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11 luglio 2013

Le parole sono importanti

In calo gli iscritti, non un buon segno
di Ferdinando Camon
La facoltà di lettere non deve morire
Un’inchiesta dice che i nuovi iscritti di Lettere e Filosofia sono in calo nelle università (tranne Pavia). Da qui parte la discussione: come sarà la nuova Italia, con più laureati in Scienze, Ingegneria, Matematica, Medicina e meno in Letteratura, Arte, Filosofia? L’uomo che maneggerà macchine e computer sarà più utile al progresso dell’uomo che maneggia i classici? Per la verità, non è un problema recente. Noi, padri o padri dei padri, abbiamo convissuto con questo problema quand’eravamo studenti universitari.
Pochissimi maschi studiavano a Lettere. Lettere era una mezza facoltà, una facoltà a quei tempi per mezza professione: per donne, che come prima professione avevano la casa. Devo dire però che molte donne ne hanno fatto una professione tutta intera e i pochi maschi che studiavano Lettere erano motivatissimi, e poi son diventati docenti universitari, giornalisti, redattori editoriali, scrittori. O, quelli che han fatto gli insegnanti, ottimi insegnanti. Se il problema è: quale facoltà è meglio scegliere, umanistica o scientifica?, la risposta è: la facoltà verso la quale lo studente si sente portato. La facoltà non si sceglie, è lei che sceglie te. Chi sceglie Lettere ama le parole. Le parole sono la chiave per aprire il mondo. Ogni parola di oggi fu un’altra parola ieri, ma non capisci la parola di oggi se non ci senti dentro la parola di ieri, perché nessuna parola muore ma tutte si trasformano: vale per la Lingua la stessa regola che vale per la Fisica.
Qualcuno dice: la Letteratura si occupa della vita e della morte, la Scienza si occupa del mondo. Non è esatto. Parrebbe che Letteratura e Scienza fossero separate, e invece sono interdipendenti. A casa del Leopardi ho visto un manoscritto dell’Infinito col verso "tra questa / immensità s’annega il pensier mio", a casa di Pablo Neruda in Cile ho visto una fotocopia di quel canto con la parola "immensità" cancellata e sostituita da "infinità". Dunque, ci fu un periodo in cui Leopardi era incerto tra le due forme. Alla fine scelse la parola con la "s". La "s" è una sibilante. Inconsciamente, Leopardi sentiva che nello spazio cosmico si entra con un sibilo. Cinquant’anni fa, un bambino avrebbe indicato la massima velocità con uno sparo, perché conosceva il fucile e il cannone, oggi lo indica con un sibilo, perché conosce il missile.
La domanda: è importante insegnare queste cose?, diventa un’altra domanda: è importante insegnare a parlare ai figli? La domanda: saranno dimenticati gli studi umanistici? diventa un’altra domanda: l’uomo si dimenticherà di sé? Uscendo dalla prima Guerra Mondiale l’uomo si accorge di aver rotto il rapporto con gli altri uomini, la mitragliatrice l’ha tagliato. Perciò la poesia impara le parole isolate, circondate dal silenzio, e nasce l’ermetismo. Non capiamo la Guerra se non studiamo l’ermetismo. Nella seconda Guerra l’uomo rompe il rapporto anche con se stesso: ci sono tanti uomini nell’uomo, e l’uomo non li conosce. È il momento in cui l’umanità fa cose che l’umanità non può ammettere. Non entriamo nella comprensione di questo tempo se non passiamo per la porta del decadentismo. Il fascismo faceva basse opere, il nazismo grandi orrori. È la differenza tra il Superuomo di Nietzsche e il Superuomo di D’Annunzio. Quello è uno Sterminatore, questo è un Esteta.
Le grandi riprese storiche, in tutte le civiltà, hanno coinciso con le grandi riprese letterarie. Le grandi decadenze coincidono con i grandi tramonti letterari. Occupata la Polonia, per far tabula rasa della sua identità e germanizzarla, una commissione tedesca s’insedia all’università di Varsavia (lo racconta Andrzej Wajda nel film Katyn) e convoca i docenti: «Cosa insegna lei?», «Ingegneria», «Necessario. E lei?», «Letteratura polacca», «Non necessario». È la premessa. La conclusione è l’uccisione di tutti gli ufficiali polacchi per spegnere la storia polacca. Per spegnere la storia, prima spengono la letteratura. Tra facoltà umanistiche e facoltà scientifiche, né le prime né le seconde devono morire: se ciascun studente andrà verso la facoltà che ama di più, avremo bravi professionisti e avremo il progresso. Se no, no.
«Avvenire» del 3 luglio 2013

30 giugno 2012

Il Cnr distratto sulla cultura umanista

di Tullio Gregory
Il Cnr ha pubblicato il «Documento di visione strategica» per il prossimo decennio: documento importante nelle sue scelte e raccomandazioni, redatto da una commissione - nominata dal ministro Profumo - composta di 16 membri, dei quali due stranieri. In larga maggioranza autorevoli esperti delle cosiddette scienze dure, con un solo rappresentante delle scienze filologiche, storiche, filosofiche, Michel Gras, studioso francese di primo piano nel campo della ricerca archeologica: di questo «equilibrio imperfetto» il documento porta le conseguenze, come si vedrà.
Poiché il presidente Nicolais, presentando il Documento, ha auspicato che si apra un dibattito, cerchiamo qui di avviarlo.
Tra le proposte molto positive e innovative mi sembra da segnalare l'istituzione di Scuole internazionali di dottorato presso i Dipartimenti e le aree di ricerca Cnr: si avrebbero finalmente scuole con corsi regolari, di alta specializzazione, con laboratori e biblioteche, cosa che avviene raramente nelle università dove i dottorandi sono per lo più abbandonati a se stessi, al massimo affidati a un tutor, senza corsi regolari.
Molto spazio è giustamente dato alle tecnologie informatiche e al trasferimento tecnologico. Ma quando si passa alla definizione delle aree tematiche (differentemente presentate nel Documento e nella I appendice) ci si trova innanzi a un elenco piuttosto disordinato di buone intenzioni, di saggi consigli, che prescindono del tutto dal bilancio del Cnr (la spesa per le iniziative proposte non è mai quantificata) e soprattutto sembrano ignorare le ricerche in corso presso i vari Istituti. Siamo di fronte a programmi che potrebbero trovare forse spazio in una rinata Casa di Salomone, di baconiana memoria.
Già qualche perplessità desta la serpeggiante insofferenza per la ricerca di base, riconosciuta come caratteristica del Cnr, insistendo piuttosto sul rapporto con il mondo dell'impresa, che è come dire vincolare la ricerca a commesse esterne per un immediato utile economico, mettendo in crisi quelle attività che garantiscono il progresso del sapere, come già era posto in evidenza dal panel generale di valutazione.
In questa prospettiva non stupisce l'emarginazione delle discipline umanistiche: in tutto il Documento di 63 pagine, i cenni a queste discipline (accorpate nell'ambigua dizione «scienze sociali e umane e patrimonio culturale») se fossero raccolti tutti insieme non occuperebbero più di una pagina; delle stesse discipline si torna a parlare nella I appendice, occupando due pagine su quindici complessive. Si aggiunga che in tutto il Documento sono ignorate le ricerche storiche, filologiche, filosofiche, la cui presenza nel Cnr e il cui valore sul piano internazionale era stato messo in evidenza dal panel di valutazione dell'ente collocando al vertice, su 107 istituti, proprio i due istituti che svolgono ricerche in questo campo. Dato del tutto ignorato nel Documento che pur utilizza, per altri settori, le valutazioni del panel.
Peraltro, quando definisce le aree tematiche, il Documento propone per le scienze economiche, sociali e umane e il patrimonio culturale (inserite nell'area intestata alla «sicurezza e inclusione sociale») temi di una genericità significativa: «innovazioni sociali creative», «lotta contro il crimine e il terrorismo», «libertà di accesso a Internet», «sensori per stati di crisi», «coesione sociale», «pace», «legalità e sicurezza», «la rappresentazione dei beni», «l'eredità storica», «le strategie territoriali». Il tutto servito con affermazioni di assoluta ovvietà: «il patrimonio culturale va valorizzato», «il patrimonio culturale immateriale va incrementato».
Né maggiore chiarezza troviamo nella I appendice, dedicata alle aree tematiche, ove - ancora una volta ignorando settori di ricerca nei quali l'ente ha posizioni di prestigio - si indicano alcune priorità: per il patrimonio culturale, «conoscenza approfondita dei litorali», «turismo planetario, «miglioramento della rappresentazione e dell'immagine dei beni culturali, in relazione soprattutto alla persona umana e alla natura». Per le scienze sociali e umane le priorità sono: «cambiamenti demografici», «coesione sociale e culturale, legalità e sicurezza», «competitività del sistema economico», «pace», «pensare il futuro della città». Affermazioni tutte che si commentano da sole per la loro banalità.
Come spiegare questa disattenzione del Documento per le discipline umanistiche senza riaprire un inutile dibattito - del tutto privo di senso - sulle cosiddette due culture? Semplicemente ricordando l'endemica indifferenza, a volte diffidenza, di larghi settori del Cnr verso le discipline umanistiche (ammesse nell'ente cinquanta anni orsono) che, come ho avuto altra volta occasione di ricordare, sono state recentemente «compresse» dal nuovo CdA del Cnr in un unico Dipartimento, così da mettere insieme l'archeologia micenea con il diritto privato europeo, la psicologia con il restauro, la filologia classica con la sociologia industriale. Va anche riconosciuto che la prospettiva del Documento non differisce dalla politica del Miur e del Cipe (come si rileva anche dal Piano nazionale della ricerca 2011-2013), espressione del più miope aziendalismo, tutto volto al prodotto (tanto caro all'Anvur) vendibile sul mercato e valutabile con criteri «quantitativi» (oggi ampiamente criticati da tutte le grandi istituzioni scientifiche europee); di qui l'emarginazione della ricerca di base, scientifica e umanistica, e più ancora di una cultura che crei valori, non commerciabili ma essenziali per la crescita della società civile. Dimenticavo: il Documento auspica l'avvento di apostoli specialisti di «analisi bibliometriche» per «posizionare la ricerca del Cnr nell'ambito europeo ed internazionale»; per i direttori scientifici di dipartimenti e istituti richiede «esperienze gestionali e manageriali», come vuole l'Anvur per i professori universitari, con i noti risultati.
«Corriere della sera» del 27 giugno 2012

26 maggio 2010

Ma anche Euclide è un classico

Il j’accuse del fisico Lucio Russo: «Entrambi i saperi hanno sempre meno attenzione»
di Luigi Dell'Aglio
«Cala il numero di studenti capaci di dimostrare teoremi E chi abbandona questa antica tradizione domani non sarà in grado di argomentare, cioè di ragionare»
Attenzione: la tendenza a dimenticare i classici, a lasciarli morire, sta dan­neggiando non solo la conoscen­za umanistica ma la stessa cono­scenza scientifica. Oggi sempre meno studenti sanno dimostrare teoremi e chi abbandona questa antica tradizione domani non sarà in grado di argomentare, cioè di ragionare, avverte Lucio Russo, professore all’Università di Roma Tor Vergata, che ha insegnato in I­talia e a Princeton, negli Usa. Rus­so ha sperimentato personalmen­te come sia naturale e proficuo un continuo scambio fra i due sa­peri: ha lavorato diversi anni nella meccanica statistica e nel calcolo delle probabilità, poi nel 1991, af­fascinato dalla lettura di un clas­sico – il trattato Sui galleggianti di Archimede (anche i grandi libri di scienza sono classici) – è passato d’impulso a studiare storia della scienza, ora il suo principale campo di ricerca.

Professore, storicamente l’'auc­tor classicus' era quello le cui o­pere costituivano un tale model­lo di eccellenza da essere studia­te nelle scuole. È giusto che ora vengano isolate ed estromesse?
«I classici sono le opere in cui le i­dee radicate nella nostra cultura (che spesso finiscono con l’essere assorbite inconsapevolmente e a­criticamente) appaiono in forma viva e consapevole. I classici, così intesi, sono fondamentali per la formazione del pensiero. Non perché trasmettano verità e valori perenni, come in genere si dice, ma, al contrario, perché permet­tono di esaminare criticamente, nella loro genesi, strutture con­cettuali e valori che ci sono fami­liari ».

Esiste una sufficiente consapevo­lezza che difendere i classici si­gnifica difendere il libero esercizio del pensiero?
«Certo la lettura dei classi­ci non può essere apprez­zata da chi preferisce il conformismo e l’adesione passiva ai luoghi comuni. Le prospettive dei classici coincidono quindi in larga misura con quelle della cultura e del pensiero cri­tico. Ora si sta abbassando il livel­lo culturale della scuola e dell’u­niversità: queste rischiano di non fornire più né gli strumenti cultu­rali necessari per comprendere i classici, né le motivazioni suffi­cienti per leggerli».

Oggi conoscenza scientifica e co­noscenza umanistica combatto­no per ampliare (la prima) o per difendere strenuamente (la se­conda) la propria sfera di in­fluenza. Come sta cambiando il rapporto di forze tra i due saperi?
«A me sembra che cresca la pres­sione diretta a ridurre in generale lo spazio del sapere nelle scuole e nella società. L’impressione che la cultura umanistica sia sacrificata a vantaggio della cultura scientifica è un’illusione ottica di cui è vit­tima chi adotta un particolare punto di vista. Credo piuttosto che le discipline oggi vincenti, che hanno assunto un ruolo cen­trale nell’organizzazione degli studi, siano le tecniche di marke­ting e le arti della comunicazione. Il diminuito peso dei 'classici' non colpisce solo il sapere uma­nistico. Tra i classici più impor­tanti includerei gli Elementi di Euclide: l’opera ellenistica che, per ventidue secoli, ha trasmesso i fondamenti del metodo scienti­fico non solo ai futuri scienziati ma a tutti gli uomini di cultura.
Quintiliano, nella Institutio orato­ria, sosteneva che non si può di­ventare oratori se si è digiuni di geometria. A maggior ragione non vi è stato filosofo che non co­noscesse il metodo dimostrativo usato in geometria. Oggi nessuno legge più Euclide; nello stesso tempo si sta spegnendo la tradi­zione di insegnare come si dimo­strano i teoremi. Pesanti saranno le conseguenze sulle capacità di argomentare che avranno le nuo­ve generazioni. Mi sembra questo un buon esempio di come sia pe­ricoloso l’abbandono dei classici e di come il fenomeno colpisca in pieno anche le conoscenze scien­tifiche ».

Ma quali teorie alimentano lo scontro?
«Direi che siano oggi vincenti due tendenze solo apparentemente contrapposte, che in realtà rappresentano due facce della stessa medaglia. Da una parte vedo uno scientismo ingenuo che nega la rilevanza di temi, come quelli eti­ci ed epistemologici, non affron­tabili con i soli metodi scientifici (ma che non possono neppure essere affrontati ignorando gli strumenti conoscitivi forniti dalla scienza). Dall’altra, un diffuso at­teggiamento anti-scientifico. Questo, più che di teorizzazioni esplicite, vive del dilagare dell’i­gnoranza in materia scientifica, spesso esibita quasi con compia­cimento. Mi piacerebbe pensare a un 'nuovo umanesimo' che su­perasse questa contrapposizione recuperando, nell’ambito di una cultura unitaria, un pensiero scientifico critico. Ma non si trat­terebbe certo di un umanesimo in conflitto con la scienza».

Dall’umanesimo prende corpo il metodo sperimentale della scienza moderna. Perciò lo scientismo, quando attacca il sapere umanistico e vuole limitarne lo spazio nella scuola, attacca an­che Galileo.
«Credo che l’attacco scientista contro l’umanesimo nasca dall’i­gnoranza e debba essere respinto. È necessario però respingere, nel­lo stesso tempo, una versione an­ti- scientifica della cultura umani­stica, che in Italia ha una lunga e triste tradizione. Per essere più chiaro, penso che non sia esistito un solo umanesimo ma almeno due versioni della cultura umani­stica. Una, che penso sia oggi su­perata, proponeva un modello di cultura (basato su classici come il De oratore di Cicerone) che asse­gnava una posizione centrale al­l’eloquenza e mirava soprattutto a formare dirigenti politici. A que­sti venivano trasmesse le virtù ci­viche descritte in opere letterarie e storiche latine. Tutt’altra cosa è la cultura di quegli intellettuali del Rinascimento che crearono la civiltà moderna basandola in lar­ga misura sul recupero della filo­sofia e della scienza dei Greci. A questa cultura dobbiamo non so­lo capolavori artistici e letterari, ma anche la nascita della scienza galileiana. Si tratta di una cultura realmente unitaria, un approccio di cui abbiamo oggi bisogno an­che per affrontare le questioni nuove poste dalla scienza e dalla tecnologia».

Lo scienziato, il tecnologo, il me­dico non possono agire secondo scienza e coscienza se hanno ri­cevuto un insegnamento esclusi­vamente specialistico...
«Sono convinto che la carenza di educazione umanistica avrebbe effetti gravi. Credo, in particolare, che il livello di consapevolezza e­pistemologica degli scienziati si sia abbassato nell’ultimo secolo, insieme con il livello di cultura fi­losofica di chi si dedica alla scien­za. Se vengono ignorati i classici della scienza e della filosofia, si ridà spazio, tra gli scienziati, a tendenze filosofiche che direi ar­caiche, come quelle neopitagori­che. Naturalmente gli eccessi del­lo 'specialismo' non costituisco­no un problema delle sole facoltà scientifiche. Mi sembra che le fa­coltà umanistiche ne siano colpi­te in misura simile, ma con effetti forse ancora più devastanti, pro­prio perché l’eccessivo speciali­smo mina alla base il senso stesso degli studi umanistici. Sarebbe u­tile e significativo che uno stu­dente di fisica potesse seguire corsi di filosofia, ma mi sembre­rebbe addirittura indispensabile, per un futuro studioso di filosofia della scienza o di storia della scienza, seguire corsi scientifici (e oggi può non accadere)».
«Avvenire» del 26 maggio 2010

19 maggio 2010

Meglio l’algebra o Shakespeare?

«Occorre trovare un equilibrio tra le esigenze dei campi del sapere, ugualmente legittime», dice il matematico Giandomenico Boffi, che lamenta: «La divisione tra le 'due culture' si instaura già alle superiori»
di Luigi Dell'Aglio
Giandomenico Boffi è, da pa­recchi anni, l’unico profes­sore ordinario di Algebra in ruolo presso una facoltà di Econo­mia in Italia (prima alla 'G. d’An­nunzio' di Chieti e Pescara, attual­mente alla Luspio di Roma). E già questo forse spiega la sua convinzione che il rapporto tra la cultura scientifica e la cultura umanistica non sia poi così squilibrato a favo­re della prima. Boffi contesta inol­tre che esista «una cosiddetta cul­tura scientifica» contrapposta a «u­na cosiddetta cultura umanistica». Per essere più persuasivo, cita l’a­neddoto che ha come protagoni­sta Charles P. Snow, scienziato e scrittore inglese. Quando in una conversazione veniva fuori la questione dell’'ignoranza' degli scien­ziati nelle materie umanistiche, Snow faceva un piccolo esperi­mento.
Domandava ai suoi colle­ghi umanisti: quanti di voi cono­scono la seconda legge della ter­modinamica? e che cosa sapete della massa o dell’accelerazione? Silenzio imbarazzato. Allora lui: «Sul versante umanistico, allo stes­so livello di difficoltà, è come se io vi avessi chiesto: avete letto un’o­pera di Shakespeare? sapete legge­re? ». E quelli restavano confusi. Boffi coordina da anni a livello na­zionale un gruppo di scienziati, fi­losofi e teologi, nel quadro del pro­getto Sefir (Scienza e fede sull’in­terpretazione del reale) che perse­gue un approccio interdisciplinare alla realtà.
Professore, conoscenza scientifi­ca e conoscenza umanistica dis­sotterrano l’ascia di guerra? «Scientismo» da un lato e «uma­nesimo » dall’altro sarebbero ai fer­ri corti. È una voce che gira.
«La dissociazione tra conoscenza scientifica e conoscenza umanisti­ca è stata dannosa, come osserva­va Snow parlando delle cosiddette 'due culture'. E ancora non abbia­mo valorizzato in modo equilibra­to tutte le sfaccettature della cultu­ra umana, che è unica. Ma non so­no dell’idea che sia in corso una particolare ripresa delle ostilità. E comunque non identificherei i due contendenti con le parole scienti­smo e umanesimo, che tra l’altro richiedono una definizione accu­rata ».
L’umanesimo è una tendenza di pensiero che esalta il valore e la di­gnità dell’uomo e si propone la for­mazione completa, integrale, del­la persona umana, ponendo ac­canto alla scienza e alla tecnolo­gia l’educazione di tipo filosofico, letterario e artistico, basata sui classici. Questa posizione sarebbe sotto attacco da parte di ideologie che propugnano l’egemonia della scienza in tutti i campi.
«Se si pensa all’umanesimo in ter­mini così vasti, che comprendono sia la conoscenza umanistica che quella scientifica, dubito che ci sia oggi molta gente che lo voglia at­taccare consapevolmente. I pro­blemi possono nascere piuttosto dal significato che si attribuisce al­le espressioni 'formazione inte­grale', 'persona umana'».
Esiste una pressione tendente a ri­durre, nelle scuole, lo spazio dei classici, la cui funzione educativa è innegabile?
«Non direi che si eserciti una forte pressione di questo genere, ma che ci sia la rinnovata consapevolezza che il sapere umanistico non è l’u­nica componente dell’umanesimo ampio poco fa da lei tratteggiato. Personalmente riconosco volen­tieri la funzione educativa dei clas­sici (tra i quali inserirei la Bibbia), ma attribuisco una forte valenza e­ducativa anche alla matematica e alle scienze. Occorre trovare un de­licato equilibrio tra esigenze altret­tanto legittime. E si possono nutri­re opinioni diverse sulle soluzioni concrete. Anche all’epoca di Gio­vanni Gentile si manifestarono dis­sensi importanti. Vito Volterra non approvava la penalizzazione inflit­nalità ta agli insegnamenti di matemati­ca e scienze, persino nel liceo scientifico ».
Molti sostengono che, nella for­mazione dello scienziato, l’inse­gnamento delle scienze umane (della filosofia, in particolare) ab­bia oggi scarso rilievo.
«Se ci riferiamo all’insegnamento impartito nelle facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, di ingegneria e simili (frequentate per lo più da giovani che non saranno scienziati) non credo che la margi­nella sia sorprendente. È margi­nale anche la matematica in tanti corsi di studio di scienze sociali e u­mane. Questa situazione riflette il modello tradizionale della nostra università (diverso da quello an­glosassone). L’idea che lo ispira è che si acquisisce una cultura gene­rale nella scuola secondaria e che all’università ci si concentra su di­scipline specialistiche».
Intravede uno spiraglio per ga­rantire anche all’università un ruolo delle discipline umanistiche formazione dello scienziato?
«Un significativo spazio di dialogo fra scienze umane e scienze 'dure' è stato aperto con l’introduzione, dieci anni fa, di una quota di crediti universitari a scelta completamen­te libera dello studente. Forse que­sto spazio non è stato ancora ben sfruttato. La vita accademica, poi, si compone anche di tanti mo­menti formativi, istituzionali e non, che sono sganciati dall’insegna­mento ufficiale, ma risultano u­gualmente importanti. Non dob­biamo infine dimenticare che una formazione profondamente spe­cialistica è oggi indispensabile per ogni studioso che voglia raggiun­gere livelli riconosciuti su scala in­ternazionale ».
Secondo alcuni, c’è il rischio che il ricercatore, se nella sua formazio­ne non si è arricchito e completa­to con il contributo delle discipli­ne umanistiche, possa arrivare a praticare un tipo di scienza non solo anti-umanistica ma «anti­umana ».
«Non ritengo che abbia molto sen­so parlare di una scienza che sia 'anti-qualcosa' di per sé. Credo tuttavia che, quando la formazione di uno studioso è troppo unilate­rale (si tratti di uno scienziato ca­rente sotto il profilo umanistico, o di un umanista carente sotto il pro­filo scientifico), ci sia effettiva­mente il pericolo di atteggiamenti non coerenti con l’ideale di uma­nesimo prima tratteggiato. Più pre­cisamente, credo che ogni perso­na colta - accanto alla necessaria specializzazione professionale ­dovrebbe avere qualche dimesti­chezza con i classici, con la mate­matica e le scienze, con le arti, con la teologia. Ma attenzione: forse so­no più numerosi gli umanisti ca­renti di formazione scientifica, che gli scienziati carenti sotto il profilo umanistico. E la diffusa ignoranza in merito ad aspetti anche ele­mentari della scienza contribuisce non poco a propagare modi di pen­siero scorretti in merito al signifi­cato della scienza stessa».
E infine: l’Europa non sembra in­teressata a riproporre i classici co­me modelli di conoscenza...
«Sempre tenendo presente che l’u­manesimo va ben al di là del solo sapere umanistico, si nota soprat­tutto incertezza sulle caratteristi­che dell’umanesimo europeo. Ad un umanesimo pieno non bastano infatti i classici, e neppure i saperi scientifici, le arti. Occorre una vi­sione sinfonica di tutto questo, e che sia aperta a Dio».
«Avvenire» del 19 maggio 2010

13 maggio 2010

Per far le somme meglio Omero della calcolatrice

Il biologo Carlo Cirotto sfata un luogo comune: «Al primo esame universitario di calcolo integrale noi del classico andammo meglio dei ragazzi usciti dal liceo scientifico: tutto merito dell’allenamento a ragionare maturato studiando i classici»
di Luigi Dell'Aglio
«Le scienze della natura sono come il sistema nervoso periferico, quello del tatto o della vista: di utilità immediata, ma molto semplice Invece le scienze dello spirito sono come il cervello, raffinato ma difficile da definire. Per dare senso alla realtà le due culture devono cooperare»
«Si può immaginare ciò che si vuole, ma non si può essere normali e vedere ciò che si vuole». Sembra una formula criptica, l’oscuro responso di un oracolo, che richiede una faticosa interpretazione. E invece è la chiave che spiega – da un punto di vista neurobiologico, e perciò scientifico – la differenza fra scienze della natura e scienze umane. La frase l’ha scritta il gesuita Bernard Lonergan (1904-1984), matematico e filosofo canadese, e su di essa richiama l’attenzione il professor Carlo Cirotto, presidente nazionale del Meic, Movimento ecclesiale di impegno culturale, e ordinario di Citologia e istologia presso l’Università di Perugia. La frase di Lonergan, che negli anni Ottanta insegnò alla Pontificia università Gregoriana, inquadra in maniera nuova la disputa su conoscenza scientifica e conoscenza umanistica. «C’è un sistema nervoso 'periferico', che dipende strettamente dagli stimoli sensoriali e ci permette di vedere, udire, gustare, ecc.; e un sistema nervoso 'centrale' che è il cervello, sede di inventiva e creatività», dice Cirotto.
Procedendo su questa traccia, lasciata da Lonergan, si arriva a semplificare e a capire meglio le differenze tra i due saperi. Ecco come le neuroscienze vedono il divario scienza­humanitas, spiega il professor Cirotto, al quale la diversità fra scienza e umanesimo provocò nottate di incubo quando, con il diploma del liceo classico, s’iscrisse alla facoltà di Chimica.
«Al classico non si studiava quasi il calcolo differenziale e integrale che invece i diplomati provenienti dallo scientifico dominavano pienamente. Poi all’esame di matematica, la sorpresa: noi 'sfondammo', meritando voti nettamente superiori a quelli degli studenti che venivano dallo scientifico. Ci aveva aiutato molto il buon allenamento acquistato studiando i classici».

Professore, a Lonergan viene riconosciuta una straordinaria profondità di analisi. Ma in che modo la sua frase spalanca le porte a un nuovo approccio?
«Quando la lessi per la prima volta, non fui affatto colpito e passai oltre. Anni dopo, rileggendola con calma, mi apparve sotto una luce totalmente diversa: suggeriva come dare ordine alle tante, confuse e spesso contraddittorie idee sui complessi rapporti tra i due saperi. Ecco, in breve, ciò che dicono quelle righe: gli organi di senso che ci permettono di vedere, udire, gustare, ecc. sono strutture immensamente più semplici del cervello, capace di elaborare queste sensazioni. Di conseguenza, la libertà d’azione di cui godono le terminazioni nervose sensoriali è terribilmente più ridotta di quella del cervello. A causa della relativa semplicità del sistema nervoso periferico, il colore giallo, ad esempio, è visto allo stesso modo da tutti gli appartenenti al genere umano perché posseggono organi di senso uguali. Altrettanto non si può dire per le immagini di fantasia che vengono elaborate dai nostri cervelli».

Una riflessione quanto mai stimolante per un biologo.
«Apre la strada a una serie di considerazioni e analogie appassionanti. Per cominciare, la struttura che stiamo considerando è chiaramente bipolare: un polo, quello 'periferico' è costituito dalle terminazioni nervose incapaci di elaborazioni proprie e strettamente dipendenti dagli stimoli sensoriali; l’altro, 'centrale', è il cervello che è sede di inventiva e creatività. Tra i due poli possiamo immaginare che si localizzino le situazioni intermedie. Nelle vicinanze del polo 'periferico' trova posto la scienza empirica; essa infatti parte dai dati dei sensi e vi fa ritorno per verificare la correttezza delle spiegazioni che propone. Ciò rende ragione dell’universale condivisione del linguaggio della scienza e dell’unità dell’impresa scientifica. Il colore giallo, per intenderci, è giallo per tutti, indipendentemente da razze e patrie. Spostato verso l’altro polo sta, invece, il sapere degli umanisti. Per loro, il rispetto del dato dei sensi non è vincolante in senso stretto. Spesso funge solo da punto di partenza per scorribande nel modo della fantasia, della sensibilità artistica o dell’interiorità. Ciò è inevitabilmente legato a tradizioni culturali, scuole di pensiero, tendenze artistiche, tempi e luoghi particolari».

Due mondi irriducibilmente diversi?
«Credo sia più che evidente che la cultura scientifica e quella umanistica sono differenti. In passato su tale diversità si è insistito molto, soprattutto da parte degli uomini di scienza, quasi a mostrare una dicotomia culturale tanto profonda da essere insanabile. Oggi gli uomini di scienza più avveduti non credono che la spaccatura sia definitiva. È diffusa in essi la convinzione che ambedue le culture cooperino per comprendere la realtà, per darle un senso, per giungere alla verità pur utilizzando metodologie e strumenti diversi. La migliore conoscenza dei meccanismi psicologici della scoperta scientifica, poi, fa apprezzare sempre di più le doti di immaginazione e di creatività del ricercatore, rifiutando l’idea che siano esclusivo appannaggio dell’artista».

Quanti scienziati accettano il dialogo con le scienze umane?
«Oggi questo atteggiamento è proprio di una minoranza, sensibile alle esigenze della cultura umanistica e capace di fermarsi a riflettere criticamente sulla propria attività di ricerca. Ma c’è un’altra minoranza, che restringe il proprio orizzonte di interesse quasi esclusivamente entro i confini delle questioni scientifiche, considerate l’unica via efficace alla conoscenza. La situazione attuale sembra giustificare questo atteggiamento: l’avanzare della scienza ha portato indubbi benefici alla vita di tutti. È facile allora cedere alla tentazione di considerare il sapere umanistico come il residuo di un passato superato, frutto di un’elaborazione concettuale lontana dalla realtà della vita, di scarsa utilità e quindi da non prendere in seria considerazione. È, questa, la posizione estrema dello scientismo, spesso contrassegnata tanto da atteggiamenti snobistici di chiusura quanto da comportamenti di supponente arroganza. Coloro che difendono tale posizione estrema sono anch’essi una minoranza, anche se rumorosa».

Se queste sono le due 'ali', dov’è la maggioranza?
«Tra le due posizioni estreme si trova la maggioranza degli uomini di scienza, i quali lavorano senza porsi simili problemi oppure ondeggiano tra i due poli a seconda delle circostanze. Anche l’opinione pubblica è ondivaga. A volte si dimostra più sensibile ai richiami dello scientismo, a volte è preoccupata e intimorita per le conseguenze nefaste che il progresso scientifico potrebbe avere. In ambedue i casi, comunque, l’opinione pubblica guarda al sapere umanistico con occhi distratti, quasi convinta che la partita del futuro sia definitivamente da giocare sul campo della scienza».

Le scienze umane dovranno dunque lottare per non subire un progressivo declino?
«Lo sviluppo equilibrato dell’uomo non può fare a meno né dell’una né dell’altra polarità. Coniugarle, anzi, deve costituire lo scopo di ogni tipo di impegno culturale, primo fra tutti l’educazione delle giovani generazioni. Per la loro formazione è necessario il sapiente bilanciamento delle due culture».
«Avvenire» del 13 maggio 2010

07 maggio 2010

Virgilio & Socrate sotto le Torri gemelle

Il latinista Oniga
di Luigi Dell'Aglio
«La società dei consumi ha bisogno di individui ignoranti, isolati e insoddisfatti, quindi facilmente manipolabili dagli apparati di potere della scienza e della tecnica. Perciò i classici sono guardati con sospetto: insegnano a ragionare con la propria testa. Tutto questo avviene in nome del primato dell’economia sull’etica». Parla Renato Oniga, uno dei maggiori latinisti italiani, ordinario di lingua e letteratura latina all’università di Udine. Con i suoi libri (come Contro la post-religione. Per un nuovo umanesimo cristiano, Fede&Cultura) stigmatizza la «dilagante propaganda antiumanistica e anticristiana». A Venezia, al convegno «Paideia-Humanitas: i classici per la scuola dell’Europa», ha affermato che «bisogna riproporre in forme rinnovate lo spirito del Rinascimento e dell’Umanesimo, universalmente riconosciuto come uno dei punti più alti toccati dalla civiltà italiana». Oniga sta elaborando il metodo neo-comparativo per confrontare la struttura linguistica dell’idioma di Virgilio con quella delle lingue moderne e per sviluppare l’utilità del latino adattandolo ai tempi attuali.

Professore, il distacco conflittuale tra conoscenza scientifica e conoscenza umanistica ha arrecato danni alla cultura negli ultimi due secoli. Da qualche anno si tenta (per esempio nelle università cattoliche) di riannodare il dialogo tra scienza, filosofia e teologia. Ma ora, nonostante sia diffuso il desiderio di rilanciare un ponte fra le «due culture», una parte degli scienziati dissotterra l’ascia di guerra. Lo scientismo attacca l’umanesimo?
«Si tratta di un fenomeno sorprendente. All’interno dell’università, tutti avvertono l’esigenza di saldare le istanze della scienza con quelle dell’umanesimo. Perfino nell’area tecnologica si è consapevoli che le applicazioni debbano rivolgersi sempre a favore dell’uomo, e mai contro. Fuori dal mondo accademico, invece, nelle librerie e nelle edicole, perfino nei supermercati e negli autogrill, una certa saggistica esibisce una petulante polemica anti-umanistica, la nuova teologia di una scienza che pretende di farsi chiesa».

Storicamente l’umanesimo è una grande tradizione che mira a costruire un mondo basato sulla ragione, sulla libertà, sul genio e sui sentimenti dell’uomo e a difenderne la dignità e il valore. L’attacco contro l’umanesimo sembra un’impresa antistorica. E allora perché viene sferrato?
«Il teologo John Haught ha ipotizzato che si tratti di una reazione all’attentato alle Torri Gemelle. Lo sdegno contro un crimine orrendo, ammantato da motivazioni religiose, avrebbe indotto a pensare che si debba farla finita con l’umanesimo e con le religioni, sempre in guerra tra loro, per abbracciare la religione universale e pacifica della scienza. Ma la scienza è stata così "pacifica" da convivere perfino con il nazismo... Per sua natura è moralmente neutra. Solo l’umanesimo e la religione possono indurci ad affermare che la vita umana è il bene più prezioso. Probabilmente, le motivazioni dell’attacco contro l’umanesimo sono assai meno nobili».

Di che cosa si tratta? Perché cresce la pressione diretta a ridurre lo spazio del sapere umanistico nelle scuole? Nessuno può negare la funzione educativa dei classici.
«Soprattutto la scuola media superiore si trova oggi sotto pressione; è a rischio il suo tradizionale ruolo di formazione globale della persona. Lo spazio della cultura classica è ridotto al minimo. Le nozioni classiche e cristiane di cultura disinteressata, coscienza storico-critica, valori letterari e artistici, appaiono un residuo del passato, cose inutili se non pericolose. La società dei consumi ci vuole acriticamente obbedienti, anzi succubi. I classici permettono invece di smascherare le ideologie, come lo scientismo».

Ma come nasce l’uomo di scienza? L’insegnamento delle discipline umanistiche (della filosofia, in particolare) quanto contribuisce alla sua formazione? Oggi questo tipo di educazione integrale (scienze umane e scienze «dure») non viene più assicurato?
«Nell’insegnamento universitario, la specializzazione è necessaria. L’università dovrebbe condurre gli studenti ai livelli più avanzati della conoscenza e della ricerca scientifica. La formazione di base dovrebbe essere già avvenuta nei cicli precedenti dell’istruzione. Purtroppo, questa formazione scolastica sta venendo a mancare; un numero crescente di giovani arriva all’università senza avere mai studiato seriamente il latino o la filosofia. Non sappiamo come colmare le lacune, c’è anche il rischio che si vada verso una licealizzazione dell’università, che sarebbe deleteria».

Se la formazione degli scienziati è carente sotto il profilo umanistico, il ricercatore non rischia di diventare portatore di una scienza anti-umanistica (o addirittura «anti-umana»)?
«Sì, è a rischio la stessa qualità della ricerca scientifica. Vorrei citare il libro di Giorgio Israel che non è né umanista né cristiano ma le cui analisi mi sento di condividere: Chi sono i nemici della scienza? (Lindau). L’analisi dimostra come in passato la scuola umanistica non abbia mai impedito che l’Italia producesse scienziati di prim’ordine. Al contrario, il trionfo dello scientismo ci ha condotti al fallimento, proprio nel settore scientifico. Sono gli stessi scienziati a riconoscere che, senza una più ampia prospettiva umanistica, la scienza finisce per ridursi a quella che Israel chiama "malascienza": una concezione mitica e magica, che non produce più vere scoperte, ma solo propaganda sterile e auto-compiaciuta».

L’umanesimo contiene le radici della cultura occidentale. Ma l’Europa sembra indifferente all’attacco ai classici.
«Giustamente Benedetto XVI ha denunciato il pericolo di un’Europa che ormai odia sé stessa. Io colgo in questo clima la più evidente degenerazione di una certa idea di modernità. Chi rifiuta l’antichità, dopo qualche tempo viene travolto dalla sua stessa critica; tutto finisce per autodistruggersi. Come ha detto lo storico François Furet, stupisce la capacità infinita dell’Occidente di avere figli che detestano la società in cui sono nati, ma non sanno prospettare alternative. L’intellettuale responsabile dovrebbe fare semplicemente il proprio mestiere: trasmettere alle nuove generazioni quello che è il loro patrimonio culturale, dove si trova il peggio ma anche il meglio di ciò che l’umanità abbia mai saputo creare. Mi capita spesso di cogliere negli studenti, appena scoprono certi capolavori classici, un sincero entusiasmo, ma anche una meraviglia per il fatto che nessuno gliene abbia mai parlato prima. Le alternative alla miseria della cultura dominante ci sono, basta cercarle nei classici».
«Avvenire» del 7 maggio 2010

04 maggio 2010

E Prometeo vada a scuola di filosofia

Il filosofo Maiocchi
di Luigi Dell’Aglio
«Prometeo è stato liberato, ma forse ancora non conosce tutta la forza del fuoco. È drammaticamente urgente una formazione degli scienziati che permetta loro di valutare a fondo tutte le implicazioni etiche, culturali, economiche e sociali delle proprie ricerche. Ormai l’intreccio tra scienza e tecnica è troppo profondo. Lo scienziato deve rendersi conto dell’enorme peso che grava sulle sue spalle: non può più scaricarlo sulla tecnologia. L’avvenire dell’umanità dipende da lui». Roberto Maiocchi, ordinario di Storia della Scienza alla Cattolica di Milano, con la sua esperienza professionale e di vita è la dimostrazione che scienza e filosofia sono entrambe essenziali per l’uomo e che nessuna delle due può fare a meno dell’altra. Maiocchi è ingegnere elettronico (con laurea al Politecnico) ma è stato affascinato dalla filosofia e a questa disciplina ha dedicato un brillante percorso accademico. Quando ha dovuto fare la scelta, non si è nascosto i rischi: abbandonava una carriera da ingegnere, «sicura e remunerativa», per una da filosofo «incerta ed economicamente depressa». Nei primi anni può coltivare gli studi filosofici perché sfrutta contemporaneamente il diploma di ingegnere, per far fronte alle «volgari necessità materiali». Poi passa totalmente sulla riva di Aristotele e Kant ma opta per un’area di confine, strategica, dalla quale può osservare il rapporto tra filosofia e scienza e vedere in una luce nuova anche i suoi studi passati.

Professore, la formazione globale degli scienziati è carente perché nella scuola viene ridimensionato il ruolo delle materie umanistiche?
«Per il Liceo classico (che è pur sempre il canale principale di formazione della futura classe dirigente) il progetto di riforma non prevede tagli all’insegnamento del latino e del greco, né un ridimensionamento dello studio dei classici. Anzi, fatti i conti, mi sembra che questi ne ricavino un leggero vantaggio. L’Italia resta pur sempre il solo Paese al mondo in cui nell’istruzione secondaria si studiano, con un certo impegno, greco e latino. Naturalmente occorre poi vedere in che modo si affrontano i classici: molte volte tutto si riduce allo studio della lingua, utile ginnastica della mente, che però è lontano dall’essenza dell’umanesimo».
La carenza si registra più in alto, a livello universitario?
«Preoccupa la riduzione delle materie umanistiche operata nei corsi destinati alla formazione scientifico-tecnica. Se si considerano poi le caratteristiche dell’insegnamento nelle università tecnico-scientifiche, si deve ammettere che nella formazione dello scienziato e del tecnico l’insegnamento delle scienze umane ha un ruolo del tutto marginale. In questo campo il confronto internazionale non è certo favorevole all’Italia. In molte università scientifiche straniere esistono dipartimenti dedicati alla storia e alla filosofia della scienza. Nelle nostre facoltà scientifiche, invece, gli esami filosofici o storici sono una rarità, e i corsi di storia della scienza e di filosofia della scienza si tengono nelle facoltà di filosofia, sono cioè rivolti a studenti che nulla sanno di scienza».
È l’enorme potere acquisito dalla scienza a rendere necessaria una formazione globale, anche umanistica, dello scienziato? In caso contrario, più che anti-umanistica, la scienza potrebbe risultare «anti-umana»?
«È in corso un processo storico profondo e irreversibile. Oggi è impossibile mantenere la distinzione tra scienza pura e tecnologia, che è sempre stata una separazione comoda e rassicurante per gli scienziati: i quali potevano giustificare i loro studi come ricerca pura e disinteressata, scaricando su altri soggetti (militari e capitalisti) la responsabilità di tutte le conseguenze spiacevoli per l’umanità che potevano derivarne. Per la verità, la scoperta dell’energia atomica aveva cominciato a erodere questa posizione, suscitando un vivace dibattito. Allora molti si sono chiesti se sia eticamente corretto studiare un problema scientifico pur sapendo che questa ricerca potrebbe in seguito essere impiegata per la costruzione di armi di distruzione di massa. I rapporti sempre più numerosi e complessi che nel secondo dopoguerra si sono venuti a creare tra ricerca di base, attività industriali, sviluppo degli armamenti e pratica medica, hanno reso via via sempre più evanescente il confine tra ricerca pura e applicata. È stato lanciato un nuovo termine, quello di "tecno-scienza", per indicare che la scienza si identifica con la tecnica, o meglio l’attività scientifica è ridotta alla pratica operativa. La logica della scienza diventa la logica del successo pragmatico, scompare ogni altro orizzonte che non sia quello del "fare tutto ciò che si è imparato a fare". E, se non è più lecito per nessuno dichiararsi scienziato "puro", se ogni progetto di ricerca è inesorabilmente portatore di conseguenze nella sfera delle applicazioni, diventa un obbligo valutarne preliminarmente l’impatto sull’ambiente, sulla società, sull’uomo».
La maggior parte degli scienziati rivendica la più assoluta libertà di ricerca.
«Appare chiaro che spesso la decisione di intraprendere o meno un progetto scientifico implica un giudizio morale. Le attività scientifiche non sempre sono assiologicamente neutre. Decidere di dedicarsi allo studio della clonazione umana, ad esempio, è un atto che non può essere giustificato con il semplice appello alla "libertà di ricerca" come valore supremo: tante e tali sono le questioni etiche e religiose che quella scelta mette in gioco che solo uno scienziato "disumano" e grottesco, per ora fortunatamente immaginario, potrebbe scrollarsele di dosso con un’alzata di spalle».
Il nuovo umanesimo è contro lo scientismo, non contro la scienza.
«Il primo umanesimo (che fu un movimento italiano) era antiscientifico. I primi umanisti non avevano interessi naturalistici. Rimase ben vivo un filone di umanesimo letterario antitetico alla scienza, che ha poi avuto una fortuna ininterrotta (ancora oggi, specialmente in Italia, moltissime persone colte, che si vergognerebbero di confessare la propria ignoranza in merito al futurismo o alla musica dodecafonica, con autocompiacimento dichiarano di non sapere nulla di Einstein, se non che portasse i baffi). Il motivo è sempre lo stesso: non si riconosce alla scienza la capacità di rispondere alle domande fondamentali sull’origine e lo scopo della vita. Così però si finisce per confondere la scienza con lo scientismo, il quale è una filosofia che afferma che ogni problema, anche se etico o religioso, debba essere risolto dal pensiero scientifico».
E per fare argine allo scientismo scende in campo il nuovo umanesimo?
«A me sembra che lo scontro attuale non avvenga, in prima istanza, tra scientismo e umanesimo ma tra un umanesimo laico, che difende i valori in nome dell’autonomia dell’uomo, e un umanesimo religioso che difende valori (non necessariamente differenti dai precedenti) in nome della concezione dell’uomo quale creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia – e questo è un punto su cui si fa spesso confusione – l’umanesimo laico non è necessariamente scientista, può essere anche relativista».
Con quale differenza?
«Lo scientismo afferma che solo la scienza è capace di produrre verità, che le sole verità accessibili all’uomo sono quelle scientifiche; dunque si contrappone inevitabilmente alle altre forme culturali che si proclamano portatrici di verità, in primo luogo le religioni. Il relativismo, all’opposto, parte dall’idea che neppure la scienza è in grado di raggiungere una conoscenza obiettiva, che ogni pretesa verità altro non è che l’espressione di un punto di vista parziale, soggettivo. È evidente che si tratta di due atteggiamenti culturali che possono certo allearsi costituendo un fronte unico antireligioso, ma partendo da presupposti antitetici».
«Avvenire» del 4 maggio 2010

03 maggio 2010

Vuoi far lo scienziato? Studia storia e latino

Il matematico Israel
di Luigi Dell'Aglio
«Non c’è dubbio: è in corso una pressione per ridurre progressivamente lo spazio delle discipline umanistiche nella scuola». Lo afferma paradossalmente uno scienziato, storico della matematica e della scienza di rilievo internazionale: il professor Giorgio Israel, ordinario alla Sapienza di Roma. La materia più colpita, osserva, è il latino «e ciò avviene in un momento in cui curiosamente è alla moda in un Paese non latino come gli Stati Uniti. Ma la pressione – aggiunge Israel – si esercita anche nei confronti della storia, sempre più ridotta a brandelli privi di organicità. E verso la filosofia: il fatto è molto grave in un continente a vocazione filosofica come l’Europa. Parlo di Europa perché le cose vanno ancora peggio che da noi in Paesi come l’Inghilterra, dove l’insegnamento della storia è visto sempre più come un orpello».
Professore, come si manifesta la strategia per soffocare queste materie?
«Predicando l’inutilità delle discipline umanistiche sul mercato del lavoro, o con argomenti demagogici come quello secondo cui il latino agli studenti non piace: con questo argomento si potrebbe proscrivere a maggior ragione l’insegnamento della matematica. Anzi, la soluzione ideale sarebbe chiudere addirittura la scuola…».
Quali conseguenze si producono negli studenti, soprattutto in quelli che progettano di lavorare un giorno nel mondo della ricerca scientifica e tecnologica?
«Le conseguenze? Gli studenti si formano una visione riduttiva della scienza, come se il suo fine fosse esclusivamente la manipolazione e non la conoscenza della natura».
Che tipo di scienza emergerà da studi specialistici e puramente tecnici che sono necessari, ma non si accompagnano ad adeguate conoscenze e riflessioni nel campo della filosofia, dell’etica, degli «studia humanitatis»?
«Un insieme di ricette pratiche alla lunga sterili e ripetitive, incapaci di generare vera "innovazione": ci si riempie la bocca di questa parola, ma a vanvera. La scienza occidentale – quella che ha rivoluzionato in tre secoli il mondo ed è "la" scienza "globalizzata" – è basata su una coesistenza di conoscenze di base e di tecnologia, in cui le prime hanno un ruolo motore. E le conoscenze di base sono, a loro volta, fondate su concezioni del mondo che storicamente si sono intrecciate in modo stretto con il pensiero filosofico e anche religioso. Alla base dello straordinario successo della scienza occidentale è stato proprio il suo rapporto con queste visioni e quelle che vengono chiamate "metafisiche influenti"».
Un esempio?
Tempo fa mi è stato richiesto una consulenza di gruppo da parte di un ingegnere di una nota casa automobilistica che desiderava un aggiornamento di storia della matematica e della scienza. Bizzarria? Perdita di tempo? Nient’affatto. Quella persona era mossa dalla corretta esigenza di un ritorno periodico ai fondamenti concettuali senza i quali anche la tecnologia deperisce. Sono state due giornate di grandissimo interesse. Ho trovato nelle discussioni la conferma di quanto ho sempre pensato: l’innovazione è impossibile senza la scienza di base. Oggi costruiamo automobili la cui concezione risale a un secolo fa (e lo stesso dicasi per i computer, concepiti 70 anni fa). Una vera rivoluzione tecnologica non può che ripartire da idee teoriche completamente nuove. Senza la scienza di base ciò è impossibile. E la scienza di base, senza un rapporto profondo con le scienze umane, non può che deperire. Uno dei nostri più famosi matematici, Federigo Enriques, diceva di essersi iscritto alla facoltà di matematica "per un’infezione filosofica liceale"».
L’umanesimo è un concetto affascinante e ampio. Il movimento si propone come l’erede del pensiero greco-latino e della tradizione giudaico-cristiana. Quali rapporti ha con l’umanesimo che si studiava a scuola, affermatosi nel XIV e XV secolo, quando avviene la scoperta dei classici antichi?
«Quei rapporti sono legati all’idea della dignità dell’uomo, la quale a sua volta dipende dal principio che l’uomo è libero. Pico della Mirandola – esponente di una visione che mirava a riconciliare il razionalismo greco con lo spiritualismo ebraico e cristiano – ammonisce: "Potrai degenerare in forme inferiori come quelle delle bestie o, rigenerato, avvicinarti alle forme superiori, che sono divine". Perciò la libertà non implica di per sé un esito benefico: dipende da come si decide di usarla. L’umanesimo rigetta radicalmente il naturalismo, l’idea che tutto si riduce a natura, che altro non è che una forma di materialismo. È un ammonimento di estrema attualità contro le pretese di certa tecnoscienza di voler rifare l’uomo sulla base di manipolazioni genetiche».
Perché Galileo, Pascal e Cartesio non si chiedevano a quale delle «due culture» (scientifica o umanistica) appartenessero? Quale idea della conoscenza li ispirava?
«Pur secondo punti di vista assai diversi, perseguivano una visione complessiva del processo conoscitivo di cui la scienza della natura era soltanto un aspetto e non la totalità. Perché erano tanto "scienziati" quanto "filosofi". Alcuni germi della divaricazione successiva tra scienze naturali e scienze umane sono già presenti, soprattutto in Galileo, ma la corrente dominante della scienza – almeno fino al prevalere del positivismo – s’ispira a una visione "integrale" della conoscenza».
E come riscoprire il valore «umano» della ricerca scientifica?
«Facendo ricerca e insegnamento in storia della matematica e della scienza, mi trovo in una posizione privilegiata (o, piuttosto, sfortunata…) per assistere al disprezzo con cui troppi colleghi guardano alle discipline di frontiera e le penalizzano in ogni modo, mostrando una rozzezza che avrebbe fatto inorridire qualsiasi scienziato di appena qualche decennio fa. Talvolta vengo assalito dalla tentazione di andare in pensione… Tuttavia, bisogna essere ottimisti. L’atteggiamento degli studenti mostra che, in fin dei conti, soltanto la prospettiva umanistica (storica, filosofica) permette di dare una ragione e una motivazione per fare scienza; e che le mere motivazioni tecniche, professionali o economiche lasciano con un drammatico vuoto interiore. Perciò, anche se attraversiamo un periodo alquanto buio – in cui impazza la dittatura degli "esperti" – i semi della cultura prima o poi germoglieranno, come è avvenuto in altre fasi storiche regressive. La dittatura degli "esperti" è destinata a perdere perché ha una profonda debolezza: non crede negli uomini, ma soltanto nelle proprie tecniche».
«Avvenire» del 29 aprile 2010

24 settembre 2009

Il tramonto dell’umanesimo

L’Occidente ha tradito se stesso sovrapponendo l’«Io» a «Dio»: il «j’accuse» del sociologo della cultura australiano John Carroll
di Alessandro Zaccuri
In Australia anche la Luna è down under. Non proprio capovolta, ma sbilenca, distesa sul fianco. Luce e ombra si distribuiscono secondo un taglio orizzontale e non lungo l’asse verticale, come succede dalle nostre parti. È sempre la Luna, però osservata così ha qualcosa di inedito e inquietante. A guardarla vengono in mente i due Soli di Tatooine, che poi sarebbe il pianeta da cui proviene la stirpe degli Skywalker nella saga fantascientifica di Star Wars. Sarà una coincidenza, eppure la maggior concentrazione percentuale di seguaci dichiarati del culto jedi si trova per l’appunto in Oceania, fra Australia e Nuova Zelanda. Non è una vera fede, piuttosto un’azione di disturbo ai limiti del goliardico, architettata agli albori del nuovo millennio.
Eppure, nonostante tutto, resta l’impressione che quanto rimane della tradizione culturale dell’Occidente abbia trovato riparo qui, nel più estremo avamposto orientale. Può essere che il viaggio sia risultato estenuante, così da rendere pressoché irriconoscibili autori e opere.
Oppure può trattarsi di un’altra illusione ottica, come quella della Luna sulle ventitré.
Fatto sta che molto difficilmente uno studioso europeo si imbarcherebbe in un’impresa come questa tentata da John Carroll. Il che non significa che manchino i precedenti. Michel Foucault, per esempio, e non soltanto perché Carroll vanta una discreta somiglianza fisica con il filosofo francese. A suggerire il paragone è semmai la capacità di sostenere tesi controverse attingendo direttamente alle fonti, senza nascondersi dietro la barriera specialistica delle bibliografie.
Foucault e Carroll specialisti non sono né vogliono essere, come dimostra la vastità di situazioni a cui fanno riferimento. Nel caso del saggista australiano, si parte da una piazza di Padova per arrivare al cinemascope del western, dopo di che ci si spinge ancora oltre, dentro la voragine di Ground Zero.
Docente di sociologia a Melbourne, Carroll ha inizialmente pubblicato questo libro nel 1993, all’epoca del primo attentato fondamentalista contro le Twin Towers. In seguito ha approfondito l’idea della cultura come sogno, e cioè come prodotto di un immaginario condiviso non meno che di un’isolata speculazione concettuale.
Un’intuizione che si sarebbe tentati di definire molto australiana, legata com’è alla credenza aborigena secondo la quale la creazione del mondo avviene nel “Tempo del sogno”. The Western Dreaming, il saggio che più degli altri si focalizza su questo tema, porta la data del 2001.
Appena il tempo di pubblicare una “meditazione sull’11 settembre” ( Terror, 2002) e Carroll rimette mano a Humanism Revisited, che ora prende il titolo di The Wreck of Western Culture ed è, fin dalla copertina, la celebrazione di un crollo, la constatazione di un naufragio, l’ammissione di un fallimento.
Carroll non disprezza i giochi di parole consentiti dalla lingua inglese e apprezzerebbe, forse, il fatto che in italiano la sua tesi principale sia riassumibile in questi termini: l’umanesimo si è condannato all’estinzione per aver pensato di poter sostituire Io a Dio.
Era lo stesso calembour usato, molti anni fa, per la pubblicità di una rivista, è vero. Ma è il metodo stesso adottato da Carroll ad autorizzare l’accostamento fra i più complessi problemi filosofici e le più corrive manifestazioni del masscult.
Io al posto di Dio, dunque. Dov’era però Dio prima che l’umanesimo lo scalzasse? Nel complesso l’analisi di Carroll è più che stringente: il processo avviato con la rivoluzione antropocentrica del XV e XVI secolo è contrastato dal solo Lutero, che propone un modello ancora più saldamente teocentrico di quello cattolico-romano. Ciò che accade in seguito si muove lungo questa duplice direttrice, Io e Dio, fino alla totale cancellazione della memoria cristiana all’interno dell’umanesimo stesso, esito che coincide con il trionfo dell’Illuminismo. Sì, ma prima?
Così come lo presenta Carroll, il millennio medievale pare poggiare su un unico concetto, quello della potestas clavium, il potere di sciogliere e legare in cielo come in Terra. Una sintesi fin troppo vertiginosa, forse, che rischia di far perdere di vista non tanto la prospettiva storica di partenza, quanto piuttosto la possibile alternativa. Perché se l’antagonista dell’umanesimo è Lutero con il suo
servo arbitrio, neppure la tradizionale dottrina cattolica – nella quale gioca un ruolo determinante, al contrario, la prospettiva della libertà personale, invocata da Erasmo nella celebre polemica con Lutero stesso – sarebbe stata sufficiente a contenere la deriva dell’Io.
La soluzione suggerita da Carroll, in effetti, rappresenta una delle intuizioni più notevoli e coincide con l’ipotesi di una “Riforma alternativa” perseguita non da teologi e pensatori, ma dagli artisti, primo fra tutti il Poussin della Peste di Ashdod, dove appare la figura del fanciullo che, con il suo ingresso laterale sulla scena del quadro, sembra realizzare una momentanea riconciliazione fra Io e Dio. Il mancato successo di una simile “Riforma alternativa” (non del tutto sovrapponibile alla cosiddetta Controrifoma o Riforma cattolica) sta all’origine di quella degenerazione dell’Io che Carroll considera compiuta in Sentieri selvaggi, un western nel quale l’umanesimo è ormai disorientato e autodistruttivo.
«Avvenire» del 23 settembre 2009

05 settembre 2009

Disfida sull’umanesimo

Scola: la tecnoscienza soffoca la «ratio»
di Angelo Scola
È decisamente positivo il fatto che oggi siamo usciti dall’epoca in cui le scienze vietavano di «porre la domanda delle domande». Esse stesse non temono ormai di parlare, in qualche modo, di verità.
La tecnoscienza, che non esclude di poter fornire spiegazioni per tutto il processo evolutivo, macro e micro – dal Big Bang fino all’insorgere della prima cellula di vivente – sembra voler farsi carico di quelli che una volta erano i contenuti dell’etica filosofica e della religio cui, già dalla modernità, erano per altro state ridotte le religioni, spogliate da tutti i loro misteri e riti per essere considerate nei limiti della sola ragione. Taluni cultori delle neuroscienze affermano addirittura che «il nostro cervello vuole credere» e quindi si apre uno spazio per una religiosità riconosciuta come fenomeno di una qualche rilevanza sociale. Essi dicono: pur sapendo che «di fronte ad un conflitto morale reagiamo di fatto in modi molto simili guidati da reti neurali o da sistemi di rinforzo comuni al nostro cervello» , non si può evitare di confrontarsi col fatto che, almeno fino a oggi, le persone, quotidianamente, vivono e muoiono in nome delle loro credenze religiose. Ci dividono le nostre teorie religiose e morali, ma la 'mente etica' ci unirà e ci salverà!
La concezione tecnoscientifica della vita umana e della sua storia è divenuta assai rilevante nelle democrazie avanzate soprattutto dell’Occidente. Se la democrazia plurale si costruisce autonomamente solo su procedure, è però la tecnoscienza (non più le religioni e le filosofie) a volerci dire che cos’è la vita nella sua origine, nel suo svolgimento e nel suo termine. A ben vedere il fenomeno stesso della globalizzazione è strettamente dipendente dal fatto che l’Occidente sta imponendo a tutto il mondo una concezione della felicità come puro prodotto progressivo della tecnoscienza. In questa visione delle cose non v’è più posto per l’anima, la risurrezione della carne, la vita eterna.
Ci si può anzitutto porre una domanda. Una simile visione della realtà è per l’autentico profitto della stessa tecnoscienza? Conviene anzitutto rilevare che la tecnoscienza fa leva su una visione del reale che consente la progressiva scoperta solo di ulteriori stati di cose, ma non quella di ulteriorità di senso rispetto a quello definito dall’impresa scientifica. Riaffiora qui obiettivamente il rischio che ogni autentica impresa scientifica deve invece scongiurare, di una nuova forma di riduzionismo (non di corretta 'riduzione') che finisce per produrre inedite, potenti varianti di scientismo, che in ogni sua forma, da quelle più rozze a quelle più raffinate, è fondato su una triplice ingiustificata identificazione: 'ciò che è' è 'ciò che è conoscibile'; 'ciò che è conoscibile' è 'ciò che è conoscibile scientificamente'; 'ciò che è conoscibile scientificamente' è 'ciò che è conoscibile mediante la scienza empirica'. Così che, in definitiva, solo le scienze, e in specie quelle empirico­sperimentali, ci danno la conoscenza di ciò che è.
Non la scienza astrattamente intesa, che giustamente non accetta regolazioni estrinseche, ma l’uomo di scienza non può però eludere la domanda: l’orizzonte della ragione umana oltrepassa o no l’orizzonte della ragione scientifica? Esistono almeno due buoni motivi per rispondere positivamente. Anzitutto i processi umani, gli stati e le operazioni della mente quali intenzionalità, comportamento, cognizione, libero arbitrio non sono come tali oggetto possibile dell’indagine scientifica, che al più può analizzare solo le loro condizioni fisiche o psichiche. Non mancano conferme a questa affermazione da parte dei più recenti studi legati alle scienze cognitive. Inoltre vi è il problema dell’organismo che tiene in collegamento tali strutture, del perché esse svolgano la loro funzione, del come si siano formate.
Emerge con forza già a questo livello la questione dell’Io (Self), che dovrà nella sua complessa articolazione (continuità, unità, corporeità, azione volontaria) trovare spiegazione. E i cultori delle neuroscienze sono ben lungi dall’aver dimostrato che questa sia correlabile con una qualche funzione neuronale o area cerebrale.
In secondo luogo esistono forme di razionalità differenti dalla razionalità scientifica. Il logos umano, infatti, pur essendo uno, si esercita ed è produttivo secondo plurime forme teoriche, pratiche ed espressive – come già affermava Aristotele – che oggi possiamo identificare in almeno cinque forme differenziate e irriducibili di razionalità (cfr. i diversi gradi del sapere di Maritain e le diverse forme della conoscenza secondo Lonergan): teorico-scientifica (scienza), teorico-speculativa (filosofia/teologia), pratico-tecnica (tecnologia), pratico-morale (etica) e teorico-pratico-espressiva (poetica). Per questo Benedetto XVI molto opportunamente non cessa di invocare il rispetto dell’'ampiezza' della ragione, articolata nella pluralità delle sue capacità e funzioni, e quindi né arbitraria, né indifferenziata, pena la caduta nella frammentazione del senso.
La ragione, accolta in tutta la sua ampiezza, impone di fare spazio a ogni 'fenomeno' che si propone all’orizzonte dell’umana esperienza. Nessuno negherà in proposito il peso del senso religioso, della religione in generale e, in modo particolare per l’Occidente, della Rivelazione cristiana.

Era il 5 maggio 2006 quando Paolo Flores d’Arcais, direttore di Micromega, ateo militante e puntuto, e il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, si incontravano alla Scuola Normale di Pisa. Ultimo appuntamento, e fra i più attesi, della rassegna 2006/2007 dei «Venerdì del direttore», il ciclo di incontri culturali organizzato dalla Normale ormai da più di 25 anni. Tema del dibattito, moderato dal direttore della Normale, Salvatore Settis, «Ateismo della ragione e/o ragioni della fede».
Un’esperienza non nuova per Flores, già protagonista di un dialogo celebre con l’allora cardinale Ratzinger, nel 2004, e un altro con il cardinale Carlo Caffarra, nel 2005.
Scola, da par suo, nell’agosto 2007 avrebbe poi 'duellato' anche con il decano dei laici(sti) duri e puri nostrani, Eugenio Scalfari. Il volume che esce oggi per le edizioni Marsilio, Ateismo della ragione e ragioni della fede (pagine 92, euro 7,90), è la testimonianza fedele di quelle due ore e mezzo trascorse in quel di Pisa, con tanto di trascrizione delle domande da parte del pubblico, delle risposte a braccio dei due relatori, più i post scriptum finali (di cui qui pubblichiamo quello del cardinale patriarca).
Pagine che meritano attenzione, oltre che per le rispettive e specifiche argomentazioni da ponderare, per i possibili effetti 'benefici' che un tipo di confronto ruvido e leale può riservare. Visto che, scrivono gli autori, ascoltare «in profondità le ragioni altrui, proponendo senza falso rispetto le proprie, ci sembra una via privilegiata per ridurre il tasso di conflittualità in una democrazia fondata su una procedura consensuale di decisione pattuita». (A.G.)

«Avvenire» del 19 marzo 2008