Visualizzazione post con etichetta Cuba. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cuba. Mostra tutti i post

16 luglio 2021

Cuba nella nebbia

di Massimo Gramellini
Un avventore del Caffè si domanda perché influencer e intellettuali nostrani non aprano bocca su quanto sta accadendo a Cuba. E aggiunge, non a torto, che se gli assalti ai forni e gli arresti di massa avessero la Budapest di Orbán come teatro, qui sarebbe tutto un fiorire di petizioni & indignazioni. Invece per chi detta l’agenda universale del bene e del male la dittatura cubana resta sempre un po’ meno dittatoriale delle altre, persino adesso che è passata dalla morsa inflessibile ma professionale dei fratelli Castro a quella di un certo Diaz Canel, a cui Che Guevara non avrebbe neanche lasciato spolverare il sellino della moto. La tesi difensiva del regime è che al popolo non manca la libertà ma il pane, e il pane manca per colpa dell’embargo americano che Biden si guarda bene dall’ammorbidire. In realtà la libertà manca eccome: è che a pancia vuota la sua assenza si avverte ancora di più. Ma di tutto ciò non c’è traccia nel dibattito. Anzi, non c’è proprio il dibattito. La ragione ideologica del silenzio degli «impegnati»è nota, ma è possibile azzardarne anche una psicologica. Per i più giovani Cuba non significa nulla, mentre per i più anziani tutto. Significa la difesa dell’utopia della loro giovinezza: che il comunismo al potere sarebbe riuscito a cambiare la natura individualista dell’essere umano. La dolce nebbia dei ricordi continua ad avvolgere i contorni di un’isola che è sempre stato più rassicurante immaginarsi che vedere per com’era davvero.
«Corriere della sera» del 15 luglio 2021

09 settembre 2010

Quattro centimetri di tolleranza

di Yoani Sanchez
Ieri sono stata a iscrivere mio figlio al liceo e invece del cartello di benvenuto ho trovato una lavagna con il seguente contenuto.
Riguardo l’uniforme: Le femmine non useranno più di un paio di orecchini. Le camicie e le bluse dovranno essere portate dentro i pantaloni. Non saranno ammesse pieghe né aggiustature per adattarle al corpo e non dovranno uscire fuori dalla gonna o dai pantaloni. Non togliere le tasche. Le gonne dovranno avere una lunghezza di 4 centimetri sopra il ginocchio. Non saranno consentite gonne troppo corte, stinte o con segni di stiratura. I pantaloni dovranno adattarsi all’altezza delle scarpe. Non saranno permessi pantaloni a vita bassa. Le femmine non dovranno usare trucco. Non saranno permessi braccialetti, collane, catenine e anelli. I simboli religiosi non potranno essere visibili. Le scarpe saranno chiuse, le calze bianche e lunghe. Non si potranno portare MP3, MP4 e cellulari. I maschi non potranno usare orecchini, forcine e piercing. Le cinture dovranno essere semplici e senza fibbie eccentriche, grandi o alla moda, queste dovranno essere di colore nero o marrone.
Riguardo i capelli: Le acconciature, pettinate e ben tagliate dovranno essere conformi alla decenza, prive di ogni stravaganza e in sintonia con l’uso dell’uniforme. I maschi non potranno portare: capelli lunghi, colorati, ciuffi, né potranno comporre figure nelle acconciature. Le femmine non potranno usare orecchini a ciondolo. Le presine da mettere tra i capelli dovranno essere: azzurre, bianche o nere. Queste dovranno avere una grandezza conforme. I capelli dei maschi non potranno essere più lunghi di 4 centimetri.
Adesso non comprendo se ho iscritto Teo alla scuola media superiore o se deve entrare in un’unità militare.

«La Stampa» del 4 settembre 2010

01 settembre 2010

Lo scandaloso abbraccio di Lula ai tiranni Fidel e Raúl Castro

Cuba e America Latina
di Mario Vargas Llosa
Ho provato una sensazione di rabbia e disgusto, quando ho visto il ridente presidente Lula del Brasile abbracciare affettuosamente Fidel e Raúl Castro, nello stesso istante in cui gli sbirri della dittatura cubana si avventavano contro i dissidenti e li seppellivano in cella per impedirgli di assistere alla cerimonia funebre di Orlando Zapata Tamayo, il muratore pacifista oppositore di 42 anni, appartenente al Gruppo dei 75, che la satrapia castrista ha lasciato morire dopo 85 giorni di sciopero della fame. Chiunque non abbia perso la decenza e abbia un minimo di informazione su ciò che accade a Cuba, si aspetta dal regime castrista che si comporti esattamente come ha fatto. C’è una coerenza assoluta tra la condizione di dittatura totalitaria di Cuba e una politica terrorista di persecuzione contro ogni forma di dissidenza e di critica, la violazione sistematica dei più elementari diritti umani, processi falsati per sotterrare gli oppositori in carceri immonde e sottoporli a vessazioni fino a farli impazzire, a ucciderli o spingerli al suicidio. I fratelli Castro praticano questa politica da 51 anni. Ma da Luiz Inacio Lula da Silva, governante eletto con legittime elezioni, presidente costituzionale di un Paese democratico come il Brasile, ci si aspetterebbe, perlomeno, un atteggiamento un po’più degno e coerente con la cultura democratica che in teoria rappresenta. Invece si pavoneggia, tra sorrisi e complicità, con gli assassini virtuali di un dissidente democratico, legittimando con la sua presenza e condotta la caccia agli oppositori scatenata dal regime, nello stesso momento in cui si faceva fotografare abbracciando i giustizieri di Orlando Zapata Tamayo. Il presidente Lula sapeva perfettamente ciò che faceva. Prima che partisse per Cuba, cinquanta dissidenti cubani gli avevano chiesto un’udienza durante il suo soggiorno all’Avana, e di intercedere con le autorità dell’isola per la liberazione dei prigionieri politici martoriati come Zapata nelle gattabuie cubane. Lui si è negato ad entrambe le cose. D’altra parte, questo comportamento del presidente brasiliano ha caratterizzato tutto il suo mandato. È da anni che la sua politica estera smentisce sistematicamente la politica interna, dove rispetta le regole dello Stato di diritto e, in economia, invece delle ricette marxiste che proponeva quando era sindacalista e candidato - dirigismo economico, nazionalizzazioni, rifiuto degli investimenti stranieri, eccetera -, promuove un’economia di mercato e di libera impresa come qualsiasi statista socialdemocratico europeo. Ma quando si tratta delle relazioni estere, il presidente Lula si spoglia degli orpelli democratici e abbraccia il comandante Chávez, Evo Morales, il comandante Ortega, ossia il peggio dell’America Latina, e senza il minimo scrupolo apre le porte diplomatiche ed economiche del Brasile alla tirannia teocratica dell’Iran. Tutto questo significa, ahimè, che Lula è un tipico presidente «democratico» latinoamericano. Quasi tutti sono fatti della stessa pasta e quasi tutti, chi più chi meno, pur praticando la democrazia in casa propria - quando non hanno altra scelta -, all’estero corteggiano senza pudore dittatori e demagoghi come Chávez o Castro, perché credono, poveretti, che grazie a quella vicinanza potranno godere del titolo di «progressisti» e che questo li redimerà da scioperi, rivoluzioni e intimidazioni contro i giornalisti, e dalle campagne internazionali che li accusano di violare i diritti umani. Il volto di uno qualunque dei presidenti latinoamericani avrebbe potuto sostituire quello di Luiz Inacio Lula da Silva mentre abbracciava i fratelli Castro, nella foto che mi ha fatto rivoltare lo stomaco mentre leggevo i giornali. Quei volti non rappresentano la libertà e la pulizia morale in America Latina. Questi valori sono incarnati da figure come Orlando Zapata Tamayo, le Dame in bianco, Oswaldo Payá, Elizardo Sánchez, la blogger Yoani Sánchez e gli altri cubani e cubane che continuano a sfidare la tirannide castrista. E sono incarnati anche dalle centinaia di prigionieri politici e, in particolare, dal giornalista indipendente Guillermo Fariñas il quale, mentre scrivo questo articolo, è già da otto giorni in sciopero della fame a Cuba, per protestare contro la morte di Zapata e chiedere la liberazione dei prigionieri politici. Curioso e terribile paradosso: che sia in seno ad uno dei regimi più disumani e crudeli mai conosciuti dal continente che oggi si trovano i più degni politici dell’America Latina.
(traduzione di Francesca Buffo) © El País
«Corriere della Sera» dell'8 marzo 2010

31 luglio 2010

"A Cuba facevamo gli aborti per vendere le cellule dei feti"

s. i. a.
Per assicurare al governo preziosa valuta estera, una dottoressa cubana sarebbe stata costretta a eseguire trapianti di tessuto cerebrale di feto, ottenuto da aborti appena fatti, su ricchi pazienti stranieri affetti dal morbo di Parkinson. Lo ha scritto ieri il quotidiano britannico Independent in una corrispondenza dall'America latina basata sulle confessioni della dottoressa Hilda Molina, la quale ha personalmente eseguito i trapianti che fruttavano al governo fino a 20.000 dollari ciascuno. Neurochirurgo ed esperta di fama mondiale nella ricerca sul morbo di Parkinson, la Molina, 52 anni, si è dimessa dalla clinica di neurochirurgia (da lei diretta all'Avana per un salario mensile equivalente a 16 dollari) e da membro del partito comunista a causa di questa politica dei trapianti. La Molina, che vorrebbe lasciare Cuba ma non riesce a ottenere il visto, racconta di aborti eseguiti nelle cliniche dell'Avana e destinati, a insaputa delle donne interessate, a fornire tessuto cerebrale fetale per i trapianti su facoltosi pazienti provenienti da Usa, Canada e da paesi dell'America latina. Stando a medici cubani riparati a Miami, il governo dell' Avana avrebbe addirittura fatto abortire diverse donne con il solo scopo di procurare i tessuti per i trapianti. L'uso del tessuto cerebrale di feti appena abortiti per il trapianto su pazienti affetti dal morbo di Parkinson è una pratica già sperimentata in passato. La malattia provoca tremori, contrazioni muscolari involontarie e paralisi causate da una precoce perdita di neuroni. Una volta ' morti' , i neuroni di un organismo formato non possono più riprodursi mentre quelli del feto fino a 12 settimane di vita hanno ancora la capacità di farlo.
«La Repubblica» del 13 agosto 1995

Cuba divora i suoi figli

Dissidenti perseguitati, turismo sessuale, aborto di massa. Gli orrori del regime castrista
di di Francesco Agnoli
Nel febbraio di quest’anno Orlando Zapata, dissidente cubano, ostile al regime dittatoriale di Castro, è morto in ospedale, dopo 85 giorni di sciopero della fame. Zapata era un ex muratore di Santiago di Cuba, e aveva solo 42 anni.
La sua morte, così spettacolare, ha destato per qualche tempo l’interesse dei giornali e dell’opinione pubblica per una delle dittature comuniste ancora vive nel XXI secolo.
La protesta tramite scioperi della fame, sino alla morte, è una consuetudine degli oppositori cubani, sin dal principio del regime, come dimostra, tra le altre, la vicenda di Pedro Luis Boitel.
Costui, già nemico di Batista, era anche un oppositore di Fidel Castro, e fece l’errore di candidarsi alla presidenza della Federazione studentesca universitaria. Arrestato di lì a poco, venne condannato a dieci anni di prigione, durante i quali in più occasioni fece degli scioperi della fame per protestare contro il feroce trattamento subito. Il 3 aprile 1972 Boitel iniziò l’ennesimo sciopero: al quarantanovesimo giorno cadde in uno “stato di semicoma”: morì dopo altri quattro giorni, senza cure e senza che alla madre fosse neppure permesso di vedere il corpo del figlio.
Il fatto è che a Cuba non solo è estremamente facile finire nella galere-gulag di Castro, ma è altresì terribile rimanervi. In più occasioni infatti sono stati denunciati l’uso dell’elettrochoc, di cani da guardia lanciati contro i prigionieri, la privazione del sonno e la rottura del ritmo del sonno come modalità per sfiancare i detenuti e portarli, non di rado, alla pazzia…
Le celle cubane godono di soprannomi inquietanti. Tostadoras (tostapane), per il caldo insopportabile che vi regna; ratoneras (buchi per topi), quelle piccolissime e sotterranee; gavetas (gabbie), quelle piccole e strette come delle gabbie…
A marcirvi dentro, per anni e anni, magari in mezzo agli escrementi, senza acqua né assistenza medica, gli oppositori, religiosi e politici, a cui è negato persino il titolo di uomini: vengono infatti definiti, dal regime, gusanos cioè vermi.
Dal 1959 a oggi, secondo Pascal Fontaine, collaboratore del “Libro nero del comunismo”, circa centomila cubani “hanno sperimentato i campi di lavoro” e “sono state fucilate dalle quindicimila alle diciassettemila persone”. In verità queste cifre sembrano prudenziali, visto che i cubani che sono riusciti a scappare all’estero, evitando la morte, frequente, nelle acque dello stretto della Florida, parlano di cifre anche quattro volte superiori. La morte di Zapata, cui si accennava, ha portato a conoscenza del grande pubblico l’esistenza di altri dissidenti che coraggiosamente affrontano il regime con incredibile coraggio e speranza.
Tra questi il celebre Guillermo Farinas, psicologo e giornalista che lo scorso 23 febbraio aveva cominciato un lunghissimo sciopero della fame che lo ha ridotto alla condizione di uno spettro, ormai solo pelle e ossa. Farinas ha interrotto proprio in questi giorni la sua protesta grazie alle trattative tra chiesa cattolica e regime, che hanno portato alla liberazione di 52 prigionieri politici. Ma se queste notizie sono più o meno note, molto meno conosciuto è il fatto che uno dei motivi che hanno spinto diversi cubani a dare la propria vita per combattere il regime – oltre alla mancanza di libertà, politica ed economica –, è la dissoluzione morale del paese promossa dal regime di Castro.
Già in un messaggio ai presidenti statunitense e centroamericani in occasione del vertice di Costa Rica, del 7 maggio 1997, i dirigenti degli esuli cubani descrivevano il dramma della loro isola anche sottolineando l’“enorme tragedia di un’isola carcere comunista con i più elevati indici di suicidi e di aborti dell’emisfero e con una prostituzione, anche infantile, che ha trasformato Cuba in un vergognoso ‘paradiso sessuale’ per turisti senza scrupoli” (Cristianità, n. 265-266, 1997).
Quando Castro andò al potere, infatti, dichiarò in più occasioni un concetto che anche i bolscevichi russi avevano espresso chiaramente sin dalle origini: il comunismo realizzerà il bene dei lavoratori e dei proletari, e la nuova condizione sociale ed economica eliminerà anche la piaga della prostituzione. Quanto all’aborto, si proclamò che la sua legalizzazione avrebbe sconfitto prima l’aborto clandestino e poi l’aborto stesso.
Le cose, a Cuba come nell’Unione Sovietica, non sono andate propriamente così. Per tanti anni Cuba è stato uno dei paradisi per pedofili del mondo, in cui giungevano persone da vari paesi, sapendo di trovare giovani donne ed anche bambine, disposte a tutto, per qualche soldo. Con il regime che non solo chiudeva gli occhi, ma in molti casi favoriva lo squallido commercio del turismo sessuale, pur sempre portatore di ricchezza.
Chiaramente, insieme alla prostituzione e alla pedofilia, nell’isola si è diffusa terribilmente la piaga dell’aborto: secondo alcune fonti tra il 1968 e il 1996 si sono registrati 5,6 milioni di nati vivi e si sono effettuati 2,3 milioni di aborti.
Un dato sicuro, di cui semmai si può dubitare che sia per difetto, sono i centomila aborti annui che si compiono in questo paese, con solo undici milioni di abitanti! Una cifra che colloca Cuba ai primissimi posti al mondo per ricorso all’interruzione violenta di gravidanza, nonostante nel paese vi sia un altissimo ricorso alla contraccezione (ne fanno uso circa il 72 per cento delle donne) e persino alla sterilizzazione, secondo gli insegnamenti del Cenesex (Centro nazionale di educazione sessuale di Cuba), oggi diretto da Mariela Castro Espìn, figlia di Raul. Ai centomila aborti legali di Cuba, vanno poi aggiunti quelli forzati, a scopo di “ricerca” e di “cura”. La radicale Mirella Parachini ricorda infatti che a Cuba, secondo la testimonianza di molti medici locali, tessuti fetali e neuronali vengono procurati a scopo di ricerca o di cura, a scapito di piccole e innocenti vite umane. Dopo aver richiamato la testimonianza della dottoressa cubana Hilda Molina, secondo la quale a Cuba la medicina rigenerativa vive di “sostanza nera fetale” procurata anche nei modi più delittuosi, per fornire a malati stranieri cure presunte, che fruttano però soldi verissimi allo stato, la Parachini scrive: “Altri due dottori che avevano lavorato al Ciren (Centro Internacional de Restauración Neurológica de Cuba) sono scappati da Cuba e dall’esilio hanno denunciato come a quei malati di Parkinson, per lo più stranieri, che pagavano in dollari, venivano praticati questi innesti di materiale fetale (con esiti tutti da dimostrare, ndr). Il dottor Antonio Guedes racconta che quando il centro ne aveva necessità urgente, in qualche centro ginecologico venivano ingannate delle donne in gravidanza, veniva loro detto che il figlio che aspettavano aveva gravi malformazioni, e veniva offerta la strada dell’aborto. Il tessuto era così procurato facilmente. Il dottor Julian Alvarez ha scritto un libro, Artigiani della vita. Spiega come a Cuba “attualmente si realizzano centomila aborti ogni anno. Il Ciren si trova di conseguenza a ottenere, con relativa facilità, il tessuto embrionale per il suo impiego in questi trattamenti”. Alvarez specifica che le donne danno il loro consenso sia per l’aborto che per la cessione del materiale biologico alla medicina, ma poi aggiunge un dettaglio non rassicurante: “tutti quelli che conoscono da dentro la vita di Cuba, sanno che le ‘pazienti’ non possono decidere nulla in merito. Molti degli aborti o ‘interruzioni’ si fanno in accordo con le necessità del Ciren” (http://salute.aduc.it/staminali/articolo/cuba+ricerca+democrazia+binomio+inscindibile_8359.php
; per la Molina vedi Repubblica 13/8/1995: “Per assicurare al governo preziosa valuta estera, una dottoressa cubana sarebbe stata costretta a eseguire trapianti di tessuto cerebrale di feto, ottenuto da aborti appena fatti, su ricchi pazienti stranieri affetti dal morbo di Parkinson. Lo ha scritto ieri il quotidiano britannico Independent in una corrispondenza dall’America latina basata sulle confessioni della dottoressa Hilda Molina, la quale ha personalmente eseguito i trapianti, che fruttavano al governo fino a ventimila dollari ciascuno”).
Ancora oggi tra gli oppositori in carcere dei fratelli Castro, spiccano le figure di Eduardo Dìaz Fleitas, vicepresidente del movimento clandestino “5 agosto”, colpevole di aver protestato contro l’aborto forzato nel paese, e soprattutto quella del medico cattolico Oscar Elìas Biscet. Biscet è nato all’Avana, nel 1961. Nel 1985 si è laureato in medicina, per poi creare, nel 1997, la fondazione Lawton per i diritti umani: tra questi egli pone, al primo posto, il diritto alla vita. Nello stesso anno 1997 il dottor Biscet ha effettuato uno studio per documentare le tecniche di aborto utilizzate nell’ospedale Hijas de Galicia. Lo studio, che espone rivelazioni raccapriccianti su infanticidi, aborti forzati e sull’uso del Rivanol come abortivo utilizzato sino alla XXV-XXVI settimana, è intitolato: Rivanol. Un metodo per distruggere la vita. In questo lavoro sono enumerati i metodi abortivi comuni utilizzati nel sistema sanitario cubano e si denuncia che nel caso di fallimento del Rivanol, cioè in un’alta percentuale di casi, il bambino viene ucciso per soffocamento, per emorragia, tagliando il cordone ombelicale, o lasciandolo morire senza assistenza.
Inoltre Biscet elenca statistiche preoccupanti su quanto siano numerosi gli aborti su bambine molto piccole, probabilmente vittime del turismo sessuale e della promiscuità ormai diffusa.
Le conseguenze della battaglia pro life di Biscet non tardano ad arrivare: nel febbraio 1998 viene ufficialmente espulso del Sistema sanitario nazionale.
Ma Biscet continua a portare avanti la sua battaglia in difesa della vita tramite manifestazioni davanti agli ospedali e scioperi della fame, alternando libertà e carcere. Amnesty International e Freedom Now ricordano che Biscet è stato arrestato il 3 novembre 1999 e rilasciato il 31 ottobre 2002 con l’accusa, fasulla, di “insulti ai simboli della patria”, “pubblico disordine” e “incitamento a commettere crimine”. Nel 2003 Biscet è stato nuovamente condannato, questa volta a 25 anni di prigione: oggi è in condizioni terrificanti. Secondo Human rights first, Biscet, “difensore dei diritti umani”, soffre di “gastriti croniche e ipertensione”, e ciononostante è confinato in celle solitarie o con “violenti criminali”. Inoltre è privato per lunghi periodi della possibilità di comunicare, di ricevere visite o medicazioni. La sua cella è senza finestre, senza bagno, umida, sporca, infestata dai vermi e senz’acqua. Quello che però non si capisce bene, leggendo buona parte dei comunicati di Human rights first, come del resto quelli di Amnesty International, sono due cose: che il diritto umano primario per cui Biscet si batte è quello alla vita (“No a la pena de muerte, no al aborto”); e che nella sua lotta questo eroe sconosciuto è sostenuto dalla fede e dalla preghiera.
Paradossalmente sono verità, almeno la prima, che neppure il regime vuole far conoscere, visto che Biscet è in galera, ufficialmente, per motivi politici.
Molto più espliciti i siti cubani, di esuli o di suoi amici ed estimatori, che dicono apertamente che Biscet e la sua fondazione combattono per la libertà dei prigionieri e di tutti, e “contra del aborto, eutanasia y el fusilamiento”, “derechos fundamentales para la sociedad y el individuo”. Inizia infatti così un appello del dottore cubano ai suoi colleghi medici, il cui unico fine dovrebbe essere “promuovere la salute e preservare la vita”: noi siamo in difesa della famiglia, “la cellula fondamentale della società. La famiglia che è oggi in crisi per un sistema che promuove e stimola la mentalità antinatalista con metodi che offendono la dignità umana. Ci riferiamo all’aborto, crimine abominevole”, violenza contro la persona umana. E finisce: “Diciamo no alla pena di morte per aborto, eutanasia o fucilazione… Abbasso l’aborto, abbasso la pena di morte, viva il diritto alla vita”.
«Il Foglio» del 31 luglio 2010

08 luglio 2010

Così la chiesa prudente mette alle strette il regime dei Castro

Cinquantadue detenuti politici rilasciati, un primo segnale di dialogo. Il viaggio di monsignor Mamberti
s. i. a.
“Siamo soddisfatti del lavoro che sta portando avanti la chiesa”. Lo ha detto nel corso della sua visita a Cuba il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, a proposito del dialogo iniziato il 19 maggio tra Raúl Castro e la gerarchia cattolica nazionale, nelle persone del cardinale e arcivescovo dell’Avana Jaime Ortega e del presidente della Conferenza episcopale Dionisio García. E già un ministro di Zapatero che loda la chiesa è per lo meno singolare. Di tono quasi opposto è invece il commento che su quel dialogo fece un mese fa Osvaldo Payá Sardiñas: leader del Movimento cristiano liberazione, promotore del Progetto Varela per una transizione pacifica e Premio Sakharov del Parlamento europeo.
Un cattolico talmente fervente da essere spesso tacciato di “clericale” dalla propaganda filocastrista: “Non è giusto con il popolo di Cuba, né con la fedele e sofferente chiesa, che alcuni pastori accettino il ruolo di essere interlocutori unici del governo, accettando e praticando così la condizione di esclusione che questo impone”. Le ultime posizioni di Payá sembrano però più accomodante: “Dio voglia che le gestioni della chiesa e del governo spagnolo conseguano la liberazione di tutti i prigionieri politici. Non faremo più commenti fino a che questa situazione non si definisca”. Ma ieri fonti della chiesa cubana hanno annunciato che il regime libererà 52 prigionieri politici, i primi cinque ora e gli altri nei prossimi mesi, quasi a confermare il buon andamento della prudente mediazione della chiesa.
Nel frattempo c’è infatti stata in giugno anche la visita nell’isola di monsignor Dominique Mamberti, segretario per le Relazioni con gli stati, a presiedere la Settimana sociale cattolica nei 75 anni dalle relazioni diplomatiche tra Cuba e Santa Sede. L’appuntamento è stato occasione di un “dialogo tra cubani” con la partecipazione di illustri studiosi cubano-americani come Carmelo Mesa Lago e Jorge Domínguez. Mamberti, però, è stato ricevuto da Raúl Castro, senza incontrarsi con i dissidenti: esattamente come sta facendo il ministro degli Esteri spagnolo Moratinos. E dopo il viaggio l’alto emissario del Vaticano non ha rilasciato interviste né, al di là del generico apprezzamento per l’inizio del dialogo che ha fatto nell’isola.
E’ questo il quadro di un paese che sembra mostrare qualche analogia con la Polonia prima della caduta del comunismo. Senza però essere la Polonia. Soprattutto per non condividere lo stesso tipo di cattolicità militante. Malgrado il regime di Fidel Castro abbia esordito tra il 1959 e il 1961 obbligando alla fuga e all’esilio l’80 per cento dei sacerdoti cattolici e pastori protestanti che operavano a Cuba, malgrado che tra il 1976 e il 1991 la Costituzione abbia proclamato lo stato ufficialmente ateo e l’iscrizione al Partito comunista sia stata formalmente vietata ai credenti, secondo studi delle stesse istituzioni di ricerca ufficiali almeno l’80 per cento della popolazione cubana dichiara di avere credenze religiose. Però la proporzione di cubani battezzati cattolici è scesa dal 90 per cento del 1959, anno del trionfo della Rivoluzione, a non più del 35-40 per cento attuale: anche perché il regime ha avuto cura di favorire tutte le possibili alternative spirituali al cattolicesimo, ai culti afro-cubani alla massoneria (Cuba è l’unico paese comunista a non averla messa la banda) fino ai protestanti.
Malgrado ciò, o forse proprio per questo, fino a quando negli ultimi due o tre anni saltasse fuori il fenomeno dei blog, è stata la chiesa il grande ombrello sotto al quale ha potuto trovare riparo praticamente tutto quel poco di opposizione che all’interno dell’isola si è mossa in un clima di precaria legalità: dal Progetto Varela al Centro cattolico di formazione civica e religiosa alla rivista Vitral. Le stesse Damas de Blanco hanno infine avuto il diritto di manifestare solo quando il cardinale Ortega ha imposto al regime di tollerarle come pre-condizione di dialogo. Così, alla fine, è stato lo stesso regime a decidere di individuare nella chiesa un possibile interlocutore. Dapprima Fidel ha scelto la chiesa mondiale, un approccio culminato con la famosa visita di Giovanni Paolo II all’Avana. Adesso Raúl ha aperto quella interna, rompendo il tabù che precludeva al regime di poter parlare con istituzioni sociali pur riconosciute a livello nazionale su una posizione da pari a pari.
In questo momento, sono addirittura quattro i livelli su cui la cattolicità muove di fronte al regime castrista. C’è infatti il dissenso dei laici cattolici, di cui Payá è il cervello politico e il medico anti-abortista Óscar Elías Biscet, detenuto in carcere, è la figura del martire. C’è la chiesa cubana, che a parte il diritto di manifestare per le Damas de Blanco, ha ottenuto finora la liberazione di detenuti politici o il loro trasferimento vicino alle loro famiglie. C’è la chiesa statunitense, con l’arcivescovo di Chicago e presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Francis George, che il 24 giugno è venuto a celebrare una messa alla Basílica de la Caridad del Cobre di Santiago. E c’è appunto la Santa Sede, che col viaggio di Mamberti ha comunque voluto mandare un importante segnale di interessamento: anche se conseguenze concrete, a parte il gesto annunciato ieri sui detenuti, sono tenute ancora segrete, se pure ci sono. Ma è significativo che la commissione cubana dei Diritti umani e riconciliazione nazionale di Elizardo Sánchez Santa Cruz aveva reso noto che nelle scorse ore una quarantina di detenuti politici erano stati interrogati dalle autorità, con domande del tipo “cosa pensate di fare una volta fuori?”. Per Sánchez, lui stesso ex detenuto, “il tipo di passi che in genere preannunciano una scarcerazione”. Poi la conferma che qualcosa a Cuba si muove.
«Il Foglio» dell'8 luglio 2010

03 luglio 2010

Cuba opprime i dissidenti, l’Onu la premia sui diritti umani

Un fedele castrista al vertice del Consiglio di Ginevra. Non solo Fariñas, all’Avana in tanti rischiano la vita
s. i. a.
E’ in condizione “critiche” il dissidente cubano Guillermo Fariñas, in sciopero della fame da quattro mesi e ricoverato presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale cubano di Santa Clara. Il giornalista e psicologo cubano fa sapere che porterà avanti la sua protesta “fino alle ultime conseguenze”. Fino alla morte per inedia. Non ha più la febbre che lo tormentava nei giorni scorsi, ma Farinas potrebbe collassare fatalmente da un momento all’altro. Il dissidente aveva cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International.
Il dottor Guillermo Fariñas, che è facile ricordarsi per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro con gli occhi fuori dalle orbite, era finito in carcere a Cuba per aver invocato “internet libero”, offesa grave in un regime comunista che svetta fra chi perseguita e massacra di più al mondo la libertà d’informazione. Psicologo in pensione e giornalista molto critico, Farinas è costretto alla sedia a rotelle da una polineurite. L’opposizione al regime castrista, assieme a Farinas, chiede la liberazione di duecento detenuti politici, a cominciare da un gruppo di venti malati, i quali appartengono al gruppo dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta “Primavera nera”. Il governo di Raul Castro ha detto che non accetterà “ne pressioni ne ricatti” nel caso Farinas, il quale ha cominciato la protesta all’indomani della morte dell’oppositore prigioniero Orlando Zapata dopo mesi di sciopero della fame, decesso che ha provocato un’ondata di condanne internazionali.
La ribellione per fame e sete di Farinas è tanto più drammatica e intollerabile per il regime perché viene proprio da un “figlio della Rivoluzione”. Entrambi i genitori di Farinas infatti lottarono contro Batista, suo padre accompagnò il Che in Congo nel 1965. E Guillermo, dopo aver frequentato una scuola militare in Unione sovietica, combatté nella “missione internazionalista” in Angola. Ferito diverse volte in combattimento, nel 1980 era tra i militari di guardia all’ambasciata del Perù, nel tentativo di impedire la fuga di massa dei cosiddetti “marielitos”. Negli stessi giorni in cui a Cuba si muore e si finisce in galera in nome della dissidenza, a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha eletto come vicepresidente del celebre organismo proprio un fedele castrista.
Durante una riunione annuale, i suoi membri hanno scelto per acclamazione l’ambasciatore di Cuba a Ginevra, Rodolfo Reyes Rodriguez, quale miglior candidato per la carica di vicepresidente, anche “in riconoscimento del lavoro svolto da parte di Cuba nel settore dei Diritti Umani”. L’ambasciata cubana a Ginevra si felicita in una sua nota che “la scelta di Cuba per questa posizione è un importante riconoscimento del titolo esecutivo per il lavoro esemplare della Rivoluzione Cubana in favore dei diritti umani del suo popolo e del mondo”.
A gestire i dossier sui diritti umani e le violazioni in giro per il mondo sarà dunque uno dei “worst of the worst”, i peggio del peggio, i paesi più repressivi del mondo nella classifica appena stilata da Freedom House e che vede Cuba in cima alla lista nera. Quattro delle peggiori dittature, ovvero Cina, Cuba, Libia e Arabia Saudita, siedono dunque nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu. L’Avana però è l’unica a detenere anche un posto decisivo nella catena di comando all’Onu sui diritti umani. La nomina della compagine cubana arriva nei giorni del processo a un altro famoso dissidente caraibico, il dottor Darsi Ferrer, che ha passato quasi un anno in detenzione preprocessuale in un carcere di massima sicurezza dopo aver organizzato manifestazioni critiche nei confronti del regime. Darsi Ferrer è stato condannato a un anno di carcere e a tre mesi di “lavoro correttivo”. Altri sei prigionieri politici hanno appena avviato lo sciopero della fame.
Fra di loro spicca Hector Fernando Maceda, il marito di Laura Pollan, leader delle Dame in Bianco, il gruppo di familiari dei dissidenti detenuti nel 2003. Il regime ha dovuto spedire agli arresti domiciliari il dissidente disabile, Ariel Sigler Amaya, divenuto paraplegico dopo il suo arresto anni fa. Tre anni di detenzione gli hanno fatto perdere sessanta chili. Amaya soffre di gravissimi problemi renali, emorragie intestinali, tonsillite cronica, il fratello dice che “ha tutti gli organi compromessi”. Nella stessa condizione di semilibertà si trova anche Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che dopo diciassette anni di carcere per “propaganda nemica orale” vive ancora assediato dalla polizia politica.
Attualmente si parla di “sei-sette mila dissidenti dichiarati” nell’isola di Cuba. Gente come Adolfo Fernandez Sainz, che lavorava per l’agenzia di stampa “Patrìa” prima dell’arresto.
Sainz, che deve scontare quindici anni, soffre di artrite, enfisema polmonare, cisti renale, ernia iatale, prostata ingrossata e pressione alta. Da quando è dietro le sbarre ha perso venti chili e non ha ricevuto cure sufficienti. Sta molto male Jorge Luis Gonzalez Tanquero, la cui famiglia fu accolta dall’ex presidente Bush alla Casa Bianca e che rifiuta le cure perché “inadeguate”. Ricardo Linares García è diventato quasi cieco in carcere. Anche il dottor Oscar Biscet è gravemente malato, la sua cella non ha finestre e si sa per certo che è stato più volte torturato e picchiato. Il dottore iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticava l’infanticidio tramite aborto tardivo. Con la sua condanna a 25 anni di carcere, Biscet è uno dei massimi prigionieri di coscienza al mondo.
«Il Foglio» del 3 luglio 2010

26 giugno 2010

Quando la cultura diventa polvere

di Yoani Sanchez
Per diversi giorni ho ripassato insieme a mio figlio per prepararlo agli esami finali della scuola secondaria. Ho richiamato alla memoria le mie nozioni su radici quadrate, formule per calcolare la superficie di una piramide e scomposizione in fattori. Dopo oltre vent’anni che non mi imbattevo in certe complessità matematiche, ho sintonizzato i neuroni con l’intenzione di aiutarlo a prepararsi evitando di pagare il caro prezzo di un maestro privato. Più di una volta - durante quelle giornate di studio - sono stata sul punto di rinunciare di fronte all’evidenza che i numeri non sono il mio forte. Ma ho resistito. Solo quando Teo è tornato dalla sua prova più difficile dicendo che era andata bene mi sono sentita sollevata, perché molti dei suoi compagni di classe rischiano di ripetere l’anno. La ragione è che in tre anni di scuola media questi studenti hanno visto sfilare tre diversi metodi di valutazione. Hanno dovuto subire anche la mancanza di preparazione dei così detti maestri emergenti e le lunghe ore di lezione impartite da un televisore. Da due anni, il gruppo dove si trova mio figlio non ha professore di inglese né di informatica e la disciplina di educazione fisica consiste in un’ora di corsa - senza supervisione - nel cortile della scuola. La mancanza di pretese e la cattiva qualità educativa hanno portato i genitori a mettere pezze di conoscenza nelle numerose lacune rimaste ai loro figli. Fortunatamente, la scuola di Teo non è tra le peggiori. Anche se l’odore del bagno si attacca alle pareti e ai vestiti, perché nessuno vuol lavorare come addetto alle pulizie visto il mistero stipendio, almeno non ci sono tanti abusi come in altre scuole avanere. Neppure - e questo è un sollievo - si comprano e si vendono voti, pratica sempre più comune nei centri di insegnamento. I maestri che ha avuto mio figlio, nonostante fossero poco preparati, erano persone dal carattere affabile e noi genitori abbiamo cercato di aiutarli.
Se penso ai problemi di una mia amica, che ha una figlia in un liceo tecnologico, possiamo dirci contenti dello stato morale della scuola secondaria del nostro pargolo. Secondo quanto lei mi racconta, le relazioni sessuali tra adolescenti e professori sono diventate un sistema abituale per ottenere una promozione. Ogni esame ha una tariffa (http://espaciodeelaine.wordpress.com/2010/06/24/inmunidad-educacional-tendiendo-a-infinito/ ) e pochi resistono davanti alla tentatrice offerta di un telefono mobile o di un paio di scarpe da tennis Adidas in cambio di un giudizio eccellente. Ho evitato di affrontare lo spinoso argomento del deteriorarsi del sistema educativo per il timore - lo confesso - che mio figlio si vedesse danneggiato dai giudizi di sua madre. Durante i tre anni che lui ha frequentato la scuola secondaria inferiore, mi sono lasciata sfuggire appena un paio di critiche sullo stato delle infrastrutture scolastiche, ma adesso non ce la faccio più. Loro saranno i professionisti di domani, i medici che disporranno dei nostri corpi in una sala operatoria, gli ingegneri che progetteranno le nostre case, gli artisti che tenteranno di nutrire le anime con le loro creazioni e questa pessima base formativa mette tutto in pericolo. Non continuiamo a pensare che mentre si trovano in un banco almeno i ragazzi non vagano per le strade e sono immuni da altri pericoli. Tra le pareti delle aule possono prendere forma vizi molto gravi e deformazioni etiche permanenti, mentre si sta preparando una mediocrità di proporzioni allarmanti. Nessun padre deve restare in silenzio di fronte a questa situazione.
Traduzione di Gordiano Lupi
«La Stampa» del 26 giugno 2010

28 aprile 2010

Il grido soffocato delle Damas de Blanco

Madri e mogli dei dissidenti incarcerati continuano la loro protesta. Ma il regime ha stretto la morsa anche su di loro Il leader della protesta rischia la morte per lo sciopero della fame E nell’isola caraibica le condizioni di vita e la situazione dei diritti umani peggiorano
di Lucia Capuzzi
Traditrici. A testa alta, con gli occhi puntati sul viso degli assalitori, hanno sopportato impassibili, per otto lunghe ore, la sequela di insulti. Alcune decine di donne, vestite di bianco, con un gladiolo in mano, hanno sfidato ancora una volta l’ira del regime castrista. Lo fanno dal marzo 2003 – la primavera negra –, quando l’allora Lider Maximo Fidel Castro, mentre lo sguardo del mondo era fisso sull’Iraq, avviava una 'purga' verso il dissenso. Secondo molti analisti, fu un messaggio indiretto all’amministrazione Bush, per dimostrare che il governo socialista era ancora forte. In 75, tra intellettuali, artisti, giornalisti – dal poeta Raul Rivero all’economista indipendente Oscar Espinoza – furono arrestati e condannati, con processi sommari, a pene durissime, fino a 28 anni di carcere, per spionaggio. Alcuni furono liberati in seguito alle pressioni internazionali. Cinquantatre sono ancora dietro le sbarre. Per loro, si battono le Damas de Blanco. Madri, fidanzate, mogli dei dissidenti incarcerati, ogni domenica, ascoltano la messa insieme nella chiesa di Santa Rita. Poi, marciano per la Quinta Avenida, nel centro dell’Avana, gridando 'Libertad!'.­ Non siamo un movimento politico. Siamo donne disperate. Che lottano per la libertà dei loro uomini. Innocenti imprigionati per il solo fatto di avere idee diverse, spiega ad Avvenire Laura Pollan, fondatrice delle Damas. Suo marito Hector Maseda, giornalista,­ rinchiuso nel carcere di Aguica, a Matanzas, a 150 chilometri dall’Avana e dalla sua famiglia. Qui sconta una pena a vent’anni, come una condanna a morte, ha già sessant’anni, aggiunge Laura.
Finora il regime aveva tollerato le marce delle Damas. Da qualche mese, però, le aggressioni al gruppo si sono moltiplicate. Da tre settimane, le donne non riescono a raggiungere la Quinta Avenida. Agenti in borghese le fermano all’uscita dalla messa e intimano loro di tornare indietro. Dato il secco rifiuto, le donne vengono aggredite da gruppi filocastristi. Che le circondano, le insultano, le spingono, le minacciano. Il copione degli 'atti di ripudio', spontanei in teoria ma in pratica ordinati dal governo, non­cambiato in mezzo secolo di Revolucion. A crescere ­è stata, però, la veemenza delle manifestazioni. Perfino la stampa ufficiale, che mai prima aveva menzionato le Damas, ha cominciato ad attaccarle. Segno che la 'rivoluzione dei gladioli delle signore bianche'­ è diventata un problema.
Per il castrismo­ un momento delicato. Raul, succeduto al fratello malato nel 2006, ha deluso le aspettative di cambiamento. Le poche riforme attuate – diritto dei cubani ad avere un pc, un telefonino, a utilizzare Internet, a entrare negli hotel per stranieri, la concessione di terra incolta ai contadini e la possibilità di barbieri ed estetiste di prendere in affitto il loro locale – hanno un puro carattere 'cosmetico'. Il suo progetto di trasformazione del socialismo tropicale in capitalismo autoritario, sul modello cinese, si è arenato ancor prima di iniziare. Per l’opposizione, dicono fonti vicine al regime, dello stesso Fidel, la cui ombra peserebbe sulle spalle del fratello. Per questo, i blogger più irriverenti hanno definito Raul Castro 'il numero uno e mezzo': un potente ma non troppo per opporsi all’anziano 'comandante'. Una leadership inadeguata ad affrontare la dura recessione economica che flagella il Paese. I negozi sono vuoti, un cittadino su quattro­senza lavoro. Il malcontento popolare­ forte. Per questo, più che per una reale coscienza politica, dato che il regime fa di tutto per impedirne la formazione, in tanti ora si avvicinano ai dissidenti. Lo fanno timidamente, la paura è tanta, spiega Reyna Zapata Tamayo, madre di Orlando, il prigioniero politico che due mesi fa si è lasciato morire di fame per protestare contro le terribili condizioni carcerarie. La donna­ controllata a vista dalle forze di sicurezza­. Mi hanno perfino vietato di rispondere alle domande dei curiosi sull’autobus. Dicono che devo stare muta. Altrimenti mi fanno scendere. Preferisco camminare che tacere, dice Reyna. Isolare i dissidenti per impedire che il virus della ribellione dilaghi­: l'ossessione di Raul. Mentre la repressione cresce, però, la fragile economia cubana si sgretola. Il rischio del tracollo­ concreto. A meno di un cambiamento reale. Lo ha riconosciuto lo stesso presidente. Nel discorso alla Gioventù Comunista ha parlato della necessità di una 'grande trasformazione'. Il divario tra parole e fatti a Cuba non­mai stato tanto profondo.
«Avvenire» del 28 aprile 2010