09 luglio 2007

I padroni dell’Arte

Pensa con i sensi, senti con la mente: lo slogan della prossima Biennale veneziana tocca una delle questioni cardine della creatività nell’epoca della globalizzazione. Alla vigilia dell’inaugurazione diamo uno sguardo agli interessi, ai poteri e ai valori (anche economici) dell’orizzonte artistico contemporaneo
di Marco Meneguzzo
Molti lettori si saranno stupiti della cifra record di settantuno milioni di dollari pagata per un'opera di Andy Warhol (1928-1987) alle ultime aste di New York: la notizia ha fatto il giro del mondo e uno degli elementi di curiosità e anche di sconcerto che il fatto ha portato con sé, è che il moderno o il (quasi) contemporaneo sul mercato "vale" di più dell'arte antica, anche di quella dei grandi maestri (qualche anno fa, Bill Gates ha pagato un codice di Leonardo da Vinci "solo" quarantotto milioni di dollari…). Questo è il primo elemento di discussione, quando si affronti un argomento vasto, difficile e in movimento come l'arte contemporanea, per cercare di stabilire - un po’giornalisticamente, per la verità - "chi comanda nel mondo dell'arte": se oggi uno dei parametri dell'interesse, del gusto e del successo è - come è - il prezzo che qualcuno è disposto a pagare per un'opera, bisogna cominciare proprio dalla straordinaria inversione di tendenza che vede le manifestazioni d'arte più contemporanee oggetto di rincorse folli. Qualcuno dirà che l'arte non è propriamente una merce, e che il valore non è il prezzo, e noi ovviamente siamo d'accordo con lui, ma è un fatto che stiamo assistendo a un travolgente e rinnovato interesse - dopo il primo exploit degli anni Ottanta - nei confronti dell'arte contemporanea, che sta offuscando ogni altra passione collezionistica, e di cui le aste - con le loro stime annunciate e poi sempre superate - sono il termometro sostanzialmente attendibile. Questo parametro, infatti, con la sua astratta eguaglianza (come diceva il vecchio Carlo Marx…) consente di ragionare in scala macroeconomica (e questo va da sé…), ma anche in scala per così dire macroculturale. Per esempio, tutti i risultati più clamorosi si fanno in due sole "piazze", Londra e New York, ma gli acquirenti americani e soprattutto inglesi stanno diventando una minoranza, perché si stanno affacciando al "mercato del lusso" molti oligarchi - per usare un eufemismo… - russi, e le decine di migliaia di nuovi miliardari cinesi e (tra poco) indiani, tutti desiderosi di sedere nel salotto buono di quella classe sovranazionale nelle cui mani si sta concentrando la ricchezza del globo. Cosa significa questo, al di là delle considerazioni amare del fallimento di un progetto solidamente borghese di redistribuzione del reddito, fallimento ormai visibile anche nei Paesi più "borghesi"? Per il mondo dell'arte - soprattutto per quello anglosassone - significa un afflusso straordinario e concentrato di capitali, gestiti da aspiranti collezionisti di assoluta ignoranza. Ignoranza delle regole del sistema dell'arte e ignoranza della storia dell'arte stessa, tanto che adesso molti "piccoli maestri" dei decenni passati, artisti che stanno in tutte le storie dell'arte, "vengono via" per un tozzo di pane… e se è stupefacente che un capolavoro di Francis Bacon sia stato venduto nella stessa asta di cui sopra per cinquantasette milioni di dollari, non è più stupefacente che tre mesi fa, a Londra, un quadro di Peter Doig, pittore inglese classe 1959, di cui è ancora da stabilire se rimarrà nella storia dell'arte, sia stato venduto per più di undici milioni di dollari? Cosa sta succedendo? Qualcuno - soprattutto i cosiddetti esperti - parla di "bolla speculativa", ma con il costante afflusso di nuovi ricchi alla ricerca di status symbol, è ben difficile che questa scoppi nel breve termine; a questo si aggiunga la confusa sensazione che l'arte sia quasi un "bene strategico", una molla creatrice di modelli culturali - gli americani, con la Pop Art, lo sanno bene… -, ed ecco che i cinesi comprano e "pompano" la loro arte, gli indiani fanno lo stesso, così come era accaduto per coreani e giapponesi un paio di decenni fa. Tutto questo avviene, come si è detto, tra New York e Londra, non a caso le piazze finanziarie del pianeta, ed è per questo che è lì che si annidano - se esistono davvero - le "centrali del potere" dell'arte contemporanea, quelle, per inte nderci, che possono far salire i prezzi di un artista di mille volte in un paio d'anni (mentre è fortunatamente ancora un'altra cosa il dibattito culturale, che mercantilmente non conta quasi più nulla, ma che ancora occupa le sale dei musei…). Così, un'ideale, cinica, classifica dei "persuasori" neppure troppo occulti dell'arte contemporanea, cioè di coloro che indirizzano queste masse di nuovi collezionisti pieni di denaro verso la costituzione di una collezione, vede ai primi posti coloro che sono più strettamente collegati al business, come galleristi, direttori di aste o di fiere dell'arte, mercanti e collezionisti, o collezionisti-mercanti, mentre non vede la presenza di critici (sempre più obsoleti, malgrado qualche eccezione), di curatori (sempre troppo ossequienti al potere), di direttori di museo (ormai costituiti in una sorta di club appiattito su certi valori), o di collezionisti vecchia maniera (ormai incapaci di seguire economicamente le novità). Per questo, nomi come quello di Charles Saatchi - il pubblicitario e collezionista inglese, oggi gallerista e mercante, che ha letteralmente inventato la "Young British Art" -, di Larry "Go-Go" Gagosian - il gallerista americano che trasforma in artista di successo chiunque tocchi -, di Tobias Meyer - dal 1997 direttore mondiale della sezione arte contemporanea di Sotheby's, la famosa casa d'aste - o di Thomas Keller - che è stato per anni il giovanissimo direttore della Fiera dell'Arte di Basilea, la più importante al mondo - sono i nomi di riferimento per questo mondo dell'arte. Sono straordinariamente bravi e persino appassionati, e hanno capito perfettamente che in giro c'è sempre più denaro che cultura.
«Avvenire» del 3 giugno 2007

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