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26 luglio 2014

Femminismo? Un hashtag per dire ''No, grazie''

s. i. a.
Anni di lotte e di rivendicazioni gettati alle ortiche. Basta un hashtag per fare dire alle donne che il femminismo è una capitolo chiuso. Il messaggio è affidato a un cartello: "Non ne ho bisogno perché non sono una vittima".

"Non mi serve il femminismo perché rispetto gli uomini".

"Non mi serve il femminismo perché mette le donne contro gli uomini".

"Non mi serve il femminismo perché se un uomo mi fa un complimento non lo considero un insulto".

Questi sono solo alcuni dei tanti messaggi raccolti da #womenagainstfeminism, che conta ormai un gruppo ben nutrito di donne - molte delle quali teenagers - pronte a scattarsi la foto spiegando, punto per punto, perché e per come la parità di genere non sia, ad oggi, un problema.
«la Repubblica» del 26luglio 2014

10 luglio 2012

La metrica del corpo: donne che scrivono in versi

di Giovanna Rosadini
Le donne e la poesia: oggi più che mai le donne sono protagoniste della scena letteraria, dopo esser state per secoli una presenza marginale all’interno di una tradizione prevalentemente maschile. Anche in questo campo, le donne hanno conquistato il loro spazio e si sono affermate, arricchendo con il loro contributo (soprattutto la loro esperienza in materia di corpo e sentimenti) un terreno storicamente caratterizzato da modalità espressive e da scelte tematiche a loro estranee… I lettori, è risaputo, sono prevalentemente donne, e le donne che scrivono, soprattutto le poetesse, come tutte le donne impegnate su più fronti e in più ruoli, si leggono vicendevolmente nei festival poetici, si citano l’una con l’altra nelle interviste e nei lavori critici, consapevoli, al di là delle differenze che pure esistono fra di loro, di un comune vissuto e di una comune sensibilità…
Ma esiste una specificità femminile in poesia?
In questi giorni è arrivata in libreria un’opera che può aiutarci a capirlo, il sesto volume della serie dei Nuovi poeti italiani Einaudi, dedicato interamente alle donne che scrivono versi. Si tratta di una novità, rispetto alle precedenti uscite che, nel proporre nomi di autori non ancora compiutamente affermati all’attenzione dei lettori di poesia, non facevano distinzione di genere.
La scelta di dedicare questa antologia alle poetesse (o poete, come qualcuno preferisce), in ogni caso alla poesia delle donne, nasce dalla consapevolezza di una tradizione tanto ricca e articolata quanto ancora ampiamente sommersa; la realtà della poesia femminile rimane, a tutt’oggi, una realtà poco visibile, a fronte della sua vivacità e diffusione.
Da tempo si parlava di questo, in casa editrice, all’Einaudi dove ho lavorato per anni come editor della Collana Bianca (dal colore della copertina, disegnata cinquant’anni fa da Bruno Munari e mai modificata, nella sua essenzialità e pulizia formale).
Con Mauro Bersani, il responsabile della Collezione di Poesia, abbiamo negli anni ‘90 aggiunto nuovi nomi di autrici oltre alle presenze femminili “storiche” della collana, come Alda Merini, Patrizia Cavalli, Gabriella Leto e Patrizia Valduga; alcune fra loro, per esempio Elisa Biagini e Mariangela Gualtieri, sono ormai figure affermate e protagoniste della realtà letteraria italiana (Biagini con la sua attività di traduzione e divulgazione, soprattutto della poesia americana, e in qualità di organizzatrice di eventi culturali come Firenzepoesia, e Gualtieri per l’intensa attività drammaturgica, in sodalizio col Teatro Valdoca).
Ciò nonostante, molti risultavano i nomi che la collana non riusciva ad accogliere, poetesse note a un pubblico specializzato, quello che segue festival e riviste, kermesse teatrali o letture… Autrici apprezzate dalla critica e presenti da protagoniste nei premi letterari, ma ancora poco, o nulla, nelle collane di poesia degli editori maggiori, e dunque non capillarmente distribuite in libreria… E, anche in ragione di ciò, non ancora prese in considerazione dalle antologie tendenzialmente canonizzanti uscite negli ultimi anni.
Pertanto sono stata lieta della proposta dell’editore, promossa e caldeggiata da quel vulcano d’iniziative che è l’amica Mariangela Gualtieri, di curare questo volume, cosa che mi ha permesso, da autrice quale oggi (dopo le vicende biografiche che racconto in Unità di risveglio), sono diventata, di ritrovare il mio lavoro d’un tempo, con immutata passione.
Dunque, è possibile parlare di una specificità femminile in poesia? La mia esperienza, di lettrice di lungo corso e per molti anni professionale, ma anche di autrice, e oggi di curatrice di questa ricognizione poetica, mi porta a ritenere di sì.
Nonostante la storica marginalità della presenza femminile all’interno del canone letterario italiano (e non solo), le autrici di poesia non sono mancate, nel secolo appena trascorso; precedute da personalità come Ada Negri e Amalia Guglielminetti, attive sulla scena culturale italiana fra Otto e Novecento, sono da ricordare Antonia Pozzi, Margherita Guidacci e Fernanda Romagnoli, oltre a Cristina Campo e Giovanna Bemporad, voce oggi purtroppo appartata e dolente, per quanto recentemente omaggiata dall’editore Sossella con una riedizione degli Esercizi vecchi e nuovi.
Proprio la precarietà della posizione femminile nella società letteraria (e non solo) ha reso però le scrittrici più libere rispetto a un canone fortemente condizionante per la creatività maschile; le autrici di poesia, nello specifico, testimoniano una fiducia nello strumento linguistico forse un po’ appannata per gli autori, più imbrigliati in un sistema di codici e regole che faticano a trasgredire, o, per contrasto, contestano violentemente…
Ciascuna in modo diverso, con una propria cifra stilistica, le poetesse incluse nel volume usano il linguaggio in maniera originale e non facilmente classificabile; per ognuna è un potente strumento di indagine e conoscenza, secondo l’insegnamento di Amelia Rosselli, indimenticata “maestra di tutte”, che affermava: “Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere”.
Un ulteriore elemento comune, per le autrici di poesia, è il legame fra scrittura e vita: c’è una sensibilità che si richiama ai dati dell’esperienza, e dunque spesso è una poesia che parla di affetti ed è ricca di riferimenti concreti, è una poesia che parla di corpo e natura, che ha bisogno, di corpo e natura, diventa, corpo e natura…
Quella femminile è una scrittura che ha, sempre, una temperatura maggiore rispetto a quella maschile… anche in virtù del grado di empaticità di cui è portatrice.
Infine, c’è sempre un tu nella poesia di queste autrici: l’io lirico, che pure esiste, non è mai centrale, ma si apre sempre a un dialogo, si allarga fino a diventare un “noi”… Come ha affermato recentemente una di loro: “La scrittura è una forma autistica di isolamento che però fa sentire in comunicazione con una parte profonda di tutti… Si potrebbe definire la condizione di chi scrive una solitudine corale”.
«Corriere della sera» del 9 luglio 2012

05 febbraio 2012

Frau Marlene & Frau Leni

Vite parallele. Nate a Berlino, il loro percorso è simile sino al 1929, quando Sternberg scelse il suo «Angelo azzurro». I successi di Hollywood per la Diva si accompagnano alle decise prese di posizione antinaziste, mentre la rivale diventa regista ufficiale di Hitler. Ruoli e rivalità delle signore tedesche
di Ranieri Polese
La sfida senza tregua tra Dietrich e Riefenstahl
Sulla tomba di Marlene Dietrich, nel cimitero di Friedenau a Berlino, è scritto un verso del poeta-patriota Theodor Körner, morto (1813) combattendo contro le truppe di Napoleone: «Sono qui, davanti alla fine dei miei giorni». Poco lontano da lei c'è la tomba di sua madre, Josefine von Losch, morta nel novembre del 1945 tenendo fede all'impegno di «sopravvivere a Hitler». Una donna di carattere, Frau Josefine. Così come la figlia Marie Magdalene, che a soli 11 anni si era cambiata il nome in Marlene («Marie» diceva «è un nome da cameriera», cosa che non le impedì di chiamare Maria l'unica figlia nata dal matrimonio con Rudolf Sieber).
Marlene moriva a Parigi vent'anni fa (il 6 maggio del 1992). Per un intreccio di date, questo 2012 può valere anche come anniversario - 110 anni - della nascita di Leni Riefenstahl (1902-2003), anche lei berlinese, donna di carattere forte, famosa e famigerata per i suoi film di propaganda nazista (Trionfo della volontà sul raduno del partito a Norimberga e Olympia sulle Olimpiadi di Berlino del 1936) e poi osannata per le sue fotografie della tribù dei Nuba in Africa. Due vite parallele (è appena uscito, in Germania, da Hanser, Dietrich & Riefenstahl. Il sogno della nuova donna di Karin Wieland), una, quella di Riefenstahl, segnata dall'abbraccio fatale con il nazismo, l'altra invece associata con le forze che ci liberarono dagli orrori nazifascisti. Eppure, sono tutte e due donne tedesche, ugualmente decise a raggiungere successo e fama (Riefenstahl anche potere), due tipi assai diversi di quella stessa forza di volontà che ancora oggi, nei giorni in cui l’Europa dipende dalle decisioni della Kanzlerin Angela Merkel, contrassegna figura e ruolo delle deutsche Frauen.
Fino al 1929, Dietrich e Riefenstahl seguono percorsi simili, paralleli. Marlene studia violino ma poi, per una infiammazione ai tendini, chiude la sua carriera di musicista. Anche Leni, dopo gli studi di danza, per una brutta caduta deve interrompere le sue prove di ballerina. Nessuna delle due, però, vuole finirla lì, non si arrendono, cercano lavoro in teatro e poi nel cinema. Differenti per nascita e origine (Dietrich viene da una famiglia benestante, Riefenstahl invece è figlia di un proprietario di una modesta falegnameria che sognava di impiegarla come segretaria), hanno anche gusti diversi: la prima ama i varietà con coppe di champagne e girotondi amorosi, l'altra subisce il fascino del richiamo della natura, dei film di montagna di Arnold Fank che saranno un po' il preludio al culto nazista del Naturmensch. Ma quando nel 1929 arriva a Berlino Josef von Stemberg, il regista austriaco naturalizzato americano, per cercare la Lola Lola dell'Angelo azzurro, a questo punto il destino delle due ragazze berlinesi prenderà strade molto diverse.
Inizia così una sfida a distanza tra Riefenstahl, destinata a diventare gloria e simbolo della Germania hitleriana, e Dietrich che grazie a Hollywood conquista successo e fama mondiale. Un risentimento che non abbandonerà mai Leni, che, ormai ultraottantenne, nelle sue memorie racconta che von Stemberg le aveva chiesto in ginocchio di essere lei la protagonista del film tratto dal romanzo di Heinrich Mann. Lei non cedette e anzi gli consigliò di rivolgersi a Marlene (Se vuole un'attrice per il ruolo di una puttana, chi meglio di lei, gli avrebbe detto). Tutte bugie, come tante altre che la vecchia amica di Hitler continuerà a spacciare nei suoi ricordi.
Il successo mondiale dell'Angelo azzurro, le sue lunghe gambe, la voce roca con cui intona il suo inno di seduzione («Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt») aprono a Marlene le porte di Hollywood, e una serie di film - sempre con von Stemberg regista: Marocco, Disonorata, Shanghai Express - la consacrano come nuova dea degli schermi. Leni, invece, diventa regista per filmare nuove avventure sulle vette più alte (La bella maledetta), poi incontra Hitler e all'indomani della presa del potere (1933) diventerà la regista ufficiale del Führer. Opere di altissimo valore tecnico ed estetico, ma pur sempre di propaganda. Nel 1936, quando Marlene rifiuta l'invito di Goebbels a tornare in Germania (le offrono carta bianca sui film da girare, soggetti, registi), Leni denuncia l'«ebreo ungherese» Béla Balàsz che le chiede soldi per il suo lavoro di sceneggiatore. Poi, per le riprese del nuovo film Tiefland, di ambientazione spagnola, la regista usa degli zingari prelevati da un campo di concentramento vicino a Salisburgo.
Allo scoppio della guerra, Riefenstahl segue le truppe in Polonia e alcuni testimoni la ricordano mentre assiste a un massacro di ebrei. Dietrich, invece, legata sentimentalmente in quel momento a Jean Gabin, si impegna a sostenere la necessità di una guerra contro la Germania nazista. E finalmente, nel '44, arriva in Europa al seguito delle truppe americane per cui tiene concerti («non ho mai avuto e non avrò mai più un pubblico così caldo»). Per tutto questo, riceverà onorificenze e medaglie dagli Alleati, mentre Riefenstahl, arrestata in Austria, affronterà le commissioni di epurazione e vari processi relativi allo sfruttamento del lavoro degli zingari.
La regista di Olympia, comunque, non si arrende: controbatte le accuse, spesso mente, dice di essere il capro espiatorio per colpe non commesse, tenta testardamente di riprendere il suo lavoro nel cinema, infine comincia a visitare l'Africa orientale (la lettura di Hemingway l'avrebbe ispirata), una volta ancora in cerca del Naturmensch.
E Marlene? Gli anni che lasciano segni impietosi, la disaffezione degli spettatori americani per i film costruiti sul cliché della femme fatale, la rarefazione di ruoli per una signora che viaggia verso i 50 anni (è allora che Garbo abbandona gli schermi) potrebbero convincerla a gettare la spugna. E invece no, lei non si arrende, pur di continuare cambia tutto: basta con il cinema (a parte due capolavori, Testimone d'accusa e Vincitori e vinti), ora la divina si dedicherà solo ai concerti. Ha un repertorio ricco e fascinoso (dalle canzoni dell'Angelo azzurro ai pezzi americani degli anni 40, da Lili Marleen alla nostalgica ambiguità di «Ich hab' noch einen Koffer in Berlin / Ho ancora una valigia a Berlino»), ma ciò che cura di più è l'apparizione in un bianco folgorante, fasciata da un abito che riluce e lascia in mostra le gambe meravigliose, avvolta in un manto candido di piume di cigno (3.000 volatili uccisi, contò qualche animalista ante litteram). Per molti anni l'accompagna il giovane Burt Bacharach, e fra i due c'è anche una storia d'amore. In Germania, dove alcuni nostalgici la contestano come traditrice della patria, reagisce spavalda («non temo per me, ma per il mio manto di piume»). Quando in una tournée in Israele le fanno sapere che non sono gradite canzoni in tedesco, lei non cambia il programma.
Ultima svolta. Mentre Marlene affronta il suo triste crepuscolo (l'ultimo concerto è nel 1975, fa una breve apparizione nel film Gigolo, 1979, accanto a David Bowie, poi seguono i lunghi anni di clausura nella sua casa di Parigi, Avenue Montaigne) e si vede dimenticata da tutti, Leni con le sue foto dei Nuba - una prima pubblicazione su «Life», poi negli anni 70 escono i grandi volumi - si aggiudica elogi e riconoscimenti in Europa e in America. A quelli che dimenticano il suo passato, Susan Sontag ricorda, in un saggio apparso nel 1975, che anche le immagini degli statuari guerrieri rispondono all'estetica fascista. Mostre, libri di fotografie, interviste: l'amica di Hitler celebra il suo trionfo. Fra i suoi ammiratori vanta nomi come Warhol e Pauline Kael. Per un film - mai fatto - sulla sua vita si contendono i diritti Jodie Foster e Madonna e i registi Verhoeven e Soderbergh. Quando Helmut Newton la fotografa, lei scherza: va bene essere chiamata la vecchia nazista, ma ciò che non tollera davvero è l'idea che tutti pensino che Dietrich aveva gambe più belle delle sue.
L'antica rivalità non si è spenta. A Francoforte, nel 2001 (due anni prima della sua morte), dove Taschen presenta un gigantesco volume sulle Cinque vite di Leni Riefenstahl, lei si scaglia contro i giornalisti che le fanno domande sul suo passato: era un'artista, non s'interessava di politica, i campi di sterminio non sapeva nemmeno che esistessero. Marlene è già morta da nove anni. Nella sfida fra due volontà di ferro, Leni la nazista ha l'ultima parola e strappa la sua tardiva, amarissima vittoria.
«Corriere della Sera» - Supplemento "La lettura" del 22 gennaio 2012

16 novembre 2011

L'era dell'emancipazione è rimasta senza eroine

la filologa Margherita Rubino, esperta di teatro classico
di Claudio Magris
La strana contraddizione femminile dell'epoca moderna: dopo Medea, Elena, Euridice, nessun grande personaggio
Molti anni fa, al liceo, discutevamo tra amici - con la rigida e struggente passione metafisica dell'adolescenza - cercando di classificare i sentimenti amorosi, i modi in cui si presenta e viene vissuta (per noi, dal nostro punto di vista maschile) la fascinazione dell'amore.
Le categorie di Eros sono due o tre? I diversi filosofi in calzoni alla zuava concordavano in genere nel distinguere la categoria dell'appetitio (le definizioni erano rigorosamente in latino) ossia l'attrazione meramente sensuale e assai forte da quella della perditio, il perduto abbandono alla figura amata e l'oblio oceanico di tutto il resto. Qualcuno ne introduceva una terza, l'affectio, l'amore-amicizia fondato sull'unione di attrazione fisica e affinità intellettuale privo tuttavia d'incanto tristanico.
L'Odissea forniva i modelli di queste classi: Circe era l'appetitio, Calipso la perditio, Penelope l'affectio. In età più matura, qualcuno si sarebbe ricordato di Nausicaa e avrebbe tentato di istituire una quarta categoria, quella della fioritura ancora indeterminata e aperta a divenire l'una o l'altra incarnazione dell'amore, immagine per eccellenza del vagheggiamento di una felicità destinata ad altri - come Nausicaa per Ulisse - e che, con l'avanzare dell'età, non è strano si presenti sempre più spesso.
In ogni caso, era, è la letteratura greca l'espressione più alta di queste pulsioni e sentimenti universali. C'è una forte contraddizione tra la posizione subalterna e spesso disprezzata della donna nell'antica Grecia e la presenza nella letteratura greca di grandissime figure femminili cui sono affidati, come forse in nessun'altra letteratura, significati e valori assoluti. Da un lato c'è la sottovalutazione della donna e del suo ruolo in famiglia - necessaria per la continuazione della stirpe, ma secondaria nella vita intellettuale - e in quella affettiva ed erotica; l'amore passionale, spirituale è soprattutto omosessuale, maschile. La visibilità sociale dell'etèra, della donna di cultura e di liberi costumi, non corregge questa visione, anche perché scinde la figura femminile in due ruoli, famigliare e pubblico, entrambi privi di piena dignità, anche se a titolo diverso.
Ma da questa società e da questa cultura greca nascono le più grandi figure femminili della letteratura mondiale, che incarnano l'assoluto o meglio gli assoluti della vita più di ogni uomo e che per secoli, millenni, nutriranno la creatività occidentale, che sempre ritornerà ad esse per dar voce e figura all'universale-umano. Tanti personaggi femminili indimenticabili, che danno volto a tutte le sfaccettature dell'umano. Antigone vive, dopo Sofocle, in centinaia di testi di tutti i tempi e di tutte le lingue, a esprimere i comandamenti assoluti e il loro conflitto, eroico e talora colpevole, con le leggi positive. E Alcesti, Medea, Elena, Ifigenia, Fedra, Euridice, Elettra, Persefone e tante altre, senza le quali non sapremmo cosa siano l'amore, il sacrificio, la purezza, la colpa, il dolore, lo strazio, la sublimità e la ferocia della passione, la vita e il suo svanire.
Com'è possibile che una società patriarcale e maschilista per eccellenza abbia generato la più grande letteratura sulla donna, identificando quest'ultima, più che l'uomo, con l'universale? Lo chiedo a Margherita Rubino, che incontro a Genova, dove insegna Teatro e drammaturgia dell'antichità e Tradizioni del teatro greco e latino presso la Facoltà di Lettere. Allieva di Umberto Albini, docente, critica teatrale, impegnata nella vita culturale della sua città, Margherita Rubino ha scritto, con puntiglioso rigore filologico, effervescente originalità e inquieta sensibilità, saggi su Medea e su Wagner e i modelli greci, su Eschilo e su Antigone, sul rapporto fra classicità e letteratura cristiana, sulla tradizione classica nelle più diverse letterature, come rivela - ma è solo un esempio - lo splendido studio Fedra. Per mano femminile.

Come si spiega dunque, le chiedo, questa straordinaria presenza femminile in una cultura non certo femminista?
Margherita Rubino - È vero, la donna in Grecia visse reietta e poco considerata... mentre in teatro le figure femminili sembrano travalicare testi pur creati da soggetti di avversa sessualità ed emergono come protagoniste assolute, come in una inspiegabile ribellione virtuale. Nessun altro genio del teatro - non Shakespeare, non Strindberg e neppure Ibsen - ha creato mai donne destinate a divenire degli universali come le figure che tu hai citato. Vale anche per la commedia, dove le eroine di Aristofane prendono il potere, come ne Le donne al parlamento oppure fanno lo sciopero del sesso per imporre la pace, come in Lisistrata e come oggi fanno nella realtà la colombiana Ruth Macias o il premio Nobel 2011, la liberiana Leymah Gbowee. Queste eroine ritornano, nella realtà o nell'arte. Nella tua stessa scrittura ricorrono echi delle eroine greche tragiche, Medea in Alla cieca o Alcesti in tutto il tuo teatro.

Claudio Magris - Tu parli di «eroine», specialmente nella tragedia greca. Cosa intendi per «eroine»? Alcune sono positive, modelli supremi di umanità (Alcesti, Ifigenia); altre colpevoli, come Clitennestra, sebbene quest'ultima, ha osservato di recente Eva Cantarella, sia anche vittima e il suo delitto abbia origine pure nella violenza da lei subìta. Pure Medea è complice e vittima... È forse questa simbiosi di male subìto e inflitto una chiave del personaggio femminile?

Rubino - Il male subìto costituisce la motivazione drammaturgica del crimine, del sacrificio, della vendetta, ma nulla conta di fronte all'agire tragico, che è quello che crea o no le eroine.
Per eroine intendo protagoniste assolute, capaci di decidere la sorte propria o quella del partner, capaci di trionfare come Medea, o di scegliere la bella morte come Antigone o Alcesti, o la morte quale soluzione-rivalsa, come Fedra. I tragici greci hanno costruito testi di fascino estremo, in cui il pubblico sta dalla parte dell'infanticida o dell'uxoricida. È vero, anche le eroine «buone» sono insidiose, perfino Alcesti ricatta in qualche modo lo sposo chiedendo che resti solo per sempre. Maria, la tua Alcesti de La mostra , ha tutto del modello tranne questa punta di fiele.

Magris - Ma ce l'ha forse un po' la mia Euridice in Lei dunque capirà... A parte la mescolanza di male e di innocenza in uno stesso personaggio (per esempio Fedra, da te mirabilmente studiata), perfino un supremo valore incarnato da un'eroina può implicare aspetti di colpa: ad esempio Antigone, figura dell'umanità più alta e universale che Hegel paragona a Cristo ma pur colpevole nel suo conflitto con la legge. Del resto, il tragico consiste in questa impossibilità di innocenza, in una condizione in cui ogni azione comporta una colpa. Medea è forse la più terribile dimostrazione di come l'ingiustizia patita possa condurre alla colpa tremenda; cercare ingenuamente di considerarla innocente, solo vittima, come ha fatto Christa Wolf, distrugge il senso e il valore del suo destino...

Rubino - ... Medea. Voci della Wolf se pur termina con un infanticidio, non è tragico. Manca la componente che tu ricordi, la condizione per cui ogni scelta comporta una colpa. La Medea greca è tragica perché è dilaniata da opposte scelte. Cuore del tragico è l'impossibilità di risolvere i conflitti. «Giustizia combatte contro Giustizia» scrive Eschilo. Diritti legittimi e opposti si scontrano e quello scontro, interiore oppure tra due persone, come tra Antigone e Creonte, è mortale. L'eroismo di Antigone è anche poetico, ed è irriducibile - qualcosa di simile traluce lieve nelle tue diverse donne, Maria, Steffi, l'ospite del Presidente... La capacità di assoluto è greca...

Magris - «Noi siamo divenuti barbari e brameremmo di nuovo essere elleni», ha scritto lo studioso gesuita Hugo Rahner...

Rubino - Il teatro greco non mette in scena l'amore, crea però eroine animate da passioni estreme, dove il conflitto tragico può essere tra la muta repressione di eros e lo svelamento. Fedra patisce un eros divorante che inizialmente tace, e in questa repressione sta la sua innocenza. Quando parla diviene colpevole: «Hai portato alla luce il tuo male, sei rovinata» le dice il coro.

Magris - Solo la donna, hai detto, rivela questa capacità di assoluto. Dopo la grecità, questo assoluto femminile, hai detto ancora, è improbabile e difficilissimo: è difficile un'Alcesti moderna (anche se Savinio l'ha scritta, la tragedia della moglie ebrea che si sacrifica per proteggere il marito durante la persecuzione nazista). E le altre, le Andromache, Ecube, Elettre, Persefoni, Euridici...? Come le ha rivissute nei secoli la letteratura europea? Ci sono eroine moderne che possono reggere il confronto?

Rubino - Rifacimenti oppure grandi protagoniste «ispirate a» colgono solo alcuni aspetti di quei modelli, ed è fisiologico che sia così. A volte nasce il capolavoro, per esempio Fedra di Racine o Elettra di Strauss-Hofmannsthal. Fuor dai Greci però, nel mondo moderno, dove stanno le protagoniste teatrali o letterarie capaci di esprimere a quel modo un assoluto, capaci di far convergere ogni tensione e sentimento e sacrificio verso un'unica ideologia o persona? Quale eroina moderna diventa un universale, come Medea o Lisistrata, Antigone o Fedra? Quali modelli folgoranti di sacrificio o di crimine al femminile, animati da una passione unica, con la quale si identificano, esistono nel teatro o nella letteratura degli ultimi secoli? A Faust, don Giovanni, Otello quali eroine di pari altezza corrispondono, eroine-mito intendo, il cui nome identifichi ? Forse Traviata, o Anna Karenina...
È suggestivo riflettere che nell'epoca della grande rivalsa femminile si attendono ancora universali della forza di quelli del V secolo a. C.
«Corriere della Sera» del 14 novembre 2011

07 ottobre 2011

Sessi separati a scuola?

Secondo alcuni, migliori insegnamento e rendimento. Ma molti lo bocciano: si alimentano gli stereotipi
di Margherita Fronte

MILANO - L’intenzione è buona. Chi propone che a scuola le classi siano divise per sesso – i maschietti da una parte e le femminucce dall’altra – ritiene che in questo modo l’insegnamento sia più efficace, che la personalità si sviluppi in modo più armonico e che il rendimento scolastico sia migliore, e lo sarà anche in futuro. Ma un articolo pubblicato su Scienceboccia senza appello questa idea, bollando come pseudoscientifiche le ricerche che la supportano e accusando il separatismo scolastico di alimentare, negli studenti, stereotipi sull’altro sesso.

IL DIBATTITO - L’articolo si inserisce in un dibattito che negli Stati Uniti è infervorato, da quando, nel 2006, il Dipartimento per l’educazione ha stabilito che anche le scuole pubbliche possono adottare la politica della separazione dei sessi. E a firmarlo non è esattamente un gruppo di ricerca neutrale, ma i fondatori dell’American Council for CoEducational Schooling, associazione no profit che si batte per mantenere il sistema misto. Gli autori sono però anche psicologi ed esperti in materia, che afferiscono a importanti università (la prima firmataria è Diane Halpern, già presidentessa dell’American Psicological Association) e la loro posizione è supportata da numerose ricerche, che scardinano i capisaldi degli “avversari”.

APPROCCIO DIFFERENZIATO? - Primo fra tutti, quello sulla presunta diversità fra il cervello dei bambini e quello delle bambine, che determinando un diverso “stile di apprendimento” giustificherebbe un approccio educativo differenziato. In realtà, spiegano Halpern e colleghi, «i neuroscienziati hanno trovato poche differenze fra bambini e bambine, se si esclude un volume un po’ maggiore del cervello maschile, e una maturazione più precoce di quello femminile, ma nessuna delle due caratteristiche è legata alla capacità di apprendere. Alcune differenze sessuali sono state riportate negli adulti, ma anche in questo caso non sono tali da legittimare un diverso approccio nei metodi educativi».

IMPORTANTE È IL CONTESTO «In effetti – conferma Antonella Costantino, responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile al Policlinico di Milano – i geni (maschili o femminili) concorrono a determinare differenze, che però sono molto influenzate dal contesto in cui si cresce. Questo però non è sufficiente a giustificare la separazione fra i sessi a scuola, anche perché sono ormai numerose le ricerche che dimostrano che qualsiasi sistema educativo che tende a escludere e separare gli studenti – per sesso, per razza o per altre caratteristiche – è meno efficace di quelli che, invece, si basano sull’inclusione, che favoriscono la flessibilità, danno maggiori strumenti per affrontare situazioni diversificate e, sul lungo periodo, rendono meglio anche sotto il profilo più strettamente scolastico». Cade così il secondo caposaldo, in base al quale chi proviene da una scuola a sessi separati avrebbe poi voti migliori all’università e più successo nella vita.

RAMPOLLI E TEST -L’articolo di Science sottolinea, al contrario, che le numerose ricerche che sembrano dimostrare la superiorità del metodo educativo basato sulla separazione dei sessi trascurano due aspetti importanti, che di fatto le invalidano. Il primo è che nella maggior parte dei casi, si tratta di scuole private, frequentate dai rampolli delle upper class, il cui successo dipende molto dalla posizione sociale, oltre che dai bei voti. Il secondo fattore è che spesso per accedere a queste scuole bisogna superare un test di ingresso che esclude a priori gli studenti meno dotati.

STEREOTIPI SESSISTI - Fra gli studi che hanno esaminato gli effetti del separatismo scolastico, sarebbero invece molto più convincenti quello che lo bocciano. «È provato che la separazione dei sessi aumenta gli stereotipi sull’altro sesso, legittimando gli atteggiamenti sessisti» si legge su Science. «In un mondo in cui i ruoli maschile e femminile tendono a confondersi, estremizzare la separazione non può che essere controproducente» conferma Antonella Costantino. «La collaborazione fra i sessi andrebbe invece incentivata e favorita, fin dall’infanzia». Negli Stati Uniti le scuole pubbliche con classi omogenee per sesso sono circa 500; in Gran Bretagna sono in tutto un migliaio (di cui circa 400 pubbliche), mentre in Italia soltanto pochi istituti privati hanno finora adottato la separazione dei sessi.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2011

16 maggio 2011

Il decalogo salva-nozze della nonna

Nel 1906 Emilia Bernardini Macor teneva una rubrica con consigli su come gestire la coppia, trattando l’uomo con condiscendenza per fargli credere di essere lui a comandare. Un secolo dopo un libro li riscopre e la pronipote li commenta

di Annamaria Bernardini De Pace

La mia bisnonna paterna si chiamava Emilia Bernardini Macor e, dalla fine dell'ottocento, prima sul Corriere Meridionale poi sulla Provincia di Lecce, testate dirette e fondate dal marito Nicola, curava rubriche di costume, moda e cultura.
Il titolo delle sue pagine incuriosisce ancora oggi: «Di piatto, di taglio, di punta», «Punti, appunti e puntini», «Farfalle erranti». Ho avuto finalmente l'occasione di leggere i suoi pezzi quando ho ricevuto in regalo il libro della studiosa Annalisa Pellegrino, alla grande giornalista dedicato, edito da Mario Congedo.
Un articolo in particolare voglio condividere con i lettori del Giornale, soprattutto per sottolineare quanto fosse significativa la scrittura femminile 106 anni fa (questo pezzo è del 22 gennaio 1905) e, soprattutto, quanto sorprendente. Scritto da una madre di cinque figli, sempre in pantaloni e che fumava il toscano mentre si occupava della redazione del giornale.
La mia bisnonna viveva nel meridione d’Italia, ancora oggi considerato dai più territorio di arretratezza culturale e sociale. E, invece, un giornale quotidiano, non certo allora indirizzato a un pubblico anche femminile, grazie agli uomini che lo dirigevano si rivolgeva alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice più che attrice oltre i confini della casa familiare. Erano i tempi di Matilde Serao e Carolina Invernizio; non si poteva pretendere di agganciare il pubblico della buona borghesia con idee progressiste quali il divorzio o la parità dei sessi: tuttavia i consigli che Emilia Bernardini offre in questo decalogo - e che oggi, se seguiti, in parte, darebbero linfa a molti matrimoni disseccati in attesa di divorzio - trovano un’interessante mediazione tra l’apparire moglie docile e l’essere moglie forte. Basta meditare sul significato profondo e strategico, nonché sull'invito alla protezione della propria dignità. In particolare nel suggerimento numero 9.

Ecco il Decalogo della buona moglie.

A Guardati dalla prima contesa con tuo marito, ma se ciò avviene, troncala subito, è meglio che se ne uscissi vittoriosa.

B Non dimenticare che sei maritata ad un uomo e non ad un santo, acciocché non ti sorprendano le sue imperfezioni.

C Non tormentarlo ogni momento per denaro, ma cerca di sopperire a tutto con la somma che egli ti assegna.

D Se tuo marito non possedesse un cuore, egli è fuor dubbio, fornito di uno stomaco, perciò tu farai bene a preparargli cibi buoni e sani, per acquistarti il di lui favore.

E Di quando in quando, non sempre, lascia a lui l'ultima parola, ciò lo metterà di buon umore e a te non nocerà punto.

F Leggi, oltre agli annunci di nascita, di matrimonio, di morte, anche gli articoli dei giornali. Sii informata di ciò che succede nel mondo, così fornirai a tuo marito occasioni di poter parlare in casa degli avvenimenti senza che egli vada ad informarsene.

G Anche in contesa, sìì sempre gentile con lui. Ricordati che tu lo vedevi di buon occhio quando era tuo fidanzato: ora non lo guardare con occhio torvo.

H Lascia talvolta che egli sostenga di saperne di più di te; egli avrà coscienza della propria dignità e sarà bene che tu ceda qualche volta per dimostrare che non sei infallibile.

I Sii verso tuo marito un’amica, perché egli sia un uomo prudente; se non lo è, cerca allora di elevarlo a tuo amico, innalzati, ma non abbassarti a lui.

J Stima i parenti di tuo marito, se non riesci ad amarli, e soprattutto sua madre; egli l'amò molto tempo prima di te.

Credo che se le mogli, nel tempo, avessero seguito questi insegnamenti, oggi probabilmente io sarei senza lavoro. Negli anni 70 non ci sarebbero state le battaglie per il divorzio. Le donne sarebbero certo più onorate.
Sempre che i mariti, nel frattempo, avessero perso l'inestinguibile vizio di tradire. Perché «farfalle erranti» sono più gli uomini, che le donne (per ora).

«Il Giornale» del 16 maggio 2011

10 maggio 2011

Femministe di sinistra sedotte dallo scientismo

I progressisti e i temi bioetici dai contraccettivi ai figli in provetta. Si tende a legittimare manipolazioni biologiche

di Paolo Mieli

Il vuoto ideologico colmato dalla fiducia nella tecnica. Il tragico caso Reimer: nato maschio, mutilato per errore fu allevato come una femmina ma si ribellò e poi finì per suicidarsi

Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta il Partito comunista italiano (dal 1991 Partito democratico della sinistra) ha modificato radicalmente il proprio modo di guardare alle questioni morali connesse con la vita umana. Un giovane storico, Andrea Possieri, già autore di un eccellente lavoro sugli ultimi anni del Partito comunista, Il peso della storia. Memoria, identità, rimozione dal Pci al Pds (1970-1991), pubblicato dal Mulino, ha ora studiato come è avvenuto, passo dopo passo, questo Cambiamento di senso comune sui temi bioetici (così il titolo del suo saggio che esce nel libro, curato da Lucetta Scaraffia, Bioetica come storia. Come cambia il modo di affrontare le questioni bioetiche nel tempo, per le edizioni Lindau). Il racconto prende le mosse da una lettera pubblicata su «Noi Donne» il 3 dicembre del 1972. All'epoca la rivista - espressione dell'Unione donne italiane, un'organizzazione collaterale al Pci - era diretta da Giuliana Dal Pozzo e la pagina delle lettere serviva a dar conto alle lettrici (ma anche ai lettori) di un universo, quello femminile, in grande trasformazione. «Credo che la vera liberazione, la vera uguaglianza, può arrivare soltanto con la scienza e con la tecnica», scriveva Marianna T. su «Noi Donne». Per poi così proseguire: «Che cosa è che differenzia radicalmente l'uomo dalla donna e concede a lui di lavorare come vuole? Il fatto che lui non deve fare figli, non ha disturbi mensili, non ha da crollare sotto il peso della gravidanza o da allattare i bambini e così via. Ebbene si passi questa incombenza alle macchine, ovvero alle incubatrici. Prima o poi dovrà pur essere possibile mettere in un'incubatrice un uovo femminile e un seme maschile, e tornare nove mesi dopo a ritirare il bambino; se ne parla ancora per scherzo, ma non credo sia più difficile che andare sulla luna. A questo punto non ci sarebbero più che delle differenze insignificanti, fra l'uomo e la donna. Mi rendo conto che questa rivoluzione biologica sarebbe sconvolgente, per i suoi effetti psicologici; ma d'altra parte non mi sembra affatto necessario che, per il semplice gusto di restare "donna" nel senso tradizionale della parola, si abbia da soffrire anche fisicamente». Desta interesse, scrive Possieri, il fatto che una rivista come «Noi Donne», «certo non assimilabile al movimento femminista - che all'opposto, in quegli anni, polemizzava duramente con le scelte e le posizioni politiche dell'Udi - né tantomeno alle teorie filosofiche del femminismo radicale di marca anglosassone, accogliesse nelle sue pagine un richiamo a visioni politico-culturali del tutto estranee alla storia del movimento delle donne di estrazione marxista». In realtà qualcosa aveva già cominciato a muoversi tra il 1967 - all'epoca della commercializzazione (ma solo a scopo terapeutico) della pillola anticoncezionale di Pincus - e il 1968, anno del movimento studentesco nonché dell'enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che condannava ogni forma di controllo delle nascite. «Noi Donne» - fino a quel momento incentrata sulle tradizionali rivendicazioni emancipazioniste - cominciò ad occuparsi dei temi relativi alla cosiddetta «maternità consapevole»: fecondazione in provetta, coppie di fatto. Fu in quel momento che un deputato socialista, Gianni Usvardi, iniziò una battaglia per cancellare il divieto di far propaganda a favore del controllo delle nascite. Affiancato in ciò dall'Associazione italiana per l'educazione demografica (nata a Milano nel 1953) presieduta da Luigi De Marchi. E soprattutto dal Partito radicale di Marco Pannella, al quale De Marchi aveva aderito. Nel marzo del 1971 la Corte costituzionale stabilì l'incostituzionalità dell'articolo 553 del codice penale, che vietava la propaganda e l'uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, prevedendo fino a un anno di reclusione per chi si fosse reso responsabile di tale reato. Quella sentenza determinò una svolta. Ma ancora più importante fu il risalto che il periodico dell'Udi, nel gennaio del 1973, riservò all'attività del medico di Baltimora John Money, il quale per primo aveva formulato il concetto di identità di genere. Di che si trattava?


Simone de Beauvoir nel suo famoso libro Il secondo sesso (Il Saggiatore) aveva scritto: «Donna non si nasce, lo si diventa». Money volle dimostrare scientificamente quell'assunto e ne nacque un libro dal titolo Uomo, donna, ragazzo, ragazza, edito in Italia da Feltrinelli. La dimostrazione si basava sul caso dei due gemelli Reimer, omozigoti nati in una cittadina canadese nel 1965. Che tipo di dimostrazione? Nel tentativo di circoncidere uno dei due piccoli, il medico aveva compiuto un errore e aveva provocato un danno irreparabile al pene del bambino. I genitori disperati si erano rivolti al dottor Money (che avevano visto in un programma tv nel corso del quale il medico aveva reclamizzato la propria capacità di trasformare l'uomo in donna) e gli avevano chiesto aiuto. Money era intervenuto sul neonato, gli aveva asportato i testicoli e gli aveva costruito chirurgicamente un organo genitale femminile. Gli venne anche assegnato un nome da bambina, Brenda. Da questo momento in poi Brenda, avendo un gemello con lo stesso patrimonio genetico, sarà la prova vivente che non sono i geni, bensì l'educazione e qualcosa di indotto - capelli lunghi, bambole, gonne, nastrini, vestiti di pizzo - a fare la donna (o l'uomo). «Noi Donne» scopre il «caso Money» e, per la penna di Giulietta Ascoli, dedica articoli su articoli alla questione, che acquista una valenza rivoluzionaria. Sulle pagine della rivista viene attribuita al dottor Money la prestigiosa qualifica di «uomo emancipato». La pubblicazione in Italia del libro di Money (che verrà tre anni dopo) consacrerà la tesi che l'essere maschio o femmina non è deciso dalla natura bensì dalla società. A questo punto si rende necessaria una breve digressione. Chi sia interessato a sapere come andò a finire quella storia, deve assolutamente leggere uno straordinario libretto di Giulia Galeotti (anche lei, tra l'altro, ha scritto, per Bioetica come storia, un interessante saggio; è sulla concezione dei disabili a partire dall'Ottocento: a un progressivo riconoscimento dei loro diritti è corrisposta la tentazione di disfarsi della loro costosa presenza attraverso tecniche di controllo prenatale). Il libro della Galeotti che si occupa del «caso Money» si chiama Gender Genere.


Chi vuole negare la differenza maschio-femmina? L'alleanza tra femminismo e Chiesa cattolica ed è stato pubblicato poco tempo fa dalle edizioni VivereIn. Racconta di come il ragazzo di nome Brenda, dopo un po', si sia istintivamente rifiutato di seguire la terapia ormonale del dottor Money, che avrebbe dovuto trasformarlo «definitivamente» in donna. Di come crescendo abbia preso sempre più i tratti del maschio e del fatto che, quando il padre gli rivelò la sua storia, abbia subito un autentico shock. Brenda decise a quel punto di amputarsi il seno e di assumere un nome maschile, David. Tentò una prima volta, senza successo, il suicidio. Si sottopose poi a un intervento per la ricostruzione del pene. Iniziò a uscire con le ragazze. Sposò Mary, già madre di tre figli. Ma David non riuscì a trovare un equilibrio. A questo punto raccontò la propria storia al giornalista John Colapinto per un libro che avrà successo negli Stati Uniti, ma non sarà tradotto in Italia. Finché, all'età di 38 anni, David-Brenda si uccise. Una storia spaventosa. Ma all'epoca in cui se ne occupa «Noi Donne» quello di Money sembra un esperimento perfettamente riuscito e la vicenda di David-Brenda viene presentata come un caso esemplare. Vengono poi (1978) la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza; la prima bimba concepita in provetta (Louise Brown, luglio 1978); il boom dell'ecografia (in uso al policlinico Gemelli di Roma già dal 1971). Per l'aborto, sulla rivista dell'Udi si dà grande risalto al metodo di aspirazione Karman, che viene presentato come «fisicamente poco traumatizzante», un intervento che richiede «un'attrezzatura abbastanza semplice» e «una spesa relativamente esigua»: una tecnica «sperimentata positivamente da molte donne», di per sé «in grado di eliminare angosce e paure». Un articolo racconta così l'arrivo in uno spazio Aied di un «giovane ostetrico» londinese esperto di Karman: «L'annuncio della sua presenza, il sapere che avrebbe operato ininterrottamente dalle otto del mattino alle nove di sera, ha richiamato all'ospedale una grande quantità di donne che speravano, dopo tante tribolazioni e pellegrinaggi inutili, di ottenere l'aborto». «Noi Donne» dà risalto alle ricerche dello psicanalista argentino Arnaldo Rascovsky, che «dimostrano» l'esistenza dell'apparato psichico del feto solo a partire dal quarto mese di vita. Ricerche che, provando «indirettamente» che prima del quarto mese non esiste una vita psichica del nascituro, confermano «la validità etica e giuridica della legislazione vigente» in materia di aborto. «Quello che soprattutto ci deve interessare», scrive la rivista comunista, «è questo: la scienza ci ha aiutato a sapere con certezza che entro il terzo mese l'aborto non è un fatto così traumatico come alcuni vorrebbero indurre a pensare». E siamo al referendum sull'aborto (17 maggio 1981). Per questa fase va menzionata un'altra rivista «più teorica» che fa capo direttamente alla sezione femminile del Pci: «Donne e Politica», nata nel 1969 su iniziativa di Adriana Seroni che la dirige fino al 1981. Secondo Possieri, «Donne e Politica» assomigliava soprattutto nel primo periodo della sua diffusione, dal 1969 al 1977, «più a un bollettino di stampo cominternista che a una moderna rivista politica; rigorosamente in bianco e nero, con un'impaginazione a colonne, senza nessuna presenza iconografica e con alcuni interventi concepiti come dei saggi con tanto di note esplicative, non si prestava, certamente, a una larga diffusione di massa (solamente a partire dal dicembre 1977 venne inserito, per la prima volta, del "materiale illustrativo" e furono tolte le note a fondo pagina)». Dura era la contrapposizione di questa rivista al movimento femminista e il tema dell'emancipazione femminile era strettamente collegato al rapporto tra le donne e il mondo del lavoro. Nell'agosto del 1980, quando ormai si capisce che il referendum sull'aborto non può più essere evitato, «Donne e Politica» pubblica un dossier sul tema in questione, preceduto da un duro editoriale della Seroni contro «radicali e clericali», contro Marco Pannella e Carlo Casini, accusati di aver voluto il referendum con «argomentazioni assai diverse» ma con un obiettivo comune: «la distruzione o il profondo snaturamento della legge sull'aborto». «Noi Donne», invece, si distingue per la capacità di portare in primo piano i temi bioetici. Di qui in poi il periodico dell'Udi è per circa un quindicennio «un grande incubatore di idee di valori, di esperienze umane e di progetti politici che ha avviato», sottolinea Possieri, «un processo di inculturazione politico-simbolica di issues e parole d'ordine, esterne alla tradizione del movimento operaio, che lentamente iniziano a innestarsi sul nucleo storico della cosiddetta identità comunista».


Al referendum del 1981, come era già accaduto nel 1974 per il divorzio, il fronte laico vince. «Noi Donne» esulta. Solo nell'aprile del 1982 allorché presso l'Accademia delle Scienze di Parigi il professor Etienne-Emile Baulieu, allievo di Pincus, presenta la pillola Ru486 che «sostituendosi al progesterone» impedisce che l'ovulo fecondato si impianti «nell'utero», solo in quel momento il periodico dell'Udi solleva dubbi. Dubbi di ordine etico, perché «con questi preparati l'aborto sarebbe interamente gestito dalla donna, senza ospedalizzazione, senza traumi fisici, senza interferenze mediche, senza giudizi di chicchessia», quindi si sarebbe potuto correre il rischio di tornare all'aborto «privato» e di «perdere quanto dolorosamente e faticosamente» le donne avevano conquistato attraverso la legge sull'interruzione di gravidanza.


Ma la rivista continua a svolgere un ruolo decisivo, una sorta di «avanguardia» politico-culturale «nella ricezione e nella diffusione dei temi bioetici rispetto ai tradizionali luoghi di elaborazione culturale dei due grandi partiti della sinistra». Questo ruolo di avanguardia è caratterizzato da tre nomi: in primo luogo Annamaria Guadagni, poi Mariella Gramaglia e infine Franca Fossati, che dirigono «Noi Donne» a partire, rispettivamente, dal 1981, dal 1985 e infine dal 1991. «Donne e Politica» si mette sulla scia di «Noi Donne», dapprima sotto la direzione di Lalla Trupia, che nel 1981 prende il posto della Seroni. Poi con Livia Turco che succede alla Trupia, diviene responsabile della sezione femminile del Pci (lo sarà anche nel Pds) e, dopo un vivace confronto con il Centro culturale Virginia Woolf di Roma, fa approvare dal Partito comunista il documento dal titolo «Dalle donne la forza delle donne. Carta itinerante» che accetta il pensiero della «differenza sessuale» elaborato dal gruppo milanese della Libreria delle donne. E qui riprende la discussione sulla pillola Ru486, sulla quale erano stati avanzati i dubbi di cui si è detto. Verso la fine degli anni Ottanta, quelle obiezioni iniziali vengono considerate non più attuali. E si allargano le frontiere entro la quali la nuova etica fa proseliti.


«Noi Donne» intervista la sottosegretaria alla sanità, la socialista Elena Marinucci, che dichiara di aver sollecitato la casa farmaceutica Roussel-Uclaf «a rendere disponibile in Italia la pillola per abortire». Nel 1987 l'Udi promuove un sondaggio tra le proprie militanti nel quale il 27 per cento risponde di essere favorevole alle nuove tecniche di fecondazione assistita. Un'analoga indagine, l'anno successivo, vede salire questa propensione al 60 per cento. «In definitiva», scrive Possieri, «quello che si delineò tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta fu l'incontro sul terreno comune dei temi bioetici tra almeno tre differenti tradizioni politiche: innanzitutto, la cultura femminista e quella emancipazionista che avevano trovato una nuova sintesi politico-simbolica nella Carta delle donne; in secondo luogo, la cultura politica di marca liberal-socialista che propose un nuovo patto sociale per una ridefinizione dell'etica pubblica ed elaborò un concetto di bioetica laica che includeva al suo interno molte battaglie tipiche del femminismo; e, infine, la cultura politica d'estrazione gramsciana che, dopo aver visto nascere la discussione di questi temi bioetici all'esterno del Pci, finì per essere il luogo politico che ne avrebbe ereditato le idee e i progetti, soprattutto dopo lo shock sistemico del 1989-1993».


Con il marxismo in crisi, «alla bioetica veniva affidata, dalla nostra "era delle incertezze", non solo la missione di strutturare una logica di razionalità laica che risolvesse le questioni specifiche della disciplina, ma anche il compito di proiettare le aspettative più in là, chiedendo a questa stessa razionalità laica di fungere da paradigma interpretativo per affrontare dilemmi etici di ogni tipo». Gli interventi su «MicroMega» e su «Notizie di Politeia» di Remo Bodei e Maurizio Mori, assieme alle tesi di Umberto Veronesi (esposte nel libro Colloqui con un medico, a cura di Giovanni Maria Pace, pubblicato da Longanesi), diedero corpo dottrinale a nuove forme di pensiero laico. Nuove? Queste forme di pensiero in realtà riportavano alla luce «la forma primigenia e aggiornata del marxismo ottocentesco, ovvero lo scientismo»; si assisteva così alla nascita di una costruzione politico-culturale che, è opinione di Possieri, «prevedeva non solo la creazione di un'opinione pubblica favorevole a ogni innovazione tecnico-scientifica, ma anche uno slittamento delle opinioni morali, che si muovevano verso una sempre maggiore apertura al relativismo». È lo slittamento morale di cui ha efficacemente trattato Jacques Ellul ne Il sistema tecnico (Jaca Book). Cioè - come scrivono nella prefazione a Bioetica come storia Sergio Belardinelli, Edoardo Bressan e Lucetta Scaraffia - «la tendenza tipica delle società tecnologiche ad accettare sempre in modo acritico le innovazioni tecniche, anche se, alla nascita, sono oggetto di condanna generale». Dopo un certo lasso di tempo, in genere cinque o dieci anni, «la novità sembra divenuta inevitabile e la spinta a essere moderni fa il resto inducendoci ad accettarla, anche se le riserve non sono sciolte». A provocare questo mutamento «è il confronto con gli altri Paesi, dove spesso le novità sono accettate in anticipo; e se altrove hanno dato cattiva prova, nella loro attuazione, non se ne tiene conto». È la tendenza a fare della scienza un'ideologia, forse l'unica sopravvissuta, e quindi ad affidare alle tecnica il compito di creare nuovi valori, una nuova etica del comportamento. «Una proposizione morale», scrive Ellul, «verrà considerata valida per un dato periodo solo se sarà conforme al sistema tecnico, se concorderà con esso». Anche se molto spesso, dopo anni, si scopre che i sospetti della prim'ora erano più che fondati e le obiezioni iniziali resistono al tempo che è trascorso. La resistenza iniziale, sostengono i tre prefatori a Bioetica come storia, molto spesso si basava su buone ragioni, a dispetto della circostanza che poi, rapidamente, queste ragioni sono state accantonate. Ricordarle a cose fatte, quando probabilmente l'innovazione è stata accettata ed è diventata «normale», è sempre utile, perché offre una base critica per osservare le trasformazioni che la tecnica ci impone, e un pensiero critico nei confronti delle innovazioni tecnoscientifiche è molto difficile da elaborare».


La tecnica, fa notare Ellul, proprio quando sembra che risolva problemi, ne crea ogni volta di nuovi, «e ci vuole sempre più tecnica per risolverli». Tutto ciò nella storia dell'ex Pci è servito a dare nuova linfa alla pianta primigenia che si era essiccata. «Il progressismo etico, l'entusiasmo per le tecnoscienze, ogni tecnologia che sembri confermare e rafforzare la libertà femminile», scrivono Belardinelli, Bressan e Scaraffia, «si sono infatti rivelati utili per riempire il vuoto ideologico con cui si è trovata improvvisamente a fare i conti la sinistra, e sono stati quindi accolti con favore dalle stesse persone che fino a poco tempo prima li guardavano con diffidenza». E non è detto, sostengono sia pure in modo non esplicito autore del saggio e prefatori del libro, che con questo «riempimento del vuoto» la sinistra ci abbia guadagnato.



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Bibliografia


Il saggio di Andrea Possieri sui mutamenti di orientamento della sinistra rispetto a temi come l'aborto, la contraccezione e la procreazione assistita è incluso nel volume Bioetica come storia. Come cambia il modo di affrontare le questioni bioetiche nel tempo (Lindau, pagine 247, Euro 23), che esce in libreria dopodomani, 5 maggio. Il volume, curato da Lucetta Scaraffia, contiene anche scritti di Emanuele Colombo, Giulia Galeotti, Lorenza Gattamorta, Francesco Tanzilli. A Giulia Galeotti si deve anche il saggio Gender Genere, edito lo scorso anno dall'editore VivereIn. Da segnalare anche il libro di Jacques Ellul Il sistema tecnico, uscito in Francia nel lontano 1977 e tradotto in Italia nel 2009 da Jaca Book.





1971 Una sentenza della Corte costituzionale, emessa nel marzo 1971, cancella l'articolo 553 del codice penale, che vietava la propaganda e l'utilizzo di ogni mezzo contraccettivo



1981 Viene sottoposta a referendum la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria della gravidanza. Il tentativo di modificare le norme sull'aborto in senso restrittivo viene respinto con il 68 per cento di No.





La rivista «Donne e Politica» del Pci, diretta da Adriana Seroni, attaccò i radicali di Marco Pannella sul tema dell'aborto



Sociologo, teologo e ambientalista, il protestante francese Jacques Ellul, scomparso a 82 anni nel 1994, criticava la tendenza della società attuale ad accettare con l'andar del tempo tutte le innovazioni tecnologiche, aggirando o rimuovendo le pur fondate obiezioni inizialmente avanzate contro la loro adozione.


«Corriere della Sera» del 3 maggio 2011

08 marzo 2011

La libertà che non inganna perché ci rende più donne

Femminismo e femminilità, la lunga marcia dei diritti
di Lucia Bellaspiga
Abbiamo lottato per la parità.
Abbiamo urlato nelle piazze che noi eravamo come loro, gli uomini.
Abbiamo pensato che vivere libere equivalesse ad essere la loro copia, bella o brutta che fosse, una specie di clone asessuato, mascolinizzato. Abbiamo bandito la femminilità come fosse un orpello e lo stigma di una manifesta inferiorità. E così, in nome del femminismo, abbiamo rinunciato ad essere femmine, e prima ancora donne. Un errore che affonda le proprie radici storiche nelle battaglie ideologiche del Sessantotto, ma che paghiamo caro ancora oggi, con tanto di interessi: alla fine del nostro lungo affannarci, oggi le libertà sono le stesse di allora, forse sono anche meno, e noi ci siamo perse, convinte ancora che indossare i pantaloni sia un grido di battaglia. Il ragionamento è molto semplice: se si cerca di imitare qualcuno è perché lo si ritiene superiore. Dunque proprio quell’arrabbiato e caparbio emulare la natura dell’uomo, persino i suoi difetti, in realtà tradisce un nostro (immotivato) complesso di inferiorità, quello che ci fa dire «sono libera se sono uguale al maschio».
No, noi siamo libere perché fieramente diverse. Senza cadere in un complesso di superiorità, ma consce del fatto che Dio per i credenti, la natura per gli atei, ci ha fatti uomini e donne, opposti e complementari, ognuno chiamato a valorizzare sempre meglio quelle precipue caratteristiche che fanno di noi donne delle 'vere donne', e dei nostri compagni dei 'veri uomini'.
Ma tutto questo può avvenire solo a un prezzo, che in fondo è anche bello pagare: accettare di essere concavi e convessi, per rivestire ognuno il proprio ruolo.
Lo sanno bene – quando ormai è troppo tardi – le nostre pasionarie d’altri tempi, invecchiate nell’illusione di una finta libertà, sterile e ingannatrice, pentite di aver rinunciato ai privilegi che ci fanno regine, primo tra tutti quello di poter creare la vita, e poi, perché no?, quello di ingentilire il genere umano, di saper amare con il cuore prima che con il corpo, di donare armonia alla forza degli uomini, di insegnare pazienza e buon senso dove impeto e guerra avrebbero il sopravvento. La bellezza salverà il mondo, e noi ne facciamo parte: questo sì ci realizza, se comprendiamo la portata della nostra missione salvifica, se capiamo che la vera battaglia tra i sessi dev’essere per migliorarci entrambi puntando alla vetta, non per omologarci in un mare piatto senza onde e correnti, dove la gara è al ribasso. Siamo arrivate al punto di lottare per il diritto ad uccidere il figlio che portiamo in grembo: per essere come chi non lo può e mai lo potrà generare...
Ma il diritto, quello vero, che ancora ci chiama a battaglia è ancora molto lontano a venire: si chiama complementarietà. Agogniamo una società che ci permetta di valorizzarci senza perderci, che ci lasci essere orgogliosamente mogli e madri, ma insieme lavoratrici, studiose, artiste, donne realizzate anche al di fuori della famiglia, come avviene ai mariti e padri responsabili. Che ci dia i mezzi, concreti, per poter essere – se lo vogliamo – tutto questo insieme.
Solo così 'restare a casa' per crescere i figli non sarà mai un ripiego, parola che suona come una bestemmia se accostata al ruolo di madre, ma una scelta felice perché libera. Solo così sapremo trasmettere i nostri atavici saperi senza l’amarezza di una costante rinuncia. Solo così guarderemo ai nostri uomini come a compagni di strada che marciano assieme a noi, pronti ad aspettarci se ci attardiamo un po’, ma anche a chiederci aiuto quando le più forti siamo noi. E non perché indossiamo i pantaloni, ma perché Dio (o la natura, per chi non crede) ci ha dato la capacità di essere sempre un po’ madri, anche degli uomini che non abbiamo messo al mondo.
«Avvenire» dell'8 marzo 2011

03 marzo 2011

di Pierluigi Battista
Vedete ragazzi, il noto linguista insiste sulla parità che la donna deve ancora raggiungere addirittura in campo lessicale. Il vocabolario italiano è pieno di espressioni che al maschile hanno un significato gradevole, simpatico e positivo e al femminile invece ne assumono un altro di ben diversa natura.
ESEMPI:
Cortigiano= uomo di corte/ Cortigiana= quella cosa lì.
Uomo di strada= uomo del popolo/ Donna di strada= quella cosa lì.
Un uomo pubblico= un uomo in vista/ Una donna pubblica= quella cosa lì.
Un uomo facile= un uomo senza pretese/ Una donna facile= quella cosa lì.
Un intrattenitore= un uomo dalla conversazione divertente/ Un’intrattenitrice= quella cosa lì.
Un uomo disponibile= un uomo gentile e premuroso/ Una donna disponibile= quella cosa lì.
Un cubista= un uomo che dipinge nello stile di Picasso/ Una cubista= quella cosa lì.
Un passeggiatore= un uomo che cammina/ Una passeggiatrice= quella cosa lì.
Un uomo allegro= un buontempone/ Una donna allegra= quella cosa lì.
Un mondano= un gran signore/ Una mondana= quella cosa lì.
Uno che batte= un tennista/ Una che batte= quella cosa lì.

Supplemento «Sette» al «Corriere della Sera» di metà febbraio 2011

27 febbraio 2011

Le quote rosa non fanno bene a donne e imprese

di Alessandro De Nicola
In Germania le quote rosa vengono chiamate Frauenquote: il suono è magnifico perché alle orecchie di un italiano dà quel senso d'imperatività, inflessibilità e indocilità che sono le caratteristiche, per l'appunto, delle riserve indiane destinate alle signore.
Il dibattito de' noantri ha preso una piega piuttosto bizzarra: da una parte donne che disinteressatamente combattono per giusti diritti spalleggiate da maschi redenti e aperturisti che sì, certo, anche nelle loro aziende vorrebbero tanti consiglieri donna, salvo non averne finora messa nessuna o quasi.
In mezzo prudenti gradualisti che anche loro, per carità, son convinti che le Frauenquote siano wunderbar, ma implorano che almeno vengano introdotte lentamente e con sanzioni meno severe. Infine, uno stravagante gruppo di donne e uomini che dicono di no punto e basta, per motivi di libertà, dignità ed efficienza economica.
Proviamo a riassumerli? Le Frauenquote (anche nella versione temporanea proposta in Italia) sono un attentato alla libertà personale e d'impresa (e ledono il principio costituzionale di eguaglianza, ma non voglio farne una questione giuridica). Le aziende sono proprietà degli azionisti i quali scelgono per governarle chi pare a loro. Sono prigionieri di pregiudizi? Peccato: la performance delle loro società sarà peggiore delle altre. Non è questione di poco conto: la libertà viene intaccata poco per volta sempre per i più nobili motivi, finché, pezzetto per pezzetto, non ne rimane più.
Dignità. È l'argomento che viene sollevato più spesso dalle donne contrarie alle Frauenquote (mi ha divertito un articolo sui blog del Sole 24 Ore di Rosanna Santonocito che le ha paragonate alla legge Porcellum). L'essere delle raccomandate farà emergere una piccola casta di super-gettonate "gonne dorate" (come in Norvegia) o di parenti e amiche che avranno effetti devastanti verso le veramente brave: quando all'interno di un gruppo mi è difficile distinguere tra chi è capace e chi no, per andare sul sicuro considero tutti inaffidabili (George Akerlof ci ha vinto un Nobel applicando la teoria ai venditori di macchine usate). Accade anche per gli uomini, si ribatte. Quindi per rimediare a un male ne creiamo un altro?
Efficienza: qui le accademiche sfornano studi che dimostrano come team misti uomini e donne siano più produttivi di quelli a lugubre prevalenza maschile. A parte il fatto che per quel che riguarda la presenza nei consigli d'amministrazione le evidenze sono miste (si veda l'ottima rassegna della fondazione Friedrich Ebert, peraltro favorevole alle quote rosa), sfugge alle studiose che i risultati positivi sono frutto di una cooperazione volontaria. Ripeto: vo-lon-ta-ria. La quota imposta, come in Norvegia, non ha portato alcun beneficio alle società quotate: la performance della Borsa norvegese, nonostante gli ottimi fondamentali del paese, è di molto peggiore alla media. Non è capziosità: non dico che è colpa delle donne; certamente diventa difficile affermare che il loro ingresso forzato è automaticamente benefico. Gli studi, peraltro, mostrano inequivocabilmente che in Italia in tutti i posti di responsabilità (compresi amministratori delegati e direttori generali) le trenta-quarantenni sono presenti almeno tre volte di più delle ultra sessantenni: la società - strano eh? - si evolve, anche senza il Leviatano.
Infine l'ingestibilità: giustamente i benpensanti s'infuriano quando la Lega vuole quote di padani nella pubblica amministrazione o nell'assegnazione di case popolari. Eppure, credeteci o meno, anche loro si sentono discriminati. Così come pensano di esserlo (a volte a ragione) minoranze etniche (neri o asiatici o nordafricani o slavi), gay, lesbiche, transessuali, minoranze religiose (musulmani, buddisti, testimoni di Geova), obesi, nani, brutti eccetera. Cosa si fa, alle minoranze niente e alle donne che sono maggioranza la quota? E se un legislatore pazzo prescrivesse consigli-arlecchino (con situazioni assurde visto che in molti appartengono a varie categorie), questo aumenterebbe o diminuirebbe la ricchezza del paese e la possibilità di far fiorire il merito?
«Il Sole 24 Ore» del 25 febbraio 2011

08 febbraio 2011

Femministe anti Cav: le donne di Concita sono massaie o escort

Domenica andrà in scena l'ennesima piazza antiberlusconiana, altro che difesa dei valori femminili
di Eugenia Roccella *
Negli anni Settanta il femminismo l’ho attraversato da protagonista, con un grande senso di libertà. E anche se nel tempo la vita è cambiata e mi ha cambiata, se su alcuni temi oggi posso aver maturato opinioni diverse da allora, quella storia è stata, e resta, anche la mia storia.
La prima cosa che ho imparato allora è che bisognava negarsi agli schemi che dividevano le donne secondo i vecchi ruoli assegnati dalla cultura maschile. Maschere che non ci appartengono mai completamente, ruoli prefissati in cui ognuna si può calare per sempre o per poco, ma senza mai una totale identificazione, senza mai sentirsi perfettamente a proprio agio. Una donna non è solo angelo del focolare né solo prostituta: se c’è qualcosa su cui il femminismo è stato compatto, è il rifiuto della divisione tra donne perbene e permale, obbedienti e ribelli, pudiche o trasgressive, spose felici o - come si diceva allora - acide zitelle.
L’appuntamento in piazza del 13 febbraio, invece, rischia di essere proprio questo: una manifestazione di alcune donne contro altre donne. Quelle che passeggiano sui tacchi delle Manolo (le scarpe di Manolo Blahnik, le borse firmate e gli occhiali da sole sembrano essere la bestia nera di Concita De Gregorio) e quelle che vanno a lavorare la mattina, quelle che «si vendono» e quelle che mai e poi mai, quelle che aspirano al fidanzato ricco e potente, e quelle che escono con un uomo solo se sanno che è senza un soldo. Riproporre queste classificazioni è un grande passo indietro per le donne, che le riporta a categorie davvero remote, se persino nei romanzi dell’800 in ogni prostituta c’era, nascosto, un cuore grande e generoso, una maternità segreta, una sofferenza femminile.
Qualche dubbio deve aver assalito anche le organizzatrici, le quali, con un tardivo ripensamento, annotano: «La manifestazione non è fatta per giudicare altre donne, o per dividere le donne in buone e cattive. I cartelli o striscioni ne terranno conto». Ma la divisione è nei fatti e nelle intenzioni, visto che ancora la De Gregorio titola il suo pezzo sull’appuntamento del 13: «Le altre donne», tracciando fin dall’inizio una linea di demarcazione insuperabile tra queste e quelle.
Care amiche di sinistra, fate la vostra manifestazione, ma non a nome delle donne, non trincerandovi dietro una definizione che dovrebbe essere inclusiva e che invece viene utilizzata per legittimare un’esplicita parzialità. Dite con chiarezza che tutto questo è finalizzato solo a dare una spallata al governo, e a offrire sostegno alle tesi accusatorie della Procura di Milano. Sarà la solita piazza antiberlusconiana, che trova un nuovo pretesto nelle intercettazioni, ma non allarga la riflessione a nient’altro: alle ragazze che fanno le cubiste in discoteca, alle giovanissime ribelli che escono ed entrano da comunità che dovrebbero essere protette, alle immigrate che cercano vie d’uscita a una cultura soffocante, alla libertà male intesa e male utilizzata, ai modelli che la cultura contemporanea propone alle donne. Accusate la «ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità», dite che «una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni», ma di quale cultura si parla, e chi ne ha la responsabilità?
È la cultura che la sinistra ha sempre promosso: quella dei diritti individuali sganciati dai doveri, del sesso scisso dalla relazione e dall’affettività, quella della pillola del giorno dopo distribuita alle minorenni, e così via. La cultura dell’autodeterminazione assoluta, sia quando si tratta di eutanasia, sia quando si tratta di scelte sessuali, dell’uso del corpo, del modello di famiglia. Persino sull’uso dell’immagine femminile, solo Giuliano Ferrara abolì le donne nude dalla copertina del settimanale che dirigeva, strada mai più seguita da altri.
Se vogliamo davvero difendere la dignità delle donne sempre e ovunque, perché non c’è stato un coro di proteste femminili per la giornalista Anna Maria Greco, spogliata e perquisita essendo una semplice testimone e non un’indagata? Anna Maria è una donna come quelle che esalta la De Gregorio, una che si alza la mattina per portare i figli a scuola e per lavorare, eppure è stata trattata senza rispetto, e senza alcuna necessità: come se davvero fosse preoccupazione della procura che la giornalista potesse nascondere una pen drive nel pigiama da notte. Ma temo che tutto questo sdegno sia solo l’ultima, e meno credibile, versione della superiorità morale della sinistra, che un tempo accusava la Chiesa di dare troppo spazio ai peccati sessuali e oggi l’accusa del contrario, e spinge la propria strumentalità fino a difendere una morale in cui non crede.
* Sottosegretario al ministero della Salute
«Il Giornale» dell'8 febbraio 2011

07 febbraio 2011

Ecco quelle femministe che firmano appelli senza pudore e coerenza

Le femministe accecate dall’odio aderiscono ai manifesti contro il "Sultano del bunga-bunga". Ma dimenticano che la libertà sessuale delle donne è uno dei cardini dell’emancipazione
di Vittorio Sgarbi
Dispiace dovere ricordare a donne colte e scrittrici alcuni testi memorabili e inequivoci che indicano, in modo chiaro, volontà e decisioni della donna non nel tempo della liberazione sessuale ma nella storia. La Moll Flanders di De Foe ha idee molto precise, e faticherebbe a credere a una dichiarazione di dignità delle donne palesemente ipocrita. Dice Moll Flanders: «Donna che sia dalla rovina stretta, sugli uomini può sempre far vendetta». Ripensando a personalità e atteggiamenti come questi, finalmente una donna si è svegliata e ha restituito libertà e dignità a numerose donne che, desiderose di avere successo o fortuna, sono state sbrigativamente considerate «prostitute». Troppo facile parlare, come fa Dacia Maraini della «quotidiana offesa alla dignità femminile», per scelte e comportamenti da alcune non condivisi, ma assolutamente liberi, come appunto ci insegna la storia di Moll Flanders. Guardiamo con soddisfazione, dunque, alla presa di posizione di Luisa Muraro che invita a «non far scadere la politica nel moralismo» e, immagino, a non confondere la sfera pubblica con quella privata. Dacia Maraini, invece, non resiste, e non si rende conto che la sua indignazione, negli stessi termini, si sarebbe potuta sicuramente indirizzare ad Alberto Moravia e a Carmen Llera, a Pier Paolo Pasolini e a Pino Pelosi. Glielo dice in modo semplice Chiara Gamberale: «Un movimento non può nascere contro qualcosa come il comportamento delle ragazze di Arcore… come donna non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa la propria testa, il proprio corpo e il proprio cuore in modo diverso da come ho scelto di fare io».
Ma se nella Maraini è sbiadito il ricordo delle battaglie per la liberazione sessuale, senza moralismi, non lo è quello della cattiva abitudine di aderire a manifesti e documenti, come quello osceno contro Luigi Calabresi. Ancora oggi c’è una irresistibile tentazione a firmare appelli, senza pudore.
Oggi è la volta di quello risibile, se non fosse seriosamente proposto, dell’Unità contro il «sultano del Bunga Bunga». Leggo anche la firma di Lucrezia Lante della Rovere, e l’ho sentita vibrante di sdegno ad Annozero. Mi è venuto naturale pensare a Moll Flanders e al moralismo che avrebbe condannato anche lei sentendo parlare di «prostitute» per tutte le ragazze entrate ad Arcore (come ha affermato, fra le altre, la deputata del Pd Ferrante), in una intollerabile e letterale azione di «sputtanamento», scientificamente perseguita dalla procura di Milano, in nome del Popolo italiano. Una palese e violenta diffamazione, nel sostenere la quale sono state chiamate tutte le donne che ritengono bellezza e spregiudicatezza una colpa (per dire, la Maraini afferma che: «praticamente ogni anno ho scritto uno o due articoli contro lo spazio che la televisione dà al concorso di Miss Italia che per me è una delle forme della reificazione del corpo femminile»).
Oggi siamo alle prostitute «nominate» dalla Boccassini e alla richiesta (anche di molti uomini di sinistra) di un intervento della Chiesa, demonizzata quando si pronuncia contro il mondo gay, le unioni omosessuali e il Gay Pride, e invocata a pronunciarsi contro l'immorale Berlusconi. Ciò che accade (dimenticando che non è ostentato ma è rivelato, urbi et orbi, da una aberrante inchiesta giudiziaria) «addolora» anime belle, e corpi un tempo liberi come quelle della Melandri che giudica le notti di Arcore spettacoli indecorosi, osceni, umilianti per la donna (benché non fossero spettacoli ma «riti» privati).
Mi viene in mente il vescovo di Caltanissetta che, mentre io gli opponevo l’innocenza dei rapporti sessuali di due persone libere, senza tradimenti di terzi, sotto il sole, sulla riva di un fiume, considerati peccati per la religione cristiana (mentre io avrei giudicato un peccato astenersi) mi disse: «Dio soffre». E io immaginai, come ora la Melandri e Lucrezia Lante della Rovere in collegamento dai loro eremi, Dio su una nuvola che, tra guerre, stragi, terremoti, catastrofi, violenze, crimini, malattie, incidenti si preoccupava e soffriva per due giovani che facevano l’amore sulle rive del Po o dell’Anapo. Allo stesso modo mi pare assurda la posizione di due, tre e più donne che credevo libere.
Alla Melandri ho urlato: «bigotta!»; alla Maraini ricordo Moravia, a Lucrezia Lante della Rovere ricordo l’innocenza libertina di sua madre e la reincarnazione, nelle scelte della sua vita, proprio della figura di Moll Flanders. E spero che un giorno una donna libera, anche la stessa Lucrezia Lante della Rovere, rinsavita e serenamente viziosa interpreti quel personaggio. Mentre oggi, forse, si è calata nei panni e nel pensiero di una Concita de Gregorio, dimentica del «culo in jeans» esibito da Oliviero Toscani. Lasciamole ora alla contrizione. E inviamo un pensiero libertino a Lorenzo da Ponte, a Mozart, a De Sade, a Bataille, a Balthus, a Klossowski, a Genet, per non impigliarci nel facile moralismo della letteratura d’appendice di Concita.
Ma consentitemi di chiedere ora a Lucrezia Lante della Rovere qualcosa sui suoi rapporti sessuali con Luca Barbareschi; e, per quanto io so, in che cosa la concezione della donna di Barbareschi si differenzi da quella di Berlusconi. Non dovrò essere io a rivelare che, con lei e con altri, Barbareschi ha sempre rivelato, amichevolmente e con complicità (e senza farne mistero), di avere rapporti liberi e plurimi, uomini, donne e trans.
Egli stesso mi ha presentato ragazze pronte a chiamare e a sedurre altre, le sue Nicole Minetti. Dovrò dirne i nomi? Con Lucrezia ha condiviso questa concezione di libertà sessuale senza sentirsi in colpa, felice del piacere e, soprattutto, senza pensare di compiere reati. In Italia, in Francia, in America, in Marocco, in Tunisia, e in molti luoghi dove gli incontri amorosi non sono, né a lui né a lei, mai apparsi crimini. Io conosco persone che possono confermare ciò che affermo. Ma, credo che, senza vergogna, potrà raccontarlo lo stesso Barbareschi. Ed è questa, ad evidenza, la ragione principale del suo riavvicinamento a Berlusconi. O dovremo immaginare che, prendendo le distanze da Berlusconi, Lucrezia Lante della Rovere le voglia prendere anche da Luca Barbareschi, e dal suo modo di vivere? Pentita? E pronta a rinnegare la «amorale» mamma?
L’esito della visione del mondo di queste donne che hanno scelto la Binetti (invece della Minetti) e Bindi come modelli di libertà femminile è nell’atteggiamento punitivo ed esorcistico di don Aldo Antonelli che ha listato a lutto alcune vie di Avezzano: «Lutto per il paese, umiliato da un premier immondo, affarista e licenzioso». A parità di comportamenti davanti a Dio lo farà anche per Barbareschi.
«Il Giornale» del 7 febbraio 2011

28 gennaio 2011

Se il figlio “costa” il posto

Una ricerca rivela: le donne precarie? Rinunciano alla gravidanza per paura
di Antonella Mariani
Con 12mila bebé in meno, il 2010 è l’anno nero della nascite in Italia
E vissero precarie e... scontente. Non è certo una bella favola, quello che ac­cade a un numero crescente di giova­ni donne: precarie nel lavoro, precarie nella vita, con maternità rimandate di anno in anno a ogni scadenza del con­tratto, in attesa di quello definitivo. Lo ve­diamo intorno a noi, ora ce lo dice anche chi per mestiere studia le tendenze socio-econo­miche della società. In Italia il precariato fem­minile incide sulle cifre della maternità, peral­tro già bassissime: nel 2009 il numero medio di figli per donna era 1,41, nel 2010 è sceso a 1,4, con 12.200 nascite in meno. Dunque, in Italia si fan­no sempre meno figli e un ruolo (al ribasso) lo gioca anche la precarietà femminile. Francesca Modena e Fabio Sabati­ni, rispettivamente del­l’Università di Trento e di Siena, nei giorni scor­si hanno pubblicato u­no studio in cui, incro­ciando i dati statistici in loro possesso e corre­dandoli con una ricerca qualitativa su un cam­pione di coppie in cui le donne sono disoccu­pate o occupate con contratti a tempo inde­terminato oppure 'ati­pici'. Ebbene, i due stu­diosi dimostrano che «le coppie in cui la don­na è precaria hanno il 3% di probabilità in meno di pianificare una gravidanza» rispetto a quelle in cui la donna ha un contratto a tempo indeterminato, a parità di altre con­dizioni come l’età e l’istruzione. La precarietà è un deterrente pesante, nonostante anche i contratti a tempo, quelli a progetto o co.co.co. prevedano forme di tutela della maternità, tra cui il congedo obbligatorio e un’inden­nità economica. Ma non, ovviamente, la ga­ranzia di un rinnovo del contratto. «La pre­carietà femminile – notano i due ricercatori nel loro studio, pubblicato dal forum inter­net neodemos.it – è associata a una forte in­certezza relativa ai redditi futuri e al fondato timore che la scelta di diventare madre pos­sa compromettere ogni possibilità di realiz­zazione nel mondo del lavoro». Una gravi­danza può costare il posto, così come com­promettere la possibilità di reinserimento pro­fessionale dopo un periodo trascorso a casa accanto al figlio. Proprio ieri su Repubblica u­na lettrice, Ilaria Riggio, «34 anni, una laurea, un master», raccontava che dopo anni il suo contratto a progetto stava per essere trasfor­mato in contratto a tempo determinato, ma quando lei ha scoperto di attendere un figlio l’azienda improvvisa­mente si è «dimentica­ta » della promessa. «Io ora sono incinta e an­che disoccupata. Così facendo le aziende co­stringono le donne a mentire o a rinunciare, con il ricatto della non assunzione, alla mater­nità », conclude amara­mente.
«Al corso pre-parto – racconta ad Avvenire u­na neomamma milane­se 33enne – eravamo quasi tutte precarie, qualcuna a tempo de­terminato, altre co.co.co. Io ero la più giovane, alcune sfiora­vano i 40 anni. Aveva­no aspettato, anno do­po anno, sperando in un contratto stabile. Poi si sono arrese all’orolo­gio biologico. E adesso incrociano le dita». Dunque, che fare? Se u­no degli scenari più preoccupanti per l’Italia è quello dell’inverno de­mografico, bisogna tro­vare una via d’uscita perché la flessibilità del lavoro non sia per le giovani donne sinoni­mo (solo) di instabilità, bassi stipendi e scar­sa tutela. Ed ecco, allora, i suggerimenti dei due economisti Modena e Sabatini: le misu­re di sostegno alla fecondità finora si sono concentrate sulla coppia con figli, «dimenti­cando colpevolmente le donne che sono sta­te costrette a rimandare o rinunciare. È indi­spensabile combattere alla radice le cause del declino della fecondità, adottando serie po­litiche del lavoro che riducano la precarietà, soprattutto quella femminile». Come, è tut­ta un’altra storia.
Gli economisti Modena e Sabatini: «Le coppie in cui la moglie non ha un contratto stabile hanno il 3% di probabilità in meno di allargare la famiglia rispetto a quelle in cui c’è un contratto a tempo indeterminato»
«Avvenire» del 28 gennaio 2011

19 gennaio 2011

La signora del Risorgimento Cristina Belgiojoso patriota e femminista

di Sara Chiappori
Francesco Hayez la ritrae in tutta la sua aristocratica bellezza, sensuale e insieme algida: abito nero, lunghe mani affusolate, spalle nude di abbagliante candore, sguardo fiero con qualcosa di segretamente seduttivo. Eccola, Cristina Belgiojoso, ovvero l'altra metà del cielo risorgimentale. Ingiustamente dimenticata e rimossa dalla storiografia ufficiale, oggi recuperata, per quanto non come meriterebbe, anche grazie al film di Mario Martone, Noi credevamo, dove ha il doppio volto della splendida giovinezza di Francesca Inaudi prima e della carismatica maturità di Anna Boniauto poi. Non come meriterebbe perché ancora pochi sanno chi sia e quale ruolo fondamentale abbia giocato nel processo di liberazione e di unificazione del nostro paese questa patriota milanese, musa cospiratrice dei carbonari, raffinata intellettuale liberale, aristocratica cosmopolita accesa dall' utopia socialista, regina dei salotti mondani e letterari parigini. Per i reazionari del suo tempo una puttana, per i giovani rivoluzionari che sostenne una musa. «Se il suo nome è poco noto le ragioni sono due - spiega lo storico Lucio Villari, autore del recente Bella e perduta. L'Italia del Risorgimento (Laterza) - In primo luogo del Risorgimento si sa poco o nulla: è avvolto nelle nebbia di un'ignoranza di fondo. A questo si aggiunga che la sua figura è troppo complessa: lo era per il suo tempo, ma lo è anche per il nostro. In lei si concentrano la lotta politica, l'impegno sociale, l'autonomia femminile: è la donna nuova che avrebbe dovuto nascere dal movimento romantico e rivoluzionario». Cristina Trivulzio nasce a Milano il 28 giugno 1808. La madre sposa in seconde nozze il marchese Alessandro Visconti d'Aragona, la piccola ereditiera cresce nell'alveo dell'aristocrazia lombarda e a sedici anni diventa moglie del principe Emilio Barbiano di Belgiojoso. Un matrimonio infelice rispetto al quale Cristina prenderà la prima delle tante posizioni giudicate scandalose: non potendosi separare, pretenderà la libertà rifiutando il compromesso delle apparenze. Da quel momento la sua vita avventurosa diventa degna di un romanzo: si unisce ai cospiratori mazziniani, si allontana da Milano, vive in fuga e in viaggio schedata dalla polizia austriaca, finanzia i moti rivoluzionari, fonda e dirige riviste politiche, si stabilisce a Parigi dove, amica di Lafayette, il suo salotto è frequentato da artisti come De Musset (perdutamente innamorato di lei), Listz, Bellini, Heine, scrive, traduce, tesse rapporti e relazioni, protegge gli esuli. Rientrata in Italia nel 1840, nelle sue proprietà di Locate fonda un asilo e una scuola ispirandosia Fourier dove lei stessa insegna, mentre le vengono attributi amanti di ogni tipo e il moralista Alessandro Manzoni la umilia pubblicamente impedendole di assistere la madre Giulia Beccaria sul letto di morte. «Non faceva nulla per rendersi simpatica - prosegue Villari - una donna che combatte al fianco degli uomini per difendere la libertà contro l' oppressione straniera non poteva che essere disprezzata dai benpensanti piccolo borghesi intrisi di spirito clerico reazionario». Allo scoppio delle Cinque Giornate, Cristina è a Napoli, da dove si imbarca con un gruppo di volontari per tornare in tutta fretta a Milano. «Si immagini questa donna che entra a cavallo in città seguita da 150 patrioti: altro che scandalo», osserva Villari. Dopo Milano, Cristina è in prima linea al fianco di Mazzini nell' insurrezione romana del 1849, dove si spende organizzando l'assistenza ai feriti. Fallita anche questa rivoluzione, è costretta ad allontanarsi dall' Italia: viaggerà con la figlia tra Malta, la Grecia e l' Albania, per poi rientrare a Milano, dove muore nel 1871. «Una figura straordinaria», secondo lo scrittore Antonio Scurati che, nel suo romanzo Una storia romantica (Bompiani) le ha dedicato molte pagine - il suo ruolo di patriota sorge su un terreno di profonda liberazione sessuale. Questo la mette all' avanguardia rispetto ai suoi tempi ma anche ai nostri». E non è un caso che le sue memorie, Ricordi dell' esilio, siano state tradotte dal francese solo nove anni fa. Bella, intelligente, spregiudicata, autonoma, appassionata, Cristina Belgiojoso continua a creare imbarazzo. «Basta pensare al modello di femminilità veicolato dalla televisione, per capire quanto sia eterogenea alla nostra cultura - conclude Villari - se in questo paese ci fossero ancora le femministe dovrebbero sceglierla come icona».
«La Repubblica» del 19 novembre 2010

09 gennaio 2011

L’esaltazione delle madri single «per scelta»

L’amore materno non può togliere il padre al figlio
di Francesco D'Agostino
Lascio volentieri ad altri le analisi sociologiche, giuridiche, politico– sociali, psicologiche in merito al costante aumento del numero delle madri “single”, consapevolmente, intenzionalmente, coraggiosamente, felicemente (?) “single”. Anche in Italia il fenomeno si sta manifestando in tutta la sua rilevanza, acquistando il dovuto spazio su grandi giornali di informazione. Ed è da facili profeti ipotizzare anche da noi la prossima nascita di associazioni militanti, del tipo “Single mothers by choice” (madri sole per scelta), che dilagano da tempo nel mondo anglosassone. Ciò su cui mi interessa riflettere è piuttosto la reazione ideologica a tale notizia da parte di alcuni settori della cultura laica, o più propriamente laicista.
«È la vittoria dell’indipendenza femminile», si è arrivati a dire. Saremmo di fronte alla prova provata di quanto sia superflua, o almeno non necessaria, la figura maschile e paterna nel contesto familiare. Basta poi fare un ulteriore piccolo passo (e alcuni commentatori l’hanno già fatto) per tornare ad auspicare, a partire da questa notizia, la morte della famiglia “tradizionale” o almeno una sua radicale metamorfosi. Si tratta di reazioni imprudenti, nel caso migliore ingenue, nel caso peggiore biasimevoli.
Dando infatti per scontato che ogni nascita è una benedizione non solo per i genitori, ma per tutta l’umanità, va ribadito con fermezza che la decisione di dare la vita a un figlio privandolo intenzionalmente della figura paterna è di notevole gravità morale. Una gravità che diviene assoluta quando, usando ben note tecniche di procreazione assistita, si tolga ogni possibilità al figlio di poter venire mai a conoscere l’identità del proprio padre biologico.
Quello che è propriamente in gioco, in tale questione, non è tanto il venir meno della figura paterna in quanto tale (figura peraltro preziosissima, perché, come ci ha definitivamente spiegato Lacan, è quella che ci trasmette la “legge”, così come la figura materna è quella che ci trasmette l’ “amore”). Il problema è piuttosto quello del venir meno della doppia figura genitoriale. Privato del padre, il bambino non può che avere la figura della madre come unico punto di riferimento nel lungo e complesso itinerario della costruzione della propria soggettività. La madre, infatti, non solo può assumere, ma è inevitabile che assuma nei confronti del figlio un ruolo totalizzante («sei mio e solo mio»!), perché proprio questa è stata la sua intenzione fin dall’inizio, fin da quando cioè ha preso la decisione di procreare, sottraendo intenzionalmente al figlio la possibilità di conoscere il padre. Una decisione “coraggiosa”, “ammirevole”, “rispettabile”? Perché definirla in questo modo? Si tratta piuttosto di una decisione radicalmente narcisistica, che può essere assunta solo da donne che siano assurdamente convinte che il figlio, nel corso della sua vita, avrà bisogno solo di loro e di nessun altro.
Quello che è forse il peggior virus della modernità, cioè l’individualismo, sembra che trovi nella scelta delle madri “single” il suo punto estremo.
Quale può essere l’esito ultimo e reale di simili scelte?
Mettiamo da parte i pur pesanti problemi sociali creati dalla crisi della famiglia coniugale e dall’aumento delle famiglie monoparentali, soprattutto nelle società secolarizzate, che, senza il fattivo contributo delle famiglie “tradizionali”, divengono sempre meno in grado di garantire il welfare per i malati e gli anziani.
Limitiamoci a un’elementare considerazione antropologica. Quando la scelta di mettere al mondo figli senza padre ha un’evidente radice narcisistica, il suo esito estremo è ineluttabile: una profonda delusione, per la donna narcisista che giunga alla fine a scoprire il vuoto della sua intenzionale identità di “single”, di quell’identità che essa riteneva assolutamente giustificata e insindacabile; e il sottile dolore di chi, giungendo a riconoscere come irrimediabilmente ingiusta la decisione narcisistica di chi lo ha messo al mondo senza dargli la possibilità di conoscere il padre, arrivi a percepire nell’amore della madre nei suoi confronti (un amore che può sicuramente essere molto profondo) una tragica e insanabile incrinatura. È un vero paradosso che l’amore materno, cioè la forma di amore più limpido che ci sia dato conoscere, possa smarrire a tal punto la consapevolezza di come il vero bene del bambino trovi il suo fondamento nel “triangolo” padre– madre–figlio.
«Avvenire» del 9 gennaio 2011