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06 agosto 2021

La tematica Lgbt nel cinema e l'eccesso di sessualizzazione

Dal Festival di Cannes indicazioni e conferme di una tendenza in atto
di Armando Fumagalli
Si è da poco concluso il Festival di Cannes con un verdetto (specialmente per la Palma d’Oro a Titane della regista Julia Ducournau) da molti considerato assai discutibile. C’è chi – probabilmente con qualche ragione – ha voluto vedere una forzatura in omaggio al politically correct la Palma d’Oro a una regista donna (la seconda volta in 74 anni, dopo la Jane Campion di Lezioni di piano ...), in un film che occhieggia alla fluidità sessuale e propone strani ibridi fra uomo e macchina. Tutti temi “di moda”, in un film che però ha avuto giudizi negativi quasi unanimi dai critici, seguiti però da questo ambitissimo premio conferito da una giuria “inclusiva” presieduta da Spike Lee. Era il festival della ripartenza, anche per il mercato del cinema francese, il più forte d’Europa, e il sostegno delle istituzioni francesi al loro cinema ancora una volta si è fatto sentire, con una forte presenza di film d’Oltralpe non solo in competizione, ma anche nelle ampie sezioni collaterali. La pattuglia italiana, nonostante il nulla di fatto per il film di Moretti, ha avuto alcune soddisfazioni: primo di tutti il premio al bel film di Jonas Carpignano, A Chiara, un intenso dramma famigliare ambientato a Gioia Tauro, con protagonista una quindicenne che scopre che il padre è coinvolto nelle attività della ’ndrangheta. Carpignano per interpretare i cinque membri della famiglia ha scelto una famiglia vera, quindi tutti attori non professionisti, ed è riuscito a dare un forte senso di verità alla messa in scena, costruendo comunque un dramma che dopo qualche lungaggine iniziale, nella seconda metà diventa asciutto e potente. Presentato alla Quinzaine des Realizateurs ha vinto il Premio come miglior film europeo di quella sezione. Alcuni giornali hanno fatto notare – chi con soddisfazione, chi in modo negativo – la forte presenza di film con tema e/o personaggi omosessuali, transessuali o dalla identità incerta: non si è trattato solo di Titane (non a caso la regista nelle sue dichiarazioni ha inneggiato alla fluidità di genere), ma anche di molti altri film, in concorso e no. Per esempio entrambi i film in cui era impegnata la nostra Valeria Bruni Tedeschi (La fracture, e Les amours d’Anais) vedevano il suo personaggio in relazioni lesbiche; c’è stato poi il progettato scandalo del film di Verhoeven, Benedetta, accolto però da risate alla proiezione in sala ... In concorso c’era anche Les Olympiades di Jacques Audiard, con tre ragazze bianche e un ragazzo nero che si uniscono in varie combinazioni sessuali; non è al centro della storia, ma anche uno dei personaggi di Stillwater, in concreto la figlia di Matt Damon, aveva una relazione lesbica. Ma anche solo scorrendo le sinossi dei film delle sezioni collaterali, la sensazione è che ormai fosse quasi difficile trovare un film senza una storia d’amore omosessuale. Pare proprio che si sia innescato un circolo (vizioso o virtuoso a seconda dei punti di vista) per cui gli autori sanno che se c’è un certo tema, questo film verrà privilegiato dai selezionatori: ecco che sceneggiatori e registi (e produttori) vengono spinti sin dalla concezione a inserire ruoli omosessuali per avere una chance in più di entrare nei selezionati, con un effetto paradossale: quella che doveva essere una minoranza da rappresentare in senso anti discriminatorio sembra ormai diventata una maggioranza egemonica, almeno in alcuni contesti festivalieri. Deve essere forse successo qualcosa di simile nella scrittura di Piccolo corpo, bel film di Laura Samani presentato alla Semaine de la Critique, dove la presenza di un personaggio dalla identità sessuale ambigua è totalmente staccato dal focus del film (sul rapporto fra una madre e una bimba morta) e questa dimensione sembra proprio un omaggio al politically correct. Se si andrà confermando la totale fluidità sessuale nei racconti che troviamo sugli schermi, una delle non poche conseguenze sarà quella di cancellare le dimensioni dell’amicizia più normale, specialmente fra adolescenti e fra giovani: verrà immediatamente tutto sessualizzato. Non è un caso che alcuni recensori americani abbiano interpretato in chiave Lgbt il film della Pixar Luca, che è invece una semplicissima storia di amicizia maschile fra due ragazzini (fra l’altro ispirata alla storia vera dell’amicizia dello stesso regista con un suo compagno di scuola). Altri temi “caldi” del festival sono stati l’eutanasia e il “diritto a morire” (il film di Ozon con Sophie Marceau), così come una certa presenza di temi ed episodi che riguardano l’aborto (è centrato sul diritto ad abortire il film in concorso Lingui, ambientato in Ciad, ma ci sono episodi di aborto anche in altri film, come Les amours d’Anais, dove l’aborto viene trattato come una breve e innocua pratica da sbrigare). Per fortuna ci sono stati documentari interessanti come Futura, di Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, dove si dà voce a giovani italiani che si fanno domande sul futuro, e il documentario di Oliver Stone sull’omicidio Kennedy, Through the looking glass, che fa il punto sulle acquisizioni – inquietanti– degli ultimi tre decenni, sulla differenza fra la verità “ufficiale” e le numerose prove emerse in questi ultimi decenni che la smentiscono. Succedono poi cose un po’ paradossali nell’impegno “affermativo” che sembra aver preso piede nel mondo del cinema e della Tv contemporanea. Nel Marché du film, che accompagna il festival, era in distribuzione un numero speciale di Deadline, una testata hollywoodiana abbastanza recente, ma che negli ultimi anni si è ben sistemata accanto ai più blasonati Variety e The Hollywood Reporter. In un elenco di profili e interviste a disruptors, grandi innovatori, ce n’era uno dedicato a Ryan Murphy, che riportava una sua riflessione di quando in una riunione con altri showrunner si rese conto di essere l’unico gay nella sala: «Devo fare qualcosa per aumentare la nostra presenza », si disse. Non è chiaro a che anno si riferiva Murphy, che nella decina di serie Tv che ha creato (da Nip/Tuck a Glee a Pose) ha poi sempre portato avanti la promozione della cultura gay ... Ma è ironico che solo poche pagine prima c’era il profilo di Greg Berlanti, celebrato perché nelle 15 serie che sta direttamente o indirettamente dirigendo, sta portando avanti la stessa battaglia culturale ... Ma l’elenco sarebbe potuto continuare a lungo, con Alan Ball (American Beauty, Six Feet Under), Kevin Williamson (Dawson’s Creek, The Vampire Diaries e molte altre), Darren Starr (Beverly Hills 90210, Sex and the City, Emily in Paris ecc.). Insomma, non si capisce bene a quale riunione abbia partecipato a suo tempo Murphy per sentirsi così solo ...
«Avvenire» del 27 luglio 2021

15 agosto 2015

Questione di genere al giusto livello

Discriminazioni, intelligenza, Buona novella
di Francesco D'Agostino
L'intelligente, documentata ed esauriente analisi che Chiara Giaccardi ha pubblicato su Avvenire del 31 luglio (dal titolo, davvero perfetto, «Riappropriamoci del genere») ha suscitato qualche reazione stizzita e persino aggressiva, arrivata sino all’accusa a questo giornale e alla studiosa di non percepire (!) la gravità delle tensioni culturali che caratterizzano il mondo di oggi, di non tenere nel giusto conto (!!) l’antropologia cristiana e soprattutto di non dare la dovuta considerazione (!!!) alle dichiarazioni sul tema del Magistero e dello stesso Papa. Non intendo entrare nel merito di elucubrazioni frutto di letture grossolane e distorcenti, che si commentano da sole. A me interessa piuttosto rilevare come dietro certe pur modeste polemiche si nasconda un’insidia non irrilevante: quella di confondere la dimensione filosofica e quella teologica dell’antropologia cristiana e, cosa ancor più grave, quella di erigere l’adesione all’antropologia filosofica cristiana a unità di misura della stessa fede, quasi che al Credo che recitiamo ad alta voce ogni volta che partecipiamo alla Messa si dovesse aggiungere un’ulteriore proposizione: "Credo alla differenza tra i sessi". Il punto nodale della questione – già indicato in diverse occasioni su queste colonne, e che Giaccardi sottolinea molto bene – è che non esiste "una" teoria del gender, ma tutta una costellazione di temi, che vanno dal sociologico allo psicologico, dallo storico al giuridico, dal religioso al filosofico, dal politico al sociale, dall’etnologico al biologico. E per ciascuno di questi temi dovrebbero darsi autonomi profili di ricerca. L’antropologia filosofica occidentale sta lentamente prendendo coscienza della complessità del tema del genere, dopo averlo per secoli semplificato grossolanamente e brutalmente assumendo (tranne rare eccezioni) come paradigma unitario e unificante del rapporto tra i sessi quello biologico del primato del maschile sul femminile e quello corrispettivo dell’inferiorità del femminile rispetto al maschile. Da questo paradigma (peraltro fragile, anche biologicamente) sono derivate innumerevoli conseguenze a catena, ancora difficili a rimuoversi, e tutte riassumibili nel concetto di discriminazione tra i sessi: nel mondo della politica come in quello del lavoro, nel mondo della cultura come in quello giuridico e sociale. Di alcune di tali discriminazioni (come quelle, a volte indegne, di cui sono state vittime gli omofili) abbiamo preso coscienza (ma ancora non tutti) solo di recente. Per giustificare l’impegno dei cattolici contro queste discriminazioni non c’è bisogno però di fare specifico appello all’antropologia cristiana, se non per quella parte in cui essa coincide con la moderna antropologia della pari dignità delle persone; è solo necessario un supplemento di intelligenza, che ci faccia capire, nel bene come nel male, il peso della storia e delle dinamiche sociali.
Ma al di là dell’antropologia filosofica si dà anche un’antropologia teologica, desumibile prima dal racconto biblico della creazione dell’essere umano non come soggetto "generico" (come anthropos), ma come maschio e femmina, poi col racconto evangelico dell’incarnazione di Dio, come uomo, nel seno di una donna. Davanti alla Rivelazione, la filosofia non può che tacere e l’uso stesso di un termine come "discriminazione" (legittimo sul piano delle scienze umane) si rivela inopportuno. L’antropologia teologica ci chiama, prima che all’argomentazione, alla meditazione e ci aiuta a tal fine in tanti modi: splendido quello iconografico, che si manifesta nell’accostamento dell’immagine maschile di Cristo in croce a quella femminile di Maria che tiene sulle ginocchia il Figlio. All’icona del Crocifisso, che ci dice tutto quanto vogliamo sapere sul dolore, sulla morte e sull’amore che salva, il cristianesimo ha sempre unito l’icona della tenerezza assolutamente silenziosa e gratuita e del rapporto misterioso e indissolubile tra i sessi, che non è quello generico tra maschio e femmina, ma quello concretissimo tra la madre e il figlio. A questo livello, qualsiasi elaborazione del gender, anche la più stravagante e provocatoria, perde consistenza: resta solo il mistero del rapporto io-tu, dell’affidamento totale del bambino Gesù (e di ogni bambino) alla madre e dell’amore totale della Madonna (e di ogni madre) per il proprio piccolo.
È a questo livello che il cristianesimo può e deve dare, come dice con grande efficacia Chiara Giaccardi, un contributo «preziosissimo» alla teoria del genere (oggi a evidente rischio di deragliamento per radicale impazzimento) e della differenza tra i sessi, studiando le diverse forme di incarnazione culturale del messaggio cristiano. Ogni altro tipo di impegno, parlamentare, dottrinale, pedagogico, ecc., non può che essere benvenuto e anche ritenuto indifferibile e irrinunciabile; ma dovrà sempre essere ritenuto, da parte dei cristiani, secondario. Perché i cristiani, prima di operare per buone leggi, buona scuola, buona medicina (ambiti in cui è possibile trovare alleati in uomini e donne di buona volontà) devono operare per annunciare quella che è stata specificamente loro affidata: una Buona novella.
«Avvenire» del 10 agosto 2015

14 agosto 2015

Non solo ideologia: riappropriamoci del genere

Un'analisi del dibattito culturale e giuridico
di Chiara Giaccardi
Oggi la questione del 'gender' si pone come spinosa ma necessaria. Al di là di incomunicabilità e fraintendimenti, azioni di attacco e barricate difensive, proprio nella sua incandescenza il dibattito segnala un nodo di senso ineludibile: quale rapporto intrattenere e coltivare con la nostra dimensione biologica, in un tempo in cui i confini di ciò che è 'naturale' si sono ridefiniti e sono continuamente forzati in ogni direzione? La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo.
Per questo è importante uscire dalla forma che il dibattito ha assunto e reincorniciarlo in modo nuovo. Una prima questione, preliminare, riguarda la legittimità stessa del problema. Due posizioni si contrappongono: la prima (no gender) sostiene che l’«ideologia gender» esiste ed è unica; la seconda (pro gender) che non esiste ed è una invenzione di chi non accetta i cambiamenti. Posta così, nessuno ha ragione; a uno sguardo più ampio, ognuno ha le sue ragioni.
È vero che i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i «gender studies» hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose.
E questa attenzione continua anche oggi: basta dare un’occhiata, tra i tanti esempi, al bel filmato «Why gender matters for social sciences» (Perché le questioni di genere nelle scienze sociali) sul sito del Gender Institute della London School of Economics, per rendersi conto che le questioni sono molte e che sull’asse delle differenze di genere si giocano ancora oggi molto in termini di rispetto e pari dignità: chi ha accesso a cosa, chi può fare cosa, è ancora fortemente determinato dal genere.
La stessa ragione per cui Edith Stein, in quanto donna, non poté essere titolare di una cattedra di filosofia, oggi fa sì che, a parità di qualifica professionale e competenze, le donne vengano pagate meno degli uomini, o addirittura, in alcuni Paesi, non possano avere diritto all’istruzione né a guidare l’auto, per non parlare del resto. Una questione sulla quale è recentemente intervenuto persino papa Francesco. Una tipica questione di 'gender'.
Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del 'genere sessuale come scelta' che prescinde dalla natura. Se non si riconosce questo, si rischia di divenire ideologici a propria volta. Il che non significa che il problema non esista. Semplificando si può dire che oggi ci sono due scuole di pensiero sul 'gender', che a loro volta presentano diversificazioni interne. Nella prima – essenzialista – si opera un passaggio diretto dall’anatomico all’ontologico (le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere, ricavabile da esse); è un approccio scientista-positivista, ma anche quella dei primi gender studies femministi, con la tendenza a una visione scissa della sessualità, che alimenta un dualismo contrappositivo e competitivo tra maschile e femminile.
La seconda – culturalista-costruttivista – insiste sul 'gender' come costruzione sociale, e presenta in realtà due varianti. Una versione moderata, che sottolinea il ruolo della rielaborazione culturale del dato biologico, e una radicale – oggi prevalente – secondo la quale la natura non conta e vale solo il discorso sociale e la scelta individuale (posizione che tende all’astrazione del 'neutro').
Oggi il dibattito sul 'gender' è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della 'cattiva sineddoche': prendere una parte del dibattito, la più discutibile, come il tutto e buttare il bambino con l’acqua sporca. In realtà la battaglia ideologica sul 'gender' (perché una componente ideologica è innegabile) si combatte più a colpi di diritto che di teorie che la giustifichino.
Persino Judith Butler (con la quale peraltro molte sono le ragioni di dissenso), autrice del celebre Questioni di genere, ha affermato di recente che «il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione (...). Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questo aspetto che mi interessa».
Di 'gender', dunque, non solo si può, ma si deve parlare. Perché l’essere umano non è solo biologico, né dato una volta per tutte al momento della nascita.
L’identità non è solo espressiva (tiro fuori ciò che già sono) ma relazionale. Non solo biologica, ma simbolica. Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo.
In ogni caso, non c’è mai un’aderenza totale e senza resto tra il nostro essere biologico e il nostro essere umani. In questo l’uomo è diverso dall’animale: alla certezza meccanica dell’istinto corrisponde nell’uomo l’incertezza non garantita della libertà e della responsabilità. Il dibattito su come ci riappropriamo (o non riusciamo a riappropriarci) delle nostre caratteristiche anatomiche, e quanto il contesto ci sostiene, ci ostacola, ci indirizza, ci offre le categorie è non solo legittimo ma doveroso.
La forma che ha preso oggi il dibattito sul gender, nella sua punta estrema, commette un errore epistemologico grave, sovrapponendo elementi molto diversi tra loro: in particolare facendo coincidere universalismo e astrazione da una lato, e non-discriminazione ed equivalenza dall’altro, e rivelando così un problema con l’alterità concreta, che si traduce in una cancellazione, di fatto, della dignità delle differenze. Non a caso le nuove forme di educazione spingono alla promozione del 'neutro', che è appunto la cancellazione delle differenze, una forma di discriminazione violenta contro la concretezza del reale, rimosso in nome di una normatività procedurale e astratta.
A questo si collega un altro dei problemi della contemporaneità: il demandare al piano giuridico ciò che andrebbe prima affrontato a livello culturale. Poiché non ci si riesce a mettere d’accordo su cosa significa essere umani oggi, sui contenuti profondi che ci riguardano, si spostano le decisioni sul piano astratto delle procedure, come se fosse neutro dal punto di vista valoriale. Ma l’astrazione non garantisce affatto la neutralità, e, di fatto, il legislatore finisce col ratificare e rendere normativo il caso particolare. Quindi si dovrebbe parlare oggi di 'ideologia giuridica' come minaccia effettiva alla libertà delle nostre scelte, educative prima di tutto. Una deriva legata ai processi di tecnicizzazione che, nell’illusione di garantire la vita collettiva dall’arbitrio delle posizioni di valore, impongono senza nemmeno rendersene conto i valori che li impregnano (efficientismo, fattibilità, controllo, individualizzazione, assenza di senso del limite...).
Un’ideologia che si salda in modo perfettamente funzionale, rafforzandolo, con l’individualismo radicale del pensiero contemporaneo mainstream, e con lo strapotere dei sistemi tecnoeconomici, ai quali fa buon gioco raccontare la favola della 'sovranità dell’io', che ha ben pochi riscontri nella realtà.
A fronte di una 'idolatria dell’io' che, come riconosceva Hannah Arendt, a partire dalla modernità ha preferito scambiare ciò che ha ricevuto come un dono con qualcosa che ha fabbricato con le proprie mani, un discorso sul 'gender' oggi dovrebbe uscire dall’opposizione naturacultura (siamo naturali e culturali in quanto umani) e spostarsi sul piano simbolico. Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di 'gender' proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto.
Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul 'gender'. Perché, con Hölderlin, «là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva».
«Avvenire» del 31 luglio 2015

Scuola e famiglia anti-discriminazioni

La questione di genere e il comma 16 della riforma
di Milena Santerini *
Caro direttore, ci sono molte buone ragioni per non far prevalere ideologie e pregiudizi in campo scolastico a proposito dell’educazione intorno alla sessualità e alla cosiddetta 'identità di genere'. A cominciare dal fatto che la scuola deve essere il luogo dell’alleanza tra insegnanti e famiglie e non un campo di battaglia dove si assiste a forzature, intromissioni indebite o levate di scudi, pagate soprattutto da bambini e ragazzi.
Sono legittime le preoccupazioni dei genitori che hanno visto in questi anni diffondersi progetti e attività "sotterranei" di dubbio valore educativo e forzature ideologiche in nome dell’educazione "di genere".
L’allarme che si diffonde in questi mesi tra le famiglie
assume però talvolta forme esasperate. Si descrive, ad esempio, una deriva da parte del Parlamento e del Governo che non corrisponde alla realtà dei fatti. Spesso non è chiaro cosa si intenda per 'genere' – concetto in sé utile e legittimo – ma si agita, per contrastarla, la versione estremista queer, cioè un approccio che vorrebbe distruggere i codici della differenza sessuale. Un simile panico sociale non giova alla scuola. Non si sta approvando nessuna legge che preveda di importare la cosiddetta 'teoria del gender' nelle aule.
L’approvazione del comma 16 dell’art.1 nella Legge 107 ('Buona scuola') introduce l’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza alle donne. Si tratta anzitutto di 'educazione' e non di un insegnamento, nel rispetto di una materia tanto delicata che non va certo irrigidita in uno schema disciplinare. Il riferimento è alla Convenzione di Istanbul che mira a prevenire e contrastare violenza e discriminazioni. Non si può negare che l’omofobia o la violenza alle donne costituisca, a volte, un paravento dietro cui si nasconde il cavallo di Troia del 'gender'. Ma è altrettanto onesto dire che una denuncia di queste discriminazioni spesso è mancata, ed è invece a partire dai diritti di tutti che si costruisce credibilmente la difesa di un ordine simbolico originario universale.
Dopo l’epoca di un sesso biologico e anatomico che ha imposto il genere come modellamento di ruoli culturali e sociali, con costrizioni a danno delle donne (sesso debole) e degli omosessuali (femminilizzati, quindi gerarchicamente inferiori) non abbiamo bisogno, al contrario, di un genere che prevale sul sesso, con il conseguente rifiuto del corpo sessuato, della realtà, e soprattutto del giusto senso del limite che la differenza uomodonna porta con sé. Un mondo androgino non è il migliore dei mondi possibile se pensiamo, invece, a una cultura della relazione, del costituirsi come persone nell’alterità e nell’incontro. Ma se non partiremo dall’offesa che millenni di disuguaglianza hanno portato alla dimensione 'femminile' non riusciremo a costruire veramente la dignità delle persone, opponendoci a chi 'decostruisce' la realtà in modo ambiguo.
D’altra parte la psicoanalisi (confermata sempre più dalle ricerche sulle neuroscienze) spiega bene la schematicità e arbitrarietà dell’approccio che estremizza il gender. La differenza uomo-donna è fondatrice, è la matrice dell’identità personale. Tra l’estremo naturalismo (immutabile natura umana) e l’esaltazione del genere psichico (sono ciò che voglio essere) abbiamo da far crescere e educare nuove generazioni libere sia dai determinismi sociali sia dal relativismo arbitrario.
C’è bisogno quindi che le famiglie siano più presenti nelle scuole e non si sottraggano al patto di corresponsabilità da stringere nell’interesse degli studenti. Lo sforzo della politica dovrà essere quello di creare una scuola veramente aperta, dove ai genitori non solo venga chiesto sempre il consenso, ma in cui sia imprescindibile la loro reale partecipazione. Una scuola dove non vengano create nuove materie per parlare della vita, del sesso, e dei sentimenti, ma dove ci siano educatori e educatrici capaci di ascoltare con delicatezza, rispettare l’intimità e il pudore, fermarsi davanti al miracolo delle origini, difendere i giovani dalle trappole di una società trasformista e narcisista, schierarsi fermamente contro ogni (vera) discriminazione.

* Deputata e docente di Pedagogia, Presidente Alleanza contro l’intolleranza e il razzismo del Consiglio d’Europa
«Avvenire» del 14 agosto 2015

23 luglio 2014

Diritto naturale e ragione, non ideologia

Il dibattito, oggi viziato, sulle unioni gay
di Francesco D'Agostino
Il cattolico – così si dice da parte di molti – è colui che non accetta né il divorzio, né l’aborto. Questa formula viene ormai da molti integrata con un terzo 'no': il cattolico è colui che dice di 'no' anche al matrimonio omosessuale. È davvero così? Certo che è così. Però, aggiungerebbe un cattolico dotato di un minimo di consapevolezza, il mio 'no' al divorzio, all’aborto, al matrimonio omosessuale non ha carattere confessionale. Anche chi non creda in Dio, ma sia in grado di riflettere sul diritto naturale, cioè su quella legge che vale in ogni epoca e per ogni popolo, può col buon uso della sua ragione giungere a comprendere che il matrimonio è intrinsecamente indissolubile, che l’aborto è uccisione di un’autentica vita umana, che il matrimonio omosessuale è una contraddizione in termini, che deforma la finalità generativa delle nozze.
Infatti, nei grandi dibattiti che si sono avuti in Italia all’epoca dell’introduzione del divorzio e della legalizzazione dell’aborto i cattolici non hanno usato mai argomenti biblici, magisteriali, religiosi, dogmatici, confessionali: hanno sempre fatto riferimento alla comune e universale ragione umana e sono scesi in campo, contro i divorzisti e gli abortisti, accanto a non pochi 'laici' convinti come loro che in queste, così come in tutte le questioni etiche fondamentali, l’appello alla fede è superfluo. È un fatto, però, che la dura sconfitta nei due referendum su divorzio e aborto è stata interpretata come una sconfitta dei cattolici e che questa interpretazione si è ormai definitivamente cristallizzata (anche nella mente dei cattolici stessi). Non c’è quindi bisogno di essere profeti per prevedere che i dibattiti che diventeranno cocenti nei prossimi mesi sulla legalizzazione delle convivenze omosessuali, che si vorrebbe completamente parificate a quelle coniugali (vengano o no definite 'matrimonio') vedranno ancora una volta schierati (mediaticamente) i 'cattolici' contro i 'laici'. Nelle truppe cattoliche verranno arruolati alcuni pochi laici 'tradizionalisti' (!) e in quelle laiche verranno arruolati alcuni cattolici 'contestatori' (!). Ancora una volta emergerà la vecchia e stantia contrapposizione tra i laici illuminati e razionali e i cattolici bigotti e dogmatici. Ancora una volta toccheremo con mano lo stesso paradosso che si manifestò all’epoca dei dibattiti sul divorzio e sull’aborto. I cattolici non saranno ascoltati, pur sforzandosi di mostrare il fondamento razionale delle loro posizioni e riuscendoci anche brillantemente (chiedendo, senza timore, aiuto alla scienza e alle sue inoppugnabili dimostrazioni che fin dalla fecondazione di un ovocita ci troviamo davanti a un nuovo individuo umano). I laici, invece, già in passato ottennero un ascolto ben più ampio, pur ricorrendo a poco dignitosi trucchi lessicali (parlando di 'cessazione degli effetti civili del matrimonio', anziché di 'divorzio' o di 'interruzione volontaria della gravidanza' anziché di 'aborto') e facendo uso di argomentazioni fragilissime e mistificanti (come la costruzione, del tutto ideologica, del cosiddetto 'aborto terapeutico').
Il vero sconfitto, nei grandi dibattiti etici degli ultimi decenni non è stato il cattolicesimo, ma il diritto naturale. Il vero vincitore non è stato l’illuminismo razionalistico, ma l’ideologia. È ben probabile che avverrà la stessa cosa nei dibattiti sul matrimonio gay: la 'ragione' (storica, biologica, culturale) del matrimonio eterosessuale verrà marginalizzata o addirittura esclusa dal dibattito della società civile e al suo posto trionferà l’ideologia, che imporrà il matrimonio omosessuale facendo appello a non meglio precisati 'nuovi diritti civili' e alla tutela dell’'affettività'. Quanto più acquisteranno consapevolezza di tutto questo, tanto più i cattolici potranno partecipare – come su queste colonne si fa già da tempo – nel modo giusto a questo dibattito. E il modo giusto, scontando il rischio di nuove sconfitte, è uno soltanto: quello di non lanciare anatemi, ma amare il mondo, continuando a rivendicare un buon uso della comune ragione umana (cioè del diritto naturale o, se si preferisce, in termini cristiani dell’ordine della creazione). Al di là di questa rivendicazione non c’è alcuno spazio di comunicazione morale tra gli uomini, perché quando si abbandona il sentiero della ragione resta aperto solo il pericolosissimo sentiero dell’ideologia, che è mancanza di rispetto verso la verità e degrado nel fanatismo.
«Avvenire» del 5 luglio 2014

13 luglio 2014

La foto dei «due papà» e la verità censurata

Quel legame reciso con la madre affittata dalla coppia gay
di Maurizio Patriciello
Lindsay Foster, canadese, si
definisce una «fotografa di nascite», e il suo scatto che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson commossi insieme al piccolo Milo appena nato ha fatto il giro del mondo. Ma Milo di chi è figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto. E che qui ripariamo.
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​Saper distinguere, chiamare le cose con il loro giusto nome, essere chiari è un bene. Sempre e per tutti. Ogni atto di ingiustizia deve essere condannato fortemente, anche se chi lo riceve fosse il mio più acerrimo nemico. Occorre avere grande stima per la lealtà, anche quando al mio egoismo non dovesse fare comodo. Non sono "omofobo", non lo sono mai stato. Nella mia vita di paramedico prima e di prete dopo ho avuto a che fare con tanti fratelli omosessuali, con alcuni dei quali mantengo rapporti di amicizia. Non ho mai discriminato nessuno, l’altissimo senso che ho della dignità della persona umana, il Vangelo nel quale credo e dal quale attingo forza, non me lo avrebbero mai permesso.
I fratelli omosessuali, come ogni altro essere umano, possono rendere più bello il mondo con il loro impegno e possono abbruttirlo con il loro egoismo. Ogni fratello omosessuale è un uomo creato a immagine di Dio, e da Dio voluto e amato. Con le parole occorre andarci piano. La parola ci distingue dalle bestie, ma può trasformarsi in boomerang.
«Omofobo», nell’accezione corrente, è chi ha paura del fratello omosessuale e lo emargina. Ebbene, nei social network in questi giorni gira la foto di due giovani omosessuali che, commossi ed emozionati, stringono fra le braccia il «loro figlio» appena nato. Quella foto mi fa male. Quel bambino, infatti, non è «loro», non è figlio di quella coppia di uomini, ma è stato generato da una donna della quale mai sapremo niente (e che appare solo in un angolo, di profilo nella fotografia). Occorre essere chiari e non lasciarsi andare ai facili entusiasmi.
Amo quei due fratelli omosessuali, ma amo anche quel bambino appena nato e la donna che lo ha messo al mondo. Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla. Ci fu un tempo in cui vendere un figlio era reato, credo che dovrebbe esserlo ancora e dappertutto.
Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Sappiamo che una persona adottata non smette di cercare per tutta la vita la donna che lo ha messo al mondo. C’è un legame inscindibile, un cordone ombelicale invisibile che continua a tenerli stretti. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere.
Non bisogna discriminare.
Mai. Nessuno. Quella mamma che ha appena partorito, che è stata pagata e messa ai margini della emozionata foto celebrativa e fuori dalla vita del suo bimbo, attira la mia attenzione. È lei che mi commuove. Che fine ha fatto? Che vita farà? Ha nostalgia del figlio che ha portato in seno? Avrà cambiato idea? E se fosse andata in depressione post partum? I poveri da sempre sono bistrattati, umiliati, soggiogati.
Da sempre ai poveri si tenta di sottrarre i loro inalienabili diritti. E da sempre certi ricchi usano e abusano dei poveri. La fame quando bussa non sente ragioni. Vuole pane. All’inizio lo chiede a bassa voce, poi lo pretende, infine lo afferra. In qualunque modo. E non è giusto comprare la fame dei poveri. Non è giusto considerare solo le loro braccia, i loro organi, il loro seme, il loro utero. Lo ha detto una volta per tutte il Vangelo, lo hanno proclamato alla loro maniera filosofi e politici. Oggi sembra che troppi lo stiano dimenticando.
Lo diciamo con estrema chiarezza e onestà: i fratelli omosessuali hanno diritto a ogni legittimo diritto. Non all’arbitrio fatto regola. Ma, attenzione. C’è stato un tempo – e ancora da qualche parte succede – in cui bastava gridare a una donna "Strega!" per farla condannare a morte. Ed era una menzogna. Non succeda oggi con il grido "Omofobo!". I cristiani vogliono il bene di tutti, ma proprio di tutti. Il cuore, però, batte soprattutto per coloro che non possono alzare la loro voce: i poveri, i neonati, i bambini non ancora nati, le donne usate per "fare" figli, per gli altri...
«Avvenire» dell'11 luglio 2014

31 marzo 2014

Non la scelta ma il dono

Goethe, la donna, il «gender»
di Francesco D’Agostino
Un errore frequente che commettono coloro che parlano della teoria del "gender" è quello di ritenerla una teoria compatta, coerente, strutturata. Non è così: sotto l’etichetta del "gender" si accumulano (e un po’ nascondono) diverse visioni antropologiche, spesso persino contraddittorie tra loro, quasi sempre argomentate male e frettolosamente, tutte fragilissime, sia dal punto di vista filosofico che sociologico e politico.
Proprio per questo, però, criticarle è molto faticoso, perché non si sa mai, volta per volta, quale sia lo specifico paradigma oggetto della discussione. Il teorico del" gender" che ci ha sfidato, ad esempio, a confutare il paradigma A è in genere abilissimo, di fronte a una confutazione efficace, a provocarci nuovamente, sostituendo come un giocoliere il paradigma A, non più utilizzabile, con il paradigma B, C o Z, e riattivando una discussione defatigante tanto quanto infruttuosa.
Ecco perché da un po’ di tempo, quando sono coinvolto in un dibattito sulla teoria del "gender", uso un argomento trasversale rispetto a quelli usati comunemente e, almeno all’apparenza, stravagante: quello dell’eterno femminino, citando l’ultimo verso del Faust di Goethe: «das Ewig-Weibliche zieht uns hinan», e cioè «l’eterno femminino ci spinge verso l’alto». Naturalmente nessuno capisce sulle prime il senso della citazione, ma almeno il dibattito sul "gender" può essere fruttuosamente rimesso sul binario giusto.
Il verso di Goethe non solo è bello, ma incredibilmente preciso.
Afferma qualcosa di molto forte sull’identità sessuale umana. Ci spiega che è proprio dell’essere umano (del Mensch, maschio o femmina che esso sia, giovane o vecchio, forte o fragile) il desiderio di tendere sempre verso «l’alto», assumendo la statura eretta, amando la luce piuttosto che le tenebre, sentendo il fascino della novità e la noia della ripetizione, adorando la vita e aborrendo la morte. Ma l’essere umano non ha e non trova in se stesso la forza necessaria a dare a questa sua aspirazione profonda un orientamento stabile e garantito.
Ha bisogno di un aiuto. E questo aiuto lo troviamo nei recessi più profondi della nostra psiche, del nostro animo, del nostro io, quando da essi emerge la parola donna nel suo significato archetipico, cioè per l’appunto eterno. È il femminile che ci orienta verso l’alto, perché è la donna (e non l’uomo) colei che custodendo la vita nel suo grembo esprime la forma di amore più analogabile, per noi, a quello che Dio nutre per le sue creature. È in questo senso che ogni donna, nessuna esclusa, opera sempre per spingere in avanti e verso l’alto l’uomo: ciò che la Madonna ha fatto per Gesù, Beatrice per Dante, ciò che ogni madre fa per il suo bambino, ogni amata per il suo innamorato, la vedova di Zarepta per Elia, ciò che ogni donna fa quando risponde a un qualsiasi umanissimo bisogno di soccorso le venga rivolto, è ciò che qualifica il femminile e lo eternizza, perché non dipende da contingenze storiche o culturali, da scelte di vita o da assunzioni di identità, da obblighi religiosi o da precetti morali, ma dal fatto che è la donna e la donna soltanto (e non ad esempio la creatura angelica che non ha identità sessuale) ad avere avuto in dono (da Dio per il credente, dalla natura per il non credente) questa straordinaria "potenza" generativa, che non potrà mai esserle sottratta, nemmeno dalla sterilità biologica o vocazionale (come mostra il dolcissimo appellativo di madre col quale ci rivolgiamo alle religiose).
La possibilità (sacrosanta) da parte delle donne di poter accedere oggi a qualsiasi funzione sociale in piena parità con gli uomini viene interpretata dai teorici del "gender" come la possibilità inesausta, da parte di uomini e donne, di poter ricreare a piacimento la loro identità sessuale, banalizzandone la radice biologica, come se tale radice non esprimesse una valenza identitaria fondamentale. Di qui la duplice violenza che il teorico del "gender" fa, anche se inconsapevolmente, a se stesso e all’ordine delle relazioni interpersonali, che ne viene stravolto e deformato.
Erede arrogante e irritante, ma profondo, della tradizione ebraico-cristiana, Goethe ha visto benissimo: il "femminile" non è scelta, ma dono, che ha il suo senso eterno nel farsi a sua volta dono gratuito, continuo e inesauribile. Quando nelle nostre preghiere ringraziamo Cristo, lo ringraziamo per il dono che ci ha fatto della sua persona, non per il dono della sua virilità. Ma quando rendiamo grazie a Maria, la ringraziamo come Madre, per il dono che ci ha fatto della sua eterna femminilità. È da qui, credo, che potrebbero riprendere con maggiore profitto le discussioni, ormai così stereotipate, sul "gender", per aprirsi a un’intelligenza più profonda della nostra natura umana.
«Avvenire» del 31 marzo 2014

11 marzo 2014

Gender, deriva culturale che vuole negare la realtà

di Vittorio Possenti
Il tentativo di inserire un nuovo ostacolo tra scuola e famiglia con l’iniziativa dell’Unar di diffondere nelle scuole opuscoli all’insegna dell’ideologia del gender (Lgbt) è una prova ulteriore del terremoto antropologico in atto che cerca di indirizzare l’insegnamento secondo nuove ideologie, e dei rischi per il compito educativo primario che spetta alla famiglia.
La rivoluzione in corso scalza tradizioni millenarie e attraverso i grandi media mondiali propaganda una "nuova antropologia secolare". Questa rifiuta l’idea di una natura umana comune a tutti, e ritiene che l’essere umano sia una mera costruzione sociale in cui emergono la storicità delle culture, la decostruzione e la relatività delle norme morali, la centralità inappellabile delle scelte individuali. Nel caso della famiglia e della procreazione ciò implica che maternità e paternità siano realtà costruite socialmente, che possono essere liberamente ridefinite. Non vi sarebbe alcuna definizione stabile dei relativi ruoli, ma tutto risulterebbe sfuggente e malleabile. Si vuole insegnare che la famiglia padre-madre-figlio è una forma come un’altra di convivenza.
Lo tsunami antropologico si appella alla tecnica, alla libertà insindacabile dell’individuo, alla manipolazione del linguaggio, nel chiaro intento di formare una nuova comprensione dell’essere umano. La nuova antropologia secolare in grande spolvero non solo espone una versione dell’esistenza umana lontana dall’antropologia della tradizione, ma riesce ad influenzare i programmi e le politiche di molte organizzazioni internazionali, e ad essere presente in modo massiccio sui media mondiali. È divenuta l’antropologia di tante scienze sociali, ed un’ispirazione per la giurisprudenza.
Ne segue una seria difficoltà a far circolare una visione antropologica diversa, poiché quella "secolare" è considerata ovvia, autoevidente e scarsamente bisognosa di argomenti avvaloranti. Si avverte ad ogni livello, compreso quello del gender, il tentativo di cambiare la realtà attraverso alterazioni del linguaggio. L’operazione linguistica è facile da scoprire: basta escludere i termini naturali e venerabili di padre e di madre, di uomo e di donna, ed adottare quelli neutri di genitore A e di genitore B per manipolare la realtà. Quest’ultima rimane quella che è e che è sempre stata, ma nel contempo attraverso operazioni nominalistiche si cerca di trasformare la testa delle persone mediante un cambiamento di linguaggio. Si dice: maschi e femmine si nasce, uomini e donne di diventa; hai 14 anni e sei maschio, ma se vuoi puoi diventare donna.
In certo modo il gender ha reso obsoleto il primo femminismo, quello della competizione fra uomo e donna secondo cui la donna, per essere se stessa, si deve costituire quale antagonista dell’uomo. Nella questione del gender la base biologica è pienamente disponibile per il soggetto: la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è ritenuta primaria. La differenza sessuale non si fonderebbe su una realtà biologica: anzi i confini tra uomo e donna non sarebbero naturali ma mobili e culturali, e l’identità sessuale diventa una scelta libera, mutabile anche più volte nella vita di una persona. In tal modo la teoria del gender può essere impiegata per favorire il punto di vista di determinate categorie. E ciò può diventare un’agenda politica per il futuro, in modo da contrattare continuamente il confine tra il culturale-modificabile e il naturale-immodificabile.
In breve l’essere umano non avrebbe più alcuna natura o essenza ma sarebbe solo un prodotto sociale, l’esito esclusivo della costruzione della propria identità. Ma chi propugna l’ideologia del gender ha mai osservato un bambino od una bambina che giocano, e che nel gioco esprimono intensamente la loro differenza? All’origine di tale ideologia stanno le culture della piena liberazione sessuale degli anni 60 (W. Reich), della cancellazione delle differenze, della psicanalisi trionfante, l’incrocio tra antropologia americana e strutturalismo francese.
Era la società repressiva che occorreva assolutamente abbattere: «Fate all’amore, non fate la guerra», come se il fare all’amore tolga di per sé la quota di violenza insita in noi. Salvo poi ad accorgersi che né il desiderio era saziato, né la violenza esorcizzata. Se sostiamo ancora un momento sul piano antropologico, si coglie che nella questione del gender, ed in quella connessa dell’unione omosessuale cui si vuole attribuire il nome e lo status di matrimonio, si manifesta in sommo grado il rifiuto del principio di realtà, del common sense e uno scatenato nominalismo, secondo cui basterebbe cambiare i nomi per cambiare le cose.
Chiamare matrimonio e famiglia l’unione omosessuale che è intrinsecamente infeconda, significa appunto non voler fare i conti con la realtà e dare rilievo ai nomi invece che alle cose. E questo non è un buon biglietto da visita per una civiltà che può continuare a fiorire se non "delira", ossia se non esce dai solchi del reale. Secondo la mia opinione i tribunali ed i parlamenti che istituiscono la "famiglia omosessuale" oltrepassano quanto a loro è consentito e diventano espressione di un positivismo giuridico illimitato, in cui niente vale di per sé e tutto è contrattabile.
Cancellando le differenze tutto diventa una melassa indistinta dove A vale B, anche se A e B sono diversi. L’obiettivo primario rimane quello di dissolvere l’identità maschile e quella femminile, che rimanendo distinte formano la realtà dell’umano. Al principio dell’umano non sta infatti l’uniformità ma la differenza. Naturalmente i sostenitori del gender si appellano alla non discriminazione.
Ma dal fatto ovvio e condivisibile che è doveroso respingere ogni discriminazione in ambito civile, sociale, lavorativo e offrire pari opportunità non segue affatto l’esistenza di un diritto a tutto: anzi trattare diversamente cose diverse è un necessario atto di giustizia, di ragionevolezza e di chiarezza. Dire che Anna è donna e madre, e Paolo uomo e padre è la pura verità, e sarebbe follia negarlo. Quindi stiamo attentissimi a non impiegare indiscriminatamente il pur importante criterio di non-discriminazione, perché alla fine ne sortiranno mortali assurdità.
Per egualizzare tutto e neutralizzare tutto possiamo chiamare mele le pere in modo da cancellare ogni differenza tra i frutti? In altre parole, al di sopra del criterio valido di non discriminare ingiustamente negli ambiti civili e lavorativi sta il principio di realtà che esige che soggetti e situazioni che sono e rimangono diversi non siano confusi ma accostati e trattati diversamente.
«Avvenire» del 5 marzo 2014

29 settembre 2013

La Sinistra impicca pure con le parole

di Giuliano Ferrara
Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto. Tu industriale della pasta non puoi dire alla radio che per te, con rispetto per tutti, quel che conta, quel che importa ai fini dello sviluppo, dell'investimento, dell'immagine, del marketing, è la famiglia tradizionale biparentale, maschio e femmina e bambini al seguito.
Il Mulino bianco, lo spaghetto, i biscottini entrano nello spettro delle cose scorrette e discriminatorie se non si combinano con uno spot gay o «favorevole all'integrazione», secondo il linguaggio edulcorato o eufemistico scelto da Dario Fo, già testimonial della pubblicità Barilla. Guido Barilla viene aggredito, non solo in Italia, non solo dai militanti della cultura gay, non solo dai progressisti cosiddetti: ormai il linguaggio della correttezza ideologica è unificato, lo condividono le grandi maggioranze conformiste, è una seconda pelle della nostra cultura. L'aggressione punta a risultati umilianti e li ottiene, Barilla è costretto a scusarsi, anche con i suoi dipendenti, perché certe opinioni sono o stanno per diventare crimine di legge, alla faccia del diritto di pensiero e di parola, alla faccia delle libertà liberali. È un caso Buttiglione undici anni dopo. Ci fu almeno un principio di controversia, si sentirono voci discordanti, quando fu fatto fuori da commissario il politico cattolico che al tribunale della coscienza laica di Bruxelles, fattosi organo della caccia alle streghe sul tema dei diritti gay, rispose di conoscere la differenza tra diritto e morale, ma che in termini di morale la sua cultura cattolica gli suggeriva un giudizio negativo sul comportamento omosessuale. Ora non c'è più nemmeno la controversia, Barilla se lo sono cucinato in pochi istanti, il tempo di cottura di mezzo chilo di fusilli.
Intanto in Francia sono tornati i giacobini. Il ministro dell'Istruzione vuole scristianizzare la società e la scuola, formula decaloghi per l'indottrinamento anticattolico, si cancellano le feste religiose, si tolgono di mezzo i santi, si predica apertamente la religione dello Stato laico come l'unica religione ammessa, con i suoi dogmi, le sue certezze, il suo autocontraddittorio farsi dottrina valida per tutti. I politici cattolici e democristiani in giro per l'Europa se ne impipano, i vescovi parlano d'altro, magari interpretano le frequenti interviste e gli interventi di Papa Francesco come un via libera: non giudicare è evangelico, credere è evangelico, avere fede è meglio di niente, ma il diritto all'espressione razionale, la libertà di dire e di pensare quel che sembra giusto non è disponibile, o non dovrebbe esserlo. Eppure un certo grado di autoritarismo repressivo si affaccia come una necessità se si intenda riformare e riaggiustare dalle radici la società e il set più o meno tradizionale di opinioni che la riguardano.
La tecnica è quella dei totalitarismi democratici moderni, che sono cosa diversa dai fascismi e dal nazismo. Si procede negando la realtà, il fatto, e dando tutto il potere alle formule verbali che edulcorano o deformano in modo anche grottesco ciò che è. Il caso Berlusconi non è così diverso. Il politicamente corretto, che costituisce un regime culturale, non può sopportare lo sguardo del reale, del senso comune. È stranoto che c'è un conflitto tra politica e giustizia, che questo conflitto dura dall'epoca in cui furono liquidati i partiti politici, che il partito dei pm e dei giudici ha surrogato gli altri poteri abrogando la divisione dei poteri, che lobby mediatiche e finanziarie e civili importanti hanno costruito sulle avventure della giustizia politicizzata le loro fortune. È tutto lì squadernato davanti agli occhi del pubblico, solo che si voglia guardare: magistrati che fondano partiti o si buttano con risultati mediocri in politica, pm che fanno secco una volta un governo Berlusconi e la volta dopo un governo Prodi in un circuito senza controllo di prepotere e di uso politico della giurisdizione, l'alleanza con i media manettari all'insegna della violazione sistematica del segreto investigativo, e si potrebbe continuare a lungo.
Ma bisogna resistere alla realtà, evitare di confrontarsi l'evidenza. E allora si ricorre al linguaggio, al conformismo del linguaggio interpretativo. Bisogna tenere separata la questione della condanna di Berlusconi dalla politica, oops, ma come si fa se da vent'anni il centrodestra denuncia una manovra mediatico-giudiziaria ai danni della politica e del suo capo politico? Eppure con questi espedienti ideologici fatti di formule si fomenta un'aggressione vasta e aspra all'Arcinemico, accusato di eversione perché protesta contro quella che considera un'ingiustizia capace di svuotare lo Stato di diritto e la democrazia del suo contenuto e della sua forma. Qui non è in questione un cambio di governo o di maggioranza, l'obiettivo dei politicamente corretti è l'instaurazione di un regime mentalmente carcerario, di una grande prigione culturale.
«Il Giornale» del 29 settembre 2013

24 settembre 2013

“La legge sull’omofobia? Come i processi di Mao”

Parla Scruton
di Giulio Meotti
“Si sta creando una neolingua come contro l’anticomunismo ai tempi della Guerra fredda. Una lingua di legno”
“George Orwell ha già detto tutto nei suoi famosi ‘due minuti di odio’ del romanzo 1984”, dice al Foglio il filosofo e commentatore inglese Roger Scruton. “La questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta ‘omofobia’ come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. E’ un nuovo crimine intellettuale, ideologico, come lo fu l’anticomunismo durante la Guerra fredda”.
Settantenne docente di Filosofia alla St. Andrews University, autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore inglese (è stato definito dal Sunday Times “the brightest intellect of our time”), Scruton commenta così la legge in discussione al Parlamento per la criminalizzazione dell’“omofobia”. Anche Amnesty International si sta spendendo a favore della norma. “A me questa legge sull’omofobia ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati. In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di ‘odio’ e ‘discorso dell’odio’ ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì ‘inversione morale’: se deplori il welfare manchi di ‘compassione’; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un ‘omofobo’; se credi nella cultura occidentale sei un ‘elitista’. L’accusa di ‘omofobia’ significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università”.
Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di “Neolingua”. “La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa. Qui l’atto linguistico fondamentale solo superficialmente coincide con la grammatica assertiva. Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo. Come conseguenza, la neolingua ha sviluppato una sua speciale sintassi che, sebbene strettamente connessa a quella normalmente usata nelle descrizioni ordinarie, evita accuratamente anche solo di sfiorare la realtà o di confrontarsi con la logica dell’argomentazione razionale. E’ quello che Françoise Thom ha cercato di illustrare nel suo studio, ‘La langue de bois’ (la lingua di legno). Alcune delle peculiarità sintattiche sono state messe in rilievo da Thom: l’uso di sostantivi al posto di verbi diretti; la preferenza della forma passiva e della costruzione impersonale; l’uso di comparativi al posto di predicati; l’onnipresenza del modo imperativo”.
Con la legge sulla omofobia, dice Scruton, “si tratta di instillare nella mente del pubblico l’idea di una forza maligna che pervade tutta l’Europa, albergando nei cuori e nella testa della gente che può essere ignara delle sue macchinazioni e dirottando sul sentiero del peccato anche il progetto più innocente. La neolingua nega la realtà e la indurisce, trasformandola in un qualcosa di estraneo e resistente, un qualcosa ‘contro cui lottare’ e che deve ‘essere vinto’. Il linguaggio comune riscalda e ammorbidisce; la neolingua raggela e indurisce. Il discorso comune genera, con le sue stesse risorse, i concetti che la neolingua proibisce: corretto-scorretto; giusto-ingiusto; onesto-disonesto; tuo-mio”.

Una forma di “rieducazione”
Scruton dice che c’è una paura dell’eresia che si espande nei paesi europei. “Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista ‘pericolosi’. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più ‘inclusiva’, evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione. Questo politicamente corretto è una censura soft in cui si manda la gente al rogo per i pensieri ‘proibiti’. Le persone che hanno un ‘giudizio’ sono condannate con la stessa violenza di Salem”. Quello del processo alle streghe nel Massachusetts. La lettera scarlatta.
“Chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei ‘diritti dei gay’ è regolarmente accusata di ‘omofobia’. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta ‘omofobia’, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: ‘Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana fondamentalista e omofobica’”.
Secondo Scruton, si tratta di una operazione ideologica che ricorda appunto quella durante la Guerra fredda: “Allora erano necessarie definizioni che stigmatizzassero il nemico intestino e ne giustificassero l’espulsione: era un revisionista, un deviazionista, un sinistrorso immaturo, un socialista utopista, un social-fascista. Il successo di queste ‘etichette’ nell’emarginare e condannare l’oppositore ha corroborato la convinzione comunista che si può cambiare la realtà cambiando il linguaggio: per esempio, si può inventare una cultura proletaria con la parola ‘proletkult’; si può scatenare la caduta della libera economia semplicemente gridando alla ‘crisi del capitalismo’ ogni volta che il tema venga sollevato; si può combinare il potere assoluto del Partito comunista con il libero consenso della gente definendo il governo comunista un ‘centralismo democratico’. Quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la ‘liquidazione dei kulaki’! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è ‘rieducazione’. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità”.
Da ultimo, dice Scruton, è lo scontro fra il “pragmatista” e il “razionalista”: “Non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che ‘noi’ si sia d’accordo. Ma chi siamo ‘noi’? E su cosa ci troviamo d’accordo? ‘Noi’ siamo tutti per il femminismo, liberali, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; ‘noi’ non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. ‘Noi’ decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo”.
«Il foglio» del 24 settembre 2013

29 agosto 2013

La lotta alle discriminazioni non si fa con intimidazioni arroganti

L'ingiustificabile attacco dello psicologo Palma al giurista Cerrelli
di Francesco D'Agostino
Non voglio entrare nel merito di un problema che non domino (ma che dubito sia davvero dominabile da parte di chicchessia) e cioè se l’omosessualità possa essere “curata” e se il disagio esistenziale di cui (alcuni ) omosessuali soffrono li renda meritevoli di aiuto. Questa opinione, esposta da Giancarlo Cerrelli in una trasmissione televisiva, è stata ritenuta «omofoba» e lo ha esposto a una serie di violenti attacchi, alcuni molto rozzi e sanguigni, come quelli provenienti da movimenti gay.
Tra questi attacchi, non rozzo, ma assolutamente ingiustificabile, si colloca l’intervento di Giuseppe Luigi Palma, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Palma non solo ha stigmatizzato come «scientificamente priva di fondamento» l’affermazione che l’orientamento sessuale di una persona si possa modificare, ma ha aggiunto che si tratta di un’affermazione «portatrice di un pericoloso pregiudizio sociale». Palma avrebbe dovuto essere più prudente e ricordarsi della sferzante affermazione di Lacan: «Degli omosessuali si parla. Gli omosessuali li si cura. Gli omosessuali non li si guarisce. E quello che c’è di più formidabile è che non li si guarisce nonostante siano assolutamente guaribili». Potranno non andare tanto di moda oggi, ma le tesi di Lacan e dei “neofreudiani”, che non hanno timore di considerare patologica (non immorale, né perversa) l’omosessualità, andrebbero prese più sul serio.
Così come andrebbe ricordato che, quando nell’ormai lontanissimo 1973 l’American Psychiatric Association ha cancellato l’omosessualità dal novero delle psicopatologie, la questione è stata semplicemente rimossa, non risolta, tanto più che questa cancellazione non avvenne a seguito di un adeguato dibattito scientifico, ma solo esortando – in modo epistemologicamente discutibile – gli iscritti all’Associazione a esprimersi, attraverso un voto, sull’opportunità di continuare a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia di rilevanza psichiatrica. Su di una piattaforma di diecimila votanti (che ovviamente inglobava gli iscritti all’Associazione che non vollero partecipare al voto) si riscontrò una maggioranza non entusiasmante del 58% a favore della cancellazione dell’omosessualità dal celebre e contestato DSM, cioè dal manuale ufficiale di diagnostica dell’Associazione. Il rilievo mediatico della votazione ha indubbiamente messo in ombra la questione della sua consistenza scientifica.
Il punto più rilevante delle dichiarazioni del dottor Palma non è però quello che concerne la possibilità di considerare patologica o comunque fonte di disagio l’omosessualità, ma il fatto che, a suo avviso, chi osi esprimere questa opinione (ancorché condivisa da illustri studiosi) contribuirebbe ad attivare un «pericoloso pregiudizio sociale» contro gli omosessuali. Il dottor Palma non si rende evidentemente conto di come egli stia (mi auguro inconsapevolmente) portando acqua a un assurdo paradigma che porta alla dogmatizzazione del sapere: un paradigma, all’interno del quale alcune affermazioni, come appunto quelle che sostenessero che l’omosessualità è una malattia, andrebbero ritenute non solo fallaci (ma sappiamo che nella scienza tutte le teorie sono potenzialmente fallaci!), ma meritevoli di stigmatizzazione e repressione sociale, se non addirittura penale. Invece di esporre le ragioni per le quali si dovrebbero ritenere erronee le teorie di Giancarlo Cerrelli (e di altri che si muovono nella stessa direzione), Palma le espone al pubblico vituperio, dando per scientificamente consolidato e incontrovertibile ciò che non lo è affatto.
Se l’intenzione del presidente dell’Associazione psicologi è di non contribuire in alcun modo al possibile ulteriore diffondersi dell’omofobia, non potrebbe realizzarsi in un modo peggiore di questo, attraverso cioè arroganti intimidazioni (pseudo)-epistemologiche. Palma si sta in realtà rivelando un alleato prezioso di quanti ritengono che il vero obiettivo di una legge contro l’omofobia sia quello di imbavagliare la libertà di ricerca scientifica e più in generale di libera manifestazione del pensiero. Meraviglia (e non poco) che proprio uno psicologo non arrivi a capire quanto sia delicato questo punto.
«Avvenire» del 29 agosto 2013

28 agosto 2013

Fatta la legge, i gay in Europa non si sposano più. Lo dicono i numeri

di Roberto Volpi
“After ten years of same-sex marriage, approximately 9 out of 10 gay and lesbian people in the Netherlands have still not chosen to enter a legal marriage”. E’ la conclusione cui approda uno studio di William C. Duncan dell’Institute for Marriage and Public Policy condotto a dieci anni dall’introduzione in Olanda del matrimonio omosessuale (nel 2001). Nello stesso studio si dà conto, riportando il parere di Vera Bergkamp, “head of a Dutch gay rights organization”, della mancanza di entusiasmo per il matrimonio omosessuale in quello che è “il primo paese al mondo a riconoscere il matrimonio omosessuale”. E questo è precisamente il punto. Il matrimonio omosessuale, quantitativamente parlando, sta disattendendo le attese. Non ha sfondato in Olanda. In Spagna, dopo la punta di oltre 4 mila nel 2006, primo anno dopo l’approvazione nel 2005, la cifra dei matrimoni omosessuali si è assestata sopra i 3 mila senza più superare i 3.500 all’anno: cifre nettamente inferiori anche rispetto alla più contenuta delle previsioni. Stesso andamento in Inghilterra: boom nel primo anno (anche lì il 2006) dopo quello dell’approvazione, poi un calo progressivo e un assestamento che ha portato i “same-sex marriage” a pesare per poco più del due per cento sul totale dei matrimoni. Proporzione del 2 per cento attorno alla quale si assestano, e spesso al di sotto, anche gli altri paesi europei dov’è stato introdotto.
Mancanza di entusiasmo, dunque. “Lack of nuptial enthusiasm among gay couples”, come la definisce Vera Bergkamp, che cerca di darsene una spiegazione. Anzi, tre. Minore pressione sugli omosessuali esercitata da famiglia e amici; meno coppie gay che si sposano per avere bambini delle corrispondenti coppie eterosessuali; più individualismo e meno orientamento alla famiglia tra molti omosessuali.
Onestamente, tre ragioni che per un verso sanno di acqua fresca e per l’altro di giustificazione a posteriori. In conclusione: nel tempo della drammatica caduta del matrimonio eterosessuale gli omosessuali, dopo l’orgoglio, la lotta, il riconoscimento, il giubilo per la vittoria del riconoscimento del “diritto a sposarsi” si sposano assai meno di quanto lo facciano gli eterosessuali – che praticamente non si sposano più. E questo per le più che ovvie ragioni spiegate da loro stessi: sentono meno la spinta dei figli e sono mentalmente meno orientati al matrimonio di quanto non lo siano gli eterosessuali.
Detto in termini spicci: si profila, all’interno dell’“inverno” del matrimonio, il fallimento di quello omosessuale. Se proprio quel fallimento non è già nelle cose. A dirlo sono come sempre i numeri. Tornando all’Olanda: dopo dieci anni in flessione, dal riconoscimento dei matrimoni omosessuali appena una coppia omosessuale su cinque (che dunque già convive) risulta sposata. Niente a che vedere con l’analogo dato riguardante le coppie etero, che risultano sposate nella proporzione di otto su dieci.
I trionfi del matrimonio omosessuale, dunque, appaiono soprattutto mediatici e preventivi. Caso significativamente assai diverso da quanto avvenuto per altre “conquiste civili”. L’introduzione in Italia del divorzio e dell’interruzione volontaria di gravidanza, per fare un esempio, e giudizi di merito a parte, furono innovazioni legislative cui seguirono anni di formidabile adesione. Nella pancia della società italiana c’erano i divorzi impossibilitati e gli aborti clandestini, che “emergevano” alla legalità. E’ del resto un fenomeno che la statistica sociale ben conosce: quando all’orizzonte legislativo si staglia il riconoscimento di un nuovo diritto, il ricorso a esercitarlo è subito impetuoso, in quanto esiste una situazione pregressa da sanare, poi il fenomeno tende a stabilizzarsi e flettere o perfino crescere. Ma il matrimonio omosessuale non ha conosciuto neppure dei veri e propri exploit iniziali, se non in termini assai blandi, per cominciare immediatamente a declinare e mostrare una tendenza alla stabilizzazione attorno alla soglia minima della rilevanza in tutti i paesi europei dov’è consentito.
Un tale, comune andamento svela quel tanto di artificiosità, di invenzione tutta politica che c’è nel matrimonio omosessuale. Quell’eccesso legislativo, nel senso dei diritti, che va tanto di moda perseguire ma che più che corrispondere a dati di realtà solletica e tende a ingraziarsi segmenti di società particolarmente attivi che, della realtà, si ergono a interpreti e rappresentanti, non sempre essendolo veramente. Mentre invece il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei loro diritti è qualcosa che ha un senso pieno e avvertito come tale, il matrimonio no: sono i comportamenti concreti a svelare questa verità. I loro stessi atteggiamenti concreti. Quando non addirittura gli stessi, concreti giudizi delle organizzazioni direttamente coinvolte. Le loro stesse, oneste, ammissioni.
«Il Foglio» del 29 maggio 2013

24 luglio 2013

Finti progressismi

Matrimoni gay USA e omofobia in Italia
di Costantino Esposito
C’è un filo conduttore che lega due fatti della recente cronaca politico-culturale facendone effettivamente due espressioni eloquenti dello "spirito progressivo" del nostro tempo. Il primo è la dichiarazione di incostituzionalità della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, circa il Defense of Marriage Act, vale a dire la legge del 1996 che aveva circoscritto il matrimonio alle sole unioni eterosessuali. A una prima analisi, la questione risulta pesantemente condizionata dai contrasti di natura politica e ideologica (tot giudici liberal contro tot giudici conservatori) e dal peso delle lobby più attive circa una sempre più radicale omologazione ed equiparazione dei diritti degli individui rispetto alle differenze di genere. Ma penso che la semplice opposizione tra questi due fronti non spieghi ancora adeguatamente la posta in gioco di una sentenza da più parti definita «storica». La novità sta piuttosto nella mutazione nel significato di alcune parole decisive, le quali racchiudono e veicolano una concezione e un sentimento determinato di sé e del mondo. Il progressismo di cui si ammanta la decisione della Corte sui matrimoni gay non è più sinonimo di libertarismo (come è stato di fatto a partire soprattutto dagli anni Settanta), quanto di un nuovo assetto borghese. A essere rivendicata non è la libertà di ciascuno nel progettare, costruire ed esprimere pubblicamente la propria scelta autonoma di vita, quanto la garanzia di poter regolarizzare in via di principio ogni possibile differenza di progetto esistenziale in un canone neutro a livello giuridico e istituzionale. Si è passati così dalla rivendicazione di diritti tendenzialmente assoluti, che non tolleravano alcuna delimitazione da parte di un ordine culturale e sociale visto come soffocante, alla rivendicazione del diritto di poter disporre di istituzioni e leggi che permettano a quei diritti assoluti di stabilizzarsi, di istituzionalizzarsi, di diventare addirittura doveri sociali. In un’intervista al "Corriere della sera" del 27 giugno scorso, lo scrittore David Leavitt ammetteva onestamente: «Negli anni 70 e 80 a molti gay interessava fare outing e vivere secondo [un] modello di liberazione e promiscuità sessuale», e il matrimonio restava «un’istituzione borghese per eterosessuali. Ma forse eravamo come la volpe e l’uva: ci eravamo convinti di non averne bisogno perché non potevamo averlo». Ma poi, soprattutto «di fronte a una catastrofe sterminata come l’Aids, molti gay si sono rifugiati in stili di vita più conservatori», fino a «diventare coppie e famiglie affiatate». Ma c’è un secondo aspetto di questa mutazione antropologica e semantica, ed è che questo esito egualitarista-istituzionale dei diritti individuali si appella in definitiva a motivazioni «naturali» e «religiose», se non addirittura «evangeliche». E questo, paradossalmente, a dispetto dell’aspra polemica ingaggiata contro le basi naturali attribuite tradizionalmente dalle Chiese al solo matrimonio tra un uomo e una donna in vista della procreazione. Commentando con toni commossi la decisione della Corte Suprema, il presidente Obama ha detto: «Il nostro popolo ha dichiarato che noi siamo stati creati tutti uguali, e uguale dev’essere anche l’amore con cui ci impegniamo gli uni con gli altri». L’eguaglianza creaturale viene tradotta nella uniformità dell’amore. Ma cosa vuol dire che l’amore dev’essere «uguale» per tutti? Forse nient’altro che la misura dell’amore è il sentimento soggettivo, e dunque l’emozione reciproca, e che questo è del tutto sufficiente a renderlo un’istituzione matrimoniale (e patrimoniale). Insomma, love is love, l’amore è quello che è, senza alcun’altra "ragione" che il suo stesso feeling. Il carattere «naturale» del matrimonio gay esprimerebbe la naturale uguaglianza di tutti gli individui. Tralasciando però che la natura degli individui "creati" dice sì un’uguaglianza in ordine alla dignità e al valore del singolo, ma proprio all’interno di precise e costitutive differenze. Obama ha poi continuato: «Le leggi del nostro Paese si stanno approssimando alla verità fondamentale che milioni di noi americani conserviamo nel nostro cuore: quando tutti gli americani sono trattati come uguali – non importa chi sono o chi amano – siamo tutti più liberi». Appunto, è la verità che rende liberi, secondo il detto del Vangelo: e la "verità" diventa che tutti devono essere trattati ugualmente. E qui non possiamo non pensare al secondo fatto di cronaca, stavolta italiano, di cui si parlava all’inizio, vale a dire la proposta di legge contro l’omofobia in discussione alla Camera. L’obiettivo è quello di identificare come reato perseguibile qualsiasi comportamento o anche atto legislativo che non riconosca o penalizzi qualcuno a motivo del suo «orientamento sessuale», intendendo però quest’ultimo non come un’oggettiva e naturale differenza sessuale, ma come una più culturale e soggettiva «identità di genere». E per definire questa identità sarebbe sufficiente parlare della «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico». Da più parti si è denunciata la riduzione decisamente costruttivista dei diritti di un «genere» che si auto-determina in base al feeling e il rischio di vietare per legge ogni critica al sentimento, incontestabile solo perché è un sentimento avvertito soggettivamente (per cui sarebbe penalmente perseguibile il dissenso sui matrimoni gay o sull’adozione per coppie omosessuali). Qui ci limitiamo a porre una questione: se siamo davvero uguali, – si dice – uguale dev’essere il valore e il trattamento delle nostre emozioni. Ma quando ciascuno di noi pensa a se stesso, che cosa pensa in verità? Solo di essere uguale agli altri? O più al fondo di questa (sacrosanta) uguaglianza sta quell’irriducibile impronta personale che ognuno ha, o meglio "è" per se stesso? E non fa parte di questa irriducibilità il nostro essere maschi o femmine? O il nostro esser nati da un uomo e da una donna, da un padre e da una madre? Ciascuno penso debba essere libero di amare chi vuole; ma non di essere ciò che non è, di negare la sua storia personale e la sua differenza specifica. E il rilevarlo, in nome della stessa libertà, non può essere un reato.
«Avvenire» del 24 luglio 2013

21 luglio 2013

Omofobia, basta la parola ​

La proprietà performativa di alcuni termini: finiscono con il generare ciò che dicono
di Paola Ricci Sindoni *
Era del filologo tedesco di origine ebraiche, Victor von Kemplerer la convinzione che «la lingua crea e pensa per te», al posto tuo siamo, cioè, condizionati dall’ambiente linguistico entro il quale siamo immersi e che determina i nostri comportamenti. Il linguaggio, d’altronde, subisce di continuo una ricreazione ideologica e culturale che affianca, accanto al suo carattere descrittivo, anche una proprietà performativa.
Certe parole, insomma, hanno il potere di generare ciò che dicono, enfatizzando in modo persistente un termine, creduto infine come reale. Vogliamo provare a chiarire semanticamente la parola 'omofobia'? Essa consiste, come si sa, di due suffissi: omo , che sta per omosessualità, e fobia. La fobia è desunta dalla terminologia psichiatrica; denota l’ avversione patologica per cose o situazioni e il paziente, affetto da tale sindrome, percepisce con sofferenza il restringimento ossessivo del suo mondo vitale.
È anche vero che il termine 'fobia' è stato nel tempo 'performato' all’interno del linguaggio comune e in quello politico per indicare una ostilità irragionevole e preconcetta verso persone o gruppi di persone: verso popoli diversi (da qui la 'xenofobia'), in nome della superiorità della razza, come drammaticamente hanno dimostrato i totalitarismi di Novecento.
L’insulto razzista, ancora presente in alcune subculture, genera giustamente lo sdegno morale e la riprovazione giuridica: ne è esempio il caso recente legato all’offesa verso il nostro ministro Cécile Kyenge. E l’omofobia? La persistenza di pregiudizi culturali sull’omosessualità continua purtroppo a mostrare qualche segno di vitalità, ma non certo ha raggiunto nel nostro Paese forme aggressive e livelli di guardia così alti, da esigere un contrasto legislativo.
La cronaca di questi ultimi anni ci consegna episodi di discriminazione, più che di ostilità violenta, tali da provocare impossibilità, da parte dei gay, di organizzare la propria vita personale e lavorativa. Il fenomeno, ce lo dicono gli psicologi, è spesso legato ad ambienti segnati da pseudoculture maschiliste e a fasi della vita adolescenziale e giovanile, quando ancora si lotta per la formazione della propria identità sessuale. Si sono di recente sentiti casi di violenza fisica o di omicidio da iscriversi a fobia/avversione patologica verso i gay? Oppure episodi significativi di persone omosessuali, discriminate nei concorsi pubblici, nell’ambito della ricerca scientifica o nell’impegno politico, proprio in ragione della loro differente predisposizione sessuale?
Pare, al contrario, che, grazie anche al carattere performativo/culturale del linguaggio, specie quello cinematografico e televisivo, si stanno veicolando figure di omosessuali (sempre e solo denominate «gay») come persone sensibili e generose, con un carattere rassicurante e tenero, sempre pronti a soccorrere le coppie etero, perennemente in crisi. Non esiste, dunque, l’omofobia, come concreta avversione odiosa nei confronti di differenti orientamenti sessuali? Certo che sì, spesso alimentata da uomini maschilisti, per così dire, che insieme a agli omosessuali, odiano le donne (e persino le ammazzano), credendosi padroni della loro vite.
Non c’è dubbio che occorre lavorare culturalmente perché ogni essere umano sia salvaguardato nella sua dignità e protetto da ogni forma di discriminazione: donne fragili sottomesse a uomini violenti, giovani in ricerca della propria identità, maschi e femmine con una differente predisposizione sessuale, persone dal colore diverso della pelle. Affidiamoci piuttosto alle regole del buon senso e al linguaggio discorsivo della gente comune. Quella gente che oggi assiste con rassegnazione frustrante al 'lavoro' della politica, oppressa da ben altre impellenti priorità, e stanca di questioni ideologiche che richiedono più formazione culturale e meno inutili vincoli giuridici.
* Presidente di Scienza&Vita
«Avvenire» del 20 luglio 2013

19 luglio 2013

Un falò qualunque

di Massimo Gramellini
Quando, nella notte fra il 12 e il 13 luglio, una tanica di benzina irritata a dovere da un fiammifero si mangiò l’intero primo piano di un liceo romano, irresistibile fu la tentazione di dare coloritura ideologica alla vicenda. Il liceo era il Socrate, porto sicuro per gay e minoranze vessate. In passato l’estrema destra ne aveva deturpato i muri perimetrali con slogan omofobi e l’incendio sembrava innestarsi perfettamente in quella trama. Si parlò di atto terrorista e di attacco al libero pensiero, ci si dilungò sulla valenza simbolica dell’attentato, si azzardarono paragoni potenti fra i libri accartocciati dal fuoco e i falò delle antiche biblioteche. Finché ieri la realtà ha bussato alle porte del commissariato di polizia: quattro studenti, accompagnati dagli avvocati che avevano già calcolato la convenienza processuale del gesto, hanno confessato di avere incendiato la loro scuola come vendetta per una bocciatura.
È una lezione importante per noi tromboni e trombette che nel commentare l’attualità siamo indotti a spremere dai fatti un valore universale e a spiegare la violenza con motivazioni ideologiche, ancorché bieche. Se un giorno si scrivesse la storia umana dal basso, forse scopriremmo che le rivoluzioni e le guerre nascono sempre da impulsi primordiali - la fame, l’invidia, il desiderio di dominare o di vendicare un torto vero o presunto - intorno a cui i vincitori incartano i grandi ideali di democrazia e libertà. Non erano omofobi, gli incendiari del Socrate, ma persone incapaci di accettare una sconfitta. Un vuoto di carattere che provoca meno indignazione, forse perché (e qui un po’ riparte la trombetta) è molto più diffuso.
«La Stampa» del 17 luglio 2013

Omofobia, ma chi è davvero discriminato? Non introduciamo falsi diritti

Dibattito più aperto sulla legge al vaglio della Camera
di Francesco Belletti *
L’esame parlamentare della proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia sta per entrare nel vivo e il tempo per un dibattito serio e approfondito, ma soprattutto non ideologico, sembra ormai ridotto. Questo nonostante nella scorsa legislatura, per ben due volte, su un provvedimento analogo la Camera abbia riconosciuto pregiudiziali di costituzionalità (in altre parole, la proposta di legge è stata dichiarata incostituzionale prima dell’approvazione). Ma evidentemente c’è molta urgenza di approvare questo provvedimento, anche a rischio di dividere il Parlamento e far tremare il governo, anche senza aprire un serio dibattito sociale e affrontando con leggerezza tutte le possibili conseguenze.
L’omofobia va certamente combattuta sul piano giuridico e culturale, ma questo non mette al riparo da critiche il provvedimento in esame. Una delle criticità è contenuta nella definizione di orientamento sessuale e di identità di genere. Se sull’orientamento sarebbe possibile, in teoria, arrivare a una definizione giuridicamente valida, la definizione di identità di genere quale «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico» introduce un elemento di assoluta soggettività, difficilmente compatibile con il fondamentale principio della certezza del diritto. Proprio per questa soggettività, non condividiamo l’introduzione di una tutela rafforzata – appunto "soggettiva" – per le persone omosessuali o transessuali. L’articolo 3 della Costituzione saggiamente ci definisce tutti uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Ora, qualcuno vorrebbe imporre per legge che vi siano persone, in ragione del loro orientamento sessuale, "più uguali" delle altre. A nostro avviso, invece, gli strumenti di tutela per le persone omosessuali, come per altre categorie di soggetti "svantaggiati", sono già presenti nel nostro ordinamento. Non sentiamo dunque la necessità di introdurre questa tutela rafforzata per omosessuali e transessuali. Peraltro, gioverebbe sapere per quale motivo gli omosessuali e i transessuali sono da considerarsi – o si considerano – soggetti svantaggiati. Ma allora, non è forse soggetto svantaggiato la famiglia, che è costretta a subire maltrattamenti continui da parte dello Stato, dimenticata quando c’è da "dare" sostegno, ma sempre in prima fila quando c’è da "chiedere" e "incassare" tasse? Ecco, se c’è qualcuno di veramente discriminato, è la famiglia fondata sul matrimonio, tutelata a parole dalla Costituzione e nei fatti assente dall’azione di Parlamento e governo. C’è un altro, gravissimo aspetto già ampiamente segnalato da molti giuristi: l’approvazione di questa proposta di legge potrebbe comportare il divieto di esprimere il proprio giudizio etico, antropologico, sociale sul fenomeno "omosessualità". Inevitabile il contrasto con l’articolo 21 della Costituzione che garantisce a chiunque il diritto – questo sì – inviolabile di manifestare liberamente il proprio pensiero. Davvero vogliamo diventare come la Francia e la Spagna, dove l’ideologia ha colpito così forte al cuore il linguaggio che non si dice più "padre" e "madre", ma "genitore A" e "genitore B"? Infine, c’è una questione sociale e antropologica che riteniamo più importante di tutte: quale modello di società e di cultura deve promuovere lo Stato, quale etica e morale deve o non deve essere trasmessa alle future generazioni? Vale davvero la pena, su temi di questa portata, rispolverare un vecchio principio che ha guidato l’umanità per millenni e che in questi ultimi anni sembra diventato un’eresia: il principio di precauzione. Per queste ragioni ci rivolgiamo al Parlamento per chiedere che questioni così delicate e con così tante implicazioni siano adeguatamente approfondite e che il dibattito non rimanga una questione interna alle Commissioni parlamentari ma si apra anche al contributo di tutti i cittadini.
*presidente del Forum delle associazioni familiari
«Avvenire» del 18 luglio 2013

29 giugno 2013

Contro l'"omofobia" o contro la libertà di pensiero?

La legge proposta è superflua e rischiosa? Chiarire si può
di Francesco D'Agostino
Tra i primi disegni di legge presentati nella nuova legislatura spicca quello per la criminalizzazione dell’omofobia: è stato depositato poche settimane fa alla Camera, supportato dalle firme di più di duecento deputati, le prime delle quali sono quelle di Scalfarotto (Pd), Tinagli (Scelta Civica), Zan (Sel), Chimienti (Movimento 5 Stelle). I proponenti non negano ovviamente che violenze omofobe possano già essere punite in base alle leggi vigenti, ma osservano che tale punibilità, ove non si prevedano ulteriori specifiche norme penali, ha poca visibilità simbolica e non risponde adeguatamente alle istanze che hanno portato l’Unione Europea, già da molti anni, a proclamare una “Giornata internazionale contro l’omofobia” (che ricorre il 17 maggio) e a richiedere a tutti i Paesi europei forti iniziative in tal senso. Se, come ha detto il presidente Napolitano lo scorso maggio in un importante discorso, «il contrasto all’omofobia deve costituire un impegno fermo e costante non solo per le istituzioni, ma per la società tutta» è più che ragionevole –si dice da parte dei fautori del disegno di legge – che il Parlamento italiano rafforzi la nostra legislazione e la adegui a quella dei tanti Paesi europei che già si sono mossi in questo senso.
Non tutti ne sono convinti. Molti - anche su queste colonne lo si è scritto più volte – pensano che questo progetto di legge sia superfluo, ricordando che il nostro ordinamento giuridico proibisce severamente ogni aggressione all’ integrità fisica e morale delle persone e che sono già previsti nel nostro codice come aggravanti i “motivi abietti”, quelli che stanno alla base delle violenze e delle aggressioni omofobe. Accanto a questo argomento, inoppugnabile, ne viene avanzato anche un altro e, a mio parere, di maggior rilievo. Se approvata, la nuova normativa contro l’omofobia metterebbe in pericolo la libertà di espressione, di ricerca scientifica e di religione: e questo perché qualsiasi giudizio critico che qualifichi come innaturali tutte le pratiche non eterosessuali potrebbe essere qualificato come omofobo e diventare l’occasione per aggredire penalmente chi lo avesse formulato. Si tratta di un’obiezione particolarmente pesante, perché mette in gioco né più né meno che il rispetto dei valori fondanti di una società libera come la nostra.
È indubbio che della forza di questa obiezione i promotori del disegno di legge sembra che siano ben consapevoli. La fronteggiano infatti, ed esplicitamente, nella relazione introduttiva all’ articolato, osservando che ciò che si vuole sanzionare con il loro disegno di legge non sono idee, ma «condotte», specifiche e puntuali, tali da tradursi nell’istigazione a commettere vere e proprie violenze. E per non lasciare equivoci, essi scrivono che non solo non si intende sanzionare opinioni fondate e argomentate, ma nemmeno «mere» opinioni, «quand’anche esse esprimano un pregiudizio».
Sono sufficienti queste dichiarazioni per fugare le perplessità? No. Da più parti si sottolinea che potrebbe essere denunciato come istigazione all’omofobia anche il semplice definire «perversione» l’omosessualità (utilizzando un’espressione oggi desueta, ma condivisa fino a pochi anni fa da decine di studiosi di psicopatologie sessuali) o il qualificarla «peccaminosa» (come fece, venendo poi sanzionato, un pastore luterano svedese dal pulpito della sua chiesa). Il nocciolo del problema quindi è piuttosto spinoso. È indubbio che alla convinzione diffusa e sacrosanta che ritiene intollerabile ogni forma di discriminazione sociale contro gli omosessuali, si accompagni da parte di molti militanti di movimenti gay la pretesa di squalificare ideologicamente e reprimere giuridicamente ogni forma di indagine antropologica, psicologica, filosofica, religiosa a carico dell’omosessualità stessa. È una pretesa indebita e inaccettabile, che può arrivare a sostenere che chi si dichiara contrario alle nozze gay va ritenuto oggettivamente un omofobo.
Se i firmatari del disegno di legge contro l’omofobia sono davvero convinti che le «opinioni» devono restare libere e insindacabili, «quand’anche esse esprimano un pregiudizio», basta, per intanto che facciano una cosa: introducano nel disegno di legge un articolo di legge, nel quale si riconosca senza la possibilità di alcun equivoco l’insindacabilità giudiziaria di qualsiasi giudizio, antropologico, psicologico, religioso, pur se severamente critico, sugli stili di vita omosessuali; affermino che oltre che le pratiche materialmente violente, solo l’istigazione alla violenza contro gli omosessuali e alla loro discriminazione sociale potrà essere punibile: ma niente di più.
In buona sostanza, si tratta di estendere all’omosessualità la “clausola di garanzia” che è implicitamente in vigore negli stati liberali moderni per gli stili di vita eterosessuali, anche nelle loro forme estreme. Non ho il diritto di incitare chi mi ascolta a far perire tra le fiamme chi vive da libertino (come il Don Giovanni di Mozart), ma ho l’assoluto diritto di criticare il libertinismo sessuale, anche con le parole più dure, senza essere accusato di «sessuofobia». Tutto qui. Se dietro il dibattito sulla repressione dell’omofobia non si innestano atteggiamenti ideologici e soprattutto anticlericali, lo si dimostri.
«Avvenire» del 27 giugno 2013

30 aprile 2013

L’alterazione individualistica porta a «diritti insaziabili»

Le nozze gay e la relazione (che non è solo gratificazione)
di Francesco D'Agostino
Ho molto apprezzato la chiarezza, serena e ferma, con la quale il direttore di questo giornale, stimolato da una serie di lettere, ha commentato e ha risposto sul tema delle nozze gay e delle adozioni omoparentali, facendo lo scorso 25 aprile due promesse ai lettori: da una parte quella di non tacere mai sulle grandi questioni della vita e della famiglia e dall’altra di non venire mai meno al «rispetto» e alla «delicatezza» verso le persone omosessuali (rispetto e delicatezza che peraltro l’insegnamento della Chiesa raccomanda esplicitamente). Vorrei aggiungere un’ulteriore considerazione, cui anch’io ho già altre volte fatto cenno dalle colonne di Avvenire e che è già implicita nelle riflessioni del direttore Tarquinio. Non dobbiamo, mai, in nessun caso, cadere nell’errore di pensare che il processo di ridefinizione del matrimonio che si sta vistosamente e velocemente manifestando nelle parti più disparate del mondo (dall’Europa all’Oceania alle due Americhe) vada attribuito alle manovre oscure e ai sottili e diabolici progetti di subdole lobby omofile, ferocemente e astutamente ostili alla tradizione cristiana. Con questo non intendo negare che esistano movimenti ideologici molto ben strutturati a favore dei diritti dei gay (tra i quali in primo luogo il preteso diritto al matrimonio), movimenti che si contrassegnano per quanto sono vistosamente (e persino H volgarmente) combattivi e per la sottigliezza con la quale individuano i loro obiettivi (si pensi alle battaglie contro l’omofobia, in sé e per sé assolutamente giustificate, ma che spesso si trasformano in battaglie finalizzate a censurare e ad escludere dal dibattito pubblico chiunque voglia serenamente riflettere sulla "naturalità" della differenza sessuale). Non sono però questi movimenti i responsabili dei fenomeni di alterazione del matrimonio che si moltiplicano sotto i nostri occhi. La rivendicazione dell’omoconiugalità e i trionfi che essa arriva oggi a celebrare in tanti Paesi di cultura occidentale sono una diretta conseguenza di una ben nota dinamica di alterazione antropologica, che possiamo sintetizzare in un termine ormai abusato, ma dotato di un’assoluta precisione: l’individualismo.
L’uomo moderno vede unicamente se stesso al centro dell’universo (o almeno del "suo" universo) e non riesce a dare alla relazione alcun valore se non quello di gratificazione della sua propria individualità. In tal modo il matrimonio, da istituzione antropologica volta a garantire l’ordine delle generazioni e a confermare la nostra appartenenza alla "famiglia umana" si è trasformato in uno strumento, tutto sommato occasionale e quindi fragilissimo, per la realizzazione del bene "privato", non però della coppia, ma dei singoli individui che trovano gratificazione nel loro rapporto (finché trovano tale gratificazione, cioè fino al divorzio ).
La stessa esperienza della genitorialità viene rimodulata e alterata dall’individualismo in chiave di auto-gratificazione dei genitori, che sempre più spesso ricorrono alla procreazione assistita non come terapia della sterilità, ma come tecnica per soddisfare il loro desiderio soggettivo di avere "un figlio a tutti i costi". Tutto qui. È conseguente quindi che, leggendo in tal modo il matrimonio e la procreazione, non solo non si riesca più a trovare una valida ragione per negarli agli omosessuali, ma si inquadri questa battaglia nel contesto della lotta per i diritti umani, ormai anche essi impazziti e divenuti, a causa del dilagante individualismo, "insaziabili". Non ci si oppone efficacemente alle nozze gay considerando questo un tema circoscritto e traendo eventualmente soddisfazione da dighe provvisorie e fragilissime che è possibile alzare contro i progetti di legge in materia. Bisogna riportare la questione alle sue radici e mostrare come il futuro che ci attende o sarà relazionale o – letteralmente – non sarà, perché l’ordine sociale, l’economia, la promozione dei valori umani e culturali, la tutela dei soggetti più deboli non trovano risposte in un orizzonte individualistico, ma in un orizzonte relazionale e generazionale, segnato dal mistero della differenza complementare tra l’uomo e la donna. È all’incapacità tutta moderna di leggere in profondità la nostra identità sessuale, prima ancora che ai movimenti gay, che siamo chiamati a reagire con fermezza, senza mai venir meno a quel «rispetto» e a quella «delicatezza» verso tutti in cui si deve riassumere la sensibilità dei cristiani.
«Avvenire» del marzo 2013