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23 dicembre 2006

L'etica della polis

«Un cittadino non può delegare al re o al capo del governo decisioni correlate alla vita e alla morte. Come nessun potere potrà mai decidere per la guerra sulla base di una delega elettorale, che non può che essere circoscritta alla gestione della cosa pubblica, la quale non prevede incursioni in materie che lambiscono il mistero e danno un senso alla vita e alla morte. La separazione dei campi e dei poteri attiene quindi ad un principio che si pone a monte di un qualsiasi concordato tra i due poteri, spirituale e politico»
di Vittorino Andreoli

1 Forse è proprio questa la caratteristica essenziale dei princìpi che abbiamo chiamato «di base»: di non essere delegabili
2 La vita umana deve essere rispettata sempre e altrettanto deve avvenire per la morte, al di là di ogni contingenza culturale e storica
3 Il sacro è proprio quell’ambito dell’esperienza che appartiene al mistero e nel quale le risposte possibili sono unicamente «morali»
4 La morale si fonda su un Dio che pur essendo altro rispetto all’uomo, non blinda il dubbio e il mistero, ma al contrario li svela
RAGIONE E MISTERO. Dal punto di vista storico, la distinzione tra principi morali e principi politici è certamente giustificata. Lungo il tragitto che abbiamo sin qui percorso è emersa, e con considerevole rilevanza, come la dimensione morale si leghi – per noi italiani – alla Chiesa e quella politica (amministrazione della polis) si riferisca allo Stato. Ma la distinzione si giustifica anche sul piano dei principi, e forse è essa stessa un principio.
Esiste l’atto della delega ma, non vi è dubbio, non tutto nella nostra vita è delegabile; non è possibile essere gestiti in toto, riducendoci alla stregua di un semplice oggetto maneggiato da qualcuno, sia pure prescelto da noi. Dobbiamo poter scegliere a chi affidare la nostra delega, ma anche di revocare tale scelta. Ci sono tuttavia dimensioni che non sono delegabili e che rimangono legate all’individuo, a ciascuno di noi.
Non è delegabile ciò che riguarda il senso della vita, mentre è possibile delegare su questa o quella modalità dell’esistenza, e financo le convenzioni che permettono di vivere in maniera serena e talora felice facendo parte di una collettività.
Forse è proprio questa la caratteristica essenziale dei princìpi che abbiamo chiamato «di base» o «princìpi primi»: di non essere cioè delegabili. Tra tali princìpi rientrano quello, già richiamato, del rispetto della vita umana e, ammesso che non sia dato di vederlo come l’altra faccia dello stesso principio, quello del rispetto della morte umana.
La vita umana deve essere rispettata sempre, e altrettanto deve avvenire per la morte umana, al di fuori di ogni contingenza e considerazione sul contesto storico. Si tratta di princìpi al di fuori della storia, anche se tale affermazione per taluni può essere discutibile, poiché l’uomo vive nel tempo e nello spazio, due dimensioni che mutano e lo mutano.
Ma nel flusso dei mutamenti sembra che questi due princìpi non si debbano modificare, siano per così dire immobili. Tali ci appaiono anche se possia mo constatare che di fatto sono mutati e sono diversamente considerati in culture differenti. Si tratta di funzioni elementari: la vita umana deve essere sempre salvaguardata e altrettanto la morte.
Con ciò non voglio negare l’esistenza di componenti culturali entrate talmente "nella carne" da sembrare naturali, mentre invece sono frutto di apprendimento. Si sa bene, per esempio, che il rispetto della morte è uno dei principi su cui si sono fondati la filosofia e l’epos dei greci, per i quali era importante, anzi essenziale, dare sepoltura ai morti. Chi non ricorda il confronto tra Ettore e Achille, che, vincitore e accecato dall’odio, non vuole rispettare quel principio e infierisce in modo oltraggioso sul corpo morto di Ettore, senza dargli la sepoltura che gli spetta? Un vero obbrobrio. E forse per questo, Achille è risultato antipatico agli studenti di tutte le epoche.
Si deve insistere sul rispetto della morte, perché nel nostro tempo sta venendo meno, e sovente non c’è posto per il defunto e nemmeno, paradossalmente, tempo per la morte, o per l’agonia che la può precedere.
Assistiamo a una negazione della morte; questa è ridotta sempre più spesso a malattia di cui individuare una causa patologica. Ma così la morte smarrisce il ruolo di evento misterioso e ineluttabile, traguardo che sancisce un limite invalicabile all’uomo e alla sua volontà di onnipotenza. Si è perduto il rispetto per questo evento, per il suo significato definitivo, e ormai si muore spesso senza dignità, lontano da luoghi all’altezza della sacralità del trapasso. La morte come patologia ha eliminato il campo della meditatio mortis, del limite della vita.
La morte deve essere sempre rispettata. La constatazione che il corpo morto è destinato a diventare polvere, a confondersi con la terra, non giustifica la negazione di tale principio. Il rispetto della vita umana esige il rispetto della morte dell’uomo: di un essere che pensa e che, pur pensando, rimane mistero.
La vita e la morte sono l’essenza dell’esserci, e tuttavia non saprei definire con precisione la vita e la morte, o per lo meno non riesco a depurare il mio sapere da quel mistero che rimanda a qualcosa che non so e che, allo stesso tempo, è e non è. Questi elementi, per quanto indagati intensamente dalla ricerca filosofica, non si esauriscono nel sapere, almeno quello di oggi, e fanno parte del mistero, di fronte al quale la scelta è solo tra credere e non credere, optando magari in favore di qualcosa che un altro credo non contiene anzi esclude.
Il senso del mistero conduce i due grandi temi della vita e della morte dal capire al sentire, e dalla ragione alla morale, dove per morale consideriamo la dimensione da cui provengono risposte agli stessi misteri.

IL SACRO. C’è una categoria della nostra mente che dà una dimensione a queste tematiche: lo si rileva da quanto si sa sul sacro e dall’idea del sacro quale dimensione dell’uomo, categoria della mente che si rivolge alla percezione di ciò che è misterioso, che al tempo stesso affascina e spaventa, attrae e infonde terrore.
La morte mi affascina, mi sento attratto ma anche spaventato da essa; e così la vita, il passaggio da ciò che non è a ciò che esiste e soprattutto l’«esserci» che potrebbe invece «non essere», il salto dall’essere al nulla.
Abbiamo una possibilità – che è dentro di noi, fa parte della nostra struttura mentale – di cogliere il mistero e questo sembrerebbe anche dirci che qualcosa sfuggirà sempre al sapere codificato, che permane qualcosa di ignoto, di indefinibile, di ineluttabile, di misterioso.
Si tratta di una categoria che si avvicina a quella del comprendere, che però giunge a conclusioni differenti. Non possiamo dunque percepire il numinoso, e cioè il misterioso, con le categorie del logos, attraverso la comprensione e la dimostrazione logica o sperimentale. Il mistero non è oggetto né delle categorie della ragione, come ad esempio il principio di non contraddizione, né della scienza sperimentale.
La vita è, almeno in parte, mistero; così la morte è, almeno in parte, mistero. Sono temi che hanno bisogno di risposte diverse: risposte al sacro. Ecco, percepiamo una dimensione sacra per la vita e per la morte, e il sacro è quel campo dell’esperienza umana che appartiene al mistero e nel quale le risposte possibili sono unicamente quelle della morale.
Si tratta di un concetto da chiarire subito, pur avendone parlato diffusamente in precedenza, e avendo visto il significato non sempre uniforme che la morale ha avuto nella storia.

MORALE. La morale, nel senso classico, svela il significato della vita e della morte, dà risposte valide sia per l’una, sia per l’altra, attribuendole a qualcosa che non può essere discusso poiché si impone per forza intrinseca. La morale qui si fonda su un Dio che è totalmente altro rispetto all’uomo, che non blinda il dubbio e il mistero, ma li svela, poiché è colui che ha dato la vita e che riscatta la morte, assegnando un senso all’una e all’altra.
Il senso del sacro chiede, percepisce, si commuove, persino gioisce per una nuova vita e trema, piange, si dispera per una morte, ma trova risposta in Dio che pur fuori dal mondo, ne è immanente. Un Dio che ha manifestato la propria presenza e continua a farlo, anche se con modalità che non sono di questo mondo, poiché egli non può essere visto, essendo totalmente diverso da ciò che si vede.
Si entra in un campo che si definisce nella verità, attraverso le parole stesse di Dio: egli dice che cosa è la vita, spiega perché è stata data e parla dell’esistenza oltre questa terra. Ci conduce quindi in un mondo altro (la vita dell’al-di-là) che sa di paradiso.
L’uomo che sente il mistero trova risposte in un credo. Perciò non solo deve avere libertà di credo, ma non può delegare ad alcuno i temi che sono alla base del senso stesso della vita e della morte.
Qui è necessario essere conseguenti al credo cui specificatamente ci si affida: il mistero infatti può trovare ris posta nel nulla, nel caos, nell’idea di un architetto che ha fatto il mondo e poi se ne è disinteressato, o piuttosto in un Dio che ha stabilito un’alleanza non solo con l’umanità in generale, intesa come specie, ma anche con il singolo. In ogni caso, quale che sia la risposta che va bene per noi, essa rientra nella morale.
Si impone tuttavia un’ulteriore distinzione tra il «credo», ossia la risposta che ciascuno formula verso il mistero, e dunque tra il senso della vita e della morte, e i comportamenti che derivano da questa risposta.
Se la vita è una prova e la morte un giudizio sulla vita, allora è comprensibile che si debbano dare dimostrazioni di fede, e quindi anche di uno stile di vita, che siano anzitutto risposta adeguata alla morale e non alle pretese della polis, che può anche non essere rivolta al cielo.
La vita e la morte dell’uomo, che per una certa parte appartengono al mistero, e dunque rientrano nel sacro, non sono materia a disposizione del riduzionismo razionale. Il fatto stesso che esista nella nostra mente la dimensione del sacro, pare dimostrare che è inutile, se non ingiustificato, cercare di riportare questo contenuto nel campo del puramente dimostrabile. Dunque, il vivere e il morire chiamano in causa la fede, e la risposta che ad essa si dà appartiene al campo religioso o anche alla sua negazione.

POLITICA. Vi è poi la dimensione dei princìpi politici, quelli che si legano a un evento storico preciso, e dunque al sistema che da tale evento è scaturito e che un gruppo di persone si è dato per poter costituire una comunità, un corpus sociale. E qui le possibilità sono diverse, ma non tutte praticabili.
Ci può essere, infatti, il caso di chi non accetta di stare con gli altri, non ammette alcun principio comunitario né alcuna regola che comporti rispetto per l’altro: sarà la base di un solipsismo individuale, di una anarchia.
Le regole dello Stato infatti devono essere sempre comuni, qualificandosi esse come scelte per tutti; certo, talora la delega non è pienamente consapevole o si verifica addirittura una situazione non democratica, nella quale il popolo è dominato da un tiranno che si arroga ogni delega, imponendosi con la forza.
In ogni caso, si passa qui dalla dimensione della fede che è sempre individuale a quella comunitaria, determinata dalle leggi dello Stato, le quali riguardano tutti. E qui una delle distinzioni maggiori è che, se nel funzionamento della polis il potere è delegabile, non lo è affatto il vincolo morale, men che meno è delegabile a chi gestisce la polis, giacché la morale riguarda la coscienza del singolo, le sue convinzioni, la fede che lo lega personalmente a Dio.
Ecco l’elemento sostanziale anche nel caso di una religione assai diffusa tra la popolazione: per credere non c’è da dare il proprio voto a qualcuno, ma deve esserci stata un’esperienza diretta del Dio a cui si crede e dal quale si ottiene la risposta al proprio senso del mistero e al dubbio che talora ci attanaglia. E che può risultare anche angosciante, poiché il mistero non ci scioglie dagli enigmi.
L’incontro personale e irripetibile di ciascuno con il Dio in cui crede, sottolinea e garantisce la dimensione individuale e soggettiva del credere, e questo tanto più vale quando a credere nello stesso Dio sono più persone.
Pur in una comunanza profonda qual è quella generata dalla stessa fede, il rapporto – per esempio – di un Agostino con il suo Signore è originale e diverso da quello che si stabilirà tra Tommaso d’Aquino e Dio.
Dal mio punto di vista, insisto nel dire che il credere è un fatto personalissimo, ossia individuale e dunque irripetibile, persino ineffabile, mentre le leggi della polis sono di tutti e per tutti, e il rapporto che intercorre tra un cittadino e il proprio sovrano, re o Parlamento che sia, è qualcosa di comune, che si ripete uguale per tutti.

POTERI SEPARATI. Nel nostro contesto, queste due dimensioni – quella religiosa e quella politica – hanno portato a nche a due poteri: alla polis, e cioè lo Stato, e alla Chiesa, che ha una sua espressione storica, pur occupandosi essa della città del Cielo. A livello personale i riferimenti non possono che essere distinti, benché taluno potrebbe autolimitarsi alla sfera della coscienza, là dove maturano le risposte personali al mistero. Quando tuttavia queste risposte acquistano uno spessore storico, e s’imbattono con l’esperienza della Chiesa, a quel punto diventa più che opportuna una netta distinzione tra le due sfere; i compiti dell’una non possono essere delegabili all’altra.
E deve valere il principio dei due poteri che si rispettano reciprocamente: la polis garantisce piena libertà a tutte le coscienze mentre la Chiesa adempie alla sua missione spirituale, per la quale i credenti sono chiamati a compiere per intero il loro dovere anche civile.
Ma è indispensabile che non ci siano interferenze. Un cittadino non può delegare al re o al capo del governo decisioni correlate alla vita e alla morte. Come nessun potere potrà mai decidere – chessò – per la guerra sulla base di una delega elettorale, che in realtà non può che essere circoscritta alla gestione della cosa pubblica, la quale non prevede incursioni in materie morali, che lambiscono il mistero, e danno un senso alla vita e alla morte.
Si apre qui il problema del limite, e del suo rispetto. La separazione dei campi e dei poteri attiene ad un principio che precede le modalità della sua stessa regolamentazione, si pone a monte cioè di un qualsiasi concordato tra i due poteri, dello spirituale e del politico.
Sulla base di questo principio ovvio che risalti l’errore e l’inaccettabilità delle posizioni integraliste che tendono invece a fondere questi due poteri e a confonderli, facendo valere gli imperativi della fede non solo nel campo spirituale ma anche in quello temporale.
Storicamente si sono presentati lungo i secoli dei fenomeni spirituali molto caratterizzati in termini di rinuncia al mondo, gruppi che son o vissuti in esclusiva attesa della morte, forme anche monacali di vita integralisticamente concepita come disprezzo e fuga.
Se dalla scienza nasce la conoscenza, come abbiamo visto nei nostri excursus, siamo però avvertiti che essa, la conoscenza, può sgorgare anche dal mistero. Certo, il mistero non è campo per la ricerca scientifica, ma stimolo per una valutazione più profonda della vita, quale è la morale. Si propone indipendentemente dal grado del sapere e da qualsiasi contributo: non è affatto un ignoramus sed non ignorabimus.
Il senso della vita e della morte trovano espressione nella sfera religiosa, del sacro, e incontrano risposta nella fede. Questa si pone come dimensione «unica» nel suo genere, dentro un’esperienza ineffabile, irripetibile, a contatto con quell’entità che chiamiamo Dio. Anche l’ateismo, quello non banale, è a suo modo un atto di fede. Come la ricerca che talora attraversa intere esistenze. Sulle risposte infatti che ciascuno cerca a proposito della vita e della morte non è possibile alcuna delega, neppure – come già chiarito – alla politica, per quanto potente. Il crogiuolo è invece la coscienza del singolo, che magari si imbatte con i sentieri della Chiesa. La quale ha la missione di essere dimora di Dio e dunque a suo modo di rappresentarlo.

ESEMPIO DI CONFLITTO. In una recente circostanza abbiamo visto i due poteri, quello politico e quello morale-religioso, andare in rotta di collisione. Nella guerra dell’Iraq, allorché si trattò di assecondare il disegno degli Stati Uniti, ecco risuonare potente e solitaria la voce di Giovanni Paolo II. Mai come in quel momento egli interpretò il sentire dei cittadini comuni nell’invocare la pace, nel ripetere il no alla guerra omicida. Ma in questo caso il conflitto si alimentò perché la politica si arrogò una delega che non può ricevere. Sulla guerra non si discute, non si tratta. Lo Stato non può decidere di dare la morte, con la guerra o come condanna di tribunale, non è terreno su o, questo. Ricordiamolo.



idee & figure

Achille ed Ettore
Achille è il personaggio centrale dell'Iliade. Crise, padre di Criseide e sacerdote di Apollo, dopo essersi recato da Agamennone e avere implorato la restituzione della figlia in cambio di un riscatto, viene insultato e cacciato. Agamennone attira su di sé le ire del dio Apollo il quale, per punirlo, provoca una pestilenza nelle file dell'esercito greco. Vista la sventura Calcante rivela ad Agamennone che la pestilenza avrà termine solo con la restituzione di Criseide. Agamennone accetta, ma esige in cambio Briseide, la prigioniera di Achille. Furente, Achille si ritira nella sua tenda, rifiutandosi da quel momento di combattere. In sua assenza, i troiani sembrano prevalere: nel corso di una battaglia giungono ad attaccare il campo greco minacciando di dare fuoco alle navi. A questo punto Patroclo, scudiero e amico carissimo di Achille, ottiene da lui il permesso di contrattaccare alla testa dei Mirmidoni, indossando le sue armi. Patroclo respinge l'assalto e tenta più volte di scalare le mura di Troia, ma viene affrontato e ucciso da Ettore. Achille dimentica allora la sua ira e decide di tornare a combattere, menando strage di troiani. Infine affronta Ettore in duello e lo uccide. Per vendicarsi dell'amico ucciso, trascina con il carro il cadavere del nemico facendone scempio. Quando però Priamo si reca nottetempo al campo greco implorandogli di restituirne il corpo, si commuove ed acconsente. L'Iliade termina con i funerali di Ettore.
Avvenire del 17 settembre 2006

Siamo tutti uguali (Andreoli 2)

«Il principio in base al quale siamo individualmente diversi l’uno dall’altro ma tutti uguali di fronte alla legge e allo Stato, appare talmente ovvio che sembrerebbe di non doverne parlare. Ma se badiamo ai fatti è necessario allora soffermarci su di esso per una valutazione più attenta e per capire come mai oggi domini l’ineguaglianza: chi si sente in una posizione di privilegio o di maggior potere non riesce a concepire di doversi allineare agli altri nelle situazioni della vita quotidiana e non solo»
di Vittorino Andreoli
Se un padre è magistrato di Cassazione, come può permettere che il nome di suo figlio figuri in un fascicolo giudiziario? Come può la riverita moglie di un personaggio importante comportarsi come una povera casalinga o una extracomunitaria? Se a un esame universitario si presenta il figlio del rettore, non verrà bocciato nemmeno se offende il professore che l’interroga È proprio questo intrecciarsi di favori e di raccomandazioni a convincere ciascuno di noi del fatto che bisogna «arrangiarsi» Negli ospedali, che conosco bene, è interessante vedere il potere di medici che cercano di favorire certi pazienti e naturalmente alcuni colleghi, ma esiste anche un potere degli infermieri che lo esercitano con altrettanta forza
TEMPO DI INEGUAGLIANZA. Il principio secondo il quale siamo individualmente diversi l'uno dall'altro ma tutti uguali di fronte alla legge e allo Stato appare talmente ovvio che sembrerebbe di non doverne parlare, tanto è condiviso. Ma se badiamo ai fatti, e osserviamo che non è per nulla applicato, allora è necessario soffermarci su di esso per farne una valutazione più attenta e superare ogni stereotipo indagando sul perché oggi domini l'ineguaglianza.
La difficoltà sta proprio nel coniugare la diversità - e dunque l'individualità di ciascuno - con l'accettare di essere ognuno uguale a tutti gli altri. Sembra una contraddizione ma colui che, per caratteristiche della personalità o per il ruolo sociale, in certe situazioni si sente in una posizione di privilegio o di maggior potere non riesce a concepire di doversi allineare agli altri.
Se - poniamo - costui è a capo di un dipartimento dell'amministrazione comunale, come può pensare di dover essere "uno qualunque" quando si rivolge a una sezione diversa del Comune o addirittura a un proprio familiare?
Oppure, per fare un altro esempio, se è professore universitario ed è titolare della cattedra di Fisica atomica come potrà diventare un anonimo cittadino quando si reca alla segreteria della facoltà di Lettere dov'è iscritta sua figlia?
I casi citabili possono essere infiniti, e altrettanto infinite sono anche le occasioni in cui l'uguaglianza di fronte alla cosa pubblica non viene rispettata. Ne consegue il fatto che ci sia sempre qualcuno costretto a retrocedere in seconda fila o al posto successivo, sperimentando così di persona l'ineguaglianza. Dico questo per motivare la mia convinzione che nella nostra società questo principio fondamentale dell'uguaglianza sia tutt'altro che applicato.
Ho in mente altri casi eclatanti.
Se un padre è giudice di Cassazione - il più alto grado della magistratura - come può permettere che il nome di suo figlio figuri in un fascicolo giudiziario perché coinvolto in una vicen da poco chiara? E, soprattutto, com'è possibile che non ne parli al proprio collega magistrato, sia pure di un altro dipartimento, e in separata sede gli spieghi bene la questione? Del resto, come fa il titolare della pratica a non acconsentire a questa disuguaglianza, a non accontentare un collega così importante dal quale può dipendere la propria carriera? Quel caso giudiziario seguirà dunque un iter particolare, ma se un'altra persona coinvolta nel medesimo procedimento dovesse chiedere di poter parlare con lo stesso giudice questi - indignato - gli farà presente che ciò è contro la legge e il principio di uguaglianza, e lo rimanderà al dibattito processuale dove tutti hanno uguale possibilità di essere ascoltati e dunque di difendersi.
Vogliamo proseguire? Come può la moglie di un personaggio importante comportarsi come una povera casalinga, o addirittura al pari di un'extracomunitaria? Si chiederebbe dove sia andata a finire la sua dignità, perché ritiene che il ruolo, l'importanza, il censo non possano mai essere dimenticati, trasformandoli così in altrettanti motivi per derogare al principio di uguaglianza.
Qui è opportuno ricordare l'affermazione paradossale di George Orwell secondo la quale «tutti siamo uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri». Quel «più» è qualcosa che taluno vorrebbe vedere stampato, una differenza scolpita nel marmo, quasi biologica.
La questione si fa ancora più spinosa - e naturalmente più pregna di effetti - quando si passa alla sanità, un settore il cui malfunzionamento porta a dover attendere anche mesi per un accertamento dal quale può dipendere un intervento precoce e forse decisivo sul decorso di una malattia. Non disporre di quella diagnosi tempestiva per colpa del sistema-sanità equivale talvolta a una vera condanna a morte.
In questo campo il "passare davanti", non rispettare la graduatoria per un trapianto o per un intervento delicato da cui dipendono la vita o la morte, pone la disuguaglianza in una luce ancor pi ù drammatica. Ma tutto questo oggi accade.
E altrettanto avviene per i concorsi d'esame di ogni tipo, persino quelli in magistratura, o per la nomina a procuratore legale. Ed è prassi purtroppo diffusa che se a un esame universitario si presenta il figlio del rettore non verrà bocciato nemmeno se dovesse offendere il professore che l'interroga. Eppure sappiamo bene che la sanità, l'università, il Comune sono istituzioni della pubblica amministrazione davanti alla quale ogni cittadino dispone di eguali diritti prima ancora di dover pronunciare il proprio nome, come se esistesse solo il titolo di cittadino, e solo quello valesse. Viene in mente - in questo caso con simpatia - la Rivoluzione francese, almeno nella sua fase iniziale, quando appunto il titolo di «citoyen» (cittadino) era l'unico al quale un uomo avesse diritto di fronte allo Stato. In quanto cittadino infatti una persona acquisisce i diritti di tutti, poiché per lo Stato tutti sono cittadini.
È invece proprio questo intrecciarsi di favori, di raccomandazioni, di attenzioni particolari a convincere del fatto che bisogna arrangiarsi per poter ottenere un percorso preferenziale. Si giunge all'assurdo che, di fatto, più nessuno è uguale a un altro davanti all'istituzione pubblica, e che quindi a tutti spetta un trattamento privilegiato.

IL POTERE. La questione che abbiamo iniziato a esplorare ci riporta a un vecchio tema che abbiamo affrontato tempo fa in queste stesse pagine: quello del potere, certamente una condizione che esercita un fascino formidabile su tutti coloro che, sia pure a livelli differenti, lo esercitano o cercano di farlo.
Negli ospedali - che io conosco bene - è interessante osservare il potere di medici che cercano di favorire certi pazienti e naturalmente alcuni colleghi. Esiste però anche un potere degli infermieri, che lo esercitano con altrettanta forza. E lo fanno non solo per rispondere a una richiesta che favorisce chi la fa ma anche per mostrare all'altro la propria posiz ione. Questo malcostume così diffuso serve a entrambi - a chi chiede e a chi risponde - perché mette in evidenza, appunto, un potere: rispettivamente quello di un amico potente e il proprio. Poiché il potere degli infermieri deve trovare la connivenza del medico, spesso quest'ultimo sottostà tacitamente al ricatto ben sapendo che quando sarà lui a chiedere un favore (un "salto" nella lista delle precedenze, o una particolare attenzione in un certo esame) dovrà contare sul tecnico di radiologia o su quello della Tac. Non appena questa operazione di disuguaglianza sarà terminata, di fronte a una richiesta semplice e non mediata dal potere che giunge da un altro cittadino si risponderà che non è possibile soddisfarla poiché facendolo si violerebbe il principio di uguaglianza.
L'abbiamo sottolineato più volte: nella sua forma più semplice e diretta il potere si lega sempre al denaro. È quindi inutile sostenere che "non è più come un tempo", poiché la distinzione tra ricchi e poveri è ancora evidente e di tutto rilievo, non necessariamente perché chi fa un favore per ciò stesso verrà pagato ma perché il ricco è oggetto di invidia da parte del meno abbiente: un sentimento che è di attenzione - se non proprio di attaccamento - e che porta a desiderare di emularne i comportamenti per raggiungerlo nella scala sociale.
Si scivola così in una sorta di dipendenza dall'invidiato, che potrà esercitare facilmente il proprio fascino a suo vantaggio. L'attrazione del denaro non si lega solo al patrimonio, ma soprattutto alla condizione di vita, allo status sociale.
Talvolta accade che questa differenza venga dissimulata: per evitare indagini tributarie si paga chi è incaricato di svolgerle o chi può alleggerire il contenzioso, oppure si cercano consigli per far sparire eventuali falsificazioni smascherate. A questo, e solo a questo, si riduce l'evasione fiscale: un campo nel quale è evidente come l'ineguaglianza possa raggiungere dimensioni tali da provocare ripercussioni su t utti i cittadini.

POTERE MAGRO. Non si deve pensare tuttavia che il fenomeno riguardi solo i piani alti della società, i colletti bianchi e non le tute blu. Basta pensare agli enti che erogano servizi pubblici. Disporre di un amico nella società che gestisce il gas, l'acqua o l'elettricità consente di ottenere favori di cui nessuna persona ricca o plurititolata potrà godere se non riesce ad arrivare esattamente a quel tecnico o a quell'operaio dell'azienda municipalizzata. Ci sono numerosi esempi di servizi che solitamente non vengono concessi e di cui godono invece persone certamente non facoltose ma che appartengono al ceto impiegatizio oppure operaio.
Tutto questo potrà apparire come una sorta di uguaglianza nella distribuzione delle disuguaglianze, ma certo il principio della pari dignità dei cittadini di fronte alle amministrazioni sembra spesso un semplice flatus vocis, che fa persino sorridere. Si genera così una società di diseguali, quantomeno in un settore specifico, così che ognuno può contare su una sfera in cui dispone di un proprio potere che si manifesta anche solo in iter burocratici più semplici e diretti, oppure nell'evitare code, ma soprattutto in favori che hanno una dimensione economica variamente espressa. Questa situazione riguarda la vita quotidiana e si traduce in un disturbo continuo che esercita un peso enorme sulla percezione dello Stato e su quella del proprio stato particolare, in alcuni casi forte e in altri debole.
È difficile sopportare la propria debolezza quando si è appena sperimentato quanto invece si possa essere forti in un settore dove si conta su un amico ben sistemato in un ufficio di potere.
Fin qui abbiamo descritto la disuguaglianza imperante su base singola, che deriva dalla forza individuale di una persona o dalla posizione sociale che essa occupa. Esiste però un potere di disuguaglianza che riguarda anche i gruppi di potere. Qui passiamo di livello, spostandoci sul piano di politici e partiti estremamente atti vi nel produrre disuguaglianze essendo noto - ad esempio - che in un certo settore quel determinato partito gode di particolare influenza. Un tempo tutto questo serviva ad accelerare il corso di un iter burocratico ma anche a procurare posti di lavoro.
I partiti non nascondono affatto questa loro forza poiché tale alone di potere sviluppa una cospicua attrattiva sui loro "clienti", un fascino che si traduce in voti. Attenzione però a credere che il voto sia una cosa da nulla: ricordiamoci che ancora di recente sono stati svelati episodi di compravendita dei consensi elettorali, acquistati un tanto a voto in favore di questo candidato o di quel partito.
Ci sono poi lobby che offrono vantaggi di appartenenza: può trattarsi di istituzioni, club, organizzazioni di varia natura - persino religiosa -, fino a giungere a realtà di tipo criminale che ottengono vantaggi e profitti esercitando il proprio potere d'intimidazione e di ricatto.
Questa descrizione potrà sembrare impietosa, dare persino fastidio. È vero, ci sono anche aree in cui tutto ciò non accade affatto, anche se è più facile che ci siano cittadini che non godono di questi particolari "benefici", ma non esistono zone sociali di purezza assoluta e nelle quali l'uguaglianza sia integralmente garantita.
È necessario avere il coraggio di dire ciò che tutti sanno: è l'inosservanza di questo principio di uguaglianza che disintegra la comunità e il senso di appartenenza sociale. Bisogna invece rallegrarsi se esso viene rispettato, perché allora ci si trova in una condizione di parità, protagonisti sullo stesso piano come cittadini e non comparse di un teatrino dell'assurdo in cui ognuno sfoggia titoli accademici o politici (magari la semplice qualifica di amministratore del condomino), usandoli in modo intimidatorio e pronunciando la bieca e stupida frase «lei non sa chi sono io»...
Ci sono infatti due modi per realizzare la disuguaglianza: elargire un favore all'amico o al potente, oppure intimidire e quindi ricattare. In questo secondo caso il favore viene fatto per difendersi, uscire da una situazione imbarazzante e sgradevole.
Quest'atmosfera incredibile e deleteria la respiriamo fin dall'infanzia - potremmo dire dagli anni dell'asilo - perché il bambino con un cognome importante, che ha una madre ricca o che comunque può contare sul potere del marito, del padre, del suocero, della nonna , di un cognato (in questi casi si esibisce senza pudore tutto l'albero del potere di cui si dispone), sarà trattato con maggiore attenzione rispetto al figlio di una "signora nessuno". E così alle elementari l'incolpevole pargolo riceverà maggiore attenzione e comprensione rispetto ai suoi compagni sperimentando in tal modo quella folle gerarchizzazione che sembra ancora stendere la sua ombra nella nostra scuola, là dove la classe può diventare il luogo delle distinzioni e delle graduatorie dominate dal potere delle famiglie e dalle simpatie, e assai meno dall'abilità o dall'intelligenza. Come conseguenza di ciò non ci si preoccupa più di sviluppare la classe come un gruppo in cui le distinzioni si fondano per raggiungere un unico obiettivo, che è l'apprendimento di tutti e non del singolo. Intendo dire che dovrebbe accadere come in un'orchestra nella quale la capacità di suonare i diversi strumenti differenzia l'uno dall'altro ma tutto poi si ricompone nella sinfonia e nel risultato che è comune, e non ammette alcuna preferenza o distinzione. In un'orchestra non ci sono gerarchie, ma s'impone solo l'unità da cui dipende il fine comune della qualità dell'esecuzione.

MENTALITÀ DEL PRIVILEGIATO. Dentro un clima di disuguaglianza si genera invece la mentalità del privilegiato che porta a cercare sempre la via distintiva anche quando essa non serve a nulla, se non finisce addirittura per complicare un tratto di strada. Si pensa che sia meglio ricorrere all'"amico" facendo dipendere da lui un percorso che invece sarebbe semplice. Senza contare che se al suddetto amico viene un raf freddore tutto rischia di andare a rotoli.
La mentalità del privilegiato porta poi a pensare e a convincersi che in tutte le occasioni e in ogni settore ci sia sempre uno diverso dagli altri. Così quando vediamo attribuire un vantaggio a qualcuno diventiamo sospettosi se non ne godiamo anche noi, e finiamo per protestare per la disuguaglianza: proprio noi, che magari ci adoperiamo per essere diversi dagli altri e ricevere attenzioni specifiche.
Se questa è la mentalità dominante, l'alternativa è tra essere privilegiati oppure svantaggiati. E mentre nel primo caso godiamo della soddisfazione del potere, nel secondo proviamo rabbia per aver subìto un torto che magari non esiste.
Quindi si passa da privilegiati a vittime, senza che mai si abbia la percezione di essere "uno come gli altri", né favorito né prevaricato.
Una simile concezione non crea una comunità né consente di parlare di Stato ma tutt'al più d'un campo di battaglia in cui tutti vogliono vincere, non importa con quali mezzi.
Tutto questo lo si può riscontrare nel banalissimo comportamento generale: l'incapacità di stare in fila, il tentativo di evitarla facendo i furbi oppure dichiarando situazioni estreme che sono volgari strategie per passare davanti all'altro...
Proprio per il suo impatto sulla nostra quotidianità, e dunque per la condizione di privilegio o di sopraffazione sperimentata, l'uguaglianza è una condizione e un principio da affermare oggi con maggiore forza, anzi, con tutte le energie possibili: se si cerca il privilegio a ogni costo - ciascuno nel settore dove può imbrogliare più facilmente - non si riuscirà infatti mai a creare un insieme ma si produrrà sempre un campo di battaglia nel quale ciascuno finirà per combattere contro un altro, e questi a sua volta con un altro ancora, producendo odio e stress.

VITTIMISMO. Non vi è alcun dubbio che lo stress nella nostra società sia legato all'invidia e alla ricerca di vie privilegiate. Tale ricerca diventa condizione di sopraffaz ione e di vittimismo a seconda che uno riesca o meno a superare l'ostacolo. È possibile vedere con chiarezza come ormai ci siano alcuni obbligati a vincere per non ammalarsi e altri che credono di essere sempre sorpassati avvertendo per questo un tale senso di frustrazione da finire col cadere in una vera malattia da stress che si manifesta in malinconia vittimistica o in una rabbia cieca pronta ad abbattersi su chiunque perché questi dev'essere per forza uno che cerca di sopraffarmi.
L'ineguaglianza suggerisce e promuove la falsità poiché essa è sempre un atteggiamento di conquista delle piccole o grandi icone del potere. Lo si vede dai sorrisi elargiti ai piccoli capiufficio, alle mises con cui donne e uomini si presentano sul luogo di lavoro: le prime per sedurre, i secondi per mostrare di far parte del gruppo dei forti e dei ricchi, condizioni che ancora oggi pretendono rispetto poiché incutono timore.
Una delle conseguenze più gravi di questa anomalia che - lo ripeto -, pur aneddotica, è dentro le piccole cose del quotidiano (e non solo) è che se una persona non ricorre a questo sistema gli altri pensano che non lo dia a vedere ma che in realtà lo faccia.
Se ad esempio il giovane che è figlio di una persona importante ha raggiunto obiettivi significativi - almeno rispetto ai suoi coetanei - subito si penserà che è stato aiutato dal genitore, sminuendo dunque il merito di chi ha tagliato un traguardo di prestigio. Viceversa, se non ci è riuscito si troverà in una condizione di grave difficoltà esistenziale perché si dirà di lui che, nonostante il padre e le infinite (anche se presunte) raccomandazioni, è proprio un fallito.
La situazione che ho sin qui descritto àltera l'intero senso sociale delle persone. Si ha l'impressione di vivere in una sorta di teatro dell'assurdo, dove ciò che si vede è esattamente l'opposto di quello che si dovrebbe vedere e che dunque dovrebbe essere.
Ormai accade di frequente che chi lavora in una rete televisiva venga sospet tato di vendere se stesso, a cominciare dal proprio pensiero: una forma di "prostituzione intellettuale" che non è meno grave di quella del corpo. È persino diventato impensabile che qualcuno sia arrivato a occupare una certa posizione solo perché capace e particolarmente motivato per quel tipo di lavoro. Tutto diviene aleatorio perché lo è veramente o perché si suppone che lo sia. Non si ammette mai che esistano condizioni in cui si riesce ad affermarsi senza spinte, senza imbrogli, senza sopraffazioni.

ESAME DI COSCIENZA. Chi descrive la morte del principio di uguaglianza nella nostra società (e lo fa usando toni indignati) deve avere però il coraggio di un esame di coscienza, e dunque di rendere testimonianza del proprio comportamento passato e presente. La mia posizione personale è semplice e non ammette alcuna eccezione. Non ho mai raccomandato nessuno, e naturalmente nemmeno i miei figli.
Quand'è accaduto che l'insistenza di chi mi stava chiedendo un "favore" mi avrebbe impedito di parlare dei princìpi e dell'impossibilità di trasgredirli mi sono limitato a dire che avrei fatto ciò che mi veniva chiesto, senza dare poi seguito alla cosa. Pertanto le persone che hanno pensato di essere state raccomandate da me sappiano (ma già lo sanno) che non l'ho mai fatto, anche se potrò aver detto loro di sì.
Non sono mai intervenuto. Forse due o tre volte ho fatto una telefonata a qualche persona presso la quale mi era stato chiesto di intervenire, dichiarando però subito che mi era stato domandato di farlo in modo insistente e magari intrigante ma che non intendevo raccomandare nessuno. In qualche caso ho persino espresso un'impressione non certo favorevole, ma che rispondeva alle mie conoscenze e convinzioni.
Devo poi aggiungere - e potrà apparire persino temerario, ma è doveroso che lo faccia - come nella mia vita mai e poi mai ho accettato compromessi. Mai ho modificato e tanto meno mercanteggiato idee e posizioni per ottenere un qualsiasi vantaggio. Devo punt ualizzare infine che non amo il potere, e che quando ho raggiunto quasi per inerzia e senza averlo programmato una posizione "forte" l'ho sempre abbandonata magari per cominciare a far qualcosa di completamente diverso.
Chi non ama il potere neppure ama essere potente e dunque mostrarsi forte. Costui nemmeno vorrà raccomandare e promuovere ineguaglianze.
Sono portatore di convinzioni, che difendo. Ma non si tratta di persuasioni preordinate né sensibili al potere. Questa è la mia sola ricchezza, e solo in essa trovo forza: forza per vivere , non per comandare.
Ricordo che una volta mi sono dedicato a un personaggio che è arrivato a occupare un'importante posizione, di averlo fatto dietro sua richiesta, gratuitamente e sobbarcandomi un impegno enorme poiché pensavo di fare cosa utile dal momento che consideravo nefasto il successo di un suo diretto rivale. Ebbene, dopo che costui aveva ammesso più volte di dovermi la sua posizione, passati due giorni dalla sua nomina sono andato a trovarlo e gli ho detto: «Da due giorni penso cosa chiedere per me o per la mia famiglia... e sai a che conclusione sono giunto? Che non ho nulla da chiedere». Posso dunque affermare in tutta sincerità che non ho usato la mia posizione per favorire qualcuno, e che non ho mai usato quella di conoscenti in ruoli di potere per trarne vantaggi.
Mi sono occupato professionalmente di una famiglia che abitava in una casa bellissima, forse nel luogo più artistico della mia città, Verona. Un giorno mi chiamarono per dirmi che avevano deciso di venderla e mi chiesero se volevo acquistarla. Un sogno. Risposi che non potevo acquistare la casa di un mio paziente perché non era corretto, mi sarei sentito per sempre a disagio per aver goduto di un privilegio che del resto mi era già stato anticipato esortandomi all'acquisto.
So che adesso quella casa è di proprietà di un tedesco, e mi dispiace, ma non ho il minimo rimpianto: la coerenza vale più di qualsiasi proprietà immobiliare.

GENTILEZZA. Credo di aver goduto di attenzioni e di gentilezze, e ne sono felice. Se posso, anch'io seguo nei confronti degli altri questo stesso comportamento fatto di cortesia e umanità, di voglia d'aiutare e di stare vicino a chi si trova in difficoltà.
Questi stati d'animo straordinari, che vanno promossi e diffusi non a parole ma attraverso gli esempi, non hanno niente a che spartire con i vantaggi ottenuti all'interno di un mercato che vende potere per acquisire altro potere. Molte di queste compravendite non sono pagate subito né in contanti, ma rimangono tra i debiti che prima o poi vanno saldati concedendo potere. Tutto ciò genera ineguaglianza e rischia di ammazzare definitivamente il principio d'uguaglianza, già cadavere nella nostra società.
«Avvenire» del 26 novembre 2006

Vivere secondo giustizia (Andreoli 1)

«Se una legge è falsa perché interpreta male una situazione, condurrà a una giustizia che, pur applicata con rigore, emetterà sentenze lontane dalla verità. Così può esserci benissimo un magistrato che emette una condanna in virtù della legge, mentre sul piano della verità, a cui può giungere per altra via, ritiene la stessa sentenza un errore. Non esiste un tribunale della verità assoluta, se non quello della giustizia divina, che però non appartiene alla realtà in cui viviamo»
di Vittorino Andreoli
1 Se l’igiene di un ambiente si vede dai gabinetti, così il polso di una società lo si ha dalle condizioni delle sue carceri
2 Non posso non ricordare i manicomi criminali che oggi hanno una popolazione ridotta, ma un tempo traboccavano di malati
3 Bisogna avere il coraggio di dire che il denaro pubblico viene davvero amministrato all’insegna dell’ingiustizia e dell’osceno
4 Sono veramente disgustato dopo questo esame, sia pure schematico e altalenante, dello stato della giustizia del nostro Paese
GIUSTO E VERO. Tra giusto e vero esiste una grande differenza in virtù della quale siamo indotti a dire che il giusto non è (sempre) il vero e che il vero soltanto in certi casi corrisponde al giusto.
Tale affermazione, che può apparire paradossale, interpreta invece i due termini nella loro dimensione sociale e nell’applicazione della giustizia umana.
La giustizia che si celebra nei tribunali è il risultato dell’applicazione delle leggi vigenti, e quindi di tutta una serie di scelte formalizzate e promulgate nel tempo. Dunque la giustizia umana non si pone come riferimento essenziale la verità quanto piuttosto le leggi, che non a caso se sono false o sbagliate conducono a un’applicazione continua dell’errore. Una buona giustizia è quella in grado di applicare leggi che tuttavia possono anche essere lontane dalla verità, sia pure intesa entro la logica umana e quindi riferita agli affari terreni e agli accadimenti, ovvero ai soli fatti.
Se una legge è sbagliata e falsa perché interpreta male una data situazione e le persone che vi sono coinvolte, essa condurrà a una giustizia che, pur applicata con rigore, emetterà sentenze magari anche "giuste" ma lontane dalla verità. Può verificarsi il caso di un magistrato che condanna in forza della legge mentre sul piano della verità – cui può giungere autonomamente per altra via – ritiene la propria stessa sentenza un errore.
Non esiste un tribunale che possegga la verità assoluta, se non quello della giustizia divina, che appartiene però al mondo "altro" e non alla realtà terrena in cui viviamo.
Nemmeno è garantita quaggiù la verità dei fatti, cioè l’accertamento della maniera esatta in cui essi si sono svolti, poiché il processo – vale a dire il luogo dove si confrontano accusa e difesa – può far prevalere un’interpretazione di quanto è accaduto diversa da ciò che si è verificato e che è destinato a rimanere fuori da quell’aula nella quale alla base del giudizio (condanna o assoluzione) c’è il solo confronto delle prove.
La giustizia così intesa è qualcosa di contingente che si lega a ciò che si riesce a dimostrare in quel dato momento, in una dinamica giudiziaria nella quale non valgono nemmeno gli atti depositati.
Essi nella loro presentazione ed espressione dibattimentale si inverano nel processo, acquistando cioè durante il suo svolgimento significato probatorio. Risulta fin troppo evidente come anche pubblico ministero, che rappresenta l’accusa, e avvocato della difesa siano figure che condizionano l’esito del processo e quindi la giustizia. Questa non sembra quindi dipendere dal "vero accaduto" ma dal "vero rappresentato", che può anche essere del tutto falso.
Le leggi razziali approvate in Germania nel 1933 e in Italia nel 1938 produssero un’ingiustizia che discriminava ogni cittadino di razza ebraica. La loro applicazione faceva sì che un uomo venisse condannato da una giustizia basata tuttavia su una concezione razzista profondamente errata.
Nei molti Stati in cui è oggi in vigore la legge che prevede la pena di morte, comminata per certi reati, essa viene applicata in maniera ineccepibile dal punto di vista giudiziario ma rappresenta un errore sul piano del significato stesso del giudizio, e quindi su quello della verità. La pena capitale infatti nega che l’uomo abbia la possibilità e il diritto di redimersi, ma soprattutto esclude il dubbio che possa esserci un errore di valutazione, dubbio che dovrebbe sempre essere presente nell’agire umano preservandolo da giudizi nei quali sia in gioco la vita o la morte.
Quanto abbiamo detto finora è il primo elemento che rende i cittadini insoddisfatti della giustizia: tutti noi vorremmo la verità e non semplicemente un’applicazione per quanto corretta di leggi che possono essere state promulgate da chi nell’atto stesso di farlo ha commesso un errore, e magari nemmeno conosce cos’è la verità. Se le leggi – poniamo – sono emanate da un tiranno, questi farà della giustizia (fosse pure indipendente, per garantire imparz ialità di giudizio nei singoli casi) uno strumento che condurrà a realizzare ciò che lui stesso vuole, e che potrebbe essere il sopruso, la vendetta, l’ingiustizia.
Portando la questione all’estremo, si potrebbe dire che la giustizia è un sistema applicativo che può giungere anche a sentenziare falsità ma in modo assolutamente corretto sul piano normativo e formale.
Tutti sostengono di credere nella giustizia. Per i motivi che ho appena illustrato, io affermo invece con grande decisione di non credere affatto nella giustizia ma piuttosto nella verità, prendendo al tempo stesso atto che il giudizio legale non è formulato tanto sulla base della verità ma piuttosto della coerenza con leggi delle quali almeno alcune non solo sono false ma talora persino perverse e strumentalmente asservite a interessi di parte.

IN NOME DEL POPOLO. Un aspetto formale del nostro sistema giudiziario che non riesco a condividere è quello della promulgazione delle sentenze «in nome del popolo italiano». Credo che sarebbe più corretto emetterle in nome della legge, che è altro rispetto al popolo inteso come i cittadini attuali, i quali possono non valutare positivamente leggi spesso datate e che non rispettano le convinzioni di oggi (sempre ammesso che rispecchiassero quelle del tempo in cui sono state emanate).
Mi sembra che quella dei tribunali sia una formula che strumentalizza e non rispetta i cittadini nel loro insieme, quando invece in Francia – ad esempio – le sentenze sono emesse semplicemente «in nome della Repubblica». Non è il solo aspetto del sistema giuridico che non mi piace. Credo che ciò di cui bisogna essere consapevoli è proprio il limite della giustizia e la sua non completa corrispondenza con il bisogno di verità nutrito invece dalla gente, che talora conosce la verità di un fatto mentre vede come il giudizio emesso non sia affatto coerente con essa, o addirittura finisca per stravolgerla.
È proprio il caso di dire che la verità non è di questo mondo, poi ché il solo fatto di doverla dimostrare significa rinchiuderla dentro contesti e schemi operativi che potrebbero da soli rendere impossibile il suo disvelarsi.
Affermato preliminarmente questo limite, occorre però correlare subito la giustizia con il principio di uguaglianza, pretendere che esso venga applicato ponendo tutti i cittadini sullo stesso piano di fronte alla legge e quindi alla giustizia (formula che si trova scritta alle spalle di ogni corte giudicante).
Anche in questo caso però dobbiamo rilevare che le ineguaglianze sono la regola e non l’eccezione. Si può subito notare una differenza nella possibilità di poter disporre (pagandoli) di avvocati difensori più motivati di altri per via dell’entità delle proprie parcelle, e per questo anche più competenti rispetto alla concorrenza. E se pure si è tentato di garantire il diritto alla difesa con gli "avvocati d’ufficio" pagati direttamente dall’organo giudiziario, la disparità di remunerazione mantiene in pieno la differenza tra chi per difendersi può contare sul denaro e chi invece di denaro non ne ha. C’è poi la disparità costituita dal modus operandi del pubblico ministero cui viene affidata la pratica, che può essere molto diverso non tanto sul piano individuale – cosa del tutto naturale e legittima – ma su quello dell’impegno. Ci sono magistrati estremamente attivi e altri che non fanno nulla, o lavorano male. Pare qui vigere quella norma non scritta ma applicata (e che trovo assurda) secondo la quale in nome dell’indipendenza del singolo sia difficile persino per il procuratore capo intervenire sui propri sostituti quanto a metodi, modalità e tempi d’impegno in una causa pendente. Sappiamo che ormai si è arrivati all’assurdo per cui, dati i tempi previsti per arrivare a una sentenza, si lucra sulle disfunzioni della macchina giudiziaria. Tanto che, in casi estremi, si può non pagare un creditore e trovare qualche motivo per contestare il pagamento dovuto, in modo che sia possibile posporlo di un b uon numero di anni: a quel punto le condizioni saranno almeno più favorevoli, e il valore del denaro certamente minore rispetto a quello attuale tenendo conto che gli interessi legali non seguono l’inflazione delle economie di mercato.
Siamo giunti a una situazione in cui già si produce ingiustizia semplicemente gestendo i percorsi processuali, i rinvii, i cambiamenti di giudice competente.
E così paradossalmente la giustizia aiuta a commettere ingiustizia prima ancora di esprimersi.
L’ho detto chiaramente e lo ripeto: non ho grande fiducia nella giustizia, a differenza di quanto molti dicono in modo scontato. Sono anzi spaventato da un apparato in cui può emergere tutto e il suo esatto contrario e in cui è possibile che si consumino le più grandi ingiustizie spesso mascherate da legalità. È la tragedia di una giustizia che riesce a far sembrare legale anche un procedimento assolutamente ingiusto. Questa volta non ho neppure bisogno di aggiungere nulla poiché ognuno di noi ha esempi da fornire, esperienze dolorose da raccontare, mentre ci sono potenti che sembrano seccati dal dover perdere tempo in tribunale con un sistema che probabilmente finirà per non toccarli.
Se le cose stanno così, arrivo a dire che oggi impera il principio dell’ingiustizia e dei «due pesi e due misure». Basterebbe soffermarsi su un luogo che dalla giustizia dipende interamente: il carcere.

CARCERE. Il carcere è un luogo di dolore dove l’ingiustizia si manifesta in modo ancor più drammatico: basti pensare alla differenza di condizione esistente tra un carcerato che ha commesso un reato gravissimo ma che, disponendo di appoggi o di denaro, può contare su un trattamento particolare, e un altro detenuto colpevole di un reato minore ma completamente abbandonato perché non c’è chi si interessi di lui, privo com’è di un nome illustre o che incuta timore e rispetto. Ci sono detenute che scontano una pena con il figlio di pochi mesi, e persone che invece hanno commesso gravi reati ma che non vanno in carcere poiché devono occuparsi di un ragazzino ormai grandicello. Si tratta di ingiustizie evidenti, che producono un senso di rabbia e di impotenza e che inducono a gridare al mondo il torto subìto, ben sapendo però che quasi nessuno ascolta. Penso a situazioni in cui persone in attesa di giudizio restano in carcere senza speranza per anni, e sanno che nulla potrà mutare quella situazione, finendo così per non desiderare più niente, e ammalandosi di carcere.
Se è vero che l’igiene di un ambiente si vede dai suoi bagni, così il polso di una società, il suo vero volto si vede dal carcere. Celle affollate, persone ammassate che brancolano prive ormai di qualsiasi sentimento se non quello del tempo che passa inutilmente. Il carcere si trasforma in luogo dov’è possibile riorganizzare il crimine, dove si può spacciare droga e consumarla, accettando accordi che all’uscita si tradurranno spesso in comportamenti delinquenziali.
In cella si trovano ragazzi che, usciti dagli istituti minorili al compimento della maggiore età, diventeranno semplicemente bolgia, numero, scarto, fattore di decomposizione sociale.
Accanto a questo mondo disperato, sia pure solcato dall’errore, a volte vediamo personaggi eccellenti posti agli arresti domiciliari in dimore sontuose e che cambiano domicilio a seconda della stagione. Personaggi per i quali può accadere persino che la pena non scatti perché una legge calibrata cambia le regole: in quel caso la giusta applicazione è non farli entrare in galera, mentre altri per molto meno sono costretti a rimanervi senza alcun progetto di riabilitazione, senza che nessuno vada a visitarli, poiché sono "nessuno", persone di poco conto, abbandonate anche da famiglie spesso in miseria .
È insopportabile conoscere questa realtà, è insopportabile viverla, ma si finisce per assuefarsi e quindi per condurre un’esistenza da sepolti vivi.
Se la giustizia è tra i segni con i quali si manifesta una civiltà, bisogna concludere che la nostra sta morendo, se non è già defunta da tempo.

FUORI DAL CARCERE. Non so perché, oltre che dal carcere, la mia mente sia tormentata da altri luoghi che lo richiamano pur non avendo nulla a che fare con esso. Sono i luoghi per i vecchi, e in particolare per i vecchi poveri, quelli che non hanno più nessuno. Li chiamano "case di riposo" oppure gerontocomi, ma spesso sono veri e propri lager, cimiteri popolati da sepolti vivi. La vecchiaia pare essere divenuta un reato, che si paga venendo reclusi in simili luoghi disumani sui quali qualcuno persino specula e si arricchisce.
Non posso non ricordare qui i manicomi criminali, che oggi hanno una popolazione ridotta (circa 1200 reclusi) ma che un tempo traboccavano di malati di mente che erano anche delinquenti. Già questo miscuglio è segno d’ingiustizia, poiché se uno è malato dev’essere curato ma se è responsabilmente colpevole di un reato va punito. Questi sono luoghi dove la follia del manicomio si assomma a quella del carcere in una sorta di sintesi che mostra solo quanto la giustizia possa essere precaria e disumana.
Penso anche all’ingiustizia di tanti orfanotrofi dove sono tenuti bambini che avrebbero bisogno di un padre e di una madre e che invece rimangono impacchettati in un luogo dove – pur con tutta la buona volontà – non si potrà mai soddisfare il bisogno fondamentale dell’infanzia. Penso anche all’ingiustizia perpetrata dalle procedure di adozione, che per essere perfette sono lente e complicate. Vorrei aggiungere che a mio avviso non ci si deve limitare a confrontare sistemi adottivi diversi ma andare oltre, fare sempre il confronto tra una certa modalità di adozione e quello che comporta per i bambini crescere senza un affetto specifico, senza la dedizione di una mamma e di un papà, ricordando anche che la cura e l’attenzione non sono un’esclusiva del legame materno e paterno.
Penso anche all’ingiustizia di chi chiede giustizia. Un piccolo fatto di cronaca mi riporta alla mia città, Ver ona. In un quartiere si sono stabiliti moltissimi extracomunitari formando una sorta di ghetto, e ciò ha provocato le proteste in particolare degli abitanti di quella zona. Ebbene, le indagini hanno rivelato che gli immigrati si erano ammassati in quell’area perché solo lì avevano trovato chi affittava loro locali in nero (ecco il vero colore del problema), a prezzi enormi. Si è scoperto inoltre che dei contratti di locazione soltanto uno su otto era regolare. Dunque, abbiamo l’ingiustizia di un affitto sovente spropositato imposto agli extracomunitari, di un contratto fuori legge e non punito, e in più la protesta degli stessi abitanti e proprietari che lucravano su una condizione di povertà e di difficoltà esistenziale.
È inutile poi lamentarsi se in una stanza sono ammassate otto o dieci persone, l’unica maniera per affrontare una spesa di locazione a tal punto alta da costituire un vero e proprio ladrocinio.
Anche fuori dei tribunali dunque l’ingiustizia si accompagna frequentemente a realtà concrete di questo Paese, mentre poche volte si ottiene di far davvero giustizia, evocata semmai per un futuro che non arriva e per giustificare un impegno proclamato ma non attuato.
La giustizia è veramente il paradosso di una società. Non di rado – semplificando – sembra servire solo a dar lustro a tutti coloro che vivono di essa, a partire da quei magistrati che hanno stipendi degni di un Creso e dai legislatori. Le due categorie insieme producono ingiustizia nelle aule di tribunale e nefandezza nelle carceri.

PENA GIUSTA. Sia chiaro, a scanso di equivoci: non discuto la pena né sostengo che non debba esserci, e tanto meno intendo suggerire una mia modalità per attuarla. Affermo semplicemente che si deve trattare di una pena destinata a chi ha commesso un reato ma che non per questo perde l’identità di persona umana da aiutare e portare alla consapevolezza di essere responsabile d’uno sbaglio, piccolo o grande che sia. Mi indigno invece per il modo disast roso e dispendioso con cui sono amministrate le carceri, che devono avere comunque un volto umano: perché è questo che dovrebbe esigere la giustizia.
Mi si dirà che ci sono alcune realtà ben diverse dal panorama che fin qui ho tracciato: lo so e vi dirò che paradossalmente me ne dispiace, poiché sono quelle piccole perle che messe su un abito impediscono di vedere lo stato in cui questo si trova realmente, i suoi strappi e persino la stoffa che è semplicemente tela di sacco, roba buona per raccogliere l’immondizia e non per vestire un’istituzione.
Si deve partire da una giustizia che deve sempre tutelare la dignità della persona, e forse prima ancora risalire alle leggi che la costituiscono e la regolano. Essa deve tener conto di cosa significhi finire sotto processo e trovarsi di conseguenza in una situazione di totale incertezza riguardo al proprio futuro, che può essere scardinato da una sentenza con effetti poi su una o più famiglie. Tutto questo deve portare a processi rapidi e giusti, non a mettere tra parentesi intere vite lasciandole sospese nel dubbio o immerse nell’impossibilità di agire e andare avanti, magari dopo un errore semmai da riparare ma che non deve segnare la fine di ogni speranza.
BONTÀ E CATTIVERIA. Non bisogna confondere la giustizia con la bontà. La giustizia proviene da regole e leggi che devono avere identica applicazione per tutti: a parità di casi va pronunciata la medesima sentenza. La bontà è invece un gesto gratuito del singolo che, basandosi sui sentimenti (e non sulla ragione o le leggi), segue in quel caso e solo in quello un certo comportamento nei confronti di una o più persone dalle quali si sente attratto. In troppi casi «giustizia» e «bontà» vengono confuse, e spesso si invoca la seconda quando invece è sacrosanto chiedere la prima, che è un diritto e non il risultato di una supplica o una preghiera.
Il malcostume di esibire sempre e a tutti i costi il potere di cui si dispone, anche quando non è nelle proprie di sponibilità, rischia di trasformare la soddisfazione d’una legittima richiesta del cittadino (che cioè deriva dalla legge) in un atto di "generosità" (quindi non obbligatoriamente dovuto).
La tendenza a personalizzare sempre ogni cosa ha trasformato non poche istituzioni in una sorta di covi di egocentrismi, luoghi dove si va a chiedere favori piuttosto che a reclamare diritti sacrosanti.
Tutto questo indica che ormai crediamo più nel favore che nel diritto, nella forza del singolo più che in quella della legge. Una norma stravolta diventa sempre più problematica poiché si presta a infinite interpretazioni. Càpita allora di incontrare chi nega subito un diritto richiesto adducendo che non è scontato ma che resta in forse per via di una interpretazione, di una sentenza emanata dalla Cassazione o da un presidente di corte d’appello. In tal caso l’esito di quella richiesta resterà appeso a lui e solo a lui, trasformando quello che era un diritto in un favore che quel personaggio è disposto a elargire solo a condizione che... È a questo punto che scatta la controfferta, esplicitabile in tanti modi: con merce propria, intesa in vario modo, oppure con qualche mazzetta. È sufficiente che sia qualcosa in grado di "pagare" l’applicazione di quel diritto trasformato in regalìa lasciata alla benevolenza del potente di turno. Non saprei citare una sola norma giuridica che non sia discutibile o che stabilisca un diritto senz’ombra di discussione o privo di dubbi. Mi pare che al fondo tutte le norme siano passibili d’interpretazioni diverse: per applicarle, di conseguenza, ci vuole un santo che faccia un autentico miracolo. Ne deriva la persuasione che la legge ci sia, ma è come se non ci fosse. La possibilità di ottenere il riconoscimento di un diritto fondamentale diventa così un atto di benevolenza, per cui la vita del singolo finisce per dipendere da qualche mascalzone che indossa vesti destinate invece a un santo.
Nel nostro Paese abbondano i gesti di bontà, ma è a ltrettanto vero che il loro numero è legato anche alla latitanza di leggi sicure. Molti atti di generosità diventano quindi necessari a causa di un’indeterminatezza di leggi che si trasforma in pane e companatico per più di un gestore della cosa pubblica. Costoro trasformano i diritti del cittadino in traffici privati, con prebende che si riscuotono di soppiatto. Non sarebbe meglio avere più legge e meno gesti di bontà?
Per gli stessi motivi è necessario dire che esiste una grande differenza tra ingiustizia e cattiveria.
Talora l’applicazione giusta di una norma viene considerata trattamento "cattivo" sia perché ci si attendeva un esito differente sia perché in casi analoghi la risposta era stata più benevola.
Nasce da qui quel senso di persecuzione che porta a odiare la legge e a credersi in dovere di fare ciò che si vuole, magari sentendosi eroi quando la si trasgredisce, meglio se in maniera furba, fingendo di essere nella legge e di rispettarla mentre si fa esattamente il contrario. Ci sono professionisti che si dedicano proprio a questo. Alcuni studi di commercialisti sono luoghi in cui si evade il fisco ostentando uno scrupoloso rispetto delle leggi. Vi sono figure professionali che hanno scovato dentro le norme strumenti che permettono di spendere in cose voluttuarie evitando di versare quanto dovuto al fisco, che viene dipinto sotto le sembianze del demonio mentre alimenta le casse dello Stato cui si dovrebbe attingere per realizzare i bisogni di tutta la popolazione: soldi che ci appartengono, spesi da chi abbiamo delegato a farlo.
DENARO PUBBLICO. Bisogna avere il coraggio di dire che il denaro pubblico viene spesso amministrato all’insegna dell’ingiustizia, in certi casi persino dell’osceno. Vedo soldi dati a persone amiche per consulenze che non esistono o che si riducono a quattro fogli battuti al computer; oppure soldi scialacquati in operazioni che servono per mostrare il potere di quel tale politico al solo scopo di rafforzarne la cr edibilità agli occhi d’un piccolo manipolo di "persone forti" o degli stessi elettori.
Al di là di queste miserie, che pure costano moltissimo, ci sono le mini-ingiustizie dello sperpero di denaro che da settori ai quali era stato destinato (e dove ce n’era assoluto bisogno) viene trasferito altrove. Denaro per le guerre, denaro per fare sfoggio di forza, denaro per feste inutili ma che danno soddisfazione, nello stile dei grandi dittatori.
Conosco perfettamente come i soldi destinati alla cura delle malattie mentali siano stati spesso dirottati verso altri impieghi – medici, certo, ma anche del tutto diversi –, ben sapendo che un malato (peggio ancora un matto) non può protestare, o comunque che la sua protesta è sempre un sintomo, lo specchio di un delirio, che dunque non bisogna farci troppo caso, e certo non c’è niente da temere. Diverso invece è l’impegno in quei settori medici che studiano le malattie di cui soffrono spesso anche i politici: negli Stati Uniti la ricerca maggiormente sostenuta è quella delle patologie della prostata, poiché ne soffre la maggior parte dei senatori, ma anche un certo numero di deputati. Analogamente, a giudicare da alcune notizie, sembra che nel nostro Paese l’interesse maggiore vada alle astenie sessuali, forse perché qualche politico sofferente di disturbi in materia sente svilita sul piano affettivo e simbolico la propria potenza invocandone il reintegro.
Perdonate lo sfogo, ma mi sento veramente disgustato al termine di questo mio esame sia pure schematico e altalenante dello stato della giustizia nel nostro Paese, che vedo come un controllo sulla salute d’una civiltà.
È indubbio infatti che senza i princìpi d’uguaglianza e di giustizia anche la più grande delle civiltà – non mi pare il nostro caso – sia destinata ad affondare. Lo confesso: me ne dispiace molto. Proprio per questo sono indignato, atteggiamento che ritengo sia l’unico possibile per chi rifiuta la violenza ma non è disposto a sorridere a chi si è ado perato per trasformare l’Italia in un mercato del malaffare e del profitto più vergognoso. Ecco: l’indignazione permette di affermare con forza questa verità e forse, chissà, di risvegliare dal torpore chi pensa che ormai non ci sia più niente da fare.
Lo sapete? Talvolta lo penso anch’io. Ma almeno mi rimane sempre la forza dell’indignazione.
«Avvenire» del 3 dicembre 2006