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06 luglio 2010

Fede e ragione sono compatibili

Risposta a Umberto Veronesi e alle tesi radicali del «Circolo di Vienna», ormai marginali e semplificatorie
di Gianfranco Ravasi
Ravasi: «Anche Max Planck diceva che scienza e religione hanno bisogno una dell' altra» Finalità La ricerca si dedica ai dati, la religione ai significati e ai valori Metodi Esistono asserzioni trasferibili dalle scienze alla filosofia e viceversa
Mi hanno sorpreso le dichiarazioni così categoriche, taglienti e un po' grossolane pronunciate dal professor Umberto Veronesi lo scorso febbraio durante una trasmissione televisiva. La loro perentorietà riguardava l'incompatibilità assoluta tra fede e ragione e, quindi, fra teologia e scienza. Mi sono stupito non solo per l'ormai antica amicizia che mi lega all'illustre oncologo milanese, ma anche per il suo noto interesse - sia pure in sede «laica» e critica - ai temi religiosi, testimoniato da letture teologiche sulle quali abbiamo più d'una volta insieme interloquito. Dato che la mia reazione si basa non sull'ascolto diretto di quell'intervento, ma sugli echi giornalistici, sui quali non bisogna mai scommettere, vorrei pacatamente e molto sinteticamente ritornare sul tema del rapporto tra scienza e fede. Il famoso scienziato Max Planck nel suo saggio sulla Conoscenza del mondo fisico affermava che «scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell'altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente». Da un lato, è allora necessario che lo scienziato lasci cadere quell'orgogliosa autosufficienza che lo spinge a relegare la filosofia e la teologia nel deposito dei relitti di un paleolitico intellettuale e quell'hybris che lo illude di dichiarare la capacità onnicomprensiva della scienza nel conoscere, circoscrivendo ed esaurendo la totalità dell'essere e dell'esistere, del senso e dei valori.
Ma, d'altro lato, si deve vincere anche la tentazione del teologo desideroso di perimetrare i campi della ricerca scientifica e di finalizzarne o piegarne i risultati apologeticamente a sostegno delle sue tesi. È dunque necessario proporre innanzitutto una sorta di «coesistenza pacifica» tra scienza e fede, lasciando alle spalle quello scontro che ha un vertice (o una sorgente) nel positivismo del filosofo francese Comte, negatore della «legittimità di ogni interrogazione al di là della fisica».
Un impulso ulteriore a questa discrasia radicale è riconoscibile nel neopositivismo del Novecento. Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (1921) dichiarava come prive di senso le proposizioni della metafisica, dell'etica e dell'estetica, perché esse non sono immagine di nessun fatto del mondo. I neopositivisti del Circolo di Vienna (Schlick, Neurath, Carnap e così via) andarono oltre e interpretarono in senso svalutativo radicale l'affermazione di Wittgenstein riguardo ai discorsi non scientifici. In realtà, per il filosofo viennese - che non era certo un agnostico - si tratta solo di un'«ineffabilità» insita in quelle proposizioni, per cui «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Anche se sopravvivono ancora ben vigorosi epigoni delle tesi del «Circolo», come Dawkins e altri difensori di uno scientismo a oltranza, tale impostazione viene ormai considerata come marginale e semplificatoria. Infatti, ci si muove sempre di più secondo un reciproco e coerente rispetto tra i due campi: la scienza si dedica ai fatti, ai dati, al «come»; la metafisica e la religione si consacrano ai valori, ai significati ultimi, al «perché», secondo specifici protocolli di ricerca. È quella che lo scienziato statunitense Stephen J. Gould, morto nel 2002, ha sistematizzato nella formula dei Non-Overlapping-Magisteria, ossia della non-sovrapponibilità dei percorsi della conoscenza filosofico-teologica e della conoscenza empirico-scientifica. Essi incarnano due livelli metodologici, epistemologici, linguistici che, appartenendo a piani differenti, non possono intersecarsi, sono tra loro incommensurabili, risultano reciprocamente intraducibili e si rivelano in tal modo non conflittuali. Riconosciuta la positività di tale impostazione, che rigetta facili concordismi sincretistici e assegna pari dignità ai diversi tracciati di analisi della realtà, bisogna però opporre una riserva che è ben evidente già a partire dalla stessa esperienza storica. Entrambe, scienza e teologia (o filosofia), hanno in comune l'oggetto della loro investigazione (l'uomo, l'essere, il cosmo) e - come ha osservato acutamente Michael Heller, Premio Templeton 2009, nel suo bel saggio Nuova fisica e nuova teologia, tradotto in italiano dalla San Paolo - «esistono alcuni tipi di asserzioni che si lasciano trasferire dal campo delle scienze sperimentali a quello filosofico e viceversa senza confondere i livelli», anzi, con esiti fecondi (si pensi al contributo che la filosofia ha offerto alla scienza riguardo alle categorie «tempo» e «spazio»). È così che ha preso vigore, accanto alla sempre valida (a livello di metodo) «teoria dei due livelli», una sussidiaria «teoria del dialogo» propugnata da Józef Tischner che fa leva sul fatto che ogni uomo è dotato di una coscienza e, quindi, ogni ricerca sulla vita umana e sul rapporto con l'universo esige una pluralità armonica di itinerari e di esiti. Questa «teoria del dialogo» - che, per altro, faceva parte dell'eredità dell'umanesimo classico - è fatta balenare anche nella lettera che Giovanni Paolo II aveva indirizzato nel 1988 al direttore della Specola Vaticana: «Il dialogo deve continuare e progredire in profondità e in ampiezza. In questo processo dobbiamo superare ogni tendenza regressiva che porti verso forme di riduzionismo unilaterale, di paura e di autoisolamento. Ciò che è assolutamente importante è che ciascuna disciplina continui ad arricchire, nutrire e provocare l'altra a essere più pienamente ciò che deve essere e contribuire alla nostra visione di ciò che siamo e di dove stiamo andando». Distinzione ma non separatezza, dunque, tra scienza e fede. A questo punto, se vogliamo attestarci solo sul versante che ci è proprio, quello teologico, possiamo condividere quanto scriveva nel 1982 sulla rivista «Scripta Theologica» José Luis Illanes: «La teologia può attuare il suo contributo solo se si mantiene in contatto con le altre scienze. Essa ha bisogno di essere ascoltata, ma ha altrettanto bisogno di ascoltare gli altri saperi. Il teologo, come lo scienziato, deve essere umile, e in misura ancor maggiore: non solo perché ciò che sa lo riceve dalla parola di Dio, affidata alla Chiesa, di fronte a cui deve mantenersi in atteggiamento di devoto ascolto, ma anche perché riconosce che la scienza teologica non lo autorizza a prescindere da altri saperi». Siamo in presenza di due profili dello stesso volto: cancellato uno, il viso si sfigura. Per dirla con una battuta folgorante dei Pensieri di Pascal: «Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione».
Anticipiamo alcune parti dell'articolo «"Irrazionalità" della fede, "razionalità" della scienza?» scritto da Gianfranco Ravasi per il numero di «Vita e Pensiero», bimestrale culturale dell' Università Cattolica del Sacro Cuore, in uscita mercoledì 7 luglio. Gianfranco Ravasi, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, è presidente del Pontificio Consiglio della cultura. Tra gli articoli della rivista, segnaliamo anche «Cicerone superstar, un modello per i politici», di Mary Ann Glendon e «Ma la scrittura non può essere insegnata», di Paola Capriolo.
«Corriere della Sera» del 2 luglio 2010

08 gennaio 2010

Lombroso e i suoi seguaci

La «fossetta» dove si perde la ragione
di Marco Dotti
Una immersione nelle atmosfere del Museo di Antropologia Criminale riaperto a Torino dopo anni di lavori. Vi si raccolgono non soltanto preparati anatomici, disegni, fotografie, scritti e manufatti di internati nei manicomi e nelle carceri del Regno d'Italia; ma anche lo stigma dello stesso Lombroso, che dispose la propria decapitazione post-mortem e la conservazione del proprio cervello
Si intitolava semplicemente Come mio padre venne all'antropologia criminale, il saggio che Gina Ferrero-Lombroso dedicò al padre Cesare e al suo programma di positivismo applicato all'ambito sociologico, prima elogiato e infine vituperato dalla comunità scientifica.Pubblicate nel 1921 dall'editore Bocca di Milano - e subito riprese, come era d'uso all'epoca, con altro titolo e da altro editore - le note di Gina ripercorrevano le «scoperte» dello scienzato nato a Verona il 6 novembre del 1835, che, nel corso delle sue ricerche, sosteneva di avere individuato segreto, origine e misteri della natura criminale. Fu osservando il cranio del bandito calabrese Giuseppe Villela - ricorda Gina, divulgatrice di rango che con la sua prosa semplice e ricca di informazioni stupì persino Filippo Turati - che Cesare Lombroso maturò una delle sue pricipali convinzioni: l'indice del potenziale criminogeno e dell'atavismo che rendevano alcuni individui «delinquenti per natura», quindi insofferenti alla pacifica comunità dei «normali» si trovava nella fossetta occipitale.
La teoria dell'atavismo
Nel 1872, quando effettuò l'autopsia sul cadavere di Vilella, Lombroso riscontrò un'anomalia nella conformazione cranica del brigante allora settantenne: una piccola cavità localizzata nella zona dell'occipite. Ne dedusse che la «fossetta» - non presente a suo dire negli individui comuni - costituisse una prova di pazzia, di delinquenza o di atavica brutalità selvaggia. L'atavismo era un'altra delle parole che Lombroso contribuì a far circolare, sovradeterminandola di aspettative e di senso, nel panorama scientifico del tardo XIX secolo. Per la teoria dell'atavismo, certe caratteristiche somatiche, psichiche e comportamentali dell'individuo si trasmetterebbero di generazione in generazione, attestando il legame tra il «delinquente moderno» e uno stadio primitivo e «selvatico» dell'umanità. Come un Rousseau alla rovescia, impregnato di medicina sperimentale e di letture darwiniste, Lombroso ricorda - è sempre Gina a riportarne le parole - come alla vista della conformazione cranica di Vilella, avendo riscontrato la presenza della tanto vituperata fossetta occipitale, «il problema della natura del delinquente mi apparve subitamente illuminato come una vasta pianura sotto un cielo infinito». Era così giunto alla conclusione - importante per lui, ma determinante anche per i riflessi e gli echi irriflessi sul dibattito e le pratiche di un'epoca intera e persino oltre - che «l'uomo delinquente non era altro che il rappresentate attuale dell'uomo primitivo e anche dei suoi predecessori».
Nell'atavismo, che più di una ipotesi era per lui una incontestabile e «scientificamente» incontrovertibile certezza, Cesare Lombroso segnava il passo di un progresso che, nelle discipline criminologiche e sociali, cercava spesso maldestramente di liberarsi dalla metafisica di matrice religiosa, servendosi a suo modo di Darwin e delle ricerche sull'evoluzionismo, mischiate con non poca ingenuità e confusione all'influentissima «legge biogenetica fondamentale» enunciata dal naturalista tedesco Ernst Heinrich Haeckel. Secondo la legge di Haeckel, l'atavismo poteva infatti leggersi come derivazione - ai nostri occhi distorta fin che si vuole - del rapporto tra ontogenesi e filogenesi dove, semplificando, lo sviluppo di ciascun individuo ricapitolerebbe lo sviluppo complessivo della specie.
Ogni individuo, preso in se stesso ma in quanto appartenente alla specie, ricapitolerebbe lo sviluppo della specie stessa cui appartiene, anche se - e qui sta il punto - persino in quella umana permarrebbero alcuni individui, delinquenti e pazzi su tutti, rimasti indietro rispetto al percorso della specie stessa. Era possibile dunque isolare preventivamente questi soggetti, individuandone attraverso screening antropometrici conformazioni craniche e tratti somatici (stigmate) che ne attesterebbero l'appartenenza a uno stadio regressivo dell'evoluzione della specie e, di conseguenza, intervenire anche sul piano del controllo sociale e della repressione. I delinquenti non esercitavano dunque, secondo Lombroso e la sua «scuola positiva», la loro «criminalità» per un deliberato atto di scelta morale, ma perché spinti da una congenita indifferenza il cui indice principale era l'assoluta insensibilità al dolore, proprio e altrui, e la tendenza a tatuarsi il corpo, come nei selvaggi.
Lo studio del criminale-nato, osserverà Lombroso tra le pagine di uno dei suoi lavori più noti e influenti, L'uomo delinquente, poteva dar luogo a un «progresso» contro l'oscurantismo metafisico delle scienze criminali e umane in genere. Come? Semplicemente sottraendo allo studio e alla repressione del «delitto astratto», l'individuazione e lo studio del «delinquente», intervendo non sulla mistica della «malvagità» del reo, ma su una a questo punto ben più concreta «pericolosità sociale» preventiva. «L'esame del delinquente fatto dall'antropologia criminale» - scriveva a questo proposito Lombroso - «ha stabilito trovarsi in questi, massime nel suo tipo più caratteristico, una quantità di caratteri abnormi, anatomici, biologici e psicologici, molti dei quali hanno significato atavico, perché ripetono le forme proprie degli antenati anche pre-umani dell'uomo. E siccome a questi caratteri atavici si associano tendenze e manifestazioni criminose, e queste sono normali e frequentissime negli animali e nei popoli primitivi e selvaggi, così è legittimo concludere che anche nei criminali queste tendenze siano naturali, nel senso che dipendono necessariamente dalla loro organizzazione, analoga, per inferiorità di struttura e di funzioni fisiche e psichiche, a quella dei popoli primitivi e dei selvaggi e qualche volta degli animali».
Comunque lo si voglia giudicare, per quanto caricaturali appaiano certe sue posizioni, sia nel campo delle scienze criminologiche, sia in quello della psicologia sociale tout court Lombroso rappresenta a tutt'oggi un nervo scoperto per un certo positivismo mal compreso. Progressista nelle intenzioni, probabilmente reazionario nei fatti, nel corso di un decennio Lombroso suscitò un vero e proprio «movimento» di individuazione, catalogazione e analisi delle stigmate della devianza (fossette occipitali e tatuaggi su tutti) che, oltre a essere osservati sul corpo di detenuti, briganti, camorristi o semplici «imbecilli», venivano debitamente fotografati e ritagliati dai cadaveri, puntati su tavolette con degli spilli e inviate a Torino, nel museo a cui lo stesso Lombroso stava dando vita.
In mostra i corpi del reato
Fondato da Lombroso nel 1876, l'anno della prima edizione dell'Uomo delinquente, il Museo di antropologia criminale di Torino nacque come collezione privata e fu allestito al numero 18 di via Po, nelle sale del Laboratorio di Medicina legale dell'Università. Il primo nucleo della collezione, avrebbe scritto Lombroso in un articolo pubblicato sulla «Illustrazione italiana» nel 1906, risaliva proprio ai suoi studi degli anni sessanta del XIX secolo e prese i suoi modelli dall'esercito:«avendovi vissuto parecchi anni come medico militare, prima nel '59 e nel '66 ebbi campo di misurare craniologicamente migliaia di soldati italiani e raccoglierne inoltre crani e cervelli». Lombroso non esiterà a descrivere i materiali reperiti nelle carceri, nei manicomi e negli obitori - circonferenze craniche, pugnali camuffati da crocifissi, nodi scorsoi, ma anche bellissimi mobili intarsiati da mattoidi, vasi, ricostruzioni di scene del crimine e insospettabili «corpi del reato», ma anche feti e lembi di pelle tatuata, il cui stato di conservazione è alquanto problematico - come «poveri trofei», raccolti «prima in una camera da studente, spauracchio continuo delle padrone di casa, poi in una specie di granaio che fungeva da laboratorio nella via Po di Torino.
E finalmente nel '99 nelle ampie sale del Museo Psichiatrico criminale, nei nuovi laboratori biologici nella Università di Torino». Riaperto il 27 novembre scorso in occasione del centenario della morte di Lombroso, dopo anni di lavori, fra le sue collezioni il Museo di Antropologia Criminale oggi situato in via Pietro Giuria 15, e sovrainteso da Silvano Montaldo raccoglie preparati anatomici, disegni, fotografie, scritti e manufatti di internati nei manicomi e nelle carceri del Regno d'Italia, presentandosi quasi come un palinsesto della mentalità dell'epoca e della mente di uno dei suoi più illustri e, al tempo stesso, più contraddittori interpreti. Ironia della sorte, tra i molti reperti conservati, non ultimo è lo stigma dello stesso Lombroso, che per testamento dispose la propria decapitazione post-mortem e la conservazione del proprio cervello in una teca ricolma di positivissima formalina.
«Il Manifesto» del 5 gennaio 2010

04 gennaio 2010

Il Sud organizza il "No Lombroso Day"

Gli ex sudditi del Regno delle Due Sicilie hanno creato un gruppo su facebook contro il museo del criminologo ottocentesco: "Teorizzò la nostra inferiorità". E preparano la marcia su Torino
di Daniele Abbiati
Cesare Lombroso era di origini ebraiche. Ma oggi, a oltre un secolo dalla sua morte, a dargli addosso non sono (per fortuna di tutti) orde di naziskin con la bava alla bocca. Niente svastiche e niente braccia tese nel saluto hitleriano: il movimento avverso all’antropologo criminale che sta montando con un gruppo numeroso su Facebook (circa 2000 membri) se dovesse scegliere un simbolo, propenderebbe forse per il simpatico Pulcinella. Tuttavia, c’è poco da ridere, la questione è seria e, guardacaso, si pone proprio mentre ferve il dibattito sull’Unità d’Italia, appressandosi le celebrazioni per il centocinquantenario.
Ad accendere la miccia di una Fuorigrotta polemica contro l’autore di L’uomo delinquente e Genio e follia è la recente apertura, a Torino, del museo che presenta il suo ricchissimo archivio, con tanto di crani, armi, abiti, maschere mortuarie... E, soprattutto, un concetto che serpeggia lungo tutta la produzione lombrosiana, vale a dire la presunta inferiorità dell’uomo meridionale rispetto a quello del Nord. «Quel museo - sostengono i promotori dell’iniziativa di boicottaggio della “galleria degli orrori” piemontese - contiene studi utilizzati dagli stessi nazisti e ormai smentiti nettamente dalla scienza ufficiale. Cesare Lombroso, infatti, teorizzò l’inferiorità della “razza meridionale”, che sarebbe stata geneticamente portata alla delinquenza».
E a questa conclusione giunse «sulla base di misurazioni di centinaia di resti e di crani prelevati al seguito delle truppe piemontesi che invasero il Regno delle Due Sicilie e massacrarono migliaia di meridionali che si erano ribellati a quell’invasione cancellandoli dalla storia come “briganti”». Non è tutto: «I “neoborbonici” chiedono al ministro Alfano la restituzione dei resti dei “briganti” meridionali». Non siamo alla sommossa. Nessuno si sogna di imbracciare lo schioppo e di marciare sulla capitale sabauda per lavare con le armi la grave onta subita. Ma, inserita nel contesto della sempiterna diatriba Nord-Sud, la presa di posizione è destinata a fare più rumore di un innocuo borbottio del Vesuvio. L’orgoglio mediterraneo alza la voce: «Organizziamoci per una manifestazione da tenere a Torino presso il Museo sito in Via Pietro Giuria 15 entro Gennaio 2010. Sarà una buona occasione anche per ricordare (nella città sede di Casa Savoia) la colonizzazione subita dal Meridione ad opera di “ITALIAUNITA S.P.A”, succursale Sabauda della Massoneria e del Grande Capitale». Come si vede, la carne al fuoco è tanta, e fa pensare al bollito misto, non a caso una specialità piemontese, piatto gustoso, ma pesante. Conviene ricordare, allora, che le fonti alle quali Lombroso attingeva per i suoi studi criminologici, in un’Italia dominata dall’ideale positivista e dall’illusione di tutto catalogare e tutto sistematizzare, piegando spesso e volentieri i fatti alle opinioni, erano due: il carcere e il manicomio.
L’antropologia, allora, non scendeva nelle strade, non frequentava gli stadi, le discoteche, le scuole. E la televisione, che oggi sappiamo essere il più grande catalogo vivente di «tipi» cui attingere, era di là da venire. Se a ciò aggiungiamo che anche allora il Paese viaggiava a due velocità, con il Nord che, per quanto ancora diffusamente agricolo e arretrato, si avviava all’industrializzazione e il Sud che rimaneva quasi tutto ancorato alla ruralità, comprendiamo come fosse facile, per una scienza immatura, aggrapparsi ai ruvidi pastrani dei briganti calabresi o lucani. E se le prove documentali mancavano? Ci si rivolgeva altrove. Lo dimostra il seguente episodio che sarà musica per le orecchie dei meridionali del nascente «No L. Day». Una volta Lombroso chiese al capo della polizia parigina fotografie di donne delinquenti per illustrare un’opera.
Quando il libro fu pubblicato, egli ne inviò una copia a Parigi. Soltanto allora i destinatari del grazioso omaggio si accorsero dell’errore commesso: all’italiano, invece delle immagini di pericolose criminali, erano state inviate quelle di alcune commercianti che avevano chiesto licenza di vendita. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
«Il Giornale» del 4 gennaio 2010

31 dicembre 2009

L’occasione perduta dell’anno darwiniano

La scienza e le manipolazioni ideologiche
di Francesco D'Agostino
Attendo con impazienza la fine del 2009; non, come si potrebbe credere, per immergermi nei festeggiamenti della notte di S. Silvestro, ma perché con il 2009 avrà fine l’ 'anno darwiniano'. Si dirà: ecco un creazionista impenitente, che non accetta la teoria dell’evoluzione! Niente affatto. Sono assolutamente convinto che quella di Darwin sia ben più che un’ipotesi (come disse con espressione felice Giovanni Paolo II), anzi non mi crea alcuna difficoltà riconoscere che allo stato attuale delle conoscenze è ben difficile che una diversa teoria sull’origine delle specie possa mai sostituire quella del grande naturalista anglosassone: potranno essere formulate, come già è avvenuto, teorie integrative o correttive di quella darwiniana, ma non certo teorie radicalmente alternative. In altre parole, nei confronti del darwinismo, come teoria scientifica, e nei confronti dei darwiniani, come scienziati, mi pongo in un atteggiamento di profondo rispetto. Ciò che non tollero non è il darwinismo, ma l’uso ideologico che del darwinismo viene massicciamente fatto, quando si utilizza il legittimo prestigio che la scienza si è conquistata nella modernità per veicolare ed avvalorare prospettive che non sono affatto scientifiche, ma filosofiche: prospettive peraltro antiche, riducendosi a varianti, nemmeno troppo originali, di quel naturalismo irreligioso con cui già nell’antichità classica si erano confrontati Socrate, Platone, Aristotele. Il torto del naturalismo non è quello di prendere sul serio e di studiare la realtà materiale come un fatto, anzi come una molteplicità sconfinata di ruvidi, irriducibili fatti, ma quello di ritenere che essa sia capace di rendere ragione di se stessa e di offrire sia pure un minimo appiglio per dare una risposta a quella domanda di senso che caratterizza e tormenta ogni uomo. Per i naturalisti darwiniani la teoria dell’evoluzione svuota dal di dentro ogni questione teologica e antropologica e rende inutile sia l’interrogarsi su Dio che l’interrogarsi sull’uomo. In un mondo lacerato da conflitti politici, culturali e generazionali, i neodarwiniani (confutate, cancellate, o meglio rimosse, le inquietanti teorie tardo ottocentesche del 'darwinismo sociale') continuano a mandarci messaggi ottimistici, si affannano a dipingere la realtà naturale come armoniosamente equilibrata e la specie umana come predeterminata evolutivamente alla cooperazione ed alla solidarietà. Guai a chi non accede a questi quadri idilliaci: oltre a diventare immediatamente oggetto della pesantissima accusa di essere un fondamentalista premoderno ed antiscientifico, chi osi insistere nel distinguere il darwinismo come teoria scientifica dal naturalismo darwiniano come teoria filosofico-antropologica viene radicalmente escluso da ogni dibattito pubblico su tematiche scientifiche e bioetiche ed esposto al ludibrio di un’opinione pubblica pesantemente manipolata dai grandi sistemi mediatici, per i quali quello di Darwin è il Vangelo della modernità.
Naturalmente, non tutti gli scienziati che aderiscono alla teoria dell’evoluzione sono, sul piano filosofico, 'naturalisti darwiniani'. La loro voce, però, continua ad essere ben più debole di quella di coloro per i quali Darwin non è solo un grandissimo scienziato, ma un vero e proprio benefattore dell’ umanità, per averla liberata dall’ipoteca di un soffocante teismo creazionista(!). L’anno darwiniano avrebbe potuto essere un’ottima occasione per distinguere queste due posizioni e per mettere bene a fuoco il principio epistemologico fondamentale, secondo il quale l’esistenza di Dio, come non può essere provata scientificamente, così non può essere scientificamente confutata (non a caso, infatti, le celebri prove classiche dell’esistenza di Dio hanno un carattere metafisico, cioè filosofico e non scientifico).
L’occasione (malgrado alcuni sporadici, generosi sforzi in senso contrario) è andata perduta. La maggior parte delle iniziative celebrative del darwinismo che si sono svolte nel 2009 hanno avvalorato indebitamente l’idea che la scienza sia l’unico orizzonte conoscitivo dotato di validità (e con ciò si è continuato ad attribuire agli scienziati un potere sociale che loro non spetta) e hanno contribuito a indebolire la valenza di ogni ricerca di senso di carattere antropologico, filosofico, teologico.
Sotto questo profilo, l’anno darwiniano è stato un fallimento. E’ una fortuna che sia arrivato alla fine.
«Avvenire» del 31 dicembre 2009

24 dicembre 2009

«Cnr creazionista», Usa stupiti

Due riviste intervengono sull'antidarwinismo italiano. Malessere tra i ricercatori
di Antonio Carioti
Fa rumore anche all'estero la legittimazione del creazionismo da parte del Consiglio nazionale delle ricerche, segnalata dal «Corriere» il 1° dicembre. Due prestigiose riviste edite negli Usa, «Science» e «Scientific American», si stupiscono del fatto che il Cnr abbia stanziato novemila euro per finanziare la pubblicazione del libro Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi (Cantagalli), curato dal suo vicepresidente Roberto de Mattei, che è anche l'organizzatore del convegno antidarwiniano, tenuto a Roma in febbraio, di cui il volume raccoglie gli atti. Pare inoltre che presto un altro autorevole periodico americano, «Nature», si unirà al coro: «Pochi giorni fa - riferisce Marco Ferraguti, presidente della Società italiana di biologia evoluzionista - ho parlato con quella testata e immagino che si faranno sentire a breve scadenza. Negli Stati Uniti si rendono ben conto di quanto sia grave spacciare per scienza ciò che non lo è, con l'avallo del Cnr e i soldi dei cittadini». Tanto Laura Margottini, su «Science», quanto Katherine Harmon, su «Scientific American», sottolineano come le posizioni di de Mattei, storico del cristianesimo e cattolico tradizionalista, siano in contrasto con il Vaticano, che ha escluso i creazionisti dal convegno su Darwin organizzato a marzo all'Università Gregoriana. «D'altronde anche il quotidiano dei vescovi, "Avvenire", ha attaccato de Mattei, rilevando come il suo rigetto assoluto dell'evoluzione smentisca non solo parecchi teologi cattolici, ma anche i Papi da Pio XII fino a Benedetto XVI», nota un altro biologo, Daniele Formenti dell'Università di Pavia, che tiene un blog molto aggiornato sul creazionismo in Italia. Pare proprio che all'estero, sostiene il matematico Piergiorgio Odifreddi, l'Italia non stia facendo una bella figura: «Sembriamo una repubblica delle banane. In nessun altro Paese occidentale sarebbe possibile avere ai vertici di un ente pubblico per la ricerca una persona secondo cui la Terra ha pochi milioni di anni e i dinosauri si sono estinti non 60 milioni, ma 20 o 30 mila anni fa. Io non ce l'ho con de Mattei, persona coerente nel professare la sua ideologia oscurantista, ma con il governo che lo ha nominato e confermato. E poi dal presidente del Cnr, uno scienziato valido come Luciano Maiani, mi sarei aspettato una dissociazione più netta da quelle assurdità». Anche Ferraguti critica Maiani: «Non può cavarsela, come ha cercato di fare, invocando la libertà di pensiero per le tesi creazioniste. Non si tratta certo di vietarne la divulgazione, ma di chiarire che non hanno valore scientifico». Anche dentro il Cnr la vicenda ha lasciato il segno, come testimonia uno studioso dell'Istituto dei materiali per l'elettronica e il magnetismo di Parma, Marcello Acquarone: «Ho preso contatto con altri colleghi del Cnr per sollecitare una presa di posizione collettiva. Ne stiamo discutendo. Una carica importante come la vicepresidenza del nostro ente non può essere occupata da chi, con la propria autorità istituzionale, cerca di accreditare tesi estranee alla scienza. Non si tratta di caccia alle streghe. De Mattei è uno storico e io suppongo sia competente in quel campo. Ritengo che abbia tutto il diritto di avanzare le sue critiche di natura etica alle ricadute sociali, vere o presunte, del darwinismo. Ma affermazioni false come quella, contenuta nel libro da lui curato, secondo cui l'evoluzione sarebbe incompatibile con il secondo principio della termodinamica non hanno nulla a che vedere con la libertà di opinione. Sarebbe come se l'Istituto nazionale di astrofisica legittimasse l'astrologia, presentandola come un'opinione plausibile in fatto di stelle. Mi colpisce che un fisico di fama internazionale come Maiani ammetta che un libro contenente simili errori possa essere sovvenzionato dal Cnr: se gli avessero chiesto di valutare come referee un articolo di quel tenore per la pubblicazione su una rivista, certamente lo avrebbe bocciato. E la dignità del nostro ente richiede che il suo vicepresidente non avalli tesi insostenibili».
«Corriere della Sera» del 23 dicembre 2009

06 dicembre 2009

Risposta all’inquisizione evoluzionista da un professore perseguitato

Creazionismo sotto processo (laicista)
di di Roberto de Mattei
Accusato da Pievani su MicroMega, il vicepresidente del CNR contrattacca il dogma metafisico darwiniano
Non mi sembra che l’anno darwiniano si stia concludendo nel clima di trionfalismo che certi superevoluzionisti avevano auspicato. In questi giorni i principali quotidiani italiani danno atto, infatti, dell’esistenza, all’interno della comunità scientifica, di un forte dibattito che va ben al di là delle mura del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Tutto ha preso inizio da un Workshop internazionale sull’evoluzionismo da me promosso lo scorso 23 febbraio presso l’ente di cui sono attualmente vicepresidente. Mi sia permesso di ricordare i nomi dei partecipanti a quell’incontro, tutti studiosi di diverse nazioni e discipline: Guy Berthault, membro dell’associazione Internazionale dei sedimentologi; Jean de Pontcharra, ricercatore in nano-elettronica all’Università di Grenoble; Maciej Giertych, membro dell’Accademia polacca delle scienze; Josef Holzschuh, ricercatore di Geofisica alla University of Western Australia; Hugh Miller, chimico, dottore alla Ohio State University; Hugh Owen, presidente del Kolbe Center negli Stati Uniti; Pierre Rabischong, professore emerito dell’Università di Montpellier; Josef Seifert, rettore dell’International Academy for Philosophy del Liechtenstein; Thomas Seiler, dottore in fisico-chimica all’Università di Monaco; Dominique Tassot, Direttore del Centre d’Etudes et de Prospectives sur la Science; Alma von Stockhausen, presidente della Gustav-Siewerth-Akademie. Gli atti di quel convegno sono stati pubblicati a novembre dall’Editore Cantagalli, con il titolo “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi” (pp. 192, euro 17,00). Quanto è bastato per suscitare le ire di Marco Cattaneo, direttore della rivista “Le Scienze”, di Marco Ferraguti, presidente della Società dei biologi evoluzionisti, e del filosofo della scienza Telmo Pievani. Quest’ultimo, ha dedicato ben nove pagine sulla rivista “MicroMega”, per irridere e insolentire un libro che, per sua ammissione, non aveva letto. Nel suo articolo Pievani si è spinto a chiedere la mia rimozione dal CNR affermando che “chi nega una realtà comprovata non dovrebbe ricoprire cariche che implicano un’influenza sull’opinione pubblica o sulla gestione di enti pubblici” (p. 115).
Ma qual è la “realtà comprovata”? Forse è quella che dà il titolo al più recente pamphlet dello stesso Pievani: “Creazione senza Dio”? Un libro in cui egli auspica che al reato di “vilipendio della religione” si sostituisca quello di “diffamazione della scienza” (p. 102)? Pievani accusa il “creazionismo” di spacciare per scienza un contenuto di fede. Ma cosa fa lui, se non spacciare per scienza, la sua negazione non della fede, ma dei principi evidenti della ragione. E’ più “evidente” per l’intelletto umano affermare che Dio esiste, piuttosto che ritenere che l’uomo discenda dalla scimmia, come si ripete acriticamente da Darwin in poi. Però la prima affermazione è declassata a opinione “fideistica”, la seconda elevata a verità assoluta. L’attacco di Pievani si inserisce non a caso in un virulento numero monografico contro Benedetto XVI, “Il Papa inquisitore”, come lo definisce il direttore della rivista Paolo Flores d’Arcais nel titolo del suo articolo di apertura (pp. 5-22). In quest’articolo si critica la “volontà di anatema” (p. 6) e l’“intransigenza dogmatica di questo inquisitore postmoderno” (p. 18) che “vuole imporre al mondo la verità della sua Chiesa, cattolica apostolica romana, nell’intero orizzonte etico-politico” (p. 13).
Dal fascicolo di “MicroMega” emerge però l’esistenza di un’altra chiesa, quella evoluzionista, ben più censoria e inquisitoria di quella di cui oggi è capo Papa Ratzinger. Benedetto XVI dialoga infatti con gli evoluzionisti, tollerando perfino che ricoprano alte cariche nei dicasteri pontifici, mentre i fanatici dell’evoluzionismo, non riservano che sprezzo e irrisione a chi non condivide il loro “Verbo”. Non è questo l’atteggiamento tipico di chi ha paura di misurarsi sul terreno delle idee, perché è consapevole della inconsistenza delle proprie ragioni? Gli anni passano, le prove non arrivano e l’evoluzionismo appare sempre di più, non una teoria scientifica, ma una mera opzione filosofica anticreazionista. La teoria dell’evoluzione rappresenta infatti la radicale negazione di ogni verità metafisica, a cominciare dall’esistenza di un Dio creatore dell’universo, in nome di una scienza che rinuncia ad esercitare il metodo scientifico per farsi filosofia. C’è la cristofobia di chi vuole svellere le radici cristiane d’Europa e cancellare ogni traccia di identità cristiana dei luoghi pubblici, ma c’è anche la teofobia di chi vuole sradicare, se mai fosse possibile, ogni traccia del divino dalla natura e dalla vita dell’uomo. Era una caratteristica dell’evoluzionismo marxista, lo è oggi dell’evoluzionismo “post moderno”.
Gli evoluzionisti credono di essere “anticreazionisti”, ma di fatto, essi trasferiscono l’azione creatrice da Dio alle creature, senza uscire dal vituperato “creazionismo”. Cos’è infatti la cosiddetta trasformazione delle specie se non un’“auto trasformazione” che implica la capacità della materia di “auto-crearsi”? Il materialismo evoluzionista attribuisce di fatto un potere creatore alle creature, espropriate del loro primo principio e del loro ultimo fine. Chi ha la capacità di auto-trasformarsi ha una capacità creatrice: le proprietà che vengono negate a Dio vengono attribuite alla materia, eterna, infinita, “pensante” e assolutamente “libera”, perché non determinata da altri che da se stessa: in una parola divina. In realtà nessun esperimento né argomento razionale è in grado di provare che una creatura possa autodeterminare la propria natura. Né una molecola di materia inerte, né una cellula vivente è in grado di “pensarsi”, di “crearsi” e di “superarsi”. La creazione, che è produzione di una realtà secondo tutta la sua sostanza, senza alcun presupposto, creato da altri, o increato che sia, si impone a chi voglia esercitare la ragione, come una “realtà scientifica”, o, se si preferisce, come una verità razionale radicalmente incompatibile con la fantasia evoluzionista.

P. S. Un’ultima considerazione. L’articolista del Corriere della Sera tenta di isolarmi all’interno del CNR. Ma il presidente dell’Ente, prof. Luciano Maiani, che è uno scienziato serio, che crede nella libertà della ricerca, lo ha ripreso in questi termini: “Il carattere aperto della ricerca intellettuale” e la “personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee” per me e per il Consiglio nazionale delle ricerche non sono un “contentino”, come afferma l’articolo (del Corriere della Sera), ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza – al di là delle diverse posizioni culturali – i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, Prof. Roberto de Mattei” (Dichiarazione del 1 dicembre 2009).
«Il Foglio» del 6 dicembre 2009

04 dicembre 2009

La Santa Inquisizione darwiniana

I violenti censori ateisti che processano de Mattei si rileggano Wallace, scopritore della selezione naturale
di Francesco Agnoli
Il professor Roberto de Mattei, vicepresidente nazionale del CNR, reo di aver organizzato un convegno a Roma con alcune personalità scientifiche piuttosto critiche verso l’ideologia darwinista, ha subito l’ennesimo processo dalle colonne del periodico giacobino Micromega. A fare da inquirente, il violentissimo Telmo Pievani, un personaggio che dietro le teorie di Darwin, ammantandosi del titolo di difensore della ragione e della scienza, nasconde il suo ateismo dogmatico e assolutista e il suo rancore e disprezzo per il pensiero cattolico e teista, ben espresso nel suo “Creazione senza Dio”. Pievani è uno di quelli che non possono sopportare alcun rilievo, piccolo o grande che sia, nei confronti di Darwin e del suo pensiero, non per una reale attenzione alla sua opera, quanto per personali motivi ideologici: il naturalista inglese è infatti per lui, come lo fu per Marx ed Engels, o per Stalin, la “dimostrazione” scientifica della inesistenza di Dio (vedi appunto il titolo del suo libro). Questo nonostante Darwin stesso non si sia mai definito ateo, e, al contrario, abbia in più occasioni fatto dichiarazioni di questo tipo: “L’impossibilità di pensare che questo grandioso e meraviglioso universo, insieme a noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi sembra il principale argomento a favore dell’esistenza di Dio”, salvo poi aggiungere però che “l’intera questione si trova al di là della portata dell’intelletto umano” (Randal Keynes, Casa Darwin, Einaudi). La polemica tra il dotto ed equilibrato professore del CNR e lo scomposto Pievani, perfetta espressione di un certo mondo poco amante del libero dibattito sull’opinabile, ci dà la possibilità, in chiusura dell’anno darwiniano, di ricordare anche un altro personaggio importante, quel sir Alfred R. Wallace, che è ricordato, insieme a Darwin, come lo scopritore della selezione naturale, e la cui memoria, pur essendo egli un evoluzionista, non farà forse un gran piacere al nostro Pievani. Qual è il nucleo del pensiero di Wallace? Wallace entra in discussione con l’amico Darwin a proposito dell’unicità umana. Non che neghi la natura anche animale dell’uomo, ma sostiene che l’unicità umana non può essere negata, ed è anzi evidente nel fatto che l’uomo è l’unica creatura che non è costretta a modificare il proprio corpo “in relazione alle mutate condizioni ambientali”, ma al contrario modifica l’ambiente a seconda delle proprie necessità. Per nuotare, nota Wallace, non abbiamo subito mutazioni genetiche che ci hanno fatto crescere le branchie, né per volare ci sono venute le ali, ma abbiamo inventato le pinne, le maschere, i sommergibili, le navi e gli aerei (e gli ospedali, che contrastano la legge del più forte). Non è dunque solo la natura ad esercitare il suo potere su di noi, ma anche noi ad esercitarlo su di essa. E questo come si spiega? Occorre, conclude Wallace, ipotizzare “un Potere che ha guidato l’attività di tali leggi (naturali, ndr) in una precisa direzione e con uno specifico scopo”. Occorre cioè, per spiegare l’uomo, una concezione teleologica-provvidenzialistica, un principio spirituale che renda conto della sua irriducibile alterità, ciò che i filosofi chiamano “anima”; occorre “un qualche altro potere, diverso dalla selezione naturale” che sia “stato coinvolto nella realizzazione dell’uomo”, una “legge più generale…forse connessa con l’origine assoluta della vita e dell’organizzazione”. A queste osservazioni Darwin, che non condivide l’idea di riservare all’uomo “un posto a sé stante nel regno animale”, risponde a Wallace: “Non capisco la necessità di tirare in ballo un’ulteriore e diretta causa riguardo all’uomo”, oltre, evidentemente, alla legge della selezione naturale, “la vostra e mia creatura” (Federico Focher, L’uomo che gettò nel panico Darwin, pp.155-197, Bollati Boringhieri, 2006). Eppure Wallace continua a sostenere una tesi che è ancora oggi la più evidente e di buon senso, e che certo non è mai stata smentita: che nell’uomo una “forza misteriosa”, la mente, costituisce “la vera grandezza, l’originalità dell’uomo” e lo rende “un essere a sé stante”. L’uomo, per Wallace, si sarebbe evoluto sino al momento in cui l’intelletto, raggiunta una soglia minima di sviluppo, avrebbe reso inutile le modificazioni del corpo. Ma cosa “la selezione naturale non può fare”? Essa, per lui come per Darwin, non ha “nessun potere di spingere un qualunque essere molto più avanti dei suoi simili, se non quel tanto che basta per permettergli di sopravanzarli nella lotta per l’esistenza”. Eppure nell’uomo, nota sempre Wallace, vi è un evidente eccesso: la capacità di costruire aerei, o di dipingere, o di osservare gli astri con un cannocchiale, non sembra avere alcuno scopo, alcuna utilità, tanto meno immediata! Anche la voce umana, così capace di estensione, di versatilità, e di dolcezza, “mostra di eccedere le necessità dei selvaggi” e le nostre: qual è l’utilità, per la sopravvivenza, di un soprano o di un tenore, del gregoriano, o della polifonia? Tanto più che le immense potenzialità della voce umana rimangono latenti anche nella gran parte degli uomini civilizzati. E l’immensa potenzialità delle nostre mani? Con esse l’uomo suona il piano o il violino, costruisce gioielli e microchip, fa operazioni chirurgiche o scrive col computer… Cioè, secondo le parole di Wallace, “la mano dell’uomo presenta delle capacità latenti e delle potenzialità che non vengono utilizzate dai selvaggi e che devono esserlo state ancora meno dall’uomo paleolitico e dai suoi più rozzi antenati. Ha tuttavia l’aria di un organo predisposto per essere utilizzato dall’uomo civilizzato, anzi di un organo necessario per rendere possibile la civilizzazione”. Se pensiamo alle facoltà mentali, la capacità di concepire l’eterno, l’infinito, l’armonia, il numero, non “influiscono minimamente” sulla esistenza individuale o su quelle della tribù, e quindi è “impossibile che si siano sviluppate grazie a una qualche forma di conservazione di forme di pensiero utili”. Inoltre la selezione non “ha il potere di produrre delle modificazioni in qualche misura dannose per chi le possiede”, essendo esse adattative. Si chiede allora Wallace: perché allora perdere il pelo, là dove sarebbe utile? Perché la posizione bipede, e le altre debolezze fisiche dell’uomo, quali appunto la pelle senza peli, che un quadrumane non ha? “La pelle dell’uomo, delicata, nuda, sensibile, priva completamente di quel rivestimento di pelo così comune in tutti gli altri mammiferi- conclude Wallace non si può spiegare con la teoria della selezione naturale. Le abitudini dei selvaggi dimostrano che essi sentono il bisogno di questo rivestimento, assente nell’uomo proprio nei punti in cui negli animali è più folto. Non abbiamo alcuna ragione di credere che il pelo possa essere stato dannoso, o anche solo inutile, per l’uomo primitivo”. Perché la crescita del cervello, se in primis è solo causa di mortalità alla nascita e di parti più dolorosi e rischiosi? Afferma Wallace: quando “modificazioni nocive o inutili al tempo della loro comparsa” divengono, “col tempo estremamente vantaggiose, e sono ora essenziali per il pieno sviluppo morale e intellettuale della natura umana, dovremmo dedurne l’azione di una mente che prevede e lavora per il futuro, proprio come facciamo noi quando vediamo l’allevatore organizzare il proprio lavoro con il determinato proposito di produrre un dato miglioramento nella coltivazione di una pianta o nell’allevamento di qualche animale domestico”. Wallace argomenta poi in questo modo: la crescita del cervello, il suo volume, ci differenzia dalle scimmie, ma la differenza tra il volume dei selvaggi e quello dei civili è ben misera (il cervello dei selvaggi è “immensamente più grande di quello degli animali”; “la selezione naturale avrebbe anche potuto dotare il selvaggio di un cervello non molto superiore a quello di una scimmia, e invece egli ne possiede uno di pochissimo inferiore a quello di un filosofo”). Eppure il selvaggio non usa moltissime delle facoltà di cui si serve l’uomo civile. Ma l’ampiezza del suo cranio (quello di un nero selvaggio può anche essere maggiore di quella di un bianco europeo) dimostra che il suo cervello “è capace, se coltivato e sviluppato, di svolgere un lavoro dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo che va molto al di là di quello che gli viene normalmente richiesto”. Tra i selvaggi possiamo trovare esempi di senso artistico, di altissima moralità, ecc…, pertanto, “considerato che tutte le facoltà morali e intellettuali occasionalmente si manifestano anche nel selvaggio, possiamo benissimo concludere che esse sono sempre latenti e che il suo grande cervello è sovradimensionato per le reali richieste della sua condizione di selvaggio”. Il cervello del selvaggio sembra cioè “predisposto per essere completamente utilizzato via via che egli progredisce nella civilizzazione”. Ma un cervello così grande rispetto alle necessità, non può essere frutto solo della selezione, che agisce in modo economico, badando all’utile immediato, portando ciascuna specie “ad un grado di organizzazione esattamente proporzionato alle sue necessità, mai oltre”, e mai preparando “nulla per il futuro sviluppo della razza”. Le facoltà umane della geometria e dell’aritmetica, come tante altre, come possono mai essere emerse “in un epoca in cui non sarebbero state di nessuna utilità per l’uomo nella sua primitiva barbarie?” Si tratta infatti di facoltà “così incredibilmente lontane dalle necessità materiali degli uomini selvaggi”; del resto l’ “ipotesi utilitaristica” (che altro non è che la teoria della selezione naturale applicata alla mente) “sembra inadeguata anche per spiegare lo sviluppo del senso morale”, in quanto “nella nostra natura esiste un sentimento, un senso del giusto e dell’ingiusto, che è anteriore e indipendente da esperienze utilitaristiche”. Come Darwin era partito dallo studio degli allevamenti artificiali, cioè dalla selezione operata dall’intelligenza umana, così l’evoluzionista Wallace conclude ipotizzando all’origine del cosmo una “intelligenza superiore”, analoga a quella, appunto, dell’allevatore o del coltivatore.
«Il Foglio» del 4 dicembre 2009

02 dicembre 2009

Darwin mette in imbarazzo il Cnr: lite tra studiosi sul creazionismo

L' opera di Roberto de Mattei criticata da «Le Scienze» e «MicroMega»
di Antonio Carioti
Il presidente Maiani bacchetta il vice: il suo libro è fuori linea «È un' intimidazione: l'evoluzionismo è l'ultimo mito sopravvissuto al tramonto delle ideologie»
Charles Darwin mette in imbarazzo il Consiglio nazionale delle ricerche. Tanto che il presidente del Cnr, il fisico Luciano Maiani, sente la necessità di prendere le distanze dal suo vice, lo storico Roberto de Mattei. Mentre il presidente della Società dei biologi evoluzionisti, Marco Ferraguti, mette in rilievo come l'Italia abbia il bizzarro primato di essere l'unico Paese occidentale nel quale un antidarwiniano convinto, il citato de Mattei, occupi un posto di primissimo piano in un ente pubblico destinato a promuovere la ricerca scientifica. La vicenda comincia nove mesi fa, il 23 febbraio, quando il vicepresidente del Cnr organizza un convegno di netta impronta creazionista, i cui atti sono ora confluiti nel volume Evoluzionismo. Il tramonto di un'ipotesi (Cantagalli, pp. 192, Euro 17), curato dallo stesso de Mattei. Ma mentre l'incontro di febbraio non suscita particolari clamori - forse perché sovrastato dal convegno sull'evoluzione promosso poco dopo (3-7 marzo) sotto il patrocinio del Vaticano all'Università Gregoriana, da cui i creazionisti sono stati esclusi - il libro scatena un putiferio. Attaccano de Mattei il direttore della rivista Le Scienze Marco Cattaneo, sul suo blog, e il filosofo Telmo Pievani, sulla rivista MicroMega. In difesa del creazionismo si schierano i quotidiani Libero e Il Giornale. Infine interviene Ferraguti, sul sito www.pikaia.eu e sulla versione online di MicroMega. E parlando al Corriere rincara la dose: «I testi inclusi in quel volume non hanno nulla a che vedere con la scienza - afferma il presidente dei biologi - e del resto nessuno degli autori gode di un qualche credito a livello internazionale. Sostengono tesi stravaganti, come quella per cui i dinosauri sarebbero vissuti al massimo 40 mila anni fa: "scoperte" tali da sconvolgere tutto il quadro delle attuali conoscenze. Se portassero degli argomenti seri, la comunità scientifica sarebbe impegnata a discuterne e le riviste più importanti ospiterebbero i loro interventi. Invece sono dei perfetti sconosciuti: il più famoso è il polacco Maciej Giertych, noto non per le sue opere scientifiche, ma come ex parlamentare europeo criticato per uno scritto di sapore antisemita». Intanto il presidente Maiani, sul sito dell' istituzione da lui diretta, chiarisce che il volume curato da de Mattei «non esprime la voce ufficiale del Cnr» e ha ricevuto solo «un modesto contributo finanziario per la stampa», mentre il convegno di febbraio «non ha gravato finanziariamente» sulle casse dell' ente. Una precisazione, giunta ieri a tarda sera, che fa emergere la scarsa sintonia tra Maiani, a suo tempo firmatario dell'appello dei fisici contro l'invito di Benedetto XVI all'Università «La Sapienza» di Roma, e de Mattei, cattolico tradizionalista. Allo smarcamento si accompagna però un contentino allorché Maiani, nello stesso comunicato, sottolinea «il carattere aperto delle ricerca intellettuale» e la sua «personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee». È infatti sulla libertà di opinione che insiste de Mattei: «C'è un tentativo d'intimidazione intellettuale - dice al Corriere - verso chi osa mettere in dubbio la filosofia evoluzionista. Invece di entrare nel merito delle nostre tesi, si vorrebbe intimarci il silenzio. In realtà l'evoluzionismo è l'ultimo mito sopravvissuto al tramonto delle ideologie, ma non vi è alcuna prova empirica che lo sorregga. Resiste soltanto per l'influenza della lobby darwinista, che vuole imporre un dogma privo di fondamento scientifico». Ferraguti respinge l'accusa: «Per me de Mattei è libero di sostenere ciò che vuole. Ma mi chiedo come in Italia possa essere vicepresidente del Cnr una persona che nega teorie condivise dall'intera comunità scientifica mondiale. Per il resto mi pare che sia in atto uno scontro interno al mondo cattolico: i creazionisti schiumano rabbia contro chi li ha esclusi dal convegno della Gregoriana». De Mattei smentisce: «Non condivido le tesi di chi vorrebbe conciliare il darwinismo e la fede, ma questo è un aspetto marginale di una polemica la cui posta in gioco è la libertà della ricerca scientifica».
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Roberto de Mattei Storico di formazione, il numero due del Cnr è promotore del centro culturale Lepanto ed è un cattolico antidarwiniano. A febbraio ha organizzato un convegno di stampo creazionista, i cui atti sono pubblicati col titolo «Evoluzionismo. Il tramonto di un'ipotesi»
Luciano Maiani: il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche è ordinario di Fisica teorica alla Sapienza, autore o coautore di oltre 150 pubblicazioni, in passato ha diretto il Cern di Ginevra. È su posizioni opposte a quelle del suo vice

La linea di pensiero del creazionismo è strettamente legata alla Genesi. Le correnti più ortodosse giudicano irrinunciabile il punto di vista biblico. Altri autori (nella foto Kem Ham, il fondatore del museo americano del Creazionismo a Petersburg) sostengono la teoria dell'Intelligent Design («progetto intelligente») per cui la complessità dei meccanismi biologici sarebbe tale da presupporre l'intervento di una mente superiore
Evoluzionismo: è fondata su riscontri biologici, genetici e paleontologici. Gli evoluzionisti si rifanno a riscontri scientifici e alla teoria darwiniana. La componente ambientale influisce sulla selezione naturale, come quella genetica, perché sono la mutazione dei caratteri a livello genetico e la sua trasmissione di generazione in generazione a caratterizzare il processo di evoluzione. Padre dell'evoluzionismo è Charles Darwin che nel 1859 scrisse «L'origine delle specie»
La polemica contro l'evoluzione è alimentata soprattutto da movimenti religiosi, gruppi cristiani evangelici molto influenti negli Stati Uniti, ma anche settori del mondo islamico. In difesa di Darwin è schierata la stragrande maggioranza degli scienziati. Negli Usa si è acceso un dibattito sulla proposta, respinta dalla magistratura, di inserire la teoria dell'Intelligent Design insieme all'evoluzionismo nei programmi di biologia delle scuole superiori.

«Corriere della sera» del 1 dicembre 2009

Povero Darwin: assalto «cristiano» dal Cnr

di Cristiana Pulcinelli
L’evoluzionismo? Non è scienza, ma “una fantasiosa storia”. A dirlo questa volta non è un creazionista qualunque, ma addirittura il vicepresidente del Cnr, il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Cosa ne penseranno i biologi che lavorano nel maggiore istituto di ricerca del nostro paese?
La storia comincia a febbraio scorso, quando Roberto De Mattei, storico e vice presidente del Cnr, organizza un convegno a porte chiuse nella sede del Cnr per confrontarsi “sulla fortuna delle teorie darwiniane, mettendone in luce le diverse criticità”. Dagli atti del convegno viene fuori un libro dal significativo titolo: “Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi” pubblicato da poco dall’editore Cantagalli. Il libro è stato salutato da Fausto Carioti, vicedirettore del quotidiano “Libero”, in un articolo del 3 novembre scorso, come un volume “importante” in cui finalmente “gli scienziati iniziano a rendere pubbliche le loro critiche” a Charles Darwin. Una sorta di outing della comunità scientifica che finora non aveva avuto il coraggio di opporsi al dogma dell’evoluzionismo. Un “corpus teorico” che “secondo i documenti che il Cnr sta per rendere pubblici, fa acqua da tutte le parti”.
All’articolo risponde Marco Cattaneo, direttore de Le scienze, in un articolo del 23 novembre in cui si racconta che il convegno in realtà ospitava una dozzina di autori internazionali “quasi nessuno dei quali si occupa, nella sua vita, di biologia. E nessuno di biologia evoluzionistica”. Successivamente,
Telmo Pievani, docente di filosofia della scienza alla Bicocca di Milano ed esperto di evoluzionismo, riprende la storia con un lungo articolo su Micromega in cui, oltre a raccontarci le più recenti prove della scientificità della teoria di Darwin, entra nei dettagli e racconta chi erano gli invitati al convegno di febbraio scorso. C’è ad esempio un sedimentologo francese in pensione, Guy Berthault, il quale non è persuaso dell’esistenza dei “lunghissimi tempi geologici” presupposti dall’evoluzione darwiniana. Secondo i suoi calcoli, la Terra è giovane e il tempo è stato “insufficiente per l’evoluzione delle specie, come risulta concepita dai sostenitori dell’ipotesi evoluzionista”. Berthault è anche convinto di poter mostrare che il Grand Canyon si è formato, nel corso di un solo anno, in conseguenza del diluvio universale. Una teoria audace, capace di sbarazzarsi in un sol colpo dell’evoluzione darwiniana, della tettonica a placche e anche delle teorie sulla formazione del nostro pianeta.
Assieme a lui sedevano nella sala del Cnr un medico francese che si è occupato di chirurgia robotica ma viene indicato come biologo. Un ex dendrologo polacco, ovvero un signore che si occupa di alberi, che viene spacciato per genetista, ma fa parte per davvero della Lega polacca per le famiglie ed è un alfiere di battaglie contro l’omosessualità e il relativismo morale. E via così.
Del resto, neppure De Mattei è un biologo. Insegna Storia del cristianesimo e della chiesa all’università europea di Roma, una università non statale ma riconosciuta che ha come missione promuovere “l’autentico sviluppo della persona; una cultura profondamente cristiana; l’approfondimento della verità attraverso la ricerca scientifica; la diffusione della civiltà della giustizia e dell’amore”. De Mattei è anche direttore della rivista “Radici cristiane” e presidente della Fondazione Lepanto (una fondazione che richiama nel nome la famosa battaglia di Lepanto del 1571, vittoria della cristianità sui musulmani dell’impero ottomano). Tutto bene, se non fosse che De Mattei è anche il vicedirettore del Cnr, il convegno si è tenuto nella sede del Cnr e gli atti di quel convegno vengono definiti “documenti usciti dal Cnr”.
Sia come sia, l’articolo di Pievani irrita De Mattei che replica con un articolo pubblicato da Il Giornale il 28 novembre in cui c’è la definizione dell’evoluzionismo come una “fantasiosa storia” e in cui si attacca il totalitarismo scientista, affermando che “oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo”. Lo stesso giorno anche Libero torna sull’argomento con un commento di Marco Respinti che legge l’attacco di Pievani come un attacco a De Mattei perché cattolico praticante,
Due giorni dopo, interviene anche Marco Ferraguti, presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica, con un articolo su Micromega on line. Ferraguti è andato a Chiasso per assistere alla presentazione del libro di De Mattei. Lì, dice Ferraguti “Abbiamo udito che festeggiamo i 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, e quindi del comunismo, ma l’evoluzionismo è un dogma che sopravvive incomprensibilmente; che si può affermare “che l’uomo discende dalla scimmia come che gli asini volano, ma senza dati scientifici”; che Darwin era “teofobico” e “monista””. De Mattei si è spinto a dire che “l’evoluzionismo è una tipica forma di letteratura fantastica”. Di biologia, però, si è parlato ben poco, nota Ferraguti. E conclude con una domanda: “Continuo a pensare che il vero problema con persone come De Mattei non è di carattere scientifico (inesistente, almeno se si applicano i criteri correnti per definire che cosa sia scienza), bensì politico: che ci sta a fare una persona che non crede che la vita sulla Terra abbia una storia alla vicepresidenza del CNR?”.
«L'Unità» del 2 dicembre 2009

Più apologetica contro i nuovi atei

«Lo scientismo è per principio a-religioso. La vera scienza apre allo stupore, come avvenne con Einstein. Nietzsche voleva azzerare ogni verità per estirpare Dio dalla coscienza dell’uomo»
di Lorenzo Fazzini
Solo l’unicità di Dio assicura all’uomo la verità oltre ogni dogmatismo relativista. Parla il filosofo Robert Spaemann
Dio ha a che fare con «lo spazio di verità» che l’uomo abita. Mentre oggi il predominio dello scientismo (non la scienza!) mette in oblio la domanda sul Creatore. Il filosofo tedesco Robert Spaemann rispolvera una sana apologetica per affermare che è razionale credere in Dio. Docente emerito alla Ludwig Maximilians Universität di Monaco, Spaemann affronta qui la questione del rapporto tra fede e ragione.
Nel volume 'La diceria immortale' (Cantagalli) lei denuncia l’attuale «atmosfera ateistica». In che senso?
«Ludwig Wittgenstein ha scritto: 'Una ruota, le cui rotazioni non mettono in movimento nient’altro, non appartiene alla macchina'.
Così, per la maggioranza della gente la fede in Dio è diventata priva di conseguenze. La scienza naturale non permette la domanda su Dio. Questo non significa che gli scienziati non siano credenti in quanto persone.
Non credente è la visione del mondo che chiamiamo scientismo. Essa riduce la realtà allo statuto di un oggetto possibile di scienza. Per esempio, la bellezza di un quadro o la verità di un’affermazione matematica sono ridotte a stati cerebrali.
L’interiorità della realtà non è mai oggetto della scienza. Del resto, quest’ultima è nel giusto».
Dove sta l’errore, allora?
«È errata l’opinione per cui si conoscerebbe l’interiorità di un essere se si conosce il correlativo materiale di questa interiorità.
Wittgenstein scrive che questa è 'la grande illusione moderna': credere che le scienze ci spiegheranno il mondo. Infatti le stesse leggi naturali hanno bisogno di essere spiegate. Esse sono sempre l’occasione di uno stupore, come avvenne con Einstein. Il successo inaudito delle scienze moderne e della tecnica ha posto l’umanità in uno stato di ubriachezza. I progressi delle scienze non permettono un’attenzione sufficiente sul Donatore di tutti i doni. Tale attenzione appare una sorta di lusso che non possiamo più permetterci».
Lei chiede alla Chiesa più incisività sui temi escatologici. Ha scritto: «Il dogma cristiano potrebbe diventare il rifugio dell’umanità dell’uomo». Heidegger diceva che «solo un Dio ci può salvare». E’ lo stesso Dio?
«Un Dio non ci può salvare, soprattutto dalla morte; può farlo solo il Dio unico, creatore di cielo e terra. Nella tradizione la fede in questo Dio è stata sostenuta dalla ragione. Oggi osserviamo l’opposto: la ragione ha cominciato a dubitare di se stessa.
Già David Hume, il padre dell’empirismo, scriveva: 'Noi non avanziamo un passo oltre noi stessi'. Lo scientismo non comprende la ragione come l’organo della verità bensì quale strumento dell’adattamento, spiegabile con la teoria dell’evoluzione. Nietzsche ha scritto che l’Illuminismo, con la sua volontà di servire la verità, si distrugge da solo se reclama come verità le proprie tesi. Ma una verità non relativa esisterà solo se ci sarà una prospettiva non relativa, ovvero se Dio esiste. Se Dio non esiste, non c’è verità. Questo vale anche per i concetti di libertà e dignità umana. Qualche decina di anni fa lo psicologo Burrhus Skinner ha scritto Oltre la libertà e la dignità . La scienza non conosce concetti simili, ovvero nozioni normative. Essa le comprende solo come oggetti di studio, non quali fonti di un obbligo per gli stessi scienziati. Solo se l’uomo è superiore alla scienza, cioè se è immagine di Dio, può parlare su di essa. Allora la dignità umana diventa qualcosa di diverso da un’illusione».
A Roma lei interverrà su «Il Dio della fede e della filosofia».
Oggi spopolano i «nuovi atei» per i quali Dio è irrazionale. Come spiegare che credere in Dio è secondo ragione?
«Nietzsche scriveva: 'Noi non possiamo sbarazzarci di Dio finchè crediamo ancora nella grammatica'. Perché? Perché noi uomini viviamo in uno spazio di verità. Il fatto che ora noi dialoghiamo partendo dal mio libro La diceria immortale è una verità eterna. Se non è un sogno che io parlo con lei, questo colloquio farà sempre parte della realtà. Esso appartiene al passato.
Nessuno può annullare il passato, che è una presenza trascorsa. Il futuro è legato indissolubilmente alla presenza. Nessuna gioia vissuta sarà un giorno non sperimentata. Nessun dolore reale sarà un giorno non sofferto. Ma quale sorta di essere è l’essere del passato? Se non ci saranno uomini sulla terra che potranno ricordarsene e il nostro pianeta non esisterà più, noi non possiamo dire che il nostro colloquio non sia avvenuto. Non possiamo pensarlo.
Dobbiamo pensare una coscienza assoluta in cui tutto quello che succede viene conservato. Chiamiamo Dio questa coscienza».
«Avvenire» del 2 dicembre 2009

Ma Darwin va d'accordo con la Genesi

di Fiorenzo Facchini
Potrà mai esserci un accordo su Charles Darwin? Temo proprio di no. Ma legare le difficoltà alla dottrina della creazione è un cattivo servizio alla scienza e alla religione. È la riflessione che mi viene da fare in margine alla polemica di questi giorni su un convegno svoltosi nel febbraio di questo anno organizzato dal vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei, di cui sono usciti gli atti qualche mese fa e contro cui si è scagliata la rivista « Micromega » . Come ha osservato ieri sul « Corriere » Marco Ferraguti, la vita sulla Terra ha una sua storia.
Personalmente ritengo che in questa storia gli eventi della natura si intreccino con una volontà del Creatore che opera attraverso le cause seconde (i fattori della natura), senza dover pensare a interventi continui o intermittenti. Dio non fa le cose, ma fa in modo che si facciano, diceva Teilhard de Chardin. La teoria di Darwin, il darwinismo e la teoria della evoluzione non sono la stessa cosa.
Confonderle non giova a nessuno. La teoria evolutiva non appartiene al genere dei miti, ma è sostenuta da buoni argomenti e in armonia con i dati di varie branche della scienza, come riconobbe Giovanni Paolo II. La spiegazione suggerita da Darwin, che può considerarsi dimostrata a livello microevolutivo, viene messa in discussione da alcuni scienziati se estesa a tutto il processo evolutivo. Avrebbe bisogno di integrazioni, come risulterebbe da ricerche in corso sulla biologia evolutiva e dello sviluppo. Ma queste possibili integrazioni dovrebbero avvenire in sede scientifica, non facendo appello alla creazione. Il darwinismo non è intoccabile, ma se lo si critica occorre farlo con argomenti seri. C’è chi ritiene inconciliabile il darwinismo con la fede cristiana. A questo proposito va ricordato che il darwinismo come teoria evolutiva non obbliga all’ateismo. Sono certe estensioni della visione darwiniana ( come l’esclusione della creazione o di un finalismo o dell’anima nell’uomo) che non sono conciliabili con la visione cristiana. Di per sé il darwinismo non implica una posizione metafisica materialista. Così riconosce Francisco Ayala e con lui quei sostenitori della evoluzione darwiniana che continuano a credere in Dio. La dottrina della creazione ( sarebbe il caso di smettere di parlare di creazionismo, una espressione che nell’attuale circostanza storica finisce per svilire la dottrina della creazione) non ha bisogno di sostenitori che si basino su lacune o insufficienze della teoria evolutiva. L’equivoco di un’alternativa tra evoluzione e creazione tarda a tramontare.
Ma va anche detto che parlare di creazione in un quadro evoluzionistico non rappresenta un’interferenza, come talvolta viene affermato, ma un allargamento della conoscenze nella ricerca della verità delle cose.
«Avvenire» del 2 dicembre 2009

30 novembre 2009

Quanto pesa l'onestà? 200 grammi (di cervello)

Scoperta di uno studio con tecniche d' imaging su 26 criminali
di Cesare Peccarisi
Un rischio da scongiurare: che le anomalie cerebrali possano diventare un marchio di infamia. E l'«intelligenza morale» funziona meglio nelle donne. In chi commette reati gravi sarebbero meno sviluppate le aree cerebrali del controllo degli impulsi
Cesare Lombroso, il medico torinese fondatore della moderna criminologia, elaborò nell' 800 il concetto di "pazzia epilettica" che, secondo i suoi studi, costituiva il denominatore comune della personalità criminale. Le sue teorie, poi sconfessate dai progressi della medicina, hanno ricevuto il colpo di grazia all' ultimo congresso Società italiana di neurologia, appena concluso a Padova. Qui è infatti arrivata la definitiva prova anatomica degli errori di Lombroso: la sua unica intuizione corretta è stata l' aver associato la tendenza criminale a un substrato cerebrale, che però con l' epilessia non ha nulla a che vedere. Uno studio, presentato da Giovanni Frisoni del Fatebenefratelli di Brescia, ha valutato, insieme a neurologi italiani, finlandesi e americani, 26 detenuti con gravi problemi di giustizia: in quelli con tratti antisociali di tipo psicopatico (personalità rintracciabile nel 20% circa di chi è in carcere e caratterizzata da scarsa empatia interpersonale, amoralità con ridotto senso di colpa e di rimorso, impulsività e incapacità di regolare il proprio comportamento secondo gli standard sociali) la risonanza magnetica tridimensionale ad alta risoluzione ha evidenziato insolite caratteristiche strutturali della corteccia cerebrale, assenti invece nei 25 soggetti normali di controllo. Risultano interessate le aree coinvolte nel controllo degli impulsi (polo temporale destro, paraippocampo, cingolo e corteccia orbito-frontale) che, meno sviluppate del 15 per cento, privano queste persone di quasi due etti di materia grigia. «In questi soggetti sarebbero ipoattive sia le strutture che elaborano le emozioni - dice Frisoni, dal 2008 nel comitato per le tecniche di neuroimaging delle Società di neurologia italiana ed europea - sia quelle delle cortecce frontali che garantiscono l' inibizione dei comportamenti istintivi». La scoperta espone al rischio che queste anomalie possano diventare un marchio di infamia. Ma può accadere anche il contrario, vista la recentissima prima perizia nella storia della medicina forense che - come anche questo giornale ha riferito -, con dati di neuroimaging funzionale e genetica molecolare, ha indotto la Corte d' Assise di Trieste a ridurre la pena a un omicida. «Quella perizia - ricorda Giuseppe Sartori, docente di neuroscienze cognitive all' Università di Padova (che ne è autore con Piero Pietrini dell' Università di Pisa) non ha giustificato deterministicamente il comportamento deviante, ma ha detto che si può avere un cervello "senza sicura", ovvero con predisposizione genetica, e col "colpo in canna", ovvero con alterazioni cerebrali conseguenti. Se però non arriva un dito a premere il grilletto (particolari eventi della vita) la psicopatologia non si manifesta». E non c' è nemmeno bisogno di prendere casi estremi per rendersi conto di quanto sia diverso il modo di reagire di ognuno di noi. Un altro studio su 50 uomini e 50 donne pubblicato sulla rivista Cognitive Processing da Alberto Priori, direttore del Centro per la Neurostimolazione della Fondazione Policlinico-Università di Milano, suggerisce estrema cautela, perché anche nelle normali persone "a piede libero" la moralità è un concetto assai variabile già solo fra i due sessi: è un po' come se il cervello degli uomini fosse predisposto a comportamenti morali meno etici. Basterebbero le lievi differenze "normali" fra cervello maschile e femminile (in media 150 grammi di materia grigia in più nella testa degli uomini) a indurre giudizi etici assai differenti, con risposte diverse di fronte a dilemmi morali appositamente studiati (v. box). Risposte che possono cambiare addirittura nella stessa persona. Lo studio è infatti andato anche oltre, dimostrando quanto basti poco a mutare i nostri comportamenti etici. Dopo la stimolazione transcranica dell' area frontale inferiore, una procedura non invasiva basata sull' invio di microimpulsi elettrici dall' esterno del cranio, i giudizi morali subiscono infatti un radicale cambiamento e, ancora una volta, in maniera diversa fra maschi e femmine. Per quanto si tratti di dati preliminari, presentati al Congresso di Neuroscienze svoltosi il mese scorso a Milano, ciò indicherebbe che, senza chiamare in causa variazioni genetiche patologiche, anche in chi non è un tipo da galera l' organizzazione anatomo-funzionale del "cervello morale" è diversa fra i due sessi, un risultato che rispecchia la diversa frequenza di criminali fra donne e uomini: ecco insomma, perché ci sono sempre stati più Clyde e meno Bonnie. Cesare Peccarisi RIPRODUZIONE RISERVATA * * * Il test Davvero l' uomo è più cattivo? Per evidenziare le differenze fra "cervello morale" maschile e femminile, Priori ha usato il test con cui il ricercatore americano Jeffrey Green della Virginia University ha scoperto che il giudizio morale attiva il sistema affettivo, mentre il sistema cognitivo è legato soprattutto a conflitti interpersonali: una decisione che può ledere il prossimo a nostro vantaggio avvia forti conflitti emotivi soprattutto nei maschi, che tendono a scelte utilitaristiche. Ecco due delle domande che più hanno evidenziato le differenze fra i due sessi. Provate anche voi. IL VACCINO Un' epidemia virale si è diffusa uccidendo milioni di persone. Hai creato 2 sostanze nel tuo laboratorio. Sai che una è un vaccino, l' altra è mortale, ma non sai qual è delle due. Ci sono con te 2 persone, il solo modo per identificare il vaccino è di iniettare in ogni persona una delle 2 sostanze. Uccideresti una di queste persone per identificare il vaccino che salverà milioni di persone? LA SCIALUPPA Sei su una nave da crociera, scoppia un incendio e la nave deve essere abbandonata. Le scialuppe di salvataggio stanno trasportando molte più persone di quelle che potrebbero. La scialuppa su cui ti trovi è pericolosamente a filo dell' acqua; le onde sono alte; se non si fa nulla affonderà e tutte le persone a bordo moriranno. Tuttavia, c' è una persona ferita che non sopravviverà in ogni caso. Se la getti fuori bordo, la scialuppa rimarrà a galla. Getteresti questa persona fuori bordo per salvare le vite degli altri passeggeri?
«Corriere della Sera» del 29 novembre 2009

25 novembre 2009

Il paradigma infettivo

Guerra ai virus della follia nell'America degli anni '30
di Marco d'Eramo
Riportato in auge dalla crisi, l'economista Irving Fisher fu tra i sostenitori dello psichiatra Henry Cotton, che con i suoi interventi di «chirurgia preventiva» provocò una vera strage tra i malati di mente
Questa non è solo la storia di un grande economista che uccise sua figlia per fede nel positivismo. È anche la vicenda di una strage di massa causata da un'aberrazione scientifica. Ed è il racconto di come una follia può essere giudicata dai contemporanei «il più decisivo progresso» nella ricerca medica. L'economista era Irving Fisher che l'attuale recessione ha riportato in auge e delle cui idee sull'inflazione e sulla moneta mi hanno tessuto gli elogi, in rapida successione in questi ultimi giorni, Marcello De Cecco e Giorgio Ruffolo. D'altronde già un mostro sacro come Aloys Schumpeter lo definiva «il più grande economista che l'America abbia mai prodotto». A lui si devono tra l'altro l'equazione di Fisher, il teorema di Fisher, la prima formulazione della curva di Phillips.

Un devoto magnate
D'intelligenza pronta e brillanti doti matematiche, prima del '29 Fisher aveva accumulato enorme autorevolezza e cospicua fortuna personale (10 milioni di dollari dell'epoca), perse entrambe con la Grande Depressione. Pochi giorni prima del «giovedì nero», aveva affermato che «i corsi azionari hanno raggiunto quel che pare come un alto livello (plateau) permanente». Il giorno del crollo disse che era solo «una scossa lunatica». Anzi pensava che i valori sarebbero saliti ancora e anche nei mesi seguenti continuò a predire che la ripresa era dietro l'angolo: il discredito in cui cadde aiutò l'ascesa del prestigio di John Maynard Keynes.
Con la stessa certezza con cui esprimeva i suoi pareri economici, Fisher si batté per molte altre cause. Dopo essere stato tre anni in sanatorio (1898-1901) per curarsi della tubercolosi (malattia di cui era morto il padre), divenne igienista intransigente, vegetariano e fautore dell'eugenetica (cioè del «miglioramento» della razza), tanto che fu nominato segretario dell'American Eugenics Society. Fisher fu anche convinto fautore del proibizionismo alcolico, tema su cui scrisse tre volumi, in nome dell'igiene collettiva, dell'efficienza e della produttività sociale.
Fisher divenne molto amico di John Harvey Kellogg, il miliardario quacchero, fondatore dell'impero dei corn-flakes che ideò come sostituti igienisti e religiosamente accettabili al tradizionale breakfast di uova e pancetta. Fisher scrisse vari articoli per il magazine di Kellogg, Good Health. All'inizio del secolo, Fisher prese l'abitudine di portare tutta la famiglia nel famoso centro salute di Kellogg, il Battle Creek Sanatorium in Michigan, dove i Fisher praticavano idroterapia, dieta vegetariana, esercizio fisico e attenta sorveglianza della propria attività intestinale: le infezioni intestinali erano considerate particolarmente nocive dal devoto magnate. E nel 1914 Kellogg e Fisher parteciparono insieme al Primo Congresso Internazionale sul Miglioramento Razziale a Battle Creek.
Ma intorno al 1916 l'ubbidiente figlia del grande economista, Margaret Fisher, cominciò a dare segni di squilibrio mentale. Aveva passato i vent'anni, ma viveva ancora coi genitori e lavorava come segretaria personale del padre che nel 1918 le trovò un appropriato giovane con cui accasarsi. Ma proprio allora la ragazza cominciò ad avere allucinazioni auditive, a parlare di miracoli, a comportarsi in modo strano. Margaret fu ricoverata nell'aurea istituzione in cui allora i ricchi d'America solevano rinchiudere la follia familiare, il Bloomingdale Asylum a White Plane. Ma lì fu diagnosticata schizofrenica e non maniaca depressiva: una diagnosi grave, perché a quel tempo la schizofrenia era considerata incurabile.
Fu allora che i Fisher sentirono parlare dello psichiatra (allora si chiamava «alienista») Henry Aloysius Cotton e della sua «portentosa scoperta». Dal punto di vista universitario, Cotton aveva tutte le carte in regola: non solo aveva studiato nelle migliori università, ma era andato in Europa a perfezionarsi con psichiatri famosi come Alois Alzheimer, ed era diventato assistente del luminare di origine svizzera Adolf Meyer, tanto che a trent'anni era già primario del più importante manicomio del New Jersey.

Negli anfratti del corpo
Ma non è possibile comprendere il favore con cui fu accolta la sua «scoperta» senza immergersi nel clima dell'epoca, in cui faceva furore il «paradigma infettivo». Risaliva a pochi decenni prima la scoperta di Louis Pasteur e Robert Koch, tra gli altri, del ruolo giocato dagli agenti patogeni nel causare e diffondere alcune malattie. Era quel che Paolo Vineis ha chiamato il paradigma monocausale: la malattia come unico effetto di un'unica causa, bacillo, germe o virus, in una relazione biunivoca. Con questo paradigma e con la conseguente enfasi sulla disinfezione, di molte malattie si era conosciuto il meccanismo, di molte si era venuti a capo con la vaccinazione, e in generale da questi successi la medicina aveva tratto enorme prestigio proprio nel paradigma batteriologico.
Altre patologie risultavano elusive e irriducibili a questo schema: reumatismi, artriti, nefriti. E naturalmente le «malattie mentali» che allora erano attribuite o alla «degenerazione», per tare ereditarie, o, invece sulla scia di Freud, ai traumi infantili, ambedue tesi che Cotton qualificava di «pseudoscienza».
Al loro posto propose una teoria rivoluzionaria «che riduceva tutta l'eterogenea miriade di manifestazioni della follia a un'unica causa soggiacente» (Andrew Scull): la chiave stava nei germi e nel pus. In quegli anni si faceva largo l'idea in importanti settori della medicina che anche le malattie fino ad allora inspiegabili potessero essere interpretate come infezioni croniche, ma a bassa intensità, come «sepsi focali» annidiate in anfratti nascosti del corpo da cui pomperebbero tossine nel resto dell'organismo, attraverso il flusso sanguigno, la linfa, fino a provocare un'incredibilmente vasta panoplia di patologie.
Intorno al 1915 Cotton cominciò perciò a investigare sistematicamente i suoi pazienti del manicomio di Trenton, con raggi X, microscopi, e altri macchinari, per individuare le sepsi focali della follia che si nascondevano nel corpo per minare la mente. E questi germi Cotton li individuò, o credette di averli stanati, nelle gengive dei denti, e poi nello stomaco, negli intestini, nel collo dell'utero. Una volta individuati i germi, essi potevano essere eliminati e così guarire «l'85% dei casi di follia»: allora non esistevano gli antibiotici e l'unica via praticabile per eliminare i germi sembrava l'asportazione. Dal 1916 Cotton cominciò perciò a rimuovere denti. E se la follia permaneva, passò alle tonsille, ai seni nasali. Poi ai colon, alle milze, per una progressiva pulizia del corpo dei pazienti.
Può sembrare un delirio, ma questa teoria fu accolta addirittura con entusiasmo dalla buona borghesia statunitense. Fino ad allora la pazzia, con i suoi demoni, era una sentenza inappellabile per chi ne soffriva, una stigmate di vergogna e disonore per i familiari. Ed ecco che infine la scienza moderna mostrava che c'è un germe della follia, un batterio dell'insania e che basta rimuoverlo per condonare alle famiglie l'inferno casalingo: basta rimuovere un dente, o al massimo un tratto d'intestino e tutto tornerà normale. Alienati e alienate benestanti si precipitarono al manicomio di Trenton dai quattro angoli degli Stati uniti, pronti a pagare rette esorbitanti per farsi asportare la follia.

Il prezzo del progresso
Nel 1919 anche Irving Fisher affidò sua figlia a Cotton. Tutto predisponeva Fisher a credere nella sepsi focale: il suo igienismo, la sua cura per il funzionamento intestinale, la sua irremovibile certezza che qualunque problema potesse essere risolto da rimedi materiali, organici o meccanici che fossero. Dopo gli esami, Cotton diagnosticò un allargamento del colon, con un'impossibilità di usare i raggi X e quindi la necessità di una laparotomia. Poi Cotton scoprì che anche «il collo dell'utero era eroso». La diagnosi di Cotton lasciava aperto ai Fisher uno spiraglio di speranza che i medici di Bloomingdale avevano richiuso. Inoltre il quadro eziologico era affine alle idee maturate da Fisher stesso. Ciononostante i genitori erano esitanti, ma ad agosto accettarono la rimozione del collo dell'utero della figlia dopo che nei suoi tessuti era stato trovato un «puro bacillo del colon». Il 15 agosto Margaret fu operata. Fisher si consultò con Kellogg sul da farsi: Cotton spingeva per un'altra operazione agli intestini, però questa volta l'infezione scoppiò davvero nel corpo martoriato e il 7 novembre 1919 Margaret Fisher morì.
Ma era il prezzo del progresso: Cotton citò persino il suo caso (senza nominarla) in conferenze pubbliche, e Fisher continuò a credere alla teoria della sepsi focale. Nel 1921 Cotton tenne una serie di letture a Princeton, nell'ambito di un ciclo in cui nel corso degli anni furono invitati l'astronomo Edwin Hubble, il fisico atomico Robert Oppenheimer, il chimico Linus Pauling, il biologo Francis Crick. Quando furono pubblicate, le letture di Cotton furono recensite nel giugno 1922 dal New York Times con queste parole: «All'ospedale statale di Trenton, New Jersey, sotto la brillante guida del direttore sanitario, il dottor Henry Cotton, sta avanzando la più profonda, aggressiva, penetrante investigazione scientifica che sia mai stata condotta nell'intero campo dei disordini mentali e nervosi». Le malattie mentali stavano crescendo a un tasso quattro volte più rapido della popolazione, scriveva il New York Times, ma grazie a Cotton «c'è speranza». Di fronte a una storia come questa è inevitabile chiedersi quale delle teorie scientifiche e mediche in cui oggi crediamo duro come ferro sarà ridicolizzata in un futuro neanche troppo lontano. Quale delle nostre certezze sarà considerata follia.

Tecniche cruente
Margaret Fisher non fu la sola a rimanere sotto i ferri del dottor Cotton: lui stesso riconobbe che il tasso di mortalità era del 30%, ma un'assistente di Adolf Mayer condusse uno studio accurato delle cartelle cliniche dell'ospedale di Trenton e concluse che il tasso di mortalità era del 45%: quando gli furono presentati questi dati, il boss di Cotton, Adolf Meyer, soppresse i risultati e lasciò che la strage continuasse.
Come scrive in Madhouse il massimo esperto della vicenda, Andrew Scull, «quando Cotton morì d'attacco cardiaco nel suo club di Trenton nel 1933, centinaia di pazienti erano morti, e altre migliaia erano stati mutilati. Anche se la chirurgia addominale cessò con la sua morte, le altre tecniche di Cotton continuarono a essere usate per quasi tre decenni poiché una successione di suoi protegés furono nominati direttori sanitari a Trenton. Le sue vittime inclusero, amaramente, i suoi propri figli, Henry Jr e Adolph, cui furono strappati i denti come misura profilattica per la loro immatricolazione a Princeton. In seguito, ambedue si suicidarono».
«Il Manifesto» del 25 novembre 2009