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01 febbraio 2024

Il cristianesimo tra cancel culture e apologetica. Ma una terza via c’è

Né glorificare, né ripudiare. O distinguere i buoni dai cattivi. Invece, come nei casi di Lutero contro gli ebrei e del “Sillabo”, si può creare uno spazio per storie diverse e per il dibattito
di Pierre Gisel
Anticipiamo alcuni stralci del dossier «La trappola del nuovo inizio», contenuto nel primo numero del 2024 del quindicinale “Il Regno-Attualità”. In esso il teologo Pierre Gisel, docente emerito della Facoltà di Teologia dell’Università di Losanna, mette in guardia dal desiderio di purificazione della storia e di “nuovo inizio” portato avanti da cancel culture e wokismo.
La cancel culture – «cultura dell’annullamento» o «della cancellazione» – ha invaso la scena pubblica. Si tratta di cancellare quel passato che non possiamo più riconoscere come nostro o che non vogliamo più che torni alla ribalta. Questo perché il passato è troppo pieno di colpe o di crimini, di violenza, schiavitù e repressione delle differenze, siano esse di genere, razza o cultura. Colpe e crimini che una storia costruita – quella dei vincitori – ha rimosso e ricoperto di una visione ideale, ma ingannevole e distorta. Questa cancel culture viene ora rafforzata dal woke, il «risveglio» che le minoranze hanno avuto nell’ultimo decennio, soprattutto negli Stati Uniti. Un movimento di base che mira a portare davanti ai nostri occhi e alle nostre responsabilità la realtà della schiavitù (e oltre a ciò, d’ogni oppressione e servitù), la realtà delle donne, tra seduttrici fatali e streghe (e oltre a ciò, d’ogni dominazione binaria), la realtà delle culture disprezzate (e oltre a ciò, di tutte le differenze nei modi di vivere lo spazio e il tempo, e le relazioni con il mondo e con gli altri esseri umani), la realtà degli eretici (e oltre a ciò, di tutti i dissidenti o semplici minoranze). Si chiede giustizia, giustamente, e uguaglianza, altrettanto giustamente, ma ciò può aprire la porta a un egualitarismo sul quale è bene interrogarsi.
Di conseguenza, sono state smantellate figure di riferimento, abbattute statue, bruciati libri, distrutti fumetti, cancellate storie, espulsi dallo spazio pubblico dipinti e altre opere d’arte, così come film e altro ancora. Le biblioteche universitarie sono state colpite (decine di migliaia di libri sono stati ridotti in cenere). Anche i programmi di formazione. È il momento della vendetta. E perché no!? Ma sui punti in questione, tale vendetta si dispiega e si impone al di fuori di ogni reale spazio di discussione, anche se necessariamente, o addirittura inevitabilmente, conflittuale. Cancelliamo, sostituiamo. In breve, annientiamo. O purifichiamo. E lo facciamo in direzione di uno spazio sociale omogeneizzato (quale tipo di resistenza potrebbe essere qui riconosciuta come anche solo parzialmente legittima?) e neutralizzato (quale diritto potrebbe essere concesso qui a una posizione diversa?), quello del politicamente corretto.
Tutto sommato, stiamo di fatto aprendo la porta al presentismo, all’indifferenziato, anche se alla base del movimento in corso l’intento era di ripristinare il diritto delle differenze escluse o non riconosciute. Ma forse questo è dovuto al fatto che, consapevolmente o meno, crediamo che ogni differenza non possa che portare alla discriminazione... Il quadro complessivo così delineato solleva in sottofondo domande insistenti: che tipo di rapporto possiamo avere con il passato, un rapporto che non sia una venerazione ingannevole o una cancellazione irriflessiva? Si possono ancora fare riferimenti alle cose antiche – positivi o negativi che siano – e se sì, come, a che titolo e per che cosa? (...)
La sfera religiosa è chiaramente colpita, o comunque è coinvolta nel tumulto. Il cristianesimo in particolare, non solo perché fa parte di questo tessuto sociale, ma anche perché è stato teatro della cristallizzazione delle memorie in questione, nonché delle narrazioni – o addirittura della «grande narrazione», come direbbe Jean-François Lyotard, (...)
Come controesempio di quello che la cancel culture comporta, prendo le mosse da due momenti storici. Prima Martin Lutero e gli ebrei, poi il Sillabo romano del 1864, uno protestante e uno cattolico. Per delineare che cosa si dovrebbe fare di fronte a questo o quel disastro storico, e con quali benefici. Partiamo da Lutero e dal suo testo De Judaeis et eorum mendaciis (Degli ebrei e delle loro menzogne) del 1543, in cui sostiene 8 misure contro gli ebrei. (...) In un discorso tenuto nel novembre 1938, al tempo della “Notte dei cristalli”, un vescovo protestante celebrò Lutero come «il più grande antisemita del suo tempo, colui che mise in guardia il suo popolo dagli ebrei». Il testo di Lutero è abominevole. Alcuni cercano di trovare delle giustificazioni inserendolo in un contesto, o storico o psicologico. Altri condannano Lutero, e non solo questo testo e pochi altri simili, ma tutto ciò che ha scritto e fatto.
Insomma, l’apologetica da una parte, la cancel culture dall’altra. Io sostengo una terza via. Né glorificare né ripudiare. Non si tratta nemmeno di distinguere i buoni dai cattivi, che è quello che facciamo la maggior parte delle volte. La cernita cancella le ambivalenze che attraversano sia ciò che intendiamo conservare sia ciò che rifiutiamo, e va inconsciamente di pari passo con l’idea che possiamo relazionarci con immediatezza con ciò che consideriamo buono, e che possiamo rifiutare senza ulteriori indugi ciò che consideriamo riprovevole o malvagio. Questa terza via presuppone, innanzitutto, che ci si allontani dalle espressioni di primo livello – affermazioni, cifre o altro – e si concentri l’attenzione sulle reali e diversificate collocazioni delle due parti in questione, quella ritenuta positiva e quella riconosciuta negativa. Più precisamente, propongo di considerarle ogni volta come parte di una costellazione di modi diversi di dare corpo a questioni umane e sociali più ampie. In questo modo, il passato sarà istruttivo, nella sua articolazione differenziata con un presente che ha le sue ambivalenze e tentazioni. Questa terza via mostrerà poi gli impulsi legati a un particolare motivo e la gamma di cose che ne possono emergere. Avremo quindi tagliato i ponti con ciò che ci porterebbe a pensare che tale forma da ripudiare sia solo un incidente da correggere o di cui sbarazzarsi, per mostrare come essa riveli questioni fondamentali e modi di rispondere. (...)
Il Sillabo tratta del nostro rapporto con il mondo, civile o non religioso, e dunque fa parte di una serie di posizioni, ognuna delle quali va riletta e considerata. Le troviamo in quel testo, ma possono sempre riproporsi: un’indifferenza che si tiene a distanza, una fede che proviene da un altro ordine e che può abitare qualsiasi tipo di città (come nella Lettera a Diogneto della fine del II secolo d.C,), un’apologia dell’Impero come compimento del disegno di salvezza di Dio (come nel caso di Eusebio di Cesarea, vescovo vicino a Costantino), una dialettica tra un momento di ultima istanza e il qui e ora (Agostino d’Ippona che pensa a una «città di Dio» diversa dalla «città terrena» e che a modo suo la attraversa), varie ricorrenze apocalittiche (Gioacchino da Fiore, ma anche, prima ancora, molti dissensi e proteste e, più tardi, movimenti utopici che intersecano tutto il tardo Medioevo e gli inizi dell’età moderna), vari modi di distinguere tra i due ordini (nelle sintesi medievali o tra i riformatori protestanti), l’opposizione tra «visione del mondo» e «umanesimo secolare» (in un filone dell’evangelicalismo del XX secolo che continua nel XXI, ma questa opposizione può assumere forme meno nette), la visione di un’analogia tra finalità ecclesiali e finalità sociali, sovradeterminate da un obiettivo comune (penso a un notevole testo di Karl Barth del 1946), le valorizzazioni della secolarizzazione (Friedrich Gogarten, Harvey Cox, Gianni Vattimo), una coesistenza pacifica che opera affinché il mondo incarni gradualmente i valori cristiani (posizioni liberali o certa teologia della liberazione). Ricostruendo questa costellazione di posizioni, non rimarrà una condanna, ma, come nel primo esempio riportato – Lutero e gli ebrei – avremo tematizzato un insieme problematico i cui termini sono ancora presenti. (...). All’inizio del mio testo ho accennato a una risposta diversa dalla cancellazione (ciò che è ritenuto riprovevole deve essere lasciato al suo posto, altrimenti non saremo nemmeno in grado di spiegare criticamente ciò che è stato fatto...), quella d’innalzare, a contrasto con i monumenti che commemorano figure screditate, testimoni di un’altra parte della storia, in modo che si apra uno spazio di dibattito su uno sfondo di differenze su cui riflettere.
È una pista che, almeno, riconosce e accetta che il sociale e l’umano richiedono una raffigurazione, consacrando lo spazio differito del culturale, del politico e del religioso. Riconosce che il passato può essere solo raccontato, in una narrazione che sovverte il dato per portarlo oltre e secondo una propria prospettiva. Questo gesto deve essere ripreso, sapendo che può testimoniare il meglio o essere l’occasione del peggio, e non deve essere soppresso o neutralizzato. Ma prima deve essere restituito e deve essere valutato ciò che ha generato, intenzionalmente o meno. Senza questo lavoro, da svolgere sulla base delle nostre differenze, saremo lasciati alle nostre soggettività e ai loro effetti, senza alcuna mediazione.
«Avvenire» di martedì 30 gennaio 2024

28 agosto 2017

La fake news del ritorno di fascismo e comunismo

Passato e presente
di Pierluigi Battista
Il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne
Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l’uno né l’altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell’anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei social e nei giornali di quest’epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un’altra parte rispetto alla tua. E’ tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all’indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell’estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. E’ vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2017

26 agosto 2017

Da Colombo a Franco, cancellare la memoria non cambia la storia

Noi e monumenti
di Antonio Carioti
Un incendio ha distrutto sul monte Giano la pineta piantata nel 1939 per formare la parola Dux
I monumenti sono materia delicata non in quanto tali, ma per il significato che viene loro attribuito. Ce lo ricorda l’incendio che ha danneggiato sul monte Giano, non lontano da Rieti, la pineta piantata nel 1939 in modo da formare la parola Dux, ben visibile all’orizzonte, in onore di Benito Mussolini. Quel bosco, tutelato come patrimonio paesaggistico, è considerato una semplice reliquia, alla stregua dell’obelisco dedicato a Mussolini nel Foro Italico di Roma: del resto la città di Imperia mantiene un nome che ricorda la guerra d’Etiopia, mentre in Calabria ci sono tuttora monumenti ai gerarchi fascisti Michele Bianchi e Luigi Razza.

Statue militari
Diverso è il caso delle statue di militari o leader confederati negli Stati Uniti. Esse furono il suggello della conciliazione tra le parti che si erano combattute nella guerra di Secessione, ma appunto per questo riflettono il vizio d’origine di quel compromesso: i bianchi del Sud accettarono la supremazia, rispetto ai loro Stati, di un’autorità federale che aveva abolito la schiavitù, ma ottennero in cambio di autogovernarsi secondo leggi che segregavano i neri e li privavano dei diritti più elementari. Difficile negare le ragioni degli afroamericani che vedono in quei monumenti (a volte eretti nella seconda parte del Novecento proprio in sfregio ai movimenti per i diritti civili) gli emblemi della loro lunga oppressione. Appare ragionevole la soluzione di ricollocarli in siti meno prestigiosi, musei o cimiteri, per ridurli a testimonianze storiche, ma non sarà facile sfuggire a due pericoli simmetrici: favorire l’atteggiamento strumentale dei razzisti, che gridano al sopruso contro il Sud; alimentare una visione puerile e manichea del passato, che ne condanna i protagonisti sulla base della sensibilità odierna.

Il dittatore Franco
I segnali di una deriva del genere non mancano. Si può capire che Ferrol, in Spagna, non ami essere ricordata come città natale del dittatore Francisco Franco e per questo chieda all’artista Banksy di illustrarla con un suo graffito (magari proprio sui muri della casa del caudillo): è lo stesso problema della nostra Predappio, che vuole rimediare con un museo storico sul fascismo. Ma colpisce che si arrivi a voler cancellare i monumenti a Cristoforo Colombo per via delle sofferenze subite dai nativi americani: ben oltre meriti e demeriti del navigatore genovese, significherebbe delegittimare l’intera opera europea di esplorazione e trasmigrazione nel Nuovo Mondo, da cui sono scaturiti tutti gli Stati oggi esistenti dallo stretto di Bering a Capo Horn, proprio mentre si afferma invece che la spinta a spostarsi sul globo è una tendenza naturale degli esseri umani. Sarebbe semmai più saggio moltiplicare i memoriali dedicati ai nativi. Anche perché maledire la storia non basta a cancellarla. Più utile e istruttivo è sforzarsi di conoscerla in tutti i suoi aspetti, anche sgradevoli. E soprattutto cercare di comprenderla.
«Corriere della sera» del 25 agosto

27 novembre 2016

Andy Garcia, l’attore racconta: «Una vita da esiliato per colpa di Castro. E il regime c’è ancora»

L'esule
di Giovanna Grassi
L’attore: «Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo»
LOS ANGELES - Andy García, nato all’Avana nel 1956, naturalizzato cittadino statunitense da molti anni, dice d’un fiato: «Cuba e la sua cultura sono nel mio Dna, sono l’essenza della mia identità, ma non ho mai risparmiato critiche a Castro. Ho sempre detto che Cuba è stata tradita, mistificata, usata da Fidel. Un dittatore. Non una icona rivoluzionaria». L’attore (che ha sfiorato l’Oscar con Il Padrino III) ha girato un film da regista, The Lost City, proprio sulla Cuba di Batista e della presa del potere di Castro.

Una saga ispirata anche alla storia della sua famiglia...
«Avevo 5 anni quando mio padre decise di emigrare a Miami, come centinaia di esuli cubani. Per anni mi ha spaventato e fatto soffrire vedere su tante magliette l’immagine di Castro “salvatore”, quando, invece, ha distrutto l’economia del mio Paese. Ho portato dentro di me per anni il dolore dell’esilio della mia famiglia per colpa di quello che, ripeto, ho sempre considerato un cattivo condottiero».

Che ricordi ha di suo padre e della fuga a Miami in cerca di una nuova vita?
«Mio padre era stato un grande avvocato e un libero giornalista e pensatore. In America cominciò a lavorare come cameriere. Gli sono grato per il suo coraggio e perché ha dato a tutti noi figli il più autentico valore della libertà e la conoscenza di tanti nostri compatrioti dissidenti gettati in fondo al mare, dopo essere stati uccisi e aver sofferto nelle prigioni. Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea».

Si è mai sentito un figliol prodigo?
«Posso solo dire che tutta la mia vita è stata segnata dalla nostalgia per Cuba. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo. Non ho mai creduto in questa rivoluzione. Penso che per anni e anni la mia splendida Cuba sia diventata un Paese amletico e ferito per colpa di due regimi, quello di Batista e quello di Castro».

Quanto si considera americano e democratico e quanto cubano e conservatore?
«Non mi piacciono queste etichette, comunque l’anima più autentica di Cuba ha sempre cercato la libertà. Il presidente Obama ha giustamente più volte ricordato le parole del poeta cubano Josè Martí: “Libertà è la condizione base per ogni uomo che voglia sentirsi ed essere onesto”».

Lei ha denunciato anche in televisione quelli che ha definito «gli eccidi di Castro» ...
«Hanno causato spaccature ideologiche in diverse generazioni. Il sogno della rivoluzione ha segnato, più nel male che nel bene, tante identità. Tanti giovani si sono uccisi per questo. Ho rifiutato molti commenti quando Obama con una cosiddetta “nuova era” decise di ripristinare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti dopo colloqui con Raúl Castro e ho taciuto su alcuni appelli di papa Francesco».

Che cosa vuole dire oggi?
«Quello che ho sempre ripetuto: tornerò a Cuba quando finirà il regime e il mio popolo non sarà più oppresso. L’America mi ha offerto la libertà, le sarò sempre grato».

In tanti la pensano diversamente, anche fra i «latinos» in Florida o in California ...
«Spero che si avvicini la libertà per il popolo cubano ma le diramazioni del potere di Castro sono infinite. Anche se siamo lontani dagli anni Sessanta che hanno ingiustamente idealizzato Fidel trasformandolo in una sorta di Robin Hood».
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

Il mito di Castro e la negazione della realtà

Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre
di Pierluigi Battista
Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista. Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. Il romanticismo dei castristi ignora la realtà. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura.
Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo. Carlos Franqui, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario: «All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács». Quando un prigioniero politico, Orlando Zapata Tamayo, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba. Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, Gianni Vattimo ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool.
Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità. Per Sartre Castro e Che Guevara, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino Paolo Spriano, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «Qui non dorme nessuno, si direbbe». Nell’epopea castrista sono da ricordare i film di propaganda di Michael Moore, le interminabili interviste devote di Oliver Stone e di Gianni Minà in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».
E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario il poeta Heberto Padilla, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro. O se incarceravano per 19 anni Armando Valladares, o il regista Amaro Gomez, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn. E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. Hasta siempre.
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

18 ottobre 2016

I conti con la storia e la scelta di abbattere la casa di Hitler

Adolf Hitler nacque a Braunau am Inn il 20 aprile 1889, figlio del doganiere Alois e della sua terza moglie Klara Pölzl: ora la casa dove visse per tre anni sarà abbattuta
di Sergio Romano
La distruzione della casa natale di Hitler a Braunau appartiene a una delle tradizioni meno nobili della storia umana. Posso immaginare che non sia piacevole per i 17.000 abitanti di questo piccolo centro dell’Alta Austria assistere di tanto in tanto al nostalgico pellegrinaggio di nazisti impenitenti. Il rischio esiste. Sappiamo che Jörg Haider, esponente di una destra che si definiva impunemente liberale, voleva organizzare a Braunau un congresso europeo e che vi sarebbe riuscito se Giovanni Malagodi, allora presidente dell’Internazionale liberale non glielo avesse impedito.
Ma i conti con la storia non si possono fare distruggendone le tracce. Non è lecito ricordare del passato soltanto le pagine più gradite e sopprimere quelle che sono motivo di imbarazzo e disagio. Hitler appartiene all’Austria. Gli anni passati a Vienna furono amari ma hanno formato la sua visione del mondo e i suoi gusti molto più di quanto sia accaduto a Monaco e a Berlino. Qui è nato il suo antisemitismo. Qui è stato trionfalmente accolto da una enorme folla plaudente nel marzo del 1938.
Paradossalmente la distruzione della casa di Braunau è stata decisa quando è nelle librerie da pochi mesi una nuova edizione del Mein Kampf; due volumi di grande formato che pesano cinque chili e contengono il testo di Hitler, una lunga prefazione (80 pagine), la lista delle traduzioni del libro in altre lingue, una bibliografia (122 pagine), cenni biografici sulle persone citate, un indice analitico (70 pagine), una documentazione iconografica sui luoghi abitati da Hitler negli anni in cui l’opera fu scritta, una sterminata bibliografia e 3.500 note.
Gli studiosi tedeschi non hanno bruciato le copie rimaste del libro di Hitler, come forse avrebbero fatto i distruttori della casa di Braunau. Hanno preferito seppellire l’autore sotto la pietra tombale della migliore filologia germanica.
«Corriere della sera» del 18 ottobre 2016

30 luglio 2014

La prova generale dell’orrore genocida

Deportazioni, stragi,stupri: le atrocità sui civili preannunciano un cupo futuro. E rimangono tutte impunite. L’avvio di una deriva che porterà ad Auschwitz
di Marcello Flores
La memoria più vicina e più forte della Seconda guerra mondiale, in cui la metà delle vittime sono state civili, ha fatto spesso dimenticare che i crimini di guerra e contro l’umanità hanno fatto la loro comparsa nel primo conflitto mondiale. Le convenzioni dell’Aia del 1899 e 1907 avevano stabilito quali fossero, nel corso di una guerra, i comportamenti ritenuti lesivi della dignità, dell’onore, di un sentimento di umanità che dovevano sopravvivere anche in epoca bellica. Ma già nel corso del 1915 e del 1916 erano apparsi diversi «rapporti» sulle atrocità commesse dall’esercito tedesco in Belgio e Francia, su quelle delle truppe austriache in Serbia, su quelle dell’esercito turco ai danni delle minoranze dell’Impero ottomano. Ma sarà soprattutto nel corso della conferenza di pace di Parigi che, nel marzo 1919, una commissione «sulle responsabilità degli autori della guerra e sull’applicazione delle punizioni» presenterà un ampio e dettagliato rapporto che elencava 32 crimini di guerra e allegava 30 pagine di esempi che enumeravano i luoghi e i tempi in cui essi erano stati commessi.
Un’anticipazione drammaticadi quanto sarebbe accaduto si era già avuta durante le due guerre balcaniche che, nel 1912-13, costituirono la premessa al conflitto mondiale. Anche in questo caso, nel 1914, era stato pubblicato un rapporto, voluto dalla Carnegie Foundation e stilato da giuristi di sei Paesi, in cui erano elencati gli orrori commessi da tutte le parti coinvolte (nella prima guerra la Lega balcanica contro l’Impero ottomano; nella seconda il conflitto era scoppiato tra i membri della Lega, la Bulgaria contro i suoi ex alleati Serbia, Grecia e Montenegro). Un ampio affresco in due tomi dello storico inglese Mark Levene sugli orrori dei genocidi novecenteschi, The Crisis of Genocide, dedica la prima parte proprio ai crimini commessi tra il 1912 e il 1918, mostrando come nell’area prevalente dei massacri (i Balcani, il Caucaso, l’Anatolia) in realtà le violenze continuarono fino almeno al trattato di Losanna del 1922, proseguendo sulla linea di quelle commesse negli anni precedenti.
Levene inquadra l’intero sviluppo mondiale moderno dell’Ottocento e Novecento come un contesto che favorisce il genocidio e vede le crisi delle semiperiferie — dove più gravi sono le violenze — come conseguenza del generale conflitto tra le grandi potenze in quelle zone che devono reggere l’impatto del collasso degli imperi tradizionali. Cercando di superare il contrasto tra coloro che vedono l’orizzonte della guerra come il contesto più propizio per le peggiori violenze o, al contrario, come il risultato di dinamiche che localmente hanno già il segno della barbarie, Levene cerca di comprendere la violenza intrecciando le «circostanze» da cui nasce il conflitto con la «esperienza» in cui esso si concretizza. Per i serbi, ad esempio, gli islamici macedoni potevano essere assimilati, mentre i musulmani albanesi dovevano essere deportati o sterminati, in quanto gruppo che sembrava costituire una minaccia particolarmente pericolosa.
È proprio la percezione della minaccia rappresentata da un gruppo avverso (nazionale, etnico, religioso) a costituire in genere la molla delle atrocità, oltre alla spirale di vendetta e controvendetta. Se nel corso della prima guerra balcanica migliaia di musulmani ottomani vengono uccisi dalle truppe serbe e bulgare nel corso della deportazione di oltre 200 mila di loro, nella seconda saranno i greci a distruggere 160 villaggi e a giustificare nell’estate del 1913 le loro atrocità, sostenendo che i bulgari non erano uomini e che con i barbari occorre comportarsi da barbari. I massacri dei serbi nei confronti degli albanesi — per ridurre il loro peso demografico in Kosovo — toccano l’apice nel settembre 1914, quando la repressione di un tentativo di rivolta conduce all’annientamento del distretto di Luma e alla fuga dei 25 mila sopravvissuti. È quindi senza soluzione di continuità che si succedono gli eccidi, le deportazioni, le violenze che accompagnano le prime terribili battaglie del conflitto mondiale (Charleroi, Marna, Tannenberg, Laghi Masuri, Langemarck, Cer).
La novità, in questo caso, è data dal luogo in cui avvengono le atrocità e da chi le commette. Nell’agosto-settembre del 1914, infatti, sono i soldati tedeschi a creare il terrore tra le popolazioni del Belgio e della Francia del nord. Con la scusa del timore di spie e della presenza di francs-tireurs (civili armati), come nella guerra franco-prussiana di quarant’anni prima, il generale von Bülow autorizza il 9 agosto la presa e uccisione di ostaggi e l’incendio dei villaggi dove i tedeschi hanno trovato resistenza. A Dinant quasi 700 persone (donne e bambini compresi) vengono allineate e uccise il 23 agosto, mentre due giorni dopo l’incendio di Lovanio distruggerà la preziosa biblioteca medievale, uccidendo circa 250 persone. Certo, in termini numerici, le 6.500 vittime civili del Belgio sono poca cosa di fronte a oltre un milione di morti che conterà, di lì a un anno, il genocidio degli armeni da parte ottomana, o ai massacri degli assiri e alla deportazione dei greci; o alle altre deportazioni di cui sono vittime in Russia oltre 300 mila tedeschi del Volga inviati in Siberia, o 100 mila ebrei rimossi dalle aree vicino al fronte e mandati in Polonia, mentre i cosacchi nel settembre 1914 entrano nella capitale della Galizia, Leopoli, uccidendo coloro che sono rimasti e distruggendo la città.
La deportazione è l’arma privilegiata, perché permette di uccidere o di far morire indirettamente una gran quantità di nemici presunti, impossessandosi di beni e villaggi e lasciando spesso alla popolazione locale il compito di intervenire contro le minoranze (ma queste minoranze, in Russia, sono oltre sette milioni di persone che saranno rimosse dalle loro case nel corso della guerra e saranno vittime della violenza militare dell’esercito zarista e a volte anche di quello nemico). Lo stupro di massa nei confronti delle donne — e spesso delle bambine — dei villaggi occupati fu una costante che anticipò e accompagnò le distruzioni e le deportazioni. Ciò avvenne in particolare, e con decine di migliaia di casi, nel corso della deportazione degli armeni, dell’espulsione degli ebrei dalle regioni occidentali della Russia, dell’invasione della Galizia, dell’occupazione austro-ungarica e bulgara della Serbia.
Autorizzati e incoraggiati dalle gerarchie militari, gli stupri di massa si rivelarono strumenti del genocidio e della snazionalizzazione. Quelli commessi sul fronte orientale e balcanico — di gran lunga la maggioranza — passarono però quasi inosservati, mentre fu alle centinaia compiuti da parte tedesca in Belgio e Francia che si diede particolare attenzione, anche se prevalentemente da parte di organizzazioni femminili. La commissione che nel marzo 1919 consegna il suo rapporto sulle violazioni delle «leggi di guerra» e sui crimini «contro l’umanità e la civiltà» (come le grandi potenze avevano dichiarato nel maggio 1915, avvertendo la Turchia che tutto il suo governo sarebbe stato ritenuto colpevole dei massacri degli armeni da poco iniziati) indica come responsabilità principali delle armate tedesche, austriache e ottomane, i massacri e il terrorismo sistematico, la messa a morte degli ostaggi, la tortura di civili, la deliberata riduzione alla fame, lo stupro, il sequestro di ragazze e donne per la prostituzione forzata, la deportazione, le condizioni inumane dell’internamento, il lavoro forzato dei civili nel corso di operazioni militari. Di alcuni di questi delitti si erano resi responsabili anche le potenze vincitrici. Ma il disaccordo politico (e soprattutto l’opposizione americana alla definizione stessa di crimini contro l’umanità e all’instaurazione di un tribunale internazionale) impedì che perfino per le nazioni sconfitte scattasse la risposta di una giustizia internazionale che pure sembrava avere individuato ciò che era accaduto.
«Corriere della Sera» dell'11 maggio 2014

29 luglio 2014

Soldati fucilati. Il momento della memoria?

Grande Guerra
di Giovanni Grasso
«Il centenario della Prima Guerra Mondiale può costituire l’occasione, anche in l’Italia, per fare i conti con un capitolo doloroso e rimosso dalla memoria nazionale: quello dei più di mille soldati italiani fucilati o comunque uccisi dal piombo dei propri commilitoni, perché ritenuti colpevoli di gravi reati militari». Il professor Nicola Labanca dell’università di Siena, uno dei più apprezzati storici militari, pesa le parole: «Mi rendo conto che è un discorso molto delicato. In quel migliaio e passa di soldati italiani fucilati c’è un po’ di tutto: colpevoli di reati comuni gravi, come furti, e di indiscipline varie; sbandati o traditori; disertori, veri o presunti. Soprattutto ci sono anche gli uccisi, come si diceva allora, per 'dare l’esempio', come i decimati, estratti a sorte dai reparti ammutinati o ritenuti poco coraggiosi. O, ancora, coloro che non si rifiutavano di combattere tout court, ma contestavano ordini che prevedevano missioni inutilmente suicide».
Le cifre complessive delle 'vittime' della giustizia militare in Italia durante la Grande Guerra sono ancora avvolte nell’ombra. Ci sono i numeri delle condanne a morte comminate dai tribunali militari, presieduti da giudici: circa 4.000, di cui però quasi 3.000 in contumacia (riguardavano la mancata presentazione alle armi degli italiani emigrati all’estero). Delle 1.000 rimanenti 750 furono effettivamente eseguite mediante fucilazione. Di ognuna di esse esistono gli atti processuali, studiati per la prima volta molti anni fa da Enzo Forcella e Alberto Monticone. Ma le fonti sono approssimative o addirittura inesistenti nei casi della cosiddetta 'giustizia sommaria'. È molto difficile avere dei dati certi. Gli storici Irene Guerrini e Marco Pluviano, nel loro libro Le fucilazioni sommarie nella Prima guerra mondiale (2004) ne hanno contate almeno trecento. Ma sono cifre per difetto.
Oltre ai tribunali militari ordinari, secondo le ferree disposizioni del capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, che emanò specifiche circolari, i comandi potevano istituire al fronte 'tribunali straordinari', composti da soli ufficiali (quindi con minori garanzie rispetto ai tribunali militari ordinari), che emettevano il verdetto in pochissimo tempo; ma potevano anche procedere all’esecuzione immediata di soldati macchiatisi di gravi colpe e, in caso di reati collettivi, ricorrere al terribile metodo della decimazione, estraendo a sorte e passando per le armi un soldato ogni dieci. Inoltre c’è da tenere conto delle esecuzioni avvenute nelle trincee (gli ufficiali e i sottufficiali avevano il dovere di sparare ai sottoposti che, durante gli assalti, si rifiutavano di combattere).
Certo è che la mano della giustizia militare italiana fu particolarmente pesante. I dati comparativi parlano chiaro. L’Italia con più di 1.000 fucilati su 4 milioni e 200 mila soldati al fronte è in cima alla lista, immediatamente dopo la Russia che giustiziò migliaia di militari. L’esercito francese (che iniziò la guerra un anno prima) ebbe 6 milioni di combattenti e 700 fucilati. Nell’esercito inglese questo numero scese a 350. La Germania, ma i dati non sono del tutto attendibili, solo 50. Gli americani, che buttarono nell’ultimo anno di conflitto milioni di uomini, ne ebbero poco più di una decina per reati comuni, come il furto e lo stupro.
I plotoni di esecuzione in Italia furono solo la punta di un iceberg di una giustizia militare particolarmente inflessibile. «Gli studi – aggiunge Labanca – parlano di 870 mila soldati italiani denunciati. Anche tenuto conto che quasi metà dei procedimenti era relativa a emigrati non tornati, quella cifra significa che un soldato italiano su dodici incorse nei rigori della giustizia militare. Un dato elevatissimo che dimostra quanto poco i fanti italiani sentissero la guerra, iniziata come guerra di conquista. E come Cadorna intendesse reagire al timore di un limitato spirito combattivo dei soldati con il terrore e la repressione. I severi giudizi dei tribunali militari peraltro non furono sempre equi: basti pensare che due terzi dei soldati giudicati furono condannati, mentre due terzi degli ufficiali assolti».
Il confronto dell’Italia con le altre nazioni è però sfavorevole anche sul piano della memoria. In Francia il presidente del consiglio Jospin aprì già nel 1998 un dibattito storico politico sulla questione dei condannati a morte, non senza polemiche e discussioni. Per il Centenario il ministro della Difesa francese ha richiesto il parere di una commissione di storici, incaricata di studiare la questione. Nel 2012 è stata varata una legge che obbliga i Comuni a inserire i nomi dei giustiziati nelle liste dei caduti su targhe e monumenti. In Francia, insomma, i 'fucilati' sono stati 'riabilitati'. Così in Nuova Zelanda, nel 2000. Le definizioni sono diverse, a seconda dei Paesi. Nel 2001 il Canada ha «restituito l’onore» ai soldati passati per le armi. In Gran Bretagna, nel 2006, sono stati «perdonati ». Non mancano in questi Paesi persino dei monumenti ai 'fucilati'. E in Italia?
«A parte il ministro della Difesa Scognamiglio, che fece un accenno al problema una quindicina di anni fa – risponde Labanca – nessuno ne ha più parlato ufficialmente. Ora forse è arrivato il momento, come Paese, di fare i conti con la spinosa questione. Nessuno pretende di equiparare i morti caduti in combattimento con quelli che, a vario titolo o per ragioni diverse, si sono rifiutati di farlo. Certo è che i 'fucilati' italiani, siano essi colpevoli o innocenti, sono comunque vittime della guerra. Ma i loro nomi non figurano nemmeno nell’'albo d’oro' dei caduti italiani. Più che di riabilitare (anche se in qualche caso specifico sarebbe più che doveroso), qui credo che si tratti di facilitare le ricerche degli storici (anche nominando una Commissione) e soprattutto di reintegrare nella memoria nazionale quella pagina dolorosa della nostra storia». Il centenario della Grande Guerra può costituire un’occasione veramente propizia, che non può essere sprecata.
«Avvenire» del 26 luglio 2014

22 luglio 2014

Quel Medioevo tinto di rosa

Intervista a Paolo Grillo
di Roberto I. Zanini
Prima fu Matilde di Canossa, poi Aldruda di Bertinoro. Il Medioevo delle donne passa attraverso queste due figure essenziali. La prima molto nota, in particolare per come da principessa e guerriera guidò la politica e condusse in battaglia le truppe papaline nel conflitto che le vide più volte contrapposte a Enrico IV nella seconda metà dell’XI secolo. Fatti che culminarono con l’umiliazione dell’imperatore davanti a Gregorio VII a Canossa nell’inverno del 1077. La seconda meno conosciuta, ma ugualmente di grande interesse per come cent’anni dopo portò in trionfo il suo ben più piccolo esercito contro le truppe di Barbarossa, che guidate dal vescovo di Magonza assediavano Ancona. E se si tratta di due italiane è perché all’epoca in Italia si avevano condizioni politiche tali da consentire alle donne di avere un ruolo sociale che non fosse di assoluto nascondimento e subalternità. E proprio dall’assedio di Ancona emergono altri episodi relativi al significativo ruolo del "sesso debole" nell’Italia dei Comuni. A raccontarceli è Paolo Grillo, docente di Storia medievale all’Università degli studi di Milano, in un suggestivo capitolo del suo Le guerre del Barbarossa. I comuni contro l’imperatore (Laterza, pagine 258, euro 20,00).

Perché un libro per raccontare i ben noti conflitti fra Barbarossa e i comuni italiani?
«Perché le campagne di Federico I in Italia non erano mai state raccontate nella loro globalità. Allo stesso tempo ho voluto assumere punti di vista diversi dai consueti osservando la guerra anche dalla parte dei semplici combattenti e delle vittime civili. E un punto di vista alternativo è proprio quello delle donne: cosa voleva dire per loro una guerra medievale?».

I cronisti dell’epoca non lo raccontano?
«Il fatto è proprio questo: c’è grande pudore nei cronisti medievali a parlare di donne e quando ne parlano sono donne che restano a casa, attendono i loro cavalieri, piangono i mariti. Anche il tema delle violenze dei vincitori non viene mai trattato, tranne una volta nell’assedio di Milano del 1158, ma solo perché l’episodio andò a finire bene, col vescovo di Praga che interviene per far liberare un gruppo di ragazze rapite dai cavalieri boemi. Eppure qua e là emergono riscontri che ci fanno pensare che nei comuni italiani dell’epoca le donne avessero un ruolo sociale esplicito anche in guerra, in particolare durante gli assedi. Il caso di Ancona è emblematico».

Accadeva solo nei comuni italiani?
«Sappiamo di un nobile cavaliere che nell’assedio di Tolosa a inizio ’200 venne ucciso da un sasso scagliato da una donna. Ma lo sappiamo proprio per l’eccezionalità dell’evento riguardante un nobile. In Italia, invece, la situazione è diversa. I comuni sono molto evoluti dal punto di vista sociale, economico e politico tanto da non riuscire a entrare in relazione (trattativa) con Barbarossa, che non riesce a capire come nelle città italiane ci possa essere tanta libertà. Non riesce ad accettare di dover trattare con rappresentanti che non siano dei nobili. I Comuni garantivano diritti civili a tutti. Anche alle donne, che pur non avendo diritti politici, avevano libertà di parola nelle assemblee, potevano lavorare, essere imprenditrici e gestire botteghe».

Ma se, come diceva prima, gli storici avevano pudore a raccontare di donne, cosa accade di diverso nell’assedio di Ancona tanto da esserci tramandato?
«Gli elementi fondamentali sono due. Il primo è che a parlarne non è un cronista di professione, ma Boncompagno di Signa: un letterato che non disdegna di raccontare la guerra partendo dai deboli e dalle cose di tutti i giorni. In questo modo, ed è il secondo elemento, il ruolo della popolazione femminile assediata non solo emerge a tutto tondo, ma da come è raccontato si capisce che si trattava di una cosa normale, al punto che Boncompagno contrappone i maschi pavidi con le femmine coraggiose».

Donne che impugnano le armi e scendono in battaglia?
«C’è molto di più. Ancona è assediata dalle truppe imperiali di Cristiano di Magonza e da un blocco navale comandato da Venezia, che in questo modo intendeva punire la città per la sua alleanza con la Bisanzio di Manuele Commeno. Dopo settimane in questa situazione e un paio di battaglie campali senza esito, la scarsezza di viveri fiacca la resistenza degli uomini che in riunione cominciano a parlare di resa. Entrano allora in campo le donne che in una parallela assemblea decidono di sollecitare gli uomini a proseguire la resistenza giungendo a offrire la loro carne per cibo. Boncompagno racconta episodi eroici di donne che combattono in appoggio ai balestrieri sulle mura continuando ad allattare. C’è il caso di Stamira che armata di mannaia (strumento da macellai che veniva usato in battaglia per uccidere i cavalli) si fa largo fra le truppe tedesche e riesce a dare fuoco a un barile incendiario distruggendo le loro macchina da guerra».

E poi c’è Aldruda ...
«Forzando il blocco navale una delegazione anconetana riesce a raggiungere la foce del Po per cercare aiuto a Ferrara. Lo trovano in Guglielmo Marchesella e poi nella contessa Aldruda di Bertinoro che ha stretti legami di parentela con Bisanzio. Le due colonne armate si riuniscono a Rimini, marciano su Ancona e si accampano su una collina nei pressi della città. Il racconto di Boncompagno esalta il ruolo di Aldruda che nella notte incita i suoi soldati al combattimento sottolineando la triste sorte delle donne se la città fosse caduta in mano agli imperiali. Tali sono le urla di entusiasmo e il frastuono di trombe che nella notte gli assedianti abbandonano il campo. Alla mattina salpano anche le navi veneziane. Non c’è bisogno di venire a battaglia. E Aldruda diventa un eroe anche per i cronisti bizantini che sottolineano come l’esercito dell’imperatore sia stato messo in fuga da una donna».

Ma non c’erano regole per impedire agli eserciti di rifarsi sui civili?
«In teoria tutti i non combattenti non dovevano essere coinvolti. Era una sorta di codice d’onore, ma non c’erano norme che punissero i soldati che violentavano e saccheggiavano. C’era però una regola non scritta che all’epoca viene quasi sempre rispettata in base alla quale la città che si arrendeva veniva risparmiata. E i comuni italiani obbligano spesso Federico ad accettare la resa salvando popolo e città».
«Avvenire» del 19 luglio 2014

13 luglio 2014

Nella mente dei khmer rossi

Il caso
di Lorenzo Fazzini
«Solo più tardi ho saputo che la maggior parte di coloro che transitavano dal mio ufficio finivano i loro giorni nel S-21 (il famigerato lager di Phon Phem, ndr)». Ordinarietà di un genocidio. Il più sanguinoso di tutta la storia. Un terzo della popolazione cambogiana fu sterminato nell’arco di soli 4 anni, da quel 17 aprile 1975 quando le truppe di Pol Pot conquistarono il potere in quella che fu celebrata (purtroppo anche in Occidente) come la Kampuchea democratica, "paradiso" proletario per generazioni di intellettuali "democratici". Un milione e mezzo di persone, su poco più di 4 milioni di abitanti, sacrificate sull’altare di nozioni come "lotta di classe", "dittatura del proletariato" e altri diktat di marca marxista-leninista.
Ora, per la prima volta, la genesi e la "normalità" del genocidio cambogiano è descritto nel suo formarsi, nel suo accrescere e nel suo svolgere da una voce interna. A farlo è Suong Sikoeun, intellettuale asiatico che militò nelle forze khmer, anzi fu il "megafono" della propaganda di Pol Pot quando nel 1977 al ministero degli Affari Esteri - denominato B-1, in stretto linguaggio burocratico-comunista - fu incaricato della sezione "stampa", precipuamente dell’Agence Kampuchéa d’Information. Fu così, en passant, che Suong - che ha da poco pubblicato in Francia le sue poderose memorie, Itinéraire d’un intellectuel khmer rouge (Cerf, pp. 540, euro 35) - ebbe a che fare con Oriana Fallaci, la celebre inviata italiana, e Tiziano Terzani, la prima "insistente" nel cercare un’intervista con Ieng Sary, numero due del regime; il secondo autore di una memorabile intervista allo stesso per il settimanale L’Espresso. Nella quale lo stesso Ieng - nota bene: il mattatoio ordito da Pol Pot per "purificare" il popolo da tutti gli elementi borghesi era già in atto - qualificava "l’esperienza rivoluzionaria cambogiana" come "senza precedenti".
Ma torniamo a Suong e al suo itinerario all’interno del comunismo orientale. L’apprendistato di salsa marxista avviene per lui, come per altri, a Parigi, santuario degli studenti cambogiani, dove una serie di insegnanti universitari introducono quella che domani sarà un domani l’elite dello sterminio asiatico ai concetti della Rivoluzione del 1789 coniugati all’esperienza comunista. Confessa Suong: «Per quel che mi riguarda, vi è stato un lento processo che risale agli anni ’50 in cui, mentre ero alle superiori, mi sono esaltato per la Rivoluzione francese di cui feci miei gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.
Questa influenza è stata rafforzata dal mio arrivo in Francia per l’università. Nel corso degli anni mi sono gettato a peso morto nelle attività e nei dibattiti politici, attraverso riflessioni personali approfondite, si è formato a poco a poco nel mio spirito un amalgama di concetti che mi ha condotto alla convinzione che solo una rivoluzione violenta, condotta per un manipolo di militanti devoti e risoluti, intimamente legati alle masse, sotto la direzione del Partito marxista-leninista, potesse mettere un termine ai mali di cui soffriva il mio Paese e il mio popolo: dominazione straniera, oppressione feudale e ingiustizia sociale». Ancora: «Ho letto con avidità tutto quello che riguardava sulla Rivoluzione francese, con preferenza per i giacobini e il suo capo, Robespierre, che era il mio eroe e il mio idolo. Mi sono convinto all’idea di una trasformazione della società con il metodo rivoluzionario e la necessità di una dittatura proletaria».
Suong dà così ragione direttamente al compianto cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger il quale nel suo libro-intervista (La scelta di Dio, Longanesi) indicava nel mix Rivoluzione del ’89-marxismo - di cui era imbevuta una certa cultura francese del Novecento - la responsabilità di aver "armato" la pistola del genocidio cambogiano: «Abbiamo saputo più tardi che un futuro braccio destro di Pol Pot faceva parte di uno dei gruppi estremisti dell’Ecole Normale di Parigi», attivi durante il ’68 francese.
Non mancano, nelle pagine di Suong, racconti di fatti e curiosità quotidiane in salsa polpotiana: negli uffici dei ministeri non si potevano usare i ventilatori anti-caldo, "pratica borghese", sebbene ci fossero tutti gli strumenti del caso; la famiglia veniva "rieducata", i genitori perdevano il diritto di educazione verso i figli (terribile l’aneddoto per cui la seconda figlia di Suong, vedendo il padre insieme al fratello, indica a questo la presenza "di suo padre", distanziandosi così dal genitore secondo le direttive del Partito); nessuna possibilità di celebrare delle feste, addirittura i matrimoni veniva combinati dai responsabili del Partito; e seguendo il celebre detto della Fattoria degli animali, anche nella Cambogia proletaria vi era qualcuno "più uguale degli altri": i membri del Comitato centrale del Partito ricevevano 3 pasti al giorno, i cittadini normali dovevano far meno della colazione.
Lo stesso Suong, al culmine della propria fede nel comunismo, non aveva esitato a pensare di dare un nome "sovietico" alla primogenita, chiamandola Néva in onore del fiume che attraversava Leningrado. Poi, però, quando l’Urss aveva cambiato atteggiamento verso l’esperienza rivoluzionaria cambogiana, anche la piccola mutò nome.
Eppure, una domanda serpeggia nel racconto di Suong, e talora affiora in superficie nel racconto dell’interessato: come è potuto succedere che una persona all’interno della stessa classe politica ai massimi livelli del regime non si sia potuta accorgere della strage, tanto massiccia, quanto invisibile, che Pol Pot metteva in atto? «Perché non ci siamo accorti di niente? È certo che il sistematico lavaggio del cervello combinato ad una psicosi della paura ci ha resi muti e ciechi. Da qui, a parlare di lassismo e complicità, il limite è aleatorio. Nessuno, tra di noi, ha avuto il coraggio di riconoscerlo».
Eppure qualche avvisaglia un politico ed esperto come Suong (che ha girato il mondo, in nome della rivoluzione perfetta alla Pol Pot) poteva averlo. Ma, è lui ad ammetterlo, «ho preferito chiudere orecchi e occhi». Come quando, nel 1977 un contrattempo durante un viaggio con gli ambasciatori di Thailandia e Svezia lo costringe a fermarsi per strada. La delegazione si vide avvicinata da una bimbetta malnutrita che chiedeva di esser portata a vivere a Phnom Penh. «Per convincerci iniziò a raccontare la vita che faceva nella cooperativa locale. Con un lavoro molto duro e un solo pasto di riso al giorno, non le era possibile sopravvivere. E lei non ci poteva mentire visto il suo aspetto di malnutrizione avanzata e di grande malessere fisico». Ma si sa, l’ideologia rende ciechi anche di fronte all’evidenza. E allora a Suong non resta che ammettere: «La Rivoluzione è morta. Abbasso la Rivoluzione!».
«Avvenire» del 10 luglio 2014

Pci, la «purga» del Migliore

L'inchiesta
di Roberto Festorazzi
E' il 26 o il 27 ottobre 1943, a Queyrières località Raffy, sperduto villaggio dell’Alta Loira, situato a 1.200 metri di altitudine. Quattro ospiti del locale Maquis, unità combattente della Resistenza francese a egemonia comunista, vengono prelevati a forza dalla fattoria in cui alloggiano e, con il pretesto del trasferimento in altro luogo, fatti allontanare e condotti presumibilmente poco distante, per essere fucilati.
Ho scritto «ospiti», ma sarebbe meglio definirli prigionieri, in quanto erano nelle mani dei «franchi tiratori partigiani» che li avrebbero eliminati per le spicce. Eppure non erano spie, né agenti nemici nazisti o loro alleati. Liberati dai partigiani comunisti dalla prigione di Le Puy agli inizi di ottobre, durante una maxi-evasione alla quale collaborarono i servizi segreti britannici, i quattro erano parte di un vasto gruppo di una sessantina di combattenti antifascisti. Solo che non erano politicamente immacolati come gli altri: erano trotzkisti; e su di loro calò la mannaia della vendetta comunista.
L’episodio, a lungo occultato in una coltre di bugie e di silenzi eloquenti, va ricordato anche perché nel quartetto c’era un italiano con una storia particolare: Pietro Tresso, alias «Blasco», niente meno che uno dei fondatori del Partito comunista d’Italia-organo della Terza Internazionale, da cui venne espulso con l’accusa di frazionismo e di trotzkismo nel clima avvelenato che precedette e preparò le purghe staliniane nel 1930.
Tresso, nato a Schio nel 1893, operaio sarto, è stato cancellato dall’album di famiglia del comunismo nostrano insieme a tanti dirigenti e co-fondatori del partito; la lista dei radiati, per limitarsi al solo periodo 1927-31, è impressionante: si va da Nicola Bombacci al primo segretario Amedeo Bordiga, dal «destro» buchariniano Angelo Tasca a Ignazio Silone e Antonio Graziadei, da bordighiani storici come Luigi Repossi, Onorato Damen, Bruno Fortichiari, fino ai tre antistalinisti cacciati nel 1930: Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli. Per comprendere in quale atmosfera si compissero queste violente epurazioni, basti ricordare il caldo "elogio" che del suo predecessore alla guida del partito tessé Palmiro Togliatti, nel 1937: «Bordiga vive oggi in Italia come una canaglia trotzkista, protetto dalla polizia e dai fascisti, odiato dagli operai come deve essere odiato un traditore»...
Pietro Tresso, cognato di Silone, era stato anch’egli incluso nella lista delle «canaglie», benché fosse stato un eminente dirigente del partito nato a Livorno nel 1921, e con una caratura internazionale, perché aveva preso parte in qualità di delegato al quarto congresso del Comintern, che si tenne a Mosca nel novembre 1922. Gramsci ne aveva talmente stima da cooptarlo negli organismi dirigenti del Pci. Proprio subendo l’influenza carismatica del leader sardo, nel 1924 Tresso abbandonò il suo riferimento politico e morale: Bordiga. «Blasco» fu un dirigente appassionato e intransigente, specializzato nel lavoro illegale. Fu parte determinante del primo tentativo di costituire un Centro interno clandestino del Pci in Italia, dopo che, verso la fine del 1926, il regime fascista cancellò dalla vita pubblica multipartitismo e pluralismo.
Ma il Centro interno, sotto la direzione di Tresso, Leonetti, Ravazzoli e Camilla Ravera, fu dapprima costretto a «sconfinare» in Svizzera, e infine, con la decimazione dei quadri e dei militanti arrestati dalla polizia fascista, dovette ammettere il fallimento. Togliatti, che intanto a Parigi aveva costituito il Centro estero del partito, in un processo accusatorio interno fece a pezzi il lavoro di Ravera e degli altri, con un crescendo di toni ingenerosi che fu percepito come un pessimo segnale del cambiamento dei costumi dentro il Pci: dallo stile fraterno di Gramsci, al cinico autoritarismo del Migliore. L’espulsione di Trotzki dal partito bolscevico ebbe, appunto, una proiezione italiana nella lotta intrapresa da Togliatti contro tutti i dirigenti che pretendevano di discutere la linea del partito, anziché approvarla a scatola chiusa.
Tra questi vi era certamente Tresso, rimasto in Italia a organizzare la presenza del Pci sfidando la polizia del regime. Dopo la sua espulsione dal partito, dovette tornare a fare il sarto a Parigi. Aderì al Psi e si legò alle posizioni trozkiste che, da varie angolature e con diverse sfumature, miravano alla costituzione di una Quarta internazionale, anti-stalinista. Arrestato nel giugno 1942 dalla polizia francese, «Blasco» finì come abbiamo raccontato.
Ma chi fu a decretare la sua morte? La questione è alquanto complicata, per il muro di omertà eretto attorno a questo omicidio eccellente. Il responsabile politico del Maquis in cui venne assassinato era un personaggio inquietante: Giovanni Sosso, alias capitano Jean, ex imbianchino nato in Italia, che probabilmente lavorava per i servizi segreti sovietici. Questo anticipa una considerazione, comunemente accettata dai pochi storici che hanno indagato sull’episodio: e cioè che l’ordine di sopprimere Tresso si radicasse nella collaborazione tra più soggetti del comunismo internazionale.
Alfonso Leonetti, uno dei tre dirigenti cacciati dal Pci nel 1930, raccolse un dossier che avrebbe contenuto prove tali da inchiodare addirittura Togliatti alle proprie responsabilità in questa oscura vicenda. Solo che Leonetti, nel frattempo riammesso nel Pci nel 1962, si comportò ingenuamente nell’affidare tale materiale a persone che credeva fidate. Temeva l’uso politico improprio che si sarebbe potuto fare di quelle carte, d’accordo, ma la consegna di prudenza non implicava la volontà di sotterrarle in qualche archivio segreto.
Nel dicembre del 1984, poco prima di morire, l’ex storico dirigente del partito ricevette in ospedale una strana visita di due emissari della segreteria del Pci. I personaggi gli domandarono il consenso alla distruzione di un biglietto, o di una lettera, di Togliatti, che – se pubblicata – avrebbe scatenato l’inferno. Con le residue energie, Leonetti allontanò i due, apostrofandoli con l’appellativo di «corvi». Ma per diradare le nebbie ora occorrerebbe un atto di coraggio: chi sa, parli.
«Avvenire» dell'8 luglio 2014

02 luglio 2014

I padroni della memoria

La storia scritta (e riscritta) sempre a sinistra
di Ernesto Galli della Loggia
C'è davvero qualcosa di singolare nel modo in cui è venuta formandosi la memoria della Repubblica, nel modo in cui tale memoria è stata ed è elaborata dalla cultura ufficiale del Paese. Per molti decenni, ad esempio, a quanto accaduto dal 1943 al '45 fu vietato dare il nome che gli spettava, il nome cioè di guerra civile. Parlare di guerra civile era giudicato fattualmente falso, e ancor di più ideologicamente sospetto. Bisognava dire che quella che c'era stata era la resistenza, non la guerra civile; di guerra civile parlavano e scrivevano, allora, solo i reduci di Salò, i nostalgici del regime e qualche coraggioso giornalista o pubblicista di rango come Indro Montanelli, che mostravano così da che parte ancora stavano. Le cose andarono in questo modo a lungo. Finché, all'inizio degli anni Novanta, come si sa, uno storico di sinistra, Claudio Pavone, scrisse un libro sul periodo 1943-'45 che si intitolava precisamente Una guerra civile: solamente da allora tutti abbiamo potuto usare senza problemi questa espressione, ben inteso non cancellando certo la parola resistenza.
Altro esempio: il cosiddetto «triangolo della morte», ovvero le uccisioni indiscriminate di fascisti e non commesse dai partigiani dopo il 25 aprile. Anche qui è valsa fino ad oggi la regola che bisognava negare che quelle uccisioni fossero avvenute, per lo meno che fossero avvenute su larga scala e assai spesso con efferatezza e gratuità spaventevoli. Solo quelli di Salò e i neofascisti ne parlavano, naturalmente si può immaginare come. Il discorso storico ufficiale, invece, al massimo e solo dopo molte riluttanze arrivava alle mezze ammissioni: più in là c' era ancora una volta il divieto del politicamente e dello storiograficamente corretto; finché con il recente libro di un noto e bravo giornalista di sinistra, Giampaolo Pansa (Il sangue dei vinti), il divieto è stato tolto, sicché ora siamo tutti finalmente autorizzati a conoscere e a discutere liberamente gli avvenimenti di quei terribili giorni. Ma mi domando: non è singolare che su due aspetti così significativi della fondazione del nostro presente, la memoria ufficiale del Paese abbia per tanto tempo preferito guardare dall'altra parte? E non è ancor più singolare che a conti fatti su entrambi quei nodi di eventi la versione anche lessicalmente più vicina alla verità non fosse quella della democrazia repubblicana e della sua memoria bensì quella dei suoi nemici? Ma le singolarità non finiscono qui.
C'è anche il non trascurabile particolare che è solo nel momento in cui personalità culturali di sinistra decidono che è giunto il momento di cambiare la versione fin lì consacrata dei fatti, è solo allora che il Paese si sente autorizzato a prendere ufficialmente conoscenza di parti di verità che fino ad allora, viceversa, si riteneva ideologicamente più opportuno far finta di ignorare; è solo allora che giornali, televisioni, opinione pubblica, si sentono in grado di poter discutere liberamente. Non solo, ma, come ha ricordato Otello Montanari in una lunga lettera al Foglio, capita addirittura che proprio l'odierno denunciatore delle stragi del dopo 25 aprile, proprio lui solo una decina di anni fa giudicasse negativamente e con pesante sarcasmo il suddetto Montanari che, pur militando da sempre nel Pci, cercava già allora di sollevare il velo della verità su quelle indiscriminate uccisioni; che cercava cioè di fare in anticipo la medesima cosa che lui stesso fa oggi.
Siamo una democrazia, insomma, che per troppo tempo ha avuto un rapporto problematico con la verità delle sue origini. E che dunque ha avuto un rapporto egualmente problematico con l'anima profonda del Paese che invece quella verità sapeva, o spesso intuiva, ma non poteva né sapeva dire. Una democrazia troppo abituata a praticare innanzitutto sulle proprie stesse vicende il conformismo culturale, l'ossequio alle versioni di comodo, a incensare come maestri gli araldi del primo e i fabbricanti delle seconde. Siamo una democrazia nata con una difficoltà profonda a fare i conti con il passato e che, forse anche per questo, si è poi trovata costretta in sessant'anni ad assistere tanto spesso senza batter ciglio al repentino cambiamento di senso che ha colpito il passato di tante biografie politiche: ieri postlittorie o postmonarchiche, oggi postfasciste, postcomuniste, postcraxiane, domani chissà postberlusconiane o postleghiste. Siamo una democrazia in cui la chiave della memoria pubblica è ancora e sempre nelle mani di una parte sola, non da ultimo a causa dell'incapacità e dell'inconsistenza culturale dell'altra, la quale, trovandosi tagliata fuori dall'elaborazione attiva e riconosciuta del passato collettivo, è come se si trovasse essa stessa senza radici e sempre sul punto di essere espulsa da quel passato medesimo, di vedersi cacciata dalla koinè nazionale.
Fino a quando sarà così non lo sappiamo: sappiamo solo che finché la memoria degli italiani non diverrà finalmente la sua stessa memoria, la Repubblica sarà condannata ad accontentarsi di una memoria sempre parziale e omissiva, a sentire sempre incerto e provvisorio il suo presente proprio come sempre incerto e provvisorio è il suo passato.
«Corriere della Sera» del 1 novembre 2003

17 maggio 2014

Quando l'umanità perderà la memoria

Esce da Fandango un saggio di Alessandro Piperno: con la scomparsa dell'ultimo sopravvissuto, l'Olocausto rischia di essere dimenticato
di Alessandro Piperno
La profezia di Proust e la Shoah: una storia che gli eredi non potranno testimoniare. La tesi: chi può rassicurarci sul fatto che lo studente di domani si sentirà ancora toccato da quelle immagini con gli stessi codici emotivi di oggi? Primo Levi: i superstiti non hanno alcun diritto di parlare a nome di chi non ce l'ha fatta
È ogni istante più vicino il giorno in cui l' ultimo sopravvissuto della Shoah scomparirà dalla faccia della Terra. Probabilmente sarà uno di quei bambini (ormai diventato vecchio) che, con occhi smarriti dalla rassegnazione ancor prima che dal terrore, mostra i numeri incisi sul polso alle cineprese degli Alleati ansiosi di documentare l'entità e l'orrore dello sterminio. Sì, uno di quei bambini, quasi indistinguibili dai suoi compagni di sventura, che riappaiono in tv ogni fine gennaio, nella settimana durante la quale, per convenzione e non senza qualche ipocrisia, usiamo commemorare i milioni di vittime del genocidio. È più che probabile che, data l'inaudita vastità del fenomeno, per non dire della sua intricatezza statistica, nessuno si accorgerà che è venuto a mancare l'ultimo internato superstite di un campo di sterminio nazista. Ciò non di meno è indubbio che quel giorno (sobriamente travestito da giorno qualsiasi) arriverà. E porterà un cambiamento non immediatamente percettibile ma, alla lunga, a dir poco fatale. Con la scomparsa dalla faccia della Terra dell' ultimo internato, infatti, non ci sarà più nessun essere umano capace di testimoniare con il proprio corpo, con il proprio spirito, con il proprio cervello, con il proprio sangue quello che successe in Europa centrale più di mezzo secolo fa. Da quel momento in poi i testimoni verranno sostituiti dai figli e dai nipoti. Verrà affidato alla prole il compito di tramandare ai posteri il dolore inumano patito dai genitori scomparsi. Toccherà ai figli essere intervistati. Andare nelle scuole. Parlare nelle pubbliche commemorazioni. Toccherà a loro tentare di raccontare. Naturalmente, non potendo avvalersi di una memoria diretta, dovranno contentarsi di narrare ciò che è stato loro narrato dai genitori. È lecito ipotizzare che questi testimoni di secondo grado, coniugando esigenze intime a ragioni pedagogico-istituzionali, accettino di accompagnare le scolaresche nell'ennesimo macabro pellegrinaggio ai campi della morte trasformati in scabri musei dell'orrore. Così come è sensato immaginare che questi figli di deportati proveranno un certo imbarazzo nel parlare di ciò che non hanno vissuto. Primo Levi, ne I sommersi e i salvati (il suo libro più tragico), sostiene, con la durezza che lo contraddistingue, che i sopravvissuti non hanno alcun diritto di parlare a nome di chi non ce l'ha fatta. Per lo stesso identico motivo, o forse per un motivo ancor più forte, è assurdo che i figli dei sopravvissuti parlino a nome dei loro padri e delle loro madri. Che non sia questo il limite della cosiddetta «memoria collettiva»? Essa nasce già come impostura. Visto che la memoria, per sua stessa definizione, non può che essere individuale, e visto che ogni testimonianza indiretta non ha niente a che fare con la memoria - tutt'al più con la letteratura, in taluni casi con la mitologia -, ecco che il giorno dopo la morte dell'ultimo perseguitato dalla furia nazista, l'umanità dovrà fare i conti con la propria incapacità di ricordare e con l'invincibile forza dell'Oblio. Da quel giorno in poi la Shoah inizierà a trasformarsi in qualche altra cosa. Alla lunga gli sforzi delle istituzioni di mantenere viva la fiamma della commozione si riveleranno vani. Perché gli uomini sono fatti in modo da provare commozione solo per ciò che li riguarda direttamente. E se un individuo è capace di immedesimarsi nella tragedia occorsa a un genitore, a uno zio o a un nonno, egli incontra qualche difficoltà a solidarizzare con il dramma di un trisavolo. Tutto questo autorizza l'ipotesi che, nel corso di poche generazioni, la Shoah - inghiottita dai decenni trascorsi, divorata dalla retorica istituzionale, banalizzata dal profluvio bibliografico, oltraggiata dal risentimento dei negazionisti, offuscata da qualche altra tragedia più incombente - diventi un fantasma? Ovvero, qualcosa di non immediatamente intellegibile. Qualcosa imposto dall'alto: come una religione, o come una vecchia carta costituzionale. Una ricorrenza in mezzo a tante altre ricorrenze. Quanto tempo deve passare prima che il più spaventoso dei ricordi cada in prescrizione? A onor del vero, occorre dire che qualsiasi studente della nostra epoca, provvisto di buonsenso e di empatia, prova orrore, commozione e sdegno leggendo un libro come Se questo è un uomo di Primo Levi. C'è da chiedersi però se tra un paio di secoli l'effetto prodotto sui posteri da tale lettura sarà il medesimo. O se quelle terrificanti pagine non corrano il rischio di essere consultate con lo stesso spirito con cui noi oggi leggiamo le cronache del famoso terremoto di Lisbona del 1755. Di certo la tecnologia fornirà un aiuto prezioso alla causa della Memoria. Inutile negare che le immagini - le migliaia di immagini archiviate - continuano a esercitare su di noi un'attrazione ipnotica, rappresentando un monito permanente. Un altro aiuto verrà offerto dall'azione persuasiva delle retorica che, in talune circostanze, può rivelarsi utile, come ammette lo stesso Primo Levi: «Una certa dose di retorica è forse indispensabile affinché il ricordo duri. Che i sepolcri, "l'urne dei forti", accendano gli animi a egregie cose, o almeno conservino memoria delle imprese compiute, era vero ai tempi di Foscolo ed è vero ancor oggi». Ma chi può rassicurarci sul fatto che lo studente del ventitreesimo secolo si sentirà ancora implicato con quelle immagini? E che sarà ancora in grado di riconoscersi negli uomini che commisero e che subirono quelle orripilanti atrocità? Chi ci dice che il nostro studente venturo risponderà allo stesso codice emotivo e culturale che ancora oggi rende la retorica della Shoah così efficace? La verità è che ci vorrà qualche altro decennio per misurare l'entità del successo o del fallimento di coloro che hanno scommesso - in buonafede e con caparbietà - sulla Memoria. Per adesso è possibile provare a interpretare i dati di cui disponiamo. E fare un bilancio provvisorio. Si è spesso detto che l'interesse di alcuni degli ex internati nei campi di sterminio a raccontare e riraccontare ciò che avevano subito (naturalmente ci sono anche ex internati che hanno scelto, con gesto non meno dignitoso e non meno comprensibile, l'opposta via del riserbo), derivasse soprattutto dal timore che certe atrocità potessero ripetersi. Le Memoria come ammonimento, quindi. La Memoria come pedagogia. Ma siamo proprio sicuri che sia questa la ragione ultima di quell'inesauribile smania di ricordare? Davvero la prima preoccupazione di chi è scampato a un' esperienza così mostruosamente totalizzante è che nessun altro provi un giorno ciò che lui ha provato? Bisogna avere un' opinione lusinghiera (e decisamente irrealistica) del genere umano per crederlo. Primo Levi scrive: «Quasi tutti i reduci, a voce alta o nelle loro memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso nelle notti di prigionia, vario nei particolari ma unico nella sostanza di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi, neppure ascoltati. Nella forma più tipica (e più crudele), l'interlocutore si voltava e se ne andava in silenzio». Mi pare che il sogno ricorrente di cui Levi dà conto sia l'ennesima dimostrazione di come uno dei pochi sproni a sopravvivere degli internati fosse quello di poter raccontare, un giorno, la loro esperienza. I pochissimi che ebbero la fortuna di sopravvivere dovettero affrontare il dramma di non essere all' altezza del compito che si erano prefissi. Se è vero che non c' è esperienza individuale che sia totalmente comunicabile, ciò è ancora più vero quando l'esperienza che vuoi raccontare è così spaventosa. Non a caso Elie Wiesel ha scritto: «Quelli che non hanno vissuto quell' esperienza non sapranno mai che cosa sia stata; quelli che l' hanno vissuta non lo diranno mai; non veramente, non sino in fondo. Il passato appartiene ai morti, e il sopravvissuto non si riconosce nelle immagini e nelle idee che pretendono di descriverlo». In un processo psichico non così difficile da comprendere, l' impossibilità di riuscire fino in fondo a «dire» ciò che ti è capitato si trasforma in un' esigenza di dirlo a tutti costi. Il fatto di non riuscirci fino in fondo non è che l' ennesima beffa, una specie di vittoria postuma dei nazisti e dei loro spregevolissimi fiancheggiatori. L'inesprimibilità di una tragedia è parte stessa della tragedia. Bruno Bettelheim - lo psichiatra che meglio di qualsiasi altro ha saputo descrivere la cosiddetta «sindrome del sopravvissuto ai campi di sterminio» - ha raccontato come, durante i primi giorni di prigionia in un campo di concentramento, lui, per tenere desta la mente, per non abbrutirsi, avesse provato ad analizzare i propri comportamenti e quelli degli altri internati con un atteggiamento scientifico che gli era stato inculcato da una severa educazione accademica: «Tale studio fu un meccanismo sviluppato ad hoc per poter mantenere almeno un minimo di interessi intellettuali e riuscire quindi a meglio sopportare la vita del campo. L'osservazione e la raccolta di dati vanno quindi considerate alla stregua di un particolare tipo di difesa sviluppata in quella situazione estrema». Lo «studio» cui allude Bettelheim non è solo un atto di comprensione, ma in un certo senso anche un atto di memoria. Capire vuol dire (lo dice Bettelheim stesso) immagazzinare una miriade di dati interessanti che ti consentono di ricostruire retroattivamente ciò che ti è capitato. E, dopo averlo capito, di raccontarlo. Dalle centinaia di testimonianze raccolte possiamo dire che l' internato in un campo di sterminio (soprattutto i primi tempi) - oltre alle tragedie legate alla violenza subita, allo scenario apocalittico in cui si è ritrovato quasi da un giorno all' altro, oltre al pensiero terrorizzante di ciò che potrebbe essere capitato ai suoi cari, al permanente pericolo di essere ammazzato, all'amministrazione delle energie residue in uno stato paurosamente insalubre di denutrizione, affaticamento, malattia, oltre al senso di solitudine aberrante - si trova a fronteggiare un dramma psicologico di proporzioni inaudite: da un lato sente che una delle poche ragioni per cui deve salvarsi è per poter raccontare la sua esperienza (molti hanno detto che questo era un pensiero ricorrente: salvarsi al solo scopo di poter raccontare. Affinché tutto ciò non restasse impunito, affinché tutto ciò avesse un senso). Ma, dall'altro, come ci spiega bene Levi, affianco a questo pensiero in qualche misura vitale ce n'era uno contrario: la paura di non essere creduti. Il terrore che, qualora fossi riuscito a salvarti, non avresti trovato le parole per raccontare, per ordinare i tuoi ricordi in un modo logico, laico e efficace. Chissà allora che si possa dire che una delle ragioni (non la sola, certo) per cui chi ha patito l'esperienza concentrazionaria non smette di ricordarla a se stesso e al mondo è perché lui è rimasto lì, se non con il corpo, di certo con la mente.
«Corriere della Sera» del 14 lugilio 2012

25 marzo 2014

Inquisizione, oltre gli equivoci

Storia
di Franco Cardini
Ormai, a parte le solite voci attardate e tendenziose, alla parola “inquisizione” non si reagisce più in modo scomposto. Studi recenti hanno fatto luce su un’istituzione dai molti aspetti ambigui e inquietanti, ma sulla quale si comincia a veder chiaro e a uscire dagli equivoci sia apologetici sia demonizzanti. Il che vale non tanto per l’Inquisizione medievale, per la quale il problema sono i pochi documenti, quanto per quella moderna, romana (gestita dalla Santa Sede) o spagnola (dipendente dalla corona iberica). Le ricerche di John Tedeschi e di Adriano Prosperi hanno impresso agli studi del settore una svolta.
Sull’Inquisizione romana, in stretto rapporto con il Concilio Tridentino, c’era già l’ampia ricerca di Chiara Quaranta su Marcello II Cervini (Il Mulino 2010). Il cardinal Cervini, collaboratore di papa Paolo III e figura di punta del Concilio di Trento, ascese al soglio pontificio nell’aprile del 1555 ma morì poco dopo; la Quaranta ha gettato nuova luce sulla sua figura. Ora il sicuro e lucido lavoro di Massimo Firpo ci fornisce uno strumento d’indagine adeguato a comprendere sul serio gli avvenimenti di quel cruciale triennio 1550-1553, immediatamente successivo al pontificato di Paolo III e segnato da quello di Giulio III (1550-1555).
L’indagine di Firpo è ancorata alla proposta di John O’Malley di eliminare le contrapposte e svianti espressioni “Controriforma” e “Riforma cattolica”. Firpo si pone all’interno della non esaurita polemica che ha visto protagonisti Hubert Jedin e Carlo Dionisotti e ha buone ragioni nel respingere le troppo comode vie d’uscita: come la proposta di un “cattolicesimo moderno” che si sarebbe affermato nel corso del XVI secolo.
Tra il 1520 e il 1580 Curia e Chiesa mutarono volto e la fondazione dell’Inquisizione romana fu centrale nella ridefinizione teologico-disciplinare, voluta dal Sant’Uffizio e culminata nei processi contro i valdesi e l’offensiva ai danni di Reginald Pole e di Giovanni Morone: il preludio alla sterzata del Concilio di Trento. Cervini e Carafa furono i registi di questa correzione di rotta, poi pontefici dopo Giulio III (Paolo IV Carafa fino al 1559).
Decisamente discontinuista, insomma, Firpo? Analizzando un breve periodo e incentrandosi sull’istituzione inquisitoria, ha buon gioco nell’affermare che furono appunto gli inquisitori a stabilizzare lo scisma tra cattolici e riformati: una soluzione tutt’altro che deterministicamente necessaria. La sconfitta di Pole e Morone significò la vittoria del Cervini e del Carafa anche contro le vere o supposte “simpatie luterane” dell’imperatore Carlo V e il “mondanismo” di Paolo III e Giulio III, che avevano sottovalutato le conseguenze del movimento riformatore.
Firpo non è per nulla circospetto nel denunziare lo “jedinismo” di O’Malley e dello stesso Paolo Prodi e nel dichiarare la sua esplicita avversione – rinforzando le tesi della Quaranta – nei confronti di qualunque edulcorazione della durezza della “rottura inquisitoriale” di una possibile pacificazione con iriformati, e dell’avvolgere la storia della Chiesa cinquecentesca nel rassicurante involucro del cattolicesimo moderno. A metà secolo, per l’Inquisizione romana si trattava di sbarrare il soglio pontificio ai fautori del compromesso. Ci riuscirono.
Questa bella ricerca storica non è solo la buona performance di uno studioso affermato o un esercizio erudito. Nel momento in cui torna attuale la ricerca di una rinnovata unità dei cristiani – il che significa riaprire il discorso sospeso dal 1563, chiusura del Concilio di Trento – questo libro è anche un sasso lanciato in uno stagno che peraltro non è mai stato immobile. D’altro canto, non c’è dubbio – e Firpo lo sottolinea – che la difesa inquisitoriale della gerarchia ecclesiale (la componente “controriformistica”) procedette di pari passo all’affermarsi di un giro di vite disciplinare e moralistico (la componente “cattoriformista”). Insomma, la compresenza “cattomoderna” delle due componenti, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Sarà interessante aspettare adesso la reazione dei “neojediniani”.

Massimo Firpo, La presa di potere dell’Inquisizione romana. 1550-1553,
Laterza. Pagine 288. Euro 22,00
«Avvenire» del 21 marzo 2014

04 marzo 2014

Care icone rosse, raccontateci il vostro passato da vergogna

Articoli su "Roma fascista" e firme contro Calabresi. Militanza nella Rsi e imbarazzi. Quel che la sinistra non dice
di Luigi Mascheroni
L'intervista è la regina e insieme la puttana del giornalismo: se l'azzecchi esce il capolavoro, se sbagli domande è il disastro.
L'intervista di Daria Bignardi al grillino Alessandro Di Battista, in cui si insisteva sul passato fascista del padre (di lui), è stata un capolavoro o un fallimento? E l'intervista virtuale di Rocco Casalino a Daria Bignardi, in cui si insisteva sulla condanna come mandante di omicidio del suocero (di lei), è una caduta di stile o una mossa mediatica?
A proposito di intervista virtuale. Ecco un campionario di domande tabù ad uso di giornalisti coraggiosi che vogliano sfidare i mammasantissima del circo mediatico. Domande indicibili, per gli intoccabili. Ci sarà qualcuno capace di mettere in imbarazzo i soliti belli, buoni e santi? Perché a far le domande scomode ai berlusconiani brutti e cattivi sono capaci tutti. E quindi è arrivato il momento della prima intervista barbarica, in coppia!, a due Grandi Vecchi della cultura italiana, due padri della Patria, due difensori dei valori democratici di una Repubblica nata sul sangue della Resistenza e sul sacrificio di un'intera generazione di giovani che seppero gridare alto il loro NO al fascismo, Signore e signori, Eugenio Scalfari e Dario Fo... Applausi. Prego, accomodatevi. Che onore avervi qui, anzi Onore al Duce. Bene, iniziamo da Lei, Scalfari. Ci racconti un po'... Com'era lavorare per Roma Fascista? E collaborare con una rivista squadrista come Nuovo Occidente? Ci dica, secondo Lei, che è un grande liberale, in quegli anni c'era più o meno libertà rispetto al ventennio berlusconiano? No, dài, non si schermisca: è Lei, insieme agli intellettuali di riferimento di Repubblica come Asor Rosa, Eco e Camilleri, a sostenere che il berlusconismo sia peggio del fascismo... Allora? E Lei, Fo, mi dica: l'essersi arruolato volontario nella Rsi, paracadutista nel “Battaglione Azzurro” di Tradate, è per Lei motivo di orgoglio o di vergogna? La sua militanza a Salò venne fuori solo negli anni '70: perché Lei non ne parlò mai? La mette in imbarazzo? No... vero? Ci dica... Ha mai sparato a un partigiano?
A proposito di antifascisti. E lei, Barbara Spinelli, che dalla Stampa troppo poco antiberlusconiana nel 2010 ha deciso di tornare a Repubblica, un foglio dove davvero un giornalista può trovare tutta la libertà necessaria al proprio pensiero e alla propria scrittura, ci dica: com'è lavorare con un direttore come Scalfari, che mentre suo padre Altiero era al confino a Ventotenne, dirigeva Roma fascista? Avete mai parlato di queste cose?
No, dico questo perché è una notizia di ieri che le colpe dei padri ricadano sui figli... E il rapporto padre-figlio, come quello di suocero e nuora, è molto delicato. Signore e signori, è arrivato il momento di Mario Calabresi. Applausi. Bene, si accomodi. Allora, Lei oggi dirige la Stampa, ma per anni è stato caporedattore centrale a Repubblica: cosa si prova a passare tutti i giorni i pezzi di uno condannato come mandante dell'omicidio di suo padre? Ci faccia capire bene: sono cose importanti, alla gente che ci ascolta da casa interessano, eccome. Lo so, toccare il tasto Calabresi è scomodo, ma le domande tabù vanno fatte. Lei, Paolo Mieli, e lei Eco, e Lei Oliviero Toscani: nel '71, insieme con tanti altri intellettuali, firmaste la lettera aperta a L'Espresso contro il commissario Calabresi, ammazzato da Lotta Continua. Deprecabile, vero? Parliamone: lo rifareste oggi?
A proposito di appelli. E Lei Vauro? Assieme ai Wu Ming e molti altri, ha firmato il manifesto che difende un terrorista, assassino e latitante come Cesare Battisti. Ci racconta come è andata? Ha mai incontrato i famigliari delle persone ammazzate da Battisti? Li ha abbracciati? Ha portato loro dei romanzi di Battisti? A proposito, nell'elenco dei firmatari, all'inizio, c'era anche Lei, Signore e signori..., Roberto Saviano. Poi si tirò indietro. Ce ne parla? E ci parla del suo processo per plagio? Alcune parti di Gomorra sono state copiate da articoli di altri giornalisti, senza citazione - No Corrado Augias, non sto parlando con Lei, dei suoi libri bruciati e copiati parliamo nella prossima intervista - Mi scusi, Saviano, dicevo: allora, cos'è successo? La Mondadori è molto sensibile su questa cosa del plagio... Anche adesso che Lei è passato a Feltrinelli? Saviano, a proposito, ma è vero che Lei da piccolo frequentava a Napoli le palestre dove boxavano i ragazzi del Fronte della Gioventù? È solo una voce, giusto? O è la solita macchina del fango? No, lo dico perché sa com'è: ormai quando uno tira fuori il passato fascista di qualcuno - fosse anche il padre di un grillino - tutti gridano alla macchina del fango ...
«Il Giornale» del 5 febbraio 2014

15 febbraio 2014

Foibe, la censura continua?

L'anniversario
di Paolo Simoncelli
C’è una faziosità atavica nella cultura politica che, comprensibilmente, di­venta rancore ottuso al momento in cui l’accer­tamento storico-critico investe il Moloch irragio­nevolmente granitico e violento della 'vul­gata' resistenziale.
Un’isteria e un’insistenza banalmente pro­vocatoria dell’affronto si risveglia in due cir­costanze: al ricordo dell’eliminazione, ad opera di partigiani comunisti, dei partigia­ni cattolici della «Osoppo» a Porzus nel feb­braio 1944, uomini colpevoli di difendere territorio e popolazioni italiane dal disegno annessionistico titino; e il ricordo dei mas­sacri degli italiani della Venezia Giulia, I­stria, Dalmazia, da parte dei titini nel set­tembre 1943 e dalla primavera del ’45.
La firma del Trattato di pace, imposto all’I­talia dai vincitori (che non tennero il mini­mo conto della «cobelligeranza», delle for­ze della Resistenza, eccetera) il 10 febbraio 1947, non fu privo di reazioni negative, an­che da parte di esponenti antifascisti che vanamente si opposero a quelle clausole. Seguì l’esodo di 350 mila italiani dall’A­driatico orientale; quegli antichi filmati in bianco e nero che mostravano lo sradica­mento violento di radici culturali e socio­economiche, e lo spezzamento di famiglie tra giovani che potevano ancora aspirare alla vita e anziani condannati alla non spe­ranza nel regime comunista slavo, sono sta­te allora interpretate come testimonianze di fascismo o revanscismo da parte di quanti non accettavano un’analisi storica artico­lata di quelle vicende. Un progressivo mo­nopolio ideologico-culturale assolutizzan­te fino a controllare la memoria storica e le relative fonti di diffusione, con la compli­cità opportunistica e vile di un’intera clas­se politica, impose il silenzio.
Nelle foibe, testimonianze atroci di pulizia etnica anti-italiana (in cui persero la vita decine di migliaia di italiani), furono preci­pitate allora le testimonianze e la memoria dei reduci, dei sopravvissuti, degli scampa­ti. Achille Occhetto ha dichiarato pochi gior­ni fa di aver «appreso del dramma delle foi­be solo dopo la 'svolta della Bolognina'. Prima non ne ero mai venuto a conoscen­za »; testimone con ciò dello straordinario successo dell’operazione-silenzio. Occor­sero 70 anni per giungere a riparlarne fuo­ri dai piccoli, riservati circuiti degli esuli. Giusto dieci anni fa, il Parlamento votò pressoché all’unanimità la legge 92/2004 che dedicava il 10 febbraio, ricorrenza del­la firma del Trattato di pace, alla «memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giulia­no-dalmata, delle vicende del confine o­rientale ». Apparvero timide lapidi di ricor­do e qualche via o parco intitolato alle vit­time delle foibe; lapidi subito infrante: alto il rischio di ricordare, anche da semplicissime righe, che l’impianto ideologico co­struito e imposto a difesa dell’indifendibi­le non poteva consentire di sbirciare oltre l’epicizzazione comunista, meno che mai accertare fatti tramandati da lapidi e mo­numenti falsi, medaglie con motivazioni fa­risaiche, in un sistema complesso di rigo­rosa vigilanza ideologica interna e internazionale.
Sperimentato persino dal presidente Na­politano che, coraggiosamente, in occasio­ne del suo primo «Giorno del Ricordo» ce­lebrato da capo dello Stato, ricordò quelle «miriadi di tragedie e di orrori» conseguenti a «un disegno annessionistico slavo», richiamando all’assunzione della «responsa­bilità dell’aver negato, o teso ad ignorare, la verità». Seguirono reazioni insultanti del­l’allora presidente croato Mesic, capace di scorgere in quelle parole «elementi di a­perto razzismo, revisionismo storico e re­vanscismo politico». Nient’altro!
Oggi, di fronte all’accettazione diffusa d’u­na realtà non più silenziabile (malaugurato crollo del muro di Berlino!), cambia il metodo: ciò che non è più nascondibile va allora ascritto alle precedenti responsabilità fasciste, talmente gravi e violente da giu­stificare una reazione slava. Ma se ne sono accorti solo ora? Perché non dirlo nei de­cenni del silenzio forzoso? Allora è stato si­lenziato persino l’antifascismo. Comunque attenzione: che il poi sia deter­minato da un prima non cronologico ma causale l’aveva detto anche Nolte, denun­ciando il nazismo come reazione al comu­nismo e il lager come conseguente al gulag. Non ebbe vita facile, ma può contare ora su un po’ di attardati seguaci. Basta, comun­que, col mito degli «italiani brava gente» (anche se occorrerà reinterpretare Nuto Re­velli, il quale incautamente ricordava che in guerra, nell’Unione Sovietica di Beppe Stalin, i soldati tedeschi presi prigionieri ve­nivano fucilati sul posto, gli italiani avviati ai lavori forzati).
Simone Cristicchi, da sinistra, dà vita ad u­no spettacolo toccante, dedicato alle speranze estreme e alle vite degli esuli italiani racchiuse in qualche scatolone ammassa­to a Trieste nel «Magazzino 18»; grande pathos e grandi riconoscimenti critici; be­ne, immediate proposte perché gli venga ri­tirata la tessera ad onore dell’Anpi. E allo­ra altrove va in scena Io odio gli italiani, pié­ce sulla drammatica vita nei campi di con­centramento italiani da Gonars ad Arbe (chissà se anche sulle testimonianze degli ebrei qui internati?). Iniziative sospette di puntuale opportunismo, utile a creare il «caso» e dunque a godere di qualche ri­chiamo di cronaca, e di banale prevedibi-­lità, che testimoniano del successo del «Giorno del Ricordo»; come una lapide in­franta: al silenzio lacerato segue la violen­za. Hanno perso.
«Avvenire» dell'8 febbraio 2014

30 gennaio 2014

Foibe, i Giorni del non Ricordo

10 febbraio
di Lucia Bellaspiga
Nessun negazionismo targato Rai: il Giorno del Ricordo s’ha da fare e si farà. Dopo giorni di polemi­che, annunci e smentite, sono i vertici della tivù di Stato a riferire la decisione definitiva: 'Magazzino 18', il musical ci­vile di Simone Cristicchi dedicato alle Foibe e all’esodo dei 350mila giuliano­dalmati, sarà trasmesso il 10 febbraio, Giorno (appunto) del Ricordo. In secon­da serata, è vero, ma su Rai1, la rete am­miraglia. D’altra parte lo spettacolo di Cristicchi si è guada­gnato un quarto d’o­ra di applausi inin­terrotti alla prima di Trieste e il tutto e­saurito nei teatri d’I­talia che la tournée sta toccando. «È uno spettacolo che ha la presunzione dell’e­quilibrio e l’intenzio­ne di pacificare, do­po decenni di scon­tri ideologici», ci ha detto il cantautore romano, da sempre vicino alla sinistra eppure deciso a rac­contare per la prima volta con una po­derosa opera teatrale la pagina più di­menticata della storia d’Italia, la strage di italiani da parte del dittatore comunista Tito dopo la seconda guerra mondiale.

DALLA RAI NESSUNA CENSURA. «La messa in onda di 'Magazzino 18' il 10 febbraio non era mai in dubbio – sostie­ne il direttore di Rai 1, Giancarlo Leone –. I palinsesti si chiudono di venerdì, ec­co perché non l’avevamo ancora an- nunciato». Ma a far sapere che la Rai a­veva «fatto dietro front» era stato proprio Cristicchi, che sulla pagina Facebook i giorni scorsi esprimeva il suo dispiace­re «per tutte quelle persone che, non a­vendo visto lo spettacolo nella propria città, aspettavano il 10 febbraio per po­terlo vedere in tv». Immediata la prote­sta del pubblico, che ha lanciato in rete una petizione alla Rai cui hanno aderi­to migliaia di persone. «Non ce n’era bi­sogno », rimarca però il direttore Leone, «prima andrà in onda un’anteprima di 'Porta a Porta' di venti minuti dedicata al Giorno del Ricordo, poi 'Magazzino 18'...». Seconda se­rata, dunque. Sem­pre meglio dello scorso anno, quando la Rai per celebrare la ricorrenza mandò in onda la solita fiction (stravista) 'Il cuore nel pozzo' alle 3.20 del mattino. «È un programma colto, raffinato, non gli fa­remmo un bel servi­zio a mandarlo in prima serata», spiega Leone. Esprime sollievo Cristicchi, che già in passato aveva affrontato temi come il manicomio o la guerra di Russia, e ora si cimenta in quella che definisce un’ope­ra di «educazione alla memoria» attra­verso «la magia del teatro, la potenza del­l’orchestra e una scenografia imponen­te », tra le masserizie dei 350mila istriani in fuga abbandonate dal 1947 nel Ma­gazzino 18 di Trieste. Va notato che Cri­sticchi il 27 gennaio, Giornata della Me­moria, è stato protagonista su Rai Scuo­la insieme a Moni Ovadia e alla storica Anna Foa di un programma sulla Shoah: «Odio tutti i negazionismi da qualsiasi parte arrivino, li trovo ugualmente diso­nesti ».

A MONZA IL PALCO AI NEGAZIONISTI. Non lo stesso si può dire di alcu­ne iniziative camuffate da celebrazio­ni per ricordare l’orrore delle foibe. A Monza è invitata Alessandra Kersevan, persona nota per le sue posizioni ne­gazioniste, secondo le quali nelle foibe furono gettati «quasi tutti adulti, e co­munque compromessi con il fasci­smo »: se ci è finito anche qualche bam­bino e qualche donna, magari anche le centinaia di sacerdoti, fu per «vendet­te personali» o addirittura si trattò di casi di suicidio. Comprensibile l’indi­gnazione degli esuli monzesi, che chie­dono l’annullamento dell’incontro: «Vi immaginate per la Giornata della Me­moria se invitassero chi deride la Shoah?».

LUCCA: LA STRAGE COMUNISTA DIVENTA NAZIFASCISTA. Va anche peg­gio a Lucca, il cui Comune (a differenza di Roma, dove la giunta Marino ha can­cellato tutti i Viaggi del Ricordo) porterà i suoi studenti in visita guidata... Pecca­to che il programma sembri uno scher­zo: 'Per l’approfondimento delle vicen­de degli esuli istriani', ovvero delle vitti­me del comunismo, i ragazzi verranno portati 'a Gonars e all’Isola di Rab' (che poi è Arbe, ma si preferisce il nome croa­to a quello italiano), 'nei luoghi che fu­rono teatro della repressione fascista de­gli Slavi'. «È vero che Gonars e Arbe fu­rono i due campi di internamento in cui il fascismo deportò sloveni e croati tra il 1942 e l’8 settembre del 1943, durante la guerra – spiega Paolo Radivo, direttore di 'L’Arena di Pola', il periodico degli e­suli istriani –. A Gonars (Udine) moriro­no 453 civili su 6.000 internati e nel mu­sical di Cristicchi c’è anche una bambi­na slovena che legge la lettera autentica di un internato di Arbe, ma la sua è un’o­perazione onestissima. Altro invece è creare apposta confusione alimentando l’antica equazione infoibati=fascisti, fal­sa e superata da tempo, anche perché in foiba morirono cittadini comuni, tra cui anche tanti antifascisti ed ebrei. Ferisce tanta malafede e faziosità».

VIVA LE FOIBE! Non sorprende a que­sto punto che, dopo dieci anni di pacifi­cazione (la legge istitutiva del Giorno del Ricordo è del 2004), atti di violenza ri­portino la storia indietro di decenni: gior­ni fa a Pisa la lapide per i Martiri delle Foibe è stata distrutta, mentre ad Alba­no Laziale i giovani dei centri sociali han­no indossato magliette con la scritta 'I love foiba'. 10 Febbraio Sciolta la querelle di Rai1 Leone: «In onda Magazzino 18 di Cristicchi» (ma in seconda serata). Esauditi gli appelli del pubblico Il cantautore romano Simone Cristicchi nel Magazzino 18 al porto di Trieste, tra le masserizie abbandonate nel 1947 dagli italiani in fuga. Scappavano dal genocidio operato dal maresciallo Tito in Istria, Fiume e Dalmazia.
«Avvenire» del 30 gennaio 2014