. La contrapposizione simbolica tra donna bionda e donna bruna, donna "angelo" e donna "demonio", è un motivo ricorrente nella letteratura romantica e decadente, ridotto persino a luogo comune nella produzione di consumo. Pascoli qui lo riprende in chiave personale, caricandolo di una problematica complessa, che si connette con i nuclei più profondi della sua ispirazione.

L'innocenza e il fiore perverso. L'antitesi tra le due fanciulle, in quanto simboli rispettivamente di innocenza e di inquieta perversione, propone subito all'inizio l'opposizione tematica che percorre tutto il poemetto. Seguiamo rapidamente il suo dispiegarsi lungo l'asse sintagmatico del racconto. Nella prima delle tre sezioni il dialogo tra le due amiche rievoca l'atmosfera del convento e della loro fanciullezza, creando un clima di innocenza, candore e soavità. I particolari che lo connotano sono innanzitutto la nota di bianco riferita alle suore («le mie bianche suore») e l'insistenza sull'aggettivo «dolci» («i dolci anni», «quei piccoli anni così dolci...»). Quello del candore conventuale è un motivo che proviene a Pascoli dal decadentismo più languido ed estenuato (Jammes, Maeterlinck), e di lì a pochi anni, nel primo decennio del Novecento, sarà poi caro ai crepuscolari. A questa atmosfera rimanda anche 1'«orto chiuso», col suo carattere gelosamente verginale, che esclude il mondo esterno. Ma proprio in questo giardino, tra piante comuni ed innocenti, si profila nel ricordo delle fanciulle il fiore misterioso e inquietante, il «fior di morte» (e si noti che a pronunciare la parola «morte», che le labbra della fanciulla bionda non osano proferire, è proprio la bruna). Al clima verginale si contrappone la presenza perversa del fiore velenoso, col suo profumo insidioso che inebria l'aria intorno e bagna l'anima «d'un oblìo dolce e crudele».
Nella seconda sezione, attraverso un flash-back, il passato lontano nel ricordo si materializza nel presente. Anche qui inizialmente si ripropone l'atmosfera di innocenza già preannunciata dalle «bianche» suore: gli elementi che la costituiscono sono la purezza del cielo sereno primaverile, le litanie, l'incenso, il biancore delle educande che invade tutto il giardino, il «libro buono» che le fanciulle leggono. Ma in tutto quel candore, tanto insistito da apparire quasi lezioso, cova come un segreto fermento. Lo preannuncia la formula «sentor d'innocenza e di mistero», con i due sostantivi a contrasto, e lo conferma l'episodio del colloquio in parlatorio, che rivela le inquietudini erotiche delle educande, tanto più intense quanto più inconsapevoli, che inducono a mescolare ambiguamente sacro e profano (il coro delle fanciulle eccitate intona più forte 1'Ave Maria). Di nuovo, nella parte finale, in opposizione alla sanità fisica e morale delle fanciulle («agili e sane») si profila l'immagine del fiore venefico e del suo fascino inquietante. Il fiore si precisa nelle sue forme mostruose, ripugnanti, quasi macabre (le «dita spruzzolate di sangue, dita umane»). L'innocenza non è in realtà sicura e intangibile, su di essa incombe un'insidia misteriosa.
In apertura della terza sezione, nell'intimità affettuosa tra le due compagne, accomunate dalla dolcezza dei ricordi, torna il motivo dell'innocenza. Ma per la terza volta il clima di candore verginale è rotto dalla comparsa del motivo perverso del fiore, che qui si accampa ad occupare quasi tutto lo spazio narrativo. Al momento del congedo, Rachele confessa all'amica il segreto che urge al fondo del suo animo, l'esperienza da lei fatta del fiore proibito. Si ha un nuovo flash-back che fa rivivere il passato, ma l'atmosfera è ora diversa: non più il candore del convento, ma un clima sospeso, percorso da segrete inquietudini e da aspettative arcane, pervaso da una snervata, estenuata mollezza. La trasgressione della fanciulla ha come sfondo una natura tempestosa, sconvolta come da un «turbamento cosmico» (Bàrberi Squarotti). Ad essa si intona lo stato d'animo della fanciulla che sta per compiere il gesto trasgressivo: ciò che la spinge a tentare l'esperienza proibita di assaporare il profumo del fiore velenoso è il «languido fermento» lasciato nel suo animo da un sogno erotico «che notturno arse», uno stimolo rimasto inconsapevole nell'«ignara anima», e per questo più eccitato e morboso.

Il significato del «fior di morte». Il racconto di Rachele si chiude su un'immagine misteriosa, il destino di morte scaturito dalla dolcezza indicibile di quell'esperienza. Pascoli qui gioca volutamente sul non detto, sull'indefinito, sull'ambiguo, sull'allusivo. Intorno a questa conclusione del poemetto si sono accumulate molte ipotesi interpretative. Particolarmente suggestiva appare quella di Getto, secondo il quale l'assaporamento, da parte di Rachele, del profumo vietato ha un valore simbolico, anticipatore di tante analoghe esperienze future compiute dalla fanciulla, e nel ricordo viene a riassumere tutte le altre. Tali esperienze, secondo il critico, possono essere una passione amorosa che conduce alla morte, ma forse anche una malattia mortale, «voluttuosamente accolta e covata», «morbosamente goduta come mezzo di distruzione e avvio al mistero della morte». È un'ipotesi suggestiva, che consuona con la sensibilità decadente in generale, affascinata dalla malattia e dalla morte, e con quella di Pascoli in particolare. Ma non si possono escludere diverse ipotesi proposte da altri interpreti (Chimenz, Bàrberi Squarotti): esperienze di tossicomania, intese decadentisticamente come mezzo per attingere all'ignoto, ma anche l'esperienza erotica, trasformatasi in vizio che corrompe, che consuma le forze e porta alla malattia e alla morte. Comunque, anche accettando queste interpretazioni, la proposta di Getto resta valida: l'assaporamento del fiore velenoso e del suo profumo ha un valore simbolico, è la prima trasgressione che nel ricordo accomuna in sé tutte quelle successive, per diverse che siano. Dopo aver passato in rassegna queste ipotesi, tuttavia, il voler poi precisare ad ogni costo è forse sbagliato: Pascoli ha volutamente lasciato nell'indefinito la conclusione, proprio per caricarla di sensi misteriosi e perciò più suggestivi. Basta quindi pensare in termini vaghi ad un'esperienza di trasgressione, di voluttuoso assaporamento del proibito, che induce all'autodistruzione e alla morte, senza chiedersi altro, per rispettare il senso intimo della poesia.
Il motivo del fiore velenoso, carico di un fascino inebriante e perverso che attira e porta all'annientamento, è squisitamente decadente, e ricorre di frequente, in varie forme, nella letteratura di fine Ottocento. Come ha ben visto Getto, la digitale purpurea pascoliana è «il fiore forse più corrotto fra quanti [...] produsse, dal seme dei fiori del male, il nostro decadentismo», e rivela in Pascoli una «curiosità rivolta alle esperienze più avvelenate della letteratura europea». Il poemetto quindi è estremamente significativo di tutto un aspetto della poesia pascoliana, torbido, malato, decadentemente perverso, che è l'altra faccia, quella in ombra ma senz'altro più autentica, del candore fanciullesco e della trepida contemplazione delle piccole cose.

La tecnica narrativa e il linguaggio. L'inquietante tematica della poesia trova riscontro in moduli espressivi altrettanto inquieti. Pascoli usa innanzitutto una tecnica narrativa fortemente ellittica. La narrazione comincia in media res: all'aprirsi del componimento il dialogo tra le fanciulle è già cominciato, e il lettore lo coglie da metà, senza essere preventivamente informato sulle due interlocutrici, sulle circostanze del colloquio, sugli antefatti remoti e prossimi, sull'argomento del discorso. Il testo ha inizio con un verbo, «siedono», di cui non conosciamo il soggetto. Così non ci è noto l'oggetto delle prime battute («E mai non ci tornasti?», «Non le vedesti più?») . Apprendiamo l'essenziale a poco a poco, dallo svolgersi successivo del dialogo. Questa tecnica ellittica è evidentemente funzionale al clima sospeso, di mistero e di ambiguità, che il poeta vuole creare nel poemetto.
Colpisce poi l'attenzione del lettore la frantumazione dell'asse sintagmatico del racconto, che non segue la successione cronologica lineare, ma è continuamente spezzato da anacronie: comincia al presente (un presente del tutto indeterminato, come si è appena visto), fa rivivere il passato come un flash-back, torna al presente del colloquio fra le due amiche, per risalire infine al passato con la rievocazione dell'esperienza trasgressiva del fiore velenoso. L'andamento tortuoso del tempo narrativo mette in rilievo il carattere ambiguo del reale rappresentato, in cui l'innocenza si oppone apparentemente alla perversione, ma reca già al suo interno qualcosa di languido ed eccitato insieme, che anticipa e richiama l'esperienza morbosa del proibito.
Anche la struttura sintattica e metrica è intimamente frantumata, discontinua. Le frasi sono brevi e spezzano sistematicamente il discorso in unità a sé stanti. Intervengono poi, a sminuzzare ulteriormente il tessuto discorsivo, puntini di sospensione («così dolci al cuore...», «fior di ...», (tastiere appena appena tocche ...», «piangete ...», «vedi ...», «con un suo lungo brivido ...»), e parentesi: «(perché mai?)», «(l'una sa dell'altra al muto premere)», sino alla lunga parentesi, di quasi tre versi, che nella chiusa allontana con una forte sospensione la confessione suprema, «si muore!». I versi sono continuamente interrotti al loro interno da forti pause, come si può cogliere sin dall'incipit: «Siedono. L'una guarda l'altra. L'una / esile e bionda». A ciò si uniscono i frequentissimi enjambements, di regola duramente inarcati. Taluni hanno un intenso valore espressivo, perché sottolineano le pause del discorso più cariche di sospensione e di mistero: «fior di ...?» / «morte», dove viene isolata e posta in piena evidenza la parola chiave «morte» (un procedimento analogo si ha nel finale dove, come si è visto, la formula «si muore!» è isolata dalla lunga parentesi che la precede) . L'altro enjambement particolarmente significativo si ha nel momento culminante della confessione della fanciulla bruna, «"Io," // mormora, "sì: sentii quel fiore"»: l'effetto di sospensione, che mette in evidenza la parte cruciale della frase, è accentuato dal fatto che viene scavalcata non solo la fine del verso, ma addirittura della terzina, e dall'ulteriore inserzione della didascalia «mormora».
Come si è già avuto modo di osservare, un discorso poetico in cui la sintassi sia gerarchicamente organizzata e la struttura metrica sia fluida e continua rivela che si ha del reale una visione sicura e precisa, che si crede in un mondo ordinato, dove i rapporti tra l'io e le cose e delle cose fra loro sono ben definiti e saldi (a riprova, si pensi alla sintassi ricca di subordinate degli scrittori classici); un discorso poetico invece in cui la sintassi e la struttura metrica siano frantumate e discontinue, fatte di unità pressoché isolate fra di loro, fa intuire una visione del reale problematica, incerta, ambigua, che presuppone una profonda crisi dei moduli ordinatori dell'esperienza. La successione spezzata del discorso poetico di Pascoli è quindi l'indizio più rivelatore di come egli sia interprete della grande crisi delle visioni del mondo verificatasi a cavallo fra Otto e Novecento. E la sua sintassi poetica è rivoluzionaria non solo, come si è verificato, nella misura lirica breve e concentrata (Myricae), ma anche nel modulo più ampio del poemetto narrativo.

Postato il 17 febbraio 2011

Analisi di Pascoli, L’assiuolo

Su questa poesia trovi anche una mia videolezione
 
di Bàrberi Squarotti
(tratto da Letteratura, Atlas 5B-6B, pp. 61-62)
Voce - voce di pianto - pianto di morte: i tre momenti di un rito di iniziazione
Nel suo complesso la lirica rappresenta una sorta di rito di iniziazione: l'io del poeta (si veda la prima per-sona singolare nelle anafore dei vv. 11-13: sentivo... sentivo... sentivo...), seguendo il richiamo del chiù (che è dunque la sua guida), è ammesso alla comunicazione con il mondo della morte. I tre momenti del rito sono scanditi dalle tre strofe e, in esse, dalle tre definizioni del verso dell'assiuolo (in climax ascendente). Si tratta di tre tappe di avvicinamento e passaggio dall'aldiqua all'aldilà: 1. dapprima il verso è una voce naturale: una voce dai campi: /chiù... (vv. 7-8); 2. poi diventa una voce di pianto: lontano il singulto: /chiù... (vv. 15-16); 3. infine si rivela un pianto di morte: quel pianto di morte... /chiù... (vv. 23-24). Si noti la catena logica: (dai campi) una voce → voce di pianto (singulto) - pianto di morte.

Una sera o una notte o un'alba?
Il rito ha un'ambientazione volutamente ambigua. I soffi di lampi del v. 5 (i lampi senza tuono tipici delle sere estive) suggeriscono che tutto accada di sera. La luna nascosta dal nero delle nuvole e le stelle fanno invece pensare alla notte. Altri elementi ancora rimandano all'alba: un'alba di perla e la nebbia, spesso abbinata all'idea di alba; soprattutto si consideri che il chiù è portatore di morte quando canta all'alba.

Un capolavoro di impressionismo e simbolismo
Come tutti i dettagli descrittivi (il mandorlo e il melo, il cullare del mare, i rumori nelle fratte, le lucide vette, il sospiro di vento, le cavallette), queste indicazioni non hanno in verità alcun rilievo naturalistico: non descrivono tempi e luoghi reali, esterni, ma evocano un panorama totalmente interiore, un clima psicologico. Per esempio, il mandorlo e il melo sono umanizzati: paiono ergersi (protendersi verso l'alto con le loro braccia) per meglio "vedere" la luna (vv. 3-4); il mare si "culla" (v. 11), il vento "trema" e "sospira" (v. 18). Siamo dunque in presenza di un esempio tipico dell'impressionismo e del simbolismo di Myricae.

Prima strofa: impressioni visive
La prima strofa (tranne il "ritornello" finale: veniva una voce dai campi: / chiù...) e i primi due versi della seconda sono costruiti su impressioni prevalentemente visive: si osservino in particolare l'espressione ergersi... a meglio vederla e i verbi parevano e lucevano. Le notazioni cromatiche sono tipiche della rappresentazione impressionistica: l'alba di perla (v. 2), richiamata dalla nebbia di latte (v. 10) – le due metafore sono legate dalla stessa idea di bianco –, il nero delle nuvole (v. 6), i lampi a del sereno (v. 5). La sinestesia soffi di lampi suggerisce anche una sensazione di natura tattile.

Seconda strofa: impressioni uditive.
Il passaggio esterno-interno: dichiarazione di impressionismo e simbolismo
La seconda strofa, invece, a partire dal v. 11, punta sugli effetti uditivi: il cullare del mare, il fru fru tra le fratte, l'eco, il grido. Significativo il verbo Sonava (v. 15), ma soprattutto il triplice sentivo... sentivo... sentivo... (vv. 11-13): anafora e climax allo stesso tempo. Per due volte sentivo sembra indicare una semplice percezione sensoriale (sentivo nel significato di udivo); poi passa a significare il "sentire" del tutto interno di un cuore in sussulto. Questo improvviso passaggio esterno-interno dichiara di per sé la natura impressionistico-simbolistica della lirica.

Terza strofa: traduzione dei simboli. I sistri e le porte dell'aldilà
La terza strofa sintetizza impressioni visive (le lucide vette, le porte che... non s'aprono) e uditive (tremava un sospiro di vento, il canto metallico delle cavallette, i sistri, i tintinni). Soprattutto si incarica di tradurre i significati di tutta la trama dei simboli:
1. i termini lucide, tremava, sospiro, squassavano sembrano rievocare una scena di morte, di trapasso, quasi alludendo ai sudori, tremori, sospiri, rantoli di un moribondo;
2. l'onomatopea tintinni, inoltre, richiama il fanciullino, con il suo tintinnio segreto e la sua logica regressiva;
3. l'espressione finale - pianto di morte - sancisce il significato di fondo del chiù e, quindi, dell'intera lirica.
Ma la chiave per penetrare in questo significato è contenuta nell'immagine dei sistri: antichi strumenti sacri, utilizzati in Egitto e a Roma nel culto di Iside, legato alla credenza della risurrezione dopo la morte. Attraverso questa citazione dotta, l'autore vuole ribadire la propria fede nella sopravvivenza dei morti e nella possibilità di comunicare con loro attraverso invisibili porte. A questo proposito, l'interrogativa che forse non s'aprono più? (v. 22), generalmente ritenuta propria (e dunque con significato dubitativo o negativo), può essere anche letta con valore retorico e, dunque, con significato positivo: "chi ha detto che quelle porte non si aprono più?". II canto del chiù proviene dall'aldilà: il suo pianto di morte dimostra che quelle porte chiuse possono essere aperte.

Due scene intrecciate
Nella lirica sembrano fronteggiarsi e combinarsi due scene: una fatta di immobilità, sospensione e quasi attonita paura; l'altra dinamica, fatta di opposizioni e di progressione.
1. La prima scena è scandita dal ripetersi regolare del verso del chiù, sempre seguito dai puntini di sospensione (vv. 8, 16, 24) e dalla presenza del verbo "essere" in principio, a metà e a conclusione del componimento (Dov'era..., fu..., e c'era...). Gli avverbi laggiù (v. 6), lontano (v. 15), più (v. 22), lo stesso verbo fu (v. 14) e la catena degli imperfetti (era, notava, parevano, venivano, ecc.) creano un effetto di lontananza, di irrecuperabile profondità spaziale e temporale, che induce a sua volta un senso di contemplazione stupita. Inoltre, la fissità degli accenti (2-5-8) su tutti i novenari del componimento determina una cantilena ritmica dall'effetto quasi ipnotico.
2. La seconda scena è legata alla progressiva maturazione del significato del chiù (da voce a singulto, a pianto di morte) e alla climax dei vv. 11-13 (sentivo... sentivo... sentivo...). È legata anche all'opposizione bianco/nero della prima strofa (i soffi di lampi contro il nero di nubi) o luce/opaco della seconda (le stelle che lucevano rare nella nebbia di latte).

Rotture sintattiche, paratassi, sintassi e metrica, sostantivi e aggettivi
La trama tematica del componimento è tutt'uno con la sua architettura linguistica e con la sua tessitura fonetico-musicale, come sempre attentissima. Come ha suggerito Gianfranco Contini, la sintassi, pur essendo nell'insieme tradizionale, è capace di improvvise rotture e squarci di indeterminatezza: nei vv. 1-4, ad esempio, le due causali ché... notava... parevano... non hanno reggente. Domina la paratassi, indispensabile supporto di ogni discorso impressionistico: dopo le causali iniziali, ci sono in tutto il componimento solo due relative (che fu: v. 14; che... non s'aprono: v. 22). Tra misura sintattica e misura metrica c'è un singolare gioco di coincidenze e opposizioni. Sembra a prima vista che le due misure non coincidano (si vedano gli enjambements tra i vv. 1-2, 3-4, 5-6, 9-10, 17-18, 19-20), ma, a ben guardare, la misura sintattica corrisponde sempre a una o due unità metriche: in altri termini, le frasi occupano per intero uno o due versi. I sostantivi e i verbi prevalgono largamente sugli aggettivi (solo sei): come dire, l'essenziale sull'accessorio, l'assoluta indeterminatezza sulla razionalità classificatoria.

Figure di suono
Dal punto di vista fonetico, è innanzi tutto da prendere in considerazione il termine chiù, che è allo stesso tempo nome, onomatopea e fonosimbolo. Si tratta di un suono tronco (e come tale già capace di richiamare il nesso vita-morte, tema centrale del componimento) che sembra portare con sé riferimenti impliciti: chiù troncamento di chiuso? di chi uscì? in paronomasia con chi fu? (per certo in rima con che fu: vv. 14 e 16). Numerosissime, come al solito, sono le figure fonetiche, dalle allitterazioni alle assonanze, dalle consonanze alle rime o quasi-rime interne, in particolare:
1. l'abbondanza dei suoni s (numerosi nella seconda e terza strofa), che richiamano esplicitamente un significato di morte;
2. l'allitterazione dei suoni tr-fr (particolarmente evidente nel v. 12), che hanno sempre in Pascoli un significato di morte; si noti qui come l'onomatopea fru fru e l'intera espressione fru fru tra le fratte possano suggerire l'idea di un nido turbato e infranto;
3. l'assonanza in i dei vv. 20-21 (finissimi sistri... tintinni invisibili), che vuole rendere onomatopeicamente il suono acuto e penetrante dei sistri e, dunque, l'idea di "penetrazione" oltre le porte dell'aldilà.
Postato il 17 febbraio 2011

Un’interpretazione unitaria delle raccolte poetiche di Pascoli

di Bàrberi Squarotti
(tratto da Letteratura, Atlas, vol. 5B-6B, pp. 52-53)
L'obiettivo comune della regressione. Pur presentandosi formalmente distinte, Myricae e Canti di Castelvecchio risultano quindi intimamente legate in forza degli elementi contenutistici e tematici e anche, come si vedrà, di quelli stilistico-metrici. Le ragioni di questa unità a due facce non sono esplicitamente chiarite dal poeta. Le liriche della prima, come si è detto, si caratterizzano per la maggiore tendenza al frammento, allo scorcio impressionistico, all'originalità espressiva; quelle della seconda sembrano in genere più articolate e meditate, più propense a dichiarare - talora perfino a tradurre - il proprio significato simbolico. Fermo restando il comune obiettivo della "regressione al nido", come costante di fondo, la prima raccolta sembra perseguirlo su un piano più privato e personale, la seconda su un piano che implica, almeno in parte, una più ampia prospettiva culturale ideologica, che sarà sviluppata nelle altre raccolte, soprattutto nei Poemetti e nei Poemi conviviali.

Il tema naturalistico-impressionistico. Le due raccolte giungono al traguardo della regressione attraverso un percorso tematico che si articola in tre tappe principali. La prima – propria soprattutto di Myricae, nel suo nucleo più antico – è quella del tema naturalistico-impressionistico, nel segno del fanciullino e del suo modo di vedere e di vivere il mondo. Frammenti d'ambiente, scorci agresti, quadri di quotidiana vita dei campi, attenzione alle piccole cose, registrazione delle forme e delle voci della natura si combinano a formare dei bozzetti realistici che, tuttavia, sono tali solo in apparenza. Le immagini che paiono oggettive sono infatti correlativi simbolici di un panorama interiore e soggettivo. I dettagli descrittivi non hanno alcun rilievo naturalistico: non descrivono tempi e luoghi reali esterni, ma evocano atmosfere totalmente interiori. La natura rappresentata da Myricae e dai Canti di Castelvecchio è dunque, in effetti, il paesaggio dell'anima del fanciullino. È lui che conduce il gioco e ne detta le regole, che sa leggere nel cuore delle cose, parlare con gli oggetti della natura, interpretarne il linguaggio, regredire allo stadio primitivo, conoscere attraverso l'intuizione. La sua visione del mondo è la poetica stessa delle due raccolte; la sua voce è la voce stessa delle liriche che le compongono.

Definizione del nido e del progetto di regressione. La seconda tappa è la definizione del nido e del progetto di regressione ad esso. Il tema naturalistico si fa a poco a poco più complesso, in Myricae e ancor più nei Canti; il mondo contadino rivela sempre più la sua funzione di simbolo di uno spazio ideale, di ultima linea di difesa contro la violenza del mondo. Così emergono via via altri temi: il mistero e il dolore che caratterizzano la presenza dell'uomo nell'universo, il senso di esclusione e di vertigine, il presentimento di una catastrofe imminente, il rifiuto della vita attiva e la negazione dell'amore. Tutte queste tematiche finiscono per disporsi circolarmente intorno all'asse centrale del nido e del bisogno di regressione. Non c'è alcuna possibile felicità oltre l'infanzia, al di fuori del nido, distrutto da una violenza ingiustificata e oscura. Contro il male che regna "fuori", contro la tragedia del presente, non c'è che il ritorno al riparo del passato, al nido, con tutti i suoi surrogati: la nebbia, la siepe, l'orto, la culla, il cimitero e tutto ciò che richiama idea di cerchio e di perimetro chiuso.

Il tema dei morti: la tappa conclusiva del percorso. Regredire al nido significa invertire il corso dell'esistenza e della storia: è morte la vita autodistruttiva dei vivi; è vita, invece, quella dei morti che custodiscono i valori dell'esistenza. Nido e regressione, dunque, implicano necessariamente il tema dei morti, tappa conclusiva e decisiva del percorso pascoliano. In verità tutto è posto sotto il loro segno fin dall'inizio: Myricae si apre, come abbiamo detto, con la poesia proemio intitolata Il giorno dei morti, che offre le coordinate profonde dell'intera raccolta e, in prospettiva, di tutta la produzione pascoliana. A queste coordinate sono da raccordare tutti quei componimenti dei Canti di Castelvecchio che, ispirati ai dolorosi ricordi familiari, sottolineano con insistenza il tema della morte e del dolore.
I morti sono l'aldilà di Pascoli: un aldilà che non è fatto di trascendenza religiosa, ma che convive e comunica con l'aldiqua. Così si legge ne Il giorno dei morti: – No, babbo, vive, vivono – Chi parla?/Voce velata dalla sepoltura, / voce nuova, eppur nota ad ascoltarla, / ... Parlano i morti. Non è spento il cuore / né chiusi gli occhi a chi morì cercando, /a chi non pianse tutto il suo dolore.
Stessi accenti e motivi si trovano in altri componimenti, quali La voce e La tovaglia, dove a tratti la fisionomia del rapporto con i morti si fa addirittura abnorme, con elementi di ossessività e morbosità: è la presenza invasiva, ingombrante e tenebrosa dei morti e della morte sulla vita, una condizione di assoggettamento, da parte dei vivi, all'autorità colpevolizzante dei morti che, anche muti, stanno in una fissità intollerabile ad accusare i vivi.

L'asse morte-vita e il simbolismo pascoliano. L'asse morte-vita, la comunicazione continua fra il mondo dei trapassati e il mondo dei viventi sono le premesse del simbolismo di Myricae e dei Canti. In tal senso risulta importante, se non determinante, l'influsso di Dante. Come ha dimostrato Maurizio Perugi, il simbolismo pascoliano usa gli stessi strumenti di cifratura utilizzati da Dante, risolvendosi in un sistema allegorico che ricalca quello dantesco. Inoltre la poesia pascoliana nel suo insieme - a cominciare da Myricae e dai Canti - sembra perseguire finalità analoghe a quella dantesca: rimediare alla decadenza in atto con un viaggio alla salvezza per mezzo della poesia, cioè per mezzo di un recupero dei valori originari consentito solo al fanciullino, alla sua capacita di discesa agli "inferi" dell'io, della cultura, della civiltà. Questo è l'aspetto più complesso della regressione, prefigurato e abbozzato da Myricae e dai Canti e proseguito dalle raccolte successive.
Postato il 17 febbraio 2011

Fonosimbolismo

di Bàrberi Squarotti
(tratto Letteratura, Atlas, vol. 5B-6B, p. 53)
Secondo Maurizio Perugi, i fonosimboli sono suoni-chiave dotati di una specifica valenza simbolica e, dunque, di un proprio significato.
In altri termini, il significante poetico (vale a dire i suoni che compongono le parole ed i versi) può assumere un significato autonomo, affidato al gioco dei suoni. Le onomatopee (segno creato ad imitazione di un rumore naturale: tic - tac), frequenti e vistose in un poeta come Giovanni Pascoli, sono una delle manifestazioni più evidenti del fonosimbolismo.

Quando, ad esempio, il poeta romagnolo riproduce, ne L'uccellino del freddo, il grido della bestiola (trr trr trr terit tirit) crea un'onomatopea e, dunque, un fonosimbolo; è però onomatopea e fonosimbolo anche, in Arano, l'espressione soffi/ tintinno riferita al pettirosso, in quanto l'uccello, in realtà, emette un gridolino che assomiglia proprio al suono tin ... tin; è, d'altronde, onomatopeico e fonosimbolico l'intero endecasillabo pascoliano trotto di mandre d'elefanti in Alexandros, in quanto, indipendentemente dal significato logico delle parole, i suoni ricordano appunto lo scalpiccio di una mandria in movimento.
Riferendosi a tale particolarità del fonosimbolismo, nel quale Pascoli è insuperato maestro, il grande poeta e critico americano Ezra Pound (1885-1972) annota che poesie ricche di fonosimboli si possono apprezzare anche in una lingua sconosciuta, mentre testi di tal genere perdono gran parte della loro bellezza in una traduzione in lingua straniera. Da Pascoli i fonosimboli si trasferiscono soprattutto nei testi futuristi di Tommaso Marinetti, ma si ritrovano, anche ai giorni nostri in forme della comunicazione di massa quali il fumetto. Ad esempio, il suono bang! con il quale, nelle vignette, si manifesta uno sparo, è un'onomatopea e un fonosimbolo: in lingua inglese, il verbo to bang significa, appunto, "scoppiare".
Postato il 17 febbraio 2011

Il mondo dei simboli pascoliani

di Bàrberi Squarotti
Tratto da Letteratura, Atlas, vol. 5B-6B, pp. 21-22

Il simbolismo pascoliano. Per risolvere il rapporto tra il poeta e la realtà esterna la poesia del Novecento in genere e quella pascoliana prima di altre ricorre al simbolismo; se la realtà è avvolta nel mistero, diventa inutile ogni tentativo di conoscenza razionale: l'unica forma di "rivelazione" e di espressione che il poeta ha è quella di riprodurre in immagini e suoni la commozione e l'illuminazione che le cose gli riservano. Ecco allora l'ambivalenza con cui la poesia di Pascoli si presenta: dà la sensazione di essere una registrazione oggettiva, di dar vita ad un impressionismo veristico, ad una descrizione naturalistica precisa e minuziosa; ma si tratta soltanto di apparenza. Il discorso poetico non si ferma alla superficie, va oltre, si richiama ad un'altra realtà, ad un altro piano, di cui tutti gli elementi apparentemente realistici e oggettivi sono, in vario modo e in diversa misura, ora consapevolmente ora inconsciamente, i simboli.
In sostanza, le parole che formano il tessuto espressivo della poesia finiscono per perde-re la loro funzione denotativa, cioè quella di esprimere un significato letterale, per assumere un valore connotativo, cioè un significato diverso e nascosto, legato alla valenza simbolica delle figure. Come il Simbolismo in genere, anche quello pascoliano si accompagna ad una dimensione surrealistica, cioè ispirata all'inconscio, considerato momento più profondo e più vero della realtà.
Il discorso del simbolismo pascoliano, tuttavia, esula dai canoni e dagli esiti del contemporaneo movimento simbolista francese. Pascoli certamente lo conosce, ma non ne assi-mila la poetica, così come si mostra chiuso alle esperienze letterarie europee in generale, per elaborare linee tematiche personali ed autonome. Si devono soprattutto alle indagini della critica psicanalitica l'individuazione e l'analisi interpretativa dei simboli che caratterizzano la poesia pascoliana.

Il nido-casa. La figura simbolica centrale e più ricorrente è quella del nido, cui viene attribuito un profondo e ricco significato, insieme a tutti gli elementi che con esso hanno una relazione e che costituiscono altrettanti simboli. Il nido è simbolo di casa, sinonimo di amore, unione, calore, difesa, protezione, vero e unico microcosmo degli affetti domestici. All'interno del nido il cibo rimanda alla figura del padre, l'affetto che vi regna alla madre, la solidarietà che lo avvolge ai fratelli.

La culla e l'infanzia. Ma il nido è anche richiamo costante all'infanzia, di cui la culla è figura dominante perché meglio di ogni altra esprime il rapporto madre-figlio, con aspetti di regressione verso il grembo materno, così che la fuga verso la condizione infantile si traduce quasi sempre nell'incapacità di vivere o nel rifiuto di vivere. Una componente, questa della "regressione", che, come si è già sottolineato, investe tutta la concezione pascoliana della vita, del mondo e della storia.

La presenza dei morti. Collegata con l'immagine della casa-nido è la presenza dei morti, così frequente non solo nel ricordo, ma viva nel presente, perché i morti nella casa piangono, sussurrano, amano, toccano, parlano. Al tema del nido si legano anche i simboli della siepe e della strada: il primo, con i suoi sinonimi (muri, mura), è espressione di ciò che circonda, delimita, difende la casa-nido, il podere, il cimitero; il secondo sta a significare il cordone ombelicale che unisce la casa al cimitero, il mondo dei vivi a quello dei morti.

Microcosmo e macrocosmo. Di fronte e in opposizione al microcosmo sta il macrocosmo pascoliano: l'universo al di fuori della casa-nido, il cosmo, lo spazio infinito e misterioso, fonte di paura, di angoscia, di male, di vertigine; più direttamente e vicino, anche il regno della storia, il mondo degli uomini, della violenza, della crudeltà, quel mondo che ha distrutto per sempre la famiglia del poeta.

La tempesta. In questa sfera si collocano anche i valori simbolici degli oggetti, delle cose, dei fenomeni che vengono poeticamente descritti: sono soprattutto la tempesta, il tuono, il lampo, la procella, che rappresentano la violenza del mondo esterno, in antitesi al calore, alla pace, alla protezione del nido.

Le campane, gli uccelli, i fiori, la nebbia, le costellazioni. Altri oggetti o fenomeni hanno, in contesti diversi, doppia valenza simbolica, positiva e negativa. Così le campane indicano sovente un'atmosfera di sogno, di evasione verso l'infanzia, ma sono anche il simbolo di evocazione di morte, di pensieri dolorosi, di angoscia. Così gli uccelli sono simbolo soprattutto di non-violenza, ricordano il nido, sono abitatori di una regione superiore, fuori del tempo e dello spazio, dove è possibile l'estasi, il rapimento; ma alcuni di essi sono pure simbolo di angoscia, di morte, di pericolo di morte (come la civetta, l'assiuolo); simbolico, e non realistico, è anche il verso degli uccelli, reso con l'onomatopea. Così i fiori sono simbolo, spesso, di fascino e attrazione della sessualità, ma non sempre compongono uno spettacolo sereno, di bellezza; sono i simboli anche della solitudine e dell'incomunicabilità, o il funebre ornamento dei morti (G. Bàrberi Squarotti). Così la nebbia, riferita al microcosmo che è da essa avvolto, è simbolo di rifugio, di protezione, di rinuncia, di oblio, mentre, riferita al macrocosmo da essa nascosto, è simbolo di mistero della vita, dell'universo, fonte quindi di timore e di angoscia. Così, infine, le costellazioni simboleggiano il mistero della vita ed esprimono anche l'ansia dell'infinito, del senza limite, un'ansia che pare talora identificarsi con un sentimento religioso.
Postato il 17 febbraio 2011

Impressionismo e simbolismo

di Bàrberi Squarotti
Nella sua principale accezione, il termine impressionismo si riferisce alle arti figurative e, precisamente, al movimento nato in Francia fra il 1867 e il 1880: principali esponenti ne sono, inizialmente, pittori come Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, Manet e Degas. 11 gruppo raggiunge consapevolezza teorica delle proprie originali caratteristiche quando, tra il 1867 e il 1869, Monet dipinge dal vero en plein air ("all'aria aperta") sulle spiagge della Normandia e cerca poi di riprodurre gli effetti della luce sull'acqua, proponendosi di rappresentare sulla tela ciò che l'occhio realmente vede, ovverosia immagini composte da un insieme di colori, che mutano col variare delle condizioni di luce e che appaio-no indefinite, sfuocate e "non fotografiche". Nel 1874 Degas organizza la prima mostra degli artisti aderenti al nuovo stile nello studio del fotografo Nadar, e in tale occasione entra per la prima volta in uso il termine impressionismo, in guanto il dipinto di Monet intitolato Impressione, sole nascente (1872) viene considerato la sintesi della innovativa tenenza pittorica. La tendenza impressionista influenza altri grandi pittori, fra cui Cézanne e Van Gogh, ed è oggi considerata la premessa della rivoluzione artistica del XX secolo.
Il termine, sempre a partire dalla Francia, alla fine dell'Ottocento è esteso anche alla musica e alla letteratura, in particolare a quelle simboliste, per indicare espressioni artistiche che mirano al superamento di strutture chiaramente definite, allo scopo di puntare, come nei dipinti impressionisti, a rappresentazioni sfumate, cangianti, volutamente indefinite e miranti ad evocare immagini e sensazioni senza precisi contorni. Nell'ambito musicale, il principale esponente dell'impressionismo è ritenuto Claude Debussy; nell'ambito letterario, poeti come Paul Verlaine e Stéphane Mallarmé: quest'ultimo si propone di esprimere nel verso, come scrive all'amico Cazalis, non la cosa, ma l'effetto che essa produce. Il poemetto Il pomeriggio di un fauno, pubblicato nel 1876 da Mallarmé a proprie spese, è considerato il testo base dell'impressionismo letterario e del Simbolismo, in quanto costituito da misteriosi frammenti ricchi di metafore, simboli della belzza fuori dal tempo, indefinibile e velata dalla realtà naturale, considerata pura apparenza e definita foresta di simboli già nella celebre lirica Corrispondenze di Baudelaire, contenuta nella raccolta I fiori del male.
Il primo importante esponente dell'impressionismo e del Simbolismo letterario in Italia è Giovanni Pascoli.
Postato il 17 febbraio 2011

07 febbraio 2011

Pascoli: analisi del testo di X Agosto

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli
La costruzione della poesia. La poesia appare molto diversa dalle altre di Myricae in precedenza riportate: non è un quadro di natura, reso con rapide notazioni impressionistiche, che si carichi di sensi simbolici, ma un discorso ideologicamente strutturato, in cui il poeta, prendendo le mosse della propria tragedia familiare, affronta i grandi temi metafisici del male e del dolore, del rapporto tra la dimensione terrena e il trascendente.
Un discorso ideologicamente costruito Il risultato dà l’impressione di qualcosa di troppo costruito, di scopertamente patetico, enfatico e predicatorio. La poesia è molto famosa, consacrata da una lunga tradizione scolastica, ma oggi il Pascoli più autentico e valido non ci appare più questo: più vicino al nostro gusto è invece il Pascoli "simbolista", che sa rendere con tocchi suggestivi e con un linguaggio di rivoluzionaria forza innovativa il senso del mistero, creando atmosfere magiche e incantate, oppure quello che esprime la sua visione del reale tormentata, angosciata, funebre, in forme visionarie, oniriche, torbide e sconvolte; il Pascoli che, per usare la famosa definizione di Luciano Anceschi, va decisamente «verso il Novecento».
Le studiate simmetrie La costruzione tutta predicatoria e retorica della poesia è rivelata dalle sue geometriche, studiate simmetrie: la prima strofa corrisponde all’ultima, proponendo il motivo del pianto del cielo che guarda da un’infinita lontananza il male della terra, e a sua volta il gruppo delle strofe 2 e 3 risponde esattamente al gruppo della 4 e della 5. Evidenti e insistite sono anche le rispondenze a livello microstrutturale:
str. 1. il vocativo «San Lorenzo» str. 6 il vocativo «E tu, Cielo»
1. «aria tranquilla» " 6 «mondi sereni»
1. «pianto» " 6. «pianto»
2. «Ritornava una rondine» " 4. «Anche un uomo tornava»
2. «al tetto» " 4. «al suo nido»
2. «l’uccisero» " 4. «l’uccisero»
2. «ella aveva nel becco un insetto» " 4. «portava due bambole in dono»
3. «Ora è là» " 5. «Ora là»
3. «tende quel verme» " 5. «addita le bambole»
3. «a quel cielo lontano» " 5. «al cielo lontano»
3. «che attende, che pigola sempre più piano» " 5. «lo aspettano, aspettano in vano»

Le allusioni cristologiche Si possono poi ravvisare rispondenze meno scoperte: gli «spini» tra cui cade la rondine ricordano la corona di spine della passione di Cristo, e la conferma viene subito dopo dall’immagine della croce («Ora è là come in croce») : la rondine uccisa diviene il simbolo di tutti gli innocenti perseguitati dalla malvagità degli uomini e allude alla figura della vittima per eccellenza, Cristo; ma anche il padre che, morendo, perdona i suoi uccisori, ricorda Cristo in croce che perdona i suoi persecutori. Non è però questa la segreta trama di rispondenze simboliche, affidata ad immagini suggestive e dissimulata sotto il discorso di superficie, che connota la poesia del Pascoli "simbolista", ma è una trama costruita tutta dall’esterno e cerebralmente, esibita con insistenza a scopi predicatori, di ammonimento, di edificazione, di persuasione.

I temi centrali: il problema del male In obbedienza al vago spiritualismo proprio dell’anima decadente, delusa e respinta dal fallimento della scienza positivistica, che è incapace di risolvere i problemi dell’esistenza, Pascoli imposta il problema del male in chiave metafisica e religiosa: ogni vittima innocente che soffre è immagine di Cristo, e il cielo piange sull’«atomo opaco del Male». Ma, appunto come è proprio della religiosità decadente, il poeta non approda a una religione positiva: come ha osservato Angelo Marchese, il sacrificio delle vittime innocenti non ha il significato del sacrificio di Cristo, che annuncia la salvezza. Così il pianto del cielo non sembra implicare una prospettiva di riscatto, di purificazione: il cielo appare impotente a riscattare tanto male, e si limita ad uno sterile compianto. Il cielo è remoto, come inaccessibile: tra la dimensione terrena e quella trascendente non vi è comunicazione.

Il «nido» Il testo è significativo anche perché vi compare in piena luce uno dei miti centrali della poesia pascoliana, quello del «nido». L’analogia tra rondine e uomo non è solo nel loro sacrificio, ma anche nel fatto che essi vengono violentemente esclusi dal «nido». Come ha indicato Bàrberi Squarotti, il «nido» compendia perfettamente l’idea pascoliana della famiglia, dei suoi legami oscuri e viscerali, che inglobano l’individuo e lo proteggono dal mondo esterno pieno di insidie, escludendolo dalla vita sociale e vincolandolo solo ad una fedeltà ossessiva ai morti. Come nota sempre Marchese, nel componimento vi è una significativa opposizione interno vs esterno, che è una polarità positivo-negativo. La rondine e il padre vengono uccisi nello spazio esterno, lontano dal «nido», e la loro morte lascia il «nido» indifeso ed esposto a tutte le minacce che vengono dal di fuori.
Postato il 7 febbraio 2011

Il fanciullino e il superuomo: due miti complementari

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli

Due miti diversi con le stesse radici Il «fanciullino» pascoliano e il «superuomo» dannunziano sono due miti che, pur nascendo negli stessi anni (il romanzo Le vergini delle rocce compare nel 1895, Il fanciullino nel 1897), appaiono antitetici. Per usare l’efficace descrizione di Carlo Salinari, «lì la lussuria e qui l’innocenza, lì la violenza e qui la mansuetudine, lì il tono esaltato e qui la voce smorzata, lì gli oggetti e i paesaggi più esotici e strani, qui gli oggetti e i paesaggi di tutti i giorni, lì il lusso e qui la povertà, lì il dominio e qui la sofferenza». In realtà, a ben vedere, essi hanno le radici nello stesso terreno, sono risposte diverse ma specularmente equivalenti e complementari agli stessi problemi e agli stessi traumi.
Le trasformazioni sociali ed economiche a fine Ottocento Si è già fatto cenno ai grandiosi processi di trasformazione storica che si verificano a fine Ottocento, non solo in ambito europeo ma anche in Italia, e che hanno effetti sconvolgenti sulla coscienza collettiva: la civiltà industriale che assume proporzioni sempre più gigantesche e ritmi produttivi sempre più frenetici, la concentrazione monopolistica che tende a cancellare l’iniziativa del singolo individuo, la complessità labirintica della vita economico-finanziaria e degli apparati burocratici nelle metropoli moderne, che riducono l’individuo ad una trascurabile rotellina in un ingranaggio, priva di possibilità di scelta e di incidenza sul processo complessivo, i conflitti sempre più esasperati fra il capitale e le masse operaie, che sconvolgono la vita sociale con disordini e violente repressioni, lo scatenarsi degli imperialismi aggressivi che entrano in conflitto fra loro e minacciano una guerra apocalittica (che difatti scoppierà di lì a pochi anni, nel 1914).
I riflessi sui ceti medi Tali processi incidono in modo devastante soprattutto sulle masse dei ceti medi, che si trovano come schiacciate tra grandi forze anonime, senza volto, che non sono in grado di dominare, la grande industria, il grande capitale finanziario, gli apparati burocratici, le masse proletarie inquiete e sovversive. Da un lato la nuova organizzazione produttiva, spazzando via tutta una serie di attività che non possono più reggere la concorrenza (la piccola impresa semiartigianale, la piccola proprietà agricola, molte professioni e mestieri antichi), declassa il ceto medio tradizionale a condizioni squallide, talora di vera indigenza; dall’altro genera un nuovo, sterminato ceto medio impiegatizio, totalmente massificato.
La crisi di una nozione di uomo In conseguenza di questi processi sociali, che tendono ad annullare l’individuo, entra in crisi nella coscienza collettiva un’intera nozione di uomo, quale era stata vagheggiata dalla civiltà borghese al suo apogeo, nella fase eroica della sua affermazione: l’individuo libero, energico, sicuro di sé, capace di crearsi il suo mondo con la sua iniziativa e la sua volontà, entro la sua specifica sfera d’azione che è costituita dal lavoro produttivo e dalla famiglia.
La declassazione degli intellettuali Il fenomeno investe con particolare violenza gli intellettuali, che appartengono in larga misura proprio ai ceti medi. Lo scrittore e l’artista si trovano spesso declassati ad una condizione piccolo borghese, privati del peso sociale e del prestigio di cui godevano in passato (la «perdita d’aureola» di cui parla già con lucidissima intuizione Baudelaire), costretti a competere sul mercato per "vendere" i prodotti della loro arte (con risultati spesso fallimentari perché il pubblico, ormai allettato dalla cultura di massa prodotta in serie, li respinge in quanto non assecondano i suoi gusti), in molti casi relegati per la sopravvivenza a mansioni subalterne, non confacenti all’immagine che essi hanno di sé, quelle dell’impiegato, dell’insegnante medio o elementare, del giornalista in fogli di scarsa diffusione, o dell’artista bohémien, che vive precariamente senza mai trovare acquirenti alle proprie opere.
Lo smarrimento dinanzi alla realtà moderna Da questa condizione sociale scaturisce uno stato d’animo diffuso, che si rispecchia nella cultura di questa età, un senso di smarrimento angoscioso di fronte alla complessità della realtà moderna, che appare ostile, minacciosa, soffocante, e sfugge sia alla comprensione sia al controllo degli intellettuali.
Pascoli e l’Eden dell’infanzia Il «fanciullino» e il «superuomo» sono appunto due risposte compensatorie, elaborate da due intellettuali provenienti dai ceti medi provinciali, a questi processi traumatizzanti. Creando il mito dell’infanzia Pascoli «coglie un tratto reale della psicologia e della condizione dell’uomo moderno» (Salinari), e propone quindi una soluzione destinata a suscitare echi profondi nell’anima collettiva: l’idea di un Eden innocente, che si sottragga alle brutture della società contemporanea, in cui non esistano violenze e conflitti laceranti, ma solo fraternità, amore, mitezza, in cui alla spietata logica produttiva si sostituisca la fantasia, la contemplazione incantata e ingenua del mondo. È un mito consolatorio, d’evasione, che esprime un rifiuto della società e della storia, il bisogno disperato di regredire in una condizione fuori del tempo, ignorando gli sviluppi più angosciosi della realtà moderna.
Il «nido» Intimamente collegato col mito dell’infanzia è quello del «nido» familiare, che, chiudendo nel suo ambito geloso, tiepido e avvolgente, può preservare intatta la condizione edenica dell’infanzia, impedire all’uomo di venire a contatto traumatico con il mondo esterno, proteggerlo dall’urgere di forze aggressive e paurose respingendole al di là dei propri confini, creare un clima d’illusoria pace e serenità al proprio interno.
La campagna A loro volta infanzia e nido non possono che collocarsi sullo sfondo idillico della campagna che, in contrapposizione alla vita cittadina nelle metropoli moderne, veri mostri capaci solo di spersonalizzare e alienare l’uomo, di istillargli la smania del possesso e di spingerlo alla competizione e all’aggressività, consente ancora un rapporto innocente e fraterno con la natura, con alberi, fiori, uccelli, garantisce una vita tranquilla, sgombra di angosce e paure, appagata del poco e quindi felice.
D’Annunzio celebratore della modernità A questo scontro traumatico con la modernità D’Annunzio, col mito del «superuomo», reagisce in modo contrario, non fuggendo all’indietro ma, per così dire, "in avanti": invece di rimuovere, decide di celebrare proprio ciò che fa paura, l’espansione industriale, la macchina, la guerra, il conflitto sociale violento, il dominio dei più forti che schiacciano i più deboli. Da un lato, in Pascoli, a compensare l’impotenza e la sconfitta, si ha il ripiegamento entro il guscio protettivo delle piccole cose quotidiane e degli affetti più comuni e miti; dall’altro, in D’Annunzio, si ha il rovesciamento immaginario dell’impotenza in onnipotenza, attraverso atteggiamenti attivistici e aggressivi, attraverso l’esaltazione della lotta e del dominio imperiale, l’affermazione oltre ogni limite dell’io e di una sensibilità eccezionale. Alla base di atteggiamenti del genere si possono però ravvisare le stesse angosce, gli stessi traumi, lo stesso senso di impotenza e di sconfitta: difatti affiora costantemente nell’opera dannunziana, come si è potuto ampiamente verificare, l’attrazione per la morte, per il disfacimento, per il nulla, che esercitano un fascino morboso e voluttuoso.
L’occultamento delle spinte disgregatrici La costruzione del mito superomistico non è che il tentativo di occultare quelle spinte disgregatrici, nichilistiche. D’altronde D’Annunzio, prima di approdare al superuomo, aveva proprio esordito con personaggi deboli e sconfitti (Andrea Sperelli del Piacere, Giorgio Aurispa del Trionfo della morte), che si ritraggono con orrore dinanzi alla realtà contemporanea e alle sue novità più sconvolgenti, rifugiandosi nell’interiorità solipsistica o nel culto dell’arte. E solo con una scelta disperatamente velleitaria che D’Annunzio, per reagire alle spinte autodistruttive che sente in se stesso, contrappone a quegli eroi "inetti a vivere" i suoi superuomini dominatori e violenti, dotati, oltre che di sensibilità eletta per la Bellezza, di una forza barbarica e ferina.
Il ruolo del poeta vate per D’Annunzio e Pascoli Quello del superuomo è per sua natura intrinseca un mito "pubblico", destinato ad agire nella collettività: non meraviglia perciò che D’Annunzio, per divulgarlo, abbia assunto le vesti del poeta vate, del tribuno fascinatore di folle, persino del divo che propone il suo «vivere inimitabile» come modello. Per contro si potrebbe pensare che Pascoli, data la sua chiusura intimistica e la fuga dalla storia verso l’Eden dell’infanzia, sia stato indotto a rifiutare ogni ruolo pubblico, di poeta vate. Ma non è così: anche Pascoli, negli stessi anni di D’Annunzio, amò assumere posizioni ufficiali, seppure in forme diverse, più dimesse, meno reboanti, meno appariscenti e divistiche. Era infatti convinto, come abbiamo appena letto, che la poesia pura, espressione dell’ingenua meraviglia del «fanciullino» dinanzi al mondo, potesse essere, proprio in quanto poesia pura, di una «suprema utilità morale e sociale», divulgando un ideale tra francescano e tolstoiano di non violenza, di mansuetudine, di perdono, di pace e fratellanza fra i popoli; riteneva anche che essa potesse avere un valore consolatorio verso il male del mondo e indurre gli uomini a contentarsi della loro condizione, per quanto umile, quindi ad eliminare i dirompenti conflitti fra le classi. Anche il «fanciullino», quindi, cela un vate che diffonde miti e ideologie.
Il pubblico E i due "vati", nonostante le profonde differenze (l’uno aristocraticamente vitalistico e superomistico, l’altro umile, dimesso e modesto), si rivolgevano in fondo allo stesso pubblico, quelle masse piccolo-medio borghesi create dallo sviluppo della civiltà moderna, schiacciate e frustrate dai suoi meccanismi spersonalizzanti: nella parola magica del «superuomo» dominatore quelle masse trovavano riscatto dal loro squallore quotidiano, sentendosi trasportare in un mondo più splendido, fatto di esperienze rare e preziose; nei messaggi del «fanciullino» pascoliano potevano scoprire la bellezza e la "poeticità" segreta che era insita nella loro vita grigia e comune ed essere indotti ad accettarla con umile rassegnazione. Comunque anche il «fanciullino», all’occorrenza, sapeva divenir tribuno, cantore ufficiale delle glorie patrie come in Odi ed Inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, o celebratore dei miti nazionalistici e colonialistici, come nel discorso sulla guerra di Libia, La grande proletaria si è mossa.
Postato il 7 febbraio 2011

Pascoli: analisi del testo de Il fanciullino

Su quest'argomento forse può esserti utile una mia videolezione
 

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli
Una teoria della poesia e un programma poetico. Il discorso pascoliano delinea, con un linguaggio metaforico, una vera e propria teoria della poesia, che contiene al tempo stesso un programma poetico, quello che Pascoli andava realizzando proprio in quegli anni nelle varie edizioni di Myricae e nei Poemetti. Proviamo a tradurre le immagini in termini concettuali. La metafora del «fanciullino» sta ad indicare un tipo di conoscenza prerazionale, alogica, immaginosa e fantastica. Tutta una tradizione romantica (risalente sino a Vico, che definiva i fanciulli «sublimi poeti» perché alle cose inanimate «danno senso e ragione») identificava quel tipo di visione con quella dei fanciulli e dei primitivi. A questa tradizione si collega evidentemente Pascoli, svolgendola però in senso ormai decadente. La visione "fanciullesca" spezza la crosta dell’abitudine, che impedisce di vedere la realtà nella sua essenza profonda, e consente di cogliere il mondo secondo una prospettiva inedita, con perfetta immediatezza, scoprendolo nella sua primigenia, vergine freschezza. Il fanciullino, afferma Pascoli, «vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta». È come il primo uomo, Adamo, «che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Questa visione ingenua e fresca ridà quindi verginità anche alla parola, la strappa al meccanismo trito della comunicazione abituale, le conferisce il potere di mettere direttamente in contatto col cuore delle cose (Pascoli afferma anche: «Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola»). Inoltre il fanciullino «scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose»: scopre in altre parole le «corrispondenze» segrete che legano tutte le realtà, come esige la visione del mondo decadente. La visione prerazionale consente una visione più profonda, che, «senza farci scendere ad uno ad uno i gradini del pensiero», come è proprio del ragionamento logico, ci introduce immediatamente «negli abissi della verità». Questo tipo di conoscenza, se è latente in ogni uomo, in quanto in ognuno sopravvive il fanciullino originario, è in atto soprattutto nel poeta, in cui la voce del fanciullino è più forte e diretta. Il poeta «fanciullino» di Pascoli appare quindi un veggente, dotato di una vista più acuta di quella degli uomini comuni, prigionieri delle abitudini e delle convenzioni del pensiero razionale; è colui che può spingere lo sguardo oltre i limiti della realtà visibile, coglierne immediatamente l’essenza segreta. Si delinea in tal modo non solo una visione del mondo, ma una poetica decadente, che rientra perfettamente entro le categorie che abbiamo a suo tempo ricostruito. La poesia pura. In questo ambito si colloca anche l’idea di una poesia pura: la poesia per Pascoli non deve proporsi finalità estrinseche, pratiche; il poeta canta «per cantare», non vuole «darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio». Ma proprio per questo, aggiunge Pascoli, la poesia, pur restando pura, può ottenere effetti di «suprema utilità morale e sociale». E adduce come esempio Virgilio, che, proprio facendo poesia pura in tempi tristi e travagliati, lancia un messaggio sociale, delinea una società in cui non esploda «la lotta fra le classi», in cui non ci sia né «miseria» né «ricchezza». Il sentimento poetico infatti fa sì che ci contentiamo di ciò che possediamo, fa pago «il pastore della sua capanna», il «borghesuccio» del suo «appartamentino», placa quell’«instancabile desiderio» che spinge gli uomini a sopraffarsi a vicenda, per avere di più, nell’illusione di essere più felici. Nella poesia "fanciullesca" e "pura" vagheggiata da Pascoli è quindi implicito un messaggio sociale, di un socialismo umanitario e utopico, che invita all’affratellamento di tutti gli uomini, al di là delle barriere di classe che li separano. Questa soluzione era prefigurata sin dalle prime pagine del saggio, nell’immagine di operai, contadini, banchieri, professori tutti accomunati dai «fanciullini» che si affacciano alle finestre della loro anima. Il linguaggio poetico. Questa abolizione della lotta fra le classi implicita nel messaggio poetico si trasferisce anche al livello dello stile. Pascoli ripudia la divisione tra le "classi" di parole, cioè il principio del classicismo aulico tradizionale che imponeva una rigida separazione tra gli stili, per cui esistevano argomenti sublimi da trattare in stile alto e argomenti umili da trattare in stile basso, e rivendica "democraticamente" la dignità sublime, la poeticità insita nelle piccole cose. Secondo il suo costume, esprime il concetto mediante metafore floreali: belli e degni di essere cantati sono non solo gli esotici e rari fiori delle «agavi americane», ma anche i piccoli fiorellini dell’umile «pimpinella», che cresce sull’orlo dei fossi. La poesia autentica può trovarsi anche nelle cose comuni: essa non deriva dalla maggiore o minore dignità dell’oggetto, ma dalla freschezza di ispirazione di chi guarda, che riesce a cogliere il valore anche delle cose abitualmente trascurate dalla letteratura («il loro sorriso e la loro lacrima»). Anche queste umili realtà hanno una loro dignità poetica, che la poesia deve rivendicare. Pascoli propone quindi, accanto ad un sublime "superiore", quello tradizionale, un sublime di nuovo tipo, quello "inferiore". A questa poetica delle piccole cose Pascoli si ispira abitualmente nella sua poesia: vi allude lo stesso titolo Myricae che, citando il Virgilio della IV Bucolica, si riferisce proprio alle cose umili e trascurate (noi sappiamo però, dai testi letti, che dietro il candido sguardo fanciullesco, che induce a cercare gli oggetti umili, sta in realtà l’«oscuro tumulto» dell’animo del poeta, che genera una visione tormentata, malata, sconvolta, percorsa da ansie di mistero e da funebri presentimenti, e che si esprime in forme complesse, morbide e inquiete oppure visionarie e oniriche). Oltre a distaccarsi dal gusto aulico della tradizione poetica italiana, qui Pascoli prende le distanze anche dalla contemporanea poesia di D’Annunzio, sontuosa e preziosa nel suo estetismo superomistico, che punta decisamente verso un’aulicità sublime nelle scelte tematiche e stilistiche.
Postato il 7 febbraio 2011

Pascoli: le soluzioni formali

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli

Il modo nuovo di percepire il reale si traduce, nella poesia pascoliana, in soluzioni formali fortemente innovative, che aprono la strada alla poesia novecentesca. Nelle analisi dei testi avremo modo di verificare nel concreto gli aspetti salienti del linguaggio poetico pascoliano. Ci limitiamo ora ad indicare alcune linee direttrici generali.
La sintassi L’aspetto che forse colpisce più immediatamente è quello sintattico. La sintassi di Pascoli è ben diversa da quella della tradizione poetica italiana, che era modellata sui classici e fondata su elaborate e complesse gerarchie di proposizioni principali, coordinate e subordinate (tale era ancora la sintassi carducciana, e continuava ad essere quella del D’Annunzio più aulico): nei suoi testi poetici la coordinazione prevale sulla subordinazione, di modo che la struttura sintattica si frantuma in serie paratattiche di brevi frasi allineate senza rapporti gerarchici tra di loro, spesso collegate non da congiunzioni, ma per asindeto. Di frequente, inoltre, le frasi sono ellittiche, mancano del soggetto, o del verbo, o assumono la forma dello stile nominale (successione di semplici sostantivi e aggettivi).
Il rifiuto di una sistemazione logica dell’esperienza L’architettura della frase classica indicava la volontà di chiudere i dati del reale in una rigorosa rete di rapporti logici, in cui ogni elemento fosse posto in una relazione gerarchica con gli altri; la frantumazione pascoliana, al contrario, rivela il rifiuto di una sistemazione logica dell’esperienza, il prevalere della sensazione immediata, dell’intuizione, dei rapporti analogici, allusivi, suggestivi, che indicano una trama di segrete corrispondenze tra le cose, al di là del visibile. È una sintassi che traduce perfettamente la visione del mondo pascoliana, una visione "fanciullesca", alogica, che mira a rendere il mistero, l’alone indefinito che circonda le cose, a scendere intuitivamente nel profondo della loro essenza, e quindi svaluta e scompone i rapporti gerarchici abituali, grande e piccolo, importante e meno importante, centrale e periferico.
L’atmosfera visionaria La conseguenza è che, come ha osservato Sanguineti, gli oggetti più quotidiani e comuni, visti attraverso quest’ottica, presentano una fisionomia stranita, appaiono come immersi in un’atmosfera visionaria, o di sogno. Non essendovi più gerarchie, nel mondo pascoliano si introduce un relativismo «che non ha più punti di riferimento esterni, oggettivi» (Bàrberi Squarotti). Questo smarrimento dei moduli d’ordine consueti in cui veniva tradizionalmente sistemata la percezione del reale, questo relativismo e questa apertura delle prospettive sono alcune delle caratteristiche più tipiche della letteratura del Novecento.
Il lessico: mescolanza di codici diversi Al livello del lessico, si possono osservare fenomeni analoghi. Pascoli non usa un lessico "normale", fissato entro un unico codice, come era proprio di tutta la tradizione monolinguistica della poesia italiana a partire da Petrarca: mescola tra loro codici linguistici diversi, allinea fianco a fianco termini tratti dai settori più disparati. Non nascono tuttavia scontri di livelli, conflitti parossistici di registri: come le cose convivono senza gerarchie, così avviene delle parole che le designano. È un principio formulato nel Fanciullino: il poeta, come vuole abolire la lotta fra le classi sociali, così vuole abolire la "lotta" fra le classi di oggetti e di parole. Troviamo quindi nei suoi testi termini preziosi e aulici, della lingua dotta, o ricavati dai modelli antichi (epiteti e formule omeriche, ad esempio) ; termini gergali e dialettali, riferentisi alla realtà campestre, in genere tratti dal linguaggio dei contadini della Garfagnana; una minuziosa, precisa terminologia botanica ed ornitologica, ad indicare le infinite varietà d’alberi, fiori, uccelli che popolano i suoi versi; termini dimessi e quotidiani del parlato colloquiale; parole provenienti da lingue straniere, come avviene in Italy, dove spesso ricorrono espressioni inglesi, oppure, di quel curioso impasto che è proprio degli emigranti, un inglese italianizzato («bisini» per business, «scrima» per ice cream, «stima» per steamer, «bacchetto» per basket) ; si aggiunge ancora, nel contesto più estetizzante dei Poemi conviviali, il gusto per i nomi propri antichi, riprodotti con parnassiana raffinatezza nella loro grafia originale, un preziosismo antiquario che ricorre anche nelle Canzoni di re Enzio, dove il poeta si studia di riprodurre un’arcaica lingua duecentesca.
L’infrazione alla norma e la caduta delle certezze Questa pluralità di codici linguistici costituisce una vistosa infrazione alla norma dominante nella poesia italiana. Come ha autorevolmente osservato Contini, «quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che nell’universo si ha un’idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo, ontologicamente ben determinato, in un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi tra l’io e il non-io, tra l’uomo e il cosmo sono determinati, hanno dei limiti esatti, delle frontiere precognite. Le eccezioni alla norma significheranno allora che il rapporto tra l’io e il mondo in Pascoli è un rapporto critico, non è più un rapporto tradizionale. E caduta quella certezza assistita di logica che caratterizzava la nostra letteratura fino a tutto il primo romanticismo».
Gli aspetti fonici Grande rilievo hanno poi, nella poesia pascoliana, gli aspetti fonici, cioè i suoni che compongono le parole. Quelle che più colpiscono sono le forme definite da Contini «pregrammaticali» o «cislinguistiche», quelle espressioni, cioè, che si situano al di sotto del livello strutturato della lingua e non hanno un valore semantico, non rimandano ad un significato concettuale, come è proprio del linguaggio grammaticalizzato, ma imitano direttamente l’oggetto. Sono in prevalenza riproduzioni onomatopeiche di versi d’uccelli («videvitt», «scilp», «chiù», «trr trr trr terit terit», «chic chio», «finch») o suoni di campane («Don Don»), non a caso i suoni che in Pascoli si caricano di più intenso valore simbolico, assumendo come un senso oracolare, di comunicazione d’arcani messaggi.
L’onomatopea Queste onomatopee non mirano certo ad una riproduzione puramente neutra, naturalistica, del dato oggettivo: indicano invece un’esigenza di aderire immediatamente all’oggetto, di penetrare nella sua essenza segreta evitando le mediazioni logiche del pensiero e della parola codificata, rientrano insomma in quella visione alogica del reale che è propria di tutta la poesia pascoliana.
II fonosimbolismo Al di là delle vere e proprie onomatopee, costantemente i suoni usati da Pascoli possiedono un valore fonosimbolico, tendono ad assumere un significato di per se stessi, senza rimandare al significato della parola. Tra questi suoni si crea una trama sotterranea di echi e rimandi (ad esempio, come ha notato Elio Gioanola, nel Gelsomino notturno i fonemi /l/ e /a/ sono ripresi continuamente, e sono proprio i fonemi dell’avverbio «là», quello che indica la lontananza della casa dove si svolge il rito di fecondazione da cui il poeta è escluso). Questa trama viene a costituire la vera architettura interna del testo, a supplire, come suggerisce Gian Luigi Beccaria, l’assenza di strutture logico-sintattiche. Allo stesso fine concorrono altri procedimenti, sempre pertinenti alla sfera fonica, usati sistematicamente da Pascoli, quali assonanze ed allitterazioni.
La metrica La metrica pascoliana è apparentemente tradizionale, nel senso che impiega i versi più consueti della poesia italiana, endecasillabi, decasillabi, novenari, settenari, ecc., e gli schemi di rime e le strofe più usuali, rime baciate, alternate, incatenate, terzine, quartine, strofe saffiche. Ma in realtà questi materiali son piegati dal poeta in direzioni personalissime. Con il sapiente gioco degli accenti Pascoli sperimenta cadenze ritmiche inedite, con una varietà inesauribile di modulazioni.
Il verso frantumato Anche il verso, come la struttura sintattica, è di regola frantumato al suo interno, interrotto da numerose pause, segnate dall’interpunzione, da incisi, parentesi, puntini di sospensione. La frantumazione del discorso è accentuata dal frequentissimo uso degli enjambements, che spezzano sintagmi strettamente uniti, quali soggetto-verbo, aggettivo-sostantivo. L’accordo con la tradizione in Pascoli è quindi, come suggerisce Contini, un «accordo eretico». Pascoli non fa esplodere l’universo linguistico tradizionale, come avverrà poi nelle avanguardie novecentesche (Futurismo, Surrealismo), ma, pur collocandosi ancora all’interno di determinati codici, li forza, li piega in direzioni assolutamente inedite.
Il linguaggio analogico Al livello delle figure retoriche, Pascoli usa largamente il linguaggio analogico. Il meccanismo è quello della metafora, la sostituzione del termine proprio con uno figurato, che ha col primo un rapporto di somiglianza. Ma l’analogia pascoliana, come quella dei simbolisti, non si accontenta di una somiglianza facilmente riconoscibile: accosta invece in modo impensato e sorprendente due realtà tra loro remote, eliminando per di più tutti i passaggi logici intermedi e identificando immediatamente gli estremi, costringendo così ad un volo vertiginoso dell’immaginazione. Ad esempio nella poesia Temporale, appartenente a Myricae, sullo sfondo nero del cielo temporalesco spicca la nota bianca di un casolare, che viene di colpo accostata al bianco di un’ala di gabbiano: «Tra il nero un casolare: / un’ala di gabbiano». Come si vede non ci sono passaggi intermedi, di tipo sintattico, che esplicitino il legame logico: il secondo termine è semplicemente dato come apposizione del primo. E un discorso fortemente ellittico, allusivo, che punta sul non detto e arriva quasi al limite dell’enigmatico, del cifrato.
La sinestesia Un procedimento affine all’analogia, ed egualmente caro al gusto simbolistico-decadente, è la sinestesia, che possiede del pari un’intensa carica allusiva e suggestiva, fondendo insieme, in un tutto indistinto, diversi ordini di sensazioni. Ad esempio, in questi versi di La mia sera: «Dormi! bisbigliano, Dormi! / là, voci di tenebra azzurra», la sensazione visiva e cromatica del cielo buio si fonde con una sensazione fonica, il colore diviene una voce. Così in Dall’argine gli strilli della calandra sono «tra l’azzurro penduli»: l’espressione tramuta la sensazione uditiva in sensazione visiva. Così ancora i «soffi di lampi» dell’Assiuolo trasformano la notazione visiva, i bagliori lontani dei lampi di calore, in notazione tattile o fonica, la luce crea l’impressione di un soffio. Affini al linguaggio analogico sono ancora espressioni come «nero di nubi» (sempre nell’Assiuolo), in cui avviene uno spostamento tra concreto e astratto: la formula normale dovrebbe essere «nubi nere», sostantivo concreto più aggettivo qualificativo; la qualità diviene invece un sostantivo («nero»), e a sua volta il concreto si trasforma in espressione qualificativa, equivalente ad un aggettivo («di nubi»). L’effetto è quello di una maggiore indefinitezza: la realtà corposa, materiale, sfuma in una notazione cromatica, con un effetto puramente suggestivo.
Pascoli e la poesia del Novecento Queste soluzioni formali, che introducono cospicue innovazioni nel linguaggio poetico italiano, aprono la strada alla poesia del Novecento. Avremo modo di trovare in tanti poeti successivi, in particolare negli ermetici, scelte espressive analoghe a quelle pascoliane: la sintassi spezzata ed ellittica, come equivalente di una crisi delle strutture logiche e gerarchiche del mondo, la sperimentazione di ritmi inediti, con la frantumazione del verso, la ricerca di un valore musicale della parola attraverso la riscoperta della sua sostanza fonica, l’uso di un linguaggio analogico ed evocativo, che conferisce alla parola echi e risonanze, creandole intorno un magico alone. Per questo si è potuto parlare di un Pascoli «verso il Novecento», come suona il titolo di un famoso saggio di Luciano Anceschi, o addirittura «dentro» il Novecento.
Postato il 7 febbraio 2011