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09 settembre 2016

Pregiudizi e verità sull’amore, una rivoluzione incompiuta

Il tempo delle donne
di Barbara Stefanelli
Le donne sono riuscite a spingere il mito della maternità e l’utopia del piacere verso un’idea nuova che dia felicità?
Il primo anno abbiamo parlato di lavoro, perché l’indipendenza economica delle donne resta la più potente rivoluzione possibile per spingere l’Italia verso una modernità che non si fermi alla vetrina di poche. Il secondo di maternità, scoprendo in diretta quanto siano importanti i padri per una condivisione dei compiti (e delle emozioni) che superi lo schema mai decollato della conciliazione pensata solo al femminile. Quest’anno il Tempo delle Donne — festival, festa, convegno del Corriere della Sera — ha scelto di indagare sull’amore e sul sesso in Italia. E molti ci hanno chiesto perché. Perché proprio questo tema al centro di un’inchiesta lunga e radicale, che ha coinvolto decine di giornalisti e che si apre ora al confronto con le lettrici e i lettori?
Una risposta la prendiamo in prestito dal libro che ha segnato il 2016: La scuola cattolica, di Edoardo Albinati, il quale ha messo a nudo il corpo degli uomini lungo centinaia e centinaia di pagine ancorate al delitto del Circeo. Scrive Albinati: «Si direbbe che il sesso riguardi solo la vita privata degli individui, unicamente la loro camera da letto, e invece scuote da cima a fondo l’intera società per poi rimodellarla in forme nuove, riposizionando tutti i valori, riformulando i rapporti (...). La passione sessuale è l’origine stessa della personalità».
Se questo è vero, come crediamo, qual è lo stato delle cose mezzo secolo dopo il ‘68 che fece della liberazione sessuale un punto di ripartenza nelle relazioni tra gli uomini e le donne? Quella «nuova economia morale» — che l’Europa abbracciò in nome di un riconoscimento incondizionato del piacere femminile e del diritto di tutti a una ricerca personale non più domata da codici eterodiretti che si erano fermati ai valori dei bisnonni — ha davvero cambiato le parole e i pensieri degli italiani 53 anni dopo i Comizi d’amore raccolti da Pier Paolo Pasolini?
I cambiamenti ci sono stati e ciascuno li può misurare accostandoli ai racconti che le famiglie custodiscono di generazione in generazione. Conosciamo l’euforia della sperimentazione, tra gli Anni 60 e 70, e le inquietudini che la solitudine etica può generare rispetto agli alti scudi della «morale comune» o del «comune senso del pudore». Oggi — spiega Carmen Leccardi in uno studio dedicato a Le trasformazioni della morale sessuale e dei rapporti tra i generi — ci troviamo di fronte a nuove forme di regolazione sociale della sessualità, di natura individualizzata, e non a un’assenza di norme. Ma la chiamata alla responsabilità in tema di scelte morali è impegnativa, spesso faticosa, perché lascia spazio tanto a incertezze e timori quanto a movimenti organizzati di opposizione. Nel ventunesimo secolo — commenta Marta Boneschi a conclusione di Senso, straordinario racconto-resoconto dei costumi degli italiani che attraversa la cronaca, la Tv, il cinema, i romanzi, i giornali «per soli uomini», le parole delle encicliche e quelle dei primi siti porno, le piazze, le aule parlamentari — «l’esperienza del sesso si presenta densa di problemi e ansie, non meno che alla fine dell’Ottocento». E questo nonostante un’onda gigantesca sia passata sulle nostre vite, ribaltando le leggi e rovesciando le parole per dirlo. Nel dizionario Bergoglio del 1896, lo stupro è «corrompimento di verginità»; nel Garzanti 1994 «un atto sessuale imposto con la violenza»; una vergine era «una femmina pura e innocente», sarebbe diventata «una donna che non ha mai avuto rapporti sessuali».
I bilanci in campo sentimentale e sessuale sono riservati, resistono a una sintesi generazionale, è vero, tuttavia dopo mesi di inchiesta una sensazione diffusa si impone ed è quella di una rivoluzione incompiuta. «Noi donne — ragiona Barbara Mapelli, femminista, partendo da un suo ricordo del raduno al Parco Lambro con quell’atmosfera da "cuccagna" collettiva, per tornare ad attingere alle pagine di Albinati — volevamo scrollarci dalle spalle e dalla vita il pesante basto della sessualità non riconosciuta, non consentita, repressa: ciò che volevamo era più che legittimo, ma forse lo abbiamo vissuto con ingenuità e presunzione, come se bastasse voltare una pagina...».
Restano spazi oscuri nel profondo dei corpi; salgono e risalgono in superficie pregiudizi e stereotipi dei quali sorridiamo in tempi di tregua; non arretra il baratro del controllo sulle donne dove si spinge feroce una parte degli uomini per spegnere il disagio, la paura di essere fuori tempo massimo. Ed è qui — nel terreno franato di un’educazione sentimentale, sessuale, di genere sempre temuta, o solo sottovalutata, e di conseguenza allontanata anche dai nostri figli — che le radici della violenza crescono ancora e ancora, sorprendendoci quasi ogni giorno.
Non avevamo arredato case dove potevamo amare ma anche andare via, in pace e rispetto? E «la democrazia sessuale» non si era sostituita a ogni forma di omofobia? Ancora: le donne — prime protagoniste di quella rivoluzione — sono riuscite a ridisegnare il mito della maternità e l’utopia del piacere, a svestire e rivestire mito e utopia in un’idea nuova, affrancata da ideologie contrapposte, l’unica capace di rifondare la nostra ricerca individuale di felicità?
A questa domanda la risposta è sì: ci stiamo provando, ma non possiamo fermarci. Come non possiamo — e non vogliamo — smettere di scrivere e riflettere sull’amore. Il viaggio è lungo e non prevede una fine, perché le cose cambiano e noi con loro. Ma questo scarto non toglie senso alla ricerca e alla narrazione della ricerca stessa. Al contrario.
C’è una seconda ragione che ha dato forza a questa inchiesta del Corriere. L’abbiamo immaginata e approfondita nel tempo perché eravamo liberi e libere di farlo. Nella stagione del burka da vietare, del burkini non da vietare ma per noi incomprensibile, degli agguati a come viviamo e siamo, in questa stagione di paure e crisi tutte ingarbugliate, indagare sul sesso e sull’amore, sulle relazioni tra uomini e donne, tra uomini e uomini, tra donne e donne, è un’espressione della nostra identità. Di quella cultura — europea e d’Occidente — alla quale apparteniamo, nella quale ci riconosciamo guardandoci l’un l’altra, alla pari. Una cultura di libertà che non dobbiamo soltanto difendere quando siamo sotto attacco, nell’elaborazione del lutto, ma tornare ad affermare con forza, nella riflessione su come stiamo e come vorremmo stare, insieme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2016

14 agosto 2015

Non solo ideologia: riappropriamoci del genere

Un'analisi del dibattito culturale e giuridico
di Chiara Giaccardi
Oggi la questione del 'gender' si pone come spinosa ma necessaria. Al di là di incomunicabilità e fraintendimenti, azioni di attacco e barricate difensive, proprio nella sua incandescenza il dibattito segnala un nodo di senso ineludibile: quale rapporto intrattenere e coltivare con la nostra dimensione biologica, in un tempo in cui i confini di ciò che è 'naturale' si sono ridefiniti e sono continuamente forzati in ogni direzione? La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo.
Per questo è importante uscire dalla forma che il dibattito ha assunto e reincorniciarlo in modo nuovo. Una prima questione, preliminare, riguarda la legittimità stessa del problema. Due posizioni si contrappongono: la prima (no gender) sostiene che l’«ideologia gender» esiste ed è unica; la seconda (pro gender) che non esiste ed è una invenzione di chi non accetta i cambiamenti. Posta così, nessuno ha ragione; a uno sguardo più ampio, ognuno ha le sue ragioni.
È vero che i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i «gender studies» hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose.
E questa attenzione continua anche oggi: basta dare un’occhiata, tra i tanti esempi, al bel filmato «Why gender matters for social sciences» (Perché le questioni di genere nelle scienze sociali) sul sito del Gender Institute della London School of Economics, per rendersi conto che le questioni sono molte e che sull’asse delle differenze di genere si giocano ancora oggi molto in termini di rispetto e pari dignità: chi ha accesso a cosa, chi può fare cosa, è ancora fortemente determinato dal genere.
La stessa ragione per cui Edith Stein, in quanto donna, non poté essere titolare di una cattedra di filosofia, oggi fa sì che, a parità di qualifica professionale e competenze, le donne vengano pagate meno degli uomini, o addirittura, in alcuni Paesi, non possano avere diritto all’istruzione né a guidare l’auto, per non parlare del resto. Una questione sulla quale è recentemente intervenuto persino papa Francesco. Una tipica questione di 'gender'.
Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del 'genere sessuale come scelta' che prescinde dalla natura. Se non si riconosce questo, si rischia di divenire ideologici a propria volta. Il che non significa che il problema non esista. Semplificando si può dire che oggi ci sono due scuole di pensiero sul 'gender', che a loro volta presentano diversificazioni interne. Nella prima – essenzialista – si opera un passaggio diretto dall’anatomico all’ontologico (le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere, ricavabile da esse); è un approccio scientista-positivista, ma anche quella dei primi gender studies femministi, con la tendenza a una visione scissa della sessualità, che alimenta un dualismo contrappositivo e competitivo tra maschile e femminile.
La seconda – culturalista-costruttivista – insiste sul 'gender' come costruzione sociale, e presenta in realtà due varianti. Una versione moderata, che sottolinea il ruolo della rielaborazione culturale del dato biologico, e una radicale – oggi prevalente – secondo la quale la natura non conta e vale solo il discorso sociale e la scelta individuale (posizione che tende all’astrazione del 'neutro').
Oggi il dibattito sul 'gender' è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della 'cattiva sineddoche': prendere una parte del dibattito, la più discutibile, come il tutto e buttare il bambino con l’acqua sporca. In realtà la battaglia ideologica sul 'gender' (perché una componente ideologica è innegabile) si combatte più a colpi di diritto che di teorie che la giustifichino.
Persino Judith Butler (con la quale peraltro molte sono le ragioni di dissenso), autrice del celebre Questioni di genere, ha affermato di recente che «il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione (...). Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questo aspetto che mi interessa».
Di 'gender', dunque, non solo si può, ma si deve parlare. Perché l’essere umano non è solo biologico, né dato una volta per tutte al momento della nascita.
L’identità non è solo espressiva (tiro fuori ciò che già sono) ma relazionale. Non solo biologica, ma simbolica. Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo.
In ogni caso, non c’è mai un’aderenza totale e senza resto tra il nostro essere biologico e il nostro essere umani. In questo l’uomo è diverso dall’animale: alla certezza meccanica dell’istinto corrisponde nell’uomo l’incertezza non garantita della libertà e della responsabilità. Il dibattito su come ci riappropriamo (o non riusciamo a riappropriarci) delle nostre caratteristiche anatomiche, e quanto il contesto ci sostiene, ci ostacola, ci indirizza, ci offre le categorie è non solo legittimo ma doveroso.
La forma che ha preso oggi il dibattito sul gender, nella sua punta estrema, commette un errore epistemologico grave, sovrapponendo elementi molto diversi tra loro: in particolare facendo coincidere universalismo e astrazione da una lato, e non-discriminazione ed equivalenza dall’altro, e rivelando così un problema con l’alterità concreta, che si traduce in una cancellazione, di fatto, della dignità delle differenze. Non a caso le nuove forme di educazione spingono alla promozione del 'neutro', che è appunto la cancellazione delle differenze, una forma di discriminazione violenta contro la concretezza del reale, rimosso in nome di una normatività procedurale e astratta.
A questo si collega un altro dei problemi della contemporaneità: il demandare al piano giuridico ciò che andrebbe prima affrontato a livello culturale. Poiché non ci si riesce a mettere d’accordo su cosa significa essere umani oggi, sui contenuti profondi che ci riguardano, si spostano le decisioni sul piano astratto delle procedure, come se fosse neutro dal punto di vista valoriale. Ma l’astrazione non garantisce affatto la neutralità, e, di fatto, il legislatore finisce col ratificare e rendere normativo il caso particolare. Quindi si dovrebbe parlare oggi di 'ideologia giuridica' come minaccia effettiva alla libertà delle nostre scelte, educative prima di tutto. Una deriva legata ai processi di tecnicizzazione che, nell’illusione di garantire la vita collettiva dall’arbitrio delle posizioni di valore, impongono senza nemmeno rendersene conto i valori che li impregnano (efficientismo, fattibilità, controllo, individualizzazione, assenza di senso del limite...).
Un’ideologia che si salda in modo perfettamente funzionale, rafforzandolo, con l’individualismo radicale del pensiero contemporaneo mainstream, e con lo strapotere dei sistemi tecnoeconomici, ai quali fa buon gioco raccontare la favola della 'sovranità dell’io', che ha ben pochi riscontri nella realtà.
A fronte di una 'idolatria dell’io' che, come riconosceva Hannah Arendt, a partire dalla modernità ha preferito scambiare ciò che ha ricevuto come un dono con qualcosa che ha fabbricato con le proprie mani, un discorso sul 'gender' oggi dovrebbe uscire dall’opposizione naturacultura (siamo naturali e culturali in quanto umani) e spostarsi sul piano simbolico. Contro l’illusione idolatrica e tecnocratica di trovare il termine che esprime esattamente, senza resto, ogni sfumatura possibile della nostra identità sessuale, come i 56 profili di 'gender' proposti da Facebook, dovremmo riaprirci alla parola simbolica, capace di ospitare in sé un’apertura, una gamma inesauribile di possibilità espressive (quali la femminilità e la mascolinità, nella loro dualità), e soprattutto una relazionalità costitutiva: la mia identità di genere nasce dall’incontro delle differenze e si è costruita nella relazione con altri, concreti come me. In un movimento di apertura e scoperta che si chiama libertà: nella gratitudine per quanto ricevuto, nella relazionalità del legame, nella consapevolezza che non siamo mai liberi dai condizionamenti culturali eppure abbiamo la capacità di non esserne completamente succubi, se solo evitiamo di aderire ottusamente al dato di fatto.
Credo che un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul 'gender'. Perché, con Hölderlin, «là dov’è il pericolo cresce anche ciò che salva».
«Avvenire» del 31 luglio 2015

12 agosto 2013

Castità & tradimento

L’astinenza di Sophie Fontanel, le foto hot di Anthony Weiner
di Francesco Piccolo
Il sesso è soprattutto intimità e memoria Chi non lo fa o ne fa tanto (ma virtuale) nega il senso dell’amore come esperienza
Sophie Fontanel ha scritto la cronaca di dodici anni di castità (da 27 a 39), successo discusso in Francia e in uscita in questi giorni negli Stati Uniti con il titolo The Art of Sleeping Alone. Sostiene di aver imparato migliaia di cose e di aver perfino provato piacere nel vedere Robert Redford lavare i capelli di Meryl Streep in La mia Africa (non fate i furbi, non pensate che era messa male…). In pratica, la scelta della Fontanel è nata da questo assunto: non fare sesso è meglio che fare sesso deludente.
In seguito è diventata un’esplorazione della realtà da un punto di vista inedito, e le conclusioni che ha raggiunto rimangono interessanti. Anche se per chi pratica sesso, la questione più stringente rimane che cosa è successo quella notte al termine dei dodici anni. La risposta è allo stesso tempo soddisfacente e deludente: Sophie ha incontrato la persona giusta. Tutto qui.
Sia chiaro: ho rispetto per la castità come per ogni pratica estrema, fosse anche fanatica — a meno che il fanatismo non porti (come accade quasi sempre) a un passaggio di comunicazione: da «io pratico la castità» (presa di posizione rispettabile) a «dovresti praticarla anche tu». Se non vogliono imporsi agli altri, mi sembrano interessanti i vegetariani, i buddisti, i ciclisti, i complottisti, gli scambisti e perfino quelli che vanno a vivere in campagna — insomma, chiunque è diverso da me. La castità ottiene il mio rispetto come quelli che fanno free climbing o non mangiano dolci — i primi danno la misura invalicabile dei miei limiti, i secondi li preferisco perché se andiamo a cena insieme so che parte della loro porzione potrebbe toccare a me.
Ora passiamo all’estremo opposto: il protagonista dei pettegolezzi mondiali del momento, Anthony Weiner. La sua pratica reiterata di messaggi erotici e di foto delle sue nudità, spediti con insistenza a ragazze conosciute su Internet, sono diventati lo scandalo americano dell’estate, e hanno richiamato alla memoria la storia tra Bill Clinton e Monica Lewinsky; con grande irritazione di Hillary, toccata dal coinvolgimento della sua assistente Huma Abedin, moglie di Weiner. Tutti guardano impietositi la bella Huma, incline al perdono; tutti dicono: ma come si fa a tradire una donna così? Ma la questione acclarata è che nessuno di questi contatti virtuali si è trasformato in un incontro dal vivo. È questa la difesa morale (moralistica) di Weiner. Del resto, il candidato sindaco di New York è anche il simbolo della nuova abitudine sessuale di noi tutti: il sesso virtuale. Sta diventando un’abitudine autosufficiente, cioè slegata dai vincoli dell’incontro reale e del sesso reale. Si chiama «sexting», e potrebbe avere come sottotitolo quest’altro assunto: «Non fare sesso è meglio che essere deludenti».
Il problema del sexting, infatti, è quello di spingersi molto oltre, di promettere tantissimo, di mostrare ossessioni e pratiche estreme, del tutto slegate dalla vita reale. Perfino le foto possono promettere di più della realtà. Quindi, poi, essere all’altezza delle promesse diventa una questione ansiogena, che si combatte non dando seguito alle possibilità astratte. Del resto, quasi tutti gli uomini fanno intendere di essere superdotati, ma questa dichiarazione avventata poi li rende terrorizzati di mostrarsi, perché pensano: e se non fosse così? Ovviamente non si fa sexting solo per timore, ma anche come pratica sufficiente alle proprie esigenze.
Allora, è chiaro che il personaggio Sophie (la castità) e il personaggio Anthony (il sexting) hanno qualcosa in comune: l’eliminazione del sesso reale. Di quel fatto concreto e ineluttabile che si svolge (di solito) tra due persone in carne e ossa. E in qualche modo paradossale, il sexting contiene caratteristiche più moralistiche della castità e si può sintetizzare nella frase tremante che i traditori dicono ai traditi: però non è successo niente!
La castità è una scelta liberatoria, e lo sanno bene tutti coloro che sono ossessionati dal sesso e pilotano le giornate o le settimane alla ricerca di idee buone per andare a letto con qualcuno, quelli che si rigirano di notte nel letto solitario perché pensano al corpo che amano e che dorme beatamente in un altro letto solitario. Quante scelte, quanti errori sono stati compiuti per schiavitù del desiderio, e la cosa più grave è che non ci si pente mai. Quindi, immaginare una vita libera dal vincolo asfissiante del sesso, è anche infinitamente liberatorio — il risultato a cui mirava Sophie Fontanel.
La vita sessuale di solito si esprime in due grandi categorie: fare sesso una sola volta con tante persone diverse; fare sesso tante volte con una persona. Ci possono essere molti gradi intermedi, ma nella sostanza sono questi i due aspetti radicati nel pensiero sessuale: la serialità e la relazione. La serialità è praticata da coloro che cercano un piacere sessuale generico e non coinvolto, e per questo cercano uomini o donne diverse, di continuo. Sono riconoscibili, perché dopo averci fatto sesso il loro atteggiamento verso il partner della notte precedente invece di migliorare, peggiora.
Se prima di fare sesso erano simpatici e affettuosi, dopo diventano cupi e distanti. È un po’ deprimente, perché passare una notte insieme a fare sesso metterebbe in atto un processo di complicità molto forte, almeno in teoria. Ecco, i seriali respingono proprio questo processo. Hanno un’idea tutta loro dell’intimità, non si riesce a contraddirli: i seriali ritengono che spogliarsi nudi, unire i corpi, mischiare umori, non sia intimità; mentre è intimità andare a cena insieme, o fare una passeggiata. Quindi, possono fare sesso facilmente, ma sono restii in modo patologico ad andare insieme a cena almeno una volta. La relazione sessuale è un processo inverso: le persone cercano nel mondo un’intimità. Cercano, nel fare sesso la prima volta, qualcuno che riconoscono, con cui star bene (con cui fare sesso bene) e quando lo trovano, vogliono ripetere l’esperienza di quel piacere specifico più volte possibile. Per loro, il sesso è soprattutto memoria (ripenso a te e mi eccito perché tu mi piaci), e di conseguenza intimità. Riguardo al tradimento, proprio perché nel caso della serialità non entrano in gioco i sentimenti e nel caso della relazione sì, si finisce per ritenere la serialità meno pericolosa della relazione. Ecco quindi l’atteggiamento moralistico: non sono coinvolto, quindi non ho tradito; se non sono coinvolti sentimenti, quello che ho fatto non ha nessun significato.
Ed ecco infine arrivare il sexting come passaggio ulteriore della mancanza di intimità — come pratica ancora più estrema della serialità. Si svolge a distanza, ci si scambiano propositi pornografici e foto molto azzardate, si desidera ma non si mette in atto. Ci si protegge dalla realtà, e di conseguenza si può chiedere il perdono, si può venire perdonati. Si può praticare sesso con persone che non hai mai visto (ti fai spedire foto per vederle, a volte), si può provare a mandare messaggi a persone a cui non si dovrebbero mandare, pronti alla deviazione se non è aria. Ma la domanda fondamentale, ancor più in presenza della virtualità, rimane la stessa: il sesso respinge o cerca l’intimità? A mio modestissimo parere, dovrebbe cercarla; dovrebbe essere, se non sembra troppo azzardato, il luogo principe dell’intimità. E invece sta crescendo il partito contrario: la fuga dall’intimità. Fare sesso senza coinvolgere la conoscenza (rappresentata simbolicamente dal nome: ti ricordi come mi chiamo?) vuol dire fare sesso senza mettere in campo i sentimenti. Ecco, in questo consiste il moralismo: fino a quando non sono coinvolto emotivamente e non tocco la sfera sentimentale, io non tradisco per davvero. Né me stesso né la persona che amo.
Di Weiner si è detto che ha mandato foto del suo pene nel periodo della ricostruzione del suo matrimonio; ammesso che sia così per davvero (ma qui poco importa), esplicita bene questo pensiero: se non sono coinvolto, posso ricostruire la mia relazione amorosa e scambiare messaggi espliciti con donne che nemmeno conosco (la giustificazione secolare nel frequentare prostitute nasce da questo: due sfere diverse. L’intimità non viene violata, perché i sentimenti non sono messi in gioco). Il sexting, quindi, è una pratica ancora più moralistica: mette in moto il sesso senza intimità, e in più senza nemmeno coinvolgere i corpi nella pratica. Solo da lontano. E da lontano «non è peccato». La mancanza di sesso concreto, quindi, instaura una parentela di tipo etico tra castità e sesso virtuale. Però si può ritenere la castità una scelta meno moralistica del sexting. Perché non è alla ricerca della salvezza, soltanto di un modo di stare al mondo, casomai difendendosi dalle delusioni. Invece il sesso virtuale è un modo di avere rapporti con tanti senza essere avvicinati da nessuno. Senza che possa esistere il luogo del delitto.
Il sesso virtuale sta deviando dalle funzioni che gli avevamo affidato all’inizio, così come sta accadendo con i social network: il compito dell’allargamento del tempo di frequentazione, della presenza anche durante l’assenza, era un compito che non doveva sostituire il rapporto, bensì accrescerlo. Farlo dilagare. Pian piano, abbiamo scoperto che potevamo, invece che darci un appuntamento per un aperitivo o un caffè e chiacchierare, comunicare in modo costante per tutto il giorno da lontano, e quindi non riempire il tempo dell’attesa o il tempo dell’abbandono, il prima e dopo l’incontro; ma sostituirlo. È una pratica antica: la diffusione del telefono ha fatto lo stesso. Ha sostituito gli incontri con lunghe telefonate e perfino gli incontri sessuali con pratiche autoerotiche in contemporanea. Così, il sesso virtuale ha aumentato la quantità di partner (cosa costa in fondo giocare un po’ da lontano?), ma ha diminuito la sessualità reale. È diventato soddisfacente. È un risultato in qualche modo prodigioso, ma rimane qualcosa che non funziona.
Il sesso è soprattutto intimità e memoria. Il sesso è ricerca di una conoscenza intima, è messa in moto di memoria. Perfino l’autoerotismo serve a creare una memoria fittizia di coloro che desidereremmo avere e non abbiamo — e se poi succede siamo più pronti, vediamo soddisfatto un desiderio non più astratto, ma più volte vissuto nella testa (si può anche dire: in modo letterario). Certo, parlare di sentimenti può sembrare eccessivo (si possono mettere in moto i sentimenti a ogni incontro sessuale?), quindi è più opportuno parlare di altro: coinvolgimento, curiosità, voglia di conoscere di più. Una relazione vuol dire andare a cena insieme, indagare e occuparsi della vita dell’altro. Se una persona ti interessa sessualmente, e la vuoi rivedere, in modo naturale instauri una confidenza, entri nella sua esistenza, impari i nomi dei genitori (o dei figli), patisci per una sconfitta professionale o per l’attesa di un esame medico. Non puoi fare a meno della complicità.
La questione fondamentale, alla fine, è che se si trova un essere umano con il quale il tuo corpo è in armonia, questo è un bene prezioso, un investimento magnifico, ed è assurdo trascurarlo, lasciarlo andare via. È uno spreco di piacere e felicità possibili. Per questo motivo, la serialità è, d’altra parte, una lunghissima lista di occasioni perdute. Il sesso è concretezza. È un incontro. Il sesso virtuale può essere approccio per l’incontro reale; oppure, continuazione dell’intimità sessuale: ci desideriamo così tanto che, oltre a vederci, ci mandiamo foto e messaggi erotici. Lo facciamo nell’attesa e nell’abbandono. Prima e dopo. Ma tra virtuale e virtuale, in mezzo c’è il reale.
Una regola semplice per gli incontri sessuali potrebbe essere questa: si fa sesso con persone con le quali si va volentieri a cena. Che vuol dire: relazione, curiosità, tempo da passare insieme. Che vuol dire presenza nella propria vita, in qualche modo, anche clandestino, di una persona con la quale si è stati in un letto nudi a toccarsi. È una regola minima, una formula di intimità nemmeno troppo coinvolgente, che può essere praticata da tutti. Sembra poco, ma è tantissimo.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» dell'11 agosto 2013

04 giugno 2011

Il macigno che distrusse l'illusione dell'edonismo

di Antonio Scurati

Ci sono date che, sebbene rimangano in principio ignorate, segnano una controstoria segreta dell’umanità. Il 5 giugno ’81 è una di quelle. Quel giorno il centro per la prevenzione delle malattie degli Usa identificò un’epidemia di pneumocistosi polmonare in 5 pazienti gay di Los Angeles. Era l’inizio dell’epidemia dell’AIDS. Ma era anche l’inizio degli anni ’80, il più lungo e intenso periodo di finta allegria dissipatrice che la storia dell’Occidente contemporaneo ricordi. Un decennio lungo trent’anni e durato fino a oggi. Anzi, fino a ieri. Trent’anni di fasulla e perfino lugubre joie de vivre sottilmente venati da un corrosivo presentimento luttuoso. Quel primo campanello d’allarme rimase a lungo inascoltato. Soltanto nel 1984 ci si renderà conto che un agente infettivo è il responsabile del diffondersi di una nuova terribile malattia, soltanto nel 1986 sarà pubblicato il primo report statunitense sull’AIDS che dichiarerà la necessità di dare informazioni sul sesso, soltanto nel 1987 l’Assemblea mondiale della Sanità approverà una prima strategia globale per fronteggiare l’epidemia. Nel frattempo, mentre l’epidemia dilaga, derubricata nell’agenda mediatica come flagello circoscritto alla comunità gay (non dimentichiamo che in un primo tempo venne definita «immunodeficienza gay-correlata»), là fuori, nella società occidentale che si autorappresenta come ricca, sana, festosa, libera e gaudente, il party sfrenato continua fino alle prime luci dell’alba. Buttati dietro le spalle gli anni ’70 degli ultimi conflitti sociali manifesti e delle ultime dure lotte politiche, si predica ovunque euforicamente il nuovo verbo della società dei consumi, il cui hard core culturale e commerciale sta proprio, non a caso, nello scatenamento dei consumi sessuali. Ogni merce, anche la meno eccitante, viene sapientemente investita da un flusso di pulsioni libidinali ad opera di una legione di pubblicitari. La «liberazione sessuale», massima conquista dei movimenti di contestazione dei decenni precedenti, viene pervertita e irradiata sull’intero spettro delle merci. L’imperativo è uno solo: consumare, spandere, godere. Tre verbi che stanno chiaramente su di un continuum temporale e semantico con l’atto ed il concetto di «scopare».
Per le donne e gli uomini della mia generazione, nati tra la fine dei ’60 e il principio dei ’70, l’AIDS fu una prima apocalittica rivelazione riguardo alla fatuità e falsità dell’ideologia edonista profusa prima dai gruppi di potere e poi dai ceti di governo proprio a cominciare dagli anni ’80. La sperimentammo sulla nostra pelle quella menzogna anzi - è proprio il caso di dirlo - nella nostra carne. Ci affacciammo, infatti, all’età biologica del godimento sessuale proprio quando l’agghiacciante consapevolezza riguardante il diffondersi della malattia proclamava che la festa era finita (sebbene alcuni uomini degli anni ’80 si siano ostinati a negarlo fino a ieri, anzi, fino a oggi). Raggiunti i sedici anni, quando, carichi di ormoni e di fantasie sessuali alimentate dalla dilagante nudità dei corpi, ci sentimmo pronti a buttarci nell’orgia scatenata dai nostri fratelli maggiori che erano passati dalle ammucchiate fricchettone alle agenzie pubblicitarie, ci dissero che l’orgia era un brodo di cultura d’infezione. Non avremmo addentato il frutto proibito, e non per timore del peccato ma perché era un frutto avvelenato. Per noi occidentali, l’AIDS infettava direttamente il cuore della nostra mitologia tardo-moderna. Era una piaga tipica della società dei consumi, strettamente correlata agli «stili di vita», recentemente elevati a suprema ideologia libertaria (l’AIDS fu la prima malattia infettiva scoperta come tale con solo metodo matematico statistico, cioè indagandone l’incidenza in gruppi sociali connotati dalle medesime abitudini), alla gioia vacanziera (il turismo sessuale ad Haiti), propensa a falcidiare gli idoli dello star system cinematografico (Rock Hudson), musicale (Freddie Mercury) e intellettuale (Michel Foucault). Se ne ebbe l’apice simbolico quando, pochi mesi prima di morire, Rock Hudson, ospite del serial Falcon Crest - emblema di quel culto fatuo della nuova, facile ricchezza - baciò sulla bocca Linda Evans per ragioni di copione, gettando così nel panico la troupe e l’intera produzione. Il linguaggio, come sempre, veicolò il contagio nell’immaginario.
Da quel momento in avanti l’amplesso amoroso venne definito «evento a rischio», il rischio fu contrastato con «campagne preventive» e il momento in cui quel rischio si esaltava, vale a dire l’atto sessuale, sottoposto all’ ipoteca di un «rapporto protetto». Quella che sarebbe dovuta finalmente essere l’espressione di un’esuberanza vitale, di una libertà conquistata, di una natura emancipata dalle proprie fatalità e costrizioni grazie alla tecnologia medico scientifica (l’invenzione della pillola), veniva ora subito sottoposta ad un protocollo di sicurezza fatto di guerre antivirali preventive e speculazioni sul rischio. Ci è stato giustamente insegnato che trasformare una malattia in metafora è gesto spesso ideologicamente perverso ma è davvero difficile non notare come l’ossessione del «rapporto protetto» sia presto diventato un paradigma per l’Occidente in crisi dei decenni successivi. Dalla metà degli anni ’80 in avanti, quasi sempre, sia che si facesse l’amore sia che si facesse la guerra, non essendo affatto propensi a rinunciare al nostro sfrenato godimento, volendo anzi continuare a lussureggiare anche in futuro, a dispetto di tutto, illudendoci di essere ancora in grado di farlo, abbiamo creduto di poter continuare ad andare a letto con lo spirito del tempo dei fatui e sciagurati anni ’80 indossando un preservativo, una piccola guaina di lattice immunizzante che ci garantisse l’orgasmo preservandoci, però, dal contatto con la realtà del mondo, dell’altro e, soprattutto, di noi stessi.

«La Stampa» del 4 giugno 2011

19 gennaio 2011

La tristezza della lussuria

A proposito del premier ...
di Enzo Bianchi
La sapienza dei padri della Chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi - passibili di «scomunica» e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto... - ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi «capitali» che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda.
Comportamenti generati da «pensieri malvagi» che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici «vizi dell’anima», che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati. Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.
Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella «quantità», nella compulsione, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità. L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico... Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla comunicazione, alla relazione, cioè a una «storia» d’amore; ridotta all’erotismo, invece, essa frammenta, divide, dissipa il soggetto.
Chi è preda della lussuria assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo così una scissione della propria personalità e riducendo l’altro a una «cosa», prima ancora che a una merce. Le pulsioni erotiche, non più ordinate e armonizzate nella totalità del sé, sfogano la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, indotto nella fantasia o nella realtà - quasi sempre con prepotenza - all’atto sessuale: la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.
Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità, dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna: la complessità del piacere sessuale non riguarda solo la genitalità e l'orgasmo, ma coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi. Linguaggio d'amore, manifestazione del dono di sé all’altro, il piacere sessuale è coronamento dell’unione e, come tale, resta inscritto nella storia di un uomo o di una donna: appare nella pubertà ed è accompagnato dalla fecondità, per poi conoscere una stagione di sterilità, fino alla sua estinzione. La lussuria, per contro, consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio «altro», sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione. Viviamo in un contesto culturale, costruito ad arte da molti mass media e sfruttato dalla pubblicità, in cui l’unica realtà non oscena è quella dell’erotismo: è ormai inevitabile imbattersi in immagini erotiche, che si imprimono nella mente per riemergere in seguito e stimolare fantasie perverse. Per reagire a tale clima ammorbante dovremmo acquisire la consapevolezza che la lussuria toglie la libertà: chi ne è schiavo finisce per asservirsi all’idolo del piacere sessuale, un idolo ossessionante che innesca una pericolosa dipendenza. Chi è preda della lussuria è come malato di bulimia dell’altro, lo cosifica in modo reale nella prestazione sessuale o in modo virtuale nell’immaginazione. La vera perversione in atto nella lussuria è infatti quella che induce a concepire l’altro come semplice possibilità di incontro sessuale, come mera occasione di piacere erotico. Come non notare oggi il fenomeno della senescenza precoce dell’esercizio sessuale nelle nuove generazioni? Come ignorare l’esercizio di un eros virtuale, la pornodipendenza da internet? Per questa strada ci si incammina verso il baratro di un libidogramma piatto, si uccide l’eros per sempre.
Una gestione sana del piacere sessuale comporta che la presa di coscienza di un corpo sessuato si accompagni alla volontà di incontrare l’altro nella differenza e nel rispetto dell’alterità: si tratta di integrare la sessualità nella persona, attraverso l’unità interiore della persona nel suo essere corpo e spirito. Certo, richiede una padronanza di sé, ma questa è pedagogia alla vera libertà umana: o l’essere umano domina le proprie passioni oppure si lascia da esse alienare e ne diventa schiavo. Il lussurioso riceve come salario del proprio vizio una tristezza e una solitudine più pesanti, alle quali pensa di riparare entrando nella spirale lussuriosa per nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi piaceri: sì, una spirale «diabolica» che separa sempre di più piacere da relazione e fecondità. Per questo la disciplina interiore, anche nello spazio della sessualità, è sempre opera di libertà e, quindi, di ordine e di bellezza: è uno sforzo di umanizzazione capace di trasformare anche l’esercizio della sessualità in un’opera d’arte, in un capolavoro che corona una storia d’amore.
«La Stampa» del 19 gennaio 2011

06 gennaio 2011

La forza dell'amore totale nei tempi del sesso libero

Si fa strada una nuova etica dei rapporti tra uomini e donne
Francesco Alberoni
Fino a ora in tutte le società conosciute l'attività sessuale veniva regolata minuziosamente dalla morale e dalla legge. Dei maschi si pensava che desiderassero accoppiarsi con tutte le donne piacenti, delle donne invece si pensava che desiderassero farlo solo con chi amavano oppure per dovere col marito. Ma oggi questo costume sta rapidamente cambiando. Moltissime donne dicono apertamente che quando vedono un uomo che piace loro cercano di non farselo scappare. Esattamente come i maschi. Ma vi sono gruppi femminili che cercano di comportarsi come facevano i maschi nei bordelli. In alcuni college americani le ragazze celebrano le feste di fine d'anno ingaggiando dei «prostituti» che si aggirano nudi fra loro e hanno rapporti sessuali prima con una e poi con l'altra mentre le compagne applaudono. E vi sono studentesse che fanno a gara sul numero dei ragazzi che si portano a letto in un anno.
Questo mi fa pensare che nel giro di pochi decenni maschi e femmine potranno accoppiarsi come loro piace, in privato o in pubblico, senza nessun freno morale. Ciò, però, non vuol dire che vi sarà una totale promiscuità. Infatti esiste una forza che vi si oppone, ma non la Chiesa, non la famiglia, non la scuola, non la morale né la legge. L'unica forza che vi si oppone è l'amore dell'innamoramento monogamico, esclusivo e geloso. Anche se un uomo o una donna sono abituati ad avere rapporti sessuali promiscui, quando si innamorano desiderano solo la persona amata e non sopportano che questa possa avere contatti sessuali con un altro. L'amore dell'innamoramento chiede la fedeltà assoluta. Una donna innamorata scrive: «Non andrò mai con un altro perché non voglio sciupare, inquinare le stupende sensazioni che provo con te. Basterebbe un contatto per intossicare irreparabilmente la loro purezza. E lo stesso vale per te».
È solo perché esistono l'innamoramento e l'amore totale che la gente si sposa ancora, va ancora a convivere, ha dei figli. Anche se poi litiga e divorzia. Il sesso libero, il sesso che non ha né regole né freni, mette in pericolo questo amore, che però resiste, lo respinge, lo frena e lo costringe a disciplinarsi. Dal conflitto fra il sesso promiscuo e amore esclusivo oggi sta lentamente nascendo, a poco a poco, un nuovo sapere e una nuova etica dell'amore e del sesso. E io sono orgoglioso di aver dedicato la mia vita a scrivere su questo argomento che diventerà sempre più importante nel futuro.
«Corriere della Sera» del 3 gennaio 2011

03 gennaio 2011

La forza dell'amore totale nei tempi del sesso libero

Si fa strada una nuova etica dei rapporti tra uomini e donne
di Francesco Alberoni
Fino a ora in tutte le società conosciute l'attività sessuale veniva regolata minuziosamente dalla morale e dalla legge. Dei maschi si pensava che desiderassero accoppiarsi con tutte le donne piacenti, delle donne invece si pensava che desiderassero farlo solo con chi amavano oppure per dovere col marito. Ma oggi questo costume sta rapidamente cambiando. Moltissime donne dicono apertamente che quando vedono un uomo che piace loro cercano di non farselo scappare. Esattamente come i maschi. Ma vi sono gruppi femminili che cercano di comportarsi come facevano i maschi nei bordelli. In alcuni college americani le ragazze celebrano le feste di fine d'anno ingaggiando dei «prostituti» che si aggirano nudi fra loro e hanno rapporti sessuali prima con una e poi con l'altra mentre le compagne applaudono. E vi sono studentesse che fanno a gara sul numero dei ragazzi che si portano a letto in un anno.
Questo mi fa pensare che nel giro di pochi decenni maschi e femmine potranno accoppiarsi come loro piace, in privato o in pubblico, senza nessun freno morale. Ciò, però, non vuol dire che vi sarà una totale promiscuità. Infatti esiste una forza che vi si oppone, ma non la Chiesa, non la famiglia, non la scuola, non la morale né la legge. L'unica forza che vi si oppone è l'amore dell'innamoramento monogamico, esclusivo e geloso. Anche se un uomo o una donna sono abituati ad avere rapporti sessuali promiscui, quando si innamorano desiderano solo la persona amata e non sopportano che questa possa avere contatti sessuali con un altro. L'amore dell'innamoramento chiede la fedeltà assoluta. Una donna innamorata scrive: «Non andrò mai con un altro perché non voglio sciupare, inquinare le stupende sensazioni che provo con te. Basterebbe un contatto per intossicare irreparabilmente la loro purezza. E lo stesso vale per te».
È solo perché esistono l'innamoramento e l'amore totale che la gente si sposa ancora, va ancora a convivere, ha dei figli. Anche se poi litiga e divorzia. Il sesso libero, il sesso che non ha né regole né freni, mette in pericolo questo amore, che però resiste, lo respinge, lo frena e lo costringe a disciplinarsi. Dal conflitto fra il sesso promiscuo e amore esclusivo oggi sta lentamente nascendo, a poco a poco, un nuovo sapere e una nuova etica dell'amore e del sesso. E io sono orgoglioso di aver dedicato la mia vita a scrivere su questo argomento che diventerà sempre più importante nel futuro.
«Corriere della Sera» del 3 gennaio 2011

26 luglio 2010

A sessant’anni trombo dunque divorzio, ecco spiegate le statistiche Istat

Nota sociologico-erotica di Sdm su un’impennata di numeri
di Stefano Di Michele
L’analisi più calzante, al solito, è quella marxista. Tendenza Groucho, però: “Il matrimonio è la prima causa di divorzio”. A matrimoni zero, divorzi zero. Ma siccome la gente si sposa – pur con parsimonia, sempre con circospezione – poi finisce che si separa – senza parsimonia e senza circospezione. I dati dell’Istat fanno quasi spavento: nel 2008 le separazioni sono state 84.165 e i divorzi 54.351. Per dire (anzi, dice l’Istat): nel 1995, su mille matrimoni, 158 separazioni e ottanta divorzi; due anni fa le separazioni erano 286 e i divorzi 179. Fatti i conti, il 61 e il 101 per cento in più. Ormai ci sono più candidati ai provini del “Grande fratello” che allo sposalizio.
E pare che abbiano preso un certo ritmo anche gli addii dopo i sessant’anni – quando inopinatamente, invece di volgersi verso il centro anziani, ci si avvia verso una nuova vita: un paio d’anni ancora, e nelle fiction televisive invece del solito bimbino che con aria mogia confida all’amichetto del cuore che “mamma e papà si sono lasciati”, eccolo, con una punta di sorpresa maggiore, ammettere che “nonna e nonno si sono lasciati” – che a uno viene da domandarsi: ma ’ndo vanno? E invece vanno: da un lato un certo aiutino della chirurgia estetica, che tramuta la tenera vecchietta di una volta in una smandrappona con le labbra a canotto e i capelli mesciati e leopardati, che come la famiglia si distrae un minuto se la ritrova sul palco di “Velone” che zompa e canta; dall’altro il mito e la pratica del Viagra che ha improvvisamente reso poco attraente lo scopone con gli amici e probabile qualche residua scopata con un’amica di più fresca (intesa, la definizione, dato il balzo anagrafico, come meglio conservata, un filino congelata: ulteriori quattro salti nel letto, anziché in padella) conoscenza.
Siccome la vita si è allungata, pure quella erotica ha fatto qualche passetto in avanti. “Si vive di più – ha spiegato ieri sulla Stampa il professor Francesco Alberoni – e quindi è più difficile sopportare la stessa persona”. Il problema è che quasi sempre ci si accorge a un certo punto di non stare più con la creatura scelta venti o trent’anni prima: a lei ricrescono le tette, con un inverso processo di cementificazione; lui azzarda performance che neanche nei primi infrattamenti giovanili. Berlusconianamente parlando – nel campo, tra il senso istituzionale e la sensazione mandrillesca, sempre berlusconianamente parlando si finisce, anche tra quelli che ancora s’attardano sulla partita a scopone al bar – ognuno si sente biologicamente un trentacinquenne. Mentre i trentacinquenni anagrafici stanno, al contrario, desolati come cormorani che abbiano avuto la ventura di incrociare la British Petroleum: sperduti e senza volo.
E’ quella l’età, sostiene Alberoni, in cui si convola, se non a giuste, a effettive nozze, dopo una manciata di convivenze, qualche migliaia di happy hour e, se è stata proprio una giovinezza vissuta con sprezzo del pericolo, pure qualche corso di Scienze della comunicazione: insomma, si muoveva su un terreno meno insidioso persino Romeo con Giulietta. E’ la fotografia, quella fornita dall’Istat, di una generale instabilità. Nel tentativo di conservarsi invece di conservare qualcosa – “l’aspetto fisico ha la sua importanza”, dice il professore: ma va là, direbbe Ghedini – si comincia subito a prendere la rincorsa, si vive col fiatone (metteteci la palestra, la cucina biologica, la casa arredata seguendo le regole feng shui) ed è chiaro che si arriva senza fiato. E a sessant’anni il nonno più che al nipotino butta l’occhio alla baby sitter e la nonna ai bicipiti dell’istruttore di fitness. E’ un circolo (a volte pure deliziosamente) vizioso. La chiesa fa benissimo a preoccuparsi, ma ha una sola arma in mano: buttare sul campo matrimoniale preti e monache. Avendo poca pratica, potrebbero garantire una decente durata.
«Il Foglio» del 23 luglio 2010

21 giugno 2010

Sesso sicuro, fissazione anche in vacanza

di Antonella Mariani
A volte ritornano. Puntuale come la fine delle scuole e la pagella, ecco la nuova campagna per il sesso sicuro in vacanza firmata della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia. Lanciata con le fanfare ieri in una libreria romana, con tanto di patrocinio del Dipartimento della Gioventù, la nuova campagna, che ha l’obiettivo dichiarato di ridurre i picchi estivi di gravidanze indesiderate tra i giovanissimi, è un sapiente mix di lusinghe (test e giochi interattivi sul Web), volantinaggio (distribuzione di depliant in dieci città per un’intera settimana, a cavallo di Ferragosto), prodotti editoriali (l’edizione 2010 di Travelsex, la guida al sesso sicuro edita da Giunti) e di demagogia spicciola. Un esempio per tutti si ricava leggendo lo scoppiettante comunicato diffuso alla stampa: «I ragazzi potranno giocare e conquistarsi il Passaporto dell’amore sicuro, uno strumento che certifica le loro competenze sulla sessualità».
Un altro esempio: nel sito si può effettuare un test, la cui quarta domanda è all’incirca: «Stai preparando lo zainetto per le vacanze: porta con te quattro di questi otto oggetti», tra i quali spiccano i preservativi. Se per caso chi risponde "dimentica" l’oggetto in questione, apriti cielo: «Attenzione – avvisa il sito –. Hai scordato qualcosa che potrebbe costare molto caro. Provvedi subiti e ricordati di usarlo sempre».
Insomma, a parte ogni altra considerazione, la campagna per il sesso sicuro si trasforma in un gigantesco spot a condom e pillole, che di certo non spiacerà alle industrie produttrici... «La mia valutazione? Negativa», esclama Michele Barbato, fondatore a Milano del Camen (Centro ambrosiano per i metodi naturali) e presidente dell’Istituto europeo di educazione familiare, un network di 40 associazioni dal Portogallo alla Russia. «Di fatto è una campagna che si ammanta di scientificità ma che sostanzialmente è marketing farmaceutico». Piuttosto pesante, come valutazione. «Be’, mi piacerebbe sapere chi finanzia tutto questo, non vorrei scoprire che dietro ci sono case farmaceutiche», continua sospettoso Barbato.
Ma perché i dubbi sulla scientificità della campagna? «Perché ormai è provato che laddove si fa solo informazione al sesso sicuro senza educazione alla sessualità, si ottiene esattamente il risultato opposto a quello desiderato. È stato dimostrato che nelle scuole americane in cui si svolgevano programmi di sola informazione, a contenuto tecnico, le gravidanze tra le ragazze erano più alte rispetto alle scuole in cui i corsi non si erano tenuti». Non solo: secondo Barbato, è come se la Sigo volesse sostituirsi ad altre agenzie educative, come la scuola e le famiglie. «Ma una società scientifica che si voglia porre come soggetto educante dovrebbe riflettere sul fatto che i ragazzi hanno bisogno sì di informazione, ma soprattutto di educazione».
Quando Barbato e gli altri operatori del Camen vanno nelle scuole di Milano e provincia a parlare con gli studenti («istituti pubblici», specifica) intercettano il loro «bisogno enorme di capire ciò che la natura suscita dentro di loro».
E la supposta ignoranza dei ragazzi, punto forte su cui fanno leva le campagne della Sigo? «È vero che hanno le idee confuse – conferma Barbato –. Alle medie capisco che le domande dei ragazzi sono dettate da letture pornografiche e film per adulti. Alle superiori ci sono già le esperienze. Ma i ragazzi hanno bisogno sì di chiarezza, ma insieme di essere aiutati a vivere in serenità la sessualità dentro un progetto educativo. Se i genitori non collaborano a questo progetto, ci deve essere la scuola, gli insegnanti. L’educazione alla sessualità deve essere trasversale, coinvolgere tutte le discipline. Quando parlo di educazione, intendo il riconoscere all’altro un valore invalicabile. Ecco, se gli adulti parlano ai giovani solo di preservativi e pillole, mi chiedo, dov’è l’altra persona?». Già, dov’è?
«Avvenire» del 17 giugno 2010

29 maggio 2010

L’eugenetica scelta del sesso in vitro

Per il bioeticista Wilkinson “l’Inghilterra non è l’India”. Ma manca poco
di Nicoletta Tiliacos
Il bioeticista inglese Stephen Wilkinson, docente all’Università di Keele, ha scritto ieri nel suo “punto di vista” sul sito della Bbc che è arrivata l’ora di consentire alle coppie britanniche di scegliere il sesso dei nascituri attraverso la fecondazione in vitro per ragioni “sociali”. La legge che consente quella scelta solo in caso di malattie genetiche in grado di colpire maggiormente o esclusivamente uno dei due sessi, secondo Wilkinson è del tutto insufficiente a dare risposta a chi vuole legittimamente costruire il proprio gruppo familiare in modo meno sbilanciato e casuale. Mai più genitori disperati alla notizia dell’arrivo della terza femmina. O magari del terzo maschio, perché Wilkinson è fiducioso nella capacità degli inglesi di distribuire equamente i loro desideri genitoriali (non come quegli esagerati degli indiani e dei cinesi, che fanno fuori solo le femmine).
Dopo l’amena sortita dei due veterinari australiani della Murdoch University di Perth, che una settimana fa hanno preconizzato, nel giro di una decina d’anni, il ricorso esclusivo alla fecondazione artificiale per far nascere bambini, mentre una sessualità definitivamente sterile sarà per sempre separata dal problema della riproduzione, la rivendicazione del professor Wilkinson segna un ulteriore passo nell’inveramento del Brave New World di Aldous Huxley, utopia totalitaria ed eugenetica che ha bisogno, prima di tutto, di scardinare il modo di venire al mondo.
Josephine Quintavalle, fondatrice del Comment on Reproductive Ethics, dice al Foglio che “Wilkinson non è nuovo a uscite di questo genere. Il suo gruppo di lavoro è noto per il radicalismo e per la volontà di spostare verso confini sempre più estremi il dibattito bioetico. Ma bisogna anche dire che questi argomenti stanno prendendo piede, a partire da un fatto: se nella fecondazione artificiale si producono molti più embrioni di quelli destinati all’impianto, e se quegli embrioni fuori dall’utero appaiono come ‘cose’, perché non approfittarne anche per scegliere un maschio o una femmina? Un ragionamento terribile, perché conferma la riduzione a prodotto – di cui scegliere le caratteristiche, per esempio il sesso – del figlio”. Wilkinson se la cava con l’obiezione che il desiderio di avere un figlio di un certo sesso è antico quanto il mondo. Un tempo si usavano pozioni o scongiuri per ottenere l’ambito maschio, oggi la tecnica ci mette a disposizione l’analisi preimpianto, così infallibile e così pratica, o la selezione dei gameti. E poi, scrive, se “il divieto di selezione del sesso può essere giustificato in nazioni come Cina e India, dove la predominanza della preferenza per il maschio ha già portato a una forte penuria di femmine”, come dubitare che, nella civilizzata Europa occidentale, “il numero dei genitori che preferiscono i maschi è più o meno uguale al numero di coloro che preferiscono le femmine”? Nel 2002, e sembra già un secolo fa, l’allora presidente della Hfea (autorità britannica per la fecondazione umana e l’embriologia), la laica e liberale Mary Warnock, scriveva che “permettere ai genitori di stabilire che i figli siano di un certo tipo sarebbe un disastro”.
Otto anni dopo, le obiezioni di Wilkinson rovesciano senza complimenti la questione: i figli non sono “doni”, ha detto, comunque non più di altre cose positive della vita. E se non ci viene in mente di condannare “chi cerca di plasmare una carriera, o una casa, o un partner”, perché giudicare chi vuole un bambino a propria misura, visto che si può? “Un ragionamento assurdo – dice ancora Josephine Quintavalle – che fa sempre più della Gran Bretagna il luogo dell’arroganza bioetica: noi siamo quelli bravi a regolamentare le cose, si dice, ma la selezione sociale del sesso rimane un arbitrio”.
«Il Foglio» del 29 maggio 2010

13 maggio 2010

«Preservativi in classe? Si stravolge la scuola»

di Antonella Mariani
«Quando andremo ad acquistare i libri in farmacia, allora sarà giusto che nelle scuole si distribuiscano i preservativi». Un paragone azzardato, quello di Gianni Nicolì, pedagogista e insegnante, responsabile nazionale dell’Ufficio scuola dell’Associazione genitori (Age). E anche un po’ provocatorio: perché secondo lui la scuola è «luogo di apprendimento, crescita educativa e maturazione di vita sociale» e installare macchinette per la vendita di preservativi, come nei due licei di Roma e di Palermo di cui abbiamo parlato negli scorsi numeri di Èvita, «è uno stravolgimento della funzione istituzionale della scuola. La scuola forma le coscienze e le intelligenze, non dà strumenti di pianificazione familiare. Oltretutto i preservativi sono reperibili ovunque e non si avvertiva il bisogno che lo fossero anche a scuola».
Professor Nicolì, allora a cosa ser­vono le macchinette nelle scuole?
Servono a tacitare l’incapacità degli adulti di dialogare con i giovani su questi temi e a scaricare il problema su un mezzo tecnico.
Con quali effetti collaterali?
È evidente che se ne incentiverà l’uso. Invece di insegnare un principio di valore e cioè che la sessualità è qualcosa di grande e di bello, che abbiamo nella testa e non solo sotto la cintura, che coinvolge tutta la persona e non si riduce a una pratica, be’, si inducono i ragazzi ad esercitarla purché in modo protetto. Mancano i significati profondi.
C’è da aggiungere che di 'istruzio­ni per l’uso' se ne trovano in gran quantità su internet. Lei gira per le scuole, parla a ragazzi e genitori di educazione all’affettività. Secondo lei cosa hanno bisogno di sentirsi dire i giovanissimi?
I ragazzi vogliono essere ascoltati, vogliono che si dica loro la verità per il loro bene, con disinteresse e con spirito di cura. Hanno bisogno di imparare ad amare e ad essere amati. Noi cerchiamo di spiegare loro che la sessualità è una dimensione espressiva di questo desiderio di amare tipica delle persone adulte. Aggiungiamo che la sessualità raggiunge la sua massima espressione quando diventa dono, che presuppone una formazione psicologica prima ancora che fisica, visto che interessa il cervello e gli strati più profondi della coscienza.
E i giovani capiscono?
Sì, i giovani accettano la verità anche quando essa è scomoda. Anzi, vogliono la verità. E la verità è che hanno diritto a una piena realizzazione affettiva, ma per fare della loro vita un’opera d’arte devono investire in modo corretto su loro stessi, senza sperperarsi. Noi diciamo ai ragazzi che la sessualità non è solo la soddisfazione di un bisogno ma un progetto di vita. E che l’investimento giusto su di sé è di non sprecarsi subito, ma di spendersi solo quando è il momento giusto.
E loro ascoltano?
Sì. Sono gli adulti a non crederci, e sa perché? Perché hanno dei giovani una visione distorta, filtrata attraverso la loro immaturità di adulti. Ecco perché scelgono la via corta e installano la macchinetta che distribuisce i preservativi. No, la sessualità non ammette un approccio così superficiale. La sessualità è interiorità, dobbiamo farlo riscoprire ai giovani. Ma partendo dalla consapevolezza che siamo stati noi adulti ad averla esteriorizzata. In 37 anni di vita in mezzo ai giovani ho capito che non sono loro quelli che vivono peggio la sessualità: gli scambi di coppia, la pornografia non la fanno i ragazzi, ma gli adulti.
Qual è l’opinione dell’Associazio­ne genitori sull’educazione sessua­le insegnata a scuola?
Siamo a favore, purché l’insegnamento rispetti requisiti di scientificità, obiettività e si riferisca a regole e valori morali. Che crediamo non appartengano solo ai credenti: i valori sono perenni, universali e transconfessionali. Ma pensiamo anche che i genitori sono i primi e i principali responsabili dell’educazione dei loro figli.
I genitori come possono avere voce in capitolo nelle scuole?
Attraverso i sistemi di rappresentatività e facendo democratico pressing perché la scuola sia veramente educativa.
«Avvenire» del 13 maggio 2010

12 maggio 2010

La pornografia come fuga dalla realtà

di Claudio Risé
Cosa accade a una persona che, giorno dopo giorno, aumenta il tempo passato al computer, girando per siti pornografici e scaricando immagini e file dove il protagonista è sempre lo stesso: il sesso?
Sembra una domanda banale, con una risposta semplice: cerca eccitazione, forse perché vive un periodo di digiuno sessuale, o di frustrazione affettiva.
L’inchiesta Sec sulla Borsa americana fornisce una risposta più precisa. Il sesso virtuale è un modo per sfuggire a una realtà angosciosa.
Un rituale ossessivo col quale la persona cerca di ripararsi da una situazione che sente minacciosa, dinanzi alla quale non sa che fare. È per questo, e non perché colti da mania sessuale, che mentre si sviluppava la crisi decine di ispettori della Sec, l’organo di controllo della Borsa americana, passavano le loro giornate incollati davanti al computer scaricando file porno, distruggendo i dati contabili sulle speculazioni finanziarie in corso per fare spazio nella memoria della macchina a nuove posizioni erotiche. Dietro l’apparente ipnosi dinanzi ai genitali c’era il tentativo inconscio di sfuggire alla valanga in arrivo.
Qualsiasi analisi finanziaria, o proiezione matematica seria, o analisi storica delle borse mostrava con chiarezza che i prezzi dei titoli erano stati gonfiati a dismisura da debiti che non si potevano pagare. Poiché tutti erano colpevoli di quanto stava per accadere, la gran parte degli ispettori, invece di controllare, fuggiva. Dove? Su internet.
Abbandonandosi alle forza ipnotica delle immagini, che affondano le loro radici nel profondo dell’inconscio collettivo, della rappresentazione dei genitali, e dell’accoppiamento.
Lo stesso fa, ogni giorno e ogni notte, il popolo sempre più vasto dei dipendenti da Internet: riempirsi la testa di immagini sessuali per cacciarne via altre, che sono invece crude istantanee della realtà.
L’estratto conto della banca in passivo, la ragazza che ti ha detto che non ti vuole più, l’sms dell’amata/o a un’altra persona, la pagella del figlio piena di voti pessimi. Questi documenti della realtà vicina vengono cancellati dalla ripetizione infinita di coiti di sconosciuti lontani, sostituzione contemporanea dell’antico rito ossessivo del camminare evitando le piastrelle bianche (o quelle nere), per evitare che qualche disgrazia ritenuta inevitabile si abbatta su di noi.
La sessualità c’entra soprattutto per questo: per il suo potere di deviare l’attenzione dalla fissazione della realtà, sostituendola con un’altra fissazione, arcaica, e riferibile comunque, nelle sue diverse versioni, all’origine della vita.
Questa tecnica di distrazione compare anche nella mitologia, a cominciare da quella greca. Dove si narra della disperazione della Grande Dea della terra, Demetra, quando Ade, il dio del sottosuolo e della morte, rapisce sua figlia, la bella Persefone, portandola sottoterra. La depressione della Dea madre inaridisce la terra, che diventa fredda e secca, senza vita.
Demetra vagando arriva a un pozzo, dove viene raggiunta da Baubo, una dea dell’indecenza. Baubo cerca di consolare la Grande Madre, ma Demetra è chiusa nel dolore. Allora Baubo si siede su una pietra, si alza la gonna, e le mostra i genitali. Finalmente Demetra sorride, e allora la terra germoglia, ritorna la primavera, e torna anche Persefone (la Proserpina latina), dopo l’inverno passato con Ade.
E’ forse alla ricerca di un sorriso che gli internauti navigano tra i sessi. Ma il computer non è una divinità, seppur dell’indecenza, e un sito non è una fonte d’acqua pura.
Meglio non perder tempo, e guardare la realtà in faccia.
«Il Mattino di Napoli» del 26 aprile 2010

L’innamoramento da fuga? Senza un progetto, fallisce

Sesso e amore non si possono manovrare come ci pare e piace
di Francesco Alberoni
L’ultimo film di Soldini «Cosa voglio di più » racconta un dramma tipico dei nostri tempi. Anche prima la gente si occupava degli amori e dei divorzi dei divi, ma li considerava diversi. Con la televisione di oggi in cui i divi sono mescolati alle persone comuni, e dove chiunque può diventare improvvisamente famoso, è nata l'illusione che tutti possiamo fare come loro. Inoltre si è prolungato il periodo adolescenziale in cui gli amori si fanno e si disfano senza problemi. Ma nella vita si creano anche legami forti, si costituiscono situazioni bloccate dove proviamo e arrechiamo dolore.
Situazioni in cui compare il tipo di innamoramento che io chiamo «da fuga».
L’innamoramento esplode quando due persone sono insoddisfatte della situazione in cui vivono, dei rapporti che hanno e sono pronte a mutare, a realizzare le loro potenzialità nascoste, a creare un futuro migliore. Ciascuno si innamora di chi gli indica simbolicamente il destino che vorrebbe. Però l'innamoramento, per quanto passionale, è sempre progetto di vita e quando non riesce a diventarlo naufraga, fallisce. Un tempo il progetto era sposarsi e mettere su una famiglia.
Oggi vivere insieme una intensa vita amorosa è agire fianco a fianco nel mondo. L’innamoramento «da fuga» nasce da una profonda insoddisfazione verso ciò che stai vivendo, ma non diventa progetto concreto di vita a due. Resta solo una evasione, un modo per sfuggire alla realtà, per dimenticarla.
È quello che succede al protagonista del film, un poveraccio senza soldi che deve mantenere una moglie e due figli piccoli. Si sente in trappola, non sa cosa fare. Potrebbe scappare di casa e finire fra i «chi l'ha visto?», oppure rifugiarsi in qualche droga. Invece si innamora, fugge nell’estasi della passione erotica. Ma non riesce a creare un progetto, dovrà tornare da sua moglie dove troverà solo litigi, dolore e miseria. Ogni giorno sentiamo di donne disperate perché abbandonate con figli piccoli, e di uomini che, dopo il divorzio, non sanno più dove andare a dormire.
Vi prego: non fate l’errore di considerare questo articolo una critica del divorzio. È solo una critica dell’atteggiamento superficiale che molti hanno verso il mondo dell’erotismo e dell’amore. Come se l’impulso fosse una guida sicura, come se sesso e amore potessero esser manovrati a piacimento. Mentre questo è un campo in cui occorre riflettere, usare l’intelligenza e avere un forte senso della realtà e del dovere.
«Il Corriere della Sera» del 10 maggio 2010

08 maggio 2010

Sex and (web) siti

L’ultimo nato tra gli indirizzi online ha registrato in pochi giorni un boom di contatti
di Cristina Lacava
Chiedono di pillola e preservativo. Di come si affronta la 'prima volta': gli adolescenti interrogano, la rete risponde
Se dopo un rapporto sessuale vado dal ginecologo, lui se ne accorge? Un ragazzo può perdere la verginità se usa il preservativo durante la “prima volta”? Ho 16 anni: posso farmi prescrivere la pillola? Ho preso una sbandata per il mio compagno di banco: sarò omosessuale? Gli adolescenti interrogano, il web risponde. Poveretti, a chi altri possono chiedere?
La mamma non saprebbe che dire (sulla conoscenza degli anticoncezionali, le italiane sono ultime in Europa insieme alle turche). A scuola, basta nominare l’educazione sessuale e apriti cielo, spuntano come funghi comitati contrari. Restano il passaparola tra coetanei e la tv: secondo la Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia, vi fa affidamento addirittura il 10 per cento dei ragazzi. Prendere lezioni d’amore dal Grande fratello? Oddio. Meglio affidarsi ai nuovi siti specializzati. Impersonali, scientifici. Rapidi.
Parte a metà maggio mtvboysandgirls.it, dove Mtv mette a disposizione una sessuologa, una ginecologa e un andrologo. «I ragazzi hanno paura a fare domande “intime”. Il web li aiuta a sbloccarsi, rompe le barriere» spiega Chiara Daelli, responsabile digital del canale. «Abbiamo anche una videogallery e un’area download per scaricare manuali preparati dai nostri esperti. Il primo, pronto a breve, sarà sulla contraccezione». Scelta non casuale: il varo del sito è in concomitanza con la messa in onda della seconda serie di 16 & pregnant, dedicata alle gravidanze precoci: tema attuale anche da noi, visto che le mamme ragazzine sono in leggero aumento (da 9.525 nel 2006 a 9.583 l’anno seguente, dati Istat) e, ancora oggi, per una giovane su tre la “prima volta” è purtroppo senza precauzioni.
In un paese dove dunque c’è ancora tanto da imparare (sempre secondo la Sigo, il 35 per cento delle under 19 dichiara di non usare anticoncezionali), il web può essere un primo passo: «Sul sito raggiungiamo quei ragazzi che difficilmente si rivolgono ai consultori» dice Simona Casari, psicologa e consulente di stradanove.it, il sito del comune di Modena dedicato ai giovani che, primo in Italia, nel ’97 ha inaugurato la sezione “Sesso e volentieri”. «In rete il rapporto è diretto e ci si può sfogare. I temi? Molto sulla “prima volta”: il timore di non essere all’altezza, ancora di più la paura del dolore. Chiaro che, quando c’è un problema urgente - per esempio un rapporto non protetto - consigliamo ai ragazzi di andare subito dal medico. Non vogliamo sostituirci a un dialogo diretto». Altri dubbi riguardano possibili patologie: eiaculazione precoce per i maschi, frigidità per le ragazze. «Gli adolescenti si pongono problemi che non esistono» dice la sessuologa Laura Testa, già consulente di Mtv per il programma Loveline, ora chiamata per mtvboysandgirls.it. «I maschi non sanno che alla loro età l’orgasmo si raggiunge molto rapidamente, mentre le femmine non sono abbastanza disinvolte con il loro corpo.
Per questo vengono entrambi assaliti da dubbi inutili. Altre volte, al contrario, pensano di sapere e non sanno. Non sono interessati a come sono fatti gli organi riproduttivi. Poi però succede un incidente con il profilattico, e sono guai». In generale, la conoscenza dell’anatomia è ai minimi termini, la confusione regna sovrana: «Per verificare l’efficacia dei profilattici, li riempiono d’acqua. Poi chissà perché non funzionano» continua Laura Testa. «In quanto alla pillola, a cinquant’anni dall’introduzione le adolescenti temono ancora la visita ginecologica e se la fanno dare dall’amica, facendo un gran pasticcio con orari e dosi». Dietro il timore del medico c’è quello di dover confessare ai genitori di “averlo fatto”: non a caso, tra le domande più “gettonate” dalle ragazzine, c’è il voler sapere se le minorenni possono andare dal ginecologo senza essere accompagnate. Alcune non sanno come e se dire a mamma e papà di non essere più vergini: «Chi me lo chiede in genere vuole parlare con i genitori, spesso lo fanno scrivendo loro una lettera» ci dice Eleonora Manna, sessuologa consulente della sezione di educazione sessuale di studenti.it, un sito molto noto finora soprattutto per tesine e appunti online. Il servizio, appena partito in collaborazione con la Sigo che ne ha curato i contenuti (e ne garantisce la serietà), in pochi giorni ha registrato 180.000 pagine viste, con un incremento mensile previsto del 48 per cento. Un successone, insomma.
Anche qui, si vuole fornire un’informazione di massima, senza sostituirsi al medico. Nella homepage ci sono gli indirizzi dei consultori pubblici nei luoghi di vacanza, un video di Bruno Bozzetto, i dubbi sulla “prima volta” e il forum con la sessuologa. Che spiega: «C’è parecchia ignoranza diffusa ma anche, all’opposto, qualcuno che esibisce un vocabolario molto tecnico, e vorrebbe saperne di più. In generale, però, gli adolescenti mostrano tutti i dubbi e le paure di quell’età: il timore di essere giudicati, il volere stare nel gruppo a ogni costo». Compiono anche molti errori, soprattutto per leggerezza. «Bisogna sempre ricordarsi che sono piccoli» insiste Laura Testa. «Quando le ragazzine si fanno fotografare nude dal fidanzatino, non si rendono conto delle conseguenze. Non pensano che la loro foto potrebbe finire su youtube, o fare il giro dei cellulari». E questo non perché i ragazzi di oggi siano diversi da quelli di ieri. Semplicemente, sono cambiate le abitudini. «Gli adolescenti fanno le stupidaggini tipiche della loro età. Se i genitori avessero potuto, le avrebbero fatte anche loro» assicura la sessuologa. L’importante è averne consapevolezza. Non esagerare e chiedere consiglio. Online, meglio che niente.
«Corriere della Sera» dell'8 maggio 2010

05 maggio 2010

A Wall Street tecnologia e sesso: armi di distrazione di massa

di Paolo Di Stefano
Dicono che la maggior parte degli incidenti stradali sia causata da quel tipo particolare di errore umano che è la distrazione. Errore nel senso proprio del termine: errare, vagare con il pensiero, essere altrove. Uno fissa un dettaglio del paesaggio oltre il finestrino, parla al telefono, si concentra su una notizia del giornale radio, scaccia una mosca e perde di vista il contesto: una frenata brusca davanti a lui, un semaforo rosso, un pedone che attraversa. E certo, la sbadataggine di un individuo può essere causa di sciagure private, ma non ha mancato, nella storia, di coinvolgere centinaia di persone. Anzi, in occasione di tragedie e catastrofi epocali la distrazione rimane uno dei motivi con maggior alone letterario. Per molto tempo si disse che alla base dello scontro tra la nave-traghetto Moby Price e la petroliera Agip Abruzzo ci fosse la semifinale di Coppa delle Coppe tra Juventus e Barcellona: l'equipaggio (maschile) era tanto concentrato davanti alla tv da dimenticare il resto. Sempre a proposito di calcio: nel 2000 le indagini sugli incidenti aerei di Linate rivelarono che, approfittando di orari molto flessibili, i controllori di volo piuttosto che sorvegliare i cieli si divertivano a giocare al pallone. Distrarsi significa divergere, staccare, sviare, e tra i fattori più micidiali di identificazione e di fuga per la tangente c'è indubbiamente la tv e c'è il football, ma ci sono anche motivi apparentemente più nobili. L'anno scorso, per un'accesa discussione politica tra il pilota e il copilota, un Airbus della Northwest Airlines americana rimase in volo ben oltre il tempo previsto, oltrepassando la città d'arrivo, Minneapolis, di oltre 240 chilometri. In realtà, la distrazione azzera tutto, piccole missioni e grandi imprese: è l'assenza, il blackout, il vuoto pneumatico, che provoca catastrofi a piccolo o medio raggio. Raramente arriva a coinvolgere mezzo mondo. Com'è accaduto in occasione dello storico crac dei mercati finanziari internazionali: pare che, mentre l'economia americana andava a rotoli e i risparmiatori in malora, i funzionari della Sec - che avrebbero dovuto controllare le attività di Wall Street - si divertivano a scaricare immagini a luci rosse sui loro computer. Tecnologia e sesso: la più micidiale arma di distrazione di massa che si sia mai vista.
«Corriere della Sera» del 24 aprile 2010

04 maggio 2010

Nelle scuole l’educazione «anticoncezionale»

di Antonella Mariani
L’offensiva riparte con il solito ritornello: gli adolescenti italiani sono ignoranti sul sesso, non usano gli anticoncezionali salvo poi ricorrere in massa alla pillola del giorno dopo (370 mila confezioni vendute nell’ultimo anno). Se questa è la diagnosi, ecco la terapia: guide al sesso sicuro da distribuire ai giovani e possibilmente accessibili via Internet all’universo mondo. Sintesi brutale, forse, ma in fondo è questo il messaggio emerso martedì dal convegno romano della Società italiana di ginecologica e ostetricia (Sigo) su «Adolescenti, sessualità e media». In particolare il presidente della Società, Giorgio Vittori, ha posto l’accento proprio sulla «confusione e disinformazione su questi temi».
Si potrebbe obiettare che l’informazione sul sesso ai giovani non manca affatto, a volerla minimamente cercare. Anche per l’impegno attivo della Sigo, appunto, che nel suo sito, sotto il nome «prevenzione giovani», pubblica una serie di guide al sesso sicuro, peraltro rilanciate anche su un altro sito molto frequentato, www.studenti.it.Detto questo, ci sarebbe da riflettere sull’insistenza con cui la Sigo si propone di coprire l’Italia di guide: memorabile quella dell’estate scorsa, Travelsex, (sottotitolo: il sesso sicuro non va in vacanza) in cui, tra le altre cose, si insegnava a dire preservativo nelle principali lingue d’Europa. Tipico della cultura oggi prevalente, che vede il sesso come tecnica: «Ma non si può fare educazione alla sessualità fornendo una corretta e completa informazione e basta – obietta Monica Prastaro, vicepresidente di Progetto Amos, associazione cattolica che a Torino promuove l’educazione all’affettività nelle scuole –. È una strategia che a lungo termine è perdente. È stato dimostrato che tutti i progetti di prevenzione – penso alle droghe – che fanno leva solo sull’informazione dei rischi e sulla paura delle conseguenze non raggiungono l’obiettivo di cambiare i comportamenti».
In breve: conoscere tutte le tecniche per il sesso sicuro non garantisce che i giovani modifichino le loro attitudini. «Per fare vera prevenzione bisogna educare a stili e scelte di comportamento diversi», sintetizza la Prastaro.
La questione, dunque, è un’altra e «l’offensiva sesso sicuro» posta in essere dalla Sigo è largamente insufficiente.
Forse bisogna partire da un dato fornito dalla stessa Società a Roma: il 61 per cento delle ragazze si dichiara delusa dalla «prima volta» e rimpiange che sia accaduto «troppo presto o in condizioni negative». E lo stesso dice il 39 per cento dei maschi. «Delusi, dunque. Forse perché si sono resi conto che l’aver accelerato i tempi non è stata una buona idea. Perché l’amore 'per tutta la vita' in realtà è durato due mesi. Perché nei film sembra tutto così coinvolgente e invece è stato un po’ squallido e triste», analizza la Prastaro, che incontra decine di classi ogni anno.
E allora, sarebbe il caso che, accanto a una informazione corretta sul piano «tecnico», si dicesse ai ragazzi che essere fisicamente maturi per la «prima volta» non è la stessa cosa che essere maturi emotivamente e affettivamente. È quello che fa quotidianamente Rosangela Carù, autrice con Monica Pinciroli e Luisa Santoro di Amore, sesso & co. Per vivere al top la tua adolescenza (In Dialogo, 2009) e operatrice dei consultori cattolici della Lombardia (Felceaf), che incontra ogni anno oltre 4 mila studenti delle medie e dei licei per spiegare che il sesso è soprattutto sentimento e relazione. «È questo che i ragazzi vogliono sentirsi dire – conferma –. Certo, talvolta hanno le idee confuse da quello che vedono in tivù, dove è normale che due si incontrano al bar e poi finiscono la serata in camera da letto. In generale sanno molto su come 'funziona' il sesso, ma se chiedi quali gesti d’amore conoscono, trasecolano. Perché per loro il sesso e l’amore quasi non hanno nulla a che vedere». È per via del fatto che nelle 'guide' non c’è scritto? Rosangela Carù invece spiega ai ragazzi che il sesso è amore, è gesto che unisce un uomo e una donna, che non coinvolge solo il corpo ma l’intera persona e che dunque necessita di maturità affettiva.
«I liceali mi ascoltano con attenzione quando dico loro che vogliono prendere dal mondo degli adulti gesti, come il sesso, che appartengono agli adulti senza però saperne accogliere anche la responsabilità. Aggiungo anche che l’attesa del 'momento giusto' e della 'persona giusta' con la quale condividere un percorso, un itinerario di vita, è importante». Dunque, 'un’altra educazione sessuale è possibile'. Un’educazione che parli alla testa prima che al corpo, ai sentimenti prima che agli organi.
«Avvenire» del 29 aprile 2010

03 maggio 2010

L'erotismo alla conquista della società (2)

di Augusto Del Noce
L’offensiva sessuale si spiega dunque con la coincidenza tra il più antiradicale degli anticristianesimi politici, il conservatorismo degli schemi progressisti nella cultura laica e l’insufficiente comprensione cattolica della storia contemporanea.
È destinata ancora ad avanzare o ha ormai raggiunto la sua acme? È pensabile, negli anni ’70, un suo processo discensivo?
Tra le illusioni più insidiose c’è quella della correlazione tra rivoluzione sessuale e spirito di pace. È un’illusione che si insinua facilmente: chi sta bene non si muove, dice il vecchio proverbio. Dunque l’acquisita felicità sessuale libererebbe da ogni forma di risentimento e perciò da ogni spirito di aggressività. È un motivo utopistico, di cui è agevole trovare le tracce nel Reich: erede in ciò di un tema frequente nella storia della letteratura utopistica. E che trova espressione oggi anche nelle ripetute formulette dell’acquisizione da parte dell’uomo del sentimento della normalità e della sua conciliazione con la natura, facilitata dal progresso tecnico, che permette di non vederla più come nemica, ma di inserirla nella civiltà.
Il testo migliore per mostrarne la completa falsità sarebbe l’esame particolareggiato del maggio francese, perché in esso possiamo osservare i caratteri dell’esplosione della miscela Marx-Freud allo stato pressoché puro. Se ne paragoniamo gli aspetti al progetto surrealista 1947 dell’offensiva in grande stile contro la civiltà cristiana, è impossibile negare che tutto sia avvenuto esattamente come se quel piano fosse stato calato nella realtà. Richiamiamoci ancora un momento al carattere rivoluzionario del surrealismo, e alle sue critiche al marxismo per la possibilità che desse luogo a "pratiche regressive". Era facile ai marxisti (e a Sartre, in quel momento interprete del giudizio dei "compagni di strada") rispondere che il surrealismo manifestava, attraverso quella dichiarazione di rottura, la sua natura borghese: il radicalismo estremo con cui la rivolta veniva prospettata mascherava come di fatto fosse così compressa nell’estetismo da dar luogo alla completa accettazione del mondo sociale esistente, semplicemente "messo tra parentesi"; pseudoannullamento che si sostituiva alla sua trasformazione. Questa asserzione non è però giusta. Un discorso più ampio dovrebbe portare alla conclusione della pari verità delle critiche surrealiste al comunismo e di quelle comuniste al surrealismo; pari verità fondata sulla contraddizione che è probabilmente intrinseca all’idea stessa di rivoluzione totale. Cercando di riaffermarla nella sua intransigenza, i surrealisti non riuscivano a oltrepassare la posizione della negatività pura, conferendo all’idea di negatività una specie di potenza magica come se potesse essere creatrice di un’umanità nuova; e, di fatto, finivano nel puro nichilismo.

Penso che gli storici futuri dovranno usare, come formula complessiva per designare i fatti di quel maggio, il termine di "rivoluzione surrealista", quale epilogo della rivoluzione sadico-decadente che pretende di assumere in sé la positività del marxismo. I tratti di collegamento tra essi e il programma surrealista sono infatti palmari; anche se quel programma non ha agito direttamente, ma è stato riscoperto nelle sue proposte attraverso quel complesso processo, di cui si è cercato di delineare le linee essenziali.

Così, nella coincidenza tra scristianizzazione psico-erotica-freudiano-marxista; così nel suo arrestarsi al momento della negatività e nel credere alla potenza magica dell’idea di negatività. A cui deve seguire la ricerca attraverso la droga di novità sensuali ed emotive, che permettano appunto di oltrepassare il piano della realtà (onde, naturalmente, non poteva mancare qualche frate e qualche teologo che ravvisasse nell’uso della droga l’inizio di un momento mistico, in trascrizione perfetta di quel che certi critici letterari e artistici avevano già creduto di vedere nel surrealismo). Si osservi ancora la corrispondenza tra la critica mossa allora al comunismo dai surrealisti (la rivoluzione comunista, nella forma in cui rifiuta Sade e Freud, rischia anch’essa di inserirsi nel sistema) e quella mossa dai vari groupuscules. Ma in dipendenza da quella che si potrebbe dire la sua "formula ideale" — portare al limite il momento rivoluzionario del marxismo, attraverso la sua congiunzione con la psicanalisi rivoluzionariamente intesa — si comprende il processo per cui l’erotismo deve portare alla ricerca, attraverso gli allucinogeni, di un mondo surreale e per questo rifiuto del reale congiungersi con l’anarchismo di cui conserva soltanto l’aspetto nichilistico con esclusione di quello morale. L’oltrepassamento del marxismo sulla rivoluzione sessuale si esplica quindi in un totale negativismo, riferito non soltanto alla civiltà e ai valori, ma al principio stesso di realtà; e si accompagna con le manifestazioni più dissacranti e blasfeme. Piuttosto che di pace dovremmo parlare di "violenza permanente", che sostituisce l’ideale, ancora orientato verso una futura pace, della "rivoluzione permanente".

Pure, la considerazione di fatto non basta; e disponiamo di un libro che, quali che siano le persuasioni, certo lontanissime dal cristianesimo, dell’autore, è sotto il punto di vista fenomenologico, di estrema importanza. L’erotismo di Georges Bataille (1957, trad. it., 1967).

Mi limiterò ad alcune citazioni: "il passaggio dallo stato normale a quello del desiderio erotico presuppone in noi la dissoluzione relativa dell’essere costituito nell’ordine individuale... Per il partecipante di sesso maschile all’atto sessuale, la dissoluzione dell’elemento femminile non può avere che un senso, quello cioè di preparazione alla fusione, all’unione di due esseri che alla fine perverranno insieme a un punto di dissoluzione. La messa in opera dell’erotismo ha come principio la distruzione della struttura dell’essere conchiuso, che allo stato normale, all’inizio, era l’altro, l’individuo partecipe dell’altro. L’azione decisiva ha nome denudamento. La nudità è la negazione della condizione dell’essere chiuso in sé, la nudità è uno stato di comunicazione che rivela la ricerca di una possibile totalità dell’essere, al di là del ripiegamento su se stesso. I corpi si spalancano alla fusione, grazie a quegli organi nascosti che ci impartiscono il senso dell’osceno. Oscenità significa squilibrio, uscita dalla condizione dei corpi, corrispondente al possesso in sé, alla padronanza del proprio io, inteso come individualità durevole e affermata" (trad. it. pp. 18-19). Se si pensa all’idea del diavolo simia Dei, sembra, e converrebbe un’analisi attenta, di trovare in queste righe che definiscono in modo perfetto l’essenza dell’erotismo, una specie di conferma indiretta e di chiave di comprensione della descrizione della creazione e del peccato originale quali sono contenuti nei primi capitoli del Genesi. L’erotismo ne è infatti il rovescio esatto; il suo principio è, per così dire, quello della discreazione, opposto alla creazione. Negata nell’individualità umana ogni traccia dell’immagine di Dio, il processo è verso la dissoluzione, la fusione con la totalità attraverso la negazione dell’individualità (onde pure la separazione nell’erotismo, dell’amore dalla generazione, e l’avversione alla nascita; su quest’ultimo punto è ancora Sade a essere decisivo).

Da ciò anche il carattere sacrale, di sacro rovesciato, che all’erotismo è intrinseco: "... lo sviluppo dell’erotismo non è per nulla esteriore al dominio della religione; il cristianesimo anzi, opponendosi all’erotismo, ha finito per condannare la maggior parte delle religioni" (p. 33). O, per meglio dire, è stato il cristianesimo a separare la religione dall’erotismo; che, non a caso, puntualmente ritorna in tutte le forme eretiche, e oggi è il momento in cui tutte le eresie sembrano essersi date convegno.

"L’orgia non si orienta verso la religione fasta che trae dalla violenza fondamentale un carattere maestoso, calmo e conciliabile con l’ordine profano: la sua efficacia si manifesta nel lato nefasto, richiede la frenesia, la vertigine, e la perdita di coscienza. Si tratta di impegnare la totalità dell’essere in un cieco precipitare verso la perdita, che è il motivo decisivo della religiosità" (p. 127). Si constata cioè l’aspetto a suo modo religioso dell’erotismo nel fatto del suo prender forma di rito nell’orgia; onde l’essenzialità del sacrilegio, le messe nere, i "sabba votati nella solitudine della notte al culto clandestino di quel dio che è il rovescio di Dio" (p. 139).

Onde ancora la connessione necessaria con la demonolatria (e anche su questo punto, c’è bisogno di conferme attuali? Basti considerare l’interesse che c’è oggi per i libri che trattano di cerimonie sataniche).

Che poi, la disgregazione dei mondi di civiltà si accompagni con la diffusione dei culti orgiastici, la storia della decadenza dell’impero romano lo attesta in maniera che non potrebbe essere più chiara e più nota; e mi si voglia scusare se ricorro per un momento a un parallelo così spesso svolto tra la situazione presente dell’Europa e quella della disgregazione del mondo classico. Un’asserzione non diventa falsa per essere ripetuta, e in questo caso è calzante, nei riguardi dei tanti che arrivano persino, sugli organi ufficiali della borghesia illuminata, ad attribuire alla pornografia, anche a quella di livello più basso, una funzione liberatrice rispetto ai tabù che ancora eserciterebbero un’influenza sulla mentalità italiana e le impedirebbero di adeguarsi a un livello più maturo di civiltà. Il discorso radical-azionista tipico sulla Italia "immatura" spesso si confonde col riconoscimento della funzione liberatrice della pornografia.

* * *

Superare realmente i processi di pensiero che hanno trovato espressione nella presente rivoluzione sessuale importa una revisione culturale di portata enorme.

Ma, intanto, come la società può difendersi? Le pubblicazioni e gli spettacoli pornografici devono essere incondizionatamente permessi, sino a raggiungere i limiti più estremi, in ragione del principio dell’evoluzione e del mutamento del senso del pudore? È diffusa l’idea che qualsiasi "repressione" in questo campo sarebbe una violazione e una limitazione della democrazia. Ora, è da osservare come il carattere delle ordinarie pubblicazioni pornografiche sia di presentarsi come sganciate dai motivi ultimi di pensiero, in cui hanno il loro fondamento ideale. Ci si deve domandare se una presentazione di "conseguenze separate dalle premesse" lungi dal significare rispetto della libertà di pensiero, non si risolva in una sua offesa, perché sostituisce al discorso razionale l’appello alle potenze irrazionali. Può ora la democrazia consentire questa sostituzione senza diventare democrazia suicida? Perché il totalitarismo, visto nel suo carattere di fenomeno nuovo, irriducibile alle forme passate di tirannide, nasce appunto dalla corruzione della democrazia; cioè dalla concessione, che, per una falsa idea della libertà, le democrazie fanno alle pressioni sull’irrazionale.


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NOTE
1 Fu pubblicato a Vienna nel 1930, ed ebbe tre successive edizioni, 1935, ’44,’49, le cui prefazioni sono importanti. Riflette bene una certa atmosfera viennese degli anni ‘20-’30; si direbbe, al modo stesso in cui Hitler riflette un certo clima viennese dell’anteguerra (cfr. l’interessante libro di W. DAIM, Der Mann, der Hitler die Ideen gab, Monaco 1958, che ben meriterebbe una traduzione italiana; quest’uomo è un ex-benedettino, Adolf Lanz, che aveva portato la dottrina della razza, e conseguentemente l’antisemitismo, a un livello sino allora mai raggiunto, in opuscoli, oggi pressoché introvabili, del primo decennio del secolo). Il REICH è pure autore di un libro sul fascismo (Massenpsycbologie des Faschismus, Copenaghen 1933), la cui tesi è facile da indovinare: il fascismo sarebbe una rivolta dei sessualmente repressi, che, però, non avendo portato la critica sul principio stesso della repressione, prese forma deviata, sadomasochista e distruttiva. Dopo "l’involuzione puritana" dello stalinismo parlò del comunismo come fascismo rosso (cfr. un suo scritto del 1953, pubbl. nel vol. Reich parla di Freud, trad. it., Milano, Sugar, 1970, pagg. 269-271); ma sarebbe forse più esatto parlare del suo pensiero come di un "nazismo capovolto", in cui il vitalismo militare viene sostituito dal vitalismo sessuale; interpretazione che può trovare conferma in sue affermazioni che cito più oltre. La rivoluzione sessuale fu pubblicata in trad. it. presso Feltrinelli nel 1963; le citazioni rinviano a questa traduzione.

2 A costo di ripetersi, è opportuno insistere su certe verità su cui è caduto un quasi totale oblio. L’idea di matrimonio monogamico indissolubile e le correlative (pudore, purezza, continenza) sono legate a quella di tradizione che, a sua volta, in quanto "tradere" è consegnare, presuppone quella di un ordine oggettivo di verità immutabili e permanenti (il Vero in sé e il Bene in sé platonici). Temi, oltre a tutto, la cui più energica affermazione è gloria del pensiero italiano, perché che altro è la Commedia dantesca se non il poema dell’Ordine come forma immanente dell’universo? Perché, chi fu il grande rivendicatore, nei secoli moderni, dell’Ordine oggettivo dell’Essere, se non il Rosmini? Ma se noi separiamo l’idea di tradizione da quella dell’ordine oggettivo, essa deve di necessità apparire come il "passato", come "ciò che è superato", come "il morto che vuole soffocare il vivo"; come ciò che deve essere negato per poter ritrovare l’equilibrio psichico. All’idea del matrimonio indissolubile, deve sostituirsi l’unione libera, rinnovabile o solubile in qualsiasi momento. Non si può parlare di perversioni sessuali, anzi le forme omosessuali, maschili o femminili, dovranno essere considerate come le forme pure dell’amore. Sul piano scientista-materialistico su cui pure Freud si muoveva, non è quindi dubbio che sia il Reich ad aver ragione. La sua tesi rompe però anche con quella della rivoluzione politico-sociale, in quanto dominata dall’idea di avvenire, in cui sarà un ordine, sia pur "nuovo" e non eterno, che spetta a noi instaurare; per la mentalità rivoluzionaria pura, l’amore libero sarà tollerato tra "compagni" (e compagni veramente impegnati), ma l’ideale sarà quello della fedeltà reciproca di compagno e di compagna. Il dominio della sessualità libera è dunque il puro presente; da ciò la ricaduta nel sottoumano, nell’animalismo (si pensi alla mens momentanea di Leibniz); situazione da cui si cerca di sottrarsi attraverso l’evasione in "un’altra realtà". Da ciò il legame necessario tra l’erotismo e i "paradisi artificiali" della droga. E non serve certo, dopo aver giudicato "retrograda" ogni critica della libertà sessuale, cercar di ripiegare assumendo che la droga diminuisce la virilità; anzitutto perché erotismo e virilità hanno ben poco da fare, poi perché illimitata libertà sessuale e ricerca di "paradisi artificiali", sono momenti di dispiegamento della stessa essenza. Da ciò derivano tre importantissime conclusioni: 1) la questione dell’erotismo è anzitutto metafisica. Solo una restaurazione di quella che per brevità chiamerò "metafisica classica" può veramente troncare il sistema di valutazioni in cui esso consiste; 2) politicamente l’erotismo è collegato a quella "democrazia vuota del sacro", che mai si è manifestata come oggi; e la cui affermazione, nonostante rappresenti l’esatto inverso della democrazia pensata da Leone XIII, è stata pur aiutata (dire semplicemente "non ostacolata" sarebbe poco) dai partiti democratici cristiani; e, naturalmente, stimolata dai nuovi modernisti per cui parlare all’"uomo d’oggi" è riconoscere la "profanità" del mondo; 3) è perfettamente inutile il "dialogo" con gli assertori della liberalizzazione sessuale e ciò semplicemente perché essi muovono dalla negazione a priori di quella metafisica, da cui discende la morale che essi giudicano "repressiva". A che varrebbe, ad es., che io dialogassi col signor De Marchi o con Enzo Siciliano?

3 Cfr. il suo scritto: Dalla scienza al terrorismo intellettuale, in "L’Europa", 31 gennaio 1970.

4 La rivoluzione sessuale, pag. 29.

5 La rivoluzione sessuale, pagg. 8-9.

6 Cfr.: J.-L. BÉDOUIN, Storia del surrealismo dal 1945 ai nostri giorni, trad. it., Milano, Schwarz. Per il testo di Rottura Inaugurale, pagg. 255-263.

7 Rottura inaugurale, cit.

8 Cfr. J.-L. BEDOUIN, André Breton, Parigi, Seghers, pag. 18.

9 Cfr. J.-L. BEDOUIN, op. cit., p. 259.

10 Op. cit., pag. 9.

11 "La Stampa", 28 gennaio 1970.

12 Éclaircissement sur les sacrifices, in Oeuvres, Lione 1892, t. V, pagg. 322-23.
Tratto da: Rivoluzione, Risorgimento, tradizione, ed. Giuffrè, http://www.giuffre.it/ Milano 1993