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14 settembre 2016

La globalizzazione ai tempi del «burqini»

Incontri (e scontri) tra culture
di Luca Ricolfi
La sentenza del Consiglio di Stato francese che, di fatto, autorizza l’uso del burqini sulle spiagge ha presto disinnescato una polemica che stava sconfinando nel ridicolo. E tuttavia, a ben pensarci, questa tempesta estiva in un bicchier d’acqua qualche utilità potrebbe anche averla. Il dibattito-lampo sul burqini, infatti, ha portato allo scoperto una debolezza fondamentale del nostro modo di rapportarci alle altre culture, che pure pretendiamo di rispettare.
Questa debolezza ha due facce, opposte e complementari, come quelle di una moneta. La prima faccia, la faccia relativista, o del rispetto fra culture, dice: non ci sono valori assoluti, nessuna cultura è superiore a un’altra, non possiamo giudicare una cultura con i nostri parametri occidentali, l’incontro con altre culture è arricchimento reciproco, ogni cultura (e ogni religione) merita rispetto, dobbiamo essere aperti verso l’altro e il diverso.
Ma la seconda faccia della moneta, la faccia illuminista, recita: i nostri principi di libertà e tolleranza hanno valore universale; la democrazia è il migliore dei sistemi di governo; libertà religiosa e di espressione non possono subire restrizioni; uomini e donne sono eguali; la sessualità deve essere libera; i diritti dell’uomo sono inviolabili e dobbiamo adoperarci per assicurare il loro rispetto su tutto il pianeta.
Curiosamente, l’incongruenza fra le due facce della moneta non disturba quasi nessuno. Ci piace pensarci così: rispettosi degli altri, ma al tempo stesso consapevoli di essere i migliori.
Per accorgerci che nel nostro modo di vedere le cose qualcosa non funziona abbiamo bisogno di eventi esterni, grandi e piccoli. Forse più piccoli che grandi. Certo le guerre umanitarie, o le democrazie imposte dall’alto, qualche interrogativo lo sollevano. Ma dove casca l’asino è sulle piccole cose, quelle su cui chiunque si sente autorizzato a dire la sua.
Uno dei primi casi, come ricorderanno molti, fu quello dell’infibulazione e più in generale delle mutilazioni del corpo femminile, che suscitò molte controversie in Francia fin dagli anni ’80: la faccia relativista, o del rispetto, imponeva di accettare i costumi delle culture “altre”; la faccia illuminista imponeva di combattere quei medesimi costumi a causa del loro carattere barbaro. Alla fine la vinse la faccia illuminista, e l’infibulazione è rimasta una pratica illecita.
Il dilemma fra le due facce della moneta si è riproposto innumerevoli volte, spesso mettendo in imbarazzo la cultura liberal che da qualche decennio è egemone in Occidente. Specie quando di mezzo vi sono le donne, non necessariamente islamiche, invariabilmente va in scena il medesimo canovaccio, e si ripresenta la medesima contraddizione. Se una donna islamica va in spiaggia in burqini, la faccia del rispetto invoca il sacrosanto diritto di ogni donna di vestirsi secondo i precetti della sua religione, ma la faccia illuminista (e femminista, in questo caso) prontamente obietta che il burqini è imposto da mariti e fratelli, e vietarlo aiuta le donne islamiche a emanciparsi, a liberarsi da ogni tutela. In questo caso a prevalere pare essere la faccia del rispetto, che rinuncia a imporre alle donne islamiche i nostri costumi (da bagno), a costo di consegnarle all’arbitrio dei loro uomini e al cupo oscurantismo del loro mondo.
Ma il dilemma fra il principio del rispetto e la fede assoluta nei valori della civiltà occidentale non si presenta solo quando di mezzo ci sono le donne. Sovente esso fa la sua comparsa anche in altri ambiti, ad esempio, in materia di libertà di espressione, e di satira in particolare.
Quando, il 7 gennaio 2015, un commando terrorista islamico uccide 12 persone in un assalto alla sede di Charlie Hebdo, colpevole di avere pubblicato vignette satiriche derisorie su Maometto, quasi tutti gli intellettuali (e i mass media) illuminati reagiscono difendendo il diritto incondizionato degli autori di satira di prendere in giro chiunque. Ma quando, come in questi giorni, oggetto della satira sono gli italiani vittime del terremoto di Amatrice, rappresentati come maccheroni insanguinati di pomodoro, il credo nel diritto di satira vacilla. Ed ecco che il pendolo, che ai tempi di Charlie Hebdo aveva risolutamente oscillato a favore della libertà di satira, riscopre improvvisamente le ragioni del rispetto: forse la liberà di satira non dovrebbe essere illimitata e incondizionata, come perentoriamente si era affermato ai tempi di Charlie Hebdo.
Ma torniamo al burqini. Chi ha ragione?
Dico subito che il mio istinto è tutto pro-burqini. Fatto salvo il principio che, per elementari ragioni di sicurezza, nessuno deve poter girare in pubblico a volto coperto, e che il principio vale erga omnes, dalla donna in burqa al malvivente con passamontagna che dà l’assalto a una banca, trovo abbastanza irragionevole che noi occidentali assumiamo verso l’Islam (o verso qualsiasi altra cultura diversa dalla nostra) un atteggiamento paternalista in materia di stili di vita. Questo per due distinte ragioni.
La prima, e la meno importante perché alquanto soggettiva, è che provo sempre un certo imbarazzo quando vedo qualcuno che spiega a qualcun altro quali sono i suoi veri interessi, o pretende di conoscerne la volontà autentica. Il fatto che non pochi di noi (islamici e non) agiscano sotto ricatto, pressioni di gruppo, ingerenze familiari – una circostanza che fa purtroppo parte della fisiologia sociale – non autorizza nessun Ente superiore, sia esso lo Stato, la Giustizia o altro, a farsi interprete delle nostre vere preferenze e della nostra vera volontà. Nessuno può obbligarci ad essere liberi contro la nostra volontà dichiarata.
Ma c’è una ragione più importante per cui ritengo che dovremmo andarci piano con i nostri giudizi sulle culture che ci appaiono diverse dalla nostra. Ed è che tali culture spesso non sono affatto diverse, bensì situate in un altro tempo. Per diversi aspetti sono la nostra stessa cultura, com’era 100, 50, o anche solo 30 anni fa. E qui non mi riferisco tanto o solo al modo di vestire, in chiesa come in spiaggia, un punto su cui basterebbero poche foto d’epoca per mostrarci quanto il pudore islamico di oggi somigli a quello occidentale di due generazioni fa. Quello che ho in mente sono i più alti valori di cui la nostra civiltà, specie europea, si fa spesso vanto, ad esempio la democrazia e il ripudio della pena di morte.
Troppo spesso ci dimentichiamo che le conquiste che a molti di noi oggi paiono naturali e irrinunciabili, in quanto condizioni minime di civiltà, sono frutto di un percorso durato secoli e che in molti paesi “civili” si è concluso da poco, o deve tuttora concludersi. Ancora alla fine della seconda guerra mondiale, il suffragio universale non esisteva in Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Giappone. Quanto alla pena di morte, essa resiste tuttora negli Stati Uniti, ed è scomparsa dagli ordinamenti dei principali paesi europei solo in tempi recenti. Nel Regno Unito, in Belgio e in Spagna era ancora in vigore all’inizio degli anni ’90; in Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca alla fine degli anni ’70 o nei primi anni ’80. In Francia l’ultima esecuzione capitale, mediante ghigliottina, avviene nel 1977, quasi dieci anni dopo le due grandi rivoluzioni del costume del sessantotto e del femminismo. Per non parlare del Vaticano, che ora invoca la sospensione di tutte le esecuzioni capitali, ma ha aspettato fino al 2001 (con Wojtyla) per decidersi ad eliminare la pena di morte dalla Legge fondamentale dello Stato Pontificio.
Naturalmente può ben darsi che molte culture non occidentali evolvano, in definitiva, verso costumi diversi dai nostri. E tuttavia non dovremmo trascurare un’altra possibilità, o meglio un'altra ricostruzione di come siano andate le cose nell’era delle frontiere aperte. L’incontro-scontro fra modelli culturali oggi in atto fra l’Occidente consumista ed iper-emancipato e i molti popoli che, con comprensibile sbalordimento, ne osservano costumi e modi di vita, sarebbe potuto essere meno traumatico, e forse anche meno violento, se l’Occidente, e in particolare l’Europa, fossero stati meno immemori del proprio recente passato, e più consapevoli della lentezza con cui evolvono le culture. L’ingenuo (o fin troppo cinico) entusiasmo con cui i paesi leader del mondo hanno aperto le loro economie e le loro frontiere sembra aver fatto perdere di vista una distinzione essenziale: il trasferimento tecnologico, tanto più nell'era di internet, può anche essere molto rapido, ma la comunicazione e l’integrazione reciproca fra culture richiedono molto più tempo. È come se i vantaggi dell’arretratezza economica, magistralmente descritti da Gerschenkron negli anni ’60 del secolo scorso, ovvero l'idea che un paese arretrato possa bruciare le tappe della modernizzazione facendo tesoro delle conquiste economiche e tecnologiche dei paesi avanzati, fossero stati attribuiti anche all'evoluzione delle culture. Pensare che miliardi di uomini, nel giro di pochissimi decenni, potessero superare differenze e barriere formatesi nei secoli o nei millenni, è stato probabilmente il più grave errore di valutazione che le élites economiche e culturali del mondo avanzato abbiano commesso dopo la seconda guerra mondiale. Globalizzazione degli scambi, allargamento a Est, apertura ai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, non erano di per sé scelte sbagliate, ma assai imprudente è stato non considerare il fattore tempo: tre decenni sono più che sufficienti per modernizzare un’economia, ma possono essere davvero pochi per mettere in comunicazione due culture.
Guardando al futuro, se davvero vogliamo attenerci al rispetto delle altre culture e delle altre civiltà, dovremmo essere preparati ad accogliere tutte le eventualità. Può darsi che i modelli occidentali, con le loro promesse di benessere e di libertà, finiscano per imporsi nella maggior parte dei Paesi del mondo, e che sia solo questione di tempo: prima o poi vedremo le donne islamiche in bikini. Ma può anche darsi che, specie in campo etico e nel costume, la civiltà libertaria e un po’ esibizionista dell’Occidente non attecchisca ovunque: in quel caso vedremo diversi burqini anche quando padri-padroni e mariti-signori saranno stati costretti a fare un passo indietro.
E poi c’è una terza possibilità, ignorata dalla sociologia ma non dalla letteratura. Può anche darsi che, a fare un piccolo passo verso il passato, siano i costumi dell'Occidente, una possibilità chiaramente adombrata nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (Sottomissione, Bompiani 2015): in quel caso vedremo le donne occidentali gareggiare a chi sfoggia il burqini più bello.
«Il Sole 24 ore» del 4 settembre 2016

09 settembre 2016

Contro i deboli?

Senza responsabilità non c’è satira
di Carlo Cardia
Forse è necessario riflettere ancora sulle vignette che il giornale satirico francese “Charlie Hebdo” ha pubblicato con riferimento al terremoto in Italia, e ai lutti che ne sono seguiti. Vignette che evocano inevitabilmente le caricature del passato contro la religione, la Chiesa e tanti altri soggetti. In molti casi, l’oggetto del dileggio e della satira sono stati i sentimenti delle persone, quelli più intimi religiosi, e quel grumo di sofferenza, personale e collettiva, che scaturisce dalla morte dei propri familiari, amici, connazionali. Quindi, possiamo osservare subito, non una satira contro i potenti, ma contro i deboli, contro chi non può difendersi, perché inerme.
Penso si possa muovere dalla ragione ultima, dal focus di legittimità, con cui alcuni difendono il diritto di satira sempre e comunque: il ritenere che la libertà d’espressione non abbia confini, sia onnipotente. In effetti, offendere, umiliare, quel sentimento di pietà che proviamo di fronte alle vittime di tsunami, alluvioni, terremoti, calamità che colpiscono questo pianeta e noi che lo abitiamo, vuol dire cedere a quella cultura dell’effimero che sta insinuando nella nostra mente un veleno distruttivo, appunto il veleno dell’onnipotenza.
È arduo graduare i valori colpiti da questo veleno, li indico senza gerarchia. È colpito il cuore della società liberale che nasce per far lievitare il rispetto della dignità umana delle persone, consentire l’espressione di tutte le idee, mentre l’offesa e il disprezzo declassano l’identità di una persona, cancellano il rispetto per le sue idee, la sua interiorità, feriscono l’eguale libertà che il liberalismo ha introdotto nella modernità. Non c’è eguale libertà se possiamo offendere gli altri e gli altri non possono offendere noi, per il semplice motivo che il mezzo (mediatico) dell’oltraggio ha oggi un valore planetario, schiaccia chiunque. E poi, se pur fosse possibile rispondere con l’offesa all’offesa, e tutti si diffamassero e calunniassero reciprocamente, non saremmo in una società libera, bensì nell’anticamera di una guerra che può far scoppiare l’umanità.
Colpito al cuore dalla libertà d’offesa è anche quel decalogo dei diritti umani del Novecento su cui si fonda la società contemporanea, perché esso tutela, nello spirito e nella lettera, il rispetto della dignità della persona, chiede a tutti di vivere almeno in spirito di pacificazione. Ma quale dignità può avere una persona se è perfino teorizzato il diritto opposto di irridere, vilipendere, nel peggiore dei modi, i suoi sentimenti di pietà di fronte alla morte, o quel sentire religioso che è parte integrante della sua personalità? Veniamo così al punto cruciale. In alcuni ordinamenti occidentali è considerato normale che le offese contro le religioni, le convinzioni, i sentimenti della persona, non trovino limite, anche se raggiungono i vertici del dileggio più assurdo, e spesso (come nel caso odierno) della stupidità più grande. Chiediamoci se una cosa del genere non sia il frutto di una disumanizzazione delle nostre relazioni di convivenza. Ciò che è accaduto è possibile solo se partiamo da un principio che sta assumendo ormai il carattere di un tabù, per il quale “bisogna attribuire all’umorista la dimensione dell’irresponsabilità totale”. Non è solo un’opinione, oggi la satira è totalmente irresponsabile.
Riflettiamo allora su questa assurdità che supera ogni altra, perché non c’è campo dell’agire umano che possa ritenersi libero da responsabilità. L’«irresponsabilità totale» è l’attributo più odioso e odiato del potere assoluto, anzi è sinonimo di «potere totalitario», di un potere che fa degli altri ciò che vuole, senza vincolo di legge o morale, li emargina, li declassa, spesso li distrugge. Riccardo De Benedetti ha osservato che la satira riesce con la sua irresponsabilità totale a superare il valore della parola: l’immagine ottiene, in epoca mediatica, il più grande effetto blasfemo senza dire una sola parola.
Ma una vignetta formula spesso più che una parola, riassume a volte un discorso intero, e una narrazione irresponsabile è qualcosa che, dal profondo della coscienza, sappiamo di non poter accettare. In un recentissimo testo dal titolo “Quando la parola ferisce”, Cristiana Cianitto, mette a nudo la schizofrenia di una modernità globalizzata che da un lato utilizza la blasfemia per colpire la diversità religiosa, e dall’altro recepisce la libertà di espressione come libertà di offendere chiunque, senza distinzione. E infatti l’irresponsabilità totale fa degenerare ogni cosa, perfino la satira: perché una satira disumana non è più arguta, ariosa, graffiante, diventa cattiva, triste, orribile, infrange anche la pietà che nessuno nega mai alle vittime delle tragedie, naturali o no. Per dir meglio: la satira che dovrebbe graffiare i potenti, si fa onnipotente essa stessa e offende i più deboli, persino i defunti, rovescia la propria funzione e il proprio ruolo.
Però, una satira che non colpisce i potenti, ma i deboli, conduce a qualcosa che è l’antitesi dei diritti umani, la libertà di parola spinta all’assoluto provoca una formidabile regressione della libertà. Lancia un messaggio deprimente agli altri, a cominciare dai giovani: pensiamo ai giovani di tutte le razze, tradizioni e religioni, che ormai vivono in Italia e in Europa, e che sono i primi a gioire del sorriso, e dell’irrisione. Ma attenzione, sono anche i primi a dolersi della bruttezza e dell’oscenità che sporcano tutto, a rifiutarle come fonti di disgusto. Ricordo un pensiero espresso tempo addietro sul “Corriere della Sera” da Julián Carrón, per il quale l’Europa «è uno spazio di libertà», che «non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita, perché di nulla non si vive». E il problema dell’Europa è se «essa saprà diventare finalmente il luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici». E possiamo aggiungere, per quanti credono di poter difendere la satira in nome del liberalismo, l’indicazione di Immanuel Kant per il quale l’uomo deve agire nel rispetto degli altri, perché «la dignità che egli possiede è ciò che rende eguali tutte le persone», è «un valore interiore assoluto».
«Avvenire» del 9 settembre 2016

06 settembre 2016

#JeSuis Charlie sempre. Anche se non ci piace

La polemica dopo le vignette sul terremoto
di Pierluigi Battista
Chi stabilisce i confini della decenza quando si parla di satira? Perché non possiamo gridare alla censura nonostante i contenuti oltraggiosi o che ci paiono una porcheria
#JeSuisCharlie anche se «Charlie Hebdo» pubblica vignette volgari e oltraggiose. Perché la libertà d’espressione è anche diritto alla volgarità. Naturalmente deve esistere una reciprocità di diritti: se la satira vuole vedere riconosciuto quello dell’irriverenza assoluta e offensiva, deve anche riconoscere il diritto altrui a criticare le schifezze che si pubblicano in nome della satira. Se noi volessimo rispettare solo la libertà di ciò che ci aggrada, non ci vorrebbe un grande sforzo. Lo sforzo è riconoscere la libertà di dire e disegnare e rappresentare cose opposte a quelle che pensiamo e che consideriamo giuste, buone, persino sacre. Dicono: ma non si oltrepassino i confini della decenza. Ma chi stabilisce questi confini? La censura è per definizione il campo dell’arbitrio, della discrezionalità, della prepotenza di chi pretende di incarnare il Giusto e il Buono. E allora, dobbiamo accettare passivamente le volgarità sui nostri morti sepolti dal terremoto? Certo che no, nessuna passività. Possiamo dire attivamente che si tratta di una porcheria. Oppure possiamo avvalerci di quell’altra fondamentale libertà che sarebbe da stolti dimenticare, e cioè la libertà di non comprare un vignettificio che non ci piace. Non vuoi «Charlie Hebdo»? Non andare in edicola a comprarlo. Questa è la libertà, a meno che uno non sia costretto a pagare cose che non vuole vedere, come avviene con il canone Rai. Quando c’è la sfida dei fanatici jihadisti che vogliono toglierci ogni libertà, bisogna essere rigorosi nel difendere ogni libertà. Compresa quella che non ci piace. Perciò #JesuisCharlie, anche se stavolta sono stati dei veri farabutti.
«Corriere della Sera» del 2 settembre 2016

No, la satira non può tutto

La vignetta di «Charlie Hebdo» sul sisma italiano
di Giorgio Ferrari
Triste è quel Paese dove ridere è vietato, anzi, pericoloso. Tristissimo quello dove raccontare una barzelletta o peggio fare della satira può costare perfino la vita. Ne sanno qualcosa i cittadini e, soprattutto, gli intellettuali delle innumerevoli satrapie mediorientali, dove il motto di spirito diventa facilmente un’offesa alla dignità nazionale e dove anche la più sperimentata tolleranza occidentale appare spesso come una studiata provocazione.
Qualche giorno fa i disegnatori di Charlie Hebdo – sì, la rivista satirica francese epicentro di una strage a opera di fondamentalisti islamici che seminò orrore e morte a Parigi – hanno pubblicato una vignetta dal titolo «Séisme à l’italienne» (Sisma all’italiana), nella quale compare una coppia di terremotati pesti e sanguinanti accanto a una catasta di morti sepolti da strati di pasta con la dicitura 'Penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne'. Dovrebbe far ridere, a quanto si deduce. A patto che i lettori di Charlie Hebdo e la gran massa dei francesi – cosa di cui dubitiamo – siano a conoscenza del fatto che il paese di Amatrice (che tradotto nella loro lingua corrisponde a ' femme amateur', nel senso di 'donna dilettante', ovvero 'Personne qui a une attirance particulière pour quelque chose', o anche di 'amante' e perfino di ' maîtresse') è la patria della pasta all’amatriciana.
Ma anche se per caso lo sapessero, il quesito rimane? Fa ridere? Prende in giro qualcosa o qualcuno? Vuole accusare il pressapochismo italiano (che in questo caso peraltro non c’è stato, e i soccorsi sono stati tempestivi ed esemplari) resuscitando triti stereotipi ('macaronì' era il termine con cui venivano chiamati i nostri connazionali che emigravano in Francia)? Satira significa dunque raffigurare una catasta di terremotati seppelliti sotto macerie rappresentate come strati di lasagne? Morti veri, quelli di Amatrice, di Accumoli, di Arquata del Tronto, non disegni. Umorismo macabro, si dirà, black humour, bisogna saperlo capire e sopportare (inevitabile, immaginiamo, il rimando che prima o poi qualcuno farà al corrosivo e inimitabile stile di Karl Kraus, implacabile fustigatore di costumi nella Vienna a cavallo dei due secoli con la sua rivista Die Fackel).
Ma continuiamo a non esser convinti. Certo, siamo lontani dalla Satura lanx, il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi sul cui spirito (quello dell’abbondanza, del miscuglio di generi, della contaminazione) sorse la satira latina e sulla quale è superfluo soffermarsi ora: Menippo, Varrone, Persio, Giovenale, Lucilio, Orazio ci precedono e illuminano da un’infinità di secoli. Peraltro la smemoratezza che dilaga nel passaggio fra una generazione e l’altra ci fa dimenticare l’irruenza polemica con cui pubblicazioni come L’Asino (foglio d’intonazione socialista e anticlericale nell’Italia giolittiana) o Il Lampione (edito da Carlo Collodi a metà dell’Ottocento), divertivano i lettori bacchettando usi e costumi della nostra nazione appena nata e già così ricca anche di vizi e di ombre.
Un ingrediente tuttavia era molto raro presso poeti, scrittori e disegnatori satirici dei tempi andati: la volgarità. Di cui abbonda viceversa (e non da oggi) Charlie Hebdo. E già questo basterebbe a revocargli quell’aureola di santità civile che si è tragicamente guadagnata il 7 gennaio 2015. Non si chiede tanto. Ma il diritto di dire che quella vignetta sul terremoto è ignobile, un insulso e stupido infierire su chi è ferito, ce lo prendiamo tutto anche stavolta. Con buona pace di 'quelli che': la satira può tutto...
«Avvenire» del 3 settembre 2016

18 maggio 2010

Se manca il coraggio in difesa della satira

Non ci faremo imbavagliare: nessun silenzio sulle vignette danesi su M...
di Pierluigi Battista
E' ora di sgombrare il campo da un oltraggioso equivoco: non è possibile scambiare per paura, terrore, vigliaccheria il silenzio di noi giornalisti molto coraggiosi sul disegnatore svedese Lars Vilks, la cui casa è stata attaccata con bottiglie incendiarie come rappresaglia per una vignetta blasfema su M....... O definire spavento l' indifferenza della nostra temeraria satira per le sorti di Kurt Westergaard, il vignettista danese, noto per i suoi disegni che hanno fatto infuriare le piazze i........, aggredito in casa a colpi d' ascia da un militante m....... infiammato dalla f..... emessa dai religiosi i.... per annientare lo sfrontato infedele. È ora di dirlo: non abbiamo paura. Non ci attanaglia alcun timore se il satiro Vilks, prima di vedersi la casa bruciata, è stato malmenato durante una conferenza all' università di Uppsala. I satiri si voltano dall' altra parte e non sono solidali con i vignettisti? Non è certo perché manchi loro l' ardire. Loro, che non perdono occasione per mettere alla berlina la Chiesa Apostolica Romana e il Papa Joseph Ratzinger Benedetto XVI dovrebbero arretrare timorosi di fronte alla religione di A....? Hanno forse qualche esitazione quando devono ritrarre con la loro penna corrosiva chiese, sinagoghe e m....? E perché poi, forse per un miserabile sentimento di autotutela, anche fisica? Sono abituati a sfidare le tonache dell' integralismo cattolico e dovrebbero arretrare di fronte ai paladini del fondamentalismo i......? E davvero le trasmissioni più combattive tacciono per le eventuali conseguenze, colpi d' ascia e case bruciate, subite da chi ha tracciato vignette irriguardose su M....? E davvero il cabaret degli editorialisti più intrepidi, così satiricamente coraggiosi, per dire, da ribattezzare il ministro Angelo Alfano «Angelino Jolie» può autocensurarsi e non esprimere solidarietà da chi è stato condannato a morte dai m... solo per una vignetta? Forse non sanno di che pasta siamo fatti, noi giornalisti, satiri, attori, attrici, combattenti indomiti capaci di denunciare ogni sopruso, ogni intimidazione, ogni attacco alla libertà d' espressione. Non ci faremo certo fermare da un paio di colpi d' ascia. Non ci faremo imbavagliare, diremo le cose come stanno: e cioè che non sta bene che alcuni militanti i......, in sintonia con le folle m....., eseguano una f..... contro un satiro che ha osato disegnare una vignetta contro M....., il P...... di A... Per cui niente comunicati delle federazioni della stampa, niente puntate speciali nella tv di denuncia, niente editoriali con i nomi storpiati, finora appannaggio esclusivo di Emilio Fede e ora trasmigrato con successo anche in campi politici a Fede opposti. Ma con coraggio e determinazione si continuerà a denunciare ogni censura. Purché al riparo, beninteso, anche perché quei vignettisti svedesi e danesi hanno un po' esagerato, a dire la verità, a offendere l' I..... Non cadremo nelle provocazioni.
«Corriere della Sera» del 17 maggio 2010

15 maggio 2010

Quando la satira faceva ridere davvero

Quanta nostalgia per le vignette pungenti, ironiche e soprattutto gioiose che hanno sbertucciato il potere dai tempi di Cavour a quelli di Andreotti. Oggi invece si preferisce l'arma della volgarità. E della tristezza
di Luigi Mascheroni
Per uno di quei paradossi che appartengono di diritto alla sfera della comicità, il successo di un uomo politico, come è noto, è direttamente proporzionale alla quantità di vignette che gli riserva la satira, anche la peggiore: più caricature ci si guadagna, maggiore è la popolarità presso i lettori, che non a caso coincidono con gli elettori. Ma tutto sommato vale anche il contrario: maggiori sono gli strali che il politico lancia sdegnato al vignettista, più alta si eleva la gloria - e la visibilità, e i compensi - dell’irriverente disegnatore. Un regola che vale per la carta stampata come per il cinema: se nessuno si lamentasse del nuovo film di Sabina Guzzanti, a vedere Draquila andrebbero in quattro. Anche se sembra strano, il mercato delle idee segue le medesime leggi di quello delle merci. In entrambi i casi la pubblicità è l’anima del commercio.
E che le «bombe di carta», i disegni e le vignette irriverenti, abbiano sempre fatto un’enorme pubblicità a politici di prima e di seconda fila, rendendoli figure popolari, lo dimostra la grande mostra «Dalla storia alla satira. Cronache ed eventi in caricatura da Cavour ad Andreotti» che aprirà dopo l’estate all’Archivio di Stato di Torino (dal 7 ottobre al 15 dicembre) e che viene presentata oggi al Salone del libro dal curatore Dino Aloi, dal disegnatore Gianni Chiostri e dallo storico Aldo Alessandro Mola.
Cavour e Andreotti: due poli cronologicamente opposti ma accomunati dallo stesso destino, non si sa quanto fortunato: sono in assoluto - dal Risorgimento alla seconda Repubblica, cioè dalle prime incisioni satiriche sui fogli giornalistici durante i moti del 1848 alle vignette di Benny, Krancic o Giannelli - gli uomini politici più ritratti e presi di mira. Ma non certo gli unici. Gli artefici (e gli oppositori) dell’unità d’Italia furono gratificati delle ironie e degli sberleffi delle penne più irriverenti dell’epoca: Cavour appunto, e poi Radetzky, Napoleone III, Garibaldi (uno dei soggetti preferiti), Vittorio Emanuele II... Sempre e comunque, da parte degli autori, con un’arguzia perfida ma sottile oggi forse scomparsa, ma anche con una libertà di linguaggio assoluta: basti sfogliare le vecchie raccolte del Fischietto o del Don Pirlone - fogli sui quali rarissimamente interveniva la censura, sia politica sia ecclesiastica - per rendersene conto: per simboleggiare il rovinoso crollo dei sogni neoguelfi di Vincenzo Gioberti, un celebre vignettista fece ruzzolare a terra la testa di Pio IX. Non sappiano, oggi, quanti oserebbero altrettanto, senza il timore di essere travolti da ondate di proteste e indignazioni.
Forse all’epoca gli uomini di potere quando venivano infilzati ci pensavano due volte prima di intervenire, ed erano capaci di ridere, anche se amaro. O perlomeno di sorridere. «Il guaio - è l’idea che si è fatto lo storico Aldo Alessandro Mola - è che l’Italia sorride sempre meno rispetto al passato. Il motivo? Perché la distanza tra la realtà e la sua trasfigurazione satirica si è drasticamente accorciata. Le cronache odierne fanno sogghignare, provocano riso smargiasso o convulso. E quindi rattristano. Sconfortano. Perciò sono davvero titanici gli artisti che ancora riescono a estrapolarne un tratto, un motto sapienzale, un guizzo di spirito».
Ma se abbiamo perso il senso dell’ironia, è soprattutto perché qualcuno ha perso quello dell’autoironia. «Da noi - dice Mola - dopo il celebre attacco di Massimo D’Alema, nel 1999, contro Giorgio Forattini che lo raffigurò mentre sbianchetta la lista Mitrokhin, tutti coloro che erano abituati a parlare, o anche a straparlare, attraverso la satira, hanno paura di essere perseguitati economicamente, scoprendosi vulnerabili. Da quel momento il clima cambiò. E tutto ciò soltanto per aver offerto al lettore una riflessione. Perché è questo ciò che deve fare la buona satira: essere una chiave di lettura, ovviamente “caricata” e magari “grottesca” della realtà».
E la mostra di Torino con i suoi oltre 400 disegni e vignette, dalle sagome dei Padri della Patria realizzati in cartapesta nel secondo Ottocento alle caricature dei migliori professionisti che oggi lavorano per i quotidiani o le (poche) riviste di satira, racconta proprio questo: ossia come i più bravi caricaturisti, i più intelligenti oltre che i più dotati nel disegno, siano proprio coloro che sanno interpretare la realtà, ossia la Storia e le storie, che vedevano e vivevano. Perché l’arguzia, e anche la leggerezza, non coglie solo l’aspetto del potere rappresentato, ma è capace anche di «tagliare» un’opinione politica, inevitabilmente di parte: da Giovanni Giolitti, passato (ingiustamente) alla storia come il «ministro della malavita», aspramente criticato sia dai socialisti sulla rivista L’Asino con Galantara sia da Il Mulo di ispirazione cattolica che affidava i suoi malumori alla brillante matita di Moroni Celsi, fino a Craxi in stivaloni duceschi sulla Repubblica di Forattini o al nostro beneamato e benodiato Cavaliere strapazzato da Vauro a ogni puntata di Annozero...
«Oggi però - conclude amareggiato Mola - la satira continua sì a colpire, come è il suo compito, ma troppo spesso sotto la cintura. È più volgare, è spaventata - pensiamo ai vignettisti minacciati di morte dai fondamentalisti islamici per aver toccato Maometto - e quindi, come un cane bastonato, più cattiva». La satira è morta? Peggio. Si è intristita.
La mostra «Dalla storia alla satira. Cronache ed eventi in caricatura da Cavour ad Andreotti» (che aprirà in ottobre all’Archivio di Stato di Torino) viene presentata oggi alle ore 11.30 in piazzetta Parole di Piemonte.
«Il Giornale» del 15 maggio 2010

13 aprile 2010

L’Unità non si pente affatto: sogna ancora morte del premier

Il direttore Concita De Gregorio difende la vignetta di Staino, che invoca il bis in Italia della sciagura polacca
di Francesco Cramer
Fedeli al motto che errare è umano, perseverare è diabolico, l’Unità e il vignettista Staino s’incaponiscono nella truce ilarità in nome della satira. Non è bastata una giornata intera di rovente polemica per quella ruvida vignetta in cui ci si augurava la morte di Berlusconi e il suo governo tramite tragedia aerea (ndb: la vignetta e un altro articolo contro la squallida posizione de l'Unità, puoi trovarla all'indirizzo http://terzotriennio.blogspot.com/2010/04/la-grandezza-polacca-e-le-bassezze-di.html)
Mea culpa? Macché. Rettifica per aver sorpassato il limite del buon gusto? Neanche per idea. Così, giù un’altra bella sganasciata all’idea che al posto dei vertici della Polonia sull’aereo precipitato a Smolensk ci fossero i ministri italiani, soprattutto il primo. Non solo: ieri è arrivata la rivendicazione ufficiale che desiderare una sciagura aerea, se a bordo c’è il Cavaliere, è ragionevole, giustificato, perfino doveroso. Nessun pessimo gusto, anzi: fa ridere. Ci si sbellichi a pensare a un velivolo che si schianti al suolo se per aria c’è Silvio. Ci si scompisci a immaginare i membri del nostro esecutivo spariti in un sol colpo dopo una disgrazia in alta quota.
Ieri la direttora dell’Unità Concita De Gregorio è tornata sull’imbarazzante argomento con un pirotecnico mix di candore e aggressività, attaccando chi ha osato irritarsi per quella sconcertante sghignazzata. «Gasparri e altri dipendenti di Berlusconi tra cui l’ex piduista Cicchitto - sputa veleno la De Gregorio - si sono indignati per la vignetta di Staino sulla tragedia polacca. La satira ha licenza di linguaggio, persino la Cassazione lo dice». Immancabile la frecciata al curaro anche al direttore del Tg1 Augusto Minzolini, reo di aver dedicato alla faccenda, come per altro hanno fatto tutti i quotidiani ieri in edicola, «un ampio servizio: non altrettanto ha fatto quando abbiamo scritto di come abbia ricevuto in dono i nastri di intercettazioni a lui gradite e due giorni dopo pubblicate sul Giornale, o dei picchetti alla Omsa, o dei prelati vaticani in rapporti con associazioni sotto inchiesta per violenze».
Ridacchiare sui morti si può se serve a dire che Berlusconi sotto terra è un auspicio, un desiderio, un piacevole sogno. Ecco la motivazione: «Abbiamo sopportato per anni le barzellette del premier sugli ebrei, sui comunisti, sui negri e sugli omosessuali. Nessun servizio al Tg1, in quel caso: nemmeno quando ha detto che avrebbe sconfitto il cancro, e non era una battuta». Per la De Gregorio è ipocrita turbarsi se la satira diventa lo strumento per ardere dal desiderio di vedere morto ammazzato l’avversario politico.
Ma non è solo la direttora a prendere le difese del vignettista giacché lo stesso Staino rivendica l’opportunità di quel disegno. Altro disegno a pagina tre, altro scambio di battute tra Bobo e la figlia: «Piccola, qualcuno dice che quella tua battuta offende ed è troppo cinica». Risposta: «E perché? Mica ho detto che, senza soldi alla ricerca, fra tre anni sarà sconfitto il cancro...». Insomma, il vero cinico, ignobile, indecente, immorale e turpe è sempre il solito Berlusconi. E via a smascellarsi dalle risate, si tirino in ballo i morti oppure no.
Comunque è meglio se c’è un riferimento a qualche decesso: che la sinistra abbia una sorta di predilezione per il sense of humor macabro lo dimostra la cronaca recente. Alfonso Pecoraro Scanio, infatti, nel 2006 si fece una crassa risata assieme a Vasco Errani durante i funerali solenni dei caduti di Nassirya. Il tutto immortalato da un implacabile fotoreporter. Il collega di Staino, Vauro Senesi, invece arrivò a ghignare sui morti dell’Aquila a tre giorni dal terremoto, pur di sbeffeggiare il piano casa del governo in carica.
Per quella vignetta intitolata «Aumento delle cubature... Dei cimiteri», con tanto di bare abruzzesi ben allineate, il satiro di Santoro fu sospeso per una puntata di Annozero, con le immancabili vibranti proteste della sinistra che gridò alla censura. Insomma, per gli antiberlusconidi la satira, ma soltanto la loro, ha licenza di uccidere.
«Il Giornale» del 13 aprile 2010

La grandezza polacca e le bassezze di casa nostra

In Italia c'è chi tenta l'uso politico della tragedia
di Luigi Geninazzi
Perfino davanti alla tragedia polacca c’è chi, qui da noi, è riuscito a buttarla in politica, quella più bassa e indecente. Un giornale d’opposizione pubblica una vignetta di pessimo gusto sulle 96 vittime del disastro aereo che ha decapitato i vertici istituzionali della Polonia («a chi troppo e a chi niente»; S. Staino su «L'Unità» di domenica 11 aprile 2010). Ecco, «vogliono Berlusconi morto», titola a nove colonne in prima pagina un giornale, anzi no, Il Giornale di governo, che nel suo furore casalingo non trova neppure lo spazio per un piccolo richiamo al dramma che sta vivendo una grande nazione europea come la Polonia. Neppure in casi come questi sembra che il nostro Paese riesca ad alzare lo sguardo, fisso sul proprio ombelico, aprendo gli occhi e lasciandosi toccare il cuore da quanto sta avvenendo in queste ore a Varsavia e dintorni.
È un immenso cordoglio di popolo che si trova unito attorno alla bara del presidente della Repubblica deceduto nella sciagura aerea di Smolensk. Lech Kaczynski è stato un personaggio controverso su cui la società polacca si è spesso divisa, anche in modo molto aspro. Ma i polacchi, tutti i polacchi e non solo quelli della sua parte politica, l’hanno accolto come un eroe e lo piangono con lacrime sincere perché vedono in lui il simbolo più alto della nazione. Una folla impressionante di oltre centomila persone ha fatto ala al corteo funebre riempiendo il centro della capitale, quasi un anticipo delle solenni esequie di Stato che si terranno sabato prossimo. Gente di ogni ceto sociale e di tutte le generazioni che non solo avvertono il bisogno di stare insieme, ma intendono mostrarlo al mondo intero, con una fierezza e una dignità che s’accompagnano a un dolore intenso e sommesso. Con il capo dello Stato hanno trovato la morte ministri, politici, generali delle forze armate e familiari delle vittime di Katyn. La Polonia, come già ai tempi di Adam Mickiewicz, torna ad essere «il Cristo crocifisso delle nazioni», prega e singhiozza nelle chiese. In quale altro Paese europeo gli uomini di governo e le autorità politiche s’inginocchiano davanti alla bara del leader scomparso? In tv i commentatori non esitano a paragonare il lutto corale di questi giorni a quello che unì la Polonia cinque anni fa dopo la morte di Giovanni Paolo II.
«Dobbiamo avere più amore gli uni verso gli altri», dice Walesa che negli ultimi tempi aveva polemizzato duramente con il presidente Kaczynski. I giornali parlano di una tragica fatalità. «Ma io rifiuto questa terminologia – si ribella l’anziano Tadeusz Mazowiecki –. Anche nella più grande catastrofe c’è un disegno provvidenziale, c’è un monito per tutti noi: basta con le miserie e le piccolezze, ci sentiamo una nullità di fronte a questa terribile tragedia».
Colpisce la distanza fra queste parole e i commenti di casa nostra dove, con macabra e insistente voluttà, si scava nelle ferite della storia polacca fino ad evocare assurdi parallelismi con l’incidente nei cieli dove nel 1943 trovò la morte il generale Sikorski, capo del governo polacco in esilio.
Ma nessuno in Polonia ha finora avanzato tesi complottiste. E l’inquietante coincidenza di Katyn, il luogo dove si stava dirigendo la delegazione capeggiata da Kaczynski per commemorare l’eccidio staliniano di settant’anni fa, può paradossalmente favorire il processo di riconciliazione con la Russia. Anche a Mosca si piangono i caduti polacchi. Quelli di oggi nella sciagura aerea, ma anche quelli di ieri: la tv russa di Stato ha trasmesso in prima serata il film di Wajda, un omaggio alla verità storica. In Polonia e in Russia avvengono cose grandi, nel segno di un dolore fecondo. Ma qui in Italia c’è qualcuno che se n’è accorto?
«Avvenire» del 13 aprile 2010

15 febbraio 2010

Così i blogger del Settecento calunniavano in libertà la Francia e il suo re

La sottile analogia dello storico Darnton
di Marina Valensise
Pensavamo che la calunnia, quell’arte sottile della diffamazione che tanto più colpisce i personaggi pubblici quanto più li espone nei loro vizi privati, intimi e reconditi, fosse il portato postmoderno del marketing o della trasparenza democratica. Pensavamo fosse l’effetto incontenibile dell’era digitale, da quando Internet ha travolto ogni barriera, condannando il riserbo, il segreto, la discrezione. Errore, la calunnia è un’arte antica e i suoi maniaci che oggi sono diventati i blogger e smanettano giorno e notte sul computer infestando la rete di pettegolezzi, sentito dire e illazioni, vantano un glorioso pedigree. Lo dimostra l’americano Robert Darnton, che da decenni insegna alla Harvard University ed è il massimo conoscitore di anfratti e bassi fondi della comunicazione dell’Ancien Régime. E che da tempo lavora su un nuovo ceppo nella genealogia dei calunniatori.
Nel suo ultimo libro (“The Devil in the Holy Water, or the Art of Slander from Louis XIV to Napoleon”, University of Pennsylvania Press, tradotto ora in francese da Gallimard), lo storico ricostruisce nientemeno che la storia di una colonia di francesi espatriati a Londra alla vigilia della rivoluzione che, grazie ai rapporti di informatori segreti di stanza a Parigi o alla corte di Versailles, passavano il tempo a produrre libelli per ricattare ministri, alti funzionari e cortigiani dopo averne spiattellato gusti e perversioni, debolezze di carattere e segreti indicibili.
I loro libelli, stampati in tipografie clandestine, andavano a ruba. Erano pura pornografia, ma circolavano di mano in mano, entrando di contrabbando nel regno di Francia, come gli “Anedoctes sur Mme la comtesse du Barry”, o l’“Histoire des amours de Louis XV”. Il genio del male era un tal Charles Théveneau de Morande, libellista per antonomasia, scribacchino per fame. Ma c’era anche un marchese di Pelleport, autore di apprezzatissimi scrittori trash come “Le Diable dans le bénitier” che dà il titolo al libro di Darnton e nel quale denunciava lo stato poliziesco dei re Borbone elogiando, in compenso, la libertà inglese. A Parigi, nel 1783, il ministro degli Esteri Vergennes, racconta Darnton che ha compulsato tutti gli archivi segreti, passava più tempo a occuparsi di libelli e libellisti che a trattare la pace con gli inglesi dopo l’indipendenza americana. E alcuni ministri calunniavano in proprio pur di fare fuori i loro nemici.
La calunnia infatti era un’arte in sé. Non bastava il talento di una penna acuminata. Ci voleva anche una rete di informatori attendibili per trasformare una soffiata in un aneddoto. Il modello, in questo senso, era stato fornito dal gran pettegolo di Bisanzio, Procopio di Cesarea. Ma in quella cloaca massima che era la Parigi del XVIII secolo, corte, philsophe, appaltatori, pennivendoli pronti a tutto pur di sfamarsi, aveva dato vita a un genere semiludico e dalle infinite potenzialità, per chi sfrondando tra vero e verosimile riusciva a decifrare il puzzle, trasformando il libello in strumento politico. Una pratica della maldicenza fuori controllo che, già in altri suoi studi, Darnton ha paragonato, con le dovute cautele, all’odierna informazione internettiana.
Non che i calunniatori contestassero trono e altare. Nel 1787, in quel sottobosco, nessuno vide arrivare la rivoluzione: ma tutti contribuirono a prepararla. Il governo se ne sentiva talmente minacciato che spedì a Londra i suoi agenti per farli fuori o assoldarli. Alcuni di loro si finsero baroni per penetrare la “cellula criminale”. I cospiratori finsero di distruggere le loro tirature proibite, mentre alcuni agenti segreti, fiutando l’affare, erano già pronti a voltare gabbana. Naturalmente era una balla. Ma tutti la presero per vera.
«Il Foglio» del 15 febbraio 2010

02 dicembre 2009

La malattia della nostra politica oggi

Sul «Corriere della sera» del 1 dicembre quel genio assoluto di Giannelli riussumeva in una simpatica vignetta la situazione assurda a cui è giunta la politica italiana.
Dopo mesi passati a seguire i nostri politici nelle vicende (vere e presunte) con escort, trans e nottate galeotte, sembra proprio che l'arte del buon governo si sia ridotta a guardare dal buco della serratura i fatti più o meno privati dei nostri eletti.
Ovviamente i media spingono tutti noi a distrarci dai veri fatti politici (leggi, riforme, disoccupazione, deficit, ...) , di cui appunto nessuno parla più!

Mio post del 2 dicembre del 2009

28 settembre 2009

La nuova satira non fa la rivoluzione

L' Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese, indaga i meccanismi dell' umorismo politico
di Francesco Cevasco
Perché i comici non riescono più a castigare i costumi facendo ridere. Disegni e parole da Barenghi a Vincino
Bei tempi quando il giovane Encolpio caracollava nel suo Satyricon sfibrandosi dentro piaceri sfrenati e nessuno, se non i rivali in amore, lo contestava o lo derideva. Oggi, quasi duemila anni dopo, all' adulto Silvio Berlusconi è dedicato un nuovo Satyricon: l'Almanacco Guanda. Il sottotitolo allarga un po' il tiro: la satira politica in Italia. E pone un interrogativo: ha ancora senso parlare di satira in un Paese dove le regole (della satira e non soltanto della satira) sono state sovvertite da un politico comunicatore abile al punto di smontare i meccanismi dell'umorismo politico e adoperarli a suo vantaggio? Insomma, «una risata vi seppellirà» non vale più? Nell'introduzione all'Almanacco, Ranieri Polese tenta una risposta: «Nel mondo di ieri circolava quello slogan che dava a tutti un bel po' di certezze (o speranze). Di fronte al potere arrogante, al nemico violento era bello credere che ridendo di loro si potevano spazzare via le figure del Male. Bella utopia, parente stretta della favola di Andersen, quella in cui il bambino, gridando: "Il re è nudo", toglieva carisma e autorità al potere e lo sgretolava in una sorta di carnevale liberatorio». Per molto tempo si è creduto alla portata rivoluzionaria della satira, nella sua promessa certa di immancabile successo. E oggi? Il nuovo Satyricon risponde così: «In assenza di una seria opposizione, di una reale frattura tra cittadini e governanti, di una totale divergenza di stile di vita e di pensiero tra chi esercita il comando e chi lo subisce, il carnevale è destinato a finire. È forse tempo di una revisione dei miti di ieri, delle ingenue speranze. Cominciando a prendere atto del cambiamento radicale, dello spostamento incredibile che è avvenuto. Sì, perché qui il clown non è più l' insolente buffone che ride del sovrano, oggi - lo ha scritto il "Times" - il clown ha preso il potere». Parole grosse? Per i critici d' arte Francesco Bonami e Luca Mastrantonio non c' è niente da ridere, anzi, come dicevano Benigni e Troisi già nel 1984 Non ci resta che piangere. Sotto il titolo «Quest' Italia è una camera a gas. La risata dei potenti ci seppellirà», scrivono: «Il presidente del Consiglio racconta barzellette di cui i sottoposti devono ridere, colleziona gaffe internazionali che poi rivendica con orgoglio, fa la parodia di se stesso». E i comici «non riescono ad assolvere al doppio compito della satira: castigare i costumi facendo ridere. Spesso, i satiri castigano senza far ridere. Soprattutto a sinistra, dov'è diffusa la supponenza morale. Mentre a destra, dove più che mai il potere è permaloso e si agogna il consenso i politici fanno ridere senza castigare i propri costumi. Se consideriamo i comici che fanno satira come il canarino incatenato in miniera, ossia l' animale che misura sulla propria pelle la qualità dell' aria - il suo decesso, per gas mortiferi, è come l' allarme per i minatori -, non c' è da stare allegri per l' Italia. La qualità dell'aria è pessima, pesante, dà allucinazioni e la risata che tutto seppellisce è dei potenti, in un buio che la cupezza di certi comici non rischiara. E se anche non sono morti, il loro canto è coperto dalle urla degli sciacalli della politica... La satira, se non è bonaria, è considerata quasi una forma di disfattismo antipatriottico. Basso tradimento ad alta intensità. Va punita, estromessa, condannata». Proviamo a sentire uno che la satira la fa: magari sputa un po' di ottimismo...Riccardo Barenghi, quella canaglia di Jena: «La satira politica vive di riflesso, esiste solo perché esiste qualcun altro, ossia chi le dà da "vivere". Ed è questo il motivo della sua crisi: chi dovrebbe fornirle il cibo quotidiano è in crisi da anni, produce poche idee, non sa più che inventarsi, vive una sorta di coazione a ripetere che a un certo punto stanca... E ovviamente stanca il satiro, che per quanto sia bravo e capace di mettere a nudo i vizi del potere, non ne può più di replicare sempre lo stesso copione... Se n' è accorta direttamente anche la mia jena nel suo lavoro quotidiano, costretta a mordere sempre gli stessi, Veltroni per mesi, D' Alema altrettanto e poi Franceschini, ogni tanto Berlusconi, a volte il Papa. Povera bestia! (Povera jena, sia chiaro, intende dire, ndr). Ma d' altra parte questo passa il convento e non tocca certo all' autore di satira decidere chi debba stare al potere, lui azzanna dove trova la carne. E se la carne è un po' avariata gli tocca mangiarla comunque». Forse ne abbiamo beccato uno che ci scherza su, Alessandro Robecchi: «Come funziona ' sta satira? Come si fa? È di sinistra per forza, oppure sforzandosi molto e prendendo dei farmaci può essere anche di destra? Ai tempi di Cuore andavamo di moda, noi guitti della satira politica, e ci sentivamo fare dai "colleghi giornalisti" domande di questo genere: "È solo consolatoria o fa veramente male al potere? Si diventa ricchi? Ragazze ce n' è?"». Michele Serra chiude così il suo ragionamento (quello articolato potete leggerlo per intero sull' Almanacco, pagg. 123-125): «... Mi sento di ripudiare la definizione di "satira politica", piuttosto asfittica e buona solo per alimentare la chiacchiera politico-giornalistica. Meglio dire "satira" e basta, perché l' oggetto finale è sempre l' umano, oggi soprattutto l' umanità massificata. Che il re sia nudo lo sappiamo da secoli. Che anche noi lo siamo, nonostante la buffa convinzione di indossare abiti griffati, è un' acquisizione recente. La satira, nel suo piccolo, ha fatto parecchio per metterci uno specchio davanti al muso». E, per finire, la parola all' avvocato: il Perry Mason del giornalismo e della satira è Caterina Malavenda. Avvocato, tempi duri per chi fa satira? «Dopo un periodo in cui questa forma espressiva ha goduto di una sostanziale impunità, si assiste ad un progressivo ridimensionamento della giurisprudenza più favorevole, con il ricorso, però, a criteri estranei alla satira in quanto tale... In sostanza, solo snaturando la satira e riportandola nei più angusti limiti del diritto di cronaca e di critica si può condannare un autore satirico. Ed è quanto sta accadendo negli ultimi anni». Insomma, satiri mazziati e cornuti. Per correttezza di satira, non d' informazione, sappiate che nell' Almanacco ci sono anche i disegni (che sarebbe maldestro tentare di descrivere) di satiri come il metafisico Altan, il surreale Bucchi, l' autobiografico Staino, l' affabulatore Disegni, la perfida Ellekappa, il mitico Giannelli, il raffinato Pericoli, lo storico Forattini, il devastante Vauro, il dissociato Vincino. Tutti re, tutti nudi.

Disegni e parole da Barenghi a Vincino Esce il primo ottobre il nuovo numero dell' Almanacco Guanda intitolato «Satyricon. La satira politica in Italia» (pp. 212, 2), a cura di Ranieri Polese. L' Almanacco (voluto da Luigi Brioschi, patron di Guanda) presenta in questo volume contributi scritti e disegnati di Altan, Riccardo Barenghi, Marco Belpoliti, Gianni Biondillo, Francesco Bonami, Carlo Alberto Brioschi, Bucchi, Claudio Carabba, Disegni, Ellekappa, Dario Fo, Forattini, Giuseppe Genna, Giannelli, Marco Giusti, Luca Mastrantonio, Gianluca Morozzi, Pericoli, Luisa Pronzato, Alessandro Robecchi, Michele Serra, Staino, Stefania Ulivi, Vauro, Vincino. Nel volume anche un testo di Oreste del Buono del 1976 tratto da «Storia privata della satira politica dall' Asino a Linus».
«Corriere della Sera» del 24 settembre 2009

29 giugno 2009

Gottoso, Crapun, Cinghialone, Papi: i nomignoli ai politici dal '400 a oggi

Con il passare degli anni soprannomi e sberleffi cedono il posto a battute da avanspettacolo
di Fernando Proietti
Se Caino e Abele sono alla genesi del delitto, non si è mai trovato il colpevole che nella contesa politica per primo usò l'arma sferzante del nomignolo per ferire l'avversario. Alcuni sospetti, caduti sul sommo Dante, non hanno trovato riscontri sicuri. Certo è che già nel Quattrocento al povero Piero de' Medici, spesso costretto a letto da un'invadente uricemia, i fiorentini non risparmiarono, in sovrappiù a sua Signoria, un indelebile «il Gottoso». Che per stare all'oggi, nella retorica dell'offesa, equivale a «il Gobbo» per Andreotti. Tradizione antica e popolaresca, dunque, quella di irridere l'avversario con parole che esprimono (o sottintendono) giudizi pesantemente negativi e irridenti. A volte anche un vezzeggiativo, il confidenziale e allusivo Papi, con cui la Noemi di Casoria ha voluto ribattezzare l'incauto Berlusconi, può avere effetti a dir poco opposti e indesiderati. Già, sosteneva Novalis: «Ogni parola è una parola di evocazione. A secondo dello spirito che chiama, uno spirito appare». Uno spiritello magari sotto forma di complotto? Del resto, aggiungeva Jorge Luis Borges: «L'uomo della strada indovina la stessa professione della madre di ogni passante». Tant'è. L'arte dell'insulto politico attraverso lo sfregio linguistico (soprannome, calembours, doppi sensi e giochi di parole) è stata la forma più antica e riparata di protesta popolare. Basti pensare a Pasquino nella Roma papalina.
Una vera e propria epidemia di nomignoli, insomma, ha scandito anche i Ventenni che si sono susseguiti in Italia. Da Mussolini, detto il Mascella, a Berlusconi, passato in fretta da Sua Emittenza a Caimano, il Belpaese forse è più riconoscibile anche dai soprannomi di Lor Signori. A volte l'investitura è diventata una sorta di sintesi biografica: l'Avvocato (Agnelli), l'Ingegnere (De Benedetti), il Contadino, (Gardini). E a dare ascolto a Groucho Marx, le caricature verbali servono pure a misurare il «tasso di Sodoma-Gomorra» di un Paese. Già, perché da donna Rachele Mussolini a Veronica Lario, altra costante storica degli «Italici piangenti» (Gaio Fratini) il frusciare delle lenzuola spesso ha fatto da colonna sonora alle vicende più segrete degli inquilini mascherati del Palazzo. Altro che «tintinnio di sciabole» del golpista De Lorenzo, che tanto spaventarono Antonio Segni. Proprio lì al Quirinale dove Re Vittorio Emanuele III, a causa della sua bassa statura, si era conquistato il titolo assai poco nobiliare di Sciaboletta. Caduto il tiranno, ma già qualcuno invocava: aridatece er Puzzone (Mussolini), in quei primi anni euforici succedutisi alla Liberazione — quando lo Zio Sam simboleggiava ancora gli Usa, e l'Urss era incarnata dal tiranno Baffone (Stalin) —, dalle urne spuntò un altro Crapun, De Gasperi. Ecco l'Italia democristiana e bacchettona (la Balena bianca). «L'era pro nobis» o «M'illumino d'incenso». Tanto tuonò in quella tempesta elettorale che di lì a poco la grandine del pettegolezzo si abbatté devastante sui Palazzi romani. Provocando il primo scandalo della serie «letto e potere»: il caso Montesi.
E sul palcoscenico gossipparo apparvero il Cigno Nero (Anna M. Caglio). La testimone che aveva incontrato il marchese Ciccio Patana Mio (Ugo Montagna), nell'anticamera del vecchio ministro Spataro (dimissionato). «Il successo fa scandalo/ lo scandalo fa successo», motteggiava il Signore di Mezz'età, Marcello Marchesi. Altri tempi, altri nomignoli. Nella via Veneto della «Dolce vita», intanto, gli intellettuali animati da Maccari (il Supercortomaggiore), Longanesi (il Carciofino sott'odio), Flaiano (il Redattore cupo) e Talarico (il Lepre), si sfidavano tra di loro con abili e sottili giochi di parole; con nomignoli al curaro, che passeranno alla storia delle patrie lettere. Neppure la politica era risparmiata. A Montecitorio il polemista del Pci, Giancarlo Pajetta era ribattezzato: l'Acido russico. Chiosava da par suo Longanesi: «Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee». Gli faceva eco Fratini: «Governi pendolari/ monocolori a vela/ governi di convergenza parallela/ tra il giovedì grasso e le ceneri...». L'aveva vinta, insomma, quella leggerezza invocata da Italo Calvino contro «la peste che colpisce anche la vita delle persone». Da anni ormai nell'arguta contesa di parole la mannaia ha sostituito il rasoio affilato di un Arbasino o dell'impertinente Roberto D'Agostino a cui si deve, tra gli ultimi nomignoli, il sublime Su-Dario Franceschini. La creatività e l'originalità della battuta, insomma stanno scivolando sul terreno militante del grossolano umorismo caricaturale d'antan. Solo battutacce e soprannomi d'avanspettacolo. Così, se a Berlusconi sono toccati Al-Tappone e Testa d'Asfalto, per par condicio a Prodi è stato rifilato un rozzo Er Mortadella. Della serie, insomma: er più pulito c'ha la rogna. Alla vigilia di Tangentopoli (era dei «nani e ballerini») non era andata meglio sia a Craxi (il Cinghialone) sia a De Michelis (Avanzo di balera). Su De Mita si esercitò con perfidia Gianni Agnelli definendolo un «Intellettuale della Magna Grecia». Il mite Forlani fu tramutato in Coniglio Mannaro. Nella «lite delle comari» tra Andreatta (Dc) e Formica (Psi), il primo diede del Commercialista di Bari al collega di governo. Che, di rimando, lo nominò a Comare-Lord dello Scacchiere. A guardare lo scenario odierno, non si può non provare un pizzico di nostalgia per gli stessi nomignoli dei protagonisti delle tangenti alla amatriciana: dallo Squalo (Sbardella) a Er Monaco (Giubilo). Con i loro inquietanti nomi di battaglia. Autentici, però, come le loro gesta malandrine.
Diceva Ennio Flaiano: «La lingua si arricchisce anche con gli apporti volgari, ma è anche vero che la lingua si guasta quando la volgarità non è schietta, vorrei dire popolana, ma compiaciuta e ammiccante...». Oggi di plebeo, nel senso di contributo alto «dal basso», c'è ben poco nel campo della satira politica. La battuta, il nomignolo, lo sberleffo o la freddura, le contaminazioni linguistiche rischiano allora, parafrasando il filosofo Arthur Schopenhauer, di ridursi soltanto in «calunnie abbreviate».
«Corriere della sera» del 29 giugno 2009

07 maggio 2007

Satira: non c’è (più) niente da ridere

Da Cavour ad Andreotti, due secoli di sarcasmo e potere messo a nudo. Con un rimpianto: «“Cuore” l’ultima fiammata. La satira è morta, sorvoliamo sui comici tv...»
di Cristiano Gatti
Bergamo - Per celebrare adeguatamente i sessant’anni, ha deciso che fosse il momento di confezionarsi un bel pacco dono, con dentro tutti i sogni di una vita: la biblioteca che ospiterà nei secoli dei secoli la sua arguta collezione, un’associazione di amici che si occuperà della gestione, nonché una grande mostra nel cuore della Bergamo antica («Ludere et ledere», chiuderà il 10 giugno, finora un successone). Seduto alla scrivania della sua tana, circondato da scaffali colmi di ironia, sarcasmo, genio e perfidia, Paolo Moretti ha tutta l’aria di un uomo finalmente pago. Indica la raccolta più cara - in tutti i sensi - e il suo sguardo diventa languido come quello di una puerpera davanti al pupo: sono cent’anni del Punch, storica rivista satirica inglese, scovati nel Liechtenstein e qui da noi ormai un pezzo decisamente unico. Sposta l’osservazione su L’Asino, giornale anticlericale di fine Ottocento, e non esita a raccontarlo come il più geniale e il più innovatore, peraltro prontamente contrastato dal clericalissimo Il Mulo, arrivato appena un momento dopo e un gradino sotto.
Sto assistendo a un mezzo prodigio, per dire come i luoghi comuni abbiano limiti abissali: quest’uomo ha una laurea in legge, ha lavorato a lungo sui grafici e sulle cifre delle consulenze aziendali, ha insomma sviluppato una formazione tendenzialmente arida e ingessata, eppure coltiva da oltre trent’anni la passione pazzoide e svitata della satira, per di più qui, a Bergamo, un luogo d’Italia che brillerà pure per tante qualità, ma non certo per il senso dell’umorismo e la battuta al fulmicotone. Glielo faccio notare, Moretti sorride: «Vai a sapere: io questa insana passione, che mi è costata tantissimo tempo e tanti soldi, l’ho maturata come reazione all'impegno politico. Ci avevo provato nei primi anni Settanta, con i socialdemocratici: arrivai ad essere anche segretario regionale. Poi però compresi un sacco di cose, e mi chiamai fuori. Proprio in quel periodo cominciai ad osservare la storia e la politica da una visuale diversa, chiamiamola pure alternativa e dissacrante, ma sicuramente più divertente. Iniziai a collezionare materiale: raccolte, singoli giornali, vignette. Quello che vede attorno a lei è il risultato».
Vivere di satira. Meglio: da guardone della satira. In vita sua non ha mai provato a disegnare nemmeno la casetta col fumo che esce a spirale dal camino. Nessuna caricatura, nessuna battuta contundente. Ma della satira sa tutto. In Italia, ci tiene a ricordarlo, sono una decina i grandi collezionisti come lui. Racconta di quanto sarebbe importante che qualche università avviasse corsi specifici su questo genere storico, «ma finora, al massimo, abbiamo valorosi professori che organizzano qualche ricerca o qualche convegno, nonché qualche studente che ci fa la tesi». La verità, aggiunge, è che in Italia parliamo tutti di satira, ma poco facciamo per restituirle una dignità adeguata. Quando scoppia un caso, perdiamo giornate a stabilire se la satira debba avere limiti o non debba averne, senza però mai comprendere fino in fondo il ruolo di un’arte così sofisticata...
Parla a briglia sciolta, ne parlerebbe per ore. Lo interrompo però proprio lì, dove forse preferirebbe sorvolare: a proposito, Moretti, la satira deve avere limiti? «Il limite deve darselo l’autore. Un limite di gusto. Certo non possiamo appaltare la questione a un tribunale. Ma mi rendo conto che è una posizione troppo idealista, da amante fazioso...».
Preferisce continuare lungo altri percorsi. «Ho pensato anche di donare il materiale a enti pubblici, ma alla fine ho scelto la gestione privata. Da qui la decisione di trovare una “casa” alla collezione. Abbiamo aperto un anno fa: è tutto riunito e catalogato. Chi vuole, ricercatore o studente che sia, può prendere contatto diretto con noi e ha la porta aperta. L’indirizzo: www.fondopaolomoretti.it. Siamo qui».
Una satira a portata di mano. Tremila libri, quattromila almanacchi, sessantamila fogli singoli di oltre quattrocento testate. Una satira che non stia chiusa a chiave nel cassetto, o in un bunker antiatomico, ma che riviva tutti i giorni, genere prêt-à-porter. Gli chiedo: perché tutto questo? La risposta non è per niente satirica, siamo sul serissimo: «Studiare la storia attraverso questo genere è affascinante. Aiuta ad avvicinare ancora di più la verità, spesso più di quanto permetta la storia ufficiale. L’importante è avere ben presente che la satira non è soltanto contropotere: spesso, è essa stessa strumento di potere e di propaganda. Due esempi: Cavour e Andreotti. Il primo nell’800, il secondo nel ’900, si sono serviti astutamente della satira. Fingendo d’essere bersagli, in realtà ne hanno sempre usufruito per costruire il proprio carisma. Tutto il contrario di Giolitti: lui, non volendo avere niente a che fare con la satira, ne è diventato una vittima sacrificale. Credo che su Giolitti la satira abbia espresso il potenziale più crudele».
Altre curiosità in ordine sparso. «La satira vive le sue stagioni più fertili nei periodi di grande tensione morale, politica, religiosa. Cito i moti del 1848, il 1870 con Porta Pia e la questione clericale, poi l’entrata in guerra del 1915, quindi il secondo Dopoguerra, con le grandi questioni monarchia-repubblica e Dc-Pci, la bella stagione del Candido di Guareschi». Quanto alla satira di oggi, «non vive un’epoca felicissima: segno dei tempi abbastanza fiacchi che viviamo, con la politica sempre più scaduta e il costume sempre più svilito. Difatti, manca un grande giornale satirico. Per fortuna, ogni singola testata mantiene comunque uno spazio vitale, anche solo con la vignetta di prima pagina». Tra i contemporanei, i meriti maggiori vanno a Forattini: «Con Satyricon aprì una grande palestra per giovani di talento. E comunque negli anni Settanta-Ottanta caratterizzò la satira politica con uno stile e un linguaggio inconfondibili. Ricordo alcuni guizzi grandiosi: quel basco che galleggiava solitario tra le onde, quando morì Nenni... Più di recente, è cresciuto molto Giannelli: lo trovo raffinato». Meglio sorvolare, invece, sulla satira televisiva: «Hanno il vizio di esaurirsi. Gente come Crozza e come Cornacchione all’inizio ti conquista. Poi, alla lunga, diventa prevedibile e ripetitiva».
Si coglie un retrogusto di malinconia. La lunga storia che cominciò da noi nel 1848, con le prime vignette ispirate alla moda dei francesi, sembra come interrotta, senza un futuro, quasi smarrita nel vago. Moretti sorride e amaramente conferma: «Certo abbiamo ancora grandi vignettisti come Altan e ElleKappa, o caricaturisti di rango come Ardito e Bruna, ma la satira vera, feroce e spassosa, si è fermata già da tempo. L’ultima fiammata, tutto sommato, resta il Cuore di Michele Serra...».
Mostra un pezzo pregiatissimo: fine Settecento, libro del grande caricaturista Gillray, promotore di terribili campagne antinapoleoniche. Come per dire: altri tempi, tutta un’altra cosa. Non resta molto da aggiungere. La visita alla nobile casa delle geniali carognate, simbolicamente arroccata tra le antiche Mura di Bergamo, si chiude su questi puntini di sospensione. Brutto segno, quando persino la satira si scopre a vivere di rimpianti.

Aggrappáti a Dagospia
di Caterina Soffici
Dicevano gli antichi: castigat ridendo mores. Loro la satira la praticavano ad altissimo livello e ci hanno insegnato che non c’è niente di più efficace contro la retorica di una bella risata. Antidoto liberatorio anche contro il potere dei potenti veri e maggiormente contro quelli che si ritengono tali.
Negli anni Settanta si poteva ancora ridere di tutto, oggi si ride ben poco. La satira come genere politico e morale è morta e sepolta schiacciata sotto i seriosi schieramenti dello scontro di civiltà e del politicamente corretto. Gli islamici non si toccano, pena rivolte popolari e minacce di morte. I monsignori, bersagli prediletti della vivacissima satira anticlericale ottocentesca e risorgimentale, sono intoccabili pena accuse di laicismo. Gli immigrati, le donne e tutte le minoranze sono ormai specie protette pena accuse di scorrettezza politica.
Allora domandiamoci: perché non c’è un solo giornale satirico oggi in edicola? Perché non si vedono giovani disegnatori o battutisti di rango all’orizzonte? Qualcuno dice che la satira si è spostata dai fogli stampati alla televisione. Ma non vorremo mica chiamare satira quella dei comici in tv? Dai fratelli Guzzanti passando per le imitazioni di Crozza fino al Bagaglino la televisione fa casomai umorismo, ma non certo satira, ormai confinata nelle vignette sulle prime pagine dei giornali. Poche e circoscritte aree di sollievo in un plumbeo conformismo, dove tutti più o meno procedono con il freno a mano tirato.
Se la satira non si è spostata in televisione, dove è andata? Azzardiamo qui un’ipotesi spericolata: ha migrato su Internet nelle varie rubriche Cafonal e Stracafonal di Dagospia. Lì si castigano i mores e anche i tempora. Forse i personaggi messi lì alla berlina fanno più piangere che ridere. Ma questo è un altro problema.
«Il Giornale» del 5 maggio 2007

17 novembre 2006

La satira senza cuore grottesca maschera di se stessa

Muta e prona di fronte ai veri poteri
Umberto Folena
Dura, implacabile, intoccabile, inflessibile, incorruttibile, infallibile. Uguale per tutti. Chi sarà mai? La giustizia… Ma no. A leggere e sentire quotidiani, radio e tv, è la satira. Pazienza se la sua famiglia s'è allargata, abbracciando dai più raffinati e colti fustigatori di costumi all'ultimo guitto senz'arte né parte, che per il solo fatto di ritrovarsi con un microfono in mano a macinar battute, si convince d'essere un umorista raffinato.
La satira, dunque. Per lei nulla è sacro, quindi nulla è intoccabile. A tal punto da cadere nel paradosso amaro che conosciamo fin dai tempi della tragedia greca. Il liberatore (la satira), una volta eliminato (solo verbalmente, sia chiaro) il tiranno, rimane padrone del palcoscenico della storia (nel nostro caso, dell'industria dei media) e a poco a poco matura tutti i vizi del tiranno di cui ci aveva sbarazzati: onniscienza, onnipotenza, infallibilità e - ma sì - sacralità. Nulla è sacro per la satira, men che meno il Papa. Ad essere sacra è soltanto lei, la satira stessa. Infatti se appena osi muoverle un appunto, ti cala sul capo la scure dei cortigiani scandalizzati e degli inquisitori che strepitano all'eresia. Questo è il grande limite di ciò che oggi chiamiamo satira, anche se spesso è tutt'altro. Forattini, martedì sera al Tg2, la definiva parodia… Ora, nessuno mette in discussione il diritto di satira, né invoca anacronistiche censure. Ma non dovrebbe essere messa in discussione nemmeno l'incontrovertibile evidenza che i diritti, tutti i diritti comportano anche dei doveri. In particolare, la satira di massa (tramite mass media), nell'esercitare il proprio diritto, ha il dovere di tener conto anche dei diritti del pubblico. Primo: non offendere ciò che larga parte del pubblico ha di più caro. È una questione di sensibilità e misura. Una satira senza cuore, che noncurante del diritto altrui, si nega ogni limite e intende affermarsi ad ogni costo, si muta nella maschera grottesca di se stessa: è totalitarismo satirico. Diventa in tutto e per tutto simile a quel potere che intende, con merito, prendere di mira, il potere da desacralizzare. Ma se la satira si considera sacra, intoccabile, è giusto a nostra volta gettarla giù dal trono. Meglio, molto meglio l'umorismo che ricorre - nei modi, negli stili e nella lingua - anche alla satira. L'esempio più alto è quello di Charlie Chaplin, lo Charlot al tempo stesso caustico verso il potere - economico e politico -, ma tenero verso la gente di Tempi moderni e del Grande dittatore. Il Chaplin che sa far sorridere e indignare, dilettare e pensare, commuovere e ridere e piangere. La satira che sa toccare tutte le corde dell'animo umano è la vera satira. La satira che sa individuare il potere vero, quello che se si sente minacciato, reagisce, è la vera satira. E dov'è oggi il potere vero? È in chi sa determinare i modelli di pensiero e di comportamento, stabilire gli stili di vita, dettare le mode. Il vero potere è nei mass media più pervasivi, televisione in testa, e in chi fornisce ai media le risorse per vivere: il grande mercato pubblicitario. Questo è il potere di cui dovrebbe occuparsi la satira. Senonché è lo stesso potere che ospita la satira e le permette di esprimersi. Se in certe circostanze critichiamo la satira debole, che sbaglia mira e tono di voce, è perché della satira sentiamo il bisogno. E restiamo delusi quando la scopriamo muta e prona di fronte alle vere centrali del potere e implacabile verso chi di fatto non può e non vuole reagire.
«Avvenire» del 17 gennaio 2006