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20 maggio 2011

E. Montale, La speranza di pur rivederti (Segre)

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;
e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:

(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).




Analisi del testo
E' uno dei venti componimenti della seconda sezione delle Occasioni, che ha titolo collettivo Mottetti ed è stata scritta nel 1937.
Il componimento, ispirato da Clizia, è un unico enunciato che si suddivide in tre periodi ritmici. Nei primi due versi, Montale si rivolge a Clizia dicendole che la speranza di vederla nuovamente svaniva sempre più; questa è la condizione in cui versa il poeta, in cui matura il dubbio espresso in seguito (espresso dalla congiunzione e posta al principio del terzo verso).
Nel secondo periodo ritmico egli afferma che (allora) si chiese se la realtà in cui viveva, la grande quantità di immagini che impedivano di vederla e di sentirla, avesse i segni della morte o non avesse in sé, portato dal passato, un segno luminoso della sua presenza, per quanto distorto e reso debole dal tempo trascorso e dalla lontananza.
Negli ultimi tre versi l’autore indica tra parentesi il luogo e l’occasione che gli hanno ispirato questa poesia: era a Modena e stava passeggiando sotto i portici quando incontrò un servo in livrea che portava a spasso due sciacalli.

Commento
La poesia è formata da tre periodi ritmici che compongono un mottetto: il primo è formato da un endecasillabo e da un quinario; il secondo da quattro endecasillabi e da un quinario; il terzo da un settenario, un endecasillabo ed infine da un altro settenario. Non è presente nessun tipo di rima ma è curioso notare come le rime che chiudono il primo e il secondo periodo si ritrovino, baciate, alla fine del mottetto.
E’ molto importante sottolineare il fatto che l’autore "spiega" questa poesia in un "auto commento" pubblicato sul "Corriere della sera" del 16 febbraio 1950 in cui sotto il nome di Mirco si cela lo stesso Montale: senza questa testimonianza la poesia sarebbe rimasta enigmatica. Si tratta di una via di mezzo tra la recensione del critico e la spiegazione del testo data dall’autore sull’esempio della Vita Nuova dantesca.
Un pomeriggio d’estate Mirco si trovava a Modena e passeggiava sotto i portici. Angosciato com’era e sempre assorto nel suo "pensiero dominante" (ecco una "confessione" dell'importanza fondamentale di Leopardi nella poesia di Montale: Il pensiero dominante è un noto canto del recanatese, nota mia), stupiva che la vita gli presentasse come dipinte o riflettesse su uno schermo tante distrazioni. Era un giorno troppo gaio per un uomo non gaio. Ed ecco apparire a Mirco un vecchio in divisa gallonata che trascinava con una catenella due riluttanti cuccioli color sciampagna, due cagniuoli che a una prima occhiata non parevano né lupetti, né bassotti, né volpini. Mirco si avvicinò al vecchio e gli chiese: "Che cani sono questi?" E il vecchio secco e orgoglioso: "Non sono cani, sono sciacalli". (Così pronunciò da buon settentrionale incolto; e scantonò poi con la sua pariglia).
Clizia amava gli animali buffi. Come si sarebbe divertita a vederli! Pensò Mirco. E da quel giorno non lesse il nome di Modena senza associare quella città all’idea di Clizia e dei due sciacalli. Strana, persistente idea. Che le due bestiole fossero inviate da lei, quasi per emanazione? Che fossero un emblema, una citazione occulta, un senhal? O forse erano solo un’allucinazione, i segni premonitori della sua decadenza, della sua fine?
Fatti consimili si ripeterono spesso; non apparvero più sciacalli ma altri strani prodotti della boîte à surprise (scatola a sorpresa) della vita: cani barboni, scimmie, civette sul trespolo, menestrelli, ... E sempre sul vivo della piaga scendeva il lenimento di un balsamo. Una sera Mirco si trovò alcuni versi in testa, prese una matita e un biglietto del tranvai (l’unica carta che avesse nel taschino) e scrisse queste righe: "La speranza di pure rivederti – m’abbandonava; – e mi chiesi se questo che mi chiude – ogni senso di te, schermo d’immagini, – ha i segni della morte o dal passato – è in esso, ma distorto e fatto labile, – un tuo barbaglio."
S’arrestò, cancellò il punto fermo e lo sostituì con due punti perché sentiva che occorreva un esempio che fosse anche una conclusione. E terminò così: "(a Modena fra i portici, – un servo gallonato trascinava – due sciacalli al guinzaglio)". Dove la parentesi voleva isolare l’esempio e suggerire un tono di voce diverso, lo stupore di un ricordi intimo e lontano. (...)
Ho toccato un punto (un punto solo) del problema dell’oscurità o dell’apparente oscurità di certa arte d’oggi: quella che nasce da un’estrema concentrazione e da una confidenza forse eccessiva nella materia trattata.

Fonte: http://www.riccati.altervista.org/anto_ita/testi_ri/montal_3.htm


Postato il 20 maggio 2011

14 maggio 2011

E. Montale, Casa sul mare (Baldi)

Metro: versi endecasillabi, con qualche settenario. Irregolari le rime e le assonanze

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria



Dal testo alla storia. Dalla storia al testo. Volume III, tomo secondo/b, edizione gialla, pp. 812 ss.


Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.




NOTE
1. cure: preoccupazioni.
2. dividono: spezzano, indeboliscono.
3. pompa: che fa salire l’acqua.
4. che tentano ... flussi: che le onde del mare, col loro movimento continuo e lento, lambiscono. Flussi è soggetto di tentano, posposto per anastrofe.
5. Nulla ... leni: il mare (la marina, soggetto) non rivela, non lascia vedere nulla, se non foschie quasi immobili (pigri fumi), che il debole alitare del vento (i soffi leni) scompone, lasciando intravedere delle insenature (conche).
6. bonaccia: condizione di calma assoluta della superficie del mare.
7. l’isole ... migrabonde: le nuvole, che si spostano nel cielo (migrabonde).
8. la Capraia: isola di fronte alle coste toscane, che, nelle giornate più serene e limpide, si può vedere dalla Liguria, come la Corsica (detta dorsuta perché attraversata dal "dorso" di una catena montuosa).
9. vanisce: svanisce, scompare (ma c’è, in più, il senso sofferto della "vanità" di tutte le cose).
10. poca ... memorie: corrisponde, sul piano esistenziale, ai pigri fumi (v. 10) del paesaggio marino appena delineato. La memoria offuscata, o del tutto impossibile, è tema caro a Montale: cfr. Cigola la carrucola del pozzo, Non recidere, forbice e La casa dei doganieri.
11. che torpe: che trascorre come intorpidita, con un’estrema lentezza.
12. frangente ... destino: il destino di ogni uomo è rappresentato dall’immagine delle onde (frangente) che si infrangono sugli scogli. Il loro monotono movimento rappresenta il ripetersi sempre uguale della vita. Riprende l’immagine già proposta all’inizio con i minuti [...] eguali e fissi, paragonati al girare della pompa. Un’immagine analoga anche nella Casa dei doganieri: «Ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende» (vv. 19-20).
13. ti s’appressa: si avvicina per te.
14. passerai ... tempo: entrerai nell’eternità, avrai la certezza di una vita nuova e duratura.
15. s’infinita: raggiunge l’infinito, diventa immortale. «È un neologismo che ribadisce il verso precedente e si riallaccia all’ultimo» (Guglielminetti). È probabile che Montale abbia voluto emulare Dante, il quale aveva coniato il verbo «s’india», "diventa simile a Dio" (cfr. Paradiso, IV, v. 28: «De’ Serafin colui che più s’india»). Al Dio dantesco Montale sostituisce un più generico "infinito", in cui si racchiude il senso della sua teologia pessimistica e negativa.
16. disegno: del destino, che ci fissa in una condizione immutabile.
17. il varco: il punto, o luogo, che separa il tempo terreno dall’eterno (v. 37), dall’infinito. Corrisponde anche all’ipotesi di un passaggio dalla realtà contingente delle cose a una più profonda conoscenza dell’essere, ossia ad una realtà superiore capace di dare certezze definitive. Il motivo del varco ritorna nella Casa dei doganieri, v. 19.
18. qual ... ritrovi: possa ritrovarsi quale voleva essere, sottratto al destino immutabile.
19. segnarti: tracciarti, indicarti.
20. nei sommossi campi: sulla superficie mossa, agitata.
21. spuma o ruga: schiuma o corrugarsi dell’onda (a indicare l’estrema "labilità" e inconsistenza, o precarietà, della via di fuga).
22. l’avara: «la speranza d’immortalità del poeta è definita avara perché non è messa in comune con gli altri uomini; se viene condivisa, è solo per privarsene (avara, allora, vorrà anche dire esigua)» (Guglielminetti).
23. A’ nuovi giorni: per i giorni che verranno, per il tempo che mi resta da vivere (è un complemento di scopo, di destinazione).
24. fato: destino (ma l’uso di questo latinismo racchiude in sé qualcosa di inesorabile).
25. prode: rive, sponde.
26. Il tuo ... eterno: l’interlocutrice è fisicamente vicina ma spiritualmente lontana, perché forse ha già intrapreso il suo viaggio verso l’eterno.

ANALISI DEL TESTO

In questo componimento, Montale riprende il motivo del viaggio, tipico di tanta letteratura decadente e novecentesca, ma ne offre un’interpretazione del tutto personale: il viaggio è giunto alla fine, arrestandosi nell’immobilità della vita e del tempo. L’«anima» è morta, in quanto «non sa più dare un grido» (v. 3), simbolo di liberazione o comunque di vita (si veda anche il testo di Ungaretti, Tutto ho perduto, al v. 3); quella vita che si è come fermata nel giro dei «minuti ... eguali e fissi» (v. 4). Ma il paradosso consiste nel fatto che la vita continua, nell’implacabile monotonia delle sue «cure meschine»; il viaggio non è finito, ma, a ben vedere, non è neppure mai cominciato, se si attribuisce, a questo motivo, la possibilità di modificare la situazione di partenza, arricchendola di nuove prospettive e acquisizioni. Il viaggio di cui si parla non ha nessun referente reale, ma è un percorso interamente "testuale", quello, esemplificato dalle poesie del libro, attraverso una parola che non può sciogliere dubbi né offrire certezze consolatorie (si veda, in particolare, Non chiederci la parola).
Terminando alla «casa sul mare», il viaggio giunge comunque al suo limite estremo, oltre il quale non è possibile procedere. Il confine fra la terra e l’acqua non apre nuove prospettive, ma il mare risulta un termine e un ostacolo invalicabile, superficie opaca e stagnante che «nulla disvela» (a differenza di altri poeti, come Baudelaire e Rimbaud, che avevavo visto nel mare il senso profondo di un mistero aperto a nuove esigenze conoscitive). I «pigri fumi» della «marina» (vv. 10-11) corrispondono alla «poca nebbia di memorie» (v. 17), che viene a recidere anche i ponti con il passato, per l’incapacità della memoria di trattenere in vita le immagini dei ricordi felici (è il motivo sviluppato in particolare da Cigola la carrucola del pozzo, al quale si può anche ricondurre, su un piano di riprese intertestuali, l’immagine dei «giri di ruota della pompa», sviluppata nei vv. 5-7). La «casa sul mare» diventa quindi una specie di terra di nessuno, sospesa fra la vita e la morte, in un limbo in cui è difficile poter sperare o attendere qualcosa.
Anche qui, all’inizio della terza strofa, Montale si rivolge direttamente a un interlocutore, che rappresenta adesso, più propriamente; una persona vicina al poeta, una figura femminile alla quale si sente affettivamente legato (anche se non è identificabile con precisione, a detta dello stesso Montale). A questa persona il poeta vorrrebbe poter fornire qualche risposta sul «destino» dell’uomo, che sembra irrimediabilmente condannato dal «tempo»; forse prospettare un’ipotesi di «salvezza» nell’eternità, in cui si plachino - risolvendosi in essa - le inquietudini e le angosce della vita. Ma si tratta di un’ipotesi improbabile, del tutto vaga e remota; «labile» - per riprendere il rapporto fra ricerca interiore e realtà naturali - come «spuma o ruga» (v. 30) nell’incresparsi della superficie del mare. Il poeta non può che augurarla alla sua compagna di avventura terrena, donandole, quasi un gesto di offerta propiziatoria, «l’avara sua speranza»; quella speranza in cui egli, per se stesso, ha cessato di credere.

Postato il 14 maggio 2011

E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo (Baldi)

Metro: endecasillabi con rime e assonanze. Il v. 7 è spezzato in un settenario e in un quinario


di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria

Dal testo alla storia. Dalla storia al testo. Volume III, tomo secondo/b, edizione gialla, pp. 812 ss.

Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro …
bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.




NOTE
1. la carrucola: la ruota (cfr. v. 8) con la scalanatura in cui scorre una fune o una catena, al termine della quale si aggancia il secchio per attingere acqua dal pozzo.
2. Trema ... ricordo: il ricordo evoca l’immagine di un volto sulla superficie dell’acqua tremolante.
3. evanescenti labbri: labbra incorporee e inafferrabili, in quanto si sono formate, per effetto di pura suggestione evocativa, sulla superficie dell’acqua, nel puro cerchio del ricolmo secchio.
4. appartiene ... altro: il passato inafferrabile è estraneo come se appartenesse ad un altro.
5. ti ridona: ti riporta, ti restituisce.
6. atro: buio, oscuro (è aggettivo tipicamente arcaico e letterario).
7. una distanza: quella prodotta dal tempo, che precipita immediatamente, non riuscendo a trattenere il ricordo.

ANALISI DEL TESTO
Fra i grandi temi della poesia montaliana c’è quello della memoria, crudele per la dolorosa impossibilità di ridare vita al ricordo di cose e persone care. Il trascorrere del tempo ha prodotto delle amputazioni alle quali non si può porre rimedio (cfr. anche Non recidere, forbice, quel volto). La speranza di recuperare il passato, per attingervi conforto e consolazione (resa qui dall’immagine del «pozzo»), risulta quindi inutile, come conferma il movimento illusione-delusione esemplificato da questi versi.
v. 1: Il verbo «Cigola», in apertura, dà l’idea di un rumore acuto e intenso, reso quasi percepibile dalle consonanti doppie di «carrucola» e di «pozzo» (oltre che amplificato, in una specie di cassa di risonanza, dai due termini sdruccioli, assonanzati fra di loro).
v. 2: Il movimento di risalita sembra promettere gioia e liberazione, rese dalla fusione di immagini limpide e luminose come quelle dell’«acqua» e della «luce». Hanno commentato Giorgio Bàrberi Squarotti e Stefano Jacomuzzi: «si uniscono qui perfettamente descrizione oggettiva e simbolo: l’immagine stupenda di luce e il senso ora gioioso e luminoso del ricordo che sorge dalla memoria».
v. 3: L’oscillante e impalpabile riaffiorare del ricordo è reso dal verbo «Trema», mentre la paronomasia «ricordo» / «ricolmo» suggerisce la possibilità di una piena riappropriazione e soddisfazione.
v. 4: Balena «un’immagine» di pura felicità, nitidamente circoscritta nella perfezione della figura geometrica.
v. 5: Ma il tentativo di appropriarsene appare irrimediabilmente destinato al fallimento, nel contrasto fra la reale fisicità del gesto («Accosto il volto») e l’incorporea irrealtà dell’immagine («evanescenti labbri»). Collocato nell’esatta metà del componimento, è questo un verso-cerniera, che introduce al rapido mutare della prospettiva nella seconda parte. Su un piano più propriamente figurativo, Montale sembra fondere, pur cancellandone ogni traccia e rielaborandole in chiave del tutto originale, le suggestioni di antichi racconti mitologici: l’episodio di Narciso, che annegò nella fonte dopo aver cercato di abbracciare la sua immagine riflessa, di cui si era innamorato; il supplizio di Tantalo, condannato a non poter soddisfare la fame e la sete da cui era tormentato.
vv. 6-7: Lo svanire del ricordo corrisponde al deformarsi e all’allontanarsi del «passato», rispetto al quale il poeta si sente irrimediabilmente diverso ed estraneo, incapace di ricostruire una perduta identità: «appartiene ad un altro ... ». La spezzatura del verso in due emistichi, evidenziati anche graficamente dalla loro collocazione su linee diverse, corrisponde a una più profonda frattura, che separa il soggetto da ogni speranza. Il rammarico espresso dall’interiezione segna un’inversione del movimento - il ridiscendere del secchio -, che cancella il ricordo e lo rinchiude per sempre nel buio del pozzo (la zona oscura e oramai sepolta dell’esistenza, alla quale il poeta si era illuso per un momento di poterlo strappare). L’espressione «stride / la ruota» («già» indica il compiersi di un evento irrevocabile) corrisponde a «Cigola la carrucola» del primo verso, ma, oltre a rovesciarne il significato, accentua il suono "stridente" del verbo in un senso più cupo, che, svolgendosi attraverso l’enjambement nel verso successivo, si conclude con l’immagine dell’«atro fondo» (simbolo della morte, reso più espressivo e incisivo dall’aggettivo raro e poetico, con allitterazione tr rispetto a «stride»).
v. 9: Il vocativo «visione» è pronunciato quasi senza emozioni, con la rassegnazione ad un destino che separa crudelmente l’uomo anche dalle sue memorie più care, per la «distanza», incolmabile, prodotta dal tempo trascorso.
Il verbo «stride» separa nettamente, in questo senso, gli opposti campi semantici della rappresentazione, indicati dalle rime «ride» (l’illusione di un momento di gioia) e «divide» (l’ineluttabilità della perdita definitiva). Altre rime e consonanze con valore antitetico sono «vi si fonde» / «fondo», «ricolmo secchio» / «passato ... vecchio» (mentre «stride» è solidale con «divide»).


Postato il 14 maggio 2011

E. Montale, Meriggiare pallido e assorto (Baldi)

Metro: tre quartine e una strofa di cinque versi, che comprendono, come il resto del componimento, novenari, decasillabi ed endecasillabi. La prima strofa presenta rime baciate (AABB), la seconda alternate (CDCD, con un verso ipèrmetro, il v. 7), la terza ancora baciate (EEFF); nella quarta compaiono delle consonanze

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria
Dal testo alla storia. Dalla storia al testo. Volume III, tomo secondo/b, edizione gialla, pp. 812 – 813



Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.





NOTE
1. Meriggiare: riposarsi all’ombra nelle ore più calde del pomeriggio.
2. pruni: arbusti spinosi, rovi (è termine dantesco).
3. schiocchi: i suoni secchi, prodotti dal canto dei merli.
4. veccia: pianta erbacea dai fiori rossi, usata come foraggio; i suoi semi servivano un tempo per la panificazione.
5. biche: propriamente i mucchi di covoni del grano o di altri cereali; qui indicano i mucchietti di terra sulla cui cima (a sommo, sulla sommità) vanno e vengono le formiche.
6. scaglie di mare: il balenare delle onde che si accavallano.
7. scricchi: rumori secchi, crepitanti, come quelli prodotti dal frinire delle cicale nel silenzio assoluto dell’ora (tremuli è un aggettivo tra i più usati da Pascoli).
8. calvi picchi: le alture brulle, prive di vegetazione.
9. travaglio: il termine, che racchiude semanticamente l’idea di pena e di fatica, indica il sofferto e laborioso divenire della vita.
10. seguitare: seguire, camminare a fianco.
11. cocci ... bottiglia: i cocci posti sul muro per impedire che possa essere scavalcato.



ANALISI DEL TESTO
È un momento di sospensione quasi assoluta, in cui la vita sembra essersi arrestata nelle proprie forme e parvenze, in un colloquio muto fra l’uomo e le cose. Il paesaggio è quello arido e scabro della prima raccolta montaliana, in cui è possibile cogliere echi dell’influsso di D’Annunzio (Mengaldo ha ad esempio individuato, ai vv. 9-10, l’arcaismo «frondi» e l’espressione «scaglie di mare», riconducendola a L’onda, in Alcyone). Non c’è tuttavia traccia, in questi versi, del panismo dannunziano, inteso come immedesimazione e quasi fusione del poeta in una mitica natura. Il quadro paesistico propone al contrario il motivo dell’aridità, dominante negli Ossi di seppia come emblema oggettivato di una condizione esistenziale desolata, prosciugata e svuotata di ogni slancio vitale (« rovente muro », «pruni» e «sterpi», «crepe del suolo», «calvi picchi», «sole che abbaglia»). Il paesaggio di Montale non si apre all’uomo (e per l’uomo); vive in se stesso, chiuso nella propria realtà incomunicabile. Esso non è uno scopo, il cui conseguimento possa appagare il poeta (come suprema conquista di un estetismo vitalistico), ma un tramite, senza sbocchi risolutori, verso l’"altro", verso un qualcosa che resta, alla fine, misterioso e inconoscibile, crudele nel suo rifiuto di dare risposte (si pensi alla «divina Indifferenza» di Spesso il male di vivere ho incontrato). È la dimensione metafisica che incombe sulle cose, insieme presente e assente, nella tangibile concretezza delle sue apparenze e nella remota lontananza delle sue ragioni, che lasciano nell’oscurità lo scopo dell’esistenza. Il «sole che abbaglia» (v. 13) è luce che non lascia vedere; di qui uno stupito e dolente ripiegarsi su se stessi («sentire con triste meraviglia»), nel tentativo di ascoltare e di comprendere il «travaglio» della «vita», che resta tuttavia misterioso e indecifrabile. I due versi conclusivi esprimono con straordinaria intensità (proprio per il loro andamento comune e dimesso, quasi prosastico) questa condizione: la «muraglia» (che riprende il «rovente muro d’orto» del v. 2), con i «cocci aguzzi di bottiglia» che la sovrastano, rappresenta la chiusura in questa prigione esistenziale, l’impossibilità di attingere ad una verità e pienezza che si collocano al di là dell’ostacolo, irraggiungibili. È evidente qui anche la tecnica con cui Montale costruisce il suo discorso poetico: esso è tutto affidato all’enumerazione di nudi oggetti, che costituiscono il correlativo oggettivo di una condizione metafisica. L’uso del verbo all’infinito, su cui si regge la struttura del componimento, accentua il senso di una continuità e di una durata uniformi, su cui si sovrappone un intenso gioco di allitterazioni, quasi per rendere, attraverso una mutevole sonorità verbale, il «palpitare» della natura e delle sue voci. Si veda la sequenza dei termini in rima della prima quartina («assorto» / «orto» / «sterpi» / «serpi»), che si ripercuote sull’intero componimento, nelle svariate combinazioni della liquida r con altre consonanti (ad esempio «presso», «tra i primi», «merli», «frusci», «crepi», «intrecciano», «frondi», «mentre», «tremuli», «triste», «travaglio»). L’animazione sonora di «scricchi» (preceduto da «tremuli», con esito sinestetico, al v. 11), anticipata dagli «schiocchi» del v. 4, conduce alla rima, attraverso l’allitterazione in c, con il v. 12: «di cicale dai calvi picchi». Particolarmente insistiti, infine, sono gli effetti combinati di rima e di consonanza dell’ultima strofa, nella serie «abbaglia» / «meraviglia» / «travaglio» / «muraglia» / «bottiglia». Le reminiscenze dannunziane si mescolano qui con la ripresa di termini usati da Pascoli, in un impasto linguistico che resta tuttavia originale, in una ricerca di parole e di rime «aspre» che si può far risalire alla grande lezione dantesca. La poesia può costituire un esempio di quelle «storte sillabe e secche come un ramo», a cui fa menzione la dichiarazione di poetica contenuta in Non chiederci la parola.



Postato il 14 maggio 2011

09 maggio 2011

E. Montale, Scelte formali e sviluppi tematici (Baldi)

Tratto dal volume Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, Paravia, volume III, tomo 2/b, pp. 801 ss.

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria

Si possono meglio capire, a questo punto, le ragioni del compromesso, realizzato da Montale, fra la tradizione letteraria e le istanze innovative così vivacemente espresse dalla letteratura novecentesca. Rifiutate le soluzioni dell’avanguardia, Montale resta fedele a una nozione di stile che si identifica con la lucidità della ragione e con la dignità dell’uomo, quasi a difendere i valori della civiltà letteraria contro la disgregazione del presente. Montale non rifiuta l’uso del verso libero, ma concede ampio spazio ai metri tradizionali, con la massiccia reintroduzione dell’endecasillabo sciolto. Anche le strofe, pur senza obbedire ad alcuna regola prestabilita, tendono non di rado a disporsi secondo corrispondenze regolari (frequente è l’uso delle quartine). L’abolizione dell’istituto canonico della rima non impedisce al poeta di adottarla frequentemente (insieme con le rime al mezzo e le assonanze), sia pure con la più ampia libertà legata alle particolari esigenze espressive. Anche il linguaggio comune, con cui Montale nomina i suoi "oggetti", può facilmente elevarsi, assimilando termini più rari e preziosi, talora squisitamente letterari. La sua è, nella sostanza, una scelta plurilingustica, che si può far risalire a Dante (a differenza, anche in questo caso, del monolinguismo di Ungaretti, di derivazione petrarchesca e leopardiana). Si potrebbe dire che il rigore e l’equilibrio cercati da Montale rappresentino l’esigenza di un controllo dell’intelligenza contro l’irruzione del caos, e lo sforzo compiuto per esorcizzarlo; ma le infrazioni all’ordine, seppur discrete (versi ipermetri, rime imperfette, libere variazioni all’interno della misura e delle "regole" stabilite per ogni singolo componimento), sono numerosissime, quasi a sottolineare la precarietà dell’equilibrio raggiunto, per la pressione delle spinte disgregatrici.
Le caratteristiche sin qui sottolineate costituiscono una costante nella poesia di Montale, almeno per quanto riguarda le tre prime e principali raccolte. Le differenze, al loro interno, andranno cercate piuttosto a un diverso livello di complessità e di elaborazione del discorso poetico. Gli «ossi di seppia», che danno il titolo al primo volume, simboleggiano l’aridità dell’universo montaliano, attraverso la traccia di ciò che resta dopo l’azione di erosione e di logoramento operata dalla natura. Essi alludono anche al carattere volutamente povero dell’ispirazione, che appare per lo più concentrata su brevi momenti dell’esistenza, circoscritta nelle linee di un paesaggio che - pur senza alcuna concessione a moduli di descrittivismo realistico - resta quello ligure compreso fra il mare e le colline. È un paesaggio arido e brullo, tormentato e scavato dal sole, che ne rende quasi allucinati e irreali i contorni, caricandoli di valenze metafisiche ed esistenziali. Il poeta ne spia le forme e si sofferma ad ascoltarne le voci (si vedano Meriggiare pallido e assorto e Gloria del disteso mezzogiorno, dove più direttamente traspare l’influsso del linguaggio pascoliano e dannunziano), con un atteggiamento di perplessità attonita e meditativa. Ma le cose non svelano il segreto della loro presenza. Soltanto rinviano a una incessante vicenda di vita e di morte, di gioia e di dolore, che costantemente ritorna e si chiude su se stessa, lasciando come unico conforto l’immagine viva ma fragile di una speranza di felicità (i «limoni», ad esempio, o il «girasole», il fiore che guarda verso la luce, in Portami il girasole ch’io lo trapianti, che così si conclude: «Portami tu la pianta che conduce / dove sorgono bionde trasparenze / e vapora la vita quale essenza; / portami il girasole impazzito di luce»). Neppure la memoria, oscurata e cancellata dall’inesorabile scorrere del tempo, riesce a recare conforto (è questo un altro grande tema della poesia montaliana, che ricorrerà anche in seguito: cfr. ad esempi Cigola la carrucola del pozzo e Non recidere, forbice, quel volto).
La presenza, negli Ossi di seppia, di alcuni testi di più ampio respiro (come il difficilissimo Arsenio) prelude agli sviluppi della raccolta successiva, Le occasioni. Il titolo allude all’accadere di eventi cui è attribuito un particolare rilievo, in quanto potrebbero mutare il corso uniforme e monotono dell’esistenza; ma il miracolo non può compiersi per il poeta, al quale non resta che affidare ad altri, a enigmatiche figure femminili, la sua esile speranza. Se inizialmente la poesia montaliana era per lo più risolta nel rapporto fra il poeta e la natura, adesso abbraccia orizzonti più ampi, inglobando maggiori presenze e incontri. Ma tanto più l’attesa risulta deludente, dal momento che, nel complicarsi delle relazioni umane, anche gli elementari simboli di una vita gioiosa, prima nettamente percepibili, vedono offuscare la loro luce. Si approfondisce il solco che la memoria scava fra i momenti di un passato felice e un presente sempre più vuoto e smarrito. Mentre il «varco» (la speranza di approdare a una sicurezza storica o metafisica) appare sempre più lontano e difficile da riconoscere, la mente è occupata da fantasmi paurosi, da immagini allucinate e da presagi di morte (per tutti questi motivi si veda La casa dei doganieri).
Si giunge così, in questa direzione, a La bufera e altro, la raccolta con la quale culmina, e nello stesso tempo si esaurisce, questa fase della ricerca poetica montaliana. Il titolo allude, in particolare, allo sconvolgimento della guerra, che sembra recare una tragica e decisiva conferma al pessimismo montaliano nei confronti della storia. Ma il poeta non isola e nemmeno privilegia questo avvenimento, per ricavarne una lezione o per modificare la sua concezione della poesia (come faranno molti altri poeti). Commentando il componimento che dà il titolo alla raccolta, Montale sosterrà che la guerra ha costituito un’esperienza tragica e terribile, ma è stata pur sempre un avvenimento, fra i tanti che segnano comunque il doloroso destino dell’uomo, sul piano storico e metafisico (un solo testo, La primavera hitleriana, contiene del resto riferimenti espliciti). Privo di ogni fiducia nella storia, il poeta non crede che essa possa recare speranze di salvezza. E questo il messaggio affidato a Piccolo testamento, che esclude ogni compromesso con la partecipazione e l’impegno politico. Il «testamento» lasciato dal poeta è un segnale debole, identificato con una fioca luce e con un pugno di cenere; la poesia non è che una povera «testimonianza», la sola consentita in un mondo dominato dall’incertezza e dalla contraddizione.
L’approfondirsi dell’ispirazione, nelle due ultime raccolte, scava nella direzione di quel «male di vivere» che, osservato con il distacco di un’amara ironia, resta la cifra più vera dell’esistenza. Si complica, di conseguenza, la costruzione del periodo, in una sintassi che deve accogliere i nessi sempre più ardui e difficoltosi in cui viene a disporsi la parola. La simbologia degli oggetti e delle presenze - spesso caotiche e stipate - si fa oscura e indecifrabile, per l’intrecciarsi e il riverberarsi, inquieto e spasmodico, dei significati (come vedremo nell’analisi de La bufera, Montale sosterrà che è impossibile spiegare in termini concettuali l’uso di alcune parole). L’oggetto può così trasformarsi in un «talismano» (cfr. ad esempio, Dora Markus, ai vv. 24-28), cui è affidato il compito di mediare il rapporto fra il mondo sensibile e l’inconoscibile; si tratta di una scelta superstiziosa e irrazionale, che costituisce - emblematicamente - il disperato tentativo di esorcizzare le forze crudeli e nemiche del reale, opponendo loro una barriera tanto debole quanto inconsistente.
L’impostazione agevolmente colloquiale della prima raccolta si fa adesso più astratta, per la crescente difficoltà di comunicare una percezione della vita sempre più tormentata e complessa. Al «tu» di un generico interlocutore si sostituisce la presenza della figura femminile, che diventa il destinatario privilegiato all’interno del testo. Il personaggio ha assunto nomi diversi (Annetta-Arletta, Clizia, Mosca, ecc.), che corrispondono, come si è visto, a persone realmente vissute, care al poeta. Ma anche qui il riferimento biografico è privo di ogni connotazione "realistica" e riveste unicamente una funzione emblematica, di tramite fra la realtà fenomenica (le cose e la storia in cui sono inserite) e quella metafisica (il destino ultimo dell’uomo, da compiersi altrove, in una dimensione che lo trascende). Non a caso le donne sono cantate solo dopo la loro scomparsa: l’assenza diventa la condizione essenziale della loro presenza poetica. La donna partecipa, per così dire, di una duplice natura, umana e divina, intendendo, con quest’ultimo termine, l’opposta, ma sempre presente, possibilità di perdersi o di salvarsi. In questo senso si è potuto vedere una ripresa, del tutto particolare e moderna, della funzione della figura femminile nella letteratura delle origini, con particolare riferimento allo «stil novo» e a Dante: la donna in Montale diventa così una specie di Beatrice, che accompagna il poeta nel suo viaggio fra il conoscibile e l’inconoscibile. Solo in questo senso del tutto particolare si possono individuare gli elementi di un "canzoniere d’amore", che stabiliscono un’ulteriore linea di continuità fra i diversi testi montaliani. In una intervista a Giorgio Zampa, Montale ha ammesso la possibilità di considerare le sue poesie come un unico libro, di cui le prime tre raccolte rappresentano il «diritto», le ultime il «rovescio». Sembra quindi legittimo leggere «l’opera in versi» di Montale come una sorta di romanzo, teso a una ricognizione ai confini delle cose, per sondare i legami tra il finito e l’infinito.
Il rapporto con Dante acquista così un particolare risalto, costituendo uno dei più costanti fili conduttori: dai dantismi, frequentemente reperibili nei versi, alle non poche convergenze tematiche (relative ad esempio all’evocazione di atmosfere infernali). Anche quello di Montale può essere considerato come una specie di viaggio fra la storia e l’aldilà, tra il mondo sensibile e quello ultraterreno. In Dante, tuttavia, i confini apparivano ben distinti fra di loro, in un sistema di connessioni gerarchiche dove una causa prima giustificava l’ordine e il fine di ogni cosa. Per Montale non esiste una spiegazione o giustificazione di natura ultraterrena, che dia un senso al rapporto fra l’uomo e la realtà; alla causalità garantita da una presenza superiore si sostituisce una casualità che confonde le intenzioni umane, all’interno di un disegno inconoscibile. Né la storia né la religione possono offrire certezze. Il piano metafisico tende così a convergere con quello terreno, lasciando aperti pochi e incerti spiragli. Il paradiso resta un’ipotesi remota, affidata ai segni di una povera speranza, in un mondo che vive in una prevalente dimensione purgatoriale; ma è più facile che la vita si presenti simile a un inferno, in cui drammaticamente si rivelano la precarietà e l’angoscia dell’uomo, abbandonato a se stesso e privo di ogni difesa o riparo.


Postato il 9 maggio 2011

E. Montale, La parola e il significato della poesia (Baldi)

Tratto dal volume Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, Paravia, volume III, tomo 2/b, pp. 801 ss

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria

Le poesie degli Ossi di seppia, scritte a partire dal 1916, si segnalano subito per il timbro di una risentita originalità, che nasce non da un rifiuto esterno della tradizione, ma da una sua intima rielaborazione. Si potrebbe addirittura parlare, senza attribuire al termine nessun significato limitativo, di una sorta di compromesso, che corrisponde alle ragioni di una coscienza poetica nuova e profonda. Se si pensa che nel medesimo 1916 Ungaretti pubblicava Il porto sepolto, si avrà subito un’idea della distanza che separa i due poeti, spesso frettolosamente accomunati per esigenze di semplificazione manualistica. Ungaretti muove dalla distruzione del verso tradizionale per riscoprire la forza autonoma della parola, facendo di essa uno strumento di liberazione, capace di attingere alle fonti dell’assoluto. Ma si tratta ancora, per Montale, di una soluzione ottimistica e consolatoria. Tra l’uomo e l’assoluto c’è una realtà ineliminabile, che Ungaretti tende invece a trascendere e a cancellare. E il mondo fenomenico, della natura e delle cose, nel quale sembra talora possibile individuare uno spiraglio della verità, pur senza che se ne possano mai ricavare risposte tranquillizzanti e definitive.
Di qui il diverso valore che, rispetto a Ungaretti, assume la parola nella ricerca poetica montaliana. La parola non può aspirare a raggiungere direttamente l’assoluto, isolando la sua pronuncia nel silenzio, ma deve prima confrontarsi con il reale, una barriera nella quale resta inevitabilmente impigliata e che tuttavia costituisce il solo banco di prova consentito, la sola speranza di accedere al mistero insondato dell’esistenza. Diventa così impossibile l’uso dell’analogia nel senso proposto dal Simbolismo e portato alle estreme conseguenze da Ungaretti: quello in cui la parola si propone di esprimere sensazioni indefinite e indeterminate, accostando fra loro realtà antitetiche e lontanissime. La parola di Montale, al contrario, non allude o elude, ma indica con precisione oggetti definiti e concreti, stabilendo fra questi una trama di relazioni complesse; essa fa capo, per così dire, al soggetto poetante e ne trattiene lo sforzo incessante di penetrare oltre ciò che appare materialmente, per scoprire la direzione o il senso ultimo della vita
Le conseguenze di un simile atteggiamento - di cui spiegheremo meglio fra poco i fondamenti e le implicazioni conoscitive - sono essenziali per comprendere l’idea di poesia propria di Montale e le scelte formali da lui compiute. Se vogliamo utilizzare la distinzione, proposta da Luciano Anceschi, fra una "poetica della parola" e una "poetica delle cose", dobbiamo annettere la poesia montaliana a questa seconda categoria, lungo una linea che ha i suoi maggiori antecedenti in Pascoli e Gozzano (poeti entrambi molto cari a Montale, pur senza voler stabilire con questo ulteriori elementi di parentela, trattandosi di tre esperienze che obbediscono a motivazioni completamente diverse). Se si legge una poesia programmatica come I limoni, che non a caso, dopo il prologo In limine, apre gli Ossi di seppia, si può vedere quanto forte sia l’atteggiamento polemico nei confronti della tradizione poetica aulica e ufficiale (quella dei «poeti laureati»), che usa termini astratti e convenzionali per indicare realtà generiche e indeterminate (per ragioni analoghe Pascoli aveva ritenuto insufficiente il linguaggio poetico leopardiano). Ai «bossi, ligustri e acanti» (parole logore e abusate, che indicano una flora del tutto improbabile) Montale oppone il colore e la freschezza dei suoi «limoni», che danno luce a un paesaggio arido e brullo, anch’esso precisamente descritto nell’immediatezza della sua configurazione («erbosi fossi», «pozzanghere / mezzo seccate», «qualche sparuta anguilla», «viuzze», «ciglioni», «ciuffi delle canne», «orti»).
Anche la scelta di Montale cade quindi sulle "piccole cose", sugli elementi di una realtà povera e comune che l’uomo può in ogni momento trovare intorno a sé, soprattutto nella natura che più gli è familiare. Ma Montale non guarda a questa natura con gli occhi ingenui e innocenti del «fanciullino», come nel caso di Pascoli, né compone le sue presenze in un’atmosfera "crepuscolare", assaporata sentimentalmente o ironicamente allontanata (come in Gozzano). Gli oggetti, le immagini e le voci della natura diventano per lui degli emblemi, in cui è trascritto, in forme oscure e cifrate, il destino dell’uomo, nelle sue rare gioie e speranze, ma soprattutto nell’infelicità di una condizione (e di una condanna) esistenziale, che, come già si è detto, non può offrire certezze o illusioni. È un destino che, paradossalmente, l’uomo non può accettare, ma contro il quale non può nemmeno ribellarsi. In esso si riflette il senso di estraneità dell’uomo contemporaneo che, trascorrendo dal piano storico a quello metafisico, entrambi indecifrabili, diventa perplessità esistenziale, una sorta di paralisi che, proprio per questo, non può neppure più esprimersi in forme tragiche e sublimi. Nonostante gli sforzi e le sollecitazioni dell’uomo, la natura conserva dentro di sé la sua oscura ragione di essere. Alla poesia non resta che rispecchiare questa condizione di aridità, tornando insistentemente sulle cose e sulle relazioni che le uniscono, nell’incessante quanto vana speranza di trovare un «varco» (cfr. La casa dei doganieri) che si apra sul mistero della vita, attribuendole senso e significato.
Anche per Montale, quindi, le cose diventano dei simboli, che tuttavia abbiamo preferito indicare con il nome di emblemi, per distinguere il suo procedimento da quelli del Simbolismo tradizionale. A differenza dell’analogia ungarettiana, così rarefatta e indefinita, si è parlato, per Montale, di "correlativo oggettivo", in quanto anche i concetti e i sentimenti più astratti trovano la loro definizione ed espressione (il loro corrispettivo, risultando così "correlati") in "oggetti" ben definiti e concreti. Un esempio molto chiaro è offerto dal testo Spesso il male di vivere ho incontrato. La definizione di uno stato d’animo che esprime la tipica disposizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, «il male di vivere», è presentata non in forma concettuale o esplicativa, ma come un incontro diretto, realmente accaduto lungo il percorso della vita, identificandosi in alcune presenze concrete («era il rivo strozzato ... era l’incartocciarsi della foglia ... era il cavallo stramazzato»), in cui si risolve e dalle quali viene tangibilmente rappresentato. Anche quando viene meno il riferimento di base (il termine di confronto costituito qui dal «male di vivere») restano gli "oggetti", le presenze e le cose della vita, a significare le complesse e oscure vicende del destino umano, caricandosi di significati nascosti, ulteriori. La poesia delle "cose" in Montale è tutt’altro che semplice e lineare, ma risulta (e si farà sempre più) ardua, difficile, talora vertiginosamente oscura, nel ter tativo di attribuire agli oggetti il compito di cogliere il senso indecifrabile dell’esistenza. Un medesimo termine contiene spesso una pluralità di significati, intrattenendo con il contesto molteplici relazioni, che lo rendono di ardua decifrazione sul piano razionale.
L’espressione "correlativo oggettivo" è stata usata da Eliot, con cui la ricerca montaliana presenta convergenze significative, a livello tematico e strutturale. Tenendo conto delle considerazioni che abbiamo svolto, il simbolismo di Montale potrebbe essere visto, meglio, come una forma nuova e tutta moderna di allegoria, nella misura in cui gli elementi della natura rappresentano condizioni spirituali e morali. È questa la concezione dell’allegorismo medievale, che Dante aveva portato, nella Commedia, alla massima realizzazione poetica. Proprio l’amore per Dante (che non a caso Montale aveva in comune con Eliot) offre elementi importanti per meglio comprendere la genesi e i risultati di questa operazione poetica. Il rapporto deve ovviamente tenere conto, in senso storico, di opposte prospettive ideologico-conoscitive: l’allegoria dantesca trova un compiuta e integrale spiegazione nella mente divina; quella di Montale, al contraria si dibatte in se stessa, senza ottenere risposte o garanzie. Alla Provvidenza di un mondo che cerca sollievo ai dubbi e alle inquietudini in una fede religiosa (non solo Dante, ma anche Manzoni), Montale sostituisce la sua «divina Indifferenza» (cfr ancora Spesso il male di vivere ho incontrato), che, ricollegandosi piuttosto al pensiero leopardiano, resta passiva e insensibile di fronte alle gioie e ai dolori degli uomini.
Il problema riguarda, in ultima analisi il rapporto fra la conoscenza e la poesia. Questa non rappresenta, per Montale, un bisogno di confessione individuale né consiste nella ricerca di una parola da strappare al silenzio, comportando una lettura muta e interiore. Essa si apre, al contrario, a un tono discorsivo e colloquiale, che presuppone la presenza del lettore, quell’interlocutore spesso presente nel «tu» dei versi montaliani (sin dalla parola che inaugura la sua vicenda poetica, l’«Ascoltami»: dei Limoni). Questo rapporto indica la volontà di un’intesa e di una solidarietà che coinvolgono il lettore in un comune bisogno di espressione e di partecipazione, di fronte all’urgere delle medesime problematiche esistenziali. Ma proprio perché riflette una realtà cifrata e inconoscibile, la poesia non può, paradossalmente, insegnare nulla. Montale rifiuta non solo l’immagine tradizionale del "poeta vate", ma anche ogni concezione della poesia come fonte di educazione e di elevazione spirituale. La sua posizione è nitidamente espressa in un altro dei fondamentali testi programmatici, in cui il poeta, rivolgendosi al consueto interlocutore, lo ammonisce: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe»; e conclude: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Di fronte all’impossibilità, di sciogliere il mistero della vita, Montale non può che proporre una forma di conoscenza in negativo, priva di certezze e di ipotesi propositive, interamente risolta nell’acuta coscienza del relativismo e della discontinuità che regolano le leggi dell’esistenza. Egli si può considerare, in Italia, il primo grande scrittore contemporaneo che si faccia interamente portavoce di un pensiero negativo, privo di ogni compensazione alternativa.
Non per questo viene meno, come si potrebbe dedurre, la funzione della poesia: essa ha il compito di indagare questa condizione dell’uomo novecentesco, assumendo il valore di una insostituibile «testimonianza» (è questo, ad esempio, il messaggio affidato al Piccolo testamento, dove il termine compare al v. 9). Il suo ruolo consegue dall’atteggiamento stesso assunto dal poeta nel suo rapporto con l’irreversibile crisi dei valori vissuta da un’intera civiltà: Montale non si abbandona a cedimenti vittimistici o a suggestioni irrazionali, che possono condurre solo alla disperazione o alla sterile rivolta superomistica. Pur senza speranza, resta intatta, in lui, una vigile fiducia nella ragione (è questo, pur nella radicale diversità dell’impegno, il legame più profondo riconoscibile nella sua collaborazione con Gobetti), che ha il compito di non eludere le domande fondamentali dell’esistenza e di continuare a indagarne le ragioni, anche quando sa che l’indagine potrà solo sottolineare, in prevalenza, dubbi, limiti, assenze, contraddizioni. In questo senso la sua poesia riacquista un preciso significato morale, per lo stoicismo di chi compie comunque il proprio dovere al di fuori e al di sopra di ogni compenso. La moralità di questa poesia appare così nettamente estranea rispetto alla storia e alla politica, con la quale rifiuta (e rifiuterà) ogni forma di collusione e di partecipazione.

Postato il 9 maggio 2011

28 luglio 2010

Quando Montale rideva del Vate

Torna D’Annunzio con una nuova edizione dell’«Alcione» ed è l’occasione per fare il punto sull’influenza dello scrittore sui poeti italiani del Novecento. Scoprendo magari che alcuni di loro ne hanno fatto talvolta anche la parodia, come Palazzeschi, Folgore e Moretti misurandosi con la «Pioggia nel Pineto»
di Pietro Gibellini
«Alcione» e no: questo era il tito­lo dello scritto di Sergio Solmi nel numero speciale che 'Let­teratura' dedicava a D’Annunzio nel 1939, per il primo anniversario della morte del poe­ta. Solmi stilava un bilancio personale e in­sieme generazionale, dipingendo un quadro chiaroscurato, in cui s’intrecciavano conti­nuità e fratture, adesione e repulsione. E lo riproponeva, poi, nell’edizione dei suoi stu­di, riuniti nel 1963, Scrittori negli anni; nel ti­tolo del saggio e in quello del libro è implici­tamente formulato un metodo critico e sto­riografico ed un discreto e fermo invito a va­gliare la durata della poesia nel tempo.
Che forma prenderebbe, oggi, un discorso su Alcione e noi? Certo, l’approccio novecentesco al linguaggio dannunziano nel suo complesso fu cauto o decisamente impron­tato al diffidente distacco o al gioco ironico che si riservano a un modello lessicale trop­po sussiegoso e autoritario, con le sue dora­ture classicheggianti e déco. Non stupisce perciò che, nel virtuosistico rifacimento ita­liano degli Exercices de style di Raymond Que­neau, Umberto Eco sia ricorso alla pàtina dannunziana (lo dichiarava espressamente) per rendere il registro 'précieux' dell’estro­so transalpino: C’était aux alentours d’un juil­let de midi. Le soleil dans toute sa fleur régnait sur l’horizon aux multiples tétines […] Un au­tobus à la livrée verte et blanche, blasonné d’un énigmatique S, vint recueillir du côté du parc Monceau un petit lot favorisé de candi­dats voyageurs aux moites confins de la dis­solution sudoripare, suonava il modello; ed Eco: «Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezzava con accecante virilità le o­pime mammelle dell’orizzonte ambrato. […] Carro falcato, cocchio regale, gravido di e­nigmatica e sibilante impresa, l’automotore ruggì a raccoglier messe umana molle di mol­li afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu chiami Monceau, o Ermione».
Come un inconfondibile sigillo, il nome di Ermione richiama la raccolta alcionia, il libro esemplare della poesia dannunziana. La 'du­rata' di quel testo è riscontrabile anche nel­la società televisiva, sia pure attraverso la deformazione parodica: un filo d’aceto pio­ve sulle verdure, mentre una voce suadente parafrasa la Pioggia nel pineto, sostituendo alle ginestre fulgenti e ai mirti divini qualche cetriolino o peperone. Da un verso dell’On­da aveva mutuato il nome uno shampoo, qualche anno fa: « libera e bella, / numerosa e folle, / possente e molle, / creatura viva / che gode / del suo mistero fugace». La noto­rietà del testo, è necessaria al suo uso pub­blicitario e al volgarizzamento musicale: «Vorrei trovare / parole nuove / ma piove pio­ve / sul nostro amor» recita la canzonetta ri­prendendo le «parole più nuove / che parla­no gocciole e foglie / lontane» nella Pioggia nel pineto, nella poesia che si è prestata più d’altre al rimaneggiamento, destinata com’e­ra all’esercizio mnemonico nella scuola d’un tempo e cavallo di battaglia per le recite de­gli aspiranti attori. Il suo controcanto più celebre è La pioggia sul cappello (1922) di Luciano Folgore : «pio­ve sul melo e sul tiglio, / piove sul padre e sul figlio, / piove sui putti lattanti, / sui sandali rutilanti, / su Pègaso bolso, / sull’orïolo da polso, / piove sul tuo vestitino / che m’è co­stato un tesauro». Ma persino Montale, s’in­tende il Montale di Satura, opera sulla lirica dannunziana l’unico suo deciso remake pa­rodico, un Piove del 1969: «Piove / non sulla favola bella / di lontane stagioni, / ma sul­la cartella / esattoriale, / piove sugli ossi di seppia / e sulla greppia nazionale. / Piove / sulla Gazzetta Ufficiale / qui dal balcone a­perto,/ piove sul Parlamento, / piove su via Solferino, / piove senza che il vento / smuo­va le carte. / Piove in assenza di Ermione / se Dio vuole, / piove perché l’assenza / è u­niversale». La parodia, nel suo senso più pieno e ricco (continiano), comprende però una gamma di sfumature e di registri di cui quello comi­co è il più vistoso ed estremo: vi può rientra­re (ma in modo assai meno esplicito che nel­l’imitazione folgoriana) una Fontana mala­ta di Aldo Palazzeschi, la poesia del 1909 che concentra l’evocazione della Pioggia nel pi­neto in una zona più circoscritta, non senza incroci con altre reminiscenze dannunzia­ne: «Tossisce, / tossisce, / un poco / si tace, / di nuovo / tossisce / … / non s’ode / romo­re / di sorta».
Formalmente più tenue, ma tanto più rile­vante, è il rinvio contrastivo alla lirica dan­nunziana esibito fin dall’attacco di A Cesena di Marino Moretti: il poeta visita la sorella sposata da poco tempo, sufficiente però a sciogliere ogni residuo sogno romantico nel­la prosa del quotidiano (più che la sorella, la disillusione tocca il cuore del poeta, il vero in­felice); e la costanza della pioggia è il corri­spettivo musicale della malinconia, rispec­chiata dalla grigia giornata come in un pae­saggio dell’anima: il poeta potrebbe ben di­re, con Verlaine, «Il pleure dans mon coeur / comme il pleut sur la ville». Dice invece: «Pio­ve. È mercoledì. Sono a Cesena / ospite del­la mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena»; in questo incipit è già evidente lo scarto dalla fonte, che pure viene richia­mata per lievi ma precisi tocchi (il leit-motiv della pioggia, la presenza di un’interlocutri­ce femminile). Con una tecnica gozzaniana, Moretti trasforma il calendario in versi, dan­do subito le coordinate spaziali e temporali dell’avvenimento: siamo a Cesena, di mer­coledì, e la pioggia sta fuori di casa (o dentro l’anima). Col passaggio dal plein air all’in­terno domestico, viene sconvolto soprattut­to lo statuto noetico della Pioggia dannun­ziana, dove si verificava l’epifania del mito.
È il libro esemplare della poesia dannunziana ed è entrato nella memoria collettiva al punto che un suo verso fu usato per una campagna pubblicitaria
«Avvenire» del 28 luglio 2010

19 maggio 2010

E. Montale, Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

Da Ossi di seppia 1925
Postato il 19 maggio 2010

E. Montale, Iride

Quando di colpo San Martino smotta
le sue braci e le attizza in fondo al cupo
fornello dell’Ontario,
schiocchi di pigne verdi fra la cenere
o il fumo d’un infuso di papaveri
e il Volto insanguinato sul sudario
che mi divide da te;

questo e poco altro (se poco
è un tuo segno, un ammicco, nella lotta
che me sospinge in un ossario, spalle
al muro, dove zàffiri celesti
e palmizi e cicogne su una zampa non chiudono
l’atroce vista al povero
Nestoriano smarrito);

è quanto di te giunge dal naufragio
delle mie genti, delle tue, or che un fuoco
di gelo porta alla memoria il suolo
ch’è tuo e che non vedesti; e altro rosario
fra le dita non ho, non altra vampa
se non questa, di resina e di bacche,
t’ha investito.

*

Cuore d’altri non è simile al tuo,
la lince non somiglia al bel soriano
che apposta l’uccello mosca sull’alloro;
ma li credi tu eguali se t’avventuri
fuor dell’ombra del sicomoro
o è forse quella maschera sul drappo bianco,
quell’effigie di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua
è una forma) fiorisse in altre luci
Iri del Canaan ti dileguasti
in quel nimbo di vischi e pungitopi
che il tuo cuore conduce
nella notte nel mondo, oltre il miraggio
dei fiori del deserto, tuoi germani.

Se appari, qui mi riporti, sotto la pergola
di viti spoglie, accanto all’imbarcadero
del nostro fiume – e il burchio non torna indietro,
il sole di San Martino si stempera, nero.
Ma se ritorni non sei tu, è mutata
la tua storia terrena, non attendi
al traghetto la prua,
non hai sguardi, né ieri né domani;

perché l’opera Sua (che nella tua
si trasforma) dev’esser continuata.

Questa lirica è il culmine - secondo i critici - dell'intera poesia montaliana, «questo frutto così maturo della linea poetica metafisico-simbolista» (M. Forti). Ma anche il perpetuarsi della simbologia della donna.
Il viaggio di Montale, iniziato in una terra «rovente» e calcinata. in una «selva oscura» per la troppo «abbagliante» luce degli Ossi, e passato per l'«incontro» delle Occasioni, attraversa all'inizio della Bufera la strada «infernale o purgatoriale» (M. Forti) di un cosmico e personale dramma storico: è la serie delle «poesie di Finisterre, che rappresentano la mia esperienza, diciamo così petrarchesca», come afferma il poeta. «Nell'incubo degli anni '40-'42» egli si affida alla memoria della sua «iddia che non s'incarna» (Gli orecchini) della sua petrarchesca Laura. Ma negli anni successivi, a partire da Iride che è nel '43-'44, il viaggio del Nostro assume una fisionomia dantesca: Irma Brandeis acquista sempre più i connotati di Beatrice (che nel Paradiso terrestre compare a Dante in un'alba rosea e «vestita di color di fiamma viva»).
Il primo nome con cui è cantata è Iride appunto: un nome che nella mitologia greca identificava l'alata messaggera degli dei e che in Montale porta a compimento precedenti intuizioni poetiche della Bufera. Alata «trasmigratrice Artemide ed illesa, / tra le guerre dei nati-morti», la cui fronte «si confonde con l'alba» in Giorno e notte è «visiting angel» (l'Arcangelo Gabriele dell'Annunciazione), «Cristòfora», portatrice di Cristo, nel relativo autocommento in cui il poeta spiega: «perché la visitatrice annunzia l'alba? Quale alba? Forse l'alba di un possibile riscatto, che può essere tanto la pace quanto una liberazione metafisica».
Il «simbolo» delle Occasioni evolve dunque nella Bufera in «mito». Funzionali a questa elaborazione sono tutte le implicazioni semantiche che confluiscono e si raggrumano nel polivalente termine «Iride»: col significato di farfalla è «tardi uscita dal bozzolo, mirabile / farfalla» (mentre il poeta si è specchiato nell'imbozzolata Crisalide) in Per un "Omaggio a Rimbaud"; come membrana dell'occhio è frequentatissimo segno salvifico della donna (dal «bagliore dei tuoi cigli» di Su una lettera non scritta, alla «luce dei tuoi occhi» di Giorno e Notte, fino a Verso Finistère ove lo sguardo dell'ispiratrice, «l'arco del tuo ciglio» è l'unico tramite fra il poeta e Dio: «Forse non ho altra prova / che Dio mi vede e che le tue pupille / d'acqua marina guardano per lui»). Ma l'asse portante della mitica elaborazione narrativa è proprio nella lirica Iride, in cui la donna Cristòfora che - come illustra il poeta - «aveva lasciato l'oriente per illuminare i ghiacci e le brume del nord, torna a noi come continuatrice e simbolo dell'eterno sacrificio cristiano. Paga lei per tutti, sconta per tutti. E chi la conosce è il Nestoriano, l'uomo che meglio conosce le affinità che legano Dio alle creature incarnate, non già lo sciocco spiritualista o il rigido e astratto monofisita». Ecco dunque il cuore della lirica: l'ebrea-cristiana, sradicata dalla sua terra di «Galilea» e in diaspora nella sua missione apostolica dal nord-Europa al nord-America, rivive nella sua carne il redentivo e «cattolico» (cioè universale) sacrificio di Cristo. Ed il poeta si rispecchia nel «Nestoriano», l'eretico che privilegia l'umanità di Gesù sulla sua divinità.

Vediamo il contenuto di questo non facile testo (di cui non pretenderemo di parafrasare ogni particolare: Montale stesso ha riconosciuto «gli appunti di “obscurisme”» che gli erano stati mossi, definendola l'unica sua poesia «onirica»: «Iride è una poesia che ho sognato e poi tradotto da una lingua inesistente: ne sono forse più il medium che l'autore»).
Entro l'orizzonte bellico (il «naufragio» di italiani ed ebrei) dal Canada, dove la donna si trovava, giungono al poeta pochi segni di lei: emblemi vegetali («pigne verdi» e «papaveri», come poi «resina e bacche» e infine «vischi e pungitopi»), ma soprattutto un segno sacramentale, il «Volto insanguinato sul sudario» (ove la maiuscola non lascia dubbi sul riferimento al Cristo) che dà speranza a Montale in un tempo di braccio di ferro con la morte («ossario»). Quel «Volto» è un «segno» che li unisce, eppure «li divide»: ha portato la donna lontano, almeno fisicamente, dal poeta. Questo tema del Redentore, asse portante della lirica con il suo potente crescendo, è ripreso nella seconda parte: dopo un'allusione all'episodio evangelico di Zaccheo («sicomoro») il «Volto insanguinato sul sudario» di Cristo torna come «maschera sul drappo bianco» ed «effigie di porpora» a guidare la missione di Iride, poi spiegata.

Siamo al “cuore” della lirica. Il poeta si rivolge alla donna con l'appellativo che dà il titolo al resto: «Iri del Canaan», Arcobaleno della Terra Promessa; luminoso, coloratissimo ponte tra la terra e il cielo; strada, dopo la tempesta, verso la salvezza. Ma perché la donna si è dileguata, ed è ora lontana dal poeta? Accostiamo le due perentorie risposte a distanza:

1) Perché l'opera tua (che della Sua / è una forma)
fiorisse in altre luci

2) Perché l'opera Sua (che nella tua / si trasforma)
dev'essere continuata.

Evidentemente è la struttura di iterazione più "variatio" che, nel ribadire un'idea (iterazione), ne modifica e approfondisce alcuni aspetti ("variatio"). Vediamoli:

1) la variatio più marcata è «fiorisse in altre luci» - «dev'esser continuata»: Iride ha dunque seguito il Crocifisso;
a) perché il suo annuncio si diffondesse nello spazio;
b) perché continuasse nel tempo.

2) Meno evidente ma teologicamente forse ancor più significativa è la "variatio" contenuta in parentesi e retoricamente sottolineata dal chiasmo «tua Sua - Sua tua»: l'accento passa dal punto di vista ascendente (Iride che riconosce il proprio lavoro come «una forma» della presenza del divino sulla terra) a quello discendente (è il divino che prende l'iniziativa di far coincidere il proprio volto con quello di Iride e attraverso lei rendersi incontrabile); potremmo dire che l'accento passa dalla generosità personale alla più vincolante obbedienza di fronte a una evidenza.

3) La variatio grafica, nel passaggio dal "tondo" al "corsivo", accorgimento con cui Montale evidenzia i termini decisivi, rende ancor più perentoria questa conclusione.

Postato il 19 maggio 2010

07 maggio 2010

La frangia dei capelli

La frangia dei capelli che ti vela
la fronte puerile, tu distrarla
con la mano non devi. Anch’essa parla
di te, sulla mia strada è tutto il cielo,
la sola luce con le giade ch’ài
accerchiate sul polso, nel tumulto
del sonno la cortina che gl’indulti
tuoi distendono, l’ala onde tu vai,
trasmigratrice Artemide ed ilesa,
tra le guerre dei nati-morti; e s’ora
d’aeree lanugini s’infiora
quel fondo, a marezzarlo sei tu, scesa
d’un balzo, e irrequieta la tua fronte
si confonde con l’alba, la nasconde.

Tratto da La bufera

Montale: La bufera in un bicchier d’acqua

I 56 testi sono legati a ricordi personali e alla cronaca, soprattutto degli anni ’70
di Silvio Ramat
Non dubito che qualcuno sarebbe disposto a sborsare cifre enormi per accaparrarsi, ove mai esistesse, l’ingiurioso epigramma indirizzato da Ugo Foscolo al ciabattino reo di avergli confezionato un paio di stivali troppo stretti; o il sirventese in cui Teofilo Folengo confida a una signora di detestare, lui mantovano, i tortelli di zucca. Ogni documento dei grandi è (forse) grande anch’esso. Grande o quantomeno prezioso. Ora, venendo a Montale, chi avanzerebbe riserve circa la sua «grandezza»? Non, certo, chi come il sottoscritto, per anagrafe e per elezione, abbia formato il proprio gusto su tre libri che si chiamano Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera. Un trentennio abbondante (1925-1956) di poesia italiana ed europea ne rimane tuttora improntato con mirabile autorevolezza. Dopo, si sa, quel poeta mosse per altre vie, tacque per un po’ e, nei primi anni ’60, ruppe un silenzio che implicava sfiducia nella residua funzione della poesia, se non tout court nel suo diritto di cittadinanza.
Quel clima produsse gli Xenia, incorporati poi in Satura; e via via le raccolte a «diario» e a «quaderno»: esiti di un poetare non più ispirato dalle Muse, o tutt’al più sorretto da una musa appartata e povera (un’idea di «arte povera» accomunava adesso le pratiche della poesia e della pittura, in Montale!). Salvo sporadiche eccezioni, era un attribuire all’evento-poesia gratuità e fortuità assolute, nell’irrevocabile rinuncia a qualsiasi registro sublime e selettivo. L’edizione degli Altri versi precedette di pochi mesi la morte del poeta: il quale volle farsi postumo a se stesso con un Diario dichiarato appunto postumo, un gruppo di liriche che la depositaria, Annalisa Cima, si vincolò a non divulgare per un determinato numero di anni. Di quel Diario, nel 1997, alcuni contestarono - almeno in parte - l’autenticità, e sul discrimine vero/falso parole grosse volarono fra le contrapposte schiere dei letterati, o più precisamente dei filologi.
Per la verità, quelle carte denotavano usura di meccanismi e trasandatezza nella resa espressiva: cascami di un filato ormai stinto. La griffe emergeva sì e no. Imitare il vecchio Montale non era - non è - difficile, e ci si chiede se con tutto quel che avevamo (abbiamo) di lui, ci fosse proprio bisogno di estrarre da archivî e da buste sigillate un materiale di così modesto livello. Altro valore si riconosce agli epistolarî, che potranno sì mettere a nudo le debolezze e le manie del personaggio, ma aggiungono pur sempre qualche dato notevole, delineando una relazione, una «società». Ma per le poesiole abbandonate allo stato brado, o poco più che di graffiti, è diverso. Comporre in libro simili relitti non giova; è sufficiente custodirli, scrupolo doveroso, in luoghi adibiti ad hoc: tale il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, costituito da Maria Corti e che tra i primi donatori annoverò proprio il poeta degli Ossi.
Da quel benemerito Fondo - e per lascito di Gina Tiossi, che governò per trentasette anni la casa del poeta, anzi la vita di lui fino agli ultimi giorni - provengono i testi che Renzo Cremante e Gianfranca Lavezzi pubblicano intitolandoli dal primo di essi, La casa di Olgiate e altre poesie (Mondadori, pagg. XIV-100, euro 9,40): primo e staccato dal resto della serie per la sua datazione alta, 1963, mentre i più sono invece del decennio ’70, con qualche pezzo anche dell’80. Spesso trattasi di epigrammi, o di brani in stesura provvisoria di componimenti inclusi poi nelle raccolte del «terzo» o del «quarto» tempo della poesia montaliana. Solo in questa luce (ma senza il lampo di effettive sorprese) l’appassionato lettore troverà un qualche motivo d’interesse, col sussidio dell’apparato critico allestito dai due esperti curatori. Della grafia, che da ultimo tocca la soglia dell’indecifrabile rendono conto alcune riproduzioni fuori testo: traversate a volte da righe verticali, cassature a mo’ di avvertimento. L’autore li giudica scritti da non pubblicare. E dunque?
Un esempio di frammento-epigramma: «Gli è mancata purtroppo l’autoironia/ (la più importante che sia)». Montale si riferisce al Pascoli: a ribadire la sua antipatia per l’autore delle Myricae serviva un sì futile codicillo? Quanto al profitto che traeva spesso da notizie ricevute dai giornali o dalla televisione, una vicenda di sanguinosa gelosia tra pennuti, oltre a fornirgli l’argomento per un articolo sul Corriere, induce Montale a quattro battute: «Scienziati tedeschi appostati/ hanno scoperto che all’aquila/ basta un colpo di becco per decapitare/ l’adultera». Compendio o promemoria, qual è il loro peso?
Analoga delusione suscitano i calchi e ricalchi del facile cachinno apocalittico di parecchie e sovrastimate pagine dei libri più tardi. «Se un’esplosione ha prodotto/ l’universo,/ non potrebbe un altro botto/ disgregarlo?»: in esercizio non c’è tanto la curiosità per le teorie scientifiche (con le avvisaglie di una «fine del mondo») quanto il sarcasmo e l’acrimonia di pronta beva che caratterizzano varî luoghi di «diario» e di «quaderno». E a proposito del graffio montaliano sulle miserie dell’attualità politica, basti citare altri quattro versi, del ’76, legati allo scandalo Lockheed (l’«antilope» è il nome in codice di uno tra i maggiori indiziati): «i giorni dell’antilope furono tormentosi/ i giornali ne dettero i connotati/ o almeno un attendibile identikit/ anche se non fornito di quattro zampe». Qualcuno li giudica spiritosi? Buon per lui.
Più godibili per contro, i frammenti affidati al ricordo. E se la lirica eponima reimpiega cari lemmi de La casa dei doganieri e del Giglio rosso, là dove tornano in scena Clizia, le amiche di lei e il loro mondo, il motore, di aneddoto in aneddoto, gira con più grata e persuasiva musica. Almeno questo.
Nel novembre 2005, il Fondo pavese inaugurava alla Biblioteca Cantonale di Lugano una mostra documentaria di autografi, disegni, lettere e libri, «Da Montale a Montale»: eccellente esposizione, che dall’autografo de I limoni e di altre liriche giovanili ci accompagna sino ai tempi recenti, offrendoci anche varietà e minuzie, nessuna delle quali riesce però superflua nell’illustrazione della fisionomia del poeta. Il n. 42 del catalogo è il «Quaderno per appunti» (legatoria Piazzesi, Venezia) su cui Montale vergò i 56 componimenti dell’odierno «Specchio». Il notificarli, trascriverli e descriverli è certo operazione utile. Meno opportuno e lecito, per ragioni qualitative, sarebbe il promuoverli a «libro», se da un «libro» ci si aspettano integrazioni dell’identità di un poeta: e sia pure, nella fattispecie, della disincantata, riduttiva immagine di poeta senior che Montale si compiaceva di incarnare. Insomma non ci s’illuda, appassionati lettori, di scoprire, su questi fogli inediti, qualcosa che risulti, nella sostanza, inedito: un barlume - quand’anche paradossale - di novità.
«Il Giornale» del 6 novembre 2006

Montale, occasioni e bugie di un amore

Escono da Mondadori le lettere del Nobel a Irma Brandeis conservate al Gabinetto Vieusseux
di Cesare Segre
La doppia vita del poeta e l’ironia sugli scrittori nella corrispondenza con «Clizia»
L’«incontro disastrosamente stupido» dell’estate 1933 fra Eugenio Montale, allora direttore del Gabinetto Vieusseux, e Irma Brandeis, giovane e luminosa letterata americana venuta a Firenze per conoscere il poeta, avrebbe potuto impedire la deflagrazione di quello che fu il grande amore di Montale: un amore che influenzò persino il cambiamento di stile riscontrabile nel passaggio dagli Ossi di seppia alle Occasioni . Per fortuna la tenace ammiratrice chiese un secondo incontro, e dopo pochi giorni i due erano investiti dalla passione. L’amore per Irma (1905-1990), che Montale indica col senhal Clizia, permea quasi tutta l’opera successiva del poeta, sino alle ultime composizioni, sino al discorso del 1975, per il Premio Nobel, dove la cita, proprio come Irma Brandeis, per i suoi lavori su Dante. Irma Brandeis aveva buone credenziali: studiosa, oltre che di Dante, del Medioevo latino, ma anche del Futurismo, insegnava letteratura italiana nel Sarah Lawrence College e frequentava la Columbia University di New York, dove abitava; scriveva su riviste importanti. A molti lettori di Montale il suo nome giungerà nuovo. Vi fu infatti, tra gli amici che tutto sapevano, un impegno a non rivelare chi fosse in verità l’ispiratrice Clizia, almeno prima della morte del poeta. E rimaneva misteriosa la sigla I.B., nella dedica delle Occasioni . Solo negli anni Ottanta del Novecento il segreto fu svelato (in particolare da Luciano Rebay). Più tardi, Paolo De Caro dedicò a Irma due importanti volumi.
Finalmente Rosanna Bettarini pubblica, con una elegantissima introduzione, le oltre centocinquanta lettere di Montale a Irma; mancano quelle di Irma, forse distrutte dal poeta, ma se ne indovina il tono dalle citazioni che ne fa Montale stesso, e da una lettera di Irma non spedita (Eugenio Montale, Lettere a Clizia, a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, Mondadori, pagine XLVI-378, 25). Le lettere sono conservate presso lo stesso Gabinetto Vieusseux in cui avvenne l’incontro, dove fanno parte della Donazione Irma Brandeis.
L’evento è eccezionale. Potremo ora rileggere le poesie delle Occasioni , e in particolare «Costa San Giorgio», la splendida serie dei «Mottetti», «Palio», e così via, sulla filigrana di episodi anche minimi della vicenda erotica, narrata nella sua reale successione dalle lettere (così c’insegna a fare la Bettarini). Possiamo ricostruire il tessuto connettivo, le situazioni e gl’incontri raccontati nelle lettere e chiariti nelle note, precisissime. Possiamo osservare la fantasia nell’indicare con soprannomi spiritosi i conoscenti. Possiamo persino sentire la voce di Montale che spiega all’amica il senso e le allusioni di singole poesie che le ha spedito, e qualche volta le risentite dichiarazioni della donna che non vi si riconosce, o lamenta di essere persino contaminata con altre donne della memoria del poeta...
Se l’espressione del sentimento è il tema di base delle missive, va anche ricordato che si tratta di uno scambio epistolare fra due letterati, e che la fascinazione nasce pure dai sapori del racconto della quotidianità. Montale, grande affabulatore, è fecondissimo, qui, di schizzi di persone e incontri, di sapide maldicenze, ma anche di aneddoti estesi, che poi diventeranno racconti della Farfalla di Dinard , o che Irma viene invitata a trasformare in articoli per riviste americane. In più, queste lettere ci danno molti flash della vita culturale italiana negli anni che precedono la guerra, ci rappresentano i comportamenti non sempre dignitosi dei letterati rispetto alla corruzione prodotta dal regime.
A misurarla sul calendario, la passione dei due amanti ha avuto ben poco tempo per sfogarsi: due viaggi estivi di Irma in Italia (1933 e 1934), con gite a Venezia, Genova, Torino, Siena, e una terza apparizione nel 1938, quando il rapporto è già traballante, e Irma, tra le voci di guerra ormai minacciose, dà a Eugenio un addio che pensa, ed è, definitivo. Ma le lettere riempiono tutti i vuoti, ritmate anche dal sempre maggiore ricorso all’inglese (alcune sono completamente in quella lingua, non senza tentativi di scrittura poetica), e poi, con la crisi, dal ritorno all’italiano. Questa parabola coincide con curiosi cambiamenti nel modo di firmare (sempre comunque con le sole iniziali): sino alla fine del 1934 domina A., cioè Arsenio, uno degli eteronimi poetici di Montale; poi incomincia E., che significa forse non Eugenio ma Eusebio, soprannome di Montale per gli amici; alla fine, quasi con un distanziamento, si trova E.M., iniziali del nome all’anagrafe.
Qualche volta il lettore ha l’impressione di origliare o di ascoltare conversazioni troppo intime. Fatto sta che la precarietà degli incontri fra gli amanti, l’impossibilità di ufficializzare, o legalizzare, il loro legame derivano dalla presenza della Mosca (soprannome di Drusilla Tanzi), con cui Montale conviveva, e che nel 1963 sposò, poco prima della sua morte. Questa presenza, prima nascosta, poi confessata, è subito causa di grosse discussioni, e mette in rilievo insuperabili divergenze tra Montale e Irma. Irma ha una concezione borghese dell’amore, che va coronato, se possibile, col matrimonio; in più, romanticamente, vagheggia l’amore assoluto, eterno. Montale, trascinato dall’attrazione per Irma, non obietta, ma certo non sa condividere l’ottimismo che questi ideali implicano, la risolutezza che esigono. E ha ben presente, anche attraverso i trovatori, e Dante, e Petrarca, il potenziale poetico della distanza e del distacco (avrà pensato a Beatrice e a Laura); resiste, conscio della persistenza dei ricordi e dei sentimenti, all’idea di cambiare di sana pianta la sua vita, o peggio di trasferirsi in America, come Irma vorrebbe.
Così la Mosca, da ostacolo, si trasforma in pretesto. Non è certo gradevole cogliere il poeta mentre descrive le forme di comprensibile autodifesa della Mosca di fronte all’incombente abbandono: minacce di suicidio, invocazioni di pietà. E sfiorano il comico le reiterate assicurazioni di Montale a Irma: sarò libero fra tre mesi, o prima dell’estate, eccetera, con scadenze continuamente spostate lungo gli anni, sino a dare l’impressione di una totale inaffidabilità. Montale non vuol confessare un dato decisivo: che alla Mosca non è unito solo dalla riconoscenza per l’aiuto che gli ha dato in anni difficili, ma anche da un affetto profondo, che si scoprirà anni dopo (post mortem!) con le bellissime composizioni, queste sì matrimoniali, degli Xenia. Due vite ormai intrecciate, anche negli anni di Irma: alle mondanità che Montale descrive, lui e la Mosca partecipano insieme (come risulta, non certo dalle lettere, ma dalle annotazioni della Bettarini); persino al battesimo di un figlio di Vittorini, Eugenio e la Mosca sono i due testimoni.
Ma è meglio non almanaccare troppo su questa penosa vicenda, che mescola toni di tragedia borghese e storie di gelosia da rotocalco. Cerchiamo di evocare, anche grazie alle lettere ora stampate, la bella americana, le epifanie erotiche condivise con Montale, e poi torniamo a leggere le Occasioni e la Bufera, e a cogliervi le apparizioni della donna, trasformata dal poeta in una dea, portatrice di alti ideali e di salvezza.


Irma cara, è inutile che io continui a tacere nella speranza di un fiat a scadenza di poche ore. Ho già impedito (a torto o a ragione, chissà?) due suicidii, e ora mi prendo un po’ di riposo. Sono molto abbattuto moralmente, fisicamente e finanziariamente, quasi irriconoscibile. Non ho il coraggio di farmi vedere da Giovanna. Io non so che farò, non so nulla.
So (ed è cretino e criminoso il ripeterlo) che ti voglio, molto bene , disperatamente bene .E.

Mia cara Irma, se ubbidissi al mio istinto ti scriverei tutti i giorni, anche essendo, come sono, un cattivo epistolografo. Ma questa enorme città mi porta via tutto il tempo e alla sera non trovo né la pace necessaria né una penna decente... Sono contento che ti rivedrò tra pochi giorni - ma rattristato dalla tua prossima partenza. Dovrò passare un altro inverno imbecille a Firenze, senza essere neppur certo di rivederti la prossima estate. A.

«Corriere della sera» del 27 aprile 2006

Montale: l’amore senza coraggio

Non riuscì mai a spezzare il legame con Drusilla «la Mosca» per raggiungere Irma Brandeis a New York
di Silvio Ramat
Leggendo Montale per me o tentando di «spiegarlo» ad altri, avevo sempre pensato e proclamato le manchevolezze dei suoi umani amori: come se ogni volta la loro funzione fosse legata a un esito di poesia e perciò il valore di un sentimento si misurasse da quello dei versi che aveva saputo ispirare. Ma oggi, di fronte alle Lettere a Clizia, curate da Rosanna Bettarini (autrice anche dello splendido saggio introduttivo), Gloria Manghetti e Franco Zabagli (Mondadori, pagg. XLV-376, euro 25), non potrei confermarmi in quell’opinione, anzi la giudico superficiale e presuntuosa, visto il carico di ansioso dolore che grava su questo percorso a ostacoli, lungo il quale a un dato momento si registra la sconfitta: se non d’una passione, del disegno che l’ha tenuta in vita per anni.
Quale disegno, quali anni? Nell’estate del 1933 Montale, a Firenze, dirige il Gabinetto Vieusseux (goliardicamente ribattezzato «WC» nell’epistolario), e qui gli fa visita una graziosa borsista americana, Irma Brandeis, ammiratrice degli Ossi di seppia. Per entrambi è il colpo di fulmine, e poche settimane passate insieme bastano a far sì che, quando lei si reimbarca per gli Stati Uniti, all’inizio di settembre, il progetto di ricongiungersi appena possibile e for ever, di là o di qua dall’Oceano, sembra concreto. È l’argomento che pervade e giustifica, da allora e per oltre un quinquennio, lo scambio epistolare fra il poeta e colei che più tardi, ormai irrecuperabilmente remota, riceverà da Montale il mitologico, solare nome di Clizia. È doveroso che la raccolta di queste 155 lettere (del 1933-39, integrate da un postremo biglietto del giugno 1981: Montale morì poi in settembre) s’intitoli, appunto, A Clizia, giacché la sua persona si fa sùbito, virtualmente e di fatto - cioè nei versi -, anche personaggio. Sono per lei o meglio le appartengono quasi l’intero corpo dei Mottetti, nucleo del futuro (1939) libro de Le occasioni, e altre liriche: a cominciare da Costa San Giorgio (1933) non facile da sceverare nei suoi oggetti simbolici ma, secondo Montale - che, attingendo al proprio individuale patrimonio di poeta, nei primi tempi si firma «Arsenio» -, talmente connessa all’ardente avvio della loro storia da non poter risultare enigmatica all’intelligenza di Irma.
Come è quasi regola per i carteggi che lo coinvolgono, ci mancano le lettere a Montale. È fama ch’egli usasse distruggerle, o le smarrisse: di tutto incolpando traslochi, alluvioni e accidenti varî. Così, di Irma-Clizia ci rimane, acclusa all’odierno volume, un’unica lettera - del 21 febbraio 1935 - perché mai spedita: documento della sempre più drammatica temperatura di una relazione svoltasi quasi interamente per iscritto, dato che furono appena tre, e brevi, i soggiorni italiani di lei: nelle estati del 1933, del ’34 e del ’38.
Fin dal 1983 la Brandeis (1905-1990) aveva affidato ad Alessandro Bonsanti, per decenni direttore del Vieusseux, queste lettere: da conservare nell’Archivio fiorentino che oggi a Bonsanti s’intitola, col patto che venissero dissigillate e rese pubbliche dopo almeno venti anni. E adesso, a carte scoperte, il capitolo montaliano che ci si dischiude è complicato solo se badiamo alla proliferante aneddotica di cui, per divertire l’amata, Montale è prodigo, magari aiutandosi con qualche disegnino spiritoso. Sono episodî e raccontini (Irma, che ne scrive di suoi per il New Yorker, potrebbe all’occorrenza trarne spunto), con personaggi buffi e improbabili, in anticipo sul gusto che nel dopoguerra caratterizzerà le prose della Farfalla di Dinard; eventi per lo più banali a specchio della cerchia, letteraria e non, di una Firenze che Montale vive e rappresenta in un periodo di fascismo consolidato quanto grottesco e fatuo nelle sue manifestazioni.
Complicato, sì dunque, ma solo per la varietà delle comparse, l’organico delle lettere a Clizia; semplice, invece, e addirittura elementare nella sostanza, che si riduce a un dilemma: trovare o no il coraggio, per questo amore nuovo e meraviglioso, di dire addio all’altra donna, più anziana di lui, che da anni ha accolto il poeta nella propria casa. Del ruolo e della stessa esistenza di lei (Drusilla Tanzi, ossia «la Mosca», evocata post mortem negli Xenia, ma qui nel carteggio designata con una reticente, intimorita X) Montale tace con Irma fino all’estate del 1934. Dopo, non c’è più facoltà di allentare la stretta di quel nodo, e si capisce, poiché il gioco si svolge sopra un terreno infido, reso più infido dalle scenate ricattatorie: la Mosca minaccia di suicidarsi se lui andrà a vivere con Irma. Questo lo terrorizza e gl’impedisce di veder chiaro nel proprio domani, che in auspicio comporta un impiego a New York: idea accarezzata a più riprese ma con un fervore piuttosto pigro, inadeguato alla bisogna. Lui promette, fissa e di continuo rimanda le scadenze; cerca di farsi, se non compatire, giustificare da Irma per la lentezza - in verità è una stasi fatale - del processo liberatorio. Del vincolo che lo angustia dà anche un’interpretazione freudiana, dichiarandosi (marzo 1936) prigioniero di un complesso di Edipo che lo rende «vile e contraddittorio»; e nell’ottobre del ’38, ribadito che è sicuro di spezzare il laccio, sostiene di non odiare X, bensì di averla collocata al posto della propria madre. Ora, siccome le madri spesso divorano i figli, lui non vuol farsi ingoiare da lei!
Pressappoco una metà di queste lettere sono vergate in inglese. Un inglese «pessimo», che Montale tuttavia adopra perché «traduce meglio» i suoi «sentimenti», laddove - confessa - «quando ti scrivo in italiano mi trovo improvvisamente speechless. Mi pare di essere un altro e che tu pure sia un’altra». Quali sentimenti? Nessun vocabolo ha in queste lettere una frequenza pari a quella di «orrore» (e dei connessi «orribile», «orrendo»...), indice di un peggioramento irreversibile della condizione di Montale. Domandarsi se egli sapesse o no, in cuor suo e fin da principio, che la storia si sarebbe conclusa così malamente non ha gran senso; il lettore comincia a intuirlo abbastanza presto, ma solo verso l’epilogo - durante il 1938 - nelle reiterate dilazioni dell’ora zero dell’affrancamento avverte un segno più remissivo, come di chi, avendo calcolato il rapporto di forze tra sé e l’avversario, più non dubiti della propria inferiorità.
E malgrado vada in porto la non agevole pratica di staccarsi dal Vieusseux - si perde lo stipendio ma anche si rimuove uno dei due ingombri al volo felice tra le braccia di Clizia -, stanchezza e fatica man mano prevalgono, e quell’«orrore» che Montale sente in sé e di sé, della (e nella) propria esistenza è fomite a una disperazione che nessuna conferma alleggerisce, non, per esempio, questa (26 novembre 1938): «... tutto procede normalmente e ogni giorno che passa è un giorno di meno del tempo negativo della nostra separazione». All’altro capo del filo, anche se non ne possediamo i documenti espliciti, Clizia avrà capito da un pezzo l’antifona. Diminuisce, a questo punto, la voglia di descrivere le imprese dei fiorentini, stanziali o di passaggio, e poco spazio si riserva ai taglienti pareri su protagonisti e comprimarî di un mondo che gli occhi di Clizia avevano afferrato di scorcio.
Nel carteggio scorrono le trattorie, gli osti, le botteghe capaci di suscitare il ricordo... In anni di generalizzato ossequio al Duce («il Cardinale» nel cifrario del carteggio), v’è chi approva e s’adegua, come Ungaretti, e chi si sceglie una strada più defilata. In proposito, la tipologia è vasta, e d’altronde a Clizia piace che le si parli di Loria «monster of Lochness», o di Saba «con la sua testa pelata e la sua ossessione psicoanalitica»; di Moravia (bravo ma supponente e negato a intender la poesia), o di curiose coppie come i Praz e i Piovene; di Vittorini, di Bonsanti, dei simpatici Gadda e Palazzeschi... Irrompono fra gli altri due giovani fenomeni: il filologo poliglotta Contini e l’onnivoro Bazlen, mentre nell’area parentale spicca la figura della sorella Marianna, uccisa dal cancro nel 1938.
La lirica montaliana avrebbe dischiuso parecchi dei suoi segreti solo sul tardi, specie negli Altri versi, stampati davvero in extremis. Lì, accanto a Clizia, riemergono dalla memoria le amiche di lei e quella Pensione Annalena, in via Romana a Firenze, che le ospitò nel fatidico luglio del 1933. Avessimo anche le sue lettere, vorremmo ripercorrere questa relazione d’amore dalla parte di lei, di Clizia, sulla cui vita e opera di scrittrice e studiosa esistono pur testimonianze e ricerche molteplici. Tra di esse, due recenti monografie di Paolo De Caro, Journey to Irma e Irma politica, riferimenti obbligati nelle più che ottanta pagine di note che corredano il volume. Del modo in cui Montale seppe e riuscì ad amarla, queste lettere dicono sinceramente lo slancio e i limiti. «Ti scriverò sempre, se permetti. E ti abbraccio, ma con un orrore e una vergogna infinite. Non posso scrivere a mano perché le mani ballano il fandango», è il congedo che il «tutto tuo E.» pone alla penultima lettera (23 giugno ’39); poi nell'ultima, dell’11 dicembre ’39: «Io ti voglio più bene dei miei occhi e non so perché insisto a restar vivo: forse perché l’ho promesso a te? Tutto è troppo orribile». Più d’una di queste parole, cupe e sfiduciate, si trasferirà nelle liriche degli anni che s’approssimano, quelli 1940-43 di Finisterre: ma chi attraverso le lettere di Montale a Clizia segua il percorso di una passione autentica e sfortunata, non avrà certo come suo primo impulso quello di verificare la portata degli eventuali travasi dal registro epistolare al registro della poesia.
«Il Giornale» del 12 luglio 2006