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30 luglio 2014

Il processo Eichmann divise Israele e gli ebrei americani

Il libro di Deborah Lipstadt rievoca un evento fondamentale per la memoria dell’Olocausto. Il gerarca nazista fu sequestrato da alcuni agenti del Mossad in Argentina
di Paolo Mieli
Le critiche a Ben Gurion dagli Usa, la sua aspra replica. Come legale dell’imputato fu scelto Robert Servatius che, pur non avendo mai aderito al Terzo Reich, aveva già rappresentato alcuni collaboratori di Hitler a Norimberga. Esponenti di primo piano dell’American Jewish Committee chiesero esplicitamente di consegnare il prigioniero alla Germania e di evitare il processo a Gerusalemme. Nel corso dell’istruttoria la Corte domandò numerosi documenti a diversi Paesi: l’Urss e la Gran Bretagna non li concessero
Il pomeriggio del 23 maggio 1960, mentre alla Knesset era in corso un dibattito sul bilancio, David Ben Gurion chiese la parola e annunciò che era stato catturato Adolf Eichmann, definendolo «uno dei più grandi criminali di guerra nazisti». «È già in Israele in stato d’arresto», aggiunse, «e sarà tra breve processato». Pronunciate queste parole, il primo ministro lasciò l’aula, che restò attonita per qualche secondo e poi fu travolta da un’onda inimmaginabile di commozione. «Mai come quel giorno, dai tempi della Dichiarazione di indipendenza, gli israeliani avevano provato un senso di unità nazionale così profondo», ha scritto Tom Segev nel libro Il settimo milione (Mondadori). L’indomani, un quotidiano laico, «Maariv», titolò così: «Il Potente Iddio, a cui spetta la vendetta, è apparso». È da questo istante che prende le mosse uno straordinario e coraggioso libro di Deborah E. Lipstadt, Il processo Eichmann, che esce oggi da Einaudi. La Lipstadt è una studiosa assai nota per essere stata sottoposta a sua volta, nel 2000, in Gran Bretagna, ad un procedimento giudiziario per un’azione legale intentata a lei e alla sua casa editrice, la Penguin, da David Irving. Quell’Irving che era stato a sua volta accusato dalla Lipstadt di aver dolosamente negato l’esistenza delle camere a gas e lo sterminio sistematico degli ebrei ai tempi di Hitler. Il dibattimento ebbe ampia risonanza e quando si concluse - con una sentenza di trecento pagine che assolveva la studiosa - il «Daily Telegraph» scrisse: «Questo processo è stato per il nuovo secolo quel che il processo di Norimberga o il processo Eichmann furono per le generazioni precedenti». Di qui l’autrice si è sentita in dovere di tornare sul caso Eichmann.Il criminale nazista era già stato catturato dagli Alleati alla fine della guerra senza però che se ne conoscesse l’identità; era poi fuggito in una zona remota della Germania dove aveva lavorato - sempre sotto falso nome - in un’azienda di legname. Sarebbe poi riuscito ad espatriare all’inizio degli anni Cinquanta, per scomparire una decina di anni, e poi essere ritrovato in Argentina nel 1960, rapito dal Mossad, portato in Israele dove, dopo un processo, sarebbe stato mandato a morte nel 1961. Nel ricostruire questa storia, la Lipstadt si è concentrata su alcune questioni di dettaglio, degne di interesse.
L’autrice sostiene che il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, che avrebbe poi rivendicato una parte decisiva nella cattura di Eichmann, ebbe invece un ruolo marginale nella vicenda. Anzi, una sua lettera del 23 settembre 1959 (sei mesi prima dell’arresto del criminale) all’ambasciatore israeliano a Vienna suggeriva che egli si trovasse ancora nel Nord della Germania. Il merito di aver scoperto che Eichmann viveva in una povera casa (senza elettricità, né acqua corrente) di via Garibaldi alla periferia di Buenos Aires, va a Lothar Hermann, un tedesco quasi cieco, ebreo a metà, trasferitosi in Argentina nel 1939 dopo essere riuscito a uscire da un campo di concentramento dove era recluso. Una sua figlia adolescente, Sylvia, aveva iniziato a frequentare un giovane che diceva di chiamarsi Klaus Eichmann. Proprio così: il padre, in fuga dalla Germania, aveva cambiato nome e cognome (quello nuovo era Ricardo Klement), ma il figlio aveva tenuto quelli veri. La notizia per vie traverse era giunta al capo dei servizi segreti israeliani, Isser Harel, che l’aveva presa sottogamba, anche perché Tuvia Friedman, un altro cacciatore di nazisti, sosteneva di avere le prove che Eichmann si trovasse in Kuwait. E la «rivelazione» di Friedman era finita addirittura sui giornali, mettendo a rischio la successiva operazione di Buenos Aires. Poi però Harel (che ha raccontato questa storia in La casa di via Garibaldi, pubblicato da Castelvecchi) si convinse della bontà dell’informazione di Hermann, spedì in loco un commando che, ottenuto il via libera da Ben Gurion, catturò Eichmann la sera dell’11 maggio, per strada. Secondo uno degli uomini che lo bloccarono, Peter Malkin (lo scrive in Nelle mie mani, pubblicato da Sperling&Kupfer), Eichmann quella sera si lasciò sfuggire «il grido primitivo di un animale intrappolato», provò a dire di essere Ricardo Klement, ma, poco dopo, ammise la sua vera identità. Durante il volo che lo avrebbe portato a Tel Aviv, un agente del Mossad offrì ad Eichmann una sigaretta, ma un capo meccanico presente sull’aereo, orfano di genitori uccisi dai nazisti, si mise a piangere e protestò contro quel gesto: «Lei a lui dà le sigarette, lui a noi ha dato il gas». Israele comunicò al mondo che la cattura di Eichmann era opera di alcuni «volontari» e si scusò (tramite il ministro degli Esteri, Golda Meir) per la violazione della sovranità del Paese latinoamericano. Il presidente argentino Arturo Frondizi si arrabbiò per quel rapimento. E diede incarico al suo rappresentante alle Nazioni Unite, Mario Amadeo (ammiratore dichiarato di Francisco Franco e di Benito Mussolini), di chiedere l’immediata restituzione di Eichmann. Gli Stati Uniti sulle prime appoggiarono la richiesta di Frondizi, ma, in vista della campagna elettorale, il vicepresidente Richard Nixon, in procinto di candidarsi contro John Kennedy, nel timore di perdere l’appoggio della comunità ebraica, ordinò all’ambasciatore Henry Cabot Lodge di definire le scuse della Meir un «atto sufficiente di riparazione». I giornali americani, invece, si scatenarono contro Israele. Il «New York Times», il «Washington Post», il «New York Post» scrissero che lo Stato ebraico aveva adottato «la legge della giungla», dando prova di un «grande disprezzo delle norme internazionali», che il processo sarebbe stato «inquinato dall’illegalità» e inficiato dallo «spirito di vendetta». I quotidiani tedeschi furono invece molto più prudenti, anche perché il cancelliere Konrad Adenauer - che pure era circondato da ex nazisti (o, forse, proprio per questo) - aveva da tempo avviato una politica molto generosa nei confronti di Israele, atta a scoraggiare i sentimenti antitedeschi dei superstiti della Shoah. Per non dar adito ad equivoci, la Germania rifiutò di pagare le spese processuali per la difesa di Eichmann (le pagò Israele).
Durissime furono, invece, le reazioni degli ebrei antisionisti come il rabbino Elmer Berger. Il celebre psicologo Erich Fromm qualificò il tutto come un «atto di illegalità del genere esatto di cui gli stessi nazisti si erano resi colpevoli». Anche esponenti di primo piano dell’American Jewish Committee polemizzarono apertamente con Ben Gurion, accusandolo di volersi erigere a rappresentante dell’intero popolo ebraico. Essi chiesero esplicitamente di consegnare Eichmann alla Germania e di evitare di tenere il processo in Israele. Suggerivano inoltre agli israeliani di «smorzare i toni sulle sofferenze degli ebrei durante la soluzione finale» così da non «dare la stura a nuove manifestazioni antisemite». Parole che oggi difficilmente potrebbero essere pronunciate da un ebreo (e anche da un non ebreo). Ben Gurion rispose con durezza che l’ebraismo americano stava «perdendo ogni significato» e che soltanto un cieco poteva non vedere quanto fosse prossima la sua «estinzione». Queste loro prese di posizioni - proseguiva Ben Gurion - dimostravano che gli ebrei statunitensi si disponevano a ricevere «il bacio della morte», che avrebbe suggellato il loro «lento declino nell’abisso dell’assimilazione».In Israele il caso Eichmann andò a incrociare un processo che aveva diviso il Paese negli anni precedenti, quello a Israel Kasztner. Kasztner era un ebreo ungherese, che nel 1944 aveva negoziato proprio con Eichmann una cessione di autocarri in cambio della vita di un consistente numero di ebrei. L’operazione «sangue in cambio di merci» (così fu definita) aveva consentito la messa in salvo di 1.700 persone e altre ancora avevano evitato di finire ad Auschwitz a seguito di quella trattativa. Dopo la guerra, Kasztner era espatriato in Israele dove aveva militato nel Mapai, divenendo portavoce del governo. Ma un altro ebreo immigrato in Palestina dall’Ungheria, Malchiel Gruenwald, si era messo a far circolare ciclostilati nei quali Kasztner veniva accusato di aver favorito i propri familiari e altri ebrei ricchi, nonché di essere stato per tutti gli altri (cinquecentomila) finiti nei Lager una sorta di «assassinio vicario» dei nazisti. Il governo aveva fatto causa a Gruenwald, ma il suo avvocato, Shmuel Tamir, era riuscito a capovolgere i termini del procedimento giudiziario, trasformandolo in un processo agli ebrei che avevano in qualche modo «collaborato» con i nazisti. Il dibattimento, rievoca Lipstadt, fece venire allo scoperto «una percezione da tempo diffusa in Israele secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto avevano fatto qualcosa di disdicevole per salvarsi la vita». Il giudice, Benjamin Halevi, condivise pressoché apertamente le tesi di Tamir, assolse Gruenwald e disse, nei modi più chiari, che Kasztner, negoziando con Eichmann, aveva «venduto l’anima al diavolo». Poco tempo dopo Kasztner era stato ucciso davanti alla porta di casa, a Tel Aviv. E non aveva potuto sapere della successiva sentenza della Corte suprema che avrebbe capovolto le decisioni di Halevi, condannando il suo accusatoreAdesso, proprio quando, come ha scritto Sergio Minerbi nel libro La belva in gabbia (Lindau), in Israele «si era diffuso il desiderio di sbarazzarsi dell’amarezza» per il caso Kasztner, con un colpo di scena, proprio al giudice Halevi, diventato nel frattempo presidente del tribunale distrettuale di Gerusalemme, sarebbe spettato di presiedere il processo ad Adolf Eichmann. Halevi pretendeva di far valere questo diritto, in molti si erano schierati dalla sua parte e avevano sostenuto che non era lecito «adattare» le leggi di uno Stato alle circostanze. Altrettanti, però, fecero rilevare come non ci si dovesse «nascondere dietro i formalismi» e che la politica dovesse operare delle scelte. Tra questi ultimi, Ben Gurion. La Knesset fece propri questi dubbi e varò un’apposita legge, con la quale disponeva che il nuovo dibattimento dovesse essere guidato da un magistrato appartenente all’Alta Corte di giustizia (fu scelto Moshe Landau). Per i due giudici che avrebbero affiancato Landau, si restò alle disposizioni di sempre, che assegnavano il diritto di scelta ad Halevi. Il quale fece due nomi: il proprio e quello di Yitzhak Raveh. Tutti e tre erano ebrei tedeschi, laureati in Europa prima di emigrare in Palestina.Il processo iniziò l’11 aprile del 1961. Elie Wiesel, lì in veste di reporter per il «Jewish Daily Forward», si disse colpito dal fatto che Eichmann non appariva «diverso dagli altri esseri umani». Cyrus Leo Sulzberger, sul «New York Times», notò che «sembrava più ebreo, secondo le definizioni convenzionali, delle due abbronzate guardie israeliane» schierate a sua protezione. Protezione davvero eccezionale. Eichmann era recluso nella prigione di Yagur: una guardia fu incaricata di sorvegliarlo, un’altra di sorvegliare la prima e una terza di occuparsi della seconda. Nessuno dei tre aveva perso parenti nell’Olocausto, né parlava tedesco. Come suo difensore fu scelto Robert Servatius, che, pur non essendo mai stato nazista, aveva già svolto il ruolo di avvocato della difesa dei collaboratori di Hitler al processo di Norimberga. Il ruolo di pubblico ministero toccò a Gideon Hausner, privo di competenza in quel campo specifico (era specializzato in diritto commerciale), ma in stretti rapporti con Ben Gurion. Nel corso della fase istruttoria, la Corte israeliana chiese un’imponente documentazione a molti Paesi: l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna non la concessero. Servatius nella prima fase del dibattimento fu assai abile nel sollevare una serie di obiezioni procedurali, alle quali però Hausner seppe rispondere con efficacia. Una legge israeliana del 1950 e una delibera delle Nazioni Unite rendevano legale il processo.
I testimoni a favore di Eichmann, che non potevano entrare in Israele senza rischiare l’incriminazione (o peggio), avrebbero potuto deporre all’estero. I corrispondenti dei giornali americani, in principio assai critici nei confronti del processo, lodarono la pertinenza e la quantità di precedenti fatti valere da Hausner. Eichmann si difese con grande abilità raccontando che nei primi anni del regime hitleriano, quando era in Austria, aveva avuto intensi rapporti con i leader sionisti per un piano che avrebbe consentito agli ebrei di espatriare, qualora si fossero rassegnati a lasciare in «patria» i loro averi. A tal fine avrebbe anche «soggiornato» a lungo in Palestina (ma si scoprì che, dopo un giorno ad Haifa, era stato espulso dagli inglesi alla volta dell’Egitto). Hausner smontò quel racconto grazie alla testimonianza di Aharon Lindenstrauss che, per conto degli ebrei, aveva «trattato» con Eichmann, venendone apostrofato «vecchio sacco di merda». Hannah Arendt, però, liquidò l’impianto di ricostruzione di Hausner come «cattiva storiografia e retorica a buon mercato». Deborah Lipstadt - che pure prende le distanze dalla Arendt - definisce «indubbio» che Hausner abbia presentato «gran parte della storia in modo errato», e imputa all’esposizione del pubblico accusatore «superficialità storica e autocelebrazione».Un momento assai complicato fu quello dell’interrogatorio all’eroe Moshe Bejski, che raccontò di come in Polonia 15 mila ebrei furono costretti ad assistere all’impiccagione di un bambino. Hausner gli domandò a bruciapelo: «Perché, essendo in 15 mila contro poche centinaia di guardie, non vi ribellaste passando all’attacco’». Bejski chiese di potersi sedere e rispose evocando il terrore di chi spera di aver salva la vita, ma soprattutto, ove mai scegliesse di ribellarsi, non saprebbe poi dove cercar riparo. Con quella domanda, il processo rischiava di sfuggire di mano ad Hausner e di trasformarsi in un procedimento d’accusa contro le vittime. Ma la Lipstadt sostiene che il pubblico ministero volesse «dimostrare l’ingiustizia intrinseca di questa domanda». Hausner, scrive, «era perfettamente consapevole del fatto che gli israeliani nati in Israele e che nel 1948 avevano sconfitto cinque eserciti, non capivano perché gli ebrei di numero tanto superiore rispetto ai loro aguzzini non avevano fatto lo stesso» con i nazisti. E aveva portato la questione allo scoperto proprio per far sì che comprendessero quanto eccezionali fossero stati gli episodi di rivolta, come quello del ghetto di Varsavia nella primavera del 1943. Per dimostrare questo assunto, Hausner chiamò sul banco dei testimoni Abba Kovner, capo della Resistenza di Vilnius. Ma qui vennero a confliggere la parte politica e quella strettamente giudiziale del dibattimento. Dopo che Kovner ebbe parlato, il giudice Landau con grande irritazione richiamò Hausner, accusandolo di aver «divagato molto rispetto all’argomento di questo processo» portando quell’uomo sul banco dei testimoni. E quando Zvi Zimmerman, alleato politico di Ben Gurion, andò alla sbarra per riferire quel che di Eichmann gli avevano detto persone della Gestapo, Landau diede in escandescenze: «Il valore di questa prova è, direi, quasi nulla’ Questi, di fatto, sono pettegolezzi», disse ad alta voce. Il presidente del tribunale era a tal punto spazientito che sembrò pendere dalla parte di Servatius, sia nel caso dell’interrogatorio a Leon Wells (che parlò nello specifico degli ebrei costretti a cancellare le tracce delle uccisioni in massa), sia nel caso di quello a Michael Musmanno, i quali non riuscirono a dire con precisione in che modo quel che raccontavano fosse legato alla persona di Eichmann.
Ci riuscì, invece, il decano protestante di Berlino, Heinrich Grueber, il quale raccontò di un tedesco che aveva dato una mano a degli ebrei. Però al momento di farne il nome non volle, per non mettere a repentaglio, disse, la sua incolumità. Il fatto che, nella Germania degli anni Sessanta, fosse ancora rischioso dire di aver aiutato gli ebrei provocò sconcerto. Il testimone aggiunse che stava parlando per esperienza, dal momento che, quando la stampa tedesca aveva rivelato la sua intenzione di testimoniare contro Eichmann, aveva ricevuto uno «spesso dossier» di «minacce» e «lettere di insulti».In quegli stessi giorni il processo entrò nella fase decisiva, quella in cui si esaminava il ruolo svolto da Eichmann in Ungheria nel 1944, dove aveva organizzato il «trasferimento» ad Auschwitz di 437 mila ebrei. Eichmann aveva suggerito di cominciare con quelli della Carpazia, cosicché i loro correligionari di Budapest si «tranquillizzassero» al pensiero che ad essere colpiti fossero solo gli ortodossi. Poi aveva aperto una trattativa con il negoziatore Joel Brand per «vendergli» un milione di ebrei e nello stesso tempo aveva suggerito al comandante di Auschwitz, Rudolph Höss, di «trattarne» con il gas il maggior numero possibile. Infine si era tornati sul caso Kasztner - su cui la Lipstadt ha parole di grande comprensione - e quando si era presentato a testimoniare Pinchas Freudiger, membro del consiglio ebraico ungherese, dopo che un uomo dall’aula lo aveva accusato di essere responsabile della morte della propria famiglia, il processo era precipitato nel caos. Aggravato dal fatto che il giudice Halevi (quello che aveva condannato Kasztner) chiese a uno di quei testimoni se avessero mai pensato di uccidere Eichmann. Senza ottenerne risposta. Con il che Halevi aveva raggiunto lo scopo di dimostrare che in qualche modo i dirigenti dei Consigli ebraici - tranne rare eccezioni - avevano delle «colpe» per quel che era accaduto al loro popolo.
Il 20 giugno, dieci settimane dopo l’inizio del processo, Eichmann salì sul banco degli imputati. Fu assai vago e, ad un tempo, loquace. Il giudice fu costretto più volte a interromperlo: «Non le è stata chiesta una lezione generale. Le è stata posta una domanda specifica». Ma lui decise di insistere con la sua vuota verbosità. E ottenne un risultato. Il «New York Times» scrisse che non appariva «astioso o insolente», dal momento che «si crogiolava in frasi burocratiche» e che, dunque, non «valeva la pena di odiarlo». Hausner, secondo Lipstadt, commise molti errori nell’interrogarlo. Va ad Halevi merito di averlo indotto a pronunciare la frase che lo avrebbe condannato. Fu quando Eichmann, per dimostrare di non essere stato antisemita, raccontò di aver favorito la fuga di una coppia di ebrei viennesi e, per spiegare in che modo, si lasciò sfuggire: «In ogni legge esiste qualche scappatoia». Da quel momento non poté più cavarsela dicendo che era stato soltanto ligio alle leggi del suo tempo. Per lui non c’era più scampo.
A dicembre Eichmann viene condannato a morte. Alcune autorità morali del Paese, Martin Buber, Yeshayahu Leibowitz, Gershom Sholem, chiedono che ci si fermi lì. Ben Gurion che pure aveva dato battaglia per non includere la pena di morte nel codice penale di Israele, discute della questione con Buber, ma non si fa convincere. Decisiva è la presa di posizione del poeta Uri Zvi Grinberg: «Buber può rinunciare al castigo per la morte dei suoi genitori, se sono stati assassinati da Eichmann, ma né lui né altri Buber possono chiedere un’amnistia per l’assassinio dei miei genitori». Il 31 maggio 1962 Eichmann salirà sul patibolo.
Merito di questo libro è di aver ripercorso le tappe del processo senza fermarsi ai celebri reportage di Hanna Arendt, usciti sul «New Yorker» e poi raccolti nel libro La banalità del male (Feltrinelli). Ma un capitolo è dedicato alla stessa Arendt. Un capitolo non simpatizzante: «La Arendt tra l’altro mancò dall’aula per buona parte del processo», fa notare Lipstadt, «il suo fu un abuso di fiducia nei confronti dei lettori». Si mette in risalto come la Arendt scrivesse della «commedia di parlare ebraico», descrivesse i poliziotti israeliani come «simili agli arabi», «brutali», gente che «obbedirebbe a qualsiasi ordine», imputasse ai sionisti («senza offrire alcun dato per giustificare tale accusa») di «parlare un linguaggio non del tutto diverso da quello di Eichmann», avesse parole sprezzanti per i Consigli ebraici, il cui capitolo definì «fosco, patetico e sordido». Anche se, alla fine, la Arendt fu favorevole alla pena di morte. E diede il suo contributo a far sì che, se a Norimberga al centro dell’attenzione erano stati i carnefici, adesso giungesse «l’ora delle vittime». Gli ebrei. È questa, scrive Lipstadt, l’eredità più significativa del dibattimento che si concluse nel 1962 con le ceneri di Eichmann sparse nel mare.
«Corriere della Sera» del 13 maggio 2014

03 ottobre 2012

Questione di speranza non di scienza

La contrarietà all'ergastolo
di Francesco D'Agostino
Che argomenti può usare chi, come me, è contro l’ergastolo? Uno solo: quello della speranza. Alludo alla speranza in senso forte, alla speranza cristiana, quella secondo la quale non esiste colpa dalla quale non ci si possa redimere, non esiste crimine che non possa essere espiato, non esiste un reo che non possa essere (con saggezza) riammesso nel vivere sociale.
Qualifico questa speranza come "cristiana", perché essa non ha come fondamento l’esperienza, ma fa riferimento unicamente alla grazia di Dio, che può raggiungere e salvare chiunque e dovunque, imperscrutabilmente e imprevedibilmente. Se invece cerchiamo di dare alla speranza un fondamento esclusivamente umano, affidandoci alle tante tecniche di recupero sociale dei delinquenti che periodicamente vengono proposte e riproposte, dobbiamo purtroppo riconoscere che nessuna di esse regge davvero a una verifica rigorosa e che la probabilità che il carcere possa garantire la rieducazione dei rei (in specie di coloro che siamo soliti qualificare come "efferati") è pressoché nulla o comunque così bassa che non giustificherebbe alcun impegno socio-pedagogico nei loro confronti.
Ecco però che all’argomento della speranza cristiana sembra aggiungersene un altro. Umberto Veronesi (su Repubblica del 26 settembre) sostiene che la «scienza» sta dalla parte di chi vuole abolire l’ergastolo. Egli ci spiega che il nostro sistema neuronale è così plastico, da rimodellare in vent’anni, e in senso buono, l’identità criminale di un reo, così da rendere superflua e al limite sadica la prosecuzione a vita della pena carceraria.
L’argomento è suggestivo, ma (ahimè!) prova troppo. Se è innegabile che il nostro sistema di neuroni è plastico e si rinnova, chi ci garantisce che negli anni esso non possa evolvere in direzione antisociale, attivando o potenziando nella persona pulsioni criminali che in ipotesi non le erano né congenite, né comunque riconducibili alle sue situazioni contingenti di vita? Il principio di legalità (cioè la certezza della durata massima della pena cui si venga condannati) viene a perdere in questa prospettiva ogni senso; dovremmo sostituirlo con nuovi sistemi di controllo neurologici, capaci di verificare periodicamente l’aggressività non solo di ogni carcerato, ma al limite di ogni singolo individuo. Anche, infatti concordando con la dolce prospettiva che Veronesi ci propone, cioè che l’essere umano sia antropologicamente e biologicamente predisposto alla fraternità e alla solidarietà, come escludere che in ognuno di noi (magari a seguito della semplice lettura delle cronache politiche dei quotidiani) non possano scattare reazioni neurologiche incontrollabili di aggressività criminale? La prevenzione neurologica dei delitti dovrebbe diventare il primo dovere di ogni politica sociale, rispettosa delle scoperte della scienza!
La verità è che il principio di legalità, gloria del diritto penale moderno, è una straordinaria sintesi antropologica tra un pessimismo empiricamente molto ben fondato e un doveroso ottimismo, che ha le sue radici nel messaggio evangelico. E qui concordo con Veronesi, quando conclude che la critica all’ergastolo si muove in sintonia con l’appello universale alla conversione di Giovanni Battista; ma proprio a causa di questa sintonia essa ha ben poco a che fare con la scienza. I neuroscienziati meritano tutto il nostro rispetto, non perché confermino l’annuncio evangelico, ma perché ci illuminano sul funzionamento del cervello, un funzionamento che può, nel mistero della libertà, orientare la persona sia verso il bene che verso il male.
Per orientare l’uomo verso il bene dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio, più che quello della scienza, che è in sé eticamente cieca. Un riconoscimento, questo, che non ne sminuisce per nulla il valore e contribuisce anzi a salvarla contro ogni deformazione e utilizzazione ideologica.
«Avvenire» del 2 ottobre 2012

11 ottobre 2010

Via dal patibolo passo dopo passo

Giornata mondiale contro la pena di morte
di Franco Frattini *
«Ogni individuo ha diritto alla vita»: così stabilisce l’art.3, uno dei più celebri della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Il termine «individuo» non consente eccezioni, comprende tutti gli esseri umani – donne, uomini, bambini – in tutti i Paesi del mondo. È per ricordarcelo che da sette anni a questa parte si celebra il 10 ottobre la Giornata mondiale contro la pena di morte.
In questi anni l’Italia ha fatto della lotta per l’abolizione della pena di morte e l’affermazione del diritto alla vita uno dei cavalli di battagli della propria politica estera.
Una battaglia che riflette i valori della nostra Costituzione che all’art.2 bandisce la pena di morte e aggiunge un concetto fondamentale: le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, non al suo annientamento.
Alle Nazioni Unite l’Italia ha dato impulso a numerose iniziative che portarono, prima a Ginevra, in seno alla Commissione per i diritti umani, poi, nel 2007, all’Assemblea Generale, alla storica adozione della risoluzione che fa appello a tutti gli Stati affinché adottino una moratoria delle esecuzioni in vista della completa abolizione della pena di morte. Nel 2008 abbiamo promosso una seconda risoluzione sulla moratoria, che ha ottenuto un numero ancora maggiore di adesioni. La nostra azione diplomatica e pressione ha prodotto importanti risultati. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, nel suo rapporto dello scorso agosto, ha evidenziato una chiara tendenza verso l’abolizione della pena di morte. Ben 141 Paesi – alla data del 1° luglio 2008 – hanno abolito de jure o de facto la pena di morte. Siamo determinati a consolidare ulteriormente tale tendenza attraverso una nuova risoluzione che, insieme ad un gruppo di Paesi appartenenti a tutte le aree geografiche del mondo, stiamo per presentare anche quest’anno a New York.
Ma non possiamo permetterci di essere compiaciuti. Il traguardo sembra lontano quando apprendiamo delle migliaia di sentenze capitali che ancora si eseguono ogni anno. Almeno 5.700 esecuzioni sono state effettuate nel 2009 in diversi Paesi, soprattutto africani ed asiatici. Il caso di Sakineh Ashtiani, condannata alla pena capitale in Iran, ci ricorda e dimostra che la strada per affermare il diritto alla vita è ancora lunga e complessa. Il Governo italiano continua, attraverso i canali diplomatici e la mobilitazione pubblica, a seguire e a stare vicino a Sakineh.
È in questo ambito che l’Italia sta negoziando alle Nazioni Unite per introdurre nella risoluzione di quest’anno alcuni elementi volti a ridurre l’applicazione della pena capitale dove viene ancora praticata. A partire dalla trasparenza. Intendiamo, ad esempio, richiedere agli Stati di rendere pubblici i dati sulle condanne a morte e sulle esecuzioni; una migliore informazione dell’opinione pubblica contribuirebbe di per sé a ridurre il numero di esecuzioni. È importante inoltre che l’applicazione della pena di morte, nei Paesi che ancora la praticano, venga limitata ai reati più gravi e sia proibita tassativamente nei confronti delle categorie più vulnerabili, come i minori e i disabili mentali.
Il rafforzamento – con il trattato di Lisbona – delle strutture e del profilo della politica estera dell’Ue dovrebbe a nostro avviso con maggior determinazione essere messo al servizio anche di questa nobile causa.
Insieme ai nostri partners, europei e non, siamo profondamente determinati a mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale e a estendere il fronte dei Paesi contrari alla pena di morte, per avvicinarci sempre più al traguardo ultimo dell’abolizione universale.
È un obiettivo ambizioso sul quale il Governo continuerà ad impegnarsi con convinzione, assieme al Parlamento e in raccordo con la società civile, il cui sostegno e il cui impulso sono di fondamentale importanza per la nostra azione.
*Ministro degli Affari Esteri
«Avvenire» del 10 ottobre 2010

09 ottobre 2010

La pena di morte ha due facce

Mobilitazione per Sakineh Ashtiani, silenzio per Teresa Lewis. Ma se i nostri pensieri non fossero torbidi dovremmo dire che non si deve ammazzare nessuno, neppure in modo indolore
di Umberto Eco
Manifestazione per la vita di SakinehDa pochi giorni, in Virginia, Teresa Lewis è stata uccisa con una iniezione letale, e nessuno è andato in prigione perché questa signora era stata legittimamente condannata a morte. Aveva tentato di ammazzare marito e figlio adottivo, e lo aveva fatto senza permesso. Coloro che l'hanno uccisa lo hanno invece fatto col consenso delle autorità. Per cui bisognerebbe riformulare il quinto comandamento come "Non ammazzare senza permesso". In fondo da secoli benediciamo le bandiere dei soldati che, inviati alla guerra, hanno licenza di uccidere, come James Bond.
Ora pare che Ahmadinejad, il quale sta per far lapidare una donna (se non l'avrà già fatto quando leggerete questa bustina) abbia reagito agli appelli, arrivati dall'Occidente, dicendo: "Vi lamentate perché noi vogliamo ammazzare legalmente una donna iraniana, mentre ammazzate legalmente una donna americana"?
Naturalmente gli è stato obiettato che la donna americana aveva cercato di uccidere suo marito, mentre l'iraniana lo ha solo cornificato. E che l'americana è stata uccisa in modo indolore, mentre l'iraniana sarebbe uccisa in modo dolorosissimo. Però una risposta del genere verrebbe a sottintendere due cose: che è giusto ammazzare un'assassina mentre per un'adultera basterebbe una separazione legale senza alimenti; e che si può ammazzare secondo la legge purché in modo poco doloroso. Mentre quello che si dovrebbe invece sostenere, se i nostri pensieri non fossero torbidi, è che non si deve ammazzare neppure un'assassina, e non si deve ammazzare neppure per legge e neppure se l'esecuzione è poco dolorosa, persino se avvenisse iniettando una droga che procura uno sballo delizioso.
Come reagire se paesi poco democratici chiedono a noi cittadini di paesi democratici di non occuparci delle pene di morte loro visto che abbiamo le pene di morte nostre?
La situazione è molto imbarazzante e mi piacerebbe anzi sapere se il numero degli occidentali, tra cui addirittura una first lady francese, che hanno protestato contro la pena di morte iraniana hanno anche protestato contro la pena di morte americana. A naso direi di no, perché di condanne a morte negli Stati Uniti, per non dire della Cina, ce ne sono moltissime e ci abbiamo fatto il callo, mentre è naturale che l'idea di una donna massacrata a colpi di pietra faccia più effetto. Mi rendo conto che quando mi hanno chiesto di dare una firma per impedire la lapidazione dell'iraniana l'ho subito fatto, ma mi era sfuggito che nel frattempo stavano ammazzando una virginiana.
Avremmo ugualmente protestato se la donna iraniana fosse stata condannata a una pacifica iniezione letale? Ci indigniamo per la lapidazione o per la morte inflitta a chi non ha violato il quinto bensì solo il sesto comandamento? Non so, è che le nostre reazioni sono sovente istintive e irrazionali.
In agosto era apparso su Internet un sito dove si insegnavano vari modi per cucinare un gatto. Scherzo o cosa seria che fosse, tutti gli animalisti del mondo erano insorti. Io sono un devoto del gatto (uno dei pochi esseri viventi che non si lascia sfruttare dal proprio padrone ma al contrario lo sfrutta con cinismo olimpico, e la cui affezione alla casa prefigura una forma di patriottismo) e pertanto rifuggirei con orrore da uno stufato di gatto. Però trovo egualmente grazioso, anche se forse meno intelligente, il coniglio, eppure lo mangio senza riserve mentali.
Mi scandalizzo vedendo le case cinesi dove i cani girano in libertà, magari giocando coi bambini, e tutti sanno che saranno mangiati a fine anno, ma nelle nostre fattorie si aggirano i maiali, che mi dicono siano animali intelligentissimi, e nessuno si preoccupa che ne debbano nascere prosciutti.
Che cosa ci induce a giudicare certi animali immangiabili, altri protetti da una loro caratteristica quasi antropomorfa, e altri mangiabilissimi, come i vitellini di latte e gli agnellini che pure da vivi ci ispirano tanta tenerezza?
Siamo veramente (noi) animali stranissimi, capaci di grandi amori e spaventosi cinismi, pronti a proteggere un pesciolino rosso e a far bollire viva un'aragosta, a schiacciare senza rimorsi un millepiedi ma a giudicare barbara l'uccisione di una farfalla. Così usiamo due pesi e due misure per due condanne a morte, ovvero ci scandalizziamo per una e facciamo finta di non sapere dell'altra.
Certe volte si è tentati di dar ragione a Cioran, e ritenere che la creazione, sfuggita dalle mani di Dio, sia dipesa da un Demiurgo maldestro e pasticcione, forse un poco alcolizzato, che si era messo al lavoro con idee molto confuse.
«L'Espresso» del 3 ottobre 2010

29 settembre 2010

Sakineh dalla pietra alla corda

di Lucia Annunziata
Qualcosa si muove persino a Teheran. La condanna a morte per lapidazione inflitta a Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna iraniana accusata di adulterio e omicidio, è stata commutata in condanna a morte per impiccagione. Ridicolo, certo, sostenere che si tratti di un passo avanti, eppure lo è. Lo è innanzitutto perché prova che l’indignazione internazionale viene sentita dal pure sprezzantissimo governo di Teheran.
Ma, proprio a questa svolta della vicenda, è bene riconoscere anche che, dopo che gli Usa hanno eseguito la condanna a morte per Teresa Lewis, il caso Sakineh ha assunto per noi un’ulteriore valenza. Il leader Ahmadinejad pochi giorni fa ha equiparato Stati Uniti e Iran di fronte all’uso della pena capitale, e questa similitudine ha lasciato una grande inquietudine nelle coscienze di molti cittadini delle nostre democrazie. Val la pena dunque di ribadire, esattamente ora che la storia umana di Sakineh può ancora svoltare, ora che si può ancora sperare di salvarla, perché non c’è parallelismo possibile, nemmeno davanti allo stesso strumento, la pena di morte, fra Usa ed Iran.
Sono contraria, come la maggior parte degli italiani (l’Italia è leader nella campagna contro la pena di morte) alla condanna capitale; ma i modi e i contesti della sua amministrazione sono rilevantissimi. Attraverso di essi infatti si rappresenta il sistema giuridico di cui tutti usufruiamo.
Non sono dunque indifferenti il percorso attraverso cui è stata condannata Sakineh né il tipo di morte.
La lapidazione è una antica forma di punizione, e fin dall’antichità ha sempre avuto caratteri legati a crimini che coinvolgono la sessualità: è la punizione per prostitute, adultere, omosessuali, oltre che apostati e assassini. Dunque, sia pur non esclusivamente, è punizione per eccellenza del sesso debole. Differenza che si sottolinea persino nell’esecuzione. Credo sappiate come avviene: il condannato viene seppellito in una buca nel terreno, fino alla vita gli uomini, fino al busto le donne, avvolto in un lenzuolo fino al capo: se è donna però il volto rimane scoperto. Chi abbia mai visto uno dei crudeli video di lapidazione che ogni tanto emergono dai Paesi in cui la punizione è praticata (o anche solo tollerata) sa che differenza fa vedere o meno le ferite profonde stamparsi sul volto di chi subisce il martirio. Non è un caso che i Paesi in cui questa pena capitale si pratica sono tutti musulmani: Iran, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen, dove vige un diritto strutturato intorno alla legge coranica. In Iran, ad esempio, la lapidazione è stata riammessa dopo la rivoluzione del 1983, ed è ancora oggi la nazione in cui è praticata da più lungo tempo, con una procedura studiata in modo che il decesso non avvenga a seguito di un solo colpo: la legge prevede infatti che «le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre».
È in questa impostazione del processo, della visione del crimine, e del concetto di diritto individuale del cittadino/\a che è maturato il caso Sakineh. In una giustizia in cui vige la incertezza della difesa e l’abuso della forza di uno Stato rivestito di principio etico assoluto. Il processo subito dalla donna, le motivazioni della sua condanna, persino le prove di quel che ha fatto sono incerte - e se la lapidazione nella sua estrema brutalità rende evidente questo abuso del diritto, l’abuso del processo rimane anche ora che lo strumento della condanna diventa la corda e non la pietra. Del resto è questo il problema della giustizia in Iran - e lo abbiamo visto ripetutamente al lavoro negli ultimi anni nei confronti dei dissidenti: la disobbedienza è punita come principio, e la sua repressione non ha nessun limite se non la soglia che serve alla conservazione dello Stato. Che si usi poi la esecuzione per via di botte in carcere, la sparizione senza ritrovamento del cadavere, o la esecuzione in piazza via squadre speciali, è indifferente - i modi sono, appunto, il disvelamento della supremazia dello Stato/\religione sul diritto dell’individuo.
Possiamo dire altrettanto della giustizia in Usa? Non è perfetta, anzi è densa di discriminazioni di classe e di razza. Ma è un sistema che ruota intorno al pieno riconoscimento dei diritti del cittadino e ampio equilibrio di contrappesi perché essi vengano rispettati. Contrappesi interni - il tipo di processo -, ed esterni - la possibilità della opinione pubblica di sapere, conoscere, e dissentire.
Alla fine certo, una pena di morte è una pena di morte. Teresa Lewis e Sakineh hanno davanti a sé la fine della loro vita. Ma, almeno, ai nostri occhi rimarrà la differenza sul dubbio dell’innocenza, fra l’essere vittime o meno: per Teresa sappiamo che ha avuto la possibilità di potersi difendere, per Sakineh siamo certi di no. E siccome la giustizia garantisce (o meno) tutti noi, non è differenza da poco, per tutti noi, sapere di avere una certezza di giudizio nell’incerto mondo in cui viviamo.
«La Stampa» del 29 settembre 2010

28 settembre 2010

Usa: quale dignità davanti al boia?

Arriva in Italia il romanzo di Ernest J. Gaines che denuncia i processi di disumanizzazione dei condannati al braccio della morte
di Laura Badaracchi
Lo scrittore della Louisiana narra la vicenda di Jefferson, ragazzo nero condannato ingiustamente: per salvarlo davanti alla giuria di bianchi, il suo difensore l’aveva paragonato «a un maiale», a una bestia da soma buona solo per lavorare
Condannato a morte sulla sedia elettrica.
Un verdetto perentorio, che non lascia spiragli alla speranza, anche se l’imputato si è proclamato innocente. Ma due donne non si arrendono al dolore: una è la madre del ventunenne di colore che sta per finire tragicamente i suoi giorni, ed è comprensibile che sia così; l’altra è la zia di Grant Wiggins, un insegnante a sua volta afro-americano, che insegna ai bambini neri della piantagione, in una chiesa adibita a scuola nella Louisiana, sognando di abbandonare il paese e le sue radici. La richiesta al maestro è singolare: non può certo capovolgere la condanna già pronunciata, ma andare a far visita al ragazzo prima dell’esecuzione. «Non voglio che loro uccidano nessun maiale. Voglio che sia un uomo a sedersi sopra quella sedia, un uomo che si regge sui suoi due piedi», domanda la mamma per suo figlio.
Muove da qui Una lezione prima di morire, edito nel ’93 negli Stati Uniti e vincitore del National Book Critics Circle Awarde.
Tradotto finalmente in italiano da Mattioli1885, in uscita domani, il volume è il capolavoro di Ernest James Gaines, classe 1933, candidato al Pulitzer. La vena autobiografica attraversa le pagine in modo delicato: Gaines, nativo della Louisiana, è stato in prima persona testimone di molti episodi di razzismo, che ha subito a sua volta; nella terra delle sue origini è tornato a vivere con la moglie, in una casa costruita nella piantagione dove ha vissuto la sua infanzia. I suoi volumi sono stati tradotti in francese, tedesco, spagnolo, russo e cinese. Un successo planetario fondato sull’autenticità dei racconti, sulla voce dei personaggi che arriva dritta al lettore senza fronzoli. E fa pensare. Non si tratta di dividere il mondo in buoni e cattivi: l’autore evidenzia senza pudore le contraddizioni e le omissioni che caratterizzano bianchi e neri. Wiggins, il maestro, viene coinvolto quasi suo malgrado nella vicenda dall’ostinazione della zia, mentre la madre di Jefferson continua a ripetere come un ritornello: «Non è costretto a farlo». Lui si schermisce, dicendo che ormai il ragazzo «è morto. È solo una questione di settimane, forse un paio di mesi – ma è già morto. Nei ventuno anni passati abbiamo fatto tutto quello che potevamo per Jefferson. Ma adesso è morto. E io non posso resuscitare i morti. Tutto quello che posso fare è cercare di evitare che gli altri finiscano come lui. Ma lui ci ha abbandonati. Non c’è più nulla che io possa fare, nessuno di noi può più farci nulla». Ed è a questa rassegnazione che la madre di Jefferson si ribella: non tanto alla convinzione che «tanto le cose vanno sempre così», che «i diritti dei neri saranno sempre calpestati dai bianchi». Lei vuole restituire dignità al suo ragazzo prima che venga ucciso. Ingiustamente, questo si intuisce fin dalle prime righe e anche dalla lunga requisitoria dell’avvocato difensore.
Che però smentisce in tribunale la 'natura umana' del giovane, definito 'stupido' perché si è trovato in un bar al momento di una sparatoria, in cui sono rimasti uccisi i due ladri e il responsabile del locale.
Sarà accusato di rapina e di omicidio di primo grado.
Così l’avvocato, nel tentativo di salvarlo, arriva a paragonarlo a un maiale, un animale che è inutile uccidere. Rivolgendosi alla giuria, composta da dodici uomini bianchi, lo definisce «un essere fatto per tenere il manico di un aratro, per caricare le vostre balle di cotone, per scavare i vostri fossati, per tagliare la vostra legna, per raccogliere il vostro mais.
Questo è ciò che voi avete davanti, non una persona capace di pianificare un furto o un omicidio». Di razzismo si tratta, ma pure di togliere dignità umana a un condannato a morte, che invece arriverà con coraggio e 'in piedi' agli ultimi istanti, confidando: «Ho camminato diritto».
Una lezione di resistenza, quasi di ostinazione nel difendere la propria intrinseca umanità, oltre che la propria anima. Forse aspirano allo stesso traguardo gli altri detenuti che in tutto il mondo attendono l’esecuzione.
Solo qualche giorno fa, alle 21.13 del 23 settembre è stata uccisa con iniezione letale nel braccio della morte del Greensville Correctional Center, in Virginia, Teresa Lewis, la quarantunenne disabile mentale accusata di duplice omicidio. È la dodicesima donna ad essere giustiziata negli Usa dal ’76, anno in cui è stata reintrodotta la pena capitale; lo scorso anno cinquantadue persone sono state legalmente 'eliminate'. Di fronte a tante altre fini annunciate, la Giornata mondiale contro la pena di morte in programma il 10 ottobre invita a una riflessione, suggerita anche dal libro di Gaines: che diritto hanno alcuni uomini di togliere la vita ad altri? La giustizia pubblica può arrivare a privare per sempre dell’esistenza alcuni detenuti? Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 nazioni e condannate a morte almeno 2001 persone in 56 Paesi: un triste computo da cui è esclusa la Cina, dove queste informazioni restano ancora un segreto di Stato.
Dopo la condanna, in Virginia, di Teresa Lewis, una quarantunenne disabile mentale come il Jefferson di Gaines, la Giornata mondiale contro la pena di morte in programma il prossimo 10 ottobre rinnova l’interrogativo: fino a dove può spingersi la «giustizia»?
«Avvenire» del 28 settembre 2010