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09 gennaio 2013

L’investigatore Machiavelli

Torna a cinque secoli di distanza dal suo capolavoro. Con qualche licenza narrativa
di Ranieri Polese
Detective story, manuali per manager, videogiochi: il segretario fiorentino brilla di nuovo in libreria
Cinquecento anni fa, nel 1513, dal suo ritiro in campagna nel podere dell’Albergaccio vicino a San Casciano, Niccolò Machiavelli dava notizia all’amico Francesco Vettori di «uno opuscolo De Principatibus» composto in quei mesi di ozio forzato. Perduto, l’anno prima, con il ritorno dei Medici a Firenze, il posto di segretario che aveva tenuto per 15 anni, costretto a pagare una pesantissima multa e addirittura imprigionato e torturato per il sospetto di aver preso parte a una congiura contro il cardinale Giovanni, Machiavelli è tornato libero grazie all’amnistia concessa per l’elezione di Leone X, il primo Papa Medici.
Ma l’inattività lo logora, così scrive il breve trattato che vorrebbe inviare a Giuliano de’ Medici, consapevole del fatto che le sue riflessioni sull’arte di governo possono essere utili, «massime a un principe nuovo». (Morto Giuliano nel 1516, l’opera sarà dedicata a Lorenzo). Vorrebbe, scrive all’amico, poter avere di nuovo un incarico e il suo opuscolo dovrebbe provare «a questi signori Medici» la sua conoscenza delle cose della politica. Ma Il Principe, come normalmente sarà chiamato, non gli servì. Machiavelli non avrà più nessun posto nel governo della città. Quel libro, stampato postumo nel 1536, gli darà in cambio una fama che ancora oggi dura.
Una celebrità ambigua, perché, se da un lato lo consacrava come il fondatore della scienza politica moderna, dall’altro avrebbe accreditato l’immagine del cinico consigliere di ogni sorta di nefandezze necessarie per mantenere il potere. Da qui l’aggettivo machiavellico. E da qui anche le moltissime citazioni del suo nome — e del suo Principe — come simboli di diabolica malvagità. Secondo alcuni, addirittura, il modo popolare inglese di chiamare il diavolo, «Old Nick», deriverebbe proprio da Niccolò.
Insomma, il Segretario fiorentino avrebbe continuato a vivere nell’immaginazione dei posteri come un personaggio nero e criminale (Bertrand Russell definiva Il Principe un «manuale per gangster»). E così compare nel 1864 nel pamphlet scritto dal democratico Maurice Joly contro il tiranno Napoleone III, Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu, dove un diabolico Machiavelli illustra i mezzi — il controllo della stampa, l’alleanza con il potere finanziario ecc. — necessari per consolidare il proprio potere. (Per un capriccio della storia, il Dialogue servirà come base per I protocolli dei savi di Sion, il falso documento compilato in Russia agli inizi del Novecento, manifesto del moderno antisemitismo). Il vero Machiavelli non aveva niente di così sinistro e malvagio, anzi fu «burlone, irriverente, dotato di una intelligenza finissima; poco preoccupato dell’anima, della vita eterna e del peccato; affascinato dalle cose e dagli uomini grandi» (Maurizio Viroli, Il sorriso di Niccolò, Laterza). Ma la leggenda, come si sa, ha sempre la meglio, insomma print the legend. Soprattutto quando si associa all’altra grande leggenda nera di quel periodo, i Borgia, da sempre oggetto di romanzi, film, serie tv (solo nel 2011 ne sono state prodotte due). Una associazione inevitabile vista l’ammirazione di Machiavelli per Cesare, il duca Valentino: «Io non saprei quali precetti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sua» (Il Principe, VII).

Segretario & detective
Chi invece ne privilegia le eccezionali doti di ingegno e l’acume nel comprendere gli uomini e il perché delle loro azioni, sono gli scrittori di thriller, come il fiorentino Leonardo Gori — Le ossa di Dio e La città del sole nero (entrambi Rizzoli) — che ci presenta un Machiavelli che indaga su strani delitti, spesso di matrice esoterica. Gli anni sono il 1504 e il 1505; vicino a lui c’è sempre Leonardo da Vinci, in veste più di scienziato che di artista. La strana coppia — in realtà si conobbero e furono in qualche modo amici — ricompare adesso in La congiura Machiavelli, che esce in questi giorni da Newton Compton. L’autore, l’americano Michael Ennis, ha già al suo attivo due romanzi storici, La duchessa di Milano (Tea) su Beatrice d’Este e Bizantium. Nel nuovo libro racconta gli ultimi mesi del 1502, a Imola, dove Cesare Borgia tiene il suo esercito. Machiavelli è lì inviato da Firenze per saggiare le vere intenzioni del Valentino, che i suoi ex alleati, i condottieri Vitelli e Orsini, vorrebbero spingere alla conquista dei territori della Repubblica fiorentina; Leonardo invece è stato assoldato come ingegnere esperto di fortificazioni e macchine da guerra. C’è anche una donna a Imola, Damiata, amante di Juan de Gandia, il figlio prediletto del Papa Borgia, ucciso misteriosamente qualche anno prima: il Papa l’ha mandata a Imola per capire chi fu il mandante e l’assassino.
Fino a qui si tratta di personaggi veri, ma poi entra in gioco la fiction: in città si aggira un mostro (un serial killer diremmo oggi) che ammazza donne e le squarta, lasciandone i pezzi in luoghi diversi. Le indagini sul delitto di Juan si saldano con quelle sul massacro delle donne, perché per Machiavelli all’origine dei diversi misfatti c’è una solamente criminale… Frutto di anni di ricerche e documentazioni — in una postfazione sono indicate scrupolosamente le fonti consultate — questa Congiura si presenta come «una specie di Csi (Crime Scene Investigation) del Rinascimento» in cui Leonardo, esperto anatomista, fa la parte del medico legale e Machiavelli quella del profiler, il criminologo che traccia l’identikit dell’assassino. Suspense, scene di sangue, l’amore romantico e appassionato fra Niccolò e Damiata, sabba di streghe; ma quel che conta di più per Ennis è l’accuratezza della ricostruzione. Uno scrupolo che già traspare dal titolo originale, The Malice of Fortune, che traduce alla lettera Machiavelli quando, parlando di Cesare Borgia, scrive: «Se gli ordini sua non li profittorono, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria et estrema malignità di fortuna». Uno degli scopi del suo romanzo, dice Ennis, è quello di invitare a leggere gli scritti di Machiavelli per cambiare finalmente il giudizio corrente su di lui: «Scoprirete un uomo che non aveva niente di machiavellico, fu un onestissimo servitore dello Stato, un amico fedele. E un inguaribile romantico».

Il principe dei videogame
Mentre c’è chi continua ad associare il nome di Machiavelli a crimini e cospirazioni (Allan Folsom, La regola di Machiavelli, Longanesi poi Tea, immagina l’esistenza di una setta diabolica che ai nostri giorni segue ancora i precetti contenuti in un’appendice segreta del Principe) messer Niccolò ha naturalmente un posto assicurato nei romanzi sui Borgia, come The Family (La famiglia, Sonzogno), l’ultima opera dell’autore del Padrino Mario Puzo, che descrive il Papa e i suoi figli come un perfetto clan mafioso. E certo ritroveremo Machiavelli anche nel romanzo di Sarah Dunant, Blood and Beauty, in uscita a maggio. Ci sono ancora manuali per manager ispirati al Principe (Management and Machiavelli di Antony Jay, Machiavelli on Management di G.R. Griffin) ma la novità che certifica la popolarità del Segretario fiorentino presso le giovani generazioni sono i videogame. A cui, comunque, non bisogna chiedere scrupoli filologici né esattezza storica. Così nel gioco Assassin’s Creed, che mette in scena la lotta fra il Bene (la Setta degli Assassini) e il Male (i Templari). Nel terzo episodio, Brotherhood (2010), il fiorentino Ezio Auditore, discendente dagli Assassini, ha come alleato, contro il Papa Borgia, Niccolò Machiavelli.
È un videogame anche The Secret of the Immortal Nicholas Flamel, che nasce però dai sei volumi sfrenatamente fantasy dell’irlandese Michael Scott. A Machiavelli è dedicato il quinto capitolo della serie, The Warlock («Lo stregone»), dove Niccolò è addirittura in compagnia del pistolero Billy the Kid. E così torna a essere un personaggio diabolico, seguace del perfido alchimista elisabettiano John Dee contro cui combattono i buoni Immortali. Insomma, nonostante tutto, print the legend.
«Corriere della Sera» - Supplemento La lettura del gennaio 2013

08 gennaio 2013

Machiavelli: espressione dell'uomo moderno

di Marcel de Corte
Non si può comprendere l'opera di Machiavelli e la sua portata, senza comprendere prima la concezione dell'uomo e del mondo che la governa.
Il pensiero di Machiavelli viene ridotto spesso al solo studio dei procedimenti, dei meccanismi, delle trappole, e anche delle forche, necessarie per conquistare e conservare il potere; il tutto, ben condito da una sapienza psicologica di volta in volta esaltata o condannata.
Ora, questo aspetto dell'opera di Machiavelli non è falso: è certo, cioè, che Machiavelli è il padre di tutte le ricette machiavelliche; ma è altrettanto vero che il machiavellismo non esaurisce tutto il pensiero di Machiavelli. Non c'è opera di genio che esaurisca il genio che l'ha creata. Platone è più grande del platonismo, perché porta in sé tutto un mondo del quale la sua opera è solo un frammento. Balzac è più grande della "Comèdie humaine". È caratteristica del genio di essere inesauribile: al contrario del chiacchierone, dice sempre la stessa cosa senza stancare mai. È quanto accade per Machiavelli. Nell'intimo dei meccanismi politici dei quali il Fiorentino smonta pazientemente gli ingranaggi, c'è una certa visione dell'essere umano inserito nel mondo, che ne organizza le relazioni e ne coordina le giunture. I consigli che Machiavelli dà a chi aspira al potere acquistano il loro senso soltanto se riferiti all'intuizione filosofica e antropologica che strategicamente li orienta. Per darli, e per essere certo che fossero bene accolti, Machiavelli doveva sapere che cosa fosse l'uomo del suo tempo, e quale concezione questo si facesse di sé e del suo posto nell'universo. Non era tipo da predicare ai sordi.
Se non si enuclea questa concezione iniziale, dalla quale nasce tutto il pensiero di Machiavelli, come da una specie di fonte sotterranea, non resta della sua opera che un ammasso informe di comportamenti, direttrici, atteggiamenti ed artifici, senza legame e senza unità.
In questo errore sono caduti la maggior parte degli esegeti di Machiavelli, e degli uomini d'azione che hanno voluto conformare la loro condotta alle massime dell'autore del "Principe": si sono cioè costruiti un Machiavelli convenzionale, hanno fatto di lui una specie di virtuoso del machiavellismo, se lo sono rappresentato come un puro tecnico della politica. Ora, se Machiavelli è una volpe sempre sulle tracce della preda, è tuttavia una volpe che pensa, le cui astuzie e furberie dipendono dal tipo d'uomo che egli vede nella sua epoca, e del quale porta in se stesso l'immagine. È troppo intelligente per non sorpassare di mille miglia il machiavellismo volgare al quale troppo spesso è ridotto il suo pensiero: conosce l'uomo nuovo portato dal Rinascimento, e se ne è fatto, nell'intimo, un'idea esatta, ferma, lucida. La sua arte di governare non è lasciata agli arbitri del caso, all'improvvisazione, ma neppure alla sola conoscenza dei motivi psicologici dell'animo umano. Tutto questo lo conosce a fondo, d'accordo, ma conosce soprattutto la natura umana, come la concepisce il Rinascimento.
Per cogliere la concezione dell'uomo che sta costantemente alla base delle implacabili analisi di Machiavelli, e che pure non risulta esplicitamente in nessun punto, bisogna contrapporla a quella medievale.
Il medioevo è dominato dalla concezione aristotelica dell'uomo, integrata nel cristianesimo dal genio di san Tommaso. Dell'uomo medievale, si può dire, all'ingrosso, che è tutto d'un pezzo, senza rotture e crepe fra le componenti del suo essere, come un contadino la cui semplicità ignora i conflitti psicologici propri del cittadino, sollecitato in direzioni diverse dalle seduzioni della civiltà urbana e portato così spesso a spingere all'estremo la sua visione cerebrale del mondo. Il suo atteggiamento di fronte al reale è sintetico, non analitico, ed egli riconosce se stesso come un tutto, proprio alla maniera degli esseri e delle cose della natura che osserva intorno a sé e alla cui vita si mescola. Un albero non è per lui delle radici più un tronco più delle fronde, perché le parti ricevono la vita da un principio unico. Un animale non è un'addizione d'organi e di membra giustapposte come gli ingranaggi d'una macchina, ma un essere vivente che trae la sua vita da un'entità misteriosa serpeggiante, senza distinzione, in tutte le sue parti: quella che i sapienti chiamano anima. L'universo appare all'uomo medievale come una vasta rete di corrispondenze che concordano fra di loro in maniera organica. La sua concezione dell'uomo e del mondo è essenzialmente vitalistica.
Nulla di strano quindi che l'uomo del medioevo, formato dal contatto con la natura, abbia adottato nel suo comportamento, in modo conscio per i colti, inconscio per gli incolti, la dottrina aristotelica, che gli si adatta come un guanto. Per Aristotele infatti l'anima non è separata dal corpo, né lo spirito dalla carne: le due entità, incomplete, esistono l'una per l'altra. L'anima penetra il corpo fino all'ultima fibra, il corpo impregna l'anima fino nel profondo. È stato l'aristotelismo cristiano a orchestrare questa concezione unitaria dell'uomo, secondo cui lo spirituale è carnale, per riprendere la formula di Péguy, uomo del medioevo capitato per sbaglio nel secolo xix. Senza dubbio, la grazia è distinta dalla natura, ma, lungi dall'abolirla, la porta a compimento, incarnandovisi. (1) Non è affatto una mano di pittura, o un compensato deposto sull'uomo, ma è invece intimamente mescolata alla sua vita, come il nutrimento al sangue, e costituisce il principio di tutte le sue azioni soprannaturali e l'origine delle sue virtù teologali. L'aristotelismo cristiano è governato dalla legge dell'incarnazione radicale della grazia e dell'anima nel corpo, con il quale fanno un tutt'uno.
Non ci sono dunque per l'uomo medievale l'anima da una parte e il corpo dall'altra, come un pilota in un vascello, ma un solo essere tutto d'un pezzo. Non c'è da una parte il soprannaturale e dall'altra il naturale, ma un essere umano completo: l'uomo battezzato, completamente naturale e completamente soprannaturale, nella misura in cui realizza in sé le esigenze della natura e della grazia. L'essere umano è dunque per il medioevo un individuo nel senso più forte della parola, vale a dire un essere indiviso. Soltanto la morte viene a rompere questa fondamentale unità; ma la morte, nella prospettiva cristiana, non è altro che la porta aperta verso la risurrezione, nella quale anima e corpo si ricongiungono, e si ricostituisce l'unità concreta dell'essere umano. Le scene della risurrezione che si vedono sui portali delle cattedrali romaniche o gotiche del medioevo non sono soltanto la traduzione in immagini del giudizio finale, ma anche il simbolo della ricostituzione dell'essere umano integrale, dotato di un'anima, provvisto di carne ed ossa, destinato ad una gioia eterna, o ad una sofferenza eterna, a seconda del modo in cui ha vissuto. Il dogma della risurrezione dei corpi è strettamente legato alla concezione unitaria dell'uomo passata dall'aristotelismo al cristianesimo.
Il macrocosmo dell'universo non è altro che il gigantesco ingrandimento del microcosmo dell'uomo. Anch'esso è sottoposto alla regola d'oro dell'unità delle parti che lo compongono. Ogni fenomeno terrestre ha il suo corrispondente celeste, e viceversa; il dogma del corpo mistico della Chiesa, nel suo triplice aspetto militante, sofferente e trionfante, sottolinea ancora una volta la stretta solidarietà che esiste fra la concezione gerarchizzata e unitaria del cosmos aristotelico e la teologia cristiana.
L'uomo si trova dunque in accordo fondamentale con l'universo nel quale s'inserisce per destino di nascita. Senza dubbio, il peccato originale ha allentato questa relazione, ma non l'ha rotta completamente. L'uomo è stato escluso dal beneficio della grazia ma la natura in lui, per quanto ferita, non è stata corrotta al punto da non essere più natura. Cristo, del resto, è venuto per restaurare l'unità della creazione e offrirla nuovamente, sublimata dal suo sacrificio redentore, al Padre, creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili. Il cristiano che imita in questo modo Cristo è un uomo che, sollevato dalla grazia soprannaturale, offre alla paternità divina se stesso e l'universo intero di cui fa parte.
La prospettiva aristotelica e cristiana del medioevo è dunque decisamente vitalistica, consonantistica e ottimistica. La vita formicolante della natura viene da Dio e ritorna a Dio per mezzo di Cristo, "per ipsum et cum ipso et in ipso est tibi, Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria". Questa grandiosa visione teologica di un mondo la cui molteplicità è anche unità, non sarebbe stata possibile senza il lungo travaglio della sistemazione intrapresa da Aristotele che porta al suo perfetto compimento l'idea greca d'universo ordinato come un coro; il cosmo sospeso, per amore, a un Bene supremo che è Dio. Lo spirito medievale s'applicherà, dunque, come quello greco, ad ordinare la convergenza di tutti gli esseri, di tutti i beni verso il Bene, di tutti gli interessi materiali, intellettuali e spirituali verso l'armonia universale. La cristianità del medioevo è in questo modo l'erede diretta del cosmos greco e la sua trasposizione al piano superiore del soprannaturale.
Ora, questo universo è tanto più ordinato quanto più i suoi membri dipendono fino all'ultima radice da un Dio creatore. Ciascuno ha nell'universo un posto predestinato, ciascuno vi rappresenta ciò che vuole la volontà divina, senza poter aggiungere nulla alla sua figura, senza poter diventare diverso da quello che è, senza poter evadere dal suo proprio essere. Superarsi, andare al di là del potere che Dio ha assegnato a ciascuna delle sue creature, costituisce il peccato per eccellenza: l'orgoglio, che precipita chi ne è in preda nel disordine, fuori della creazione divina, e lo fa cadere tra le mani del demonio.
Anche qui, la concezione cristiana del peccato come rottura della legge divina si incontra con la concezione greca della sproporzione, dell'orgoglio, secondo la quale ogni uomo che esagera del potere di cui dispone e oltrepassa i suoi limiti, è immediatamente castigato della sua temerarietà con la distruzione della sua potenza.
Voler essere più di quel che si è, esclude l'uomo dall'ordine universale. Tutti gli abusi di potere sono immediatamente puniti: chiunque infranga i limiti della condizione umana per erigersi a superuomo, o Dio, si sottrae a questa armonia.
Questa concezione è stata demolita nel Rinascimento. Per difficile che sia definire in poche parole questo prodigioso movimento, il meno che si possa dire è che le influenze aristoteliche e cristiane, che con tanta forza si esercitarono nel medioevo, vi si attenuano, e finiscono in certi casi per sparire. La scuola di Padova resta sì fedele ad Aristotele, ma l'aristotelismo che essa divulga non ha più nulla a che vedere con quello greco e tomista. È così fortemente colorato di averroismo, che si stenta a riconoscerlo. Il posto di Aristotele viene preso da Platone, o piuttosto dalla sua trasposizione neoplatonica, e anche l'aristotelismo padovano non è che un neoplatonismo camuffato, proprio come l'averroismo del quale ha subito l'influenza. Dal Rinascimento in poi, non c'è più un solo filosofo peripatetico di rilievo.
Così pure, la struttura solidamente contadina della fede cristiana si altera, e si lascia invadere da elementi che vi separano le robuste relazioni strette fra la Sopra-natura e la natura. Mentre la natura, nel senso medievale del termine, è l'insieme degli esseri creati riuniti nella creazione e concretamente sottoposti al Creatore, la natura, nel senso nuovo del termine, diventa astratta e degenera in naturalismo, vale a dire in una dottrina che sottrae l'universo e la condotta umana agli imperativi della legge divina trascendente.
Privata del suo sostrato naturale, la fede cristiana si trasforma: perde il suo carattere carnale e s'immanentizza; è molto più pensata che vissuta, trasformandosi in un puro fideismo. Certo, l'uomo del Rinascimento resta un credente, ma la sua convinzione si mescola con tutte le sue elucubrazioni sull'universo, si rinchiude in se stessa, e spezza tutti i rapporti che il medioevo aveva solidamente stretto fra la filosofia, campo della prova, e la teologia, campo della rivelazione. Scriveva Poggio Bracciolini del suo amico Lorenzo Valla: "Egli condanna la fisica di Aristotele, distrugge la religione, professa idee eretiche, disprezza la Bibbia. E non ha forse professato che la religione cristiana non si fonda su delle prove, ma sulla fede, superiore a ogni prova?". Come si vede, il Rinascimento rompe con Aristotele e con la teologia cristiana tradizionale.
Le due fratture sono parallele, e si ritrovano, in gradi diversi, in tutti gli spiriti dell'epoca: l'uomo del Rinascimento non considera il mondo come un cosmos creato e riscattato da Dio, ma si colloca fuori di questo mondo che affronta soltanto più nella sua dimensione puramente mondana.
Non lasciamoci ingannare dalle metafore che si adoperano spesso parlando di questo periodo storico, secondo le quali il Rinascimento avrebbe sostituito l'antropocentrismo al teocentrismo medievale. L'immagine del "centro" è piuttosto falsa. Migliore quella del cerchio: per l'uomo medievale, il ciclo del reale va da Dio come principio a Dio come fine, passando per gli esseri finiti, naturali e soprannaturali. Questo accordo circolare è ora spezzato: l'uomo si trova all'esterno del ciclo della realtà: non è più un essere nel mondo, ma un essere fuori del mondo, di fronte a un universo spogliato della profondità naturale esplorata dall'aristotelismo e della profondità soprannaturale comunicatagli dal cristianesimo. Il mondo del Rinascimento è "snaturalizzato e dissacrato". Non v'è più nel mondo il principio vitale di cui parlava Aristotele; non più il fermento della grazia come diceva san Paolo: il mondo è ora un mondo nudo, disincantato. Non vi si cercheranno più le tracce dell'intelligenza divina che l'ha creato, né le vie dell'amore divino che l'ha riscattato. Può essere soltanto più un oggetto di conquista per l'uomo, che gli si colloca di fronte come il padrone dinanzi allo schiavo o l'artista di fronte alla materia da modellare.
Un simile mutamento di concezione avrà come conseguenza pratica immediata la sostituzione ai filosofi e ai teologi, cioè ai contemplativi del medioevo, degli uomini pratici: gli artisti, gli artigiani, i guerrieri, i conquistatori: in una parola, i tecnici. E siccome, per impadronirsi del mondo e imprimergli una forma è necessario conoscerne la resistenza e la malleabilità, così bisognerà scoprirne le linee di forza, proprio come se il mondo fosse una macchina da costruire; perché il mondo non è più un organismo come lo pensava Aristotele, ma un meccanismo, dal quale è esclusa ogni idea di causa, nel quale ci sono soltanto più dei fenomeni che si succedono e i cui antecedenti e conseguenti si rivelano invariabili all'osservazione. Come sottolinea Emile Bréhier, la nuova concezione del mondo è una di quelle che si realizzano, non una di quelle che si pensano. L'uomo rinascimentale di cui Machiavelli analizza il comportamento è il primo uomo faustiano: "Im Anfang, war die Tat!". Si può anche dire che è il primo marxista, se è vero che non si tratta più di conoscere il mondo, ma di cambiarlo, come dice il profeta del comunismo.
Con straordinaria acutezza, Machiavelli intuisce questo aspetto nuovo dell'uomo che nasce sotto i suoi occhi sulla scena della storia; per questo, egli volge risolutamente la schiena ai filosofi del Rinascimento rimasti prigionieri del vecchio schema dell'universo, come Nicola Cusano e Campanella, e adotta la nuova visione della natura, perché non vuole versare il vino nuovo, del quale vede la fermentazione, nei vecchi otri del passato. È la strada dei grandi capitani, dei grandi capi politici, dei grandi artisti.
Per Machiavelli, come per i suoi contemporanei consci dell'avvento dell'uomo nuovo, non c'è più un universo armonioso, articolato nelle sue parti da Dio creatore e salvatore, ma ci sono da una parte gli uomini, e dall'altra un mondo che gli uomini possono impunemente violare, purché siano abbastanza intelligenti e astuti. Per libertà, egli non intende più, contrariamente al medioevo, la possibilità di fare il bene o il male, ma - vedi i "Discorsi" - il potere di dominare un mondo divenuto plastico e malleabile, banale e profano, e tale che la ragione vi scopre soltanto più materia percettibile con i sensi. Al di fuori di questo mondo materiale, null'altro v'è che un lontano soprannaturale, fluttuante come un pallone senza ormeggi.
Non che Machiavelli sia un ateo nel senso moderno del termine: egli resta attaccato alla fede tradizionale, ma questa non ha più la possibilità di incarnarsi nel mondo nuovo che ha scoperto. Perciò, potrà scrivere altrettanto bene una esortazione alla penitenza o un discorso morale - è il titolo di una delle sue prose - quanto il regolamento per una società di piaceri - è un altro titolo. Machiavelli morirà in grembo alla Chiesa: scrive suo figlio Pietro a Francesco Nellio, avvocato fiorentino a Pisa, il 22 giugno 1524: "Si è lasciato confessare da frate Matteo, che gli ha tenuto compagnia fino alla morte". Ed è tutto: Machiavelli muore fedele ad una istituzione, nulla più. Non è un miscredente, un negatore, un nemico del cristianesimo. Non imita neppure la fede, come pensa Abel Le Franc di Rabelais: semplicemente, vive in due mondi diversi, separati da diaframmi a chiusura stagna. La conoscenza umana del mondo non è per lui integrata dalla fede cristiana, e questa non si appoggia più in modo vitale sulla prima. Pratica, come gli averroisti del suo tempo, la dottrina della doppia verità: verità religiosa e verità profana, indipendenti l'una dall'altra. Il suo atteggiamento è fideistico: "credo quia absurdum", e non "credo ut intelligam". Ragione ed esperienza non conducono più alle soglie del mistero soprannaturale, e questo non è più un prolungamento delle loro ricerche. Il vero mondo terrestre è quello dell'azione, il vero mondo celeste è quello della fede irrazionale, sentimentale, affettiva, contenuta nelle istituzioni e nei riti della Chiesa. Machiavelli li adotta entrambi, senza scoprire più il loro legame, come accade alla maggior parte dei suoi contemporanei. I due mondi sono dissonanti e Machiavelli vi si adatta, come d'altronde Montaigne, Hobbes e tanti altri.
Soltanto che non basta più fare questa constatazione, come la maggior parte degli storici, o semplicemente dichiarare insostenibile e ipocrita questo atteggiamento ambivalente, come Abel Le Franc. Bisogna comprenderlo, e non lo si comprenderà se non s'immerge Machiavelli nell'atmosfera specificamente neoplatonica nella quale affondano tutti gli spiriti del Rinascimento sotto l'influenza di Proclo. Per i neoplatonici, come per Platone, ci sono due mondi che coesistono senza penetrarsi a vicenda: il mondo intelligibile e armonioso, e il mondo materiale, disordinato. Ma mentre Platone parlava da poeta del mondo sensibile come d'una degradazione del mondo delle idee o come di un'ombra, i neoplatonici lo considerano un ammasso di parti esteriori le une alle altre, e prive di ogni principio organizzativo. La materia è per loro completamente indeterminata: è il male, o almeno, come ritiene Proclo, l'assenza di ogni consonanza, accordo, armonia.
L'uomo è dunque collocato in un universo radicalmente segnato dal sigillo della dualità: quaggiù un mondo dissonante, lassù, un mondo armonioso. Con lo spirito appartiene al primo, con il corpo al secondo. Ci sono soltanto due atteggiamenti possibili, proprio quelli che adottano gli uomini del Rinascimento secondo le loro inclinazioni: o fuggire il più possibile il mondo di quaggiù e rifugiarsi in quello della speculazione cerebrale (ed è quanto fanno molti filosofi, come Marsilio Ficino, Nicola Cusano e Campanella), oppure ricusare il mondo di lassù, o perlomeno rinchiuderlo in una silenziosa solitudine, e adattarsi al mondo terreno con la ferma intenzione di farcisi un posto, in mezzo alle divergenze.
Ci sono poi molti spiriti che oscillano da un polo all'altro: Leonardo da Vinci va dall'esoterismo alla tecnica. Certi filosofi ricostruiscono astrattamente un mondo ideale, ma sono anche medici, astrologi e occultisti. Gli umanisti edificano una religione della bellezza, ma sono anche dei filosofi delle scienze esatte. Machiavelli, da parte sua, si butta con avidità sul mondo terrestre, pronto però a conservarsi un'uscita di sicurezza verso il mondo di sopra, con quell'estrema prudenza che lo caratterizza, e il senso del calcolo che costituisce il fondo del suo carattere.
Tutto il genio di Machiavelli sta nell'aver compreso il significato di questo passaggio da un mondo unificato ad uno disarticolato, e di averne tratto le conseguenze. Machiavelli coglie mirabilmente la causa di questa immensa trasformazione; il suo occhio esercitato lo afferra a prima vista: se il mondo è disarmonico, è perché l'uomo stesso si è incrinato, e le componenti della sua natura, magari ancora organizzate da un aristotelismo e un cristianesimo diffuso e passato nei costumi, si sono separate le une dalle altre. In realtà non è solo la fede che si isola nell'uomo del Rinascimento e che, sotto l'aspetto d'un fideismo disincarnato, si stacca dalla natura umana, a sua volta degradata in naturalismo, ma è l'uomo concreto, quello quotidiano, l'uomo della strada, per così dire, che divorzia da se stesso. L'uomo tutto d'un pezzo che il medioevo ha conosciuto, cede il posto a un uomo le cui estremità spirituali e vitali si sono separate. L'angelo che abita nell'uomo sotto l'aspetto dello spirito, contempla d'ora in poi dal di fuori la bestia che abita nell'uomo sotto l'aspetto delle passioni e degli istinti: una triplice rottura scinde l'uomo dall'alto in basso. Non c'è più comunicazione organica fra il credente, l'essere ragionevole e l'animale. Fino a poco prima, quest'uomo era riuscito a superare le contraddizioni della sua natura, sublimandole in un'arte di vivere ispirata all'aristotelismo e al cristianesimo: ora, l'invasione neoplatonica ha eliminato questa possibilità.
Pico della Mirandola lo ha detto perfettamente nel suo famoso discorso sulla dignità dell'uomo. Dice il Creatore ad Adamo: "Ti ho messo in mezzo al mondo perché tu possa più facilmente guardarti intorno e vedere ciò che il mondo racchiude. Facendo di te un essere che non è né celeste né terrestre, ho voluto darti il potere di formarti da solo: tu puoi discendere fino al livello della bestia e puoi elevarti fino a diventare un essere divino".
Tutte le filosofie dell'epoca rifiutano la concezione unitaria dell'uomo: la ragione umana è autonoma, e non ha nulla a che vedere con il corpo, materia vile. La ragione è divina, o partecipa del divino, e si può introdurre nei misteri delle realtà superiori alle quali la sua natura la apparenta. Ne viene che le passioni del corpo, non più regolate dallo spirito presente nella carne, hanno libero corso. È il famoso adagio di Pascal: "Chi fa l'angelo, fa la bestia". Si trova con difficoltà un altro periodo della storia in cui la cultura dello spirito in tutti i suoi aspetti, normali o aberranti, abbia coinciso in tal modo con la peggiore dissolutezza dei costumi. Un esempio ne è la corte pontificia.
Machiavelli non fa che appropriarsi di questa concezione dell'"homo duplex". Scrive: "È felice, vale a dire raggiunge la perfezione del suo essere, chi sa ben governarsi secondo la qualità e la condizione dei tempi". Ma il suo tratto di genio sta nell'aver invertito i termini, e nell'aver capito che la polvere di esoterismo che tanti suoi contemporanei respiravano con delizia dai manoscritti dell'antichità decadente, non valeva un soldo. Anche per Machiavelli l'uomo è doppio: vi è la ragione, e vi è l'animale nell'uomo, ma è l'animale che è in lui che lo mette a contatto con il reale. La caratteristica della ragione non è quella di involarsi nel regno delle chimere, lasciando che passioni e istinti animaleschi se ne vadano per conto loro, ma al contrario è suo compito seguirli per fare in modo che raggiungano lo scopo, e conferir loro il massimo di potenza con le tecniche sapienti inventate ad hoc.
Siamo così al centro del pensiero di Machiavelli. È la fine dell'intelligenza aristotelica e cristiana che pone il fine ultimo della vita umana nel bene supremo, Dio: il bene supremo, Dio, invita la volontà a riavvicinarsi il più possibile, armonizzando di volta in volta il mondo materiale e quello spirituale. È la fine della ragione, nel senso antico e medievale, che svela all'uomo la sua natura di animale ragionevole e le sue funzioni gerarchicamente organizzate, e che illumina la volontà incaricata di realizzare l'architettura ordinata. La ragione si trova alla presenza di un animale che manifesta i suoi desideri, le sue aspirazioni, i suoi amori e i suoi odi, e che desidera soltanto soddisfarli. Ma come soddisfare pienamente un essere che non ha più dei fini propri e che è travagliato da un'aspirazione illimitata? Privo del suo bene soprannaturale, l'uomo non è altro che incolmabile appetito. L'animale s'imbatte nei suoi limiti: respinto, si arresta; sfamato e dissetato, dopo aver soddisfatto gli altri desideri, si riposa. Eppure l'uomo, per quanto profonda sia la sua caduta, conserva i tratti della sua natura, e desidera ancora realizzarla e giungere al bene supremo (2).
Ma poiché questa strada gli è impedita, seguirà la sua animalità con una sola parola d'ordine: sempre di più. L'uomo di Machiavelli non ha altra mira che la potenza, e la definizione della potenza è sempre di più. Il potere è come un gas, scriveva Simone Weil, parafrasando Tucidide: si dilata all'infinito fino a che non incontra un ostacolo. Così tutto il problema di Machiavelli, il solo problema di Machiavelli, è questo: in che modo l'uomo, che non è altro che potere, possa estendere questo potere senza perderlo. La risposta: elaborando una tecnica razionale della potenza che le impedisca di dissiparsi.
Machiavelli vede l'uomo nella sua duplicità agire esattamente come un ingegnere. La ragione dell'ingegnere si trova di fronte a delle forze materiali, che si tratta anzitutto di conquistare e poi di utilizzare in modo che non sfuggano più. È anche il problema di Machiavelli. L'ingegnere è un machiavellico inconscio, Machiavelli è un ingegnere dell'animo umano senza il titolo ufficiale.
Per raggiungere lo scopo, egli spingerà fino all'estremo limite dell'investigazione l'analisi del potere, e incomincerà a liberarlo di tutte le sue impurità. Il potere, per prima cosa, non è nient'altro che potere allo stato puro, che ha come fine soltanto se stesso. Non si è potenti per godere del benessere, o delle donne, o dei piaceri, e così via, ma si è potenti soltanto per dispiegare la propria potenza. Nella storia, Machiavelli va a ricercare tutti gli esempi del potere e scruta a fondo Tito Livio. Roma antica, archetipo del potere, gli fornisce materiale inesauribile che gli permette di definire come il potere si conquisti, si conservi, si perda.
E come l'ingegnere che applica dall'esterno la sua intelligenza alle forze materiali, egli finisce per vedere nel potere il puro scheletro quantitativo, che ne da’ l'esatta misura. Leggendo i consigli di Machiavelli, si è colpiti dall'importanza che egli da’ al "più" e al "meno". Si tratta di arrivare ad un dato punto stabilito dal calcolo: a volte bisogna ammazzare, ma non troppo, salvo eccezioni, e se "la grandezza del delitto ne copre l'infamia".
Tutti i modi d'agire dell'uomo devono essere soppesati, conteggiati, anatomizzati, come delle cose, perché l'uomo è una cosa, e anche il Principe è per se stesso una cosa calcolata dalla sua ragione tecnica, se vuole restare principe. Napoleone è un degno allievo di Machiavelli quando scrive: "Per me, non ci sono delle persone, ma soltanto delle cose, con il loro peso e le loro conseguenze" e aggiunge: "Io sono il più schiavo degli uomini, perché mio padrone è la necessità, e la necessità non ha cuore". In altre parole, per l'uomo-ragione, l'uomo animale è soltanto un meccanismo.
Lo ha detto Machiavelli stesso nella famosa lettera da S. Casciano: "Metto a fuoco la mia lente da orologiaio, prendo con dita delicate i miei piccoli aghi, smonto e rimonto continuamente le piccole rotelle, esamino i minuscoli perni, scruto le reni nervose di tutte le molle dell'anima umana e la faccio funzionare sotto i miei occhi, come funziona in tutti gli uomini". Naturalmente, non nega la possibile presenza del caso e della sorte negli avvenimenti: ma si tratta, per il Principe che voglia rimanere tale, di prevenirli e di porvi riparo in anticipo, costruendo meccanismi che valgano ad ovviare il venir meno di quelli che avrebbero dovuto funzionare. Per la prima volta nella storia dell'umanità, la condotta dell'uomo è considerata come un sistema di riflessi meccanici che permettono quasi sempre previsioni infallibili.
Infine, la ragione dell'uomo, nell'applicarsi ad oggetti e situazioni puramente meccaniche, diventa anch'essa un meccanismo. Non c'è altra forma d'intelligenza per Machiavelli se non quella del calcolo. Cartesio diceva che la sua fisica era tutta geometria: prima di lui, Machiavelli avrebbe potuto affermare che la sua politica era tutta matematica, con i suoi segni fondamentali: più, meno, uguale. Del resto, per cogliere nell'uomo soltanto gli aspetti quantitativi, occorre evidentemente che la ragione che li coglie sia essa stessa completamente matematizzata e meccanizzata. Si può dire, senza cader nella caricatura, che Machiavelli vede nell'"homo duplex" il meccanismo della ragione che agisce su quello della passione e degli istinti, e la loro giustapposizione che agisce a sua volta sulla macchina del mondo.
Soltanto in questo modo è possibile conservare il potere conquistato. Nell'equazione della potenza ci sono tutti i rischi di perdere il potere, e insieme tutti gli stratagemmi che servono a conservarlo: i primi con il segno positivo, i secondi con il segno negativo. Resta da fare l'operazione, e il risultato sarà senza errore.
Machiavelli lo ripete continuamente, e aggiunge, con la consueta ardente freddezza, che "bisogna dare al popolo soltanto dei risultati".
Egli non è dunque, in nessun modo, il tecnocrate puro della politica che troppo spesso ci si compiace di immaginare. Le sue tecniche affondano in una concezione dell'uomo e del mondo dissonantistica e dualistica ben determinata. Basta leggerlo attentamente per convincersene. Quando si dice che l'interesse e la potenza non hanno bisogno di giustificazioni e di fondamenti, che vanno da sé, che sono dei fatti che il fiorentino semplicemente constata, si fa torto all'intelligenza dell'autore de "Il Principe". Machiavelli ha davanti un tipo d'uomo del tutto nuovo, avido del solo potere su gli altri uomini e sulle cose, la cui struttura precede tutte le tecniche ch'egli preconizza; ha operato di fronte a questo tipo neoplatonico dell'uomo lo stesso rovesciamento che Marx effettuerà più tardi nella dialettica hegeliana, con la stessa intenzione: dominare gli altri uomini ed il mondo.
È chiaro che un pensiero rigorosamente matematico come quello di Machiavelli ignora le nozioni di bene e di male. In matematica, non c'è ne bene ne male, non c'è neppure vero o falso nel senso proprio del termine, ma soltanto esatto o inesatto. Per questo Machiavelli è il pensatore contemporaneo per eccellenza, in un mondo in mano alla tecnica: il suo pensiero non può non suscitare scandalo, ed è dal nome di Nicolò Machiavelli che gli inglesi hanno tratto l'appellativo che danno al diavolo: "old Nick".
È naturale che questa rigorosa meccanizzazione dell'uomo e del mondo sotto il governo d'una intelligenza puramente quantitativa appaia satanica al cristiano. Eppure, il satanico di Machiavelli non è in questo, ma piuttosto nella sua concezione dissonantistica dell'uomo e del mondo, che i suoi calcoli metodici si sforzano di ridurre e mascherare sotto rapporti di forza. Satana è in realtà l'essere disgregato per eccellenza, perché deriva il suo essere da Dio, e da Dio si è allontanato: non ha più unità interiore, è lacerato fin nel profondo. De Vigny gli ha fatto dire:
Tanto grande è la distanza fra me e me,
che non capisco più quel che dice l'innocenza.
Satana comprende soltanto più il peccato, separazione da sé e separazione da Dio, dal quale dipende tutto l'essere. Secondo i Padri della Chiesa, la definizione stessa del peccato originale è lo scegliere arbitrariamente una parte del proprio essere a danno delle altre, e sottrarla al dominio divino: "Con il primo peccato", scrive uno di essi, "Adamo si è separato da se stesso e dagli altri". Adamo ha rotto i legami che lo uniscono come creatura a tutte le altre e al resto della creazione nell'amore per il Creatore.
È esattamente la posizione di Machiavelli, la cui concezione dell'uomo e del mondo è la più pessimistica possibile. "Si può dire che gli uomini in generale sono ingrati, incostanti, falsi, vili, interessati... e il Principe che si è basato sulle loro parole, senza prendere altre precauzioni, crolla... Lo dimostrano tutti coloro che hanno trattato della vita pubblica, e la storia ne offre esempi su esempi: chiunque organizzi una repubblica e ne ordini le leggi deve per forza supporre che tutti gli uomini siano cattivi, e diano sfogo alla malvagità della loro anima ogni volta che possono farlo liberamente... Gli uomini non fanno mai nulla di bene se non per necessità". Di passi come questo se ne trovano a centinaia nell'opera del Fiorentino.
L'immoralismo di Machiavelli, cristallino e glaciale, ha per conseguenza almeno di mettere in guardia l'uomo politico contro i fumi del moralismo. In realtà se c'è un campo in cui il fine giustifica, nella maggior parte dei casi, i mezzi, è proprio la politica. Il bene comune che l'uomo di stato è incaricato di conservare comporta sempre una forte dose di elementi "impuri" e la salvezza d'una nazione non è il risultato di una sterilizzazione di microbi. L'uomo di stato è spesso indotto, in funzione del bene superiore al quale veglia, ad essere crudele o perfido. Se fa mettere a morte gli autori di gravi disordini, non è più "immorale" del chirurgo che amputa un membro in cancrena. Se nasconde ai suoi avversari le sue vere intenzioni, non "mentisce" più di quanto faccia un medico che nasconde a un paziente riottoso i veri scopi della cura. Essendosi posti fuori del bene comune che li avrebbe fatti partecipare alla vita della "Città", questi oppositori sono soltanto più delle cose da trattare come tali. Inoltre, la prospettiva dell'uomo di stato deve tenere conto di numerosi fattori che sfuggono al suo libero arbitrio, e quindi alla sua volontà, morale o immorale: situazione geografica del paese, sviluppo o regresso demografico, ricchezze naturali, scambi commerciali con i popoli vicini, e così via. La sua azione perciò è analoga alle tecniche che hanno per oggetto realtà materiali, quando colpisce i rappresentanti di queste forze impersonalmente sottomessi al suo governo, e non può applicar loro strettamente i princìpi che regolano le relazioni fra esseri coscienti e liberi.
Gli antimachiavellici che insorgono contro il machiavellismo dell'uomo politico, sono sempre dei farisei del machiavellismo, quando misconoscono l'enorme dose di realtà fisica che fa da zavorra all'arte di governare. Il loro moralismo deriva da una segreta o confessata adesione al culto del "grosso animale", che erige le nazioni e i popoli in individui giganteschi dotati di libertà e responsabilità. Non sono più dei singoli che essi sacrificano all'idolo della loro pseudo-morale, ma dei gruppi, delle classi, dei paesi, delle razze. Impregnando di "morale" i mezzi fisici che sono costretti ad impiegare, li giustificano a loro volta senza alcuna vergogna. Il machiavellismo che verbalmente ripudiano è sceso nelle loro midolla come una vecchia malattia vergognosa che li distrugge e della quale imbiancano i sepolcri. "Da conquistare con l'idealismo", diceva Lenin dei suoi interlocutori. Il mondo d'oggi è pieno di questi "moralisti" che, come termiti, rodono il tessuto vitale delle nazioni, e ammantano di gloria le rovine che provocano.
Machiavelli, la grande belva solitaria, era un agnello in confronto a questi insetti che si ritengono atleti della moralità.
Machiavelli è anche l'antitesi esatta di Rousseau. Per lui, l'uomo è radicalmente cattivo, come se mai fosse stato creato né riscattato da Dio. Per il ginevrino, l'uomo è radicalmente buono, come se non avesse mai peccato, come se fosse Dio stesso.
La nostra epoca ha combinato le due concezioni. Sotto un rousseauismo di diritto, tradotto nelle grandi parole di libertà, uguaglianza, fraternità, si nasconde in politica un machiavellismo di fatto che utilizza l'influenza ipnotica di queste parole in favore della volontà di potenza degli assetati del potere, individui, gruppi, nazioni. Rousseau dà a Machiavelli la buona coscienza e la buona fede di cui il Fiorentino si fa beffe, copre le sue imprese d'un involucro galvanoplastico di rispettabilità. Non è più in nome del potere che si pongono in atto divisioni, conflitti, e perfino crimini, ma in nome della Giustizia con la maiuscola. L'uomo di cui Rousseau ha fatto un idolo nasconde in sé un demonio, l'angelo di Rousseau si unisce con la bestia machiavellica. Ne viene fuori una eccellente mistura esplosiva. Da due secoli, tutte le rivoluzioni la utilizzano spudoratamente. Ne è simbolo la fissione nucleare, presentata nello stesso tempo come la chiave che aprirà il paradiso terrestre, e come lo strumento della catastrofe assoluta scatenata dalla volontà di potenza.
Noi non potremo sfuggire a questo disumano dilemma se non con un ritorno all'umano. La conversione è semplice ed insieme difficile. L'uomo non è ne buono né cattivo, ma tutte e due le cose insieme. L'uomo di stato autentico deve avere il compito di stabilire con tutti i mezzi un clima sociale cosiffatto che anche le potenze del male concorrano allo sviluppo del bene. Una sana politica è quella che fa coincidere l'interesse, sempre personale, che sottrarrebbe l'uomo alla comunità se abbandonato a se stesso, con il dovere che, quando esercita il suo onnipotente dominio, assorbe l'uomo nella comunità. Questa tensione è senza fine: il lavoro politico è sempre da rifare, come la tela di Penelope.
Per superare Machiavelli e Rousseau, c'è una sola via: il ricorso a qualche potenza trascendente e intemporale, mitologica o meno, che sola può rivolgere il male verso il bene. Per questo gli antichi dicevano della politica che è una scienza divina. Senza la chiave di volta della religione, l'edificio sociale crolla.

NOTE

[1] "Perficit", dice san Tommaso, e si potrebbe tradurre: porta al massimo grado di perfezione e di maturità, pur restando, come principio di questa trasformazione, superiore alla natura.


[2] Ancora una volta Pico della Mirandola ha visto bene. Nel suo "Discorso", Dio dice all'uomo: "Venendo al mondo, gli animali hanno ricevuto tutto ciò di cui hanno bisogno... Tu invece puoi diventare grande e svilupparti come vuoi".
Non sono riuscito a trovare la fonte - postato l'8 gennaio 2013

05 settembre 2012

Lucrezio, una scoperta che aprì il Rinascimento

Il suo poema fu ritrovato da Bracciolini nel 1417
di Paolo Mieli
Il 28 ottobre del 1958, quando fu eletto Papa, Angelo Roncalli scelse un nome che per il suo mondo da 500 anni era tabù: Giovanni XXIII. Tabù perché la Chiesa aveva già avuto, all'inizio del Quattrocento, un Giovanni XXIII e il suo non era stato un pontificato felice, al punto che si concluse con la deposizione del Papa stesso. In un anno, come vedremo, molto particolare: il 1417.
Quel Giovanni XXIII si chiamava Baldassarre Cossa, era nato nell'isola di Procida e apparteneva a una famiglia di pirati (due suoi fratelli furono catturati e condannati a morte, anche se poi, grazie agli intrighi di Baldassarre, la pena fu commutata in detenzione). Ma non fu per l'attività corsara che quel pontefice mise in imbarazzo i suoi contemporanei. Cossa si era già distinto, nelle vesti di camerlengo del papa napoletano Bonifacio IX, mettendo su un fruttuoso mercato di cariche ecclesiastiche e di indulgenze. Poi, quando morì papa Alessandro V, si mormorò che fosse stato lo stesso Baldassarre ad avvelenarlo. Ciò nonostante il Cossa fu scelto nel 1410 come suo erede e prese, appunto, il nome di Giovanni XXIII.
Erano anni di scisma, Cossa fu considerato un antipapa, e gli si contrapposero lo spagnolo Pedro de Luna (Benedetto XIII) e il veneziano Angelo Correr con il nome di Gregorio XII. Contro di lui - come nei confronti dei suoi predecessori, ma stavolta in maniera più decisa - si mosse il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, che nel 1413 invase Roma, costringendolo a rifugiarsi a Firenze e a chiedere aiuto all'imperatore Sigismondo di Lussemburgo. Questi lo aiutò, obbligandolo, però, a convocare, nel 1414, un concilio a Costanza sui monti tra la Svizzera e la Germania. Lì avrebbero affrontato anche le questioni poste dal riformatore ceco Jan Hus, erede per molti versi dell'eretico inglese John Wycliffe e precursore, con cento anni d'anticipo, di Martin Lutero. Sulle rive del Lago di Costanza si radunarono decine di migliaia di persone (principi elettori, duchi, ambasciatori di varie potenze, il margravio di Brandeburgo, oltreché trenta cardinali, trentatré vescovi, tre patriarchi, cento abati, cinquanta prevosti, cinquemila monaci e frati, diciottomila sacerdoti). Come prima cosa, il Papa e l'imperatore tesero la mano a Hus, invitandolo - con la garanzia dell'immunità - a Costanza per esporre le ragioni della sua protesta contro la vendita delle indulgenze. Era una trappola. Hus si fidò, si presentò, ma fu tratto in arresto senza neanche poter prendere la parola. E però Giovanni XXIII, che credeva di aver stretto con Sigismondo un patto indistruttibile in ragione di quel clamoroso voltafaccia, sbagliò ed ebbe, di lì a breve, una sorte in parte analoga a quella di Hus.
Che le cose per lui si stessero mettendo male, Baldassarre Cossa lo capì l'11 marzo del 1415 quando, dopo che l'arcivescovo di Magonza aveva dichiarato che non avrebbe obbedito a nessuno se non a lui, prese la parola il patriarca di Costantinopoli e, rivolto all'arcivescovo di cui si è appena detto, disse: «Chi è quel tipo? Merita di essere bruciato!». Baldassarre Cossa presagì il pericolo che si celava dietro quell'invettiva contro l'arcivescovo di Magonza, fuggì da Costanza e si rifugiò da un amico nel castello di Sciaffusa. L'amico, però, non era tale da resistere alle lusinghe dell'imperatore, al quale riconsegnò Giovanni XXIII, così che questi immediatamente poté farlo arrestare. Per un breve periodo (prima di essere segregato nel carcere imperiale di Heidelberg) il Papa fu rinchiuso nel castello di Gottlieben, sul Reno, dove era imprigionato Hus, che di lì a breve sarebbe stato arso sul rogo. Ma a differenza di quello per Hus, il procedimento giudiziario contro Giovanni XXIII andò più per le lunghe: venne istruito un processo nel corso del quale gli furono contestati reati di simonia, sodomia, stupro, incesto, tortura e omicidio. Un suo «devoto», Teodorico di Niem, depose contro di lui riferendo che in un solo anno aveva sedotto duecento donne: vedove, ma anche spose e suore. Il processo si concluse nel 1417, come si è detto, con la sua deposizione.
Ed è qui che comincia la nostra vera storia. Non tutti i collaboratori di Cossa lo tradirono come Teodorico di Niem: uno in particolare, Poggio Bracciolini, segretario personale del Papa, si limitò ad allontanarsi da Costanza e decise di dedicarsi alla sua passione, la ricerca di testi dell'antichità. Poggio Bracciolini - sul quale Eugenio Garin ha scritto pagine mirabili in Ritratti di umanisti (Bompiani) e in un saggio che accompagna l'edizione Bur di Facezie - era nato a Terranuova in Toscana e aveva all'epoca 37 anni. Nella sua lunga vita (morì quasi ottantenne) «servì» otto Papi. Nei giorni della disgrazia di Giovanni XXIII andò a cercare soddisfazione nei monasteri, dove giacevano sepolti piccoli e grandi capolavori dell'antichità copiati, nei secoli, dai monaci. E a Fulda - un'abbazia fondata nell'VIII secolo da un discepolo di san Bonifacio, l'apostolo della Germania - proprio in quell'anno, il 1417, Poggio trovò il De rerum natura: un meraviglioso poema di 7.400 versi in esametri composto da Tito Lucrezio Caro a metà del I secolo a. C.
A questo ritrovamento, che ha cambiato il corso della Storia molto di più di quanto si immagini, è dedicato lo straordinario libro di Stephen Greenblatt Il manoscritto che, nell'impeccabile traduzione di Roberta Zuppet, sta per essere pubblicato da Rizzoli. Con ogni probabilità, scrive Greenblatt, quando trovò il De rerum natura e lo fece copiare da uno scrivano, Poggio «conosceva già il nome di Lucrezio tramite Ovidio, Cicerone e altre fonti antiche che aveva studiato con cura insieme ai suoi amici umanisti». Ma «né lui né gli altri avevano letto più di uno o due scampoli della sua scrittura che, a quanto si sapeva, era andata perduta per sempre». E pensare che 1.450 anni prima il De rerum natura era ben conosciuto e molto apprezzato. «L'opera poetica di Lucrezio», aveva scritto Cicerone al fratello Quinto l'11 febbraio del 54 a. C., «è proprio come mi scrivi, rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica». Virgilio lo aveva lodato (pur senza nominarlo) nelle Georgiche. E Ovidio aveva scritto estasiato: «I versi del sublime Lucrezio sono destinati a perire solo allora quando in un sol giorno tutta la terra sarà distrutta».
L'unico profilo biografico di Lucrezio era stato scritto alla fine del IV secolo d. C. - cioè centinaia di anni, quasi 500, dopo la morte del poeta - da un grande Padre della Chiesa, san Girolamo, il quale aveva parlato del poeta riferendo «che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto negli intervalli della follia alcuni libri, che Cicerone emendò, si suicidò all'età di 44 anni». Qui Greenblatt fa sua la tesi già argomentata da Luciano Canfora nella Vita di Lucrezio (Sellerio), secondo cui Girolamo elaborò un racconto maligno di pura fantasia, scritto in funzione delle guerre filosofico-religiose della Chiesa del suo tempo. Racconto che nulla aveva a che fare con i termini reali dell'esistenza dell'autore del De rerum natura.
Perché questa ostilità nei confronti di Lucrezio? Alla Chiesa del IV secolo interessava colpire il filosofo che aveva ispirato l'opera di Lucrezio: Epicuro. Epicuro era nato verso la fine del 342 a. C. nell'isola egea di Samo, dove suo padre, un povero maestro ateniese, era emigrato come colono. Aveva raccolto l'eredità di Leucippo di Abdera e del suo allievo Democrito (V secolo a. C.), sostenendo che ogni cosa esistita e che esisterà si compone di minuscoli atomi indistruttibili. Affermava anche che gli dei sono indifferenti alle sorti degli esseri umani. L'altra sua tesi filosofica secondo cui lo scopo supremo della vita è il piacere - seppur definito in termini assai sobri e responsabili - «fu uno scandalo sia per i pagani sia per i loro avversari, gli ebrei prima e i cristiani poi». Tra i primi cristiani, però, ce n'erano stati alcuni, tra cui Tertulliano, che avevano giudicato ammirevoli alcuni elementi dell'epicureismo. Ma quando, dopo Costantino, la religione cristiana si affermò definitivamente, la Chiesa stabilì che le tesi di Epicuro e Lucrezio sulla mortalità dell'anima andassero combattute in ogni modo.
«Platone e Aristotele, pagani che credevano nell'immortalità dell'anima, potevano in ultima analisi essere tollerati da un cristianesimo trionfante», scrive Greenblatt, «l'epicureismo no». Persino l'imperatore Giuliano l'Apostata (331-363 d. C. circa), che pure aveva cercato di proteggere il paganesimo dall'assalto cristiano, fece un'eccezione a danno di Epicuro: «Non dobbiamo ammettere i discorsi degli epicurei», scrisse. Epicuro non doveva più apparire quello che effettivamente era stato, vale a dire «l'apostolo della moderazione al servizio di un piacere ragionevole», bensì - secondo quelli che erano stati nel De ira Dei i dettami di Lattanzio, un nordafricano nominato precettore del figlio di Costantino - come «una figura dedita a eccessi sfrenati». La filosofia epicurea, sosteneva Lattanzio, ha numerosi seguaci «non perché proponga una qualche verità, ma perché il nome allettante del piacere invita molte persone». I cristiani, proseguiva, devono rifiutare tale invito e comprendere che «piacere è un nome in codice per vizio».
Tale condanna durerà molto a lungo: mille anni dopo, Dante nella Divina Commedia metterà Epicuro all'inferno (Canto X) in bare incandescenti con «tutti suoi seguaci che l'anima col corpo morta fanno». E Lucrezio doveva subire lo stesso trattamento. Così, tra il IV e il IX secolo, il De rerum natura sopravvisse solo per la sua preziosità stilistica, citato en passant in liste di esempi grammaticali e lessicografici, ossia come modello di un corretto uso del latino. Nel VII secolo, Isidoro di Siviglia, nel compilare una vasta enciclopedia, l'aveva utilizzato come fonte autorevole sulla meteorologia. Il libro, scrive ancora Greenblatt, era riemerso brevemente all'epoca di Carlo Magno, quando si era registrata una cruciale ondata di interesse per i volumi antichi e Dungal, un colto monaco irlandese, ne aveva meticolosamente trascritta una copia. Tuttavia «non essendo mai stato discusso o diffuso, il volume era ricaduto nell'oblio dopo ciascuna di quelle fugaci apparizioni». Accadde quasi per caso che qualche monaco nel IX secolo, del tutto ignaro delle polemiche di alcuni secoli prima e solo in omaggio allo stile e alla sintassi dell'opera, ne copiasse nuovamente il testo; certo non per diffonderlo, ma solo per tramandarlo. Tant'è che due manoscritti del De rerum natura - non quello da cui copiò Poggio Bracciolini che è andato distrutto - sono sopravvissuti, per essere infine ritrovati nella collezione di Isaac Voss, uno studioso olandese del XVII secolo e, dal 1689, si trovano all'Università di Leida. Ma nel Quattrocento di quei volumi non si sapeva ancora nulla.
Fu nel Quattrocento che Francesco Petrarca prima (a partire dal 1330) e poi Giovanni Boccaccio, Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, iniziarono a scoprire quel genere di testi e a diffonderli. Poggio, che arrivò a Roma 25 anni dopo la morte di Petrarca (1374), fu discepolo di quei grandi umanisti. Di volumi da riportare alla luce ce ne erano moltissimi. Nell'antica Grecia si era già sviluppata una grande passione per i volumi, passione che contagiò il mondo mediterraneo. Intorno al 40 a. C., all'incirca dieci anni dopo la morte di Lucrezio, a Roma, sull'Aventino, Asinio Pollione, un amico di Virgilio, costruì la prima biblioteca pubblica. Qualche anno dopo Augusto ne fondò altre due e nel IV secolo se ne contavano 28. Anche i privati che se lo potevano permettere iniziarono ad acquistare libri. Nella distruzione di Ercolano (79 d. C.) fu coperta di lava quella che oggi chiamiamo la Villa dei Papiri, dove erano collezionati innumerevoli rotoli di cui si è salvata la parte interna. Il grammatico Tirannione possedeva 30 mila volumi. Il medico Sereno Sammonico, 60 mila: Roma antica, scrive Greenblatt, era stata contagiata «dalla febbre greca dei libri». Nel corso di quei secoli furono realizzati e venduti decine di migliaia di volumi.
Poi venne Costantino, grazie al quale nel 313 d. C. iniziò il processo che avrebbe fatto del cristianesimo la religione ufficiale. E - nel 391 d. C. - Teodosio il Grande diede il via a una campagna per la distruzione dei luoghi del paganesimo, tra cui le biblioteche. Ad Alessandria se ne occupò il patriarca Teofilo e, qualche anno dopo di lui, suo nipote Cirillo, che estese l'attacco agli ebrei. Ai due si devono la distruzione della biblioteca del Serapeo e l'uccisione della filosofa Ipazia. «La sua figura», ha scritto Silvia Ronchey in Ipazia (Rizzoli), «ha incarnato la superiorità del paganesimo, con il suo pluralismo e la sua apertura, rispetto alla dogmatica chiusura dei monoteismi». Secondo alcuni, ha aggiunto la Ronchey, «il suo fu un assassinio politico; secondo altri, fu l'espressione dell'intolleranza religiosa di antichi monaci talebani, nella cui violenza si specchiavano la vocazione estremista e gli eccessi integralisti della Chiesa alle origini della sua scalata al potere». Per quel che riguarda la distruzione dei libri, gli «eccessi integralisti» cristiani fecero una parte, guerre e crisi economica il resto.
Talché sono sopravvissuti solo 7 degli 80 o 90 drammi di Eschilo e dei circa 120 di Sofocle, mentre Euripide e Aristofane se la sono cavata un po' meglio: 18 su 92 per il primo, e 11 su 43 per il secondo. Didimo di Alessandria scrisse più di 3.500 libri, che però, a parte qualche frammento, sono svaniti nel nulla. Alla fine del V secolo d. C. il curatore letterario Stubeo compilò un'antologia di prose e poesie dei migliori autori antichi: su 1.430 citazioni, 1.115 sono tratte da opere ormai irrecuperabili. Sono stati inghiottiti nel nulla i testi dei fondatori dell'atomismo, Leucippo e Democrito, e quasi tutte le centinaia di opere del loro erede intellettuale, Epicuro, di cui sono rimaste solo tre lettere e una lista di 40 massime riportate dallo storico della filosofia Diogene Laerzio. Così come sono scomparse del tutto le opere, citate con ammirazione da Quintiliano, di Macro, Varrone Atacino, Cornelio Severo, Saleio Basso, Gaio Rabirio, Albinovano Pedone, Marco Furio Bibaculo, Lucio Accio, Marco Pacuvio. Durante le guerre gotiche, scoppiate alla metà del VI secolo, e ancor più nel periodo successivo, «gli ultimi laboratori commerciali dedicati alla produzione di volumi erano falliti». Toccò ai monaci copiare i libri già in loro possesso, non potendo neanche più ricorrere ai produttori di papiro egiziano che, in assenza di un mercato librario remunerativo, erano tutti falliti. Così accadeva spesso che «lavorando con coltelli, spazzole e stracci, i monaci avevano cancellato dalle antiche pergamene i vecchi scritti - Virgilio, Ovidio, Cicerone, Seneca, Lucrezio - per sostituirli con i testi che i superiori avevano ordinato loro di copiare».
Ma il testo più importante - che se non fosse stato per quella missione di Poggio Bracciolini a Fulda forse avremmo perso per sempre (anche se poi se ne ritrovarono altre due copie del IX secolo, ma chissà se qualcuno sarebbe riuscito a leggerle secoli e secoli dopo) - fu quello di Lucrezio. Vediamo - con estrema semplificazione - quali sono i concetti basilari del De rerum natura anche se, avverte Greenblatt, una sintesi come quella che segue rischia di oscurare «l'incredibile vigore poetico» dell'opera che, del resto, il poeta stesso sminuisce quando paragona i propri versi al «miele spalmato intorno al bordo di una tazza contenente una medicina che altrimenti un bambino ammalato potrebbe rifiutarsi di bere».
Ogni cosa è fatta di particelle invisibili. Le particelle elementari della materia - «i semi delle cose» - sono eterni. Le particelle elementari sono infinite nel numero, ma limitate nella forma e nelle dimensioni. Le particelle si muovono in un vuoto infinito. L'universo non ha un creatore o un architetto. Ogni cosa prende origine da una «deviazione» (che Lucrezio chiama declinatio, inclinatio o clinamen). La deviazione è la fonte del libero arbitrio. La natura sperimenta senza sosta. L'universo non fu creato per o intorno agli esseri umani. Gli esseri umani non sono unici. La società umana non iniziò in un'età dell'oro in cui prevalevano la tranquillità e l'abbondanza, bensì durante una lotta primitiva per la sopravvivenza. L'anima muore. L'aldilà non esiste. La morte non è nulla per noi. Le religioni organizzate (va tenuto presente che Lucrezio scriveva alcuni decenni prima della nascita di Cristo) sono illusioni superstiziose. Le religioni sono tutte crudeli. Non esistono angeli, demoni o fantasmi. Lo scopo supremo della vita umana è l'aumento del piacere e la riduzione del dolore. Il maggiore ostacolo al piacere non è il dolore, bensì l'illusione. Comprendere la natura delle cose genera profondo stupore.
Poggio mandò il libro appena copiato a un amico, Niccolò Niccoli, perché ne facesse altre copie, senza neanche comprendere bene di chi si trattasse. Qualche anno dopo cercò di rientrarne in possesso («Voglio leggere Lucrezio ma vengo privato della sua presenza: intendi tenerlo per altri dieci anni?», protestava con Niccoli) e però non ci riuscì. Di lì a poco Johannes Gutenberg avrebbe inventato i caratteri mobili e il De rerum natura sarebbe stato finalmente stampato, diffuso e reso, per così dire, eterno. Comunque la sua fortuna fu immediata, già alla fine del Quattrocento. E con essa, quella di Epicuro. Nel 1509 allorché Raffaello dipinse la «Scuola di Atene» - una rappresentazione di omaggio alla filosofia greca - nella Stanza della Segnatura in Vaticano, diede a Platone e Aristotele «il posto d'onore nella luminosa scena», ma sotto l'ampio arco raffigurò anche Epicuro, stabilendo con ciò che la filosofia epicurea potesse «convivere in armonia con la dottrina cristiana», e fosse meritevole di un'attenta discussione da parte dei teologi raffigurati sulla parete opposta. Sbagliava.
Nel dicembre 1516, quasi un secolo dopo il ritrovamento del De rerum natura, il Sinodo fiorentino, un influente gruppo di ecclesiastici d'alto rango, proibì la lettura di Lucrezio nelle scuole. Poi, nel 1551 i teologi del Concilio di Trento misero al bando sia Epicuro che l'opera di Lucrezio. Ma era tardi. A quel libro si sarebbero ispirati Tommaso Moro, Giordano Bruno, William Shakespeare (e con lui Spencer, Donne, Bacone), Galileo Galilei. I Saggi di Montaigne, pubblicati per la prima volta in Francia nel 1580 e tradotti in inglese nel 1603, contengono quasi cento citazioni dal De rerum natura. Il filosofo, astronomo e sacerdote francese Pierre Gassendi (1592-1655) si dedicò a un ambizioso tentativo di riconciliare epicureismo e cristianesimo e uno dei suoi più celebri discepoli, Molière, si applicò a una traduzione (purtroppo perduta) del poema di Lucrezio. Ammiratore di Epicuro fu, nel XVII secolo, Isaac Newton, e così anche il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, che collezionò ben cinque edizioni latine del De rerum natura e in una lettera a William Short del 31 ottobre 1819 scrisse: «Ritengo che le dottrine autentiche di Epicuro (non quelle attribuite) contengano tutte le cose razionali della filosofia morale che ci hanno lasciato la Grecia e Roma». A Epicuro e Lucrezio renderanno omaggio Baruch Spinoza nel Seicento e Charles Darwin nell'Ottocento.
A questo punto dobbiamo riaffermare, con Greenblatt, che non esiste un'unica spiegazione per l'inizio del Rinascimento e la liberazione delle forze che hanno modellato il nostro mondo. E certo «non si può dire che un poema sia stato responsabile di un così drastico mutamento intellettuale, morale e sociale... Nessuna opera da sola avrebbe potuto produrre un effetto così esplosivo, soprattutto un testo di cui per secoli non si era potuto parlare liberamente in pubblico senza correre rischi». Ma si può dire che questo libro antico, ricomparso all'improvviso, «fece la differenza».
E i due protagonisti di quel fondamentale 1417? Giovanni XXIII, tornato ad essere Baldassarre Cossa, dopo tre anni di carcere, pagò la propria liberazione, fu nominato cardinale a Firenze, dove morì nel 1419, e fu sepolto in una bellissima tomba realizzata da Donatello nel battistero del Duomo. Poggio Bracciolini, per sottrarsi alle tensioni di cui si è detto all'inizio, accettò il posto di segretario di Henry Beaufort, vescovo di Winchester, e rimase in Inghilterra per quattro - per lui interminabili - anni. Poi tornò a Roma, in Vaticano. Si arricchì collezionando oggetti antichi. Nei suoi ultimi anni di vita fu cancelliere di Firenze. Morì nel 1459, fu sepolto nella chiesa di Santa Croce, ebbe un ritratto di Antonio Pollaiolo e la città di Firenze gli fece fare una statua che fu collocata davanti a Santa Maria del Fiore. Statua che, però, nel 1560, allorché fu ristrutturata la facciata del Duomo, fu spostata in un'altra parte dell'edificio. Nel 1959, in occasione del cinquecentesimo anniversario della sua morte, il paese in cui nacque è stato ribattezzato Terranuova Bracciolini e la statua è stata collocata nella piazza principale della cittadina. Greenblatt è andato a vederla e ha avuto l'impressione che «pochi di coloro che vi passano davanti per raggiungere i vicini spacci aziendali di abbigliamento abbiano idea di chi commemori». Un destino non insolito per un grande umanista che pure ha cambiato la storia dell'umanità.
«Corriere della sera» del 4 settembre 2012

04 gennaio 2011

Il petrarchismo laurenziano o neoplatonico

Il petrarchismo di maniera del primo Quattrocento
Nel Quattrocento si compongono numerosi «canzonieri», a riprova che il modello petrarchesco comincia ora ad agire, soprattutto per quel che riguarda la forma del "libro di rime", ovvero l’andamento "narrativo" di una raccolta di rime. E però, quella quattrocentesca, una produzione di livello piuttosto modesto. È un "petrarchismo" di maniera (Croce parla di un «vero e proprio epigonismo»), che si avvale di una «trama amorosa di fondo» e su di essa si compiace di giochi retorici, bizzarre metafore e lambiccati artifici che sembrano piuttosto precorrere il concettismo della lirica barocca. Il primo di questi canzonieri è La giusta mano del poeta bolognese Giusto De’ Conti, del 1440: una raccolta di rime sul tema della mano della donna amata, evidente ricalco del tema petrarchesco svolto in un gruppo di sonetti definiti «del guanto»; fin dal titolo si può arguire l’estrema artificiosità di questa produzione e l’angolatura parziale della scelta tematica.
Nella seconda metà del Quattrocento una profonda trasformazione è in atto: cade l’illusione che il latino possa rinascere come lingua letteraria privilegiata, e inizia quel che è stato definito l’«Umanesimo volgare». A Firenze, sotto l’illuminata guida di Lorenzo il Magnifico si crea uno straordinario cenacolo di artisti, letterati e filosofi, tra cui Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Poliziano, Pulci, il giovane Michelangelo e lo stesso Lorenzo.

Petrarchismo e neoplatonismo
Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola sono i due massimi filosofi della corrente neoplatonica che si sviluppa a Firenze nella seconda metà del Quattrocento, e che trova espressione sul versante letterario soprattutto nella teoria dell’amor platonico ripercorsa da Bembo negli Asolani e da Castiglione nel Cortegiano. Secondo la concezione neoplatonica, il desiderio connaturato nell’uomo è di raggiungere la bellezza ideale attraverso un amore speculativo e contemplativo, al di là della caducità e contingenza delle cose terrene. In quest’ottica la bellezza della donna amata è soltanto un riflesso di quella Bellezza eterna, di quell’idea innata che l’uomo persegue attraverso le tante approssimazioni concrete che cadono sotto i suoi erronei sensi. L’esperienza amorosa diventa dunque un’avventura spirituale, un itinerarium ad Deum che si serve delle suggestioni terrene.
È proprio l’unione di petrarchismo e neoplatonismo che fonda la sostanza della poesia lirica di fine Quattrocento e poi del Cinquecento: alla concezione petrarchesca della donna come "pensiero amoroso", del tutto avulso da ogni realizzazione concreta, si aggiunge il concetto di "idea" platonica, per cui l’amore cantato in versi è un’immagine solo mentale e la donna è una figura pensata, oggetto di scrittura, protagonista di una narrazione fittizia, che si muove su schemi prestabiliti e canonici.

Lorenzo de’ Medici
Il Canzoniere di Lorenzo il Magnifico è forse il primo che ripercorre in modo più aderente, ma anche più nuovo, il Canzoniere petrarchesco, fondendo la poetica del Petrarca, lo Stilnovismo e il neoplatonismo. A quindici anni, nel 1464, Lorenzo inizia a scrivere componimenti d’amore per la coetanea Lucrezia Donati, che sarà la sua "Laura"; continua a scrivere anche dopo l’assunzione del potere (1469) e nel 1474 decide di raccoglierli (sono ormai una settantina) in un corpus sul modello dei Fragmenta petrarcheschi, cioè secondo lo schema narrativo di una «amorosa istoria», che ne faccia un vero e proprio "libro di rime". Tra il 1480 e il 1484 Lorenzo lavora a quello che si può definire il suo secondo canzoniere, il Comento de’ miei sonetti, una raccolta di poesie ancora dedicate alla sua D. (così viene nominata Lucrezia Donati, dove D. sta per Donati ma anche per Diana, senhal con il quale Lorenzo canta la sua donna). Questo canzoniere è però del tutto particolare, perché è "commentato": ogni componimento è seguito cioè da un commento in prosa, esegetico e filosofico, scritto dall’autore; il modello dunque non è più solo Petrarca, ma soprattutto il Dante della Vita Nova e del Convivio: l’intento di Lorenzo infatti non è soltanto di continuare il suo libro d’amore per Lucrezia, ma di fare anche opera di filosofia, in linea con i filosofi del suo entourage, tra i quali Giovanni Pico della Mirandola che in una lettera loda la sua poesia perché presenta un giusto equilibrio tra la perfezione puramente formale del Petrarca e la sostanza di pensiero, tipica invece della poesia dantesca.
Negli ultimi anni della sua vita, tra il 1487 e il 1491, Lorenzo tornerà al suo Comento per farne una sorta di testamento spirituale, e per trasformarlo in modo ancora più evidente in una vera e propria fabula philosophica, perseguendo quell’ideale di nobilitazione del volgare al quale si dedicò prima della sua immatura fine, nel 1492.

Lorenzo de’ Medici, Felice terra, ove colei dimora
In questo sonetto, tra i componimenti iniziali del Canzoniere laurenziano, è evidentissimo il calco petrarchesco; il tema portante è l’elogio del luogo dove vive la sua donna che per il poeta è come un secondo sole.

Felice terra, ove colei dimora
la qual nelle sue mani il mio cor tiene,
onde a suo arbitrio io sento e male e bene,
e moro mille volte e vivo, l’ora.
Ora affanni mi dà, or mi ristora,
or letizia, or tristizia all’alma viene,
e così il mio dubbioso cor mantiene
in gaudii, in pianti: or convien viva, or mora.
Ben sopra l’altre terre se’ felice,
poiché due Soli il dì vedi levare,
ma l’un sì chiar, che invidia n’ha il pianeta.
Io veduto ho sei lune ritornare
sanza veder la luce che mi queta:
ma seguirò il mio Sol, come fenice.

Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE DEC
1. Felice terra: è espressione petrarchesca: cfr. RVF, CCLXXVI, v. 11.
3. onde: per cui, per la qual cosa.
4. e moro... l’ora: e muoio e vivo mille volte all’ora.
8. or convien... mora: ora vuole vivere, ora morire.
10. due Soli: gli occhi di madonna sono il secondo sole, per metafora; oppure la donna stessa è un Sole, cfr. Petrarca, RVF, C, 1-2; CXV; CCLV, 5-6; e soprattutto CCXIX, 12-13, dove Petrarca dice che a volte egli ha veduto levarsi insieme entrambi i soli.
11. il pianeta: il vero sole.
12-13. Io veduto... queta: sono passati sei mesi senza vedere la donna amata.
14. ma seguirò... fenice: l’allusione è al mito della fenice, il favoloso uccello che ogni cinquecento anni, bruciato dal sole, risorgeva dalle proprie ceneri: così Lorenzo, bruciato dalla passione, ritorna ogni volta alla sua donna.



Lorenzo de’ Medici, Come lucerna all’ora matutina
Il sonetto è tra gli ultimi del Canzoniere dedicati a Lucrezia Donati. Lorenzo dichiara di non temere più gli assalti della passione, perché ormai il pensiero del Cielo lo avvince e li rende innocui. Siamo dunque sulla stessa linea del finale del canzoniere petrarchesco, vera e propria storia morale di un progressivo allontanamento dalle passioni terrene in vista del bene celeste.

Come lucerna all’ora matutina,
quando manca l’umor che ‘l foco tiene,
extinta par, poi si raccende, e viene
maggior la fiamma quanto al fin più inclina,
così in mia vaga mente e peregrina,
l’umor mancando d’ogni antica spene,
se maggior foco ancor vi si mantiene,
è che al fin del suo male è già vicina.
Ond’io non temo esto tuo novo insulto,
né più l’ardente face mi spaventa,
giunto al fin de’ disir’, disdegni et ira.
Più mia bella Medusa marmo sculto
non mi fa, né, Sirena, m’addormenta,
perché al suo degno amore il Ciel mi tira.


Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE CDE
1-4. Come... inclina: Come una lampada sul far del mattino, quando vien meno l’olio («umor») che alimenta il fuoco, pare consumate («extinta»), poi si riaccende e la fiamma arde di più quanto più si avvicina alla fine. Il paragone era già in Boccaccio, nella Fiammetta (VIII, 18).
5. vaga... e peregrina: mutevole e inquieta (i due termini rappresentano una dittologia sinonimica).
6. l’umor... spene: mancando ormai l’alimento della speranza («spene») d’essere riamato.
7-8. se maggior ... vicina: se appare una fiamma maggiore delle precedenti, è il segno che la mente è giunta alla fine del suo male, cioè è il segno che l’amore sta finendo.
9. esto... insulto: questo tuo nuovo assalto (si rivolge ad Amore).
10. face: fiamma
12. Più mia... sculto: la donna amata è detta Medusa (come già la Laura di Petrarca) perché ha la capacità di trasformare in marmo l’amante: l’allusione è alla freddezza e alla crudeltà di lei.
13-14. non mi fa... tira: l’amata non è più nemmeno Sirena, non ha più cioè la capacità di affascinare col canto e inebriare: la donna perde tutte le sue arti, di fronte al «degno amore» che è quello verso Dio.
Analisi
In questi sonetti l’influenza di Petrarca risulta evidente a livello sia stilistico (nel lessico, nella sintassi, nella tessitura metrica e retorica), che semantico (nei temi e nelle immagini).
Nel sonetto Felice terra, ove colei dimora l’elogio della terra che ospita la donna amata e la metafora della donna-sole sono entrambi di matrice petrarchesca. Il luogo in cui vive Lucrezia Donati è definito «felice» perché possiede due soli: uno reale che dà luce e calore, l’altro metaforico che illumina e riscalda la vita («Ben sopra l’altre terre se’ felice, / poiché due Soli il dì vedi levare»). A queste immagini di luce è strettamente legata nell’ultimo verso quella della fenice, il mitico uccello destinato ad essere periodicamente bruciato dai raggi solari, come il poeta dalla passione amorosa, per poi rinascere dalle sue stesse ceneri («ma seguirò il mio Sol, come fenice»). Tipicamente petrarchesca è anche l’espressione di sentimenti e stati d’animo diversi e contrastanti, attraverso una fitta serie di antitesi nelle quali si coglie il senso di un’esistenza incerta, sospesa fra speranza e disillusione (male/bene; moro/vivo; affanni mi dà/mi ristora; letizia/tristizia; gaudii/pianti; viva/mora). In questi versi, inoltre, Lorenzo celebra una sorta di anniversario, o meglio sottolinea una scadenza che scandisce il tempo della sua storia d’amore: dice infatti che da sei mesi non rivede la sua donna, definita «la luce che mi queta», ma non per questo cesserà di attenderla e di seguirla col pensiero.
Anche nel sonetto Come lucerna all’ora matutina l’amore è legato a immagini di luce, ma la condizione psicologica di Lorenzo è completamente diversa. Il sonetto è giocato sul paragone tra il poeta e la lucerna, ovvero tra l’amore del poeta e l’umore della lucerna, i quali termini costituiscono una paronomasia, una delle figure retoriche più frequenti nella lirica petrarchesca. L’amore si configura come una passione bruciante (foco; fiamma; foco; ardente face) dalla quale il poeta, però, sente di essere quasi libero («al fin del suo male è già vicina»; «giunto al fin de’ disir’, disdegni et ira»).
Le immagini conclusive di Medusa e della Sirena, tratte dalla mitologia greca, suggeriscono l’idea di una pericolosa fascinazione implicita nella passione amorosa: Medusa, infatti, col suo sguardo capace di pietrificare, è emblema della durezza e della crudeltà, mentre Sirena è il simbolo di un’insidiosa grazia seduttrice, destinata a portare alla rovina chiunque si abbandoni ad essa. Lorenzo, tuttavia, si sente ormai al riparo da ogni ricaduta, perché i suoi pensieri, ora, sono rivolti all’unico essere «degno amore», cioè Dio.

Tratto da Guerriero-Palmieri-Lugarini, Prisma, volume 1 (La letteratura dalle origini alla fine del Quattrocento), pp. 391-394
Postato il 4 gennaio 2011

03 settembre 2010

Machiavelli, lo scienziato prestato alla politica

di Gabriele Pedullà
Per uscire da una crisi grave come quella che da tre anni attanaglia le economie occidentali occorrono i consigli di un vero specialista: e, quanto a crisi, nessun pensatore politico italiano - nemmeno Benedetto Croce o Antonio Gramsci, che sperimentarono sulla propria pelle l'avvento del fascismo - merita tale definizione quanto Niccolò Machiavelli. A fare fede, qui, è innanzitutto la sua biografia. Machiavelli aveva venticinque anni quando le truppe del re di Francia Carlo VIII varcarono le Alpi, facendo saltare il sistema di equilibrio a cinque su cui da tempo si reggeva la penisola (Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli), ma soprattutto dando inizio a una cruenta stagione di guerre che, con pochissime pause, si sarebbe prolungata almeno fino al 1530: quando il fiorentino era già morto da tre anni.
Quel 1494 fu vissuto dagli italiani come una data spartiacque, perché il rapido ed effimero successo di Carlo VIII dimostrò a tutti in maniera incontrovertibile come, diviso, il paese più ricco e più avanzato culturalmente d'Europa fosse incapace di resistere alle incursioni dei vicini. Così, negli anni successivi francesi e spagnoli si sarebbero contesi la supremazia, fino a quando il terribile sacco di Roma del 1527 - pochi mesi prima della morte di Machiavelli - sancì definitivamente la supremazia di questi ultimi.
Machiavelli non smise per tutta la vita di riflettere su quello scacco epocale. La sconfitta, nel suo caso, era duplice, perché oltre all'Italia c'era anche Firenze. Qui, alla discesa di Carlo VIII, i Medici, signori de facto della città, erano stati cacciati ed era stata restaurata la repubblica presso cui proprio Machiavelli aveva poi servito per quattordici anni in qualità di cancelliere: finché, nel 1512, le armate spagnole avevano riportato in città gli eredi di Lorenzo il Magnifico. Qualche mese prima della morte, sulla scia del sacco di Roma, Machiavelli avrebbe fatto in tempo a vedere rinascere ancora una volta la repubblica, ma tutta la "seconda" vita del fu segretario fiorentino dopo l'allontanamento dagli uffici può essere considerata egualmente un unico, ininterrotto ragionare sulle cause di quella disfatta e sui modi per porvi rimedio.
Proviamo allora ad ascoltare la sua lezione. La prima cosa che Machiavelli ci ricorda è che le crisi giungono improvvise soltanto perché non sappiamo riconoscere gli infiniti segni che le preannunciano. Tutto il Principe è pieno di riferimenti alle illusioni ottiche della politica alla luce dell'amara considerazione che la maggior parte degli uomini riconosce i problemi quando questi sono cresciuti al punto che non è quasi più possibile risolverli. I grandi rivolgimenti non nascono dalla fortuna ma dalla mancanza di osservazione e dalla incapacità di costruire in anticipo argini abbastanza saldi da resistere allo straripare del fiume, quando la piena finalmente arriva. Ma la descrizione machiavelliana dell'Italia alla vigilia della discesa di Carlo VIII, con la sua amara ironia su «i grandi spaventi, le sùbite fughe e le miracolose perdite», potrebbe essere trasferita senza difficoltà all'euforia dei mercati finaziari prima che scoppiasse la bolla. Nessuno ha visto niente. Eppure i segnali c'erano tutti: mentre la prudenza politica - lamenta Machiavelli - consiste precisamente nella capacità di leggere in anticipo gli indizi.
È questo il passo preliminare per chiunque voglia uscire da una crisi: individuare i punti deboli e da lì muovere per rimediare al disastro presente. Nel caso di Machiavelli questa ricerca dell'origine del male si concretizzò in un processo di riforma militare, per dare a Firenze un'armata di soldati reclutati nel contado con cui sostituire le inaffidabili e poco combattive truppe mercenarie. Ma l'altra lezione di Machiavelli di fronte al tracollo italiano è che in casi come questi i palliativi e i piccoli correttivi non servono: proprio come non serve "temporeggiare" un problema senza mai affrontarlo. A una crisi di sistema bisogna rispondere con una riforma di sistema: oggi come ieri.
Rispetto a noi, Machiavelli aveva ben chiaro a chi i suoi contemporanei avrebbero dovuto guardare per uscire dall'impasse. Il modello di riferimento da tenere costantemente sotto gli occhi erano i Romani: alla cui storia è dedicata infatti la più importante e ambiziosa delle sue opere, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Anche qui il bersaglio privilegiato di Machiavelli sono i sistemi chiusi che si credono invulnerabili perché artificialmente separati dall'esterno ma che in realtà, alla prova dei fatti, sono quelli che sperimentano sempre le crisi più violente. Una generazione dopo il primo viaggio di Colombo, i Discorsi insegnano che è impossibile richiudersi su se stessi e, tagliati i rapporti col resto del mondo, vivere sereni in un'armonia artificiale, perché, volenti o nolenti, in un universo interconnesso questa separatezza potrà venire rimessa in discussione quando meno lo si vorrebbe.
Non è strano, allora, che nell'opera di Machiavelli l'antimodello per eccellenza sia incarnato da Venezia: ovvero dalla Repubblica che i suoi contemporanei più apprezzavano, in quanto priva di conflitti interni e unica compagine statale ad aver retto alle armate degli ultramontani, sfruttando la condizione invidiabile del suo sito per tenersi fuori dalle guerre d'Italia dopo la terribile disfatta subito ad Agnadello nel 1509. Machiavelli non la pensa così e si sforza di dimostrare come il prezzo pagato da Venezia per la sua proverbiale concordia, fondata sul rifiuto di accogliere i nuovi arrivati e gli stranieri nelle proprie istituzioni politiche, si rivelasse a conti fatti troppo alto. Se un'attenta profilassi sociale aveva infatti messo la città al riparo dalle contese, l'armonia che ne era conseguita era solo apparentemente invidiabile perché aveva privato la Repubblica di altrettanti potenziali soldati, rendendola incapace di difendersi. Chi si chiude è destinato a soccombere. E senza la laguna e il mare la Serenissima sarebbe da tempo defunta.
Opposta era la condizione di Roma. Qui l'apertura verso gli stranieri e la tendenza ad accordare a tutti i popoli sottomessi la cittadinanza avevano rinfocolato per secoli le lotte politiche tra patrizi e plebei, ma contemporaneamente avevano assicurato alla Repubblica una consistente massa di cittadini-soldati, permettendole di stabilire la propria supremazia sull'intero bacino del Mediterraneo. Proprio il successo di Roma aveva dimostrato come i conflitti sociali, quando le parti in lotta si astengono dalla violenza, siano tutt'al più «un inconveniente necessario a pervenire a romana grandezza».
Alla fine, certo, anche Roma era entrata in crisi e le sanguinose guerre civili del I secolo a.C. avevano consegnato una Repubblica esausta nelle braccia di Augusto. In questo caso la lezione che i Discorsi ne traggono è particolarmente pessimistica: all'origine della decadenza vi sarebbe stato infatti un irreversibile mutamento dei costumi. Ma mentre i Romani incolpavano della crisi il contatto corruttore con i piaceri e le mollezze dell'Oriente, Machiavelli avanza una tesi diversa, fondata su un'acuta notazione dello storico Sallustio. Il tracollo della morale dei padri sarebbe stato un effetto della scomparsa della paura. Finchè infatti i Romani erano stati tenuti sotto scacco dalla minaccia di Cartagine, le ricchezze affluite dalle province orientali non avevano avuto nessun effetto sui loro costumi; ma non appena il nemico era stato sconfitto, nessuno si era più preoccupato del bene comune e di colpo non c'era stato più argine al vizio e alla corruzione. Come dire che Roma si era mantenuta temperante solo per effetto di una costrizione esterna, e che - venuto meno l'effetto moralizzatore della paura - persino la proverbiale virtù degli Scipioni e dei Decii si era dissolta nell'aria.
La storia non si ripete mai uguale. Eppure, ventuno anni dopo gli eventi miracolosi del 1989, Machiavelli obbliga i suoi lettori a domandarsi se l'attuale crisi della moralità pubblica, in un tempo di banchieri fraudolenti e di politici incapaci di distinguere tra un summit internazionale e una festa di addio al celibato, non abbia a che fare anche con la fine della minaccia del grande Orso russo. Dobbiamo rassegnarci a credere, insomma, che l'età d'oro del capitalismo - per mezzo secolo capace di conciliare crescita, profitti, benessere generalizzato e mobilità sociale - sia stata solo un risultato imprevisto della Guerra fredda? E che, dissolta l'Urss, quello stesso sistema si sia scoperto incapace di regolarsi da solo, in assenza di una minaccia esterna? È possibile che Machiavelli non avrebbe spiegato molto diversamente la più grande crisi economica dopo quella del 1929. Ma se avesse ragione, sarebbe un pessimo segno: perché in tutta la sua opera l'autore del Principe ripete costantemente che, quanto più gli stati sono corrotti nel profondo, tanto più si dimostrano incapaci di tollerare quella amara terapia che pure, in questi casi, sarebbe indispensabile per rimetterli in sesto.
No, non c'è ragione di essere ottimisti guardando all'Italia timorosa e gaudente di oggi con il Principe e i Discorsi. Ma, per fortuna, una delle grandi virtù dell'uomo Machiavelli, che il fiorentino non ha mai smesso di comunicare ai suoi lettori attraverso la pagina scritta, è la determinazione a lottare e a non darsi per vinti prima del tempo. Nei prossimi anni politici, economisti e semplici cittadini chiamati a reinventare le regole del capitalismo e della democrazia del XXI secolo ne avranno un gran bisogno.

LA VITA
Niccolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 da un'antica ma decaduta famiglia. Inizia la sua carriera al servizio della Repubblica di Firenze alla caduta di Girolamo Savonarola. Nel 1498 viene nominato segretario della Seconda Cancelleria e, in seguito, segretario del consiglio dei Dieci. Tale incarico gli consente di conoscere dall'interno la realtà della politica del tempo, grazie a numerose missioni diplomatiche presso la corte di Francia, la Santa Sede e la corte imperiale di Germania. Sotto la corte di Cesare Borgia, organizza una milizia popolare per la difesa della Repubblica di Firenze, ma fallisce nella prima azione nel 1512 contro la fanteria spagnola a Prato. Caduta la Repubblica e tornati i Medici con l'aiuto degli Spagnoli e della Santa Sede, Machiavelli viene licenziato. Nel 1513, dopo un complotto fallito viene sospettato di congiura anti-medicea, arrestato e torturato. Con l'elezione di Papa Leone X gli viene finalmente concessa la libertà e viene costretto all'esilio. Si ritira a Sant'Andrea, nella sua proprietà. A questo periodo appartiene la composizione delle sue principali opere d'argomento politico: Il principe (1513) e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (1513-18). Smorzatosi progressivamente il rigore dell'esilio, Machiavelli rientra a Firenze, dove ricopre la carica di storico ufficiale della città, componendo le sue Istorie fiorentine. Muore il 21 giugno del 1527 nella sua città natale.

LE OPERE
Oltre a quelle più note (sopra citate), fra le altre opere del pensatore, sono da annoverare la novella Belfagor e la celebre commedia La Mandragola, due capolavori che fanno rimpiangere il fatto che Machiavelli non si sia mai dedicato al teatro.

I LUOGHI
La Fonte del Machiavelli è un antico casolare di Fontalle, accuratamente ristrutturato, appartenuto a Niccolò Machiavelli: si trova nel cuore del Chianti classico vicino a Firenze in Sant'Andrea in Percussina (San Casciano Val di Pesa), dove il famoso scrittore fiorentino aveva la sua dimora. In questa zona, inoltre, si trova anche Villa Machiavelli (visitabile su prenotazione), un'autentica casa fiorentina del Cinquecento oggi restaurata, dove visse e scrisse alcune tra le sue più importanti opere letterarie. Di fronte il ristorante L'Albergaccio è incluso tra i locali storici d'Italia: viene citato nei libri di storia come l'antica taverna frequentata da Machiavelli durante il suo esilio nel 1512.
«Il Sole 24 Ore» dell’8 agosto 2010

30 agosto 2010

Pico, dottore in Qabbalah e amor profano

Giulio Busi: la rinascimentale vita di un curioso enciclopedico, anima controversa, disperatamente umana
di Alessandro Defilippi
Autunno 1494. Sono i giorni in cui Carlo VIII di Francia, sulla strada per Napoli, entra in Firenze, dopo che i Medici, nella figura di Piero, figlio del rimpianto Magnifico, ne sono stati cacciati. Il 17 novembre, nella città toscana, muore, per cause non accertate, Giovanni Pico della Mirandola, umanista, cabbalista, sospetto d'eresia, fiero nemico dell'astrologia quanto amico dei neoplatonici. Figura ancora oggi simbolicamente significativa, se di un uomo dotato di prodigiosa memoria si diceva che era come Pico; almeno sino all'avvento della rivoluzione digitale,che ci ha purtroppo assolto dall'arte del ricordare. Alla sua morte, Giovanni - o meglio, Pico, come tutti lo chiamiamo- è un estroso trentunenne, di molti amori e ancor più letture e amicizie. È nato a Mirandola, presso Modena, e proviene da un ambiente di parentele e legami sopraffini, daiGonzaga agli Este, ai Boiardo di quel Matteo Maria autore dell' Orlando innamorato.Masoprattutto è uno dei personaggi che, in quell'incipiente Rinascimento (le Americhe vengono scoperte due anni prima della sua scomparsa), determina le nuove coordinate della cultura occidentale. Di Pico, dunque, scrive Giulio Busi in un libro singolare e affascinante, degno peraltro dell'autore. Busi è docente a Berlino, dove dirige l'Istituto di Giudaistica, ed è autore o curatore di testi sopraffini,comeMistica ebraica, curato insieme a Elena Loewenthal. Busi accoppia al rigore del filologo - assoluto, questo, basti compulsare il ricchissimo apparato di note - a un' imprevista verve di narratore. Unmemorialista, verrebbe da dire, se non che Busi narra, come se vi fosse stato presente, i fatti e i pensieri occorsi a personaggi del quindicesimo secolo. E che personaggi: dallo stesso Pico, che l'autore spolvera di ogni ragnatela accademica, a Marsilio Ficino, da Lorenzo de' Medici al Poliziano, fino a quel fecondo milieu di ebrei e di marrani (come venivano chiamati gli ebrei convertiti al cristianesimo) che affolla il nostro Rinascimento. Il Pico di Busi è un curioso enciclopedico, un ricercatore di sapienza. Sapienza che va a scovare persino nella Qabbalah ebraica e negli insegnamenti di personaggi discutibili e spericolati, come Flavio Mitridate, alias Guglielmo Raimondo Moncada, ebreo convertito di Caltabellotta, che per Pico compila e traduce una biblioteca di testi cabbalistici. È anche però un amante focoso, che ci viene descritto durante il tentativo di rapimento della bella Margherita, e una sorta di arbiter elegantiarum. Autentico prototipo di quella fantasia di uomo assoluto che fu di quei tempi, è fondamentalmente, pur nei suoi difetti, impietosamente evidenziati dall'autore, un ricercatore dell'assoluto. Ricerca mescolata a un furioso bisogno di dimostrarsi il migliore, che lo condurrà a pericolose disavventure, come quando certe sue Conclusiones, proposizioni filosofiche, anziché la sospiratafama gli donerannoun'accusa di eresia da parte di papa Innocenzo VIII (legato, tra l'altro, agli autori del famigerato Malleus Maleficarum e allo stesso Torquemada) e una conseguente, salvifica fuga in Francia. Personaggio complesso e controverso, disperatamente umano, Pico ci appare dunque ben degno di stare al centro di un'opera letteraria. Colpisce, come detto sopra, la padronanza narrativa di Giulio Busi, che costruisce il suo romanzo-saggio su episodi salienti, scene di notevole intensità, filtrate da uno stile che ricorda, per alcuni manierismi, certa avanguardia. Il miglior complimento che un lettore non tecnico possa fare al libro è che ne dispiace una certa brevità, e che forse Busi avrebbe potuto osare di più (e chissà che un giorno non decida di farlo), spingendosi più risolutamente sul versante di un romanzo storico ricco, oltre che di eventi e di esattezza, di idee e di domande.
«La Stampa», supplemento «Tutto libri» del 28 agosto 2010