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09 giugno 2016

I musei d’impresa italiani: una risorsa da valorizzare

Tra creatività e industria
di Vincenzo Trione
Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi nel nostro sterminato patrimonio artistico-culturale
Alcuni esempi: il Museo del Cappello Borsalino di Alessandria e la Galleria Campari di Sesto San Giovanni; la Casa Martini di Pessione e la Fondazione Pirelli di Milano; il museo della plastica PLART di Napoli e quello sul tessile di Busto Arsizio; quello sulla Birra Peroni di Roma e quello della Kartell di Noviglio; quello sulla macchina del caffè di Binasco e quello sulla liquirizia Amarelli di Rossano; quello della Ferrari di Modena e Maranello e quello della Perugina di Perugia; quello sulle motociclette di Tradate e quello sul cavallo giocattolo di Grandate; quello sull’Alfa Romeo di Arese e quello sulla Ducati di Borgo Panigale; la Zucchi Collection di Milano e l’Officina Profumo Farmaceutica di Firenze; la Collezione Maramotti di Reggio Emilia e il Museo Ferragamo di Firenze. Senza dimenticare i musei sul web, come il Valentino Garavani e il Magneti Marelli.
Sono, questi, alcuni tra i più importanti musei d’impresa italiani. Rappresentano un’unicità a livello internazionale. Disseminati sul territorio nazionale (soprattutto al Nord), per iniziativa di aziende più o meno grandi, sono dedicati a diversi settori del made in Italy: cibo, design, moda, motori, editoria, artigianato. Sono strutture espositive legate indissolubilmente a un determinato marchio, perché vi appartengono o ne sono finanziate o perché narrano le storia di quel marchio e dei suoi prodotti. Non vanno giudicate come piccole gallerie nelle quali un’azienda consacra se stessa, proponendo il défilé delle sue eccellenze. Nella maggior parte si tratta dei casi di autentici micromusei, le cui «azioni» sono sorrette dal rispetto di precise strategie di marketing: innanzitutto vogliono potenziare la reputazione del brand image e a consolidare i legami con i contesti che li ospitano.
Rappresentano, inoltre, gli spazi ideali dove si compie una sorta di «pacificazione» tra produttore e consumatore. Attraverso questi musei, un’impresa non vuole vendere qualcosa a un cliente, ma intende raccontare se stessa. Mira a portarsi al di là della celebrazione dei suoi interessi privati, per trasformare le sue «esperienze» in momenti della memoria collettiva. Tra i tratti comuni: la forte attenzione assegnata allo storytelling, come rivela il ricorso ad allestimenti seduttivi e coinvolgenti. Tra i limiti di queste realtà piuttosto eccentriche: una certa approssimazione nelle metodologie archivistiche adottate; una qualche debolezza sul piano curatoriale nei criteri utilizzati per progettare esposizioni e mostre; spesso la mancanza di figure indispensabili come quelle di conservatori, mediatori culturali; il ricorso a direttori non sempre attrezzati dal punti di vista storico-critico; infine una paradossale ingenuità sul fronte comunicativo e autopromozionale.
Nonostante queste «genericità», i musei d’impresa possono diventare una straordinaria risorsa per il nostro Paese. Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi in quella fitta punteggiatura di rivelazioni che è il nostro sterminato patrimonio artistico-culturale. Attendono di essere iscritti all’interno della ricca rete di cui fanno parte anche i musei tradizionali, quelli d’arte contemporanea e le fondazioni impegnate a documentare le traiettorie delle tendenze odierne. Diversamente da Brera, dagli Uffizi o da Capodimonte, questi micromusei non hanno bisogno di risorse economico-finanziarie. Ma chiedono di essere ascoltati e valorizzati da istituzioni come il Ministero dei Beni Culturali, oggi molto (forse troppo) attive, ma talvolta impegnate soprattutto a misurarsi con situazioni e con gesti di immediato impatto mediatico.
«Corriere sella sera» dell'8 giugno 2016

27 agosto 2015

La bellezza che moltiplica lo sviluppo

Bello è possibile, ma anche strategico. La bellezza, connessa con la creatività e l’innovazione, può senz’altro contribuire a moltiplicare le opportunità di sviluppo
di Rodolfo Baggio e Vincenzo Moretti *
Bello è possibile. Per l’uomo la bellezza è un concetto di grande importanza in ogni ambito, compreso quelli considerati, da chi non li conosce a fondo, più freddi e razionali, come dimostra questa affermazione della cosmologa Janna Levin:“Una cosa che trovo particolarmente affascinante della scienza è che si tratta dell’ultimo ambito in cui le persone parlano seriamente della bellezza. […] Nella scienza resiste la meta dell’eleganza e della bellezza, perché, per ragioni che nessuno capisce completamente, è un criterio per distinguere il giusto dallo sbagliato. Se qualcosa è bello ed elegante, probabilmente è giusto”.
Gli esempi della relazione bellezza-scienza sono numerosi. Nel 1905 Einstein rivoluziona la visione del mondo nata due secoli prima con i Principia di Newton a partire dalla mancanza di simmetria delle equazioni di Maxwell sull’elettromagnetismo. E da analoghe considerazioni di bellezza, semplicità, simmetria e armonia parte Copernico nel De Revolutionibus Orbium Caelestium.
Oggi sappiamo che il comune apprezzamento per la bellezza e la creatività presente nella scienza e nelle arti ha anche una ragione fisiologica. Recenti studi sul funzionamento del cervello effettuati con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) mostrano come una funzione importante sia svolta dai neuroni specchio che ci permettono di afferrare al volo ciò che accade, di provare empatia per le emozioni altrui e di imparare per imitazione. Come sostiene Morelli, l’analisi delle diverse forme di esperienza estetica mette in luce lo stretto legame fra l’essere umano e il mondo che lo circonda e la sua struttura, mediato dal principio di immaginazione.
La nostra tesi è che la bellezza – connessa con la creatività e l’innovazione – possa moltiplicare le opportunità di sviluppo. Vediamo di scoprire in che senso e perché.

Il processo creativo come processo sociale
Innovazione e creatività sociali si basano come sappiamo sul capitale umano, l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite da un individuo e dirette al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Le interazioni tra persone che sono portatori di conoscenze e contributi diversi favoriscono creazioni migliori e più numerose. I fattori ambientali, i contesti, i frame, sono elementi cruciali per la creatività, come racconta Isacsoon nel suo “The Innovators”. In buona sostanza, essendo tali fenomeni processi sociali, possono essere pienamente compresi solo aggiungendo alle caratteristiche individuali la valutazione delle condizioni ambientali e degli effetti dei legami esistenti. Bourdieu estende questo concetto definendo il capitale sociale come “l’aggregato delle risorse reali o potenziali che sono collegate al possesso di una rete durevole di relazioni più o meno istituzionalizzate di conoscenza e riconoscimento reciproci”.
Qual è in definitiva la configurazione ideale per una visione sistemica che favorisca l’emergere di idee creative? La soluzione migliore sembra essere quella di una rete composta da una serie di comunità coese che facilitano scambi intensi, e che abbiano pluralità di collegamenti che favoriscono la condivisione di nuovi modi di vedere e di pensare, evitando così il rischio di eccessiva chiusura di una comunità connessa ma isolata perché bloccata su quanto circola al proprio interno.

Bellezza, creatività e innovazione
Nel processo che lega la creatività, base necessaria per l’innovazione, alla capacità di connettere elementi diversi, i fattori che maggiormente colpiscono la mente umana – come quelli estetici -, sono particolarmente favoriti. L’evidenza empirica che la bellezza aumenti le capacità di risoluzione creativa dei problemi è abbastanza solida ed è connessa alla struttura del cervello che controlla i processi di memoria, alla preparazione e alle competenze individuali.
Richard Florida sostiene che alla base di un ambiente favorevole alla creatività e allo sviluppo di innovazione stanno tre elementi: il talento individuale (formazione, competenze, esperienza), un ambiente tollerante e quindi multiculturale, e le infrastrutture tecnologiche necessarie. E Godoe allarga la prospettiva ridefinendo l’utilità economica che è alla base di molti modelli sulle dinamiche dell’innovazione, evidenziando gli elementi fondamentali in: fattori estetici (definiti come “il piacere e l’attrazione associati con la bellezza”), immaginazione, creatività e serendipity, che Merton definisce come “l’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente”.
In questo contesto l’innovazione gioca un ruolo determinante non solo nello sviluppo economico (sia a livello generale che a livello di singole organizzazioni) ma anche per il sistema sociale coinvolto; per quanto non sempre evidenziato si tratta di un aspetto di enorme portata dato che dal punto di vista sociale l’innovazione riguarda la soddisfazione dei bisogni non solo materiali ma anche di relazione, nonché i sistemi di governo (sia pubblici che privati) in grado di regolare l’allocazione di beni e servizi in modo da soddisfare entrambi, con tutto quanto ciò significa in termini di creazione di capitale sociale, creatività, cultura, cooperazione, solidarietà, diversità.

Bellezza e lavoro ben fatto
Qualsiasi lavoro ha senso e significato se è fatto bene. Senza un cambiamento profondo della cultura e dell’approccio al lavoro, a ogni livello, non è possibile cogliere, e dunque moltiplicare, le opportunità offerte dallo sviluppo della società digitale. Rispettare il lavoro e chi lavora, riconnettere il lavoro con la dignità, l’identità, il senso delle persone e delle strutture è oggi più che mai indispensabile per allungare l’ombra del futuro sul presente. Esiste una connessione anche etimologica tra l’idea di bello e quella di bene (il termine latino bellus è il diminutivo di una forma antica di bonus). La bellezza può essere insomma per l’Italia l’occasione (nel senso di tempo giusto, di kairòs) per cogliere le opportunità e moltiplicarle, per “fornire una diversa struttura portante” e ricollocare in “un nuovo sistema di relazioni reciproche” le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate allo sviluppo.
Il messaggio è: ciò che va quasi bene non va bene; il lavoro ben fatto è la via per lo sviluppo culturale, sociale ed economico di qualità e come realizzazione di sé; le connessioni tra fare bene le cose e fare cose belle sono le chiavi per dare alle città intelligenti, resilienti, digitali, smart italiane caratteristiche e potenzialità senza eguali.
Il messaggio implica la necessità di ripensare le città, i territori, i distretti industriali, sociali, culturali italiani come tanti centri da riorganizzare, rigenerare, rivalorizzare alla luce delle opportunità offerte dall’Internet dell’energia e dall’Internet delle cose, e cominciare a farlo concretamente, valorizzando le risorse storiche, culturali, ambientali, naturali, produttive lì presenti.
In un mondo sempre più “condannato” a trovare il tratto distintivo, il vantaggio competitivo, il quid che un paese, un’istituzione, un’azienda posseggono in via esclusiva o comunque in misura superiore rispetto agli altri, fare bene le cose, fare belle le cose è la via per valorizzare il genius loci italiano e tornare a regalare al mondo cultura, innovazione, bellezza.

We have a dream
Baia di Napoli, anno di grazia 2065. Cinquant’anni dopo la costituzione delle aree metropolitane, l’antica Napoli appare trasformata dalla riconfigurazione intelligente dei rapporti tra gli esseri umani e le macchine prodotta dallo sviluppo e dall’uso consapevole delle tecnologie digitali. Il sogno di sperimentare un modello imperniato sulla bellezza come moltiplicatrice di opportunità – OxB = O2 -, come creatrice di senso, di ricchezza e di sviluppo (culturale, sociale ed economico), come valorizzazione del patrimonio umano, culturale e sociale disponibile, come promozione del senso civico e della cittadinanza attiva, è diventato realtà.
La città di Bacoli (Acropoli; Parco Archeologico; Castello Aragonese; Terme Romane; Resti Villa Romana Sottomarina; Sacellum; Tomba di Agrippina; Centum Cellae; Piscina Mirabile) che Baggio e Moretti (i due autori dell’articolo, ndr) utilizzarono nel 2015 come esempio di bellezza sprecata senza eguali al mondo, è oggi al primo posto nella graduatoria mondiale del turismo culturale di alta qualità.
Tra pochi mesi l’intera Baia di Napoli – da Sorrento a Monte di Procida passando per le aree agricole interne, i tre vulcani attivi e le isole di Capri, Ischia e Procida -, sarà proposta come buona pratica da imitare per attivare i necessari processi di isomorfismo. Ancora pochi anni e l’obiettivo di assicurare bellezza e prosperità a tutti gli italiani sarà stato realizzato.
Per ora è soltanto un sogno, ma l’equazione bellezza-lavoro ben fatto-creatività-innovazione-sviluppo sembra tenere, almeno in base al ragionamento qualitativo e logico-deduttivo seguito fin qui. In realtà più che di equazione bisognerebbe parlare di un sistema con un numero imprecisato di equazioni, dati i molteplici fattori che concorrono alla possibile soluzione: efficienza di infrastrutture fisiche, di comunicazione ed economico-finanziarie; struttura delle relazioni sociali ed economiche; efficacia dei sistemi di governo.
Valutare questi impatti non è cosa facile, anche perché le metriche per stimare questi fattori e le loro relazioni sono praticamente inesistenti. Un aiuto potrà venire probabilmente dall’utilizzo di tecniche di simulazione che consentono, come già avviene in molti campi, di costruire scenari possibili e analizzarne le conseguenze.
Su questo si può lavorare e si lavorerà in futuro. Per il momento speriamo di aver mostrato come l’equazione fondamentale alla base di un programma di ricerca di questo tipo sia ben fondata.

* Rodolfo Baggio, fisico con PhD in tourism management, è docente universitario e ricercatore: studia i sistemi complessi e le reti turistiche e le trasformazioni che le tecnologie informatiche hanno portato al turismo
Vincenzo Moretti, sociologo, lavora alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, dove si occupa di innovazione. Racconta l’Italia che rispetta il lavoro e chi lavora, che mette rigore e passione nelle cose che fa
«Il Sole 24 ore - sullp. Nòva» del 26 luglio 2015

13 luglio 2014

Musei, la formazione al potere

Beni culturali
di Alessandro Zaccuri
Il prezzo del biglietto, la gratuità che va e viene, gli orari di apertura. E se il vero problema dei musei fosse di essere troppo “museali”? «Bisogna investire sulla vitalità dei musei, farli essere luoghi attraenti, combinando competenza, comunicazione e formazione permanente», rilancia Francesco Tedeschi, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica, incaricato negli anni scorsi di catalogare la collezione di Intesa Sanpaolo e di selezionare le opere per la sezione dedicata al Novecento nelle Gallerie d’Italia di piazza della Scala a Milano. «Che non vuole essere un museo in senso tradizionale – spiega – ma un percorso espositivo aperto a variazioni». Un successo, anche perché alle Gallerie d’Italia si entra gratis. «Non si tratta solo di questo – obietta Tedeschi –. La collezione è di richiamo, il luogo ha un forte fascino, ma credo che porti risultati anche l’attenzione dedicata all’accoglienza. Dalle visite guidate ai supporti multimediali, dalla presenza di personale qualificato in ciascuna sala ai laboratori: tutto serve per dare maggior leggibilità e vivacità al patrimonio della cultura visiva contemporanea. Il biglietto a pagamento, del resto, non è l’unico modo per indurre il visitatore a riconoscere l’importanza dell’arte».

In che senso?
«Pensiamo a importanti musei, come la National Gallery di Londra, dove non si paga per entrare, ma è normale che i visitatori lascino un contributo. È un flusso dal basso, che va a unirsi a quello dei grandi investitori istituzionali. Ed è l’indicatore di un grado di civiltà: nel momento in cui il patrimonio artistico è percepito come valore comune, tutti contribuiscono in modo spontaneo alla sua conservazione e valorizzazione, riconoscendo il costo del servizio».

Su questo dovrebbe investire l’Italia?
«Non solo in termini finanziari, ma di energie e tempo. Si tratta di un percorso che riguarda in prima istanza la scuola, in ogni suo ordine e grado, dove la storia dell’arte dovrebbe essere disciplina fondamentale, per formare la coscienza dei valori culturali, ma è un processo che non si esaurisce nella scuola. Vanno pensati progetti di formazione e autoformazione costanti, che le persone possono coltivare anche in età matura. A questo proposito, anche la frequentazione dei musei da parte di chi ha più di 65 anni non deve essere pensata solo in una logica di svago o di intrattenimento. Negli anziani c’è un desiderio di arricchimento personale al quale occorre andare incontro».

E le famiglie?
«Rappresentano uno snodo essenziale. Se guardiamo alle esperienze straniere, vediamo che i musei investono sulle famiglie, con progetti di formazione articolati e complessi. Molti musei francesi, per esempio, dispongono nei loro siti internet di sezioni rivolte direttamente ai bambini, in modo da creare attraverso il gioco una prima possibilità di avvicinamento. L’obiettivo è comunque quello di formare gli adulti insieme con i giovani, permettendo così agli adulti di partecipare, a loro volta, ai processi educativi. Un modello che in Italia è stato fatto proprio, tra l’altro, dal Mart di Rovereto, ma che ha bisogno di diffondersi di più. Il principio per cui il patrimonio culturale e artistico è di tutti e, in quanto tale, richiede di essere valorizzato anche sul piano economico rimane sacrosanto, spesso però rischia di rimanere una formula vuota».

Perché il nostro patrimonio è troppo vasto, si dice, troppo difficile da gestire ...
«Il punto vitale è forse proprio questo. In Italia sussistono le condizioni ideali per cui l’antico possa dare profondità al contemporaneo e, di rimando, il contemporaneo faccia cogliere la vitalità dell’antico. Nulla è mai chiuso in una categoria finita. Le testimonianze del passato vivono nel presente. Il museo rappresenta o può rappresentare il “presente del passato”: con lo scorrere del tempo la nostra percezione delle opere che ci hanno preceduto cambia, e questo cambiamento ci obbliga ad aggiornarci. In questo senso il museo non può più permettersi di essere “museale” e gli storici dell’arte hanno un compito e una responsabilità per trasmettere una materia viva».

Sì, ma con quali ricadute pratiche?
«La svolta, a mio parere, si è consumata già nel 1993, quando la legge Ronchey ha sancito l’apertura dei musei pubblici all’apporto dei privati. Quel provvedimento non ha soltanto creato le premesse di un nuovo mecenatismo, ma ha contribuito a creare una mentalità più dinamica. Una quota considerevole del nostro patrimonio artistico è rappresentata dalle collezioni di privati, i quali, però, sono sempre più desiderosi di condividere le loro opere, magari trovando per esse un’adeguata collocazione espositiva in strutture pubbliche. Un fenomeno già assai diffuso da tempo in molti paesi e che di recente sta prendendo piede anche da noi, specie nel settore dell’arte contemporanea».

La diffidenza verso i privati è ingiustificata, dunque?
«I veri problemi sono semmai altri. Ne segnalo uno, spesso sottovalutato. Nell’attuale riduzione di risorse sta diventando sempre più difficile allestire mostre importanti, retrospettive o tematiche, che siano anche occasione di ricerca per gli studiosi, offrendo spazi di documentazione e revisione critica. Oggi si preferiscono gli eventi di richiamo, non di rado deludenti dal punto di vista della qualità. Si punta sulla singola opera, sul singolo artista, spesso addirittura sulla suggestione evocata da un nome. Tutto questo non educa il pubblico, sottrae risorse e, purtroppo, finisce per mettere in ombra i musei».
«Avvenire» del 7 luglio 2014

24 novembre 2013

Lingue, musei e stage: la gita scolastica del 2014

Come cambiano le tradizioni scolastiche
di Carlotta Lombardo
Soggiorni a Roma e Firenze o periodi all’estero e viaggi esperienziali, ma molte scuole rinunciano alle gite di primavera
Meno gite scolastiche. Fino a pochi anni fa nelle scuole superiori di secondo grado erano 1,3 milioni i ragazzi coinvolti: l’anno scorso si è scesi a 930 mila. Nelle superiori di primo grado è andata ancora peggio: 470 mila gli studenti in gita, con un calo del 31% rispetto all’anno prima. Se le gite calano, aumenta però l’accuratezza con cui si scelgono meta del viaggio e prezzo. Praga, Barcellona e Berlino le mete preferite dai liceali, secondo l’Osservatorio Touring sul turismo scolastico; Roma, Firenze, Venezia, Torino per le medie inferiori. E c’è anche un fiorire di tour operator specializzati proprio nel portare i ragazzi in gita. Si occupano di tutto: dall’albergo giusto, con strutture che garantiscano sicurezza a prof e ragazzi, a laboratori e attività interattive da abbinare alle più classiche visite e mostre.

STAGE ALL’ESTERO E CITTA’ D’ARTE - Il primo ad occuparsene è stato il Touring Club Italiano: era il 1913. L’idea era aiutare la crescita culturale e civile dei ragazzi attraverso il viaggio. Oggi il Touring offre una buona gamma di possibilità, sia per la varietà delle mete che per le tipologie di viaggio proposte: itinerari nel tempo, percorsi storici e archeologici, capitali e grandi città d’arte, stage linguistici. «Le mete più richieste — spiega Paola Giambelluca, responsabile del settore viaggi giovani del Touring – sono le città classiche, anche se gli stage linguistici hanno registrato un aumento notevole. Le scuole si rivolgono a noi chiedendo idee, ma capita anche di formulare proposte ad hoc, in base alla richiesta dell’istituto. Siamo un’associazione storica e un tour operator, condizione necessaria per tutelare sia a livello operativo che legale lo studente; purtroppo però la scelta avviene ormai quasi esclusivamente in base al fattore economico».

LEZIONI DI EXPO - Nel ventaglio delle proposte Touring, largo spazio ai viaggi d’istruzione all’estero. Per perfezionare la lingua, ma soprattutto per confrontarsi con culture diverse. Inglese (11 le città proposte), francese (Nizza e Parigi), spagnolo (Madrid e Barcellona) e tedesco (Berlino e Norimberga) si imparano in 20 lezioni settimanali di 45 minuti, dormendo in famiglia e spendendo somme che vanno da 330 euro per Madrid a 402 euro per New York, in pensione completa per una settimana. I voli e le escursioni sono a parte. «Da due anni — continua Giambelluca — abbiamo introdotto le Lezioni di Expo 2015: otto itinerari alla scoperta dell’Italia da una prospettiva diversa, quella dell’alimentazione. Una formula che sta registrando un buon successo». In tre giorni si svelano i sapori dell’Etruria meridionale, fermandosi a visitare il cuore etrusco della regione: Viterbo e Tuscania, Tarquinia e il lago di Bracciano, Tivoli e il Parco Villa Gregoriana (partenza da Viterbo, quota da 124 euro). Tour di sapori anche in Sicilia, cinque giorni da Siracusa alla Valle dei Templi e poi Agrigento e i templi di Segesta e Selinunte, l’architettura normanna di Palermo e Monreale (partenza da Catania, da 203 euro).

TUTTI A ROMA - In Italia piacciono Roma con i suoi monumenti classici (4 giorni in treno, albergo 3 stelle, 3 mezze pensioni a 212 euro a persona) e le città gioiello del Senese, un tour di 3 giorni che si snoda tra Siena, Pienza, Montalcino, Volterra e San Gimignano (sistemazione in albergo 3 stelle, 2 mezze pensioni, pullman, 120 euro a persona). All’estero, invece, spicca Berlino. Un giorno intero è dedicato alla visita dei musei: il Museo di Pergamo, con la spettacolare ricostruzione dell’altare di Pergamo e del mercato di Mileto; il Bode Museum e la Gemaeldegalerie, che raccoglie una collezione ricchissima di opere pittoriche italiane, tedesche, fiammingo-francesi, olandesi e spagnole (4 giorni, albergo 3 stelle, 3 mezze pensioni, voli. Prezzo: 250 euro a persona, minimo 30 partecipanti). «I musei — dice Benedetto Vertecchi, pedagogista ed esperto di politica scolastica — dovrebbero lavorare a stretto contatto con le scuole, in modo da trasformare la gita in un viaggio formativo vero e proprio, capace cioè di allargare le vedute dello studente. In Italia questo legame si è perso. Senza una buona preparazione che precede il viaggio e senza la verifica, una volta rientrati, il viaggio di istruzione diventa solo una gita, cioè un momento di interruzione dell’anno scolastico».

VIAGGI ESPERIENZIALI - Il Parco didattico dell’isola Polvese, sul Lago Trasimeno (Perugia), prevede laboratori dedicati alle energie rinnovabili (si costruisce un forno solare), gare di orienteering e iniziazione alla canoa e alla vela, giochi di squadra e attività artistiche, come la lavorazione del cuoio e dei fogli di rame a sbalzo (3 o 4 giorni in pensione completa, da 141 euro). «I laboratori durante il viaggio di istruzione vanno benissimo — spiega il filosofo e saggista Dario Antiseri —. L’importante è che il ragazzo torni con la capacità di trovare una risposta alla domanda: cosa so adesso che prima non sapevo? Il luogo visitato, qualunque esso sia, deve stimolare la conoscenza e la curiosità, ma gli studenti, aiutati dai professori, devono avere già in testa un interrogativo. Diversamente, il rischio è che il laboratorio si trasformi in baldoria». Dedicato all’architettura, il viaggio in Puglia e Basilicata. Un percorso che si snoda tra il Barocco leccese e i mosaici di Otranto, i trulli di Alberobello e le abitazioni rupestri di Matera, Castel del Monte e la cattedrale di Trani. Il bello è che i ragazzi, seguiti da esperti, sperimentano la realizzazione di un video e di un «servizio giornalistico», scaricabile dal sito una volta a casa (3 o 4 giorni, pensione completa, da 143 euro). Il Parco dei Monti Sibillini (Ap) è invece ideale per lo sci da discesa e le ciaspole, e per imparare a progettazione e costruire un igloo eschimese (3 o 4 giorni, in pensione completa, da 179 euro a persona, queste ultime proposte sono di Helios viaggi).

INDUSTRIA E CINEMA - Mini soggiorni all’estero e percorsi Clil. Il termine sta per Content and language integrated learning, cioè l’apprendimento di una lingua straniera attraverso il contenuto (gli esercizi) e il contesto (l’uso della lingua), che deve essere il più stimolante possibile. Prendete Edimburgo: si va a scuola per 15 ore di corso e si partecipa a due attività pomeridiane con il personale della scuola (sport e workshop), dormendo in famiglia in camere da 2/3 posti letto (da 390 euro, pensione completa). Particolari, anche i viaggi «Un libro in più», che portano alla scoperta delle eccellenze della produzione industriale del Paese. Tre giorni a Trieste dedicati al mondo del caffè, dalla composizione chimica alla visita dell’Università del Caffè e della città (da 130 euro, in mezza pensione, sistemazione in hotel in camere da 3/4 posti letto) oppure a Bologna, sulle orme del grande cinema, dalla ricostruzione della pellicola alla promozione dei film, con visite alla biblioteca di cinema e fotografia Renzo Renzi, seminari sulle tecniche del restauro e visita della città (da 125 euro, Zainettoverde). Tessere di storia, proposto da GirAtlantide, è invece un laboratorio didattico di tre giornate, ognuna dedicata ai grandi personaggi (Galla Placida, Teodorico e Giustiniano) che hanno fatto grande Ravenna. Tramite giochi di ruolo integrati da visite guidate, i ragazzi vivono la storia di Ravenna apprendendo i segreti e le tecniche del mosaico o mettendo in scena una pièce teatrale in costume (3 giorni in pensione completa e sistemazione in hotel, da 112 euro, Giratlantide).
«Corriere della Sera» del
23 novembre 2013

17 novembre 2013

Archeologia, locomotiva del turismo

di Maurizio Carucci
La parola d’ordine è promuovere la cultura. Partendo da quel patrimonio archeologico spesso trascurato. Proprio qui, a Paestum, viene lanciato un appello per valorizzare siti, monumenti e musei: i nostri giacimenti culturali. Fino a domenica la XVI edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico è un’occasione di confronto per i vertici istituzionali locali, nazionali e internazionali (compresi Unesco, Organizzazione mondiale del turismo e Centro internazionale per lo studio della conservazione e restauro dei beni culturali).
Un evento capace di attirare oltre ottomila visitatori, 150 espositori con 25 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti. La novità di quest’anno è che la Borsa si svolge per la prima volta all’interno dell’area archeologica della città antica di Paestum, tra Parco archeologico (salone espositivo, laboratori di archeologia sperimentale, sale conferenze), Museo nazionale (archeoVirtual, sala conferenze, workshop con gli operatori esteri) e basilica paleocristiana (conferenza di apertura, archeoLavoro, incontri con i protagonisti). «Abbiamo voluto rendere protagonista il sito Unesco – spiega Ugo Picarelli, ideatore e fondatore della Borsa – con il Salone espositivo nel parco archeologico, a pochi metri dal tempio di Cerere.
Gli eventi finalizzati alla promozione devono dare emozioni ed essere mezzi per una valorizzazione efficace, traino per incrementare i visitatori che da escursionisti possano diventare turisti, scegliendo la destinazione quale soggiorno per il proprio viaggio. Solo così potremo determinare sviluppo locale e occupazione. Portiamo quindi la Borsa nel suo habitat, creando una suggestione forte perfettamente in linea, peraltro, con l’impostazione dell’attuale governo, che ha accorpato le deleghe ai beni culturali e al turismo in un unico ministero». Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia e Armenia, ospite ufficiale è il Venezuela. La cultura, quindi, riveste un ruolo sempre più importante. Tanto che il sottosegretario ai Beni culturali Simonetta Giordani annuncia che «dopo il decreto Valore Cultura il governo varerà un pacchetto di norme destinate a riformare le politiche turistiche dell’Italia seguendo le direttrici di una maggiore coordinazione e sinergia tra i soggetti istituzionali competenti e dell’aggregazione delle molte filiere del nostro turismo sul territorio. Il nostro obiettivo è quello di creare pacchetti integrati che rappresentino per il visitatore una vera e propria esperienza della cultura italiana, in tutta la sua ricchezza».
Da Paestum partono anche tante idee. Visto che l’Italia vanta il maggior numero (47) di siti iscritti dall’Unesco nella lista dei beni patrimonio dell’umanità, le camere di commercio hanno pensato di estendere il progetto Mirabiilia a nove città: Brindisi, Genova, L’Aquila, La Spezia, Matera, Perugia, Salerno, Udine e Vicenza.
L’evento clou è un’altra Borsa del turismo culturale prevista a Matera dal 25 al 27 novembre. «Il successo del progetto – ha detto il presidente della camera di commercio di Matera, Angelo Tortorelli – sta nel fare sistema. Solo lavorando insieme, utilizzando al meglio e in maniera finalizzata progetti e risorse, riusciremo a portare valore aggiunto al turismo di qualità, quello legato alla rete dei siti Unesco». Grande spazio – all’ombra dei templi di Paestum – anche all’archeologia sperimentale: la disciplina scientifica che si occupa di ricostruire la cultura materiale e antropologica di chi ci ha preceduto, utilizzando la sperimentazione delle tecniche, delle pratiche, con gli strumenti dei nostri antenati nelle loro attività quotidiane.
Sono presenti il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, le associazioni culturali “Teuta Lingones”, “Cinghiale bianco”, la “Legio I Italica”, “Archeologia sperimentale” e “Argonauta”. L’archeologo sperimentale è un artigiano con specifiche conoscenze in storia, archeologia, archeometria, materiali e “mestiere”. Fondendo conoscenze pratiche e teoriche, si propone di riprodurre le catene operative per ottenere oggetti e strumenti antichi con l’intenzione di aumentare la comprensione del modo di vivere dei nostri avi. Presso l’area Laboratori si possono osservare varie attività che rendono più comprensibile lo studio del passato: tecnologie litiche, dell’argilla e della terracotta greca e romana, la lavorazione dell’ambra, la metallurgia medievale, l’oreficeria etrusca e romana, la pasta vitrea, l’epigrafia in caratteri lepontici, la tessitura e la tintura della lana, la lavorazione del cuoio, il conio della dracma insubre, come nasce una cotta in ferro celtica, il mosaico romano e l’encausto e l’affresco.
Un viaggio materiale attraverso la parte più antica della nostra storia. Tutte queste attività, con le loro materie prime (pietra, osso, tendini, pelli, argilla, metalli) sono proposte ai visitatori per sperimentare in prima persona questi antichi mestieri, che hanno fortemente contribuito all’evoluzione dell’uomo. Mentre dal 2011, in seguito alla chiamata a raccolta di Luigi Malnati , direttore generale per le Antichità del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, gli Stati generali dell’archeologia si confermano uno degli appuntamenti di punta della Borsa. Presso il Museo Archeologico Nazionale, la direzione generale per le Antichità, l’Associazione nazionale archeologi, la Confederazione nazionale archeologi e Assotecnici fanno il punto sulla professione dell’archeologo. Anche così, in fondo, si promuove la cultura.
«Avvenire» del 15 novembre 2013

07 maggio 2013

Quei 26 euro l'anno: tutti i musei pubblici d'Italia guadagnano meno del Louvre

I musei e gli incassi Arte Si possono offrire i siti gratis per attirare turisti che spenderanno nell'indotto. Ma da noi manca una strategia
di Gian Antonio Stella
Ventisei euro di incassi l'anno per ogni dipendente: è da apocalisse il bilancio dei musei e dei siti archeologici calabresi. Sparare solo sulla Calabria, però, sarebbe ingiusto. Sono i conti del nostro intero patrimonio culturale a esser tragici: tutte le biglietterie statali italiane messe insieme hanno fatto introiti nel 2012 per un centinaio di milioni. Il 25% in meno del Louvre da solo.
Sgombriamo subito il campo da una polemica: statue e dipinti, fontane e ville rinascimentali non hanno come obiettivo principale fare soldi. Prima vengono la tutela e la condivisione del patrimonio che ci hanno lasciato i nostri avi. Ed è giusto che sia così. Non c'è museo al mondo che possa reggersi sui biglietti. E se anche funzionassero da noi come nei Paesi più civili le cose di contorno che aiutano a produrre denaro (dalle caffetterie ai Bookshop, dai parcheggi al merchandising) non sarebbero sufficienti.Sia chiaro: è indecente che questi «optional» da noi siano trascurati. Ma in ogni caso anche là dove funzionano c'è comunque bisogno che le casse pubbliche (sapendo che poi gli investimenti rientrano generando ricchezza con tutto l'indotto intorno, dagli hotel ai caffè, dagli Internet point ai b&b) si facciano carico di una parte delle spese.Ma un conto è che lo Stato, le Regioni, i Comuni ci rimettano il 30%, un altro che ci perdano il 95%. E vista la nostra situazione finanziaria è stupefacente che il tema non venga preso di petto come la sua gravità obbligherebbe.Per cominciare, occorrerebbe far chiarezza nel caos anarcoide e incontrollabile degli ingressi liberi. Non è una questione di Nord e di Sud, dicono i dati ministeriali. È accettabile che entrino gratis uno su due dei visitatori dei musei in Campania e nove su dieci (1.347.316 contro 140.876) in Friuli-Venezia Giulia?«Noi tutti prendiamo più sul serio ciò che costa che non ciò che è gratuito», ha scritto Luciano De Crescenzo. Ed è assolutamente vero. In questo caso a maggior ragione perché comunque i costi dei custodi, del riscaldamento, della luce elettrica di ogni museo ricadono sulle spalle dei cittadini che devono sostenere il sistema con le loro tasse. Ma se diamo per scontato che sia interesse della società lasciar entrare gratis tutti gli studenti fino ai 25 anni o gli anziani (lo fanno anche il Louvre e tantissimi musei economicamente sani), una regola generale deve comunque esserci.La sproporzione tra quanti pagano il ticket in Calabria (uno ogni 18) o in Puglia (uno ogni tre) non ha senso. Come non hanno senso i paragoni fra le regioni del Nord, al di là del caso friulano: perché dovrebbero acquistare il biglietto il 67% dei turisti nei musei veneti e solo il 40% in quelli piemontesi e meno del 35% in quelli liguri? La media nazionale, del resto, è illuminante: per vedere i nostri tesori, i visitatori costretti ad aprire il portafogli sono solo 16 milioni su 36 e mezzo: venti entrano gratis.Per carità, uno Stato serio potrebbe farne una scelta strategica: a Las Vegas mangiare e dormire costa molto meno che nel resto dell'America perché gli albergatori sanno che i clienti lasceranno giù un mucchio di dollari ai tavoli di poker e alle slot-machine. E così si regolano da anni con i musei nazionali, come ricorda Il Giornale dell'arte, i britannici.È una questione di scelte: offri musei e siti archeologici e palazzi nobiliari gratis o quasi per attirare turisti sapendo che spenderanno poi nelle trattorie, nelle paninoteche, nelle locande, nelle botteghe. Il guaio è che nel nostro caso l'impressione netta è che a decidere sia la sciatteria, l'improvvisazione, la confusione totale. Senza un minimo di progetto. Di visione strategica.La stessa raccolta di dati è un casino. All'Ufficio statistica del ministero, per quanta buona volontà ci mettano, possono rastrellare i numeri di quasi tutto il Paese compresi il Friuli e la Sardegna, che sono Regioni autonome. Ma se chiedete loro quelli della Sicilia, della Val d'Aosta o del Trentino-Alto Adige, come abbiamo controllato ieri, vi risponderanno: «Non ne abbiamo la più pallida idea». Se il ministro vuole avere un quadro complessivo deve farselo comporre dalla segreteria, costretta a chiamare una ad una le repubblichine indipendenti. Cosa c'entrano, queste gelosie, con l'autonomia?Quasi tre mesi e mezzo dopo l'inizio del 2013, la Regione Sicilia non è ancora in grado di dire com'è andato il 2012. L'unico dato: nel primo semestre rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente gli incassi sono calati del 7,6%, i visitatori paganti del 10,6%. Quanto al 2011, spiccano dolorosamente i 400 turisti paganti (poco più di uno al giorno) all'Area archeologica di Megara Hyblaea, bella ma soffocata dalle pestilenziali vicine aree industriali. O il Museo archeologico Ibleo di Ragusa: 1,4 visitatori al giorno. Per non dire del museo archeologico di Marianopoli: due alla settimana. Per un incasso, se si tratta di adulti senza riduzioni, di un totale di quattro euro. Sedici al mese, 192 l'anno. Il sito di Ravanusa non è più in elenco: forse a causa delle perplessità sollevate dalla scoperta che nel 2009, a fronte di 340.000 euro di spese per gli stipendi dei dieci custodi e la manutenzione, aveva avuto nell'intero anno un solo visitatore. Uno.Come si può, davanti a questi numeri impressionanti, invocare l'intangibilità assoluta dello status quo e l'inamovibilità degli addetti che non si possono spostare da un sito archeologico all'altro, da un museo all'altro? Anche ammesso che lo Stato (dovremmo scoprire giacimenti di diamanti sui Nebrodi o in Valsugana...) potesse farsi carico di tutto, è accettabile che lo Stato copra gli stipendi annuali dei dipendenti del ministero dei Beni culturali recuperando dagli introiti per ogni addetto 9.251 euro in Toscana, 4.487 in Lombardia, 6.896 in Campania, 250 in Liguria e 56 in Molise?Per non dire, appunto, della sventurata Calabria dove gli incassi totali sono precipitati a 24.823 euro («numeri da chioschetto», ha scritto il Quotidiano della Calabria) e parallelamente, come raccontavamo l'altro giorno, i costi per il restauro del Museo archeologico si sono triplicati in tre anni salendo a 33.010.835 euro. Vale a dire che, con gli incassi di oggi, il recupero avverrebbe in 1.329 anni. Meno male che prima o poi, nonostante i ritardi, torneranno al loro posto i Bronzi di Riace. E il sole, finalmente, farà capolino anche sugli incassi reggini ...
«Corriere della Sera» dell'11 aprile 2013

La strategia turistica

Il settore e l'improvvisazione
di Antonio Preiti
Il turismo è una cosa seria. Sono veri i soldi che crea: scegliete il calcolo che preferite, ma a Roma siamo sempre sopra il 15 per cento del Pil. Nel centro storico della Capitale un euro su quattro arriva, in un modo o nell'altro, dai nostri ospiti.Sono veri i posti di lavoro che genera, la professionalità che rivela; sono vere le imprese, gli alberghi, i ristoranti, i negozi che pullulano di gente che parla un altra lingua. Ma il turismo non è trattato come una cosa seria. E questo, davvero, è un piccolo mistero.Chiunque ha la sua teoria sulla strategia turistica, anche senza aver neppur lontanamente letto un libro in materia, chiunque sale in cattedra, non solo metaforicamente, mettendo in fila un rosario di luoghi comuni, chiunque prende responsabilità nella direzione politica o tecnica del settore, semplicemente in quanto uomo di mondo, che viaggia e conosce.Un settore che genera un euro su cinque della nostra ricchezza collettiva meriterebbe, invece, studi, strategie, pensiero strutturato, ben superiore a quello di cui oggi disponiamo. Un solo esempio: le statistiche sul turismo sono ferme agli arrivi e alle presenze che, se si trattasse del mercato automobilistico, significherebbe che tutta la scienza consiste nel contare il numero delle auto in circolazione. Al massimo si arriva a dividerli tra turisti della cultura, del business, dei congressi, chiudendo gli occhi sulla circostanza, sin troppo evidente, che si sceglie Roma proprio per la sua celebrità culturale, che risuona in ogni motivazione del viaggio.Semmai la domanda andrebbe rovesciata: cosa sappiamo davvero del turismo?Poco di quello che pensano i nostri ospiti. Poco della qualità dei nostri standard. Poco di quello che si aspettano di trovare entrando in un museo. Poco ancora sappiamo del panorama competitivo, del virtuale che nella cultura comincia a battere il reale; dei Louvre che si aprono negli Emirati Arabi; poco sappiamo di come i social media cambiano i comportamenti; poco sappiamo di come realmente Roma sia percepita dagli altri; poco sappiamo di come contrastare la disintermediazione che su internet appiattisce tutto sul prezzo; mai e poi mai sappiamo dell'impatto delle attività promozionali. Poco sappiamo, in una parola, del mondo reale che ci gira intorno, mentre siamo oscurati, nella mente, prima che nella vista, dalla piccola retorica della nostra primazia («caput mundi») e delle risposte che diamo noi stessi, per conto degli altri.Facciamo una cosa seria. Mettiamo idealmente in fila gli elementi che costituiscono la grande impresa collettiva che è l'industria dell'ospitalità: gli aeroporti, i trasporti urbani, i taxi, gli alberghi, i ristoranti, l'intrattenimento, le stazioni ferroviarie, i musei, i parchi; com'è messa Roma in ciascuna situazione? Perché non è vero che sia tutto uguale. Questo scandaglio è da fare non per dare i voti, ma per acquisire consapevolezza, creare volontà, stabilire necessità.
«Corriere della Sera» del 21 aprile 2013

Le città del potere insidiate da quella globale di Internet

Dalla Firenze del '500 agli Usa del dopoguerra. E ora la Cina
di Francesca Bonazzoli
Le gallerie semivuote di Chelsea e le migliaia di opere del nuovo museo di ShanghaiMa l'arte resta il modo di legittimare la forza economica
Tutti amano pensare all'arte come a qualcosa che riguarda la sfera più alta della sensibilità e dell'intelletto, ma la verità è che l'arte è sempre stata essenzialmente legata a soldi e potere. Ecco perché la si associa ad alcune illustri città. Nel 1504 la magnifica statua in marmo bianco del David scolpita da Michelangelo venne collocata in piazza della Signoria come segno di una politica che faceva dell'arte lo strumento dell'identificazione civica collettiva di Firenze. Poco dopo fu la Roma di Giulio II a voler affermare la grandezza e l'universalità della Chiesa con un programma filosofico che faceva coincidere la Bibbia con la storia antica. Era una nuova, possente architettura di pensiero che fondeva il paganesimo antico con i fasti della Chiesa, e per rendere visibile questa Roma Raffaello e Michelangelo crearono la «grande maniera» che detterà legge in tutta Europa.I pennelli di Tiziano e di Velázquez serviranno a esaltare la grandezza della monarchia di Madrid mentre per lo splendore di Parigi Napoleone creerà il museo dei musei, il Louvre. Infine, nel secondo Novecento è stato un altro grande impero, quello americano, a far uso dell'arte per «ripulire» in un bagno di legittimità la propria egemonia economica e bellica. L'Espressionismo astratto fu promosso proprio per diventare lo stile identitario di una nazione che dopo la grande vittoria militare voleva uscire dall'isolazionismo autarchico e agreste della scena americana ? la pittura realista degli anni Venti e Trenta ? e proporsi come la nuova avanguardia dell'arte mondiale di cui New York doveva diventare la capitale. Ancora una volta l'arte si legava a una città-stato come volto esportabile di un potere che la Pop Art renderà più che mai desiderabile. Oggi le cose stanno di nuovo cambiando. I centri del potere vanno dislocandosi a est, dall'India alla Cina. Il nostro mondo liquido non solo sposta continuamente il suo baricentro nelle nuove megalopoli dove si accumulano soldi e potere, ma è anche rimescolato dalla grande piattaforma orizzontale di Internet. L'arte si guarda online, si vende online, si discute online. Un unico centro non è più possibile, né necessario. Anche i galleristi hanno trasformato la loro attività da sedentaria a nomade, spostando la loro merce da una parte all'altra del globo, migrando fra fiere, biennali, mostre, aste e nei formati jpeg.Nemmeno un mese fa Jerry Saltz, il critico del New York Magazine, dedicava una lunga riflessione alla morte delle mostre nelle gallerie registrando come un tempo nei marciapiedi di Chelsea durante i fine settimana si creava una processione di gente che entrava e usciva da una galleria all'altra mentre oggi persino i vernissage vanno quasi deserti. «Non è mai successo nei miei trent'anni qui», lamentava sconsolato. Nei commenti al blog si leggevano reazioni analoghe di chi aveva vissuto la New York di Soho e poi Chelsea con gli happening notturni, le performance che coinvolgevano il pubblico, i visitatori che parlavano fra loro socializzando e scambiandosi idee.Il fatto è che oggi puoi vedere un'opera in 3D direttamente sul computer, ingrandirla nei dettagli, inviarla via mail con chi vuoi discuterne e il mercato ha concentrato l'arte nelle mani del business corporate, come le case d'asta o le poche grandi gallerie multinazionali, come la Gagosian. Alla fine, concludeva Jarry Saltz, la verità è che non c'è più un art world, perché il mondo dell'arte è diventato più una realtà virtuale che qualcosa di concreto. Anche l'egemonia di New York, ormai galleggia nel non luogo della globalità. Ma questo mondo liquido ha bisogno ancora di raccogliersi di quando in quando nelle pozze temporanee dove ristagnano soldi e potere. In questo momento la Cina può vantare cinquecento miliardari e per alcuni di loro, come Liu Yiquian e la moglie Wang Wei, mettere insieme migliaia di opere d'arte e costruirci attorno un museo (nel caso specifico il Long Museum di Shanghai) vuol dire dare autorevolezza alla propria ricchezza. La Cina è oggi nella posizione dell'America del dopoguerra. Ha bisogno di legittimare con la cultura il proprio boom economico per presentarsi come un interlocutore attraente e seducente al mondo che vuole conquistare.
«Corriere della Sera» del 23 aprile 2013

La cultura, il turismo e quella sfida da vincere

Perché è giusto che il titolare di questo dicastero abbia una visione d'insieme (e conti in Consiglio dei ministri)
di Gian Antonio Stella
L'impresa affidata al ministro Bray: tenere insieme le potenzialità italiane
Riuscirà il nuovo ministro a far convivere Raffaello e Mr. Tourist? La sfida che ha davanti Massimo Bray, il primo ministro dei Beni culturali e del Turismo della nostra storia, è da brividi. Ma va vinta.Per troppo tempo, infatti, la sacrosanta tutela dei nostri tesori d'arte e la gestione (meglio: mala-gestione) delle nostre potenzialità turistiche sono state tenute rigorosamente separate. Contrapposte. Come se l'una escludesse l'altra. Peggio: come se l'una fosse nemica acerrima dell'altra.Se il direttore editoriale dell'enciclopedia Treccani e della rivista dalemiana Italianieuropei, nonché anima della fondazione «Notte della Taranta», sarà all'altezza del compito è tutto da vedere. E anche se non mancano i plausi per la scelta sorprendente, non è solo Ernesto Galli della Loggia ad avere perplessità. Auguri. Sinceri. A lui e agli italiani, troppe volte delusi dal modo in cui i big politici hanno snobbato questi ministeri, visti come secondari rispetto a quelli «di serie A».L'unione di Beni culturali e Turismo (magari con l'aggiunta del dicastero dell'Ambiente e del paesaggio, come proponeva il Corriere) proprio a questo dovrebbe servire: a dare al titolare di questi settori la possibilità di avere una visione d'insieme. E più ancora la statura, l'energia e il peso politico per battere i pugni sul tavolo in Consiglio dei ministri spiegando anche ai più sordi quanto sostengono non vecchie gentildonne amanti delle belle arti ma lo stesso Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria.E cioè che perfino i grandi progetti come il ponte sullo Stretto «presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte». Il piano industriale del nuovo Louvre nell'area degradata di Lens prevede che i soldi investiti ne fruttino sette volte tanti. Quelli stanziati per il Guggenheim di Bilbao, dice un rapporto Ue, si sono moltiplicati in soli 7 anni per 18.Sia chiaro: il primo compito di un ministro dei Beni culturali italiani non può che essere la conservazione e la tutela di quel patrimonio straordinario che abbiamo (forse immeritatamente) ereditato e che conserviamo spesso con una sciatteria e un'avarizia che gridano vendetta. E certo vanno evitate come la peste follie stile Las Vegas come la costruzione d'una Pompei virtuale accanto alle rovine archeologiche abbandonate al degrado o gli spot coi Bronzi di Riace che scappano dal museo per andare in spiaggia o la realizzazione di una finta città greca coi finti templi e la finta agorà e perfino un finto Davide di Michelangelo previsti dal progetto «Europaradiso» a Crotone. Alla larga.Una miriade di esempi virtuosi sparsi per il mondo, però, ci dicono che è possibile conciliare il rispetto, la cura e la tutela dei tesori d'arte con una gestione agile, accorta, lungimirante e redditizia di quello che sta affermandosi come il grande affare del terzo millennio. Spiega la Ue (comunicazione 352/2010) che il turismo è «la terza maggiore attività socioeconomica europea, dopo il settore del commercio e della distribuzione e quello della costruzione. Se si considerano i settori attinenti, il contributo del turismo al Prodotto interno lordo risulta ancora più elevato: si ritiene, infatti, che sia all'origine di più del 10% del Pil dell'Unione Europea e che fornisca circa il 12% dell'occupazione totale».È in enorme espansione, il turismo mondiale. L'anno scorso, i viaggiatori che hanno fatto una vacanza all'estero hanno superato per la prima volta il miliardo. E noi, che nel 1970 eravamo la prima destinazione del pianeta e oggi stiamo malinconicamente al quinto posto dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina, stiamo sprecando un'occasione storica. Basti dire che, come ricorda Silvia Angeloni in «Destination Italy», secondo il «Country Brand Index 2012-2013» elaborato da FutureBrand su 118 Paesi, il «marchio» Italia è il primo al mondo per «l'attrattività legata alla cultura», il primo per il cibo, il terzo per lo shopping e nel complesso rappresenta «la prima destinazione dove i turisti vorrebbero andare». Eppure nella classifica finale, a causa di molti altri fattori come il rapporto qualità-prezzo, siamo solo quindicesimi.Di più: pur avendo l'Italia più siti Unesco (47) di tutti, spiega uno studio PricewaterhouseCoopers che se noi ricaviamo dai nostri 100, Spagna e Brasile ricavano dei loro 130, la Gran Bretagna 180, la Germania 184, la Francia 190, la Cina addirittura 270. Il triplo.Sapete quanti italiani sono occupati nel turismo in senso stretto? Ce lo dice il World Travel & Tourism Council: 869 mila, sette volte e mezzo più degli addetti della chimica. Se calcoliamo anche l'indotto 2.231.000, cioè mezzo milione in più di tutta la metalmeccanica. Eppure, la cultura e il turismo sono rimasti per anni ai margini degli interessi di tutti i governi. E ognuno si è arrangiato per conto proprio. Regione per regione, campanile per campanile. Senza un minimo di visione più larga. Come se proprio la cultura e il turismo non fossero le nostre grandi ricchezze.
«Corriere della Sera» del 289 aprile 2013

16 novembre 2010

Tesori d’arte Se sapessimo farli fruttare ...

Unesco, oltre 3.400 musei, 2mila tra aree e parchi archeologici.Un tesoro rinomato e invidiato che però non dà frutti economici adeguati: nella redditività del turismo culturale, restiamo dietro tutti i principali competitori
di Domenico Montalto
Flussi di visitatori in calo, musei e parchi poco visitati, incassi al lumicino, tagli, scarsi investimenti: così l’Italia perde quota
Da quanti anni si dice che i beni cultu­rali dovrebbero, e potrebbero, essere la prima risorsa economica italiana, il motore del nostro sviluppo, la carta vincente per il futuro delle giovani generazioni? Da quanti anni si sa che per l’azienda Italia, città d’arte, monumenti archeologici, musei, oasi storiche, ambientali e naturalistiche costitui­scono un capitale sociale – teorico – dal valo­re impossibile da quantificare, con una teori­ca rendita – diretta e indotta – da numeri sba­lorditivi? Il tesoro lo si conosce: col termine «capitale» designiamo un patrimonio cultu­rale che è, per universale ammissione, il più ricco del mondo: ben 45 siti Unesco, oltre 3.400 musei di cui mille ecclesiastici, 2mila tra aree e parchi archeologici. Ma ciò che non si conosce è come farlo fruttare, questo teso­ro. Se formidabile è il capitale, la rendita è in­fatti ben poca cosa, e in questa chiave il crol­lo della Casa dei gladiatori a Pompei non è so­lo la peggior tegola che poteva cadere sul­l’immagine internazionale del Bel Baese, ma è soprattutto il sintomo di una bancarotta ge­stionale, prima che finanziaria. Che ci sia un problema di sistema lo ha ammesso, dal suo ufficio al Collegio Romano, anche Mario Re­sca, consigliere del ministro Bondi per le po­litiche museali, che pur era stato ingaggiato – in virtù delle capacità acquisite come top ma­nager di Mc Donald’s Italia – per portare fi­nalmente il verbo del marketing, invertire la cronica tendenza e dare un po’ di ossigeno al­l’asfissìa dei conti. In un’intervista pubblica­ta sulla newsletter del Mibac si è chiesto giu­stamente: «Chi sono i nostri competitor? Do­ve va la gente quando ha un po’ di tempo li­bero? Abbiamo musei dove ci sono più di­pendenti che visi­tatori. A parte un 3% della popola­zione che va co­munque al museo, il 97% della gente ha come alternati­va internet, la tele­visione, il cinema, i centri commercia­li ».
In attesa di una ri­sposta, restano i dati comparati del turismo culturale che, già ancor pri­ma della crisi e del­la recessione, risul­tavano impietosi e ci vedevano soccombere rispetto agli altri Pae­si turistici diretti competitori. Nel 2007 i con­suntivi relativi all’affluenza nei musei e alla rispettiva bigliettazione hanno registrato 34 milioni 443mila visitatori nei musei, monu­menti e aree archeologiche nazionali: in Fran­cia sono stati quasi 52 milioni, mentre in Ger­mania sono arrivati a 75 milioni 341 mila. Ri­sultati ancor peggiori arrivano però dal fron­te degli introiti, molto al di sotto dei numeri tedeschi e francesi. Gli scavi di Pompei sono stati il sito più visitato in Italia, con 2 milioni 545mila entrate, a seguire gli Uffizi di Firenze con 1 milione 616mila visitatori. Poco rispet­to agli 8 milioni 222mila ingressi del Louvre e agli oltre 5 milioni di Versailles. Deludente è pure la classifica dei musei più visitati al mon­do, dove il primo museo italiano è quello de­gli Uffizi di Firenze piazzato solo al 21° posto. Fra i primi cinque musei più visitati del pia­neta due sono francesi (Louvre e Beaubourg), due inglesi (British e Tate Modern), uno ame­ricano (Metropolitan). E anche il monitorag­gio dei trenta siti italiani più visitati fornisce una diagnosi non confortante: fra il 2007 e il 2008 le visite a Pompei sono calate del 12,8%, e addirittura precipitate del 23,4% nel Circui­to museale Vanvitelliano e Reggia di Caserta. C’è un interessante indice «scientifico» col quale si fotografa l’insufficienza gestionale del patrimonio italiano: è il 'Rac', indice che a­nalizza il ritorno economico degli asset cul­turali sui siti Unesco. Il più recente studio sui 'Rac' nello scenario mondiale risale al 2008, al Rapporto su arte, turismo culturale e indot­to economico, stilato per Confcultura e Con­findustria da PriceWaterhouseCoopers, spe­cializzata nella lettura dei bilanci. Ebbene, il Rac mostra come «gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a sette volte quello italiano (160 milioni di euro contro i nostri 21 milio­ni) ». In particolare, «... il settore culturale e creativo in Italia raggiunge solo il 2,6% del Pil nazionale (pari a circa 40 miliardi di euro), ri­spetto al 3,8% del Regno Unito (circa 73 mi­liardi di Euro) e 3,4% della Francia (circa 64 mi­liardi di Euro). È evidente il gap competitivo e la scarsa capacità di sviluppare il potenzia­le del nostro Paese». Ancora, si evince dal Rap­porto, che il Pil del turismo culturale sul tota­le del Pil dell’economia turistica italiana pe­sa il 33%, con un valore pari a 54 miliardi di euro. Questo valore è inferiore rispetto al 39% della Spagna (pari a 79 miliardi di euro)».
Insomma il punto di criticità più dolente del sistema culturale Italia sta proprio nella scar­sa redditività e competitività. Né le prospet­tive possono migliorare se è vero che nel 2008 l’Italia ha investito in cultura lo 0,28% del Pil, mentre negli altri Paesi europei s’investe me­diamente l’1,4-1,5% del Pil, ben quattro vol­te la nostra cifra, che dovrebbe invece risul­tare al primo posto nel mondo viste le eredità culturali di cui disponiamo. Ma non ci sono solo i tagli «lineari» ai fondi per la Cultura, lo spettacolo, la scuola e la ricerca: ci sono an­che quelli a effetto differito sui Comuni, i qua­li – venendo meno i trasferimenti – «tagliano» soprattutto in questo settore. Con simili stra­tegie, e senza una visione integrata e di filie­ra del problema, c’è davvero il rischio di met­tere una pietra tombale sul nostro futuro.
Il settore culturale e creativo in Italia rappresenta soltanto il 2,6% del Pil, rispetto al 3,8% del Regno Unito e al 3,4% della Francia Un gap cronico
«Avvenire» del 16 novembre 2010

15 ottobre 2010

Ma i beni artistici sono dello stato o degli Italiani?

di Michele Dolz
Nel 1972 un folle prese a martellate la Pietà di Michelangelo nella Basilica di San Pietro, e il settimanale «Times» scrisse impietosamente: «Visitate l’Italia prima che gli italiani la distruggano». Era un titolo offensivo, anche perché l’autore del gesto era un geologo australiano di nome Laszlo Toth.
Ma commenti del genere, tra lo scandalizzato e l’ironico, si sono ripetuti costantemente. Lo scorso 6 luglio il «New York Times» pubblicava un reportage severo dal titolo: «Mentre Roma si modernizza, il suo passato tranquillamente si sbriciola». Si riferiva principalmente al deterioramento del Colosseo e della Domus Aurea. È appena uscito un libro di Roberto Ippolito dal titolo «Il bel paese maltrattato» (Bompiani, pagine 382, 18 euro) che passa in rassegna una gran quantità di sciagure al patrimonio artistico nazionale negli ultimi due anni.
Veramente impressionante, non c’è differenza tra nord e sud ne tra i vari schieramenti politici al potere. È una metastasi diffusa.
Danni per incuria come statue e rovine coperte da vegetazione e letteralmente dimenticate, oppure infiltrazioni d’acqua che fanno crollare soffitti e compromettono gli affreschi.
Danni causati da speculazioni e abusivismo, come edifici costruiti in aree archeologiche.
Danni dovuti a lentezze amministrative. Danni – e questi sono i più dolorosi – a opera di vandali. Si dirà che l’Italia ha un patrimonio «troppo grosso» che richiede grandi somme di denaro e tante risorse umane. È verissimo. Ci sono 4739 musei pubblici e privati, 62128 archivi pubblici e privati, 59910 beni archeologici e architettonici, 1144 aree naturali e protette.
Sorge spontanea la domanda: questa ricchezza è un peso o una risorsa? Lasciamo che gli esperti trovino il modo di far rendere i beni culturali in termini economici, se ci riescono. Ma qui il punto è un altro. Questa ricchezza è componente non secondaria della nostra identità.
Proviamo a dirlo con un gioco di parole: i tesori artistici non sono dello «Stato» ma della «nazione».
Cioè nostri. Lo Stato amministra e conserva, ma in ultima analisi la proprietà è degli italiani. Serve un cambio ci atteggiamento in tutti noi. Ci sono benemerite associazioni che recuperano siti, trovano fondi privati, segnalano, alzando la voce, ciò che non va.
Quasi sempre sono volontari. No, non va bene la mentalità che tutto quel che c’è dal mio portone in fuori non mi riguarda. Così si arriva a tristissimi gesti: uno che spacca con un martello l’alluce del David di Michelangelo, altri che per puro divertimento staccano pezzi alla fonte del Nettuno in Piazza della Signoria, altri ancora che appongono con lo spray il loro logo sulla facciata del duomo o su statue e affreschi. È tristissimo. Si parla tanto di emergenza educativa. Ebbene, mettiamoci dentro anche questo. Insegnare a vedere il patrimonio come appunto «patrimonio», la nostra ricchezza, il nostro passato, la nostra identità. Vuol dire non danneggiare, almeno; ma si potrà anche dare una mano quando serve per conservare ciò che mi appartiene. Le parrocchie, con il loro lavoro capillare posso svolgere un ruolo importante.
Molto spesso sono le chiese stesse lo scrigno d’arte. E di arte cristiana, che i nostri padri hanno usato per insegnare, per catechizzare, col risultato che la chiesa era veramente di tutti.
«Avvenire» del 15 ottobre 2010

03 settembre 2010

Memoria storica, l’altro turismo

di Pino Ciociola

La diga del Vajont: in cima alla «gran signora» monumento al disprezzo della vita

«Prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblìo della memoria». Eccola. Un prodi­gio di tecnica, l’ottava meraviglia nel mondo di mezzo secolo fa. Qualcuno l’aveva ribattezzata «il velo» e qualcun altro «il foglio di calcestruzzo», perché larga in ci­ma appena tre metri e quaranta. Eccola, la gran signora dall’anima nera: è qui, sotto i piedi. Seppure non ha più la sua falce. Seppure a­desso è un’attrazione turistica o, meglio, un monumento al di­sprezzo della Vita. La più grande infamia ingegneristico-geologica nel nostro Paese, inaugurata il 19 novembre 1962: il più bel gioiel­lo delle capacità umane costrui­to nel peggiore posto in cui si potesse. E lo si sapeva.
Salirci sopra mozza maesto­samente il fiato: duecentoses­santuno metri e sessanta centimetri di strapiombo da una parte (quella verso Longa­rone) e solamente quaranta metri dall’altra. La diga del Vajont, gran signora dall’anima nera. Indimen­ticata, indimenticabile: 353mila metri cubi di calcestruzzo che al­le 22 e 39 del 9 ottobre 1963 assas­sinarono 1.911 donne, bambini, anziani e uomini creando il più lu­gubre tsunami che la storia italia­na ricordi, facendo da immenso trampolino ad un’onda di 50 mi­lioni di metri cubi d’acqua, che ri­cadde nella gola, lunga e stretta, e spazzò via Longarone con le sue frazioni piombandovi sopra a cen­to all’ora, dopo aver spinto a pre­cederla un mostruoso muro d’aria ad una pressione tale da strappar via vestiti e brandelli di pelle.
I segni dell’altezza di quell’onda restano ancora oggi, molto in alto sulle pareti della gola di fronte alla signora: guardarli impressiona. Perché non diede scampo: lo si ve­de, lo si capisce bene da quassù. Esattamente come coloro che, ac­corgendosi di quanto stava acca­dendo, capirono subito d’avere po­chi secondi prima d’essere falcia­ti e nessun modo d’evitarlo.
Fu un bel pezzo del monte Toc a franare nel lago artificiale creato dalla diga, alzando quell’onda . U­na frana assai più che annunciata negli anni, nei mesi, nelle setti­mane e finanche nei giorni prece­denti il 9 ottobre del 1963: due­centosessanta milioni di metri cu­bi di terra, rocce e alberi per un fronte di due chilometri (per por­tarla via servirebbero cento ca­mion che lavorassero tutto il gior­no e ogni giorno dell’anno per set­te secoli).
Perciò le altezze dei due strapiom­bi sono diverse: se guardando Lon­garone la diga s’innalza per tutta la sua interezza di 261 metri e 60 cen­timetri, invece sull’altro versante i primi 220 metri sono stati riempi­ti dalla frana, che prese il posto del lago e lì è rimasta.
Realmente mozza il fiato cammi­nare qui sopra e non si tratta di vertigini. Fa rimbombare nella mente quel che il giorno dopo Dino Buzzati spiegò sul suo giornale: «Un sasso è caduto in un bicchie­re colmo d’acqua e l’acqua è tra­boccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto cen­tinaia di metri e il sasso era gran­de come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non poteva­no difendersi». Longarone è distante, lontana. Er­to e Casso, paesini di montagna che vennero feriti quasi mortal­mente, s’intravedono appena. Però quell’onda arrivò fino a Belluno. E la gente raccolse a chilometri di di­stanza i cadave­ri scesi a valle insieme al Pia­ve. Invece da qui in cima, passeggiando sul 'coronamento della diga' – come si chiama – mezzo secolo dopo e sotto un cielo luminoso, sem­bra esser stato tutto irreale, forse niente più d’un brutto racconto in­ventato per spaventare i bambini. Non è così. Attrazione turistica (con 5 euro ci si sale sopra) e monumento al disprezzo della Vita, il passato lo ricordano questa mae­stosa
signora e la sua anima nera. Lo ricorda il cimitero di Longaro­ne, nel quale è seppellito tutto ciò che resta dei morti del Vajont. Nel quale tante tombe hanno solo una foto, ma sono vuote, perché non s’è trovato più nulla di chi vi a­vrebbe dovuto riposare.
Lo tengono davvero bene questo cimitero. Curato, pulito: è custo­dito con amore, verrebbe da scri­vere. Fuori dal suo ingresso c’è u­na grande stele di vetro con una frase in dodici lingue: « Prima il fra­gore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblìo della memoria ».
Salirvi mozza maestosamente il fiato: 261 metri di strapiombo da una parte (quella verso Longarone), ma soltanto 40 dall’altra ...
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La Grande guerra : sul Monte Grappa fra i ricordi di quegli eroici «soldatini» italiani

Venti chilometri di storia fra tornanti, rocce e mucche al pascolo, trincee e buche per mitragliatrici. Per arrampicar­si fin quassù, sulla Cima Grappa, millesettecentosettantasei metri d’altezza. E nel suo Museo i tratti dei volti disegnati e appesi alla pa­rete, addirittura i loro stessi linea­menti, sono davvero d’altri tempi. Eppure commuovono: sembrano fumetti, furono vite. «I miei solda­tini dell’Armata del Grappa», li chiamava il Maresciallo d’Italia Gaetano Giardino, che li comandò. E quel «soldatini» tanto non era un vezzeggiativo ruffiano che lui vol­le farsi seppellire proprio in mez­zo a loro. Qui.
Del resto avreb­be compiuto 19 anni di lì a due mesi, Rodolfo, e non aveva mai combattuto.
Milanese. Un ragazzino. Uno dei mille e mille soldatini che il 6 dicembre 1917 erano qui, sul Grappa. Affondati nella neve, dentro un ge­lo ruvido, dentro tanto sangue e piombo e morte che – a chiudere gli occhi – anche ora, agosto 2010, anche con un sole caldissimo, sfio­rano e mordono la pelle.
Rodolfo era mitragliere, aspirava a diventare ufficiale, guidava un pugno di ragazzini come lui. La battaglia era carneficina e venne ferito gravemente al polmone de­stro, ma non disse nulla a nessu­no e nessuno se ne poté accorge­re. Lui rimase al suo posto, accan­to ai suoi. Intanto le granate si fa­cevano inferno sulle teste. Le e­splosioni spaccavano orecchie e cuore.
Ci restò a lungo, Rodolfo, ancora a combattere con un polmone dila­niato. Finché un’esplosione lo in­vestì in pieno, devastandolo con ventisei ferite. Solamente allora non poté che accettare d’esser portato via, sapendo bene che per morire ormai gli ci sarebbero vo­luti minuti. Mentre su una barella abbando­nava quella trincea e la sua vita in cima al Grappa, incrociò il gruppo dei rincalzi chiamato in quell’in­ferno a prendere il posto suo e dei feriti. E decise che le ultime forze le avrebbe usate per accendere u­na sigaretta e soprattutto per sor­ridere: quegli altri ragazzini come lui, che salivano a combattere, ve­dendolo, non avrebbero dovuto impressionarsi o abbattersi.
Sublime esempio di stoicismo e di elettissime virtù militari', scrisse­ro nella motivazione alla Medaglia d’oro. Lo scrissero per Rodolfo e per centinaia d’altre Medaglie d’o­ro concesse ai 'ragazzi del ’99' che quasi mezzo se­colo fa vennero a immolarsi su questa monta­gna per difen­dere cento, duecento metri di roccia. «Grappa sei la mia Patria», si legge sopra al Sacrario e per noi, oggi, forse è diventato colpevolmente diffici­le capire cosa volle dire 'Italia' per questi soldatini.
In cima a questa montagna, dal Sa­crario militare, devi alzare appe­na le mani per sfiorare le nuvole e abbassare gli occhi per guardare le altre Dolomiti. Nel frattempo l’anima tocca quanto la guerra sia stupida e terrificante e inutile, ma anche come racconti spesso il Va­lore dimenticato dei piccoli e l’in­fame arroganza dei grandi, quelli che tirano le fila del mondo e di­spongono 'gesta belliche', però su un Grappa non saliranno mai.
C’è il quadro col disegno sbiadito in bianco e nero del volto e con la medaglia di Rodolfo Carabelli, nel Museo. Ce ne sono a decine e de­cine d’altri quadri, con altri volti e medaglie di ragazzini che venne­ro a morire qui da tutta l’Italia e hanno storie di valore e onore u­guali a quella di Rodolfo.
Non se ne leggono però i sogni e i desideri, gli amori e le pieghe del­le loro vite: eppure ognuno ne a­veva e per ognuno sono bruciati su questa montagna dove il cielo si fa tutt’uno con la terra ed è il luo­go più bello dove possano restare custoditi.
Il Grappa, nelle tre battaglie che lo segnarono (dal 14 novembre del 1917 al 3 novembre 1918), si tra­sformò in un’immensa mattanza: nel Sacrario riposano – vicini – i resti di 12.615 italiani (10.332 i­gnoti) e 10.295 austro-ungarici (10mila ignoti). Quasi 23mila es­seri umani spazzati via. E vedere le foto d’epoca dà i brividi. Come pu­re entrare nelle trincee e nei cuni­coli lunghi alcuni chilometri, ba­gnati, bui, scavati fin nelle viscere della montagna per sistemarvici mitragliere e pezzi d’artiglieria, os­servatori e sbocchi per le sortite, acqua e provviste. Cunicoli dal si­lenzio assordante ...
«Avvenire» del 29 agosto 2010

06 luglio 2010

Teen, il primo viaggio cambia così

A scuole chiuse, migliaia di ragazzi partono. Per molti è l'esordio senza genitori. Tra biglietti low cost, internet e tecnologia, ecco i nuovi backpacker
di Maria Novella De Luca
È il primo "strappo", quello vero. Diciassette anni, poco più, poco meno, la grande voglia vedere tutto, subito, e di essere altrove. "Ciao, noi partiamo", all´aeroporto l´emozione è tanta, le facce sono allegre, la confusione è alta, i genitori cercano senza successo di nascondere la propria ansia.
Loro, i viaggiatori-ragazzini, hanno l´aria esperta e lo zaino sulle spalle, simbolo sempreverde del viaggio numero uno, della prima fuga da soli, antico e nuovo rito di passaggio. Oggi però gli zaini sono tecnologici, ergonomici, ultraleggeri, accessoriati, proprio come questi turisti quasi adolescenti, che con il loro biglietto low cost in tasca, quattro amici fidati e un cellulare a ricarica piena, provano a volare vero il mondo adulto. Parliamo dei più giovani, di quella generazione "backpackers" che rappresenta il 20% del turismo di tutto il globo, e in queste settimane, chiuse le scuole e finiti gli esami si mette in cammino per andare ovunque, 168 milioni di passeggeri che si muovono tra stazioni, aeroporti, incroci di pullman e trasferte a piedi. Con il desiderio collettivo di vivere nuovi luoghi, nuove avventure, nuovi amori.
Crisi o non crisi i giovanissimi partono, dagli anni Sessanta ad oggi il rito del "primo viaggio" non conosce flessioni, si va a Praga per salire al Castello, a Barcellona per i colori di Gaudì e le Ramblas, in Grecia per le isole, ma anche a Berlino per immaginare, con gli amici tedeschi conosciuti su Facebook, cosa c´era lì, oltre il muro appena caduto, quando nessuno di loro erano ancora nato. Non importa, perché il video di quei giorni invece l'hanno visto e rivisto su YouTube, ammirando i loro coetanei di allora prendere a picconate il simbolo della dittatura... Vicini o lontani il 49% per cento dei giovani fa un viaggio ogni anno, oltre il 60% in Europa, ma anche in Africa e in India.
Radiografia di un mito, fenomenologia di un´esperienza collettiva, i cui ricordi poi restano nitidi dentro la scatola della memoria. «Il desiderio del primo viaggio resiste, anzi si estende, ma i viaggiatori cambiano», spiega Andrea Gorini del Cts, il Centro Turistico Studentesco, organizzazione nata in Italia a metà degli anni Settanta, e "passaporto" vero l´estero per migliaia di giovanissimi alla scoperta degli interrail e delle tariffe aeree scontate, ben prima della valanga low-cost. «Oggi i ragazzi si muovono presto, per poter vivere l´esperienza della totale libertà non devono aspettare la maggiore età, e rispetto alle generazioni precedenti sono assai più esperti e cosmopoliti. La grande differenza - dice Gorini - è che parlano meglio l´inglese, hanno già viaggiato con i genitori, con i soggiorni di studio. Sono insomma più esperti, ma non per questo meno emozionati. Partono con un bagaglio di informazioni raccolte su Internet e sui social network, impensabili fino a qualche anno fa, e riescono così a crearsi percorsi di visita ma anche reti di ospitalità spesso gratuite, e del tutto alternative ai circuiti tradizionali».
Infatti in un recente studio del Cts sull´identikit del giovane viaggiatore (2008) uno dei dati più chiari è "l´allergia" di questi inediti globetrotter verso strutture alberghiere e simili (troppo care), a favore di ostelli, bed and breakfast, appartamenti in affitto, e sempre di più scambio di ospitalità con amici conosciuti via web. Sì, ma se questo è il ritratto dei viaggiatori-ragazzini cosa c´è dietro il fascino intramontabile del primo viaggio da soli? La possibilità di trasgredire, il sesso, l´amore, o semplicemente il poter vivere in modo autonomo, almeno per un po´?
La pura e semplice voglia di esagerare sembra entrarci ben poco, visto che si tratta di ragazzi con le chiavi di casa, dotati di una buona dose di libertà, e in viaggio con il permesso (e i soldi) di mamma e papà. Per Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello Sviluppo all´università "La Sapienza" di Roma, «la grande spinta è quella di sentirsi adulti, è quasi un bisogno fisiologico di staccarsi dalla famiglia, un rito di passaggio molto simile a quello vissuto dalle generazioni precedenti». È vero, oggi lo "strappo" avviene presto, già a 17 anni si carica lo zaino e via, ma perché tutto ciò avvenga in sicurezza, è necessario che i ragazzi «siano preparati».
«È fondamentale - dice Oliverio Ferraris - aver fatto già delle esperienze lontani dai genitori, campi scuola, campeggi, viaggi di studio, altrimenti una volta soli la voglia di trasgredire, di rompere le regole diventa forte e pericolosa. In condizioni di sicurezza però queste prime vacanze senza adulti sono positive, portano i giovani a sapersi gestire... Oggi come ieri la vera spinta è quella di sentire adulti, provare a farcela da soli. È vero, adesso è possibile essere in contatto costante con i propri figli adeguatamente muniti di cellulare: ma qui devono fare un sforzo i genitori, e non chiamarli 10 volte al giorno. Altrimenti - conclude Oliverio Ferraris - è come se non fossero mai usciti di casa..."
«La Repubblica» del 6 luglio 2010

16 maggio 2010

Archeologia: musei a picco

culturale, incapacità di valorizzare le centinaia di esposizioni minori disseminate sul territorio...
di Alessandro Beltrami
Ecco come il nostro patrimonio di reperti di storia antica, che tutto il mondo ci invidia, continua inesorabilmente a perdere visitatori
A guardarlo sembra il grafico dei mercati mondiali degli ultimi anni segnati dalla crisi. E invece è quello dei visitatori dei musei e dei siti archeologici. Il trend negativo degli istituti museali italiani è un dato che prosegue ormai dal 2007: nel 2008 gli accessi totali nei musei statali erano stati 33.105.281, lo scorso anno sono stati 32.344.810, con un calo del 3% (e -6% rispetto all’anno precedente). Ma quello dell’archeologia sembra accelerare la parabola negativa. 16.816.125 erano stati i visitatori nel 2006. Nel 2008 e nel 2009, elaborando i dati disponibili sul sito del Ministero dei Beni e della Attività Culturali, sono stati rispettivamente 14.777.083 e 14.085.563. Una falla che si fa più ampia per quanto riguarda gli introiti: 57.706.449,58 nello scorso anno contro i 62.964.998,81 del 2008, per un calo dello 8,5%. Certo, il rilevamento del Mibac, in quanto limitato agli istituti statali, non tiene conto dei beni gestiti dagli Enti territoriali che in alcune regioni sono nettamente prevalenti o addirittura esclusivi, come nel caso della Sicilia e del Trentino Alto Adige. Ma anche in questo caso i dati non sono più confortanti. I Musei Capitolini, ad esempio, di proprietà del Comune di Roma, sono stati visitati nel 2008 da 516.420 contro le 452.232 del 2007: -12,4%. In calo anche gli accessi ai gioielli della Magna Grecia: i visitatori della Valle dei Templi di Agrigento sono stati nel 2007 663.889 e 616.503 nel 2008, con un saldo negativo del 7,1%; l’area archeologica di Neapolis a Siracusa è passata da 591.793 a 537.018 con un -9,3% di visite.
Nella top 30 segnalata dal Mibac sono 12 i musei, monumenti e aree legati all’antichità. Tra 2008 e 2009 solo il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, le cui collezioni sono tra la più importanti a livello mondiale, e gli scavi di Ercolano hanno fatto un salto in classifica passando il primo dal 15° al 16° posto con 314.001 contro i 290.748 del 2008 mentre la città vesuviana ha fatto un balzo dal 20° alla 18° posto e da 245.573 a 274.814 visitatori. Il 2009 era stato però l’anno nero dei rifiuti in Campania: nel 2007 il Museo partenopeo aveva staccato 357.032 biglietti mentre gli scavi di Ercolano erano stati visti da 301.786 persone. Un lieve segnale di ripresa che però non ha nemmeno sfiorato Pompei. Che dai 2.545.670 visitatori del 2007 è passata ai 2.233.496 del 2008 fino ai 2.070.745 dell’anno scorso: in due anni si è volatilizzato il 18,7% del pubblico. Gli incassi sono crollati del 20,1%, passando dai 20.477.198,55 euro del 2007 ai 16.369.854,70 del 2009. Complessivamente i dodici musei e siti archeologici della top 30, che comprendono tra gli altri il Museo Egizio di Torino, Villa Adriana a Tivoli, le Grotte di Catullo a Sirmione, sono passati dai 10.159.413 visitatori e 60.336.887,77 di euro di incasso nel 2008 ai 9.775.056 visitatori 55.719.151,19 euro di incasso del 2009. Rispettivamente -3,8% e -7,7%.
Sul territorio italiano è stimata la presenza di circa 1.800 siti e monumenti archeologici, senza contare i musei specifici e quelli che incorporano al loro interno sezioni dedicate alle antichità. Un’offerta culturale che (secondo le elaborazioni del Touring Club) è frequentata da 21,6 persone su 100 almeno una volta all’anno. Il problema è che una manciata di siti cattura la grande maggioranza dei visitatori. Gli scavi di Pompei e, a Roma, il sistema di Colosseo, Fori e Palatino e il Pantheon hanno avuto nel 2009 da soli 8.440.148 visitatori, pari al 59,9% del totale. E infatti Colosseo e scavi pompeiani sono in cima alla classifica del Mibac. Se vi fosse incluso, il Pantheon si piazzerebbe al terzo posto, scalzando dal podio gli Uffizi.
Quello che il nostro Paese non riesce a fare è valorizzare il suo patrimonio diffuso, specie nell’Italia meridionale, dove il patrimonio archeologico si presenta come (l’ennesima) risorsa sottoutilizzata. E se possono forse far sorridere le poche decine di visitatori dell’ area archeologica di San Severino Marche o del Parco archeologico di Siponto, certo è che sono spie della difficoltà in cui si trova la cultura italiana. Sempre più spesso si ricorre alla politica dei commissariamenti (il riallestimento del museo di Reggio Calabria è stato affidato alla Protezione Civile). Una delle soluzioni ciclicamente prospettate è l’intervento dei privati.
«Questa attenzione alla valorizzazione e al ruolo dei privati nella gestione del patrimonio culturale italiano – analizza il Dossier Musei 2009 del Touring Club Italiano – si è focalizzata, però, quasi esclusivamente sui musei e sui siti dei grandi numeri come gli Uffizi, gli scavi di Pompei o il Colosseo e concentrandosi, forse troppo, su quella fetta di utenza fatta da turisti stranieri che ogni anno visita le 'icone' del Bel Paese».
Tutta colpa quindi dello schiacciamento della valorizzazione culturale sulle logiche del marketing? Esiste anche un problema di comunicazione da parte dei musei a un pubblico diversificato. Lo rivela uno studio realizzato dal Centro Studi Gianfranco Imperatori dell’associazione Civita, presentato lo scorso febbraio in un convegno e in un volume edito da Giunti. L’indagine, che ha portato alla luce un pubblico composto soprattutto da donne (il 56,4%) comprese tra i 25 e i 44 anni, ha evidenziato giudizi problematici sugli allestimenti, che appaiono «dispersivi, sovrafollati di oggetti, complessi». Anche se giudicati coerenti dal punto di vista scientifico sono ritenuti scarsamente fruibili, tanto da far apparire in alcuni casi l’istituzione 'distante' dalle esigenze del pubblico. Chi si dice poco o per nulla soddisfatto di pannelli informativi, guide o audioguide è in media il 14% del pubblico. L’accumulo di opere fa sì che i visitatori si soffermino per un periodo relativamente breve davanti alle opere. Lo studio ha rivelato che ai Musei Capitolini il reperto a cui un visitatore dedica in media tempo maggiore è quanto resta del tempio di Veiove: 32 secondi. Seguono la Venere Capitolina con 29 secondi, il Galata morente con 27 e la fontana di Morforio con 24. Alla Vecchia ebbra solo 13. Dopo di lei è una semplice passeggiata tra marmi preziosi e i gatti che sonnecchiano su l’alluce del colosso di Costantino.
«Avvenire» del 16 maggio 2010

18 aprile 2010

Impreparati all'emergenza

di Mario Deaglio
In un’economia globalizzata i processi produttivi assomigliano a catene efficientissime con moltissimi anelli che avvolgono il mondo e che assicurano al consumatore prodotti di straordinaria tecnologia a prezzi straordinariamente bassi. Occorre purtroppo aggiungere che qualsiasi avvenimento in grado di spezzare anche uno solo di questi numerosissimi anelli rischia di fermare tutto.
Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito un sistema sempre più efficiente senza accorgerci che ogni incremento dell’efficienza comportava un aumento della fragilità e che le conseguenze di tale crescente fragilità potevano risultare sempre più devastanti. Per questo bastano pochi giorni di eruzione di uno sperduto vulcano dal nome impronunciabile in uno sperduto Paese per rendere concreta la minaccia che la produzione di tutto il pianeta sia gettata nel caos.
I nostri discendenti forse ci accuseranno di un’enorme arroganza intellettuale: quella di aver preso come verità assoluta la «normalità» dei funzionamenti, di aver costruito modelli della realtà sempre più complessi in grado di spiegare «tutto», di aver proclamato la morte dell’incertezza e il trionfo del calcolo del rischio, la morte dell’irrazionale e il trionfo della razionalità. E invece il primo decennio del nuovo secolo può essere letto precisamente come la rivincita dell’irrazionalità e dell’incertezza dal terrorismo delle Torri Gemelle all’uragano Katrina, dalla crisi finanziaria alla crisi del trasporto aereo che, grazie al vulcano dal nome impronunciabile, improvvisamente ci troviamo davanti.
Caratteristiche di questa crisi sono non solo la sua non prevedibilità con le nostre attuali conoscenze, l’impossibilità di fare alcunché per risolverla ma anche l’estrema difficoltà di valutarne le conseguenze. Vulcanologi ed economisti possono ben guardarsi negli occhi e riconoscere la rispettiva ignoranza: i primi non sanno bene che cosa esce dal vulcano e per quanto tempo continuerà a uscire, gli altri non sanno bene quanto male tutto ciò potrà fare all’economia.
Se dovesse risolversi nello spazio di pochi giorni, l’eruzione islandese sarà ricordata per qualche progetto di vacanze saltato, qualche viaggio di lavoro annullato o spostato e qualche migliaio di tonnellate dei prodotti più vari consegnati in ritardo. Oltre alle persone direttamente coinvolte, a soffrirne saranno soprattutto i bilanci delle compagnie aeree e delle società di assicurazione, il che introdurrà in ogni caso un ulteriore elemento di debolezza nel quadro di una ripresa economica asfittica, certo non gradevole ma in nessun modo determinante.
Se però il blocco o l’irregolarità del trasporto aereo dovesse prolungarsi - diciamo per qualche settimana - da questi aspetti relativamente superficiali si passerebbe molto rapidamente a conseguenze molto più profonde. Ombre lunghe si stenderebbero sulla stagione turistica mondiale, soprattutto di località lontane e a buon mercato che vivono di turismo aereo di massa. In questo per l’Italia ci sarebbero probabilmente i guai maggiori; e potremo aspettarci la carenza o il ritardo nella consegna di parti indispensabili dei prodotti più vari con la comparsa di improvvise anomalie produttive in questo o quel settore. Certo, le imprese saprebbero alla fine trovare aggiustamenti: i trasporti di terra, il turismo vicino a casa, i fornitori non troppo distanti potrebbero compensare la debolezza del traffico aereo. Lo farebbero, però, solo dopo una flessione in ogni caso sensibile, che oggi sarebbe azzardato cercar di quantificare, del prodotto lordo.
L’impotenza di fronte a questo fenomeno naturale presenta molti parallelismi con un’altra impotenza divenuta evidente in questo stesso week-end che riguarda una grande istituzione finanziaria dal nome molto pronunciabile e molto pronunciato, Goldman Sachs. Un’indagine giudiziaria ha rivelato che all’interno della grande banca d’affari americana c’era un cuore truffaldino e la notizia segue di pochi giorni quella di una società nascosta all’interno di Lehman Brothers. La nube oscura che si alza dal vulcano islandese è, in definitiva, il simbolo della nostra ignoranza e della nostra impotenza: la mancanza di conoscenze geologiche e meteorologiche fa il paio con la mancanza di conoscenze della realtà finanziarie che è alla base della debolezza attuale della nostra economia. In entrambi i casi il mondo è stato colto di sorpresa. Il pennacchio del vulcano islandese è il simbolo delle nostre scarse conoscenze.
«La Stampa» del 18 aprile 2010

16 novembre 2009

Se la bellezza resiste a chi vuole distruggerla

Dagli affreschi di Pompei a quelli nell'ateneo padovano la creatività è secolare. Nel nuovo libro di Vittorio Sgarbi gli itinerari segreti della nostra arte, da Trieste alla Sicilia
di Vittorio Sgarbi
Il paese delle meraviglie è l’Italia. E noi siamo, inevitabilmente, Alice che si ritrova «nel bel mezzo di una fiaba»
L’Italia delle meraviglie è inesauribile, e lo è anche là dove ci si aspetterebbe desolazione e distruzione. Perfino nelle periferie. Chi mai immaginerebbe non a Venezia o a Treviso, ma poco lontano da Mestre un convento di monache di clausura che custodisce una delle più preziose icone di Costantinopoli (forse la Nicopeia) con una coperta d’argento, tra le più grandi e raffinate che si conoscano? Chi si aspetterebbe di trovare a Santa Cristina al Tiverone una delle più belle pale d’altare di Lorenzo Lotto? Ci si può perdere e girare e ritornare indietro, continuamente sorpresi come a Borso del Grappa, dove, nella chiesa di Sant’Eulalia, è custodita la lapide del centurione Caio Vettonio Massimo, nella quale i nomi della primavera e dell’autunno sono poeticamente trasfigurati in due neologismi latini (così originali da stimolare certamente la fantasia linguistica di un Andrea Zanzotto): «Rosales et vindemiales», la stagione delle rose e la stagione della vendemmia.
Meraviglia e stupore ovunque: per esempio a Mussolente, sotto la vertiginosa Villa Piovene, nelle cui stanze segrete molti anni fa mi accadde di vedere una Madonna col Bambino di Alvise Vivarini. Palmo a palmo ho battuto negli anni lontani quel territorio, ritrovando la misura dei templi greci nella Villa Cappello di Cartigliano e, poco più lontano, i vagiti del primo Jacopo Bassano, a Santa Croce Bigolina, il cui solo nome evoca remoti piaceri infantili.
In Italia si possono vedere edifici mirabili ma recuperati e rovinati dal restauro, ed edifici in abbandono e in rovina ma d’intatta, miracolosa bellezza. Ogni espressione creativa ha un’escursione millenaria: dagli affreschi della Villa dei Misteri di Pompei a quelli di Sant’Angelo in Formis a quelli di Campigli nell’ateneo padovano; dalla ceramica di Faenza alle ceramiche futuriste; i mosaici romani splendono da Piazza Armerina alle cupole bizantine di Milano, alle Gallerie del Vittoriano a Roma. Anche gli edifici minori contengono meraviglie. Nel cuore di Viareggio si può trovare, intatto, un villino con la cupola di una moschea, che fu ritiro impenetrabile di Marta Abba e Luigi Pirandello. Un viaggio sul Po può essere più sorprendente e mitico di un’escursione nelle isole dell’Egeo.
In Italia si è ovunque in villeggiatura. Ovunque vi sono ville, da Belluno a Ragusa, da Biella a Bagheria. E così come infiniti sono i luoghi dell’uomo, infiniti sono i paesaggi. Concetto che, con coscienza risorgimentale, viene ripetuto con insistenza dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, unendo in un solo sogno e in un solo pensiero Dolomiti ed Eolie come neppure Garibaldi, «a conferma della inscindibilità del nostro patrimonio nazionale, del patrimonio di storia e di bellezza che fa grande la nostra Italia». Grande e interminabile, per il Presidente come per il viaggiatore che si accinga a visitarla dedicandole dieci giorni o un mese o dieci anni.
All’ostinazione del viandante ogni luogo si mostra inesauribile, e in ogni paese, anche il più piccolo, si può fare un approfondimento, di casa in casa, di campagna in campagna, provando emozioni sempre nuove per ciò che a una prima visita era sfuggito e che non è soltanto riscoperto sotto un diverso punto di vista, ma è proprio non prima visto.
Con tenacia infaticabile privati e amministratori si sono accaniti per distruggere, rovinare, aggredire, sfregiare, torturare, l’Italia, che tuttavia resiste in vasti spazi remoti e incontaminati di paesaggio (e lì, allora, per non stare fermi, i vandali impiantano migliaia di pale eoliche). E resiste in centri storici fortunatamente spopolati e «non ancora riqualificati» da squalificati architetti-arredatori del tutto privi di sensibilità e innamorati delle proprie masturbazioni, intese come movimenti della mano per disegnare fioriere, fontane, panchine, lampioni e altri orrori usciti da fantasie turbate.
L’Italia resiste: ha visto sparire testimonianze di civiltà rurale e contadina, osterie, locande, fienili, ma regala ancora impreviste seduzioni. Naturalmente i viaggiatori non le preservano, semmai le consumano, nonostante il viaggio produca effetti positivi nell’illusione di quello che si chiama «sviluppo sostenibile», in realtà non sostenuto altro che dal desiderio di una resa economica: il turismo. Ma l’Italia più bella è quella che non rende, quella in cui il turista-viaggiatore non arriverà.
Esiste un’Italia non obbligatoria, non frequentata, non ricercata: lì si nascondono meraviglie misteriose. Entrate nella Basilica di Santa Maria Assunta a Camogli e visitate la bella sacrestia. Il parroco avrà la benevolenza di estrarre da una teca segreta la testa reliquiaria di san Prospero, sulla cui aureola si leggono il nome dell’autore Domenico De Ferrari e la data 1514. Una scultura ieratica e superba, riemersa in una stanza perfetta con la finestra aperta sul mare verso Punta Chiappa. Ma questa esperienza rara si può ripetere a Cagli, ritrovando avori protetti in un convento di clausura o a Banzi in Basilicata, rintracciando una scatola porta reliquie di Marianna Elmo; e così all’infinito. Ma dove ci porterà questo labirinto? Dove troveremo un filo?
Questo libro è stato concepito per nasconderne un altro, per indicare alcune rotte principali ed evitarle stabilendone altre proprie, tutte possibili e tutte legittime, inseguendo per esempio tozzi e agili montanari scolpiti nel legno nella Chiesa di san Martino a Cerveno, documenti di una storia dell’arte parallela rispetto a quella ufficiale che, Roma su Roma, da Bernini porta a Canova. Mentre nasconderemo, non senza stupore, l’opera di uno strano fotografo-antropologo interessato ai costumi popolari sardi: Ugo Pellis. Una scoperta preziosa, documenti fotografici di una civiltà recente e pur scomparsa, densi di vita, della verità della terra, del mondo pastorale, arcaico e non immortale. Meraviglie di fotografie, di miniature, di codici miniati, di coralli, di manoscritti. E nasconderemo Visso per colui che, interessato a vedere quadri del rinascimento marchigiano, scoprirà una rara serie di manoscritti leopardiani nei suoi versi più famosi. E così via.
Per tutto ciò che menzioneremo in questo libro, qualcosa d’altro, non meno importante, sarà nascosto e potrà essere oggetto di un vostro nuovo viaggio, di una vostra personalissima cartografia del cuore. Se il viaggio è ritornare sui passi di altri in altri tempi in altre vite, rievocare, veder riemergere fantasmi, allora mettetevi in cammino, non siate pigri, perché dalla vostra meraviglia deriva la vita dell’arte, dei luoghi, del nostro paese: l’Italia delle meraviglie.
«Il Giornale» del 16 novembre 2009