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05 luglio 2014

I talenti in fuga giovano ai talenti che restano

Capitale umano
di Giuseppe Remuzzi
Gli scienziati che lasciano il proprio Paese per affermarsi negli Stati Uniti sono una risorsa: creano legami con gli atenei d’origine, chiamano a sé i migliori giovani, disseminano conoscenza
Prima del nazismo la Germania era il Paese più forte del mondo per la scienza, medica e non. Hitler distrusse tutto. Il primato passò agli Stati Uniti che lo conservano ancora, anche se India e Cina stanno facendo passi da gigante (hanno ventuno università nelle prime cento del mondo). Ci sono voluti più di cinquant’anni perché i tedeschi potessero risalire la china e non sarebbe mai successo senza l’aiuto di chi, dopo aver lasciato la Germania, in tutti questi anni ha continuato ad aiutare il suo Paese da fuori. Ed è stato così anche in America Latina; i dittatori di Brasile, Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay hanno fatto scappare i migliori scienziati che sono finiti negli Stati Uniti: là hanno organizzato la loro vita e, passato il periodo delle dittature, non avevano nessuna ragione per tornare in Sudamerica.
E non è che non ce ne fossero di «grandissimi», in America Latina. Ricordate Bernardo Houssay, che dirigeva l’Istituto di Fisiologia di Buenos Aires? Ebbe il premio Nobel per la Medicina nel 1947, ma il governo lo costrinse a lasciare la sua università: lui lo fece in nome della democrazia. Poi c’è stato Luis Leloir, un allievo di Houssay, che ha ricevuto il premio Nobel per la Chimica. Houssay e Leloir non sono stati i soli, basta pensare all’immunologo venezuelano Baruj Benacerraf, a sua volta premio Nobel nel 1980, o a Cesar Milstein, che lo ha avuto per la Medicina nel 1984. Ma le cose stanno cambiando, basta pensare che il numero della rivista «Nature» uscito il 12 giugno dedica 25 pagine agli «architetti della scienza sudamericana» . Quelli, insomma, che vorrebbero che l’America Latina tornasse ai fasti del passato, almeno nella scienza.
Pew Charitable Trusts, per esempio, è una fondazione privata che sta facendo di tutto per aiutare gli scienziati dell’America Latina. Come? Favorendo quella che noi chiamiamo la fuga di cervelli e lo fa con un programma — Pew Latin American Fellows Program — che ogni anno finanzia dieci fra i migliori studenti sudamericani per un periodo di formazione di almeno due anni nei migliori laboratori di grandi tradizioni di ricerca dell’America del Nord.
È scontato che qualcuno dopo qualche anno passato a Washington o a San Francisco resti là; non importa. Quelli che raggiungono posizioni apicali in università di prestigio degli Stati Uniti stabiliscono collaborazioni con le loro terre d’origine (Brasile, Cile, Argentina, Perù), ospitano a loro volta giovani studenti quasi sempre sudamericani e compensano così le carenze delle loro università. Tantissimi però di coloro che partono per gli Stati Uniti — almeno il 70 per cento — tornano in America Latina nonostante le difficoltà a trovare le condizioni giuste per mettere in pratica tutto quello che hanno imparato. E fanno carriera; ormai sono le «star» della scienza sudamericana, pubblicano sulle migliori riviste, dirigono gruppi all’avanguardia nell’agricoltura, nella biologia molecolare, nelle nanotecnologie. «Al contrario dei soldi, che quando lasciano un Paese quasi mai tornano indietro, il capitale intellettuale prima o poi ritorna. Con gli interessi. Meglio uno che va via, insomma, di uno che resta, persino per l’economia del nostro Paese»: così ha dichiarato Lino Barañao, ministro della Scienza e della tecnologia in Argentina.
I cervelli, poi, non fuggono: vanno e vengono. Certo, si dovrebbe fare in modo che alla fine il bilancio sia positivo, come sta succedendo almeno un po’ in Sudamerica. Dario Zamboni è uno dei migliori scienziati al mondo sotto i quarant’anni, secondo la rivista «Cell». Ha avuto una borsa di studio del programma Pew, è stato per tre anni nel laboratorio di Craig Roy a Yale negli Stati Uniti dove ha studiato le proprietà funzionali di certi batteri incluso il Coxiella burnetii che è trasmesso dalle zecche ed è responsabile della febbre Q, un problema per molte popolazioni del mondo. Adesso Zamboni dirige il laboratorio di Immunologia e microbiologia di San Paolo in Brasile. Si occupa del morbo di Chagas, una terribile malattia dovuta a un parassita diffuso nelle aree rurali e più povere del Sudamerica. Dario poteva benissimo restare negli Stati Uniti, avrebbe avuto una vita più facile. Invece ha preferito tornare per aiutare altri giovani ad essere scienziati.
Sono persone come Dario Zamboni che in Brasile — ma anche in Argentina, Messico e Cile — poi selezionano i migliori studenti perché possano accedere al programma Pew Charitable Trusts. Quelli che passano le selezioni locali poi vanno negli Stati Uniti per un esame, di fatto un’ulteriore selezione per trovare i ragazzi più colti e più motivati da proporre a grandi laboratori del Nord America. Molti di questi giovani, per quanto bravissimi, nei loro Paesi non avrebbero alcuna possibilità di emergere.
E cosa dire dei nostri che vanno via e che sono almeno 30 mila ogni anno? Che la scienza non ha confini e che la fuga di cervelli va incoraggiata. È un bene che i nostri ragazzi frequentino le grandi scuole di medicina dell’Europa e degli Stati Uniti ed è anche l’unico modo per entrare nel giro dei più bravi scienziati e dei più bravi medici del mondo. Meglio allora parlare di mobilità, come fa «Nature » con un articolo (Turning brain drain into brain circulation, cioè «Trasformare la fuga di cervelli in circolazione di cervelli»), senza la connotazione negativa che si attribuisce, appunto, alla fuga di cervelli. Che invece serve, come documenta Tito Boeri in un bellissimo libro pubblicato due anni fa da Oxford University Press.
L’Italia, con pochi ricercatori, con pochissimi fondi per la ricerca e senza scuole di biologia e medicina all’altezza delle prime del mondo, ha comunque gruppi di ricerca che competono a tutti i livelli con i migliori al mondo. Il segreto? La fuga di cervelli. Sì, perché scienziati italiani in posizioni di prestigio negli istituti americani sono una grande risorsa per la nostra ricerca. Chiedere loro di tornare quasi certamente è sbagliato. Quello che nel frattempo noi dovremmo fare perché il bilancio alla fine non sia negativo è potenziare i nostri migliori centri di ricerca, quelli che già sanno competere con i migliori del mondo. In questo modo attireremo in Italia ricercatori dagli altri Paesi d’Europa, ma anche dagli Stati Uniti, Giappone, Australia.
Qualche anno fa il «Lancet» ha tracciato un profilo della medicina in Italia: non c’è nessun campo in cui l’Italia non abbia competenze pari alle migliori del mondo e i nostri ricercatori pubblicano comunque di più e meglio degli altri. «Lancet» proponeva di fare un inventario di questi gruppi, organizzarli a lavorare insieme e dar loro la possibilità e le risorse per formare le nuove generazioni di ricercatori.
E quelli che hanno lasciato l’Italia? Torneranno?
Dipende da che cosa potremo offrire loro. Bisogna che il governo abbia un piano per la ricerca e l’innovazione (l’innovazione, inclusa Silicon Valley, si è sempre fatta con i soldi pubblici: Il mercato non basta. Senza Stato non c’è innovazione, come spiegava Maria Antonietta Calabrò su «la Lettura» del 22 giugno, intervistando l’economista Mariana Mazzucato). Insomma, bisogna dar loro abbastanza soldi per poter lavorare, devono essere lasciati liberi di impiegarli come vogliono, senza la burocrazia estenuante dei rapporti e rendiconti: il tempo dei ricercatori è prezioso. Certo, ci si deve assicurare che li spendano bene. Ma per questo basta vedere che cosa pubblicano.
Se si facesse così, forse un giorno il bilancio tra chi va via dall’Italia e chi viene da noi da altre parti del mondo sarà in pari: Turning brain drain into brain circulation, appunto.
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» del giugno 2014

17 giugno 2014

Il passaggio della maturità

In che stato è l’esame di stato
di Gian Arturo Ferrari
Quando divenne premier, ai primi di maggio del 1997, Tony Blair dichiarò che il suo governo aveva tre priorità: istruzione, istruzione, istruzione. Nei diciassette anni che sono passati da allora, quello che era nel 1997 un programma sorprendente e uno slogan ben trovato si è trasformato in una verità lapalissiana. Nessuno è oggi tanto sprovveduto da non accorgersi che la ricchezza delle nazioni, presente e futura, consiste e soprattutto consisterà nel livello culturale dei cittadini, nella loro utensileria mentale. Nel capitale umano, certo, ma in un capitale coltivato. Nessuno è oggi tanto snob da non riconoscere che dietro l’irritante retorica della «società della conoscenza» si cela un solido, persin troppo solido, nucleo di verità. Il fatto cioè, nudo e crudo, che le condizioni di vita e di sviluppo passeranno di lì, dal livello e dalla capillarità dell’istruzione.
Quel che i diciassette anni trascorsi hanno dimostrato - tra diffusione delle tecnologie digitali, apertura e globalizzazione dei mercati, voracità nell’apprendimento (si pensi agli studenti asiatici in America...) - è che su questi temi siamo usciti dal quadro otto-novecentesco ispirato al progressismo umanitario. Siamo alla struggle for life, alla lotta per la sopravvivenza. E la sopravvivenza (spesso, pudicamente, chiamata occupazione...), per strano che possa parere, passa primariamente dall’istruzione. Ora, il perno del nostro sistema scolastico è lo snodo tra l’apprendimento preuniversitario e quello universitario. È un rendiconto finale, la somma di tutte le somme. È una conclusione - di un ciclo più che decennale - ed è un inizio. È una selezione, tra chi vuole e può proseguire e chi no. È un coming of age , un passaggio e un rito di passaggio, dalla adolescenza alla giovinezza, l’ingresso nella vita adulta. Tutto questo è quel che, antiquatamente ma appropriatamente, chiamiamo maturità. E siccome si tratta di un perno delicatissimo, di una cervicale, di un’anca, di un ginocchio, insomma di un’articolazione essenziale dell’intero sistema, dalle sue condizioni si può dedurre agevolmente lo stato di salute del tutto.
In via preliminare occorre però decidere se l’esame di maturità, che parte domani con la prima prova, abbia ancora un senso. Se infatti singole facoltà di singole università pubbliche amministrano propri esami d’ammissione (ah che nostalgia la Camera dei Fasci e delle Corporazioni...), è chiaro che l’esame di maturità perde ogni significato. Meglio eliminarlo, con risparmio di fatica, tempo e denaro. Nessuno scandalo, gli altri grandi Paesi europei non ce l’hanno o non ce l’hanno così tardi, a diciannove anni. Se invece si eliminano gli esami di ammissione, l’intero sistema scolastico deve essere radicalmente rifatto. Non riformato, rifatto. Il motto di Blair, nuovo rasoio di Occam, non lascia scampo. Se questa è la cosa più importante, è la prima da fare.
Partendo dal principio, materialistico ma lodevole, «intanto che non ci piova dentro» il governo ha per il momento affrontato l’edilizia scolastica . C’è ben altro. C’è un corpo insegnante umiliato, un personale non insegnante assai folto, un’università burocratica, sindacati riottosi. Ma il peggior di tutti i mali sta al centro, nella normativa, pedante sulle inezie e cieca di fronte al senso effettivo delle cose.
Una normativa che negli anni si è particolarmente esercitata, con una sorta di voluttuosa insistenza, proprio sull’esame di maturità. Cambiandogli nome e connotati, azzoppandolo, lentamente sfregiandolo e sfigurandolo. In una sorta di riedizione burocratica del Principe felice (anche se la maturità a dire il vero tanto felice non era) di Oscar Wilde, dove alla statua del principe gli uccelli cavano prima ornamenti, decorazioni e gioielli e poi gli occhi. Ma anche questo troncone non trova pace. L’anno prossimo infatti, meraviglie d’Italia, giungerà a compimento (!) l’ultima tranche della riforma del 2010, cioè di tre governi fa.
Nel frattempo gli indefessi normatori si occupano di aspetti essenziali per il futuro del Paese. Per nostra consolazione, il 19 maggio il ministero ha emanato l’Ordinanza n.37 che all’Articolo 21, «ai sensi del Decreto Ministeriale 16 dicembre 2009, n.99, articolo 3, comma 2» si preoccupa di stabilire i criteri a cui le commissioni degli esami di maturità si devono attenere per conferire il voto supremo di cento e lode. Ciò chiarito, sembra di capire, il perno su cui ruota tutto il nostro sistema scolastico tornerà all’antico splendore. Con tanti saluti a Blair e al suo istruzione, istruzione, istruzione .
«Corriere della Sera» del 17 giugno 2014

01 aprile 2014

Dimmi come studi e ti dirò chi sei: l'identikit degli universitari, dall'onnivoro al minimalista

L'Aie ha "mappato" gli studenti delineando cinque profili, su un campione di oltre duemila giovani tra i 18 e i 30 anni. Da chi usa tutto, manuali, ebook, web, appunti ai refrattari alle nuove tecnologie
di Manuel Massimo
Dimmi come studi e ti dirò chi sei. In base agli strumenti tecnologici utilizzati per prendere appunti a lezione, approfondire gli argomenti e preparare gli esami l'Aie (Associazione Italiana Editori) ha "mappato" gli universitari delineando cinque profili rappresentativi del variegato microcosmo di studenti con un'età compresa tra i 18 e i 30 anni. L'indagine - condotta in collaborazione con Cun (Consiglio Universitario Nazionale), Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e presentata oggi a Roma - ha scandagliato preferenze e abitudini di un campione rappresentativo di oltre duemila studenti universitari (nell'ambito del concorso è-book, all'interno del Maggio dei Libri) restituendo una fotografia precisa di come i giovani studiano oggi negli atenei.
Tra carta e digitale. Negli ultimi anni la tecnologia si è diffusa in modo massiccio e capillare anche nelle aule universitarie ma "carta" e "digitale" continuano a convivere: c'è chi integra le due modalità di fruizione dei contenuti, chi ne predilige decisamente una rispetto all'altra e anche chi, invece, utilizza di volta in volta il supporto che ritiene più adatto per le sue ricerche su una determinata materia. La ricerca completa - disponibile dal 31 marzo sulle principali piattaforme online nell'ebook di Marina Micheli "Stili di studio degli universitari italiani tra carta e digitale" - costituisce un vademecum utile agli editori per orientare le loro scelte strategico-editoriali ma anche a chi ha responsabilità politiche in materia, in primis il Miur (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca).
I cinque identikit. In base alle modalità prevalenti di fruizione dei contenuti gli studenti sono stati classificati in cinque categorie. La più rappresentativa è costituita dagli "onnivori" (il 37 per cento del campione, ndr) che usano tutto: manuali cartacei, ebook, fonti web, appunti e libri scelti autonomamente; con il 18,5 per cento seguono i "tradizionalisti", refrattari alle nuove tecnologie, che prediligono strumenti di studio cartacei; al terzo posto i "pragmatici" (18,4 per cento) che studiano lo stretto necessario per l'esame senza fare distinzioni tra carta e digitale; con il 13,4 per cento i "minimalisti" cercano di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo e per studiare si affidano più agli appunti e agli schemini riepilogativi che non ai libri; infine, con il 13 per cento, gli "esploratori" sono per lo più lettori forti e approfondiscono le materie di studio sia sulla carta che su supporti digitali.
Il campione intervistato. I giovani protagonisti dell'indagine hanno in media 23 anni, circa la metà frequenta un corso di laurea triennale e per il 57,4 per cento sono femmine. Possono essere considerati "lettori forti" - visto che leggono in media circa un libro al mese - e il 54 per cento ha letto almeno un ebook nell'anno precedente. In media sono abbastanza tecnologici: hanno praticamente tutti un computer, il 64 per cento possiede uno smartphone e il 28,6 per cento un tablet. Il social network più gettonato è Facebook (89 per cento), seguito da Google+ (48 per cento) e da Twitter (45 per cento). La distinzione forte che emerge dall'indagine non risiede dunque nella dicotomia "cartaceo vs. digitale" quanto piuttosto tra chi studia per apprendere e chi studia per passare gli esami.
"Il futuro è nei libri che leggi". Lo slogan di Matteo Zocchi (vincitore dell'edizione 2013, ndr) è stato scelto per la campagna di comunicazione degli editori per valorizzare i libri universitari che l'Aie lancerà a partire dal 23 aprile 2014, con la nuova edizione del concorso in tutte le università italiane, accompagnato dall'hashtag #compracultura. Come emerge dall'indagine, accanto ai contenuti digitali continuano (e continueranno) a convivere quelli su supporto cartaceo e la fruizione dei libri "tradizionali" è molto diversificata in base alla tipologia di studente: gli onnivori prediligono quelli presi in prestito dalle biblioteche; i minimalisti tendono ad utilizzarli di meno (ma ad acquistarli nuovi); i pragmatici puntano sull'usato e sullo scambio; gli esploratori ne studiano, ne possiedono e ne conservano più degli altri; infine i tradizionalisti, che studiano soltanto sui libri di carta, lo "zoccolo duro" che sfoglia le pagine, prende note a margine e sottolinea le righe con evidenziatori colorati.
«la Repubblica» del 31 marzo 2014

11 luglio 2013

Le parole sono importanti

In calo gli iscritti, non un buon segno
di Ferdinando Camon
La facoltà di lettere non deve morire
Un’inchiesta dice che i nuovi iscritti di Lettere e Filosofia sono in calo nelle università (tranne Pavia). Da qui parte la discussione: come sarà la nuova Italia, con più laureati in Scienze, Ingegneria, Matematica, Medicina e meno in Letteratura, Arte, Filosofia? L’uomo che maneggerà macchine e computer sarà più utile al progresso dell’uomo che maneggia i classici? Per la verità, non è un problema recente. Noi, padri o padri dei padri, abbiamo convissuto con questo problema quand’eravamo studenti universitari.
Pochissimi maschi studiavano a Lettere. Lettere era una mezza facoltà, una facoltà a quei tempi per mezza professione: per donne, che come prima professione avevano la casa. Devo dire però che molte donne ne hanno fatto una professione tutta intera e i pochi maschi che studiavano Lettere erano motivatissimi, e poi son diventati docenti universitari, giornalisti, redattori editoriali, scrittori. O, quelli che han fatto gli insegnanti, ottimi insegnanti. Se il problema è: quale facoltà è meglio scegliere, umanistica o scientifica?, la risposta è: la facoltà verso la quale lo studente si sente portato. La facoltà non si sceglie, è lei che sceglie te. Chi sceglie Lettere ama le parole. Le parole sono la chiave per aprire il mondo. Ogni parola di oggi fu un’altra parola ieri, ma non capisci la parola di oggi se non ci senti dentro la parola di ieri, perché nessuna parola muore ma tutte si trasformano: vale per la Lingua la stessa regola che vale per la Fisica.
Qualcuno dice: la Letteratura si occupa della vita e della morte, la Scienza si occupa del mondo. Non è esatto. Parrebbe che Letteratura e Scienza fossero separate, e invece sono interdipendenti. A casa del Leopardi ho visto un manoscritto dell’Infinito col verso "tra questa / immensità s’annega il pensier mio", a casa di Pablo Neruda in Cile ho visto una fotocopia di quel canto con la parola "immensità" cancellata e sostituita da "infinità". Dunque, ci fu un periodo in cui Leopardi era incerto tra le due forme. Alla fine scelse la parola con la "s". La "s" è una sibilante. Inconsciamente, Leopardi sentiva che nello spazio cosmico si entra con un sibilo. Cinquant’anni fa, un bambino avrebbe indicato la massima velocità con uno sparo, perché conosceva il fucile e il cannone, oggi lo indica con un sibilo, perché conosce il missile.
La domanda: è importante insegnare queste cose?, diventa un’altra domanda: è importante insegnare a parlare ai figli? La domanda: saranno dimenticati gli studi umanistici? diventa un’altra domanda: l’uomo si dimenticherà di sé? Uscendo dalla prima Guerra Mondiale l’uomo si accorge di aver rotto il rapporto con gli altri uomini, la mitragliatrice l’ha tagliato. Perciò la poesia impara le parole isolate, circondate dal silenzio, e nasce l’ermetismo. Non capiamo la Guerra se non studiamo l’ermetismo. Nella seconda Guerra l’uomo rompe il rapporto anche con se stesso: ci sono tanti uomini nell’uomo, e l’uomo non li conosce. È il momento in cui l’umanità fa cose che l’umanità non può ammettere. Non entriamo nella comprensione di questo tempo se non passiamo per la porta del decadentismo. Il fascismo faceva basse opere, il nazismo grandi orrori. È la differenza tra il Superuomo di Nietzsche e il Superuomo di D’Annunzio. Quello è uno Sterminatore, questo è un Esteta.
Le grandi riprese storiche, in tutte le civiltà, hanno coinciso con le grandi riprese letterarie. Le grandi decadenze coincidono con i grandi tramonti letterari. Occupata la Polonia, per far tabula rasa della sua identità e germanizzarla, una commissione tedesca s’insedia all’università di Varsavia (lo racconta Andrzej Wajda nel film Katyn) e convoca i docenti: «Cosa insegna lei?», «Ingegneria», «Necessario. E lei?», «Letteratura polacca», «Non necessario». È la premessa. La conclusione è l’uccisione di tutti gli ufficiali polacchi per spegnere la storia polacca. Per spegnere la storia, prima spengono la letteratura. Tra facoltà umanistiche e facoltà scientifiche, né le prime né le seconde devono morire: se ciascun studente andrà verso la facoltà che ama di più, avremo bravi professionisti e avremo il progresso. Se no, no.
«Avvenire» del 3 luglio 2013

08 gennaio 2013

Lavoro, il diploma vale più della laurea. A rischio povertà un italiano su tre

Rapporto Istat: dimezzata la ricchezza delle famiglie
di Elsa Vinci
«Laureati peggio che diplomati». Trai giovani fino a 29 anni il tasso di disoccupazione è più alto tra i "dottori" rispetto a quello di chi esce dalla scuola secondaria. «Dipende dal più recente ingresso nel mercato di chi prolunga gli studi, ma anche dalle crescenti difficoltà occupazionali dei giovani, pur con titolo di studio accademico». L’Italia ferita dei senza lavoro trova un ritratto spietato nell’Annuario statistico dell’Istat, che declina i numeri della crisi. «La ricchezza delle famiglie si è ridotta del 50 per cento, quasi otto milioni di pensionati vivono con meno di mille euro al mese, oltre un milione di disoccupati ha un’età inferiore ai 35 anni». E tra i giovanissimi cresce il sospetto che studiare non paghi: i ragazzi preferiscono gli istituti tecnici al liceo,ma soprattutto si iscrivono meno, non solo all’università, pure alle superiori. Per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle secondarie di secondo grado, meno 24.145 unità.
L’anno scorso il 48,8 per cento dei giovani che si erano diplomati nel 2007 ha trovato un impiego, il 16,2 per cento è ancora in cerca di un’occupazione e il 31,5 rimane concentrato esclusivamente negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea, invece, lavora il 69,4 per cento di chi ha studiato in corsi a ciclo unico, il 69,3 per cento di quelli dei corsi triennali e l’82,1 di chi ha frequentato corsi specialistici biennali. I laureati senza lavoro tra i 25 e i 29 anni sono il 16per cento, un livello superiore sia a quanto registrato dai diplomati nella stessa fascia d’età (12,6) sia alla media dei 25/29 enni (14,4). Insomma i diplomati hanno trovato un’occupazione prima di chi è "dottore". Tuttavia con l’avanzare dell’età chi è in possesso di un titolo accademico recupera il terreno perso a confronto con i diplomati per il ritardo dell’entrata nel mercato. Quindi se si guarda in generale alla disoccupazione per titolo di studio, per il 2011 si conferma il vantaggio relativo ai laureati, che presentano il tasso di disoccupazione più basso, 5,4 per cento. Per coloro che si sono fermati al diploma il dato complessivo è invece del 7,8.
In continua crescita il numero delle persone in cerca di prima occupazione, con un incremento superiore di quasi tre volte quello del 2010, 58 mila in più, pari al 10,7 per cento. «Un disoccupato su due cerca lavoro da almeno un anno», con un’incidenza sulla "lunga durata" che arriva al 51,3 per cento. Il tasso di disoccupazione nel 2011, spiega l’lstat, resta invariato all’8,4 per cento rispetto all’anno precedente: aumenta leggermente nel Mezzogiorno, rimane stabile al Centro e diminuisce al Nord.
Gli italiani sono sempre più insoddisfatti della propria situazione economica: quasi sei su dieci si dichiarano scontenti del budget familiare. «Quest’anno il quadro economico è peggiorato per oltre la metà». E circa 7,9 milioni di pensionati hanno un reddito inferiore a 1.000 euro al mese. Si tratta del 47,5 per cento. Dopo la riforma delle pensioni, l’anno scorso tecnicamente sono aumentati gli occupati, più 0,4%, in totale quasi 23 milioni. Ma per effetto della crisi i lavoratori dipendenti sono diminuiti dell’1,3.
Il rischio di povertà o di esclusione sociale è cresciuto per l’Italia dal 26,3 per cento del 2010 al 29,9 del 2011, un livello significativamente superiore alla media europea. «La variazione negativa di 3,3 punti percentuali è la più elevata registrata nell’Ue». A rischio un italiano su tre.
«La Repubblica» del 19 dicembre 2012

La laurea non spinge i giovani

Capitale umano perduto
di Giorgio Barba Navaretti
Gli ultimi dati sul lavoro: in Europa il titolo fa sempre più la differenza, in Italia no
La disoccupazione giovanile elevata e persistente crea una generazione perduta, che deve essere recuperata al più presto. In Italia anche, anzi soprattutto, tra i ragazzi diplomati e laureati. Capitale umano in fumo, che non trova lavoro o non lo cerca o lo trova spesso con caratteristiche inferiori alle proprie qualifiche e aspettative di salario. La recessione è certo una ragione di questo fenomeno, ma la differenza tra la condizione dei giovani e il tasso medio di disoccupazione (26 punti percentuali in più) è anche il risultato di tre inadeguatezze strutturali: dell'offerta scolastica e universitaria, della domanda delle imprese e delle regole che ne determinano l'incontro. In tempi di riforme strutturali su ciascuno di questi fronti ci sono cantieri aperti e alcuni (vedi il lavoro) già chiusi, ma non ancora sufficienti. Iniziamo dai numeri. Il 36% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni è un dramma, ma si riferisce solo ad un parte della popolazione giovanile, quella che lavora o cerca lavoro. Esclude dunque gli studenti e coloro che il lavoro neppure lo cercano. Il problema dell'accesso al mercato del lavoro appare particolarmente chiaro soprattutto se consideriamo i giovani un po' meno giovani, coloro trai 25 e i 29 anni che hanno completato gli studi o comunque hanno l'età per aver terminato anche l'università. Il loro tasso di disoccupazione qui era a fine 2011 quasi il 15%,ben più elevato che in Francia e Germania. Ma il dato inquietante, una vera peculiarità italiana, è che la proporzione cresce tra i laureati (16%), mentre diminuisce in tutti gli altri paesi. Ossia il principio "studia che poi troverai lavoro" vale molto meno per un ragazzo italiano che per un suo coetaneo europeo. Che spreco per un paese che cerca disperatamente la via della crescita! Il recente rapporto sull'Università della Fondazione Agnelli spiega che questo è il frutto di un serio mismatch strutturale tra domanda e offerta di lavoro, particolarmente evidente tra i laureati. Da un Iato l'offerta universitaria, anche dopo la riforma del 3+2, non sempre riesce a fornire competenze richieste dal mercato. D'altro lato il sistema produttivo non è in grado di assorbire l'aumento dell'offerta di laureati che in seguito alla riforma ha raggiunto livelli simili alla media Ue. Il che si traduce non solo in elevata disoccupazione, ma anche in un aumento della remunerazione limitato in seguito alla laurea, inferiore agli altri paesi europei ed anche alle lauree pre-riforma. L'incontro tra domanda e offerta di ragazzi qualificati è la prima via per ritrovare competitività. Il sistema produttivo è in drammatica evoluzione, anche durante la recessione. Le aziende che crescono e che hanno successo sui mercati globali impiegano in proporzione crescente personale altamente qualificato ed hanno bisogno di competenze sempre nuove. Anche le attività meno complesse, come il lavoro di fabbrica richiedono ormai abilità e conoscenze avanzate e non solo manuali. Una parte del sistema produttivo, soprattutto le piccole imprese meno dinamiche, non è in grado di fornire prospettive di impiego stabili a giovani altamente qualificati. Ma l'aumento di competitività inevitabilmente richiede un upgrading qualitativo in tal senso della domanda di lavoro. D'altra parte c'è un problema di competenze fornite dall'Università. Solo un più forte interfaccia tra i futuri datori di lavoro e gli Atenei può aiutare a qualificare meglio l'offerta. Il che può implicare due diverse direzioni. Una più specializzante. Ad esempio Lorenzo Cappellari e Marco Leonardi propongono corsi di laurea triennali professionali come le Fachhochschulen tedesche. In Italia questa offerta formativa è svolta, ma ancora invia sperimentale, dai corsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (Ifts), cui si sono recentemente affiancati gli Istituti Tecnici Superiori (Its). La seconda strada è di rafforzare i criteri selettivi di corsi più generalisti, comunque interfacciandosi con le imprese, in modo che gli studenti apprendano competenze generali, ma imparino allo stesso tempo come applicarle. Infine c'è il nodo istituzionale dell'incontro tra domanda e offerta. La disoccupazione giovanile è anche figlia del bagnomaria della precarietà: spendere poco e non investire sul futuro. La riforma del mercato del lavoro, rafforzando il ruolo dell'apprendistato ed aumentando la flessibilità in uscita (anche se marginalmente) garantisce un canale utile di incontro tra domanda e offerta per le imprese che vogliano investire sui giovani nel lungo periodo. Gli strumenti istituzionali e contrattuali però non bastano. Le aziende devono capire che costruire rapporti stabili e duraturi (per quanto flessibili) è la via per la competitività virtuosa. La riforma ha in parte ridotto i costi relativi di scegliere questa via rispetto a modelli contrattuali più precari. L'auspicio è che un numero maggiore di aziende scelga questa strada. Per risolvere il dramma della disoccupazione giovanile, ci vuole un impegno collettivo: governo, datori di lavoro (anche il settore pubblico), scuola e università. Nessuno può fare da solo.

15 novembre 2012

Scuola, la pace è salva: si taglia l’innovazione

Conti pubblici, l’istruzione
di Raffaello Masci
L’orario non si tocca, risparmi concentrati sui fondi per la ricerca
E’ possibile che il rimedio sia peggiore del male, ma certamente salva la pace sociale. Almeno ora. Almeno prima delle elezioni. Stiamo parlando della scuola e di come la vertenza sull’aumento dell’orario di lavoro degli insegnanti è stata risolta, con un arretramento del ministero che aveva proposto un innalzamento dell’orario da 18 a 24 ore, e un corrispettivo taglio - per far fronte alle economie richieste - a danno di ricerca, innovazione, nuove tecnologie. E’ del tutto evidente che il ministro Francesco Profumo non aveva in mente questo, lui che è stato rettore del Politecnico di Torino e presidente del Cnr, ma la maggioranza ha diversamente deciso. Il ministero dell’Economia aveva chiesto a quello dell’Istruzione un piano di risparmi di almeno 600 milioni in tre anni. Il ministro aveva avanzato al proposta sull’orario degli insegnanti che, a regime, avrebbe fruttato quasi un miliardo, generando risorse da reimpiegare nella scuola. La cosa è andata come è andata ma poiché l’imperativo era quello di modifiche a saldi invariati, il ministero ha presentato un nuovo e accettato il piano di «economie». Intanto si è voluto intervenire sul fenomeno dei distacchi «non sindacali», cioè su quella massa di docenti dislocata in altri comparti della pubblica amministrazione. Il risparmio da questa voce di spesa sarà di 1.8 milioni di euro per l’anno venturo e 5,4 sia per il ‘14 che il ‘15. Per tutti e tre gli anni verranno tagliati anche 20 milioni l’anno per i piani Prin e First: si tratta di due azioni di grande rilievo per l’innovazione dell’Italia. I Prin sono i Progetti di rilevante interesse nazionale, cioè quei campi di ricerca - definiti al tempo della ministra Moratti - su cui l’Italia deve puntare per la competitività del suo sistema produttivo. I First sono i fondi di intervento per la ricerca scientifica e tecnologica: entrambi perdono in totale 60 milioni nel triennio. Poi c’è un altro acronimo caro al mondo della scuola: Mof, cioè miglioramento dell’offerta formativa. E’ un generoso capitolo di spesa ricco di quasi un miliardo l’anno, che viene però tosato di quasi 50 milioni l’anno (47,5) nel triennio. I corsi Mof sono tutti quelli attraverso cui vengono immessi nuovi insegnamenti nella scuola: educazione ambientale, stradale, alla legalità e simili. Si taglia! Per il solo 2013 è previsto il taglio di 30 milioni per il programma Smart City, che dovrebbe rendere più vivibili e tecnologiche le città e che coinvolge anche le tecnologie scolastiche. Una generosa economia riguarda anche il fondo valorizzazione della scuola e dell’università, che era stato istituito ai tempi della ministra Gelmini e consentiva di reinvestire nella scuola il 30% di tutti i risparmi imposti dalle varie manovre correttive degli ultimi anni. Nel triennio questo fondo sarà prosciugato di oltre 328 milioni. Per il solo 2015, infine la rimodulazione della spesa ordinaria consentirà delle economie di ulteriori 58 milioni (57,9). «L’Italia dovrebbe capire che si possono fare tagli su tutto, ma non sulla ricerca che è elemento essenziale su cui si basa la crescita economica, culturale e sociale di ogni Paese - è stato il commento inascoltato del presidente del Cnr, Luigi Nicolais, in relazione ai tagli sui fondi First e Prin - il problema del nostro Paese è aver perso di vista l’obiettivo primario, la crescita che non si ottiene senza investire in ricerca e formazione». Quanto ai sindacati, lamentano i tagli in quanto tali, ma la sorte dei docenti è salva e loro gongolano. «Non esiste che si possa toccare l’orario degli insegnanti che è materia contrattuale - commenta il leader della Cgil scuola Mimmo Pantaleo - ma il ripristino della legalità contrattuale non ci fa perdere di vista i tagli che comunque si sono abbattuti sulla scuola». Quanto alla coperta corta, Pantaleo ricorda che «la scuola negli ultimi anni è passata dall’11 al 9 per cento della spesa pubblica, ha subito solo tagli e se la coperta è corta va tagliata ad altre voci di bilancio».
«La Stampa» del 13 novembre 2012

16 ottobre 2011

Ripensare l'umanenismo. È giusto che legioni di studenti si iscrivano a Lettere?

di Claudio Giunta
Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi. Questo è più o meno tutto ciò che c'è da dire sull'argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell'antilingua della burocrazia si chiama "processo formativo".
Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti. Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c'è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall'altro, nonostante la riforma, in Italia l'università resta in sostanza l'unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c'è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d'ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate. Che s'iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d'assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
Secondo soggetto, i docenti. Dato che la quota di finanziamento per ateneo è proporzionale al numero degli studenti, è difficile che le facoltà si mettano a lottare per averne di meno. Più studenti s'iscrivono più soldi arrivano, più insegnamenti si attivano. Perciò anche il famoso "orientamento universitario" finisce per essere, in sostanza, pubblicità che le facoltà (tutte) fanno a loro stesse in nome del proprio interesse, proprio interesse che non necessariamente coincide con l'interesse dello studente: «No, tu sei negato, fai qualcos'altro» non è una formula che sia contemplata nella retorica dell'orientamento universitario. Per questa ragione è un pio desiderio immaginare che le facoltà umanistiche decidano motu proprio una politica di assoluto rigore, bocciando agli esami tutti quelli che meriterebbero di essere bocciati: è difficile che una corporazione (qualsiasi corporazione) scelga di suicidarsi.
Terzo soggetto, gli studenti. Alcuni studenti s'iscrivono alle facoltà umanistiche perché non sanno che altro fare, e scelgono la via che a loro sembra più facile e che spesso è, di fatto, più facile. Benché molti pensino il contrario, questi studenti depistati e svogliati sono una minoranza. I più, sono studenti seri e motivati. Alcuni tra questi hanno fatto un buon liceo e sono pronti ad approfondire le materie che già al liceo preferivano. Non sono moltissimi, e non sono necessariamente i migliori. A volte sanno molto a paragone dei loro coetanei ma hanno intelligenze pigre e poco originali, e non hanno e – quel che è peggio – non vogliono avere nessuna esperienza del mondo che sta al di fuori delle aule scolastiche.
La maggior parte degli studenti seri e motivati non ha fatto "un buon liceo" ma proviene da scuole nelle quali l'istruzione umanistica è più carente: i professionali, i tecnici, l'arcipelago di scuole sperimentali che le varie riforme hanno prodotto. Che fare con questi studenti? Sono la prova dell'esistenza di un diffuso desiderio di istruzione. È un desiderio sacrosanto, preziosissimo per la società, e su cui è possibile costruire. Sembra non risentire del dumbing down indotto dai media; anzi, sembra crescere a mano a mano che il dumbing down dei media si fa più sfacciato. Sono spesso studenti molto diligenti, e persone anche umanamente eccezionali, disposte a fare veri sacrifici per imparare cose che, lo sanno benissimo, non li aiuteranno molto quando si tratterà di trovare un lavoro.
Ma il bagaglio di nozioni che posseggono quando entrano all'università è molto leggero. E non è solo questione di quanto poco sanno, ma – soprattutto – di un atteggiamento, di una forma mentis che è inadeguata allo studio. Questi studenti cambiano, maturano, crescono di mese in mese, ma non riescono veramente a recuperare il ritardo. Al termine dei loro studi pochi di loro troveranno un lavoro e – questa è la cosa più grave – pochi di loro meriteranno di trovarlo. Perché partivano da un punto troppo basso (purtroppo non tutto, sempre, è possibile, e ci sono muri che a una certa età vanno semplicemente accettati); o perché, e vengo al punto che mi sta più a cuore, nessuno ha mai chiesto loro di fare uno sforzo, nessuno ha mai chiesto loro di darsi veramente da fare per superare una soglia.
Un esame d'ingresso alle facoltà umanistiche potrebbe essere questa soglia. Un esame selettivo, non un test orientativo. Per esempio, un esame sul programma scolastico svolto negli ultimi tre anni in determinate materie; o su un certo numero di libri fondamentali (sì, quei libri che «bisognerebbe aver letto al liceo»). A chi ha fatto (bene) il liceo basterebbe, per prepararsi, un pezzo dell'estate. A chi ha fatto una scuola professionale servirebbe di più: un recupero durante l'ultimo anno scolastico, forse un anno in più di studio per conto proprio. Fatti suoi. Sarebbe un investimento ragionevole, utile anche per chi lo fa, per capire se è davvero quella la strada che vuole intraprendere o se è soltanto un'infatuazione, un equivoco. Una soglia. E chi non la supera rimane fuori. Rimanere fuori a 18 anni non è una tragedia. Le alternative, a quell'età, esistono. E non passare un esame, trovare sulla propria strada qualcuno che dice «No, tu non puoi fare questi studi», può essere una fortuna. Se invece la soglia la si trova, insuperabile, a 24 o 25 anni, le cose sono infinitamente più difficili.
Una soluzione come quella che ho appena proposto dovrebbe anche aiutarci, in progresso di tempo, a diminuire il numero dei laureati in discipline umanistiche. Il che mi porta alla seconda questione che vorrei sollevare. Il dibattito in corso sul ruolo del sapere umanistico oggi non mi sembra bene impostato. Che cosa dobbiamo volere? Che cosa non dobbiamo volere?
Dobbiamo volere l'incremento della cultura diffusa. Vogliamo che le persone leggano più libri, e libri migliori, che vedano film decenti, che s'interessino al lavoro scientifico che sta dietro ai microchip dei loro cellulari; vogliamo che, quando vedono Voyager su Rai 2, sghignazzino. Ora, per quanto possa dispiacere, la cultura diffusa non si accresce, in primo luogo, attraverso iniezioni di cultura diffusa. Una retrospettiva di Kubrick in lingua originale, una lussuosa stagione concertistica, un tour gratuito dell'osservatorio astronomico, sono tutte cose benedette, ma non cambiano molto la situazione. Si chiama: preaching for the saved, predicare a quelli già salvati. Oppure si chiama: predicare a quelli che fanno solo finta di ascoltare, perché il Mondo li ha convinti che bisogna fare così.
Per migliorare la cultura diffusa bisogna procedere per gradi, e questo vuol dire che gran parte dello sforzo va fatto non nel settore della cultura genericamente intesa ma nel settore dell'istruzione. Ma anche qui bisogna intendersi.
Nel suo saggio Non per profitto, Martha Nussbaum lamenta un deficit di cultura umanistica: per affrontare la crisi presente e le sfide future occorrerebbero più letterati, più filosofi, e insomma più persone versate nella cultura umanistica, perché è questa la cultura davvero vitale per una società che si voglia civile. Il favore con cui questo libro pieno di retorica e buoni sentimenti è stato accolto da molti non mi pare un buon segno. Può darsi che una ricetta del genere possa avere un senso negli Stati Uniti, o in certe parti degli Stati Uniti, dove il disprezzo per la cultura disinteressata è più forte che da noi. Ma in Italia? In questo paese di avvocaticchi con le loro plaquettes di poesie pubblicate in proprio? In questo paese dove ogni villaggio ha un assessore alla cultura, e ogni assessore si porta dietro uno stuolo di geniali pittori, scultori, esegeti di Dante, filosofi da pubblica concione?
A me non pare che la strada indicata dalla Nussbaum sia quella giusta. Se proprio vogliamo parlare della miscela che dovrebbe formare la cultura degli italiani, e ammesso e non concesso che abbia senso dosare le percentuali di "umanesimo" e quelle di "scienza", mi pare chiaro che è nell'istruzione tecnico-scientifica che il nostro paese è particolarmente carente.
Questo non significa che l'istruzione umanistica non sia fondamentale. Lo è, ma bisogna intenderla in un modo sensato. Intanto, per tornare a quanto ho già accennato, è precisamente istruzione, e non genericamente cultura: sono le lezioni che si fanno a scuola e all'università, non sono le conferenze, le mostre e i concerti con cui i cittadini riempiono il loro tempo libero. Ben vengano questi loisirs ma, per cominciare, io non sono così convinto che il loro costo debba gravare sui bilanci delle amministrazioni pubbliche. Mi pare che i soldi che spendiamo per questo genere di cultura non siano pochi ma troppi. Invece è chiaro che l'istruzione umanistica ha un ruolo cruciale a scuola, anche e soprattutto nelle scuole tecniche e professionali. In questo modo, migliorando l'istruzione di base, è possibile formare dei cittadini migliori, che all'idea di cultura – di cultura personale, di applicazione e studio – resteranno affezionati anche una volta usciti dalla scuola secondaria.
Ma, una volta usciti dalla scuola secondaria, non ha senso che s'iscrivano in massa alle facoltà umanistiche. È questo che non dobbiamo volere. L'acculturazione di massa è un giusto proposito ma non può essere il proposito dell'università. L'acculturazione di base deve avvenire prima. L'Italia non ha bisogno di legioni di laureati in filosofia. Ha bisogno, lo ripeto, di una buona cultura diffusa, di una coscienza civica diffusa. Ma questo è tutt'altro discorso: e l'aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare ottimi insegnanti e intellettuali che riescano a innalzare il tono delle professioni pubbliche (giornalismo, politica), non consiste nel laureare in Lettere l'intera nazione.
Possiamo dire che l'università stia adempiendo questo compito? Difficile generalizzare. Ma la mia impressione è che l'università ratifichi l'esistente, dando poco a tutti: poco agli studenti bravi, che restano bravi senza però sviluppare del tutto le loro qualità, perché le qualità si sviluppano soprattutto quando ci sono degli ostacoli da superare, e di ostacoli in questa università ce ne sono troppo pochi; e poco agli studenti mediocri, che restano mediocri ma superano lo stesso gli esami, e si laureano lo stesso, perché a tutti fa comodo così. Ma a lungo andare, in realtà, questa situazione non fa comodo a nessuno, e meno che meno alla società, che ci mette i soldi.
«Il Sole 24 Ore» del 16 ottobre 2011

14 marzo 2011

I danni del feticcio della laurea

di Alessandro Schiesaro
L'Italia è stata per lungo tempo in coda o quasi nelle classifiche che stimano, come si dice in gergo, "il tasso di partecipazione", cioè la percentuale di diplomati che a 19 anni decide di proseguire negli studi. Nel 2000 lo facevano 39 studenti su 100, pochi in relazione a punte avanzate come alcuni paesi scandinavi che veleggiavano già allora oltre il 60-70%, non molti anche se il confronto si limitava al 47% di Spagna e Gran Bretagna.
Ma la riforma del cosiddetto 3+2 - lasciamone da parte per un momento meriti e difetti complessivi - comportò inzialmente un'accelerazione vertiginosa: 55% nel 2004, addirittura un picco del 56% nel biennio successivo. Poi una graduale correzione fino al 51% del 2008, mentre i primi dati (incompleti) per il 2010 sembrano segnare un calo ulteriore. In termini geografici le isole perdono più della media, centro e sud restano stabili, il nord guadagna qualche punto percentuale.
Il trend discendente degli ultimi anni si deve a una molteplicità di fattori. L'introduzione del 3+2 aveva attratto un numero molto alto di studenti che erano fino ad allora rimasti esclusi dal circuito universitario. La laurea triennale prometteva percorsi più brevi nella durata complessiva e più articolati nella struttura; a questo si aggiungeva l'enfasi sulla professionalizzazione degli studi universitari, che si sarebbero finalmente calati nella realtà del mondo produttivo per dischiudere a tutti, anche a chi proveniva da facoltà molto "teoriche", come Lettere, le porte del lavoro. A queste aspettative gli atenei hanno fatto fronte in una prima fase soprattutto moltiplicando i corsi in area umanistica e sociale, verso i quali si indirizzarono molti studenti nelle cui famiglie non c'erano ancora laureati e studenti "maturi" che volevano acquisire un titolo subito spendibile per ottenere una promozione nel settore pubblico.
Questa euforia iniziale si è scontrata da un lato con la realtà di un mondo del lavoro che non poteva far fronte a un forte aumento improvviso di domanda in alcuni settori, e dall'altro con il progressivo ritorno a requisiti più rigorosi per l'attivazione e la gestione dei corsi di laurea, spesso affrettatamente messi in piedi proprio in discipline che richiedono pochi sforzi in termini di laboratori e attrezzature. Rispetto al picco del 2003 le matricole di Lettere sono ora scese del 36% e quelle di Sociologia del 39%, mentre Ingegneria, Farmacia, Agraria, la stessa Scienze hanno consolidato i guadagni iniziali. Gli studenti sembrano essersi accorti, insomma, che non importa solo se ci si laurea o no, ma anche in quale materia ci si laurea, e come.
Un altro dato significativo riguarda la percentuale di studenti che decidono di iscriversi all'università non subito dopo il diploma, ma qualche anno più tardi. La riforma del 3+2 aveva richiamato sui banchi un numero alto di questo tipo di matricole, che erano arrivate a pesare per un quinto sul totale: oggi quella cifra si è dimezzata se si guarda agli studenti in età tra i 22 e i 30 anni, e gli over 30 sono appena un terzo rispetto a pochi anni fa.
La laurea, non ci sono dubbi, era e resta in ogni caso un ottimo investimento, se non altro perché nell'arco della vita lavorativa consente un guadagno economico nettamente superiore al diploma. Ma la laurea a tutti costi, quale che sia, perde peso e, giustamente, sembra perdere fascino. Rafforzare la qualità delle lauree e puntare con forza sull'orientamento in entrata è quindi più che mai indispensabile per continuare a garantire quel vantaggio competitivo e soprattutto per consentire ai nostri laureati di competere ad armi pari con i migliori laureati dell'economia globale.
Uno dei modi per ottenere questo risultato, lo insegnano tutti i paesi a noi vicini per dimensioni, cultura ed economia, è affiancare a una università forte e pienamente convinta della propria missione un robusto e autorevole canale terziario parallelo a quello universitario. In Germania si iscrive all'università "solo" il 36% dei diplomati, ma un altro 14% frequenta istituti tecnici superiori, come fa il 30% dei diplomati britannici e un numero considerevole di francesi.
Da noi gli Its sono ancora agli albori, e ci vorrà ancora tempo prima che costituiscano una vera alternativa ai tradizionali corsi di laurea. Nel frattempo le università hanno svolto un'azione di supplenza verso segmenti di formazione che tradizionalmente non le competevano, appunto quelli rivolti a una professionalizzazione con minori aspirazioni teorico-critiche ma di più immediata spendibilità lavorativa. Supplenza impropria nelle premesse e di dubbio valore nei risultati, perché solo istituzioni in contatto con le università, ma da queste ben distinte, possono farsi carico di una missione altrettanto importante e però profondamente diversa.
Il capitale di conoscenza di un paese va calcolato prendendo in considerazione il complesso dei profili e dei percorsi di crescita intellettuale e professionale, e soprattutto deve essere aumentato offrendo una serie di alternative adatte ad una platea con interessi diversificati. Il feticcio della laurea ha fatto molti danni; meglio mandarlo in pensione senza rimpianti e concentrare gli sforzi su una riarticolazione del sistema terziario davvero in grado di reggere le sfide del futuro.
«Il Sole 24 Ore» del 14 marzo 2011

22 gennaio 2011

Un malinteso giovanilismo

Le colpe che i vecchi non hanno
di Giuseppe De Rita
Nelle ultime settimane si è accentuata la già alta e preoccupata attenzione sul futuro dei nostri giovani, anche con un inizio di istruttoria di colpevolezza. Così sono stati additati via via come colpevoli i vecchi che non lasciano il campo; i quaranta-cinquantenni che non hanno saputo gestire lo sviluppo attuale e futuro; le famiglie che, fra calore materno ed ausilio nonnesco, non rendono autonomi i loro figli e nipoti; la sovrastante offerta di beni e servizi che rende i giovani incapaci di desiderare alcunché; la stessa società, che non riesce a dar senso collettivo alle vite individuali; ed anche gli stessi giovani, poco propensi a rischiare avventure e responsabilità personalizzate.
Tanti colpevoli, nessun vero colpevole, verrebbe da dire. È utile invece un esame di coscienza che eviti il rimpallo circolare delle responsabilità e dei vittimismi e metta a fuoco quali meccanismi e processi culturali e sociali ognuna delle categorie citate mette in campo.
Cominciamo dai vecchi, la categoria che ha trascorso tutta la vita in questa società e che quindi più profondamente la conosce e ne interpreta i movimenti. Le accuse sono note: diffondono un’immagine quasi visiva dell’invecchiamento; esprimono con evidenza la rinuncia a progettare il futuro; espandono crescenti macchie di egoismo individuale e di gruppo; instillano germi di scetticismo e di cinismo; si rintanano in finora inusuali modi del vivere quotidiano (la residenza in piccoli borghi tranquilli o la breve passeggiatina con la badante). Vecchi e produttori del vecchio? In verità, se penso ai tanti amici coetanei che ancora lavorano oltre i 70 anni avverto in essi la determinazione a far sì che il loro vissuto possa avere un senso nel futuro di altri. C’è il vecchio monaco che continua a piantare filari di tigli perché chi seguirà possa goderne l’ombra e l’odore (metafora di più profondi filari di fede e di speranza); c’è il vecchio direttore di giornale che continua a credere in un messaggio patriottico anche rudimentale; c’è il vecchio presidente di grande banca che continua a riproporre il nesso fra etica, responsabilità, efficienza aziendale; ci sono la vecchia attrice e il vecchio attore (in questo periodo a Roma) che continuano a proporre una ironia ed una comicità lontane dalla guazza parolacciara oggi di moda; c’è il vecchio dirigente Rai che continua a trasmettere cultura contadina; c’è il vecchio giornalista televisivo che scrive un libro su Casanova (e ne discute con un vecchio regista) per dimostrare che il libertinismo è cosa più seria di quanto voglia far oggi credere uno scadente giornalismo gossip; c’è il vecchio ricercatore sociale che continua a proporre alla nostra società momenti ed occasioni di autocoscienza collettiva; c’è anche il presidente della Repubblica che continua a delineare e proporre gli assi di giusta progressione del sistema.
In tante decisive componenti della nostra vita associata, i vecchi allora funzionano. E non in termini di puro potere mandarino. Chi abbia infatti decifrato i personaggi sopra anonimamente citati avrà colto che in essi ci sono alcune componenti comuni, di profondo significato per i giovani che «si affacciano alla vita»: una componente di vocazione (hanno emotivamente scelto il proprio campo di impegno); una componente di fedeltà all’oggetto (hanno fatto solo un lavoro, senza troppo saltabeccare); una componente di tenacia, quasi di testardaggine nell’andare sempre nella stessa direzione; una componente di serena continuità («continuano » è il termine volutamente sopra ripetuto).
Si ricordino i giovani che senza queste quattro componenti non si fanno passi in avanti: nella classe dirigente, nel lavoro manuale, nella stessa uscita dal precariato e dall’incertezza. Ma i vecchi non hanno avuto solo virtù, ma anche fortuna, multipla e sfacciata; visto che sono riusciti a scampare a tutta la retorica del nuovo e della discontinuità che ha imperato per anni in Italia; non hanno dovuto partecipare a competizioni elettorali e meno ancora alle cosiddette primarie; non hanno perso tempo nei meccanismi di rilevazione e valutazione «del merito» scolastico e universitario (anche nelle lotterie dei concorsi); non sono stati parte (attiva o passiva) del demenziale spoil-system che ha distrutto ogni processo di continuativa evoluzione della macchina pubblica; non hanno ceduto alla tentazione di farsi rottamatori; non hanno per affermarsi dovuto o voluto partecipare a qualsivoglia talk show televisivo. Hanno respirato libertà rispetto alla cultura regnante del periodo. In conclusione la categoria non sembra aver colpe gravi verso le giovani generazioni; ma avendo nel tempo constatato quanto male abbiano fatto le malintese e «moderne» opzioni di nuovismo, discontinuità e giovanilismo, ai vecchi va il rimprovero e forse la condanna di non averle contrastate.
«Corriere della Sera» del 22 gennaio 2011

18 gennaio 2011

Il futuro è un tempo al singolare

di Pier Luigi Celli
Il richiamo rituale a un futuro che sarebbe precluso ai più giovani rischia di trasformarsi in una giaculatoria retorica se non si tenta di argomentarne contenuti e contorni. Visto dal punto d'osservazione dei giovani che puntano a concludere i loro studi e si avviano al lavoro, il futuro presenta oggi tutta una serie di vincoli che rimandano direttamente alle caratteristiche con cui si presenta l'articolazione dello spazio dove vita, lavoro, percorsi formativi, valori superstiti e aspirazioni più o meno esplicite giocano una partita che non sembra avere precedenti.
Il futuro non riesce a nascere perché «non ha tempo per nascere» (Luhmann) incalzato e divorato da un presente che vive di scadenze sempre più urgenti. Ed è proprio il presente, la situazione che si vive, ciò che impedisce al futuro di funzionare, perché la condizione essenziale per concepire il futuro è di avere un presente: una realtà solida su cui fare presa e da cui partire.
Qui si situa gran parte del problema e delle paure per quelli che entrano in un tempo carico d'incertezze, produttore d'insicurezze e disagi, oggetto, al massimo, di precauzioni e di cautele.
Un presente che è tutto attualità, protratto, frammentato, urgente; assemblabile senza logiche apparenti e aperto, nell'esperienza manifesta, a lealtà multiple, quante sono quelle compatibili con i propri mutevoli interessi.
È questo tempo immediato che sembra sottratto alla comprensione e alla capacità di controllo dei più giovani. Non spiegato e lasciato operare come un filtro selettivo, insieme, incolpevole e drammatico. Vittima dell'impossibilità di prevedere con ragionevole certezza quello che potrà accadere, ognuno sarà spinto così a cercarsi la sua personale via dìuscita, il suo futuro individuale; modesto, anche, circoscritto sempre più a un presente protratto e protetto, se possibile, in assenza di valori di riferimento lunghi. E quando il futuro diventa al massimo un futuro personale, si accentuano le diseguaglianze, si alimentano privilegi e logiche opportunistiche e difensive.
Nascere bene aiuta ad avere tempo. Così il futuro diventa un privilegio che divide, nel senso che chi ha più tempo a disposizione sa molto presto che la sua misura diviene la misura del potere sociale ed economico di cui potrà disporre. Se noi guardiamo alle attese, che sono sempre state nelle generazioni più giovani fattori potenti di aggancio al futuro, vediamo che esse hanno subito oggi andamenti ondivaghi e, spesso, contradittori. Per un verso moderate nelle loro pretese nei confronti dell'avvenire, come piegate da una sorta di rassegnazione all'impossibilità di costruire solidi presupposti nel presente, e dall'altro, invece, spinte all'eccesso, sotto l'influenza di un individualismo esasperato, tutto virato a logiche predatorie e di carriera.
Dei due atteggiamenti, il secondo sembra quello più devastante, anche perché intacca ogni possibilità di raccordo sociale, di tessuto connettivo civilmente spendibile in tutti i campi, economia e politica inclusi. È come se nell'incertezza di ogni prospettiva l'unica soluzione possibile apparisse quella di afferrare ogni vantaggio casuale, nel timore che le occasioni non si ripresentino.
Viene in evidenza la mancanza di riferimenti collettivi, di contesti e di memorie condivise; segnali negativi per la possibilità di aggancio a valori che diano continuità nel tempo ai progetti e all'uso delle risorse. Riconquistare la prospettiva del futuro è, oggi, operazione squisitamente educativa; prepolitica, anche, nella direzione di ricostruire un senso per quello che si fa nella cornice d'interessi generali in grado di tutelare tutti, esorcizzando i demoni del presente. Ed è qui che l'università e ogni altra agenzia formativa avrebbero un compito primario, se non si limitassero a essere considerate contenitori di pura trasmissione curricolare, per gran parte piegate a normative che i problemi veri della preparazione alla vita - e non solo alla professione - li sfiorano di lontano e, spesso, con fastidio.
Non si può lavorare sugli studenti immaginando semplicemente di dover preparare delle identità à la carte, buone per tutte le stagioni, quando quella che viviamo è un concentrato di trasformazioni, di contrasti, di bisogni nuovi, che andrebbero interpretati e serviti senza riverenze corporative o castali, per loro natura riduttive e sulla difensiva. Il rischio vero è quello di creare dei "disaffiliati", confermati nella loro precarietà culturale ed emotiva, prima ancora che professionale. Persone che subiranno la tirannia del tempo senza essere preparati a interpretarlo e allungarlo in avanti, verso il futuro. Occorre immaginare un diverso uso dell'istruzione, delle sue strutture e dei suoi programmi.
Vale la pena riportare uno scritto di Margareth Mead, la grande antropologa che ha condiviso col suo compagno George Bateson alcune delle riflessioni più profonde e innovative sul ruolo e i livelli dell'apprendimento. «Il modo con cui è strutturato l'apprendimento - l'organizzazione delle relazioni, l'ambiente fisico e culturale, il clima emotivo, le divagazioni - determina, bene al di là del contenuto concreto delle materie da apprendere, sia come gli individui impareranno a pensare, sia come verrà condiviso e usato l'insieme dei pezzi di abilità e conoscenze».
È il contesto, generalmente inteso come sociale, a innescare le domande di fondo e a sollecitare le risposte più costruttive. Servirebbe averla questa sensibilità. Aiuterebbe, se non a fare a meno di riforme di legge ricorrenti, almeno a scriverle avendo più chiari gli obiettivi.
Tra i quali, una riflessione meno leggera sulla precarietà d'impiego dei prodotti del ciclo scolastico e universitario porterebbe a considerare che l'accorciarsi del ciclo di vita delle competenze, unito alla frammentarietà dei periodi lavorativi, non può vedere consegnato alla pretesa tenuta e scientificità delle conoscenze impartite la capacità di ammortizzare i contraccolpi di un mercato indifferente alle aspirazioni dei singoli.
Serve una testa flessibile, che non ragioni solo per adattamento e succube. Qualcosa che va preparato non per via disciplinare. Su generalismo e specialismo, il loro peso relativo nei programmi formativi e la capacità di coniugarli, non sembra ancora disponibile una visione che tragga spunto dalla articolazione del mondo dell'impiego lavorativo e dalla esatta percezione delle sue continue evoluzioni.
È noto che le specie generaliste, meno esigenti e più orizzontali, hanno una capacità di sopravvivenza molto maggiore delle specie specialiste, che si sono adattate prevalentemente a una particolare nicchia ecologica, e dunque sono selettive, più rigide, meno pronte a interpretare il nuovo. In un contesto come quello attuale, l'adattamento perfetto sarebbe uno svantaggio. La duttilità degli strumenti concettuali dipende anche dalla disponibilità delle strutture educative a ragionare in via sperimentale; valorizzando iniziative e varianze. Incentivando idee, progetti e lavori con attori molteplici.
In fondo, la pluralità dei punti di vista acuisce lo sguardo largo e aiuta a inglobare futuri possibili come legittimazione di presenti resi meno mobili e precari da un'aspettativa di durata. Recuperare il futuro dipende anche da questa disponibilità a impegnarsi sul presente, aiutando i più giovani a non arrendersi alle sue contraddizioni e coltivando speranze che non dipendono da altri più di quanto non richiedano un impegno e una responsabilità restia a scaricare colpe e imputazioni.
«Il Sole 24 Ore» del 18 gennaio 2011

04 gennaio 2011

Sconfitti gli anti-italiani

di Alessandro Gnocchi
Nel giorno in cui i sindacati (a parte la Fiom, pronta allo sciopero) firmano con la Fiat un accordo che cambia il mondo del lavoro, aprendo prospettive inedite, forse capaci di indicare una via d’uscita dalla crisi economica, c’è chi invita i ragazzi a emigrare. L’Italia è senza futuro, andate in pace (all’estero). Anche il Corriere della Sera, con un editoriale in prima pagina di Giovanni Belardelli, si unisce al coro, sia pure con maggiore equilibrio rispetto ad altri.
Le voci allarmate, comunque, risuonano più alte quando il discorso cade su scuola e università. L’esortazione ai giovani ricercatori affinché si trasferiscano all’estero, con la variante della compassione paternalistica per chi è ancora tra noi, sta diventando un genere giornalistico. Un po’ retorico e un po’ strumentale. Il sottinteso, infatti, è quasi sempre lo stesso: la destra se ne sbatte della cultura e vuole fare tabula rasa, privando i volenterosi del sostegno indispensabile a realizzare i propri sogni.
Per carità, non è che gli oratori abbiano tutti i torti. L’università, dalle nostre parti, è ingessata. Chi vuole fare carriera negli atenei si deve rassegnare a una umiliante trafila che prevede la partecipazione a concorsi dal risultato troppo spesso scontato. Il merito, senza adeguata protezione di un professore che abbia la forza di tutelarlo, non è sufficiente. Talvolta neppure necessario. Quanto ai fondi destinati alla ricerca, sono scarsi, è vero. Ma anche e soprattutto in virtù dell’inefficienza manageriale delle istituzioni accademiche, della moltiplicazione di corsi fantasma, della sostanziale chiusura verso i privati, della mancata valutazione dei risultati conseguiti o mancati. Non sarà che i cervelli fuggono a causa di queste decennali carenze strutturali?
Chi contesta nelle piazze, e si sente «condannato» all’espatrio, sogna che lo Stato possa pagare tutto a tutti. Opzione irrealistica visto il numero (alto) di laureandi, le tasse d’iscrizione (basse), la mancanza di soldi. La riforma Gelmini intende intervenire su questi dati di fatto, che gli scalatori di monumenti stranamente non prendono mai in considerazione. Anzi, a proposito di merito, gli studenti manifestano col sostegno degli stessi baroni che un giorno, forse, li bocceranno in favore di un allievo magari meno capace ma inserito nella cordata giusta. Sarà quest’ultimo a godere delle poche risorse mentre il suo «sponsor» in ermellino crescerà di prestigio andando a ingessare ulteriormente il sistema.
Vista la situazione, è impensabile poter competere con altri Paesi in alcuni settori (penso a esempio a tutte le discipline che hanno ricadute tecnologiche). Negli Stati Uniti, però, la bontà di un docente si misura anche dalla capacità di attirare fondi privati. E l’erogazione di fondi pubblici è vincolata alla bravura nello stabilire sinergie con industrie e fondazioni. Impossibile da noi: si scatenerebbe subito un interminabile dibattito sulla indipendenza della ricerca e sulla deriva aziendalistica del sapere. Prima di andare all’estero, convinti di essere perseguitati da un governo infame, bisognerebbe avere l’umiltà di imparare a non dire «no» a qualsiasi tentativo di riforma.
Tra l’altro, la continuamente evocata qualità superiore degli atenei stranieri in qualche caso è da dimostrare. Se parliamo di materie umanistiche, le nostre facoltà, pur seriamente provate dal tre più due che penalizza i corsi specialistici, hanno nulla da invidiare a quelle estere. Dai Paesi anglosassoni arrivano tonnellate di riviste contenenti saggi specialistici sulla storia o sulla letteratura italiana. Con le dovute eccezioni sono quasi sempre inutili: da noi sarebbero spunti per mediocri tesi di laurea. A quanto pare, i risultati non sono migliori quando gli studiosi d’oltreoceano si concentrano sugli scrittori di casa loro. Harold Bloom, docente a Yale, considerato il maggior critico vivente, descrive così l’andazzo degli atenei a stelle e strisce: «Gli studi letterari, filologici sono stati sostituiti dalle incredibili assurdità dei “cultural studies” (che interpretano ogni testo alla luce di categorie sociologiche come razzismo, etnicità e femminismo, ndr). Beh, non hanno niente a che vedere né con la cultura né con lo studio. Esprimono solo l’arroganza dei semi-colti. E questo accade perfino in università dai robusti anticorpi come Yale».
«A» del gennaio 2011

03 gennaio 2011

Quei ragazzi felici e ricchi grazie a una bella idea

Un film che dice qualcosa anche a noi: internet, fantasia e lavoro
di Beppe Severgnini
La forza dirompente dei giovani
La scena più sexy di The Social Network non è quella in cui le stagiste sculettano nella nuova sede di Facebook, ma un’altra. Il rettore di Harvard, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, strapazza due atletici studenti in visita: «Mettetevelo in testa: qui i ragazzi non vengono per trovare lavoro. Vengono per inventarsene uno». The Social Network, che esce oggi in Italia, avrà un grande, meritato successo. Veloce e succulento, scritto e recitato col ritmo nervoso che rende indimenticabili i film, i lavori e gli amori. Speriamo che gli adulti italiani capiscano anche la lezione che contiene. I ragazzi italiani ci riusciranno di sicuro. La lezione, come ricorda Paolo Mereghetti su Corriere.it, non riguarda solo il capitalismo americano, capace di reinventarsi e, quindi, di continuare a condurre il gioco. Riguarda la forza dirompente delle nuove idee, che nelle università trovano l’incubatore naturale. Un incubatore caotico, frenetico e rischioso, com’è prevedile. Ma formidabile, com’è la gioventù.
È tra gli eccessi e nel disordine che, spesso, spuntano le idee. Microsoft è nato nei primi anni 70 a Harvard, dove Bill Gates - pokerista e casinista - conobbe Steve Ballmer e trovò un nuovo algoritmo per l’ordinamento delle frittelle (pancake sorting), una variante degli algoritmi di ordinamento in cui l’unica operazione ammessa è invertire gli elementi di una parte iniziale della successione. La posta elettronica s’è affermata nei college, a metà degli anni 90. Google è l’idea di due studenti di Stanford. Facebook, come dicevano, è nato a Harvard e per Harvard, estendendosi prima alle università dell’est, poi a quelle dell’ovest. Il college americano non è un luogo facile. Gli undergraduates - gli studenti di primo livello - sono sballottati tra proposte e lezioni, feste e riunioni, sport e concerti, giornate infinite e notti in bianco, competizione feroce e solidarietà perenni. Ma vengono invitati - per usare le parole di Steve Jobs - «a essere curiosi e folli». A pensare outside the box, fuori dalla scatola delle convenzioni.
La selezione della specie dei geni avviene così: qualcuno, nel fiume del caos, trova l’oro. Capire che la rete accademica poteva diventare il prototipo per la società: questa l’intuizione di Mark Zuckerberg, classe 1984, nel 2003. Molti avevano capito, già da anni, le potenzialità sociali di internet. Ma unire un algoritmo a un’intuizione, e cavarci un affare planetario be’, è un’altra cosa. In Italia non abbiamo bisogno di inventarci «il libro della facce» - d’accordo, non suona altrettanto bene - per usare al meglio le università. Basta non affamarle (i ricercatori hanno ragione), non permettere che diventino feudi (i baroni hanno torto), e utilizzarle per quello che sono: fabbriche di entusiasmo e di idee. È vero. In Italia non abbiamo i campus americani, la cui promiscuità intellettuale (e non solo) produce reazioni continue, in un gigantesco esperimento di chimica umana. Ma abbiamo città che sono campus naturali: Pavia, Padova, Pisa, Parma, Piacenza, Perugia. In queste «P Cities» che il mondo c’invidia, ma anche nelle buone università metropolitane, stanno le chiavi del nostro futuro comune: la fantasia, l’intuizione, l’incoscienza, l’incapacità di ripetersi perché si è troppo giovani per avere qualcosa da ripetere. Qualsiasi governo italiano - anche questo, finché c’è - dovrebbe capire che il petrolio nazionale sta nella nostra testa: altro non ne abbiamo. I rettori sono sceicchi inconsapevoli: amministrino la nostra ricchezza, investano sul nostro futuro. Un anno fa, di questi tempi, ho trascorso un periodo al Mit (Massachusetts Institute of Technology) come «scrittore in residenza», spostandomi anche a Harvard e a Brown University. Ho capito perché l’America sopravvive alle ondate del mondo e agli squali di Wall Street. Perché la sua parte migliore - c’è anche l’altra - non frustra i ragazzi; li incoraggia. Non li sfrutta; ci investe. Non li investe di rampogne; ne accompagna il volo nella vita. Non è bontà: è bassa, egoistica lungimiranza. Convincere un ragazzo o una ragazza che può diventare felice, ricco e famoso con un’idea; non mostrando i tatuaggi e le mutandine in televisione. Spiegare che creare una società commerciale può essere eccitante come partire per un viaggio; ed evitare di soffocare di regole e cavilli la partenza di quel viaggio. Andate a vedere The Social Network, e invidiateli.
«Corriere della Sera» del 12 novembre 2010

24 dicembre 2010

Perché quella in piazza non è la generazione del futuro

di Roberto Volpi
Sono in ballo, nelle scuole superiori e nelle università, le generazioni dei nati in Italia tra la seconda metà degli anni ottanta e la prima dei novanta, ovvero le generazioni del più formidabile tempo della rarefazione dei figli che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. E non scherzo. Indici di fecondità ai minimi di sempre, figli unici che diventano maggioranza, fratelli che latitano, cugini che spariscono, parentadi ridotti ai minimi termini, bambini che si guardano attorno e non trovano che adulti e vecchi, che incontrano i pari età in situazioni, nidi e materne, istituzionali e protette, che giocano quasi esclusivamente al chiuso, che ai parchi pubblici, rigorosamente deprivati di possibilità ludiche, si muovono impacciati rincorsi dalle voci di nonni doppiamente premurosi e apprensivi dei genitori. Cresciuti a cellulari e facebook. I primi, veri adolescenti e giovani imbozzolati, protetti, rassicurati e rincalzati da genitori fioriti al tempo dell’espansione dei consumi al di là delle possibilità collettive e delle responsabilità individuali, limitati all’essenziale nelle possibilità generative per non compromettere status e tenore di vita conquistati in tempi facili e generosi.
Queste generazioni, le prime la cui assoluta esiguità numerica si accompagna all’assoluta artificialità dell’allevamento e dell’educazione e alla protezione a trecentosessanta gradi da ogni possibile interferenza esterna, eventualità avversa, accadimento imprevisto, fanno massa perché non hanno imparato a loro tempo a frequentare gli altri e a stare in gruppo, ci si perdono perché non sanno misurarcisi, la alimentano perché pensano che grazie ad essa verranno spinte in avanti e qualcosa succederà. Non c’è, nella protesta di queste generazioni contro la legge di riforma Gelmini, un senso di frustrazione per quello che si apparecchia loro davanti, quanto piuttosto la paura della terra sconosciuta che le aspetta e dello sforzo che saranno chiamate a fare per cercare di conquistarla. Non sono, ahimè, le generazioni del futuro, ma quelle che temono il futuro. Non le generazioni meglio attrezzate, ma quelle più mediocremente predisposte per i giorni nient’affatto facili che ci aspettano. Prima la smettiamo di raccontarci favole sulla bella gioventù di oggi prima ci mettiamo in condizioni di aiutare quella gioventù a fare qualche passo per diventarlo.
Sono venti o trent’anni che gioventù, famiglia, scuola e università si muovono, non a caso all’unisono, non a caso con una straordinaria caduta di conflittualità tra studenti genitori e insegnanti, per stemperare le difficoltà nel raggiungimento di un traguardo che minaccia di diventare inservibile: un titolo di studio tanto più santificato quanto sempre meno spendibile nel lavoro e sempre meno utile alla società. E’ la crescente futilità intrinseca dell’approdo, e non la difficoltà oggettiva del percorso, che decima l’esercito dei partecipanti.
La legge di riforma Gelmini è timida. Ma forse è meglio così, perché università famiglie giovani sono di una debolezza tale che qualsivoglia passo davvero riformatore li getterebbe nello sgomento. La pretestuosa rivolta dei professori contro un modesto ma onesto passo avanti, contro ogni possibilità di valutazione, contro ogni premio del merito, pencolante tra propositi altisonanti e pianti sulle risorse perdute, misura il drammatico distacco tra ciò che è e ciò che servirebbe. Ma resta il primo distacco al quale si deve mettere mano.
«Il Foglio» del 22 dicembre 2010

Riforma Gelmini, ecco cosa cambia

Lotta agli sprechi e alla parentopoli, soldi solo in base alla qualità e nuova governance
Fonte ANSA
Lotta agli sprechi e a parentopoli; stop ai rettori a vita; autonomia delle università coniugata con una forte responsabilità finanziaria, scientifica, didattica; soldi solo in base alla qualità (gli atenei gestiti male ne riceveranno meno) e fine dei finanziamenti a pioggia; reclutamento e governance secondo criteri meritocratici e di trasparenza. Sono queste le principali novità della riforma dell'università approvata dal Senato in via definitiva.

ADOZIONE DI UN CODICE ETICO per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. A questo proposito viene anche stabilito che per partecipare ai concorsi non si dovranno avere, all'interno dell'ateneo, parentele fino al quarto grado. Alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del Ministero.

LIMITE MASSIMO AL MANDATO DEI RETTORI di complessivi 6 anni, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma. Un rettore potrà rimanere in carica un solo mandato e sarà sfiduciabile.

DISTINZIONE NETTA DI FUNZIONI TRA SENATO E CDA: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il CdA ad avere la responsabilità chiara delle assunzioni e delle spese. Il Cda vrà almeno 3 membri esterni su 11. Il presidente potrà essere esterno. Presenza qualificata degli studenti negli organi di governo.

DIRETTORE GENERALE AL POSTO DEL DIRETTORE AMMINISTRATIVO: il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come un vero e proprio manager dell'ateneo.

NUCLEO DI VALUTAZIONE D'ATENEO A MAGGIORANZA ESTERNA per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

GLI STUDENTI VALUTERANNO I PROFESSORI e questa valutazione sarà determinante per l'attribuzione dei fondi dal Ministero.

FUSIONE ATENEI: ci sarà la possibilità di unire o federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualità di didattica e ricerca.

RIDUZIONE DEI SETTORI scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). No a micro-settori che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

RIORGANIZZAZIONE INTERNA DEGLI ATENEI: riduzione molto forte delle facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.

RECLUTAMENTO DI GIOVANI STUDIOSI: introdotta l'abilitazione nazionale come condizione per l'accesso all'associazione e all'ordinariato. L'abilitazione è attribuita da una commissione nazionale sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università, cui potranno accedere solo gli abilitati. Tra i punti salienti: Commissioni di abilitazione nazionale autorevoli con membri italiani e, per la prima volta, anche stranieri; cadenza regolare annuale dell'abilitazione a professore, al fine di evitare lunghe attese e incertezze; distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.

ACCESSO DI GIOVANI STUDIOSI: Il ddl introduce interventi volti a favorire la formazione e l'accesso dei giovani studiosi alla carriera accademica. Tra i punti salienti: revisione e semplificazione della struttura stipendiale del personale accademico per eliminare le penalizzazioni a danno dei docenti più giovani; revisione degli assegni di ricerca per introdurre maggiori tutele, con aumento degli importi; abolizione delle borse post-dottorali, sottopagate e senza diritti; nuova normativa sulla docenza a contratto: riforma del reclutamento.

GESTIONE FINANZIARIA: Introduzione della contabilità economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra Istruzione e Tesoro: i bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza. Commissariamento e tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario.
VALUTAZIONE DEGLI ATENEI: Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualità della ricerca e della didattica. Fine della distribuzione dei fondi a pioggia. Obbligo di accreditamento, quindi di verifica da parte del ministero di tutti i corsi e sedi distaccate per evitare quelli non necessari e valutazione dell'efficienza dei risultati da parte dell'Anvur.

OBBLIGO PRESENZA DOCENTI A LEZIONE: avranno l'obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Questo per evitare che si riproponga senza una soluzione il problema delle assenze dei professori negli atenei. Viene per la prima volta stabilito inoltre un riferimento uniforme per l'impegno dei professori a tempo pieno per il complesso delle attività didattiche, di ricerca e di gestione, fissato in 1500 ore annue di cui almeno 350 destinate ad attività di docenza e servizio.

SCATTI STIPENDIALI SOLO AI PROFESSORI MIGLIORI. Si rafforzano le misure annunciate nel DM 180 in tema di valutazione dell'attività di ricerca dei docenti. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi.

DIRITTO ALLO STUDIO E AIUTI AGLI STUDENTI MERITEVOLI - Delega al governo per riformare organicamente la legge 390/1991, in accordo con le Regioni per spostare il sostegno direttamente agli studenti per favorire accesso agli studi universitari e mobilità. Inoltre sarà costituito un fondo nazionale per il merito al fine di erogare borse di merito e di gestire su base uniforme, con tassi bassissimi, i prestiti d'onore.

MOBILITÀ DEL PERSONALE - Sarà favorita la mobilità tra gli atenei, perchè un sistema senza mobilità interna non è un sistema moderno e dinamico. Possibilità per chi lavora in università di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.
«Corriere della Sera» del 23 dicembre 2010

Un caso di scuola

s. i. a.
Il successo della riforma Gelmini è un modello per il futuro del Cav. Riformare l’Università è un obiettivo che, con maggiore o minore determinazione, i governi italiani si propongono da quarant’anni. Non ci sono mai riusciti, se non per aspetti marginali, e l’effetto è stata la paralisi del principale meccanismo di promozione sociale e di ricambio delle classi dirigenti diffuse. Per questo il fatto stesso che una legge di riforma universitaria sia stata approvata è un fatto quasi storico. Mariastella Gelmini ha portato a termine un’operazione politica tra le più ardue e le è toccato concluderla in una fase particolarmente turbolenta della vita parlamentare, oltre che in un clima di agitazioni sostanzialmente minoritarie ma assai abili nel conquistare centralità mediatica. A suo favore hanno agito due fattori decisivi: la consapevolezza dello stato comatoso delle nostre istituzioni accademiche e, paradossalmente, i rischi derivanti dalla crisi economica internazionale, che hanno fatto capire che senza competitività e professionalità si può finire davvero male.
Queste circostanze, oltre all’ammirevole tenacia pragmatica della titolare del ministero, hanno indotto le principali espressioni della società e della politica a promuovere (o a non ostacolare) la riforma. Nonostante qualche esibizione di radicalismo parlamentare, e nonostante un certo snobismo diffuso in settori dell’opinione pubblica, nessuno si è opposto davvero, nel merito, all’iter della riforma. Nella gestione pratica della quale si potranno perfezionare i meccanismi, rispondere a esigenze non sufficientemente valutate, e su questo si apriranno confronti anche aspri. Però il dogma dell’immodificabilità di un mondo accademico autoreferenziale è definitivamente superato, e questo oggi è quel che conta.

«Il Foglio» del 23 dicembre 2010