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16 luglio 2021

Cuba nella nebbia

di Massimo Gramellini
Un avventore del Caffè si domanda perché influencer e intellettuali nostrani non aprano bocca su quanto sta accadendo a Cuba. E aggiunge, non a torto, che se gli assalti ai forni e gli arresti di massa avessero la Budapest di Orbán come teatro, qui sarebbe tutto un fiorire di petizioni & indignazioni. Invece per chi detta l’agenda universale del bene e del male la dittatura cubana resta sempre un po’ meno dittatoriale delle altre, persino adesso che è passata dalla morsa inflessibile ma professionale dei fratelli Castro a quella di un certo Diaz Canel, a cui Che Guevara non avrebbe neanche lasciato spolverare il sellino della moto. La tesi difensiva del regime è che al popolo non manca la libertà ma il pane, e il pane manca per colpa dell’embargo americano che Biden si guarda bene dall’ammorbidire. In realtà la libertà manca eccome: è che a pancia vuota la sua assenza si avverte ancora di più. Ma di tutto ciò non c’è traccia nel dibattito. Anzi, non c’è proprio il dibattito. La ragione ideologica del silenzio degli «impegnati»è nota, ma è possibile azzardarne anche una psicologica. Per i più giovani Cuba non significa nulla, mentre per i più anziani tutto. Significa la difesa dell’utopia della loro giovinezza: che il comunismo al potere sarebbe riuscito a cambiare la natura individualista dell’essere umano. La dolce nebbia dei ricordi continua ad avvolgere i contorni di un’isola che è sempre stato più rassicurante immaginarsi che vedere per com’era davvero.
«Corriere della sera» del 15 luglio 2021

01 agosto 2017

Il socialismo è malato (ma può anche riprendersi)

Partiti vecchi e nuovi
di Paolo Franchi
L’ambizione antica di portare avanti quelli che restano indietro ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare in senso contrario
Un giorno il Politburo stabilì, su proposta di Michail Suslov, di mettere nero su bianco nello statuto del partito che il marxismo-leninismo non era una filosofia, ma una scienza. La decisione fu sottoposta al voto, stancamente unanime, di tutte le strutture del Pcus. Nell’ultima, sperdutissima sezione, però, il compagno Popov, raggelando gli astanti, chiese la parola. Nessun dubbio, per carità, il marxismo–leninismo era una scienza. Ma allora come mai, prima di applicarla agli umani, non la si era sperimentata sui topi?
Il riaprirsi del dibattito sulla fine del socialismo e dei partiti socialisti mi ha fatto tornare alla mente questa vecchia barzelletta sovietica. Una ragione c’è. Il socialismo, in tutte le sue varianti, non si presta alle ironie del compagno Popov: perché, a differenza del comunismo, con tutto il rispetto per Karl Marx non è «scientifico». Non ha più da un pezzo un’ortodossia, uno statuto ideologico rigido, un obiettivo finale con cui fare i conti. Il movimento è tutto, il fine è nulla, aveva sostenuto già nel 1899 il revisionista Eduard Bernstein. Se ne ebbe in cambio l’espulsione dalla Spd. Ma settant’anni dopo un altro grande socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, parlava con Oriana Fallaci del socialismo come di «un orizzonte che non raggiungeremo mai, e a cui tentiamo di andare sempre più vicino». E il nostro Pietro Nenni, che fino all’ultimo volle essere giudicato «come un militante della classe operaia e del movimento socialista», lo definiva come la lotta incessante «per portare avanti quelli che sono nati indietro».
A lungo questa sostanziale indifferenza alla teoria fu considerata (in Italia, ma non solo in Italia; a sinistra, ma non solo a sinistra) un insuperabile limite congenito del movimento socialista. C’era del vero, in questo giudizio, specie in un tempo in cui, a confrontarsi, erano ideologie e visioni del mondo potenti e all’apparenza inossidabili. Ma, adesso che così non è più da un pezzo, questo limite può persino trasformarsi in una potenzialità. Anche se solo a dirlo si rischia di passare per visionari, forse sarebbe il caso di cominciare a discuterne. Il socialismo è morto?
Andiamoci piano. Di sicuro gravissimamente malati sono i partiti socialisti e socialdemocratici per come li abbiamo conosciuti, i quali, dopo aver stravinto la lunga guerra a sinistra, sono poi riusciti, uno dopo l’altro, a straperdere la pace. I motivi del disastro sono ovviamente tantissimi, ma qui interessa sottolinearne uno su tutti. E cioè la diffusa convinzione (addirittura ostentata, negli anni Novanta del secolo scorso, con un fastidioso entusiasmo da neofiti) che, caduta l’Unione Sovietica, anche la stagione della battaglia per «portare avanti quelli che sono nati indietro» fosse finita una volta per tutte, assieme a quella del compromesso democratico tra capitale e lavoro organizzato che aveva garantito in Europa la prosperità e la democrazia nei decenni precedenti; e che si trattasse piuttosto di dimostrarsi più convincenti delle destre nel praticare la religione del mercato nel tempo della globalizzazione. Per questa via, i partiti socialisti e socialdemocratici conquistarono spesso il governo, ma smarrirono la loro stessa ragione sociale di esistenza, senza riuscire a individuarne un’altra che non fosse solo quella, pur meritoria, della difesa e dell’allargamento dei diritti civili e delle libertà individuali. Non passarono la nottata: la storia provvide rapidamente a fornire le sue dure repliche.
In Europa e in tutto l’Occidente chi era nato indietro è stato ricacciato ancora più indietro, chi aveva avuto, o meglio si era guadagnato, la possibilità di fare dei sostanziosi passi in avanti è stato costretto a percorrere a ritroso il cammino; e questo non è valso, anzi, a garantire nuove chances di vita ai giovani. Sì, certo: la globalizzazione ha cambiato tutto. Ma non era scritto che alla filosofia dell’inclusione e dell’integrazione crescente dovesse subentrare quella dell’esclusione e della chiusura, con tutto ciò che essa comporta, a cominciare dalla crescita senza precedenti delle sperequazioni sociali: i ricchi (non pochi) sempre più ricchi, i poveri (moltissimi) sempre più poveri. Come riconobbe l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano già nel 2012, «dovremmo parlare non più di disagio … ma di una vera e propria questione sociale».
Non sono stati i partiti socialisti a guidare questo processo. Ma non si sono nemmeno provati a contrastarlo. E non hanno neanche compreso che una simile, gigantesca trasformazione si porta appresso un cambiamento tellurico della morfologia sociale, culturale e politica; tanto più perché si accompagna a fenomeni (le grandi migrazioni, per cominciare) destinati, ci piaccia o no, a cambiare la vita nostra, e soprattutto quella dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
A lungo si è ragionato come se lo sbocco pressoché obbligato di tutto ciò fosse il dilagare del populismo vetero-sovranista e xenofobo. Le cose non stanno necessariamente così, come testimoniano anche i successi di leader pure molto diversi, come Bernie Sanders, Jean-Luc Mélenchon e, da ultimo, Jeremy Corbyn. Non si tratta di copiarli, ma di prendere atto che l’ambizione antica di portare avanti quelli che sono nati, o sono stati ricacciati, indietro, ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare, da decenni, in senso contrario. La parola indicibile, socialismo, può di nuovo essere pronunciata e declinata. Apostoli che ci facciano tornare alla mente i socialisti delle origini in giro non se ne vedono. Ma nulla esclude che possa farsi pensiero politico, organizzazione, programma, e riprendere la sua lunga marcia.
«Corriere della sera» del 24 luglio 2017

27 novembre 2016

Andy Garcia, l’attore racconta: «Una vita da esiliato per colpa di Castro. E il regime c’è ancora»

L'esule
di Giovanna Grassi
L’attore: «Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo»
LOS ANGELES - Andy García, nato all’Avana nel 1956, naturalizzato cittadino statunitense da molti anni, dice d’un fiato: «Cuba e la sua cultura sono nel mio Dna, sono l’essenza della mia identità, ma non ho mai risparmiato critiche a Castro. Ho sempre detto che Cuba è stata tradita, mistificata, usata da Fidel. Un dittatore. Non una icona rivoluzionaria». L’attore (che ha sfiorato l’Oscar con Il Padrino III) ha girato un film da regista, The Lost City, proprio sulla Cuba di Batista e della presa del potere di Castro.

Una saga ispirata anche alla storia della sua famiglia...
«Avevo 5 anni quando mio padre decise di emigrare a Miami, come centinaia di esuli cubani. Per anni mi ha spaventato e fatto soffrire vedere su tante magliette l’immagine di Castro “salvatore”, quando, invece, ha distrutto l’economia del mio Paese. Ho portato dentro di me per anni il dolore dell’esilio della mia famiglia per colpa di quello che, ripeto, ho sempre considerato un cattivo condottiero».

Che ricordi ha di suo padre e della fuga a Miami in cerca di una nuova vita?
«Mio padre era stato un grande avvocato e un libero giornalista e pensatore. In America cominciò a lavorare come cameriere. Gli sono grato per il suo coraggio e perché ha dato a tutti noi figli il più autentico valore della libertà e la conoscenza di tanti nostri compatrioti dissidenti gettati in fondo al mare, dopo essere stati uccisi e aver sofferto nelle prigioni. Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea».

Si è mai sentito un figliol prodigo?
«Posso solo dire che tutta la mia vita è stata segnata dalla nostalgia per Cuba. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo. Non ho mai creduto in questa rivoluzione. Penso che per anni e anni la mia splendida Cuba sia diventata un Paese amletico e ferito per colpa di due regimi, quello di Batista e quello di Castro».

Quanto si considera americano e democratico e quanto cubano e conservatore?
«Non mi piacciono queste etichette, comunque l’anima più autentica di Cuba ha sempre cercato la libertà. Il presidente Obama ha giustamente più volte ricordato le parole del poeta cubano Josè Martí: “Libertà è la condizione base per ogni uomo che voglia sentirsi ed essere onesto”».

Lei ha denunciato anche in televisione quelli che ha definito «gli eccidi di Castro» ...
«Hanno causato spaccature ideologiche in diverse generazioni. Il sogno della rivoluzione ha segnato, più nel male che nel bene, tante identità. Tanti giovani si sono uccisi per questo. Ho rifiutato molti commenti quando Obama con una cosiddetta “nuova era” decise di ripristinare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti dopo colloqui con Raúl Castro e ho taciuto su alcuni appelli di papa Francesco».

Che cosa vuole dire oggi?
«Quello che ho sempre ripetuto: tornerò a Cuba quando finirà il regime e il mio popolo non sarà più oppresso. L’America mi ha offerto la libertà, le sarò sempre grato».

In tanti la pensano diversamente, anche fra i «latinos» in Florida o in California ...
«Spero che si avvicini la libertà per il popolo cubano ma le diramazioni del potere di Castro sono infinite. Anche se siamo lontani dagli anni Sessanta che hanno ingiustamente idealizzato Fidel trasformandolo in una sorta di Robin Hood».
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

Il mito di Castro e la negazione della realtà

Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre
di Pierluigi Battista
Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista. Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. Il romanticismo dei castristi ignora la realtà. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura.
Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo. Carlos Franqui, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario: «All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács». Quando un prigioniero politico, Orlando Zapata Tamayo, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba. Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, Gianni Vattimo ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool.
Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità. Per Sartre Castro e Che Guevara, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino Paolo Spriano, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «Qui non dorme nessuno, si direbbe». Nell’epopea castrista sono da ricordare i film di propaganda di Michael Moore, le interminabili interviste devote di Oliver Stone e di Gianni Minà in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».
E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario il poeta Heberto Padilla, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro. O se incarceravano per 19 anni Armando Valladares, o il regista Amaro Gomez, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn. E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. Hasta siempre.
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

13 ottobre 2015

I tormenti della Sinistra quando l’Italia fa la guerra

regole d’ingaggio
di Pierluigi Battista
Moltissimi «se» e un mare di «ma» sono sempre stati la cifra nella Seconda Repubblica nei confronti della partecipazione alle cosiddette «missioni di pace» o «peacekeeping»
«Senza se e senza ma», si usava dire con espressione che voleva alludere a una ferrea volontà di coerenza. Tuttavia, moltissimi «se» e un mare di «ma» sono sempre stati la cifra, il modello di comportamento della sinistra nella Seconda Repubblica nei confronti della nostra partecipazione alle guerre, anzi, pudicamente, «missioni di pace», o «peacekeeping» per stare nei consessi internazionali. Per colpa delle «regole di ingaggio», per esempio, il governo Prodi rischiava ogni volta di smottare e venir giù. Ci si impratichì con termini come «caveat», che poi sarebbero i codicilli che avrebbero dovuto regolare le modalità di azione o non-azione delle nostre truppe in Afghanistan, per la formulazione dei quali c’era sempre un senatore della sinistra «radicale», Turigliatto in primis, disposto a far cadere il governo. Bisognava starci, ma in modo limitato, circoscritto, con «regole d’ingaggio» rigidissime. Come sta avvenendo in questi giorni. Nella comunità internazionale, ma pur sempre con distinguo, codicilli, caveat di impossibile oltrepassamento. In Iraq, ma non in Siria, anche se l’Isis sta sia in Siria che in Iraq. E con la sinistra «radicale», o chi ne fa le veci come Beppe Grillo in questa occasione, a gridare contro la «subalternità» del governo italiano ai dettami della Nato.
C’è sempre un contorcimento, una precisazione una condizione nel rapporto tra la sinistra e la guerra guerreggiata. Quando è un no secco, come nell’Iraq del 2003, allora è un no secco. Ma il no non diventa mai un sì squillante, piuttosto sempre un nì. Come nella guerra del Kosovo. Il governo D’Alema, con l’appoggio dei ribaltonisti che attraverso Francesco Cossiga trasmigrarono dalla destra all’Ulivo, era ovviamente favorevole alla guerra contro Milosevic. Non la chiamavano guerra, la chiamavano «ingerenza umanitaria», ma comunque ci stavano. Ma mai del tutto, sempre tenendo un piede sull’uscio. D’accordo con il sostegno delle basi in Italia da dove sarebbero partiti i raid destinati a colpire Belgrado. Ma senza partecipare direttamente ai raid. Poi, ogni volta che i raid colpivano duro, subito arrivava dall’Italia la proposta di un rapido cessate il fuoco. Eravamo a pieno titolo nella guerra, ma non potevamo dirlo. Una sinistra che citava la sacralità della Costituzione a ogni passo non se la sentiva di sfidare troppo la lettera dell’articolo 11 della Carta Costituzionale, quello che ripudiava la guerra come soluzione dei conflitti. Nella guerra, ma con tanti se e tanti ma.
La sinistra italiana e la guerra si erano già fronteggiate nel 1991, quando la Nato decise di scatenare la guerra del Golfo per punire Saddam Hussein, reo di aver invaso il Kuwait nell’agosto del 1990. Era in corso la trasformazione del Pci in Pds e l’atto primo del partito di Occhetto non poteva essere il sì a una guerra che avrebbe dovuto garantire il nuovo «ordine internazionale» scaturito dalla caduta di Berlino e dalla fine della guerra fredda per estinzione dell’Urss, uno dei due contendenti. Ma una parte della sinistra, quella di matrice socialista, ma anche quella di Vittorio Foa, vedeva in quel conflitto baciato dall’Onu addirittura una riedizione della guerra civile spagnola con le sue Brigate internazionali chiamate a colpire il nuovo tiranno Saddam Hussein. Poi, dopo tanti anni, e dopo l’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle, rinasce la questione con la spedizione di truppe italiane a Kabul. All’inizio, sull’onda emotiva di quell’attentato storico, la vista delle torri che crollavano, il cuore dell’Occidente colpito a morte, la sinistra non se la sentì di mettere ostacoli. Sottolineava che quella guerra doveva essere condotta nel nome del venerato «multilateralismo», che doveva essere certificata e vidimata come un’iniziativa «sotto l’egida dell’Onu», ma insomma le distinzioni non potevano superare una certa soglia pena l’accusa di fare ostruzionismo in un’emergenza tanto drammatica del mondo in cui l’obiettivo numero uno era la sconfitta dei talebani e di Osama Bin Laden. Ma negli anni successivi la guerra dei caveat rimpiazzò quella della guerra vera: e ogni volta i finanziamenti della missione italiana diventavano la scintilla di uno psicodramma. Sempre dentro, ma anche un po’ fuori. In Iraq, ma non in Siria. Mille se e mille ma.
«Corriere della sera» dell'8 ottobre 2015

13 luglio 2014

Nella mente dei khmer rossi

Il caso
di Lorenzo Fazzini
«Solo più tardi ho saputo che la maggior parte di coloro che transitavano dal mio ufficio finivano i loro giorni nel S-21 (il famigerato lager di Phon Phem, ndr)». Ordinarietà di un genocidio. Il più sanguinoso di tutta la storia. Un terzo della popolazione cambogiana fu sterminato nell’arco di soli 4 anni, da quel 17 aprile 1975 quando le truppe di Pol Pot conquistarono il potere in quella che fu celebrata (purtroppo anche in Occidente) come la Kampuchea democratica, "paradiso" proletario per generazioni di intellettuali "democratici". Un milione e mezzo di persone, su poco più di 4 milioni di abitanti, sacrificate sull’altare di nozioni come "lotta di classe", "dittatura del proletariato" e altri diktat di marca marxista-leninista.
Ora, per la prima volta, la genesi e la "normalità" del genocidio cambogiano è descritto nel suo formarsi, nel suo accrescere e nel suo svolgere da una voce interna. A farlo è Suong Sikoeun, intellettuale asiatico che militò nelle forze khmer, anzi fu il "megafono" della propaganda di Pol Pot quando nel 1977 al ministero degli Affari Esteri - denominato B-1, in stretto linguaggio burocratico-comunista - fu incaricato della sezione "stampa", precipuamente dell’Agence Kampuchéa d’Information. Fu così, en passant, che Suong - che ha da poco pubblicato in Francia le sue poderose memorie, Itinéraire d’un intellectuel khmer rouge (Cerf, pp. 540, euro 35) - ebbe a che fare con Oriana Fallaci, la celebre inviata italiana, e Tiziano Terzani, la prima "insistente" nel cercare un’intervista con Ieng Sary, numero due del regime; il secondo autore di una memorabile intervista allo stesso per il settimanale L’Espresso. Nella quale lo stesso Ieng - nota bene: il mattatoio ordito da Pol Pot per "purificare" il popolo da tutti gli elementi borghesi era già in atto - qualificava "l’esperienza rivoluzionaria cambogiana" come "senza precedenti".
Ma torniamo a Suong e al suo itinerario all’interno del comunismo orientale. L’apprendistato di salsa marxista avviene per lui, come per altri, a Parigi, santuario degli studenti cambogiani, dove una serie di insegnanti universitari introducono quella che domani sarà un domani l’elite dello sterminio asiatico ai concetti della Rivoluzione del 1789 coniugati all’esperienza comunista. Confessa Suong: «Per quel che mi riguarda, vi è stato un lento processo che risale agli anni ’50 in cui, mentre ero alle superiori, mi sono esaltato per la Rivoluzione francese di cui feci miei gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.
Questa influenza è stata rafforzata dal mio arrivo in Francia per l’università. Nel corso degli anni mi sono gettato a peso morto nelle attività e nei dibattiti politici, attraverso riflessioni personali approfondite, si è formato a poco a poco nel mio spirito un amalgama di concetti che mi ha condotto alla convinzione che solo una rivoluzione violenta, condotta per un manipolo di militanti devoti e risoluti, intimamente legati alle masse, sotto la direzione del Partito marxista-leninista, potesse mettere un termine ai mali di cui soffriva il mio Paese e il mio popolo: dominazione straniera, oppressione feudale e ingiustizia sociale». Ancora: «Ho letto con avidità tutto quello che riguardava sulla Rivoluzione francese, con preferenza per i giacobini e il suo capo, Robespierre, che era il mio eroe e il mio idolo. Mi sono convinto all’idea di una trasformazione della società con il metodo rivoluzionario e la necessità di una dittatura proletaria».
Suong dà così ragione direttamente al compianto cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger il quale nel suo libro-intervista (La scelta di Dio, Longanesi) indicava nel mix Rivoluzione del ’89-marxismo - di cui era imbevuta una certa cultura francese del Novecento - la responsabilità di aver "armato" la pistola del genocidio cambogiano: «Abbiamo saputo più tardi che un futuro braccio destro di Pol Pot faceva parte di uno dei gruppi estremisti dell’Ecole Normale di Parigi», attivi durante il ’68 francese.
Non mancano, nelle pagine di Suong, racconti di fatti e curiosità quotidiane in salsa polpotiana: negli uffici dei ministeri non si potevano usare i ventilatori anti-caldo, "pratica borghese", sebbene ci fossero tutti gli strumenti del caso; la famiglia veniva "rieducata", i genitori perdevano il diritto di educazione verso i figli (terribile l’aneddoto per cui la seconda figlia di Suong, vedendo il padre insieme al fratello, indica a questo la presenza "di suo padre", distanziandosi così dal genitore secondo le direttive del Partito); nessuna possibilità di celebrare delle feste, addirittura i matrimoni veniva combinati dai responsabili del Partito; e seguendo il celebre detto della Fattoria degli animali, anche nella Cambogia proletaria vi era qualcuno "più uguale degli altri": i membri del Comitato centrale del Partito ricevevano 3 pasti al giorno, i cittadini normali dovevano far meno della colazione.
Lo stesso Suong, al culmine della propria fede nel comunismo, non aveva esitato a pensare di dare un nome "sovietico" alla primogenita, chiamandola Néva in onore del fiume che attraversava Leningrado. Poi, però, quando l’Urss aveva cambiato atteggiamento verso l’esperienza rivoluzionaria cambogiana, anche la piccola mutò nome.
Eppure, una domanda serpeggia nel racconto di Suong, e talora affiora in superficie nel racconto dell’interessato: come è potuto succedere che una persona all’interno della stessa classe politica ai massimi livelli del regime non si sia potuta accorgere della strage, tanto massiccia, quanto invisibile, che Pol Pot metteva in atto? «Perché non ci siamo accorti di niente? È certo che il sistematico lavaggio del cervello combinato ad una psicosi della paura ci ha resi muti e ciechi. Da qui, a parlare di lassismo e complicità, il limite è aleatorio. Nessuno, tra di noi, ha avuto il coraggio di riconoscerlo».
Eppure qualche avvisaglia un politico ed esperto come Suong (che ha girato il mondo, in nome della rivoluzione perfetta alla Pol Pot) poteva averlo. Ma, è lui ad ammetterlo, «ho preferito chiudere orecchi e occhi». Come quando, nel 1977 un contrattempo durante un viaggio con gli ambasciatori di Thailandia e Svezia lo costringe a fermarsi per strada. La delegazione si vide avvicinata da una bimbetta malnutrita che chiedeva di esser portata a vivere a Phnom Penh. «Per convincerci iniziò a raccontare la vita che faceva nella cooperativa locale. Con un lavoro molto duro e un solo pasto di riso al giorno, non le era possibile sopravvivere. E lei non ci poteva mentire visto il suo aspetto di malnutrizione avanzata e di grande malessere fisico». Ma si sa, l’ideologia rende ciechi anche di fronte all’evidenza. E allora a Suong non resta che ammettere: «La Rivoluzione è morta. Abbasso la Rivoluzione!».
«Avvenire» del 10 luglio 2014

Pci, la «purga» del Migliore

L'inchiesta
di Roberto Festorazzi
E' il 26 o il 27 ottobre 1943, a Queyrières località Raffy, sperduto villaggio dell’Alta Loira, situato a 1.200 metri di altitudine. Quattro ospiti del locale Maquis, unità combattente della Resistenza francese a egemonia comunista, vengono prelevati a forza dalla fattoria in cui alloggiano e, con il pretesto del trasferimento in altro luogo, fatti allontanare e condotti presumibilmente poco distante, per essere fucilati.
Ho scritto «ospiti», ma sarebbe meglio definirli prigionieri, in quanto erano nelle mani dei «franchi tiratori partigiani» che li avrebbero eliminati per le spicce. Eppure non erano spie, né agenti nemici nazisti o loro alleati. Liberati dai partigiani comunisti dalla prigione di Le Puy agli inizi di ottobre, durante una maxi-evasione alla quale collaborarono i servizi segreti britannici, i quattro erano parte di un vasto gruppo di una sessantina di combattenti antifascisti. Solo che non erano politicamente immacolati come gli altri: erano trotzkisti; e su di loro calò la mannaia della vendetta comunista.
L’episodio, a lungo occultato in una coltre di bugie e di silenzi eloquenti, va ricordato anche perché nel quartetto c’era un italiano con una storia particolare: Pietro Tresso, alias «Blasco», niente meno che uno dei fondatori del Partito comunista d’Italia-organo della Terza Internazionale, da cui venne espulso con l’accusa di frazionismo e di trotzkismo nel clima avvelenato che precedette e preparò le purghe staliniane nel 1930.
Tresso, nato a Schio nel 1893, operaio sarto, è stato cancellato dall’album di famiglia del comunismo nostrano insieme a tanti dirigenti e co-fondatori del partito; la lista dei radiati, per limitarsi al solo periodo 1927-31, è impressionante: si va da Nicola Bombacci al primo segretario Amedeo Bordiga, dal «destro» buchariniano Angelo Tasca a Ignazio Silone e Antonio Graziadei, da bordighiani storici come Luigi Repossi, Onorato Damen, Bruno Fortichiari, fino ai tre antistalinisti cacciati nel 1930: Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli. Per comprendere in quale atmosfera si compissero queste violente epurazioni, basti ricordare il caldo "elogio" che del suo predecessore alla guida del partito tessé Palmiro Togliatti, nel 1937: «Bordiga vive oggi in Italia come una canaglia trotzkista, protetto dalla polizia e dai fascisti, odiato dagli operai come deve essere odiato un traditore»...
Pietro Tresso, cognato di Silone, era stato anch’egli incluso nella lista delle «canaglie», benché fosse stato un eminente dirigente del partito nato a Livorno nel 1921, e con una caratura internazionale, perché aveva preso parte in qualità di delegato al quarto congresso del Comintern, che si tenne a Mosca nel novembre 1922. Gramsci ne aveva talmente stima da cooptarlo negli organismi dirigenti del Pci. Proprio subendo l’influenza carismatica del leader sardo, nel 1924 Tresso abbandonò il suo riferimento politico e morale: Bordiga. «Blasco» fu un dirigente appassionato e intransigente, specializzato nel lavoro illegale. Fu parte determinante del primo tentativo di costituire un Centro interno clandestino del Pci in Italia, dopo che, verso la fine del 1926, il regime fascista cancellò dalla vita pubblica multipartitismo e pluralismo.
Ma il Centro interno, sotto la direzione di Tresso, Leonetti, Ravazzoli e Camilla Ravera, fu dapprima costretto a «sconfinare» in Svizzera, e infine, con la decimazione dei quadri e dei militanti arrestati dalla polizia fascista, dovette ammettere il fallimento. Togliatti, che intanto a Parigi aveva costituito il Centro estero del partito, in un processo accusatorio interno fece a pezzi il lavoro di Ravera e degli altri, con un crescendo di toni ingenerosi che fu percepito come un pessimo segnale del cambiamento dei costumi dentro il Pci: dallo stile fraterno di Gramsci, al cinico autoritarismo del Migliore. L’espulsione di Trotzki dal partito bolscevico ebbe, appunto, una proiezione italiana nella lotta intrapresa da Togliatti contro tutti i dirigenti che pretendevano di discutere la linea del partito, anziché approvarla a scatola chiusa.
Tra questi vi era certamente Tresso, rimasto in Italia a organizzare la presenza del Pci sfidando la polizia del regime. Dopo la sua espulsione dal partito, dovette tornare a fare il sarto a Parigi. Aderì al Psi e si legò alle posizioni trozkiste che, da varie angolature e con diverse sfumature, miravano alla costituzione di una Quarta internazionale, anti-stalinista. Arrestato nel giugno 1942 dalla polizia francese, «Blasco» finì come abbiamo raccontato.
Ma chi fu a decretare la sua morte? La questione è alquanto complicata, per il muro di omertà eretto attorno a questo omicidio eccellente. Il responsabile politico del Maquis in cui venne assassinato era un personaggio inquietante: Giovanni Sosso, alias capitano Jean, ex imbianchino nato in Italia, che probabilmente lavorava per i servizi segreti sovietici. Questo anticipa una considerazione, comunemente accettata dai pochi storici che hanno indagato sull’episodio: e cioè che l’ordine di sopprimere Tresso si radicasse nella collaborazione tra più soggetti del comunismo internazionale.
Alfonso Leonetti, uno dei tre dirigenti cacciati dal Pci nel 1930, raccolse un dossier che avrebbe contenuto prove tali da inchiodare addirittura Togliatti alle proprie responsabilità in questa oscura vicenda. Solo che Leonetti, nel frattempo riammesso nel Pci nel 1962, si comportò ingenuamente nell’affidare tale materiale a persone che credeva fidate. Temeva l’uso politico improprio che si sarebbe potuto fare di quelle carte, d’accordo, ma la consegna di prudenza non implicava la volontà di sotterrarle in qualche archivio segreto.
Nel dicembre del 1984, poco prima di morire, l’ex storico dirigente del partito ricevette in ospedale una strana visita di due emissari della segreteria del Pci. I personaggi gli domandarono il consenso alla distruzione di un biglietto, o di una lettera, di Togliatti, che – se pubblicata – avrebbe scatenato l’inferno. Con le residue energie, Leonetti allontanò i due, apostrofandoli con l’appellativo di «corvi». Ma per diradare le nebbie ora occorrerebbe un atto di coraggio: chi sa, parli.
«Avvenire» dell'8 luglio 2014

02 luglio 2014

I padroni della memoria

La storia scritta (e riscritta) sempre a sinistra
di Ernesto Galli della Loggia
C'è davvero qualcosa di singolare nel modo in cui è venuta formandosi la memoria della Repubblica, nel modo in cui tale memoria è stata ed è elaborata dalla cultura ufficiale del Paese. Per molti decenni, ad esempio, a quanto accaduto dal 1943 al '45 fu vietato dare il nome che gli spettava, il nome cioè di guerra civile. Parlare di guerra civile era giudicato fattualmente falso, e ancor di più ideologicamente sospetto. Bisognava dire che quella che c'era stata era la resistenza, non la guerra civile; di guerra civile parlavano e scrivevano, allora, solo i reduci di Salò, i nostalgici del regime e qualche coraggioso giornalista o pubblicista di rango come Indro Montanelli, che mostravano così da che parte ancora stavano. Le cose andarono in questo modo a lungo. Finché, all'inizio degli anni Novanta, come si sa, uno storico di sinistra, Claudio Pavone, scrisse un libro sul periodo 1943-'45 che si intitolava precisamente Una guerra civile: solamente da allora tutti abbiamo potuto usare senza problemi questa espressione, ben inteso non cancellando certo la parola resistenza.
Altro esempio: il cosiddetto «triangolo della morte», ovvero le uccisioni indiscriminate di fascisti e non commesse dai partigiani dopo il 25 aprile. Anche qui è valsa fino ad oggi la regola che bisognava negare che quelle uccisioni fossero avvenute, per lo meno che fossero avvenute su larga scala e assai spesso con efferatezza e gratuità spaventevoli. Solo quelli di Salò e i neofascisti ne parlavano, naturalmente si può immaginare come. Il discorso storico ufficiale, invece, al massimo e solo dopo molte riluttanze arrivava alle mezze ammissioni: più in là c' era ancora una volta il divieto del politicamente e dello storiograficamente corretto; finché con il recente libro di un noto e bravo giornalista di sinistra, Giampaolo Pansa (Il sangue dei vinti), il divieto è stato tolto, sicché ora siamo tutti finalmente autorizzati a conoscere e a discutere liberamente gli avvenimenti di quei terribili giorni. Ma mi domando: non è singolare che su due aspetti così significativi della fondazione del nostro presente, la memoria ufficiale del Paese abbia per tanto tempo preferito guardare dall'altra parte? E non è ancor più singolare che a conti fatti su entrambi quei nodi di eventi la versione anche lessicalmente più vicina alla verità non fosse quella della democrazia repubblicana e della sua memoria bensì quella dei suoi nemici? Ma le singolarità non finiscono qui.
C'è anche il non trascurabile particolare che è solo nel momento in cui personalità culturali di sinistra decidono che è giunto il momento di cambiare la versione fin lì consacrata dei fatti, è solo allora che il Paese si sente autorizzato a prendere ufficialmente conoscenza di parti di verità che fino ad allora, viceversa, si riteneva ideologicamente più opportuno far finta di ignorare; è solo allora che giornali, televisioni, opinione pubblica, si sentono in grado di poter discutere liberamente. Non solo, ma, come ha ricordato Otello Montanari in una lunga lettera al Foglio, capita addirittura che proprio l'odierno denunciatore delle stragi del dopo 25 aprile, proprio lui solo una decina di anni fa giudicasse negativamente e con pesante sarcasmo il suddetto Montanari che, pur militando da sempre nel Pci, cercava già allora di sollevare il velo della verità su quelle indiscriminate uccisioni; che cercava cioè di fare in anticipo la medesima cosa che lui stesso fa oggi.
Siamo una democrazia, insomma, che per troppo tempo ha avuto un rapporto problematico con la verità delle sue origini. E che dunque ha avuto un rapporto egualmente problematico con l'anima profonda del Paese che invece quella verità sapeva, o spesso intuiva, ma non poteva né sapeva dire. Una democrazia troppo abituata a praticare innanzitutto sulle proprie stesse vicende il conformismo culturale, l'ossequio alle versioni di comodo, a incensare come maestri gli araldi del primo e i fabbricanti delle seconde. Siamo una democrazia nata con una difficoltà profonda a fare i conti con il passato e che, forse anche per questo, si è poi trovata costretta in sessant'anni ad assistere tanto spesso senza batter ciglio al repentino cambiamento di senso che ha colpito il passato di tante biografie politiche: ieri postlittorie o postmonarchiche, oggi postfasciste, postcomuniste, postcraxiane, domani chissà postberlusconiane o postleghiste. Siamo una democrazia in cui la chiave della memoria pubblica è ancora e sempre nelle mani di una parte sola, non da ultimo a causa dell'incapacità e dell'inconsistenza culturale dell'altra, la quale, trovandosi tagliata fuori dall'elaborazione attiva e riconosciuta del passato collettivo, è come se si trovasse essa stessa senza radici e sempre sul punto di essere espulsa da quel passato medesimo, di vedersi cacciata dalla koinè nazionale.
Fino a quando sarà così non lo sappiamo: sappiamo solo che finché la memoria degli italiani non diverrà finalmente la sua stessa memoria, la Repubblica sarà condannata ad accontentarsi di una memoria sempre parziale e omissiva, a sentire sempre incerto e provvisorio il suo presente proprio come sempre incerto e provvisorio è il suo passato.
«Corriere della Sera» del 1 novembre 2003

13 marzo 2014

Inutilità dello Spionaggio Universale: cosa (non) ci ha insegnato il comunismo

Ieri e oggi. Metà dei cittadini controllava l'altra metà. Anche per questo la Ddr è crollata
di Claudio Magris
La reazione più appropriata sembra quella del Vaticano:non abbiamo nulla da nascondere
Quand'era in una prigione comunista a Praga, Havel scrisse che ciò che accadeva in quei Paesi e regimi dell'Est era pure un memento per l'Occidente, perché mostrava a quest'ultimo il suo latente destino. Speriamo che l'intrepido campione di libertà si sia sbagliato e che, se il comunismo - straordinariamente capace di vincere le guerre e disastrosamente votato a perdere le paci - è andato a gambe all'aria l'Occidente non lo segua in questa caduta libera, come ogni tanto la durissima crisi economica, effetto e causa a sua volta di crisi politica, potrebbe indurre a temere.
La recente vicenda, offensiva e pasticciona, dello spionaggio universale potrebbe essere un indizio preoccupante. Se i regimi comunisti sono andati a rotoli, ciò è accaduto non soltanto ma anche perché, come scriveva Cesare Cases riferendosi alla Ddr, metà dei cittadini era impegnata a spiare l'altra metà e a riferire minuziosamente e macchinosamente i risultati quasi sempre nulli di tali spiate, anziché essere impegnata a produrre, a lavorare, a fornire servizi. Se non si zappa la terra né si mungono le mucche né si fanno correre puntuali i treni, pane latte e altre merci e cose necessarie non arrivano nei negozi, nelle case e negli stomaci.
Certo i servizi segreti e le loro spiate e intercettazioni svolgono in molti casi una funzione utile e necessaria; possono aiutare a smascherare associazioni criminali, prevenire delitti, scoprire truffe e furti eclatanti, segnalare preparativi di ostilità e di guerra, combattere il terrorismo.
L'utilità di tali risultati spesso però annega in un oceano di inutilità e perdita di tempo. Se preparassi un attentato, difficilmente darei per telefono, per lettera o per email, precise ed esplicite indicazioni sul luogo e l'ora in cui collocare gli ordigni micidiali e sugli esecutori della strage; parlerei, secondo un codice, di mia zia a letto col raffreddore o delle giornate che si fanno più brevi. Il messaggio criminoso può essere nascosto in centinaia di migliaia di messaggi di auguri e saluti e per individuarlo occorrono legioni di esperti decifratori, chiamati a scoprire se veramente andrò a New York per il compleanno di mio cugino.
Quando viaggiavo per la Romania di Ceausescu, le persone con cui facevo amicizia mi pregavano di non scrivere loro una volta tornato in Italia, anche se non avrei certo scritto cose più delicate di «buon Natale» o di «carissimi saluti e spero a presto». Immaginavo l'inutile e lungo lavoro che l'interpretazione di quelle mie banalità avrebbe procurato agli agenti segreti.
Non credo che i vari 007, specialmente americani, che hanno ficcato il naso nelle case altrui e soprattutto dei loro alleati abbiano scoperto granché. Si ha l'impressione, in generale, che abbiano scoperto soprattutto l'acqua calda, cosa certo disdicevole se l'hanno scoperta spiando dal buco della serratura Capi di Governo e di Stato mentre facevano la doccia in costume adamitico. La reazione più appropriata sembra quella bonaria e in realtà tagliente del Vaticano, il cui attuale Pontefice dimostra di possedere mirabilmente la grande ironia cattolica. Alla notizia che i servizi segreti americani avrebbero intercettato pure le telefonate di Papa Francesco, la risposta è stata «Non ci risulta e comunque non abbiamo nulla da nascondere». A questa faccenda che ha fatto tanto chiasso la Chiesa ha dedicato pochi secondi. Certo, purtroppo neanche un Papa ardito e originale come Francesco può permettersi un linguaggio più colorito e che sarebbe ancora più appropriato; ad esempio quello di una vecchia storiella triestina, che racconta di un tale il quale riteneva che le sue telefonate venissero origliate e registrate e allora, ogniqualvolta sollevava la cornetta, diceva per prima cosa: «Mona chi scolta».
«Il Corriere della Sera» del 3 novembre 2013

04 marzo 2014

Care icone rosse, raccontateci il vostro passato da vergogna

Articoli su "Roma fascista" e firme contro Calabresi. Militanza nella Rsi e imbarazzi. Quel che la sinistra non dice
di Luigi Mascheroni
L'intervista è la regina e insieme la puttana del giornalismo: se l'azzecchi esce il capolavoro, se sbagli domande è il disastro.
L'intervista di Daria Bignardi al grillino Alessandro Di Battista, in cui si insisteva sul passato fascista del padre (di lui), è stata un capolavoro o un fallimento? E l'intervista virtuale di Rocco Casalino a Daria Bignardi, in cui si insisteva sulla condanna come mandante di omicidio del suocero (di lei), è una caduta di stile o una mossa mediatica?
A proposito di intervista virtuale. Ecco un campionario di domande tabù ad uso di giornalisti coraggiosi che vogliano sfidare i mammasantissima del circo mediatico. Domande indicibili, per gli intoccabili. Ci sarà qualcuno capace di mettere in imbarazzo i soliti belli, buoni e santi? Perché a far le domande scomode ai berlusconiani brutti e cattivi sono capaci tutti. E quindi è arrivato il momento della prima intervista barbarica, in coppia!, a due Grandi Vecchi della cultura italiana, due padri della Patria, due difensori dei valori democratici di una Repubblica nata sul sangue della Resistenza e sul sacrificio di un'intera generazione di giovani che seppero gridare alto il loro NO al fascismo, Signore e signori, Eugenio Scalfari e Dario Fo... Applausi. Prego, accomodatevi. Che onore avervi qui, anzi Onore al Duce. Bene, iniziamo da Lei, Scalfari. Ci racconti un po'... Com'era lavorare per Roma Fascista? E collaborare con una rivista squadrista come Nuovo Occidente? Ci dica, secondo Lei, che è un grande liberale, in quegli anni c'era più o meno libertà rispetto al ventennio berlusconiano? No, dài, non si schermisca: è Lei, insieme agli intellettuali di riferimento di Repubblica come Asor Rosa, Eco e Camilleri, a sostenere che il berlusconismo sia peggio del fascismo... Allora? E Lei, Fo, mi dica: l'essersi arruolato volontario nella Rsi, paracadutista nel “Battaglione Azzurro” di Tradate, è per Lei motivo di orgoglio o di vergogna? La sua militanza a Salò venne fuori solo negli anni '70: perché Lei non ne parlò mai? La mette in imbarazzo? No... vero? Ci dica... Ha mai sparato a un partigiano?
A proposito di antifascisti. E lei, Barbara Spinelli, che dalla Stampa troppo poco antiberlusconiana nel 2010 ha deciso di tornare a Repubblica, un foglio dove davvero un giornalista può trovare tutta la libertà necessaria al proprio pensiero e alla propria scrittura, ci dica: com'è lavorare con un direttore come Scalfari, che mentre suo padre Altiero era al confino a Ventotenne, dirigeva Roma fascista? Avete mai parlato di queste cose?
No, dico questo perché è una notizia di ieri che le colpe dei padri ricadano sui figli... E il rapporto padre-figlio, come quello di suocero e nuora, è molto delicato. Signore e signori, è arrivato il momento di Mario Calabresi. Applausi. Bene, si accomodi. Allora, Lei oggi dirige la Stampa, ma per anni è stato caporedattore centrale a Repubblica: cosa si prova a passare tutti i giorni i pezzi di uno condannato come mandante dell'omicidio di suo padre? Ci faccia capire bene: sono cose importanti, alla gente che ci ascolta da casa interessano, eccome. Lo so, toccare il tasto Calabresi è scomodo, ma le domande tabù vanno fatte. Lei, Paolo Mieli, e lei Eco, e Lei Oliviero Toscani: nel '71, insieme con tanti altri intellettuali, firmaste la lettera aperta a L'Espresso contro il commissario Calabresi, ammazzato da Lotta Continua. Deprecabile, vero? Parliamone: lo rifareste oggi?
A proposito di appelli. E Lei Vauro? Assieme ai Wu Ming e molti altri, ha firmato il manifesto che difende un terrorista, assassino e latitante come Cesare Battisti. Ci racconta come è andata? Ha mai incontrato i famigliari delle persone ammazzate da Battisti? Li ha abbracciati? Ha portato loro dei romanzi di Battisti? A proposito, nell'elenco dei firmatari, all'inizio, c'era anche Lei, Signore e signori..., Roberto Saviano. Poi si tirò indietro. Ce ne parla? E ci parla del suo processo per plagio? Alcune parti di Gomorra sono state copiate da articoli di altri giornalisti, senza citazione - No Corrado Augias, non sto parlando con Lei, dei suoi libri bruciati e copiati parliamo nella prossima intervista - Mi scusi, Saviano, dicevo: allora, cos'è successo? La Mondadori è molto sensibile su questa cosa del plagio... Anche adesso che Lei è passato a Feltrinelli? Saviano, a proposito, ma è vero che Lei da piccolo frequentava a Napoli le palestre dove boxavano i ragazzi del Fronte della Gioventù? È solo una voce, giusto? O è la solita macchina del fango? No, lo dico perché sa com'è: ormai quando uno tira fuori il passato fascista di qualcuno - fosse anche il padre di un grillino - tutti gridano alla macchina del fango ...
«Il Giornale» del 5 febbraio 2014

15 febbraio 2014

Foibe, la censura continua?

L'anniversario
di Paolo Simoncelli
C’è una faziosità atavica nella cultura politica che, comprensibilmente, di­venta rancore ottuso al momento in cui l’accer­tamento storico-critico investe il Moloch irragio­nevolmente granitico e violento della 'vul­gata' resistenziale.
Un’isteria e un’insistenza banalmente pro­vocatoria dell’affronto si risveglia in due cir­costanze: al ricordo dell’eliminazione, ad opera di partigiani comunisti, dei partigia­ni cattolici della «Osoppo» a Porzus nel feb­braio 1944, uomini colpevoli di difendere territorio e popolazioni italiane dal disegno annessionistico titino; e il ricordo dei mas­sacri degli italiani della Venezia Giulia, I­stria, Dalmazia, da parte dei titini nel set­tembre 1943 e dalla primavera del ’45.
La firma del Trattato di pace, imposto all’I­talia dai vincitori (che non tennero il mini­mo conto della «cobelligeranza», delle for­ze della Resistenza, eccetera) il 10 febbraio 1947, non fu privo di reazioni negative, an­che da parte di esponenti antifascisti che vanamente si opposero a quelle clausole. Seguì l’esodo di 350 mila italiani dall’A­driatico orientale; quegli antichi filmati in bianco e nero che mostravano lo sradica­mento violento di radici culturali e socio­economiche, e lo spezzamento di famiglie tra giovani che potevano ancora aspirare alla vita e anziani condannati alla non spe­ranza nel regime comunista slavo, sono sta­te allora interpretate come testimonianze di fascismo o revanscismo da parte di quanti non accettavano un’analisi storica artico­lata di quelle vicende. Un progressivo mo­nopolio ideologico-culturale assolutizzan­te fino a controllare la memoria storica e le relative fonti di diffusione, con la compli­cità opportunistica e vile di un’intera clas­se politica, impose il silenzio.
Nelle foibe, testimonianze atroci di pulizia etnica anti-italiana (in cui persero la vita decine di migliaia di italiani), furono preci­pitate allora le testimonianze e la memoria dei reduci, dei sopravvissuti, degli scampa­ti. Achille Occhetto ha dichiarato pochi gior­ni fa di aver «appreso del dramma delle foi­be solo dopo la 'svolta della Bolognina'. Prima non ne ero mai venuto a conoscen­za »; testimone con ciò dello straordinario successo dell’operazione-silenzio. Occor­sero 70 anni per giungere a riparlarne fuo­ri dai piccoli, riservati circuiti degli esuli. Giusto dieci anni fa, il Parlamento votò pressoché all’unanimità la legge 92/2004 che dedicava il 10 febbraio, ricorrenza del­la firma del Trattato di pace, alla «memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giulia­no-dalmata, delle vicende del confine o­rientale ». Apparvero timide lapidi di ricor­do e qualche via o parco intitolato alle vit­time delle foibe; lapidi subito infrante: alto il rischio di ricordare, anche da semplicissime righe, che l’impianto ideologico co­struito e imposto a difesa dell’indifendibi­le non poteva consentire di sbirciare oltre l’epicizzazione comunista, meno che mai accertare fatti tramandati da lapidi e mo­numenti falsi, medaglie con motivazioni fa­risaiche, in un sistema complesso di rigo­rosa vigilanza ideologica interna e internazionale.
Sperimentato persino dal presidente Na­politano che, coraggiosamente, in occasio­ne del suo primo «Giorno del Ricordo» ce­lebrato da capo dello Stato, ricordò quelle «miriadi di tragedie e di orrori» conseguenti a «un disegno annessionistico slavo», richiamando all’assunzione della «responsa­bilità dell’aver negato, o teso ad ignorare, la verità». Seguirono reazioni insultanti del­l’allora presidente croato Mesic, capace di scorgere in quelle parole «elementi di a­perto razzismo, revisionismo storico e re­vanscismo politico». Nient’altro!
Oggi, di fronte all’accettazione diffusa d’u­na realtà non più silenziabile (malaugurato crollo del muro di Berlino!), cambia il metodo: ciò che non è più nascondibile va allora ascritto alle precedenti responsabilità fasciste, talmente gravi e violente da giu­stificare una reazione slava. Ma se ne sono accorti solo ora? Perché non dirlo nei de­cenni del silenzio forzoso? Allora è stato si­lenziato persino l’antifascismo. Comunque attenzione: che il poi sia deter­minato da un prima non cronologico ma causale l’aveva detto anche Nolte, denun­ciando il nazismo come reazione al comu­nismo e il lager come conseguente al gulag. Non ebbe vita facile, ma può contare ora su un po’ di attardati seguaci. Basta, comun­que, col mito degli «italiani brava gente» (anche se occorrerà reinterpretare Nuto Re­velli, il quale incautamente ricordava che in guerra, nell’Unione Sovietica di Beppe Stalin, i soldati tedeschi presi prigionieri ve­nivano fucilati sul posto, gli italiani avviati ai lavori forzati).
Simone Cristicchi, da sinistra, dà vita ad u­no spettacolo toccante, dedicato alle speranze estreme e alle vite degli esuli italiani racchiuse in qualche scatolone ammassa­to a Trieste nel «Magazzino 18»; grande pathos e grandi riconoscimenti critici; be­ne, immediate proposte perché gli venga ri­tirata la tessera ad onore dell’Anpi. E allo­ra altrove va in scena Io odio gli italiani, pié­ce sulla drammatica vita nei campi di con­centramento italiani da Gonars ad Arbe (chissà se anche sulle testimonianze degli ebrei qui internati?). Iniziative sospette di puntuale opportunismo, utile a creare il «caso» e dunque a godere di qualche ri­chiamo di cronaca, e di banale prevedibi-­lità, che testimoniano del successo del «Giorno del Ricordo»; come una lapide in­franta: al silenzio lacerato segue la violen­za. Hanno perso.
«Avvenire» dell'8 febbraio 2014

30 gennaio 2014

Foibe, i Giorni del non Ricordo

10 febbraio
di Lucia Bellaspiga
Nessun negazionismo targato Rai: il Giorno del Ricordo s’ha da fare e si farà. Dopo giorni di polemi­che, annunci e smentite, sono i vertici della tivù di Stato a riferire la decisione definitiva: 'Magazzino 18', il musical ci­vile di Simone Cristicchi dedicato alle Foibe e all’esodo dei 350mila giuliano­dalmati, sarà trasmesso il 10 febbraio, Giorno (appunto) del Ricordo. In secon­da serata, è vero, ma su Rai1, la rete am­miraglia. D’altra parte lo spettacolo di Cristicchi si è guada­gnato un quarto d’o­ra di applausi inin­terrotti alla prima di Trieste e il tutto e­saurito nei teatri d’I­talia che la tournée sta toccando. «È uno spettacolo che ha la presunzione dell’e­quilibrio e l’intenzio­ne di pacificare, do­po decenni di scon­tri ideologici», ci ha detto il cantautore romano, da sempre vicino alla sinistra eppure deciso a rac­contare per la prima volta con una po­derosa opera teatrale la pagina più di­menticata della storia d’Italia, la strage di italiani da parte del dittatore comunista Tito dopo la seconda guerra mondiale.

DALLA RAI NESSUNA CENSURA. «La messa in onda di 'Magazzino 18' il 10 febbraio non era mai in dubbio – sostie­ne il direttore di Rai 1, Giancarlo Leone –. I palinsesti si chiudono di venerdì, ec­co perché non l’avevamo ancora an- nunciato». Ma a far sapere che la Rai a­veva «fatto dietro front» era stato proprio Cristicchi, che sulla pagina Facebook i giorni scorsi esprimeva il suo dispiace­re «per tutte quelle persone che, non a­vendo visto lo spettacolo nella propria città, aspettavano il 10 febbraio per po­terlo vedere in tv». Immediata la prote­sta del pubblico, che ha lanciato in rete una petizione alla Rai cui hanno aderi­to migliaia di persone. «Non ce n’era bi­sogno », rimarca però il direttore Leone, «prima andrà in onda un’anteprima di 'Porta a Porta' di venti minuti dedicata al Giorno del Ricordo, poi 'Magazzino 18'...». Seconda se­rata, dunque. Sem­pre meglio dello scorso anno, quando la Rai per celebrare la ricorrenza mandò in onda la solita fiction (stravista) 'Il cuore nel pozzo' alle 3.20 del mattino. «È un programma colto, raffinato, non gli fa­remmo un bel servi­zio a mandarlo in prima serata», spiega Leone. Esprime sollievo Cristicchi, che già in passato aveva affrontato temi come il manicomio o la guerra di Russia, e ora si cimenta in quella che definisce un’ope­ra di «educazione alla memoria» attra­verso «la magia del teatro, la potenza del­l’orchestra e una scenografia imponen­te », tra le masserizie dei 350mila istriani in fuga abbandonate dal 1947 nel Ma­gazzino 18 di Trieste. Va notato che Cri­sticchi il 27 gennaio, Giornata della Me­moria, è stato protagonista su Rai Scuo­la insieme a Moni Ovadia e alla storica Anna Foa di un programma sulla Shoah: «Odio tutti i negazionismi da qualsiasi parte arrivino, li trovo ugualmente diso­nesti ».

A MONZA IL PALCO AI NEGAZIONISTI. Non lo stesso si può dire di alcu­ne iniziative camuffate da celebrazio­ni per ricordare l’orrore delle foibe. A Monza è invitata Alessandra Kersevan, persona nota per le sue posizioni ne­gazioniste, secondo le quali nelle foibe furono gettati «quasi tutti adulti, e co­munque compromessi con il fasci­smo »: se ci è finito anche qualche bam­bino e qualche donna, magari anche le centinaia di sacerdoti, fu per «vendet­te personali» o addirittura si trattò di casi di suicidio. Comprensibile l’indi­gnazione degli esuli monzesi, che chie­dono l’annullamento dell’incontro: «Vi immaginate per la Giornata della Me­moria se invitassero chi deride la Shoah?».

LUCCA: LA STRAGE COMUNISTA DIVENTA NAZIFASCISTA. Va anche peg­gio a Lucca, il cui Comune (a differenza di Roma, dove la giunta Marino ha can­cellato tutti i Viaggi del Ricordo) porterà i suoi studenti in visita guidata... Pecca­to che il programma sembri uno scher­zo: 'Per l’approfondimento delle vicen­de degli esuli istriani', ovvero delle vitti­me del comunismo, i ragazzi verranno portati 'a Gonars e all’Isola di Rab' (che poi è Arbe, ma si preferisce il nome croa­to a quello italiano), 'nei luoghi che fu­rono teatro della repressione fascista de­gli Slavi'. «È vero che Gonars e Arbe fu­rono i due campi di internamento in cui il fascismo deportò sloveni e croati tra il 1942 e l’8 settembre del 1943, durante la guerra – spiega Paolo Radivo, direttore di 'L’Arena di Pola', il periodico degli e­suli istriani –. A Gonars (Udine) moriro­no 453 civili su 6.000 internati e nel mu­sical di Cristicchi c’è anche una bambi­na slovena che legge la lettera autentica di un internato di Arbe, ma la sua è un’o­perazione onestissima. Altro invece è creare apposta confusione alimentando l’antica equazione infoibati=fascisti, fal­sa e superata da tempo, anche perché in foiba morirono cittadini comuni, tra cui anche tanti antifascisti ed ebrei. Ferisce tanta malafede e faziosità».

VIVA LE FOIBE! Non sorprende a que­sto punto che, dopo dieci anni di pacifi­cazione (la legge istitutiva del Giorno del Ricordo è del 2004), atti di violenza ri­portino la storia indietro di decenni: gior­ni fa a Pisa la lapide per i Martiri delle Foibe è stata distrutta, mentre ad Alba­no Laziale i giovani dei centri sociali han­no indossato magliette con la scritta 'I love foiba'. 10 Febbraio Sciolta la querelle di Rai1 Leone: «In onda Magazzino 18 di Cristicchi» (ma in seconda serata). Esauditi gli appelli del pubblico Il cantautore romano Simone Cristicchi nel Magazzino 18 al porto di Trieste, tra le masserizie abbandonate nel 1947 dagli italiani in fuga. Scappavano dal genocidio operato dal maresciallo Tito in Istria, Fiume e Dalmazia.
«Avvenire» del 30 gennaio 2014

03 dicembre 2013

Berlinguer non ti voglio bene

Passione e ideologia
di Pierluigi Battista
Il libro di Francesco Piccolo esalta la Buona Causa. Ma ricordo che dalla parte «giusta» stava Craxi, non il Pci
Ognuno di noi conserva il ricordo della partita del cuore, la partita della svolta in cui la passione sportiva si è mescolata e fusa con quella esistenziale della politica. La mia è stata la sfida di hockey sul ghiaccio tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969. Il giovane Jan Palach si era appena bruciato nella Praga occupata dai carri armati del Patto di Varsavia, e sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente «Dubcek Dubcek» straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista. La svolta politica di Francesco Piccolo invece, lo racconta nel suo bellissimo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), coincide con il settantottesimo minuto della partita di calcio Germania Ovest contro Germania Est nei Mondiali del ‘74, quando il piccolo Piccolo, accanto e contro il padre di destra che tifava per i tedeschi occidentali, esultò quando Jürgen Sparwasser della Ddr segnò il gol che riscattava i poveri ragazzi infagottati nelle modeste «maglie azzurre con lo scollo a V bianco ». Avevano vinto i deboli, erano stati sconfitti i forti e ricchi prepotenti dell’Ovest.
Fu allora che Francesco Piccolo consumò il suo parricidio simbolico. Fu allora che Francesco Piccolo diventò «davvero comunista». Esattamente l’opposto di quanto era accaduto a me. Per me la Ddr incarnava un regime mostruoso, una caserma oppressiva che aveva spinto fino alla perfezione la sua vocazione poliziesca, il cui simbolo erano i VoPos che dall’alto delle torrette sparavano senza pietà a chi scappava nei modi più avventurosi da quello Stato-prigione, come è ancora documentato nel museo situato a Berlino a pochi passi dal Checkpoint Charlie. Per questo mi commossero di più tutti quei giovani entusiasti e ancora increduli che un po’ di anni dopo avrebbero buttato giù a picconate il Muro, mentre Mstislav Rostropovic celebrava con il suo sublime violoncello la fine dell’arroganza totalitaria che lo aveva tirato su.
Questo per dire a Piccolo che i ricordi che formano il tessuto di un’esperienza umana ed emotiva destinata a intrecciarsi con le vicende della politica sono vari e spesso contrastanti tra loro, e non solo nel senso più banalmente anagrafico-generazionale (tra me e lui corrono nove anni di differenza, a mio sfavore). Il suo libro racconta meravigliosamente l’andirivieni contraddittorio di emozioni e sentimenti tra la storia molto personale di un ragazzo borghese nato a Caserta nel ’64 e la storia «grande e terribile», per dirla con Kipling, che lo scaraventa fuori del cortile di casa, e gli fa sentire la morsa di un destino comune condiviso con il resto dell’umanità.
Con Il desiderio di essere come tutti Piccolo si conferma lo strepitoso scrittore che conoscevamo. Basterebbero le pagine sul colera e sul terremoto per dimostrarlo, o quelle sul primo amore che muore nel giorno di San Valentino, per colpa del militantismo ideologico e di un orribile pacchetto in rosa che una commessa sdolcinata aveva confezionato per il regalo d’amore (rifiutato). Però nel libro si parla di Berlinguer, di Craxi, di Moro, del compromesso storico, del berlusconismo, dell’antiberlusconismo come altrettanti momenti della maturazione politica di uno scrittore che sa guardarsi dentro con il dono raro dell’ironia.
E dunque non è infondato rileggere questo romanzo anche dal punto di vista politico. È vero: Piccolo sostiene una posizione molto coraggiosamente minoritaria. Berlingueriano per scelta, non ignora la debolezza di una sinistra in cui «ogni sconfitta politica», dalla Prima alla Seconda Repubblica, «diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese, perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto». È vero, Piccolo addirittura accosta, parlando della sinistra, due aggettivi che, affiancati, suonano come una bestemmia per i sacerdoti della superiorità antropologica della sinistra: «puri e reazionari». È vero, le corrucciate e arcigne vestali dei «pensieri giusti» hanno già provveduto a bacchettare il reprobo Piccolo, come è accaduto sulle colonne del «Fatto Quotidiano».
Però, forse è proprio sbagliato dare per scontato che la parte «giusta» sia stata quella cantata e sferzata al contempo da Piccolo. Piccolo più volte dice di sentirsi affine al Robert Redford che in Come eravamo, incontrando Barbra Streisand ancora impegnata dopo tanti anni a testimoniare qualche Buona Causa, le dice con ammirazione affettuosa: «Tu non molli mai, eh». La citazione significa due cose. Che Piccolo-Redford si sente un po’ in colpa. E che la militante Streisand, pur prigioniera di una purezza politicamente inconcludente, è migliore di chi si rassegna, di chi «molla», di chi non è all’altezza della sua integrità: «Tu non molli mai». Ecco, forse questo implicito presupposto di Piccolo che innerva tutte le pagine del romanzo, non è poi così scontato. Scrive che nei funerali di Berlinguer si riconobbero «tutti». Non è vero: i comunisti erano un terzo degli italiani, gli altri due terzi si commossero per la morte di Berlinguer, ma non per questo sentivano di ammettere la «superiorità» etica del partito di Berlinguer. Dalla parte «giusta» sulla scala mobile, poi, era Craxi, non Berlinguer.
Dalla parte «giusta» sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui «riformista» e «socialdemocratico» erano parolacce e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire «riformatore». Sulle riforme istituzionali dalla parte «giusta» era Craxi, con un po’ di anticipo, e non chi gridava al golpe anticostituzionale. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle «narrazioni» successive. O almeno, così ricordo, anche se alla memoria, come al cuore, non si comanda. Al massimo la si può restituire nei suoi aspetti più vividi, compito nel quale Il desiderio di essere come tutti di Piccolo riesce magnificamente.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del 1 dicembre 2013

17 novembre 2013

Laogai, i «laboratori» della rieducazione

La svolta a Pechino
di Stefano Vecchia
Tra i primi a provarne la realtà terribile fu l’ultimo imperatore della dinastia mancese, Pu Yi, richiuso dal 1950 al 1959 nel centro per criminali di guerra di Fushun. Dai campi di rieducazione attraverso il lavoro si calcola siano passati 50 milioni di cittadini della Repubblica popolare cinese. Un intero popolo in parte dissidente verso il potere comunista, in parte alla ricerca di uno stile di vita o di valori difformi da quelli imposti dalla propaganda del regime. E in parte finiti all’inferno senza alcuna colpa o ragione. Una infinità uomini e donne che i Laogai hanno trasformato e, in molti casi, ucciso.
Wang Ruowang, saggista e irriducibile guastafeste del partito, espatriato negli Usa negli ultimi anni prima della morte nel 2001, ha testimoniato l’acquiescenza che colpiva la maggior parte degli “ospiti” nei campi, che li induceva alla collaborazione, alle delazione anche verso colleghi, amici, familiari, addirittura all’autolesionismo se non si consideravano all’altezza degli aguzzini.
Harry Wu, tra i più conosciuti dissidenti, ha passato 19 anni in un campo di lavoro perché si era espresso contro l’appoggio cinese all’invasione sovietica dell’Ungheria. Oggi a capo della Laogai Foundation, che da cinque anni ha aperto a Washington un museo per documentare gli orrori di questa istituzione, Wu ha scoperchiato vent’anni fa per il mondo questo inferno cinese, ma ha potuto farlo solo dopo un lungo tempo di rielaborazione, fino a ritrovarsi lui stesso incredulo di quella esperienza.
Alla fine la funzione dei Laogai non è stata di punizione ma di dissuasione. Riempiti per rieducare generazioni di cinesi che dovevano convincersi che i mandarini con libretto rosso e giacca senza collo fossero diversi e migliori da quelli con le insegne e i ranghi imperiali.
In un certo senso, anche durante le sbandierate riforme di Deng Xiao Ping e fino a oggi i Laogai sono rimasti affollati, pronti a ricordare che le libertà – se tali – erano solo concesse. Insomma, per contrasto rendevano più grandi le riforme, più nobili gli ideali di apertura e, in qualche modo, più sopportabile la vita nelle manifatture congestionate della Cina del miracolo economico.
Ancora prima delle stupefacenti Olimpiadi di Pechino del 2008, si stimavano a milioni gli ospiti involontari di centinaia di campi. Oggi la Cina non ha più bisogno di Laogai, non servono più perché non possono più essere segreti o ignorati. Ha altri strumenti di controllo e di manipolazione, anche di repressione, senza che il mondo accusi o sanzioni.
«Avvenire» del 16 novembre 2013

29 settembre 2013

La storia compromettente del "compromesso storico"

Quarant'anni fa Enrico Berlinguer rilanciò l'idea (che fu di Togliatti nel dopoguerra) della collaborazione fra Pci e Dc. Ma il flirt durò poco. E indebolì entrambi i partiti
di Francesco Perfetti
La proposta di un «compromesso storico» fra cattolici e comunisti la lanciò l'allora segretario del Pci Enrico Berlinguer tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 1973 dalle pagine di Rinascita, la rivista ideologica del partito fondata da Palmiro Togliatti, in tre articoli pubblicati con il titolo generale Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile.
Nel Paese latino-americano si era appena consumato il colpo di Stato del generale Pinochet contro Salvador Allende: era stata interrotta traumaticamente la «via cilena al comunismo».
Divenuto segretario del Pci nel marzo 1972 dopo esserne stato vice-segretario, Berlinguer si era formato ed era cresciuto politicamente all'ombra di Togliatti e durante la lunga segreteria di Luigi Longo si era rafforzata la sua autorevolezza. Aveva portato avanti la linea del «dissenso» dall'Urss dopo l'invasione della Cecoslovacchia del 1968, ma al tempo stesso aveva negato la possibilità di un abbandono dell'internazionalismo e di una posizione di rottura nei confronti dell'Unione Sovietica.
I fatti cileni suggerirono a Berlinguer una proposta politico-strategica che egli rese nota attraverso quegli articoli senza che fosse prima discussa dagli organismi dirigenti del partito. Ciò anche se in maggio sulla rivista Il Contemporaneo, supplemento mensile di Rinascita, era apparso un ampio dibattito sulla «questione democristiana», in cui Alessandro Natta aveva accennato alla necessità di una intesa fra socialisti, comunisti e cattolici e Gerardo Chiaromonte aveva osservato che sarebbe stato difficile per i comunisti governare anche ottenendo la maggioranza assoluta dei voti a causa della estensione e della influenza delle forze avversarie. Ciò non toglie, peraltro, che la paternità dell'idea del compromesso storico, così come venne presentata, sia senza dubbio attribuibile a Berlinguer.
Il caso cileno offriva una lezione importante. Dimostrava che l'unità delle sinistre, da sola, non era sufficiente a garantire la governabilità e che bisognava puntare alla collaborazione fra tutte le forze popolari, partito comunista e democrazia cristiana in primis, e quindi a un sistema di alleanze sociali che coinvolgesse ceti diversi. Al fondo, c'era la convinzione che solo così sarebbe stato possibile sbloccare il sistema politico italiano che, di fatto, anche per la sua collocazione internazionale, non consentiva una alternanza. La formulazione della proposta era chiara: «la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie, e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». In altre parole, Berlinguer metteva in soffitta l'idea della «alternativa di sinistra» e la sostituiva con quella di una «alternativa democratica» che avrebbe consentito riforme radicali evitando il pericolo di derive reazionarie.
La proposta poteva sembrare una novità. E come tale alimentò il dibattito politico. Ma non era così. Il filosofo cattolico Augusto Del Noce osservò che essa era «condizionata interamente dalla linea gramsciana» tanto che, riferita al pensiero di Gramsci, si configurava come «offerta» frutto della «constatazione della “maturità storica” per il passaggio dell'Italia al comunismo e per il transito dalla vecchia alla nuova Chiesa». D'altro canto lo stesso Berlinguer precisò che l'offerta di compromesso storico non era una «apertura di credito alla Dc», ma doveva intendersi come «sollecitazione continua» per una trasformazione radicale della stessa Dc che ne valorizzasse la «componente popolare» a scapito delle «tendenze conservatrici e reazionarie». A ben vedere, il discorso di Berlinguer riprendeva, con altre parole e in un contesto diverso, il progetto che, all'indomani del secondo conflitto mondiale, Palmiro Togliatti aveva sintetizzato nella celebre espressione «democrazia progressiva» fondata sulla collaborazione fra le «grandi forze popolari», ovvero comunisti, socialisti e cattolici. Esisteva, per dirlo con Del Noce, una «continuità Gramsci-Togliatti-Berlinguer e delle formule della via “nazionale” e “democratica” e dell'accordo dei partiti di massa».
Nella visione berlingueriana il compromesso storico avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per «sbloccare» il sistema politico italiano che - in virtù della tacita ma accettata conventio ad excludendum nei confronti del Pci per i suoi legami con Mosca e per la sua monolitica struttura interna di tipo leninista - precludeva ai comunisti l'ingresso nelle stanze del potere. Le opposizioni, più che le perplessità, furono numerose sia all'interno del Pci, dove molti pensavano ancora all'ipotesi della trasformazione del Paese in una «democrazia popolare», sia all'interno della Dc, del Psi e dei partiti laici minori, preoccupati, non a torto, che il compromesso storico si risolvesse nell'incontro fra due «religioni secolari».
Comunque sia, alla prova dei fatti il compromesso storico non si realizzò. Gli anni fra il 1974 e il 1978 furono, sì, quelli della grande avanzata elettorale del Pci e del suo ingresso nell'area di potere con l'appoggio esterno al governo monocolore di «solidarietà nazionale» di Andreotti. Ma, al tempo stesso, furono anni - particolarmente difficili anche per l'offensiva del «partito armato» delle Brigate Rosse - che mostrarono come la «strategia dell'attenzione» nei confronti del Pci teorizzata da Aldo Moro fosse sostanzialmente velleitaria. Alla fine proprio il rapimento e l'assassinio di Moro chiusero traumaticamente la strada al compromesso storico. E aprirono una nuova stagione della politica italiana dominata dalla figura di Bettino Craxi e destinata a sua volta a esaurirsi con la fine ingloriosa della prima repubblica sotto i colpi di maglio della «rivoluzione giudiziaria» di Tangentopoli.
«Il Giornale» del 27 settembre 2013

14 maggio 2013

Aleksandr Solzenicyn: La dura scuola del comunismo

Inediti
di Aleksandr Solzenicyn
Era uscito allora un romanzo intitolato Avanti, tempo!, e perfino il Piano Quinquennale si dispiegava, tra rulli di tamburo, in Quattro Anni. E all’Istituto pedagogico inculcavano ai futuri insegnanti che la letteratura sovietica – e quindi anche loro – non dovevano rimanere indietro rispetto alle esigenze del Periodo della Ricostruzione.
Neanche a farlo apposta, nel mese in cui Nastja stava per dare le sue prime lezioni in classe, l’Associazione russa degli Scrittori proletari aveva adottato e resa pubblica una risoluzione: riguardava il modo di rappresentare i personaggi in letteratura e lanciava un appello ai «lavoratori d’assalto» dei cantieri a farsi essi stessi scrittori, affinché l’arte riflettesse in tempo reale le esigenze della classe operaia. E prese corpo anche una nuova concezione: la letteratura veramente rappresentativa dei tempi nuovi è quella che passa per il giornale murale o il manifesto di propaganda e assolutamente non quella dei romanzi.
Beh, un po’ troppo precipitoso, no?, c’era da restare senza fiato; come sarebbe «non quella dei romanzi»? e i romanzi che fine facevano? [...]
Ad Anastasija Dmitrievna vennero assegnati cinque gruppi di quinta, di dodicenni, con l’incarico di insegnante principale nella quinta A.
La sua prima lezione! Ma era la prima anche per gli scolari, che si erano appena lasciati alle spalle le classi iniziali per entrare al secondo livello: erano ormai «grandi» e ne potevano andar fieri! Quel primo settembre fu una radiosa giornata di sole.
Uno dei genitori aveva portato in classe dei fiori. Anche Anastasija Dmitrievna si era messa un vestito chiaro di seta grezza, le ragazze avevano degli abitini bianchi e anche molti dei ragazzi la camicia bianca delle feste. E questi musetti, questi occhi raggianti le davano la carica: finalmente, finalmente il suo sogno si era realizzato e poteva procedere per la stessa via di Marija Feofanovna… (E, di più, poteva adoperarsi affinché in questi tempi di imperante volgarità, quei ragazzi, crescendo, diventassero degli uomini di nobili sentimenti, non come quelli d’oggi). Si riprometteva, con molte, molte lezioni, di trasfondere nelle loro teste tutto ciò che lei stessa aveva preservato della grande e munifica letteratura russa!
E invece no!, nessuna possibilità, almeno adesso, di avviarsi in quella direzione: il programma di studio era rigidamente definito; in quattro parole: «Le gru rombanti / Davanti agli scavi…» e ad ogni momento ti poteva capitare un ispettore mandato dalle autorità scolastiche della provincia a controllare lo svolgimento delle lezioni. Bisognava cominciare dalla Turksib – allora in via di completamento, e far imparare a memoria come i treni s’erano messi a percorrere il deserto «… avanti e indietro, a spaventare / Uomini e armenti, / E a non farli andare / Per le lor vie carovaniere».
Poi, da programma, si doveva continuare con Magnitogorsk, quindi il cantiere della grande diga sul Dnepr’ e, appunto, il poema di Bezymenskij, dove si metteva in ridicolo un professore candidato al suicidio, in quanto esponente delle classi «uscenti» e superate. E ancora il poema sul ragazzetto indiano che ha sentito parlare di Lenin, la guida luminosa di tutti gli oppressi del mondo, e che va a piedi dall’India a Mosca per vederlo. [...]
Il programma del secondo anno contemplava il «nocciolo duro» della letteratura sovietica: La disfatta, Pietre da levigare (sulla collettivizzazione), Cemento (spaventoso, perché vi si proponevano a bambini di tredici anni impressionanti scene di possesso sessuale).
Tuttavia, ad esempio, nel Torrente di ferro venivano restituite con notevole laconicità ed efficacia le azioni delle masse nel loro insieme; e c’era forse mai stato qualcosa di simile nella letteratura russa? E ne La settimana il personaggio di Robejko suscitava simpatia quando, sforzando la voce minata dalla tubercolosi, esortava i contadini ad abbattere un boschetto appartenente al monastero, per potere col legname così ottenuto alimentare la locomotiva che avrebbe trasportato le sementi sui campi. (Solo un dubbio: l’anno precedente avevano dunque loro confiscato per l’ammasso tutte le riserve di sementi?).
E ogni giorno quelle quaranta paia di occhi infantili che fissavano Anastasija Dmitrievna, come avrebbe potuto non sostenere la loro fede? Sì, ragazzi, perdite e sacrifici sono inevitabili. Del resto tutta la nostra letteratura ha sempre esortato allo spirito di sacrificio. Qua e là, certo, si verificano atti di sabotaggio, ma l’inaudito slancio industriale in atto porterà a una felicità altrettanto inaudita. Quando crescerete ne potrete godere anche voi.
Ogni episodio, anche il più negativo, dovete considerarlo allo stesso modo del poeta che ne ha tanto giustamente colto la prospettiva. «Non è da meno al tempo che viviamo / E ci è compagno sulla via stessa, / Colui che in ogni dettaglio sa vedere / Della Rivoluzione Mondiale la promessa».
Quindi avevano soppresso anche i nuovi manuali adottati, riconoscendoli erronei e superati dalla realtà. Cominciarono a stamparne del tipo «a fogli volanti», vale a dire testi non rilegati su temi di stretta attualità e validi soltanto nel semestre in corso, che diventavano inutilizzabili già l’anno successivo. Gor’kij pubblicò su un giornale l’articolo «Agli umanisti», dove smascherava i suddetti e li esecrava, articolo che fu immediatamente inserito nel manuale a fogli volanti successivo: «È perfettamente naturale che il potere operaio e contadino schiacci i propri nemici come pidocchi!».
Spavento, sconcerto, senso di soffocamento: come proporre una cosa del genere ai bambini? E a che pro?
Ma Gor’kij era un grande scrittore, un classico russo anche lui conosciuto a livello mondiale, e come puoi pensare col tuo piccolo intelletto di poterti mettere a discutere con una simile autorità? E poi lui stesso scrive qualche riga più in là degli ignavi e dei benestanti: «Che cosa vuole dunque questa classe di degenerati?… unicamente una vita sazia, senza senso, sfrenata e irresponsabile». E ti viene in mente: «Alla larga dalla gente che si compiace delle proprie vacue chiacchiere e non fa nulla…». E non esortava forse Cechov a vigilare ogni giorno, armati di un piccolo martello, sulla nostra coscienza assopita? [...]
Poi arrivò un trimestre in cui non furono distribuiti fogli volanti per il manuale e neppure programmi obbligatori. L’inattesa vacanza di direttive sprofondò nello sconcerto le autorità scolastiche cittadine: significava un cambiamento di linea? E in attesa di chiarimenti ognuno venne autorizzato a insegnare quel che voleva, beninteso sotto la propria responsabilità.
La loro direttrice didattica nonché preposta all’educazione civica si mise a spiegare alle quinte, seste e settime dei passi scelti dal Capitale. Ma allora anche Anastasija Dmitrievna poteva scegliere a suo piacimento qualcosa tra i classici russi? Ma come scegliere la cosa giusta, per non sbagliare? Dostoevskij, no, non si poteva e poi per loro era ancora presto. Neanche Leskov, però, impossibile. Lo stesso per Aleksej Tolstoj – le tragedie La morte del Terribile e Lo zar Fëdor.
E anche di Puškin non tutto, naturalmente. Così come di Lermontov. (E quando i bambini le avevano chiesto di Esenin, aveva cambiato discorso e non aveva risposto, era severamente proibito).
D’altra parte, lei stessa non era più abituata a tanta libertà. Non riusciva più a esprimere i sentimenti di un tempo. L’incrollabile unitarietà e levigata coerenza della letteratura russa ora le appariva come screpolata da tutto ciò che lei stessa aveva letto, conosciuto e imparato a vedere in quegli ultimi anni. Ormai aveva paura a parlare di un autore o di un libro senza darne la caratterizzazione dal punto di vista classista. Compulsava dunque il Kogan e ci trovava «per quali aspetti quest’opera poteva considerarsi cooperante».
Ma al tempo stesso apparivano nuovi numeri delle riviste letterarie sovietiche e i giornali tributavano lodi a questa o quella nuova opera. E lei si sentiva stringere il cuore: non aveva davvero il diritto di far restare indietro degli adolescenti, era in quel mondo che essi avrebbero dovuto vivere e quindi bisognava aiutarli a entrarci.
«Avvenire» del 13 maggio 2013

03 ottobre 2012

Solzenicyn è ancora nel Gulag: in Italia lo leggiamo censurato

di Giuseppe Ghini
Esattamente cinquant'anni fa, con il fragore di uno sparo nella notte, fece la sua comparsa sulla scena letteraria mondiale un nuovo grande scrittore russo, Aleksandr Solzenicyn. Il suo primo racconto lungo, Una giornata di Ivan Denisovic, venne infatti pubblicato alla fine del 1962, dopo lunghe trattative, sulla rivista russa più liberale del tempo, il Novyj mir. La storia della pubblicazione, con il decisivo intervento di Chruscev che vi aveva visto un'esaltazione del lavoro socialista, è cosa nota. Altrettanto noto è il fatto che lo scrittore riuscì a pubblicare ancora un paio di racconti, tra cui La casa di Matrëna all'inizio del 1963, prima che l'onda della destalinizzazione spiaggiasse definitivamente nell'ultimo anno dell'era chruscioviana. Nel giro di pochi mesi, infatti, l'autore del primo testo di letteratura concentrazionaria venne messo al bando e la mannaia della censura calò su tutte le sue opere: in Urss non solo non vennero più stampate, ma vennero perfino ritirate per decreto dalle biblioteche pubbliche.
Può essere interessante chiedersi qual è stato il destino italiano di quei primi racconti che rivelarono al mondo la voce del più noto dissidente russo. Certo, il clima culturale italiano degli anni Sessanta e Settanta del '900 non era propriamente favorevole a Solzenicyn; certo, il conformismo sinistrorso impedì a tanti di leggere senza pregiudizi le sue opere, soprattutto l'Arcipelago Gulag costruito proprio sulla pietra angolare dell'Ivan Denisovic. Ma oggi, cosa ne è oggi? Un giovane italiano che volesse leggere questi primi racconti di Solzenicyn a cinquant'anni dalla loro pubblicazione cosa troverebbe disponibile sul mercato?La situazione è francamente poco consolante.
L'unica edizione attualmente in commercio è quella dell'Einaudi, la quale presenta le traduzioni di Raffaello Uboldi (Ivan Denisovic) e Vittorio Strada (La casa di Matrëna). Ora, pur riempiendo gli scaffali delle biblioteche italiane, nessuna delle due traduzioni corrisponde alla versione definitiva licenziata da Solzenicyn. Com'è comprensibile, infatti, non appena lo scrittore si liberò dal cappio della censura sovietica pubblicò versioni riviste e corrette di entrambi i racconti presso case editrici occidentali. Quando poi tornò in Russia, nel 1994, ne curò la versione definitiva. Di tutto questo, però, non è rimasta traccia nel mercato editoriale italiano che aspetta ancora le traduzioni dal testo non censurato.
Tanto per fare un esempio, la vicenda della Casa di Matrëna, che presentava un detenuto del GULag rilasciato nel 1956 - cioè, in piena epoca chruscioviana - venne retrodatata dai censori al 1953: insomma, era tutta colpa di Stalin! E la versione dell'Einaudi, che pure può contare su di un traduttore come Strada, presenta ancor oggi al lettore italiano queste interpolazioni dovute alla politically correctness chruscioviana. Peraltro, anche l'unica altra traduzione italiana del racconto, ad opera di Piero Panolo, oggi rintracciabile solo in biblioteca, è tratta dalla primissima versione poi rigettata dall'autore.
La situazione dell'Ivan Denisovic è perfino peggiore. Anzitutto, anche qui l'edizione Einaudi è tratta dalla prima versione del testo poi modificata dall'autore (ma lo stesso vale per le traduzioni di Chiara Spano e Giorgio Kraiski, le uniche altre versioni italiane del racconto). Modificata significa che Solzenicyn ha ripristinato la versione originale mediante decine e decine di interventi sul testo. Alcuni di questi, per esempio, restituiscono la visione negativa dei carcerieri che i censori avevano purgato.Si parla, ad esempio, dell'obbligo di togliersi il berretto incontrandoli nel campo. «Quanti ne avevano mandati in cella di punizione per quel berretto, cani maledetti!» - è la versione autentica. «Quanta gente è andata in cella per via del berretto!» - troviamo invece nella traduzione Einaudi. Anonimo e debole. Costringono Ivan Denisovic a lavare il pavimento della stanza delle guardie. «Lavori per le persone, lo fai per benino; lavori per il capo, lo fai per finta» - sentenzia Ivan nella versione autentica. «Per la gente fai le cose bene, per gli stupidi fai solo finta» - è la versione Einaudi. «Capo» invece di «stupidi»: sostituzione non banale. Nella famosa scena della costruzione del muro, scena che portò Chruscev a equivocare il senso dell'intero racconto, incontriamo un detenuto di origine lèttone. Nella versione ripristinata da Solzenicyn si legge: «Kil'digs diventò cattivo. Non amava le sfacchinate. Da loro in Lettonia, diceva, lavoravano tutti lentamente, ed erano tutti ricchi». La versione Einaudi, attribuisce al Lettone un altro nome e perde un'intera frase censurata: «Kilgas diventò rosso di rabbia. Non gli piaceva lavorare a quel ritmo diabolico».
Il problema più grave, però, è che lo stile del testo è stato largamente modificato dal traduttore. Solzenicyn adotta una prosa ellittica, spigolosa, con frasi coordinate indipendenti tra loro (paratassi) e piena di espressioni di registro basso. Molto spesso, invece, la prosa di Uboldi è ampia, rotonda, elegante, con frasi subordinate complesse (ipotassi). «Adesso - tirar su il muro, non c'è via d'uscita: se non vuoti la cassa, domani tutta la cassa finisce ai porci, la calcina diventa pietra, non la cavi neanche col piccone» - scrive Solzenicyn. E Uboldi traduce: «Ormai non c'era altro da fare che continuare ad alzare il muro: se non si vuotava la cassa, il giorno dopo la calcina sarebbe diventata dura come pietra, e non l'avrebbero cavata fuori neppure col piccone». Tutta un'altra cosa.«Ech, glaz - vaterpas» scrive Solzenicyn in tre parole. «Aveva un occhio che era meglio di una bolla d'aria», traduce Uboldi, invece di un più aderente «Eh, che occhio: una livella!».Fermiamoci qui con gli esempi e iniziamo a celebrare Solzenicyn. Sarebbe meglio però se potessimo celebrarlo con una nuova traduzione dei suoi testi sulle versioni definitive approvate dall'autore.
«Il Giornale» del 30 settembre 2012

25 luglio 2012

Szymborska e il comunismo: conti fatti con il passato


Poesia e storia
di Giovanna Tomassucci
Nelle ultime settimane sulla stampa italiana sembra essersi inaspettatamente aperto un nuovo "caso Szymborska". Non si tratta di uno strascico delle riflessioni sullo straordinario record di vendita registrato dalla poetessa polacca in Italia (anche grazie alla lettura dei suoi testi da parte di Roberto Saviano a "Che tempo che fa" dopo la sua morte, nel febbraio scorso), ma di un discorso sul trasformismo degli intellettuali. Prendendo spunto da note apparse recentemente su "Panorama" e "Il Giornale", Pierluigi Battista sul "Corriere della sera" l’ha chiamata in causa centrando su di lei un ampio articolo, dal titolo molto simile a quello di un suo libro del 2007: Cancellare le proprie tracce. In versi. La poetessa polacca sarebbe rea di aver nascosto le proprie poesie dedicate a Lenin e alla morte di Stalin.
Per motivare le accuse si citano due grandi scrittori dell’est che hanno riflettuto sulla complicità degli intellettuali con lo stalinismo: il ceco Milan Kundera e il poeta polacco Czeslaw Milosz, autore della Mente prigioniera, scritta nel ’51 e pubblicata in Italia da Adelphi. Si dimentica però che anche lo stesso Kundera ha scritto poesie staliniste e che il pamphlet di Milosz, composto in piena guerra fredda, non è privo di componenti autobiografiche e ritrae letterati ai vertici della Nomenklatura intellettuale stalinista: gli amici di un tempo che lo consideravano ormai un traditore. Non è il caso quindi estendere i suoi giudizi ai molti giovani intellettuali sostenitori dello stalinismo - la generazione della Szymborska, nata nel ’23 - che occupavano ruoli di scarso conto. Bisogna invece considerare che, dopo l’apocalisse della guerra, con la sua duplice occupazione tedesca e sovietica, dopo le due tragiche insurrezioni e il tradimento di Yalta, per molti di loro il mito di uno stato socialmente equo e dell’Urss-baluardo antifascista appariva l’unico antidoto alla disperazione e al nichilismo. Ne era cosciente lo stesso Milosz, che ha sempre distinto i singoli casi (e cause) e che ha fatto conoscere Szymborska dall’esilio americano, senza mai scrivere su di lei una sola parola di biasimo.
È inoltre ampiamente noto che la poetessa non ha occultato né la passata appartenenza al partito (fino al 1966) né tanto meno "sepolto" (come si è scritto) le raccolte poetiche del periodo stalinista, tuttora conservate in molte biblioteche polacche. «Appartenevo alla generazione che credeva. Io credevo. Quando ho smesso di credere ho smesso di scrivere quelle poesie», aveva dichiarato nel ’91. Esse sono citate dalle sue biografie (tra cui quella di Joanna Szczesna e Anna Bikont Cianfrusaglie di memorie. Amici e Sogni, che varrebbe la pena di tradurre!), dalle introduzioni del suo traduttore Pietro Marchesani, dal Web, in primis Wikipedia. Fin dal conferimento del Nobel, proprio a causa di quel suo passato, Szymborska è stata attaccata da molti in Polonia: quindi non ha senso parlare di rivelazioni che provocano "imbarazzo". L’Europa non è più divisa in due e non si può far finta di ignorare ciò che è già accaduto nei Paesi dell’ex blocco sovietico, tirando fuori dal cappello vecchie informazioni e contrabbandandole per nuove.
L’articolo di Battista afferma inoltre che per conoscere l’opera di uno scrittore è necessario averne presente l’intera produzione, compresa quella che potrebbe essere oggetto di censura e biasimo. Alla ricerca di simmetrie, si accosta Szymborska a Günter Grass, che per anni ha occultato la propria partecipazione giovanile a un reparto di Ss. Non pare quindi cogliere alcuna differenza tra una scelta politica (tenuta celata, nel caso di Grass) e la stesura di un testo letterario. I versi su Stalin e Lenin della poetessa sono ancora oggi consultabili anche in vari siti web e lei non si è mai sognata di censurarli, ha scelto solo - come era suo diritto - di non ripubblicarli… Essi sono anche oggettivamente retorici e brutti: secondo i suoi accusatori italiani avrebbe dovuto inserirli comunque nelle edizioni antologiche delle sue poesie?
Evidentemente chi mette Szymborska sul banco degli imputati non è particolarmente amante della poesia, perché parlando di una scrittrice schiva, che non amava pronunciarsi in dichiarazioni pubbliche, non ha creduto necessario sfogliare i suoi libri e ascoltare la sua stessa voce. Sarebbe bastato aprire una qualsiasi delle sue raccolte e leggere Riabilitazione, una poesia di oltre cinquant’anni fa (dal volume Appello allo Yeti, 1957, cito dall’edizione Adelphi, 2009 p. 63), che è una sofferta autocritica del suo coinvolgimento politico e morale sotto lo stalinismo, in particolare della sua partecipazione, insieme a decine di altri intellettuali, a una campagna di stampa contro alcuni sacerdoti polacchi, accusati di spionaggio in un processo farsa nel 1953: «È tempo di prendersi la testa fra le mani / e dirle: - Povero Yorick, dov’è la tua ignoranza, / la tua cieca fiducia, l’innocenza, il tuo "s’aggiusterà", l’equilibrio di spirito tra la verità verificata e quella no? / Li credevo indegni dei nomi / Poiché l’erbaccia irride i loro tumuli ignoti / E i corvi fanno il verso, e il nevischio schernisce / e invece, Yorick, erano falsi testimoni. / L’eternità dei morti dura / Finché con la memoria viene pagata. / Valuta instabile. Non passa ora / Che qualcuno non l’abbia perduta / Oggi in materia sono più colta / Essa può essere concessa e poi tolta / (…)».
«Avvenire» del 21 luglio 2012