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17 ottobre 2024

La teoria del bellum iustum

di Elio Marinoni
È sorprendente lo sforzo speculativo prodotto dall’intellighenzia romana, soprattutto nell’ultimo secolo della repubblica e in età augustea, per giustificare il processo di espansione dello stato attraverso le guerre di conquista: ne nacquero la teoria della guerra giusta e quella della missione imperiale di Roma, che interpretava la conquista come dominio dei migliori, apportatore di prosperità e di pacificazione alle popolazioni sottomesse. Teorie tutt’altro che superate, se solo pensiamo quante operazioni militari vengano ancor oggi ammantate dal velo del peacekeeping.
L’inarrestabile espansione dello stato romano, dapprima da città stato a potenza italica e poi da questa a impero mondiale, trova una legittimazione nell’elaborazione di due teorie: quella del bellum iustum («guerra giusta») e quella della missione imperiale del popolo romano. La prima, espressa in modo particolarmente chiaro da Cicerone, tende a rappresentare la guerra come un’extrema ratio alla quale ricorrere solo in difesa della propria sicurezza e di quella dei propri alleati, e per porre le condizioni di una pace migliore (De republica, III, 34-35; De officiis, I, 35). Il ricorso alla guerra come mezzo per ristabilire una pace migliore vale anche per la conflittualità all’interno dello stato: «Se vogliamo godere della pace, dobbiamo fare la guerra», afferma Cicerone (Filippiche, VII, 16, 9) avendo di mira Antonio. È il principio espresso proverbialmente dal motto Si vis pacem, para bellum, un principio di cui è facile constatare la permanenza in molti stati moderni. La teoria del bellum iustum si estende anche alle modalità di conduzione della guerra: «C’è anche un diritto di guerra, così come in pace» fa dire lo storico augusteo Livio a Furio Camillo (Ab urbe condita, V 27, 6); e al comportamento del vincitore nei confronti dei vinti, che dev’essere ispirato a criteri di giustizia e di moderazione (Cicerone, De officiis, I 35).
L’idea che il popolo romano sia stato chiamato da un’entità superiore a governare i popoli trova una premessa teorica già in Cicerone: «la natura stessa ha assegnato il dominio assoluto ai migliori con grande vantaggio dei deboli» (De republica, III, 37); ma viene compiutamente elaborata dagli autori dell’età augustea. Virgilio fa predire a Giove «un impero senza fine» ai Romani, che saranno «signori del mondo» e con Augusto estenderanno l’impero fino all’Oceano, fino ad assicurare la pacificazione del mondo intero (Eneide, I, vv. 276-294). Il concetto è ribadito nei celeberrimi moniti che l’ombra di Anchise rivolge a Enea: «Tu, o Romano, ricorda di governare con l’impero i popoli. Queste saranno le tue arti: imporre l’abitudine alla pace, usare clemenza ai sottomessi e sterminare i superbi» (Eneide, VI, vv. 851-853). Alle virgiliane profezie di Giove e di Anchise fa da pendant in Livio la profezia di Romolo: «Va’, annunzia ai Romani che gli dei vogliono la mia Roma capo del mondo; curino pertanto l’arte militare, e sappiano […] che nessuna umana potenza potrà resistere ai Romani» (Storia di Roma dalla fondazione, I 16).
L’espansione territoriale avvenuta nel corso dei secoli è dunque interpretata come un’opera di pacificazione dei popoli sotto il dominio civilizzatore, giusto e clemente di Roma. Non lo affermano solo i poeti e gli scrittori ma l’imperatore stesso, sia attraverso i rilievi allegorici dell’Ara Pacis Augustae, che raffigurano un mondo prospero e felice pacificato dalle armi romane, sia nell’autobiografia ufficiale, da lui dettata e fatta esporre in pubblico (Res gestae divi Augusti).
Negli anni delle guerre civili succeduti all’assassinio di Cesare, Virgilio e Orazio si erano fatti interpreti dell’ansia di pace e di rinnovamento che attraversava il mondo romano, vagheggiando una nuova età dell’oro a Roma (Ecloga IV di Virgilio) o un’utopica isola dei beati (Epodo 7 di Orazio), ma successivamente questi poeti si fecero portavoce dell’ideologia augustea, che giustificava la guerra sia pure interpretandola come strumento di pacificazione. Un totale ripudio della guerra, soprattutto come scelta di vita individuale, si trova invece nei poeti elegiaci (Tibullo, Properzio, Ovidio), che a essa contrappongono la milizia d’amore (si vedano p. es. Tibullo, Elegie, I, 1, vv. 53-55; Properzio, Elegie, III, 5, 1-2; Ovidio, Gli amori, III, 2, vv. 49-50).
Il ripudio della guerra si esprime efficacemente nella maledizione all’inventore delle armi che apre l’Elegia I, 10 di Tibullo (e che sarà posta da Ermanno Olmi in epigrafe al suo film Il mestiere delle armi): «Di quale natura fu l’uomo, che per primo produsse le orribili spade? Quanto feroce e veramente di ferro egli fu! Allora sorsero stragi di uomini, sorsero allora battaglie; allora si schiuse una più rapida strada verso la morte funesta» (vv. 1-4). Alla maledizione subentra però, nei versi successivi (7-10), una riflessione sull’avidità come vera causa di tutte le guerre. L’avidità di ricchezza e di potere è additata altresì come l’esclusivo motore della politica romana di espansione nelle denunce dell’imperialismo romano da parte dei capi di popolazioni straniere, di cui la storiografia latina ha lasciato trapelare la voce: dal re del Ponto Mitridate (Sallustio, Storie, IV, 69) al capo gallico Critognato (Cesare, De bello Gallico, VII, 77, 15-16) al calèdone Calgàco, che parla dei Romani in questi termini: «Predatori del mondo intero, […] rubare, massacrare, rapinare, lo chiamano con falsi nomi impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace» (Tacito, Agricola, 30, 4-5). La condanna della guerra è integrata negli elegiaci dall’elogio della pace, associata all’idea di prosperità (p. es. Tibullo, Elegie, I, 10, vv. 45-50). La pace, invocata dai poeti e ufficialmente proclamata dalla stessa propaganda imperiale, non era però un’esigenza largamente condivisa, in particolare da coloro che della guerra campavano. Lo dimostra l’accoglienza riservata dalla truppa, nel 69 d. C., alla predicazione pacifista di Musonio Rufo, un cavaliere romano imbevuto di stoicismo, ritenuta intempestiva da Tacito: «costui, insinuandosi tra le truppe e mettendo in risalto i vantaggi della pace e i pericoli della guerra, andava facendo scuola in mezzo a quella gente d’arme. Fatto […] che ai più dava fastidio, non mancando poi chi avrebbe voluto toglierselo dai piedi e dargliene un sacco, se, piegandosi alle esortazioni dei meno scalmanati e alle minacce degli altri, non l’avesse smessa con quella poco opportuna cattedra di sapienza» (Storie, III 81). Era stato il greco Polibio (II sec. a. C.), a lungo vissuto a Roma, a capire che l’impero romano aveva ormai, nei 53 anni di conquiste territoriali dal 221 al 168 a. C., globalizzato il mondo: «Anteriormente […] le vicende delle varie parti del mondo erano per così dire isolate le une dalle altre […]. Dopo questi avvenimenti invece la storia viene a costituire quasi un corpo unitario […] e i fatti sembrano tutti coordinarsi a un unico fine» (Storie, I, 1, 1-3).
Allo stesso modo, toccherà a un greco profondamente integrato, l’intellettuale Elio Aristìde, celebrare, alla fine del II sec. d. C., la pax Romana, riconoscendo che «per essere tranquilli basta essere Romani o piuttosto sudditi di Roma» e che i Romani «misurando l’ecumene, aggiogando con ponti d’ogni sorta i fiumi, tagliando i monti per aprire la strada ai carri, riempiendo il deserto di rifornimenti» hanno «messo in tutto il mondo ordine e ricchezza» (Elogio a Roma, 100-101).

26 marzo 2016

Antichi greci, il saggio di Edith Hall: «Una civiltà fondata sul mare»

Il libro legge il mondo ellenico attraverso il suo legame con il Mediterraneo
di Giorgio Montefoschi
Gli antichi greci — scrive Edith Hall, professoressa di Lettere classiche al King’s College di Londra, nel suo bel libro intitolato per l’appunto Gli antichi greci (Einaudi) — quasi mai si insediavano a più di quaranta chilometri dal mare (vale a dire, una giornata di cammino); e i viaggi per mare erano intimamente legati al senso della loro identità. Ma il mare — l’Egeo meraviglioso, azzurro cupo e azzurro smagliante, profumato di iodio e di salsedine, nonché dell’inconfondibile aroma delle erbe selvatiche e dei pini che il vento sospinge da terra e arriva miracolosamente fino a dove la terra scompare — non era soltanto il luogo della conoscenza e della conquista: era, nel medesimo tempo, il luogo nel quale i guerrieri e i poeti, i re e i contadini che lo contemplavano piantando la vigna e l’ulivo, si abbandonavano alla riflessione. Anòixis, l’antica parola greca sopravvissuta nel linguaggio moderno per indicare la stagione della primavera (la stagione che apre l’anno), ha diversi significati e può anche indicare sia il momento in cui una nave naviga in lontananza, e segue la sua rotta in mare aperto, sia il momento in cui la mente umana afferra e comprende pienamente per la prima volta un’idea.
Gli eroi della mitologia greca erano provetti nuotatori e tuffatori straordinari. Durante il suo viaggio a Creta uno dei loro antesignani, Teseo — figlio di Poseidone e fondatore della democrazia ateniese — accogliendo la sfida di immergersi nei flutti per recuperare l’anello di Minosse, lo aveva dimostrato fra i primi. Secondo Tucidide, Minosse «fu il più antico di coloro che conosciamo attraverso la tradizione a possedere una flotta ed avere il controllo della maggior parte del mare oggi chiamato greco, ottenne il dominio delle Cicladi e fu il primo colonizzatore della maggior parte di esse». Con ogni probabilità, la storia greca inizia quando gli uomini di mare micenei fecero vela verso sud e irruppero nella civiltà di quel popolo misterioso — amante del lusso e delle geometrie, della danza e del vino — e, da Creta, diventarono loro i padroni del mare.
Nell’VIII secolo a.C., l’epoca alla quale appartengono i lunghi poemi attribuiti a Esiodo e Omero che a memoria venivano recitati nelle cerimonie festive e i naviganti portavano con sé ovunque andassero, i Micenei, come prima era accaduto ai Minoici, erano scomparsi da moltissimo tempo: inghiottiti in un vero e proprio abisso. Di questi antenati valorosi e crudeli, irosi e saggi, spesso imparentati con gli dèi, i greci dell’età arcaica sapevano ben poco, oltre al fatto che avevano goduto di regni e ricchezze invidiabili, e che i loro re abitavano in grandi palazzi difesi da mura possenti. Che il mare fosse al centro della loro esistenza era, tuttavia, evidente.
Se l’Iliade si apre con l’indimenticabile scena nella quale Achille, corrucciato e piangente per il torto subito da Agamennone, sulla «riva del mare spumoso» guarda la «distesa infinita» e prega sua madre Teti di venire a vendicarlo — lei viene, sale dalle profondità marine, gli si siede accanto, lo sfiora con la mano e gli chiede: «Figlio, perché piangi? Quale dolore t’è entrato nel cuore?»: la traduzione è quella, splendida, di Giovanni Cerri (Rizzoli) —, l’Odissea è l’archetipo del viaggio per mare e «Ulisse il marinaio», come scrive Edith Hall, «è l’incarnazione mitica di tutti i greci in carne ed ossa che, in età arcaica, navigarono con le loro navi in acque sconosciute, attraverso il Mediterraneo e il Mar Nero, alla ricerca di nuove terre e avventure». La sua dimestichezza con la vita marinara che, dopo il ritorno a Itaca e le successive peregrinazioni, lo accoglierà con una «dolce morte», è testimoniata ad ogni passo: Ulisse è un maestro d’ascia capace di costruire in soli quattro giorni (dall’abbattimento degli alberi alla cucitura delle vele) la zattera con la quale abbandonerà l’isola della ninfa Calypso; regola sugli astri le rotte; naufrago, riesce a resistere con la sua propria forza alla tempesta che lo porterà nell’isola dei Feaci.
Prima di partire, già allora e nei secoli successivi, verso nuovi lidi da colonizzare, e l’ignoto, i greci — che Platone definisce nel Fedone «come formiche o rane intorno a uno stagno» — si recavano a Delo, l’isoletta delle Cicladi, a consultare l’oracolo di Apollo. Quindi slegavano le corde, riempivano le stive, scioglievano le vele, mettevano mano al remo. Le navi erano grandi, e molto ben fatte. Per muoverle, se il vento non era propizio, occorrevano numerosi vogatori. Perché li aiutassero a mantenere il ritmo mentre remavano, gli antichi marinai greci impiegavano i musicisti. Il suono penetrante e lamentoso degli strumenti a fiato attirava i delfini. «O navi gloriose che alla voga/di remi senza numero/passaste un giorno a Troia», cantano nel primo stasimo dell’Elettra di Euripide le giovani contadine di Argo,«conducendo le danze/con le Nereidi in gara,/mentre il delfino al suono/del flauto che lo ammalia,/balzava intorno ai nereggianti sproni/delle prore cerulee,/e torcendosi in arco/segnava con le sue volute il corso/ad Achille di Tetide,/piede leggero al salto...» (la traduzione è di Carlo Diano).
I delfini — associati al culto di Dioniso, che nel mito arrivava per mare, a volte su una nave sulla quale pendevano i grappoli dell’uva, accompagnata da delfini — non si limitavano a partecipare con i loro balzi festosi, i loro tuffi e le loro capriole, a quella ebbrezza sconvolgente creata dalla dolcezza della musica, dal vigore delle braccia, dalle spume bianche sulla cresta delle onde. Erano amici dell’uomo e, come mostrano le monete di numerose città sia della Grecia continentale che di quella insulare nelle quali sono effigiati uomini a cavallo di delfini, correvano a salvarli prima che annegassero.
Appena toccavano la riva di una nuova isola o un nuovo lembo finora inesplorato di costa, gli antichi marinai greci, dopo aver messo in sicurezza la nave, trasportavano a terra le vettovaglie, sacrificavano agli dèi, e organizzavano il simposio: accendevano un grande fuoco attorno al quale stendevano dei morbidi panni, uccidevano e arrostivano un animale, scacciavano i timori e le ansie che li avevano tormentati durante la traversata lasciandosi invadere — su quelle spiagge deserte, in quei piccoli golfi silenziosi sotto i monti — dalla gioia incontrollata del vino. Di lì, la mattina seguente, sarebbero partiti per spingersi oltre; scegliere il posto giusto nel quale edificare una città con un porto protetto dai venti, i magazzini per le merci, un tempio, un teatro.


Edith Hall, «Gli antichi greci, (traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, pagine 352, euro 30)
«Corriere della serra» del 17 marzo 2016

27 agosto 2015

Amicizia civica oltre l'estraneità

Flussi migratori. Anche il mondo antico dovette affrontarli
di Roberto Colombo
L'accoglienza nella storia: prudenza al servizio della giusta carità
L’arrivo in Europa di un numero crescente di migranti dall’Africa e dal Vicino Oriente in cerca di quanto la loro terra natale non offre – incolumità, alloggio, cibo, lavoro e soprattutto una speranza di vita dignitosa per sé e i propri figli – appare come un connotato ineludibile del secondo decennio del nostro secolo. Con questo 'flusso migratorio' e la nuova 'questione sociale' che esso pone si confrontano (e si scontrano) settori della società civile, le loro rappresentanze politiche e i governi europei da una parte, e alcune realtà di vita comune, associativa, culturale, educativa e solidaristica dall’altra, non ultime quelle la cui natura e storia religiosa pone il valore della persona e la carità fraterna al centro di ogni pensiero e iniziativa sociale. Per quanto possa apparire un fenomeno dai tratti inediti e inquietanti, quello della 'pressione dei popoli' ai confini e della 'infiltrazione' di persone da lontano non è un quadro geosociale senza precedenti nella storia nostro Continente.
Di essi e delle risposte suscitate nel popolo autoctono e in quello cristiano torna utile riprendere qualche elemento che – pur nelle mutate circostanze culturali, sociali ed economiche – aiuti a cogliere le ragioni di una differente (ma non necessariamente confliggente) prospettiva. Come non partire, anche se questa scelta sacrifica pagine dell’umanesimo pre-cristiano (testimoniate dagli storici, dai poeti e dai miti dell’epoca: per Isocrate, Atene era «l’asilo più sicuro per lo straniero che aveva subito un’avversità nella propria patria»), dalla tarda antichità romana, quando le strade che attraversavano l’Europa erano percorse non solo da mercanti, pellegrini, mercenari e briganti, ma anche da miserabili che fuggivano dai confini dell’Impero verso il più sicuro centro e il sud, pressati dalle violente penetrazioni delle popolazioni 'barbariche' che destabilizzavano la pax romana?
Al contrario dei greci, «facilmente portati verso l’altro e l’altrove» – come sottolinea Michel Meslin – a motivo della mescolanza con un mondo esteso dalle conquiste alessandrine, i romani delle varie province dell’Impero erano per tradizione, almeno all’inizio di quest’ondata migratoria, «più casalinghi, diffidenti, arroccati nella loro piccola patria», con un sospetto spontaneo verso lo straniero che ne rendeva difficile l’accettazione (tra l’altro, i plebei temevano che gli stranieri sottraessero loro una parte dell’annona fatta distribuire nell’Urbe dall’imperatore). I due termini latini hospes (ospite) e
hostis (nemico) tradiscono una radice comune che designa l’estraneo con l’ambivalenza dell’accoglienza e della preoccupazione per la sua presenza.
Il cristianesimo, non senza qualche attrito con la cultura dominante e il potere imperiale che la esprimeva, contribuì in modo decisivo a sciogliere questa diffidenza verso l’altro, il 'diverso'. Eredi della tradizione ebraica dell’accoglienza che trova nel precetto levitico la sua sintesi («Il forestiero che dimora in mezzo a voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi. Tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto»; Lv 19, 34), i cristiani hanno ben presto concepito la condizione di 'estraneità' come esemplare della loro stessa identità spirituale (un «esilio», secondo San Paolo; 2 Cor 5, 6) ed ecclesiale (essi «vivono nella loro patria, ma come forestieri. […] Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera»; Lett. a Diogneto V, 5). E questo li ha portati ad 'immedesimarsi' con la condizione dei migranti in cerca di salvezza. Ancor più, l’ospitalità – in greco philoxenia, letteralmente 'amore per lo straniero' – ha per il cristiano una ragione propriamente teologica: l’essere stato salvati da Gesù attraverso l’accoglienza alla sua mensa, l’Eucaristica, e l’incontrarlo in colui nel quale Egli stesso si è identificato: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35). Al tempo delle migrazioni attraverso l’Impero romano, l’accoglienza dello straniero i cristiani l’hanno praticata e predicata (tra gli altri, il vescovo Ambrogio, dopo la sconfitta di Adrianopoli del 378, accolse con generosità a Milano i profughi danubiani che fuggivano all’avanzata dei Goti), favorendo così la gestazione di un’era nuova nella quale «la civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)». (Jean Daniélou).
Ora come allora, il compito della Chiesa è questo e null’altro: testimoniare e richiamare questa civiltà dell’amore, dell’amicizia civica che non esclude nessuno.
«Avvenire» del 25 agosto 2015

09 agosto 2014

Così il mito dell'imperatore sbarcò Oltremanica

di Luigi Castagna
La casa editrice Castelvecchi di Roma pubblica ora nella collana «Ritratti» un vasto saggio (330 pagine) intitolato Augustus di John Buchan (noto qui che la stessa casa ha in catalogo un altro Augustus di tono più apertamente romanzesco di John Edward Williams). Ma torniamo a John Buchan. Scozzese di Perth (1875-1940), diplomatico e politico conservatore, avvocato, giornalista, storico, poeta e romanziere autore di spy-stories di grande successo. Forse potrebbe essere noto agli ammiratori del regista Hitchcock: questi nel 1935 traspose per il cinema il suo romanzo I 39 scalini, credo l’ultimo dei film del periodo inglese. Buchan fu uno straordinario poligrafo: autore di un centinaio di opere, fra cui trenta romanzi, sette raccolte di novelle, biografie di Walter Scott, Cromwell, oltre a quella di Augusto da cui abbiamo preso le mosse e a cui ora ritorniamo. Il tono del libro si coglie già nell’epigrafe iniziale, tratta da Plinio il giovane: Immensa Romanae pacis maiestas.
Con la figura di Ottaviano Augusto Buchan sembra essere in calda sintonia; nessuna ombra, nessuna riserva offusca l’ammirazione di Buchan per il suo personaggio. Ciò che Buchan vuole studiare è la mente di colui che fu il fondatore dell’impero romano, colui che chiuse il periodo della libera repubblica romana. Ecco le sue parole: «Questo libro non è che un tentativo di illuminare una piccola parte dell’animo di un grande uomo…». Nella sua opera mi è sembrato di vedere il tentativo di ritrovare le radici culturali e di potere dell’impero britannico, in anni nei quali l’estensione dell’impero britannico superava quella dell’antico impero romano (vedere L’impero britannico di Philippa Levine, Il Mulino). Questo confronto tra l’impero romano e l’impero britannico è spesso presente anche nella coscienza di studiosi anglosassoni più professionali e meno patriottici della storia romana: Ronald Syme, nel volume La rivoluzione romana (da poco riedito da Einaudi a cura di Giusto Traina), si chiese le ragioni per cui l’impero britannico fu di così breve durata in confronto a quello romano e si rispose che i Romani seppero per tempo cooptare membri delle classi dominanti delle terre dell’impero ai gradi più alti dell’amministrazione, fino all’Impero. Il confronto implicito tra Augusto e gli ultimi decenni di regno della regina Vittoria rende ragione di questa ammirazione da parte di Buchan per Augusto.
Quando l’autore sottolinea più volte nel corso degli anni il senso di responsabilità di Augusto, a costo di personali rinunce e sacrifici mi è venuta in mente la morale imperiale di Rudyard Kipling, che chiamava questa vocazione a sacrificarsi, ad assumersi il peso della responsabilità nei confronti del popoli assoggettati «il fardello dell’uomo bianco». A questa stessa impostazione risponde anche un’altra interessante visione del mondo di Augusto da parte di Buchan: colui che era allora governatore del Canada per conto della corona inglese interessa particolarmente i modi con cui Augusto conquistò gradualmente il potere e lo mantenne. La rigidità morale vittoriana trova un precedente nella cosiddetta restaurazione dei costumi che fa parte della legislazione augustea. C’è molto di falso ed ipocrita nella moralità vittoriana, con la quale convivevano schiere di prostitute nei vicoli bui di Londra, bambini ammalati per l’assenza di una fognatura efficiente: forse ogni volta che nel corso della storia si è cercato di ritornare per legge ad un passato di presunta purezza di costumi si è aperta la via all’ipocrisia ed alla censura di una realtà scomoda. Ma devo dire che Buchan dà l’impressione di essere sostanzialmente e forse ingenuamente in buona fede.
«Avvenire» del 3 agosto 2014

Augusto. Dittatore o mecenate?

Il dibattito
di Antonio Giuliano
Svetonio scrisse che Ottaviano Augusto (63 a.C. - 14 d.C) a proposito di Roma si vantò giustamente: «Ho trovato una città di mattoni. Lascio una città di marmo». Ma il primo imperatore romano si sforzò per tutta la vita di gettare anche solide fondamenta ideali, lasciando un segno indelebile nella storia della civiltà occidentale. Eppure a duemila anni dalla sua morte, avvenuta a Nola il 19 agosto del 14 d.C., la sua figura continua a far discutere. Abile e spregiudicato demagogo o principe illuminato? Gli storici si dividono.
Franco Cardini, professore emerito di storia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ammette: «Confesso di non avere grandi simpatie per Augusto lo trovo un personaggio ambiguo. Ma sono contento che si ricordi il suo bimillenario, perché la storia romana oggi è abbandonata nelle scuole. Augusto fu un 'disonesto'. Prima finse di essere più cesariano di Antonio. Poi però lo tradì e lo attaccò, forzando la mano al Senato. Un doppiogiochista tremendo». Per Cardini prevalsero una serie di coincidenze favorevoli: «Augusto ebbe la fortuna di avere un avversario che non era politicamente lucido. Antonio era un passionale, prese quella sbandata per Cleopatra la regina d’Egitto… E per Augusto fu facile accusarlo di tradire lo Stato con una donna straniera. Poi in un tempo in cui c’era bisogno di pace Augusto fu un politicante molto abile nel presentarsi come il mediatore. La storia politica italiana dall’Unità ad oggi dimostra che nei periodi di crisi viene sempre premiato l’equilibrio. Peccato che spesso sfoci nel trasformismo: Augusto stesso perseguì il sistema di compromessi con i gruppi senatoriali in auge nella tarda repubblica». Non da ultimo, secondo Cardini, anche una singolare coincidenza: «La nascita di Cristo sotto Augusto ha fatto sì che perfino la Chiesa perpetuasse il suo mito: anche sant’Ambrogio aveva una predilezione per lui».
Luciano Canfora, docente emerito di Filologia classica all’Università di Bari, è cauto: «Stiamo parlando di un uomo che visse 77 anni di cui almeno 57 al potere riuscendo a morire nel proprio letto: una cosa inaudita per la storia di Roma. Ma divise già i suoi contemporanei. Tacito ci rivela che alla sua morte una parte esaltava colui che aveva finalmente messo fine alle guerre civili e restituito la pace. E un’altra parte diceva che tutta la carriera era stata fondata sull’inganno con l’uso strumentale di Cesare come padre da vendicare. Probabilmente avevano ragione entrambi. Augusto restaurò certo forme statali di tipo repubblicano allontanandosi dalla deriva monarchica o comunque dittatoriale in cui si era cacciato Cesare. Anche gli stessi titoli che Ottaviano si fece attribuire come augustus (uomo che ha auctoritas), pater patriae ... sono tutte formule che alludono alla sua posizione dominante ma che non violavano la legalità. Però la sua restaurazione repubblicana fu un trucco. Controllava le leve del potere attraverso forme più o meno legittime ma dilatate all’inverosimile». Qualche anno fa Canfora ha ricostruito la conquista del potere di Augusto in un libretto dal titolo significativo La prima marcia su Roma (Laterza): «In realtà il primo a definirla così fu sir Ronald Syme (1903 - 1989) - spiega Canfora - . A rigore fu Silla il primo ad entrare a Roma con le legioni. Ottaviano lo fece imponendo la propria elezione a console il 19 agosto del ’43: i suoi uomini armati pilotarono le elezioni, fu un colpo di stato legalizzato». E tuttavia il tempo di Augusto passò alla storia come una nuova 'età dell’oro': «Alla guerra subentrò la pace ma fu anche una definizione - precisa Canfora - che lui stesso ordinò agli scrittori e ai poeti dell’epoca. I risultati della politica edilizia di Augusto furono indubbiamente importantissimi. Rimane però un maestro dell’arte politica in quello che essa ha di sommamente ingannevole. Questo nella politica che noi viviamo si coglie molto bene».
Non ci sono invece dubbi per Alfredo Valvo, docente di Storia romana ed Epigrafia latina all’Università Cattolica di Milano: «Augusto fu certamente un uomo fuori del comune. Creativo e abilissimo dal punto di vista del pensiero e della comunicazione. Fu superiore anche a Cesare e ne continuò l’opera. Se Cesare conquistò, Augusto integrò con sapienza di diritto e di governo le province conquistate ponendo le premesse per un’idea di Europa». Valvo non lo nasconde: «Augusto si macchiò di crimini efferati, come nella guerra di Perugia, però bisogna considerare che era il momento iniziale della presa del potere. Certo strumentalizzò la morte di Cesare e ancor più l’adozione ma è vero che Cesare in persona lo aveva nominato suo erede: l’unica possibilità che Augusto aveva di entrare nel gioco era quella di richiamare la morte di suo 'padre' adottivo. E la prima cosa che fece fu ricompensare i veterani di Cesare. Giocò certamente con spregiudicatezza tutte le sue carte politiche, ma era inevitabile. Così come fu abile nella propaganda. Ha dato fiato e continuità all’opera della repubblica che ha
ucciso, ma salvandone la forma». Di gran lunga per Valvo prevalgono i meriti: «Fondò il suo potere non sulla violenza, ma sull’autorevolezza. Già quand’era ventenne spiccava per la sua acutezza e abilità politica. L’età dell’oro fu un capolavoro di intelligenza politica. Fu lui a favorire la nascita dei grandi circoli culturali come quello di Mecenate e a raccogliere copiosi frutti dalla collaborazione di grandi poeti, da Virgilio a Orazio (se pur repubblicano convinto). Propulsore di cultura alla maniera di un principe rinascimentale, ridiede un volto anche religioso alla città di Roma innalzando ben 82 templi. Fu, in apparenza, il più religioso degli imperatori e fece votare leggi in favore del matrimonio e a protezione della famiglia. Rimase sempre fedele alla moglie, Livia, sebbene fosse una donna difficile e temibile. Ma Augusto credeva nel matrimonio, anche per rispondere a una gravissima crisi demografica. Nonostante le ombre dalle quali il suo lungo regno non fu esente rimarrà per sempre un modello in politica per fermezza e capacità di rispondere alle esigenze del bene comune».
«Avvenire» del 3 agosto 2014

04 marzo 2014

Attila «Flagello di Dio». O forse no

di Edoardo Castagna
Non era il “flagello di Dio”. Certo, non era nemmeno un fiorellino di campo... Ma la nomea che ha avvolto nei secoli la figura di Attila è in gran parte posticcia, o comunque non trova riscontri nei – pochissimi – documenti storici sulla sua vita in nostro possesso. Quel che ci trasmettono le scarne informazioni dei cronisti più o meno coevi a lui è l’immagine di un bravo capo barbaro, buon condottiero e accorto regnante, ma nulla che lo distingua da altri valorosi comandanti di orde in quella convulsa e plurisecolare fase di ribollimento che fu il tramonto dell’Impero romano. E, soprattutto, nulla che ne faccia un “flagello”.
La fonte pressoché unica sulla vita di Attila è lo storico bizantino Prisco di Panio, che conobbe personalmente il sovrano unno quale membro di un’ambasciata imperiale. E il ritratto che ne fa è quasi lusinghiero. Descrivendo il banchetto cui prese parte, evidenzia come il re spiccasse per morigeratezza: beveva (poco) in una coppa di legno, mangiava solo carne e non elaborate leccornie, e non indossava gioielli; il solo segno distintivo del suo status era l’eccezionale pulizia delle sue sobrie vesti.
È possibile – come evidenzia la storica franco-ungherese Edina Bozoky in Attila e gli Unni (Il Mulino, pagine 232, euro 22,00) – che il ritratto di Prisco rispondesse più a canoni letterari che a esigenze di veridicità storica. Era comune, nella storiografia antica e medievale, intessere la narrazione di elementi di giudizio politico-morale; la descrizione dei barbari – si pensi alla Germania di Tacito – assumeva spesso la funzione di far da contraltare allo stato della società “civile” coeva. Nel caso di Attila come in tanti altri, l’esaltazione della sobrietà barbarica serviva a denunciare, indirettamente, la decadenza bizantina.
Anche le cronache delle imprese militari degli Unni – prima le incursioni nell’Impero d’Oriente, poi le campagne in Gallia e in Italia – appaiono coerenti con la consueta storiografia sui barbari. Saccheggi, violenze e devastazioni accompagnano ogni irruzione nell’impero, degli Unni come dei Goti, degli Sciti o dei Franchi, né quelle di Attila sembrano discostarsi dalle altre. Le campagne di Gallia e d’Italia sono note attraverso le cronache del gallo-romano Sidonio Apollinare e del goto Giordane (vissuto però un secolo dopo e che probabilmente attinse a sua volta da Prisco), e sono molto asciutte, concentrandosi principalmente sugli aspetti politici, diplomatici e militari delle guerre, inscritte nel contesto della difficile gestione dell’impero da parte del generalissimo Ezio. Perfino il celebre incontro con papa Leone, che sul Mincio convinse il re unno a ritirarsi risparmiando Roma, è appena accennato nelle cronache del tempo e del tutto taciuto dal pur corposo corpus epistolare dello stesso Leone.
Su questi scarni e relativamente ordinari elementi storico-biografici si è, nel corso dei secoli, innestato un fiorire di narrazioni leggendarie, che ha fatto di uno dei tanti condottieri dell’età delle invasioni l’archetipo del barbaro, colui al cui passaggio – è il detto presto divenuto proverbiale – non cresceva più l’erba. I motivi di questa fertilità leggendaria sono complessi e, secondo la stessa Bozoky, solo in parte comprensibili: «La “verità” o la “realtà” di Attila e degli Unni si sottrae in gran parte alla nostra conoscenza». Giocò molto, nel definire la sua immagine, la fantasiosa narrazione di Ammiano Marcellino, che nel IV secolo – senza aver mai visto un unno in vita sua – attinse a un già vasto e consolidato repertorio retorico per descrivere quel popolo come una sorta di incrocio tra l’umano, il ferino e il demoniaco. A questo immaginario, presto divenuto luogo comune, si richiamarono gli storici successivi, sempre senza avere conoscenza diretta degli Unni; l’orda di Attila, d’altra parte, si era dissolta pressoché immediatamente dopo la sua morte (453) e non era più possibile averne conoscenza diretta.
Il V, il VI, il VII secolo videro il fiorire delle storie dei santi, soprattutto in area gallica, e le loro virtù venivano fatte risaltare proprio in contrapposizione alla barbarie attorno a loro, in un mondo in disfacimento politico e morale; la concomitanza cronologica con il pur brevissimo passaggio di Attila facilitò il radicamento nell’immaginario dell’epoca delle descrizioni apocalittiche di Ammiano Marcellino e dei suoi continuatori, incluso lo stesso Giordane. Rafforzata da questa nuova tradizione storico-apologetica, questa immagine retorica di Attila trasmigrò ai secoli successivi e si colorò di ulteriori leggende, sempre più accentuando la ferocia luciferina del re unno. Fino a consegnare, già al termine del Medioevo, la figura compiuta del “flagello di Dio”, a sua volta ripresa come personaggio stereotipato in una miriade di opere letterarie successive, fino ai nostri giorni.
Con una vistosa eccezione: l’Ungheria. A Budapest Attila non solo non è accompagnato da alcuna nomea negativa, ma anzi è considerato una sorta di eroe proto-nazionale, come Vercingetorige in Francia o Arminio in Germania. L’appropriazione è basata su una mera coincidenza geografica: l’antica Pannonia, cuore dell’impero unno, oggi corrisponde all’Ungheria. Attila è ancora un nome proprio molto comune e la storia della cultura magiara è ricca di opere che forniscono del sovrano del V secolo un’immagine eroica, cavalleresca ante litteram. Anche in Turchia e, per altri aspetti, in Russia Attila gode di buona stampa: nel primo caso perché ci si richiama alle radici turche del popolo unno, nel secondo perché se ne fa un contraltare all’Europa.
Ma gli Unni non erano certo né slavi né ungheresi, due popoli che si sono affacciati solo più tardi alla storia europea. E probabilmente nemmeno turchi, sebbene siano tradizionalmente indicati come tali. La linguistica e l’archeologia sanno fornire poche risposte sulla reale composizione etnica dell’orda di Attila; qualche parola di chiara ascendenza turco-mongolica c’è, ma ne compaiono altrettante germaniche. Ragionevolmente si può supporre che il ceppo turco, anche ammettendo che fosse quello originario, già ai tempi di Attila non rappresentasse più di un quinto del totale. Il resto dell’orda era fatto, come in ogni agglomerato barbarico, di un coacervo di popoli, per lo più germanici, che conservavano tutti la propria individualità e il cui legame con il sovrano era puramente personale: alla sua morte, a meno che non avesse un successore della stessa tempra, si scioglieva e ognuno tornava a far parte per sé. Anche per questo il formidabile impero di Attila, che all’apogeo andava – seppur più in teoria che in pratica – dalla Francia all’Ucraina, si dissolse come neve al sole all’indomani della morte del “flagello”.
«Avvenire» del 25 febbraio 2014

08 dicembre 2013

Annibale, guerriero perfetto ma eroe delle cause perse

Barry Strauss mette a confronto i capi militari più importanti dell'antichità. La valutazione: un condottiero formidabile superiore persino a Cesare e Alessandro
di Paolo Mieli
Alle origini del conflitto Roma non poteva accampare ragioni di diritto internazionale realmente valide per scendere in guerra dopo la caduta di Sagunto, città sua alleata in Spagna. Umiliò i Romani, poi Cartagine lo tradì negandogli i rinforzi. Il giudizio di Churchill: chi sa vincere una guerra raramente sa stabilire una buona pace, chi sa fare una buona pace non avrebbe mai vinto la guerra
Polibio ne lodò esplicitamente «il modo di esercitare il comando, il valore e la forza sul campo». Napoleone Bonaparte ne esaltò la grandezza e lo collocò sullo stesso piano di Alessandro Magno e Giulio Cesare. Sigmund Freud, fin da giovane, ne scrisse con ammirazione, idealizzandolo come un «semita» che aveva avuto il coraggio di sfidare Roma. Nel 1934, il presidente turco Mustafa Kemal Ataturk gli dedicò un panegirico a Libissa, luogo in cui 2117 anni prima il comandante cartaginese si era dato la morte con il veleno per non essere catturato dai romani. Panegirico che doveva suonare a monito nei confronti di Benito Mussolini, il quale si proponeva come restauratore dei fasti di quell'antica Roma che, pur dopo essere stata da lui umiliata, alla fine era riuscita a sconfiggere il generale africano. In anni recenti gli afroamericani lo hanno considerato il grande eroe nero dell'antichità (anche se probabilmente non era di pelle scura). Adesso, in un libro che sta per essere pubblicato da Laterza, L'arte del comando (nella convincente traduzione di Giuliana Scudder), Barry Strauss sostiene che, per certi versi, il grande generale cartaginese superò Alessandro e Cesare. «Probabilmente», scrive, «fu Annibale il più grande comandante, sia in combattimento sia sul campo... Con la battaglia di Canne realizzò uno degli esempi di accerchiamento più eleganti e distruttivi che gli annali della storia militare ricordino». Si può dire che fu «l'eroe della cause perdute e delle battaglie perfette».
Come Alessandro con Filippo II, Annibale aveva appreso l'arte militare dal padre: Amilcare Barca. Quando attaccò Roma aveva 29 anni e da 20 non aveva più messo piede a Cartagine. A fianco del padre, in Spagna, aveva fatto sua l'«abilità del sorprendere». Quando varcò le Alpi, portando con sé gli elefanti, «lasciò il nemico a bocca aperta». Accerchiò i romani «con una serie di stratagemmi inauditi»: riuscì «a forzare le porte di una città inespugnabile»; caricò il nemico con la cavalleria da un nascondiglio alle sue spalle; in una notte riuscì a portare in salvo il suo esercito sotto il naso dei romani. Non ebbe remore di carattere umanitario: la prima cosa che fece, quando nel 218 a.C. giunse in Italia, fu massacrare gli abitanti di Torino per spezzare la resistenza nell'area circostante; e quando 15 anni dopo, nel 203 a.C., lasciò l'Italia, uccise gli italici che si rifiutavano di seguirlo. Ugualmente crudeli, del resto, furono gli altri due condottieri: Alessandro rase al suolo Persepoli con una dose non necessaria di sadismo; Cesare, scrive Plutarco, sterminò in Gallia un milione di persone (e ne ridusse in schiavitù altrettante).
Roma controllava i mari e i porti vitali della Sicilia e della Sardegna. Così Annibale, non potendo cercare rifornimento nei porti delle due isole, fu costretto a compiere un viaggio di 1.600 chilometri, dalla Spagna meridionale all'Italia settentrionale. A quei tempi Roma aveva a disposizione un esercito potenziale di 760 mila uomini, Annibale di 60 mila, che si sarebbero ridotti a 26 mila dopo l'attraversamento delle Alpi. La sua arma principale, oltre a quella di colpire il nemico a sorpresa, era (avrebbe dovuto essere) quella di provocare defezioni nel campo degli alleati di Roma. Ci riuscì davvero e fino in fondo solo con i celti. In ogni caso comunicava agli italici di essere sulle loro terre non come conquistatore, ma come liberatore e, dopo ogni vittoria, riduceva in schiavitù i romani, ma liberava tutti i prigionieri italici.
Annibale, a detta di Strauss, «impersonò la figura del vendicatore e del liberatore e trovò la via per avvicinarsi agli dei». A Cartagine promise di restituire l'onore perduto a causa dell'antica sconfitta subita da Roma nella Prima guerra punica; agli italici disse che avrebbe loro restituito «la libertà dalla dominazione romana» (anche se Cartagine, diffidente nei confronti della famiglia Barca, nel momento decisivo gli lesinò gli aiuti). Affermò, Annibale, di essere protetto dal dio cartaginese Melqart, da Ercole e si descrisse come un eroe tratto dalla mitologia celtica. Ma, precisa Strauss, «a differenza di Alessandro non dichiarò mai di essere un dio, e si limitò ad affermare di essere sotto la protezione divina». Per questo «il fascino che Annibale esercita sui diseredati ha radici solide». Nessuno stratega «è riuscito a realizzare una invasione così rischiosa come la marcia di Annibale attraverso i Pirenei, il Reno e le Alpi fino in Italia; nessun comandante ha ottenuto una vittoria tattica così definitiva come quella di Annibale a Canne... Nessuno ha saputo riorganizzare con tanta fermezza i popoli invasi come lui quando entrò in Italia al grido "l'Italia agli Italici"». Dopo «aver sfidato un impero arrogante e averlo scosso fino alle radici, perse tutto; ma conservò la propria dignità; nella sconfitta reinventò se stesso come amministratore, ricominciò la lotta contro Roma in Oriente, e rifiutò l'umiliazione di una marcia trionfale del nemico? Morì da sconfitto, ma non piegato».
Tito Livio definì il conflitto che oppose Annibale a Roma (218-201 a.C.) «la più memorabile di tutte le guerre che vennero mai combattute». «A mio parere», ha scritto Werner Huss in Cartagine (Il Mulino), «i romani non potevano accampare nessuna valida ragione di diritto internazionale quando nel 218 a.C. entrarono nella guerra che doveva decidere dell'egemonia nell'area del Mediterraneo occidentale». Questo semplice fatto «fu però messo in ombra dalle affermazioni dei politici e storici romani, che da un lato ritennero politicamente inopportuno dire la nuda verità, dall'altro erano intimamente convinti che ogni guerra combattuta da Roma fosse una "guerra legittima"». Se i romani, prima dello scoppio della guerra, si videro costretti ad agire in base a un pretesto giuridico - il presunto obbligo di alleanza nei confronti della città iberica di Sagunto, cuneo romano nella Spagna cartaginese, espugnata da Annibale nel 219 a.C. - questo, secondo Huss, «non solo dimostra che erano consapevoli della illegittimità della loro azione, ma lascia anche pensare che si rendessero pienamente conto della grande importanza della loro decisione».Se poi dobbiamo accettare la massima napoleonica secondo cui «in guerra non sono gli uomini ma l'uomo che conta», ha scritto Basil H. Liddell Hart in Scipione Africano (Bur), «il fatto più significativo è che Alessandro e Cesare ebbero il terreno spianato dalla debolezza e dall'ignoranza dei comandanti che li contrastarono». Annibale, no. Solo Annibale («al pari di Scipione») combatté regolarmente contro generali esperti. Però, prosegue Liddell Hart, «le sue tre vittorie decisive - Trebbia, Trasimeno e Canne - vennero riportate su generali non solo ostinati e precipitosi, ma anche scioccamente refrattari a qualsiasi tattica che contasse sull'astuzia piuttosto che sul puro e semplice impiego della forza bruta». Annibale ne era consapevole, tant'è che alla vigilia della battaglia della Trebbia, esaltando l'attitudine a individuare le opportunità e la prontezza nel coglierle, avvertì i suoi: «Avete a che fare con un nemico ignaro di queste arti della guerra». Barry Strauss lo descrive invece come un generale senza scrupoli che «con una élite esperta e un piccolo esercito riesce a mettere fuori combattimento un gigante d'argilla»: tipo Hernán Cortés, che nel 1519 con appena seicento uomini affrontò gli aztechi e nel 1521 avrebbe conquistato l'intero Messico.
Già Pirro, re dell'Epiro, nel 280 a.C. aveva invaso l'Italia meridionale e aveva quasi piegato Roma. Generale dotato dello stesso carisma di Annibale, scrive Strauss, «anche Pirro aveva un esercito piccolo ma esperto, completo di cavalleria e di elefanti... Al contrario di Annibale, aveva anche numerosi alleati italici». Vinse due importanti battaglie campali contro Roma, ma subì perdite talmente gravi che le vittorie si trasformarono in sconfitte: Roma rifiutò di arrendersi, riguadagnò gli alleati che fornirono nuove truppe e ottenne l'appoggio di Cartagine, timorosa che Pirro potesse invadere la Sicilia. Così, cinque anni dopo, nel 275 a.C., il re dell'Epiro fu costretto a tornarsene a casa a mani vuote.
Annibale, passate le Alpi, dove, come si è detto, aveva perso oltre la metà del suo esercito, anziché fermarsi a riprendere fiato, come tutti si aspettavano, inflisse due terribili sconfitte ai romani: sul Ticino, dove umiliò Scipione, padre di quello che sarebbe divenuto l'Africano, e sulla Trebbia, dove circa 28 mila uomini (due terzi dell'esercito di Roma) furono uccisi o presi prigionieri. Qui Tito Sempronio Longo non ebbe il coraggio di dire a Roma la verità circa l'accaduto e raccontò che una tempesta «aveva ostacolato la vittoria». Nel 217 a.C., l'anno successivo a quello del passaggio delle Alpi, Annibale attraversò gli Appennini e si impantanò nelle paludi dell'Arno, un luogo acquitrinoso, che causò notevoli perdite alle armate cartaginesi. Ma anche stavolta non si perse d'animo e inflisse ai romani un nuovo scacco sulle rive del Trasimeno. Tra uccisi, feriti o catturati, altri 30 mila romani furono fatti fuori, mentre l'esercito di Annibale subì la perdita di 1.500 uomini, prevalentemente celti. Qui si pone per la prima volta la questione di Maarbale, il valoroso generale cartaginese che, secondo gli approfonditi studi di Dexter Hoyos, già allora avrebbe fatto pressione per attaccare immediatamente Roma, che dista appena 137 chilometri dal luogo della battaglia e che in quel momento era difesa da non più di 10 mila militi. Ma Annibale sceglie di aggirare la città nemica per dirigersi verso sud, in cerca di nuovi alleati e di una ricompensa per le sue truppe. E gli storici sono pressoché unanimi nel giudicarla una buona scelta.Roma a questo punto corre ai ripari affidandosi a un dittatore: Quinto Fabio Massimo, grande esperto nell'arte di temporeggiare, non attaccare frontalmente l'avversario (limitandosi a infastidirlo con azioni di guerriglia). Il suo piano, secondo Plutarco, era di «mandare piuttosto soccorso agli alleati, perché, conservando essi le loro città, logorassero le forze di Annibale come fiamma che brucia alimentata da scarsa e leggera materia». Si discute ancora, ha scritto Fabio Mini in Eroi della guerra. Storie di uomini d'arme e di valore (Il Mulino), se il Temporeggiatore avesse trovato «una tattica asimmetrica» o fosse soltanto «un inetto che si accontentava di sopravvivere». Di certo «era più attento al clima politico del Senato che alla ricerca dello scontro con Annibale, il quale poté continuare a muoversi con relativa facilità». Annibale, ha proseguito Fabio Mini, «comprese che la strategia indiretta del sollevamento locale contro Roma non dava i frutti sperati e i romani mantennero il controllo del territorio». Ma «anch'essi erano vicini al collasso psicologico». Tra l'altro, scrive Strauss, la cultura romana amava l'offensiva e disprezzava la strategia difensiva, i soldati scalpitavano per la passività del loro comandante e il popolo di Roma gli diede lo spregiativo nomignolo di «servo di Annibale». A compensare, parzialmente, questa inattività romana, arriva la notizia della splendida vittoria navale alla foce dell'Ebro e di altre prodezze terrestri di un altro Scipione a danno di Asdrubale, fratello di Annibale, da lui lasciato a presidio della Spagna.A fine 217 a.C. il Temporeggiatore lascia l'incarico, viene sostituito da due consoli e il 2 agosto dell'anno successivo Roma perderà in un giorno tante persone quante il Giappone oltre duemila anni dopo a Hiroshima. Stiamo parlando della battaglia di Canne, dove i romani, pur disponendo del doppio di uomini dei loro nemici, furono travolti da Annibale, che ne uccise 48 mila e ne fece prigionieri altri 20 mila (il 75 per cento del loro esercito). I nuovi consoli, Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, avevano deciso di farla finita con le tattiche di Quinto Fabio Massimo e di cercare, perciò, lo scontro. Comandavano, però, a giorni alterni: Paolo, il più prudente, decise il 1° agosto di non rischiare; Varrone, il giorno successivo, attaccò e per Roma fu la fine. O quasi. Annibale accerchiò e travolse i romani con un modulo di battaglia che sarebbe stato studiato nei secoli: nel 1905 la strategia cartaginese ispirò il piano del generale tedesco Alfred Graf von Schlieffen, ma nel 1914 l'esercito della Germania imperiale non riuscì ad applicarlo e a ripetere l'impresa a danno dei francesi. Per Roma l'agosto del 216 a.C. a Canne fu un ricordo terribile: «L'elenco dei morti era un "chi è" della élite romana: vi appartenevano 80 senatori o persone eleggibili come membri del Senato, 29 tribuni militari, numerosi ex consoli e il console Paolo, uno dei comandanti dell'esercito romano», nota Strauss. Sopravvisse Publio Cornelio Scipione, che trovò rifugio a Canosa. E qui torna in scena per la seconda volta Maarbale, che suggerisce ad Annibale di puntare dritto su Roma. Nel giro di cinque giorni, gli diceva, avrebbe potuto cenare sul Campidoglio. Si offrì di andare avanti lui e di affrontare la parte più impegnativa della battaglia. Ma Annibale gli rispose di no. Al che Maarbale, secondo Tito Livio, gli avrebbe detto: «Evidentemente gli dei non hanno concesso tutti i doni a uno stesso uomo: tu, Annibale, sai vincere, ma non sai approfittare della vittoria». Il grande condottiero cartaginese, però, non si lasciò persuadere. Pretendeva, prima di impegnarsi nello scontro decisivo, di avere una migliore disposizione sul campo delle alleanze. A questo punto Strauss si domanda se Maarbale avesse ragione e, a differenza di quasi tutti gli storici che si sono occupati delle guerre puniche, conclude che difficilmente, con la strategia d'attacco suggeritagli dal proprio braccio destro, il comandante cartaginese avrebbe costretto Roma alla resa. Forse avrebbe dovuto attaccare Canosa, per dare un ulteriore colpo all'esercito nemico in rotta e togliere di mezzo l'uomo che lo avrebbe sconfitto, il giovane Scipione (questo però Annibale non lo poteva immaginare).
Dopo Canne, in ogni caso, la maggior parte dell'Italia meridionale (ma non di quella centrale) passò con Annibale e così anche Filippo V di Macedonia. Il condottiero africano promise che non avrebbe arruolato i loro uomini: gli era sufficiente che non fossero più a disposizione di Roma. Ma, in un acuto saggio dedicato a questa vicenda, Siegmund Ginzberg ha fatto notare come fosse di fatto impossibile mandare in frantumi l'intelaiatura di rapporti creata dai romani. E ha condiviso la tesi centrale del celebre libro di Robert O'Connell, The Ghost of Cannae (Random House): «Annibale analizzava la struttura delle alleanze di Roma come se studiasse una radiografia ai raggi X, vedeva le strutture ossee; invece avrebbe avuto bisogno di una risonanza magnetica, che gli mostrasse il tessuto connettivo fatto dalle relazioni personali che Roma era riuscita a stabilire tra i membri del proprio gruppo dirigente e quelli dei gruppi dirigenti degli alleati, nonché i rapporti di clientela... Era proprio quello l'elemento che teneva insieme l'alleanza romana; Annibale non riuscì mai a cogliere fino in fondo quanto fosse forte, quindi non riuscì a spezzarla del tutto, anche dopo aver vinto una battaglia dietro l'altra».Ma torniamo al dopo Canne. La città più importante che passa dalla sua parte è Capua e lì stabilisce il suo quartier generale. Annibale, ricostruisce poi Fabio Mini, «girovaga per l'Italia meridionale. Sosta, ozia, attacca, si lascia invischiare nelle meschinità locali. Dalla Campania organizza una spedizione, attraversa il Sannio e punta su Roma. Arriva a tre chilometri dalla città e si ferma. Non ha le forze per distruggerla, né per piegarla; combattendo sotto le sue mura costituirebbe un obiettivo per tutte le legioni romane e gli alleati, sa di non avere il controllo delle linee di rifornimento e non è sicuro del supporto di Cartagine in mano ai politicanti». Preferisce tornare in Apulia, sconfigge i romani a Oderno e a Locri, ma quelli riescono a riprendere il controllo del Sannio e della Campania.In merito a tali circostanze, Barry Strauss rende esplicito omaggio al fondamentale volume di Michael Fronda, Between Rome and Carthage. Southern Italy during the Second Punic War (Cambridge University Press), nel quale è ben argomentata la tesi secondo cui, avendo Roma un numero pressoché illimitato di soldati (Polibio ne calcolava circa 800 mila, comprendendo quelli «prestati» dalle città italiche), l'unica iniziativa di Annibale che avesse senso strategico era quella di sottrarle il maggior numero possibile di alleati e con questi alleati la metà degli uomini in armi su cui avrebbe potuto contare. Cioè quello che provò a fare. Inviando suo fratello Magone a Cartagine, nel 215 a.C., con un cesto di anelli d'oro sottratti ai nobili romani uccisi o fatti prigionieri a Canne, per chiedere un aiuto che il Senato della città concesse malvolentieri. Roma a questo punto riuscì con un assedio di due anni, dal 213 al 211 a.C., a riconquistare Siracusa, che era passata con Cartagine (nella battaglia fu ucciso il grande matematico Archimede, il quale si era messo a disposizione della difesa della città) e la Sardegna. Poi attaccò Nuova Cartagine in Spagna. E sfondò nella penisola iberica. Annibale, scrive Strauss, non aveva tenuto conto di una fondamentale legge di guerra: se invadete un Paese, non permettete che, per rivalsa, questo invada il vostro. Qui entra in scena Publio Cornelio Scipione, che sarà detto l'Africano. È nato nel 235, ha 12 anni meno di Annibale, contro il quale ha combattuto, diciassettenne, a fianco del proprio padre nella battaglia del Ticino: padre che sarà ferito e che lui stesso trarrà in salvo con un'azione davvero eroica. Mentre Annibale è in Italia, travolge i romani e conosce successo dopo successo, Scipione si fa nominare proconsole per la Spagna e riesce a riconquistare la penisola iberica. Forte di questa impresa, si propone di attaccare Cartagine, costringendo in questo modo Annibale a tornare in Africa per difendere la sua città. Ma il Senato lo osteggia, Quinto Fabio ironizza sulla sua giovane età e, scrive Fabio Mini, «allude al fatto che si tratti di una sua manovra per avere gloria lontano da dove è il pericolo, cioè Roma». Quinto Fabio, secondo Mini, attribuisce a Scipione «un vizio comune a quel tempo come oggi, un vizio di cui lui stesso era esempio vivente»: le armate «sono reclutate per la protezione della città, non per i consoli che, come sovrani, le portino per il mondo ove loro aggrada per motivi di vanità personale». La risposta di Scipione è caustica: «Affronto il nemico che voi mi assegnate, ma voglio essere io a trascinarlo dietro a me piuttosto che sia lui a trattenermi... Chi porta il pericolo su di un altro ha più spirito di chi deve respingerlo, il terrore si moltiplica con la sorpresa e l'inaspettato? purché non sorgano impedimenti, qui presto sentirete che in Africa è scoppiata una guerra e che Annibale sta lasciando l'Italia». Il Senato, «in un costume sopravvissuto fino ad oggi in molte parti del mondo» (Mini), se la cava con un marchingegno, nominando Scipione console in Sicilia, così che sia lui nella sua autonomia a prendersi la responsabilità di attaccare Cartagine. E Scipione se la prende.Scacciati i cartaginesi dalla Spagna, sconfitto Asdrubale nella battaglia di Becula (208 a.C.), si fa eleggere console (205 a.C.), mette insieme un suo esercito personale il cui nerbo è composto da sopravvissuti di Canne e sbarca in Africa (204 a.C.). Qui si allea con Massinissa e riesce a spezzare l'alleanza di Cartagine con la Numidia. I cartaginesi provano a trattare la pace con Roma, poi inviano (inutilmente) Magone in Italia a soccorrere Annibale, infine nel 203 a.C. richiamano lo stesso Annibale in patria. Il comandate non rientra in città, si accampa anzi a 120 chilometri, nei pressi del porto di Adrumeto. E mentre si prepara allo scontro decisivo, capisce di essere spacciato. Strauss ipotizza che se, come lo esortava a fare il Senato di Cartagine, avesse attaccato prima, quando ancora Massinissa non si era ricongiunto a Scipione, forse... Ma poi lui stesso ammette che Scipione non avrebbe accettato il confronto militare fino a quando non si fosse congiunto alla cavalleria dei numidi. Perciò a quel punto non c'era via d'uscita.Prima della battaglia di Zama (202 a.C.), Annibale a sorpresa chiede di incontrare Scipione. «I resoconti di questo colloquio», scrive Liddell Hart, «devono essere considerati importanti solo nelle loro linee generali e pertanto - anche a causa delle lievi divergenze tra le varie fonti - sarebbe più conveniente parafrasarli, ad eccezione di alcune delle frasi più pregnanti». Il tema principale su cui si sofferma Annibale è «l'incostanza della fortuna». Annibale sa che perderà e così si rivolge al suo giovane interlocutore: «Quello che io fui al Trasimeno e a Canne, quello sei tu oggi... Adesso sono qui in Africa, ridotto a dover discutere con te, che sei romano, della salvezza mia e di quella dei cartaginesi; proprio in considerazione di questo io ti consiglio di non essere superbo». Dopodiché elenca condizioni di pace a tal punto favorevoli a Cartagine che per Scipione è facile respingerle. Perché allora aveva voluto quell'incontro? Secondo Strauss, Annibale aveva intuito che anche Scipione aveva problemi con il suo governo e quello era un modo di suggerirgli che «c'era tra loro molto in comune, che erano avversari non nemici e potevano essere utili l'uno all'altro, comunque fossero andate le cose... Il perdente poteva ottenere clemenza e il vincitore avrebbe saputo di avere nel campo avverso un uomo che rispettava». Dopodiché Zama fu una Canne capovolta: i cartaginesi persero 20 mila uomini e altrettanti ne furono fatti prigionieri; i morti di Scipione furono 1.500. La sua vittoria fu schiacciante. Ma Scipione, probabilmente anche a seguito del colloquio di cui si è detto, si oppose a che Annibale fosse portato a Roma in catene. Anzi, consentì che mantenesse ruoli pubblici nella sua città. E qui accade qualcosa a cui Strauss dedica grande attenzione. Tornato al potere nel 196 a.C., Annibale ritenne che il compito più urgente fosse quello di riordinare le finanze dissestate. Ci provò e ci riuscì. Ma, nota Werner Huss, entrò in conflitto con il «ministro delle finanze», che apparteneva al partito aristocratico. Propose anche una riforma molto ardita, che ridimensionava il Consiglio dei Centoquattro, organo supremo della politica cartaginese, e fu a quel punto che i suoi nemici interni, «senza alcun ritegno», lo indicarono ai romani come se fosse tornato ad essere pericoloso.In realtà stava solo diventando un uomo politico di grande peso. È quello che Barry Strauss definisce il «paradosso di Annibale»: nel momento stesso «in cui si spegnevano i suoi sogni di gloria militare, si svelava la sua capacità politica». «Quando aveva stabilito un rapporto con Scipione, aveva fatto probabilmente l'unica cosa che poteva fare per salvarsi dall'esilio e dalla morte... A quel punto cominciò a reinventarsi come statista e riformatore, facendo per Cartagine quel che Cesare avrebbe fatto per Roma, e anche di più». Ma, scrive Huss, i romani - nonostante Publio Cornelio Scipione Africano si battesse in sua difesa e gli desse fiducia - inviarono a Cartagine una missione per fare chiarezza su questa nuova situazione (anche se lo scopo ufficiale degli emissari era quello di dirimere una vertenza sui confini tra Cartagine e Massinissa). Ovvio, afferma Strauss, «dopo Annibale, Roma non si sarebbe più fidata davvero di Cartagine e avrebbe finito col vendicarsi di Canne in un modo tale da far sembrare quel massacro una lotta a cuscinate».
Annibale capì l'antifona e fuggì a Efeso, alla corte di Antioco. Era l'anno 195 a.C. e da quel momento avrebbe girovagato, ma non avrebbe mai più rimesso piede a Cartagine. Dopo la sua fuga, i romani gli diedero la caccia e nel 183 a.C., quando stava per essere catturato, Annibale si uccise, a Libissa nei pressi di Istanbul, il luogo in cui ? come si è detto all'inizio ? lo avrebbe celebrato Ataturk. Quanto a Cartagine, divenuta anche per merito di Annibale di nuovo fiorente e prospera, cinquant'anni dopo (146 a.C.) i romani, che non se ne fidavano, l'avrebbero rasa al suolo in maniera definitiva. E trascorsi cento anni, nel 46 a.C. Giulio Cesare l'avrebbe rifondata come colonia romana, popolata da abitanti che provenivano dall'Italia. Ma da quel momento per Cartagine fu tutta un'altra storia.Secondo Strauss gran parte della responsabilità per il fallimento dell'impresa di Annibale ricade sul governo cartaginese, che nel 215 a.C. aveva rifiutato di inviargli i rinforzi richiesti. Ma anche lui, dopo la sconfitta di Asdrubale in Spagna nel 207 a.C., avrebbe dovuto capire che la sua avventura in Italia non aveva più alcuna possibilità di successo e non doveva restare lontano dall'Africa altri quattro anni. Nessuno come lui seppe tenere in pugno i propri soldati che, a differenza di quelli di Cesare e di Alessandro, mai si ammutinarono. Il suo principale difetto era che «non sapeva, al contrario di Cesare, immaginare il futuro». Poi, per paradossale che possa apparire, tutta la sua vita e in particolare la parte conclusiva dimostra che, a differenza di Alessandro, «fu un ottimo amministratore, ma non un buon conquistatore». I conquistatori, afferma Strauss, «continuano ad andare avanti finché loro e i loro uomini cadono esausti o morti; gli uomini di Stato sanno quando è il momento di fermarsi». Ma è difficile possedere entrambe le doti. Ha scritto Winston Churchill: «Quelli che sanno vincere una guerra, raramente sanno stabilire una buona pace, e quelli che hanno saputo fare una buona pace, non avrebbero mai vinto la guerra». Annibale avrebbe potuto essere l'unica eccezione nella storia.
«Corriere della Sera» del 30 settembre 2013

20 luglio 2013

Guerrieri omerici prima di Omero

Il ritrovamento dieci anni fa, ora un saggio scientifico riscrive una pagina della manifattura e della cultura greca
di Anna Lucia D’Agata
Una danza armata dipinta su un vaso cretese del X secolo a.C. La scoperta eccezionale aiuta a ridefinire i processi civili e sociali di iniziazione dei giovani
Nessuno nel mondo antico poteva dirsi più abile dei cretesi nell’arte della danza. Gli abitanti dell’«isola dalle cento città» erano considerati danzatori per antonomasia e tale fama appare già ben radicata nei poemi omerici. Vi si narra che a Cnosso, Dedalo, il leggendario artefice del Labirinto, aveva costruito per Arianna «dalla bella chioma» una pista da ballo, dove giovani e fanciulle danzavano tenendosi per mano, piroettando su se stessi, o lanciandosi in assolo acrobatici.
L’eroe cretese Merione, discendente dal mitico re di Creta Minosse (e atleta protagonista dei giochi funebri per Patroclo), è detto capace di schivare la lancia nemica proprio in virtù della sua abilità nella danza. A Creta, infine, e ai Cureti, leggendari daimones cretesi, era assegnata l’invenzione della più celebre delle danze, la danza armata o pyrriché, che svolgeva un ruolo primario nell’educazione dei giovani. Riservata a occasioni molto speciali come cerimonie funebri o iniziazioni giovanili, e finalizzata all’esibizione dell’abilità individuale, la danza armata era il mezzo attraverso cui i giovani greci imparavano a usare le armi al suono della musica, a maneggiare in maniera appropriata lancia e scudo, ad acquisire la necessaria agilità fisica per combattere fianco a fianco con i loro compagni.
I danzatori di pyrriché erano rappresentati nudi, con indosso solo lo scudo e l’elmo, e con in mano un’arma d’offesa, la lancia, la spada o il giavellotto. Era in occasione del loro ingresso nel mondo degli adulti, quando venivano acclamati cittadini, e venivano loro assegnati armi e fanciulle come spose, che i giovani cretesi erano chiamati a danzare: allora, al pari dei Cureti — come testimonia un antico inno riportato su un’iscrizione di epoca romana, trovata nel santuario della città di Itanos a Palaikastro, sul versante orientale dell’isola — danzavano in armi attorno all’altare di Zeus.
Nel 2002 a Creta, nello scavo dell’insediamento sulla collina della Kephala, alle propaggini occidentali del massiccio dello Psiloriti e all’interno del territorio della futura città greca e romana di Sybrita, è stato scoperto un cratere fittile decorato con la più antica scena di danza armata, in Grecia, che si data al X secolo a.C. e la cui pubblicazione scientifica è appena apparsa su una rivista specializzata del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il vaso è un manufatto rivoluzionario che consente di trascinare indietro di alcuni secoli, ben prima di Omero e della nascita della polis nel corso dell’VIII secolo a.C., l’origine della danza armata, pratica sociale tra le più importanti della Grecia antica.
La regione dello Psiloriti è la provincia aspra e impervia di Creta che include anche ilmonte Ida, la vetta più alta dell’isola. Proprio qui la mitologia greca ha collocato la nascita e l’infanzia di Zeus, custodito dai Cureti in una grotta inaccessibile nella quale il fragore creato dai loro scudi avrebbe nascosto i vagiti del bimbo al padre Cronos che lo voleva divorare. Qui l’archeologia moderna ha individuato il santuario in grotta dell’antro Ideo, identificato dagli antichi come culla di Zeus e unico santuario pancretese che l’isola abbia mai avuto.
Anche oggi la regione dello Psiloriti mantiene una sua forte identità, caratterizzata da un’economia spiccatamente pastorale e dalla persistenza di un sistema sociale arcaico, fondato sull’incontrastata preminenza di valori tradizionalmente maschili. In quest’area di Creta la ricerca etnografica ha mostrato come le differenze culturali siano costruite attraverso pratiche sociali che celebrano appunto la mascolinità. Un maschio deve saper bere a dismisura, saper usare le armi, saper danzare, saper razziare gli animali, a un livello tale di eccellenza che tutti lo possano immediatamente riconoscere. Attraverso queste azioni, modi di comportamento speciali, e oggetti come la lira, strumento musicale cretese per eccellenza, diventano il simbolo di gruppi locali e riflettono (ma allo stesso tempo creano), valori condivisi che danno forma alle istituzioni sulle quali la comunità tradizionale è fondata. Volendo indagare le strutture sociali della stessa area alla fine del II millennio a.C. — una fase nella quale l’unico gruppo sociale discernibile è quello dei guerrieri, e la maggior parte delle rappresentazioni figurate rimandano alla caccia — è stato per me quasi inevitabile fare ricorso all’approccio etnografico che si applica al panorama culturale cretese moderno.
Il cratere fittile della danza armata è stato ritrovato all’estremità occidentale dell’insediamento sulla Kephala nel vano principale dell’Edificio 3. Contesto e natura degli oggetti associati al cratere fanno intendere che il vaso fosse stato usato in un ambito elitario e, data la sua complessa rappresentazione figurata, al momento senza confronti, deve essere stato prodotto su commissione per un evento specifico che includeva certo un banchetto: un evento che, possiamo immaginare, a livello locale sia rimastomemorabile. Sul vaso di Sybrita sono dipinti tre guerrieri in armi che a differenza delle raffigurazioni note tra XII e VIII secolo a.C. non sono rappresentati in processione o nell’atto di combattere ma con le braccia sollevate e le palme aperte in atto di danzare. Accanto a loro, una lira e un cimbalo o timpano, strumento musicale simile a uno scudo, alludono all’accompagnamento musicale che doveva scandire la danza dei guerrieri.
Quando il vaso venne dipinto, l’alfabeto non aveva ancora fatto in Grecia la sua comparsa, ma certo storie fantastiche e di eroi — alcune formatesi nelle corti dei palazzi minoici emicenei, altre acquisite dall’ambiente mediterraneo e vicino-orientale — erano da molti secoli recitate e tramandate in forma orale. Molte di queste avrebbero più tardi contribuito alla stesura dell’Iliade e dell’Odissea. La raffigurazione sul vaso di Sybrita non ha precedenti nel repertorio cretese dell’età del Bronzo, né può essere collegata alle scene di derivazione orientale presenti su qualche vaso da Cnosso, allora uno dei principali centri dell’isola. Piuttosto essa deve essere considerata l’invenzione originale di un artigiano che ha tratto ispirazione dal contesto sociale nel quale viveva. In una società fondata sulla comunicazione orale la scena rappresentata, perché avesse successo, doveva essere ben comprensibile al pubblico e contribuire allo sviluppo di un linguaggio visivo comune. Di fatto in Grecia antica le rappresentazioni figurate erano fondate su un discorso narrativo che si stabiliva tra artigiano e fruitori del vaso: attraverso di esso contribuivano entrambi alla costruzione delle storie rappresentate e alla loro trasmissione. In altri termini, le scene figurate non avevano solo intento decorativo, ma svolgevano anche un ruolo socialmente attivo all’interno del loro contesto di riferimento.
La scena rappresentata sul vaso della danza armata è un indizio importante del fatto che nell’insediamento sulla Kephala, a due secoli di distanza dal collasso delle strutture statali dell’età del Bronzo, una comunità socialmente e politicamente articolata aveva nuovamente preso forma sotto la guida di corpi privilegiati che si connotavano come guerrieri, che gestivano l’attività di culto ufficiale ed erano interessati alla propria autorappresentazione. Se dunque il cratere è la forma simbolo del banchetto, la scena di danza armata codifica i modi in cui un gruppo della comunità di Sybrita assegnò a se stesso il privilegio dell’iniziazione maschile, celebrandolo, forse per la prima volta, con una cerimonia che deve aver incluso anche un banchetto. Il vaso può essere considerato l’espressione iconografica e rituale di quell’istituzione che consentiva alla società locale di assicurare la propria continuità, e che avrebbe dominato la forma peculiare di polis che si sarebbe sviluppata a Creta: un sistema basato su gruppi di età in cui l’appartenenza familiare e il legame con il clan ricopriva il ruolo più importante.
In tal senso il cratere di Sybrita sembra esprimere un ideale di mascolinità che va oltre la celebrazione dell’abilità fisica e sostiene la formazione di una «leadership» in grado di assicurare la permanenza al vertice di uno specifico gruppo familiare. Rimandando a un modello di stabilità sociale forse connesso agli stadi iniziali della città-stato, la scena sul cratere di Sybrita raffigura la pratica dell’iniziazione maschile, e i guerrieri rappresentati si possono identificare con giovani cretesi appena ammessi al corpo degli adulti. Ed è verosimile pensare, come aveva intuito Jane Harrison nella Cambridge degli inizi del ’900, che siano stati simili rituali a dare vita amiti come quello dei Cureti ai quali viene attribuita l’origine della danza armata nell’isola. A più di cento anni da quella intuizione, il cratere di Sybrita esorta amantenere attivo il dialogo tra antropologia, sociologia e Grecia delle origini.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

20 gennaio 2013

Gli sviluppi della storiografia durante la tarda repubblica

di Paolo Di Sacco e Mauro Serìo
Brano tratto dal volume Il mondo latino (Ediz. scolast. Bruno Mondadori 2000, vol. 2, pp. 40 – 44)
È nell’età cesariana che, dopo un lungo periodo d’incubazione, nasce la grande storiografia di Roma. Le opere di Cesare e di Sallustio, lungamente preparate dagli esordi dell’annalistica pontificale, dall’amorevole ricostruzione delle Origines catoniane, dal sorgere dell’autobiografia e dai paralleli sviluppi di un’annalistica «drammatica», più incline al racconto e al coinvolgimento patetico, dei lettori, portano infine a maturazione quella tendenza alla memoria nazionale e all’esaltazione delle virtù civiche che contrassegnava da sempre il DNA della cultura romana.

Fermenti di novità e passioni politiche
Sul finire del II e all’inizio del I secolo a.C. erano emerse importanti novità nel genere storiografico, fino ad allora dominato dal modello annalistico: si è già accennato al taglio decisamente contemporaneo dell’opera di Sempronio Asellione, dedicata quasi esclusivamente all’età dei Gracchi, e alla storiografia «drammatica» di Celio Antìpatro e soprattutto di Sisenna (quest’ultimo si restringeva pure agli ultimi decenni, trattando, in un pittoresco e acceso stile «asiano», della guerra sociale e del primo conflitto civile tra Mario e Silla); si sono registrati inoltre gli inizi dell’autobiografia, un genere connesso al prepotente sviluppo, in quest’epoca, dell’individualismo. All’autobiografia vanno ascritti i commentarii apologetici (in greco hypomnémata) scritti de vita sua da Marco Emilio Scauro, uomo eminente al tempo di Mario, dal versatile Lutazio Càtulo, che fu console e collega dello stesso Mario, da Rutilio Rufo e soprattutto da Silla. I ventidue libri dei Commentarii rerum gestarum sillani, purtroppo perduti, composti certamente per giustificare il proprio operato politico, erano cosparsi di prodigi, sogni premonitori, esagerazioni sui propri meriti: è un’autobiografia di forma «carismatica», che avrà un continuatore in Augusto, autore del resoconto ufficiale delle Res gestae, ma anche di un’autobiografia per così dire «privata», in cui menzionava i «miracoli» che ne avrebbero preceduto e accompagnato la fulminante carriera politica. Meno nuovi, a paragone di questi autori (specie di Sisenna), appaiono gli annalisti della successiva generazione, Quinto Claudio Quadrigario, Valerio Anziate e Licinio Macro: il loro impianto compositivo e il loro stile ricorda più da vicino il modello storiografico più tradizionale. Gli Annales di Quadrigario costituiscono una storia generale di Roma (il punto di partenza è il saccheggio gallico del 390 a.C.); manifestano buone qualità narrative e prediligono soffermarsi sugli episodi famosi e su personaggi eroici. Un diretto precursore di Tito Livio (che però non lo cita mai) fu Valerio Anziate, autore in stile arcaizzante (invenuste, dirà Frontone, cioè "senza eleganza") di una storia monumentale in 75 libri, in cui man mano preponderava l’epoca più vicina all’autore; ce ne è rimasto pochissimo. Su Quadrigario e Anziate non abbiamo alcuna notizia circa la loro collocazione sociale; forse erano semplici storici letterati. Un personaggio della nobilitas era invece Licinio Macro, padre dell’oratore e poeta Licinio Calvo che fu, come si è detto, un poëta novus e amico di Catullo. Gli Annales di Macro non erano tra i più vasti, ma godevano di buon credito anche per il ricorso a fonti inconsuete.
In generale, nella storiografia di Roma non si è mai affermato un metodo critico paragonabile a quello utilizzato dal greco Polibio; la ricerca dell’obbiettività è scarsa; sembra, anzi, in quest’epoca, di assistere ad un rigurgito di storiografia aristocratica. Gli autori, da un lato, sono permeati di ammirazione per le virtù del popolo romano (da qui la frequente esagerazione sul numero dei nemici vinti, oppure l’irrisione dei nemici sconfitti e la celebrazione delle virtù di disciplina e di eroismo silenzioso dei milites), secondo un tratto tipico dell’annalistica romana di ogni tempo, dall’altro, appaiono preoccupati di diminuire i propri avversari politici e d’innalzare il merito delle gentes vicine (Valerio, com’è logico, esalta i Valerii a detrimento dei Claudii; all’opposto si comporta Quadrigario, nemico dei Fabii; Licinio Macro innalza i Licinii). Del resto le passioni politiche divampavano con violenza in un’età di sommovimenti istituzionali e la storiografia accentua ulteriormente il proprio ruolo di diretto intervento nella vita politica della respublica.

Cesare e i confini dei commentarii
Sul finire del I secolo a.C., in piena età cesariana, un po’ tutti i generi storiografici sono in fermento anche se si avverte la generale mancanza di storici con polso e qualità di veri scrittori: una lacuna che sarà colmata solo da Sallustio e naturalmente da Cesare. Quest’ultimo portò a maturazione un genere che aveva già dato interessanti preannunci: il commentarius, il cui scopo era tradizionalmente quello di fornire materiali per gli storiografi delle età successive. Sappiamo che commentarii de vita sua offrì anche Varrone (su Pompeo e sulla propria attività di legato nell’esercito pompeiana); lo stesso Cicerone scrisse, in latino e forse anche in greco, commentarli sul proprio consolato, non riuscendo tuttavia a trovare uno storico disponibile a rielaborare quei materiali in opere più compiute per concezione generale e per definizione formale. Cicerone diede anche un’autodifesa della propria azione di console in un commentario (De consiliis suis) scottante per le accuse contro Cesare, sospettato di aver fatto parte della congiura di Catilina; incompiuto, il resoconto ciceroniano venne pubblicato solo dopo la sua morte. Ma nel genere del commentarius il capolavoro venne da Cesare, con le sue due opere sulla guerra gallica (in sette libri) e sulla guerra civile (in tre libri). Si tratta, in verità, di scritti assai più elevati, per disegno generale e per esiti artistici, del semplice commentarius. La precisione stilistica, la nettezza della ricostruzione, l’impressione generale di una nuda, limpida obiettività, fanno del Bellum Gallicum e del Bellum civile due raggiungimenti memorabili, il cui destino fu analogo a tante autentiche opere d’arte: quello di non essere capite dai contemporanei, venendo semmai riscoperte in tempi recenti. La teoria atticista fornisce a Cesare il modello di una lingua sobria, supremamente chiara, che utilizza il lessico urbano delle persone colte senza ostentazione né, d’altra parte, senza sciatterie o colloquialismi. Se non fosse per il monumento che, pagina dopo pagina, il comandante-scrittore eleva consapevolmente alla sua truppa (non allo stato, si badi bene) e in ultima analisi a se stesso, alle proprie qualità demiurgiche di «capo», e se non fosse per le rare ma significative accensioni stilistiche, come i discorsi diretti e le drammatizzazioni di talune scene (si veda l’ultimo libro di ciascuna opera), si potrebbe con ragione sostenere che Cesare abbia mantenuto in vita il vecchio impianto dei commentarii. Nel caso specifico, egli utilizza ricordi e appunti personali e i rapporti via via inviati al senato sul proprio operato; ma in realtà Cesare si è mantenuto fedele a questo impianto e insieme, con piena coscienza, lo ha superato. Il genere del commentarius raggiunge in tal modo i suoi confini e li infrange, confluendo nell’historia propriamente detta: un esito possibile solo ai grandi autori.

Origini greche della biografia
Un genere di moda in quest’epoca è la biografia, nata in Grecia ma priva di una tipologia stabile, oscillando tra la storia propriamente detta e l’elogio. L’ellenismo greco aveva dato biografie di diverso tipo: aneddotiche, incentrate sul ritratto di un qualche personaggio celebre, colto nella sua vita privata e pubblica; erudite, sul tipo di quelle confezionate dai filologi alessandrini e premesse alle loro edizioni di testi poetici; più rare di stampo politico-ideologico, in cui il biografato assurgeva a modello di virtù civili o militari. Vi erano anche biografie di filosofi, in cui il racconto della vita esemplare di un saggio era abbinato alla presentazione del suo pensiero: il tema era allora l’ascesa alla perfezione morale, attraverso i vari gradini previsti dalla dottrina. Su questa falsariga si svilupperanno le future vite dei santi cristiani. Di volta in volta potevano prevalere intenti narrativi e artistici oppure più didascalici, finalizzati cioè a un riassunto ordinato di notizie. Incroci con la storiografia vera e propria erano frequenti e, anzi, gli storiografi (specie quelli, come Teopompo, di scuola isocratea, i più attenti alla caratterizzazione antropologica) attingevano spesso a materiali biografici. Con il tempo, si era fissato in Grecia un modello di narrazione biografica condotta attraverso «rubriche», ovvero per schede, che disponevano i vari aspetti del personaggio secondo un ordine prefissato (famiglia, amici, luogo e circostanze della nascita, credenze religiose ecc.). Non erano mancati però esempi di una narrazione più continuativa, che esponeva in ordine i fatti dalla nascita alla morte. Non necessariamente la ricostruzione doveva essere integrale; ci si poteva soffermare su uno o più momenti significativi della vita del personaggio. L’accento era posto sui tratti privati del biografato, a differenza della storiografia, che si concentrava sul suo operato pubblico. Un impulso a contrapporre vizi e virtù venne dalla scuola filosofica degli aristotelici, attenta fin da Aristotele e Teofrasto alla caratteriologia etica; ne nacque il tipo classico della biografia antica, che deduceva il carattere (ethos) dell’uomo dalle sue azioni (práxeis): abitudini quotidiane e gesti comuni divenivano altrettanti segni di prerogative morali, che potevano anche essere negative.

La biografia a Roma
A Roma la biografia aveva avuto le sue prime manifestazioni nelle iscrizioni funebri e nei tituli (le iscrizioni sotto le statue), oltre che nei più ampi e celebrativi elogia o laudationes funebres, i discorsi ufficiali sulle virtù del defunto, che contenevano gli elementi biografici essenziali e che venivano conservati nell’archivio della gens. Alla base di queste manifestazioni vi era infatti l’orgoglio gentilizio, il senso di appartenenza a una delle gentes aristocratiche.
Un tipo di biografia più vicino agli esempi greci si sviluppò nell’ultima parte del II secolo a.C., sul tronco di quel genere "minore" costituito dall’autobiografia e dai commentarii. Sappiamo del completamento in direzione biografica dei Commentari di Silla approntato da un suo liberto, Cornelio Epicado: è il primo biografo latino di cui conosciamo il nome. Un liberto di Pompeo, Voltacilio Pitolao, compose in più libri le biografie di Pompeo Magno, il rivale di Cesare, e di suo padre, Gneo Pompeo Strabone.
A sé stavano i ritratti su personaggi romani e greci famosi nel campo della politica e della cultura, composti da Varrone nelle Imagines: al vero e proprio ritratto iconografico (fu questo il primo libro romano di cui abbiamo notizia) si accompagnavano brevi biografie, modellate sulla tradizione scolastica degli eruditi greci. Il medesimo modello agì sull’altra opera biografica di Varrone, il De poëtis.

Cornelio Nepote e i suoi «uomini illustri»
Nulla però ci resta di questa produzione di vari autori, mentre è giunta fino a noi una parte (piccola, rispetto all’insieme originario) dell’opera di Cornelio Nepote, che fu l’autentico fondatore della biografia letteraria romana. Contemporaneo di Catullo e dei poëtae novi, Cornelio come loro proveniva dalla Gallia Cisalpina.
Oltre ai tre libri dei Chronica, una vasta compilazione di storia universale, scrisse il De viris illustribus, in almeno sedici libri (pubblicati forse nel 34 a.C.), in cui raccontava la vita di molti uomini famosi, distinguendoli per categorie (re, generali, poeti, storici e altri) e raggruppandoli alternativamente in romani e stranieri, cioè greci, secondo il modello delle Imagines varroniane; mettendo a confronto le glorie nazionali con i migliori esemplari della civiltà greca, egli contribuì effettivamente a sprovincializzare la cultura di Roma: abitudini di vita diverse non erano meno degne di rispetto di quelle raccomandate dal mos maiorum.
Sul piano storico Cornelio ha scarso valore, per l’insufficiente controllo delle fonti citate e la propensione a dare rilievo agli aspetti moralistici del racconto biografico; non mirando a un pubblico in cerca di un’informazione approfondita, il suo scopo rimane divulgativo e aneddotico. Buon piglio narrativo e uno stile disinvolto, anche se talora un po’ trascurato, con espressioni quotidiane e arcaismi, caratterizzano la sezione giuntaci dell’opera (De excellentibus ducibus exterarum gentium, che comprende 22 biografie di comandanti stranieri, 19 dei quali greci), accanto a due vite del De historicis Latinis, quelle di Catone il Censore e di Attico.

Il programma di Cicerone: la storiografia come opus oratorium maxime
Autobiografie, biografie, commentarii non rispondevano però ancora a quella domanda di storiografia letteraria in senso "alto", modellata sui grandi storici greci (Erodoto, Tucidide, Senofonte, prima ancora di Polibio) dell’età classica, che veniva avanzata per esempio da Cicerone. Scrivendo nel giugno del 56 a.C. a un certo Lucceio, uomo politico e storico che stava allora approntando un’opera storica sui decenni precedenti, Cicerone gli chiese di illustrare approfonditamente le glorie del proprio consolato; non venne accontentato da Lucceio, ma la lettera ciceroniana (Ad familiares V, 12) è ugualmente importante sul piano programmatico, come fondazione di una storiografia oratoria, artisticamente elaborata: una storiografia dunque narrativa (o "mimetica") e non pragmatica sul modello polibiano; una storiografia capace d’impressionare e coinvolgere il lettore-ascoltatore anzitutto per la cura dello stile e l’avvincente concatenazione dei fatti narrati. Lo storico, aggiunge Cicerone nella stessa lettera, può mirare a suscitare nei lettori sentimenti di compassione: il contemplare vicende dolorose, che appartengono ad altri e al loro passato, habet delectationem, produce per compenso una sensazione di piacere. Questa purificazione delle passioni o kátharsis era lo scopo anche della tragedia; qui Cicerone guarda ai peripatetici e all’impostazione "prosopografica" (da prósopon, "personaggio") che essi conferivano alla storiografia, incentrandola sul personaggio-eroe. Non dimentica peraltro la componente diciamo "polibiana" della riflessione politica; si augura infatti che Lucceio individui le cause dei recenti moti civili e rivoluzionari e suggerisca le soluzioni ai problemi. Su tale programma Cicerone tornò in un passo del trattato retorico De oratore, in cui sono però maggiormente sottolineate quelle esigenze di obiettività e di scrupolo storico che nella lettera a Lucceio apparivano messe quasi tra parentesi. L’imparzialità e il rigore sono, afferma Cicerone, i fundamenta, gli ovvi presupposti della storiografia; la loro traduzione concreta (exaedificatio) spetta poi ai contenuti (res), che devono essere i più precisi possibile, e allo stile (verba), cui si chiede il pregio della bella forma. Cicerone guarda a una storiografia consapevole degli artifici retorici che sono alla base dell’eloquenza, anche se poi l’effetto finale sarà diverso: allo storico si addice infatti "uno stile diffuso e pacato, che fluisce con dolcezza e privo di asperità, senza gli sbalzi e le punte polemiche tipiche dell’eloquenza dei tribunali" (De oratore II, 64). Il modello è qui offerto dalle opere di Erodoto e, più ravvicinatamente, dallo stile isocrateo, che ricorreva solo moderatamente ai colores della retorica e che risultava piacevolmente scorrevole e sintetico, Grazie a tale cura stilistica, l’opera storica potrà davvero divenire opus oratorium maxime ("opera essenzialmente di scrittori"), come Cicerone riassume nel De legibus (I, 1, 5). Si può ricordare anche un altro passo dello stesso De oratore: «la storia è testimone dei tempi, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita (magistra vitae), messaggera dell’antichità», che è, come commenta Domenico Musti, «il condensato della poetica storiografica di stampo isocrateo, come ha trovato accoglienza e fertile terreno in Roma».

La crisi della respublica nelle due monografie storiche di Sallustio
Agli auspici di Cicerone non rispose il suo amico Lucceio, ma Sallustio. Tuttavia, benché abbia effettivamente interpretato il genere storico come opus oratorium maxime, il primo grande storico romano non si scelse come modello Erodoto, bensì Tucidide; si adatta benissimo a definire lo stile sallustiano un ritratto dello stile tucidideo offerto, nel De Thucydide, dal retore greco Dionigi di Alicarnasso, che visse a Roma pochi anni dopo Sallustio: «Quelli che scrivono opere storiche, a cui si richiede magnificenza, solennità e un discorso che produca stupore, devono anzitutto mirare a uno stile ricco di termini insoliti, antichi e metaforici, lontani, perché strani e inusuali, dai costrutti comuni». Effettivamente ciò che colpisce immediatamente il lettore di Sallustio è proprio l’uso di uno stile «tucidideo», con gli arcaismi in funzione poetica, le trasposizioni nell’ordine del discorso, il troncamento di frasi e di periodi. Anche il modello di storia «drammatica» della scuola peripatetica, incentrato sull’ethos del personaggio, agiva però su Sallustio: in effetti le sue due monografie storiche, il De Catilinae coniuratione (sulla congiura di Catilina del 63 a.C.) e il Bellum Jugurthinum (sulla guerra in Numidia contro Giugurta del 111 - 105 a.C.), s’incentrano su un personaggio (Catilina nella prima, Mario nella seconda) cui è attribuito grande rilievo anche dal punto di vista dell’analisi psicologica e attorno al quale ruotano altri protagonisti di contorno (Cesare, Catone l’Uticense, Fulvia nella prima opera; Giugurta, Silla, Bacco nella seconda). A tale concentrarsi dell’attenzione attorno a una vicenda centrale, con le sue principali diramazioni, contribuisce la scelta, originalissima, del sottogenere monografico: l’unico precedente di un qualche rilievo era lo sguardo monografico dedicato, in senso però più ampio, da Celio Antìpatro alla seconda guerra punica. L’impostazione monografica consente a Sallustio di focalizzarsi su un singolo problema storico, pur entro una visione più ampia della storia romana, e di confrontarsi così con le «malattie» di cui soffriva la respublica. Di tale crisi sono diagnosticate la genesi e le manifestazioni più acute e viene indicata una possibile terapia: la storiografia sallustiana è, secondo la migliore tradizione dell’historia a Roma, strettamente legata alla prassi politica. All’origine di tutto vi sono il deterioramento del mos maiorum (il moralismo è una componente decisiva in Sallustio e tale rimarrà in tutta la grande sto­ riografia romana, da Livio a Tacito) e la corruzione della nobilitas, incapace di porsi come guida autorevole dello stato. In Catilina lo storico emblematicamente incarna il rischio dell’avventura sovversiva e senza ritorno, connesso allo scadimento della lotta politica tra le factiones. Quanto ai rimedi, infine, la speranza dell’autore è riposta in Cesare, colui che potrebbe risolvere la crisi della respublica e ristabilire l’ordine su basi politiche nuove. Dopo l’uccisione di Cesare, tutte le speranze di Sallustio paiono però venire meno: un cupo clima di pessimismo domina le Historiae, l’opera sua di maggiore respiro, rimasta incompiuta per la morte (avvenuta nel 35 o 36 a.C.) e della quale ci sono giunti pochi frammenti.


Erodoto
Storico greco ( 484-424 a.C), nato ad Alicarnasso, in Asia Minore, da famiglia illustre. Poco sappiamo della sua vita; ancora giovane, andò esule a Samo, essendo la sua famiglia coinvolta nel fallito. tentativo di rovesciamento del tiranno Ligdami. Viaggiò molto, anche in Oriente e in Egitto. In Atene fu attivo nell’entourage di Pericle; leggeva pubblicamente, a pagamento, sezioni delle sue Storie. L’opera, suddivisa in nove libri, è dedicata ai rapporti greco-persiani (dal VII secolo a.C. fino alle guerre persiane del V secolo a.C.); non segue un ordine preciso, cronologico o geografico, ma ospita continue digressioni: perciò si è pensato che fosse nata da una serie di monografie autonome. Conobbe in ogni caso molti rimaneggiamenti nel corso dell’intera vita dell’autore, cosa che evidenzia il suo legame con l’arcaica cultura orale, anche dal punto di vista culturale (presenza di eventi favolosi; apertura enciclopedica a interessi etnografici, geografici ecc.; ambizione di dilettare il lettore, preservando la memoria delle imprese). Perciò, a paragone della storiografia più «scientifica» di Tucidide, le Storie furono ritenute opera «primitiva»; le recenti rivalutazioni hanno invece messo in luce lo straordinario talento narrativo di Erodoto e la sua sostanziale attendibilità.

Tucidide
Storico ateniese (460 ca - 404 a. C.), nato da famiglia agiata, forse imparentata con Milziade e Cimone; fu stratego in Tracia nel 424-423 a.C., ma non riuscì a impedire che il persiano Brasida conquistasse Anfipoli. Fu perciò esiliato da Atene; nei venti anni successivi (dall’inizio del 431 all’estate del 411 a. C) si dedicò alla sua opera storica, La guerra del Peloponneso, in otto libri dedicata al conflitto tra Sparta e Atene. Tucidide poté ritornare in patria e vedere la fine della guerra (403 a .C). Rimasta incompiuta, la Guerra del Peloponneso si apre con l’Archeologia, una serie di capitoli dedicati alla storia greca arcaica, e poi analizza minuziosamente le cause prossime del conflitto. Il racconto dei fatti bellici comincia dal secondo libro e procede scandito per estati e inverni, con grande rigore documentario e limitandosi unicamente alla sfera politica e militare. Grande rilievo «drammatico» assumono nella sua opera i discorsi, messi in bocca a diversi personaggi «così come mi sembrava - scrive lo storico - che potessero parlare». Tucidide, che adotta un linguaggio complesso, ricco di ipotassi, si pone lo scopo di un’analisi spassionata della natura umana, cosi da poter prevedere i futuri comportamenti degli uomini. La sua storiografia «scientifica» e politica ebbe molti imitatori, tra cui Polibio e Sallustio.
Postato il 20 gennaio 2013

23 ottobre 2012

Cucina, a tavola con antica Roma

di Roberto I. Zanini
 
​Dell’antichità romana pensiamo di conoscere molte cose. Ne conosciamo i grandi personaggi, la lingua, la storia, l’immenso patrimonio artistico, la poesia, la letteratura. Le ricerche archeologiche e gli scritti dell’epoca ci hanno fatto conoscere le abitudini quotidiane. Delle metropoli romane possiamo immaginare i colori e i suoni. Molto poco, però, conosciamo degli odori. In particolare di quelli alimentari, che in una città come Roma aleggiavano per fori, templi, terme e vicoli dalle prime ore dell’alba fino a notte avanzata, provenienti dalle cucine della tabernae e dai banchi degli ambulanti che, racconta Marziale negli Epigrammi, «avevano sottratto la città intera», così che «le strade sembravano sentieri». Qualche decennio prima Seneca parla di bancarelle, lixae, in cui si vendono biscotti, bibite, frutta secca (i romani erano ghiotti di pistacchi, introdotti dal 37 a.C.), frutta fresca, e cibi caldi arrostiti o bolliti (come luganeghe, interiora e pollame), conditi con salse dai sapori assai difficili per i palati contemporanei. Una pittura di Pompei presenta un giovane che acquista una porzione calda di cappone da un ambulante. In un’altra celebre pittura della città vesuviana è rappresentata una rissa al di fuori dell’anfiteatro, fra le tende e i carretti dei venditori take away dell’epoca. Odori e sapori che rivivono, corredati da esaustivi riferimenti storici, oltre che da ricette autentiche, nel volume Ars culinaria (Donzelli, pagine 444, euro 24,00) della filologa Antonietta Dosi e dell’archeologa Giuseppina Pisani Sartorio. Un po’ testo di storia, un po’ libro di cucina, riesce a rendere evidente non solo come mangiavano i romani, ma soprattutto come le ricette di duemila anni fa sopravvivano tutt’oggi, con alcune modifiche, nelle nostre cucine regionali e in molte dell’Oriente, Vicino ed Estremo. Ricette antiche poste a fronte delle loro derivate moderne. Con la possibilità, che è quel che ancor più incuriosisce, di poterle sperimentare nelle due maniere, scoprendo che la fricassea ha almeno due millenni e che il foie gras, con relativo paté, non lo hanno inventato i francesi, ma i romani, che nella versione più sofisticata lo chiamavano ficatum, perché tratto da oche ingrassate con fichi. Naturalmente necessari alcuni adattamenti. Sia per l’introvabilità di certi ingredienti, soprattutto erbe selvatiche, spezie e aromi, che i romani utilizzavano in gran numero, facendoli venire da ogni angolo del mondo; sia per l’onnipresente prescrizione del garum, nella cottura o nel condimento finale. Una salsa a base di interiora di pesce crudo, salato e speziato, che spesso doveva risultare mefitica, anche se ne esisteva una versione per commensali ricchi e raffinati, che veniva realizzata in maniera non troppo dissimile dall’attuale salagione delle acciughe. Qualcosa che somiglia al garum si trova in alcune conserve di piccoli pesci, tipiche delle popolazioni dei delta dell’Estremo Oriente, come quello del Mekong, ma anche nella più raffinata e appetitosa "sardella" calabrese, sebbene ricca di peperoncino, pianta che i romani non potevano certamente conoscere.
Fonte primaria di queste antiche ricette è il De re coquinaria attribuito ad Apicio, forse il più celebre fra i mangioni dell’antichità e l’unico, di cui ci sia giunta notizia, che abbia codificato le conoscenze culinarie dell’epoca in uno specifico trattato. Vissuto in epoca augustea, divenne più conosciuto nei secoli del nostro Artusi, tanto che i cuochi latini, che prima venivano denominati magirii (dal greco magheiroi), cominciarono a chiamarsi apicii. Dopo di lui un egiziano di origine greche, vissuto a Roma intorno al 200 d.C., tale Ateneo, ha inserito numerose ricette in un trattato in 15 volumi, i Deipnosofisti (I sapienti a banchetto) in cui sono gli stessi filosofi a parlare di cucina. E di cucina parlano nelle loro opere (citate con ampi riferimenti) anche i grandi come Cicerone, Orazio, Virgilio, Petronio, Giovenale, Catullo, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Catone il Censore. Quest’ultimo nel De agri cultura, presenta numerose ricette (fra le quali quelle di una focaccia sottile che veniva arrotolata, fatta seccare e cotta come oggi si fa con la pasta), offre uno spaccato delle sobrie abitudini, quasi del tutto vegetariane, dei romani dei primi secoli. Secondo Giovenale e Plinio, del resto, il grande Marco Curio Dentato, colui che sconfisse i sabini e Pirro, sarebbe unicamente vissuto di rape, legumi e verdure del suo orto.
In quell’epoca la carne veniva utilizzata quasi esclusivamente nei grandi festeggiamenti in onore degli dei, anche se alla dea Cerere, nei cosiddetti cerealia, si offrivano farro e frumenti: da qui il nome poi loro attribuito di cereali. Anche il verbo "immolare", relativo ai sacrifici animali sugli altari degli dei, deriva dall’abitudine "alimentare" di cospargere la "vittima" di un tritello di farro e sale passati alla mola (mola salsa), qualcosa di simile alla moderna impanatura. Ben diversa dall’alimentazione di Curio Dentato quella dell’imperatore Massimino (235-238 d.C.), che si vantava di mangiare soltanto carne al punto che, stando a Giulio Capitolino, ne avrebbe ingerita ben 13 chili in un solo giorno. Ghiotto di frutta l’imperatore Albino (193-197), che pare giungesse a mangiare anche dieci meloni a pasto. Marziale scrive con ironia del suo avaro padrone di casa, Cecilio, che imponeva al cuoco di preparare per i suoi convitati interi pranzi a base di economica zucca per tutte le portate, dall’antipasto al dolce. Fra le carni quella di maiale era la più apprezzata e i salumi più pregiati venivano, come oggi, dalla Gallia Cisalpina. «Nessun animale – scrive Plinio – fornisce più del porco alimenti alla ghiottoneria, dato che presenta circa cinquanta sapori, mentre la carne degli altri animali non ne ha che uno». Il riferimento è all’abilità degli allevatori di far variare il sapore in base all’alimentazione. E quando il maiale era ripieno, spesso di animali più piccoli, veniva chiamato "troia", (il porcus troianus della cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio) perché farcito alla maniera in cui il famoso cavallo venne farcito da Ulisse. Una citazione colta dell’epoca, entrata poi nel gergo popolare in riferimento alla scrofa.

I pesci, il garum di Marziale e le sei salse di Apicio
I pesci e i crostacei piacevano talmente che i ricchi realizzavano nelle loro villae delle piscine per allevarli. Ateneo racconta che Apicio ne era così ghiotto da attrezzare una nave per andare a pescare gamberi e scampi sulle coste libiche, salvo poi scoprire che erano del tutto uguali a quelli tirrenici. Già nel primo secolo a.C. i romani allevavano sia ostriche che mitili. Le murene erano considerate una prelibatezza (Apicio indica ben sei salse diverse per condirle) e, stando a Plinio, il loro allevamento fece la fortuna di molti commercianti. Tale Gaio Irrio ne aveva un allevamento immenso tanto da poterne vendere semilia in una sola volta per i festeggiamenti dei trionfi di Cesare. Alla morte di Lucullo, i pesci dei suoi allevamenti vennero venduti per l’enorme cifra di quarantamila assi. Moltissime le ricette per cucinarli. Alcune in tutto simili alle attuali, come questo ius in pisce elixo (pesce alla creta con salsa) di Apicio, che sembra una variante del nostro pesce al sale: «Metti in un mortaio sale e semi di coriandolo, pestali bene e avvolgi il pesce ben pulito, poi disponilo in un tegame, sotto un coperchio bene ingessato e cuocilo al forno. Levalo, spruzzalo con aceto fortissimo e servilo». Esistevano anche numerose industrie di conservazione, soprattutto in Sicilia, per tonno, sgombri, sardine. Il garum migliore, invece, veniva da una manifattura di Cartagena. Per capire cosa fosse questo condimento che è alla base dell’intera cucina romana ecco la ricetta proposta da Gargilio Marziale nelle Geoponiche: «Si prendano pesci grassi come salmoni, anguille, salacche, sardine. Si prendano erbe aromatiche secche come aneto, menta, levistico, puleggio, serpillo. Di queste erbe si disponga un primo strato nel fondo di un grande vaso. Si faccia quindi uno strato di pesci interi o a pezzi, se sono grossi. Si copra con uno spesso strato di sale e si ripeta l’operazione fino a che il vaso sia colmo. Si chiuda e si lasci macerare per sette giorni. Poi per venti giorni si rimesti il miscuglio. Allora si raccolga il liquido che cola».

Le carni e per i grandi ricevimenti struzzi, bagnet e fricassea
Si mangiava carne di ogni tipo. Ovine, caprine, di volatili come i tacchini (a smentire la credenza che vengano dalle Americhe), i polli e persino struzzi. Il cane era una prelibatezza: Festo (Breviarium rerum gestarum populi romani) racconta che nel II d.C. i "cuccioli alla mammella" figuravano nei pranzi più importanti e in quelli in onore agli dei. Il maiale era il cibo di tutti. I bovini, usati quasi esclusivamente per i tiri agricoli, vennero introdotti nell’alimentazione comune avanti nei secoli, per una sorta di sacro rispetto per il lavoro dei campi. Venivano cotte con salse ricchissime di aromi, con aggiunte di formaggio e spesso rifinite con le uova, alla maniera della fricassea. Ed è frequente imbattersi in ricette assai simili a quelle contemporanee. Catone, per esempio, riporta un intingolo dicendo serva per «liberare il ventre», ma che depurato dalle erbe lassative e dall’onnipresente pesce sembra l’antesignano di pietanze come la cassoeula lombarda: «Prendi una marmitta, versaci sei sestarii di acqua, uno zampetto di maiale, un pezzo di prosciutto, due cime di cavolo, due gambi di bieta con la radice, un germoglio di felce, un po’ di erba mercuriale, due libbre di mitili, un cefalo, un pesce scorpione, sei lumache di mare, un pugno di lenticchie. Fa cuocere finché il brodo si riduce a un terzo». E il bollito misto alla maniera piemontese sembra provenire dalla descrizione fatta da Ateneo di quel che si preparava ad Alessandria d’Egitto nei lephtopolia (botteghe del bollito), con «piedini, testa, orecchie, mascella, trippe e lingua». Espertissimo di condimenti il solito Apicio accompagnava i suoi bolliti (di singole carni) con salse fatte di pepe, levistico, menta, aceto, garum, laser, cumino, olio e miele, che ricordano il classico bagnet verde piemontese fatto con prezzemolo, aceto, olio, acciuga salata (in luogo del garum), aglio (al posto dell’introvabile laser), pepe. Nella stessa bagna cauda trionfano i sapori delle acciughe salate e dell’aglio.


 
«Avvenire» del 22 ottobre 2012