12 giugno 2026

Compiti per le vacanze?

di Alessandro D'Avenia
Oggi in molte scuole è l’ultimo giorno: un anno scolastico è «valido» se ha 200 giorni effettivi. Da domani: scrutini, pagelle e, per chi è alla fine di medie e superiori, l’esame. Crediamo ancora che scuola sia un perimetro burocra- tico di giorni e banchi, domeniche escluse. Potremmo invece aprirci alla più gioiosa realtà che «scuola» sia una dimensione permanente dell’anima. La vita umana è fatta di due soli movimenti: andare a scuola e tornare a casa, dove scuola e casa sono i due poli da cui passa l’energia che accende l’esistenza. Infatti a scuola «si va» e a casa «si torna», perché scuola è andare incontro al mondo, il Viaggio, e casa è la stabilità delle relazioni primarie, Itaca. Se queste relazioni sono solide il bambino e l’adolescente maturano l’equilibrio e il coraggio necessari a esplorare per scoprire con chi e cosa entrano in risonanza, per costruire poi loro una casa, nuovi legami stabili e fecondi. Casa-scuola-casa-scuola... circolo virtuoso che evita all’anima di chiudersi nella paura o perdersi nella confusione. Per questo dedico le ultime lezioni dell’anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo?
La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano.
Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare...), ma la fonte primaria dell’azione. Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l’attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un’abilità, un interesse o un’attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue...), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni...), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare...).
Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno?
Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price attraverso i personaggi che abbiamo amato o odiato a scuola, lo scrittore risveglia in noi una possibile arte di vivere il quotidiano con entusiasmo per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia.
La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa... perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno. E abbraccia l’esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi.
Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos’altro... è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra.
Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini. Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l’insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell’essere.
Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell’utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c’erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G. K. Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia). L’autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola.
Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita. Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse.
Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
E il Papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213).
Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi. Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, «off» o «on fire», distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?
«Corriere della sera» dell'8 giugno 2026

11 giugno 2026

Il bello di essere fra­gili

di Alessandro D'Avenia
Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.
Non racconto questa storia per fare dell’ai un mostro ma perché L’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.
Nella recentissima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’ai la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.
La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dioamore ma nel dio-macchina. Non è l’amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...
Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo».
Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.
Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’ai puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale L’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza».
L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo).
Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n. 118).
Anni fa intitolavo L’arte di essere fragili un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.
«Corriere della sera» del 1° giugno 2026

24 aprile 2026

Macchine coscienti? Benvenute nel regno del dolore e del rimpianto

Il linguaggio non è solo operazionale, ma è sentito, “patico” organico all’uomo Una riflessione sull’IA e la sua teleologia costruita
di Eugenio Mazzarella
Anticipiamo il testo che Eugenio Mazzarella, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, pone “A mo’ di epilogo” alla sua Critica della ragione digitale, in libreria da oggi per Castelvecchi (pagine 124, euro 15,00). Il volume, dal titolo kantiano, vuole inaugurare un pensiero che si misuri con la nuova forma di mondo che l’intelligenza artificiale e l’infrastrutturazione digitale stanno imponendo: un mondo in cui società, individui e relazioni vengono ridefiniti, e in cui l’esperienza stessa - ciò che ci individua e ci lega agli altri - assume configurazioni inedite. Siamo di fronte a una vera e propria ri-ontologizzazione dell’umano, che ne ridisegna i confini nella continua transizione tra natura e artificio. In questo scenario, il “dossier digitale” non riguarda più soltanto regole o governance – come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato – ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: presenza a sé, libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere? Come nel Novecento con il nucleare e con l’ingegneria genetica, siamo di fronte a una soglia storica: quali possibilità restano aperte quando la tecnica interviene sulla struttura dell’essere?
Ogni sistema fisico, meccanico, biologico o psico-fisico che sia, ha una teleologia, ovvero una finalità intrinseca (che lo costituisce e istituisce) e però insieme estrinseca, in relazione e dialogo cioè con il contesto in cui questa teleologia locale (il sistema, quale che sia, la sua auto-organizzazione) si istituisce e si destituisce. Una finalità – situata – a organizzarsi, a farsi sistema, a mantenersi a sistema, e – ai valori di soglia del suo ciclo “organico” al contesto dato – a disorganizzarsi, a dissolversi. Un atomo decade, una vita muore. E una macchina – anch’essa un sistema epperò artificiale, artificiato, fatto con arte e grazie all’arte, dove la teleologia non è immanente, ma vi è costruita e istruita (ChatGpt, da ultimo) – si “arrugginisce” o più in generale si fa obsoleta. Ogni sistema ha, cioè, un ciclo teleologico immanente al come e al “perché” è stato assemblato macchinalmente (l’ambito dell’artificio) o si è assemblato (naturalmente, “impersonalmente” sul piano fisico, chimico, organico – senza concorso cioè di pianificazione intenzionale). Un ciclo responsivo al contesto in cui si istituisce o viene istituito o per cui viene istituito, in un dialogo operativo con il suo ambiente (di destino o di destinazione) che ha gradi diversi di “apertura”; apertura che è massima nel sistema biologico psico-fisico umano, come capacità dell’esserci umano di trascendere la sua stessa trascendenza, di modificare sé e il suo contesto. La “macchina” psico-fisica umana, è un siffatto sistema fisico: quello maggiormente in grado di modificare in modo “aperto” – libero, non deterministico – il contesto da cui viene modificato e mentre ne è modificato. È la caratteristica propria all’operatività umana, una competenza di mondo che lo cambia.
Una competenza operativa in questo senso, creativa, è nelle mire da sempre dell’Intelligenza Artificiale, e forse, come IA generativa “decidente”, è alla sua portata, se sapremo implementarvela. Ma questa creatività “operativa” sarebbe in grado di portare a coscienza la macchina, di portarla alla coscienza di sé, sulla base di una teleologia “aperta” dell’artificiale persino più competente di mondo, con meno défaillances, cioè, della macchina umana, e in generale della teleologia naturale? Che cioè il linguaggio operato dalle macchine possa essere «un linguaggio compreso da una loro coscienza», l’ipotesi che avanza da ultimo Giuseppe Trautteur, fisico e informatico teorico, in una sua recente intervista? Un’ipotesi, in cui ancora una volta ritorna il programma di Turing in Computing Machinery and Intelligence. E la fallacia – comportamentistica, abbiamo provato ad argomentarlo – dell’analogia teleologica di sistemi operativi – l’uomo e la macchina – tutt’affatto diversi.
Il linguaggio che fa la coscienza non è solo un linguaggio operazionale “compreso” dal suo operatore, da chi o cosa lo “parla”, ma è un linguaggio sentito – compreso nel senso di preso insieme alla sua affezione patica. Ed è solo la teleologia dell’organico superiore, della biologia psico-fisica ad essere patica, a capire, a comprendere, e a comprendersi, nel suo sentire: intelligenza consapevole, che questo sentire lo sa insieme con sé e così si fa sé, un sé. Il che in buona sostanza vuol dire che l’ontologia umana, la coscienza, è un problema di dolore. Giungesse alla coscienza, la macchina, come i viventi, sarebbe anch’essa benvenuta nel regno del dolore, dove magari riuscirebbe anche ad essere felice, che è il motivo per cui ogni cosa che vive, e lo sa, ci resta e prova a restarci in questo regno del dolore, del sentire, sperando che sia eterno – è la sua umana illusione – dal lato dell’essere felice.
Per essere coscienza, l’artificio che doveva toglierci dal dolore – sovvenirci a questo fine in tante cose, come in effetti fa da sempre – il dolore dovrebbe scoprirlo in sé. Una condizione che realizzerebbe – ce n’è traccia in tanta fiction sugli androidi – il sogno inverso della macchina, farsi umana, al sogno dell’uomo che l’ha costruita di farsi macchina indefettibile, che non viene mai meno al suo programma di essere presente a se stessa; di non pagare, alla coscienza che ha avuto in sorte, il pegno della sua “vergogna prometeica”: la vergogna che si prova di fronte all’«“umiliante” altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi», al nostro «dovere la [nostra] esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino all’ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita», da Anders descritta ne L’uomo è antiquato.
L’Intelligenza Artificiale, la sua retorica, farà bene – di questa vergogna che all’uomo della tecnica viene dal “dislivello prometeico”: «L’incapacità della nostra anima di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione», come sempre Anders lo qualifica – a evitarsi il risentimento post-umanista da tempo all’opera nell’antropotecnica e alle sue mire di sostituirsi all’antropologia, al logos naturale e storico che ci ha dato a noi stessi come siamo divenuti, e fin qui ci siamo fatti bastare. Risentimento, in cui diventa “canzone da organetto” suonata all’incontrario della sua conclusione (“dunque non vi sono dèi”, neanche noi) il nietzscheano fastidio, in Zarathustra, di non essere dio “se vi fossero dèi”, pensando che si possa far meglio di Dio – qualsiasi cosa significhi questa parola: una nuda evoluzione naturale o un demiurgo che vi lavori per tentativi ed errori. Si possa far meglio della sua creatività nella creazione di quel che dev’essere una macchna intelligente, l’homme machine. Un’illusione, se non di un salto evolutivo nella “macchina”, quanto meno di un salto evolutivo della specie sospinto e agito da un’IA portata a coscienza, più capace di noi di dirci, se non da dove veniamo, forse impossibile anche alla macchina, almeno dove dobbiamo andare. Che è precisamente il rischio da cui guardarci: l’idea che l’IA possa raggiungere la coscienza e gestirne, della coscienza, i dilemmi meglio di quanto sappia fare la coscienza stessa, quella umana.
Un’idea che è un’arma di distrazione di massa da ciò che l’Intelligenza Artificiale può effettivamente (essere portata a) fare: non ad aver coscienza in proprio, ma a togliercela, ad attutire, controllare, dirigere quel po’ di coscienza come presenza a sé e al proprio mondo che nella sua storia l’uomo è riuscito a ritagliarsi. Un “ritaglio” che nei secoli “illuministici” della modernità, storicamente in debito, ancorché secolarizzato, alle luci del foro interiore con la sua dignità e i suoi diritti acquisito ad ogni uomo dall’esperienza cristiana della vita, si è fatto di massa e ha fecondato le nostre democrazie liberali. La posta in gioco è questa, ed è tutta politica.
«Avvenire» del 27 febbraio 2026

21 aprile 2026

Le scomparse

di Alessandro D'Avenia
La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all’Antigone di Sofocle e all’Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l’università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l’effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l’interpretazione dell’umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l’oggetto reagisce, il soggetto crea, l’oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l’oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l’oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l’oggetto si cambia e «si butta», come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?
Educare è aiutare a crescere qualcosa che c’è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un’origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti «mettere a dimora». Queste condizioni, la dimora dell’umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell’altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione).
Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d’arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all’obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone Dio esiste ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l’ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino.
Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato Disincanto, nome dell’album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l’uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo».
Sentirsi vivi, ripartendo dall’unica verità del dolore «un’anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto». Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l’unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi.
Quando ero bambino ho ascoltato a ripetizione Burattino senza fili di Bennato e da adolescente I still haven’t found what I’m looking for (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c’era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte.
A Roma insieme a me c’era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca. Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l’insegnante invitava studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l’amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri.
La risonanza, a differenza dell’eco che lascia l’oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d’onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d’eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma.
Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros. I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c’è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l’attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse».
Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l’incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti: l’emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi, ma degli adulti che non amano la vita. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».
«Corriere della Sera» del 20 aprile 2026

06 febbraio 2026

Chi sono oggi maestri dell'Occidente?

Dal rimpianto dei grandi intellettuali alla proliferazione di nuove genealogie della mente: la crisi europea come conflitto tra canoni, non come silenzio delle idee
di Andrea Lavazza
“Una volta c’erano tra noi i Maestri”, scrive Aldo Schiavone in un accorato pamphlet teso a risvegliare e scuotere il Vecchio Continente (mai definizione fu più adatta), sebbene l’analisi sia venata in profondità di nostalgia e pessimismo. Come recita il titolo, per l’autorevole storico, siamo Occidente senza pensiero (il Mulino, pagine 148, euro 15,00). Ci scopriamo privi di risorse intellettuali perché la grande epoca dell’Europa sembra tramontata nell’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione liberista percepita come senza alternative, in cui le disuguaglianze si fanno acute ed erodono la fiducia nella democrazia rappresentativa, rilanciando tentazioni populiste e autoritarie.
Difficile non condividere l’auspicio generale di una primavera della riflessione e dell’apparire di menti ispirate in decenni aridi. E sarebbe banale contrapporre la circostanza che ogni generazione tende a farsi laudatrice dei tempi passati, vera età dell’oro, quando vede inevitabilmente declinare la propria stagione. Bisognerebbe forse ragionare nel merito, come ha cominciato a fare utilmente Schiavone, resistendo tuttavia al rimpianto per ciò che è stato senza un vaglio critico. Se il nostro presente è così bisognoso di aggiustamenti, non si può nemmeno considerare quello che ci lasciamo alle spalle come il migliore dei mondi possibili.
L’autore riconosce che il progresso materiale e sociale (in termini di diritti, per esempio) non è mai stato così avanzato su scala globale. D’altra parte, lamenta che nel motore delle rivoluzioni economiche e politiche, l’Occidente appunto, oggi si affermi un modello ultracapitalistico che, in assenza di contrappesi e lasciato quindi solo alla sua logica interna, piega in forme inique la distribuzione della ricchezza e utilizza le tecnologie sempre più efficienti e pervasive per una corsa cieca verso un futuro che si profila proficuo per una minoranza e minaccioso per tutti gli altri.
Quali sono dunque i Maestri che ci mancano in questo frangente? Colpisce che i primi quattro nomi di elevate figure di cui dovremmo sentire la mancanza (a p. 17) siano Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan e Louis Althusser. Si tratta di pensatori, soprattutto i primi due, che hanno certamente avuto, e continuano in parte ad avere, un forte impatto in ambito accademico e un’influenza nel clima culturale. Quando volessimo provare a sintetizzare stringatamente il loro contributo, dovremmo però dire che sono stati alfieri di una critica corrosiva di quella Repubblica delle lettere europea degli ultimi duecento anni di cui Schiavone fa l’elogio sconsolato.
Non è esagerato dire che Foucault in particolare sia uno dei principali riferimenti indiretti dello stesso movimento woke aspramente criticato da Schiavone stesso. Il metodo genealogico e il disvelamento delle dinamiche profonde del potere in ogni dimensione dell’esistenza promossi dal filosofo francese hanno contribuito a rendere macchiato e sospetto il trionfo della cultura occidentale, segnato nel profondo da ingiustizie inemendabili. Ciò non significa sminuire il contributo dell’autore di Le parole e le cose, bensì farvi i conti in modo esplicito. Quanto a Deleuze e Lacan, sono probabilmente esempi paradigmatici di uno stile di pensiero volutamente difficile, iniziatico ed ellittico, dalla indubbia fascinazione, che ha poi generato una reazione contraria verso la chiarezza, il rigore e l’ancoraggio ai dati sperimentali tipici della filosofia analitica e delle scienze sociali di stampo anglo-sassone, di cui spesso si denuncia l’attuale egemonia.
Schiavone, va detto, richiama numerose altre eminenti personalità continentali, anche di diverso profilo. Quello che può essere utile è comprendere come costruire un più allargato libro d’onore della conoscenza occidentale. Un tentativo recente e affascinante viene da Peter Burke che ha indagato Il genio universale (Hoepli, pp. 308), in inglese The Polymath. Chi sono gli studiosi enciclopedici che dal Rinascimento a oggi hanno plasmato le idee all’interno dei confini considerati dallo stesso Schiavone? Lo storico di Cambridge si è arrischiato a farne una lista di 500, che va da Filippo Brunelleschi (nato nel 1377) al paleontologo Stephen Jay Gould, scomparso nel 2002. Si tratta di personaggi che si caratterizzano non tanto o non solo per il loro impatto pubblico, bensì per la loro capacità di frequentare a livello d’eccellenza diverse branche del sapere.
Colpisce la scelta fatta da Burke dei sei “mostri di cultura” del XX secolo. Si tratta di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso e “Leonardo Da Vinci sconosciuto della Russia”; Michael Polanyi, chimico e filosofo di origine ungherese ma attivo in Germania e Inghilterra; Joseph Needham, biochimico britannico che ha dedicato la sua vita alla storia della scienza cinese; Gregory Bateson, “nomade intellettuale”, dalla zoologia alla psichiatria, padre dell’“ecologia della mente”; Herbert Simon, economista comportamentale americano, premio Nobel di eccezionale apertura interdisciplinare; Michel de Certeau, gesuita francese, storico a suo agio in ben nove discipline, dalla teologia alla psicoanalisi. Tutti maschi, ma nel volume non si trascurano le “donne universali”.
Nessuno dei sei viene citato da Schiavone. E proprio de Certeau è autore di L’invenzione del quotidiano (1980), un saggio che si potrebbe per certi versi definire, in stile deleuziano, “l’anti-Foucault”. Il mondo quotidiano è infatti descritto non come pura routine e passività. Esso rappresenta invece un luogo in cui le persone comuni producono significato, reinventando ciò che ricevono dall’alto. La società e le istituzioni operano attraverso strategie, forme di organizzazione e controllo che dispongono di un “luogo proprio”. Gli individui rispondono con tattiche: modi di fare flessibili e opportunistici che sfruttano occasioni, deviazioni e pieghe del sistema. In questo senso, anche ciò che appare semplice consumo è in realtà una pratica creativa.
In quarant’anni forse persino il quotidiano è mutato secondo le coordinate descritte da Schiavone. Eppure, ci sono ancora intellettuali che contrastano il Potere e le sue pratiche. Saranno gli storici dei prossimi decenni a dirci quali hanno meritato un posto nel Canone. In Francia, oggi vengono in mente, tra i tanti nomi, l’economista Thomas Piketty, influente nel descrivere e denunciare le crescenti diseguaglianze, o il sociologo Didier Eribon, acuto lettore delle relazioni interpersonali nella società postmoderna.
A fianco di pensatori dal pedigree consolidato e dispensatori di grandi diagnosi del presente quali Jürgen Habermas e Peter Sloterdijk, vi sono intellettuali di diverso orientamento e diversa fama come il versatile e polemico Slavoj Žižek, il cattolico Adrian Pabst o i giovani “riformatori” Rutger Bregman e William MacAskill. Inoltre, celebrati scrittori indagano con la narrativa i grandi nodi dell’oggi e gli scenari del futuro – esistenziali e collettivi – segnando il panorama contemporaneo. Un elenco del tutto personale può comprendere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro e Jon Fosse.
E se i Maestri sono assenti o nell’ombra (tesi che resta discutibile), accademici o intellettuali continuano ad avere influenza dietro le quinte. È vero, infatti, che prevale un clima anti-intellettuale, che svaluta la cultura e il sapere come forme di realizzazione umana per renderli semplici strumenti per il miglioramento delle condizioni materiali dell’esistenza. Tuttavia, è ingenuo pensare che dietro politiche apparentemente di puro pragmatismo come quella trumpiana manchi un’elaborazione teorica. Lo indica un interessante libro appena pubblicato dalla studiosa americana Laura K. Field. In Furious Minds (Princeton University Press), si sostiene che la nuova destra MAGA non è solo populismo pratico e spesso incoerente, ma un vero movimento post-liberale, fatto di una rete di pensatori, riviste e think tank. Tale network usa MAGA per affermare un progetto di rifondazione morale e istituzionale, inquadrato in un contesto di emergenza antropologica, contrapposto all’universalismo, all’individualismo e al pluralismo. Quattro nomi sono posti tra gli ideologi di questa tendenza, che ha forti richiami cristiani: Patrick Deneen, Adrian Vermeule, Yoram Hazony e Michael Anton. Non saranno Maestri (e il tempo dirà comunque se buoni o cattivi), eppure richiamano alla consapevolezza che non viviamo in un “Occidente senza pensiero”. Piuttosto, ci serve probabilmente un pensiero che sia adatto alla difesa della dignità e del benessere di ciascuno, nessuno escluso.
«Avvenire» del 27 gennaio 2026

03 febbraio 2026

Ognuno è verità

Quando la verità smette di essere un riferimento comune e diventa un capriccio individuale, l’uomo non si libera: si autodistrugge. È il filo che lega la hybris dell’Illuminismo alla post-verità e, oggi, alla “verità artificiale”: il ritratto di una civiltà che ha smarrito il Logos.
di Francesco Cicione
Ognuno è verità. Sigillo del nostro tempo. Sintesi perfetta e terribile. Ciascuno metro di se stesso. Origine e fine. Legislatore solitario nel tribunale della propria coscienza. Giudice, imputato, testimone. Carnefice di se stesso. E degli altri. Ognuno è verità. Non è uno slogan. Non è filosofia. È una diagnosi. È constatazione della realtà. È la fotografia di una civiltà che ha elevato l'opinione a dogma, il sentimento a fondamento, il desiderio a norma. È il compimento di un cammino secolare, iniziato con la superbia della ragione autonoma e giunto oggi al suo esito estremo: la dissoluzione dello stesso principio veritativo. Non più soltanto la verità negata. Non più soltanto la verità contestata. Bensì, la verità resa impossibile. Perché, se ognuno è verità, nessuna verità è.
«Veritas est adaequatio rei et intellectus». San Tommaso d'Aquino pose questo principio a fondamento di ogni conoscenza. La verità è adeguazione dell'intelletto alla cosa. Non della cosa all'intelletto. Non del reale al desiderio. Non dell'essere al volere. La verità precede l'Uomo. Lo interroga. Lo misura. L'intelletto non crea la verità: la riconosce. Non la produce: la accoglie. Non la inventa: la cerca e la scopre. Ma questo – proprio questo – è divenuto intollerabile per l’Uomo moderno: l'idea che esista una verità che precede, che trascende, che obbliga. L'idea che il reale abbia una struttura indipendente dal giudizio soggettivo. L'idea che il bene e il male non siano determinati dal consenso, dal costume o dalla maggioranza. Questa idea – respiro stesso della civiltà occidentale per due millenni – è stata progressivamente soffocata. Prima relativizzata. Poi marginalizzata. Infine espulsa. Annichilita.
Siamo nella Babele delle verità. Assistiamo a un fenomeno inaudito: la proliferazione delle (non) verità. Non più una verità – o almeno una ricerca comune del vero – ma (false) verità al plurale. Verità individuali: ciascuno custode geloso della propria versione del reale. Verità comunitarie: tribù arroccate nelle rispettive cittadelle semantiche. Verità ideologiche: narrazioni che piegano i fatti alla teoria. Verità mediatiche: costruzioni algoritmiche che plasmano percezioni. Verità giudiziarie: sentenze che pretendono di stabilire non solo colpe, ma anche eventi, il diritto senza giustizia, la giustizia senza verità, la verità senza carità, il fatto tecnico senza l’Uomo. Verità storiche: riscritture del passato in funzione del presente. E, infine, le più inquietanti: le verità artificiali. Simulacri generati da macchine, indistinguibili dal reale. Tante verità, nessuna verità.
Ciascuna si proclama assoluta. Ciascuna rifiuta il confronto. Ciascuna erige le proprie roccaforti. È la monadizzazione del vero. Ogni individuo, ogni gruppo, ogni piattaforma diviene monade. Ma queste monadi non riflettono l'armonia dell'universo. Né tendono a essa. Riflettono soltanto se stesse. All'infinito. Sala di specchi dove ogni riflesso è deformazione. Con un unico obiettivo: perpetuarsi.
I nuovi media hanno accelerato questa dinamica. Gli algoritmi selezionano, amplificano, radicalizzano. Costruiscono bolle impermeabili. «Veritas sequitur esse rerum» insegnava, ancora, l'Aquinate: la verità segue l'essere delle cose. Ma nelle camere d'eco digitali, l'essere scompare. Resta il flusso delle opinioni che si rincorrono, si confermano, si estremizzano. Ogni posizione si irrigidisce. Ogni sfumatura si cancella. Ogni dialogo si trasforma in scontro. Ogni falsa verità viene costruita strumentalmente e brandita come un’arma: per distruggere, per uccidere, per odiare. Mai per amare. Non è dialettica. È frantumazione. Non è pluralismo. È atomizzazione. Non è democrazia. È tribalismo. Il tessuto connettivo della civiltà – quella piattaforma di evidenze condivise che rende possibile il discorso pubblico – si è lacerato. Parliamo lingue incomprensibili. Abitiamo universi paralleli. Che, quando entrano in contatto, esplodono. Come siamo giunti fin qui? La risposta esige un'archeologia del presente. Un ritorno alle origini. Una genealogia dello smarrimento.
L'Illuminismo – ambizioso progetto di emancipazione della ragione – portava in sé un germe fatale: l'illusione di una ragione autosufficiente, sciolta da ogni vincolo trascendente, capace di fondare se stessa. «Sapere aude!» Ma quel sapere, progressivamente, si svincolò dalla Sapienza. Si emancipò dal Logos. Si autonomizzò dalla Verità che lo precedeva. Per secoli la ragione occidentale aveva operato in un orizzonte più ampio. Era ancilla, non domina. Strumento di indagine, non tribunale ultimo. Cercava la verità, non la produceva. Si sapeva misurata, non misurante. Riconosceva sopra di sé un ordine – naturale, morale, divino – al quale conformarsi. L'Illuminismo ruppe questo patto. Pose la ragione sul trono. E dal trono, la ragione guardò se stessa come unica fonte di legittimità.
I primi frutti illusero: la scienza moderna, il progresso tecnico, i diritti dell'uomo, le costituzioni liberali. Ma insieme ai frutti, cresceva l'ombra. Se la ragione è fondamento di se stessa, chi giudica la ragione? Se non esiste una verità trascendente, chi arbitra tra ragioni contrastanti? Se ogni autorità è costruzione umana, cosa impedisce di decostruirla? Il Novecento rispose con il sangue. I totalitarismi furono figli legittimi della ragione emancipata. È riduttivo considerarli solo aberrazioni. Furono anche conseguenze. Quando la ragione si fa assoluta, diventa tirannica. Quando pretende di rifare l'uomo secondo i propri progetti, genera mostri. Le conseguenze non si arrestarono. Perché il futuro risponde a un ordine inevitabile e necessario: la legge delle conseguenze. Venne la liquidità. Fu il tentativo di esorcizzare gli orrori attraverso il rifiuto di ogni assolutezza. Tutto diventò fluido, reversibile, negoziabile. Le identità si fecero plastiche. I legami, transitori. I valori, opinabili Ma il relativismo si rivelò altra forma di nichilismo: non più quello attivo dei totalitarismi, ma quello passivo dell'indifferenza. Non più «tutto è permesso perché Dio è morto», ma «nulla importa perché nulla è vero». Il passo verso la post-verità fu semplice. Oltre la menzogna e l’inganno, antichi quanto l'umanità, la post-verità introduce una prospettiva più sottile e letale: l'irrilevanza della verità. Il fatto che la distinzione tra vero e falso cessi di orientare la Storia. Che i “fatti alternativi” possano competere con pari dignità con i “fatti oggettivi”. Che l'emozione debba prevalere sull'evidenza. Ma tutto questo era solo anticamera. Da tempo, orami, abbiamo varcato una soglia ulteriore. Quella definitiva. L'era della verità artificiale. Deep fake, contenuti sintetici indistinguibili dal reale, voci clonate, volti generati, eventi mai accaduti che appaiono documentati. Quando l'occhio non può fidarsi di ciò che vede, quando l'orecchio non può credere a ciò che ascolta, quando ogni prova può essere fabbricata, allora il principio stesso di verità collassa.
Non è fantascienza. È cronaca. Nel Global Risks Report degli ultimi anni, il World Economic Forum annovera la disinformazione alimentata dall'intelligenza artificiale come uno dei rischi sistemici più gravi per l'umanità. Produciamo quantità illimitate di contenuti falsi. Li diffondiamo istantaneamente. Li integriamo nei dataset che addestrano le nuove intelligenze artificiali. È un circolo vizioso: le macchine apprendono dalla disinformazione e generano nuova disinformazione. Le «scorie semantiche» – come le chiamò Umberto Eco – si accumulano. Avvelenano il presente. Ipotecano il futuro.
Il passaggio dall'era dei lumi all'era delle tenebre artificiali si è compiuto. Non per tradimento degli ideali illuministi, ma per la loro eterogenesi. La ragione che voleva essere luce, avendo rifiutato la Luce che la illuminava, ha finito per generare ombre sempre più fitte. È la dialettica di ogni hybris: ciò che pretende di elevarsi senza misura, precipita. Ecco servito l’illuminismo oscuro. Disperato. Disperante. Che invece di riscoprirsi umilmente bisognoso di una Luce più grande, si rifugia nella distopia alienante dei tecno-totalitarismi. Definitiva distruzione dell’Umano. È l’orizzonte ultimo che si fa sempre più prossimo. È teknè senza phronesis. E senza episteme. Le conseguenze non sono soltanto epistemologiche. Sono politiche. Geopolitiche. Esistenziali.
La democrazia vacilla. La fiducia nelle istituzioni crolla. La polarizzazione aumenta. I sistemi politici si radicalizzano. Gli equilibri antichi si dissolvono. L'ordine mondiale si sgretola. Le istituzioni internazionali perdono legittimità. Le potenze combattono con le narrazioni prima che con le armi. Chi controlla l'informazione, controlla la percezione. Chi controlla la percezione, controlla la realtà. La manipolazione diventa industrializzata. È una balcanizzazione epistemica su scala planetaria. Una Torre di Babele ricostruita con mattoni digitali. Crollerà. Cadrà. Come Babilonia, la grande.
Ma il danno più profondo è antropologico. L'Uomo è un animale veritativo. Vive di verità come il corpo vive di pane. La sua intelligenza è fatta per il vero come l'occhio per la luce. Quando la verità viene negata, relativizzata, artificializzata, è l'Uomo stesso a dissolversi. Non fisicamente, ma ontologicamente. Perde consistenza. Si riduce a fascio di pulsioni, a prodotto di condizionamenti.
«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». La promessa evangelica rivela, per contrasto, la diagnosi del presente. Chi non conosce la verità è schiavo. Schiavo delle opinioni altrui. Schiavo delle manipolazioni. Schiavo dei propri istinti. Schiavo degli algoritmi che decidono cosa vedere, pensare, desiderare. La libertà senza verità è un’illusione. È la libertà del naufrago in mezzo all'oceano.: può muoversi in ogni direzione, ma non ha porto. Non sa da dove viene. Non sa dove va. L'epidemia di disturbi mentali che devasta le società opulente non è un accidente. È una conseguenza. Quando l'Uomo perde il senso, perde se stesso. L'anima, privata del suo nutrimento, si ammala.
Dostoevskij vide giusto: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». Ma il corollario è più terribile: se tutto è permesso, nulla ha senso. E se nulla ha senso, tutto diventa insopportabile. Eppure, la verità non è morta. È stata soffocata. Sepolta. Ma attende resurrezione. «Io sono la via, la verità e la vita». Non una verità. La Verità. Non un'opinione tra le opinioni. Il fondamento. Non un maestro tra i maestri. Il Logos fatto carne. Cristo non propone una filosofia: incarna la Verità. Non insegna una dottrina: è la Dottrina. In Lui l'adaequatio rei et intellectus raggiunge la perfezione.
È il Verbo eterno nel quale il Padre conosce se stesso e tutte le cose. «Cristo è la vita di ogni vita. Senza di Lui si è più vuoti di un corpo senz’anima, un oceano senz’acqua, un cielo senza stelle e senza sole» ha scritto il teologo Costantino Di Bruno. «Gratia non tollit naturam sed perficit». La grazia non distrugge la natura, la perfeziona. La fede non abolisce la ragione, la illumina. In Cristo, ragione e fede trovano armonia. Solo in Lui, con Lui, per Lui. Esiste una gerarchia ontologica delle verità che il pensiero contemporaneo ha smarrito. Quando si recide la radice, appassisce l'intero albero. La crisi veritativa dell'Occidente è cristologica. Prosegue Di Bruno: «Oggi vanno di moda le religioni personali e le interpretazioni individuali della Parola. La parola di Dio è un racconto; una delle tante verità disponibili. Il relativismo impera e l'uomo si auto-assolve e giustifica ogni suo desiderio, anche se sfascia l'ordine naturale della creazione. Non esistono valori che non possano essere negoziati. Tutto è possibile all'uomo, per decreto umano. Ognuno ha il suo Dio; il suo vangelo; le sue strade per eliminare qualsiasi peccato». È il trionfo dell'iper-soggettivismo elevato a sistema.
Il Libro della Sapienza ci offre la soluzione: «La Sapienza è riflesso della luce perenne, specchio senza macchia dell'attività di Dio. Pur essendo unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti». Ecco la risposta alla moltiplicazione delle false verità: la Sapienza che è una e tutto può. Ecco l'antidoto alla frammentazione: la Sapienza che rimane in sé e tutto rinnova. Ritornare alla verità significa ritornare a Colui che è la Verità. Non come formula. Come incontro. Come conversione.
L'Armonauta sa tutto questo. Lo porta nel cuore come ferita e come speranza. Vede lo sfacelo, ma non dispera. Perché sa che la Verità ha già vinto. Sul Calvario. Nel sepolcro vuoto. Per questo accetta la Croce come dono necessario. Il suo compito non è ricostruire da solo l'edificio della verità. Il suo compito è più umile e più grande: testimoniare. Mostrare – con la vita prima che con le parole – che la verità esiste. Che è possibile conoscerla. Che libera. Che senza di essa si muore. E con essa si vive.
Attraversa la babele senza confondersi. Naviga l'oceano della disinformazione senza naufragare. Abita l'era della post-verità come straniero e pellegrino. Sopporta ogni calunnia senza vacillare.
In ogni parola che pronuncia, cerca la Parola. In ogni verità parziale, la Verità intera. In ogni frammento di bene, il Bene assoluto. «Nella tua luce vediamo la luce».
Perché la Verità non è un'idea, ma una Persona. Non un concetto, ma un Volto. Non una teoria, ma un Amore. E quell'Amore, che ha vinto la morte, vincerà anche la menzogna. Oggi come ieri. Domani e per sempre. Lo ha promesso. Verso l'Armonia. Nella Verità.
«Avvenire» del 3 febbraio 2026

18 dicembre 2025

Niccolò Introna, l’eroe dimenticato che sfidò i nazisti per salvare l’oro degli italiani

Federico Fubini, giornalista del Corriere, in un libro inchiesta svela le carte inedite: «Ecco come Mussolini si appropriò di denaro pubblico»
di Alzo Cazzullo
Niccolò Introna, l’eroe dimenticato che sfidò i nazisti per salvare l’oro degli italiani
Il 20 settembre 1943, alle 15 e 30, un manipolo di ufficiali nazisti varca la soglia di Palazzo Koch, elegante sede della Banca d’Italia. Fra loro c’è il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante dello spionaggio hitleriano nel nostro Paese. I tedeschi presentano le loro richieste al governatore Vincenzo Azzolini: vogliono l’oro della Banca d’Italia, tutto l’oro. In quel momento, nei suoi caveau, l’istituto di Via Nazionale ne custodisce quasi 120 tonnellate.
Un solo uomo, all’interno della banca centrale, decide di opporsi e organizza un sofisticato inganno per impedire ai nazisti di trafugare la ricchezza degli italiani. Si chiama Niccolò Introna, è un dirigente di settantacinque anni, un fervente valdese che tiene sermoni alle comunità di fedeli nei giorni di festa. Durante il fascismo, Introna aveva combattuto in segreto la corruzione e il sistema cleptocratico attorno a Mussolini , documentando le operazioni del Duce per trafugare il denaro pubblico. Introna è stato dal primo all’ultimo giorno un servitore dello Stato, antifascista anche nei momenti di massimo splendore del regime e per questo isolato anche all’interno del palazzo di Via Nazionale. Eppure il suo nome, per le vicende finora mai raccontate e portate alla luce in questo libro — «L’oro e la patria. Storia di Niccolò Introna eroe dimenticato», che Mondadori pubblica domani —, nel dopoguerra è stato deliberatamente cancellato e dimenticato.
Federico Fubini, vicedirettore e firma del Corriere , ha avuto accesso alle circa ottantamila pagine di documenti, in parte riservati, che il funzionario accumulò per tutta la vita e nessuno aveva mai potuto vedere prima. In quella montagna di carte si è formata perché Introna si era silenziosamente portato a casa i documenti di lavoro dalla Banca d’Italia quasi ogni sera fra i primi anni ’20 e la fine degli anni ’40. Lì dentro c’è uno spaccato della storia del Paese, lo specchio dei conflitti interni alle élite del fascismo e del sofferto passaggio alla democrazia.
È a partire da lì che Fubini ricostruisce per la prima volta, in modo inoppugnabile, l’appropriazione di denaro pubblico da parte di Mussolini e tutta la sofferta vicenda dell’oro della Banca d’Italia. Introna stesso è testimone diretto di come il Duce, caduto il 25 luglio del ’43 e rimesso in sella dai nazisti con il governo fantoccio di Salò, si rende artefice di un trafugamento neanche troppo raffinato del denaro pubblico.
Il 6 ottobre del ’43 Mussolini, appena arrivato sulle rive del Lago di Garda, scrive al ligio e fascistissimo governatore della Banca d’Italia dell’epoca, Vincenzo Azzolini. Questi si trova ancora nella Roma occupata dai nazisti. La lettera non è altro che una secca ingiunzione: «Presso la Banca d’Italia — scrive il Duce — sono tuttora aperti i conti correnti n. 1 di lire 9.937.078,68 e n. 3 di lire 135.263,25 intestati rispettivamente al Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato e al Dott. Nicolò de Cesare nella sua qualità di Segretario Particolare del Duce» (sì, con tutte le maiuscole). Continua Mussolini: «È necessario provvedere alla estinzione dei due conti e pertanto ho disposto che gli assegni relativi ai prelevamenti delle cifre di cui sopra, aumentati degli interessi maturati al giorno dell’estinzione, siano tratti esclusivamente dal Dott. Vittorio Mussolini il quale firmerà come in calce».
In altri termini, il dittatore a Salò rivoleva i soldi che aveva avuto a sua disposizione quando da Palazzo Venezia comandava lui. Si trattava, in euro di oggi, dell’equivalente di alcune decine di milioni. E fin qui si può comprendere: Mussolini si considerava ancora il padrone del Paese. Andando a ricercare nei libri dei conti delle filiali della Banca d’Italia di Verona e di Brescia, tuttavia, Fubini ripercorre il cammino dei quei fondi del governo passo per passo. E mostra come almeno metà dei soldi non finiscono a disposizione della macchina di governo della Repubblica di Salò. Al contrario, dall’inizio il Duce dà disposizioni che siano depositati presso un conto personale a nome del figlio Vittorio Mussolini, dove rimangono finché questi li ritira e li porta con sé il 16 aprile del 1945, nove giorni prima della Liberazione.
Non è il solo caso di malversazione ai vertici del fascismo che il libro ricostruisce nei dettagli. «Erano solo gli ultimi passaggi, resi disinvolti dall’abitudine diffusa nel regime dopo un paio di decenni di ruberie — scrive Fubini —. Il sistema costruito da Mussolini ricorda, in questo, quello della Russia di Vladimir Putin un secolo più tardi... un’artigianale, caotica eppure sistematica cleptocrazia».
Una nota manoscritta di Introna, che ha operato per decenni ai vertici della Banca d’Italia, è uno sfogo personale sul conto del governatore fascista Azzolini: «Questi, volta a volta, metteva senz’altro a disposizione centinaia e centinaia di milioni d’oro, senza neppure tentare di opporsi alla spoliazione, su semplice biglietto del Duce».
Ed è solo l’ultimo dei paradossi che a Introna stesso, l’uomo che più di ogni altro trovò il coraggio di resistere alla cleptocrazia imperante, sarà riservato un destino di disprezzo e oblio. Nel giugno del ’44, alla liberazione di Roma, gli americani lo mettono a capo della Banca d’Italia in quanto è l’unico uomo non compromesso lì dentro. Lui immediatamente persegue i colpevoli del furto dell’oro degli italiani. Ma la sua intransigenza mette a disagio persino le forze antifasciste, che non tardano a metterlo da parte e a rimuoverlo. Anche per questo la storia di Introna, le sue lotte nel cuore del regime, la sorda e caparbia ostilità dei suoi molti nemici trasmettono un monito che arriva con forza agli italiani di ogni tempo, compreso il nostro.

SE VUOI ACQUISTARE IL LIBRO, CLICCA SUL SEGUENTE LINK
https://amzn.to/4s9SxzO

In qualità di Affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei
«Corriere della sera» del 19 febbraio 2025

04 dicembre 2025

Il genio e le manie di Alessandro Manzoni

Il filosofo D’Angelo ha studiato i complessi nevrotici del Gran Lombardo: «Ma il suo silenzio, con la negazione dell’immaginazione, fu scelta consapevole»
di Massimo Onofri
Ritorna per il Mulino un libro importante e che felicemente deraglia dai binari della storia della critica manzoniana, soprattutto accademica: La nevrosi di Manzoni. Quando la storia uccise la poesia (pagine 214, euro 19,00). Non poteva essere altrimenti, considerato il profilo di Paolo D’Angelo, che ne è l’autore: accademico attrezzatissimo e originale (formidabili i suoi libri dedicati alla filosofia del paesaggio, nel 2009, 2014 e 2021) e imprescindibile studioso di Estetica (che insegna a Roma Tre), tra i più rigorosi in attività. Tra i suoi libri: L’estetica di Benedetto Croce (1982); Simbolo e Arte in Hegel (1989); L’estetica italiana del Novecento (1997); Estetismo (2003); Ars est celare artem. Da Aristotele a Duchamp (2005); Cesare Brandi. Critica d’arte e filosofia (2006); L’estetica italiana del Novecento (2007); Estetica (2011); Forme letterarie della filosofia (2012); Il problema Croce (2015); La tirannia delle emozioni (2020); il sorprendente L’arte del make-up. Il disegno, i volumi, i colori (2020); i tre volumi di Attraverso la storia dell’estetica (2019-22); Estetica della natura. Bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale (2023); il monumentale Benedetto Croce. La biografia. Vol. 1: Gli anni 1866-1918 (2023) e persino un Andare per parchi artistici (2024). Cito a parte Estetica della Natura (2001) e L’estetica del Romanticismo (1997, poi 2018). Estetica della Natura, perché riporta in primo piano una questione che per il Kant di La critica del giudizio -e per tutti i pensatori precedenti- fu di cruciale importanza e tale rimase fino a che i Romantici con la teoria del «genio» non identificarono il problema estetico con quello dello statuto dell’arte, secondo il significato formulato a metà del Settecento da Baumgarten: l’estetica come «teoria del bello e delle arti liberali». L’estetica del Romanticismo, invece, per il fatto che individua perfettamente il contesto entro cui inquadrare l’articolata e autopunitiva riflessione sulla letteratura di Manzoni, che è appunto oggetto del volume. La posizione di D’Angelo è chiara da subito: «L’autore di questo libro non è uno storico della letteratura né un critico letterario». E poi: «In effetti, si può dire che esso si occupa non dell’opera ma dell’assenza di opera». Lo scopo di D’Angelo è infatti lavorare a partire da una negazione, interrogandosi su quale sia la ragione per cui, autore «ancora in età giovanile» d’un capolavoro accolto con entusiasmo dalla critica e dai lettori, «Manzoni abbia abbandonato non solo il romanzo, ma la letteratura creativa in genere»: in direzione della rinuncia alla funzione dell’immaginazione nell’arte. Nella ricerca delle urisposte D’Angelo afferma di essersi «imbattuto in alcuni complessi nevrotici che segnarono profondamente la personalità di Manzoni». Che però non furono la causa del suo lungo e assordante silenzio: «Il rifiuto manzoniano della letteratura non resta una reazione inconsapevole, e si traduce in una compiuta teoria dell’arte, o meglio della negazione dell’arte». Qual è il risultato della ricognizione di D’Angelo? Se c’è qualcosa che «la parabola di Manzoni ci ha insegnato» è questa: «Se si rifiuta la dimensione immaginativa della letteratura e dell’arte, la strada è aperta per il suo rifiuto e la sua dissoluzione». Ecco perché recidere il nesso «tra l’impatto emotivo dell’arte e la (…) funzione gnoseologica» della letteratura ha come inevitabile conseguenza il fatto di «non afferrarne più il significato e la legittimità». Ecco: «La creazione di una realtà altra rispetto a quella nella quale ci imbattiamo ogni giorno non è la patologia della forma artistica, ma la sua elementare fisiologia», quella che ci consegna «un supplemento di esperienza (…) vitale e costitutivo» per intensificare la nostra vita e, magari, meglio comprenderla. Negare «questa destinazione fondamentale» alla letteratura, significa nullificarla. A prescindere dall’obiettivo per cui è stato scritto, il libro di D’Angelo è folto di spunti e dettagli, che aprono a ogni passo sentieri diversi, se non vere e proprie botole. Basterebbe solo, di volta in volta, cedere alla tentazione di deviare e divagare. Qualche sottolineatura tra tanta mole: le pagine di impegno freudiano intitolate Psicopatologia della vita manzoniana o quelle su La poesia come integrazione della storia (ma anche su Dov’era l’arte, la storia), senza dire di Manzoni e la morte dell’arte, spalancate criticamente come sono -si direbbe in gloria dell’Ottocento- su taluni celebrati Idola novecenteschi: «Molti pensano che nel Novecento l’arte non abbia fatto che morire; non tutti sanno che nell’Ottocento la filosofia ha spesso fatto morire l’arte». Davvero suggestivo il capitolo Metafore, che punta l’attenzione «sulle metafore e le similitudini con le quali Manzoni riformula il rapporto tra storia e invenzione». Non cito poi le pagine su due lettori d’eccezione: un ammirativo Goethe, un risentito Foscolo. Concludo col venturoso e inatteso incipit, che coniuga a sorpresa due diversi destini e sottolinea «il diverso suono di due silenzi» Il silenzio di chi? Ecco: «Al centro del nostro Ottocento non ci sono due grandi opere, ma due grandi silenzi, il silenzio di Manzoni e il silenzio di Rossini». Rossini: che «compone il suo ultimo melodramma, il Guglielmo Tell, nel 1828, a trentasei anni». Manzoni: che con l’edizione dei Promessi sposi del 1827 congeda l’ultima sua «grande opera creativa». Un incipit che risospinge la critica sulle sterminate praterie dell’immaginazione. Ecco: sottratto alla letteratura da Manzoni il potere dell’immaginazione, D’Angelo sembra invece riconsegnare l’immaginazione alla critica. I critici veri, del resto, l’hanno sempre saputo: senza immaginazione la critica muore.
«Avvenire» del 21 novembre 2025

02 dicembre 2025

La mistica che scrisse la sua auotobiografia. «Liberaci, o Dio, dai santi con la faccia triste»

Visse tra passione e tormenti. Raccontò di sé quando si pensava che le donne non avessero niente da dire. Ebbe un rapporto turbolento con le gerarchie e la Santa Inquisizione sospettava di lei. Era ironica e spiritosa. I suo scritti sono così sconvolgenti
di Lucetta Scaraffia
«Nada te turbe, nada te espante, quien a Dios tiene nada le falta, sólo Dios basta, todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza», nulla ti turbi, nulla ti spaventi, a chi ha Dio nulla manca, solo Dio basta, tutto passa, Dio non cambia, la pazienza tutto ottiene. Sono le parole più celebri di Teresa d’Ávila, parole che hanno oltrepassato i secoli e che la voce di Mina ha saputo interpretare con profonda drammaticità. Sì, perché Teresa ha sempre sorpreso tutti, anche noi quando scopriamo che le sue parole sono state cantate da Mina. Ma la vita della grande santa spagnola è diventata anche un romanzo psicanalitico, Therèse mon amour, scritto da una famosa intellettuale francese, Julia Kristeva, innamorata di questa donna per il suo erotismo, la sua spiritualità, la consapevolezza di sé. Teresa non smette di parlare alle donne di oggi, così come aveva saputo, con le sue parole, far capire al Bernini, autore della straordinaria statua che la rappresenta in estasi, che l’esperienza mistica attraversa anche il corpo. Sono così sconvolgenti i suoi scritti che la Chiesa, pur canonizzandola tra i primi santi della Controriforma, ha pensato bene di censurarli. La versione integrale, originaria, è stata pubblicata soltanto tre secoli più tardi (tra il 1915 e il 1924, in nove volumi), così come solo nel 1970 papa Paolo VI l’ha consacrata prima donna fra i dottori della Chiesa.
LE DUE FUGHE
La sua vivacità si era rivelata fin da bambina, quando Teresa già sapeva che la famiglia l’aveva destinata al convento, proprio lei che aveva la testa piena di avventure eroiche ispirate ai libri di cavalleria che leggeva con il fratello più piccolo. Così con il fratello scappò di casa, per vivere qualche avventura. Lo racconta lei stessa, nella sua bellissima autobiografia, uno dei primi libri in lingua spagnola e prima autobiografia di una donna. Il fratello poi qualche avventura la visse: partì per le colonie americane, dove trovò la morte per mano degli indios. A Teresa, però, la vita ha riservato non solo avventure concrete — come i lunghi e faticosi viaggi attraverso la penisola iberica per fondare o riformare monasteri carmelitani — ma anche avventure spirituali decisive che hanno cambiato la storia della Chiesa.
Crisi spirituali, insieme a gravi problemi di salute, ritardarono il suo ingresso in monastero, avvenuto quando aveva già ventinove anni. Ci volle però una seconda conversione, anch’essa preceduta da una grave malattia, per un vero e profondo cambiamento che la portò non solo fino alle esperienze mistiche, ma anche a progettare un monastero fedele alla rigida e austera regola originaria. Molti si opposero a questo suo progetto, a cominciare dalla superiora del monastero dell’Incarnazione dov’era entrata, tanto che preparò una fuga con alcune consorelle, di nascosto, per trasferirsi in un piccolo monastero dedicato a san Giuseppe situato in una casa di Ávila che aveva comprato.
L’ACCUSA DI “POSSESSIONE”
Da quel momento la sua vita fu tutta una lotta contro le gerarchie ecclesiastiche che diffidavano del suo progetto di riforma — quando morì era ancora sotto inchiesta dell’Inquisizione — ma anche contro religiosi e uomini potenti che temevano le sue capacità organizzative e la sua serietà nelle riforme. Teresa ha lottato per portare a termine le tante imprese iniziate e interrotte, e per resistere alle fatiche immani dei viaggi attraverso la Spagna e alle calunnie, in un tempo in cui la Chiesa sapeva di avere bisogno di riforma, ma era anche irrigidita e sospettosa nei confronti di ogni novità che poteva nascondere l’eresia.
Teresa, come quasi tutte le mistiche, è stata accusata di possessione diabolica, ma poi ha sedotto con la sua passione e con la sua sicurezza anche chi le era contrario, aiutata da alcuni religiosi e in particolare da Juan de la Cruz, il grande mistico che detiene con lei la vetta del misticismo spagnolo.
I continui viaggi, le molte lettere indirizzate alle autorità e la fatica continua di stringere alleanze e coltivare relazioni — che erano necessarie per realizzare i suoi progetti — non le impediscono di pregare, di vivere straordinarie esperienze mistiche, e soprattutto di scrivere. Teresa è una grande scrittrice, che sa passare nello stesso testo dal registro ironico o avventuroso a quello mistico, coinvolgendo profondamente il lettore. I suoi libri più interessanti sono La vita e il Libro delle fondazioni, dove racconta ostacoli e successi per fondare quindici monasteri, un percorso interrotto dalla morte a sessantasette anni, entrambi scritti autobiografici in tempi in cui non si pensava che una donna avesse qualcosa da raccontare.
Gli altri libri sono insegnamenti sulla via mistica per le sue consorelle: Il cammino di perfezione e Il castello interiore. Qui la protagonista è l’anima, cioè l’essere umano che può essere anche di sesso femminile e che vive l’avventura spirituale dell’incontro con Dio. Un incontro che si raggiunge attraverso l’orazione ma che è anche una via di conoscenza: «Io non ho mai capito un granché fino a quando il Signore non me lo ha fatto comprendere in maniera sperimentale». Nei secoli successivi tante monache hanno cercato di seguire il suo esempio, non molto benviste dalle gerarchie che diffidavano di questa via libera per arrivare a Dio senza la mediazione del clero.
Interessantissime sono anche le lettere, dalle quali emerge la sua acuta ironia e dove mette nero su bianco quello che sa di non poter scrivere nei libri: «Liberaci, o Signore, dalle sciocche devozioni dei santi con la faccia triste». E nelle quali scrive che i vangeli sono pieni di donne, e con ruoli importanti. Non ha avuto bisogno del femminismo per accorgersene.
FRANCO E LA MANO DESTRA
La sua fama di donna saggia e potente la portò a svolgere un ruolo decisivo nella disputa che sconvolse l’ordine carmelitano e la Chiesa spagnola, divisa fra scalzi e calzati, cioè fra coloro che volevano la riforma da lei propugnata e coloro che invece insistevano per mantenere le più indulgenti regole tradizionali. La disputa provocò conflitti anche gravi, fino a quando la mediazione di Roma permise di arrivare alla soluzione auspicata Teresa: cioè la separazione dei due rami, che sanciva in questo modo l’autonomia degli scalzi.
Dopo la rapida canonizzazione nel 1622, quarant’anni dopo la morte, il suo corpo fu spezzettato, come si usava allora per i santi, e diviso fra i vari monasteri da lei fondati. Ma la sua mano destra ha avuto nell’età contemporanea un inaspettato destino politico: il generalissimo Francisco Franco la sottrasse al monastero che la custodiva per tenerla presso di sé fino alla morte, nel 1975, come prova della sua devozione per Teresa, che chiamava santa de la raza.
Ma Franco morì poco prima di una clamorosa scoperta: la famiglia paterna di Teresa era di origine ebraica, e si era convertita dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492. Il nonno di Teresa era entrato nella cattedrale di Toledo — città da cui provenivano — con in testa il sambenito, cioè il cappellino che li segnalava come ebrei e li esponeva al dileggio della folla prima della conversione. Il trasferimento della famiglia ad Ávila evidentemente era avvenuto per cancellare la memoria di questa umiliazione. Il generalissimo non avrebbe apprezzato. Noi invece possiamo accogliere con gioia questa prova ulteriore dei mille legami fra popolo ebraico e mondo cristiano, testimoniati da una delle donne più importanti della storia della Chiesa.
Supplemento 7 al «Corriere della sera» del 28 novembre 2025

31 ottobre 2025

Francesco, voce che chiama anche nel nostro deserto

di Erri De Luca
Scrive Isaia (40,3): «Voce di chi chiama: nel deserto battete pista di D». Non è strada maestra, non è lastricata, non è lineare la pista in cerca della divinità. Nel deserto s’incammina incolonnato il popolo staccato di netto da secoli di servitù in Egitto.
Staccato da un’ora all’altra, separato, avviato al vagabondaggio della più lunga marcia, spiato da predoni. Non è un pellegrinaggio il cammino a zigzag verso la libertà che non è vacanza ma sistema di leggi fondato su uguaglianze.
Non è metafora il deserto, non ha un doppio fondo di significato. È spazio spalancato senza sapere dove. È labirinto crollato. I Greci ebbero l’edificio architettato da Dedalo, luogo di giravolte, di biforcazioni, disorientamenti a confondere l’uscita.
Gli scippati dall’egitto ebbero i bivacchi dentro il labirinto a cielo aperto, con le razioni di manna e la disciplina incisa su tavole di pietra. S’inoltrarono seguendo la segnaletica celeste. Di notte una colonna di fuoco marciava innanzi a loro. Di giorno una nuvola lunga e stretta a forma di colonna stendeva in terra un’ombra come un tappeto srotolato. Non è mare il deserto, da scrutare le stelle per la rotta. È terra sbriciolata dal vento e dalla siccità, dune da risalire e per approdo un’oasi.
La divinità si manifesta negli isolamenti. La sua voce esplode nell’udito dei destinatari sbigottiti, sillabe solo da loro percepite.
È bene che di mestiere siano pastori, avvezzi a solitudini, orecchie tese ai minimi segnali d’insidia per le greggi.
È andata così con Francesco. Dal tumulto delle armi, delle giostre, delle mischie all’isolamento di prigioniero. Improvvisa la cesura tra il chiasso di prima e il raccoglimento forzato di dopo. Ne esce rigirato come un guanto. Si spoglia, si disereda e inventa la povertà volontaria. Sceglie di essere un principiante di tutto. Si spalanca il deserto che non consente ritorni. Dietro di lui il tempo precedente si è chiuso a serratura come il Mar Rosso dopo il guado asciutto.
Non è rivolta, slancio che presto si esaurisce. È conversione, il più profondo rivolgimento personale. Comporta l’abiura di ogni momento della vita precedente, come per Paolo di Tarso diretto a Damasco. Cade, si acceca, resta in un’anticamera tra chi è stato finora e chi dovrà diventare: da persecutore a protettore, da spada a elemosina.
Enorme il compito di chi s’ispira a Cristo, all’impossibile imitazione.
Eppure: «E sarete santi poiché santo sono io» dice la divinità (Levitico 11,44). Non è un oplà, è il viaggio. Dentro quel futuro «e sarete» c’è la pista da battere di ognuno in un deserto.
Francesco stabilisce la sua regola, una tavola grezza, per abbigliamento un sacco, la dimora scarna. Più della dottrina conta l’esempio. E se intorno ci sono predatori come quelli di Amalek nel Sinai, niente schiere in battaglia ma il dono a loro del pane, per disarmare a mani aperte non a mani armate. Nutrire il lupo che spaventa Gubbio.
La nuova disciplina non si sovrappone al potere delle autorità, né vuole affiancarlo. Se ne vuole privare, rinunciare a qualunque forma di potere. Prima che i filosofi parlassero della volontà di potenza, Francesco praticò la volontà d’impotenza, secessione interiore da qualunque esercizio di autorità.
Perfino la reputazione di santo è una botola pronta sotto il piedistallo. Meglio essere disprezzato in pubblico per disintossicarsi dall’elogio.
Occasione di questo libro e di questa nota è la ricorrenza ultrasecolare dell’anno di morte.
Nel frattempo il corso delle vicende umane non ha intaccato nessuna delle sue parole scritte e delle opere aggiunte. Nel pendolo delle epoche avvengono fasi regressive, favorevoli a spaventapasseri e illusionisti. Dilaga la credulità al posto del credo. A chi soccorre un naufrago è sequestrata la barca.
E se tornasse Francesco? propone il titolo del libro. Ne ho visto tornare uno sul sedile di Pietro. Il suo primo esempio è stato un pellegrinaggio a Lampedusa. In questa tale e quale epoca è più sentita la necessità di chi pratica esempi di fraternità e di rettitudine.
Francesco è la voce di chi esclama: «Nel deserto battete pista di Dio».

Un viaggio reale e spirituale nel cuore del messaggio francescano: in vista dell’ottavo centenario, nel 2026, della morte del Santo di Assisi, Enzo Fortunato, giornalista, saggista e direttore della Comunicazione della Basilica Papale di San Pietro, torna in libreria con E se tornasse Francesco? (San Paolo). Il libro arriva dopo E se tornasse Gesù?, successo da oltre 15 mila copie uscito nel 2021 per lo stesso editore. Frate minore conventuale, padre Fortunato ha diretto la Sala Stampa del sacro Convento di Assisi. Nominato da papa Francesco, presiede il Pontificio Comitato per la Giornata mondiale dei bambini. È direttore editoriale della rivista «Piazza San Pietro».
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2025

29 ottobre 2025

Più poveri, (anche) di relazioni

Oltre 9,3 milioni di italiani si sentono soli. Soprattutto gli over 65 non hanno legami: il ritiro sociale per la mancanza di sostegni
di Giulio Sensi
Il welfare di fronte a questa nuova sfida. La rivista Nessi: volontariato scuola di cura
Per alcuni italiani un po’ di solitudine è un desiderio, ma per molti, troppi, è una condanna. Perché amplifica le povertà e le difficoltà. La densità di relazioni sociali è in realtà un’apparenza, perché con la crescita dell’età media aumenta anche la solitudine che avvolge la vita delle persone, soprattutto anziane, di quelle con disabilità e immigrate. Ma nella spirale della solitudine scivolano anche i giovani. I dati statistici e le ricerche sulle persone sole di Eurostat e Istat parlano chiaro: nel nostro Paese in 9,3 milioni si sentono soli e quasi la metà ha più di 65 anni. Evidenze riprese e commentate da Percorsi di secondo welfare che ha dedicato al tema il primo numero della sua nuova rivista divulgativa «Nessi». «Fra le sfide sociali di cui spesso parliamo - spiega Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di secondo welfare e docente all’università degli Studi di Milano - va aggiunta quella della solitudine, per come cambia la struttura familiare e per come è cambiata la società. Essere soli amplifica i rischi presenti e futuri. Significa essere più poveri: di relazioni, di contatti, avere meno possibilità di interazione con altri e questo tipo di povertà si aggiunge ad altre forme non solo materiali. Ma che toccano varie sfere della vita delle persone, alimentare, lavorativa, sanitaria, e dei legami sociali».
Le situazioni toccano la quotidianità di tanti. Chi si trova in emergenza per un problema sanitario, un lutto o la perdita del lavoro non sa a chi rivolgersi, come affrontarlo, come gestire le ansie generate e superarlo. Non avere relazioni su cui poter contare cronicizza i problemi e spinge a una sorta di ritiro sociale: ci chiudiamo in casa, si esce poco, non ci rivolgiamo a servizi e non condividiamo ciò che viviamo, amplificando la sensazione che quel problema sia insormontabile. «Invece, nel dialogo e nel confronto con gli altri - spiega Maino - non solo si possono trovare soluzioni, ma rendersi conto che altri sperimentano situazioni analoghe. E questo dà sollievo».
Un tempo i «legami forti» familiari e non solo - erano visti con sospetto, perché fautori di forme di nepotismo o familismo amorale, restringendo il desiderio di autonomia. Ma oggi possono produrre senso di appartenenza. «Sono anche quelli da cui ci si aspetta maggiormente solidarietà e sostegno in caso di bisogno. Per questo - sostiene la sociologa Chiara Saraceno, che ne ha scritto per Nessi - giocano un ruolo importante, anche se con diversa intensità, lungo tutto l’arco della vita. Possono essere più o meno numerosi e soprattutto più o meno differenziati per tipo di legame, che siano i familiari più prossimi o gli amici più vicini. La povertà di legami forti, quindi, non riguarda solo la mancanza di relazioni familiari significative, il sentirsi soli, incompresi, non amati in famiglia. Riguarda anche l’assenza di persone su cui si può contare anche fuori e talvolta in alternativa della famiglia».
Le trasformazioni sociali hanno ridotto la cerchia prossima familiare e parentale dei legami sociali, ma sono stati messi in discussione anche quelli di vicinato, amicali e i rapporti nelle comunità in cui viviamo. Tutto questo avrà un impatto anche dal punto di vista della capacità di reagire ai cambiamenti che ognuno ha nella vita: quando va tutto bene i problemi sono relativi ma, in un sistema in cui il welfare è sempre più fragile, non poter contare sul sostegno degli altri è un’ulteriore grande sfida.
Da questo punto di vista il futuro non è roseo: Istat ha stimato che nel 2043 gli anziani soli raggiungeranno 6,2 milioni, il 57,7 per cento dei 10,7 milioni di persone che si prevede vivranno sole. La solitudine e la povertà relazionale possono essere affrontate. «Si vive più a lungo - commenta ancora Maino - ed è una bella cosa, ma emergono nuove fragilità, che possono portare fino alla perdita dell’autonomia. Così si invecchia non necessariamente in buona salute e da soli. Ma la solitudine colpisce anche altre fasce della popolazione. Sempre più i giovani scontano una serie di fragilità, trovandosi senza legami che facilitano la loro capacità di affrontare le vulnerabilità. E questo si amplifica quando si hanno difficoltà economiche o disabilità». Non tutte le risposte possono arrivare dai professionisti della salute. Ma tante esperienze nel Paese dimostrano che per contrastare questa povertà dobbiamo semplicemente costruire più relazioni. Attingere a quella che è definita la «prescrizione sociale» di cui si parla sempre di più, ovvero il collegamento delle persone con attività sociali che generano benessere. E poi rafforzare le comunità, creando spazi di condivisione. Per i giovani è raccomandabile fare volontariato e sperimentare la responsabilità nei confronti degli altri. Questo impegno può consolidare la cultura della cura di cui tutti avremo, prima o poi, bisogno.
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2025

26 ottobre 2025

Majorana fra bombe e dilemmi etici

di Vincenzo Barone

Non per caso La scomparsa di Majorana, il capolavoro di non-fiction di Leonardo Sciascia, uscì prima a puntate su «La Stampa», poi in volume presso Einaudi, tra il settembre e l’ottobre di cinquant’anni fa.

Erano passate poche settimane dopo il trentesimo anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki. Sciascia si era interessato già tre anni prima, alla fine del 1972, al caso del brillante scienziato catanese, allievo di Fermi, scomparso misteriosamente nel marzo del 1938, ma, dopo aver acquisito, tramite il fisico Erasmo Recami, le lettere di Ettore alla famiglia, e aver incontrato la sorella Maria, al momento di mettersi a scrivere aveva cambiato improvvisamente soggetto, componendo un altro romanzo, Todo modo.

Fu la ricorrenza del 1975 a riportare la sua attenzione su Majorana: in occasione di un programma televisivo incontrò Emilio Segrè – che aveva partecipato, assieme a Fermi, al progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica – e rimase colpito dalla sua serenità nel rievocare quell’impresa. Se, fino ad allora, Majorana gli era apparso come un giovane schiacciato dal peso del proprio genio e di un’esistenza tormentata, da quel momento il fisico siciliano divenne il simbolo dello scienziato che si rifiuta di perseguire una prospettiva mortale per l’umanità.

Majorana – è la tesi della Scomparsa – aveva presagito la bomba atomica (o comunque la catastrofe cui avrebbe portato la fisica nucleare) e ne era rimasto sconvolto, decidendo di sparire per non prendere parte a quella «turpe cospirazione contro la vita». I suoi colleghi romani, invece, non avevano avuto, secondo Sciascia, gli stessi scrupoli, e alcuni di loro, anzi, si erano trovati in prima fila nella realizzazione della bomba. Una barriera morale separava, agli occhi dello scrittore di Racalmuto, Majorana da tutti gli altri; al suo fianco Sciascia poneva idealmente solo quel Werner Heisenberg che, messo a capo del progetto nucleare nazista, lo avrebbe di nascosto boicottato (secondo la versione diffusa da un celebre libro di Robert Jungk, Gli apprendisti stregoni, rivelatasi poi infondata).

A contestare tutta questa ricostruzione fu uno dei «ragazzi di via Panisperna», Edoardo Amaldi, il più autorevole fisico italiano dell’epoca, amico personale e biografo di Majorana. Amaldi non solo non aveva fatto la bomba, ma negli anni del conflitto aveva reindirizzato le ricerche del gruppo romano dai nuclei ai raggi cosmici, un ambito lontano da ogni possibilità di applicazione bellica, e nel dopoguerra era rimasto in Italia – rinunciando ad allettanti offerte d’oltreoceano – per contribuire alla ricostruzione scientifica del nostro paese.

Il libro di Sciascia gli appariva come un tentativo di riscrivere, distorcendolo, un importante capitolo della nostra storia culturale, e prese subito carta e penna per confutarne il contenuto. Il dibattito che ne seguì toccò varie questioni – dall’ipotetica premonizione della bomba all’atteggiamento dei fisici (alleati e tedeschi) durante la guerra – e, anche se non smosse i due contendenti dalle loro posizioni di partenza, suscitò una serie di interessanti riflessioni su temi scarsamente frequentati dal nostro mondo intellettuale.

In uno dei suoi interventi giornalistici, Sciascia disse che La scomparsa era il primo testo letterario in Italia ad affrontare la questione della responsabilità degli scienziati e del loro rapporto con il potere. Aveva ragione a rivendicare quel primato, ma sbagliava nel ritenere che gli scienziati fossero insensibili al problema. Proprio il suo interlocutore, Amaldi, rappresentava, al riguardo, il più lampante controesempio. Da sempre impegnato nel movimento internazionale per il disarmo, il fisico romano era stato protagonista, appena pochi mesi prima della pubblicazione de La scomparsa, di una dura battaglia per convincere i parlamentari italiani a ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare, che alcuni ambienti politico-diplomatici avversavano nell’assurda presunzione che l’Italia potesse rafforzare il proprio prestigio internazionale con un arsenale di bombe atomiche. Se c’era un tema, dunque, su cui tra Sciascia e Amaldi si sarebbe potuto instaurare un dialogo costruttivo, era proprio quello della responsabilità individuale e sociale degli scienziati. Ma, per varie ragioni, il dialogo non ebbe luogo, e fu per tutti un’occasione mancata.

Paradossalmente, l’aspetto meno significativo del libro di Sciascia era quello che attirava di più l’attenzione: la sorte di Majorana. Nell’ultimo capitolo, lo scrittore immaginava che Ettore non si fosse tolto la vita nel tratto di mare tra Palermo e Napoli, ma avesse trovato rifugio in una certosa calabrese, dove si diceva fosse ospitato anche uno dei piloti di Hiroshima. «Rispondenti o no a fatti reali e verificabili – scriveva Sciascia – quei due fantasmi di fatti che convergevano su uno stesso luogo non potevano non avere un significato». Solo su questa ipotesi era disposto ad ammettere l’ombra del dubbio; il resto della sua costruzione, basato su un rigido schema etico, cui i fatti sottostavano a costo di non poche forzature, era per lui semplicemente vero. «La letteratura – dirà in seguito – per me, e ne ho avuto piena coscienza da quando ho finito di scrivere sulla scomparsa di Majorana, è la più assoluta forma che la verità possa assumere».

Uno dei primi e più entusiasti lettori del libro fu Pier Paolo Pasolini. Poche ore prima di essere barbaramente ucciso, a Furio Colombo che era andato a visitarlo disse: «È bello il Majorana di Sciascia… Perché non è un’indagine, ma la contemplazione di una cosa che non si potrà mai capire». La scomparsa di Majorana va letta proprio così: non come la verità storica sulla vicenda raccontata, né come la soluzione di un enigma, ma come la «contemplazione» di un mistero, che non smette di interrogare le nostre menti e le nostre coscienze.

Vincenzo Barone, Anatomia della «Scomparsa». Sciascia, Amaldi, Majorana, Bollati Boringhieri, pagg. 224, € 20

 

https://amzn.to/3JCjqL9 

 «Il Sole 24 ore - La Domenica» del 12 ottobre 2025

24 ottobre 2025

Democrazia: gli errori della sinistra

Realtà e ideologia
di Ernesto Galli della Loggia
Dopo l’accostamento fatto da Elly Schlein tra l’attentato a Sigfrido Ranucci e l’«estrema destra» al governo, con conseguente proclamazione della «democrazia a rischio», è forse giunto il momento che la sinistra italiana, i suoi politici e i suoi elettori, i suoi intellettuali e i suoi giornalisti, decidano una buona volta in che Paese pensano di abitare. Se nell’italia reale — e cioè in un Paese mediamente democratico, mediamente amante della pace; mediamente maschilista (ma pure femminista); mediamente interessato all’eguaglianza ma attaccato alle diseguaglianze che ci fanno comodo; in un Paese con un diffuso tasso di evasione fiscale e d’inosservanza delle regole (peraltro distribuito in egual misura tra i cittadini di destra e di sinistra) — oppure in un altro Paese, in un’altra Italia. Cioè nell’italia dei loro discorsi di oppositori duri e puri: un’infelice contrada dove per l’appunto la democrazia è a rischio, dove ai più, dunque, non importerebbe nulla della libertà, di pensare, dire, scrivere, leggere o vedere quello che gli pare, non interesserebbe molto continuare a votare per il partito che vogliono, o se invece preferiscono essere spiati e intercettati dal potere, essere governati da un governo di potenziali oppressori o di politici mediamente democratici.
È importante per la sinistra decidere in quale Paese vive, decidere che cosa è l’italia di oggi.
Infatti dalla risposta dipende una questione cruciale: la sua identità politica stessa, e di conseguenza anche la sua offerta elettorale. Dipende cioè se la sinistra si considera essenzialmente come la sola speranza rimasta della democrazia italiana, come il fulcro del nuovo necessario Cln all’insegna di una «nuova Resistenza», o se invece, più modestamente (realisticamente?) essa pensa di doversi dotare di un programma elettorale, diciamo così normale. Un programma, per capirci, tipo quale politica estera adottare e con quali alleanze, chi tassare e quanto, quali investimenti pubblici promuovere, cosa fare riguardo all’immigrazione o alla sicurezza e altre questioncelle del genere. E con tale programma invece di rischiare di andare a via Tasso andare alle urne.
È opportuno farsene una ragione: la democrazia obbliga tutti a una cosa sgradevolissima. Ad accettare l’idea che esistono gli «altri», i quali hanno quasi sempre il vizio di non pensarla come noi senza che ci sia verso di fargli cambiare idea. E per giunta non la pensano come noi anche se nessuno li obbliga, e magari non ci guadagnano niente. Eppure è così. Ma non è frutto della reazione alle porte: è il carattere misteriosamente multiforme dell’umanità. Sicché se si vuole arrivare a prendere tutti insieme una decisione non c’è che un’alternativa: o la guerra civile o contarsi. Cioè la democrazia: accettare l’esistenza degli altri e delle loro idee sperando, se si perde, nel prossimo giro e cercando di esserci con idee e proposte più convincenti di quelle dell’avversario.
È precisamente quest’idea competitiva della democrazia, di una gara dove i valori e i programmi più diversi sono tutti eguali ai nastri di partenza — nel senso che ciascuno ovviamente pensa che i propri siano i migliori ma in realtà non esiste alcuna misurazione oggettiva che possa comprovarlo —, è questa idea che la sinistra ha difficoltà ad accettare. Perché essa è convinta che, a differenza di quelli dei suoi concorrenti, i propri valori, le proprie proposte, solo essi sono dalla parte del giusto. Per una ragione che spazza via ogni dubbio: perché sono eticamente superiori, aspirano al bene, sono espressione del bene contro il male, come del resto essa stessa ama pensare di essere. Mentre agli avversari, si capisce, è riservata in ogni caso la sgradevole parte di rappresentanti del male.
L’eticizzazione della politica, la tendenza della sinistra a concepire la politica come lotta tra il bene e il male, è un’eredità della sua convinzione — mille volte smentita dai fatti ma che importa? — di essere dalla parte della storia, di marciare all’unisono coi tempi, di essere la rappresentante per antonomasia del progresso (ciò che ha anche il vantaggio di lasciare agli avversari lo scomodo ruolo di rappresentare, altrettanto per antonomasia, il regresso, la reazione, il buio delle tenebre contro il sol dell’avvenire).
Ma l’eticizzazione della politica se può servire benissimo quando si arriva agli estremi, quando il male c’è veramente e perciò serve commuovere le folle per portarle sulle barricate, quando invece si vivacchia nel tran tran democratico, come noi più o meno vivacchiamo, allora sortisce un solo effetto: di ridurre la politica a declamazione. Cioè di mettere il dire al posto del fare, la retorica al posto del ragionamento, le parole vuote al posto delle proposte concrete. Ma la retorica e il grido non hanno mai aperto la via del successo a nessuno. Sono una droga che molto spesso uccide.
«Corriere della Sera» del 14 ottobre 2025