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10 febbraio 2012

Scott Hahn, Roma dolce casa

Tratto dal volume Roma dolce casa, Rome sweet home, Il nostro viaggio verso il cattolicesimo, Edizioni ARES, pp. 102- 109
di Scott e Kimberly Hahn
In quel periodo, Gerry e io continuavamo le nostre conversazioni telefoniche. Un giorno Gerry mi chiamò per invitarmi a partecipare con lui a un incontro con uno dei nostri più brillanti maestri, il dr. John Gerstner, un teologo calvinista laureato ad Harvard che aveva forti convinzioni anticattoliche. Gerry gli disse che stavamo prendendo in seria considerazione le posizioni della Chiesa cattolica; lui, quindi, fu ben felice di incontrarsi con noi per rispondere alle nostre domande.
Organizzò tutto Gerry. Potevamo portare i nostri Nuovi Testamenti in greco, le Bibbie in ebraico, i testi in latino dei concili cattolici e qualunque altra cosa volessimo; e dovevamo essere pronti a discutere di tutto, ma specialmente del sola fide.
Dovevamo incontrarci tutti e tre per andare a pranzare alla York Steak House, non lontano dalla casa di Gerry ad Harrisburg. Questo significava che il dr. Gerstner e io saremmo stati in macchina insieme parecchie ore, sia all’andata sia al ritorno. Ero eccitato e nervoso insieme, all’idea di dover incontrare uno studioso così ricco di fede e di erudizione.
Mentre andavamo in macchina, il dr. Gerstner e io passammo quattro ore a discutere intensamente di teologia. Gli esposi tutti gli argomenti che avevo raccolto da tempo sul fatto che la Chiesa cattolica era il culmine della storia della salvezza nell’Antico Testamento e la personificazione della Nuova Alleanza.
II dr. Gerstner ascoltò attentamente, rispondendo a ogni punto con interesse e rispetto. Sembrò considerare i miei argomenti come qualcosa di inedito; ma insistette per tutto il tempo che essi non erano una ragione sufficiente perché nessuno dovesse convertirsi alla Chiesa cattolica romana, che lui definiva «la sinagoga di Satana».
A un certo punto, mi chiese: «Scott, che base biblica trovi per il Papa?».
«Dr. Gerstner, lei sa quanto il Vangelo di Matteo sottolinei il molo di Gesù come figlio di Davide e re d’Israele, mandato dal Padre per inaugurare il regno dei cieli. Io credo che Matteo 16, 17-19 mostri come Gesù stabilisca tale regno. Gesù ha dato a Simone tre cose: innanzitutto, il nome di Pietro (roccia); poi, la promessa di costruire la sua Chiesa su Pietro; e, come terza cosa, le chiavi del regno dei cieli. E questo terzo punto che io trovo così interessante. Quando Gesù parla delle "chiavi del regno", si riferisce a un importante passaggio dell’Antico Testamento, Isaia 22, 20-22, in cui Ezechia, l’erede al trono di Davide e re d’Israele al tempo d’Isaia, aveva sostituito il suo vecchio primo ministro, Shebna, con uno nuovo, chiamato Eliakim. Chiunque poteva dire quale, fra i membri del gabinetto reale, fosse il nuovo primo ministro, dato che costui aveva ricevuto le "chiavi del regno". Affidando a Pietro le "chiavi del regno", Gesù stabili la funzione di primo ministro per governare la Chiesa, intesa come suo regno sulla terra. Le "chiavi", quindi, sono un simbolo dell’ufficio e della supremazia di Pietro, da trasmettere al suo successore; e così esso è passato di mano in mano lungo i secoli».
Rispose: «Questo è un argomento ingegnoso, Scott».
«E allora perché noi protestanti lo rifiutiamo?». Disse: «Beh, non sono sicuro di averlo mai sentito prima. Devo rifletterci un po’. Vai avanti con gli altri punti».
Allora proseguii, spiegandogli come la famiglia basata sull’alleanza era il principio unificatore, il concetto fondamentale della religione cattolica. Esso spiegava Maria come nostra Madre, il Papa come nostro padre, i santi come fratelli e sorelle, i giorni di festa come anniversari e compleanni.
«Dr. Gerstner, tutto acquista senso e diventa chiaro una volta che lei vede l’alleanza al centro della Scrittura».
Mi ascoltò attentamente. «Scott, penso che tu stia esagerando con questa storia dell’alleanza».
«Forse, dr. Gerstner. Ma sono assolutamente convinto che l’alleanza è il concetto centrale di tutta la Bibbia, proprio secondo l’insegnamento dei più grandi pensatori protestanti, come Giovanni Calvino e Jonathan Edwards; però sono anche convinto che l’alleanza non è un contratto, come loro l’hanno intesa, ma piuttosto un sacro vincolo familiare fra Dio e il suo popolo. Se sto sbagliando su uno dei due punti, mi faccia vedere dove. La prego. Lei potrebbe salvare la mia carriera».
Disse: «Aspettiamo che ci sia anche Gerry».
Arrivati all’appuntamento, discutemmo intensamente per ore e ore su vari argomenti, ma soprattutto sulla giustificazione. Presentai il punto di vista cattolico, secondo il quale la giustificazione non era semplicemente un’assoluzione, ma, alla luce del Concilio di Trento, condizione divina di figli. Per sei ore Gerry e io esponemmo varie tesi cattoliche; nessuna di esse fu confutata. Ponemmo anche molte domande, per le quali non ricevemmo una risposta soddisfacente.
Alla fine, Gerry e io ci guardammo l’un l’altro; eravamo entrambi pallidi. Per noi era un’esperienza sconvolgente. Avevamo sperato e pregato che qualcuno avesse potuto salvarci dall’umiliazione di doverci convertire.
Quando fummo soli per pochi istanti, dissi: «Gerry, mi sento ingannato dalla nostra tradizione protestante. Sono venuto qui pensando che saremmo stati fatti a pezzi. Ma la Chiesa cattolica non ha perduto su un solo punto. I testi citati dal Concilio di Trento sono stati presi fuori dal loro contesto. Involontariamente, lui ha travisato i canoni, isolandoli dalle definizioni formulate nei decreti».
Mentre lo riaccompagnavo a casa, parlai ancora, e a lungo, con il dr. Gerstner. Gli chiesi di mostrarmi dove la Bibbia insegnava il sola Scriptura. Non sentii un solo argomento nuovo. Invece, il mio interlocutore mi pose una domanda. «Scott, se sei d’accordo con me che ora noi abbiamo nella Bibbia la Parola di Dio ispirata e infallibile, allora di che cos’altro abbiamo bisogno?».
Risposi: «Dr. Gerstner, io non penso che il problema principale sia sapere di che cosa abbiamo bisogno; ma, visto che lei me lo sta chiedendo, le dirò la mia impressione. Dal tempo della Riforma, sono nate oltre venticinquemila Chiese protestanti, e gli esperti dicono che ne nascono altre cinque di nuove ogni settimana. Ognuna di esse, senza eccezione, sostiene di obbedire allo Spirito Santo e di seguire il significato letterale della Scrittura. Dio sa che abbiamo bisogno di qualcosa di meglio. Voglio dire, dr. Gerstner, quando i padri fondatori del nostro Paese ci hanno dato la costituzione, non si sono limitati a questo. Riesce a immaginare lei che cosa avremmo oggi, sei padri fondatori ci avessero lasciato solo un documento, buono finché si vuole, con un’esortazione del tipo "Possa lo spirito di George Washington guidare ogni cittadino"? Avremmo l’anarchia; che è precisamente ciò che abbiamo noi protestanti, quando si tratta di unità della Chiesa. Invece, i nostri padri fondatori ci hanno dato qualcos’altro, oltre alla costituzione: ci hanno dato un governo, costituito da un presidente, da un congresso e da una corte suprema, e ognuna di queste cose è necessaria per amministrare e interpretare la costituzione. E se tutto ciò è appena sufficiente per governare un Paese come il nostro, di che cosa ci sarà mai bisogno per governare una Chiesa universale? Ecco il motivo per cui, dr. Gerstner, personalmente sto iniziando a pensare che Cristo non ci abbia lasciato soltanto un libro e il suo Spirito. In effetti, Cristo non parla mai ai suoi apostoli, in nessun punto dei Vangeli, di ciò che ha o avrebbe scritto; inoltre, solo meno della metà degli apostoli hanno scritto libri che sono stati inseriti nel Nuovo Testamento. Quello che Cristo ha veramente detto - a Pietro - è stato: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa". Perciò per me ha più senso pensare che Gesù ci abbia lasciato con la sua Chiesa, costituita da un Papa, da vescovi e da concili, e che tutte queste cose siano necessarie per amministrare e interpretare la Bibbia».
Il dr. Gerstner fece una pausa pensosa. «È. tutto molto interessante, Scott, ma tu hai detto che non pensi che questo sia il problema principale. Qual è per te, allora, il problema principale?».
«Dr. Gerstner, penso che il problema principale sia quello che la Bibbia insegna circa la Parola di Dio, perché da nessuna parte essa riduce la Parola di Dio alla sola Bibbia. Al contrario, la Bibbia ci dice in vari punti che la Parola autorevole di Dio va ricercata nella Chiesa: nella sua Tradizione (2 Ts 2, 15; 3, 6), nonché nella sua predicazione e nel suo insegnamento (1 Pt 1, 25; 2 Pt 1, 20-21; Mt 18, 17). Ecco perché io ritengo che la Bibbia sostenga la tesi cattolica del "solum verbum Dei" (solo la Parola di Dio), e non lo slogan protestante del "sola Scriptura" (solo la Bibbia)».
Il dr. Gerstner rispose dichiarando - più e più volte - che la Tradizione cattolica, il Papa e i concili ecumenici insegnavano tutti cose contrarie alla Bibbia.
«Contrarie all’interpretazione della Bibbia da parte di chi?», chiesi. «Fra l’altro, gli storici della Chiesa concordano sul fatto che abbiamo il Nuovo Testamento grazie al Concilio di Ippona del 393 e al Concilio di Cartagine del 397, entrambi i quali mandarono le loro conclusioni a Roma per l’approvazione papale. Dal 30 d.C. al 393 d.C. é un periodo un po’ lungo perché si possa rimanere senza un Nuovo Testamento, non trova? Oltretutto, c’erano vari altri libri che la gente, a quell’epoca, pensava che potessero essere divinamente ispirati, come la Lettera di Barnaba, il Pastore di Enna e gli Atti di Paolo. C’erano anche parecchi libri del Nuovo Testamento - come la Seconda lettera di Pietro, la Lettera di Giuda e l’Apocalisse - che alcuni ritenevano che dovessero essere esclusi dal canone. Perciò qual era la persona in grado di prendere decisioni attendibili e conclusive, se la Chiesa non insegna con autorità infallibile?».
Il dr. Gerstner rispose con calma: «I Papi, i vescovi e i concili possono commettere errori, e, di fatto, li commettono. Scott, come puoi pensare che Dio renda Pietro infallibile?».
Feci una breve pausa. «Beh, dr. Gerstner, protestanti e cattolici sono d’accordo sul fatto che Dio ha certissimamente reso Pietro infallibile in due occasioni: quando ha scritto la sua prima e la sua seconda lettera, per esempio. Perciò, se Dio aveva potuto renderlo infallibile quando impartiva insegnamenti con autorità per iscritto, perché non avrebbe potuto preservarlo dagli errori anche quando impartiva insegnamenti con autorità di persona? Similmente, se Dio ha potuto fare questo con Pietro - e con gli altri apostoli che hanno scritto nella Bibbia - perché non avrebbe potuto farlo con i loro successori, tantopiù prevedendo l’anarchia che si sarebbe creata se non lo avesse fatto? Inoltre, dr. Gerstner, come possiamo essere sicuri che gli stessi ventisette libri del Nuovo Testamento siano l’infallibile Parola di Dio, se sono stati concili della Chiesa fallibili e Papi fallibili a compilarne l’elenco?».
Non dimenticherò mai la sua risposta. «Scott, questo significa solo che tutto quello che possiamo avere è una raccolta fallibile di documenti infallibili!».
Domandai: «E questo il meglio che il cristianesimo protestante storico è in grado di dire?».
«Sì, Scott; tutto quello che possiamo fare è formulare giudizi probabili in base a prove storiche. Non abbiamo altra autorità infallibile che la Bibbia».
«Ma, dr. Gerstner, quando apro il Vangelo di Matteo, o la Lettera ai Romani, o quella ai Galati, come posso essere sicuro che quella sia davvero l’infallibile Parola di Dio?».
«Come ho detto, Scott, abbiamo solo una raccolta fallibile di documenti infallibili».
Di nuovo, mi sentii molto insoddisfatto delle sue risposte, pur sapendo che il mio interlocutore rappresentava fedelmente il punto di vista protestante. Mi misi a riflettere su quello che mi aveva detto, su quale fosse il principio assoluto dell’autorità, e sull’inconsistenza logica della posizione protestante.
Gli risposi soltanto questo: «Allora io penso, dr. Gerstner, che, se vogliamo andare al nocciolo della questione, l’autorità infallibile deve essere costituita dalla Bibbia e dalla Chiesa: da tutte e due, o da nessuna delle due!».
Tornai a casa alle prime ore del mattino. Quando comunicai a Kimberly i risultati della giornata trascorsa insieme al dr. Gerstner, lei si spaventò. Aveva sperato che quella discussione avrebbe posto fine a tutto.
Mi strappò una promessa. «Ti prego, non farlo improvvisamente: sarebbe troppo doloroso».
Le assicurai: «Se mi converto, Kimberly, non sarà prima del 1990. E mi convertirò solo se è assolutamente necessario; solo se queste conclusioni diventano ineluttabili».
Era il 1985. Mi sembrava di disporre di un tempo sufficiente per compiere un passo intellettualmente rispettabile, se mi fossi convertito.
Lei rispose: «Va bene, posso convivere con questa cosa».
Dopo molta preghiera, capimmo che era necessario che lavorassi su questo problema a tempo pieno.
Postato il 10 febbraio 2012

04 febbraio 2012

Possiamo credere ai Vangeli?

Brano tratto dal libroLe risposte della fede, Edizioni Paoline 1992
di P. Descouvement
La testimonianza dei vangeli non è neutra. Che credito darle?
I - I manoscritti antichi
1. Antichità
2. Numero
3. Critica testuale
II - Gli autori
1. Criteri esterni
2. Criteri interni
III - La data di composizione
IV - II valore della testimonianze
1. L'informazione dei testimoni
2. La sincerità dei testimoni

I cristiani si sono resi conto ben presto di alcune incoerenze esistenti nei vangeli. In Matteo, è il centurione di Cafarnao in persona che va da Gesù e gli dice: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di soltanto una parola e il mio servo - o il mio figlio? - sarà guarito» (Mt 8, 8). In Luca, il centurione manda da Gesù «alcuni anziani dei giudei a pregarlo di venire» (Le 7,3). Sono loro che riferiscono a Gesù le parole dell'ufficiale romano. E allora? A chi dobbiamo credere? A Luca o a Matteo? Il centurione è andato o no incontro a Gesù? .
A parte queste questioni marginali, intere generazioni di cristiani sono vissute nel sacro rispetto del testo evangelico, che veniva preso tutto alla lettera.
Non molto tempo fa, il best-seller di Daniel-Rops, Gesù e il suo tempo, diede ai cristiani degli anni Cinquanta la gioia di rappresentarsi la vita di Gesù se non giorno per giorno, almeno nelle grandi tappe e nel contesto storico.
I tempi sono cambiati. Il vento del dubbio ha soffiato tra i cristiani del XX secolo. Essi sono tutti influenzati più o meno dalla tesi dell'esegeta protestante R. Bultmann (morto nel 1976), il quale afferma che dal «Cristo della fede» non si può risalire al «Gesù della storia». Secondo questo esegeta gli scritti del Nuovo Testamento ci farebbero conoscere un Gesù rivisto e abbellito dalle prime comunità cristiane, il Cristo come era creduto, e noi saremmo nell'impossibilità assoluta di conoscere il Gesù storico come era realmente vissuto sotto Ponzio Pilato. Ma non è cosa grave, pensava Bultmann, perché la nostra fede non ha bisogno di sovraccaricarsi del «Gesù della storia»; essa infatti si rivolge solo al «Cristo della fede», annunciato dai primi cristiani.
Molti cristiani, pur non condividendo il pessimismo storico di Bultmann, sono impressionati da letture fatte qua e là sui vangeli. Si chiedono, per esempio, se possono considerare ancora come autentiche le guarigioni raccontate dai vangeli, la scena della moltiplicazione dei pani, il discorso di Cafarnao sul pane di vita, gli annunci di Gesù sul-la sua passione e la sua futura risurrezione, ecc. In breve, esistono dei passi evangelici da prendere ancora alla lettera come «parola del vangelo»?
La posta in gioco è importante. Indipendentemente dal pensiero di R. Bultmann, la fede cristiana non è solo l'adozione delle idee di Gesù, come possono essere state interpretate dai suoi primi discepoli; essa è adesione alla persona stessa di Gesù, nato dalla Vergine Maria a Betlemme di Giudea e crocifisso a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato. E lui che ci interessa, a lui guardiamo, lui ascoltiamo. Come diceva padre de Foucauld, «pregare, è pensare a Gesù amandolo».
Non tutti i cristiani sono obbligati a intraprendere una ricerca storica dettagliata su Gesù per seguirlo e amarlo. E anche quelli che hanno fatto un serio studio in questo campo non ci pensano in ogni istante! Non si abita in una casa verificando continuamente la solidità delle sue fondamenta. Anzi, spesso ci fidiamo di un esperto che ci garantisce di averle esaminate con cura e di non avervi trovato nulla di anormale. E quanto giustamente fa la maggior parte dei cristiani. Essi si fidano degli esperti in scienze bibliche che hanno esaminato la questione prima di loro e per loro.
Ma è sempre bene che i cristiani abbiano almeno un'idea delle ricerche effettuate da questi studiosi, del loro metodo di lavoro, delle loro conclusioni e dei problemi che restano aperti, per avere qualcosa da rispondere quando sono violentemente attaccati da quelli che continuano a ripetere lo slogan: «Il vangelo è solo un intreccio di leggende».
Noi vorremmo dimostrare che, lungi dall'essere un insieme di libri storicamente contestabili, il Nuovo Testamento è, dal punto di vista scientifico, un insieme di documenti di grande valore. Qui studieremo solo gli scritti del Nuovo Testamento, riservandoci di indicare nella bibliografia alcune opere specializzate nello studio storico e critico dei libri dell'Antico Testamento.


I - I MANOSCRITTI ANTICHI

Non è stato evidentemente ritrovato l'originale delle lettere scritte da Paolo ai Tessalonicesi o ai Corinzi, come non sono stati ritrova-ti gli originali delle lettere di Cicerone o degli Annali di Tacito. Ma abbiamo la fortuna di possedere manoscritti molto antichi e molto numerosi di tutti gli scritti del Nuovo Testamento.

1. Antichità
Nella biblioteca Rylands, a Manchester, sono conservati due frammenti di papiro che risalgono alla prima metà del secondo secolo: vi sono copiati due brani della passione secondo Giovanni. Molte pergamene del III secolo contengono diversi passi del Nuovo Testamento.
E abbiamo due copie complete del Nuovo Testamento scritte nel IV secolo con una magnifica scrittura onciale: il Vaticanus, così chiamato perché conservato presso la biblioteca Vaticana; sembra che sia uno degli esemplari che l'imperatore Costantino ricevette dal vescovo Atanasio nel 340. Il Sinaiticus, conservato a Oxford, sarebbe uno dei cinquanta manoscritti che Eusebio dice di aver fatto copiare per Costantino e dietro suo ordine, verso il 331: le cinquanta copie furono offerte dall'imperatore alle principali chiese. Il Sinaiticus è chiamato così perché fu scoperto, nel 1844, in un convento greco del Sinai. E composto di 346 fogli di pergamena molto fine, forse di pelle di gazzella; ogni foglio misura 43 cm x 37 cm.
Ci sono dunque solo tre secoli di scarto tra la redazione degli scritti del Nuovo Testamento e i primi manoscritti completi che posse-diamo di essi. Questo è niente a confronto dei molti secoli che separano l'originale dei classici dell'antichità dalla copia più antica conosciuta:
1600 anni per le tragedie di Euripide o le opere poetiche di Catullo; 1400 anni per le tragedie di Sofocle o di Eschilo e le commedie di Aristofane;
1300 anni per i dialoghi di Platone;
1200 anni per le orazioni di Demostene;
700 anni per le commedie di Terenzio
e 400 anni per i poemi di Virgilio.

2. Numero
Se di un autore possedessimo solo una copia, chi ci proverebbe che il testo non è stato mutilato o che non è stato fatto nessun errore nella trascrizione? Solo il confronto con altri manoscritti può illuminarci. Ma tutti gli scrittori dell'antichità sono arrivati fino a noi grazie a un ridotto numero di manoscritti.
Del Nuovo Testamento, invece, abbiamo numerosissime copie. Solo per i vangeli esistono circa 2500 manoscritti scritti in greco, di cui 40 hanno più di mille anni di vita. Esistono 1500 lezionari che con-tengono la maggior parte del testo evangelico suddiviso in letture per tutto l'anno. Sono state trovate inoltre antichissime traduzioni dei vangeli in siriaco, in copto, in armeno, in georgiano, ecc. In realtà, fin dagli inizi della Chiesa, i cristiani tradussero i vangeli per poterli leggere nella loro lingua materna.

3. Critica testuale
Il confronto di queste diverse copie consente di stabilire il testo che si avvicina di più all'originale: è il lavoro della critica testuale. Accade, infatti, che un copista modifichi l'ortografia, sposti delle parole, aggiunga di sua iniziativa una spiegazione, dimentichi qualche parola. Queste varianti, dato il numero dei manoscritti del Nuovo Testamento, sono numerose. Ma interessano solo un ottavo dell'insieme, e le varianti sostanziali solo un millesimo! Dobbiamo anche precisare che le varianti sostanziali, che modificano il senso della fra-se, lo fanno solo molto leggermente. Per esempio, leggiamo in Luca 6,10: «E volgendo tutt'intorno lo sguardo sudi loro, disse all'uomo: "Stendi la mano"». Un manoscritto dopo «sguardo» aggiunge «con indignazione». Chiaramente il copista, volutamente o no, volle armonizzare Luca con il racconto parallelo di Marco 3,5, che riporta effettivamente questa connotazione sul modo con cui Gesù guardò i presenti. Come si vede, una variante «sostanziale» è poca cosa!
Tutti gli storici, credenti o non credenti, sono quindi obbligati a riconoscere che nessun libro dell'antichità ci è stato trasmesso in con-dizioni così perfette come i libri del Nuovo Testamento.


II - GLI AUTORI

Per conoscere gli autori del Nuovo Testamento come per l'autore di qualsiasi altra opera, dobbiamo ricorrere a due diversi ordini di criteri.

1. Criteri esterni
Sono le allusioni ai vangeli e agli altri scritti del Nuovo Testamento fatte da autori molto antichi. Papia, per esempio, vescovo di Gerapoli in Frigia, nel I1 secolo, discepolo dell'apostolo Giovanni e, secondo Ireneo di Lione, compagno di Policarpo, scrisse nel 130 una Esposizione dei loghia (parole) del Signore nella quale attribuisce all'apostolo Matteo alcuni brani del nostro primo vangelo.

2. Criteri interni
Analizzando da vicino i testi, possiamo verificare che Luca era me-dico, come dice la tradizione (parla delle guarigioni usando numerosi termini tecnici), che fu compagno di viaggio di Paolo (cfr. i capitoli degli Atti dove utilizza la prima persona del plurale per ricordare i viaggi di Paolo, l'identità della teologia lucana con la teologia paolina), che è autore sia del terzo vangelo che degli Atti degli Apostoli (lo stile è identico), ecc. Allo stesso modo è facile provare che Marco era molto legato a Pietro (vedi il racconto particolareggiato del triplice rinnegamento e l'omissione di elementi che valorizzano Pietro, come il miracolo di camminare sulle acque o l'annuncio del «primato» di Pietro sulla Chiesa).
Tramite la stessa analisi interna, possiamo classificare le diverse lettere di Paolo, in base all'evoluzione del loro stile e della loro teologia. Ci rendiamo conto così - sempre tramite lo stesso metodo - che la lettera agli Ebrei non è certamente di Paolo: non è il suo stile.


III - LA DATA DI COMPOSIZIONE

Secondo l'opinione della maggior parte degli esegeti attuali, la redazione definitiva dei vangeli è avvenuta trenta o quarant'anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù .
Certamente i redattori utilizzarono documenti che circolavano già nelle comunità cristiane dell'epoca; documenti che raggruppavano in raccolte ben costruite sia i detti che i fatti e i gesti di Gesù. Solo l'esistenza di questi documenti preesistenti può spiegare la somiglianza che si constata spesso tra un brano di Marco e un passo di Matteo o di Luca. Una somiglianza che può arrivare fino all'uso di un vocabolario assolutamente identico e che è tanto più impressionante in quanto si abbina spesso a profonde differenze.
Gli evangelisti si sono realmente comportati con molta libertà nei confronti delle fonti che utilizzavano. E tutti sono d'accordo nel riconoscere che ognuno di essi ha scritto il suo vangelo in funzione della comunità cristiana a cui si rivolgeva.
Questa opinione comune è stata recentemente contestata da alcuni autori che ritengono che i nostri vangeli siano la traduzione greca di testi molto più antichi redatti in ebraico. Tutti gli scritti del Nuovo Testamento devono essere datati tra il 42 (lettera di Giacomo) e il 68 (Apocalisse), afferma J. A. T. Robinson .
C. Tresmontant arriva addirittura a pensare che gli apostoli avevano scritto alcune note durante la predicazione di Gesù, come ave-vano fatto a loro tempo i discepoli di Amos, di Osea, di Isaia o di Geremia. Egli ritiene che si possano facilmente ritrovare nel testo greco che ci è pervenuto delle tracce del testo ebraico originale:
- La struttura delle frasi è spesso quella ebraica: all'inizio il verbo, poi il soggetto della proposizione, poi il complemento oggetto, poi i complementi indiretti.
- Numerosi ebraismi: «Pietro prese allora la parola e disse: Signo-re, è bello per noi restare qui» (Mt 17,4). Un'espressione classica in ebraico, usata anche quando non c'è dialogo.
- Giochi di parole che hanno senso solo in ebraico: «Vi dico che Dio può far sorgere figli (banim) di Abramo da queste pietre (abanim)» (Mt 3,9).
Altro argomento a favore dell'antichità della prima redazione del vangelo di Matteo: non vi si trova alcuna allusione a due avvenimenti che segnarono profondamente la vita e la coscienza delle prime comunità cristiane:
- La distruzione di Gerusalemme nel 70. Se il vangelo fosse stato scritto dopo il 70, pensa C. Tresmontant, avrebbe distinto più chiaramente, nel cosiddetto «discorso escatologico» di Gesù (capitolo 24), ciò che riguardava la rovina del tempio e ciò che annunciava la fine dei tempi. L'espressione che si trova in Mt 22, 7: «la città bruciata dal fuoco», non può essere considerata come un'allusione all'incendio di Gerusalemme nell'agosto del 70; è un'espressione troppo classica nella Bibbia ebraica.
- La persecuzione dei cristiani da parte di Nerone, negli anni 64-65. Il vangelo parla diffusamente della persecuzione che devono subire i cristiani. Ma essa viene dai giudei e non dai romani. Se il vangelo fosse stato redatto dopo l'anno 65, avrebbe accennato, come minimo, al massacro dei cristiani ad opera dell'imperatore di Roma.
P. Grelot, professore di Sacra Scrittura presso 1'Institut Catholique di Parigi e specialista in aramaico, si è adoperato per dimostrare che gli argomenti prodotti da questi tre autori non erano assoluta-mente convincenti . Ha dimostrano soprattutto che i cosiddetti ebraismi individuati da C. Tresmontant o da J. Carmignac erano semplicemente semitismi, che possono essere quindi spiegati benissimo tanto con l'esistenza di documenti aramaici primitivi, quanto con l'esistenza di documenti ebraici. Ma è ben diverso individuare l'esistenza di documenti semiti anteriori alla redazione dei nostri vangeli e l'esistenza di un vangelo interamente redatto in aramaico o in ebraico.
Egli ha anche dimostrato che il preteso silenzio dei vangeli sulla caduta di Gerusalemme non è così evidente. In Marco, infatti, Gesù dice agli apostoli: «Quando vedrete l'abominio della desolazione sta-re là dove non conviene, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti» (Mc 13,14). Matteo, a sua volta, dice: «Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione» di cui ha parlato il profeta Daniele «stare nel luogo santo» (Mt 24, 15). La sostituzione dell'espressione conservata in Marco con questa espressione precisa non è un «ritocco discreto» motivato dal fatto che la profanazione del tempio è già avvenuta? Luca manipola anche più profondamente le sue fonti. Da una parte, accenna chiaramente all'assedio della città da parte di truppe nemiche, quando mette queste parole in bocca a Gesù: «Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti» (Lc 21, 20). Dall'altra, conclude il discorso escatologico con queste parole: «Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti» (v. 24). Non è questa una prova, dice P. Grelot, che Luca scrive dopo la catastrofe del 70 e che pensa già al futuro della città santa? Quando i tempi delle nazioni saranno compiuti, Cristo ritornerà nella sua gloria e questa sarà la nuova Gerusalemme nella quale entreranno con gioia tutte le nazioni.
In ogni caso, osserva P. Grelot, «se la distruzione del tempio era un evento drammatico nella vita della "nazione" ebraica e se essa colpiva i giudei cristiani sul piano strettamente nazionale, non lo era altrettanto per la Chiesa di Gesù Cristo; per lei il corpo di Cristo risorto aveva ormai sostituito il tempio di pietre: i suoi membri non avevano più come madre la Gerusalemme terrena, ma quella del cielo (Gal 4,26). La rovina della prima non significava la scomparsa delle loro istituzioni e quindi non si sentivano in lutto» . Non dobbiamo quindi stupirci se le allusioni degli evangelisti sono così discrete.
Non dobbiamo stupirci nemmeno se i vangeli non parlano del massacro dei cristiani ad opera di Nerone. Essi non sono un manuale di storia della Chiesa, ma una trasmissione fedele del messaggio di Cristo.
Vedremo infatti con quanta fedeltà gli evangelisti ci riportano le parole del loro Maestro, anche se non sembrano corrispondere all'idea che le comunità cristiane si facevano di lui molti decenni dopo la sua morte e risurrezione ...


IV - IL VALORE DELLA TESTIMONIANZA

Domanda fondamentale: Quale valore possiamo dare alla testimonianza che i quattro evangelisti ci danno su Gesù e sugli apostoli? Sono testimoni ben informati? Sono testimoni sinceri?

1. L'informazione dei testimoni
Per verificare se sono testimoni ben informati - o se trasmettono le testimonianze di persone ben informate - basta dedicarsi a un lavoro di confronto. Gli uomini e le donne che figurano nei vangeli corrispondono a ciò che sappiamo da altre fonti sui personaggi del tempo? Seguono le usanze dell'epoca? Questo confronto dà risultati eccellenti. Esso dimostra che gli evangelisti conoscevano, nei minimi dettagli, la vita quotidiana degli ebrei del tempo di Gesù. Prendiamo alcuni esempi:
- Gli evangelisti non ignorano niente degli usi dell'epoca: il pellegrinaggio dei bambini a Gerusalemme, compiuti i dodici anni; i tre grandi pellegrinaggi dell'anno: Pasqua, Pentecoste, Festa dei Tabernacoli; la strada che scende da Gerusalemme a Gerico, in pieno de-serto di Giuda: un itinerario molto favorevole al brigantaggio; l'importanza assunta dagli scribi tra il popolo; il modo di leggere la Bibbia nella sinagoga; la proibizione per un ebreo di entrare in casa di un pagano, proibizione che Gesù ha sempre rispettato. Entra nel pretorio di Pilato, ma come prigioniero.
- Gli evangelisti sono perfettamente informati sui personaggi dell'epoca come ci vengono descritti da altre fonti: la crudeltà di Erode il Grande segnalata da Luca: sappiamo che quel principe sanguinario fece assassinare numerose sue mogli...; la suddivisione del regno tra i suoi tre figli: Erode Antipa, Filippo e Lisania; il ruolo svolto da Anna, il suocero del sommo sacerdote in carica (Caifa); il disprezzo dei giudei per i pubblicani e i samaritani; le discussioni teologiche tra f a-risei e sadducei; il fervore dell'attesa messianica.

2. La sincerità dei testimoni
Si tratta di verificare ora se gli evangelisti sono stati sinceri, se cioè non hanno abbellito le parole e i gesti di Gesù per valorizzarlo. E questo il problema di cui parlavamo citando R. Bultmann. Affrontiamo ora più a fondo la questione.
I vangeli sono stati redatti all'interno di comunità cristiane che credevano da decenni in Cristo risuscitato, e che gli esegeti chiamano comunità «postpasquali». I redattori dei vangeli non ebbero quindi la tendenza spontanea ad armonizzare i fatti e i gesti del Gesù «prepasquale» (cioè del Gesù prima della risurrezione) con ciò che sapevano ormai di lui? Gli evangelisti seppero resistere alla tentazione di attribuire a Gesù frasi «storiche» che in realtà egli non aveva mai pronunciato? Per esempio, Matteo mette sulle labbra di Gesù, nel giorno della sua ascensione, la formula che sarà usata in seguito per il battesimo dei cristiani: «Battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Non suona bene in bocca a Gesù quel «del Figlio»!
Nel colloquio di Gesù con Nicodemo, all'inizio del suo ministero, Giovanni introduce alcune riflessioni sull'incredulità dei giudei che sembrano piuttosto il frutto della lunga meditazione che egli stesso fece sull'argomento: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (3, 19).
Ma allora quando possiamo essere sicuri di trovarci di fronte a un episodio evangelico o a un discorso di Gesù «autentico»? Quando esiste un apparente disaccordo, una discontinuità tra quell'episodio o quel discorso da una parte e le concezioni ebraiche o le concezioni della Chiesa primitiva dall'altra.

- Discontinuità tra un passo del vangelo e le concezioni della Chiesa.
Nei vangeli, Gesù dice ai suoi apostoli che «quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24, 36). Ecco una frase che sembra in contraddizione con l'idea che si aveva di Gesù nelle comunità cristiane. Egli è il Figlio unico ... Sa tutto. Questa parola riportata da Matteo non è certamente una creazione di quelle comunità.
Lo stesso vale per la scena del Getsemani dove vediamo Gesù in preda alla paura e all'angoscia di fronte all'avvicinarsi della sua morte (Mc 14, 33). Una scena che contrasta stranamente con l'idea altissima che i primi cristiani avevano del loro Gesù risuscitato!
Potremmo allo stesso modo dimostrare facilmente che le «debolezze» degli apostoli che ci vengono presentate senza abbellimenti nei vangeli (la triplice negazione di Pietro, le ambizioni di Giacomo e di Giovanni, le gelosie degli altri discepoli) non furono certamente inventate dalle prime comunità, che veneravano gli apostoli!


- Discontinuità tra un passo del vangelo e le concezioni ebraiche dell’epoca.
Nei vangeli, vediamo che Gesù sceglie personalmente i suoi discepoli, mangia insieme ai peccatori prima che siano convertiti, prega il suo Dio con una familiarità inaudita chiamandolo Abba! Sono altrettanti episodi che non possono essere stati inventati dai suoi discepoli, che erano ebrei! Questo comportamento di Gesù infatti era completamente opposto alla condotta abituale di un rabbi dell'epoca. I discepoli sceglievano il loro maestro, i profeti denunciavano i peccati degli uomini, ma non andavano a mangiare in casa dei peccatori e un ebreo non avrebbe mai osato chiamare Dio «Babbo»!
Naturalmente vengono usati molti altri metodi per verificare l'autenticità di un brano evangelico e noi speriamo di aver trasmesso al lettore la voglia di studiarli nei testi specializzati che indicheremo più avanti
I vangeli non sono, quindi, un intreccio di leggende, ma meritano tutta la nostra fiducia. E più si studiano, più siamo colpiti dalla coerenza tra i gesti e le parole di Gesù. C'è uno stile del tutto originale:
«C'è nelle sue parole un accento di semplicità, di dolcezza e allo stesso tempo di autorità sovrana. Così, lo stesso Gesù che si proclama il servitore di tutti, il buon pastore, l'amico dei poveri e dei piccoli, è anche quello che afferma: "Io sono venuto... Lo dico io... In verità, in verità, io vi dico... Chi costruisce sulla mia parola... Va'... Vieni... Sono io... Alzati... Cammina". La sua parola ha un accento di urgenza escatologica: "Finora vi è stato detto... D'ora in poi... Allora vedrete il Figlio dell'uomo... Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole no... In quei giorni, la tribolazione sarà tale...". Non solo Gesù inaugura una nuova epoca, l'epoca decisiva annunciata e attesa dai profeti, ma è lui stesso, in persona, il punto di convergenza dell'Antico Testamento e l'inizio dell'eschaton finale . Il suo agire rivela le stesse caratteristiche di semplicità e di autorità e soprattutto di bontà, di compassione verso i peccatori e tutti quelli che soffrono. Per esempio, la parabola di Luca sul figlio prodigo descrive l'incomprensibile bontà di Dio verso i peccatori, ma giustifica nello stesso tempo il comportamento personale di Gesù che frequenta pubblicani e peccatori e mangia alla loro mensa. Lo stesso atteggiamento si ritrova nella parabola della pecorella smarrita. Fa parte dello stile di Gesù. Lo stile dei miracoli è identico a quello dell'insegnamento: è fatto di semplicità, di sobrietà e di autorità».


L'AUTENTICITÀ DEI MIRACOLI DEL VANGELO

Alcuni esegeti hanno affermato che nei vangeli possono essere considera-ti «storici» solo i racconti della predicazione di Gesù, del suo processo e della sua passione, e che occorre considerare «leggendari» tutti i racconti di miracoli.
Ma un'analisi approfondita del testo dei vangeli permette di arrivare a conclusioni del tutto opposte.
Utilizzeremo soprattutto i lavori di un esegeta gesuita canadese, René Latourelle, docente presso l'Università Gregoriana di Roma, esposti in due sue opere: A Gesù attraverso i vangeli: storia ed ermeneutica, Cittadella, Assisi 1982, pp. 242-270; Mìracles de Jésus et théologie du miracle, Cerf, 1986.

1. Un insieme di indizi fortemente favorevoli alla storicità globale dei miracoli evangelici
1. L'importanza di questi racconti nella trama dei vangeli. Questi racconti occupano il 31% di Marco (47% dei primi dieci capitoli di Marco). I primi undici capitoli di Giovanni sono strutturati attorno a sei grandi miracoli di Gesù (dalle nozze di Cani alla risurrezione di Lazzaro a Betania).

2. L'insegnamento di Gesù prende spesso lo spunto dalle guarigioni o dagli esorcismi che ha appena compiuto.
- Le controversie in Galilea con i farisei partono spesso da un miracolo che si è appena verificato.
- Nel vangelo di Matteo, il discorso sulla montagna (5-7) e il ciclo dei miracoli (8-9) sono indissolubili: hanno lo scopo di presentare i due aspetti essenziali del Messia, il nuovo Mosè, potente «in opere e in parole».
- Nel vangelo di Giovanni, il nesso tra il compimento di un miracolo e l'insegnamento di Gesù è ancora più evidente: guarendo un cieco nato, Gesù mostra di essere la luce del mondo; moltiplicando i pani, di essere il nuovo Mosè che porta il pane vero disceso dal cielo per dare la vita in sovrabbondanza, ecc.

3. Molti racconti ricordano esplicitamente il carattere pubblico dei miracoli di Gesù. Gli apostoli ne parlano spesso nella loro predicazione (At 2, 22; 10, 38). Non avrebbero potuto farlo, se l'esistenza di quei miracoli avesse potuto essere contestata dalla folla che aveva conosciuto Gesù.

4. Di fatto, nessuno, né Erode, né i compatrioti di Gesù, né i suoi nemici più accaniti, sembra negare che Gesù abbia compiuto prodigi.
Non gli viene contestata la sua attività di esorcista o di taumaturgo, ma l'autorità che rivendica basandosi su di essa.

2. Tre detti incontestabili di Gesù sui miracoli
Sono tre loghia di cui nessun esegeta in buona fede può mettere in dubbio l'autenticità e con i quali Gesù stesso indica il senso che dà alle sue opere miracolose.

1. Loghion sugli esorcismi
«Se io scaccio i demoni in virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio» (Mt 12, 28 = Lc 11, 20).
Alcuni indizi dell'autenticità del loghion:
- Il concetto di «regno» appartiene senza alcun dubbio alla primissima predicazione apostolica, detta kerygma primitivo.
- La presenza dell’«io» è tipica dello stile di Gesù.
- La coscienza di essere vincitore di Satana, di essere «più forte» di lui, è costitutiva del suo pensiero (cfr. Mc 3, 22-27).
- L'accusa di agire in nome di Belzebul non può essere stata inventata dalla comunità cristiana. Qui Gesù afferma chiaramente che inaugura i tempi messianici. Miracoli (Is 35, 5-6) ed esorcismi (Ger 31, 34; Ez 36.25), dovevano, infatti, «segnalare» la venuta del regno. Era anche convinzione comune dell'apocalittica che al momento della venuta del regno i demoni sarebbero stati incatenati. Gesù afferma addirittura che questa presenza efficace dello Spirito di Dio, del dito di Dio all'opera nel mondo è portata dalla sua stessa persona: lo! Rivendicazione di un potere che appartiene solo a Dio!

2. Invettive contro le città del lago
Gesù prende atto del rifiuto delle tre città poste sulle rive del lago di Tiberiade che non hanno saputo riconoscere, nelle sue guarigioni e nei suoi esorcismi, i segni della venuta del regno di Dio:
«Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza! (...) E tu, Cafamao, sarai forse innalzata fino al cielo?» (Mt 11, 20-24 = Lc 10, 13-15).
Alcuni indizi dell'autenticità di queste frasi:
- Il nome di Corazin non viene più citato nella restante tradizione evangelica.
- Il brano presenta molte caratteristiche tipiche dell'aramaico: parallelismo, uso del passivo divino, ritmo delle frasi, assonanza tra Betsaida e Sidone, più avvertibile in aramaico che in greco.
- Il testo riconosce l'insuccesso dei miracoli di Gesù. La Chiesa primitiva, che per la sua predicazione si basava sui miracoli di Gesù (At 2, 22; 10, 38), non aveva interesse a inventare questo passo!
Gesù afferma nuovamente che i suoi miracoli sono segni della venuta del regno: proprio per non aver voluto discernere il valore di questi segni, le tre città del lago non hanno ascoltato il suo appello alla conversione.

3. L'ambasciata di Giovanni Battista e la risposta di Gesù
«Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza dì me» (Mt 11, 2-6 = Lc 7, 18-23).
Osserviamo anzitutto che un'ambasciata del genere è del tutto verosimile: «Frode temeva Giovanni e vigilava su di lui» (Mc 6, 20). Manaen, confidente di Erode, era stato compagno d'infanzia di Giovanni (At 13, 1); Giovanna la moglie di Cusa, amministratore di Erode (Lc 8, 2-3), faceva parte del gruppo di donne che seguivano Gesù (Lc 24, 10).
L'invio di due discepoli (Lc) corrisponde alla prassi dei maestri del giudaismo e dello stesso Gesù. Il numero due era destinato a salvaguardare il messaggio e a garantire la presenza di testimoni.
Alcuni indizi dell'autenticità del loghion:
- La comunità primitiva, che presentava Giovanni come colui che aveva apertamente «dato testimonianza» di Cristo (Gv 1, 7.15), non può aver inventato una domanda del Battista che mostra un serio dubbio nella sua fede: Gesù è proprio colui «che deve venire»?
- Il titolo cristologico che utilizza «Colui che deve venire» è un termine insolito sia nel giudaismo che nel cristianesimo dell'epoca.

Qui vediamo Gesù correggere l'idea che Giovanni si era fatta del Messia. Egli aveva annunciato «Colui che deve venire», come il figlio dell'uomo preconizzato da Dn 7,13, per operare il giudizio vendicatore di Dio. Occorre-va quindi convertirsi, aveva detto il Battista, per sfuggire al giudizio di Dio.
Ed ecco che Gesù, pur invitando a sua volta uomini e donne al perdono, offre loro per primo il suo perdono. Giovanni chiedeva la conversione per ottenere il perdono. Gesù offre il perdono, affinché l'uomo si converta. II contrasto è evidente.
Come Pietro di lì a un anno si scandalizzerà per l'annuncio di un Messia sofferente (Mt 16, 22-23), Giovanni qui è sconcertato dall'immagine di un Messia compassionevole.

3. I criteri di autenticità sono numerosi
1. La coerenza di questi racconti con lo stile abituale di Gesù:
- Gesù in essi si esprime con semplicità, sobrietà e autorità: una sola parola basta per guarire.
- Non ci sono prodigi punitivi: Gesù rifiuta la proposta dei figli di Zebedeo che chiedono che il fuoco del cielo si abbatta sulle città della Samaria che hanno rifiutato l'insegnamento del Maestro. Da notare che l'inaridimento del fico non è un castigo, inflitto a una persona, ma una parabola in azione (come nei profeti) destinata a far comprendere la colpevolezza della nazione giudea.
- Il contesto religioso dei miracoli: supplica del malato, invito alla fede e alla conversione.
- Nessuno «sfruttamento» del miracolo: Gesù chiede al miracolato di tacere.

2. La discontinuità di questi racconti con le concezioni giudaiche dell'epoca o la prassi della Chiesa primitiva
- Gesù compie i miracoli in suo nome (invece di invocare il nome di Dio, come fanno i profeti, o il nome di Gesù, come faranno gli apostoli).
- Guarisce alcuni lebbrosi toccandoli (nonostante il loro stato di impurità legale).

3. Le divergenze nei particolari dei racconti di numerosi miracoli e l'accodo di fondo
Vedi, per esempio, la guarigione del figlio del centurione in Matteo (8,5-13) e in Luca (7,1-10); nel primo, il centurione viene di persona incontro a Gesù; nell'altro, gli manda uno dei suoi amici. La storia ricorre costantemente a questo argomento. Una conformità troppo perfetta suscita diffidenza, men-tre un accordo sostanziale, nonostante certe divergenze, ispira fiducia.

4. L'impossibilità di spiegare la vita di Gesù nel suo completo svolgimento senza la presenza dei miracoli:
- L'esaltazione galilaica dei primi mesi.
- La sua reputazione di grande profeta presso le folle.
- La fede degli apostoli nel suo titolo di Messia.
- La decisione di eliminare Gesù presa dai sommi sacerdoti e dai farisei in seguito alla risurrezione di Lazzaro.
Possiamo quindi concludere che i racconti evangelici dei miracoli non so-no stati creati di sana pianta dalle comunità cristiane primitive, ma riporta-no fatti ben documentati.


GLI AUTORI PAGANI CHE PARLANO DI GESÙ
Si capisce l'interesse suscitato dallo studio di autori pagani che parlano di Gesù! Ecco degli uomini, si pensa subito, che devono parlarne con maggior obiettività, non avendo pregiudizi favorevoli nei suoi confronti.
In realtà, essendo i loro scritti di epoca relativamente tardiva, questi au-tori ci informano più sulle opinioni delle persone della loro generazione a riguardo di Gesù che su Gesù stesso. Gli unici autori che ce lo fanno conoscere da vicino sono i suoi discepoli... Per questo abbiamo voluto verificare con cura la sincerità delle loro testimonianze.
E tuttavia interessante passare in rassegna i principali autori pagani del II secolo che parlano di Gesù in base a quanto hanno sentito dire.
Nei suoi Annali, scritti intorno al 115, lo storico Tacito ricorda l'incendio di Roma sotto Nerone (nel 64) e le voci secondo le quali sarebbe stato l'imperatore stesso a farla incendiate. E continua: «Per mettere fine a queste voci, Nerone cercò dei colpevoli e inflisse le più crudeli torture a degli sventurati detestati per le loro infamie, che volgarmente erano detti cristiani. Questo nome viene loro da Cristo che, sotto il regno di Tiberio, fu condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato. Questa esecrabile superstizione, soffocata per il momento, non tardò a diffondersi nuovamente, non solo nella Giudea dove era nata, ma anche nella stessa Roma, dove affluiscono e crescono tutte le sregolatezze e tutti i crimini. Cominciarono col prendere quelli che si dicevano cristiani e poi, dietro loro deposizione, venne arrestata una moltitudine immensa che non fu convinta tanto di aver incendiato Roma quanto di odio del genere umano» (XV,44).
Poi Tacito racconta le torture inflitte ai cristiani e se ne indigna, ma il brano mostra che conosceva i cristiani solo per sentito dire e condivideva l'opinione comune.
Come poteva Tacito conoscere la storia di Gesù? Certamente tramite le Storie di Plinio il Vecchio che egli utilizza spesso come fonte. E Plinio il Vecchio aveva fatto parte dello stato maggiore di Tito, al momento della presa di Gerusalemme del 70.
Nella sua Vita di Nerone, scritta verso il 120, Svetonio - che aveva accesso agli archivi imperiali - conferma la testimonianza di Tacito: «Nerone ha fatto molto male ma non poco bene. I cristiani, seguaci di una nuova e malvagia superstizione, furono messi a morte» (XV,2).
Nella Vita di Claudio, scritta nello stesso periodo, Svetonio parla del decreto di espulsione emesso dall'imperatore nel 49 contro i giudei di Roma. «Claudio cacciò da Roma i giudei eccitati da un certo Chrestus, che si ribellavano continuamente» (XXXV,4). Questo testo conferma quanto dicono gli Atti degli Apostoli (18, 2): arrivando a Corinto nel 50, Paolo «trovò un giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i giudei».
C'è infine una lunga lettera di Plinio il Giovane, proconsole in Asia Minore, lungo il Mar Nero, rivolta nel 110 all'imperatore Traiano per chiedergli consiglio sul modo di trattare i cristiani. C'erano state denunce a loro carico e aveva fatto arrestare alcune diaconesse, ma l'inchiesta non aveva rivelato niente di riprovevole: «Essi si riuniscono prima dell'alba, scrive, mangiano in comune, cantano un inno a Cristo come a un dio, si impegnano con giuramento a non essere più ladri, mentitori o adulteri». Ma i sacerdoti degli dei si lamentano: i templi vengono disertati e i mercanti di carne per i sacrifici non fanno più affari. Traiano risponde a Plinio inviandogli il primo rescritto ufficiale sui cristiani: non bisogna ricercarli, ma, se vengono denunciati e riconosciuti come cristiani, siano puniti. Tuttavia se qualcuno nega di essere cristiano e lo prova invocando gli dei, venga perdonato.
Notiamo di passaggio l'incoerenza di questa decisione imperiale che costituirà giurisprudenza fino a Costantino. I cristiani non sono criminali, per-ché non devono essere ricercati; ma se vengono condotti in tribunale e confessano la loro identità cristiana, vengano puniti!
Luciano di Samosata, che scrisse molti libelli e dialoghi satirici durante il suo soggiorno ad Atene tra il 165 e il 185, prende in giro i poveri cristiani che adorano «un sofista crocifisso» (Morte di Peregrino, 13).
Celso, filosofo pagano che vuole confutare le difese di alcuni suoi colleghi convertiti al cristianesimo (Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora), non con-testa mai l'esistenza storica di Gesù di Nazaret. Nel suo discorso Contro i cristiani (178), Celso si limita a rimproverare a Gesù di essere nato in seguito a un adulterio , di aver fatto delle scelleratezze e di essere stato un agitatore.
La testimonianza dello storico Giuseppe Flavio è più controversa. Dopo essersi battuto contro i romani, questo generale giudeo, nato nel 37 d.C., si arrende a Vespasiano e passa dalla sua parte. Dopo la fine della guerra, si stabilisce a Roma, diventa cittadino romano, prende il nome di Tito Flavio Giuseppe e redige molti libri di storia. Il brano delle Antichità giudaiche che parla di Gesù sembra interpolato da un copista cristiano del secondo secolo: «A quell'epoca apparve Gesù, uomo saggio, se dobbiamo chiamarlo uomo. Poiché compì cose meravigliose, fu il maestro di coloro che accolgono con gioia la verità e convinse molti giudei e molti greci. Egli era il Cristo. Su denuncia dei capi della nostra nazione, Pilato lo condannò alla croce; ma i suoi fedeli non rinunciarono al loro amore per lui; il terzo giorno apparve loro risuscitato, come avevano annunciato i profeti divini, e molte altre meraviglie dicono di lui. Ancora oggi sopravvive la setta che, da lui, ha preso il nome di cristiani».


COME SAPPIAMO CHE LA BIBBIA È LA PAROLA DI DIO
I musulmani credono che il Corano sia la parola stessa di Allah. La perfezione poetica del Libro è per loro la prova che Maometto l'ha ricevuto direttamente dal cielo per mezzo dell'angelo Gabriele. Il profeta fu solo il segretario di Dio.
La convinzione dei cristiani riguardo la Bibbia è totalmente diversa. Anch'essi credono che Dio sia l'autore principale di questi «santi libri»; essi sono quindi «lettere d'amore» che Dio ha voluto scrivere ai suoi figli. Ma i cristiani sanno che i libri della Bibbia sono anche opera degli autori che li hanno scritti. Pur ispirando in maniera del tutto speciale il loro lavoro, Dio ha lasciato che quegli uomini si esprimessero con la loro mentalità e nel loro stile. Si spiega così l'estrema diversità di questi settantatré libri scritti nell'arco di oltre dieci secoli.
Come sappiamo che questi libri sono «parola di Dio»? Per mezzo della Chiesa. Chi non crede che la Chiesa ha ricevuto il potere di guidarci infallibilmente nelle cose importanti della fede non ha alcun motivo di credere all'origine divina della Bibbia. Ma la Chiesa come ha saputo che questo insieme di libri era parola di Dio? E molto semplice.
Per quanto riguarda l'Antico Testamento, la Chiesa non ha fatto altro che riprendere la fede del popolo ebreo, il pensiero di Gesù stesso sul carattere sacro dei rotoli che venivano letti nella sinagoga. Dopo il ritorno dall'esilio, più esattamente nell'epoca di Esdra, gli ebrei avevano preso l'abitudine di considerare come un tutt'uno i cinque libri della legge (Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio), i libri dei profeti e un certo numero di altri scritti, soprattutto la raccolta dei Salmi. E il sabato, nella sinagoga, legge-vano alcuni brani di questa Torah con la venerazione dovuta alla parola stessa di Dio.
Nelle assemblee liturgiche, i cristiani continuarono a leggere la Torah con immenso rispetto. Ma vi aggiunsero la lettura dei quattro vangeli, delle lettere di Paolo, di Giovanni, di Pietro, ecc., fino al giorno in cui si resero conto che questi libri dell'era apostolica erano molto venerabili, altrettanto sacri quanto le Sante Scritture degli ebrei. Presero allora a chiamare Nuovo Testamento questo insieme di libri cristiani e Antico Testamento l'insieme dei libri del giudaismo. Questa prima presa di coscienza avvenne verso la fine del II sec. d.C. e vennero raccolti in un unico volume l'Antico e il Nuovo Testamento.
Fu così che in quel periodo la Chiesa elaborò il catalogo ufficiale (o canone) del suo «Nuovo Testamento» rifiutando come «apocrifi» certi vangeli che secondo alcuni risalivano direttamente all'apostolo Pietro o Giacomo, ma che essa ritenne troppo «fantasiosi» per essere autentici.
Possiamo quindi dire che per oltre un secolo la Chiesa visse ignorando ciò che possedeva, cioè la «sua» Bibbia. Essa leggeva le lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e i vangeli con molta venerazione, senza sapere ancora che erano parola di Dio nel senso stretto del termine, come i libri della Torah.
Naturalmente in questo capitolo dedicato allo studio del valore storico del Nuovo Testamento, abbiamo completamente lasciato da parte questo suo carattere sacro. Sarebbe un circolo vizioso, se avessimo voluto provare il valore storico della Bibbia basandoci sulla sua ispirazione divina. Per credere al carattere ispirato della Bibbia, bisogna infatti credere a Cristo e alla Chiesa. Ma come credere a Cristo e alla Chiesa, se non basandosi sui testi del Nuovo Testamento, considerandoli anzitutto semplici documenti storici che ci permettono di sapere cosa ha fatto, cosa ha detto e cosa ha voluto Gesù?

BIBLIOGRAFIA
J. Carmignac, La nascita dei vangeli sinottici, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 19862.
J. Lacourt, Questo Nazareno chiamato Gesù, LDC, Torino 1982.
C. Perrot, Gesù e la storia, Roda, Roma 1981.
J. Guitton, Il problema Gesù, Boria, Roma 1964.
J. Jeremias, Abba. Primo supplemento al «Grande lessico del Nuovo Testamento», Paideia, Brescia 1968.
C. Dodd, Il fondatore del cristianesimo, LDC, Torino 1975.
E. Charpentier, Per leggere il Nuovo Testamento, Borla, Roma 1982.
R. Harari, Hérode le grand, Cerf, 1986.
H. Cazelles, Alla ricerca di Mosè, Queriniana, Brescia 1982.
M. Quesnel, La storia dei vangeli, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1990.
Postato il 4 febbraio 2012

30 novembre 2011

Gesù, lo sconosciuto più noto della storia

Esce ora in italiano l'ultima opera del papirologo Thiede, il difensore dei frammenti di Qumram scoparso 5 anni fa
di Carsten Peter Thiede
Ormai è quasi impossibile contare quanti siano i libri su Gesù, eppure chi li legge si accorge subito di una cosa: quanto più si scrive su Gesù, tanto meno sembra crescere la nostra conoscenza su di lui. Compaiono continuamente sulla scena nuove tessere del mosaico, ma l’immagine non diventa per questo più riconoscibile.
Così in ogni caso sembra essere per molte persone, di fronte agli incessanti dibattiti sul valore di quelle pietruzze e della loro collocazione nel mosaico un tempo completo. E se oggi possono ancora uscire libri che nel sottotitolo affermano di trasmettere «una solida conoscenza di base», in realtà mettono in mostra soltanto i frantumi di una critica dei Vangeli da gran tempo superata: si capisce allora perché sia i cristiani credenti, sia gli scettici curiosi domandino perplessi chi sia stato dunque Gesù e che cosa ci trasmettano su di lui le fonti a nostra disposizione.
Quanto insicure siano talvolta le conoscenze al riguardo, si è dimostrato nuovamente poco tempo fa: quando nell’ottobre 2002 fu portata alla luce una cassetta di ossa, un «ossario», con l’iscrizione «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù», in alcuni giornali si poté leggere che questa sarebbe la prima prova della sicura esistenza di Gesù. Era proprio come se non si fosse ancora compreso che i Vangeli e le Lettere del Nuovo Testamento sono fonti storiche e che quindi si squalificano sul piano scientifico quegli studiosi, i quali continuano ancora ad affermare che gli evangelisti non volevano scrivere un’opera di storia. Invece è quello che volevano: lo dicono gli autori stessi, e nessuno più chiaramente di Luca (cfr. Lc 1,1-4). Volevano essere misurati secondo i criteri degli storici dell’antichità e sapevano che i loro lettori non si aspettavano nient’altro da loro.
Gli storici ovviamente devono chiedersi se gli evangelisti siano riusciti in questo loro intento, ma che questa fosse la loro volontà e che avessero le possibilità di farlo, è un dato di fatto assolutamente incontestabile. Dunque solo chi ha preso la decisione inammissibile di togliere valore storico al Nuovo Testamento può giungere all’idea che l’ossario di «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù» sia la prima prova sicura dell’esistenza di Gesù di Nazaret. Si dovrebbero inoltre ignorare o sminuire i passi corrispettivi degli storici dell’antichità (si vedano lo storico romano Tacito, l’ebreo Giuseppe Flavio – le cui affermazioni non sono state per nulla falsificate, come talvolta si afferma ancora in un modo da gran tempo superato – e più tardi Plinio il giovane e il Talmud).
Anche le tracce archeologiche non sono nuove. In parte sono indirette: un esempio ne danno i graffiti risalenti alla fine del I – inizi del II secolo, che sono stati scoperti nel sottosuolo della cosiddetta tomba di Davide sulla collina di Sion, tomba che in realtà era una sinagoga giudeo-cristiana attiva verso la fine degli anni Settanta del I secolo: in essa si è trovata una nicchia rivolta in direzione del Golgota e contenente rotoli delle Sacre Scritture.
Qui furono decifrate invocazioni a Gesù e formule cristiane di preghiera. Anche un membro della primitiva comunità di Gerusalemme è stato comprovato archeologicamente: si tratta di Alessandro, il figlio di Simone di Cirene (cfr. Mc 15,21), proprio il figlio dunque dell’uomo che ha portato la croce di Gesù – o meglio il legno trasversale della croce. I resti delle sue ossa, ritenute autentiche senza alcuna discussione dagli archeologi, si trovano oggi conservati presso l’Università ebraica di Gerusalemme. Dal punto di vista archeologico si riferisce egualmente a Gesù anche la casa di Pietro a Cafarnao, la cui identificazione oggi non è più contestata da nessuno storico serio.
Questa casa non esisterebbe con i cambiamenti avvenuti molto presto nella costruzione per adattarla a luogo di riunione per la comunità giudeo-cristiana, se Pietro non fosse stato discepolo di Gesù, il primo dei suoi apostoli e la roccia della Chiesa, e se non fosse risaputo che Gesù stesso aveva abitato a lungo in questa medesima casa (cfr. Mc 2,1 ss).
Un simile elenco potrebbe proseguire a lungo, ma completa soltanto quello che si trova nelle fonti e non può avere alcuna forza probante maggiore di quella che hanno le fonti storico-letterarie già conosciute. Infatti, senza le Scritture – in questo caso i Vangeli – non sapremmo nulla di un certo Alessandro, figlio di Simone il Cireneo, oppure di uno che nei graffiti della collina di Sion viene invocato come il Cristo Messia: non avremmo capito per niente di che cosa si tratta.
«Avvenire» del 18 settembre 2009

09 marzo 2011

Benedetto XVI dedica il suo nuovo libro alla difesa della storicità di Cristo

di Massimo Donaddio
Joseph Ratzinger ce l'ha fatta. Giovedì 10 marzo uscirà il secondo volume dell'opera dedicata a Gesù di Nazaret, culmine della sua attività di teologo nella Chiesa cattolica. Un'opera che si presenta come una trilogia (manca ancora il volume dedicato ai vangeli dell'infanzia), ma di cui la sezione appena pubblicata è decisamente centrale dal punto di vista del valore e del significato.
Ratzinger aveva già dato alle stampe nel 2007 il primo libro, dedicato al ministero pubblico di Gesù, mentre quello in uscita ora tratta degli eventi decisivi della passione, morte e risurrezione del rabbi di Nazaret, cuore dell'annuncio della fede cristiana. Come precisato dallo stesso pontefice, il libro non è un atto del magistero cattolico, ma vuole essere espressione della «ricerca personale del volto del Signore» da parte del teologo Ratzinger. È chiaro però che un libro pubblicato dal pontefice non può essere archiviato come uno dei tanti testi di teologia biblica che affollano gli scaffali delle università e delle librerie specializzate, ma è inevitabilmente – come fu nella prima occasione – destinato a far dibattere e a suggerire una linea interpretativa con la quale gli studiosi dovranno entrare in contatto, magari anche dialetticamente. Anche perché, come ben fanno cogliere già solo gli estratti diffusi prima dell'uscita del testo, Joseph Ratzinger non esita a prendere posizione a favore di una tesi piuttosto che di un'altra, a dar ragione a uno studioso piuttosto che a un altro, facendo nomi e cognomi nella massima trasparenza. Emblematico il caso dell'ultima cena di Cristo, che il pontefice, in accordo con il Vangelo di Giovanni e con il grande esegeta cattolico John Meier (autore della monumentale opera Un ebreo marginale), definisce come non-pasquale.
Che la questione-Gesù sia al centro dell'interesse di Joseph Ratzinger è testimoniato anche da un'operazione inedita, che serve proprio a diffondere il più possibile la conoscenza di questo libro anche presso il pubblico televisivo: l'accordo stabilito con la Rai e la trasmissione religiosa "A sua immagine", alla quale il papa rilascerà un'intervista su Gesù (registrata) che verrà diffusa in tv proprio il Venerdì Santo intorno alle ore 15 (l'ora in cui, secondo i vangeli, sarebbe morto Cristo).
Il papa ha sempre dichiarato (anche nel suo recente libro-intervista Luce del mondo) che la figura di Gesù Cristo sta al cuore della sua spiritualità di religioso e di teologo. Questa affermazione è stata da lui dimostrata svariate volte nella sua produzione saggistica e anche nella sua attività di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Emblematica fu la dichiarazione Dominus Jesus "circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa", che provocò alcuni maldipancia ai fautori di un ecumenismo senza barriere e fece sospirare di sollievo il cardinale Giacomo Biffi (che comunque non rinunciò a una delle sue folgoranti battute: si era mai reso necessario in duemila anni di cristianesimo ribadire che Gesù Cristo è fondamentale per la salvezza dell'uomo?).
La genesi della fatica letteraria di Ratzinger (che ha dichiarato di sfruttare ogni momento libero dai suoi impegni pontifici per studiare e scrivere) va rintracciata nel suo desiderio di portare un contributo significativo in un contesto culturale in cui le fondamenta storiche delle origini cristiane e la stessa questione della storicità di Cristo vengono aggredite da molti lati. Una percezione viva nei settori più dinamici della Chiesa cattolica ma forse non ancora adeguatamente passata nella maggior parte del clero e dell'episcopato. Una percezione ben presente, invece, nella mente di papa Joseph Ratzinger.
Da quali lati arrivano gli attacchi alla figura storica di Gesù Cristo che preoccupano il papa? Da un lato studi e ricerche (anche qualificate) soprattutto di matrice anglossassone (ma non solo), che mirano a decostruire l'immagine tradizionale delle origini cristiane con metodologie scientifiche; dall'altro un'esplosione di contenuti mediatici che riportano (a volte in maniera acritica o grossolana) estratti di questi studi rilanciandoli al di fuori dei protetti ambienti universitari e dandoli in pasto al grande pubblico.
Un esempio lampante è quello del Jesus Seminar, che ha riunito negli Stati Uniti dagli anni Ottanta circa 150 specialisti in scienze bibliche e ha adottato un metodo di votazione con palline colorate per stabilire una visione collettiva sulla storicità di Gesù, in particolare riguardo a ciò che può o non può aver detto e fatto in quanto figura storica. Un procedimento "democratico" (molto simile a quello dei filosofi del circolo di Vienna) che non ha però potuto riconsegnare una visione chiara e condivisa del Gesù storico. L'esperimento è stato ora ripreso da The Jesus Project.
In campo italiano è molto attivo il prof. Mauro Pesce dell'università di Bologna, autore, insieme al giornalista Corrado Augias, del fortunato libro Inchiesta su Gesù, nel quale esprimeva in maniera divulgativa le sue tesi frutto di anni di ricerca storica indipendente. Pesce, autore anche de Le parole dimenticate di Gesù e di L'uomo Gesù. Luoghi, giorni, incontri di una vita (scritto con l'antropologa Adriana Destro), lavora tenendo in considerazione in egual modo tutti gli scritti più antichi del cristianesimo nascente (canonici e apocrifi), rifiutando l'idea di studiarli all'interno del canone del Nuovo Testamento (che sarebbe una riclassificazione molto posteriore alle origini cristiane), ma confrontando minuziosamente i testi con i reperti archeologici, sulla base di una metodo che si allarga fino a comprendere la sociologia e l'antropologia culturale del mondo antico palestinese.
Accanto a questi contributi, sfidanti per il cristianesimo "ufficiale" e la Chiesa, si aggiungono poi moltissimi contenuti più o meno scandalistici o polemici veicolati dai mass media. Dall'eclatante successo del Codice da Vinci di Dan Brown, un romanzo che, con un artificio retorico, si proponeva come "storico", al Vangelo gnostico di Giuda, scoperto nel 1978, restaurato completamente nel 2001 e pubblicato in italiano nel 2006 da National Geographic, fino ai libri e all'attività divulgativa del matematico Piergiorgio Odifreddi e dell'ateologo francese Michel Onfray. Sono, inoltre, molti i siti internet che negano l'esistenza storica di Gesù oppure cercano di demolire le certezze fondamentali del cristianesimo. Due esempi: il sito sulla "tomba di Gesù", ossia il portale che descrive i sondaggi archeologici sulla tomba e gli ossari ritrovati presso Talpiot, a sud di Gerusalemme, e Zeitgeist, il cliccatissimo filmato del Venus Project (sottotitolato anche in italiano), che tratta della religione cristiana come fosse un mito, comparando la storia del Cristo con quella di diverse religioni precedenti, in particolare con il mito egiziano di Horus, e propone una lettura della Bibbia su base "astronomica".
In questo contesto problematico si colloca il libro del papa, che, nella prefazione del primo volume, pur apprezzando e servendosi dei contributi della metodologia storico-critica, afferma che questi hanno portato a «distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione. Dietro di essi la figura di Gesù, su cui poggia la fede, divenne sempre più incerta, prese contorni sempre meno definiti». Tutti questi tentativi, prosegue ancora il papa, hanno avuto l'esito di lasciare l'impressione «che noi sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo più tardi la sua fede nella divinità ha plasmato la sua immagine». Da qui lo sforzo di Ratzinger di tornare al Gesù dei vangeli, presentandolo come il "Gesù storico" nel senso autentico del termine. «Io sono convinto – scrive il papa – e spero se ne possa rendere conto anche il lettore – che questa figura è molto più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontar negli ultimi decenni». Per Ratzinger solo in presenza di un personaggio straordinario, che superava radicalmente le aspettative e le speranze dell'epoca, si possono spiegare la crocifissione e il movimento che dopo ne è seguito. La domanda che il papa pone a tutti gli studiosi e ai suoi lettori è in ultima analisi questa: «Non è più logico pensare che la figura di Gesù fece saltare tutte le categorie disponibili e poté essere così compresa solo a partire dal mistero di Dio?».
«Il Sole 24 Ore» del 9 marzo 2011

08 gennaio 2011

Là dove la Bibbia incontrò la scienza

A Gerusalemme, l’École biblique festeggia i 120 anni di vita. Resa possibile grazie al genio di padre Lagrange, oggi resta un riferimento nel dialogo fra fede, storia e archeologia
di Lorenzo Fazzini
La sua prima sede fu un ex mattatoio di macellai turchi in quella che sarebbe diventata Nablus Road. Oggi splende come una delle istituzioni culturali più vive non solo di Gerusalemme ma di tutto il Medio Oriente: fucina di unità fra fede e ragione, matrice dell’edizione della Bibbia più tradotta al mondo, uscita nel 1956 e tradotta in italiano nel ’74.
Compiuti i 120 anni di vita, l’École biblique et archeologique française di Gerusalemme «spera di vivere altri 120 anni», spiega l’attuale direttore, il domenicano Hervé Ponsot. Il 26 dicembre l’emittente France2 ha trasmesso in diretta dal convento di Saint-Etienne nella Città santa la celebrazione di questo importante anniversario. La scuola nasce nel 1890 dal genio di padre Albert Lagrange, domenicano come i conduttori di questo centro d’elite culturale. A originarla è l’appello di Leone XIII che nella sua enciclica Providentissimus Deus (1893) spingeva per un’esegesi che rispondesse alle accuse razionaliste al testo scritturistico.
Lagrange, specializzatosi a Vienna in lingue orientali, parte per i Luoghi santi per inaugurare una Scuola la cui eccellenza venne presto riconosciuta dallo Stato francese: «Già nel 1920 – annota Ponsot – Parigi ne volle fare la sua rappresentanza ufficiale in Terra Santa e così la Scuola divenne 'francese'». Un riconoscimento non scontato in una terra laicissima come la Francia appena segnata dalla legge del 1905 sulla separazione fra Stato e Chiesa. «Il corrispondente accademico dell’École era ed è l’Accademia delle iscrizioni e delle belle lettere di Parigi. Questo riconoscimento – prosegue il direttore – fa sì che i cantieri archeologici da noi proposti vengano adottati dallo Stato francese come 'domini nazionali'». Oggi la vitalità della Scuola consta nel progetto Best, Bibbia nelle sue tradizioni.
Afferma ancora Ponsot: «Tramite il sito internet 'bibest.org' presentiamo la diversità dei testi originari e la loro ricezione all’interno di varie culture (i padri della Chiesa, l’ebraismo, il Corano, l’epoca medievale, l’ambito filosofico ed artistico). Abbiamo iniziato nel 2000: vorremmo finire entro il 2016, 800esimo anniversario della nascita dell’ordine domenicano».
Il ruolo pionieristico dell’École esula poi dall’ambito strettamente biblico. Per lo storico Franco Cardini essa spicca come «una delle glorie di Gerusalemme. Ha cambiato in maniera radicale la storia del Vicino Oriente perché ha imposto la necessità della verifica archeologica di quanto si conosce con lo studio filologico». Secondo il medievalista dell’università di Firenze, il qui dell’École s’annida nel fecondo rapporto fra studi biblici e scavi archeologici: «Lo studio archeologico dell’Antico testamento è iniziato con i domenicani, sebbene ora il monopolio l’abbiano gli israeliani. Ma la novità della Scuola è stata questa: gli studi storici devono essere supportati dalle ricerche archeologiche. Ciò era qualcosa di inedito se si pensa che tale acquisizione arriva ad affermarsi negli studi storici solo con la metà del Novecento». Tale combinazione di fede (Bibbia) e ragione (archeologia) resta il punto focale dei ricercatori dell’École, negli scavi da loro effettuati a Tell el Far’ah, Tell Keisan, Qumran, Khirbet Samra e Gaza. Inoltre, l’École, secondo Cardini, testimonia la rinascita culturale di Gerusalemme, «che sotto questo aspetto venne dimenticata fino all’Ottocento.
Grazie all’interessamento europeo (Inghilterra, Francia e Germania) nel XIX secolo per il Medio Oriente, anche Gerusalemme rinacque in ambito culturale. E con tale nuovo fervore politico si assistette a una positiva ricaduta culturale. La Francia ricevette dagli ottomani un riconoscimento di favore nei rapporti con i cristiani occidentali: di qui l’interessamento attivo di Parigi, e della Santa Sede, per gli studi biblici. Il Vaticano non voleva esser tacciato di oscurantismo culturale, ma anzi cercava un prestigio scientifico». La nascita dell’École si inserisce in questa fluttuazione diplomatico­culturale: «Il mondo cattolico impostò gli studi storico-biblici per dimostrare la storicità dei luoghi biblici non solo in chiave filologica ma anche archeologica. Lo stesso papa Leone XIII intervenne personalmente nel sostenere il lavoro dell’École biblique».
Il grande pregio 'popolare' della Scuola francese è senza dubbio la Bibbia di Gerusalemme, la quale, a parere di Bruno Maggioni, docente di esegesi alla Facoltà teologica di Milano, «è un’edizione di eccellenza. Presenta un commento intelligente, capace di essere attuale: non conosco un’altra Bibbia migliore!».
Maggioni riconosce la «grandezza» del biblista Lagrange, vissuto «in un momento non facile per i ricercatori della Bibbia. D’altra parte si può capire perché la Commissione biblica della Santa Sede spesso condannasse i ricercatori: qualche ragione l’aveva pure lei nel guardare con diffidenza questi studi, a quel tempo decisamente nuovi». La riabilitazione ecclesiale di padre Lagrange è all’ordine del giorno: nel 1988 è stata aperta la sua causa di beatificazione. Maggioni sottolinea il valore esegetico della Bibbia di Gerusalemme: «Spesso nei commenti delle varie edizioni della Scrittura prevale l’aspetto morale o spirituale. Nel caso della Bibbia uscita dall’École si trova l’intelligenza del testo: ci sono spunti archeologici, storici, un commento in poche righe che permette di comprendere il testo, molto più di quanto avvenga in altre Bibbie».
Voluta da Leone XIII per combattere le accuse di oscurantismo, ora lavora a un progetto che mostri la «ricezione dei testi sacri nelle varie culture»
«Avvenire» del 7 gennaio 2011

04 gennaio 2011

La stella cometa che guidò i Re Magi a Betlemme in realtà non fu una stella. Vi spiego perché

di Leopoldo Benacchio
Nei tanti Presepi che ancora si allestiscono nelle nostre case e nelle chiese sono comparsi, anche quest'anno, i Re Magi. Vengono posti a Natale ad uno degli angoli dell'allestimento e spostati di un piccolo tratto ogni giorno, quasi passo dopo passo, arrivano alla capanna di Betlemme per l'Epifania, guidati nel loro cammino dalla Cometa di Natale.

La storia della stella cometa che guidò i Re Magi
Questa la tradizione da vari secoli. Ma cosa guidò effettivamente i Magi nel loro tempestivo e lungo viaggio a Betlemme per la nascita di Gesù? Era veramente una cometa, magari bella luminosa e con una coda evidente in cielo, come fu quella di Hale Bopp che abbiamo ammirato nei nostri cieli per varie settimane nel 1997 ? O forse fu un altro fenomeno celeste a far muovere i Magi? Cosa possiamo dire a riguardo, escludendo ovviamente che si sia trattato di un evento miracoloso?
Per rispondere a questa domanda partiamo dalla fonte accreditata principale e più autorevole. Il primo racconto della Stella di Betlemme si trova infatti nel Vangelo di San Matteo, che fu scritto attorno al 50 d.C. e che recita così "Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, alcuni Magi, venuti da Oriente, giunsero in Gerusalemme e chiesero "Dove è il nato re dei Giudei? Perché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo…Allora Erode, fatti venire segretamente i Magi, si fece precisare da loro con ogni diligenza il tempo in cui la stella era loro apparsa …… I magi, udito il re, se ne partirono. Ed ecco la stella che avevano visto in Oriente andar loro innanzi, finché, giunta sopra il luogo dove era il bambino, si fermò." (Matteo 2:1-12)
Questo testo sembra molto semplice ma, come vedremo, ci fornisce preziose informazioni sui Magi e "la Stella"

Innanzitutto: chi erano mai questi Magi? Probabilmente dei sapienti, sacerdoti di alto rango del tempo. In quasi tutte le culture antiche infatti chi sa "leggere quel che succede in cielo" ha a che fare con un alto grado sociale e culturale, legato alla religione, dato che nel cielo , da sempre, l'uomo mette i propri dei, i presagi e dal cielo vengono i castighi. Dal nome "Magi" possiamo pensare che fossero sacerdoti della religione di Zoroastro, all'epoca importante in quelle regioni e tuttora seguita da comunità molto più modeste.
Il loro alto livello sociale ed importanza è dimostrato anche dai doni preziosi, oro , incenso e mirra, che portavano al Bambino e dal fatto che potevano permettersi un viaggio così lungo, costoso e pericoloso come quello che certamente fecero.
Per l'evangelista Matteo infatti i Magi venivano "dall'oriente " che al tempo poteva essere l'Assiria o la Media. Grosso modo 8-900 chilometri, quanto quelli che separano anche oggi Bagdad da Betlemme. E per fare un viaggio del genere, a dorso di cammello, ci si può impiegare tre o quattro settimane.
Da questa semplice considerazione possiamo dire quindi che quel che guidò i Magi fu un fenomeno visibile per qualche settimana ed importante, per convincerli a partire.
Ma proprio a questo punto c'è qualcosa che ci deve mettere sul chi vive! Infatti , subito dopo quanto riportato sopra, il vangelo di Matteo di dice: "Allora Erode, fatti venire segretamente i Magi, si fece precisare da loro con ogni diligenza il tempo in cui la stella era loro apparsa".
Come è possibile che Erode dovesse farsi spiegare della "stella"? Evidentemente quello che aveva convinto i Magi a partire e li aveva guidati non doveva certo essere un fenomeno fin troppo evidente in cielo, come una cometa. Erode l'avrebbe vista, eccome, e non avrebbe avuto certo bisogno di ritirarsi segretamente con i Magi per farsi spiegare cosa avevano "visto" in cielo!
Il fenomeno quindi non doveva essere evidente, ed era invece comprensibile solo a chi sapeva "leggere i segni" in cielo.
Ed infatti nel più vecchio esemplare del Vangelo di Matteo, del 70 d.c., scritto in greco e che è una traduzione dell'originale in aramaico del 50 d.c., la parola usata per indicare quel che guidò i magi è "astron", che possiamo tradurre oggi come "stella" o anche meglio come "fenomeno, evento del cielo", ma non certamente con la parola "cometa" .
Oltretutto dobbiamo considerare che a quell'epoca, e fino ai tempi di Galileo Galilei, nel 17 secolo, le comete erano considerati fenomeni meteorologici, una specie di fulmini particolarissimi se vogliamo, e non certo stelle o altro di simile.
Infatti, se guardiamo come fu rappresentata la stella di Betlemme, ci accorgiamo che fu disegnata come una normale stella e non come cometa.
La prime rappresentazioni dei Magi e della stella di Betlemme che si conosca è nella catacomba di Santa Priscilla a Roma, e risalgono al III secolo d. C.
E così viene rappresentata per secoli negli affreschi, le miniature, le sculture piccole e grandi, di marmo e avorio, i mosaici.
Questo fino al 1303, quando il grande Giotto a Padova, nel ciclo di affreschi che decora la stupenda Cappella degli Scrovegni, dipinge sopra la capanna della Natività una Cometa! Come mai improvvisamente Giotto si sogna di cambiare una iconografia vecchia di secoli, e accreditata dai Vangeli? Difficile dirlo, ma probabilmente, possiamo supporre che Giotto rimase, come molti all'epoca, impressionato dal passaggio della cometa di Halley, passata proprio in quegli anni, o di un'altra, vista in cielo sempre nel 1301. E' onesto ricordare che giravano all'epoca anche alcuni "pseudo" vangeli, noti per le esagerazioni aneddotiche, che descrivevano la "stella" come una gigantesca cometa che prendeva tutto il cielo. Fatto sta che la quella degli Scrovegni rimane un fatto padovano unico, dato che anche Giotto negli affreschi di Assisi, non la utilizza più
La stella classica in effetti per quasi un secolo "resiste" alla nuova rappresentazione come cometa. Ad esempio proprio a Padova, 70 anni dopo, un affresco molto importante, la Natività di Giusto da Menabuoi nel Duomo di Padova o , sempre nella stessa città, nella Natività della Cappella di San Michele, dipinta nel 1390.
Insomma parecchi decenni dopo Giotto, pur nella stessa città, troviamo ancora rappresentata la stella.
Possiamo quindi dire che la cometa fu una bonaria invenzione di Giotto che, per un po' di anni, non prese piede. Poi evidentemente "dilagò" ….
Questo per la rappresentazione grafica, ma il punto principale resta: cosa videro realmente i Magi?
Riassumendo, proprio per seguire il Vangelo di Matteo, dobbiamo pensare a un fenomeno in cielo, evidente per dei "sapienti" ma non per un Re, come Erode era. Fenomeno che sia durato varie settimane, tanto da poter guidare i Magi nel loro lungo viaggio.
Questo argomento ha incredibilmente appassionato astronomi e teologi negli ultimi tre secoli, e tuttora è materia di discussione.
Scartata la cometa, per i motivi detti sopra, dobbiamo esaminare altre possibilità.
Fu una meteora ? Di sicuro non poteva esserlo. Le meteore sono piccoli frammenti rocciosi della dimensione dal millimetro fino a qualche centimetro che viaggiano nello spazio interplanetario. Entrando nell' atmosfera terrestre, vaporizzano in pochi secondi per il riscaldamento dovuto all'attrito con l'aria. Il fenomeno, noto come sublimazione, può essere anche parecchio appariscente, ma comunque di durata molto breve: pochi secondi al massimo. Anche se si fosse trattato di un fenomeno eccezionale come una cosiddetta "pioggia" di meteore particolarmente imponente, non sarebbe durata giorni. Le meteore non sono quindi certo un buon candidato per il nostro esame.
Aurora boreale? E' stata fatta anche l'ipotesi che potesse trattarsi di un aurora boreale, fenomeno che molto difficilmente può vedersi a latitudini molto basse, come quelle della Palestina. Tuttavia non è impossibile. Le "aurore" sia boreali che australi, sono un fenomeno dell'alta atmosfera, piuttosto comune e molto scenico da vedere. Nel cielo, anche per giorni, si muovono molto lentamente lunghi festoni luminosi di vari colori. Ciò è dovuto al fatto che il Sole, in periodi di intensa attività emette oltre alla luce ed al calore che sappiamo, anche flussi di particelle elettricamente cariche che, fortunatamente per noi, il campo magnetico terrestre, cattura e incanala verso i Poli. Lì cedono la loro energia agli atomi dell'alta atmosfera che quindi emanano una luce colorata a seconda dell'elemento atomico colpito dalle particelle.
Raro ma possibile a quelle latitudini, può durare settimane ... Siamo sulla buona strada? Purtroppo no, perché le aurore sono fenomeni molto evidenti, a chiunque alzi gli occhi al cielo , e anzi, dato che è raro in Palestina, sarebbe stato anche notato certamente. Nessun segreto da farsi spiegare per Erode quindi ed in più quindi non poteva essere segreto , inoltre le aurore boreali avvengono a Nord e quindi non sarebbe potuta "venire da oriente" come vuole il Vangelo.
Fu allora una stella "nuova" apparsa improvvisamente ? Effettivamente quest' ipotesi è più interessante anche perché nelle imponenti cronache cinesi , cosiddette delle "ventiquattro storie", si parla di una "stella nuova" apparsa nel 5 a.c (secondo la nostra attuale datazione). A conti fatti poteva trattarsi di un normale fenomeno Supernova, ovvero dell'esplosione di una stella di grande massa, diciamo dieci volte quella del nostro Sole. In questo fenomeno viene emessa in pochi giorni una quantità di energia incredibile: tanta quanta il nostro Sole, per fare un paragone, ne emette in tutta al sua esistenza, che si stima in 9 miliardi di anni. Ecco quindi che questo fenomeno appare come una "nuova" stella che compare nel cielo visibile, ricordiamolo, ad occhio nudo solamente a quei temi. Tuttavia una Supernova non si distingue, ad occhio nudo, d auna stella qualunque e comunque si muove in cielo durante la notte attorno alla polare, esattamente come tutte le altre stelle. Non cambia quindi di posizione notte dopo notte. Le scritture invece dicono chiaramente che: "la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino"
Questa, che sembrava essere la migliore ipotesi, sposata nel passato da molti studiosi, si rivela alla fine molto debole! Che altro fenomeno ci rimane per identificare la stella di Betlemme?
Quello che ha guidato i magi potrebbe essere stata una congiunzione planetaria, ovviamente apparente, avvenuta in cielo a quell'epoca.
Spendiamo una parola per capire questo fenomeno in generale. Pianeta significa "errante" nel cielo, ed infatti i cinque pianeti visibili ad occhio nudo, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, sembrano muoversi sulla volta celeste velocemente e in modo indipendente rispetto alle stelle. Lo fanno perché ovviamente, sono enormemente più vicini delle stelle, anche delle più prossime. Pensiamo ad esempio che Giove, ben visibile al tramonto in questo periodo, è 60.000 volte più vicino a noi della stella più vicina, Proxima del Centauro. Ovvio quindi che man mano che si sposta nella sua orbita noi lo si veda assai più facilmente spostarsi in cielo di quanto possiamo fare pe un analogo spostamento effettivo di Proxima.
Nel loro movimento apparente due o più pianeti possono sembrare avvicinarsi anche moltissimo fra loro, e si parla allora di congiunzione planetaria. Si tratta ovviamente di un effetto prospettico dovuto al nostro punto di vista dalla Terra, dato che fra un pianeta e l'altro, nelle loro orbite effettive attorno al Sole, ci sono milioni di chilometri. Fra le Terra e Marte, ad esempio, la minia distanza fra le posizioni nelle orbite rispettive è 50 milioni di chilometri circa, quando sono entrambi "dalla stessa parte" rispetto al Sole, la massima di circa 200 milioni di chilometri.
Che possa quindi essere stata una congiunzione di pianeti fa? E' capitato qualcosa di simile circa 2000 anni fa?
Oggi con i software anche amatoriali possiamo facilmente ricostruire l'aspetto del cielo in varie epoche e confermare quanto tramandatoci, ad esempio, da varie fonti di quell'epoca, come le cronache contenute nelle tavolette babilonesi, chiamate di Sippar, che registrano una congiunzione tra tre pianeti che sarebbe iniziata nell'8 a.C. e terminata nel 6 a.C. Potrebbe essere l'indizio giusto, dato che è riconosciuto che la data che utilizziamo oggi per l'anno "zero" , dato dalla nascita di Cristo, deve essere portato indietro di 7 anni, per un errore del monaco Dionigi il modesto, che la fissò nel quinto secolo.

Seguiamo quindi questa congiunzione planetaria
Alla fine dell'8 a.C. Giove e Saturno iniziano ad avvicinarsi sulla volta celeste ed i Magi, con le conoscenze che potevano avere a quel tempo persone molto istruite, senz'altro potevano prevederlo. All'inizio del 7.a.c i due pianeti era visibili in cielo ad oriente, come vuole il Vangelo di Matteo, e dovevano apparire brillanti. Durante l'estate il fenomeno si spostò rimanendo visibile tutta la notte.
Ecco però che alla fine dell'anno si avvicina un terzo pianeta : Marte. I tre rimasero apparentemente vicini in cielo fino al 6.a.c , e poi si allontanarono e la congiunzione terminò. Il tutto avvenne sempre nella zona di cielo della costellazione dei Pesci
In termini astronomici questa congiunzione non è rara, avviene infatti ogni 805 anni, ma chiaramente su base "umana" il fatto diventa molto raro.
Ora questo evento era sì ti sotto gli occhi di tutti ma ... poteva avere qualche preciso significato solo per dei "Magi", ovvero astronomi-astrologi in grado di prevedere e riconoscere in cielo simboli precisi per la cultura di allora. Ed il significato poteva essere questo, secondo la opinione più diffusa: Giove era il simbolo della "regalità" e della "divinità". Saturno era il simbolo della "giustizia". La parte centrale della costellazione dei Pesci era il simbolo della "casa di Davide" e quindi di Israele.
La congiunzione era inoltre inizialmente visibile ad oriente, dove sorge il Sole e quindi dove ogni giorno sembra "nascere" la luce. L'avvenimento poteva allora essere interpretato come:
Un nuovo Re di giustizia sta nascendo in Israele
Proprio ciò che i re Magi avevano dedotto osservando il cielo.
Questa congiunzione potrebbe quindi essere la nostra Stella? Ricapitoliamo:
Nel 7 a.C. ha inizio la congiunzione, e la data è prossima a quella vera della nascita di Cristo.
Subito dopo averla osservata i Magi partono per Betlemme. Loro infatti leggono il fenomeno come: lì sta nascendo il nuovo re di Israele. La congiunzione prosegue nei mesi successivi, rimanendo visibile in cielo anche durante il tempo impiegato dai Magi per giungere a Betlemme, presumibilmente nell'autunno del 7 a.C.
In quel periodo i tre pianeti, cioè l'"aster" di Matteo, erano ormai molto alti in cielo e nel momento di migliore visibilità. Apparivano quasi immobili e brillanti su Betlemme proprio nell'autunno del 7 a.C. ! Il fenomeno venne probabilmente visto anche dai sacerdoti di Erode, ma la loro interpretazione poteva essere diversa da quella dei Magi. Ecco perché Erode chiama i Magi per farsi spiegare da loro cosa mai abbiano visto nel cielo, tanto da indurli ad un viaggio coì pesante e pericoloso.
Siamo quindi arrivati alla fine dell'inchiesta: tra tutte le ipotesi possibili, quella della congiunzione planetaria è dunque la più probabile, sempre ponendo che non si sia trattato di un fenomeno miracoloso.
E andare a cercare una spiegazione astronomica non lede certo la "magia" della cometa di Natale!
«Il Sole 24 Ore» del 4 gennaio 2011

13 dicembre 2010

Vaticano, svelati i segreti della necropoli

di Roberto I. Zanini
Lo stradello sale dalle sponde del Tevere, al di qua del Ponte Neroniano, verso i primi declivi del Colle Vaticano. Il fondo è in terra battuta. È stretto e consente appena il passaggio a due persone che viaggiano in senso opposto. Su un lato e sull’altro si ergono numerosi edifici sepolcrali, appartenenti a famiglie di grande prestigio, che possono permettersi il lusso di sistemare i loro morti presso la via Trionfale, vicino al grandioso mausoleo di Adriano e alla piramide (ora distrutta) che da sempre viene considerata la tomba di Remo, così come la Piramide Cestia era considerata la tomba di Romolo. Più si allontana dal fiume e più lo stradello sale.
Passa accanto al Circo Vaticano, voluto da Caligola. Bagnato dal sangue di migliaia di martiri cristiani, crocifissi, bruciati sotto il grande obelisco monolite che lo contraddistingue, nella persecuzione scatenata da Nerone, dopo l’incendio della città nel 64. Poco oltre il circo, sul lato destro, a mezza costa, ecco un piccolo piazzale sgombro, delimitato da un muro rosso. Appoggiato a esso un’edicola, sorretta da due colonnine, alta un metro e mezzo. Su un lato ci sono centinaia di graffiti devozionali, incisi su un muro. Fra gli altri una piccola iscrizione in greco, di sei lettere: PIETRO È QUI. I primi cristiani che volevano fare un pellegrinaggio sulla tomba del principe degli apostoli, percorrevano questa strada. A millenovecento anni di distanza possiamo fare i loro stessi passi, e giungere a inginocchiarci accanto a quel muro inciso di graffiti.
Nel punto esatto dove il corpo di Pietro, dopo essere stato martirizzato nel vicino Circo, venne sepolto, previo permesso imperiale, lì dove erano già alcune povere tombe. Quello stradello esiste ancora. «Si trova – spiega Pietro Zander, responsabile delle antichità classiche e della Necropoli Vaticana, per la Fabbrica di San Pietro – esattamente undici metri sotto il livello del pavimento della Basilica Vaticana. Al di sotto delle grotte delle tombe dei Papi. Posto in senso longitudinale, verso la tomba di Pietro, il primo vescovo di Roma, il primo Papa».
Una storia, che da quel momento sembra svilupparsi in senso verticale. «Sopra la sepoltura di Pietro, cento anni dopo, viene eretto il muro intonacato di rosso (così è stato trovato) e la piccola edicola. Dopo il 312, Costantino usa il piano dell’edicola come livello del pavimento di quella che la storia conoscerà come Basilica Costantiniana e racchiude la tomba all’interno di una teca di marmo, la "Memoria costantiniana". Sopra quel sacello viene costruito l’altare cosiddetto di Gregorio Magno, fra il 590 e il 604. Altare racchiuso in uno più grande, voluto da Callisto II nel 1123. Nel 1594 viene eretto l’altare di Clemente VIII, poi sormontato dal baldacchino di Bernini. Il mosaico del IX secolo raffigurante Cristo benedicente, che oggi il pellegrino incontra scendendo dalla Basilica sulla tomba dell’Apostolo, è inserito nella nicchia sul muro rosso racchiusa nella primitiva edicola. Il tutto è posto sotto della grandiosa cupola di Michelangelo».
Dagli undici metri sotto il pavimento ai 133 della croce sulla cupola. Diciannove secoli in verticale, sorretti dalla misera sepoltura di un povero ebreo, le cui ossa sono oggi conservate in un incavo ricavato nel muro dei graffiti. Un percorso di pellegrinaggio sconosciuto ai milioni di fedeli che ogni anno visitano la Basilica. Visitare la Necropoli non è semplicissimo. Bisogna prenotarsi. Ma la lista è lunghissima. Molto più semplice, per chi desideri averne un’idea esaustiva, è la consultazione di Le Necropoli Vaticane, un efficace volume edito da Jaca Book, in collaborazione con i Musei Vaticani e la Libreria Editrice Vaticana. Ricco di immagini, è redatto da Paolo Liverani e Giandomenico Spinola e presenta un contributo dello stesso Zander.
Per accedere alla Necropoli, sul lato destro della Basilica, si passa sugli spazi occupati un tempo dal Circo Vaticano e si può vedere il luogo dove si ergeva l’obelisco. L’unico fra quelli presenti a Roma, che è sempre rimasto in piedi. Da qui venne preso, nel 1586 e portato al centro di Piazza San Pietro. Al di sotto della Basilica, pochi scalini consentono un repentino salto nel tempo. La Necropoli è al di là di un passaggio di cantiere realizzato nelle fondazioni della Basilica Costantiniana dagli architetti del IV secolo e scoperto al momento degli scavi, voluti da Pio XII e iniziati nel 1941. Prima di allora, per rispetto, nessuno aveva osato intraprendere l’iniziativa. Dell’esistenza di tombe romane si era a conoscenza da sterri per precedenti opere di fondazione. Quello che si sono trovati di fronte gli archeologi di papa Pacelli non era immaginabile.
Oltre alla conferma dei documenti storici sulla sepoltura di Pietro in quel luogo, ciò che colpisce il visitatore di oggi è la ricchezza degli edifici sepolcrali. Strutture rimaste intatte perché Costantino, nel realizzare il progetto di portare tutto il piano della Basilica a livello della tomba dell’Apostolo, fu costretto a un’impresa ciclopica e del tutto insensata se quello non fosse stato il luogo di Pietro. La tomba era alla pendici del colle e bisognava riempire il declivio, occupato dal cimitero. Il terreno argilloso doveva essere rinforzato. E allora costruisce un basamento sorretto da grandi piloni collegati da archi. Passa sopra le tombe. Scoperchia quelle più alte e le fa riempire di terra senza danneggiarle. Gli archeologi le hanno trovate così.
La prima che si incontra è la cosiddetta Tomba degli Egizi, dove si trovano, insieme, sepolture di culto egizio, di culto pagano e cristiane. «A testimonianza – sottolinea Zander – che nella Roma al suo massimo splendore, nel secondo e nel terzo secolo, era possibile la convivenza fra più religioni». Poi si incontrano le tombe dei Matucci, dei Tulli, dei Valeri, dei Giuli, dei Cetenni... Cognomi diffusi ancora oggi. Stupendi gli affreschi, così come i mosaici e le decorazioni, tutte ispirate a simbologie legate alla vita che rinasce. C’è Venere che emerge dalle acque, c’è Ercole che scende nell’Ade per riportare in vita Alceste.
Ci sono i pavoni, la pernice dalla molta prole, le stagioni col loro ritmo incessante, il toro, il caprone. La tomba dei Valeri è ridondante di stucchi e bassorilievi che raffigurano i componenti della famiglia. Scene di vita quotidiana, col capostipite, Gayus Valerius Herma e sua moglie Flavia Olympia, immortalata con l’acconciatura alla moda, perché usata dalla first lady, la moglie dell’imperatore Antonino Pio. Dall’iscrizione sulla tomba di famiglia di un certo Popilius Heracla, sappiamo che per costruirla ha lasciato ai suoi eredi seimila sesterzi, la paga di cinque anni di un legionario romano. Vicinissima a quella di Pietro è la sepoltura cristiana degli Iulii. Sulla volta campeggia il mosaico di Gesù Cristo che sale al cielo in quadriga, nelle sembianze del Sole Invicto, la cui festa pagana cadeva il 25 dicembre.
A destra un affresco raffigura Giona divorato dalla balena. A sinistra c’è il Buon Pastore. Sullo sfondo è ritratto un pescatore: all’amo ha un pesce, mentre un altro scappa. Metafora della Chiesa chiamata a convertire uomini, liberi di accogliere o rifiutare.
«Avvenire» del 12 dicembre 2010