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20 gennaio 2013

Gli sviluppi della storiografia durante la tarda repubblica

di Paolo Di Sacco e Mauro Serìo
Brano tratto dal volume Il mondo latino (Ediz. scolast. Bruno Mondadori 2000, vol. 2, pp. 40 – 44)
È nell’età cesariana che, dopo un lungo periodo d’incubazione, nasce la grande storiografia di Roma. Le opere di Cesare e di Sallustio, lungamente preparate dagli esordi dell’annalistica pontificale, dall’amorevole ricostruzione delle Origines catoniane, dal sorgere dell’autobiografia e dai paralleli sviluppi di un’annalistica «drammatica», più incline al racconto e al coinvolgimento patetico, dei lettori, portano infine a maturazione quella tendenza alla memoria nazionale e all’esaltazione delle virtù civiche che contrassegnava da sempre il DNA della cultura romana.

Fermenti di novità e passioni politiche
Sul finire del II e all’inizio del I secolo a.C. erano emerse importanti novità nel genere storiografico, fino ad allora dominato dal modello annalistico: si è già accennato al taglio decisamente contemporaneo dell’opera di Sempronio Asellione, dedicata quasi esclusivamente all’età dei Gracchi, e alla storiografia «drammatica» di Celio Antìpatro e soprattutto di Sisenna (quest’ultimo si restringeva pure agli ultimi decenni, trattando, in un pittoresco e acceso stile «asiano», della guerra sociale e del primo conflitto civile tra Mario e Silla); si sono registrati inoltre gli inizi dell’autobiografia, un genere connesso al prepotente sviluppo, in quest’epoca, dell’individualismo. All’autobiografia vanno ascritti i commentarii apologetici (in greco hypomnémata) scritti de vita sua da Marco Emilio Scauro, uomo eminente al tempo di Mario, dal versatile Lutazio Càtulo, che fu console e collega dello stesso Mario, da Rutilio Rufo e soprattutto da Silla. I ventidue libri dei Commentarii rerum gestarum sillani, purtroppo perduti, composti certamente per giustificare il proprio operato politico, erano cosparsi di prodigi, sogni premonitori, esagerazioni sui propri meriti: è un’autobiografia di forma «carismatica», che avrà un continuatore in Augusto, autore del resoconto ufficiale delle Res gestae, ma anche di un’autobiografia per così dire «privata», in cui menzionava i «miracoli» che ne avrebbero preceduto e accompagnato la fulminante carriera politica. Meno nuovi, a paragone di questi autori (specie di Sisenna), appaiono gli annalisti della successiva generazione, Quinto Claudio Quadrigario, Valerio Anziate e Licinio Macro: il loro impianto compositivo e il loro stile ricorda più da vicino il modello storiografico più tradizionale. Gli Annales di Quadrigario costituiscono una storia generale di Roma (il punto di partenza è il saccheggio gallico del 390 a.C.); manifestano buone qualità narrative e prediligono soffermarsi sugli episodi famosi e su personaggi eroici. Un diretto precursore di Tito Livio (che però non lo cita mai) fu Valerio Anziate, autore in stile arcaizzante (invenuste, dirà Frontone, cioè "senza eleganza") di una storia monumentale in 75 libri, in cui man mano preponderava l’epoca più vicina all’autore; ce ne è rimasto pochissimo. Su Quadrigario e Anziate non abbiamo alcuna notizia circa la loro collocazione sociale; forse erano semplici storici letterati. Un personaggio della nobilitas era invece Licinio Macro, padre dell’oratore e poeta Licinio Calvo che fu, come si è detto, un poëta novus e amico di Catullo. Gli Annales di Macro non erano tra i più vasti, ma godevano di buon credito anche per il ricorso a fonti inconsuete.
In generale, nella storiografia di Roma non si è mai affermato un metodo critico paragonabile a quello utilizzato dal greco Polibio; la ricerca dell’obbiettività è scarsa; sembra, anzi, in quest’epoca, di assistere ad un rigurgito di storiografia aristocratica. Gli autori, da un lato, sono permeati di ammirazione per le virtù del popolo romano (da qui la frequente esagerazione sul numero dei nemici vinti, oppure l’irrisione dei nemici sconfitti e la celebrazione delle virtù di disciplina e di eroismo silenzioso dei milites), secondo un tratto tipico dell’annalistica romana di ogni tempo, dall’altro, appaiono preoccupati di diminuire i propri avversari politici e d’innalzare il merito delle gentes vicine (Valerio, com’è logico, esalta i Valerii a detrimento dei Claudii; all’opposto si comporta Quadrigario, nemico dei Fabii; Licinio Macro innalza i Licinii). Del resto le passioni politiche divampavano con violenza in un’età di sommovimenti istituzionali e la storiografia accentua ulteriormente il proprio ruolo di diretto intervento nella vita politica della respublica.

Cesare e i confini dei commentarii
Sul finire del I secolo a.C., in piena età cesariana, un po’ tutti i generi storiografici sono in fermento anche se si avverte la generale mancanza di storici con polso e qualità di veri scrittori: una lacuna che sarà colmata solo da Sallustio e naturalmente da Cesare. Quest’ultimo portò a maturazione un genere che aveva già dato interessanti preannunci: il commentarius, il cui scopo era tradizionalmente quello di fornire materiali per gli storiografi delle età successive. Sappiamo che commentarii de vita sua offrì anche Varrone (su Pompeo e sulla propria attività di legato nell’esercito pompeiana); lo stesso Cicerone scrisse, in latino e forse anche in greco, commentarli sul proprio consolato, non riuscendo tuttavia a trovare uno storico disponibile a rielaborare quei materiali in opere più compiute per concezione generale e per definizione formale. Cicerone diede anche un’autodifesa della propria azione di console in un commentario (De consiliis suis) scottante per le accuse contro Cesare, sospettato di aver fatto parte della congiura di Catilina; incompiuto, il resoconto ciceroniano venne pubblicato solo dopo la sua morte. Ma nel genere del commentarius il capolavoro venne da Cesare, con le sue due opere sulla guerra gallica (in sette libri) e sulla guerra civile (in tre libri). Si tratta, in verità, di scritti assai più elevati, per disegno generale e per esiti artistici, del semplice commentarius. La precisione stilistica, la nettezza della ricostruzione, l’impressione generale di una nuda, limpida obiettività, fanno del Bellum Gallicum e del Bellum civile due raggiungimenti memorabili, il cui destino fu analogo a tante autentiche opere d’arte: quello di non essere capite dai contemporanei, venendo semmai riscoperte in tempi recenti. La teoria atticista fornisce a Cesare il modello di una lingua sobria, supremamente chiara, che utilizza il lessico urbano delle persone colte senza ostentazione né, d’altra parte, senza sciatterie o colloquialismi. Se non fosse per il monumento che, pagina dopo pagina, il comandante-scrittore eleva consapevolmente alla sua truppa (non allo stato, si badi bene) e in ultima analisi a se stesso, alle proprie qualità demiurgiche di «capo», e se non fosse per le rare ma significative accensioni stilistiche, come i discorsi diretti e le drammatizzazioni di talune scene (si veda l’ultimo libro di ciascuna opera), si potrebbe con ragione sostenere che Cesare abbia mantenuto in vita il vecchio impianto dei commentarii. Nel caso specifico, egli utilizza ricordi e appunti personali e i rapporti via via inviati al senato sul proprio operato; ma in realtà Cesare si è mantenuto fedele a questo impianto e insieme, con piena coscienza, lo ha superato. Il genere del commentarius raggiunge in tal modo i suoi confini e li infrange, confluendo nell’historia propriamente detta: un esito possibile solo ai grandi autori.

Origini greche della biografia
Un genere di moda in quest’epoca è la biografia, nata in Grecia ma priva di una tipologia stabile, oscillando tra la storia propriamente detta e l’elogio. L’ellenismo greco aveva dato biografie di diverso tipo: aneddotiche, incentrate sul ritratto di un qualche personaggio celebre, colto nella sua vita privata e pubblica; erudite, sul tipo di quelle confezionate dai filologi alessandrini e premesse alle loro edizioni di testi poetici; più rare di stampo politico-ideologico, in cui il biografato assurgeva a modello di virtù civili o militari. Vi erano anche biografie di filosofi, in cui il racconto della vita esemplare di un saggio era abbinato alla presentazione del suo pensiero: il tema era allora l’ascesa alla perfezione morale, attraverso i vari gradini previsti dalla dottrina. Su questa falsariga si svilupperanno le future vite dei santi cristiani. Di volta in volta potevano prevalere intenti narrativi e artistici oppure più didascalici, finalizzati cioè a un riassunto ordinato di notizie. Incroci con la storiografia vera e propria erano frequenti e, anzi, gli storiografi (specie quelli, come Teopompo, di scuola isocratea, i più attenti alla caratterizzazione antropologica) attingevano spesso a materiali biografici. Con il tempo, si era fissato in Grecia un modello di narrazione biografica condotta attraverso «rubriche», ovvero per schede, che disponevano i vari aspetti del personaggio secondo un ordine prefissato (famiglia, amici, luogo e circostanze della nascita, credenze religiose ecc.). Non erano mancati però esempi di una narrazione più continuativa, che esponeva in ordine i fatti dalla nascita alla morte. Non necessariamente la ricostruzione doveva essere integrale; ci si poteva soffermare su uno o più momenti significativi della vita del personaggio. L’accento era posto sui tratti privati del biografato, a differenza della storiografia, che si concentrava sul suo operato pubblico. Un impulso a contrapporre vizi e virtù venne dalla scuola filosofica degli aristotelici, attenta fin da Aristotele e Teofrasto alla caratteriologia etica; ne nacque il tipo classico della biografia antica, che deduceva il carattere (ethos) dell’uomo dalle sue azioni (práxeis): abitudini quotidiane e gesti comuni divenivano altrettanti segni di prerogative morali, che potevano anche essere negative.

La biografia a Roma
A Roma la biografia aveva avuto le sue prime manifestazioni nelle iscrizioni funebri e nei tituli (le iscrizioni sotto le statue), oltre che nei più ampi e celebrativi elogia o laudationes funebres, i discorsi ufficiali sulle virtù del defunto, che contenevano gli elementi biografici essenziali e che venivano conservati nell’archivio della gens. Alla base di queste manifestazioni vi era infatti l’orgoglio gentilizio, il senso di appartenenza a una delle gentes aristocratiche.
Un tipo di biografia più vicino agli esempi greci si sviluppò nell’ultima parte del II secolo a.C., sul tronco di quel genere "minore" costituito dall’autobiografia e dai commentarii. Sappiamo del completamento in direzione biografica dei Commentari di Silla approntato da un suo liberto, Cornelio Epicado: è il primo biografo latino di cui conosciamo il nome. Un liberto di Pompeo, Voltacilio Pitolao, compose in più libri le biografie di Pompeo Magno, il rivale di Cesare, e di suo padre, Gneo Pompeo Strabone.
A sé stavano i ritratti su personaggi romani e greci famosi nel campo della politica e della cultura, composti da Varrone nelle Imagines: al vero e proprio ritratto iconografico (fu questo il primo libro romano di cui abbiamo notizia) si accompagnavano brevi biografie, modellate sulla tradizione scolastica degli eruditi greci. Il medesimo modello agì sull’altra opera biografica di Varrone, il De poëtis.

Cornelio Nepote e i suoi «uomini illustri»
Nulla però ci resta di questa produzione di vari autori, mentre è giunta fino a noi una parte (piccola, rispetto all’insieme originario) dell’opera di Cornelio Nepote, che fu l’autentico fondatore della biografia letteraria romana. Contemporaneo di Catullo e dei poëtae novi, Cornelio come loro proveniva dalla Gallia Cisalpina.
Oltre ai tre libri dei Chronica, una vasta compilazione di storia universale, scrisse il De viris illustribus, in almeno sedici libri (pubblicati forse nel 34 a.C.), in cui raccontava la vita di molti uomini famosi, distinguendoli per categorie (re, generali, poeti, storici e altri) e raggruppandoli alternativamente in romani e stranieri, cioè greci, secondo il modello delle Imagines varroniane; mettendo a confronto le glorie nazionali con i migliori esemplari della civiltà greca, egli contribuì effettivamente a sprovincializzare la cultura di Roma: abitudini di vita diverse non erano meno degne di rispetto di quelle raccomandate dal mos maiorum.
Sul piano storico Cornelio ha scarso valore, per l’insufficiente controllo delle fonti citate e la propensione a dare rilievo agli aspetti moralistici del racconto biografico; non mirando a un pubblico in cerca di un’informazione approfondita, il suo scopo rimane divulgativo e aneddotico. Buon piglio narrativo e uno stile disinvolto, anche se talora un po’ trascurato, con espressioni quotidiane e arcaismi, caratterizzano la sezione giuntaci dell’opera (De excellentibus ducibus exterarum gentium, che comprende 22 biografie di comandanti stranieri, 19 dei quali greci), accanto a due vite del De historicis Latinis, quelle di Catone il Censore e di Attico.

Il programma di Cicerone: la storiografia come opus oratorium maxime
Autobiografie, biografie, commentarii non rispondevano però ancora a quella domanda di storiografia letteraria in senso "alto", modellata sui grandi storici greci (Erodoto, Tucidide, Senofonte, prima ancora di Polibio) dell’età classica, che veniva avanzata per esempio da Cicerone. Scrivendo nel giugno del 56 a.C. a un certo Lucceio, uomo politico e storico che stava allora approntando un’opera storica sui decenni precedenti, Cicerone gli chiese di illustrare approfonditamente le glorie del proprio consolato; non venne accontentato da Lucceio, ma la lettera ciceroniana (Ad familiares V, 12) è ugualmente importante sul piano programmatico, come fondazione di una storiografia oratoria, artisticamente elaborata: una storiografia dunque narrativa (o "mimetica") e non pragmatica sul modello polibiano; una storiografia capace d’impressionare e coinvolgere il lettore-ascoltatore anzitutto per la cura dello stile e l’avvincente concatenazione dei fatti narrati. Lo storico, aggiunge Cicerone nella stessa lettera, può mirare a suscitare nei lettori sentimenti di compassione: il contemplare vicende dolorose, che appartengono ad altri e al loro passato, habet delectationem, produce per compenso una sensazione di piacere. Questa purificazione delle passioni o kátharsis era lo scopo anche della tragedia; qui Cicerone guarda ai peripatetici e all’impostazione "prosopografica" (da prósopon, "personaggio") che essi conferivano alla storiografia, incentrandola sul personaggio-eroe. Non dimentica peraltro la componente diciamo "polibiana" della riflessione politica; si augura infatti che Lucceio individui le cause dei recenti moti civili e rivoluzionari e suggerisca le soluzioni ai problemi. Su tale programma Cicerone tornò in un passo del trattato retorico De oratore, in cui sono però maggiormente sottolineate quelle esigenze di obiettività e di scrupolo storico che nella lettera a Lucceio apparivano messe quasi tra parentesi. L’imparzialità e il rigore sono, afferma Cicerone, i fundamenta, gli ovvi presupposti della storiografia; la loro traduzione concreta (exaedificatio) spetta poi ai contenuti (res), che devono essere i più precisi possibile, e allo stile (verba), cui si chiede il pregio della bella forma. Cicerone guarda a una storiografia consapevole degli artifici retorici che sono alla base dell’eloquenza, anche se poi l’effetto finale sarà diverso: allo storico si addice infatti "uno stile diffuso e pacato, che fluisce con dolcezza e privo di asperità, senza gli sbalzi e le punte polemiche tipiche dell’eloquenza dei tribunali" (De oratore II, 64). Il modello è qui offerto dalle opere di Erodoto e, più ravvicinatamente, dallo stile isocrateo, che ricorreva solo moderatamente ai colores della retorica e che risultava piacevolmente scorrevole e sintetico, Grazie a tale cura stilistica, l’opera storica potrà davvero divenire opus oratorium maxime ("opera essenzialmente di scrittori"), come Cicerone riassume nel De legibus (I, 1, 5). Si può ricordare anche un altro passo dello stesso De oratore: «la storia è testimone dei tempi, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita (magistra vitae), messaggera dell’antichità», che è, come commenta Domenico Musti, «il condensato della poetica storiografica di stampo isocrateo, come ha trovato accoglienza e fertile terreno in Roma».

La crisi della respublica nelle due monografie storiche di Sallustio
Agli auspici di Cicerone non rispose il suo amico Lucceio, ma Sallustio. Tuttavia, benché abbia effettivamente interpretato il genere storico come opus oratorium maxime, il primo grande storico romano non si scelse come modello Erodoto, bensì Tucidide; si adatta benissimo a definire lo stile sallustiano un ritratto dello stile tucidideo offerto, nel De Thucydide, dal retore greco Dionigi di Alicarnasso, che visse a Roma pochi anni dopo Sallustio: «Quelli che scrivono opere storiche, a cui si richiede magnificenza, solennità e un discorso che produca stupore, devono anzitutto mirare a uno stile ricco di termini insoliti, antichi e metaforici, lontani, perché strani e inusuali, dai costrutti comuni». Effettivamente ciò che colpisce immediatamente il lettore di Sallustio è proprio l’uso di uno stile «tucidideo», con gli arcaismi in funzione poetica, le trasposizioni nell’ordine del discorso, il troncamento di frasi e di periodi. Anche il modello di storia «drammatica» della scuola peripatetica, incentrato sull’ethos del personaggio, agiva però su Sallustio: in effetti le sue due monografie storiche, il De Catilinae coniuratione (sulla congiura di Catilina del 63 a.C.) e il Bellum Jugurthinum (sulla guerra in Numidia contro Giugurta del 111 - 105 a.C.), s’incentrano su un personaggio (Catilina nella prima, Mario nella seconda) cui è attribuito grande rilievo anche dal punto di vista dell’analisi psicologica e attorno al quale ruotano altri protagonisti di contorno (Cesare, Catone l’Uticense, Fulvia nella prima opera; Giugurta, Silla, Bacco nella seconda). A tale concentrarsi dell’attenzione attorno a una vicenda centrale, con le sue principali diramazioni, contribuisce la scelta, originalissima, del sottogenere monografico: l’unico precedente di un qualche rilievo era lo sguardo monografico dedicato, in senso però più ampio, da Celio Antìpatro alla seconda guerra punica. L’impostazione monografica consente a Sallustio di focalizzarsi su un singolo problema storico, pur entro una visione più ampia della storia romana, e di confrontarsi così con le «malattie» di cui soffriva la respublica. Di tale crisi sono diagnosticate la genesi e le manifestazioni più acute e viene indicata una possibile terapia: la storiografia sallustiana è, secondo la migliore tradizione dell’historia a Roma, strettamente legata alla prassi politica. All’origine di tutto vi sono il deterioramento del mos maiorum (il moralismo è una componente decisiva in Sallustio e tale rimarrà in tutta la grande sto­ riografia romana, da Livio a Tacito) e la corruzione della nobilitas, incapace di porsi come guida autorevole dello stato. In Catilina lo storico emblematicamente incarna il rischio dell’avventura sovversiva e senza ritorno, connesso allo scadimento della lotta politica tra le factiones. Quanto ai rimedi, infine, la speranza dell’autore è riposta in Cesare, colui che potrebbe risolvere la crisi della respublica e ristabilire l’ordine su basi politiche nuove. Dopo l’uccisione di Cesare, tutte le speranze di Sallustio paiono però venire meno: un cupo clima di pessimismo domina le Historiae, l’opera sua di maggiore respiro, rimasta incompiuta per la morte (avvenuta nel 35 o 36 a.C.) e della quale ci sono giunti pochi frammenti.


Erodoto
Storico greco ( 484-424 a.C), nato ad Alicarnasso, in Asia Minore, da famiglia illustre. Poco sappiamo della sua vita; ancora giovane, andò esule a Samo, essendo la sua famiglia coinvolta nel fallito. tentativo di rovesciamento del tiranno Ligdami. Viaggiò molto, anche in Oriente e in Egitto. In Atene fu attivo nell’entourage di Pericle; leggeva pubblicamente, a pagamento, sezioni delle sue Storie. L’opera, suddivisa in nove libri, è dedicata ai rapporti greco-persiani (dal VII secolo a.C. fino alle guerre persiane del V secolo a.C.); non segue un ordine preciso, cronologico o geografico, ma ospita continue digressioni: perciò si è pensato che fosse nata da una serie di monografie autonome. Conobbe in ogni caso molti rimaneggiamenti nel corso dell’intera vita dell’autore, cosa che evidenzia il suo legame con l’arcaica cultura orale, anche dal punto di vista culturale (presenza di eventi favolosi; apertura enciclopedica a interessi etnografici, geografici ecc.; ambizione di dilettare il lettore, preservando la memoria delle imprese). Perciò, a paragone della storiografia più «scientifica» di Tucidide, le Storie furono ritenute opera «primitiva»; le recenti rivalutazioni hanno invece messo in luce lo straordinario talento narrativo di Erodoto e la sua sostanziale attendibilità.

Tucidide
Storico ateniese (460 ca - 404 a. C.), nato da famiglia agiata, forse imparentata con Milziade e Cimone; fu stratego in Tracia nel 424-423 a.C., ma non riuscì a impedire che il persiano Brasida conquistasse Anfipoli. Fu perciò esiliato da Atene; nei venti anni successivi (dall’inizio del 431 all’estate del 411 a. C) si dedicò alla sua opera storica, La guerra del Peloponneso, in otto libri dedicata al conflitto tra Sparta e Atene. Tucidide poté ritornare in patria e vedere la fine della guerra (403 a .C). Rimasta incompiuta, la Guerra del Peloponneso si apre con l’Archeologia, una serie di capitoli dedicati alla storia greca arcaica, e poi analizza minuziosamente le cause prossime del conflitto. Il racconto dei fatti bellici comincia dal secondo libro e procede scandito per estati e inverni, con grande rigore documentario e limitandosi unicamente alla sfera politica e militare. Grande rilievo «drammatico» assumono nella sua opera i discorsi, messi in bocca a diversi personaggi «così come mi sembrava - scrive lo storico - che potessero parlare». Tucidide, che adotta un linguaggio complesso, ricco di ipotassi, si pone lo scopo di un’analisi spassionata della natura umana, cosi da poter prevedere i futuri comportamenti degli uomini. La sua storiografia «scientifica» e politica ebbe molti imitatori, tra cui Polibio e Sallustio.
Postato il 20 gennaio 2013

28 gennaio 2011

Ecco perché non sappiamo leggere la storia

Paul Veyne tra studio dell'antichità e interpretazione del presente
di Laurent Larcher
Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo apparso su "La Croix" del 15-16 gennaio 2011
È accaduto due anni fa, negli incontri di Blois. Di fronte a un parterre di professori di storia e geografia, Paul Veyne, il volto nascosto dietro i suoi grandi occhiali, diceva divertito: "Sono per l'America, la corrida e il nucleare!". Il pubblico, educato, sorrise. L'aura da intellettuale, le sue amicizie (da Claude Roy a Michel Foucault) e la sua carriera (professore al Collège de France) lo proteggono da una scarica di legnate. Nessuno osa levare la propria voce contro l'eminente esperto dell'antichità. "Non sono un provocatore - reagisce oggi ricordando quell'episodio - è un controsenso pensarlo. Dico sempre alle persone quello che credo sia vero... soprattutto quando si sbagliano. Lo studio della storia antica mi ha mostrato quanto siamo pieni di idee false e di illusioni. Quando ero comunista, tutto si spiegava con il materialismo storico. Era un'idea falsa generalmente condivisa".
Abitato dalla parresìa greca (il "parlare vero") - tema al quale il suo amico Michel Foucault ha dedicato il suo ultimo corso al Collège de France - Paul Veyne, a ottant'anni, non ha peli sulla lingua.
Si dedica con forza, loquacità, passione e umorismo a quelle che chiama idee preconcette del nostro tempo, in storia come sull'andamento del mondo. Così, nel 2004, lo storico assesta un bel colpo mostrando che la conversione dell'imperatore Costantino era sincera: "Questo atto importantissimo mediante il quale l'impero romano diviene cristiano non era un calcolo politico, com'è ancora di bon ton insegnare o scrivere. Costantino non aveva nessuna ragione obiettiva per sposare il cristianesimo. Lo fece per convinzione religiosa. Questa conversione è incomprensibile agli occhi di coloro per i quali la storia è il terreno dell'economia, della politica e della sociologia", afferma infervorato.
Se difende la sincerità della conversione di Costantino, Paul Veyne se la prende con molti altri temi del momento: la nozione di "radici cristiane dell'Europa", una costruzione del pensiero; la celebrazione beata del darwinismo, "la mia bestia nera!"; le buone anime che denunciano la società consumistica.
Per queste ultime non ha parole abbastanza dure: "Sono dei privilegiati che ignorano la storia - sotto l'Ancien Régime, la vita dei nostri avi era totalmente sottoposta all'imperativo del consumismo - che disdegnano la nostra epoca e le sue attività giudicate poco elevate. Mi ricordano il disprezzo delle persone ingenuamente fasciste che ho conosciuto nel 1936: si tappavano il naso davanti al Fronte Popolare e al suo "materialismo di massa", opposto all'idealismo di Norimberga, più nobile e disinteressato!".
Se quest'uomo non ha paura di niente, se ama venire alle mani con gli imperativi categorici del pensiero comune, resta il grande agrimensore dell'antichità. Nella sua casa di Bédoin (Valchiusa), all'ombra del monte Ventoux, Paul Veyne mette il punto finale alla sua traduzione dell'Eneide. "La condizione quasi divina prestata a Virgilio ci porta a non rimettere in discussione la traduzione che abbiamo. È tuttavia inferiore ai testi in inglese o in tedesco".
Il professore riceve nel suo ufficio. Pile di libri, foto, un grande monitor, una stanza abitata dallo spirito dello studio. Sorridente, loquace, cordiale, a volte esplosivo. Paul Veyne offre una Perrier o un whisky e non nasconde la sua sorpresa se gli si dice di preferire, alle 10 di mattina, un caffè. "Essere subito sullo stesso piano di chiunque altro è un principio che mi viene dai miei anni comunisti. Con i miei giovani compagni dell'Ecole Normale avevamo adottato tre regole non negoziabili: restare semplici nei nostri rapporti, non approfittare mai della nostra posizione per dominare gli altri e dare del lei alle donne che ci concedevano i loro favori!".
Fra i libri accatastati gli uni sugli altri, alcuni ritratti e una foto storica, quella del gruppo Manouchain che sta per essere fucilato: "Questi uomini non mi lasciano mai". Nel corso della conversazione emerge un Paul Veyne serio ed esigente.
Per capirlo, occorre ricordare tre esperienze inaugurali, che lui confessa umilmente. La prima, solare, è la sua scoperta all'età di otto anni di un frammento di anfora. Questo tesoro gli apre il cammino della storia, dell'esperienza esistenziale al centro dell'attività storica: "Quel frammento era un oggetto di qui, si trovava sotterrato dove io vivevo. Eppure era completamente diverso da ciò che ero abituato a vedere. Ho fatto l'esperienza della sua estraneità rispetto alla nostra epoca e a me stesso. Era assolutamente affascinante".
La seconda esperienza, buia, è il modo in cui attraversa la guerra. "La mia famiglia era dalla parte dei tedeschi. E con lei ho preferito Hitler a Stalin. A tredici anni ero un giovane fascista. Non ho festeggiato la Liberazione. I miei occhi si sono aperti nel 1945, leggendo Julien Benda (La Grande Épreuve des démocraties). Ho capito quanto mi ero sbagliato. E per farmi perdonare, per espiare questa colpa terribile, ho aderito al partito comunista. Cosa sarei diventato, quali sarebbero stati i miei valori, se i nazisti avessero vinto la guerra? È una domanda che non ha mai smesso di assillarmi".
Terza esperienza, decisiva, la sua miscredenza. "Ho ricevuto, come tutti i bambini dell'epoca, un'educazione religiosa: sono stato battezzato e ho fatto la prima comunione. Ma un giorno, durante la guerra, all'uscita da un corso di catechismo, sulla spianata di Nimes, mi sono improvvisamente chiesto: condivido veramente la stessa fede del parroco? Non sentivo nulla, la mia testa era vuota. Non affermo la non esistenza di Dio. Ma io non ci credo, sono completamente sprovvisto di questa facoltà. Ho vissuto ciò come una malattia. Per questo ho dedicato più di quarant'anni della mia vita a "braccare" la pratica e il sentimento religioso nell'antichità greco-romana, come un asessuato che cerca di capire cos'è il piacere sensuale".
Tutta l'opera di Paul Veyne è legata a queste tre esperienze. Il frammento della sua infanzia, l'accecamento ideologico (fascista e marxista), la ricerca di Dio da parte di un "malato". Illuminata da questi elementi biografici, l'opera di Paul Veyne si comprende in modo nuovo.
Al centro dei suoi lavori sull'antichità greco-romana c'è l'idea che questa civiltà ci è completamente estranea: fra un romano del i secolo e un francese del xxi non c'è nulla o quasi nulla in comune. "Per avvicinarsi a questo romano, bisogna innanzitutto sapersi disfare di se stessi, accettare di spogliarci di tutto ciò che ci forma, ci modella, ci permea". Significa quindi che la ricerca storica è votata al fallimento? "Se diffido del presupposto universalista per il quale l'uomo è lo stesso ovunque, al di là del tempo e dello spazio, sono profondamente aristotelico nel senso che credo in un intelletto agente. La nostra ragione è capace di conoscere ciò che è intelligibile, ciò che rivela realtà pensate come la luce permette di cogliere il visibile".
Non possiamo pertanto rinchiuderci totalmente nella tradizione pirroniana. Paul Veyne confessa di essere anche tomista: "Ho qui tutta la Summa theologiae. La leggo e la medito regolarmente". È una sorpresa. Di fatto, dopo aver pubblicato il suo saggio sferzante (Comment écrit-on l'histoire?) Paul Veyne è stato innalzato fra i maestri della decostruzione. Anche se oggi si prende la testa fra le mani quando gli viene ricordato come il suo saggio, alimentato dal pensiero tedesco, abbia inferto un duro colpo alle pretese obiettive della disciplina storica.
Paul Veyne arrossisce quando gli viene ricordato che con lui la storia ha lasciato le rive della scienza per affrontare l'orizzonte incerto di un sapere imperfetto. Un lavoro di demistificazione che ha proseguito con l'antichità: il rapporto dei greci con i loro miti, la vita sessuale dei romani, la questione del dono pubblico, la figura dell'imperatore, la fine dell'impero.
In questo momento in cui ormai sa che la morte non è più un'idea, è abitato non dalla paura di morire ("La morte è la fine di tutto o ci conduce nell'anima del mondo?") ma dalla tristezza dell'effimero.
Paul Veyne ha appena pubblicato Mon musée imaginaire. Un magnifico viaggio nella pittura italiana che si può leggere come un modo elegante di scongiurare l'annichilamento. La pittura, in fondo, come bagliore dell'eternità. Ma anche, dinanzi agli orrori commessi dall'uomo, come possibilità di riscatto: "Claude Roy mi ha detto a proposito di un requiem scritto dopo la Shoah: "Un po' riscatta. Ma agli occhi di chi?"". Un interrogativo che sovrasta la biblioteca dello studioso allo stesso modo del verso di Malebranche: "Il Signore racchiude tutto nelle Sue braccia invisibili, il Suo verbo è la dimora delle nostre intelligenze, come quaggiù lo spazio è quella dei nostri corpi". Un verso che ha ascoltato da adolescente e che non lo lascia più. Perché? "Perché è magnifico e sconvolgente".



(©L'Osservatore Romano 21 gennaio 2011)
«A» del gennaio 2011

Ecco perché non sappiamo leggere la storia

Paul Veyne tra studio dell'antichità e interpretazione del presente
di Laurent Larcher
Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo apparso su "La Croix" del 15-16 gennaio 2011
È accaduto due anni fa, negli incontri di Blois. Di fronte a un parterre di professori di storia e geografia, Paul Veyne, il volto nascosto dietro i suoi grandi occhiali, diceva divertito: "Sono per l'America, la corrida e il nucleare!". Il pubblico, educato, sorrise. L'aura da intellettuale, le sue amicizie (da Claude Roy a Michel Foucault) e la sua carriera (professore al Collège de France) lo proteggono da una scarica di legnate. Nessuno osa levare la propria voce contro l'eminente esperto dell'antichità. "Non sono un provocatore - reagisce oggi ricordando quell'episodio - è un controsenso pensarlo. Dico sempre alle persone quello che credo sia vero... soprattutto quando si sbagliano. Lo studio della storia antica mi ha mostrato quanto siamo pieni di idee false e di illusioni. Quando ero comunista, tutto si spiegava con il materialismo storico. Era un'idea falsa generalmente condivisa".
Abitato dalla parresìa greca (il "parlare vero") - tema al quale il suo amico Michel Foucault ha dedicato il suo ultimo corso al Collège de France - Paul Veyne, a ottant'anni, non ha peli sulla lingua.
Si dedica con forza, loquacità, passione e umorismo a quelle che chiama idee preconcette del nostro tempo, in storia come sull'andamento del mondo. Così, nel 2004, lo storico assesta un bel colpo mostrando che la conversione dell'imperatore Costantino era sincera: "Questo atto importantissimo mediante il quale l'impero romano diviene cristiano non era un calcolo politico, com'è ancora di bon ton insegnare o scrivere. Costantino non aveva nessuna ragione obiettiva per sposare il cristianesimo. Lo fece per convinzione religiosa. Questa conversione è incomprensibile agli occhi di coloro per i quali la storia è il terreno dell'economia, della politica e della sociologia", afferma infervorato.
Se difende la sincerità della conversione di Costantino, Paul Veyne se la prende con molti altri temi del momento: la nozione di "radici cristiane dell'Europa", una costruzione del pensiero; la celebrazione beata del darwinismo, "la mia bestia nera!"; le buone anime che denunciano la società consumistica.
Per queste ultime non ha parole abbastanza dure: "Sono dei privilegiati che ignorano la storia - sotto l'Ancien Régime, la vita dei nostri avi era totalmente sottoposta all'imperativo del consumismo - che disdegnano la nostra epoca e le sue attività giudicate poco elevate. Mi ricordano il disprezzo delle persone ingenuamente fasciste che ho conosciuto nel 1936: si tappavano il naso davanti al Fronte Popolare e al suo "materialismo di massa", opposto all'idealismo di Norimberga, più nobile e disinteressato!".
Se quest'uomo non ha paura di niente, se ama venire alle mani con gli imperativi categorici del pensiero comune, resta il grande agrimensore dell'antichità. Nella sua casa di Bédoin (Valchiusa), all'ombra del monte Ventoux, Paul Veyne mette il punto finale alla sua traduzione dell'Eneide. "La condizione quasi divina prestata a Virgilio ci porta a non rimettere in discussione la traduzione che abbiamo. È tuttavia inferiore ai testi in inglese o in tedesco".
Il professore riceve nel suo ufficio. Pile di libri, foto, un grande monitor, una stanza abitata dallo spirito dello studio. Sorridente, loquace, cordiale, a volte esplosivo. Paul Veyne offre una Perrier o un whisky e non nasconde la sua sorpresa se gli si dice di preferire, alle 10 di mattina, un caffè. "Essere subito sullo stesso piano di chiunque altro è un principio che mi viene dai miei anni comunisti. Con i miei giovani compagni dell'Ecole Normale avevamo adottato tre regole non negoziabili: restare semplici nei nostri rapporti, non approfittare mai della nostra posizione per dominare gli altri e dare del lei alle donne che ci concedevano i loro favori!".
Fra i libri accatastati gli uni sugli altri, alcuni ritratti e una foto storica, quella del gruppo Manouchain che sta per essere fucilato: "Questi uomini non mi lasciano mai". Nel corso della conversazione emerge un Paul Veyne serio ed esigente.
Per capirlo, occorre ricordare tre esperienze inaugurali, che lui confessa umilmente. La prima, solare, è la sua scoperta all'età di otto anni di un frammento di anfora. Questo tesoro gli apre il cammino della storia, dell'esperienza esistenziale al centro dell'attività storica: "Quel frammento era un oggetto di qui, si trovava sotterrato dove io vivevo. Eppure era completamente diverso da ciò che ero abituato a vedere. Ho fatto l'esperienza della sua estraneità rispetto alla nostra epoca e a me stesso. Era assolutamente affascinante".
La seconda esperienza, buia, è il modo in cui attraversa la guerra. "La mia famiglia era dalla parte dei tedeschi. E con lei ho preferito Hitler a Stalin. A tredici anni ero un giovane fascista. Non ho festeggiato la Liberazione. I miei occhi si sono aperti nel 1945, leggendo Julien Benda (La Grande Épreuve des démocraties). Ho capito quanto mi ero sbagliato. E per farmi perdonare, per espiare questa colpa terribile, ho aderito al partito comunista. Cosa sarei diventato, quali sarebbero stati i miei valori, se i nazisti avessero vinto la guerra? È una domanda che non ha mai smesso di assillarmi".
Terza esperienza, decisiva, la sua miscredenza. "Ho ricevuto, come tutti i bambini dell'epoca, un'educazione religiosa: sono stato battezzato e ho fatto la prima comunione. Ma un giorno, durante la guerra, all'uscita da un corso di catechismo, sulla spianata di Nimes, mi sono improvvisamente chiesto: condivido veramente la stessa fede del parroco? Non sentivo nulla, la mia testa era vuota. Non affermo la non esistenza di Dio. Ma io non ci credo, sono completamente sprovvisto di questa facoltà. Ho vissuto ciò come una malattia. Per questo ho dedicato più di quarant'anni della mia vita a "braccare" la pratica e il sentimento religioso nell'antichità greco-romana, come un asessuato che cerca di capire cos'è il piacere sensuale".
Tutta l'opera di Paul Veyne è legata a queste tre esperienze. Il frammento della sua infanzia, l'accecamento ideologico (fascista e marxista), la ricerca di Dio da parte di un "malato". Illuminata da questi elementi biografici, l'opera di Paul Veyne si comprende in modo nuovo.
Al centro dei suoi lavori sull'antichità greco-romana c'è l'idea che questa civiltà ci è completamente estranea: fra un romano del I secolo e un francese del XXI non c'è nulla o quasi nulla in comune. "Per avvicinarsi a questo romano, bisogna innanzitutto sapersi disfare di se stessi, accettare di spogliarci di tutto ciò che ci forma, ci modella, ci permea". Significa quindi che la ricerca storica è votata al fallimento? "Se diffido del presupposto universalista per il quale l'uomo è lo stesso ovunque, al di là del tempo e dello spazio, sono profondamente aristotelico nel senso che credo in un intelletto agente. La nostra ragione è capace di conoscere ciò che è intelligibile, ciò che rivela realtà pensate come la luce permette di cogliere il visibile".
Non possiamo pertanto rinchiuderci totalmente nella tradizione pirroniana. Paul Veyne confessa di essere anche tomista: "Ho qui tutta la Summa theologiae. La leggo e la medito regolarmente". È una sorpresa. Di fatto, dopo aver pubblicato il suo saggio sferzante (Comment écrit-on l'histoire?) Paul Veyne è stato innalzato fra i maestri della decostruzione. Anche se oggi si prende la testa fra le mani quando gli viene ricordato come il suo saggio, alimentato dal pensiero tedesco, abbia inferto un duro colpo alle pretese obiettive della disciplina storica.
Paul Veyne arrossisce quando gli viene ricordato che con lui la storia ha lasciato le rive della scienza per affrontare l'orizzonte incerto di un sapere imperfetto. Un lavoro di demistificazione che ha proseguito con l'antichità: il rapporto dei greci con i loro miti, la vita sessuale dei romani, la questione del dono pubblico, la figura dell'imperatore, la fine dell'impero.
In questo momento in cui ormai sa che la morte non è più un'idea, è abitato non dalla paura di morire ("La morte è la fine di tutto o ci conduce nell'anima del mondo?") ma dalla tristezza dell'effimero.
Paul Veyne ha appena pubblicato Mon musée imaginaire. Un magnifico viaggio nella pittura italiana che si può leggere come un modo elegante di scongiurare l'annichilamento. La pittura, in fondo, come bagliore dell'eternità. Ma anche, dinanzi agli orrori commessi dall'uomo, come possibilità di riscatto: "Claude Roy mi ha detto a proposito di un requiem scritto dopo la Shoah: "Un po' riscatta. Ma agli occhi di chi?"". Un interrogativo che sovrasta la biblioteca dello studioso allo stesso modo del verso di Malebranche: "Il Signore racchiude tutto nelle Sue braccia invisibili, il Suo verbo è la dimora delle nostre intelligenze, come quaggiù lo spazio è quella dei nostri corpi". Un verso che ha ascoltato da adolescente e che non lo lascia più. Perché? "Perché è magnifico e sconvolgente".
«L'Osservatore Romano» del 21 gennaio 2011

13 luglio 2010

Il riciclaggio dei docenti: da antisemiti a democratici

Molti professori «ariani» conservarono il posto, mentre ai colleghi israeliti non fu restituito. Il saggio Giorgio Israel ricostruisce le tortuosità e le contraddizioni con cui l' Italia si liberò delle leggi razziali
di Paolo Mieli
La fine del fascismo non segnò la fine della persecuzione degli ebrei
Nel 1998 Giorgio Israel e Pietro Nastasi scrissero un libro, Scienza e razza nell’Italia fascista (Il Mulino), nel quale puntavano l’indice contro la «clamorosa insufficienza della storiografia» nel campo degli studi sulle leggi razziali del 1938. Riconosciuto a Renzo De Felice il merito di aver intrapreso, già all’inizio degli anni Sessanta, lo scavo sull’argomento con la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi), i due autori si applicavano a temi che erano stati successivamente solo sfiorati. Infatti fino agli anni Novanta la materia era stata a lungo disattesa - con qualche eccezione come i saggi di Roberto Finzi L’università italiana e le leggi antiebraiche (Editori Riuniti) e di Michele Sarfatti Gli ebrei negli anni del fascismo. Vicende, identità, persecuzione (Einaudi) - e meritava perciò molti approfondimenti. Poi, nel decennio successivo, nuovi libri (e nuovi documenti) hanno proiettato sul tema ulteriori fasci di luce. È il caso - per citare solo alcuni - di L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane (Zamorani) di Annalisa Capristo; di Scienza e fascismo (Carocci) di Roberto Maiocchi; de L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (Il Mulino) di Marie-Anne Matard-Bonucci; dell’assai interessante Leggi del 1938 e cultura del razzismo a cura di Marina Beer, Anna Foa e Isabella Iannuzzi; e di alcuni saggi pubblicati su «Nuova Storia Contemporanea» da Paolo Simoncelli (sul suicidio di Tullio Terni) e da Eugenio Di Rienzo; oltre a uno assai importante di Tommaso Dell’Era su «Qualestoria». C’era di che tornare sull’argomento ed è quel che ha fatto Israel (stavolta senza Nastasi) con Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime, edito anche questo dal Mulino.
Il nuovo libro si sofferma meritoriamente sulla tortuosità e le contraddizioni con cui l’Italia, dopo l’uscita di scena di Mussolini, si liberò delle famigerate leggi. Il fascismo cadde come è noto il 25 luglio del 1943, ma nessuno si preoccupò di chiudere in tempi brevi la stagione dell’antisemitismo di Stato. Lo notò già Piero Calamandrei in una pagina del suo diario agli inizi dell’agosto di quello stesso 1943. Il padre gesuita Pietro Tacchi Venturi, a nome della Segreteria di Stato vaticana, intervenne addirittura nei confronti del governo Badoglio per suggerire cautela nell’abrogazione di quelle leggi. Al ministro dell’Interno Umberto Ricci, Tacchi Venturi fece presente che «secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica» quella legislazione aveva «bensì disposizioni che vanno abrogate», ma ne conteneva «pure altre meritevoli di conferma». Così il processo di abrogazione delle leggi razziali fu, secondo Israel, di una «lentezza esasperante» e si dovette attendere il 20 gennaio 1944 (!) per la promulgazione di un testo organico abrogativo. Un testo, peraltro, «sofferto e insufficiente». Tant’è che per regolare le eredità degli ebrei deceduti in seguito ad atti di persecuzione ci fu bisogno di un’apposita legge del maggio 1947. Per l’estensione alle vittime delle leggi del ‘38 dei provvedimenti già emanati per i perseguitati politici si dovette attendere addirittura una legge del 10 marzo 1955. Per una serie di riconoscimenti agli israeliti colpiti dalla Repubblica sociale italiana si aspettò l’11 gennaio del 1971, quando erano trascorsi oltre ventisette anni dalla seduta del Gran Consiglio che provocò la destituzione di Mussolini. È quindi evidente, sottolinea l’autore, che «la caduta del fascismo non segnò per gli ebrei italiani un trionfale reingresso nella comunità nazionale». È altresì indubitabile che per alcuni decenni la sensibilità pubblica nei confronti di quel che era stata la persecuzione antisemita in Europa - e nella fattispecie in Italia - fu piuttosto tenue. L’atmosfera, in quel periodo del dopoguerra, era molto diversa da come la si ricorda oggi. C’è una lettera (1 luglio 1946) del fisico Enrico Persico al suo amico e collega Franco Rasetti che merita di essere citata: «L’epurazione», scrive Persico, «come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle università. Ma basta con questi disgustosi argomenti». Persico aveva ragione: tranne rarissime eccezioni, tutti i «fascistoni» che avevano avuto a che fare con le leggi razziali andavano «trionfalmente» a costituire il «nuovo» corpo accademico dell’Italia postfascista. Per contro in quello stesso dopoguerra i professori ebrei conobbero nuove difficoltà e il loro reinserimento fu assai problematico. Un caso per tutti quello del giurista Guido Tedeschi, che quando erano entrate in vigore le leggi razziali stava per passare da professore straordinario a professore ordinario nell’Università di Siena. Nel ‘38 Tedeschi riuscì a emigrare a Tel Aviv e quando nel ‘44 chiese di far ritorno nell’ateneo senese gli risposero che, siccome i tre anni di straordinariato dovevano essere continuativi, avrebbe dovuto ricominciare daccapo l’iter accademico senza che fossero tenuti in alcun conto i motivi per cui si era data un’interruzione della sua carriera universitaria. Tedeschi restò a Tel Aviv. Più grave fu il caso del biologo Tullio Terni, epurato nel ‘38, riammesso nel ‘45 ma subito sottoposto a nuovo processo di epurazione con l’accusa di essere stato fascista. Quando fu definitivamente reintegrato - non senza essere stato però radiato dall’Accademia dei Lincei - il massimo responsabile dell’ateneo di Padova, temendo le annunciate reazioni della cellula comunista universitaria, gli scrisse: «Come Rettore ti dico di venire, come uomo ti sconsiglio di farlo». Il 25 aprile 1946, nel primo anniversario della Liberazione, Terni si suicidò con una fiala di cianuro che aveva conservato per il caso in cui, da fuggiasco, fosse stato catturato dai nazisti.
Ma i tormenti che patirono Tedeschi, Terni e molti altri docenti ebrei non furono tali per gran parte dei professori che dal 1938 in poi li avevano (più o meno direttamente) perseguitati. Anzi. Nel clima che contrassegnò un lunghissimo periodo del dopoguerra si formò negli ambienti accademici e universitari un solido blocco a difesa delle personalità compromesse. E secondo Israel «quell’andazzo» perdura anche adesso, cosicché «è assai facile trovarsi di fronte a reazioni virulente per aver soltanto osato ricordare i trascorsi razzisti di alcuni maestri di cui ancora oggi gli allievi, o gli allievi degli allievi, coltivano un’adorazione intatta!». È il caso dell’importante demografo Corrado Gini (di cui ha scritto Francesco Cassata ne Il fascismo razionale, pubblicato da Carocci) che nel 1951, riferendosi ai docenti ebrei costretti a emigrare alla fine degli anni Trenta, li definì persone «che hanno avuto la fortuna di trovare al momento propizio un rifugio in America» e far valere lì dei meriti che non erano stati loro riconosciuti nelle università europee. Un’osservazione apparentemente asettica che però, osserva Israel, «lascia di sasso per il suo irridente cinismo». Stessa situazione quella della più importante allieva di Gini, Nora Federici, che nel 1941 aveva definito il razzismo come uno dei capisaldi della politica demografica, aderendo alle idee imperanti in quel momento, scrive Israel, assieme a «tutti i grandi nomi della demografia, da Marcello Boldrini a Paolo Fortunati, da Franco Savorgnan e Livio Livi». Per quel che riguarda Livio Livi, va ricordato che suo figlio, Massimo Livi Bacci, ha sempre sostenuto che suo padre non fosse razzista, nonostante avesse accettato, proprio al momento del varo delle leggi razziali, di far parte del Consiglio superiore per la demografia e la razza. Comunque dalla seconda metà degli anni Quaranta, prosegue Israel, «tutta la demografia si difese compattamente senza il minimo accenno di autocritica» ed «è sorprendente e triste constatare che dopo quel che era accaduto tra il 1938 e il 1945 non si affacciasse almeno un embrione di spirito critico a determinare qualche riflessione e un processo di revisione». Non solo. Alla morte di Nora Federici - nel 2001 - Massimo Livi Bacci si compiacque del fatto che, dopo la caduta del fascismo, non le fossero state fatte pagare «colpe che non erano sue». «Erano colpe sue, eccome se lo erano», è il commento di Israel.
Lo stesso accadde tra i matematici. Né a Francesco Severi né a Enrico Bompiani fu chiesta ragione dei loro comportamenti al momento dell’estromissione dall’università di Tullio Levi-Civita, di Federigo Enriques, di Guido Castelnuovo. Tra l’altro, chiosa l’autore, la permanenza dopo il ‘45 di personaggi come Severi e Bompiani nei posti di comando «non fu un bene anche dal punto di vista scientifico».
Uguale il discorso per quel che riguarda le scienze biologiche. Qui finiscono nel mirino Giuseppe Montalenti e, soprattutto, Alessandro Ghigi, autore di «uno dei più imbarazzanti testi del razzismo fascista»; l’Istituto nazionale per la fauna selvatica prende il suo nome «senza che mai nessuno si sia dato la pena quantomeno di ricordare i suoi trascorsi e di prenderne le distanze». E al riguardo Israel fa notare «la diversità di trattamento riservata a Giovanni Gentile, di cui tutto si può dire salvo che si fosse compromesso attivamente con le politiche razziali, al quale non si può addebitare alcuno scritto razzista, che fu eliminato con un’esecuzione sommaria e poi persino accusato di compromissione con il razzismo mentre nulla del genere è stato mai fatto nei confronti di personaggi ben più gravemente compromessi». Israel giudica scandaloso il caso del matematico Mauro Picone, che in una lettera del 1939 arrivò a scrivere: «Urge che gli scienziati di razza ariana collaborino il più attivamente possibile per mostrare come la scienza possa egualmente progredire anche senza l’intervento giudaico». Nel dopoguerra Picone la fece franca e poté evitare di fare ammenda. Nel 1946, in ricordo di Guido Fubini, ebbe la sfrontatezza di scagliarsi contro «gli stolti, infami provvedimenti razziali», da lui a suo tempo applauditi e ora definiti «eterna vergogna». Nel 1958, in un necrologio per Guido Ascoli, Picone ritenne opportuno tornare sull’argomento con queste parole: «La sua (di Ascoli, ndr) vita universitaria ebbe, purtroppo, dal 1938 al 1945, ben sette anni di dolorosa interruzione, a causa di quegli insensati provvedimenti razziali che privarono l’Italia, in quel lungo difficilissimo periodo, dell’opera preziosa di cittadini di altissimo valore morale, spirituale ed intellettuale». Incredibile. Ma il caso più scandaloso, sostiene l’autore, fu quello del fisiologo Sabato Visco, la cui vicenda, assieme a quella di Nicola Pende, mette in luce, secondo Israel, «il carattere ingiusto e scomposto con cui fu condotta la transizione dal fascismo al postfascismo». Invece «di assolvere i peccati minori o commessi da persone di scarso rilievo e facilmente ricattabili, vi fu una corsa all’assoluzione dei personaggi più in vista e tra questi dei più potenti, che spesso erano proprio i più compromessi». Una corsa in cui si distinsero i principali partiti dell’Italia democratica, compresi i comunisti: «Faceva premio su tutto l’esigenza di accaparrare alla propria parte politica personaggi ritenuti capaci di garantirle un’egemonia culturale e istituzionale». Sabato Visco non solo aveva fatto pubblica professione di razzismo, ma era stato capo dell’ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del Minculpop, membro del Consiglio superiore della demografia e della razza ed era stato persino in predicato di divenire direttore de «La difesa della razza». Dopo il 25 luglio del ‘43, Visco fu il più lesto di tutti a cancellare le impronte che aveva lasciato nella stagione delle leggi razziali. C’è una lettera del 7 settembre 1943, scritta da Sergio Sergi, allora direttore dell’Istituto di antropologia dell’Università di Roma nonché fidato uomo di Visco, in cui si chiede che la documentazione dell’Ufficio razza (appena sciolto) sia trasferita nel suo Istituto, per «evitare la dispersione» di quel «preziosissimo materiale scientifico». «Non è malizioso supporre», commenta Israel, «che Sergi si fosse prestato a rendere un servizio al preside della sua Facoltà (Visco, ndr) recuperando quel materiale - prezioso dal punto di vista della storiografia del razzismo, più che da quello della scienza - che poi sparì, come inghiottito nel nulla». E, grazie a quella sparizione, proprio nel periodo in cui Terni si suicidava, Visco «riuscì non soltanto a tornare alla sua cattedra universitaria, ma a riprendere gran parte delle precedenti posizioni di potere, soprattutto quelle che gli stavano più a cuore e cioè di preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e di direttore dell’Istituto nazionale della nutrizione». Con un riferimento indiretto alla vicenda padovana di Tullio Terni, l’autore ricorda che Visco «non trovò alcuna cellula comunista a diffidarlo minacciosamente dal rientrare nell’Università e non subì neppure le contestazioni riservate a Pende; eppure tutti sapevano chi fosse e che cosa aveva fatto». L’autore mostra di conoscere in dettaglio la vicenda. Probabilmente - ma di questo nel libro non parla - perché suo padre, Saul Israel, allievo prediletto del celebre fisiologo Giulio Fano, era stato indotto alle dimissioni in seguito alle battute antisemite di Visco. Giorgio Israel però ha il merito di trattare questo caso, che riguarda da vicino la storia della sua famiglia, in modo asciutto, non dissimile da quello adottato per le altre vicende di cui si è detto. A titolo di ipotesi si rileva che «sicuramente troppe persone - incluse quelle che avevano testimoniato in suo favore (di Visco, ndr) - erano sotto ricatto e, ove avessero tentato di prendere le distanze da lui, avrebbero visto messe in luce le loro responsabilità». E ci si sofferma sulla sua abilità nel trovare appoggi sia all’interno della Democrazia cristiana che del Partito comunista italiano. Per quel che riguarda il Pci si ricorda come in un dibattito parlamentare dell’ottobre del 1957 il comunista Mario Alicata facesse ricorso alla testimonianza «autorevole» di Visco per contrastare l’allora ministro della Pubblica istruzione Aldo Moro. Di passaggio Israel nota come anche Alicata avesse dei trascorsi fascisti, che attraverso l’esaltazione di Visco contribuiva a «seppellire». Nel 1952, ricorda Israel, Visco riuscì a ottenere una cospicua dotazione annua per la sua «mediocre creatura», l’Istituto della nutrizione, a spese del grande Giuseppe Levi «che non ebbe i fondi sufficienti a ricostituire un centro in cui sviluppare le sue ricerche che avevano già raggiunto elevati risultati di livello internazionale». Nell’ambiente accademico internazionale, soprattutto tra gli italiani, non si era comunque persa memoria di chi fosse davvero Visco. Così nel 1954 quando alla morte di Enrico Fermi egli inviò a nome della Facoltà di scienze dell’Università di Roma un messaggio di cordoglio alla vedova, fuggita dall’Italia proprio per le leggi razziali, Emilio Segrè scrisse a Enrico Persico: «Tra i telegrammi ce n’era uno della facoltà di Roma firmato da Visco; ti comunico che mentre si ringrazia la facoltà, si trova che il firmatario non è gradito e che avrebbe fatto meglio a non farsi ricordare». A questo punto l’autore del libro si pone una semplice, inevitabile, domanda: era «possibile che coloro che erano riusciti a conservare le loro posizioni o addirittura ad acquisirne di nuove, entrando a far parte della nuova classe dirigente "democratica" del Paese, e che avevano tanti scheletri da nascondere, potessero favorire in qualsiasi modo una memoria fedele di quanto era successo?». O non erano questi ed altri personaggi «piuttosto interessati a contrastare una ricostruzione storiografica corretta degli eventi di cui erano stati colpevoli protagonisti?». È chiaro che un tale genere di studi merita di non essere trascurato. E speriamo che tra qualche anno possa essere messa a disposizione dei cultori della memoria delle persecuzioni antiebraiche una nuova edizione, ancor più arricchita, di questo testo.
«Corriere della Sera» del 15 giugno 2010

Non ci resta che l'oblio se la memoria ci assedia

Lo studioso spagnolo Cruz indaga gli scopi della ricerca storica. La tecnica moderna cancella lo spessore delle distanze temporali
di Paolo Mieli
L'ossessione del ricordo schiaccia il passato sul presente
È giunta l’ora di iniziare a difenderci dal ricordo. Questo l’assunto del nuovo libro di Manuel Cruz, I brutti scherzi del passato. Identità, responsabilità, storia, pubblicato da Bollati Boringhieri. All’origine le note tesi di Friedrich Nietzsche contenute nelle Considerazioni inattuali (Adelphi): l’uomo invidia l’animale che subito dimentica... l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente... l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato... Per ogni agire ci vuole oblio: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. Si deve sapere «tanto dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto». È un tema su cui era tornato qualche anno fa il filosofo Emmanuel Kattan, il quale, in Il dovere della memoria (Ipermedium), propose interessanti riflessioni a proposito delle tensioni che ogni anno si producono nell’Irlanda del Nord nei giorni in cui cattolici e protestanti manifestano, gli uni contro gli altri, nel ricordo della vittoria di Guglielmo d’Orange su Giacomo II, cioè per fatti di oltre trecento anni fa: effetti perversi della memoria. Senza voler imporci quasi un «dovere di dimenticare», scriveva Kattan, va detto che è impossibile non constatare come un’utilizzazione impropria del passato e del sentimento di «credito» nei confronti della storia perpetui i conflitti e generi di continuo nuovi cicli di violenza. Sacrosanta constatazione, che negli ultimi anni si è più volte riproposta ed è stata persino all’origine di qualche passo avventato. Come quello, nel 1971, dell’allora presidente della Repubblica francese Georges Pompidou, il quale concesse la grazia al «boia di Lione» Paul Touvier, che ai tempi di Vichy, nei panni di responsabile della milizia, si era distinto nella persecuzione antiebraica dimostrandosi più «realista» addirittura della Gestapo. Per giustificare quel gesto, Pompidou disse che era giunta l’ora di «stendere un velo» sulla Francia di Pétain: «Il nostro Paese», spiegò, «negli ultimi trent’anni è passato di dramma in dramma, la guerra, la disfatta con le sue umiliazioni, l’occupazione con i suoi errori, la liberazione, poi per contraccolpo l’epurazione con i suoi eccessi - riconosciamolo - e quindi la guerra d’Indocina seguita da quella, spaventosa, d’Algeria con i suoi orrori... non è venuto il momento di dimenticare quei tempi nei quali i francesi non si amavano tra loro, si dilaniavano, si uccidevano a vicenda?». Parole che furono accolte con sdegno da una parte consistente dell’opinione pubblica, e non solo quella ebraica. Al punto che, trascorso qualche anno dalla morte di Pompidou, furono riaperte le procedure giudiziarie a carico del «boia di Lione» e nel 1981 ci fu un nuovo ordine di cattura nei confronti di Touvier, che nel 1989 fu arrestato (a Nizza in un convento, sotto il falso nome Paul Lacroix) per poi essere condannato nel 1994 e rinchiuso nella prigione di Fresnes, all’interno della quale sarebbe morto nel 1996. Ma anche in campo ebraico è affiorato qualche dubbio in tema di memoria. Martin Walser, ad esempio, nel ricevere, a Francoforte l’11 ottobre del 1998 il prestigioso premio per la Pace, ha denunciato il peso e le conseguenze del costante richiamo ai crimini nazisti: «Quando ogni giorno questo passato mi viene ricordato dai media, sento che qualche cosa in me si difende da questa continua rappresentazione della nostra vergogna e invece di essere riconoscente per l’incessante presentazione di questo ignominioso ricordo, comincio a distogliere lo sguardo». A spiegare meglio questa sua presa di posizione Walser menzionava l’«oblio rigeneratore» proposto da Yudka, personaggio di un racconto dello scrittore israeliano Haim Hazaz, per il quale la memoria dolorosa della Shoah stava soffocando la vita e andava perciò in qualche modo arginata.
Diverso è invece l’approccio di Manuel Cruz che, per la sua riflessione, prende spunto da alcuni libri più o meno recenti: dal classico Una interpretazione della storia universale (Sugarco) di José Ortega y Gasset a Come si scrive la storia. Saggio di epistemologia (Laterza) di Paul Veyne; da Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (Marietti) di Reinhart Koselleck a Storia del presente (Mondatori) di Timothy Garton Ash; da Gli abusi della memoria (Ipermedium) di Tzvetan Todorov a un saggio di Gianni Vattimo contenuto nel volume collettaneo Usi dell’oblio (Pratiche).
Due i punti di partenza. Ha scritto Todorov (nel libro citato): «Il lavoro dello storico, come ogni lavoro sul passato, non consiste mai nello stabilire solo dei fatti, ma anche nello scegliere alcuni di essi come più significativi e porli in relazione tra loro; ora questo lavoro di selezione e di combinazione è necessariamente orientato dalla ricerca, non della verità, ma del bene. L’opposizione reale non sarà dunque tra l’assenza e la presenza di un fine esterno alla ricerca stessa, ma tra una buona e una cattiva politica». Ma attenzione all’uso che si fa della memoria. Lo scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila, nel libro In margine a un testo implicito (Adelphi), ha messo in guardia dallo «storico che tratta le epoche come semplici tappe di un processo, trasforma quello che studia in mero prologo del proprio tempo o in preistoria delle proprie aspirazioni».
A questo punto si pone la questione non già del passato, ma anche del presente. Cruz prende le mosse dalla constatazione che per lo storico il presente è al tempo stesso, «in modo indissolubile e necessario», punto di partenza e punto di arrivo. Gli storici - anche quelli che non lo ammettono - hanno sempre saputo che la storia si costruisce dalla prospettiva del presente, che il viaggio che lo studioso intraprende verso il passato «non finisce lì, ma torna necessariamente al punto di partenza», che le sue elaborate costruzioni teoriche, volte a dar conto di quanto successo in altri tempi, «sono prive di valore se non dicono nulla agli uomini d’oggi». Al punto che «la figura dello storico erudito, dedito anima e corpo allo studio di un epoca remota (secondo lo stereotipo, più remota è meglio è), indifferente e incapace a stabilire dei collegamenti tra il proprio oggetto di studio e la realtà in cui vive», quello che potremmo definire una sorta di «entomologo del passato», ha poco a che spartire con quella che è invece la sua pratica reale. Per questi motivi si può asserire che «lo storico è colui che ha più a che fare con il problema del presente» e, in ragione dell’ambiguità con cui il presente tende ad apparire («il presente, come una volta la natura, gode a nascondersi»), la sua missione è costretta a procedere tra infiniti ostacoli. E «non c’è miglior antidoto contro i pericoli che assediano lo storico della chiara consapevolezza della situazione in cui si trova immerso». Adesso, nel momento in cui vive e compie la sua ricerca. A questo punto Manuel Cruz ci offre un suggerimento: non accettare - né per la propria biografia, né più in generale per la storia - l’individuazione di un momento del passato come «elemento costitutivo». Pensare a un momento lontano e contingente del tempo che fu come a un punto di riferimento da cui far discendere tutti i comportamenti successivi («operazione che nella sua forma più caricaturale inizia in genere con l’enunciato "sin da giovanissimo io..."») è operazione assai criticabile. Preso spunto da una riflessione di Milan Kundera - il Kundera de L’ignoranza (Adelphi) - l’autore scrive che «istituire "quella volta" come il momento in cui "tutto è iniziato" non è altro che una finzione (quella secondo la quale lì erano in nuce tutti gli elementi che giustificano ciò che è venuto dopo), ma una finzione inutile perché, a parte che è quasi assolutamente impossibile avere un ricordo perfetto e nitido di questo presunto momento costitutivo, l’aspetto più grave di tale pretesa è che impedisce di pensare adeguatamente alla realtà del processo successivo». La costruzione di ciò che siamo «non ha un solenne momento costituivo, originario, di cui la memoria possa essere al tempo stesso garante e guardiano». È possibile, anzi è assai frequente, che una persona non ricordi esattamente i motivi che l’hanno portata nell’adolescenza a scegliere certi studi piuttosto che altri: se questa persona «si applicasse con un certo impegno a cercare di ricostruire quei motivi, forse riuscirebbe nel suo intento e l’evocazione della realtà del processo di decisione la porterebbe molto probabilmente a sorridere per la grande confusione e debolezza che scorgerebbe nelle sue argomentazioni di allora». Lo stesso vale, deve valere, per la storia. E dunque? Tanto per cominciare, ad ogni evidenza non può esistere una «memoria oggettiva» nel senso di un luogo dove si conservano, intatte, le rappresentazioni del passato, «una specie di super-io storico». La memoria «non è un semplice magazzino in cui vengono riposti i ricordi, un ricettacolo neutro delle nostre esperienze passate». Essa si deve intendere piuttosto «come un insieme di pratiche attraverso le quali i soggetti costruiscono via via la propria identità, o, forse più chiaramente, elaborano la propria biografia». La memoria «oltre a tenere insieme la nostra vita - che di per sé non è poco - la tiene anche ordinata... non conserva né immagazzina, bensì evidenzia, segnala, richiama l’attenzione: di qui l’idea corrente del suo carattere qualitativo». È la matita «che sottolinea avvenimenti, momenti, persone che ci hanno fatto essere quelli che siamo e che hanno fatto essere il nostro mondo quello che è». Di più. Il continuo ritorno al passato genera un pernicioso effetto sul nostro tradizionale modo di rapportarci a quanto è successo in precedenza: «La memoria, a forza di tante ripetizioni, perde a poco a poco l’aura che la accompagna». Tanto più - ed è questa la parte più interessante messa in evidenza dal libro - che lo sviluppo della tecnologia fa sì che dalla concreta realtà degli oggetti va scomparendo ogni traccia temporale. Le tecniche moderne «puliscono dal tempo» i nostri ricordi, li «disattivano» rendendoli quasi indistinguibili «dagli oggetti del presente». Il tempo «che, come un sottile strato di polvere, si era posato sui nostri ricordi, ricoprendoli di una patina di malinconia, è improvvisamente scomparso». Il passato invece di scomparire, di svanire nell’aria, rimane lì «a volte anche a disposizione per poterlo contemplare a nostro piacimento». L’ostinazione con cui i mass media tornano insistentemente su quel che è accaduto, non solo non ci consente una digestione lenta, calma e tranquilla dell’esperienza, «ma soprattutto ci fa abituare ad essa». A tal punto che «a poco a poco siamo diventati incapaci, fino al limite dell’atrofia, di vivere le esperienze nel momento in cui accadono». Il passato fa sempre più parte del presente («o, se si preferisce, fa fatica ad abbandonarlo») e stiamo assistendo ad una dilatazione del presente, alla sua espansione, «una dilatazione o espansione che si nutre in gran parte del passato». Ovviamente, prosegue Manuel Cruz, questo passato attraverso cui cresce il presente non è il passato remoto, ma non per questo esso ha minori ripercussioni sul discorso storico. Anzi «è vero forse il contrario... poche cose hanno un’influenza più diretta sulla nostra concezione della storia come la riconsiderazione del presente». Soprattutto quando, come accade ai nostri giorni, «la riconsiderazione è avvenuta in gran parte come risultato della massiccia introduzione nella vita quotidiana di pratiche e tecniche in grado di cambiare in modo radicale lo sguardo dell’uomo contemporaneo sul mondo». Sostiene Cruz che non è più il tempo in cui si poteva affermare che la nostalgia è un modo di far lavorare il passato, il tempo in cui la memoria era ancora, almeno in parte, nelle nostre mani. Adesso la selezione ci viene da fuori e così «la memoria è stata disattivata», non ci appartiene più, neanche in parte: «La casa in cui una volta siamo vissuti è occupata da estranei». La contrapposizione netta tra memoria e oblio, portata all’esagerazione, «ha forse operato in troppe occasioni come uno spauracchio allarmista, svolgendo così la perversa funzione di sviare la nostra attenzione da ciò che era davvero importante». Tende a scomparire l’abitudine a ricordare per conto proprio. Così è in gioco l’autonomia della memoria dal momento che rinunciare a ricordare per conto proprio «equivale ad abdicare al nostro diritto di controllare la selezione degli elementi da conservare», equivale «a lasciare che siano altri - sempre gli stessi, ovviamente - a fissare la narrazione del passato». E il passato frutto di questa narrazione è come una stella lontana che già da tempo non esiste più. «Ciò che crediamo di scorgere, ciò che brilla in lontananza, nella lontananza del passato, sono i nostri sogni spenti, senza luce né calore, che sopravvivono come fantasmi, grazie alla nostra ostinata tendenza all’evocazione». Va bene, ma c’è anche una storia che, ancorché scritta dai vincitori, dovrebbe in qualche modo risarcire i «vinti». Operazione pericolosa, avverte Manuel Cruz. «Ricordare i vinti e la grandezza della loro disfatta è in realtà un modo di impugnare il presente, di segnalare la negatività che lo costituisce o il dolore su cui è stato edificato - è lecito dirlo in tutti e due i modi - ma non può certo significare che quelle possibilità perse siano ancora in vita, che quella partita sia ancora aperta; crederlo serve solo ad alimentare un’inutile illusione, e quindi a concedere ai vinti il regalo, quasi postumo, dell’innocenza». Secondo l’autore «rinunciare alla memoria anestetizzata e sequestrata che è quella più caratteristica del nostro tempo ha un valore diverso da quello che avrebbe potuto avere in passato». Forse «in questo momento è opportuno proprio esasperare un tratto caratteristico delle società occidentali contemporanee, cioè il fatto che non si servono del passato come un mezzo privilegiato di legittimazione (erede, in fin dei conti, del lignaggio) ma che propongono, di fronte all’autorità esterna e indiscutibile della tradizione, il modello del contratto, basato sull’adesione esplicita e consapevole dei partecipanti». Nelle società moderne «la memoria inizierebbe a essere spodestata, non a favore dell’oblio, ma di alcuni principi universali e di ciò che chiamiamo volontà generale». Tutte cose che servono a rifondare in qualche modo i nostri rapporti con il futuro. Ma non è questo il discorso, pur fondamentale per l’autore, che ci interessa. A noi preme restare al ruolo dello storico. Che non viene neutralizzato da questo ragionamento. Anzi. Di lui - sostiene Cruz - c’è grande bisogno. Lo storico è infatti, secondo l’autore, «colui che meglio può aiutarci a difenderci dal passato, ha l’autorità di rivendicare l’oblio, senza che ricadano immediatamente su di lui i consueti sospetti; l’indiscutibile volontà di conoscenza che lo sprona lo mette in salvo da qualsiasi malinteso; dimenticare è dal suo punto di vista un modo di drenare la storia». L’oblio che può invocare non è ambiguo. Né è un oblio «che cauterizza la relazione con il passato per meglio congetturare un’inesistente felicità attuale». Se qualcosa l’oblio dello storico persegue, «questo qualcosa è un semplice obiettivo: che la storia sia». Che questo enorme, sproporzionato, elefantiaco presente, che cresce senza sosta davanti ai nostri occhi, «non diventi un ostacolo insuperabile, non ostruisca, in modo definitivo, il fluire dell’umanità dietro ai suoi sogni rimandati». Interessante argomentazione. Cruz propone di «conoscere per dimenticare» e di «dimenticare per poter proseguire». Per lui la storia non si è conclusa, «si è semplicemente bloccata». E con una buona dose di oblio si può rimediare.

Il libro di Manuel Cruz I brutti scherzi del passato (pagine 164, 18,50) è edito da Bollati Boringhieri. L’autore, docente di Filosofia contemporanea all’Università di Barcellona, si richiama a pensatori come Friedrich Nietzsche, José Ortega y Gasset, Paul Veyne, Reinhart Koselleck e Tzvetan Todorov per affrontare le questioni riguardanti la funzione della memoria storica nella società di oggi.
«Corriere della Sera» del 29 giugno 2010