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26 ottobre 2011

Supercittà, energia, povertà ecco le sfide per il pianeta

È già partito il conto alla rovescia per il neonato numero sette miliardi
di Gianni Riotta
L'Europa che invecchia e la Cina senza donne saranno le nuove emergenze
Nelle locandine degli spettacoli, temendo gelosie, si elencano le star «in ordine di apparizione». Per calcolare il vostro ordine di apparizione sul pianeta Terra, nel cast di 7 miliardi di esseri umani che le Nazioni Unite prevedono in arrivo per il 31 ottobre 2011, cliccate sul sito bit.ly nbwTkb, inserite la data di nascita e saprete il vostro posto nello show umano. Un nato l’1 gennaio 1920 ha il numero 1.859.068.335, una nata l’1 gennaio 1960 il 3.036.562.402 e due gemellini venuti alla luce nel Capodanno 2000 rispettivamente il 6.087.198.811 e 812.
Per secoli l’homo sapiens è cresciuto pochissimo, la curva della popolazione da Gesù alla fine del mondo narrata dal monaco Rodolfo il Glabro nell’anno 1000, è stabile. Per arrivare a un miliardo, nel 1800, abbiamo impiegato 250 mila anni. La vera crescita comincia con la rivoluzione industriale, nel 1913 l’Europa aveva più abitanti della Cina e, con gli Stati Uniti, ospitava un umano su tre. Il cittadino “6 miliardi” si chiama Adnan Nevic, ha 12 anni, nato il 12 ottobre 1999 a Sarajevo, nella Bosnia insanguinata: e vedremo che scelta simbolica sarà fatta stavolta dall’Onu. Per rispettare la realtà, Sorella 7 miliardi (nascono più donne che uomini) dovrebbe atterrare con la cicogna in una grande città dell’Africa, Lagos, il Cairo: là il mondo continua a crescere.
Vi annunceranno nei prossimi giorni l’Apocalisse sovraffollamento. Non fate attenzione, la crescita rallenta e il problema non è «Siamo troppi», né la subdola affermazione che questa fobia nasconde, cioè «Sono troppi questi poveri!». Il pianeta ha risorse e spazio, i guai non vengono dalla popolazione ma dalla sua distribuzione ed età. Fosco, il filosofo Malthus calcolava che dalla fine del 700 non avremmo avuto più di che sfamarci. Ha sbagliato per pessimismo, come il Club di Roma di Aurelio Peccei nel 1972 e l’economista Paul Ehrlich con il libro-allarme «The Population Bomb», 1980. Aumento della produttività nei campi, nuove tecniche sanitarie e sociali ci hanno permesso, secondo l’auspicio biblico, di «crescere e moltiplicarci» e ora nel mondo si fanno meno figli, forse troppo pochi.
Nel 2050 Europa, Usa e Canada non avranno che 12 abitanti su cento, la metà del 1800. Ma chi pensa alla Cina come alla Grande Fabbrica Esseri Umani, sbaglia. La tragica politica «un figlio per famiglia» fa sì che la popolazione cinese declini senza rimedi. Nel 2025 ci saranno 96,5 milioni di cinesi maschi tra 20 e 30 anni, con solo 80,3 milioni di donne della stessa età: troppe famiglie hanno abortito bambine sognando l’erede maschio. Nel 2050 l’America, cui gli ispanici garantiscono buona natalità, avrà più lavoratori della Cina: la corsa di Pechino è «Arricchiamoci prima di invecchiare». Dati, purtroppo, su cui pochi meditano. La fertilità del mondo scende.
Saremo 8 miliardi nel 2025 e ci saranno voluti 14 anni per arrivarci. È la prima volta nella storia che l’intervallo tra un miliardo e l’altro di umani aumenta, non diminuisce. Nel 1970 la fertilità media delle donne era 4,45 bambini a testa, oggi è dimezzata a 2,45. Nel 2050 - ha calcolato il demografo Jack Goldstone per la Fondazione Nardini - saremo 9 miliardi e 150 milioni, cifra che non crescerà. Fanno meno figli le donne occidentali, lievi aumenti in Francia e Svezia per ottime politiche familiari che però costeranno troppo nella crisi.
A ridurre le nascite non è tanto la pianificazione, i cui risultati non sono sempre coerenti con le intenzioni. Sono scuola, sanità, benessere: donne che sanno leggere, lavorano e fanno una vita decente, come è capitato a miliardi tra Cina, India e America Latina dal 1980, scelgono meno gravidanze. I problemi della Generazione 7 miliardi non sono quindi di numero. Sono sociali, energetici, militari. Saranno i poveri a fare più bambini, l’intera crescita dell’umanità da qui al 2050 sarà nei 24 Paesi più arretrati (fonte World Bank). Nel Sud del Sahara c’è una fertilità «antica», 4,64 bambini a donna. Nei prossimi 40 anni cresceremo di «soli» 2.300 milioni, la metà in Africa.
A Capodanno 2050, stima Fondazione Nardini, per 720 milioni di europei ci saranno 2 miliardi di africani. In certe aree dell’Italia del Nord ospiteremo un emigrante ogni tre persone. Il Giappone sarà il paese più vecchio della storia, l’Italia seguirà da vicino, l’Europa diventerà un continente di capelli bianchi con pochi lavoratori, e pagare le spese mediche della generazione baby-boom (1946-1964) preoccuperà i prossimi quattro presidenti Usa. Come nutrire, istruire e far lavorare i poveri resta il dilemma. Ma anche qui non seguite gli slogan. Il mondo che inquina non fa figli, e i 24 Paesi non sviluppati che affollano le culle producono solo il 7% di gas serra. Il caos possibile viene dal luogo in cui gli umani si stabiliranno. Per la prima volta dai tempi delle «Bucoliche» di Virgilio viviamo più in città che in campagna.
Le periferie delle megalopoli, tetti di lamiera ondulata, poche fognature, scuole, servizi, raccoglieranno le nascite. Tre miliardi di persone emigreranno verso i ghetti urbani nei prossimi 40 anni, e già la Cina soffre nel controllare l’ondata. Terrorismo, criminalità, disagi saranno comuni nelle Supercittà, Mumbai, Mexico City, New Delhi, Shangai, Calcutta, Karachi, Cairo, Manila, Lagos, Giacarta. Se rilanciamo la ricerca in agricoltura (il Center for Food and Nutrition creato da Guido Barilla sta lavorando in questo senso), se non smettiamo di lavorare a nuove fonti energetiche, se regoliamo le emissioni con raziocinio, se Cina, India e Usa evitano la guerra, se l’Europa non si lascia andare all’inerzia e la crisi economica si attenua, non ci sarà la tragedia nascite. I pericoli, avrebbe detto la saggia Agatha Christie «vengono dalla natura umana», non dalla sua diffusione. E per ora, quindi, che Dio benedica anche te, bebé 7.000.000.000.
«La Stampa del 26 ottobre 2011

12 gennaio 2011

Saremo nove miliardi ma mangeremo tutti

di Marco Magrini
L'essere umano numero 7 miliardi dovrebbe nascere a luglio, o al più tardi verso ottobre. E pensare che avevamo festeggiato il nascituro numero 6 miliardi appena 12 anni fa, quando ce ne vollero 123 – fra il 1804 e il 1927 – per passare da uno a due miliardi. Sono le meraviglie, e gli spaventi, della demografia.
Il futuro demografico appariva spaventoso a Thomas Malthus, che nel 1798, mentre la popolazione cresceva più velocemente delle scorte alimentari, profetizzò guerre e carestie. Ma poi sono fioriti i commerci internazionali, e le sue matematiche certezze sono diventate irrilevanti.
Due miliardi di esseri umani più tardi, il futuro pareva spaventoso anche a Paul Ehrlich, che ridipinse un panorama malthusiano nel 1968, con il suo The Population Bomb. Ma invece è poi scoppiata la Rivoluzione Verde – semi migliori, fertilizzanti e pesticidi che hanno moltiplicato la produzione agricola – rendendo le sue statistiche irrilevanti.
Ovviamente, le profezie smentite del passato non offrono certezze per il futuro. Anzi, le proiezioni delle Nazioni Unite, che parlano di un picco della popolazione intorno a metà secolo, verso quota 9,2 miliardi, consentono di calcolare che un moderno Malthus potrebbe predire un futuro di guerre e carestie: il cibo prodotto oggi non basterebbe, se a tavola ci fossero 2 miliardi di convitati in più.
Stamani a Parigi, viene presentato il nuovo rapporto Agrimonde sul futuro dell'alimentazione in un mondo sempre più popolato. E il rapporto, curato da Inra e Ciram, due istituti di ricerca francesi, dice che nel 2050 riusciremo a sfamare il mondo. Ma ad alcune condizioni. Che richiedono tutte (a parte l'ovvio contributo della scienza e della tecnologia) un alto livello di cooperazione internazionale attualmente assente dalla scena, come dimostrano i negoziati sul clima e il commercio.
Il bambino numero 9 miliardi dovrebbe arrivare nel 2045. Ma il fatto importante è che, dicono i demografi, il bambino numero 10 miliardi potrebbe non nascere mai. Dopo quota 9,2 miliardi, la popolazione planetaria dovrebbe restare stabile, o cominciare a scendere. Dopo anni di politiche draconiane come quella cinese di un figlio a famiglia, e dopo anni di campagne per l'uso dei contraccettivi, ormai è chiaro che il miglior anticoncezionale al mondo è il reddito procapite.
La chiamano transizione demografica. È il passaggio di una società dalla fase preindustriale (alto tasso di nascite ma anche di mortalità) alla fase di crescita (con cibo e sanità migliori crolla la mortalità). La terza fase subentra quando il reddito cresce ancora e l'emancipazione femminile fa scendere le nascite. La quarta è quella di deflazione: nascite ancor più basse e lunga aspettativa di vita. «Le giovani coppie di Pechino o di Shanghai che vogliono vivere bene – diceva tempo fa Hania Zlotnik, direttrice della Divisione popolazione dell'Onu, in un'intervista al Sole 24 Ore – stanno abbassando la fertilità media della Cina, meglio e più rapidamente del Partito comunista».
Nella quarta fase c'è l'Italia. Nella terza il Brasile e l'India. Nella seconda l'Uganda e l'Angola. Ma nella prima non c'è più nessuno.
Certo, la sovrappopolazione non è un problema di spazio, ma di distribuzione delle risorse. Anche se la globalizzazione sta già rimescolando le carte, non basta. L'ennesimo rischio malthusiano sarà evitato. Ma sarà più difficile, senza una vera governance mondiale.
«Il Sole 24 Ore» del 12 gennaio 2011

13 settembre 2010

Lettera a un bambino che (forse) vivrà più di cento anni

La guerra dei cent'anni
di Roberto Volpi
Nel 2050 bambini e ragazzi galleggeranno in un mare di vecchi e supervecchi (sai il giubilo!)
Caro bambino che vieni al mondo oggi e che per qualche buon motivo non leggerai, non subito almeno, questo articolo e a maggiore ragione, non fosse che per la lunghezza, il libro di Boncinelli a te indirizzato che ti spiega che hai una probabilità su due di vivere più di cento anni, voglio spiegarti a mia volta, e farò anch’io il furbo col linguaggio come fa Boncinelli – che ha l’aria di uno che racconta una favola davanti al camino, mentre fuori la neve fiocca e la natura rabbrividisce – perché, se così fosse, sarebbe piuttosto una tragedia che, come tutte le tragedie, finirebbe per trasformarsi in un boomerang per te e la società di domani e per rispedire all’indietro te con essa.
Intanto, dovrai riconoscerlo, è dura pronosticare qualcosa che sta tra qui e grosso modo cent’anni. Tanto dura che l’Istat, che pure lo fa di mestiere, di prevedere, si ferma al 2050, ovvero a quarant’anni da oggi. Dopo, neppure Dio, con tutto il rispetto, può consentirsi di azzardare un pronostico. Ma anche per buttare lo sguardo da qui a una quarantina d’anni ce ne vuole, di fegato. Tant’è vero che, per cautelarsi, con le previsioni, l’Istat mette in fila la bellezza di tre ipotesi, denominate rispettivamente: bassa, centrale e alta. E non sto a spiegartene il senso, perché, come si suol dire, fin qui ci arrivano anche i gatti. Non ti sto a spiegare neppure perché si preferisca normalmente affidarsi all’ipotesi centrale, pur senza dimenticare di gettare un occhio anche alle altre. Anche questo va da sé – esagerom minga, per dirla col Bossi (non preoccuparti, farai a tempo a conoscerlo). Dunque, senza esagerare, ecco le previsioni dell’Istat per la fine del 2050. Speranza di vita dei maschi: 84,5 anni. Speranza di vita delle femmine: 89,5. Su una popolazione di circa 62 milioni, i centenari viventi a quella data saranno circa 157mila e, sempre a quella data, i bambini di allora avranno una probabilità su due di arrivare a 90anni. Ma se sei nato ottimista puoi alzare la speranza di vita tanto per i maschi che per le femmine di un paio d’anni, abbracciando la più favorevole di tutte le ipotesi, quella alta. Qui giunti converrebbe comunque fermarsi, lo chiede non il solo buon senso, ma anche e proprio lo spirito scientifico, che non può spingersi fino al punto di profetizzare. Solo che quale bambino si comprerebbe mai, tramite genitori ovviamente, un libro, da leggersi tra una ventina d’anni, che annuncia che i nati nel 2050 avranno una speranza su due di arrivare a 90 anni? Ammettiamolo, lo stesso editore glielo avrebbe tirato dietro, al Boncinelli, senza nulla togliere ai suoi meriti (e pure ai suoi precedenti libri).
Ma vogliamo dare pure un’occhiata a quale popolazione ci si prepara, sempre seguendo l’ipotesi centrale dell’Istat, nel lontano 2050? Magari non te ne può fregare di meno, a te. Non interessa a nessuno dei grandi “profetizzatori” dei 120 anni di vita media, pensa un po’, rispetto ai quali Boncinelli assomiglia a uno che procede con maniacale circospezione, come se aprisse gli armadi e guardasse sotto i letti prima di coricarsi, perché dovresti preoccupartene tu? Magari ti darai alla politica, vallo a sapere. Allora certe cose potrebbero pure tornarti utili. Dunque: all’incirca una persona su otto, pari alla bellezza di otto milioni e mezzo di persone, avrà ottanta e più anni e ci saranno molti più ottantenni che bambini e ragazzi fino a 14 anni compiuti di età. Bambini e ragazzi galleggeranno in un mare di vecchi e supervecchi (sai il giubilo!). E siccome le donne in età feconda saranno, per l’invecchiamento, passate dal 45 al 35 per cento, ovvero saranno sempre meno, appena una su tre, non ci sarà modo di invertire la rotta. Ma non potendola invertire l’invecchiamento continuerà a crescere. E tu pensa che una stima molto importante vorrebbe che a ogni anno di speranza di vita in più corrispondesse una nascita in più all’anno ogni mille abitanti, per impedire all’invecchiamento di sommergerci. Ma oggi, con la speranza di vita a quasi 82 anni, il tasso di natalità non arriva al 10 per mille, ragion per cui si dovrebbe salire fin quasi al 30 per mille per reggere i cent’anni, 30 nascite l’anno ogni mille abitanti. Ma un tale livello della natalità si registrava a malapena nell’Ottocento e corrisponde, fatti un po’ di conti, a non meno di quattro figli in media per donna, tre volte quelli di oggi. Vogliamo concordare, tra di noi, che una medicina di questa fatta non è neppure ipotizzabile? Tanto meno se si considera che la popolazione schizzerebbe in un amen sopra i cento milioni?
E qui, vedi, a proposito di medicina avrei molte altre cose da dirti, giacché se tra vent’anni leggerai il libro di Boncinelli sarai inevitabilmente portato a credere che se ti aspetta un altro sproposito di anni dovrai dire grazie ai “trionfi della diagnosi precoce e della prevenzione delle malattie genetiche”. La medicina ha i suoi meriti, sia chiaro. Ma non giurerei che in Calabria la speranza di vita superiore alla media nazionale debba tutto o quasi a questo genere di trionfi.
«Il Foglio» del 13 settembre 2010

09 settembre 2010

La privatizzazione dei nuovi figli, il «J’accuse» di Gauchet

di Luca Miele
Sulla soglia della contempo­raneità fa la sua comparsa un 'personaggio' che fino ad allora non aveva trovato citta­dinanza nella società occidentale: è l’adolescente. Tutta una letteratura – come ha dimostrato Franco Moretti – fiorisce attorno alla sua figura e alla sua formazione e, con il romanticismo, finisce per assu­mere spesso uno spessore tragico.
Nel giro di pochi secoli quel per­sonaggio rischia però di scompa­rire. Una sorta di atrofizzazione, di ripiegamento, dissolve i contorni che lo definivano. Come scrive il filosofo e antropologo francese Marcel Gauchet in questo volume (la cui edizione italiana ha una presentazione della storica Lucet­ta Scaraffia) l’adolescenza è stata attaccata su due fronti. Da una parte «viene erosa dall’estensione dell’infanzia», dall’altra è messa in crisi «dalla scomparsa del modello sul quale si era definita». È la «liquidazione dell’età adulta», la «di­sgregazione di ciò che significava maturità», l’imperativo a «restare giovani per sempre» a far implo­dere anche l’adolescenza. Siamo dinanzi a un processo ben più profondo – e dirompente – di cui la scomparsa dell’adolescenza è solo uno dei nodi e i cui esiti ci so­no ancora sconosciuti: è quella che Gauchet chiama la «radicale ristrutturazione delle età della vi­ta ». L’infanzia si eternizza, la vec­chiaia è disconosciuta, la maturità diventa un disvalore, il tempo che passa un tabù. Cosa è accaduto?
Qual è stato il motore di questo cambiamento? Se l’allungamento della vita è il suo sintomo più evidente – con l’affermazione di «u­na terza età, distinta dalla quarta» –, cosa ha imposto questa nuova temporalità dell’esistenza? L’auto­re individua il segreto di questa rottura nella rivoluzione che ha investito in pieno «le condizioni della procreazione». Da fatto so­ciale e generazionale la nascita è diventata «privata», da evento che ci oltrepassava è riformulata come «progetto deciso», si è volatilizzato il suo ancoramento ai dettami della specie. È insomma «la priva­tizzazione del processo di perpe­tuazione della specie» che avviene attraverso il controllo della ses­sualità. In questo rovesciamento che terremota antiche certezze – la famiglia da gerarchica è divenu­ta informale, da stabile e duratura si è fatta eterea e volatile, da allar­gata si è trasformata in cellulare – si staglia una 'nuova' figura. È quella che il filosofo francese chiama «il figlio del desiderio»: «Il bambino è diventato un figlio del desiderio, del desiderio di un fi­glio. Era un dono della natura o il frutto della vita attraverso di noi, certo, ma senza di noi o malgrado noi. D’ora in poi non potrà che es­sere il risultato di una volontà e­spressa, di una programmazione, di un progetto». Il rovesciamento rispetto al passato è radicale.

Marcel Gauchet, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e pensiero, pp. 90, € 12
«Avvenire» del 9 settembre 2010

08 settembre 2010

Strategie per battere l’inverno demografico

L'Italia che fa sempre meno figli
di Gian Carlo Blangiardo
Il dato ufficiale più recente parla di 60 milioni e 402mila residenti a fine marzo 2010, mentre il censimento del 2001 ne conteggiava 'solo' 57 milioni.
Come interpretare allora, alla luce della forte crescita osservata in questi anni, le previsioni di stazionarietà o persino di regresso demografico che abitualmente ricorrono negli scenari prospettati per il futuro? La risposta è semplice: il forte contributo netto delle migrazioni dall’estero ha fatto momentaneamente accantonare – senza peraltro fornire una cura efficace e risolutiva – la debolezza di una dinamica naturale che già oggi è eloquentemente documentata dal sorpasso delle morti sulle nascite: un surplus di circa 20mila unità (secondo i dati del 2009) che potrebbe persino arrivare a 300mila nell’arco di qualche decennio.
Non possiamo dimenticare che da più di trent’anni si afferma da più parti – e si argomenta con dati oggettivi e inconfutabili – l’incapacità della popolazione italiana di garantirsi un adeguato ricambio generazionale. Ed è anche bene ricordare che sono al pari di vecchia data sia l’analisi delle cause che stanno alla base dei ritardi e delle cadute nelle scelte riproduttive degli italiani, sia l’identificazione delle terapie con cui si potrebbe guarire (o almeno attenuare) il malessere demografico di un Paese in cui le statistiche dicono che si desiderano in media 2,2 figli per coppia, ma se ne fanno solo 1,4.
Così, anche senza dover scomodare il catastrofismo di coloro che – forse più per provocazione che per effetto di una visione realistica – vanno ventilando la prospettiva di «solo dieci milioni di italiani che vedranno la prossima fine secolo» (come ha fatto il Wall Street Journal), basta prendere in esame le più recenti valutazioni Istat per rendersi conto di come, in assenza di segnali di ripresa della fecondità, il nostro Paese è destinato a scendere a 56 milioni di residenti nel 2051. E ciò pur in presenza di consistenti apporti netti sul fronte delle migrazioni internazionali, tali da favorire una parallela crescita della componente straniera sino a circa 9 milioni (equivalenti a 16 stranieri ogni 100 residenti).
Ma a ben vedere non è solo il calo numerico degli abitanti ad alimentare le preoccupazioni per l’inverno demografico che ci attende, sono piuttosto le modalità con cui tale calo andrà concretizzandosi. Accettare passivamente un’ulteriore discesa dalle circa 600mila nascite annue di oggi alle 400mila che vengono prospettate dai modelli di previsione – qualora non dovesse accrescersi il livello di fecondità – significa rinunciare a investire adeguatamente nel capitale umano, e quindi nel futuro del Paese. D’altra parte, teorizzare che il sostegno alla natalità offerto dall’immigrazione sia sufficiente ad arrestare, o persino ad invertire, le tendenze in atto non fa che alimentare pericolose illusioni che rischiano di impedire, o quanto meno ritardare, le necessarie azioni di intervento.
Se è vero che il contributo delle nascite provenienti dalla popolazione straniera resta importante e merita piena valorizzazione, non si può infatti ignorare che anche su questo fronte emergono evidenti segnali di adattamento dei progetti di sviluppo familiare alle difficoltà che s’incontrano nell’essere genitori oggi in Italia. I dati ufficiali mostrano infatti come tra gli stranieri residenti il livello di fecondità sia rapidamente sceso da una media di 2,50 figli per donna nel 2006 a solo 2,05 nel 2009. In definitiva si ha l’impressione che il tempo degli scenari e delle analisi che per molti anni hanno alimentato il dibattito sul destino demografico dell’Italia del XXI secolo sia finalmente concluso. È il momento di passare dalla diagnosi alla terapia, impegnandosi in politiche adeguate a favore della maternità e della famiglia. Una strategia che va attuata con celerità ed efficacia, se non vogliamo che ciò che oggi si configura solo come un esercizio accademico – o al più come un’utile provocazione – si trasformi in un’amara realtà per le generazioni del futuro.
«Avvenire» dell'8 settembre 2010

26 luglio 2010

Riprendiamo a fare figli e l’economia ripartirà

Il presidente dello Ior denuncia gli effetti negativi delle teorie malthusiane e propone di rilanciare la funzione della famiglia
di Ettore Gotti Tedeschi
Il calo demografico fattore principale della crisi
I profeti neomalthusiani andrebbero «responsabilizzati» non solo per il sacrificio di vite umane negli ultimi decenni, ma anche per il crollo dell’economia, per la crisi attuale e per l’impoverimento del mondo occidentale. Per loro ci vorrebbe una specie di (amoroso» e caritatevole) processo di Norimberga per aver indebolito l’uomo e rese sussidiarie le famiglie ai bisogni degli Stati. Nulla è più razionale di un principio di morale cattolica. Il crollo della natalità, oltre all’umiliazione della dignità umana attraverso le pratiche di aborto ed eutanasia, è l’esempio più evidente di quanto negare la vita comporti il crollo dell’economia. Trent’anni fa - grazie alle tesi malthusiane, rapidamente divulgate e altrettanto rapidamente recepite in un sistema culturale ormai relativista e prenichilista - il mondo occidentale decise di interrompere la natalità per il bene comune, per stare meglio e per non consumare troppo le risorse del pianeta. Riuscendo così a produrre un effetto diametralmente opposto. Infatti poche leggi economiche sono così razionalmente correlate all’andamento della natalità, il negarlo esprime solo l’irrazionalità pseudoscientifica e/o la non rettitudine di intenzioni. Tutti i modelli di crescita economica classici - per citarne qualcuno quelli di Solow e dello stesso Keynes - sono totalmente riferiti alla crescita o decrescita della popolazione e pertanto alla offerta di mano d’opera, alla produttività, alla domanda, agli investimenti e alla creazione di risparmio. Mi viene da affermare che chi non vuole la crescita della popolazione, in realtà, non voglia la crescita economica e del benessere. Ciò è spiegato dal fatto che costoro vedono nella crescita economica un peggioramento della qualità della vita (di chi può goderne...), un incoraggiamento dei bisogni artificiali, un consumo delle risorse del pianeta ecc. In realtà, essendo la maggior parte di queste affermazioni sbagliate, emerge l’idea più forte che in realtà sia l’uomo (egoista o peggio) a non sopportare il prossimo e a pensare continuamente come sacrificarlo con mezzi «leciti» e politicamente corretti. Anche Caino non sopportava Abele, per lui era di troppo. Era migliore produttivamente e lo umiliava con il risultato dei suoi allevamenti di greggi, ma soprattutto inquinava l’atmosfera. Come? Con i sacrifici (dei migliori montoni del gregge) che offriva, bruciandoli, a Dio. Magari Caino ha pensato di togliere dai piedi Abele quale «capitalista e antiecologista». Ma anche a lui, chi lo avrà mai suggerito? Alla fine del Settecento, un prete protestante, Thomas Robert Malthus, cercò di fare del sacrificio della crescita della popolazione, una scienza, spiegando «matematicamente» che la crescita della popolazione avrebbe esaurito le risorse disponibili. Nonostante Malthus stesso non sia mai stato in grado di spiegare detta teoria, chissà perché, questa divenne una scienza e si perpetuò fino a giorni nostri, attraverso i neomalthusiani, che negli anni 1968-1975 decretarono che prima del 2000 decine, centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame, soprattutto in Asia e India. Potenza previsionale degli «economisti scienziati», non solo ciò non è successo, ma detti Paesi, grazie alla popolazione, sono diventati benestanti, stanno diventando ricchi e forse ci compreranno. La crisi in corso nasce grazie al crollo delle nascite nel mondo occidentale che ha avuto inizio intorno al 1975. Detto crollo ha provocato la flessione dello sviluppo economico e l’aumento dei costi fissi grazie all’invecchiamento della popolazione, conseguentemente l’aumento delle imposte e il crollo del tasso di crescita del risparmio prodotto. Per compensare detti fenomeni prima si utilizzarono due modelli corretti: maggior produttività e delocalizzazione, poi, progressivamente, si stimolò la crescita consumistica a debito delle famiglie e, infine, dell’intero sistema economico, fino agli eccessi dei cosiddetti subprime degli ultimi anni, quando gli Usa (pur con una minima crescita di popolazione immigrata) dovettero sostenere con una crescita del Pil la ripresa delle spese militari post terrorismo dei primi anni del Duemila. Chi va vituperato pertanto? Il banchiere disonesto, come si cerca di insinuare, o il politico superficiale suggestionato dall’economista che lo convince ad aumentare nel suo mandato la crescita del Pil, diminuendo la crescita della popolazione o l’intellettuale supponente che si infastidisce se c’è coda in autostrada o al supermercato e divulga tesi insostenibili? E dove erano i responsabili della tenuta morale della società che dovevano spiegare dottrina e si occupavano invece di sociopolitica? Dove stanno ora le soluzioni? Io credo stiano anche, o soprattutto, nella soluzione educativa e nella forza della famiglia. Anzitutto sono convinto che l’uomo sia stato creato affinché pensasse prima che lavorasse. Negli ultimi decenni questa capacità di pensare è notevolmente diminuita avendo sostituito i modelli di apprendimento che erano propri della nostra cultura, da «sapere il perché» a «sapere come». È evidente che il modello «sapere come» è più produttivo, a breve, ma alla lunga produce schiavitù di pensiero e ritarda le capacità immaginative e reattive di progettazione di un futuro adeguato alla nostra vocazione. Si ritorni pertanto a insegnare e apprendere il «perché» prima del «come». La forza della famiglia non è solo nella capacità di produrre effetti sociali unici, perché dà fini e identità agli individui, responsabilizza e propone aspirazioni motivate, consapevoli e soggettive. La forza sta anche nel suo valore economico, poiché la famiglia produce impegno, stimolo a realizzare azioni responsabili e finalizzate al sostegno e alla crescita della famiglia stessa. Stimola la produzione, il risparmio, l’investimento, la creazione di ricchezza. Produce stimoli competitivi nell’educazione, formazione, sostegno dei figli, assistenza al suo interno, creando così un valore sostenibile per la società, un motore di produzione di talenti e ricchezza qualitativa e quantitativa. Incoraggiando la ripresa a sposarsi e a fare figli - anche se l’avvenire sembrasse scoraggiante (basta confidare nella grazia e impegnarsi) - avvia immediatamente un ciclo anche economico. La famiglia non solo produce crescita reale, ma avvia quattro anime economiche che le sono tanto proprie quanto misconosciute: la famiglia quale produttore di reddito, di risparmio, di investimento (in capitale umano soprattutto), di ridistributore di reddito al suo interno. Oggi che le idee per la ripresa mancano, il progetto famiglia ritorna a essere fondamentale. I Paesi preoccupati della non crescita della natalità hanno stabilito fondi a supporto, stanno progettando in tal modo una ripresa dell’economia a medio termine. La Francia ha stanziato qualche tempo fa un 2,5% del Pil, la Germania un 3,2%, la Scandinavia un 4%. L’Italia un 1%...
Se è vero che la famiglia è stata inventata dal cristianesimo, solo questo basterebbe a renderlo benemerito per i valori economici creati nei secoli. È evidente che per credere e realizzare tutto ciò, la maggioranza dovrebbe avere una visione antropologica comune dell’uomo. Però così non è. C’è chi vede nell’uomo una creatura di Dio e chi lo vede cancro dell’universo, altri si limitano a vederlo come puro mezzo di produzione e consumo. Curiosamente i detrattori della dignità della persona vorrebbero oggi un ridimensionamento dello sviluppo che renderebbe impossibile assorbire i costi fissi della nostra struttura economica e sociale e fare investimenti tecnologici. Decrescere oggi significherebbe produrre un sistema dove si devono pagare più tasse, inutilmente. Detti profeti sono gli stessi che scoraggiavano a fare figli. Reagiamo.
Anticipiamo un’ampia sintesi di un testo dell’economista Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior (Istituto per le opere di religione, la banca della Santa Sede). L’articolo apparirà sul nuovo numero di «Atlantide», rivista della Fondazione per la sussidiarietà (Edizioni Guerini e Associati) diretta da Giorgio Vittadini. Il fascicolo uscirà in occasione del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini (in programma dal 22 al 28 agosto), durante il quale Gotti Tedeschi parteciperà il giorno 27 agosto (ore 15, Sala A2) a un dibattito sui problemi del lavoro con il direttore del «Corriere della Sera», Ferruccio de Bortoli, e con Phillip Blond, direttore del centro studi ResPublica e consigliere del premier britannico David Cameron.
«Corriere della Sera» del 23 luglio 2010

16 luglio 2010

Lo sviluppo illusorio: crescere senza bebè

di Ettore Gotti Tedeschi
Domenica scorsa, 11 luglio, la Chiesa ha festeggiato San Benedetto, patrono d'Europa. A San Benedetto, noi europei, dobbiamo la nostra identità, anche se purtroppo un po' persa. Dobbiamo a San Benedetto le radici di quella «capacità imprenditoriale europea, di quella capacità di espansione costruttiva in altri continenti», come diceva Giovanni Paolo II. San Benedetto convertì anche i barbari di allora alle virtù del lavoro, alle scienze, alle arti. Andate al monastero di Subbiaco per capirlo. Oggi è lecito domandarsi chi siano i barbari del postmoderno.
Noi europei, per esempio, rischiamo di trovarci in una forma di nuova barbarie tecnologica-nichilista. Come scrisse Jean Guitton, «stiamo correndo il rischio di sotterrare in noi ciò che è essenziale» per fare le nostre scelte e viverle. Ma, se guardiamo indietro negli ultimi due decenni a come è stata rispettata la vita umana, la dignità della persona, il ruolo della famiglia, e guardiamo quale modello di sviluppo economico abbiamo scelto, forse dovremmo pensare che questo "essenziale" l'abbiamo già sotterrato.
Quanto alla decrescita economica prevedibile, questa non sarà voluta, come qualcuno auspica, bensì subìta, proprio come conseguenza della crescita truccata degli ultimi anni per compensare la crescita zero della popolazione nel mondo occidentale (o a sostenerne le spese). Così la prospettiva ora non è tanto di decrescita, bensì di ritorno a quella povertà conseguente alla non crescita, però corretta dal costo degli errori fatti per cercare di compensarla.
Gli ecomalthusiani, non pentiti, ancora oggi invitano a smetterla, una volta per tutte, di prolificare per evitare sovrappopolazione insostenibile, più che mai ora dopo la crisi. Senza spiegare come produrre ricchezza a sufficienza, in modo sostenibile e senza nuove bolle, per sostenere i costi fissi irriducibili del welfare grazie all'invecchiamento della popolazione che auspica di vivere, spendendo, fino a 120 anni, o più, grazie anche ai meriti assistenziali di don Verzé.
Ieri il processo di globalizzazione è stato accelerato per compensare la flessione dello sviluppo conseguente alla interruzione delle nascite, per diminuire i costi e crescere il nostro potere di acquisto. In sintesi, per compensare la non crescita di popolazione abbiamo forzato la crescita economica con mezzi prima opportuni (produttività e delocalizzazione), ma insufficienti, e poi rischiosi e insostenibili (debito).
È certo che in un sistema socieconomico si possa decidere di stabilizzare la popolazione interrompendone la crescita, ma si deve sapere cosa succederà grazie alla crescita dei suoi costi fissi per invecchiamento, grazie alla decrescita del risparmio delle famiglie non formate, grazie alla diminuzione dell'accesso di nuove forze al lavoro, nonché grazie ai pericolosi squilibri geopolitici. Se non lo si sa, si produce, come è successo, una illusione insostenibile. Paradossalmente per correggere gli scompensi della mancata crescita della popolazione si è forzati a produrre più crescita pro-capite, per assorbire i costi fissi cresciuti.
Si può perciò concepire un modello economico dove non cresce la popolazione? Certo, ma ci si deve rassegnare a diventare più poveri, a pagare più tasse. Ci si deve rassegnare ad aver meno risorse finanziarie da intermediare, da investire per l'ambiente, per sostenere i paesi poveri e le emergenze, a dimenticare i vantaggi della globalizzazione. La legge naturale è legge razionale. Che non lo sia però per tutti, è evidente. Era più facile farlo capire ai tempi di San Benedetto ...
«Il Sole 24 Ore» del 16 luglio 2010

10 giugno 2010

Se nel teorema di Malthus la soluzione è lo sviluppo

di Ettore Gotti Tedeschi
Ma quale è stato, è e sarà il vero equilibrio tra sviluppo, benessere e dignità umana in questa "valle di lacrime"? Se leggiamo i recenti risultati dell'indagine di un paio d'istituzioni internazionali che tengono sotto controllo il rapporto tra il comportamento dell'umanità e il pianeta, c'è da preoccuparsi: il benessere sembra far male al pianeta. Poiché poi le proposte risolutive riguardano naturalmente la stessa umanità e la necessità scontata di ridurre ancor più le nascite, importante è capire quanto hanno ragione. Per percepirlo è necessario analizzare le previsioni fatte negli ultimi 35 anni e verificare se si sono mai realizzate.
Le previsioni più catastrofiche risultano in passato normalmente contraddette dalla stessa Fao e dai fatti, così ci si potrebbe tranquillizzare. Ci si dovrebbe invece continuare a preoccupare quando si sentono ancora esaltare le tesi neomalthusiane (che credevamo smentite dai fatti) del Club di Roma negli anni 70 sulla pericolosità della crescita della popolazione per le limitate risorse disponibili.
Per capir meglio la scientificità di questa teoria antica si deve ricordare che essa non fu proprio riproposta dal Club di Roma, bensì qualche anno prima, nel 1968, dall'università di Stanford, quando il biologo Paul Erlich sostenne nel saggio «La bomba demografica» che se il tasso di natalità fosse proseguito ai ritmi degli ultimi anni, prima degli anni 80 centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame.
Il Club di Roma, grazie al rapporto del Mit del 1972 (I limiti dello sviluppo, a sua volta corretto cinque anni più tardi dal Progetto Rio), ridimensionò non poco le previsioni catastrofiche di Erlich limitandosi a prevedere, prima del 2000, qualche decina di milioni di morti di fame per sottoalimentazione. Pur con molte apprezzabili e ragionevoli proposte per un efficiente uso delle risorse e dello sviluppo, il Club di Roma auspicò che l'umanità, conseguentemente, decelerasse il ritmo di proliferazione e crescita demografica, quale scelta urgente e radicale.
Per fare ciò auspicò un cambio di "valori" per l'umanità, un nuovo modello di progresso per trovare un'«esistenza degna di esser vissuta».
Non voglio commentare che cosa possa essere questa "esistenza", vorrei solo ricordare che il crollo della natalità avvenuto negli anni successivi nel mondo occidentale ha comportato l'origine vera della crisi economica che stiamo vivendo, mentre la crescita di popolazione nei paesi allora in via di sviluppo ha comportato, grazie alla delocalizzazione produttiva, il loro benessere e potere economico attuale. E naturalmente nessuno lì è morto di fame... La crisi economica nel mondo occidentale è invece legata proprio al crollo della crescita di popolazione perché comporta necessariamente la diminuzione della crescita del Pil, la crescita dei costi fissi, delle tasse e la diminuzione del risparmio prodotto.
Si cercò negli anni di compensarla con crescita di produttività (biasimata dagli ecologisti), con delocalizzazione di produzioni in Asia e India (apprezzata da asiatici e indiani che hanno fondato così il loro sviluppo economico). Ma riconosciute queste due manovre come insufficienti a compensare la crescita zero, si tentò con il consumismo a debito (più che mai giustamente biasimato dagli ecologisti).
In pratica si produssero effetti esattamente contrari a quanto auspicato. Così, quando questo consumismo a debito arrivò agli eccessi conosciuti (sempre per sostenere la crescita del Pil) e questi debiti si cominciò a non pagarli, scoppiò la crisi. Ma l'origine del ciclo che ha portato alla crisi è e rimane il crollo delle nascite, ecco perché la crisi è considerata, nella sua origine, morale. Ed ecco perché non ci si dovrebbe pertanto meravigliare del non pentimento dei sostenitori di queste teorie anti-nascite. È evidente peraltro l'effetto antropologico-"religioso" della crisi.
Se l'uomo viene considerato solo una "bestia intelligente" soddisfabile solo materialmente, per salvare il pianeta, corrotto dalla sua ricerca di soddisfazione materiale, bisogna ridimensionare l'uomo. E ciò si può ottenere modificandolo geneticamente e riducendone il numero. Ciò è preoccupante, ma sembra invece trovare una certa "cultura" piuttosto compiaciuta.
Oggi però l'attenzione è più sul riscaldamento climatico, frutto del megaconsumismo, che è a sua volta frutto, attenzione, dell'esigenza di compensare il crollo della natalità per sostenere la crescita del Pil. Ma le soluzioni proposte, ohimè, sono ancora quelle di frenare ancor più le nascite perché questo livello di vita consumistico è insostenibile. Anziché il contrario, visto che solo gli investimenti in ricerca possono migliorare l'ambiente, e per farli bisogna far crescere equilibratamente il Pil, la cui crescita vera è però legata alle nascite... Curioso, un mondo così razionale dovrebbe trarre lezioni dall'esperienza. Invece sembra persistere un'innaturale incomprensione fra economia e uomo...
«Il Sole 24 Ore» del 10 aprile 2010

11 maggio 2010

Per crescere, bisogna prima nascere

s. i. a.
Gli osservatori economici, pur constatando come l’Italia abbia retto meglio di altri ai colpi della crisi internazionale, ricordano che la vera sfida da vincere è quella della crescita, che già prima arrancava a un ritmo inferiore di quello dei principali partner europei. Le ragioni di questa crescita insufficiente sono varie, ma raramente mettono in luce la questione demografica, cioè il bassissimo tasso di natalità che perdura da decenni e che ha prodotto un invecchiamento consistente della popolazione. Quando si lamenta il peso eccessivo della spesa previdenziale, e per certi aspetti sanitaria, bisognerebbe ricordare che una popolazione più anziana della media europea richiede ovviamente un esborso superiore in questi settori.
Naturalmente è ragionevole proporsi di disboscare gli sprechi e gli abusi, talora impressionanti. Tuttavia, quando si pensa a come rimuovere le cause strutturali che frenano lo sviluppo, andrebbero studiate anche misure utili per combattere la denatalità, che è all’origine di questo fenomeno. Ormai, a differenza di quel che accadeva ancora dieci anni fa, sono le donne che non hanno un lavoro a partorire meno figli, il che sottolinea l’esigenza di intervenire per migliorare la condizione sociale e assistenziale della lavoratrice madre.
E’ tra le donne che è più bassa, nettamente più bassa che nei maggiori paesi europei, la partecipazione al lavoro, e questo rappresenta uno dei maggiori limiti sia alla crescita produttiva e occupazionale, sia alla natalità. Naturalmente non sono solo i fattori materiali ed economici a ridurre la propensione a creare famiglie stabili e a procreare. Tuttavia anche quelli hanno un peso, ed è un errore considerare gli interventi fiscali a favore delle famiglie come meno efficaci sul piano economico di quelli a vantaggio delle imprese e dei lavoratori con la riduzione del cuneo fiscale. Correggere la curva demografica è una delle condizioni fondamentali per ridurre il differenziale negativo nello sviluppo.
«Il Foglio» dell'11 maggio 2010

10 aprile 2010

Se nel teorema di Malthus la soluzione è lo sviluppo

di Ettore Gotti Tedeschi
Ma quale è stato, è e sarà il vero equilibrio tra sviluppo, benessere e dignità umana in questa "valle di lacrime"? Se leggiamo i recenti risultati dell'indagine di un paio d'istituzioni internazionali che tengono sotto controllo il rapporto tra il comportamento dell'umanità e il pianeta, c'è da preoccuparsi: il benessere sembra far male al pianeta. Poiché poi le proposte risolutive riguardano naturalmente la stessa umanità e la necessità scontata di ridurre ancor più le nascite, importante è capire quanto hanno ragione. Per percepirlo è necessario analizzare le previsioni fatte negli ultimi 35 anni e verificare se si sono mai realizzate.
Le previsioni più catastrofiche risultano in passato normalmente contraddette dalla stessa Fao e dai fatti, così ci si potrebbe tranquillizzare. Ci si dovrebbe invece continuare a preoccupare quando si sentono ancora esaltare le tesi neomalthusiane (che credevamo smentite dai fatti) del Club di Roma negli anni 70 sulla pericolosità della crescita della popolazione per le limitate risorse disponibili.
Per capir meglio la scientificità di questa teoria antica si deve ricordare che essa non fu proprio riproposta dal Club di Roma, bensì qualche anno prima, nel 1968, dall'università di Stanford, quando il biologo Paul Erlich sostenne nel saggio «La bomba demografica» che se il tasso di natalità fosse proseguito ai ritmi degli ultimi anni, prima degli anni 80 centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame.
Il Club di Roma, grazie al rapporto del Mit del 1972 (I limiti dello sviluppo, a sua volta corretto cinque anni più tardi dal Progetto Rio), ridimensionò non poco le previsioni catastrofiche di Erlich limitandosi a prevedere, prima del 2000, qualche decina di milioni di morti di fame per sottoalimentazione. Pur con molte apprezzabili e ragionevoli proposte per un efficiente uso delle risorse e dello sviluppo, il Club di Roma auspicò che l'umanità, conseguentemente, decelerasse il ritmo di proliferazione e crescita demografica, quale scelta urgente e radicale.
Per fare ciò auspicò un cambio di "valori" per l'umanità, un nuovo modello di progresso per trovare un'«esistenza degna di esser vissuta».
Non voglio commentare che cosa possa essere questa "esistenza", vorrei solo ricordare che il crollo della natalità avvenuto negli anni successivi nel mondo occidentale ha comportato l'origine vera della crisi economica che stiamo vivendo, mentre la crescita di popolazione nei paesi allora in via di sviluppo ha comportato, grazie alla delocalizzazione produttiva, il loro benessere e potere economico attuale. E naturalmente nessuno lì è morto di fame... La crisi economica nel mondo occidentale è invece legata proprio al crollo della crescita di popolazione perché comporta necessariamente la diminuzione della crescita del Pil, la crescita dei costi fissi, delle tasse e la diminuzione del risparmio prodotto.
Si cercò negli anni di compensarla con crescita di produttività (biasimata dagli ecologisti), con delocalizzazione di produzioni in Asia e India (apprezzata da asiatici e indiani che hanno fondato così il loro sviluppo economico). Ma riconosciute queste due manovre come insufficienti a compensare la crescita zero, si tentò con il consumismo a debito (più che mai giustamente biasimato dagli ecologisti).
In pratica si produssero effetti esattamente contrari a quanto auspicato. Così, quando questo consumismo a debito arrivò agli eccessi conosciuti (sempre per sostenere la crescita del Pil) e questi debiti si cominciò a non pagarli, scoppiò la crisi. Ma l'origine del ciclo che ha portato alla crisi è e rimane il crollo delle nascite, ecco perché la crisi è considerata, nella sua origine, morale. Ed ecco perché non ci si dovrebbe pertanto meravigliare del non pentimento dei sostenitori di queste teorie anti-nascite. È evidente peraltro l'effetto antropologico-"religioso" della crisi.
Se l'uomo viene considerato solo una "bestia intelligente" soddisfabile solo materialmente, per salvare il pianeta, corrotto dalla sua ricerca di soddisfazione materiale, bisogna ridimensionare l'uomo. E ciò si può ottenere modificandolo geneticamente e riducendone il numero. Ciò è preoccupante, ma sembra invece trovare una certa "cultura" piuttosto compiaciuta.
Oggi però l'attenzione è più sul riscaldamento climatico, frutto del megaconsumismo, che è a sua volta frutto, attenzione, dell'esigenza di compensare il crollo della natalità per sostenere la crescita del Pil. Ma le soluzioni proposte, ohimè, sono ancora quelle di frenare ancor più le nascite perché questo livello di vita consumistico è insostenibile. Anziché il contrario, visto che solo gli investimenti in ricerca possono migliorare l'ambiente, e per farli bisogna far crescere equilibratamente il Pil, la cui crescita vera è però legata alle nascite... Curioso, un mondo così razionale dovrebbe trarre lezioni dall'esperienza. Invece sembra persistere un'innaturale incomprensione fra economia e uomo...
«Il Sole 24 Ore» del 10 aprile 2010