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18 dicembre 2015

Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri

di Monica Ricci Sargentini
Prendere un appuntamento per avere un figlio con una madre surrogata è facile. Sul sito California Premium Surrogacy si clicca su «genitori intenzionali» e si compila un modulo in cui si forniscono nome, cognome, email, accompagnati da un breve messaggio. La risposta arriva entro poche ore. La mattina dopo ci presentiamo alla Santa Monica Fertility Clinic nell’omonimo boulevard di questa cittadina baciata dal sole dove ogni desiderio sembra a portata di mano.
«Buongiorno Monica sono Julie Webb, la coordinatrice dei pazienti, sono contenta che tu sia venuta a trovarci dall’Italia». Capello corto, viso acqua e sapone, abbigliamento casual, ci fa fare il giro della clinica, un appartamento a pian terreno dall’aspetto modesto ma confortevole: «La comodità — dice — è che facciamo tutto qui, dal pick up degli ovuli della donatrice al transfer dell’embrione nell’utero della portatrice. Voi non dovete preoccuparvi di nulla, pensa a tutto il dottor Jain. Se non potete venire dall’Italia possiamo sentirci su Skype. Se al momento del parto avete un impedimento andiamo in clinica io e l’avvocato per prenderci cura del neonato».
Ma la mamma surrogata potrebbe cambiare idea e tenersi il bambino? «La mamma sei tu — precisa Julie — lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto. Sarà scritto tutto nel contratto che firmerete con l’avvocato. Una volta fatto l’accordo si va dal giudice e si fa un atto di prenascita così è già chiaro che siete voi i genitori. Il bimbo, se volete, avrà la cittadinanza americana». A 51 anni è impossibile pensare di usare i propri ovuli, e così scorriamo insieme i profili delle donatrici di ovuli.
Ce ne sono di tutti i tipi: bionde, brune, ricce, lisce, nere, asiatiche, bianche. Nella scheda sono segnate età, altezza, peso, colore degli occhi, scuole frequentate, voti ottenuti, passioni e hobby. C’è persino la storia clinica della famiglia. «Le nostre ragazze hanno fatto tutti i controlli medici possibili. Potete stare tranquilli» dice la coordinatrice. Chiediamo consiglio sul profilo da scegliere dal catalogo: «Dovrebbe essere una donna il più possibile vicina ai miei tratti somatici, giusto?». Scuote la testa: «Dipende dai gusti. Ognuno fa come vuole. Mi ricordo una paziente cinese che ha scelto ovuli di una donna bianca».
E quando nasce il bimbo cosa succede? Potremo portarlo subito via? Dovrà stare con la surrogata qualche giorno? «Decidi tu — spiega Julie — puoi stare nella stanza accanto e ti portano il bambino. Se vuoi la surrogata si tira il latte e tu glielo dai col biberon, i primi giorni fa bene al piccolo perché c’è il colostro e anche a lei perché tirandosi il latte aiuta l’utero a tornare a dimensioni normali».
Quanto ci vuole per trovare la surrogata giusta? «Dipende! Le nostre sono tutte della zona, facciamo uno screening accuratissimo, andiamo a vedere dove vivono, come mangiano, controlliamo la fedina penale e poi le sottoponiamo a screening psicologi. Siamo molto, molto severi per evitare sorprese dopo. Solo il 10% delle domande viene accettata». Ma perché lo fanno? «Beh è un gesto ben visto dalla società perché è altruistico, per aiutare una coppia in difficoltà e poi chiaramente per i soldi che per legge non devono servire a sopravvivere ma a stare meglio. Una surrogata non può essere senza casa o dipendente dai sussidi dello Stato».
I tempi per la procedura non sono biblici. Se accettiamo, a febbraio potremo fare il primo transfer e il bambino potrebbe arrivare entro la fine del prossimo anno. «Io ho già una portatrice ready to go — spiega Julie con un mezzo sorriso — che se dovessi fare io questo percorso prenderei subito. È lesbica, molto coscienziosa ma non ansiosa. Perfetta secondo me. È alla prima gravidanza surrogata ma ha già due figli suoi. Tieni conto che le surrogate che l’hanno già fatto costano di più, vedi qui sul catalogo c’è scritto premium vuol dire che sono le più gettonate. Molti preferiscono una portatrice lesbica perché non ha rapporti sessuali con penetrazione e in gravidanza è sempre meglio evitare».
Parliamo di soldi che sono in tre tranche. Per la donazione di ovuli ci vogliono quasi 40mila dollari. Per la madre surrogata si parte con 58mila cui si devono poi aggiungere altri 77mila per un totale di 135mila dollari. La portatrice prende un compenso a ogni passo: alla prima iniezione, al transfer, alla conferma del battito, per i viaggi, per i vestiti e una paghetta mensile. In tutto nelle tasche della donna entrano 40mila dollari. Il colloquio dura un’ora, non ci viene chiesto perché facciamo questa scelta, né se abbiamo figli. Mentre ci accompagna alla porta Julie sembra soddisfatta «Sono molto eccitata per voi che state iniziando questo percorso».
Due minuti dopo arriva l’email con la password per scegliere la donatrice di ovuli.
«Corriere della sera» del 18 dicembre 2015

22 agosto 2014

Richard Dawkins: "Partorire un bimbo down è immorale". Ed esplode la polemica

"Abortisci e ritenta": è scandalo in Inghilterra per alcuni controversi tweet del celebre studioso britannico, autore di "L'illusione di Dio". Le associazioni: "Anche i bambini affetti dalla Sindrome hanno diritto di vivere"
di Antonello Guerrera
Bufera su Richard Dawkins. Il celebre studioso e biologo britannico, già coinvolto in passato in varie polemiche e controversie, ha scandalizzato molti suoi connazionali ieri su Twitter. Dawkins, "orgogliosamente ateo" e autore di libri che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo, come il famoso L'illusione di Dio. Le ragioni per non credere o l'ultimo Il gene egoista, ha scritto sul celebre social network che i nascituri cui è stata diagnosticata la sindrome di Down dovrebbero essere tutti abortiti perché sarebbe "immorale" partorirli. A una donna che definiva "un dilemma" il fatto di portare in grembo un bambino affetto dalla sindrome, Dawkins ha risposto: "Abortisci e ritenta. Sarebbe immorale metterlo al mondo, visto che hai la possibilità di evitarlo".
"Ma gli autistici no". Frasi di agghiacciante stampo eugenetico che ovviamente hanno generato un putiferio oltremanica. L'account Twitter di Dawkins, che ha oltre un milione di follower, è stato travolto da proteste e critiche. Ma questo non ha spaventato affatto lo scienziato britannico. Che ha continuato nei suoi messaggi per molti utenti deliranti. A un'altra domanda della stessa donna sull'opportunità di partorire bambini cui durante la gravidanza vengono diagnosticati problemi legati all'autismo, Dawkins ha risposto di sì, perché gli autistici possono offrire "un grande contributo al mondo, in quanto alcune loro facoltà sono superiori alla norma. Non così per coloro affetti dalla Sindrome di Down", ha aggiunto spietato Dawkins.
Senza freni. Su Twitter, le proteste contro Dawkins sono ovviamente continuate, sempre più veementi. Tanto che, poco dopo, lo studioso si è reso protagonista di un altro tweet, in cui ha rivendicato tutto ciò scritto fino a pochi minuti prima, rincarando anzi la dose: "Quindi io sarei un orrido mostro solo per aver consigliato di fare ciò che accade realmente alla maggior parte dei feti affetti dalla Sindrome di Down. E cioè: vengono abortiti". L'Associazione Sindrome di Down britannica (Dsa) ha subito risposto a Dawkins, dicendo che anche i bambini affetti dalla malattia "hanno il diritto di vivere".
Il caso Gammy. Non è la prima volta che Dawkins finisce sotto il fuoco delle polemiche per le sue frasi al vetrolio. In passato aveva detto che "tutti i musulmani del mondo hanno vinto meno premi Nobel degli studenti del Trinity College di Cambridge", infiammando la comunità islamica. Ma anche che "alcuni tipi di stupro o pedofilia sono peggio di altri". Questa volta, invece, le sue frasi molto controverse hanno fatto venire alla mente un caso molto recente, e cioè quello di Gammy: il bambino scartato da una coppia australiana, a differenza del gemellino sano, proprio perché affetto da Sindrome di Down.
«la Repubblica» del 21 agosto 2014

14 marzo 2014

I teoremi sull’obiezione e la verità dei fatti

Dal presunto caso del «Pertini» all’atto del Consiglio d’Europa
di Eugenia Roccella *
In questi giorni ha avuto molto risalto, sulla stampa, il caso della signora Magnanti, che ha interrotto la sua gravidanza al quinto mese dopo aver saputo che la bimba che aspettava sarebbe stata affetta da una gravissima patologia. Valentina Magnanti accusa l’Ospedale Pertini di Roma di averla abbandonata a un aborto doloroso, gestito in solitudine, e ritiene che la responsabilità della mancata assistenza sia dei troppi obiettori di coscienza; la Asl ribatte che la paziente è stata seguita regolarmente e che erano presenti, quel giorno, due medici non obiettori.
Ma qui non si tratta di un eventuale episodio di malasanità, tanto più che il fatto è avvenuto ben quattro anni fa, e non c’è stata nessuna denuncia da parte della paziente. Perché dunque questa storia, giornalisticamente decotta e non sufficientemente verificata, riemerge dopo tanto tempo? L’improvviso interesse dei mezzi di comunicazione per il caso è probabilmente connesso al riacutizzarsi della guerra contro l’obiezione di coscienza, fenomeno da sempre mal tollerato dai sostenitori dell’aborto come “diritto”.
All’inizio della legislatura sono state presentate alla Camera numerose mozioni che, partendo dalla constatazione di un aumento del numero degli obiettori, impegnavano il governo a un’attività di controllo e verifica, e il ministero ha istituito un tavolo con le Regioni a questo scopo. I dati emersi, però, contraddicono la lettura per cui le eventuali difficoltà di applicazione della legge 194 sono dovute a una sorta di boicottaggio messo in atto dai medici obiettori. Il carico di lavoro per ogni ginecologo che pratica interruzioni di gravidanza è infatti sceso da 3,3 aborti a settimana negli anni Ottanta fino agli attuali 1,7: e questo considerando soltanto 44 settimane lavorative all’anno. Si può ribattere che la media nazionale non esclude che in alcune regioni vi siano situazioni diverse, ma anche le medie regionali non superano un massimo di 4 aborti a settimana (per esempio nel Lazio).
Silvio Viale, medico del Sant’Anna di Torino, noto per la campagna politica a favore della pillola abortiva, denuncia nel suo ospedale una situazione di pesante sproporzione: solo 23 medici non obiettori su un totale di 83 ginecologi, per 3.490 interruzioni di gravidanza all’anno. Ma se elaboriamo questi numeri, risulta che al Sant’Anna ogni medico effettua 3,4 aborti a ogni settimana, sempre su 44 settimane lavorative. Non appare dunque una situazione insostenibile, che reclami interventi correttivi urgenti.
Qualche giorno fa un oscuro organismo tecnico del Consiglio d’Europa ha emanato un documento contro l’Italia sostenendo che il numero dei medici obiettori impedisce l’attuazione della 194. Il documento è stato sollecitato dalla Ippf, un’organizzazione non governativa antinatalista che promuove aborto e contraccezione nel mondo. Il pronunciamento appare del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani e di una volontà strumentale da parte dell’Ippf di attaccare l’Italia. Va ricordato che il nostro è uno dei pochissimi Paesi in cui l’Ippf non è attiva, perché l’aborto per legge non si può praticare a pagamento presso privati.
La tesi per cui i medici obiettori devono essere sottoposti a limitazioni particolari, se non mobbizzati, perché, come sostiene l’Ippf, «violano i diritti delle donne», non regge all’esame dei numeri e alla verità dei fatti. Ma questo non importa affatto a chi attacca l’obiezione di coscienza, cioè un diritto fondamentale di libertà che ogni Paese civile deve garantire. La battaglia contro gli obiettori serve a indebolire la legge 194, considerata ormai dallo schieramento abortista troppo moderata. Poiché cambiare la legge in Parlamento è ancora oggi assai difficile, si cerca di forzare la prassi, infilandosi in tutti gli spiragli possibili per smontare la legge e spostare ancora più avanti i confini del “diritto” all’aborto.

* Deputato del Nuovo Centro Destra
«Avvenire» del 14 marzo 2014

31 gennaio 2013

De aborto

di Antonio Spataro
Hippocrates, praeclarus Graecorum medicus, qui vixit V sec. a. Chr. n. quique merito artis medicae habetur pater, iureiurando se nullam umquam letalem potionem ad fetum enecandum cuivis mulieri porrecturum obstrinxit. Quamvis mulieres omne per aevum sibi licere putaverint abortum sibi procurare, sacramentum tamen Hippocraticum usque ad aetatem nostram ab omnibus artis medicae peritis est inviolabile praeceptum ductum. Cum autem instituta xhristiana hominum mores mitiores reddere conarentur, omnes tamen, qui tunc temporis abortum faciebant, verbis asperrimis christiani doctores improbaverunt.
Inter quos exstat Q. Septimius Tertullianus, egregius scriptor afer, qui II sec. p. Chr. n. in opere «Apologeticum» firmis et certis argumentis abortus crimen vehementer damnavit: «Homicidii – inquit – festinatio est prohibere nasci, nec refert, natam quis eripiat animam an nascentem disturbet. Homo est et qui est futurus; etiam fructus omnis iam in semine est». At nostrae aetatis homines fetus supprimere in alvo materna, faventibus legibus, sibi licere putant. Quod nefandum patrantes scelus, non tantum christiani obliviscuntur iussi, sed despiciunt etiam quod ab honesta ratione postulatur. Quis enim non dubitet, quin abortus abominandum sit flagitium quandoquidem puer, cum in utero formetur, innocens et inermis vita privetur ac ulla sine pietate mactetur?
Quod denique dixit MMD abhinc fere annos sapientissimus Hippocrates, per Sanctorum Christianorum testimonia sancitur. Nam memoratu sunt digna verba, quae beata Theresia a Calcutta dicere solebat: «Abortus habendus est veluti maxima causa, quae pacem extinguit, quia, si licet matri suam interficere prolem, nulla ratio impedit, quominus homo hominem occidat».
«Avvenire» del 29 gennaio 2013

15 gennaio 2013

Aborto post-nascita, si riapre la polemica

di Lucia Bellaspiga
Per chi avesse ancora il dubbio - assai lecito e comprensibile - di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ieri all’università di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia la ribadivano a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita». Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità ma ad esempio costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.
«È la prima volta che ci invitano a parlarne in Italia e per noi è una grossa occasione», hanno esordito i due colleghi dell’università di Melbourne ringraziando Maurizio Mori, direttore del master di Bioetica all’ateneo di Torino, per aver organizzato il dibattito. «Le nostre non sono idee nuove - hanno ammesso i due -, già filosofi come Singer negli anni ’70 le hanno elaborate, ma il nostro intento era rendere esplicite certe conseguenze normative e tenere conto di implicazioni socioeconomiche: se queste sono importanti per ammettere l’aborto, allora lo sono anche se il bambino è già nato». Uno dei loro maestri è Peter Singer, dunque, caposcuola a Melbourne della bioetica utilitarista, ma loro lo superano persino: «Singer finora ne aveva parlato solo in caso di imperfezioni, in particolare lui citava i bambini nati con sindrome di Down in quanto vite non degne di essere vissute. Noi accettiamo che la sindrome di Down e le altre malattie sono una buona ragione per abortire, tutelando così gli interessi di chi dovrà sobbarcarsi l’onere di crescere queste persone, ma coerenza vuole che ciò valga anche per uccidere un neonato dopo la nascita».
Quali siano allora queste caratteristiche che ci rendono persona è presto detto: «Non basta per esempio provare piacere o dolore, perché ciò avviene anche a un feto, serve uno sviluppo neurologico superiore, cioè avere degli scopi, delle aspettative verso il futuro, provare un interesse per la vita. E un neonato non li ha».
Teorie che i due studiosi avevano già pubblicato nel 2012 sul Journal of Medical Ethics con un articolo dal titolo esplicito - "After birth abortion: why should the baby live?" -, scatenando polemiche a tutte le latitudini e, obiettivamente, trovando ben pochi estimatori anche nel mondo più laico. «Prima di oggi abbiamo subìto una gogna mediatica - ha lamentato Francesca Minerva - ci hanno minacciati, ho persino avuto paura di morire. In fondo alle idee di Singer di 30 anni fa, quando non eravamo nemmeno nati, noi abbiamo aggiunto solo un pezzetto: il fatto che non occorra che il neonato sia disabile per poterlo uccidere». Ma a Maurizio Mori, già tra i più decisi sostenitori dell’eutanasia di Eluana Englaro (e a nostra esplicita richiesta enumerato tra i maestri cui i due australiani si sono ispirati), la loro tesi è invece sembrata argomento degno di serio dibattito: «Siete troppo modesti. Non avete aggiunto solo un pezzetto, avete anche inventato un nome: aborto post-nascita».
«Non è vero che di tutto bisogna poter parlare nelle università - gli ha opposto Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica -, non esiste una neutralità del mondo accademico: come nessuno si sognerebbe di sostenere da una cattedra il negazionismo della Shoah o una tesi discriminatoria contro i neri, così l’omicidio dei neonati è un tema che non va ospitato. Astrarre vuol dire abbracciare un’ideologia pericolosa che ci permette di fare tutto».
Le tante incoerenze e aporie logiche le ha sottolineate anche Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano: «Se per essere persona occorre provare un interesse per la vita, allora chi chiede l’eutanasia non va ascoltato, perché non gli interessa vivere, dunque è una non persona. Già le premesse, insomma, sono sbagliate». Non solo: se è vero che il neonato in fondo è la stessa persona che un attimo prima era feto, «il ragionamento è vero anche all’inverso, e allora è l’aborto a diventare illecito». Artificiosa, secondo Pessina, anche l’identificazione aborto/omicidio: il primo infatti sorge quando non si possono tutelare entrambi i diritti, della madre e del nascituro, «ma quando il figlio è nato, posso senz’altro correre incontro ai diritti della madre senza eliminare il bambino, ad esempio con l’adozione».
In una situazione "paradossale" si è detto Giovanni Fornero, storico della filosofia e dichiaratamente laico: «Sono uno dei maggiori teorici della differenza tra bioetica cattolica e laica, ma sull’uccisione dei neonati le due non possono che coincidere. Mi stupisce che Giubilini e Minerva si lamentino della gogna: oggi viviamo in società democratiche che hanno come idea fondamentale il fatto che tutti gli esseri umani hanno pari diritti. Per far valere tale uguaglianza si sono versati lacrime e sangue, fino alla "Dichiarazione dei diritti dell’Uomo" del 1948, non a caso scritta dopo il nazismo. La tesi dell’infanticidio mina la base su cui poggiano tutte le Carte internazionali. La bioetica laica reagisca: come dice Bobbio, non lasciamo ai soli cattolici la prerogativa di combattere affinché il precetto di non uccidere sia rispettato».
Più volte abbiamo chiesto ai due studiosi quale valore aggiunto porti infine il discettare di omicidio dei neonati. Non abbiamo ottenuto risposta.
«Avvenire» del 12 gennaio 2013

11 gennaio 2013

La censura sta cadendo

La vita è vita, una foto aiuta a capirlo
di Carlo Bellieni
Ha fatto il giro della rete una foto postata nei giorni scorsi su Face­book: un feto che stringe il dito del me­dico che lo sta facendo nascere col par­to cesareo. Si tratta, scrivono, della pic­cola Nevaeh di Glendale, Arizona; e colpisce il numero di siti di quotidiani che riportava la foto (pubblicata an­che da Avvenire venerdì 4 gennaio nel­la pagina degli editoriali), nonostante sia "politicamente scorretta": che an­titesi con la vulgata che vorrebbe la vi­ta fetale una vita non di persona uma­na! Ci ricorda altre foto di feti-bambi­ni attaccati alla vita e simbolicamente alla mano del chirurgo che li sta ope­rando ancora nel pancione. Già ricor­diamo lo stupore per le immagini trasmesse durante una puntata della se­rie Tv «House Md», in cui il dottor Hou­se, cinico e ateo, resta a bocca aperta di fronte alla manina del feto che lo sfiora uscendo dall’utero materno, mentre lui sta decidendo se farlo vive­re. Cosa anima tanto stupore se non la rimozione per un breve momento del­la censura che non vuole che si parli di vita del feto, e che si mostri al grande pubblico?
Censura che crolla in campo scientifi­co: la vita fetale è ormai sempre più og­getto di studi. Per i ricercatori dell’U­niversità di Washington (Acta Paedia­trica 2012) il nascituro inizia ad ap­prendere le parole sin da quando cre­sce nel ventre materno, durante i me­si di gestazione. Non è una cosa nuo­va, simili studi già erano stati fatti, ma colpisce l’eco mediatica che trovano, per la bellezza che esprimono e per il paradosso di affermarla in un mondo culturale che è pronto a negarla quan­do non gli convenga più. E la presti­giosa rivista Nature nel giugno 2012 pubblicava un dettagliato articolo sul­lo sviluppo dei gusti per gli alimenti già nella vita fetale, a seconda di quel­lo che la mamma mangia e che viene filtrato nel sangue fino ad arrivare alle labbra del feto. Anche un recente nu­mero del Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics spiega come il fe­to reagisca differentemente alla voce materna a seconda del suo stato di sa­lute; e come non ricordare Sento dun­que sono (Cantagalli 2012), libro in cui vengono raccolti gli scritti dei maggiori studiosi mondiali di sensibilità tattile, gustativa, dolorosa, olfattiva, che si e­sprimono su una semplice domanda: cosa prova un feto prima di nascere?
Si tratta di non censurare: già prima di nascere il nostro cervello è ben in a­zione e pronto ad apprendere e sor­prendere. Perché immagazzina nozio­ni e informazioni che gli serviranno per crescere armonico (gli stimoli for­giano il cervello fetale) e anche per co­noscere quello che lo aspetta fuori del­l’utero materno, perché il latte, le vo­ci, le carezze non lo colgano imprepa­rato. Una sensibilità prenatale che ov­viamente impone rispetto, che non viola nessun presunto 'diritto all’au­todeterminazione', ma semplicemente afferma una verità: la vita inizia prima di vederla all’aria aperta, e sic­come la scienza è anche l’arte di mo­strare tramite dimostrazioni e prove quello che gli occhi non vedono, la scienza aiuta a capire che la vita è vita anche quando non si vede: nessuno è autorizzato a considerarla non-vita so­lo perché nascosta o estremamente piccola.
Quello che ci colpisce della foto della manina che esce dall’utero è però l’ambivalenza nell’accogliere queste sem­plici verità: si riconosce che il feto è vi­ta umana dai dati scientifici, ma si è pronti a negarlo. Si negherà quando si tratta di trarre le conseguenze etiche, nonostante le decisioni contrarie alla vita cozzino con l’evidenza scientifica; si negherà con una triste forma di cen­sura applicata proprio da chi invece si fa a parole paladino delle libertà indi­viduali. Ma come tutte le censure, è de­stinata a breve vita.
«Avvenire» del 9 gennaio 2013

05 settembre 2012

Parole nostre, figli nostri

A proposito di embrioni
di Davide Rondoni
Ci passiamo sopra come fili d’erba. Le pieghiamo. Come fosse niente. Ma ci sono parole che non si possono calpestare. Quando lo si fa, se pure con buone intenzioni, si sta calpestando l’aiuola del vivente. È un paradosso: siamo ligi con le aiuole nelle nostre piazze, ma calpestiamo parole-aiuole senza pensare alle conseguenze. Ci stiamo calpestando il corpo e l’anima. Ci tocca vivere un’epoca in cui parole elementari (padre, figlio, vita…) sono sottoposte al diverbio, allo scontro. Epoca dura ben più di altre. Occorre avere un cuore grande verso tutti – anche chi si pone distante su questioni così radicali – un cuore pieno di pazienza verso se stessi e verso tutti. E però essere guerrieri contro gli errori sulle parole-aiuola, contro i calpestamenti, i lievi feroci fraintendimenti.
Si accampa come scusa che tale "confusione" nasca dai progressi della scienza, dalle possibilità della tecnica. Ma sono scuse. La scienza autentica non confonde le parole, il loro senso. Semmai ci invita a inventarne di nuove. Ma embrione e figlio sono le parole valide per quel che è in gioco. Le confusioni nascono prima o dopo, nella cultura, ovvero nel senso critico che le persone maturano circa la vita e il suo significato.
Una ragazza che decide di abortire non lo fa perché convinta dalla scienza, ma dalla solitudine, dalla disperazione con cui ha imparato a guardare la vita. E chi non sente un brivido nel pensare che per assecondare un pur legittimo desiderio di avere figli (e possibilmente sani) si passa sopra al diritto di nascere di creature infinitamente piccole e perciò indifese come siamo stati noi e i nostri figli, non ne è immune a causa della scienza e della tecnica, ma perché ha smesso di tremare per gli esordi, per le cose fragili della vita. E ragiona ormai in termini di difesa dei diritti più facili ed evidenti, che sono sempre i diritti del più forte.
È alla ribalta la parola embrione. E allora ci tocca riguardarla, questa parola un po’ fredda che si usa per indicare qualcosa da "buttare" se occorre. Come una materia, entro cui scartare la difettosa e tenere la migliore. Come si fa con la stoffa, le zucchine, o le foglie di tabacco. E sì: con la parola embrione facciamo i furbi. La usiamo perché sembra fredda, scientifica, distante. Ma essa indica quella stessa realtà che nella pancia della nostra donna lei e noi chiamiamo "figlio". La medesima. Identica. Nessuno ha mai detto: sai, aspetto un embrione. Ma un figlio. Perché la realtà è la medesima. Però se non parliamo della nostra pancia, usiamo (usano) la parola "embrione". La stessa cosa, ma così la distanziamo. E può esser congelata, buttata, scartata.
In questo cambio di parola ci sta un precipizio di pensiero, una astuzia, a volte un egoismo. Proviamo a pronunciare: si congelino pure migliaia di "figli". O: "scartate tre figli e tenetene uno". La parola "embrione" che da radice greca indica una cosa che "nasce" dentro un’altra cosa è una parola dolcissima, tenuissima. Indica il primario muoversi e germinare di un essere. È già l’uomo che sarà, dice solo che nasce dentro un altro. Che sia un essere in sviluppo e non già pienamente attuato non significa una differenza di qualità. Non sarà mai nient’altro che un uomo. Non gatto, né delfino, né airone. È un nascente uomo da dentro sua madre – o forse il fatto che sia in un "bidone" lo rende eliminabile?
La legge in discussione, la legge 40, è utile e per tanti aspetti saggia, ma come tutte si può perfezionare. Ora la discussione riavvampa. Se servirà a far aumentare il tremore in tutti dinanzi a certe parole, allora lo scontro culturale, il diverbio, la fatica del ragionamento saranno serviti a qualcosa. Un particolare contributo diano le donne, che sanno cosa è avere un embrione, un figlio dentro il proprio corpo. E sanno cosa è tremare infinitamente.
«Avvenire» del 31 agosto 2012

17 luglio 2012

Parto anonimo, una scelta per la vita

No all'aborto
di Graziella Melina
Da una parte la gioia di aver messo al mondo un bimbo. Dall’altra il dramma di doverlo lasciare nelle mani di chi potrà prendersene cura. Non sono affatto semplici le storie delle donne che scelgono di portare avanti la gravidanza, nonostante tutto. Come ha fatto la mamma di Mario, il piccolino lasciato pochi giorni fa nella culla della vita della clinica Mangiagalli di Milano, nella speranza che sia accudito e amato da qualcun altro.
E come fanno centinaia di mamme che a far nascere il proprio bimbo non vogliono per nulla rinunciare: la Società italiana di neonatologia (Sin) ha stimato che sono circa 400 i bimbi non riconosciuti dalle mamme biologiche ogni anno.
In Italia infatti è possibile “lasciare” i propri figli negli ospedali subito dopo la nascita, mantenendo l’anonimato. La legge lo consente. Ma purtroppo non tutti lo sanno. In realtà, non esiste un registro nazionale dei parti anonimi. I dati disponibili sono purtroppo parcellizzati, e riferiti a specifiche realtà locali. C’è sicuramente «un problema di disinformazione – specifica il presidente della Sin, Paolo Giliberti – fermo restando che la politica sociale dovrebbe consentire alle madri di sostenere il proprio figlio. L’infanzia in Italia è la grande sgradita. Non interessa».
Ma soprattutto, o meglio prima di tutto, c’è un problema culturale: di fronte alle difficoltà delle donne, ormai si dà per scontato che esista soltanto la via dell’aborto. In questo modo, sottolinea Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita italiano «il figlio viene cancellato mentalmente. Prima ancora che fisicamente. Viene dimenticato, ogni ricordo è censurato». Tanto è vero che molte mamme che scelgono l’interruzione volontaria della gravidanza neanche considerano l’idea di far nascere il bimbo per poi farlo adottare. Quando invece «una mamma che affida il figlio ad altre mani – ricorda Casini – non cessa di essere mamma».
D’altro canto, la possibilità di far adottare il proprio bimbo spesso non viene neanche prospettata. Secondo uno studio del consorzio Preferire la vita, in collaborazione con la Fondazione Università Iulm e pubblicato ad agosto dell’anno scorso, «l’unica forma di comunicazione ricordata dalle mamme sono gli opuscoli informativi su allattamento e corsi preparto trovati al consultorio». Niente che riguardi la possibilità di un parto anonimo. Nessuna informazione spesso neanche da parte degli operatori sociali, che preferiscono non “intromettersi” nelle scelte delle donne.
Eppure «se le mamme sanno che c’è un’alternativa all’aborto – assicura Giuseppe Noia, responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli –, il figlio preferiscono farlo nascere», seppure rinuncino a crescerlo. «Omologare le persone che scelgono l’anonimato è sbagliato – prosegue Noia –. L’atto in sé colpisce situazioni di fragilità forte, persone depresse, oggetto di violenza», ma pur nella diversità di storie e convinzioni, tutte riconoscono però «il bene prezioso della vita».
E non è una questione di fede. Spesso infatti si tratta di donne straniere, non cattoliche. Costrette magari dalla stessa famiglia di origine o da situazioni economiche difficili a non tenere il proprio bimbo. «Una madre che si è rivolta a me ha avuto l’onestà di dire che non poteva farcela – racconta Maria Teresa Ceni, presidente del Centro di aiuto alla vita di Abbiategrasso e Magenta (Milano) –. Siamo di fronte ad una situazione molto dolorosa per la mamma.
Che però ha dato al figlio il dono della vita». «Accogliere il bambino non è un valore cattolico – rimarca poi Antonella Diegoli, presidente di Federvita dell’Emilia Romagna –, ma una sensibilità che hanno tutte le donne». Che però andrebbero sostenute di fronte a una maternità che non sanno come portare avanti. E che in molti casi, alla fine, decidono di accogliere.
«Avvenire» del 17 luglio 2012

30 giugno 2012

La scienza rimossa

L’aborto, la legge 194, la Consulta
di Francesco D’Agostino
Confesso che non mi sono affatto meravigliato del fatto che la Corte Costituzionale abbia rigettato come "manifestamente inammissibile" la questione di legittimità costituzionale sollevata dal magistrato di Spoleto in merito all’articolo 4 della legge sull’aborto. Né mi sono meravigliato dei commenti a questa decisione, che tranne poche eccezioni hanno rispolverato temi più che antiquati, come quello dell’esaltazione del diritto della donna a gestire in modo autoreferenziale la propria gravidanza.
Anche i commentatori più moderati favorevoli alla legge 194 si sono dimostrati incapaci di elaborare riflessioni innovative, limitandosi a ricordare (ma senza spiegare adeguatamente il perché) che i diritti del concepito non ricevono tutela assoluta nel nostro ordinamento, poiché devono essere oggetto di valutazione comparativa con altri valori di rilevanza costituzionale (come appunto i diritti della donna), rispetto ai quali, in determinate condizioni, sarebbero destinati a soccombere.
Peccato che a fondamento di queste argomentazioni c’è la tesi, che afferma un primato della donna (ovviamente ritenuta persona) rispetto al nascituro (ovviamente pensato come chi persona dovrebbe ancora diventare, in attesa della nascita). È una tesi biopolitica freddamente positivistica, non molto diversa da quella che è stata utilizzata da Singer, Engelhardt, Giubilini ed altri ancora: questi sostengono che nemmeno il neonato, privo come è di ogni capacità di intendere e di volere, dovrebbe essere ritenuto persona a pieno titolo (con tutte le conseguenze del caso, sino a quello che alcuni cominciano a chiamare "aborto post nascita", cioè alla soppressione legale del neonato magari per ragioni eutanasiche).
Ripeto: nessuna meraviglia per la decisione della Corte. Nessuna meraviglia, ma una profonda delusione. Sia dalla sentenza della Consulta che dai commenti favorevoli che essa ha suscitato si percepisce come si sia cristallizzata in Italia, dopo quasi trentacinque anni dall’approvazione della legge 194, un’inadeguata percezione scientifica, etica e sociale dell’interruzione volontaria della gravidanza.
Se infatti facciamo un serio sforzo di riflessione su quello che abbiamo acquisito in merito all’aborto negli ultimi decenni su questi tre piani – quello delle conoscenze scientifiche, quello delle valutazioni bioetiche e quello delle percezioni giuridico-sociali – non possiamo che restare estremamente meravigliati di come nel nostro Paese si continui a pensare alla questione dell’aborto come a una questione che sarebbe stata «chiusa» da una «buona legge», una legge che, secondo uno slogan continuamente ripetuto, non si dovrebbe più «toccare». Personalmente, e so di non essere il solo, sono dell’avviso totalmente contrario: la legge sull’aborto andrebbe «toccata» (o almeno «ritoccata»), perché non è possibile continuare a pensare all’aborto come lo si pensava più di tre decenni fa.
Scientificamente, abbiamo acquisito la consapevolezza che la distinzione (essenziale per la legge 194) tra l’aborto nei primi tre mesi di gravidanza e nei successivi sei mesi non ha alcun fondamento. Bioeticamente abbiamo preso coscienza, in questi ultimi trent’anni, dell’impossibilità di quella distinzione su cui si fonda la legge 194, cioè di una distinzione logicamente coerente tra la dignità della vita umana prima della nascita (dignità debole) e dopo la nascita (dignità forte): in questo senso ci dovrebbe aver aperto definitivamente gli occhi la sentenza della Corte europea di giustizia sulla brevettabilità dei prodotti delle ricerche ottenute distruggendo embrioni umani.
Sociologicamente e giuridicamente, un minimo di onestà intellettuale ci dovrebbe indurre a riconoscere che la motivazione formale per la legalizzazione dell’aborto che si legge nell’articolo 4 della legge 194 (un «serio» pericolo per la salute fisica o psichica della donna) si è dimostrata negli anni, tranne pochi, rari casi, assolutamente inesistente e comunque ritenuta non bisognosa di essere effettivamente comprovata.
Nessuna forza politica italiana, tra quelle che contano, vuole riaprire la questione dell’aborto. E non la vuole riaprire non a seguito di decisioni conseguenti a discussioni aperte, esplicite, innovative, ma piuttosto per una sorta di diffusa percezione, che induce a pensare che sia meglio non riaprire una questione così scottante. Gli psicanalisti parlerebbero di rimozione. Ma le rimozioni producono necessariamente come proprio effetto le nevrosi e le nevrosi sono sempre causa di sofferenza.
«Avvenire» del 25 giugno 2012

06 marzo 2012

Invasioni barbariche

Disumane teorie bioetiche
di Gian Luigi Gigli
​L’aborto è largamente accettato per ragioni che nulla hanno a che fare con la salute del feto. Al pari del feto, il neonato non ha lo status morale di una reale persona umana. Anche il fatto che feto e neonato indiscutibilmente siano da considerarsi potenzialmente persone umane, è irrilevante dal punto di vista etico. Non sempre l’adozione è nel miglior interesse di una persona. Pertanto l’aborto dopo la nascita (cioè l’infanticidio, ossia l’uccisione di un neonato) dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, inclusi i casi in cui il neonato non è portatore di disabilità.
Detto così brutalmente sembra il trailer di un film dell’orrore. Invece si tratta del riassunto fedele di un articolo apparso on line pochi giorni fa sul Journal of Medical Ethics, la prestigiosa rivista della stessa editrice del British Medical Journal.
Si va ben al di là dello stesso ignominioso Protocollo di Groningen, in base al quale dal 2002 in Olanda è permesso porre fine attivamente alla vita dei neonati con prognosi infausta che, a giudizio dei medici e dei genitori, si trovano in condizioni di «sofferenza insopportabile». Nell’articolo si afferma infatti la liceità morale anche dell’infanticidio per motivi economici, psicologici o sociali (auspicandone domani la liceità giuridica).
Non è casuale che esso sia stato pubblicato sulla rivista fondata da Tristam H. Engelhardt, il noto bioeticista che coniò la definizione di «straniero morale» per indicare tutti quegli esseri umani (non nati, gravi ritardati mentali, dementi, comatosi, stati vegetativi, etc.) che non avrebbero titolo a essere considerati persone umane perché privi della capacità di esprimere biasimo o lode e quindi, appunto, estranei alla comunità sociale.
Non è casuale neanche il fatto che uno dei due autori dello sconvolgente articolo sia affiliato alla Monash University di Melbourne, tempio della bioetica utilitarista, eretto da Peter Singer e da Helga Khuse (colei che definì l’interruzione di nutrizione e idratazione «il cavallo di Troia» per far passare l’eutanasia).
Sconvolge semmai che i due autori, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, siano entrambi italiani. Anche Sergio Bartolommei, successore di Maurizio Mori alla cattedra di bioetica di Pisa, che gli autori ringraziano per i preziosi suggerimenti in fase di redazione, è italiano. Studiosi italiani, dunque, cittadini di un Paese in cui la giustificazione per motivi utilitaristici delle azioni umane non è considerata un’attenuante, né moralmente né giuridicamente, ma semmai un’aggravante.
Se è permesso l’aborto, perché non l’infanticidio?, si chiedono oggi i due autori. E se domani sarà permesso l’infanticidio, ci chiediamo noi, perché non permettere dopodomani anche l’eliminazione dei dementi e degli altri «stranieri morali»? Il vaso di Pandora, una volta aperto, fa uscire di tutto, giustificando le decisioni più barbare e inumane come il legittimo prevalere degli interessi di chi è persona rispetto a chi lo sarebbe solo in modo potenziale o non lo sarebbe più per le sue condizioni di malattia. Secondo questa logica: l’«interesse» della società prevale inevitabilmente su quello di ciascun essere umano.
Pochi giorni fa, parlando a Torino presso la Casa Valdese, lo stesso Engelhardt riconosceva che, prive di un fondamento divino, «tutte le morali sono socialmente e storicamente condizionate» e che, pertanto, in una cultura dopo-Dio riusciva difficilmente sostenibile l’affermazione secondo cui «tutti gli uomini sono stati creati uguali». Forse è il caso che qualcuno, anche tra chi non crede in Dio, incominci a dire basta alle invasioni barbariche, per non trovarci tutti a vivere nel crepuscolo disumano della civiltà occidentale.
«Avvenire» del 28 febbraio 2012

La vita umana è sacra per tutti (o per nessuno)

Le tesi sull'aborto post-nascita
di Rocco Buttiglione *
Bravi Alberto Giubilini e Francesca Minerva! Hanno mostrato coraggio e consequenzialità logica e hanno spiegato apertamente nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics le conseguenze inevitabili del principio abortista. Se è lecito l’aborto per un qualunque motivo, non si vede logicamente per quale motivo non debba essere lecita, alle stesse condizioni, l’uccisione di un bambino già nato. La differenza, infatti, fra un feto all’ultimo stato (un bambino non nato) e un bambino appena nato è troppo trascurabile perché su di essa si possa basare una diversa valutazione morale e giuridica della loro soppressione. Se è lecita l’uccisione dell’uno, deve essere lecita anche alle stesse condizioni l’uccisione dell’altro. Per la verità, questa conseguenza logica del principio abortivo da tempo era stata tratta dagli antiabortisti. Essa costituisce uno degli argomenti classici con cui gli avversari dell’aborto motivavano il loro rifiuto della distruzione del feto. Il processo di trasformazione e crescita dell’essere umano non conosce uno stacco qualitativo dal concepimento fino alla morte naturale. Non esiste nessuna trasformazione improvvisa che consenta di dire: dopo la nascita il feto diventa qualcosa di sostanzialmente diverso, che deve avere diritti che prima non aveva. In realtà, non esistono nemmeno stacchi che consentano di dire: fra il feto di x settimane e quello di y settimane esiste una differenza qualitativa; oppure, fra il bambino di una settimana e quello di un mese esiste una simile differenza. In effetti, Giubilini e Minerva confermano questa conclusione rifiutando di precisare se l’infanticidio debba essere consentito fino alla fine della prima, della seconda o della quarta settimana.
Tendenzialmente il diritto di spegnere una vita che ci genera incomodo dovrebbe essere esteso a tutte le età della vita. Il diritto alla libertà di aborto si salderebbe così con il diritto alla eutanasia. L’articolo di Giubilini e Minerva è interessante (e onesto) anche da un altro punto di vista. Basta con il tentativo ipocrita di giustificare la morte di un altro con le argomentazioni ipocrite che quella vita non meriterebbe di essere vissuta. Chi decide se la vita meriti di essere vissuta o no è chi decide di dare la morte. È ben possibile che la persona che deve morire desideri vivere, specialmente se è un bambino appena nato che non ha idea di quello che noi consideriamo una vita degna di essere vissuta.
Se noi tuttavia riteniamo che la sua vita non meriti di essere vissuta, abbiamo egualmente il diritto di farlo morire. Ogni qual volta la vita di un altro ci imponga obbligazioni alle quali non vogliamo far fronte o non riteniamo di poter far fronte, la soppressione di quella vita diventa legittima. E così si apre lo spazio di un’interessante comparazione economica dei costi e dei benefici. Alla fine, se il malato costa troppo alla famiglia o alla società, perché farlo vivere ancora?
Finora questi ragionamenti li facevano solo gli antiabortisti più accaniti, e i sostenitori della «libertà di scelta della donna» che non volevano essere chiamati abortisti si ribellavano e cercavano di negare che quelle fossero le loro posizioni o che quelle fossero conseguenze logiche necessarie delle loro posizioni.
Adesso sono due giovani brillanti studiosi pro-choice (cioè pro-aborto) a sostenere con intransigente candore queste tesi. C’è da chiedersi: ci sarà una levata di scudi nel campo della bioetica pro-aborto che rigetti laicamente quelle conseguenze? E ancora: come potrà quella bioetica 'laica' rigettare quelle conseguenze senza sottoporre a revisione critica anche le proprie premesse logiche ed epistemologiche? E se alfine qualcuno trovasse il coraggio di dire, con candore e rigore logico simili a quelli di Giubilini e Minerva, ma con opposta valutazione morale: «Ci siamo sbagliati? O la vita umana è sacra per tutti o non è sacra per nessuno».
* Vicepresidente della Camera dei deputati e presidente dell’Udc
«Avvenire» del 3 marzo 2012

L'infanticidio nel deserto del nichilismo

Il cammino a ritroso di tesi inumane
di Carlo Cardia
La tesi recentemente sostenuta sul Journal of Medical Ethics, per la quale il neonato può essere soppresso come è soppresso il feto mediante l’aborto, è stata fatta conoscere su Avvenire prima con l’analisi di Gian Luigi Gigli che ha indicato alcune radici teoriche del relativismo assoluto, di cui la legittimazione dell’infanticidio è figlia; poi con la raccolta di opinioni e reazioni di scienziati e filosofi che ne hanno denunciato la gravità, l’inumanità, la via di non ritorno che segnerebbe. Credo però si debba riflettere ancora sul terreno di coltura che ha favorito l’affermazione di tesi che prima neanche affioravano nel pensiero umano (se non in segmenti di estremismo votati all’irrilevanza), e sulle loro conseguenze. Il terreno di coltura è quello proprio del nichilismo, nel quale l’uomo si trova per caso a vivere e vive seguendo il caso, perdendo coscienza della propria umanità. In questo deserto non esiste verità alcuna, che ci parli e ci interroghi, da ricercarsi con fatica e gioia, diventi criterio di comportamento che avvicina gli uomini, li rende solidali, li fa crescere insieme. Esistono solo opinioni, tante quante sono le persone, tutte burocraticamente eguali, e ogni gerarchia di valore e giudizio è azzerata. L’uomo è abbandonato a se stesso, la sua possibilità di dominio è dilatata fino a comprendervi ogni cosa, a cancellare il concetto di bene e di male, scendendo nel declivio che porta al male assoluto, da consumarsi anche nel privato. Il male è spogliato della sua tragicità, esposto come merce da prendere o lasciare, teoria da accettare o rifiutare, nel silenzio della coscienza.
Come nell’antico adagio, e corollario, del diritto di proprietà: ius utendi et abutendi. Con la specifica che oggetto d’uso e d’abuso è oggi una persona.
Guardiamo bene ciò che si colpisce a morte. Quell’amore che si presta al bambino appena nato, che è alla base dell’etica naturale e cristiana, della poesia e dell’arte più elevate cresciute nei secoli, si trasforma nel suo contrario: nell’atto terribile di genitori e adulti che possono rifiutarlo e spazzarlo via dal novero dei viventi. Queste parole hanno un suono sinistro, ma sono state pronunciate, senza provocare grandissimo scandalo, o vera ribellione come contro un’offesa all’umanità. Il velo teorico che appanna questi concetti fa crescere la vertigine in chi li legge nella loro realtà corporea, e fa riflettere. Si pensa alle parole di Fëdor Dostoevskij sul male che si reca ai più piccoli, come alla colpa più grave che esista al mondo, all’arte che canta la natività in ogni forma e sfumatura, o ricorda le stragi di innocenti come infamie terminali di una società corrotta, alla gioia dei genitori di tutto il mondo quando nasce un figlio.
Si pensa al patrimonio di bellezza e amore accumulato nella cura dell’infanzia, e ci si accorge che può perdersi per ignominia o per ignavia. Inizia un cammino a ritroso nella storia, e si dà corpo a ipotesi che sembrano appartenere alla fantasia corrotta del marchese De Sade, o di suoi epigoni. Giovanni Paolo II ha denunciato per tempo la «guerra dei potenti contro i deboli» inaugurata dal relativismo proprio nell’epoca dei diritti umani, e ha parlato di una vera «congiura contro la vita» che si va perpetrando, nel silenzio di molti. Oggi ne conosciamo un altro tassello. Benedetto XVI richiama di continuo la necessità di tornare alla Legge di Dio che gli uomini conoscono nel proprio intimo ma che viene nascosta come fosse il prodotto opinabile di un pezzetto di storia, o del pensiero umano fluttuante. Di fronte al frutto così amaro dell’infanticidio che si prospetta (ma qualcosa già si è fatto in qualche Paese) ci si deve chiedere quale possa essere lo sbocco di una china fatale che stiamo scendendo gradino dopo gradino, per tornare ai giorni del primo apparire dell’umanità sulla terra.
Se l’uomo è padrone di sé e degli altri, fino a poter sopprimere il figlio già nato, è inutile che si interroghi sul senso della vita, sulle sue finalità ultime, perché ha già risposto, ha cancellato la propria specificità, la ricerca del bene, la solidarietà con i suoi simili, si è posto come arbitro assoluto della vita. È l’ennesima riprova del fatto che il relativismo crea un deserto attorno a noi, costringe l’umanità a ricominciare daccapo, perché non v’è più spazio per i diritti umani, per la cura dei più deboli, per ogni umanesimo che voglia portare l’uomo oltre la materialità. Si è come ricaduti in quel peccato originale che aveva reso l’uomo superbo fino a sostituirsi a chi l’aveva creato. Ricominciare dalla legge eterna iscritta nella coscienza vuol dire spingere di nuovo l’uomo in avanti, elevarlo come creatura chiamata al bene, rifiutare ogni dominio sugli altri.
«Avvenire» del 6 marzo 2012

06 febbraio 2012

Il male all'alba

È lungo il gesto di gettare un figlio
di Davide Rondoni
Cos’ha gettato Patrizio nel Tevere? Un bambino.
Possibile? Suo figlio di neanche due anni. Cosa è questo lancio? Cosa succede? Lo ha buttato dal ponte Mazzini, all’aba in una città deserta e ghiacciata. Patrizio l’ha strappato litigando alle braccia della madre in casa, poi come un fantasma di padre, uno spettro, un demonio – diciamola questa parola – rompendo in lacrime, non sapendo come chiamare quell’uomo solo sul ponte – padre niente, padre gelo – ha gettato nelle acque buie il suo figlio piccolino, l’innocente nell’acqua. L’ha gettato a morire.
Orrore che ci colpisce nel giorno in cui la Chiesa chiama a ricordare la vita. A ricordare che il gesto estremo, buio di Patrizio è il finale compimento in preda a violenza e a cecità di mille e mille gesti, di scelte feriali «contro la vita». Ogni gesto finale, fatale e maledetto contro la vita non è un raptus. Troppo comodo sarebbe per noi che vediamo quell’uomo solo sul ponte, quella donna sola sul lettino, pensare: è un «loro» raptus, una loro scelta, o necessità, insomma un cosa che non poteva che andare così. Chiamare raptus quello di Patrizio è comodo come chiamare «autodeterminazione» il gesto di molte donne che espellono il proprio figlio nel ventre: è non voler guardare tutti i gesti che ci stanno prima. La disperanza, la mala vita, o la mala coscienza, la banalità del male, la lenta sfigurazione di quel che vale davvero. La solitudine che avviene prima e che in quel lancio o espulsione si cristallizza, buia, micidiale.
Sarebbe troppo comodo per noi fare i conti solo con Patrizio sperduto sul ponte, con il suo nome che indicava nobiltà nell’antica Roma e ora indica la definitiva misera perdita di ogni nobiltà. O fare i conti solo con le donne sperdute nei lettini. Con lui che sceglie di lanciare, e loro che scelgono di abortire. Sarebbe tropo comodo liquidare la sua come follia e condannare quelle donne per quel che compiono sul lettino come se non ci fosse stata prima una trafila di gesti compiuti da loro e da altri intorno a loro, e da noi tutti, contro la vita. La giornata che richiama tutti a essere «per» la vita non può quasi nulla contro i gesti finali, fatali e miseri come il lancio di Patrizio. O contro le cancellazioni dei figli ad opera delle madri. Ma può richiamare che ci sono migliaia di gesti prima, di attenzioni prima, di scelte prima. Ci sono possibilità prima. Si può agire e testimoniare su questa mole di scelte spesso impercettibili, sulla materia della vita corrente, feriale, su quella terra impastata da fatiche e dolori che poi erompe in gesti così crudeli da lasciarci storditi.
Non c’è nessun motivo per un gesto così. Per lanciare dal ponte, nessuno per non far nascere un figlio. Nessuno. Ma questo vuoto di motivi finale, il finale sgomento e la finale sconfitta di tutti – del padre, della madre, di noi – nascono da tanti vuoti prima. È in quei vuoti fatti di chiacchiere banali, di disimpegno, di calcoli miseri, di anima avara, di solitudine mascherata che siamo invitati a guardare e a entrare, specie i più giovani, nella giornata per la vita. Gli uomini vuoti non riescono a sopportare la vita. E uomini e donne si svuotano – perdono energie, ideali, chiarezze, perdono cuore – spesso non perché sono malvagi, ma per una lenta perdita del valore di dono della vita.
Il lancio di Patrizio, padre da punire e da abbracciare ora come il più sventurato padre, è iniziato molto prima di questa alba. È iniziato dove possiamo essere tutti. Il piccolo abbracciato dal Tevere – no, non sia stato troppo gelido – sia portato in fretta dal Padre che è foce di tutti i fiumi, di tutti i pianti e le disperazioni. È Lui il nostro patrono glorioso di oggi. Lui il nostro santo.
«Avvenire» del 5 febbraio 2012

Due modi, anzi uno

Controllo o dono? Gli adulti sappiano dimostrarlo ai più giovani
di Alessandro D'Avenia
Ci sono due modi di "vivere la vita" e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto... Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».
Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.
Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.
Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.
«Avvenire» del 5 febbraio 2012

20 gennaio 2012

Il Paese senza nome

L’etica della vita e i 44 milioni di aborti
di Francesco Ognibene
​Quanti sono 44 milioni di persone? O meglio: a cosa equivale un numero così ingente di donne e uomini? Atlanti alla mano, parliamo di un numero quasi pari agli abitanti di Paesi come l’Ucraina (45 milioni) o la Colombia (44,8), un po’ meno della Spagna (46,6) ma assai più della Polonia (38) o dell’Argentina (40). Ecco: ogni anno nel mondo un’ipotetica nazione composta da 44 milioni di individui viene cancellata, rimossa, semplicemente azzerata ancor prima che se ne possano enumerare i componenti. Vite, destini, intelligenze, scelte, geni, quotidianità che non saranno mai conteggiati da alcun registro anagrafico, privi persino di un nome, buoni solo a far statistica.
Questa rimozione a sei zeri accade oggi per effetto degli aborti – ufficiali e clandestini – praticati ogni anno e per ogni dove, sotto l’ombrello di leggi che lasciano fare o di altre più restrittive, ma anche là dove la pratica è tollerata o persino proibita. Aborti conteggiati con precisione dallo Stato, e altri semplicemente stimati, fino all’approssimazione assoluta di aree del mondo dove già contare chi viene al mondo è un’autentica impresa.
Di anno in anno il totale, anziché ridursi, si allarga progressivamente, espandendo questo popolo di non cittadini, di fantasmi che entrano nelle categorie di grandi istituzioni internazionali esclusivamente preoccupate di rendere l’aborto «sicuro», e non di circoscriverlo come si fa di un incendio che dietro di sé lascia solo nera cenere. Agevolare l’aborto, ecco l’obiettivo primo dei palazzi della sanità mondiale, cominciando dalla sua legalizzazione e facilitazione (anche tramite la forma solitaria e semiclandestina delle pillole) anche dove la porta per accedervi è sbarrata, o soltanto socchiusa.
Il Paese dei senza nome, i 44 milioni (per la precisione 43,8 secondo il rapporto annuale appena diffuso dall’Organizzazione mondiale della sanità), non sembrano preoccupare chi distribuisce lezioni e pagelle ai governi sull’amministrazione sanitaria, i burocrati della salute per i quali la vita concepita – personale e irripetibile – ha la stessa rilevanza di una malattia da estirpare in tutta sicurezza.
E se l’integrità della madre va certamente difesa da pratiche criminali, risalta al confronto la completa assenza nei report sanitari internazionali di qualsiasi interesse per quei milioni di progetti individuali spenti prima ancora che potessero mostrare al mondo il proprio irresistibile volto. Non contemplare l’ipotesi che ogni aborto sia una ferita che l’umanità infligge a se stessa vuol dire condannarsi a ignorare che il primo diritto umano è di poter rispondere a una chiamata alla vita. Quei 44 milioni non sono in primis un problema sanitario ma un’angosciante lacerazione etica di fronte alla quale non è ammessa la neutralità, e neppure ce la si può cavare con il rimando a convinzioni religiose o ideologiche "private". Proprio qui, sull’etica della vita, corre infatti una frontiera decisiva del nostro tempo, ammaliato da «letture riduzioniste e totalitarie della persona umana e della natura della società», come le ha definite ieri Papa Benedetto.
Parlava a un gruppo di vescovi americani, ma per loro tramite le sue parole echeggiano in tutto l’Occidente del quale gli Stati Uniti sono spesso l’avamposto culturale e antropologico, laboratorio di quelle correnti «che, sulla base di un individualismo estremo, cercano di promuovere nozioni di libertà separati dalla verità morale». La libertà più estrema e tragica – quella di spezzare una vita inerme, affidata e tradita – è una resa al pragmatismo indifferente che divora anche l’etica sociale, incapace di allarmarsi scorgendo in quei milioni di aborti un mare che bisogna impegnarsi a prosciugare goccia a goccia.
Per questo il Papa sprona a sostenere i «cattolici impegnati nella vita politica aiutandoli a capire la loro personale responsabilità» in particolare sui «grandi temi morali del nostro tempo: il rispetto per la vita dono di Dio, la protezione della dignità umana e la promozione degli autentici diritti umani». È l’ora di mettere in discussione alla radice il tetro libertarismo dei "nuovi diritti" asettici e indifferenti. Lo dobbiamo al Paese senza nome.
«Avvenire» del 20 gennaio 2012

13 agosto 2011

L'ONU e la selezione innaturale

Un libro che fa discutere racconta le colpe nella sparizione delle femmine in Asia. La giornalista americana Mara Hvistendahl accusa le politiche malthusiane che hanno promosso l'aborto selettivo delle bambine. "Un grande giallo storico, scritto con il senso di urgenza morale che accompagna la rivelatone di un crimine enorme"
di Nicoletta Tiliacos
L’occidente che si interroga sulle "donne mancanti" in Asia (centosessantatré milioni negli ultimi trent'anni: bambine abortite prima di nascere, uccise subito dopo il parto, lasciate morire senza cure in tenera età, ma altre stime parlano di più di quattrocento milioni) è stato ed è complice di quella sparizione. Non solo con le omissioni e l'ostinata volontà di distogliere lo sguardo, ma attraverso politiche malthusiane messe in atto da autorevoli istituzioni internazionali, organizzazioni "filantropiche" per il controllo delle nascite, governi: tutti hanno fatto la loro parte, nella promozione degli aborti selettivi delle bambine, diventati la causa più imponente della loro sparizione dalle statistiche demografiche.
E' la tesi centrale di un libro che sta facendo molto parlare di sé. Lo ha scritto la giornalista americana Mara Hvistendahl, corrispondente da Pechino della rivista Science, oltre che firma del Financial Times e di Foreign Policy. In Unnatural selection. Choosing Boys Over Girls, and the Consequences of a World Full of Men (PublicAffairs, 336 pagine, 26,99 dollari), la Hvistendahl racconta come gli aborti selettivi sulla base del sesso, diffusi in tutta l'Asia dall'inizio degli anni Ottanta, abbiano creato squilibri demografici oggi riconosciuti come devastanti, e come l'Onu, attraverso la propria agenzia per la popolazione (l’Unfpa, United Nations for Population Fund), vi abbia contribuito.
E appare tardiva e insufficiente, oltre che in sospetta coincidenza con l'uscita del libro della Hvistendahl, la diffusione a metà giugno di un rapporto congiunto di Unfpa, Alto commissario Onu per i diritti umani, Unicef e Organizzazione mondiale della sanità, nel quale, per la prima volta, si parla in modo esplicito della tragedia degli aborti selettivi delle femmine.
Il rapporto tra i sessi alla nascita (definito come il numero di maschi nati ogni cento femmine) è normalmente di 104-106 a 100. In condizioni normali rimane stabile nel tempo, a prescindere dalle zone geografiche, dalle condizioni economiche e dalle etnie. Questo significa che nelle situazioni in cui ci si discosta da quel rapporto è certamente intervenuta una causa artificiale.
Negli ultimi decenni è accaduto in India, dove la media è di 112 nati maschi contro 100 femmine (in alcuni distretti, per esempio nel Punjab, è di 132 contro 100); è accaduto in Vietnam, dove il rapporto tra i sessi alla nascita nel 2006 era di 110 maschi ogni 100 femmine, e sta raggiungendo la proporzione di 115 a 100. E' soprattutto accaduto in Cina, dove ormai la media nazionale è di 121 maschi ogni 100 femmine (ma in alcune zone del paese, come nella città di Lianyungang, nella provincia del Jiangsu, ci sono 163 nati maschi ogni 100 femmine, secondo dati del 2007).
Fa parzialmente eccezione la Corea del Sud, che nel 1994 registrò quello che allora era il più squilibrato tasso tra i sessi alla nascita al mondo, con 115 maschi ogni 100 femmine. Furono adottate varie leggi che limitavano l'aborto e proibivano ai medici di rivelare il sesso dei nascituri, pena l'interdizione dalla professione. La situazione da allora è parzialmente riequilibrata, anche se rimane alta la cifra degli aborti clandestini, ai quali si usa ricorrere quando il primogenito è femmina (il divieto di comunicare il sesso del nascituro riesce a essere eluso).
La permanente carenza di donne in Corea del Sud ha comportato, tra l'altro, l'avvio di un fiorente mercato "importazione" di donne povere vietnamite, con aspetti da vera e propria tratta, messi in luce da Mara Hvistendahl come una delle ricadute fatali delle società a forte e innaturale prevalenza maschile. Il suo libro mostra inoltre come gli aborti selettivi abbiano raggiunto anche l'Azerbaigian, con un rapporto alla nascita tra maschi e femmine di 115 a 100; la Geòrgia, con 118 a 100; l'Armenia, con 120 a 100. E' arrivata fino alle nostre porte, con 115 maschi contro 100 femmine in Albania, e soprattutto si riproduce nelle comunità cinesi, indiane e coreane in occidente, in generale, e in America, in particolare.
Quello che nel 2010 l'Economist ha definito "gendercide" sta producendo in ampie zone del mondo l'emergere di una "generazione XY" (la coppia di cromosomi del sesso maschile). Non c'è molto da stare allegri: "Storicamente, le società in cui gli uomini superano in modo sostanziale le donne non sono bei posti per vivere", scrive la Hvistendahl, perché si dimostrano più instabili e inclini alla criminalità di quelle dove i sessi sono in equilibrio.
Il caso della Cina è esemplare. Dal 1979, a sommarsi alla tradizionale e ancestrale preferenza per i maschi nelle società asiatiche, è intervenuta la politica del figlio unico obbligatorio, praticata con metodi coercitivi e ricattatori. Se a una coppia è permesso un solo figlio, mettere al mondo una bambina significa sprecare l'unica occasione per avere un maschio, depositario del nome familiare e della speranza di aiuto per i genitori nella vecchiaia. Dunque assai più prezioso di una femmina, alla quale bisognerà dare una dote a vuoto, perché entrerà a far parte della famiglia del marito.
L'arretratezza e i pregiudizi patriarcali, anche là dove sono aggravati dall'obbligo del figlio unico, non riescono da soli, tuttavia, a dar ragione dell'attuale squilibrio tra i sessi in Cina e in tutta l'Asia, scrive la Hvistendahl. E' stata l'introduzione di tecniche come l'amniocentesi e l'ecografia, promosse con ogni possibile incentivo nei paesi in via di sviluppo dai governi occidentali, dalle imprese interessate a vendere i loro macchinar! e soprattutto dalle organizzazioni internazionali per la pianificazione familiare, a rendere possibili gli aborti selettivi e quindi l'eliminazione di massa delle femmine: "Ci sono voluti milioni di dollari di finanziamenti da parte di organizzazioni statunitensi perché l'aborto sulla base del sesso prendesse piede nei paesi in via di sviluppo", si legge in "Unnatural”.
Se l’alleanza fra repubblicani combattenti nella guerra fredda, preoccupati che la crescita della popolazione avrebbe alimentato la diffusione del comunismo, e scienziati di sinistra e attivisti, convinti che l'aborto fosse necessario sia per “i bisogni delle donne” sia per ”il futuro e la prosperità - forse per la stessa sopravvivenza - del genere umano”, come ebbe a dichiarare il responsabile medico della Planned Parcnthood Federation nel 1976, Malcolm Potts.
Lo stesso signore, nella stessa occasione, scrisse che nei paesi in via di sviluppo l'aborto è senza dubbio il miglior sistema di controllo delle nascite: "L'aborto precoce è sicuro, efficace, economico e potenzialmente il metodo più facile da amministrare".
A questo proposito, sempre Douthat osserva che, sebbene il libro di Mara Hvistendahl sia pieno di scene impressionanti - dall'abbandono di bambine negli ospedali indiani alla propaganda che nei villaggi cinesi invitava all'aborto, nelle fasi culminanti della politica del figlio unico - nulla è inquietante come quei "passaggi che illustrano come occidentali progressisti si siano consapevolmente convinti che un minor numero di femmine può essere proprio ciò di cui le società del terzo mondo hanno bisogno".
Il riferimento è al colloquio, riportato nel libro, tra l'autrice e il biologo Paul Ehrlich, uno dei maggiori artefici dell'ossessione antinatalista ed eugenetica occidentale, l'autore del famigerato The Population Bomb (1968). Tuttora convinto che sbarazzarsi delle femmine nei paesi in via di sviluppo con l'aborto sia un'idea lodevole, soprattutto perché evita che si facciano molte femmine nel tentativo di avere un maschio.
Torniamo un attimo all'esemplare caso della Cina, super laboratorio del fenomeno raccontato in "Unnatural Selection". Nel 1978, un anno prima della promulgazione della legge sull'obbligo del figlio unico, Pechino aveva firmato un'intesa con l'agenzia per la popolazione delle Nazioni Unite. La quale, in cambio di finanziamenti cospicui - il più importante pacchetto di aiuti esteri accettato dal paese in vent'anni, ricorda la Hvistendahl - lo impegnava a politiche rigorose di contenimento demografico, sotto la supervisione dell'Unfpa. Che, da allora, ha sempre finanziato la politica antinatalista cinese.
Nel 1998, quando già erano stati denunciati da più fonti i sistemi autoritari di controllo demografico in Cina, l'Unfpa donò al governo della Repubblica popolare venti milioni di dollari. Soprattutto, l'agenzia dell'Orni ha coperto agli occhi del mondo, classificandole sotto la rassicurante definizione di "pianificazione familiare", crimini come le sterilizzazioni e gli aborti forzati.
Silenzio assoluto anche sulle violenze contro i disobbedienti, che potevano andare dall'isolamento sociale e dalle pene pecuniarie fino alla distruzione della casa, alla confisca dei beni, alla prigione. Silenzio anche sulle visite ginecologico-poliziesche imposte ogni sei mesi a tutte le donne in età feconda, per controllare eventuali gravidanze "illegali". E se una donna è "illegalmente" incinta in Cina non ha scelta: a qualsiasi stadio sia la gravidanza, dovrà abortire.
Tutto questo accade ancora, come ha raccontato sul Foglio del 9 maggio scorso l'americana Reggie Littlejohn, fondatrice di Women's Rights Without Frontiere, impegnata da anni a spiegare in ogni sede possibile che gli orrori della politica del figlio unico in Cina non sono mai finiti, a dispetto delle dichiarazioni tranquillizzanti delle autorità di Pechino, alle quali si finge di credere per convenienza.
Sopravvive anche, soprattutto nelle campagne della Cina occidentale, l'usanza della soppressione delle neonate alla nascita. Annegate in un secchio di acqua bollente che, se si fosse trattato di un maschietto, sarebbe stata solo calda e sarebbe servita a lavarlo, o lasciate morire all'addiaccio (lo chiamano "sistemare una bambina", come racconta la giornalista e scrittrice anglocinese Xinran, firma del Guardian, che ha appena pubblicato in Italia, con Longanesi, Le figlie perdute della Cina).
Fino a che punto si sia spinto l'appoggio dell'Unpfa alla politica cinese del figlio unico, nonostante sia impossibile immaginare che i suoi funzionari fossero all'oscuro di che cosa comportasse, lo testimonia la dichiarazione resa nel 1986 dall'allora direttore esecutivo dell'agenzia Gnu, Rafael Salas. Il quale, di fronte all'emergere di sgradevoli particolari, affermò che certi sistemi, "forse non del tutto accettabili per alcuni standard occidentali", erano comunque rispettosi delle "norme culturali" locali (lo ricorda Eugenia Roccella in Contro il cristianesimo, edito da Piemme nel 2005 e scritto con Lucetta Scaraffia).
Tre anni prima, nel 1983, il ministro cinese per la pianificazione familiare, Qian Xinzhong, aveva solennemente ricevuto dalle mani del segretario generale dell'Onu, Javier Pérez de Cuéllar, il premio per la popolazione.
"Selezione innaturale", scrive ancora Ross Douthat sul Nyt, si legge "come un grande giallo storico, ed è scritto con il senso di urgenza morale che di solito accompagna la rivelazione di un crimine enorme". Quale sia il tipo di crimine "è la domanda che assilla il libro della Hvistendahl così come il più ampio dibattito sui 160 milioni di femmine scomparse". Quel numero gigantesco evoca infatti "gli orrori dei genocidi del Ventesimo secolo.
Eppure, nonostante i saccheggi del Politburo cinese, la maggior parte degli aborti sono stati (e continuano a essere) non forzati". L'establishment americano ha "contribuito a creare il problema, ma ora è in metastasi da solo: il movimento per il controllo demografico è l'ombra di se stesso, ma la selezione del sesso si è inesorabilmente diffusa con l'accesso all'aborto, e il rapporto tra i sessi si è squilibrato dall'Asia centrale ai Balcani, passando per le comunità asiatiche degli Stati Uniti".
Tutto questo, aggiunge Douthat, "mette molti liberali occidentali, inclusa la Hvistendahl, in una posizione piuttosto scomoda". L'autrice di "Unnatural Selection", sente in continuazione il bisogno di giustificare lo spirito del proprio lavoro e non vuole assolutamente passare per una pro life: non mette in discussione il diritto pressoché illimitato all'aborto, si dichiara agnostica sul tema dell'inizio della vita, distingue tra un uso legittimo delle tecniche predittive nell'occidente evoluto, per conoscere eventuali anomalie fetali, e un uso cattivo che nei paesi in via di sviluppo ha portato allo squilibrio tra i sessi.
Ma così, nota Douthat, l'autrice lascia insoluto il problema di definire, proprio a partire dalla sua "rivelazione di un crimine enorme", quale sia la vittima. E non gli basta la risposta di Mara Hvistendahl, che parla della violenza delle società a forte prevalenza maschile, e della crescita della prostituzione e della tratta delle donne: "La tragedia dei 160 milioni di bambine mancanti non è che sono 'mancanti'. La tragedia è che sono morte", conclude Douthat.
Sulla stessa lunghezza d'onda è il commento di Jonathan V. Last sul neoconservatore Weekly Standard. Il quale elogia l'ottimo lavoro condensato in "Unnatural Selection", ma ne critica le conclusioni, soprattutto quando la Hvistendahl passa ai suggerimenti su come l'abuso "potrebbe essere frenato senza violare il diritto delle donne ad abortire".
E' inutile, scrive Last, vietare di rivelare il sesso di un bambino ai genitori durante le ecografie o pretendere che i medici investighino con più accuratezza sulle motivazioni all'aborto di donne incinte di femmine, "perché l'aborto selettivo è ufficialmente contro la legge in India e in Cina, senza alcun risultato". Il nodo è altrove, "perché se è la 'scelta' l'imperativo morale guida dell'aborto, allora non c'è alcun modo di prendere posizione contro la discriminazione sessuale".
«Il Foglio» del 29 giugno 2011

10 maggio 2011

Femministe di sinistra sedotte dallo scientismo

I progressisti e i temi bioetici dai contraccettivi ai figli in provetta. Si tende a legittimare manipolazioni biologiche

di Paolo Mieli

Il vuoto ideologico colmato dalla fiducia nella tecnica. Il tragico caso Reimer: nato maschio, mutilato per errore fu allevato come una femmina ma si ribellò e poi finì per suicidarsi

Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta il Partito comunista italiano (dal 1991 Partito democratico della sinistra) ha modificato radicalmente il proprio modo di guardare alle questioni morali connesse con la vita umana. Un giovane storico, Andrea Possieri, già autore di un eccellente lavoro sugli ultimi anni del Partito comunista, Il peso della storia. Memoria, identità, rimozione dal Pci al Pds (1970-1991), pubblicato dal Mulino, ha ora studiato come è avvenuto, passo dopo passo, questo Cambiamento di senso comune sui temi bioetici (così il titolo del suo saggio che esce nel libro, curato da Lucetta Scaraffia, Bioetica come storia. Come cambia il modo di affrontare le questioni bioetiche nel tempo, per le edizioni Lindau). Il racconto prende le mosse da una lettera pubblicata su «Noi Donne» il 3 dicembre del 1972. All'epoca la rivista - espressione dell'Unione donne italiane, un'organizzazione collaterale al Pci - era diretta da Giuliana Dal Pozzo e la pagina delle lettere serviva a dar conto alle lettrici (ma anche ai lettori) di un universo, quello femminile, in grande trasformazione. «Credo che la vera liberazione, la vera uguaglianza, può arrivare soltanto con la scienza e con la tecnica», scriveva Marianna T. su «Noi Donne». Per poi così proseguire: «Che cosa è che differenzia radicalmente l'uomo dalla donna e concede a lui di lavorare come vuole? Il fatto che lui non deve fare figli, non ha disturbi mensili, non ha da crollare sotto il peso della gravidanza o da allattare i bambini e così via. Ebbene si passi questa incombenza alle macchine, ovvero alle incubatrici. Prima o poi dovrà pur essere possibile mettere in un'incubatrice un uovo femminile e un seme maschile, e tornare nove mesi dopo a ritirare il bambino; se ne parla ancora per scherzo, ma non credo sia più difficile che andare sulla luna. A questo punto non ci sarebbero più che delle differenze insignificanti, fra l'uomo e la donna. Mi rendo conto che questa rivoluzione biologica sarebbe sconvolgente, per i suoi effetti psicologici; ma d'altra parte non mi sembra affatto necessario che, per il semplice gusto di restare "donna" nel senso tradizionale della parola, si abbia da soffrire anche fisicamente». Desta interesse, scrive Possieri, il fatto che una rivista come «Noi Donne», «certo non assimilabile al movimento femminista - che all'opposto, in quegli anni, polemizzava duramente con le scelte e le posizioni politiche dell'Udi - né tantomeno alle teorie filosofiche del femminismo radicale di marca anglosassone, accogliesse nelle sue pagine un richiamo a visioni politico-culturali del tutto estranee alla storia del movimento delle donne di estrazione marxista». In realtà qualcosa aveva già cominciato a muoversi tra il 1967 - all'epoca della commercializzazione (ma solo a scopo terapeutico) della pillola anticoncezionale di Pincus - e il 1968, anno del movimento studentesco nonché dell'enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che condannava ogni forma di controllo delle nascite. «Noi Donne» - fino a quel momento incentrata sulle tradizionali rivendicazioni emancipazioniste - cominciò ad occuparsi dei temi relativi alla cosiddetta «maternità consapevole»: fecondazione in provetta, coppie di fatto. Fu in quel momento che un deputato socialista, Gianni Usvardi, iniziò una battaglia per cancellare il divieto di far propaganda a favore del controllo delle nascite. Affiancato in ciò dall'Associazione italiana per l'educazione demografica (nata a Milano nel 1953) presieduta da Luigi De Marchi. E soprattutto dal Partito radicale di Marco Pannella, al quale De Marchi aveva aderito. Nel marzo del 1971 la Corte costituzionale stabilì l'incostituzionalità dell'articolo 553 del codice penale, che vietava la propaganda e l'uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, prevedendo fino a un anno di reclusione per chi si fosse reso responsabile di tale reato. Quella sentenza determinò una svolta. Ma ancora più importante fu il risalto che il periodico dell'Udi, nel gennaio del 1973, riservò all'attività del medico di Baltimora John Money, il quale per primo aveva formulato il concetto di identità di genere. Di che si trattava?


Simone de Beauvoir nel suo famoso libro Il secondo sesso (Il Saggiatore) aveva scritto: «Donna non si nasce, lo si diventa». Money volle dimostrare scientificamente quell'assunto e ne nacque un libro dal titolo Uomo, donna, ragazzo, ragazza, edito in Italia da Feltrinelli. La dimostrazione si basava sul caso dei due gemelli Reimer, omozigoti nati in una cittadina canadese nel 1965. Che tipo di dimostrazione? Nel tentativo di circoncidere uno dei due piccoli, il medico aveva compiuto un errore e aveva provocato un danno irreparabile al pene del bambino. I genitori disperati si erano rivolti al dottor Money (che avevano visto in un programma tv nel corso del quale il medico aveva reclamizzato la propria capacità di trasformare l'uomo in donna) e gli avevano chiesto aiuto. Money era intervenuto sul neonato, gli aveva asportato i testicoli e gli aveva costruito chirurgicamente un organo genitale femminile. Gli venne anche assegnato un nome da bambina, Brenda. Da questo momento in poi Brenda, avendo un gemello con lo stesso patrimonio genetico, sarà la prova vivente che non sono i geni, bensì l'educazione e qualcosa di indotto - capelli lunghi, bambole, gonne, nastrini, vestiti di pizzo - a fare la donna (o l'uomo). «Noi Donne» scopre il «caso Money» e, per la penna di Giulietta Ascoli, dedica articoli su articoli alla questione, che acquista una valenza rivoluzionaria. Sulle pagine della rivista viene attribuita al dottor Money la prestigiosa qualifica di «uomo emancipato». La pubblicazione in Italia del libro di Money (che verrà tre anni dopo) consacrerà la tesi che l'essere maschio o femmina non è deciso dalla natura bensì dalla società. A questo punto si rende necessaria una breve digressione. Chi sia interessato a sapere come andò a finire quella storia, deve assolutamente leggere uno straordinario libretto di Giulia Galeotti (anche lei, tra l'altro, ha scritto, per Bioetica come storia, un interessante saggio; è sulla concezione dei disabili a partire dall'Ottocento: a un progressivo riconoscimento dei loro diritti è corrisposta la tentazione di disfarsi della loro costosa presenza attraverso tecniche di controllo prenatale). Il libro della Galeotti che si occupa del «caso Money» si chiama Gender Genere.


Chi vuole negare la differenza maschio-femmina? L'alleanza tra femminismo e Chiesa cattolica ed è stato pubblicato poco tempo fa dalle edizioni VivereIn. Racconta di come il ragazzo di nome Brenda, dopo un po', si sia istintivamente rifiutato di seguire la terapia ormonale del dottor Money, che avrebbe dovuto trasformarlo «definitivamente» in donna. Di come crescendo abbia preso sempre più i tratti del maschio e del fatto che, quando il padre gli rivelò la sua storia, abbia subito un autentico shock. Brenda decise a quel punto di amputarsi il seno e di assumere un nome maschile, David. Tentò una prima volta, senza successo, il suicidio. Si sottopose poi a un intervento per la ricostruzione del pene. Iniziò a uscire con le ragazze. Sposò Mary, già madre di tre figli. Ma David non riuscì a trovare un equilibrio. A questo punto raccontò la propria storia al giornalista John Colapinto per un libro che avrà successo negli Stati Uniti, ma non sarà tradotto in Italia. Finché, all'età di 38 anni, David-Brenda si uccise. Una storia spaventosa. Ma all'epoca in cui se ne occupa «Noi Donne» quello di Money sembra un esperimento perfettamente riuscito e la vicenda di David-Brenda viene presentata come un caso esemplare. Vengono poi (1978) la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza; la prima bimba concepita in provetta (Louise Brown, luglio 1978); il boom dell'ecografia (in uso al policlinico Gemelli di Roma già dal 1971). Per l'aborto, sulla rivista dell'Udi si dà grande risalto al metodo di aspirazione Karman, che viene presentato come «fisicamente poco traumatizzante», un intervento che richiede «un'attrezzatura abbastanza semplice» e «una spesa relativamente esigua»: una tecnica «sperimentata positivamente da molte donne», di per sé «in grado di eliminare angosce e paure». Un articolo racconta così l'arrivo in uno spazio Aied di un «giovane ostetrico» londinese esperto di Karman: «L'annuncio della sua presenza, il sapere che avrebbe operato ininterrottamente dalle otto del mattino alle nove di sera, ha richiamato all'ospedale una grande quantità di donne che speravano, dopo tante tribolazioni e pellegrinaggi inutili, di ottenere l'aborto». «Noi Donne» dà risalto alle ricerche dello psicanalista argentino Arnaldo Rascovsky, che «dimostrano» l'esistenza dell'apparato psichico del feto solo a partire dal quarto mese di vita. Ricerche che, provando «indirettamente» che prima del quarto mese non esiste una vita psichica del nascituro, confermano «la validità etica e giuridica della legislazione vigente» in materia di aborto. «Quello che soprattutto ci deve interessare», scrive la rivista comunista, «è questo: la scienza ci ha aiutato a sapere con certezza che entro il terzo mese l'aborto non è un fatto così traumatico come alcuni vorrebbero indurre a pensare». E siamo al referendum sull'aborto (17 maggio 1981). Per questa fase va menzionata un'altra rivista «più teorica» che fa capo direttamente alla sezione femminile del Pci: «Donne e Politica», nata nel 1969 su iniziativa di Adriana Seroni che la dirige fino al 1981. Secondo Possieri, «Donne e Politica» assomigliava soprattutto nel primo periodo della sua diffusione, dal 1969 al 1977, «più a un bollettino di stampo cominternista che a una moderna rivista politica; rigorosamente in bianco e nero, con un'impaginazione a colonne, senza nessuna presenza iconografica e con alcuni interventi concepiti come dei saggi con tanto di note esplicative, non si prestava, certamente, a una larga diffusione di massa (solamente a partire dal dicembre 1977 venne inserito, per la prima volta, del "materiale illustrativo" e furono tolte le note a fondo pagina)». Dura era la contrapposizione di questa rivista al movimento femminista e il tema dell'emancipazione femminile era strettamente collegato al rapporto tra le donne e il mondo del lavoro. Nell'agosto del 1980, quando ormai si capisce che il referendum sull'aborto non può più essere evitato, «Donne e Politica» pubblica un dossier sul tema in questione, preceduto da un duro editoriale della Seroni contro «radicali e clericali», contro Marco Pannella e Carlo Casini, accusati di aver voluto il referendum con «argomentazioni assai diverse» ma con un obiettivo comune: «la distruzione o il profondo snaturamento della legge sull'aborto». «Noi Donne», invece, si distingue per la capacità di portare in primo piano i temi bioetici. Di qui in poi il periodico dell'Udi è per circa un quindicennio «un grande incubatore di idee di valori, di esperienze umane e di progetti politici che ha avviato», sottolinea Possieri, «un processo di inculturazione politico-simbolica di issues e parole d'ordine, esterne alla tradizione del movimento operaio, che lentamente iniziano a innestarsi sul nucleo storico della cosiddetta identità comunista».


Al referendum del 1981, come era già accaduto nel 1974 per il divorzio, il fronte laico vince. «Noi Donne» esulta. Solo nell'aprile del 1982 allorché presso l'Accademia delle Scienze di Parigi il professor Etienne-Emile Baulieu, allievo di Pincus, presenta la pillola Ru486 che «sostituendosi al progesterone» impedisce che l'ovulo fecondato si impianti «nell'utero», solo in quel momento il periodico dell'Udi solleva dubbi. Dubbi di ordine etico, perché «con questi preparati l'aborto sarebbe interamente gestito dalla donna, senza ospedalizzazione, senza traumi fisici, senza interferenze mediche, senza giudizi di chicchessia», quindi si sarebbe potuto correre il rischio di tornare all'aborto «privato» e di «perdere quanto dolorosamente e faticosamente» le donne avevano conquistato attraverso la legge sull'interruzione di gravidanza.


Ma la rivista continua a svolgere un ruolo decisivo, una sorta di «avanguardia» politico-culturale «nella ricezione e nella diffusione dei temi bioetici rispetto ai tradizionali luoghi di elaborazione culturale dei due grandi partiti della sinistra». Questo ruolo di avanguardia è caratterizzato da tre nomi: in primo luogo Annamaria Guadagni, poi Mariella Gramaglia e infine Franca Fossati, che dirigono «Noi Donne» a partire, rispettivamente, dal 1981, dal 1985 e infine dal 1991. «Donne e Politica» si mette sulla scia di «Noi Donne», dapprima sotto la direzione di Lalla Trupia, che nel 1981 prende il posto della Seroni. Poi con Livia Turco che succede alla Trupia, diviene responsabile della sezione femminile del Pci (lo sarà anche nel Pds) e, dopo un vivace confronto con il Centro culturale Virginia Woolf di Roma, fa approvare dal Partito comunista il documento dal titolo «Dalle donne la forza delle donne. Carta itinerante» che accetta il pensiero della «differenza sessuale» elaborato dal gruppo milanese della Libreria delle donne. E qui riprende la discussione sulla pillola Ru486, sulla quale erano stati avanzati i dubbi di cui si è detto. Verso la fine degli anni Ottanta, quelle obiezioni iniziali vengono considerate non più attuali. E si allargano le frontiere entro la quali la nuova etica fa proseliti.


«Noi Donne» intervista la sottosegretaria alla sanità, la socialista Elena Marinucci, che dichiara di aver sollecitato la casa farmaceutica Roussel-Uclaf «a rendere disponibile in Italia la pillola per abortire». Nel 1987 l'Udi promuove un sondaggio tra le proprie militanti nel quale il 27 per cento risponde di essere favorevole alle nuove tecniche di fecondazione assistita. Un'analoga indagine, l'anno successivo, vede salire questa propensione al 60 per cento. «In definitiva», scrive Possieri, «quello che si delineò tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta fu l'incontro sul terreno comune dei temi bioetici tra almeno tre differenti tradizioni politiche: innanzitutto, la cultura femminista e quella emancipazionista che avevano trovato una nuova sintesi politico-simbolica nella Carta delle donne; in secondo luogo, la cultura politica di marca liberal-socialista che propose un nuovo patto sociale per una ridefinizione dell'etica pubblica ed elaborò un concetto di bioetica laica che includeva al suo interno molte battaglie tipiche del femminismo; e, infine, la cultura politica d'estrazione gramsciana che, dopo aver visto nascere la discussione di questi temi bioetici all'esterno del Pci, finì per essere il luogo politico che ne avrebbe ereditato le idee e i progetti, soprattutto dopo lo shock sistemico del 1989-1993».


Con il marxismo in crisi, «alla bioetica veniva affidata, dalla nostra "era delle incertezze", non solo la missione di strutturare una logica di razionalità laica che risolvesse le questioni specifiche della disciplina, ma anche il compito di proiettare le aspettative più in là, chiedendo a questa stessa razionalità laica di fungere da paradigma interpretativo per affrontare dilemmi etici di ogni tipo». Gli interventi su «MicroMega» e su «Notizie di Politeia» di Remo Bodei e Maurizio Mori, assieme alle tesi di Umberto Veronesi (esposte nel libro Colloqui con un medico, a cura di Giovanni Maria Pace, pubblicato da Longanesi), diedero corpo dottrinale a nuove forme di pensiero laico. Nuove? Queste forme di pensiero in realtà riportavano alla luce «la forma primigenia e aggiornata del marxismo ottocentesco, ovvero lo scientismo»; si assisteva così alla nascita di una costruzione politico-culturale che, è opinione di Possieri, «prevedeva non solo la creazione di un'opinione pubblica favorevole a ogni innovazione tecnico-scientifica, ma anche uno slittamento delle opinioni morali, che si muovevano verso una sempre maggiore apertura al relativismo». È lo slittamento morale di cui ha efficacemente trattato Jacques Ellul ne Il sistema tecnico (Jaca Book). Cioè - come scrivono nella prefazione a Bioetica come storia Sergio Belardinelli, Edoardo Bressan e Lucetta Scaraffia - «la tendenza tipica delle società tecnologiche ad accettare sempre in modo acritico le innovazioni tecniche, anche se, alla nascita, sono oggetto di condanna generale». Dopo un certo lasso di tempo, in genere cinque o dieci anni, «la novità sembra divenuta inevitabile e la spinta a essere moderni fa il resto inducendoci ad accettarla, anche se le riserve non sono sciolte». A provocare questo mutamento «è il confronto con gli altri Paesi, dove spesso le novità sono accettate in anticipo; e se altrove hanno dato cattiva prova, nella loro attuazione, non se ne tiene conto». È la tendenza a fare della scienza un'ideologia, forse l'unica sopravvissuta, e quindi ad affidare alle tecnica il compito di creare nuovi valori, una nuova etica del comportamento. «Una proposizione morale», scrive Ellul, «verrà considerata valida per un dato periodo solo se sarà conforme al sistema tecnico, se concorderà con esso». Anche se molto spesso, dopo anni, si scopre che i sospetti della prim'ora erano più che fondati e le obiezioni iniziali resistono al tempo che è trascorso. La resistenza iniziale, sostengono i tre prefatori a Bioetica come storia, molto spesso si basava su buone ragioni, a dispetto della circostanza che poi, rapidamente, queste ragioni sono state accantonate. Ricordarle a cose fatte, quando probabilmente l'innovazione è stata accettata ed è diventata «normale», è sempre utile, perché offre una base critica per osservare le trasformazioni che la tecnica ci impone, e un pensiero critico nei confronti delle innovazioni tecnoscientifiche è molto difficile da elaborare».


La tecnica, fa notare Ellul, proprio quando sembra che risolva problemi, ne crea ogni volta di nuovi, «e ci vuole sempre più tecnica per risolverli». Tutto ciò nella storia dell'ex Pci è servito a dare nuova linfa alla pianta primigenia che si era essiccata. «Il progressismo etico, l'entusiasmo per le tecnoscienze, ogni tecnologia che sembri confermare e rafforzare la libertà femminile», scrivono Belardinelli, Bressan e Scaraffia, «si sono infatti rivelati utili per riempire il vuoto ideologico con cui si è trovata improvvisamente a fare i conti la sinistra, e sono stati quindi accolti con favore dalle stesse persone che fino a poco tempo prima li guardavano con diffidenza». E non è detto, sostengono sia pure in modo non esplicito autore del saggio e prefatori del libro, che con questo «riempimento del vuoto» la sinistra ci abbia guadagnato.



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Bibliografia


Il saggio di Andrea Possieri sui mutamenti di orientamento della sinistra rispetto a temi come l'aborto, la contraccezione e la procreazione assistita è incluso nel volume Bioetica come storia. Come cambia il modo di affrontare le questioni bioetiche nel tempo (Lindau, pagine 247, Euro 23), che esce in libreria dopodomani, 5 maggio. Il volume, curato da Lucetta Scaraffia, contiene anche scritti di Emanuele Colombo, Giulia Galeotti, Lorenza Gattamorta, Francesco Tanzilli. A Giulia Galeotti si deve anche il saggio Gender Genere, edito lo scorso anno dall'editore VivereIn. Da segnalare anche il libro di Jacques Ellul Il sistema tecnico, uscito in Francia nel lontano 1977 e tradotto in Italia nel 2009 da Jaca Book.





1971 Una sentenza della Corte costituzionale, emessa nel marzo 1971, cancella l'articolo 553 del codice penale, che vietava la propaganda e l'utilizzo di ogni mezzo contraccettivo



1981 Viene sottoposta a referendum la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria della gravidanza. Il tentativo di modificare le norme sull'aborto in senso restrittivo viene respinto con il 68 per cento di No.





La rivista «Donne e Politica» del Pci, diretta da Adriana Seroni, attaccò i radicali di Marco Pannella sul tema dell'aborto



Sociologo, teologo e ambientalista, il protestante francese Jacques Ellul, scomparso a 82 anni nel 1994, criticava la tendenza della società attuale ad accettare con l'andar del tempo tutte le innovazioni tecnologiche, aggirando o rimuovendo le pur fondate obiezioni inizialmente avanzate contro la loro adozione.


«Corriere della Sera» del 3 maggio 2011