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18 dicembre 2015

Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri

di Monica Ricci Sargentini
Prendere un appuntamento per avere un figlio con una madre surrogata è facile. Sul sito California Premium Surrogacy si clicca su «genitori intenzionali» e si compila un modulo in cui si forniscono nome, cognome, email, accompagnati da un breve messaggio. La risposta arriva entro poche ore. La mattina dopo ci presentiamo alla Santa Monica Fertility Clinic nell’omonimo boulevard di questa cittadina baciata dal sole dove ogni desiderio sembra a portata di mano.
«Buongiorno Monica sono Julie Webb, la coordinatrice dei pazienti, sono contenta che tu sia venuta a trovarci dall’Italia». Capello corto, viso acqua e sapone, abbigliamento casual, ci fa fare il giro della clinica, un appartamento a pian terreno dall’aspetto modesto ma confortevole: «La comodità — dice — è che facciamo tutto qui, dal pick up degli ovuli della donatrice al transfer dell’embrione nell’utero della portatrice. Voi non dovete preoccuparvi di nulla, pensa a tutto il dottor Jain. Se non potete venire dall’Italia possiamo sentirci su Skype. Se al momento del parto avete un impedimento andiamo in clinica io e l’avvocato per prenderci cura del neonato».
Ma la mamma surrogata potrebbe cambiare idea e tenersi il bambino? «La mamma sei tu — precisa Julie — lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto. Sarà scritto tutto nel contratto che firmerete con l’avvocato. Una volta fatto l’accordo si va dal giudice e si fa un atto di prenascita così è già chiaro che siete voi i genitori. Il bimbo, se volete, avrà la cittadinanza americana». A 51 anni è impossibile pensare di usare i propri ovuli, e così scorriamo insieme i profili delle donatrici di ovuli.
Ce ne sono di tutti i tipi: bionde, brune, ricce, lisce, nere, asiatiche, bianche. Nella scheda sono segnate età, altezza, peso, colore degli occhi, scuole frequentate, voti ottenuti, passioni e hobby. C’è persino la storia clinica della famiglia. «Le nostre ragazze hanno fatto tutti i controlli medici possibili. Potete stare tranquilli» dice la coordinatrice. Chiediamo consiglio sul profilo da scegliere dal catalogo: «Dovrebbe essere una donna il più possibile vicina ai miei tratti somatici, giusto?». Scuote la testa: «Dipende dai gusti. Ognuno fa come vuole. Mi ricordo una paziente cinese che ha scelto ovuli di una donna bianca».
E quando nasce il bimbo cosa succede? Potremo portarlo subito via? Dovrà stare con la surrogata qualche giorno? «Decidi tu — spiega Julie — puoi stare nella stanza accanto e ti portano il bambino. Se vuoi la surrogata si tira il latte e tu glielo dai col biberon, i primi giorni fa bene al piccolo perché c’è il colostro e anche a lei perché tirandosi il latte aiuta l’utero a tornare a dimensioni normali».
Quanto ci vuole per trovare la surrogata giusta? «Dipende! Le nostre sono tutte della zona, facciamo uno screening accuratissimo, andiamo a vedere dove vivono, come mangiano, controlliamo la fedina penale e poi le sottoponiamo a screening psicologi. Siamo molto, molto severi per evitare sorprese dopo. Solo il 10% delle domande viene accettata». Ma perché lo fanno? «Beh è un gesto ben visto dalla società perché è altruistico, per aiutare una coppia in difficoltà e poi chiaramente per i soldi che per legge non devono servire a sopravvivere ma a stare meglio. Una surrogata non può essere senza casa o dipendente dai sussidi dello Stato».
I tempi per la procedura non sono biblici. Se accettiamo, a febbraio potremo fare il primo transfer e il bambino potrebbe arrivare entro la fine del prossimo anno. «Io ho già una portatrice ready to go — spiega Julie con un mezzo sorriso — che se dovessi fare io questo percorso prenderei subito. È lesbica, molto coscienziosa ma non ansiosa. Perfetta secondo me. È alla prima gravidanza surrogata ma ha già due figli suoi. Tieni conto che le surrogate che l’hanno già fatto costano di più, vedi qui sul catalogo c’è scritto premium vuol dire che sono le più gettonate. Molti preferiscono una portatrice lesbica perché non ha rapporti sessuali con penetrazione e in gravidanza è sempre meglio evitare».
Parliamo di soldi che sono in tre tranche. Per la donazione di ovuli ci vogliono quasi 40mila dollari. Per la madre surrogata si parte con 58mila cui si devono poi aggiungere altri 77mila per un totale di 135mila dollari. La portatrice prende un compenso a ogni passo: alla prima iniezione, al transfer, alla conferma del battito, per i viaggi, per i vestiti e una paghetta mensile. In tutto nelle tasche della donna entrano 40mila dollari. Il colloquio dura un’ora, non ci viene chiesto perché facciamo questa scelta, né se abbiamo figli. Mentre ci accompagna alla porta Julie sembra soddisfatta «Sono molto eccitata per voi che state iniziando questo percorso».
Due minuti dopo arriva l’email con la password per scegliere la donatrice di ovuli.
«Corriere della sera» del 18 dicembre 2015

14 settembre 2015

Quei precipitosi de profundis

I guai della bioetica e chi vorrebbe liquidarla
di Francesco D’Agostino
Dando notizia ai lettori di un duro articolo di Steven Pinker contro la bioetica, Chiara Lalli (nell’inserto culturale del "Corriere della Sera" del 6 settembre scorso) coglie l’occasione per attaccare la bioetica (che si sarebbe nel tempo trasformata in un «cane da guardia», il cui unico ruolo sembrerebbe essere quello di «vietare e condannare moralmente»), per vituperare i bioeticisti in generale (qualificati alla stregua degli appartenenti a una casta, anzi a un «sacerdozio laico, privo di una teoria coerente e razionale»), per stigmatizzare il Comitato nazionale per la bioetica («la caricatura di un parlamento, gravato da irrazionalità, paternalismo, giudizi intuitivi e moralistici») e infine per biasimare tutti coloro «che usano ogni possibile scusa per bloccare la ricerca».
Basta così? No, non basta: al fondo di tutte queste critiche ce ne è una radicale e gravissima, quella di dogmatismo, di utilizzazione di «concetti insensati», di carenza di argomentazioni. Alle questioni cruciali della bioetica (e Lalli cita espressamente la procreazione assistita, le direttive anticipate di trattamento, la sperimentazione embrionale) i bioeticisti direbbero di no «anche prima di analizzarle».
Come de profundis per la bioetica, proprio non c’è male. Le cose, naturalmente, sono molto più complicate di come le mettono il buon Steven Pinker e la buona Chiara Lalli. Che la bioetica sia malata (ma per ragioni diverse da quelle appena dette) lo sappiamo bene per contro nostro e non abbiamo bisogno che ce lo venga a dire uno psicologo, per quanto illustre, come Pinker. Il quale, oltre tutto, quando passa a fornire indicazioni terapeutiche per risanare la bioetica dai suoi mali, se la cava maluccio, limitandosi a esortare i bioeticisti a non cedere ai pregiudizi di parte, a non schierarsi (se non dalla parte dei ragionamenti corretti!), a non dire a quale sia la loro "squadra" di appartenenza, ma solo ad «argomentare».
Vorremmo rassicurare Pinker e Lalli: almeno in Italia, la bioetica è sempre stata molto ben argomentata, a volte perfino in modo fin troppo pedante; gli studiosi che hanno manifestato riserve verso la procreazione assistita, il testamento biologico o la sperimentazione sugli embrioni non hanno mai (lo dico e lo ripeto: mai e poi mai) usato argomenti confessionali, dogmatici, aprioristici. Possono aver usato argomenti non condivisibili e non convincenti: ma l’accusa nei loro confronti di dogmatismo ottuso non solo è ingenerosa, ma (cosa ben più grave) è indizio di una pregiudiziale, mancata lettura delle loro opere. La questione di fondo, però non è questa, ma un’altra e ancora più grave. Non solo le prese di posizioni di uno scienziato come Pinker e di una bioeticista come Chiara Lalli fanno venire alla mente una loro grave carenza di documentazione, ma inducono a pensare che questa carenza di documentazione non sia accidentale, ma intenzionale.
È quanto emerge quando Lalli, rifacendosi al pensiero di una filosofa, Bonnie Steinbock, accusa molti bioeticisti di usare l’espressione «dignità umana» come «una mazza per criticare qualsiasi innovazione tecnologica che non gradiscono». Perché questa espressione sarebbe una «mazza»? Perché, insiste Lalli, «dignità non vuol dire nulla, perché ognuno riempie quella parola di significati diversi».
Questo, forse, è davvero il punto cruciale del discorso. È ovvio che ogni termine possa essere usato in modo rozzo e deformante, da chi non riesce a coglierne il significato autentico; ma è altrettanto ovvio che basta leggere alcune pagine decisive di Kant per capire quanto sia grottesco buttare a mare il concetto di "dignità" per il cattivo uso che qualcuno possa farne: sarebbe come irridere un capolavoro della pittura universale (lascio a Lalli la scelta) per il solo fatto che in un mercatino domenicale vengono messe in vendita tele imbrattate da sedicenti pittori.
I bioeticisti (almeno quelli "buoni") non sono individui altezzosi, che stanno al mondo per mettere i bastoni tra le ruote alla ricerca scientifica, usando giudizi «moralistici, intuitivi e contraddittori»; sono persone invece che prendono sul serio la necessità di valutare eticamente non la ricerca (che ovviamente è sempre buona in sé e per sé), ma le metodologie che gli scienziati possono utilizzare. E lo fanno (o almeno questo è quello che fanno i bioeticisti "buoni") elaborando e rendendo pubbliche ragioni che essi ritengono (fino a prova contraria) "forti" e "valide", come è dimostrato dal fatto che sono molti gli scienziati che le condividono e che calibrano le loro ricerche su queste stesse ragioni. Se Pinker e Lalli, invece di strepitare, entrassero in un serrato dibattito bioetico con chi, a loro avviso, vorrebbe limitare la ricerca scientifica, mentre invece cercano solo di orientarla eticamente, come è loro dovere fare, cadrebbero tante polemiche pretestuose, con grande vantaggio di tutti.
«Avvenire» del 14 settembre 2015

28 agosto 2015

Embrione umano, il diritto riaffermato

La sentenza della Corte di Strasburgo
di Francesco Ognibene
La vita umana non è un oggetto. È talmente facile a constatarsi che è capace di osservarlo anche un bambino. Anzi, uno sguardo privo delle complicazioni adulte – filosofiche o giuridiche – riconosce a prima vista quel che un essere umano è, sin da quando inizia a pulsare in lui la vita. E rifiuta d’istinto ogni contraffazione che induca a dire qualcosa di diverso da quanto l’esperienza detta ai sensi e all’intelletto.
La realtà s’impone a chi non ha scelto di voltare la testa dall’altra parte. Ma non sempre riesce a spuntarla quando s’intromettono talune sofisticate costruzioni di legge, non più scudo del più fragile ma strumento di sopraffazione, che sotto la tutela di argomenti nobili (autodeterminazione, libertà, diritti individuali) depistano l’osservazione dei fatti fino a rovesciarne la stessa percezione. E a depredare la persona della sua dignità nativa volgendola in una cosa consegnata nelle mani del più astuto.
Ma una vita umana resta sempre un dato di fatto delicato e insieme potente che oltrepassa la materia, collocandosi in una categoria da sottrarre alle regole della produzione, del mercato, della proprietà. È vita, e basta. E non può essere generata per assoggettarla alla disponibilità altrui. Che la cultura oggi prevalente discuta alla radice questo assunto fino a stravolgerlo è il segno di quanta strada spetti a noi tutti compiere a ritroso – e attrezzare ex novo, come una via alpina lasciata sgretolare – per recuperare la decisiva consapevolezza di chi siamo.
Probabilmente la Corte europea dei diritti dell’uomo non s’è posta il problema sino a questo livello quando ieri – contro molti pronostici, visti alcuni precedenti su grandi nodi etici, ma in coerenza profonda col diritto fondamentale che vuol affermare e far crescere – ha sentenziato che l’embrione umano creato in laboratorio e parcheggiato nel congelatore non può essere utilizzato per altri fini che non siano quelli per i quali è stato concepito: svilupparsi, nascere, diventare un figlio.
Ma anche se la giurisprudenza dei giudici del Consiglio d’Europa conosce pronunciamenti altalenanti, come più volte abbiamo documentato, ieri la Corte di Strasburgo ha scritto una pagina decisiva per sottrarre la vita umana agli artigli dell’industria che la vorrebbe disponibile e passiva come una cavia, e anche più di essa, vista la diffusa ostilità verso il ricorso agli animali per test su farmaci e terapie.
Il passaggio era complesso: a chiedere che si consentisse l’uso di embrioni a scopo di ricerca era infatti una donna italiana che – privata del compagno ucciso nel sanguinoso attentato di Nasiriyah del 2003 – reclamava il diritto di fare dei "propri embrioni" quel che voleva, nel nome del diritto alla proprietà e alla vita familiare. Un caso che nasce da un evento traumatico, ma che strada facendo è diventato una delle tante bandiere per affermare un principio controverso come quello dell’insindacabile libertà della ricerca, che usando embrioni umani (pur congelati da oltre dieci anni e dunque praticamente inservibili) vorrebbe sancire la propria superiorità rispetto a qualunque criterio etico.
Un’affermazione non condivisa nella stessa comunità scientifica, che si sta seriamente interrogando sull’opportunità di rinunciare a ogni (orripilante) forma di manipolazione della vita umana nel suo sorgere. Mentre i laboratori ricorrono sempre più massicciamente alle cellule staminali adulte e a quelle riprogrammate, le sole che abbiano offerto – e per di più in modo eticamente sostenibile – concrete speranze di ottenere cure efficaci per malattie sinora inguaribili, la Corte europea ha stabilito che il bando italiano alla riduzione dell’embrione a "materiale biologico da laboratorio" contenuto nella legge 40 è «necessario in una società democratica» dove la questione è ampiamente dibattuta, fa parte dell’«ampio margine di apprezzamento» che spetta a ogni Paese, e non consente che si tratti la vita alla stregua di un oggetto di proprietà, nemmeno fosse una casa o un’automobile, e anzi con meno tutele per la sua integrità.
E a chi si appella a Governo, Parlamento e Corte Costituzionale agitando lo stucchevole spettro dei ricorsi in tribunale ricorda indirettamente che le stesse sentenze europee presentate al pari di un dogma inappellabile quando accolgono le ragioni della neutralità etica non possono essere considerate come un’opinione insignificante se rigettano con nettezza una smaccata pretesa di cosificare la vita umana. Il giusto diritto va onorato restituendo la legge alla sua missione: riconoscere la vita umana con la stessa immediatezza dei bambini, e tutelarla con cura. L’Europa, stavolta, ha saputo ricordare a se stessa che questa è la via.
«Avvenire» del 28 agosto 2015

12 ottobre 2014

La lezione francese sull'utero in affitto

Bioetica, l’Italia rifletta sulla svolta della Gauche
di Francesco D'Agostino
I francesi ci stanno dando una lezione: le grandi tematiche della bioetica attuale (la procreazione eterologa, l’utero in affitto, l’omoparentalità per via artificiale o adottiva, la trascrizione automatica di atti di nascita eterologa avvenuta all’estero) sono da diversi mesi oggetto di un vigoroso dibattito pubblico, attivato da diversi movimenti, ma al quale – archiviata la fase supponente e dirigista anche in queste materie che così cara è costata al Partito socialista e al presidente Hollande – sta contribuendo non poco lo stesso Governo della Gauche, sia nominando commissioni di studio particolarmente qualificate (prive della timidezza che ormai contrassegna il nostro Comitato nazionale di Bioetica), sia attraverso interventi espliciti da parte di uomini politici di primo livello. Come quello dello stesso primo ministro Manuel Valls. In un’intervista a 'La Croix' (di cui 'Avvenire', in solitudine qui in Italia, ha dato ampia notizia sabato 4 ottobre), Valls ha affermato che il no alla maternità surrogata è una «scelta inflessibile» non solo del governo, ma dello stesso presidente Hollande e che la Francia pensa di contrastare la maternità surrogata anche a livello internazionale, attraverso opportune azioni diplomatiche, per indurre i Paesi dove l’utero in affitto è legale a vietarne il ricorso a cittadini stranieri, per stroncare in tal modo ogni tentazione di «turismo procreativo». Non c’è male, se consideriamo che in Italia il governo ha evitato di pronunciarsi su questioni bioetiche assai serie, ma purtroppo ora meno scottanti (come la regolamentazione dei centri di procreazione assistita pronti, dopo l’infausta sentenza della Corte costituzionale, a praticare l’eterologa), e ha rimandato ogni decisione in merito direttamente al Parlamento.
Come andranno le cose Oltralpe è difficile a prevedersi: non a caso il coordinatore della Manif pour tous, cioè del movimento che ha tenuto instancabilmente viva la polemica contro ogni manipolazione della vita, è tutt’altro che tranquillo. Non ha affatto torto, se si considera con quanta arroganza i fautori di una bioetica 'liberale' (come Irène Théry), invece di entrare nel merito delle questioni, continuano a smussarle, insistendo nel dire che il riconoscimento legale di nuove forme di famiglia e di procreazione sarebbe solo questione di tempo e di «maturazione» della pubblica opinione: come se il dibattito (per esempio in merito al diritto alla procreazione artificiale a carico di una coppia di donne) fosse riducibile al contrasto tra 'conservatori' e 'progressisti' (e quindi tra 'cattolici' e 'laici') o, per usare vecchie, ma efficaci espressioni di Umberto Eco, tra 'apocalittici' (terrorizzati dalle nuove tecnologie) e 'integrati' (coloro che invece ne sarebbero entusiasti). Non è così, come dimostra la petizione contro l’utero in affitto, nuova forma di servaggio femminile, pubblicata da 'Libération' (e di cui, ancora una volta, solo 'Avvenire' si è per ora incaricato di informare i lettori italiani) e firmata da numerose personalità di area laico-socialista. Dovrebbe essere chiaro, per chi riesca a togliersi gli occhiali dell’ideologia, che la questione non ha in prima battuta uno spessore religioso, ma antropologico e che la lotta contro la mercificazione del corpo femminile e delle nascite dovrebbe essere percepita come dovere di tutti e non solo dei credenti.
Eppure, incredibilmente, molti continuano a non capirlo, a partire dallo stesso presidente della nostra Corte Costituzionale, che in un’infelice intervista volta a giustificare la nota sentenza con cui la stessa Corte ha fatto cadere il divieto della procreazione eterologa, ha voluto sottolineare (da, ha detto, «cattolico»!) come egli abbia ritenuto un diritto umano fondamentale quello di poter aver comunque un figlio, quindi anche attraverso gameti 'donati'. Che purtroppo tali 'donazioni' siano assai spesso un rozzo trucco, che nasconde cospicue remunerazioni, che il diritto all’identità del nascituro da eterologa venga in tal modo pesantemente leso, che attraverso questi artifici si apra la porta a pratiche indirette, ma non perciò meno gravi, di eugenetica, che con la liberalizzazione della procreazione eterologa si stia creando, anzi già si sia creato, un mercato procreativo, tanto più sconcio quanto più nasconde profitti, interessi e svariate forme di sfruttamento, manipolando perfino le espressioni linguistiche più elementari (la più clamorosa delle quali è quella di «donatore/donatrice di gameti a pagamento»!), di tutto questo il governo socialista francese sembra che cominci ad accorgersene, manifestando una forte intenzione di reagire. In Italia è arrivato il momento di riconoscere, per onestà intellettuale, quanto anche la Francia laica e socialista – dopo la lacerazione al suo stesso interno a causa della introduzione di forza del matrimonio gay – stia facendo i conti con le grandi questioni di bioetica e ci stia sopravanzando su temi cruciali. Dovrebbe essere occasione per noi tutti, e soprattutto per politici e intellettuali, di severi esami di coscienza.
«Avvenire» del 7 ottobre 2014

24 luglio 2014

Fecondazione eterologa, basta pregiudizi

I nodi da sciogliere
di Francesco D'Agostino
Se c’è una cosa di cui tutte le persone di buon senso non avvertono proprio il bisogno è il riesplodere di polemiche in tema di procreazione assistita e in particolare di procreazione eterologa. Ancora non siamo riusciti a metabolizzare l’"evento avverso" verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma: lo scambio di embrioni – che ha fatto sì che una donna stia portando avanti una gestazione di figli geneticamente né suoi né del coniuge, ma da riferire ad altra coppia – ha realizzato un’ipotesi che si sperava restasse solo "da manuale", quella di una "procreazione eterologa involontaria".
Se questo esempio non è sufficiente a dare la prova che non solo le pratiche di procreazione in vitroeterologa, ma anche quelle di procreazione omologa richiedono cautele rigorosissime, per non dire estreme, non si vede proprio quale altro esempio si possa fare.
Eppure, da alcune parti, con il solito clamore mediatico, si lamenta che il sistema sanitario non si sia ancora adeguato alla sentenza della Corte costituzionale che ha legittimato l’eterologa e si cominciano ad avanzare sospetti che questo dipenda da un intenzionale "ostruzionismo dei cattolici", che cercherebbero in questo modo di prendersi una sorta di rivincita (?!), rallentando colpevolmente l’emanazione di quegli atti normativi indispensabili per regolamentare la nuova situazione che si è venuta a creare.
Una cosa è certa: soprattutto dopo l’amara esperienza dell’"evento avverso" del Pertini non possiamo più permetterci che la procreazione assistita venga posta in essere senza che ci sia la garanzia del rispetto di alcuni essenziali controlli di rilevanza pubblica.
È necessario controllare che le coppie che accedono alla procreazione assistita siano adeguatamente informate e diano un valido consenso. È necessario controllare, con la massima serietà, la "qualità" dei gameti da utilizzare nella pratica, per impedire che attraverso di essi possano trasmettersi al nascituro patologie di carattere genetico e, al tempo stesso, con norme rigorosissime, bisogna impedire che attraverso l’eterologa si aprano le porte all’eugenetica.
Bisogna risolvere – e questo solo una legge può farlo – il conflitto tra l’interesse all’anonimato dei donatori di gameti e l’interesse del nato non solo ad avere le necessarie informazioni in merito alla mappa del genoma dei suoi genitori naturali (ove questo si riveli indispensabile per eventuali diagnosi e terapie), ma a conoscerne eventualmente la stessa identità.
Bisogna impedire qualunque forma di commercializzazione dei gameti e impedire che anche in Italia venga a crearsi la grottesca categoria dei "donatori a pagamento" di spermatozoi o di oociti. E infine bisogna risolvere il nodo più intricato, che da noi viene sistematicamente rimosso, ma che in altri Paesi è da tempo oggetto di vivacissimi dibattiti: se garantire o come garantire la privacy dell’eterologa, privacy che verrebbe immediatamente meno se da una coppia italiana nascesse un bambino con caratteri somatici tipicamente africani o asiatici. E si potrebbe continuare.
L’importante è capire che il nodo della questione non è né medico né giuridico, ma bioetico. La Consulta, con la sua sentenza (una delle più infelici nella storia di questa Corte, di cui non si possono disconoscere i meriti, ma nemmeno tacere gli errori) ha giuridicizzato indebitamente un problema che non è giuridico, ma bioetico e biopolitico, e nel quale, di conseguenza, la Corte doveva ben guardarsi dall’entrare.
Sostenere che sia incostituzionale proibire l’eterologa, perché questa pratica andrebbe ricondotta nel novero di pretesi diritti procreativi fondamentali, non tiene conto del fatto che vanno considerati fondamentali anche i diritti del nascituro, anche i diritti del bambino che sia nato dall’eterologa; e questi diritti possono emergere solo da un’attenta riflessione bioetica sulla fecondazione eterologa, sulle modalità delle sue pratiche, sui numerosissimi rischi che queste pratiche vengano distorte, manipolate o comunque realizzate nel solo interesse dei genitori e non del bambino che in tal modo dovrà venire alla luce.
Se molti di coloro che si lamentano delle pretese lentezze del Ministero della Salute si interessassero più di bioetica e studiassero da vicino e senza pregiudizi ideologici la procreazione assistita eterologa, non solo si esprimerebbero in modo molto più prudente, ma probabilmente capirebbero meglio quali e quanti problemi bioetici (il più delle volte irresolubili) nascano dalla donazione (e dal pesante rischio di commercializzazione) di spermatozoi e ovociti.
«Avvenire» del 23 luglio 2014

14 marzo 2014

I teoremi sull’obiezione e la verità dei fatti

Dal presunto caso del «Pertini» all’atto del Consiglio d’Europa
di Eugenia Roccella *
In questi giorni ha avuto molto risalto, sulla stampa, il caso della signora Magnanti, che ha interrotto la sua gravidanza al quinto mese dopo aver saputo che la bimba che aspettava sarebbe stata affetta da una gravissima patologia. Valentina Magnanti accusa l’Ospedale Pertini di Roma di averla abbandonata a un aborto doloroso, gestito in solitudine, e ritiene che la responsabilità della mancata assistenza sia dei troppi obiettori di coscienza; la Asl ribatte che la paziente è stata seguita regolarmente e che erano presenti, quel giorno, due medici non obiettori.
Ma qui non si tratta di un eventuale episodio di malasanità, tanto più che il fatto è avvenuto ben quattro anni fa, e non c’è stata nessuna denuncia da parte della paziente. Perché dunque questa storia, giornalisticamente decotta e non sufficientemente verificata, riemerge dopo tanto tempo? L’improvviso interesse dei mezzi di comunicazione per il caso è probabilmente connesso al riacutizzarsi della guerra contro l’obiezione di coscienza, fenomeno da sempre mal tollerato dai sostenitori dell’aborto come “diritto”.
All’inizio della legislatura sono state presentate alla Camera numerose mozioni che, partendo dalla constatazione di un aumento del numero degli obiettori, impegnavano il governo a un’attività di controllo e verifica, e il ministero ha istituito un tavolo con le Regioni a questo scopo. I dati emersi, però, contraddicono la lettura per cui le eventuali difficoltà di applicazione della legge 194 sono dovute a una sorta di boicottaggio messo in atto dai medici obiettori. Il carico di lavoro per ogni ginecologo che pratica interruzioni di gravidanza è infatti sceso da 3,3 aborti a settimana negli anni Ottanta fino agli attuali 1,7: e questo considerando soltanto 44 settimane lavorative all’anno. Si può ribattere che la media nazionale non esclude che in alcune regioni vi siano situazioni diverse, ma anche le medie regionali non superano un massimo di 4 aborti a settimana (per esempio nel Lazio).
Silvio Viale, medico del Sant’Anna di Torino, noto per la campagna politica a favore della pillola abortiva, denuncia nel suo ospedale una situazione di pesante sproporzione: solo 23 medici non obiettori su un totale di 83 ginecologi, per 3.490 interruzioni di gravidanza all’anno. Ma se elaboriamo questi numeri, risulta che al Sant’Anna ogni medico effettua 3,4 aborti a ogni settimana, sempre su 44 settimane lavorative. Non appare dunque una situazione insostenibile, che reclami interventi correttivi urgenti.
Qualche giorno fa un oscuro organismo tecnico del Consiglio d’Europa ha emanato un documento contro l’Italia sostenendo che il numero dei medici obiettori impedisce l’attuazione della 194. Il documento è stato sollecitato dalla Ippf, un’organizzazione non governativa antinatalista che promuove aborto e contraccezione nel mondo. Il pronunciamento appare del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani e di una volontà strumentale da parte dell’Ippf di attaccare l’Italia. Va ricordato che il nostro è uno dei pochissimi Paesi in cui l’Ippf non è attiva, perché l’aborto per legge non si può praticare a pagamento presso privati.
La tesi per cui i medici obiettori devono essere sottoposti a limitazioni particolari, se non mobbizzati, perché, come sostiene l’Ippf, «violano i diritti delle donne», non regge all’esame dei numeri e alla verità dei fatti. Ma questo non importa affatto a chi attacca l’obiezione di coscienza, cioè un diritto fondamentale di libertà che ogni Paese civile deve garantire. La battaglia contro gli obiettori serve a indebolire la legge 194, considerata ormai dallo schieramento abortista troppo moderata. Poiché cambiare la legge in Parlamento è ancora oggi assai difficile, si cerca di forzare la prassi, infilandosi in tutti gli spiragli possibili per smontare la legge e spostare ancora più avanti i confini del “diritto” all’aborto.

* Deputato del Nuovo Centro Destra
«Avvenire» del 14 marzo 2014

04 marzo 2014

Ritorno alla «stirpe»: sentenze "creative"

di Assuntina Morresi
Lo tsunami antropologico ci sta investendo in tutta la sua portata, con un’opinione pubblica che oscilla fra sconcerto, rassegnazione e indifferenza, mentre la politica arranca, e alle sue indecisioni sopperiscono frequentemente magistrati sempre più "creativi", che di fatto stanno assumendo il ruolo di legislatori sulle questioni cosiddette "eticamente sensibili" (e non solo, vedi il caso Stamina).
L’ennesima dimostrazione è la sentenza con cui il tribunale di Milano, in buona sostanza, ha legittimato un percorso di maternità surrogata di una coppia italiana, che per questo si è rivolta a una clinica in Ucraina. Il bambino nato ha una madre genetica – una donna ucraina che ha "donato" i propri ovociti –, una madre surrogata – una donna ucraina che ha portato avanti la gravidanza a pagamento –, e una legale – la donna italiana che ha commissionato il tutto, insieme a suo marito, che invece è allo stesso tempo padre legale e naturale.
Un patchwork assolutamente legittimo in Ucraina, dove il bambino è nato: secondo i nostri giudici questo è sufficiente perché la donna italiana sia riconosciuta come la "mamma" del piccolo anche nel nostro Paese.
Non è la prima sentenza che in Italia si muove in questa direzione: già in precedenza, in casi analoghi, il – doveroso – principio della tutela del minore aveva portato i giudici a risolvere i pasticci causati dalla pratica dell’utero in affitto lasciando il bambino con coloro che lo stavano crescendo, cioè con chi aveva commissionato la gravidanza a pagamento, a prescindere dalla legalità o meno dei percorsi seguiti.
Ma la tutela dei soggetti più fragili non può trasformarsi in un "tana libera tutti": se è giusto e importante prendersi cura degli indifesi – la gestante a pagamento e il neonato, in questo caso – è essenziale sanzionare chi mercanteggia con gli esseri umani, a cominciare da chi lucra con le maternità a pagamento, trattando le donne più povere e vulnerabili come produttrici di ovociti e contenitori biologici, e inducendole a cedere i neonati dietro compenso.
Si delinea una tendenza per cui a livello nazionale e internazionale ci si limita ad affrontare l’inevitabile groviglio legislativo che si crea quando madri a pagamento, genitori genetici, committenti e cliniche specializzate appartengono a Paesi con legislazioni diverse e spesso in contraddizione fra loro. Se a tutto questo non si accompagna una volontà ferma e internazionalmente condivisa di punire chi vuole, consente e promuove il mercato delle gravidanze conto terzi, il risultato finale sarà una piena legittimazione dell’utero in affitto, magari considerato come una delle possibili varianti tecniche della fecondazione assistita...
Ma chiamare «tecnica riproduttiva» l’utero in affitto, accompagnato pure dalla compravendita degli ovociti, è solo un’ipocrisia pazzesca, detta da chi mente sapendo di mentire. E non basta: nel testo della sentenza si parla esplicitamente di «diritto alla genitorialità» (il che implica che esista qualcuno con un corrispettivo «dovere» a far sì che altri diventino genitori, e sarebbe interessante capire a chi spetti tale obbligo). Si afferma poi che il concetto dell’essere genitori oramai è «incentrato sull’assunzione di responsabilità» nei confronti del nascituro: quel che vale sarebbe l’intenzione di diventare genitore di chi ancora deve nascere, e non il fatto tangibile di generare un figlio.
Ma se i legami genetico e biologico non contano, allora per quale motivo chi si vuole assumere la responsabilità di crescere un bambino non si rivolge all’adozione, se concepimento e gravidanza non possono avvenire all’interno della coppia? Che senso hanno utero in affitto e compravendita di ovociti – cioè due madri "naturali" – se non quello di avere un figlio che "appartenga" geneticamente almeno a uno dei due della coppia, cioè almeno al padre? Ed è forse una inaccettabile provocazione chiamare tutto questo, anziché un diritto alla «genitorialità», piuttosto un diritto alla «discendenza», cioè quella che una volta veniva chiamata «la stirpe»?
«Avvenire» del 27 febbraio 2014

19 febbraio 2014

Eutanasia e minori: l’assurdità di una legge che scuote le coscienze

di Giovanni Belardelli *
La legge belga che ha esteso ai bambini la pratica dell’eutanasia è di quelle che obbligano a fermarsi per riflettere, che interrogano nel profondo la nostra coscienza. Richiede anzitutto di andare oltre i titoli dei giornali che, per motivi di spazio, hanno scritto di eutanasia dei bambini; mentre la legge si applicherebbe soltanto ai minori che soffrono di una malattia incurabile allo stadio terminale, cui si aggiunga una sofferenza costante e insopportabile.
Quella legge insomma ci chiede di non fermarci alla prima impressione, di non scandalizzarci «in automatico» evocando paragoni grossolani (come il programma hitleriano per l’eliminazione dei bambini disabili). Di provare dunque a immaginare le indicibili sofferenze a cui il legislatore vorrebbe porre fine con la cura terribile e ultimativa della morte. Eppure, per quanto si considerino seriamente le ragioni di chi quella legge ha formulato e sostenuto, credo che vi siano gravi motivi per non essere d’accordo con ciò che contiene.
Un primo, evidente elemento di assurdità della nuova legge risiede nel fatto che l’eutanasia deve essere richiesta dal bambino stesso, a condizione che entrambi i genitori siano d’accordo. Per quanto si sia sostenuta la «impressionante maturità» dei minori allo stadio terminale della malattia, la loro piena consapevolezza resta molto difficile da ammettere. Supponendo che la legge non si applichi ai bambini molto piccoli (ma il testo comunque non contiene alcun limite d’età), è comunque assai arduo accettare che a un adolescente — cui sono vietate un’infinità di cose in considerazione della sua età — venga invece concessa la possibilità di decidere della propria morte.
Il fatto che alla legge fosse favorevole la maggioranza dell’opinione pubblica belga vuol dire, naturalmente, poco. Sia perché, se siamo contrari alla pena di morte, non possiamo certo diventare favorevoli solo perché la maggioranza è favorevole. Sia perché lascia sconcertati la motivazione che starebbe dietro il consenso di molti belgi, favorevoli all’eutanasia per i minori — come riferiva Ivo Caizzi ieri sul Corriere — in quanto vi vedrebbero un’ulteriore estensione delle libertà individuali.
Comunque, per quanto minoritarie, le voci dissenzienti non erano affatto mancate: si erano pronunciati contro la legge sia i rappresentanti delle chiese cristiane e delle comunità religiose islamica ed ebraica, sia — da ultimo — un nutrito numero di pediatri, ciò che avrebbe dovuto suggerire di non procedere a colpi di maggioranza, cercando per giunta di bruciare i tempi del passaggio tra Senato e Camera. Se sono generalmente richieste procedure e maggioranze particolari per cambiare la Costituzione di un Paese, lo stesso dovrebbe valere di fronte ad argomenti particolarmente delicati sotto il profilo etico.
Ma la principale obiezione riguarda l’idea di Stato che è implicitamente contenuta nella legge belga. È discutibile, infatti, che la soluzione migliore per affrontare i pochi casi di cui potrà occuparsi (in Belgio, dove l’eutanasia per adulti è consentita dal 2006, finora vi è stato un solo caso relativo a un ragazzo di meno di 20 anni), fosse proprio quella di una legge. Lo Stato regola già un’infinità di ambiti della nostra esistenza; ma almeno quel terreno di passaggio, che sta tra la vita e la morte di un bambino nella condizione di malato terminale, dovrebbe essere lasciato alla straziata sollecitudine dei genitori e alla compassionevole cura di medici che ormai dispongono di molti modi per evitare l’accanimento terapeutico e la percezione del dolore.

* Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia. Le sue opere principali: Il ventennio degli intellettuali, Laterza, 2005; Nello Rosselli, Rubbettino, 2007; Mazzini, Il Mulino, 2010 (2011)
«Corriere della Sera» del 15 febbraio 2014

15 febbraio 2014

Eutanasia minori, la dimensione nuova di un duro potere

Belgio
di Francesco D'Agostino
Dobbiamo ancora una volta scendere nei particolari e mostrare le tante, diverse, vere e proprie aberrazioni che caratterizzano la legge belga sull’eutanasia pediatrica? Sono mesi e mesi (anzi, anni ed anni) che vengono sistematicamente e analiticamente denunciati i rischi di una legalizzazione dell’eutanasia, senza che si siano ottenute risposte significative, ma solo le più svariate forme di indifferenza. Questa indifferenza sulle prime potrebbe essere interpretata come segno di una assoluta mancanza di volontà dialogica: cosa particolarmente grave, in un sistema culturale, come quello secolarizzato, che assume a proprio vanto il pluralismo ideologico e valoriale, l’attenzione e il rispetto per tutte le visioni del mondo e per i più diversi stili di vita e soprattutto l’antidogmatismo. In realtà, questa indifferenza ha una valenza ben più grave, che è in genere poco percepita e che proprio per questo va risolutamente alla luce. Essa è il segno esplicito – un segno che più esplicito non si potrebbe immaginare – del fallimento della bioetica.
Comunque infatti la si voglia mettere a fuoco o definire, è un fatto che la bioetica, come orizzonte di riflessione interdisciplinare sulla vita, è nata dall’esigenza di dare una risposta ragionata, condivisa e soprattutto non ideologica alle nuove sfide poste nella nostra epoca dal progresso della biomedicina. In pochi decenni si sono moltiplicate le cattedre di bioetica, le e è entra associazioni nazionali e internazionali nonché i comitati di bioetica, i libri e le riviste formalmente dedicati a questa disciplina. L’interesse per la bioetica e i processi di globalizzazione si sono sviluppati di pari passo. Si è consolidato un lessico, si sono oggettivati paradigmi, si sono strutturate scuole di pensiero. Con quale esito? Con quello che abbiamo sotto gli occhi. In primo luogo, il pieno rovesciamento dell’etica medica, che – abbandonato il principio ippocratico della difesa della vita – affida ormai al medico, accanto alle tradizionali funzioni terapeutiche, le nuove e ben più sottili funzioni di avviamento alla morte. In secondo luogo, la cristallizzazione (probabilmente irreversibile) di nuove forme di ipocrisia. È ipocrisia presentare come nobile forma di ossequio alla volontà del paziente la decisione di sopprimerlo (decisione motivata il più delle volte da ragioni economiche, pubbliche o private che siano). È ipocrisia sostenere (come fa la nuova legge belga) che un bambino possa chiedere l’eutanasia liberamente e consapevolmente, senza cioè essere indotto o comunque suggestionato dall’atteggiamento dei genitori o dei medici nei suoi confronti.
È ipocrisia minimizzare il rilievo statistico dell’eutanasia pediatrica, come se la questione fosse appunto meramente statistica e non piuttosto etica e simbolica. Ma accanto al rovesciamento dell’etica medica e alle diverse forme di ipocrisia che questa legge cristallizza, c’è un ulteriore esito che ad essa sarà inevitabilmente da ricondurre. La legge chiede l’assenso dei genitori alla soppressione del bambino malato! Mi chiedo chi avvertirà quanto di malsano c’è in questo principio, che, sotto l’apparenza di rispettare il prioritario interesse dei genitori verso i bambini da essi messi al mondo, in realtà formalizza la forma più cieca di potere che un essere umano possa avere verso un altro essere umano, quello di decidere in forma ultimativa sulla sua vita.
Da più di due millenni nella tradizione giuridica occidentale lo jus vitae ac necis, il diritto di vita e di morte del padre sui figli, appariva cancellato come barbarico e immorale. Ora viene reintrodotto e per di più in forma politicamente corretta, perché non viene attribuito più solo al padre, ma congiuntamente al padre e alla madre. Qualche amante della casistica si è già posto la domanda su quale dovrebbe essere la volontà prevalente, ove i genitori siano di diverso avviso e l’uno indichi la morte e l’altro la vita per il bambino. Ma il solo lasciarsi coinvolgere in un dibattito di tale natura è sconfortante. Cosa hanno detto, cosa stanno dicendo, cosa diranno i bioeticisti, le associazioni, i Comitati di bioetica sull’eutanasia pediatrica? Probabilmente nulla: ci troveremo ancora una volta davanti a un silenzio assordante. La bioetica è fallita, è fallita da tempo e per di più senza che nessuno se ne sia reso conto. Quella che doveva essere pensata come etica della vita si è trasformata in un’etica del potere: il potere di chi vuole creare artificialmente e a suo piacimento la vita in provetta, di chi vuole artificialmente e a suo piacimento manipolarla, e di chi pretende, sempre a suo piacimento e artificialmente, sopprimerla. A chi si fosse illuso che nel mondo contemporaneo attraverso la bioetica si stesse aprendo una nuova fase della coscienza morale dell’umanità, la legge belga dovrebbe aprire definitivamente gli occhi. Ciò che si è aperto davanti a noi e nelle forme più dure e imperative, quelle della legge, è semplicemente una nuova e inaspettata dimensione del potere. Chi credeva che la vocazione della bioetica fosse quella di elaborare nuove forme di difesa della vita deve ormai ricredersi: la bioetica sta diventando (e probabilmente è già diventata) la forma più sottile della burocratizzazione legalistica del morire.
«Avvenire» del 14 febbraio 2014

28 agosto 2013

Anche l'etica “laica” ha bisogno di fede

di Piero Benvenuti
Sembra che il vessillo dello scienziato necessariamente ateo, o quantomeno agnostico, sia stato raccolto dal professor Umberto Veronesi, autore di Credo nell’Uomo, non in Dio, un e-book pubblicato recentemente nella biblioteca online del “Corriere della Sera”. L’argomento è noto: lo scienziato, che utilizza il metodo scientifico per l’indagine del reale attenendosi ai soli dati sperimentali, dovrebbe astenersi dal credere in un Dio la cui esistenza non è dimostrabile con lo stesso metodo. Curiosamente nel libro si afferma anche che la scienza non si interessa alle domande di senso – perché esiste qualcosa? – ma si limita a chiedersi come ciò che esiste funziona e si manifesta. Affermazione perfettamente condivisibile, ma che conduce a un pasticcio logico quando venga considerata unitamente alla precedente: sembrerebbe che uno scienziato, per il solo fatto di aver scelto di esserlo, non dovrebbe interessarsi alla trascendenza. Poco conta che scienziati del livello di Planck, Einstein, Heisenberg, Lemaitre, Pauli e molti altri abbiano indagato con passione per tutta la loro vita non solo le “leggi” della natura, ma anche il senso ultimo dell’esistenza.
In effetti, il libro non brilla per originalità e profondità delle argomentazioni, tanto che alla fine della breve lettura si prova una certa nostalgia per Nietzsche o per Feuerbach. Vale comunque la pena di analizzare le conseguenze dell’etica “laica” presentata con tanta sicurezza da Veronesi, soprattutto per vedere se la scienza non possa dare qualche contributo più costruttivo dei pareri personali dell’oncologo alla definizione delle nuove problematiche che l’uomo d’oggi è chiamato ad affrontare.
La proposta di etica “laica” esclude, coerentemente per un ateo o un agnostico, la prima parte dell’annuncio evangelico – Shemà Israel, amerai il Signore tuo Dio – e ne fa invece propria la seconda, anche se leggermente modificata – “rispetterai” il prossimo tuo come te stesso. Nell’opinione dell’autore l’etica “laica” avrebbe un valore superiore a quella cristiana, perché totalmente libera, non condizionata da una aspettativa di un premio futuro – il Paradiso – o di un castigo eterno: lo si evince leggendo il passaggio nel quale afferma che, nella sua esperienza, i malati terminali non credenti affrontano la morte più serenamente di quelli credenti. È un’annotazione interessante che, al di là della sua discutibile significatività statistica, dovrebbe farci riflettere su quanto noi cristiani abbiamo contribuito a distorcere il gioioso messaggio evangelico insistendo più sul “fuoco dell’Inferno” che sul significato della speranza salvifica. In quest’ottica, cerchiamo di analizzare le conseguenze di una scelta etica così “dimezzata” che agli effetti pratici, al pari della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, sembra allinearsi con quella cristiana.
Considerare ogni uomo e ogni donna “uguali”, senza distinzione di razza, religione, cultura, pensiero è “giusto” sia per il non credente – su basi puramente razionali suffragate dalla scienza – sia per il cristiano, il quale però aggiunge come principale motivazione la consapevolezza di essere tutti figli generati e amati dallo stesso Padre. Ecco la fondamentale differenza dell’etica cristiana rispetto a quella totalmente laica: quest’ultima si fonda su un “patto” tra uomini e come tale sarà sempre relativa alla situazione storico-culturale e agli uomini che l’hanno enunciata, mentre quella cristiana nasce dalla “rivelazione” che la creazione è un atto di Amore che, se liberamente riconosciuto, ci permette di cooperare con il Creatore agendo secondo un principio etico universale.
La differenza operativa delle due etiche emerge quando ci si discosta dal semplice criterio di uguaglianza tra uomini e donne – principio accettato da tutti – e si passa alla questione più delicata del rispetto della persona in tutte le condizioni e fasi della vita. Lo dimostra Veronesi stesso quando definisce “inaccettabile ingerenza” il parere negativo espresso alla luce dell’etica cristiana sulla proposta di referendum abrogativo della legge 40, mentre il suo parere personale, presentato come antesignano della scienza, sarebbe invece perfettamente accettabile. Dal punto di vista della logica dovrebbe essere proprio il contrario, perché se le religioni e la filosofia hanno competenza a esprimere pareri etici, così non è per la scienza sperimentale che si occupa, per suo statuto, solo di fenomeni misurabili. A meno che non si voglia sostenere il principio che tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche eticamente lecito: le conseguenze paradossali di un tale principio, pur senza arrivare ai casi estremi della bomba atomica o degli “uteri in affitto”, sono evidenti.
Sia chiaro, nessuno vuole rigettare a priori le innovative e a volte stupefacenti possibilità che la scienza – in particolare la medicina – ci offrono, ma proprio perché le conseguenze a lungo termine di certe scelte, soprattutto quelle che più si avvicinano alla radice della vita, sono difficilmente prevedibili, è necessario che le linee guida abbiano veramente valore universale e non siano lasciate all’alea di un referendum o al giudizio personale di un magistrato. Veronesi nel suo libro non affronta direttamente questo problema, limitandosi a esaltare la scienza e l’etica “laica” e, pur ammettendo le positive dichiarazioni post-conciliari della Chiesa nei riguardi della scienza e dell’evoluzione, non sembra intravedere la possibilità di un percorso comune.
Cosa possono fare scienziati e teologi di buona volontà per evitare simili situazioni di stallo? Una via che mi sembra percorribile è quella di impegnarsi ad analizzare con coraggio le implicazioni teologiche ed etiche di quanto la cosmologia attuale ci sta rivelando. Il quadro evolutivo unitario, ormai ben consolidato, ci dice che la nostra esistenza e la nostra coscienza sono intimamente legate all’evoluzione del cosmo che, sostenuto nell’esistenza assieme al tempo e allo spazio, si è sviluppato lungo un periodo di circa quattordici miliardi di anni in forme e strutture sempre più complesse, seguendo inconsapevole le leggi che lo governano, secondo “caso e necessità”, come affermava Jacques Monod (citato da Veronesi).
Quando la complessità – almeno su questo pianeta – ha raggiunto la capacità di autocoscienza, essa si è subito posta domande di senso: da dove vengo? Chi mi ha generato? Qual è il mio destino? Ma è solo negli ultimi tempi che l’uomo, grazie ai progressi di conoscenza, è riuscito a comprendere la globalità e unitarietà dell’evoluzione intravedendone i meccanismi e, di fatto, a interrompere, limitatamente a ciò che avviene sulla Terra, il suo corso “naturale” e inconsapevole. Le mutazioni genetiche e l’ambiente, che durante miliardi di anni hanno plasmato la storia dell’evoluzione, sono oggi nelle nostre mani, possiamo indirizzarle a nostro piacimento. Tra non molto saremo in grado di generare parti del nostro corpo e sostituirle a quelle malfunzionanti, forse potremo aumentare la nostra capacità cerebrale o di memoria ... Chi può dire quali di queste opzioni siano veramente benefiche, a lungo termine, per l’umanità?
È un problema di difficilissima soluzione, sia per il credente sia per il laico, e già oggi si nota la confusione: si scende in piazza contro gli Ogm e la sperimentazione sulle cavie (Veronesi è favorevole ai primi e vuol limitare ma non escludere del tutto la ricerca sugli animali) e al tempo stesso si difende come diritto inalienabile la possibilità di sperimentare sugli embrioni umani ed eliminarli se le “condizioni” non sono accettabili dallo sperimentatore, genitori inclusi.
La limpida indicazione del messaggio etico cristiano, coniugato con le conoscenze scientifiche acquisite, ci rende consapevoli oggi più che mai di cosa significhi l’invito genesiaco «andate e dominate la Terra»: significa diventare co-creatori del mondo, modificare, se possibile e senza timore, l’evoluzione, adottando però lo stesso criterio del Creatore, amando cioè tutto il creato e aspirando a esclamare con Lui alla fine di ogni giornata: «E vedemmo che era cosa buona». Naturalmente avere un principio guida, per quanto chiaro e forte esso sia, non vuol dire avere in tasca la soluzione per ogni problema e il cristiano deve sapersi confrontare con coraggio e umiltà con le diverse posizioni per discernere la via da seguire.
Questo è il dialogo serrato che dovrebbe instaurarsi tra teologia e scienza, la teologia stimolando la scienza a valutare le conseguenze globali a lungo termine del suo operare, senza fermarsi a risultati parziali, e la scienza provocando la teologia a dare senso al progredire inarrestabile della conoscenza. Arroccarsi su posizioni esclusive, invocando un neo-illuminismo “laico” che non ammette “interferenze”, non solo è anacronistico, ma non sembra neppure di grande utilità per l’uomo.
«Avvenire» del 27 agosto 2013

12 agosto 2013

India, madri surrogate tra regole e business

Il mercato dei figli
di Assuntina Morresi
«A chi appartengono questi nove mesi?» è l’efficace titolo di un articolo dell’Indian Express di qualche anno fa a firma della sociologa indiana Amrita Pandé, una delle prime voci levatesi a denunciare il fenomeno delle maternità in vendita nel suo continente. «Quando ho cominciato le mie ricerche sulla maternità surrogata, nel 2005, la gente si chiedeva se avessi capito bene quello di cui mi occupavo. Donne che rimangono incinte per qualcun altro? Nel nostro Paese? Perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Gli interrogativi spaziavano dall’incredulità alla fascinazione. Negli ultimi due anni, comunque, i media indiani e internazionali hanno pubblicato così tante storie di "interesse umano" su questo argomento che adesso io posso discuterne praticamente con chiunque legga un giornale».
Amrita Pandé si chiede come mai non ci sia ancora una legge, in India, a regolare un mercato come quello dell’utero in affitto, considerata l’enormità del business. E suggerisce che la domanda andrebbe formulata in modo diverso: forse in India non ci sono leggi proprio perché la maternità surrogata è un business tanto redditizio? In effetti da anni l’India è in attesa di una vera legge che regoli la fecondazione assistita, che include la «maternità in vendita» – come, senza ipocrisie lessicali, viene chiamata dalla sociologa – riconosciuta legale dal 2002. Attualmente sono in vigore solamente linee guida – «National guidelines for accreditation, supervision & regulation of art clinics in India» – emanate nel 2005 dall’Indian Council of Medical Research, dove sull’accesso alla maternità in conto terzi si legge che «la maternità surrogata mediante procreazione assistita dovrebbe essere considerata normalmente solo per pazienti per i quali è fisicamente o medicalmente impossibile/non desiderabile portare a termine una gravidanza».
Lo scorso dicembre l’analogo indiano del nostro Ministro dell’Interno ha stabilito che gli stranieri che vogliono accedere ai servizi di maternità surrogata debbano procurarsi un visto medico particolare, e non uno solo turistico com’era possibile fino a quel momento. Possono farne domanda le coppie straniere eterosessuali sposate da almeno due anni, provenienti da un Paese dove la pratica è legale (il testo completo dei requisiti per avere il visto si può leggere a pagina 7 del report del Centre for Social Research sintetizzato da Avvenire martedì 6 agosto).
Un divieto rigoroso per tutte le coppie straniere conviventi, etero e omosessuali, e per i single, quindi, come sostenuto da alcuni organi di stampa e da talune organizzazioni? Più che altro, alla prova dei fatti, un argine purtroppo debole e aggirabile: molte cliniche indiane continuano a pubblicizzare apertamente i propri servizi di maternità surrogata per single e coppie gay, come si può vedere ad esempio dal sito di «Delhi-Ivf & Fertility Research Centre», a New Delhi, che ne parla esplicitamente (e non è la sola struttura): «Molti stranieri vengono in India per avere un bambino, anche se sono genitori singoli», e «molti stranieri vengono in India per la maternità surrogata per coppie gay», (http://www.surrogacyindiacentre.com/gay_surrogacy.html). I più prudenti, come www.newlifeindia.com, spiegano invece che le coppie omosessuali vengono dirottate in Thailandia dalle stesse organizzazioni indiane.
Le pressioni esterne e le richieste per l’utero in affitto sono tali che il 28 maggio l’Indian Express ha rivelato un progetto del Ministero dell’Interno teso a facilitare l’accesso per gli stranieri alla maternità surrogata in India: la proposta è di estendere il visto medico anche a singoli, uomini o donne. In questo modo la maternità surrogata sarebbe accessibile praticamente a chiunque: single, conviventi, sposati, omo ed eterosessuali, e le disposizioni per concedere il visto sarebbero in linea con quanto previsto dalla legge ancora in discussione.
Ma in India il dibattito è aperto: la legge sulla fecondazione assistita deve ancora essere approvata, e molti operatori del settore – come Samit Sekhar, direttore del Programma di maternità surrogata in un centro Infertilità dell’Hydrabad – fanno aperto riferimento al testo in discussione osservando come non vi sia alcun serio argine alle pratiche descritte. In effetti, «The Assisted Reproductive Technology (regulation) Bill 2010» – la norma in attesa di approvazione – prevede l’accesso alla maternità surrogata a singoli (uomini o donne) oppure a coppie intese come due persone che vivono insieme e hanno una relazione sessuale ritenuta legale in India. Un criterio di fatto estremamente "inclusivo", che apre a tutti la maternità in conto terzi, e che conferma – almeno per ora – un orientamento governativo tutt’altro che restrittivo e, anzi, di allargamento dell’attuale "mercato".
Nel report del Center for Social Research, a proposito di questo argomento, a pagina 105 si legge che «durante le visite sul campo, dalle nostre osservazioni sono emersi dubbi sulla presenza o meno di poche coppie gay/omosessuali arrivate in India per avvalersi di un servizio di maternità surrogata a buon mercato, in assenza di una legge concreta. Anche per coppie indiane gay/omosessuali la maternità in conto terzi sta emergendo come l’unica opzione, visto che l’adozione è proibita per queste coppie in India». Nello stesso report, a pagina 22 si richiama un articolo del 2 giugno 2012 del London Sunday Telegraph, nel quale si può leggere: «La cultura degli "uteri in affitto" sta sollevando timori per motivi etici, così come per la sua natura sfruttatrice e il suo impatto sulla condizione socio-economica delle donne. Tale cultura è popolare tra quegli omosessuali che sono pronti a tutto per avere una famiglia».
D’altra parte, nel Paese in cui la legge vieta esplicitamente l’aborto legato alla selezione del sesso abbiamo comunque milioni di bambine che mancano all’appello, e l’aborto selettivo delle femmine resta una pratica diffusissima: le discriminazioni a carico delle donne indiane sono ancora pesanti, e l’esistenza di norme a riguardo non ha mutato, nella sostanza, antichissimi costumi. Se le istituzioni indiane non riescono a far rispettare il divieto rigoroso di praticare aborti selettivi, un fenomeno sotto osservazione a livello internazionale, come si fa a sostenere che linee guida e visti medici dovrebbero essere, invece, in grado di arginare lo sfruttamento delle donne più povere e più fragili, da parte di coppie e singoli, omo ed eterosessuali, quando ne deriva un mercato tanto lucroso?
La sociologa Pandé picchia duro, in proposito: «In un Paese dove le donne difficilmente hanno diritti riproduttivi, dove c’è un tasso di mortalità materna straordinariamente elevato, dove c’è una storia di sterilizzazione di massa, dove i corpi delle donne sono usati per testare i nuovi contraccettivi a lungo termine dall’Occidente, ci concediamo il lusso di deviare le risorse verso nuove tecnologie riproduttive come la maternità surrogata? Mentre alle donne povere si "consiglia" la sterilizzazione, quelle più ricche sono "consigliate" sui differenti modi per avere un proprio figlio biologico. Sembra che abbiamo creato la nostra versione dell’eugenetica (di classe)».​​​​
«Avvenire» del 12 agosto 2013

16 luglio 2013

La vita non è mai pratica burocratica

La "morte a comando" (e per errore) di un italiano in Svizzera
di Carlo Cardia
La stampa ha dato conto nei giorni scorsi di un tragico caso di "suicidio assistito", risalente a pochi mesi fa e praticato in una struttura svizzera a un magistrato italiano precipitato nello sconforto dalla diagnosi di un male incurabile, che non è però mai esistito (come è stato accertato per le insistenze della famiglia). In sé, una vicenda inquietante su cui su dovrà indagare ancora. Le notizie essenziali del caso sono state riportate da diversi giornali e i lettori di Avvenire la conoscono anche per il commento che il 12 luglio le ha dedicato il direttore nella pagina in cui dialoga con loro. L’episodio a me ne ha fatto venire alla mente un altro, narrato da Umberto Veronesi nel suo libro Il diritto di morire del 2005, dove racconta quanto accaduto a un collega medico in un Paese che aveva legalizzato le pratiche suicidarie. Gli riferì il medico di avere «accompagnato un paziente che voleva essere aiutato a morire.
L’inviato dell’organizzazione ha preparato la pozione letale, il paziente ne ha bevuto la metà e poi ha avuto un ripensamento. L’incaricato gli ha detto: "Guardi che così rischia di avere delle sofferenze indicibili. Beva tutto, perché io sono venuto qui perché lei finisca di bere!". Il paziente ha obbedito, ed è morto». L’episodio, aggiungeva Veronesi, «si commenta da sé». Il rischio che si corre, di fronte a questi episodi, e altri meno conosciuti, è quello di ritenere che siamo di fronte a una semplice crepa nel sistema, a un mancato suo funzionamento, mentre passa nella coscienza comune che il rifiuto della vita, avallato dalla legge, praticato da personale autorizzato, costituisca la normalità, quasi una risposta positiva della società a un legittimo desiderio di porre fine alla propria esistenza.
Ma le anomalie che inevitabilmente si determinano tradiscono la vera natura di leggi come quelle che introducono l’eutanasia, il suicidio assistito, che è quella di sottoporre la vita e la morte a scelte personali drammatiche e tuttavia reversibili e superabili, trattarne l’esecuzione alla stregua di una pratica burocratica come altre. La risposta del medico che, di fronte all’esitazione del paziente, lo invita a seguire il protocollo, ci dice che per gli attori che recitano sulla scena la vita umana non è più un valore da tutelare, come non lo è la volontà individuale tanto esaltata dal pensiero relativista; per essi conta solo portare a termine una pratica che ha i suoi tempi, la sua logica, non ammette intoppi che la fermino o la revochino. La vita della persona finisce in un ingranaggio di cui diviene prigioniera, senza possibilità di sfuggire trarsene fuori. Non c’è ripensamento che possa valere, né amore per la vita che all’improvviso si faccia nuovamente sentire, l’errore è irreversibile.
Può darsi anche la possibilità che, dopo la morte dell’interessato, i parenti chiedano il risarcimento danni per la soppressione di un’esistenza che un intero sistema, che in Svizzera già vige e che in Italia qualcuno vorrebbe, ha permesso di cancellare: generando un errore nella mente del malato, stabilendo che nessuno può scoraggiarlo, né offrire alternative alla decisione di scegliere la morte anziché la vita. Nell’enciclica Lumen fidei Papa Francesco afferma con forza che «la fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita», e che essa «diventa luce per illuminare tutti i rapporti sociali», ancor più se sono in gioco valori fondamentali. Le scelte di alcune legislazioni, che permettono di porre fine alla vita in modo cinico e scriteriato, fanno insorgere tristezza, gli episodi terribili di cui ogni tanto veniamo a conoscenza umiliano la nostra umanità, ma c’è una alternativa possibile che è quella di allargare la nostra prospettiva, fare altre leggi per le quali la persona si senta accolta, aiutata, incoraggiata a vivere per sé e per gli altri. Senza la luce della fede la ragione si appanna, smarrisce se stessa, il cinismo relativista può portare al declassamento, e negazione, della tutela della vita che pure il costituzionalismo moderno e le Carte dei diritti umani pongono al vertice dei valori da promuovere e custodire.
Tale cinismo può far approdare le nostre società a un silenzio delle coscienze che è due volte colpevole. Lo è quando episodi come quelli citati scivolano nelle cronache o nelle pagine di un libro senza lasciare traccia, quasi frutti del fato, di un destino malevolo quasi frutti del fato, di un destino malevolo anziché della volontà umana. È ancor più colpevole quando un ordinamento, il legislatore, diversi soggetti sociali, rifiutano di scegliere un’altra strada, per alimentare una concezione più alta e solidale dei rapporti tra gli uomini, che vada in aiuto di chi soffre, garantisca sempre una alternativa al dolore, alla depressione, alla tentazione di rifiutare la vita, sbarri la strada ad ogni errore, eviti che si superi quella soglia dalla quale non si torna più indietro.
«Avvenire» del 15 luglio 2013

30 aprile 2013

Brague: XXI secolo, fine dell'uomo?

di Daniele Zappalà
Con il saggio Le Propre de l’homme. Sur une légitimité menacée (Ciò che è proprio all’uomo. Su una legittimità minacciata), appena pubblicato in Francia da Flammarion, il celebre filosofo Rémi Brague ha aggiunto un nuovo tassello alla propria critica delle derive contemporanee di stampo "antiumanista", venate talora di nichilismo o di un relativismo radicale. Per il pensatore, docente a Parigi e a Monaco di Baviera, anche nel contestatissimo progetto di legge socialista francese sulle nozze e adozioni omosessuali, risuona in parte un più generale processo di fondo che, soprattutto in Europa, tende a svalorizzare la legittimità umana.
Nel suo ultimo saggio, lei rintraccia la storia di una minaccia di lungo corso contro la nostra concezione tradizionale di ciò che è "umano". Da dove proviene questa minaccia?
«In ultima istanza, paradossalmente, proviene dal successo stesso del progetto umanista, nella sua ultima tappa. Non quella che sottolineava la dignità dell’uomo, nella Bibbia, nei Padri della Chiesa e nei pensatori medievali, poi nel Quattrocento. Ma già un po’ in quella che lo lanciava alla conquista della natura, con Francis Bacon. Poi, certamente, in quella che non tollera nulla di superiore all’uomo: né natura, né angeli, né Dio. Ma in tal modo, l’uomo è privato di qualsiasi punto di riferimento. L’uomo non può più sapere se è un bene continuare a esistere e dunque se occorre proseguire l’avventura umana assicurando la riproduzione della specie».
Questa minaccia soffia sul nostro collo pure in quest’inizio di millennio?
«Eccome! È persino più presente che mai. Vi è innanzitutto la presenza di mezzi del tutto concreti per farla finita con l’umanità: le armi nucleari e biologiche, l’inquinamento terrestre e infine, più discretamente, l’inverno demografico. Quest’ultimo colpisce soprattutto le regioni più sviluppate, più istruite, più democratiche. Nel peggiore dei casi, rischia di prodursi l’estinzione pura e semplice della specie, o almeno una sorta di selezione fra le più stupide. Vi è poi il sogno di un superamento dell’umano, che è vecchio almeno quanto Nietzsche. Oggi, questo sogno di un "superuomo" è rafforzato dai progressi della biologia. Infine, c’è un dubbio dell’uomo su se stesso. L’uomo non sa più troppo bene se si distingue radicalmente dall’animale. E ancor meno se vale davvero di più. Una certa "ecologia profonda" sogna di sacrificare l’uomo alla Terra, assurta a una sorta di divinità».
Quali attori sociali o fattori agiscono per cancellare la distinzione fra ciò che è umano e ciò che non lo è?
«Il mondo scientifico ha perfettamente ragione quando cerca le tracce del pre-umano nell’uomo, o, al contrario, le prefigurazioni di comportamenti umani, ad esempio in certi grandi primati. Sarei invece più severo verso i divulgatori che sghignazzano con gioia malevola: "Vedete, in fin dei conti, non siete altro che arrivisti, delle scimmie che hanno avuto fortuna!". Fin dalla Prima guerra mondiale, degli autori influenti hanno attaccato l’idea di "umanesimo". Penso ad esempio al poeta russo Alexandr Blok, che ha inventato la parola "antiumanesimo". Negli anni Sessanta, in un clima intellettuale già preparato dalla Lettera sull’umanesimo di Heidegger, Louis Althusser e Michel Foucault, a un livello di profondità ben diverso, hanno attaccato, per ragioni diverse, ciò che chiamavano "umanesimo", senza del resto troppo definirlo».
Disponiamo di sentinelle di fronte a quest’offensiva silenziosa?
Al mio modesto posto, spero di essere uno fra loro. Ma mi guardo pure dai miei amici, i miei "alleati oggettivi". Poiché vi sono fra loro figure maldestre che tuonano contro l’antiumanesimo senza dire precisamente perché occorre difendere l’umano. Vi sono quelli che lottano per i diritti umani, il che è un’ottima cosa, ma che sono incapaci di spiegare perché l’uomo ha dei diritti. Vi sono poi coloro che non tengono affatto in considerazione ciò che vi è di vero nella protesta ecologica e nella preoccupazione di rispettare le altre creature».
Fino a che punto, il dibattito in corso in Francia attorno al progetto di legge Taubira sulle nozze e adozioni omosessuali è in risonanza con la sfida di fondo che lei analizza?
«Fino a un certo punto. La maggioranza dei difensori della legge sono animati da buoni sentimenti, come il desiderio di uguaglianza o la compassione verso persone a lungo disprezzate. Ma la legge ha una sua logica interna. Autorizzare l’adozione per le coppie omosessuali, dunque necessariamente non feconde, conduce inevitabilmente alla procreazione artificiale (detta "assistita dalla medicina") e all’affitto dell’utero (chiamato "gravidanza surrogata"). Il bambino diventa in tal modo un oggetto che si fabbrica e compra, un bene di comodo al quale si "ha diritto". Ciò conduce a cancellare la differenza non fra l’umano e l’animale, ma fra le persone e le cose. I nostri socialisti (che di fatto occorrerebbe chiamare "societalisti" come ormai in uso in Francia, si distingue qui fra chi auspica riforme sociali, per la società, e chi promuove "riforme della società", ndr) marciano così verso il trionfo estremo del capitalismo: l’uomo divenuto merce».
Per lei, delle nuove articolazioni fra la ragione, da un lato, e un sentimento al contempo umanista e religioso, sono possibili ...
«Più che possibili, sono necessarie, se l’umanità vuole innanzitutto sopravvivere. E poi, se vuole restare davvero umana, cioè razionale. Lanciare appelli alla natura o all’istinto per assicurare l’avvenire dell’umanità, affidare all’irrazionale il destino del cosiddetto "animale razionale", è una dimissione della ragione, un autentico tradimento della filosofia».
Siamo ben attrezzati, per così dire, per elaborare un "pensiero del Bene"?
«Possiamo cominciare attingendo alle fonti della nostra cultura. Ho concluso il mio libro con una meditazione dal primo racconto della creazione nella Genesi, al termine del quale Dio dichiara che ciò che Egli ha fatto è "cosa molto buona". Si potrebbe pure invocare il platonismo con la sua "Idea del Bene". Ma occorrerebbe ripensare tutto ciò in profondità, per poterlo riproporre con qualche speranza di convincere».
«Avvenire» del 30 aprile 2013

15 gennaio 2013

Aborto post-nascita, si riapre la polemica

di Lucia Bellaspiga
Per chi avesse ancora il dubbio - assai lecito e comprensibile - di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ieri all’università di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia la ribadivano a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita». Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità ma ad esempio costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.
«È la prima volta che ci invitano a parlarne in Italia e per noi è una grossa occasione», hanno esordito i due colleghi dell’università di Melbourne ringraziando Maurizio Mori, direttore del master di Bioetica all’ateneo di Torino, per aver organizzato il dibattito. «Le nostre non sono idee nuove - hanno ammesso i due -, già filosofi come Singer negli anni ’70 le hanno elaborate, ma il nostro intento era rendere esplicite certe conseguenze normative e tenere conto di implicazioni socioeconomiche: se queste sono importanti per ammettere l’aborto, allora lo sono anche se il bambino è già nato». Uno dei loro maestri è Peter Singer, dunque, caposcuola a Melbourne della bioetica utilitarista, ma loro lo superano persino: «Singer finora ne aveva parlato solo in caso di imperfezioni, in particolare lui citava i bambini nati con sindrome di Down in quanto vite non degne di essere vissute. Noi accettiamo che la sindrome di Down e le altre malattie sono una buona ragione per abortire, tutelando così gli interessi di chi dovrà sobbarcarsi l’onere di crescere queste persone, ma coerenza vuole che ciò valga anche per uccidere un neonato dopo la nascita».
Quali siano allora queste caratteristiche che ci rendono persona è presto detto: «Non basta per esempio provare piacere o dolore, perché ciò avviene anche a un feto, serve uno sviluppo neurologico superiore, cioè avere degli scopi, delle aspettative verso il futuro, provare un interesse per la vita. E un neonato non li ha».
Teorie che i due studiosi avevano già pubblicato nel 2012 sul Journal of Medical Ethics con un articolo dal titolo esplicito - "After birth abortion: why should the baby live?" -, scatenando polemiche a tutte le latitudini e, obiettivamente, trovando ben pochi estimatori anche nel mondo più laico. «Prima di oggi abbiamo subìto una gogna mediatica - ha lamentato Francesca Minerva - ci hanno minacciati, ho persino avuto paura di morire. In fondo alle idee di Singer di 30 anni fa, quando non eravamo nemmeno nati, noi abbiamo aggiunto solo un pezzetto: il fatto che non occorra che il neonato sia disabile per poterlo uccidere». Ma a Maurizio Mori, già tra i più decisi sostenitori dell’eutanasia di Eluana Englaro (e a nostra esplicita richiesta enumerato tra i maestri cui i due australiani si sono ispirati), la loro tesi è invece sembrata argomento degno di serio dibattito: «Siete troppo modesti. Non avete aggiunto solo un pezzetto, avete anche inventato un nome: aborto post-nascita».
«Non è vero che di tutto bisogna poter parlare nelle università - gli ha opposto Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica -, non esiste una neutralità del mondo accademico: come nessuno si sognerebbe di sostenere da una cattedra il negazionismo della Shoah o una tesi discriminatoria contro i neri, così l’omicidio dei neonati è un tema che non va ospitato. Astrarre vuol dire abbracciare un’ideologia pericolosa che ci permette di fare tutto».
Le tante incoerenze e aporie logiche le ha sottolineate anche Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano: «Se per essere persona occorre provare un interesse per la vita, allora chi chiede l’eutanasia non va ascoltato, perché non gli interessa vivere, dunque è una non persona. Già le premesse, insomma, sono sbagliate». Non solo: se è vero che il neonato in fondo è la stessa persona che un attimo prima era feto, «il ragionamento è vero anche all’inverso, e allora è l’aborto a diventare illecito». Artificiosa, secondo Pessina, anche l’identificazione aborto/omicidio: il primo infatti sorge quando non si possono tutelare entrambi i diritti, della madre e del nascituro, «ma quando il figlio è nato, posso senz’altro correre incontro ai diritti della madre senza eliminare il bambino, ad esempio con l’adozione».
In una situazione "paradossale" si è detto Giovanni Fornero, storico della filosofia e dichiaratamente laico: «Sono uno dei maggiori teorici della differenza tra bioetica cattolica e laica, ma sull’uccisione dei neonati le due non possono che coincidere. Mi stupisce che Giubilini e Minerva si lamentino della gogna: oggi viviamo in società democratiche che hanno come idea fondamentale il fatto che tutti gli esseri umani hanno pari diritti. Per far valere tale uguaglianza si sono versati lacrime e sangue, fino alla "Dichiarazione dei diritti dell’Uomo" del 1948, non a caso scritta dopo il nazismo. La tesi dell’infanticidio mina la base su cui poggiano tutte le Carte internazionali. La bioetica laica reagisca: come dice Bobbio, non lasciamo ai soli cattolici la prerogativa di combattere affinché il precetto di non uccidere sia rispettato».
Più volte abbiamo chiesto ai due studiosi quale valore aggiunto porti infine il discettare di omicidio dei neonati. Non abbiamo ottenuto risposta.
«Avvenire» del 12 gennaio 2013

05 ottobre 2012

Il piano nazista per l’Europa sterile

di Enrico Paventi
La sconfinata mole delle ricerche che, nel corso degli ultimi de­cenni, hanno cercato di rico­struire e analizzare la storia del lager di Auschwitz si è arricchita recente­mente di un contributo che focaliz­za la sua attenzione sugli esperimenti medici condotti sulle prigioniere. Nel suo saggio Die Frauen von Block 10 (pubblicato in Germania da Hoff­mann und Campe) lo storico Hans-Joachim Lang esamina le vicende le­gate al cosiddetto Block 10 , la barac­ca nella quale, nel campo principale di Auschwitz, dall’aprile del 1943 al gennaio del 1945 vennero effettuati esperimenti su circa 800 ebree. Due clinici, Horst Schumann e Carl Clau­berg, utilizzarono le recluse come ca­vie per mettere a punto un metodo di sterilizzazione, altri medici si de­dicarono invece a effettuare speri­mentazioni sul sangue delle detenu­te, altri ancora tentarono di indivi­duare alcune caratteristiche antro­pologiche di queste ultime. La don­ne internate nella baracca 10 furono inizialmente 264, provenienti in par­ticolare da Grecia, Belgio, Germania, Francia e Olanda: se avessero rifiu­tato di sottoporsi agli esperimenti, sarebbero state assegnate alle squa­dre di lavoro o inviate nelle camere a gas. Lo storico sostiene in ogni caso co­me l’impulso decisivo all’allesti­mento della baracca 10 di Auschwitz e ai successivi esperimenti sia venu­to da Heinrich Himmler, il Reich­sführer delle SS, che era interessato a sviluppare tecniche finalizzate a rendere sterili in maniera rapida e af­fidabile donne «razzialmente infe­riori».
Himmler intendeva cioè sele­zionare la popolazione della Polonia e delle altre regioni dell’Europa o­rientale che erano state occupate di recente per abbassare, in tutti i mo­di possibili, l’elevato tasso di nata­lità degli ebrei e dei polacchi. Si trat­tava della cosiddetta «politica de­mografica negativa» che, secondo i propositi del capo delle SS, avrebbe dovuto caratterizzare il futuro dei po­poli presenti nell’Europa dell’est, la cui «forza biologica» sarebbe stata pertanto da annientare. L’idea era in­somma di sfruttarne per un verso tutta la capacità lavorativa e di de­stinarli per l’altro – attraverso la ste­rilizzazione di massa – a un progres­sivo declino demografico. Se è vero che Clauberg e Schumann erano sta­ti chiamati dai vertici delle SS a oc­cuparsi soprattutto del programma di sterilizzazione occorre però ricor­dare, come si è accennato, che nella baracca 10 furono condotte anche ri­cerche sul sangue: l’Istituto di igiene di Berlino intendeva scoprire ad e­sempio se, attraverso determinate metodologie, si riuscisse a innalzare il numero dei titoli anticorpali dei gruppi sanguigni. Bruno Beger, un medico che arriva ad Auschwitz nel giugno del 1943, riceve dal canto suo l’incarico di studiare gli ebrei e le e­bree sotto il profilo antropologico. Queste ricerche riguardarono le mi­sure della testa e del viso, il colore della pelle, dei capelli e degli occhi nonché la forma della testa, dell’oc­cipite, del naso e della bocca.
Gli esperimenti provocano sulle “ca­vie” dolori lancinanti e causano nel migliore dei casi febbre alta, nel peg­giore infezioni, infiammazioni delle ovaie o addirittura la morte. Le numerosis­sime testimonianze raccolte da Lang e ci­tate nel saggio non la­sciano alcun dubbio al riguardo. Una volta portata a termine la prima serie dei suoi e­sperimenti, Clauberg scrive a Himmler il 7 luglio del 1943: «Il me­todo da me ideato per effettuare la sterilizza­zione dell’organismo femminile senza ope­razione è stato messo pressoché a punto. Consiste in una sola i­niezione eseguita nel­l’apertura dell’utero e può essere praticato – nel corso dei consue­ti, noti esami gineco­logici – da ogni medi­co».
Alcuni mesi dopo, nell’inverno dell’anno seguente, torna a scri­vere a Himmler sostenendo di aver portato a termine gli esperimenti, i cui risultati avrebbero potuto essere sottoposti al vaglio di una commis­sione. Afferma inoltre, a riprova del successo della sua attività di ricerca, di aver sterilizzato di propria mano, fino all’autunno del 1943, 23 donne; il suo collaboratore Goebel, fino al tardo autunno del 1944, ne avrebbe sterilizzate altre 127. Il 18 gennaio del 1945 il lager viene evacuato e le re­cluse vengono costrette a intrapren­dere una marcia nella neve e senza cibo in varie direzioni. Alcune di loro raggiungeran­no Ravensbrück, altre Cracovia, altre Bergen­ Belsen. Successiva­mente alla fuga delle SS, saranno liberate rispettivamente dalle truppe russe e da quel­le inglesi. Carl Clauberg morì il 9 agosto del 1957. Si tro­vava in regime di cu­stodia cautelare. Il processo nei suoi confronti non era an­cora iniziato. Le po­che sopravvissute ai trattamenti subiti nel­la baracca 10 e alle successive marce del­la morte non potero­no dunque deporre contro di lui. Come non poterono depor­re contro Horst Schu­mann, poiché il giudizio di primo grado per gli esperimenti di steriliz­zazione non venne avviato a causa del cagionevole stato di salute del­l’imputato.

«Avvenire» del 3 ottobre 2012

17 luglio 2012

Parto anonimo, una scelta per la vita

No all'aborto
di Graziella Melina
Da una parte la gioia di aver messo al mondo un bimbo. Dall’altra il dramma di doverlo lasciare nelle mani di chi potrà prendersene cura. Non sono affatto semplici le storie delle donne che scelgono di portare avanti la gravidanza, nonostante tutto. Come ha fatto la mamma di Mario, il piccolino lasciato pochi giorni fa nella culla della vita della clinica Mangiagalli di Milano, nella speranza che sia accudito e amato da qualcun altro.
E come fanno centinaia di mamme che a far nascere il proprio bimbo non vogliono per nulla rinunciare: la Società italiana di neonatologia (Sin) ha stimato che sono circa 400 i bimbi non riconosciuti dalle mamme biologiche ogni anno.
In Italia infatti è possibile “lasciare” i propri figli negli ospedali subito dopo la nascita, mantenendo l’anonimato. La legge lo consente. Ma purtroppo non tutti lo sanno. In realtà, non esiste un registro nazionale dei parti anonimi. I dati disponibili sono purtroppo parcellizzati, e riferiti a specifiche realtà locali. C’è sicuramente «un problema di disinformazione – specifica il presidente della Sin, Paolo Giliberti – fermo restando che la politica sociale dovrebbe consentire alle madri di sostenere il proprio figlio. L’infanzia in Italia è la grande sgradita. Non interessa».
Ma soprattutto, o meglio prima di tutto, c’è un problema culturale: di fronte alle difficoltà delle donne, ormai si dà per scontato che esista soltanto la via dell’aborto. In questo modo, sottolinea Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita italiano «il figlio viene cancellato mentalmente. Prima ancora che fisicamente. Viene dimenticato, ogni ricordo è censurato». Tanto è vero che molte mamme che scelgono l’interruzione volontaria della gravidanza neanche considerano l’idea di far nascere il bimbo per poi farlo adottare. Quando invece «una mamma che affida il figlio ad altre mani – ricorda Casini – non cessa di essere mamma».
D’altro canto, la possibilità di far adottare il proprio bimbo spesso non viene neanche prospettata. Secondo uno studio del consorzio Preferire la vita, in collaborazione con la Fondazione Università Iulm e pubblicato ad agosto dell’anno scorso, «l’unica forma di comunicazione ricordata dalle mamme sono gli opuscoli informativi su allattamento e corsi preparto trovati al consultorio». Niente che riguardi la possibilità di un parto anonimo. Nessuna informazione spesso neanche da parte degli operatori sociali, che preferiscono non “intromettersi” nelle scelte delle donne.
Eppure «se le mamme sanno che c’è un’alternativa all’aborto – assicura Giuseppe Noia, responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli –, il figlio preferiscono farlo nascere», seppure rinuncino a crescerlo. «Omologare le persone che scelgono l’anonimato è sbagliato – prosegue Noia –. L’atto in sé colpisce situazioni di fragilità forte, persone depresse, oggetto di violenza», ma pur nella diversità di storie e convinzioni, tutte riconoscono però «il bene prezioso della vita».
E non è una questione di fede. Spesso infatti si tratta di donne straniere, non cattoliche. Costrette magari dalla stessa famiglia di origine o da situazioni economiche difficili a non tenere il proprio bimbo. «Una madre che si è rivolta a me ha avuto l’onestà di dire che non poteva farcela – racconta Maria Teresa Ceni, presidente del Centro di aiuto alla vita di Abbiategrasso e Magenta (Milano) –. Siamo di fronte ad una situazione molto dolorosa per la mamma.
Che però ha dato al figlio il dono della vita». «Accogliere il bambino non è un valore cattolico – rimarca poi Antonella Diegoli, presidente di Federvita dell’Emilia Romagna –, ma una sensibilità che hanno tutte le donne». Che però andrebbero sostenute di fronte a una maternità che non sanno come portare avanti. E che in molti casi, alla fine, decidono di accogliere.
«Avvenire» del 17 luglio 2012

05 aprile 2012

Ora con quelle vite tutti noi faremo i conti

Embrioni congelati: le domande ineludibili
di Assuntina Morresi
Saranno le autorità competenti a stabilire il come e il perché del guasto all’impianto di crioconservazione di embrioni e gameti al San Filippo Neri, ma possiamo dire fin d’ora che questo fatto scoperchia tragicamente il vaso di Pandora delle tecniche di procreazione assistita.
Sono tante le domande a cui sarà inevitabile rispondere, e non si tratterà di argomenti per addetti ai lavori, perché la creazione di vite umane al di fuori del grembo materno implica visioni antropologiche che coinvolgono i valori ultimi su cui si disegna il volto di una società. Anzitutto bisognerà capire perché tutti quegli embrioni erano crioconservati. La legge 40, anche dopo le modifiche della Consulta, ha mantenuto la disposizione secondo cui gli embrioni devono essere creati in numero «strettamente necessario» alla procreazione, e nessuno in più. La nostra normativa, pur consentendone la creazione in laboratorio, dà molte tutele all’embrione, che può essere creato in provetta ma solo per svilupparsi e, possibilmente, diventare un figlio per chi non riesce ad averne naturalmente, e non per altri scopi. Sarà necessario quindi verificare dalla documentazione medica che ognuno degli embrioni distrutti sia stato creato perché «strettamente necessario» alla procreazione, e non ancora trasferito in utero per motivi di salute della donna, come prevede la legge.
Si apre poi un’importantissima partita giudiziaria riguardo le responsabilità dell’incidente, gli eventuali reati e i danni morali e materiali. Ispezioni e commissioni di inchiesta aiuteranno a stabilire se ci sono profili penali oltre a quelli civili, e si avvieranno procedimenti per stabilire, caso per caso, il danno subìto dalle coppie. Ma per poter procedere a un risarcimento, sarà inevitabile porsi la domanda: quanto vale un embrione d’uomo? E quindi, piaccia o meno, torneranno a galla le questioni sorte con l’avvento delle nuove tecniche in campo medico, e messe a tema in Italia soprattutto nella campagna referendaria sulla legge 40, sulla natura e il valore e la dignità di ogni singolo embrione umano, e sulle conseguenze del concepimento di una persona in laboratorio.
Non serve essere dei giuristi per capire che alle coppie sarà destinato un risarcimento maggiore quanto più sarà dato valore ai loro embrioni distrutti. Non riconoscere l’esistenza di un essere umano in un embrione di pochi giorni, e ridurlo a «progetto parentale» o «grumo di cellule» – come spesso viene chiamato dai paladini del "diritto al figlio", soprattutto al figlio sano – sminuirebbe parecchio il danno subìto dalle famiglie coinvolte, e non darebbe ragione della loro sofferenza in questi giorni. La perdita di un figlio non ancora nato, anche se nel primissimo inizio della sua esistenza, per il quale, tra l’altro, si è tanto investito, in termini economici, fisici ed emotivi, è sicuramente più grave di quella di generico «materiale biologico», pur prezioso. Non a caso, fra chi ha perso i propri embrioni, qualche donna ha già dichiarato di sentirsi come se avesse subìto un aborto.
Insomma, nel caso giudiziario che si è aperto bisognerà pur dire se quegli embrioni sono o no vita umana, sarà necessario stabilire con chiarezza se sono equiparabili o no ai gameti andati distrutti, e stavolta non sarà una questione filosofica o destinata ai dibattiti televisivi: il riconoscimento o meno della morte di esseri umani a seguito dell’incidente del San Filippo Neri contribuirà in modo determinante a quantificare il danno, e a stabilire cifre congrue per i risarcimenti. Nel contenzioso che verrà bisognerà necessariamente stabilire se sono stati lesi dei diritti, e quali, e individuare i beni andati distrutti. Meglio ancora: se è andato perduto "qualcosa" o "qualcuno", e, nel caso, stabilire "chi" è quel qualcuno. Che, piaccia o non piaccia, era vivo e ora non lo è più.
«Avvenire» del 4 aprile 2012

06 marzo 2012

Invasioni barbariche

Disumane teorie bioetiche
di Gian Luigi Gigli
​L’aborto è largamente accettato per ragioni che nulla hanno a che fare con la salute del feto. Al pari del feto, il neonato non ha lo status morale di una reale persona umana. Anche il fatto che feto e neonato indiscutibilmente siano da considerarsi potenzialmente persone umane, è irrilevante dal punto di vista etico. Non sempre l’adozione è nel miglior interesse di una persona. Pertanto l’aborto dopo la nascita (cioè l’infanticidio, ossia l’uccisione di un neonato) dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, inclusi i casi in cui il neonato non è portatore di disabilità.
Detto così brutalmente sembra il trailer di un film dell’orrore. Invece si tratta del riassunto fedele di un articolo apparso on line pochi giorni fa sul Journal of Medical Ethics, la prestigiosa rivista della stessa editrice del British Medical Journal.
Si va ben al di là dello stesso ignominioso Protocollo di Groningen, in base al quale dal 2002 in Olanda è permesso porre fine attivamente alla vita dei neonati con prognosi infausta che, a giudizio dei medici e dei genitori, si trovano in condizioni di «sofferenza insopportabile». Nell’articolo si afferma infatti la liceità morale anche dell’infanticidio per motivi economici, psicologici o sociali (auspicandone domani la liceità giuridica).
Non è casuale che esso sia stato pubblicato sulla rivista fondata da Tristam H. Engelhardt, il noto bioeticista che coniò la definizione di «straniero morale» per indicare tutti quegli esseri umani (non nati, gravi ritardati mentali, dementi, comatosi, stati vegetativi, etc.) che non avrebbero titolo a essere considerati persone umane perché privi della capacità di esprimere biasimo o lode e quindi, appunto, estranei alla comunità sociale.
Non è casuale neanche il fatto che uno dei due autori dello sconvolgente articolo sia affiliato alla Monash University di Melbourne, tempio della bioetica utilitarista, eretto da Peter Singer e da Helga Khuse (colei che definì l’interruzione di nutrizione e idratazione «il cavallo di Troia» per far passare l’eutanasia).
Sconvolge semmai che i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani. Anche Sergio Bartolommei, successore di Maurizio Mori alla cattedra di bioetica di Pisa, che gli autori ringraziano per i preziosi suggerimenti in fase di redazione, è italiano. Studiosi italiani, dunque, cittadini di un Paese in cui la giustificazione per motivi utilitaristici delle azioni umane non è considerata un’attenuante, né moralmente né giuridicamente, ma semmai un’aggravante.
Se è permesso l’aborto, perché non l’infanticidio?, si chiedono oggi i due autori. E se domani sarà permesso l’infanticidio, ci chiediamo noi, perché non permettere dopodomani anche l’eliminazione dei dementi e degli altri «stranieri morali»? Il vaso di Pandora, una volta aperto, fa uscire di tutto, giustificando le decisioni più barbare e inumane come il legittimo prevalere degli interessi di chi è persona rispetto a chi lo sarebbe solo in modo potenziale o non lo sarebbe più per le sue condizioni di malattia. Secondo questa logica: l’«interesse» della società prevale inevitabilmente su quello di ciascun essere umano.
Pochi giorni fa, parlando a Torino presso la Casa Valdese, lo stesso Engelhardt riconosceva che, prive di un fondamento divino, «tutte le morali sono socialmente e storicamente condizionate» e che, pertanto, in una cultura dopo-Dio riusciva difficilmente sostenibile l’affermazione secondo cui «tutti gli uomini sono stati creati uguali». Forse è il caso che qualcuno, anche tra chi non crede in Dio, incominci a dire basta alle invasioni barbariche, per non trovarci tutti a vivere nel crepuscolo disumano della civiltà occidentale.
«Avvenire» del 28 febbraio 2012

La vita umana è sacra per tutti (o per nessuno)

Le tesi sull'aborto post-nascita
di Rocco Buttiglione *
Bravi Alberto Giubilini e Francesca Minerva! Hanno mostrato coraggio e consequenzialità logica e hanno spiegato apertamente nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics le conseguenze inevitabili del principio abortista. Se è lecito l’aborto per un qualunque motivo, non si vede logicamente per quale motivo non debba essere lecita, alle stesse condizioni, l’uccisione di un bambino già nato. La differenza, infatti, fra un feto all’ultimo stato (un bambino non nato) e un bambino appena nato è troppo trascurabile perché su di essa si possa basare una diversa valutazione morale e giuridica della loro soppressione. Se è lecita l’uccisione dell’uno, deve essere lecita anche alle stesse condizioni l’uccisione dell’altro. Per la verità, questa conseguenza logica del principio abortivo da tempo era stata tratta dagli antiabortisti. Essa costituisce uno degli argomenti classici con cui gli avversari dell’aborto motivavano il loro rifiuto della distruzione del feto. Il processo di trasformazione e crescita dell’essere umano non conosce uno stacco qualitativo dal concepimento fino alla morte naturale. Non esiste nessuna trasformazione improvvisa che consenta di dire: dopo la nascita il feto diventa qualcosa di sostanzialmente diverso, che deve avere diritti che prima non aveva. In realtà, non esistono nemmeno stacchi che consentano di dire: fra il feto di x settimane e quello di y settimane esiste una differenza qualitativa; oppure, fra il bambino di una settimana e quello di un mese esiste una simile differenza. In effetti, Giubilini e Minerva confermano questa conclusione rifiutando di precisare se l’infanticidio debba essere consentito fino alla fine della prima, della seconda o della quarta settimana.
Tendenzialmente il diritto di spegnere una vita che ci genera incomodo dovrebbe essere esteso a tutte le età della vita. Il diritto alla libertà di aborto si salderebbe così con il diritto alla eutanasia. L’articolo di Giubilini e Minerva è interessante (e onesto) anche da un altro punto di vista. Basta con il tentativo ipocrita di giustificare la morte di un altro con le argomentazioni ipocrite che quella vita non meriterebbe di essere vissuta. Chi decide se la vita meriti di essere vissuta o no è chi decide di dare la morte. È ben possibile che la persona che deve morire desideri vivere, specialmente se è un bambino appena nato che non ha idea di quello che noi consideriamo una vita degna di essere vissuta.
Se noi tuttavia riteniamo che la sua vita non meriti di essere vissuta, abbiamo egualmente il diritto di farlo morire. Ogni qual volta la vita di un altro ci imponga obbligazioni alle quali non vogliamo far fronte o non riteniamo di poter far fronte, la soppressione di quella vita diventa legittima. E così si apre lo spazio di un’interessante comparazione economica dei costi e dei benefici. Alla fine, se il malato costa troppo alla famiglia o alla società, perché farlo vivere ancora?
Finora questi ragionamenti li facevano solo gli antiabortisti più accaniti, e i sostenitori della «libertà di scelta della donna» che non volevano essere chiamati abortisti si ribellavano e cercavano di negare che quelle fossero le loro posizioni o che quelle fossero conseguenze logiche necessarie delle loro posizioni.
Adesso sono due giovani brillanti studiosi pro-choice (cioè pro-aborto) a sostenere con intransigente candore queste tesi. C’è da chiedersi: ci sarà una levata di scudi nel campo della bioetica pro-aborto che rigetti laicamente quelle conseguenze? E ancora: come potrà quella bioetica 'laica' rigettare quelle conseguenze senza sottoporre a revisione critica anche le proprie premesse logiche ed epistemologiche? E se alfine qualcuno trovasse il coraggio di dire, con candore e rigore logico simili a quelli di Giubilini e Minerva, ma con opposta valutazione morale: «Ci siamo sbagliati? O la vita umana è sacra per tutti o non è sacra per nessuno».
* Vicepresidente della Camera dei deputati e presidente dell’Udc
«Avvenire» del 3 marzo 2012